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Paolo Conte :: Onda Rock http://www.ondarock.it/italia/paoloconte.

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Paolo Conte
L'avvocato col vizio del jazz
di Michele Saran

Dallo status di praticante forense a quello di


cantautore schietto e distaccato, sempre a
contatto con le pulsioni più vive e acuite di un
animo nostalgicamente divertito e con una
notevole sensibilità di stampo jazzistico e
latino-americano, attraverso il suo coerente
operato ha costituito una delle esperienze
cardinali della canzone italiana. Il recente
progetto "Razmataz" ha sancito la supremazia di
una figura trasversale sia al cantautorato doc
che al compositore tout-court, dotata di una
predilezione per le arti visive e le avanguardie
del primo '900

Paolo Conte è uno dei più originali cantautori italiani, e di sicuro il più erudito e coerente. Il
suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne fantasmagoriche di Leonard Cohen, la
sensibilità da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz di Duke Ellington e Bix
Beiderbecke, la sensibilità del song jazz-pop di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques
Brel. A questo va di certo aggiunto uno stile erudito di costruzione delle liriche, sempre in
bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate, spiriti eleganti e forbiti, immagini
traslate spontaneamente verso la sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si
fa largo un ermetismo schivo.

I suoi due strumenti, il pianoforte e la voce (prima ancora che le canzoni vere e proprie)
faranno da battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, almeno nei
rispetti del panorama del cantautorato italiano, e insieme contribuiranno al non trascurabile
merito di aprire le porte alla riscoperta filologica e classica (estranea quindi agli esperimenti
del giro Cramps, Perigeo, etc.) della musica jazz in Italia, fino ad allora tenuta a forza
nell'oscurità. Il Conte interprete, in ultima analisi, si pone come chanteur decadente,
distaccato, obliquo e nobile a un tempo, con un timbro vocale roco e profondo, soavemente
sferzante, pungente e anti-retorico.

Paolo Conte nasce nel 1937 ad Asti, da una famiglia di legali. Durante la guerra trascorre
molto tempo nella fattoria del nonno, laddove si compie uno dei primi capitoli della sua
formazione: il rispetto della diversità delle culture e, allo stesso tempo, del proprio luogo
d'origine. Tramite i genitori (appassionati sia di musica colta che di canzoni popolari)
apprende i rudimenti del pianoforte, assieme al fratello minore Giorgio, ma la vera passione
musicale giunge con l'immediato dopoguerra. L'avvento della stagione del cinema moderno,
oltre alle marce delle bande militari americane, ma soprattutto l'ascolto di dischi e di concerti
di musicisti americani in tour, generano il primo embrionale amore di Conte per la musica
jazz.
Paolo Conte (RCA, 1974) 6 Laureatosi in Legge all'Università di Parma, inizia a lavorare come assistente presso lo studio
Paolo Conte (RCA, 1975) 7 paterno, ma nel frattempo decide di estendere al livello semi-professionale gli studi musicali.
Sono quelli gli anni delle sue prime band, i cui nomi tradivano l'euforia per il jazz e lo swing
Un gelato al limon (RCA, d'oltreoceano: Barrelhouse Jazz Band, Taxi for Five, The Lazy River Band Society. Il più
6
1979) fortunato del lotto, il Paul Conte Quartet (in cui figurava anche il fratello Giorgio alla chitarra,
Paris Milonga (RCA, 1981) 7 mentre a Paolo spettava il vibrafono), arriva ad incidere un Lp di brani standard jazz per la
Rca ("The Italian Way to Swing").

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Appunti di viaggio (RCA,


7,5 Parallelamente nasce e si sviluppa la passione per la canzone italiana, filtrata sia attraverso
1982)
le trasmissioni radio che tramite il suo interesse per le tradizioni popolari, in particolare per
Paolo Conte (CGD, 1984) 7,5 la canzone napoletana e per la chanson di Brel e Brassens. E' forse grazie a quelle poetiche
di narrazione lucida e anti-retorica, a quegli sguardi disincantati e idealizzati su
Concerti live (CGD, 1985)
(dis)avventure di alienazione e cinismo, di farsa grottesca ma impietosa sulla società
Aguaplano (CGD EastWest, contemporanea, che Conte comincia a scrivere le sue prime canzoni, destinate a
6,5 interpretazioni di artisti italiani e internazionali, dapprima senza paroliere in coppia col
1987)
fratello e solo successivamente dedicandosi anche ai testi in coppia con Vito Pallavicini.
Paolo Conte live (CGD Nascono così, nella seconda metà dei 60, "Siamo la coppia più bella del mondo" (esordio
EastWest, 1988) solista di Conte a tutti gli effetti, su testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete, da subito
Parole d'amore scritte a numero uno in classifica) e "Azzurro" per Adriano Celentano, "Insieme a te non ci sto più"
macchina (CGD EastWest, 7 per Caterina Caselli, "Tripoli '69", "Genova per noi" e "Onda su onda" per Bruno Lauzi (anche
1990) coautore), "Messico e nuvole" per Enzo Jannacci, "Grin grin grin" e "Se (Yes)" per Carmen
Villani, insieme ad altre collaborazioni con Patti Pravo, Johnny Hallyday e Shirley Bassey.
Stai seria con la faccia ma
però (antologia, 1992) Queste prime avvisaglie del suo stile distaccato, riflessivo con arguzia e tagliente ironia,
Novecento (CGD EastWest, traboccante di immagini dinoccolate, verranno convogliate e esplose nel primo Lp a suo
7 nome, Paolo Conte (Rca, 1974), in cui compare, oltre che come autore di musica e testi,
1992)
anche come esecutore, interprete e arrangiatore. E' una raccolta ancora incerta e non
Tournée live (CGD EastWest, precisamente a fuoco, quasi un'antologia revisionista delle opere prestate ad altri in
1993) precedenza, a suon di "Fisarmonica di Stradella" e orchestrata con una semplicità artigianale
che fa emergere solo a tratti il talento più genuino delle opere della maturità. Quest'album è
Una faccia in prestito (CGD
6,5 anche il primo episodio di una trilogia dedicata alla transizione da praticante di studio legale
EastWest, 1995)
a cantautore tout-court. Vi compaiono spettri di una provincia disastrata da una vita assente
The best of Paolo Conte e annoiata, avvolta da una membrana di ipocrisia latente, da angosce represse e inespresse,
7,5
(CGD EastWest, 1996) ma pure rimpolpata da emozioni intime, infuse da episodi commoventi e raccolti con cura.
In questo suo primo periodo creativo, Conte dà alla luce i primi due episodi della famigerata
Tournée 2 live (CGD
saga dedicata all'"Uomo del Mocambo", storia del proprietario di un mitico bar-scenario di
EastWest, 1998) situazioni decadenti, di curatori fallimentari (aiutato, in questo, da un forbito spirito
Razmataz (CGD EastWest, autobiografico), di incomunicabilità tra conviventi, di tinelli "maròn", di facciate
6,5 architettoniche (insegne, luci, etc.) assurte a simbolo di un umore generazionale, di caffè
2001)
sorseggiati, quasi terapeutici nel loro scopo di estraniazione dal contesto di vita quotidiana.
Razmataz Dvd (CGD "Sono qui con te sempre più solo", "La ricostruzione del Mocambo", e, più avanti, "Gli
8
EastWest, 2001) impermeabili" e "La nostalgia del Mocambo" costituiscono una tetralogia di canzoni che per
Reveries (CGD EastWest, più di un motivo può essere assunta a metafora dell'opera di Conte, oltre che episodio
5,5 altamente significativo della canzone italiana in senso lato.
2003)
Elegia (Atlantic, 2004) 6,5 "La ricostruzione del Mocambo" è anche uno dei pezzi forti del suo secondo album, Paolo
Conte (Rca, 1975), opera che sancisce il definitivo distacco dalla produzione di canzoni
d'interpretazione altrui, per approdare finalmente a una collezione di brani destinati a essere
disco consigliato da Onda Rock ricordati come suoi primi classici. Proprio il secondo episodio dell"uomo del Mocambo
stupisce per la sua ritrovata vena jazzy (fino ad allora tenuta a freno), un fiato dipanato a
pietra miliare di Onda Rock mo' di Nino Rota e vocalizzi sonnolenti del coro femminile che impostano magnificamente la
strofa. "Genova per noi", l'ultima reinterpretazione delle sue canzoni pregresse, diventa una
marcetta a bolero impreziosita da capricciose dissertazioni di piano, ma pure con un
accompagnamento che si arricchisce via via di preziose sfumature (anche cacofoniche), e "La
Topolino amaranto", la primissima canzone scritta da Conte a quattro mani col fratello (e mai
Sito ufficiale rispolverata prima di allora), uno stride à-la Luckey Roberts speziato da una contrastante
associazione della fisarmonica a mimare una melodia popolaresca.
Concerto: Paolo Conte
In Un Gelato al limon, capitolo conclusivo del primo periodo, è dotato di un
autobiografismo già traballante, che spesso abdica in favore di interiezioni a viso aperto, di
ritratti maggiormente metaforici, simbolici e impressionisti; arrangiamenti lussureggianti,
suono più corposo (vi compare la Pfm), ma quelli che spuntano sono i jive puntuti ("Bartali",
inno salace allo sport favorito) e i tango strascicati ("Rebus", "Un gelato al limone"). La
risultante è un discutibile compromesso tra la transizione e il consolidamento di uno stile
casual, ma con una medietà di fondo che troppo si sforza di non essere qualunquismo.
Suonerie Paolo Conte
scarica gratis la hit del A questa trilogia di opere ne farà seguito una successiva, caratterizzata dall'apertura stilistica
momento rendi unico il tuo che ne decreterà l'assoluto valore artistico e la riconoscibilità, e dalla volontà di parlare
telefonino! apertamente all'ascoltatore di immagini minute, sensazioni, emozioni, odori, profumi,
www.mobile258.com incontri e scontri di personaggi beffardi o sardonici, ideali mitici e cicli simbolici.
L'autobiografismo cede definitivamente il posto all'uomo disincantato e ai suoi enigmi, alle
melanconie di una vita ancora in divenire, ai rimpianti e alle rievocazioni. Le istanze stilistiche
si ampliano considerevolmente, arrivando a lambire nuclei davvero malleabili di idee efficaci
Paolo Conte e dall'inesauribile fantasia. Le sue canzoni diventano così vere e proprie occasioni musicali in
Le ultime notizie dalla rete grado di ospitare danze latino-americane (tango, habanera, fandango, paso doble, jive, cha
Trovi guide e consigli cha, rumba), piece piano-voce di melanconia struggente (spesso impreziosite con
interpretazioni solistiche) e ampie aperture melodiche (viste soprattutto come controparte
online
forte della parte testuale), e di fondere ogni tipo di istanza stilistica in forme inconsuete,
Life.dada.net
eleganti, distaccate ma altrettanto partecipate. Al di sopra di tutto, la propensione alle
partite jazz e swing, influenzate da Fats Waller e Duke Ellington, si esprime in tutta la sua
eleganza obliqua e distaccata, contribuendo a porre le liriche (pregne di ellissi, giochi di
parole, sinestesie) su un piano ancor più alto di schiettezza emotiva anti-magniloquente.
Hotel per Umbria jazz
Hotel Umbria Jazz a
Le nuove conformazioni delle sue band di supporto vanno coerentemente in questa
Perugia piscina, solarium, direzione, collocandosi a metà via tra ensemble jazz e big band, e mostrando sempre nuove
4 stelle capacità di invenzione.
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MP3 da Scaricare
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Primo frutto di questa "coerente deviazione" contiana è Paris Milonga (Rca, 1981). Così,
nell'apertura affidata a "Alle prese con una verde Milonga" (uno dei suoi capolavori), tramite
la lentezza sorniona, il declamato melodioso della voce di Conte (notevolmente abbassato di
tono rispetto al "Gelato"), il bolero/blues/flamenco portato avanti da fattucchieri armonici,
appare chiarissima una volontà di contaminazione sfibrante, obliqua ma perentoria. Lungo
tutta l'opera, Conte distribuisce con dosato equilibrio i caratteri portanti del suo repertorio:
toccanti ballate piano-voce ("Blue Haway", "Parigi", "Un'altra vita"), sketch swinganti con
madrigalismi e contrappunti di chitarre da Carosello ("L'ultima donna"), vaudeville in versi
liberi ("Via con me", "Madeleine"), piece da big band con forte apparato improvvisativo
("Boogie"), persino irresistibili neo-standard ("Pretend Pretend Pretend"). E' un album
sapientemente jazzy, a dichiarare quasi un'urgenza dopo tante repressioni creative, che
forse ha importanza tanto teorica (illustrare le possibilità della forma canzone all'alba del
nuovo periodo creativo), quanto pratica: raramente Conte raggiungerà ancora queste vette
di godibilità spicciola, e insieme il miglior punto di partenza per un sound filologicamente
contiano.

Se Paris Milonga materializza il boom di Conte come personaggio unico nel panorama
italico, ma è ancora vagamente stentante sotto il profilo della rifinitura complessiva
dell'opera, il successivo Appunti di viaggio (Rca, 1982) procede spedito nella direzione
della definizione dell'album come ciclo di canzoni, come totalità inespugnabile. Caso forse
unico nel panorama della discografia di Paolo Conte, è un'opera malandrina e sciatta, che
canalizza superbe capacità strumentali e poetiche in canovacci vitali di forte suggestione,
spesso senza inizio e fine, ma solo dotati di autonomia, di coscienza di essere brandelli
scorciati di ironia quotidiana, di particolari di bozzetti magnificati e scardinati dal loro
contesto di appartenenza. Già nello splendido incipit di "Fuga all'Inglese", con una sorta di
campionamento (quasi anticipatore del lo-fi) di piece Gershwin-iana, emerge l'estetica più
pura di Conte: il ritrovamento degli scarti del passato, la loro reintegrazione per farsi veicolo
di trasfigurazione temporale e, insieme, di gioia inventiva.
Con "Dancing" ci si catapulta in una rumba scaltra, accompagnata da un piano elettrico e
un'orchestrina Memphis-style, e "Lo Zio" è un moto Buscaglionesco che impagina cavalcate
di chitarra swing fino alla chiusa maldestra per colpo di piatti, mentre "Diavolo rosso" è uno
straordinario foxtrot da camera con palpiti di synth e una sezione ritmica incalzante. "Gioco
d'azzardo" e - in misura minore - "La frase" sono accessori di tutto rilievo per l'economia
dell'album: di nuovo cicli continui genialmente costruiti quasi ad libitum, con ritmi di balera,
synth estatici ma inquieti, e parti improvvisative in pieno stile bop guidate dal sax contralto.
"Hemingway", astro fulgido della sua opera, suo capolavoro melodico, è una codifica del
formato canzone organizzata secondo un crescendo corale e emozionale che parte dai
languori sottotono di Conte e arriva a una grande apertura strumentale per fiati e tastiere
innescata dal solo piano. "Nord" chiude l'album come "Wreck On The Highway" chiudeva lo
Springsteen-iano "The River". Un vuoto nostalgico, marcato dai toni di diario confessionale,
si fa largo nei versi da filastrocca dolcissima, per poi alzarsi in veduta aerea con un tema
melanconico ma pure rasserenato da una jam agrodolce del tutti orchestrale. Conte è qui
davvero al suo apice formale e sostanziale, alla piena consapevolezza delle sue potenzialità
artistiche (anche in virtù di una sempre maggiore dimestichezza con i generi e i prestiti
"esterni"), alla dichiarazione d'intenti che non si limita a un programma pure puntuale sulle
manipolazioni della forma canzone, ma che invece sonda con fare arguto zone strumentali e
piani narrativi, trasporto emotivo e distacco da narratore votato all'essenzialità disarmante
ma altamente evocativa.

Con Paolo Conte (Cgd, 1984), la fusione delle due precedenti istanze creative (quella dei
classici di Paris Milonga e quella globale degli Appunti) arriva a perfetto compimento. E',
insieme, il suo disco più sofferto e meditato, il suo "Tonight's The Night", il Conte più
meditabondo e quasi vittimista, e insieme uno snodo espressivo destinato a imporsi alle
nuove generazioni come punto cardinale del nuovo cantautorato a venire. Da una parte ci
sono canzoni memorabili come "Gli impermeabili", prosecuzione e apice dello standard
melodico contiano, nonché terzo episodio della tetralogia del Mocambo (una sorta di sereno
funerale alla sconfitta delle aspirazioni intonato dagli archi aerei), "Come mi vuoi?", serenata
anti-romantica per piano e sax, o ancora "Come - di", irresistibile swing alla Calloway.
Dall'altra c'è il tema unificante dell'uomo scimmia (nelle comunità nere è il ballerino jazz),
dipanato secondo dotte citazioni-metafore di un personaggio ridotto a una sorta di sbando
emotivo. Nel mezzo dell'opera viene "Sotto le stelle del jazz", forse il suo capolavoro
definitivo, una mistura geniale e poetica di atmosfere intime, confidenziali, liriche ed
enigmatiche, dagli accenti gospel, blues, honky tonk e brass band, una raccolta di mottetti
mitici (su testo originalissimo e commovente), di immagini notturne create dalla notte
stessa, un diario di sospiri blues e di nostalgie trasognate.
Completano il tutto lo strumentale "The Music - All?", sonetto dolente per piano e vibrafono,
quasi una sua personale versione dei "Notturni" chopiniani, la ballata di "Chiunque", con un
nuovo duetto di piano e sax a spartirsi tristezze accorate e indefinite, secondo una
progressione di accordi nobili e taciturni, e la piece avveniristica di "Simpati - Simpatia", con
il sequencer in bella vista a donare disegni di raccordo al piano sempre presente.
Apoteosi del Conte cantante, pianista, poeta maudit tutto italiano di un'anima segnata nel
profondo da sofferenze minute, è un disco subliminale che si compone di brani felici nelle
loro contaminazioni scevre, allampanate. Laddove il jazz serve soprattutto a costruire
impalcature emotive, l'autore addomestica strumenti e orchestrazioni secondo un umore
trasfigurato a invettiva solenne, preghiera introspettiva. "Come mi vuoi?" avrebbe dovuto far
parte di "Occulte persuasioni" di Patti Pravo (Cgd, 1984), ma ne rimase escluso;
effettivamente però il cantautore collaborò all'album con lo pseudonimo di "Solingo".

Accolto benevolmente dalla critica, il disco lancia Conte anche nello scenario internazionale.
Ne segue un'intensa attività live, che lo vedrà impegnato in Italia come (e forse più) in

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Francia, quella stessa Francia che gli aveva infuso ispirazione agli inizi della sua carriera.
Concerti (Cgd, 1985), contenente registrazioni dal vivo di queste prodezze in forma di Contatti Feedback Copyright
canzone, immortala degnamente questo periodo. sviluppo, grafica e supervisione di
Edoardo M. Cappuccio
Sulla scia del rinnovato interesse nei suoi confronti, Conte pubblica la sua opera più
ambiziosa, uno dei rari album doppi della musica italiana, Aguaplano (Cgd, 1986). Si tratta,
in realtà, della tipica opera di transizione, in cui l'autore raccoglie i frutti del seminato e, con i
medesimi ingredienti, ribadisce la sua estetica e appronta il punto della situazione. Il formato
del doppio vinile contribuisce a porre in essere le sue più urgenti volontà, ma neppure Conte
riesce a sottrarsi al rischio di enciclopedismo cui spesso ci si imbatte in questi casi. Il
rafforzamento dei suoi standard è comunque convincente. Ci sono, ad esempio, le ormai
classiche aperture melodiche: la title track, con l'ampio tema boliviano intonato da coro e
orchestra, o "Max", altro dei suoi brani forti, un crescendo agogico con motivo bipartito à-la
Bolero di Ravel. "Paso Doble" è una gag piano-voce da cabaret jazz, quasi auto-ironica, con
brillante alternanza tra strofa incupita e ritornello accelerato con note ribattute in tonalità
maggiore, e "Nessuno mi ama" attacca con un tema sensuale di piano, sax e contrabbasso,
per poi librarsi in uno swing Ellington-iano con l'introduzione di un coro femminile.
La sortita partenopea di "Spassiunatamente", la cool-song di "Anni", il tempo ternario di
"Hesitation", adornato dai madrigalismi impostati dai giochi pianistici della mano sinistra, il
divertissment in tempo dispari di "La Negra", il valzer per piano bonaccione da parodia della
belle epoque di "Non Sense", la ballata in rima di "Gratis", la danse macabre condotta dallo
jambé di "Les Tam-Tam du Paradis", la piece dell'assurdo onomatopeico-poliglotto di
"Ratafià", sono tutti episodi di aggiustamento e di sguardo al futuro. Più cartina tornasole,
test creativo, che opera profondamente sentita, Aguaplano è il disco delle mezze verità:
Conte si sbizzarrisce, ma soprattutto constata; non entusiasma, ma teorizza.

Un altro disco dal vivo, Paolo Conte Live (Cgd, 1988), prova che il periodo è maggiormente
incentrato alla ricerca e alla rielaborazione delle proprie tematiche che alla creazione vera e
propria.

Con il dittico Parole d'Amore Scritte a Macchina e Novecento, s'inaugura un nuovo


periodo di fertilità per il cantautore. Passate le grandi sbornie concertistiche, Conte si dedica
maggiormente alla propria personalità più intima, alle emozioni spicciole, soprattutto
esternando una volontà che parte dal suo vissuto più profondo. Dopo aver sondato
esperienze in forma diretta dal punto di vista della condivisione con una controparte umana
("Lo Zio", "Fuga all'inglese", "Come mi vuoi?") o mitologica ("Alle prese con una verde
Milonga", "L'ultima donna", "Sotto le stelle del jazz", "Diavolo rosso"), Conte assesta le sue
istanze poetiche su narrazioni e confessioni che partono principalmente dal proprio io
sognante, elaborante, inquieto con levità.

Il primo, Parole d'Amore Scritte a Macchina (Cgd, 1990), è l'opera più anomala della sua
carriera, che segna un'ulteriore svolta stilistica al limite dello sperimentalismo. E' anche il suo
primo album a focalizzarsi sull'atmosfera, mai così scarna, impavida, enigmatica e allo stesso
tempo sbilenca e appena sbozzata, e su costruzioni insolite e anacronistiche. L'ouverture,
"Dragon", è degna di stare accanto a "Alle prese con una verde Milonga": uno straniante
boogie-blues "ferroviario", scandito dal sequencer sovrainciso e da chitarre in trance, con
cori e vocalizzi voodoo, fratturato tra gli sbotti del trombone con sordina, le contorsioni del
clarino, orpelli arcani di contrabbasso e una tanto breve quanto oscura declamazione di
Conte. "Il Maestro" è addirittura un epico inno Verdi-iano intonato da un coro femminile,
ripetuto da Conte con la sua solita capacità di variazione obliqua, tributando parte delle sue
stesse influenze artistiche. "La canoa di mezzanotte", l'episodio più sperimentale della sua
carriera, è un duetto (Sybil Mostert alla seconda voce) basato quasi esclusivamente su synth
e sequencer, e "Ma si t'a vo' scurda'" è un'altra piece partenopea.
In "Ho ballato di tutto" un fiero inciso da sonata beethoviana prelude a una sordida
esplosione dei pizzicati rutilanti degli archi e alle pennate marziali della chitarra, e
intersecazioni astratte di arabeschi orchestrali in dissonanza contrappuntistica. "Un vecchio
errore" è un nugolo di sottocodici (classicismo e accompagnamento ballad, confessionalità,
rassegnazione e cocciutaggine) che impagina una nuova piece piano-voce (e una delle sue
migliori). "Mister Jive", infine, chiama in causa nuovamente il coro per dipingere un
nostalgico omaggio a Harry Gibson e al "Cotton Club", tempio storico della musica jive,
dotato di crooning decadente e compassionevole tristezza nell'alternanza strofa-chorus. E' un
album incantatore, che rifugge ogni programmatica retorica per farsi fatalista fino
all'eccesso. La voce di Conte, gigiona, "soul" e impertinente come non mai, fa sfoggio di
grammelot, prestiti linguistici, ermetismi e istrionismi. La copertina è stata disegnata da
Hugo Pratt.

La seconda parte, Novecento (Cgd, 1992), pur mantenendo costante la vena nostalgica,
procede in direzione opposta. Il focus dell'opera è quello della fusione massimalista
(orchestrale) di stili e generi musicali tra i più diversi, ma sempre ricondotti nell'umore
artistico d'inizio secolo, o del trapasso tra due ere. "Gong-Oh", la più filologica del lotto, è un
tributo à-la Art Tatum dedicato a Chick Webb e Sidney Bechet. La title track è un altro
sfolgorante preludio, un'apertura sinfonica con trilli Waller-iani del piano, un tema di valzer,
e un'atmosfera liberty da fin de siecle, in consonanza con la carovana di cantastorie e
saltimbanchi dell'orchestrazione. La nuvola di synth di "Il treno va" e della romanza di "I
giardini pensili ha fatto il suo tempo" è l'unico ricordo degli esperimenti di Parole d'amore
(in ogni caso qui utilizzato in senso altamente naturalista). "Schiava del Politeama" è un
tango sordido nel miglior stile contiano, quasi una sua autoimitazione, ma pure una
carezzevole orchestrazione di fisarmonica, concertino di archi e solo di sax.
Il duetto di piano e contrabbasso di "Per quel che vale" è sconsolato e rarefatto fino
all'eccesso, ma si risolleva con un bolero decadente, e la tropicalia big band di "La donna

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della tua vita" è un piccolo carosello degli stili più cari all'autore. "Inno in re bemolle" è un
music-hall lento e raffinato, dominato da un sax mesto, e "Una di queste notti" propone
un'intro da circo fatato e - poco dopo - un'accelerazione da samba accattivante, mischiata
nel modo più naturale a temi e idee melodiche da Caffè Concerto parigino. In "Do do"
(cantato da Jino Touche, contrabbassista della band di Conte) sparisce la dimensione
baldanzosa che pervade l'album e si fa avanti un'atmosfera sacra e intrigante a tratti, quasi
una benedizione finale.
Vedetta e crocevia, corrispettivo delle intuizioni di riedificazione di climi austeri di Adolf
Angst, è soprattutto un album contenitore, anche se di charme indiscutibile, che imposta un
discorso sfuggevole fatto di canzoni sfuggevoli. Tradizionale solo in senso molto superficiale:
il tema anacronistico è un mero pretesto per esplorazioni e traiettorie deviate. Anomale
quanto il precedente (e forse più). Novecento è anche l'album che esporterà
definitivamente il cantautorato contiano presso quelli che sono normalmente considerati i
suoi allievi (Vinicio Capossela, Sergio Cammariere, Ivan Segreto, Carlo Fava, Don Ciccio
Philarmonic Orchestra), e porrà le basi per il suo stesso superamento.

Entrambi anacronistici, Parole d'amore e Novecento sono - diversamente da quanto si


crede - due album contiani fino al midollo, il suo ying e yang, un'immagine e il suo negativo
fotografico. Laddove Parole d'amore è ermetico, strumentalmente eccentrico, taciturno,
confessionale e intimista, Novecento è descrittivo, orchestrale, logorroico, espansivo ed
esuberante. Con questo dittico, Conte ha finalmente messo a nudo le sue basi emotive
(prima ancora che artistiche), e edificato un ciclo di canzoni che va inteso paradossalmente
come un tutt'uno inscindibile.

Il music-hall di "Bye, Music", la ballata in francese di "Reveries" e lo strumentale di


"Ouverture alla russa" sono i tre inediti di Tournée (Cgd, 1993), primo volume di live
registrati tra Amburgo, Parigi, Valencia e Vienna.

Una faccia in prestito (Cgd, 1995) ritorna a un nuovo ripensamento in stile Aguaplano.
Come in quel caso, si tratta di un album prolisso e pedante, eclettico e non privo di momenti
emozionanti, ma dalla scarsa tenuta globale. Sembra quasi che, in questi casi, Conte dia alla
luce quante più idee possibili per mettere alla prova la sua arte e scacciare i fantasmi
dell'inaridimento dell'ispirazione. "Don't Throw It In The W.C" è un'impegnativa ciaccona
Armstrong-style che può essere assurta a metafora dell'intera opera: tromba con sordina a
guidare una lunga introduzione semi-orchestrale, armonie convenzionali ma al contempo
molta pregnanza nell'arrangiamento, versi scarni e di secondaria importanza. L'ormai
veterano cantautore, in ogni caso, sa ancora splendidamente librarsi in rumbe vertiginose
come "Elisir", in can-can baldanzosi come "Sijmadicandhapajiee", in ninna-nanne dolenti
come "Le parole tue per me", e in staffette piano-voce come quelle della title track. "Danson
metropoli" è un nuovo gioco non-sense swingante vagamente superfluo, e la seguente "Il
miglior sorriso della mia faccia" tenta di scimmiottare i suoi passati capolavori melodici.
Sebbene con molti tentativi di riabilitazione alle spalle, quello di Una Faccia In Prestito è
un Conte "struccato" che crede più a orchestrazioni scaltre e sonnambule (spesso rette dal
solo Max Pitz) che ad associazioni fantasiose. Cominciano a farsi avanti canzoni pedanti che
meglio figureranno nei live show del periodo, non a caso i più felici della sua carriera. I sette
minuti finali de "L'incantatrice" e la drammaturgia spinta di "Quadrille", con il rodato Touche
alla seconda voce, sono le prime avvisaglie del progetto "Razmataz".

The Best Of (Cgd, 1996) è la migliore antologia su Paolo Conte fino ad oggi realizzata.
L'edizione del 1998, realizzata per il mercato americano, è prodotta dalla Nonesuch.
Tournée 2 è il sequel del disco di cinque anni prima, e il miglior album live di Paolo Conte
(cinque gli inediti: "Swing", "Irresistible", "Nottegiorno", "Roba di Amilcare, "Legendary").

Conte è in ogni caso arrivato ben oltre il suo programma di illustre rivisitazione della canzone
italiana, ne ha sfondato diversi limiti attraverso una reinvenzione che parte da presupposti
liberi da qualsiasi costrizione di genere, ma pure giocando al rispetto reverenziale delle sue
nobili fonti ispiratrici. Questa libertà compositiva non ha mai fruttato espedienti contraddittori
o privi di dimensioni creative sterili o senili, ma anzi appare votata alla spontanea continuità
lungo direttrici poetiche pregne di fascino, di un'autodescrizione che è apertamente
intransigente con il destinatario dell'opera artistica, e in primis con sé stesso, uomo elegante
e melanconico sempre in preda a turbamenti soavi di impalpabile profondità. Nelle
spavalderie felliniane del secondo disco, così come nei moti perpetui di Appunti di viaggio,
o nelle dissertazioni stilistiche di Aguaplano, così come nei vaudeville jazzati di Paris,
Milonga, nelle lamentazioni dell'omonimo, così come nelle coloriture orchestrali di
Novecento, o negli ermetismi eccentrici di Parole d'amore, emerge una personalità
irriducibile, votata a un continuo gioco di sobria rielaborazione e incanalamento rigoroso in
termini di rispetto di regole e genuine consuetudini. Questo "doppio registro" è, alla
conclusione di questo intenso periodo creativo, una delle più grandi e miracolose lezioni
impartite al cantautorato e alla musica italiana in generale.

L'autore, esaurita parzialmente la vena creativa della forma canzone, si dedica alla
realizzazione di un'opera che tiene in segreta gestazione fin dai suoi esordi.
Razmataz, il risultato finale di quel lungo processo, è un colossale progetto di operetta
multimediale per illustrazioni e colonna musicale, che - da sola - rappresenta una stagione
creativa particolarmente cara all'autore. Tale progetto serve a Conte per muoversi su più
fronti: anzitutto quello di (ri)scoprirsi compositore in grado di pennellare operette liriche, alle
prese tanto con arie quanto con ouverture, intermezzi e grandi parate orchestrali. In
seconda analisi, è l'occasione irrinunciabile per poter mettere a nudo, finalmente, la passione
innata per la pittura e la storia dell'arte, sia dandone frutto concreto producendo disegni e
tavole sia focalizzandosi tematicamente sulle avanguardie artistico-pittoriche del primo '900

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(surrealismo e dadaismo su tutti, anche se lo stile pittorico di Conte è più vicino al primo
Carlo Carrà). Allo stesso tempo, il tutto serve a Conte per poter sondare, una volta di più, la
sua grande capacità di amalgama, tramite il provvidenziale senso di discretezza presente da
sempre nelle sue canzoni.
Ne nasce un'opera quantomeno significativa, anche se destinata a essere dimenticata in
fretta (non certo a bissare i successi planetari del coevo "Gobbo di Nôtre Dame" di Riccardo
Cocciante), realizzata nelle versioni italiana, inglese, francese e spagnola, che sviluppa in un
centinaio di tavole (schizzi a carboncino, tempere, disegni, etc.) e in più di due ore di
sincronizzazioni audio-video, una trama volutamente imprecisa.

Il pretesto narrativo è quello della ballerina africana di nome Razmataz, della sua rincorsa al
successo nella bella e grande Parigi e della sua rapida e misteriosa scomparsa; qui incontri di
talent-scout truffaldini, artisti di strada, amici dello spettacolo in pieno successo, e di altre
figure mitologiche di oscura decifrazione faranno decollare la storia verso lo status di parata
universale nel mondo dell'arte, intesa da Conte come creatività austera e sfuggevole, e verso
la profonda riflessione sulle atmosfere di suprema contaminazione culturale degli inizi del
'900, tra sperimentazioni pittoriche, jazz degli esordi, cultura africana, classicismo operistico,
poetica dei bassifondi della metropoli.
Tecnicamente, la fruizione live dell'opera avviene tramite la visione multipla e sincronica di
più proiettori, disposti in più sale secondo un percorso di mostra audiovisiva, e l'ascolto della
colonna musicale. Nelle prime rappresentazioni del "Razmataz Tour", avvenute lungo tutto il
2001 a Cannes (prima internazionale in occasione della Mostra del Cinema), Londra, Berlino,
e solo successivamente in Italia, lo spettacolo comprendeva una performance live eseguita
da una band-orchestra sinfonica, alla stessa stregua di un preludio operistico, di
un'introduzione da parte di una voce narrante fuori campo, e dello svolgimento vero e
proprio, tramite tendine e transizioni tra opere pittoriche. La componente visiva reagiva in
primis con sé stessa, a mimare interazioni dialogiche e parti solistiche, e poi - ancora in
modo sincronico - con la colonna musicale (preregistrata) che ne costituiva alternativamente
intermezzo strumentale, sottofondo di puro accompagnamento o vero e proprio attore
protagonista, quasi a sorpassare la forza visiva dei personaggi inventati e disegnati
dall'autore.

I brani vocali prevedono interpreti che spaziano dallo stesso Conte a soprani lirici, chanteuse
dal timbro à-la Edith Piaf, crooner Waits-iani, performer afro-americane. Le composizioni - in
linea con gli assunti di questo "musical pittorico" - inglobano elementi eterogenei, presi in
egual misura dalla tradizione, dall'opera lirica e dal suo stesso repertorio personale.
Progetto fatto di anacronismo e retorica nostalgica, ambizione e ricercatezze da provinciale
universalismo, itinerante difformità. Ha il classico gusto surreale dei Magrittiani macigni in
aria, talmente innaturali nel loro spontaneo sfasamento temporale, che pure l'attenta
osservazione diviene meccanica e certosina insensatezza. E' per questo motivo che il
prevedibile flop ne pregiudicherà le sorti. Una sintesi mirata (da respirare profondamente,
più che da vedere o sentire) dell'estetica Contiana tout-court. La colonna sonora, edita su
Cgd East West nel 2001 e comprendente solo alcune highilight - riarrangiate - delle
performance originarie, rende un tiepido merito di gradevolezza. Occasione compositiva
tratta dall'omonimo romanzo, di pugno dello stesso Conte.

Reveries (2003) è un'altra commercializzazione pensata per il mercato americano (ma di lì a


poco diffuso anche in Europa), contenente l'inedita versione di studio della title track, (fino
ad allora conosciuta esclusivamente in veste live), insieme a stanchi rifacimenti di alcuni
classici ("Dancing", "Fuga all'Inglese", "Come Mi Vuoi?", "Madeleine") e a brani originali tratti
da Novecento e Aguaplano.

A nove anni dall'ultimo disco di canzoni, Conte torna con la sua opera più notturna e
disillusa, Elegia (Warner, 2004). La title track attacca con un pianoforte solitario, dalle nobili
volute Chopin-iane, "Chissà" è una ballata atmosferica basata su rintocchi gravi del piano e
su sobri contrappunti e "Molto Lontano" è una danza ternaria con un cambio di tempo nel
chorus che diventa (ri)cambio d'atmosfere. "Non Ridere" (un suo esclusivo e commosso
j'accuse), "Sandwich Man" (calypso piano-driven dalle liriche impressionistiche),
"Bamboolah" (una piccola valida opera di stilizzazione) e "Il Regno del Tango" (un'emotiva
mistura stilistica in tempo di bossa) sono brani con cui il bardo di Asti torna a sfogarsi
tramite invenzioni coloristiche rimaste forse adombrate in dischi come il precedente.
Il quarto episodio della saga dell'uomo del Mocambo ("La Nostalgia del Mocambo") è
perfettamente integrato nel mood del disco: un'oasi estatica di note accarezzate di piano
accostata e contrapposta a un chorus snello, mentre il protagonista mette da parte anche le
sue ultime flebili speranze e si abbandona una volta per tutte (ma serenamente) al "tinello
maròn" in compagnia dell'immancabile convivente, e sorseggiando l'altrettanto immancabile
caffè.
Disco ruvido e privo di effetti retorici che non siano quelli riassuntivi di una poetica, Elegia,
seppur con scarsa immediatezza bozzettistica, permette a Conte di muoversi con la
bacchetta magica dello switching di umore e di sensazioni interiori, presa in prestito da un
viandante sulla via di casa e avvolto dai mille pensieri del rientro. Massiccio impiego di
Claudio Chiara (suona flauto, sax alto e tenore e contrabbasso). Primo album del cantautore
per la Atlantic.

Dopo 37 anni, Paolo Conte è tornato a scrivere per Adriano Celentano. La canzone,
"L'indiano", fa parte della colonna musicale della trasmissione televisiva "Rockpolitik", andata
in onda su RaiUno nell'ottobre 2005.

A fine 2005 è stato pubblicato un doppio album live (corredato da relativo Dvd) contenente
l'intera performance del concerto del 26 luglio di Conte all'Arena di Verona. E' presente un

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altro inedito, intitolato "Cuanta Pasiòn", che vede la partecipazione del chitarrista Mario
Reyes (Gypsy Kings Family) e della cantante iberica Carmen Amor.

Wonderful (Bmg, 2006) è un superfluo box di tre cd a coprire in modo tanto elegante
quanto maldestro l'intera produzione di Conte per la Rca (i primi due omonimi, Un gelato al
limon, Paris Milonga e Appunti di viaggio).

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