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L'egoismo

è inutile. Elogio della gentilezza


George, Saunders

ISBN: 9788875215927
George Saunders L’egoismo è inutile. Elogio della gentilezza
a cura di Christian Raimo
titolo originale: Congratulations, by the Way.
Some Thoughts on Kindness
traduzione di Cristiana Mennella
© George Saunders, 2014
© minimum fax, 2014
Tutti i diritti riservati
Edizioni minimum fax
piazzale di Ponte Milvio, 28 – 00135 Roma tel. 06.3336545 / 06.3336553 – fax 06.3336385
mailto:info@minimumfax.com
www.minimumfax.com

I edizione: aprile 2014
ISBN 978-88-7521-592-7


GEORGE SAUNDERS

L’EGOISMO È INUTILE
ELOGIO DELLA GENTILEZZA

a cura di
CHRISTIAN RAIMO

traduzione di
CRISTIANA MENNELLA
in memoria dei miei cari nonni
John e Jane Clarke
George A. e Marie (Mae) Saunders
L’EGOISMO È INUTILE
Elogio della gentilezza*

Nel corso dei secoli questa tipologia di discorso si è andata evolvendo secondo una forma tradizionale,
ovverosia: un vecchio barbogio, con gli anni migliori alle spalle, che durante la sua vita ha commesso
una serie di errori tremendi (sarei io), offre un consiglio di cuore a un gruppo di splendidi e gagliardi
giovani che hanno davanti tutti gli anni migliori (sareste voi).
E io intendo rispettare questa tradizione.
Allora, una cosa utile che potete fare con un anziano, oltre a scucirgli soldi o convincerlo a esibirsi in
uno dei suoi balli rétro, per ridere mentre vi godete lo spettacolo, è chiedere: «Se guardi indietro, che
cosa ti dispiace?» Lui ve lo dirà. A volte, come sapete, ve lo dirà anche se non glielo avete chiesto.
Oppure ve lo dirà anche quando gli avrete espressamente chiesto di non dirvelo. Perciò, che cosa mi
dispiace? Di essere stato povero ogni tanto? Non direi. Di aver fatto mestieri orribili, tipo:
«disarticolatore al mattatoio»? (E non chiedetemi in cosa consiste.) No, non mi dispiace.
Di aver fatto il bagno nudo, e un po’ brillo, in un fiume di Sumatra, e di aver alzato gli occhi, vedendo
la bellezza di trecento scimmie sedute su una tubatura, che facevano la cacca nel fiume, il fiume in cui io
nuotavo, a bocca aperta, senza costume? E di essermi preso una malattia micidiale, vomitando per i sette
mesi successivi? Sinceramente no. Mi dispiace d’essermi ogni tanto esposto al pubblico ludibrio? Come
quando, mentre giocavo a hockey davanti a una gran folla, tra cui c’era una ragazza che mi piaceva tanto,
sono riuscito, non si sa come, a cadere emettendo una specie di raglio, ad andare in autogol e nel
contempo a scaraventare il bastone tra la folla, colpendo di striscio la suddetta ragazza? No. Non mi
dispiace nemmeno questo.
Una cosa però mi dispiace:
In seconda media, in classe nostra arrivò una nuova compagna. Per rispetto della privacy, dirò che ci
venne presentata come «ELLEN». Ellen era piccola, timida. Portava un paio d’occhiali blu con la
montatura a occhi di gatto che, all’epoca, vedevi indosso solo alle signore anziane. Quando era nervosa,
in pratica quasi sempre, aveva l’abitudine di mettersi una ciocca di capelli in bocca e masticarla.
E così arrivò nella nostra scuola e nel nostro quartiere, e noi più che altro non la filavamo per niente, a
volte la prendevano in giro («Hai la chioma saporita?», e altre battute del genere). Io vedevo che ci
soffriva. Ricordo ancora come rimaneva dopo certe offese: a occhi bassi, un po’ rannicchiata, come se
avesse preso un calcio allo stomaco, come se ora che le avevano appena ricordato qual era il suo posto
cercasse, per quanto possibile, di sparire. Dopo un po’ si defilava, la ciocca di capelli ancora in bocca.
Immaginavo sua madre, che a casa, dopo la scuola, le chiedeva, che so: «Com’è andata oggi, cocca?», e
lei: «Oh, bene». E sua madre: «Hai fatto amicizia?», e lei: «Hai voglia, con un sacco di gente».
A volte la vedevo vagare da sola nel giardino di casa sua, come se avesse paura di uscire.
E poi... traslocarono. Punto. Nessuna tragedia. Nessuna grande umiliazione finale.
Un giorno era lì e l’indomani non più.
Fine della storia.
Ebbene, perché mi dispiace? Perché ci penso ancora, a distanza di quarantadue anni? In effetti, rispetto
a quasi tutti gli altri ragazzini, mi comportavo abbastanza bene con lei. Non le ho mai detto una parola
sgarbata. Anzi, a volte l’ho anche (moderatamente) difesa.
Eppure, ho questo tarlo.
Perciò ecco una cosa che per me è assolutamente vera, anche se un po’ stucchevole, e che mi lascia
disorientato: quello che mi dispiace di più sono le volte in cui non sono stato gentile.
I momenti in cui un altro essere umano era lì, di fronte a me, che soffriva, e io ho reagito... con
buonsenso. Con pudore. Con moderazione.
O volendo vederla dall’altro lato: Nella vita, chi ricordate con più affetto, con più innegabile
simpatia?
Le persone che sono state più gentili con voi, scommetto.
Sarà forse un po’ semplicistico e senz’altro arduo da mettere in pratica, ma direi che, nella vita, non
sarebbe un’idea malvagia cercare di essere più gentili.
Ed eccoci alla domanda da un milione di dollari: Qual è il problema? Perché non siamo più gentili?
Io la penso così:
Ognuno di noi viene al mondo con una serie di equivoci congeniti che probabilmente sono di origine
darwiniana. Ovvero: (1) noi siamo al centro dell’universo (cioè, la nostra storia personale è la più
importante e la più interessante, anzi, l’unica che conti); (2) noi siamo separati dall’universo (ci siamo
noi, e poi, laggiù, tutto l’ambaradan: cani, altalene, lo Stato del Nebraska, le nuvole basse e, ovviamente,
gli altri); e (3) noi siamo eterni (la morte esiste, sì, bene: per te, ma non per me).
Dunque, noi non crediamo davvero a queste cose – a livello razionale sappiamo che non sono vere –
ma a livello viscerale ci crediamo, e campiamo di queste cose, che ci spingono ad anteporre i bisogni
personali ai bisogni degli altri, anche se ciò che vogliamo davvero, in cuor nostro, è essere meno egoisti,
più consapevoli di quello che accade nel presente, più aperti, e più affettuosi.
Sappiamo di voler essere così perché alle volte siamo così, e ci piace.
Perciò, seconda domanda da un milione di dollari: Come possiamo riuscirci? Come possiamo
diventare più affettuosi, più aperti, meno egoisti, più presenti, meno fuori dalla realtà, eccetera, eccetera?
Già, bella domanda...
Purtroppo mi restano solo tre minuti.
Perciò lasciatemi dire solo questo: il modo c’è. Ma voi già lo sapete, perché nella vostra vita ci
saranno stati periodi di Massima Gentilezza e di Minima Gentilezza, e sapete cosa vi spingeva verso i
primi e vi allontanava dai secondi. È un’idea esaltante: avendo riscontrato che la gentilezza è variabile,
possiamo ragionevolmente concludere che sia migliorabile; e cioè che esisteranno approcci e pratiche
che possono effettivamente accrescere il nostro tasso ambientale di gentilezza.
Studiare serve. Immergersi in un’opera d’arte serve. Pregare serve. Fare meditazione serve. Avere una
spiegazione franca con un caro amico. Inserirsi nel solco di una tradizione spirituale, riconoscere che
prima di noi ci sono state schiere di persone davvero in gamba che si sono poste gli stessi interrogativi e
ci hanno lasciato delle risposte. Sarebbe strano e controproducente non rivolgersi a queste sagge voci del
passato – così come sarebbe controproducente tentare di riscoprire da zero i principi della fisica o
inventare un nuovo metodo di chirurgia cerebrale senza aver appreso quelli già esistenti.
Perché si scopre che la gentilezza è difficile: all’inizio è solo coniglietti e arcobaleni ma poi si
espande fino ad abbracciare... be’, tutto quanto.
Un dato a nostro favore: questa «crescita della gentilezza» avviene in maniera naturale, con l’età.
Potrebbe essere un semplice fatto di logoramento: invecchiando cominciamo ad accorgerci che è inutile
essere egoisti. Anzi, illogico. Arriviamo ad amare certe altre persone e riceviamo un contrordine rispetto
alla nostra centralità. La vita vera ci prende a calci nel sedere e qualcuno accorre in nostra difesa, e ci
aiuta, e impariamo che non siamo separati, né vogliamo esserlo. Vediamo persone a noi vicine e a noi
care che perdono colpi, e un po’ alla volta ci convinciamo che forse capiterà anche a noi (un giorno, fra
molto tempo). Quasi tutti, invecchiando, diventano meno egoisti e più affettuosi. Secondo me è proprio
vero. Hayden Carruth, grande poeta di Syracuse, in una poesia scritta quasi al termine della sua vita disse
che lui ormai era soprattutto Amore.
Perciò ecco a voi la mia previsione, insieme al mio augurio di tutto cuore: mentre invecchierete, il
vostro io diminuirà e in voi crescerà l’amore. L’io lascerà gradualmente posto all’AMORE. E se avrete dei
figli, il vostro io ne uscirà enormemente ridimensionato. Non vi importerà di quello che succede a VOI,
purché siano loro a trarne beneficio. Ecco perché oggi i vostri genitori sono così orgogliosi e felici. Si è
avverato uno dei loro sogni prediletti: avete portato a termine qualcosa di difficile e concreto che vi ha
fatto crescere come persone e renderà la vostra vita migliore, da qui in avanti, per sempre.
A proposito, congratulazioni.
Da giovani, c’è da capirlo, siamo ansiosi di scoprire se abbiamo i numeri per riuscire. Riusciremo a
farcela? A costruirci un’esistenza vivibile? Ma voi – voi in particolare, di questa generazione – avrete
notato che l’ambizione ha una natura ciclica. Andate bene al liceo nella speranza di entrare in un buon
college, e andrete bene al college nella speranza di trovare un buon lavoro, e andrete bene nel vostro
lavoro per poi...
E in effetti è giusto così. Se vogliamo diventare più gentili, dobbiamo anche prenderci sul serio – come
individui che agiscono, realizzano, sognano. Dobbiamo farlo, per essere al meglio di noi stessi.
Eppure, il successo è inaffidabile. «Riuscire a farcela», qualunque cosa significhi per voi, è difficile,
ed è un bisogno che si rinnova costantemente (è come una montagna che continua a crescere mentre la
scaliamo), e c’è il pericolo assai concreto che ci vorrà tutta la vita per «riuscire a farcela», mentre i
grandi interrogativi rimangono disattesi.
Quando mi guardo indietro vedo che ho passato gran parte della vita offuscato da cose che mi
spingevano ad accantonare la gentilezza. Cose come l’Ansia. La Paura. L’Insicurezza. L’Ambizione. La
convinzione sbagliata che il successo mi avrebbe liberato da tutta quell’ansia, paura, insicurezza e
ambizione. La convinzione che solo se fossi riuscito ad accumulare – successi, soldi, fama a sufficienza –
le mie nevrosi sarebbero sparite. Di sicuro ho vissuto in questa nebbia almeno da quando mi sono
diplomato. Negli anni mi dicevo: devo essere gentile, bene, prima però fammi finire il semestre,
l’università, fammi finire questo libro; devo affermarmi in questo lavoro, comprare questa casa, tirare su
i miei figli e poi, alla fine, quando ce l’avrò fatta, comincerò a essere gentile. Solo che non ce la fai mai
una volta per tutte. È un ciclo che può andare avanti... be’, per sempre.
Perciò, ecco un consiglio veloce a chiusura del discorso. Dal momento che, a mio parere, la vostra
vita sarà un percorso che vi vedrà diventare sempre più gentili e affettuosi, sbrigatevi. Fate presto.
Cominciate subito. C’è un equivoco, in ciascuno di noi, anzi, una malattia: l’egoismo. Ma esiste anche
una cura.
Siate dei pazienti di voi stessi, bravi, propositivi, anche un po’ disperati – cercate le medicine
antiegoismo più efficaci, cercatele con energia, finché vivrete. Scoprite cosa vi rende più gentili, cosa vi
libera e fa emergere la versione più affettuosa, generosa e impavida di voi stessi – e cercatelo come se
non ci fosse niente di più importante.
Perché, in effetti, non c’è niente di più importante.
Fate tutte le altre cose, ovviamente, quelle ambiziose – viaggiate, diventate ricchi, famosi, innovate,
dirigete, innamoratevi, guadagnate e perdete patrimoni, nuotate nudi nei fiumi della giungla selvaggia
(dopo aver escluso la presenza di cacca di scimmia) – ma nel frattempo, per quanto potete, abbondate in
gentilezza. Fate le cose che vi orientano verso i grandi interrogativi, ed evitate quelle che vi svalutano e
vi rendono banali. La parte luminosa di voi che esiste al di là del carattere – la vostra anima, se volete –
è fulgida e brillante come ogni altra mai esistita. Fulgida come quella di Shakespeare, come quella di
Gandhi, come quella di Madre Teresa. Spazzate via tutto ciò che vi separa da questo luogo segreto,
luminoso. Credete nella sua esistenza, imparate a conoscerlo meglio, coltivatelo, condividetene i frutti
senza risparmio.
E un giorno, fra ottant’anni, quando voi ne avrete cento e io centotrentaquattro, e saremo così gentili e
affettuosi da risultare quasi insopportabili, scrivetemi due righe, fatemi sapere com’è stata la vostra vita.
Spero direte: meravigliosa.
Vi auguro grande felicità, tutta la fortuna del mondo, e una magnifica estate.

* Discorso tenuto di fronte ai laureandi della Syracuse University l’11 maggio 2013.
L’UOMO COL MEGAFONO*

1.

Mi ritrovo a pensare a un uomo in mezzo a un campo nel 1200, che fa quel che si faceva nel 1200 stando
in mezzo a un campo. Penso alla sua mente, mi chiedo cosa c’è dentro. Cosa starà dicendo sul nastro che
gli gira nel cervello? Con chi ce l’avrà? Da chi si starà difendendo? Con chi si starà giustificando?
Mi chiedo, in altre parole, se tra la sua esperienza mentale della vita e la mia esista una qualche
differenza di base.
In comune, direi, abbiamo il fatto di dialogare mentalmente soprattutto con persone che conosciamo:
genitori, mogli, figli, vicini di casa.
Invece direi che siamo diversi rispetto al numero e alla natura delle conversazioni che intratteniamo
con persone che non conosciamo.
Lui probabilmente chiacchiera con i suoi dei, i suoi avi, gli esseri mitologici, i personaggi storici. E io
pure. Ma c’è una categoria di persone con cui io converso mentalmente e lui no; quelle lontane, che
arrivano alla mia mente, con intenti diversi, per mezzo delle fonti ad alta tecnologia.
E immagino che queste persone le abbiate in testa anche voi; anzi, dal momento che mi leggete
(scusate, chiedo venia), sono diventato una di loro.
Questa differenza tra noi e il Signor 1200 sarà un bene o un male? Non lo so. Per ora limitiamoci a
constatare che è una differenza: è cambiato il tipo di impegno che gli esseri umani chiedono ogni giorno
alla loro mente.


2.

Immaginate una festa. Gli ospiti, di tutti i ceti sociali, non sono persone qualsiasi. Conoscono il mondo:
hanno vissuto, sofferto, possiedono delle attività, vantano solide competenze. Stanno affrontando
argomenti che li interessano, scambiandosi sottili correzioni. Stanno venendo a galla certe
preoccupazioni nascoste che – oh, meno male, che bello – vengono confermate, condivise e alleviate da
chi ci è già passato.
A un certo punto entra un uomo col megafono. Non è l’ospite più intelligente della festa né il più
navigato, e nemmeno quello che si esprime meglio.
Però ha il megafono.
Mettiamo che inizi a parlare di quanto ama le mattine di primavera. Cosa succederà? Be’, gli altri si
volteranno ad ascoltare. Sarebbe difficile evitarlo. Anche per un fatto di educazione. E poco dopo gli
ospiti, divisi in gruppetti, potrebbero trovarsi a parlare delle mattine di primavera. O meglio, della
validità delle sue idee sulle mattine di primavera. Alcuni gli daranno ragione, altri torto, ma siccome
l’Uomo col Megafono fa un gran baccano, cominceranno a reagire ai suoi stimoli. Appena cambierà
argomento, lo cambieranno anche loro. Se userà continuamente l’e​spressione «in fin dei conti»,
cominceranno a usarla anche loro, se butterà là che il lato ovest della sala è meglio del lato est, partirà
una lenta migrazione verso ovest.
Queste reazioni non dipendono dalla sua intelligenza, dalla sua straordinaria esperienza del mondo, dai
suoi poteri di preveggenza né dalla sua padronanza della lingua, ma dal volume e dall’onnipresenza della
sua voce narrante.
La sua caratteristica principale è il predominio. L’Uomo col Megafono sovrasta tutte le altre voci, e la
sua retorica diventa la retorica di riferimento perché è inevitabile.
Dopo un po’, l’Uomo col Megafono guasterà la festa. Gli ospiti smetteranno di credere nel loro valore
di ospiti, e arriveranno a pensare che il loro ruolo consista soprattutto nel reagire all’Uomo col
Megafono. Smetteranno di fare quello che gli ospiti dovrebbero fare: continuare a parlare di ciò che li
interessa e li preoccupa. Diventeranno passivi, non crederanno più nella validità delle loro impressioni.
Potrebbero anche non accorgersi che stanno parlando nel suo stile, pensando alla sua maniera. Ciò che è
importante per lui sembrerà importante anche a loro.
Abbiamo detto che l’Uomo col Megafono non è il più intelligente né il più bravo a parlare, e nemmeno
la persona più navigata della festa. E se fosse anche peggio di così?
Mettiamo che l’Uomo col Megafono non abbia valutato attentamente quello che sta dicendo. In sostanza
apre bocca e dà fiato. E che malgrado il megafono, debba urlare un po’ per farsi sentire, cosa che limita
la complessità dei suoi discorsi. Siccome ritiene di dover intrattenere gli ospiti, salta di palo in frasca,
prediligendo il concettuale-didascalico («Stiamo mangiando altri cubetti di formaggio: che gusto!»),
l’ansiogeno-polemico («Il vino sta finendo per colpa di un oscuro complotto?»), il pettegolezzo
(«Segnalata sveltina nel bagno al piano di sotto!»), il futile («E voi, quale settore della sala preferite?»).
Noi consideriamo il linguaggio un prodotto del pensiero (facciamo un pensiero e poi scegliamo una
frase con cui esprimerlo), ma il pensiero è a sua volta un prodotto del linguaggio (tentando, grazie alle
parole, di trasmettere un significato preciso, capiamo meglio ciò che pensiamo). E questa specie di
logorroico, imponendo a viva forza il suo lessico ristretto agli ospiti, ha inciso sulla quantità e la qualità
dei loro pensieri.
In sostanza, ha imposto un tetto massimo di intelligenza alla festa.


3.

Un uomo è seduto in una stanza. Qualcuno comincia a urlargli dalla finestra, informandolo sulle
condizioni della casa accanto. La mente del nostro uomo elabora: comincia cioè a immaginare la casa.
Quali fattori potrebbero influenzare la qualità della sua immaginazione? Cioè, quali fattori influenzano la
sua capacità di immaginare com’è veramente la casa accanto?

1. La chiarezza del linguaggio usato dall’Informatore (meno è confuso, sconnesso o infarcito di termini
gergali, meglio è);
2. gli intenti dell’Informatore (laddove nessun intento è preferibile a diversi intenti);
3. il tempo e la cura profusi dall’Informatore nell’elaborazione del resoconto (in che misura il suo
messaggio è stato riveduto e migliorato prima di essere trasmesso, laddove più tempo e più cura sono
preferibili a meno tempo e meno cura);
4. il tempo concesso alla comunicazione (laddove più tempo è preferibile a meno tempo, perché si
suppone che avendo più tempo l’Informatore potrà spiegare, analizzare, chiarire ecc.).

Quindi l’ipotesi più ottimistica per l’acquisizione di un quadro veritiero della casa accanto potrebbe
essere più o meno la seguente: l’informazione arriva in forma scritta, riveduta e corretta durante un lungo
arco di tempo, allo scopo di trovare la verità, da una persona disinteressata e di provata esperienza nel
settore. Il resoconto potrà essere lungo, denso, sfaccettato e articolato quanto basta per restituire la
complessità della situazione.
L’ipotesi più pessimistica potrebbe essere: l’informazione arriva in forma scritta da una persona con
poca o nessuna esperienza di prima mano nel settore, che non ha avuto molto tempo per rivedere ciò che
ha scritto, e ha lavorato sotto pressione, seguendo intenti che possono sottilmente o palesemente
distorcerne la capacità di offrire un resoconto veritiero.
Possiamo rendere questa seconda ipotesi ancor più pessimistica? Come no. Supponiamo che il compito
principale dell’Informatore sia quello di intrattenere, e che se non ci riesce è fregato. Non solo: mettiamo
che il destinatario delle informazioni sia troppo indaffarato, impreparato e distratto per valutare
correttamente ciò che l’Informatore gli sta urlando.
Dopodiché proponiamogli di invadere la casa accanto.
Benvenuti in America, più o meno nel 2003.


4.

Secondo me, un fenomeno latente nei nostri mezzi di informazione è diventato smaccato e catastrofico ai
tempi del processo a O.J. Simpson. Siccome la premessa che il suo reato fosse d’importanza nazionale
era palesemente falsa, bisognava accreditarla. Bisognava inventare un nuovo modo di esporre i fatti. Per
spremere migliaia di ore di trasmissione da una vicenda condensabile in un paio di minuti ogni tot
settimane, venne trovata – ma sì, voglio essere generoso: venne elaborata – una nuova strategia retorica.
Se devi pontificare dieci ore al giorno su una cacca di cane dentro un vaso, serviranno dei ritocchi. Per
dire le frescacce che andranno dette per accrescere l’impressione che la storia della cacca di cane sia
una notizia seria («L’esperto di cacca di cane Jesse Toville ci fornisce una valutazione sulla taglia del
cane e le sue condizioni psicologiche al momento della cacata!»), la voce, il volto e il format andranno
distorti.
Questa erosione è proseguita durante lo scandalo Monica Lewinsky («Alle cinque, altri aggiornamenti
sulla Macchia! Avete mai provocato una Macchia? Quale colore nasconde meglio una Macchia, secondo
voi? Ascoltate le previsioni degli esperti sulle vostre risposte!») e durante altre dozzine di casi e
scandali minori (?), tutti morbosi, sensazionali e gonfiati all’inverosimile, che spesso riguardavano gente
vagamente famosa. E poi è arrivato l’11 settembre.
A quel punto il nostro discorso nazionale era talmente degradato – il nostro lessico nazionale così
impoverito – che eravamo dei bersagli facili. In quelle ore di paura e di bisogno, ci siamo ritrovati per le
mani l’armamentario rozzo e iperbolico usato per parlare di O.J. Simpson e compagni, e abbiamo
cominciato a usarlo per decidere se invadere o meno un altro paese, e tempo un attimo eravamo a
Baghdad, guidati dall’Uomo col Megafono, al grido di «Conto alla rovescia per la Riscossa nel
Deserto!» e «Il Crepuscolo del Malvagio: l’A​merica Sta Arrivando!» L’Uomo col Megafono, a quanto
pare, aveva spento il cervello. O almeno una parte. Si era spenta la parte curiosa che avrebbe dovuto
aiutarci a decidere se l’invasione era una scelta intelligente e moralmente valida, la parte che avrebbe
dovuto sapere che qui si parlava di una guerra vera, che poteva coinvolgere persone reali, in carne e
ossa. Dov’erano i nostri interrogativi angosciosi, dov’era il nostro genuino senso del dubbio? Che io
ricordi, si è parlato parecchio di tattiche (quali strade, quali veicoli) e strategie (come l’avrebbero presa
gli arabi) ma ben poco della moralità dell’invasione. (Non abbiamo sentito, che so: «Be’, Ted, come
disse Gandhi: “Che differenza fa per i morti, gli orfani e gli sfollati se la distruzione viene portata in
nome del totalitarismo o nel sacro nome della libertà o della democrazia?”»)
Sto semplificando troppo? Sì. I nostri mezzi di informazione sono tutti stupidi? Niente affatto. Sono
state scritte cose intelligenti e importanti sulla corsa alla guerra (e su O.J., Monica, e poi su Laci
Peterson, Michael Jackson e compagnia bella)? Ma certo.
Però: alcuni dei nostri mezzi di informazione sono parecchio stupidi? Urca! I nostri stupidi e
onnipresenti mezzi di informazione ci rendono più tolleranti verso la stupidità in genere? Sarebbe strano
il contrario.
La natura umana non è tale che, date certe condizioni, la stupidità finisce per prevalere, contagiando gli
intelletti più brillanti, abbassando il livello di tutti?


5.

L’altra sera sul tg locale guardavo un giovane cronista fermo di fronte al nostro centro commerciale, che
stava chiaramente schiattando di freddo. Il succo del servizio era: A Natale i Centri Commerciali
Tendono a Essere Più Affollati! Dopodiché forniva i risvolti locali della sua indagine: (1) Questo Vale
Anche per il Nostro Centro Commerciale! (2) Quando il Nostro Centro Commerciale È Più Affollato, Ci
Sono Più Auto nel Parcheggio! (3) Più Auto Ci Sono, Più Tempo Ci Vuole per Parcheggiare! E
(incredibile ma vero): (4) La Gente Continua a Fare Shopping, Perché È Natale!
Nel complesso, suonava come una notizia. Il cronista ha tranquillamente ridato la linea allo studio:
nessuno a News​Center8 o altrove gli ha riso dietro. Gli abitanti della nostra bella cittadina l’hanno
digerita e credo che, in generale, neanche loro gli avranno riso dietro. Loro, come me e la mia famiglia,
ci erano abituati, e accettavano l’idea che fosse appena passata un’informazione. Anche se ci avevano
dato una notizia ovvia, anche se ce l’avevano fornita con un lessico banale, enfatizzato da quella bizzarra
cadenza da tg («Le TEmperature rigide spingono ALCUNI MOTOciclisti a rinunciare alle due ruote,
Carrie!»), l’abbiamo digerita, e direi che un effetto lo ha avuto: ci ha reso più ottusi e più tolleranti verso
la fuffa.
Inoltre sospetto che abbia sottilmente minato la nostra capacità di costruire frasi ambiziose, cariche di
significato, o di ridere di quelle stupide e insensate. La prossima volta che saremo tentati di dire
qualcosa del tipo: «Caspita, a Natale i centri commerciali sono davvero più gettonati del solito, visto che
a Natale le persone che fanno acquisti sono molte di più, perché a Natale escono in molti per lo shopping
nei centri commerciali, essendo il Natale una ricorrenza in cui si scambiano doni» – può darsi che in
effetti lo diremo, perché questa idea ci sembra nobilitata dal fatto di averla vista in tv tutta bella
infiocchettata, nella sua elegante veste pseudo-informativa.
E la prossima volta che sentiremo dire qualcosa del tipo: «Stiamo seguendo questa strategia perché le
altre strategie, allorché le abbiamo prese in considerazione, abbiamo dedotto che, a livello di efficacia
complessiva, come strategie non erano valide: ecco perché abbiamo attuato quella che abbiamo
intrapreso adesso, in cui i nostri nemici vorrebbero vederci fallire, visto che odiano la libertà»,
aspetteremo di vedere se il conduttore del telegiornale muore dalle risate o soffoca un conato di vomito,
ma se non succede, ci sentiremo un po’ scemi noi, e quindi meno sicuri, e quindi più passivi.
In altre parole l’informazione deficiente ha un costo, anche quando l’informazione deficiente viene data
senza secondi fini.
E il costo dell’informazione deficiente è direttamente proporzionale all’onnipresenza del messaggio.


6.

All’inizio la mente è una tabula rasa. Poi in quella mente si fa strada un’idea e cominciano i guai, perché
la mente scambia l’idea per il mondo. Scambiata l’idea per il mondo, la mente formula una teoria, e
avendo formulato una teoria, si sente propensa ad agire.
Poiché l’idea è sempre solo un’approssimazione del mondo, l’azione sarà catastrofica o benefica a
seconda della distanza fra l’idea e il mondo.
Compito dei mass media è fornire questi simulacri di mondo, sui quali costruiamo le nostre idee.
Questa costruzione dei simulacri va anche sotto un altro nome: narrazione.
L’Uomo col Megafono è un narratore, ma le sue storie non sono il massimo. O meglio, sono limitate. Le
sue storie non hanno avuto tempo di maturare: vengono fuori troppo in fretta e si rivolgono a un pubblico
troppo vasto. La narrazione è un’attività basata sulla ricchezza linguistica, ma l’Uomo col Megafono non
ha tempo di sviluppare un linguaggio potente. Le storie migliori nascono da una misteriosa spinta verso la
ricerca della verità, insita nel racconto che ha subito una revisione approfondita; sono complesse,
spiazzanti, ambigue; tendono a rallentarci anziché a velocizzarci. Ci rendono più umili, ci fanno
immedesimare con persone che non conosciamo, perché ci aiutano a immaginarle, e quando riusciamo a
immaginarcele – perché la storia è raccontata bene – le vediamo sostanzialmente simili a noi. Se il
racconto è povero, o scritto con un determinato intento, se è frutto di scarsa immaginazione o affrettato,
queste persone ce le immagineremo sostanzialmente diverse da noi: inconoscibili, imperscrutabili,
irrecuperabili.
La nostra campagna in Iraq è stata un fallimento letterario, nel senso di un fallimento
dell’immaginazione. Una cultura dotata di un’immaginazione più ricca, tridimensionale, avrebbe mostrato
maggiore rispetto per la guerra, maggiore consapevolezza della legge delle conseguenze involontarie,
maggiore dimestichezza con la tendenza del mondo a rispondere all’aggressore con inattese forme di
aggressività. Una cultura capace di immaginare in termini complessi è una cultura umile. Agisce – quando
deve agire – il più tardi e il più cautamente possibile, perché conosce i propri limiti e l’esiguo spazio di
manovra del negozio di porcellane in cui è capitata. E sa che per quanto sia preparata a dovere – per
quanto le sue previsioni abbiano retto a un esame intelligente e impietoso – il luogo verso cui fa rotta
sarà ben diverso da quello immaginato. La differenza tra immaginazione e realtà, moltiplicata per la
violenza delle intenzioni, equivale al male che verrà fatto.


7.

Allora come siamo arrivati a questo punto? Secondo me è andata più o meno così: elementi della destra
(un canale televisivo come Fox News, un commentatore come Rush Limbaugh, ecc.) hanno resuscitato
l’antica vena americana della retorica semplicistica, sciovinista, fondata sulla paura, che nel clima di
terrore post 11 settembre ha, più o meno, contagiato gli altri media. Ricordate quella puntata del talk-
show di Bill O’Reilly in cui lui continuava a interrompere/rimbeccare Jeremy Glick, che aveva perso il
padre nell’attentato alle Torri Gemelle, ne travisava le parole e alla fine ​lo ha zittito spegnendogli il
microfono? E pochi mesi più tardi, la strana intervista-interrogatorio della Madre Con​fessora Diane
Sawyer alle Dixie Chicks?
A quei tempi era così.
Solo che anche adesso è così, e così sarà in futuro.
La malattia fondamentale dei nostri media non è stata debellata, è solo che ci è un po’ passata la paura.
Al prossimo attentato, l’impennata autoritaria sarà ancora più drastica, perché sarà rafforzata dal senso di
colpa per un periodo (quello attuale) che verrà percepito come una ricaduta nel permissivismo e nel
discorso senza censure che incoraggia il terrorismo.
Siamo definitivamente alla frutta? No. I media, come la vita, sono complessi e stratificati, pieni di eroi
che non si danno per vinti. (Onore a te Bill Moyers; onore a te Soledad O’Brien, che nel ​dopo-Katrina
hai perso le staffe col direttore della Protezione Civile Michael Brown.) Ma se definiamo il Megafono
come l’insieme delle centinaia di voci ascoltate ogni giorno che ci giungono da persone che non
conosciamo, tramite fonti ad alta tecnologia, è chiaro che una componente significativa e maggioritaria
di quella voce è diventata qualunquista, stridula, pedestre, farneticante e calcolatrice. Cerca di
esasperarci, ci fa sentire ansiosi, inadeguati e soli; ci convince che il mondo pullula di nemici e di gente
più stupida e meno simpatica di noi; ci converte all’idea che, oltre la sfera della nostra esperienza diretta,
il mondo funzioni in maniera diversa, più ostile e meno riconoscibile. Questa tendenza a spegnere il
cervello è un virus che si manifesta a singhiozzo; anche se scorre come il sangue nelle vene di alcuni
opinionisti, negli altri va e viene. Smette frequentemente i panni politici per una passeggiata nel Parco dei
Divertimenti, dove sbircia, ghigna e festeggia quando uno fa una figura barbina, magari perché va in giro
senza mutande o ha alzato il gomito.
Ma perché questa tendenza dovrebbe essere predominante? La paura, certo, la paura c’entra senz’altro.
Nell’ora del pericolo, chi suona di continuo l’allarme della paranoia finirà per avere ragione. La voce
che dà ragione a noi su tutta la linea e torto ai nostri nemici, la voce che allarga costantemente la
definizione di «nemico», ci libera dal peso di convivere con l’ambiguità. La mentalità che dà vita a
espressioni come «un malaugurato ma inevitabile danno collaterale» può apparire, nella foga del
momento, come una forma di pragmatismo oscuro e necessario.
Ma più che la paura, secondo me, è stato il mercato a spegnerci il cervello: le principali agenzie
giornalistiche si sono avvicinate al modello d’impresa e discostate dal modello di servizio pubblico. Il
presupposto da cui muovono i nostri mass media è ormai la necessità del profitto. Questo presupposto è
stato spogliato di ogni implicazione morale: è solo un argomento che i fini intellettuali danno per scontato
per potersi concentrare su altre, e più vitali, questioni di «contenuti».
Perché il discorso aggressivo, ansiogeno, patetico, conflittuale sia più redditizio del suo contrario è un
mistero. Magari è solo questione di toni: gli sproloqui, le insinuazioni, il gusto per il torbido,
l’esasperazione di chi è già convinto, possono apparire, a un livello terra terra, più interessanti di un
individuo scettico e intelligente che prova a confrontarsi con la complessità, soprattutto visto il modo in
cui usiamo i media: come passatempo all’aeroporto, come sedativo o stimolante alla fine di una lunga
giornata.
In ogni caso, quelli che in passato si chiedevano: «È una notizia?» ora sembrano chiedersi: «Farà
colpo?» E la mutazione culturale è avvertibile a tutti i livelli.
Immaginate un paesino. Il paesino accanto, avendo prodotto un surplus di un certo ortaggio che quando
lo mangi diventi rosso, lo vende al nostro paesino. Tempo pochi mesi e la carnagione degli abitanti del
nostro paesino tenderà mediamente al rosso nello spettro luminoso. All’interno di questa tendenza
generale ci saranno differenze ed eccezioni di ogni tipo: il tizio che ne mangia a volontà ma diventa solo
rosa pallido; la signora che non vuole sentirne neanche l’odore e non lo mangia mai, e che quindi non
cambia colore. Ma dato che questo ortaggio è onnipresente, il paesino diventerà più rosso, e all’estremo
della curva gaussiana i suoi abitanti assumeranno sembianze addirittura demoniache.
Qual è l’«ortaggio» in questo modello? Cos’è il «rosso»?
L’ortaggio che è arrivato a predominare nel nostro paesino è l’interesse per il profitto.
Il «rosso» è la conseguente rozzezza della nostra retorica pubblica.
Ora: va bene il profitto, la redditività. Ma se vanno a scapito di ogni altra considerazione, ci
ritroveremo trasformati in eterni bambini, perché ci siamo negati l’uso delle nostre facoltà più elevate. A
ogni dibattito dai toni funerei sulla posizione del feto all’interno del corpo della mamma assassinata, a
ogni intervista a qualcuno che conosceva l’avvocato di un presunto caro amico di una nuova Anna Nicole
Smith, diventeremo più ridicoli ed esagerati, e dunque più vulnerabili.
Delegando la narrazione di massa a soggetti che mettono al primo posto il profitto, facciamo una
concessione pericolosa. «Raccontateci tutta la verità che potete», gli chiediamo in realtà, «mentre fate
soldi». Non è come chiedere: «Raccontateci la verità», punto.
La capacità di una cultura di capire se stessa e il mondo è fondamentale per la sua sopravvivenza. Ma
oggi siamo guidati nell’arena del dibattito pubblico da veggenti che sanno soprattutto tenerci incollati a
guardarli.


8.

Lo scrittore che generalizza è come l’ubriaco che ti entra in casa barcollando e biascica: Lo so che non
mi sto facendo capire proprio bene, ma non ti senti un po’ come me? Se avete avuto la bontà di
sorvolare sulle mie generalizzazioni, e sotto sotto siete convinti come me che presto i tg della sera
consisteranno negli sfoghi incontrollati di semianalfabeti rabbiosi buoni solo a straparlare mentre si
prendono a cazzotti in faccia, intervallati da video di cani che esplodono dopo avere ingoiato petardi,
con gli esperti in deflagrazioni canine che votano i video più esilaranti – se insomma accettate la mia
premessa di base secondo cui i media stanno diventando più stupidi e cattivi – potremmo anche
chiederci: chi manda avanti tutto questo bordello? Chi cura la grafica dei talk-show iperconservatori di
Fox News? Chi prenota i voli per quella fiumana di giornalisti che da una spiaggia delle Bahamas
ragionano tutti compunti sul contenuto del ventre di una morta ammazzata?
Be’, in effetti saremmo noi. Chi dirige i media? Chi sono i media? I migliori e i più brillanti tra noi: i
più colti, ambiziosi e dotati, che escono di casa ed entrano nelle migliori università e poi ottengono i
migliori stage e vanno a lavorare nelle redazioni di tutto il paese, per informarci. Ho il sospetto che
accettino gli incarichi fregandosene altamente delle idee politiche del loro datore di lavoro. Ci tengono
di più a sapere che posto occupa in Paradiso, il suddetto datore di lavoro. La rete nazionale è più vicina a
Dio della rete locale; la grande audience guarda dall’alto in basso la piccola audience; l’ultimo
programma premiato dagli ascolti comincia a decollare, lasciando di stucco gli angeli che non volano più
perché lavorano per gli sfigati.
Ma non c’è nessun complotto in corso, secondo me, nessuna malafede, nessuna perfida Eminenza
Grigia: solo un gruppo di persone provenienti da ottime università, che realizzano il loro sogno e si
vergognano un po’ del servizio sulla cacca di cane proprio mentre si assicurano che la messa in onda sia
puntuale e tecnicamente impeccabile.
Come può un prodotto così nocivo nascere da persone così in gamba? Probabilmente c’entra la voglia
di sopravvivere: ogni rotellina dell’ingranaggio fa quello che deve fare per non tornarsene al paesello
con la coda tra le gambe, rispettando i vigenti limiti di tempo e redditività e rimandando il suo «vero»
lavoro a quando avrà accumulato i soldi per andarsene in pensione, o otterrà un incarico che gli permetta
di fare ciò che ama. (Un giovane amico che scrive per i notiziari online di un gigante dell’informazione
mi ha inviato questa e-mail: «Ho appena scritto il seguente titolo: “Il diario segreto di Anna Nicole: Odio
il sesso”. Se qualcuno si domanda come mai gli americani non ricevono più vere notizie, il motivo è che
dei buffoni venduti al profitto come me ucciderebbero la madre pur di non tornare a consegnare pizze».)
Una volta l’assistente di un famoso opinionista conservatore mi ha descritto il suo capo, con una certa
emozione e con quel tono agnostico che a volte risuona in questi ambienti, definendolo uno degli uomini
più spiritosi, intelligenti e vivaci che avesse mai conosciuto. Ci ho creduto. Per fare quello che fa deve
essere senz’altro un uomo dal talento straordinario e multiforme. E politicamente, le ho chiesto, la pensi
come lui? Attimo di esitazione... Sì e no. Ma non era quello il punto. Era uno coi controcoglioni. E subito
mi sono sentito un po’ scemo per averle chiesto come la pensava, come quello che a palazzo chiede
quanto guadagna il valletto.
Il primo requisito del successo è restare in gioco. Per restare in gioco bisogna saper produrre profitto;
per produrre profitto bisogna farsi guardare, per farsi guardare bisogna essere guardabili, e nel mondo
dell’informazione si è affermato un canone di Guardabilità – un tono, una cadenza, un tacito insieme di
argomenti accettabili e di rapporti accettabili con i suddetti argomenti – che, quando va proprio bene, ha
un legame marginale con la verità. Quel che si può dire in televisione viene sottilmente circoscritto dai
dati d’ascolto, dal montaggio e dagli indicatori sociali della trasmissione precedente e, in maniera ben
più esplicita, dal fatto di essere o meno re-invitati.
Questa entità che sto cercando di riassumere sotto la voce Megafono è una comunità di fatto, forte di
decine di migliaia di persone, e come tutte le comunità è variegata, sfugge alle generalizzazioni e segue
vie misteriose.
Ma questa comunità costituisce una sorta di classe dirigente de facto, perché non possiamo non
ascoltare quello che dice e quello che ascoltiamo modifica il nostro modo di pensare. È diventata una
specie di succursale del governo: quando il governo vuole fuorviarci, si rivolge ai media; quando i media
si infervorano per una determinata storia (cioè fiutano l’impennata degli ascolti), influenzano il governo.
È sempre successo, ma questa correlazione sta trasformandosi sempre più in un sistema chiuso, che taglia
fuori il cittadino. Come ogni classe dirigente, anche questa guarda dall’alto in basso le classi subalterne.
La novità è che questa classe dirigente si serve dei nostri occhi e delle nostre orecchie. Riempie l’etere,
e quindi le nostre teste, delle sue priorità e delle sue idee e del suo nuovo misero vocabolario.
Questa classe dirigente annovera strani compagni di letto: il Re degli Opinionisti Conservatori ha più
in comune con il Re degli Opinionisti Progressisti di quanto ciascuno dei due ne abbia con gli operai
conservatori e progressisti che sgobbano fianco a fianco in un mattatoio di Wichita; i Re degli Opinionisti
hanno frequentazioni in comune, ambizioni simili e lo stesso quadro di riferimento (agenti, incentivi,
conoscenza della scala degli indicatori di successo, padronanza del gergo degli addetti ai lavori). E
soprattutto condividono il desiderio di non perdere posizioni, di non scendere dall’Empireo per
tornarsene da dove sono venuti.
Su un lato del Megafono c’è una piccola fessura, e finché ti permettono di parlarci dentro, continua a
sputare monetine.
Le stagioni passano. Quello che una volta ci faceva alzare gli occhi al cielo ora suscita uno stanco
battito di ciglia. Si affermano nuovi truismi, nuovi presupposti. Sono state gettate nuove fondamenta, dette
Il Nostro Elementare Sistema di Valori, su cui si edificano nuove sorprendenti strutture: per esempio
l’improvvisa quasi-​accettazione dell’annegamento simulato come forma di tortura dei detenuti, o
dell’idea che il processo sia un privilegio che è possibile negare se il reato ci sembra abbastanza grave.


9.

A questo punto odo una voce dal fondo della sala, la mia: «Eddài George, i nostri mass media non sono
sempre stati sensazionalistici, stupidi e orientati al profitto?»
Ovviamente sì. Se volete un corso di toni imbecilli, guardatevi un vecchio cinegiornale («Questi baldi
militi americani degli Stati del Sud muovono dritti incontro ai crucchi che presto fischietteranno il dixie
dopo averle prese di santa ragione!»). Eravamo bravissimi a farci prendere dalle smanie omicide anche
ai tempi in cui il Megafono lanciava i primi vagiti e consisteva solo in una manciata di giornali (Salve,
signor Hearst!), e suppongo che viaggiando indietro nel tempo troveremmo sei o sette trogloditi fuori di
testa che s’inventano un villaggio troglo nemico e poi, urlando slogan di facile presa, vanno a
distruggerlo sotto l’effetto ingannevole della loro psicosi collettiva.
Io credo però che stiamo vivendo un momento particolarmente insidioso, se non altro perché la nostra
tecnologia è diventata così onnipresente, patinata, seduttiva, e al tempo stesso lenta e quasi incapace di
fare autocritica. L’era del fascismo smaccato è finita: le forze che un tempo ci tolsero la dignità, il
buonumore e la libertà ora magnificano, con voci splendide e soavi, le virtù della dignità, del buonumore
e della libertà.
Immaginate che il Megafono abbia due manopole: una regola l’Intelligenza della sua retorica e l’altra
il Volume. In teoria, l’Intelligenza andrebbe su Alto, e il Volume su Basso, per poter trasmettere e far
ascoltare voci diverse e contrapposte. Ma nel momento in cui l’Intelligenza è su Stupido e il Volume su
Soffoca Tutti gli Altri, rasentiamo la propaganda, e abbiamo un problema, uno di quelli che nuocciono
direttamente alla salute della nostra democrazia.
Esiste un antidoto?
Be’, sì, ma è parziale, e potrebbe non funzionare, e non è particolarmente esaltante. Possiamo
legiferare contro la Stupidità? Non credo ne avremmo voglia. Libertà significa essere liberi di essere
stupidi, banali, perversi, liberi di produrre sia Assalonne, Assalonne!, sia Nuovi animali da compagnia:
tutto sull’alligatore. Libertà significa che se un ex dj radiofonico può farsi strada a forza di colpi bassi e
provocare sconquassi politici sparando idiozie e trattando gli ospiti a pesci in faccia, non puoi mica
negargli il diritto di dare il proprio nome a una marca di cereali. L’energia creativa americana è sempre
stata in bilico sull’orlo della pazzia. Rapsodia in blu e una canzonetta come «The Night Chicago Died»,
ahimè, hanno lo stesso DNA, il DNA della «gioiosa e avventata fiducia in se stessi». L’antidoto che
propongo è semplicemente: consapevolezza e messa in discussione della tendenza Megafonica. Ogni ben
ponderata confutazione del dogma, ogni barlume di logica intelligente, ogni riduzione ad assurdo della
prepotenza è l’antidoto. Ogni richiesta di chiarimento del vago, ogni altolà alla banalità compiaciuta,
ogni segno di matita rossa su un documento da correggere è l’antidoto.
Questa battaglia, come ogni grande battaglia morale, sarà vinta, se lo sarà, non con una comoda ondata
correttiva di Moralismo, ma con delle piccole dosi di specificità e aplomb e logica sensata,
somministrate col contagocce, da molti di noi, in simultanea.
Abbiamo conosciuto il nemico e il nemico siamo noi, sì, certo, ma se lo abbiamo riconosciuto in noi
significa che siamo ancora in grado di prendere e autocazziarci, diciamo così: di ricordarci
costantemente che le rappresentazioni del mondo non sono mai il mondo vero e proprio. Abbassiamo il
volume del Megafono, e insistiamo affinché diffonda messaggi quanto più possibile precisi, intelligenti e
umani.

* Pubblicato originariamente in Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso, minimum
fax, Roma 2009.
INTERVISTA A GEORGE SAUNDERS

Non ho idea di come sia andata negli Stati Uniti, ma in Italia il tuo discorso agli studenti suona
piacevolmente strano e anticonvenzionale, perché da anni lo stato d’animo più comune qui da noi, sia
a livello sociale che politico, è quello del risentimento, dell’indignazione. Credi che un elogio della
gentilezza possa rappresentare un discorso progettuale, una visione reale del futuro, e non soltanto un
pio desiderio?
Sì, ne sono assolutamente convinto. Perché, quanto ci è stato utile questo senso di risentimento e
indignazione, negli ultimi tempi? (Ah ah ah!) Io penso che la maggior parte delle persone, anche se a
volte, specie nella sfera delle opinioni politiche, possono parlare o agire sull’onda del risentimento e
dell’indignazione, tendano però a dare valore alla gentilezza nei loro rapporti personali. Ci piace quando
qualcuno ci sa ascoltare o ci presta attenzione, o riesce a vedere il meglio di noi. Questa può essere la
base per un discorso progettuale sul nostro futuro? Be’, sarebbe strano se fosse il contrario. Ciò che per
noi è reale nell’esperienza di tutti i giorni dovrebbe trovare posto anche nella nostra visione filosofica,
nel nostro pensiero personale – altrimenti, abbiamo a che fare con un classico esempio di dissociazione.
Ciò detto, questo discorso non è stato pensato, in realtà, come una sorta di chiamata a raccolta o un
appello all’azione: l’ho scritto abbastanza rapidamente, come confessione molto schietta e forse banale
delle mie convinzioni, da leggere davanti a un auditorium pieno di laureandi. Non era il tentativo di
delineare un sistema, ma piuttosto di raccontare, con un po’ di vigore, qual è stata la mia esperienza
concreta fin qui, ora che sto entrando nel mio 843esimo anno di vita: ossia che rimpiango di aver
commesso certe cattiverie, e non molto altro. (E, naturalmente, il particolare esempio di cattiveria che
cito nel discorso è una delle più innocue e ammissibili – se avessi fatto una lista delle peggiori, avrei
totalmente rovinato l’atmosfera gioiosa da festa di laurea.)
Se pensiamo ad alcune filosofie orientali, o ad alcuni aspetti della tradizione mistica cristiana, la
gentilezza non è vista come una sorta di astrazione «bella» ed evanescente, ma è l’obiettivo di una certa
pratica spirituale, è la logica conclusione di certi rigorosi dibattiti filosofici. Se, come affermano molti
sistemi filosofici, religiosi e scientifici, noi non siamo davvero così dissociati dai nostri simili come ci
sentiamo, allora tutta questa aggressività e conflittualità – tutta questa visione «Io contro il Mondo», o
«Noi contro Loro» – non è per niente sofisticata, ma ingenua, primitiva e delirante. È da molto tempo che
siamo imprigionati in questo tipo di mentalità, e tutti i flagelli della storia, in particolare quelli del XX
secolo, si possono vedere come la deflagrazione di questo atteggiamento «Noi contro Loro». (Non sto
dicendo che il conflitto non sia mai necessario, o che l’esistenza di gente veramente di merda sulla faccia
della terra si possa liquidare con un sorriso – ma che tendiamo a metterci troppo presto sulla difensiva, e
che si può lavorare su certe cose più e meglio di quanto siamo abituati a pensare, se davvero proviamo a
vedere negli altri la loro parte migliore.)
Come ho accennato nel discorso, credo che la gentilezza sia una sorta di virtù preliminare. Se uno si
svegliasse la mattina e dicesse: «Ok, la mia priorità numero uno di oggi è quella di essere gentile», penso
che lo aspetterebbe una giornata piena di sorprese. Mettiamo che inizi dandosi una definizione di
gentilezza, come, ad esempio: «Fare ciò che porta maggiori benefici all’altro». Bene, ottimo. Poi, in
mezzo al traffico, c’è uno che gli taglia la strada e quello va fuori di testa, e comincia a immaginare le
peggiori cose possibili sul conto dell’altro automobilista. Ecco che d’un tratto si ritrova a «osservare»
questo strano fenomeno chiamato «proiezione» (dopotutto, lui non sa nulla dell’altro automobilista, e
probabilmente gli è capitato a sua volta di fare la stessa cosa con qualcun altro – allora perché è così
arrabbiato?). Entra in un bar, e si accorge che la tipa che lo sta servendo è scontrosa e irascibile. Che
dovrebbe fare? Come può «essere gentile»? Provando a tirarle su il morale? Restando zitto e lasciandola
in pace? Be’, come fa a saperlo? Quella ragazza per lui è una perfetta sconosciuta. E improvvisamente
eccolo intento a elaborare qualcosa che potremmo chiamare «consapevolezza». E c’è di mezzo anche
l’ego: sarà in grado di imporsi la disciplina necessaria per farsi gli affari suoi e lasciar stare la povera
ragazza? Come dovrebbe comportarsi, invece, quando si imbatte in una persona offensiva? La
conclusione immediata è che «gentilezza» e «cortesia» non sono la stessa cosa: la seconda è facile e a
volte banale (una strategia per non lasciarsi coinvolgere), la prima è difficile e richiede autentica
capacità di discernimento. Essere «gentile» con una persona offensiva potrebbe significare impedirle di
fare qualcosa di offensivo, con qualunque mezzo. E così via...

Nel corso del tuo discorso agli studenti scrivi: «esisteranno approcci e pratiche che possono
effettivamente accrescere il nostro tasso ambientale di gentilezza. Studiare serve. Immergersi in un’o​-
pera d’arte serve. Pregare serve. Fare meditazione serve». Sono d’accordo, mi sembra che nella
società attuale alcune di queste pratiche siano appannaggio soltanto di una classe privilegiata, un
lusso che alcuni di noi non possono permettersi. Come si fa con la gente (gli immigrati, ad esempio, o
gli operai che perdono il lavoro) che non può permettersi una buona istruzione, che non può andare ai
musei, alle mostre, che non può comprarsi i libri? O che semplicemente non ha il tempo di farsi una
lunga passeggiata nel parco una volta a settimana per schiarirsi le idee? Più la crisi economica si
inasprisce, più le persone si buttano in una corsa affannosa per cercare di restare a galla e non finire
in miseria, più diventa difficile per loro coltivare davvero la gentilezza. Non credi? (D’altro canto,
forse, quando le cose si mettono davvero molto male, come in tempo di guerra, o nel dopoguerra, le
persone diventano più gentili...) Insomma, quello che voglio chiederti è: come vedi la relazione tra
gentilezza e situazione socio-economica?
Be’, sì, questo è uno dei motivi per cui la diseguaglianza è un problema e dovremmo cercare di
ottenere sistemi più giusti: un sistema economico iniquo sottrae il privilegio di una vita piacevole alle
persone prive di mezzi. Ma questo non mette in discussione la validità e il valore degli «approcci e
pratiche» di cui parlo. Mette in discussione solo la validità del sistema in cui vengono negati.
Mettiamo che qualcuno dica: «La gente dovrebbe mangiare il cibo biologico, è più sano per il nostro
organismo». Sembra proprio che sia vero. Ma qualcun altro potrebbe dire: «Sì, certo, ma io non sono
d’accordo, perché chi è povero il biologico non se lo può permettere». Avrebbero entrambi ragione, e
avrebbero entrambi ragione a sentirsi indignati. Ma ciò non cambia il fatto che chiunque possa
permettersi il cibo biologico farebbe meglio a mangiare quello piuttosto che delle schifezze piene di
additivi.
L’obiettivo, allora, è cambiare le cose affinché tutti possano avere accesso a del cibo migliore. Ma non
bisogna far confusione: il fatto che non tutti possano permettersi il cibo biologico non toglie che sia
comunque più sano. E non aiuterebbe granché i poveri se quelli che possono permettersi di mangiare bio
si rifiutassero di farlo.
Io credo che se una persona cerca di essere socialmente responsabile, è molto importante che si metta
al lavoro su se stessa prima di cominciare a occuparsi del mondo (o che quantomeno faccia le due cose
insieme). C’è un concetto buddista molto bello: non si può coprire di tappeti tutto il pianeta, ma si
possono indossare scarpe morbide. E cioè: se uno tiene in buone condizioni la propria mente, cresce
anche la sua capacità di cambiare il mondo: si prendono decisioni migliori, si è più accurati e meno
propensi a reazioni isteriche, si scelgono le battaglie giuste in cui impegnarsi...
Come ho detto prima, questo discorso è stato tenuto davanti a un gruppo molto specifico di persone: un
migliaio di ragazzi che si laureavano in un’ottima università americana, una sorta di élite. E sono
convinto che uno dei modi in cui si realizza il progresso sia questo: i privilegiati scoprono i vantaggi di
una certa cosa, cominciano a introdurla nella loro vita, a insegnarla, a scriverne, e così via, fino a che
non entra a far parte anche del pensiero e della vita dei meno privilegiati. È proprio un fenomeno...
scientifico, direi. È così che funziona il mondo. Quindi, se una persona è stata più fortunata delle altre e,
usando il tempo e la libertà che ciò le mette a disposizione, scopre qualcosa che contribuisce a renderla
più completa e più serena, allora parte della sua «missione» dovrebbe essere portare fino in fondo quel
percorso: perfezionarsi in quella cosa (che sia la scrittura, lo yoga, la scienza dell’alimentazione o una
qualche pratica spirituale) e così facendo diventare un esempio, un modello, e contribuire a diffonderla.
Penso che sia così che la specie progredisce, in concreto, e che questo sia, in sé, un atto di generosità.
Ma dobbiamo anche stare attenti a non pensare che sia necessario essere ricchi per avere una vita
spirituale feconda. Certo, il tempo e le energie a disposizione sono un problema serio, sono d’accordo
con quello che ha detto Terry Eagleton («Il capitalismo depreda la sensualità del corpo»), e credetemi, io
questa massima l’ho vissuta sulla mia pelle quando ero ingegnere e lavoravo dieci-dodici ore al giorno
(e pesavo dieci chili più di ora, scrivevo meno, ero più depresso, perché avevo pochissimo tempo ed
energie a disposizione quando staccavo dal lavoro). Ma dato che, come ha detto Gesù, «i poveri li
abbiamo sempre con noi», dobbiamo accettare che un certo grado di ineguaglianza esisterà sempre... e
allora? Secondo me la vita, l’energia spirituale e via dicendo sono cose misteriose, che possono
manifestarsi in mille modi sorprendenti.
Ad ogni modo: il punto è che il nostro primo compito è guardare la realtà e stabilire cosa è vero. Se
così facendo arriviamo alla conclusione che la gentilezza, la comprensione, l’empatia sono virtù umane
fondamentali, allora dobbiamo cercare di capire come migliorare le nostre capacità in questi ambiti. E
questo, già da solo, è un lavoro a tempo pieno. Anche solo spostarsi di poco nella direzione di un
maggior controllo di sé, di una maggiore generosità e di un minore egoismo è... be’, nella mia esperienza
personale, anche un miglioramento leggerissimo, che nessuno al mondo nota, richiede una fatica enorme.

I social network sembrano spesso favorire e incoraggiare nei loro utenti un atteggiamento
autoreferenziale: molte persone postano i loro pensieri, le loro foto, le loro invettive, i loro autoritratti
ventiquattr’ore al giorno, sette giorni su sette; si mettono costantemente in mostra. Inoltre la
comunicazione su Facebook, Twitter e i blog sembra più immediata, violenta e priva di controllo: la
gente si esprime in modo più aggressivo di quanto farebbe di persona, sia contro i politici e le
celebrità che contro sconosciuti che hanno commentato prima di loro sugli stessi argomenti. Sei
infastidito o preoccupato da questa cosa? Usi molto internet e i social network? Credi sia possibile
usarli in modo più gentile?
Mi limito a controllare la posta e di tanto in tanto cedo all’umiliante pratica di cercare il mio nome su
Google. Sono stato per un breve periodo su Facebook e mi sembrava molto impegnativo, e poi mi sono
accorto che la ghiandola dell’autopromozione e del pavoneggiamento cominciava a gonfiarmisi un po’...
Bleah. Quindi ho smesso e non ho avuto mezzo rimpianto. Con Twitter non c’ho mai provato... perlopiù
ho la sensazione che se ho qualcosa da dire sia meglio che mi metta a scrivere una storia o un saggio (o a
fare un’intervista, ah ah ah!).
Per quanto riguarda il livello di ferocia, da un lato sì, trovo che sia un problema, specialmente se le
persone sono protette dall’anonimato. Dall’altro lato, mi piace molto questa citazione che ho letto in
epigrafe a un romanzo. È una frase di qualche greco antico, se non sbaglio, e di base dice: «L’uomo è una
creatura fatta meravigliosamente bene, e vive con entusiasmo la vita che vive». Insomma, le qualità
umane sono oggi, nella sostanza, quelle che sono sempre state, e cercano soltanto (come hanno sempre
cercato) nuovi modi per manifestarsi. L’egocentrismo è sempre stato parte di noi, così come la polemica
violenta, o l’arroganza, e ora tutte queste cose hanno semplicemente trovato una nuova casetta felice su
internet. Ma l’amore, il senso dell’umorismo, la solidarietà, la gentilezza, anche queste cose ce le
abbiamo dentro, e anche loro stanno trovando il modo di manifestarsi nel mondo virtuale. Quindi non me
ne preoccupo troppo. Penso di essere arrivato a un punto della mia vita in cui riesco a essere
contemporaneamente schifato ed entusiasta della stessa cosa.
Una volta ho ricevuto un’email veramente fastidiosa e aggressiva da parte di un tizio che non
conoscevo, in cui mi definiva «ciucciacazzevole». Non capivo se si trattasse di un insulto o di un
complimento, ma mi sono chiarito le idee quando, qualche riga più avanti, mi ha dato del coglione. A quel
punto, contravvenendo al consiglio di mia moglie, ho risposto al tizio, ricordandogli che ero una persona
reale, seduta davanti al computer alle dieci di mattina, ancora in pantofole e berretto da notte, e che lui mi
aveva appena mandato a puttane la giornata, e che ci avrei scommesso che non avrebbe mai avuto il
coraggio di darmi del coglione di persona. Gli ho lasciato il mio numero di telefono. Mi ha riscritto tre
giorni dopo scusandosi, dicendo che mi aveva mandato quell’email solo perché era ubriaco e non
avrebbe mai immaginato che l’avrei letta. Quindi ecco, forse c’è speranza. Ah ah!

Il saggio «L’uomo col megafono» è stato scritto durante l’era di Bush, quando il discorso politico
negli Stati Uniti era particolarmente polarizzato, e la propaganda accesissima. Da allora sono
cambiate le cose? Se sì, cosa ha reso possibile il cambiamento? Te lo chiedo perché l’attuale
situazione politica in Italia è molto simile a quella che descrivi nel tuo saggio: la gente è sempre più
incazzata e si lascia infiammare facilmente da demagogia e propaganda; è molto difficile intravedere
una via d’uscita...
Mi pare che la situazione da queste parti sia più o meno la stessa, se non peggiore. La divisione tra
destra e sinistra è diventata più aspra e convenzionale, e inoltre si è trasformata in un grande business.
Ogni schieramento ha i propri canali televisivi, i propri giornali e i propri opinionisti, gente che
guadagna un sacco di soldi in questo ruolo, per cui si tratta ormai di una contrapposizione
istituzionalizzata e quasi pro forma. Oggi quasi tutti tendono ad autodefinirsi «liberal» o «conservatori»,
e questa etichetta diventa una continua riconferma di se stessa: più uno è liberal (o conservatore), più
diventa liberal (o conservatore). Sono definizioni molto strette e caricaturali. L’idea che uno possa
essere semplicemente «un americano» o «uno che crede nella democrazia» viene sempre più accantonata.
È un fenomeno tanto interessante quanto deprimente: i media seguono il denaro, e poi le idee politiche
della gente seguono i media.
Forse è proprio per questo che la gente trova interessanti concetti come la gentilezza e la compassione,
perché si sente bloccata in un’impasse da cui non è in grado di uscire a forza di scontri, odio e urla.
Occorre che i confini tra le persone si ammorbidiscano, e affinché ciò accada è necessario immaginare
che il nostro «nemico» o «oppositore» sia un po’ più simile a noi di quanto crediamo. È un atto di
immaginazione – o di immaginazione letteraria, direi. Bisogna partire dal presupposto che l’altro sia
(fondamentalmente) come noi: che tra noi e lui esista un certo grado di sovrapposizione. E credo anche
che si tratti di un atto individuale, non lo si può fare per decreto o in maniera collettiva.
Tempo fa discutevo con un amico che ha letto il mio discorso del perché avesse avuto il successo che
ha avuto, e lui mi ha detto una cosa interessante. La sua opinione è che intorno al 1980, forse sotto
l’influenza reaganiana, alcune virtù in America abbiano iniziato a essere considerate «deboli». La
delicatezza, la gentilezza, la pazienza, la compassione e via dicendo hanno cominciato a essere
considerate virtù «minori». Sono state messe da parte per lasciar spazio all’aggressività, alla certezza, al
potere, alla sicurezza di sé, ai diritti degli azionisti... Andava bene essere gentile, ma solo a patto di
essere potente, in una posizione di dominio, e così via. La gentilezza era accettata sotto forma di
benevolenza, indulgenza, carità da parte di un superiore verso un subalterno. Ed è diventato un problema
serio, qui in America. È come se avessimo acconsentito a disfarci di una parte considerevole di ciò che
ci rende umani. Se pensiamo a degli esseri umani straordinari come Buddha, Gesù, Lincoln, Gandhi,
Madre Teresa, ci rendiamo conto che erano personaggi incredibilmente forti e coraggiosi, così forti e
coraggiosi che nella loro vita quotidiana sono stati in grado di mettersi in una posizione di debolezza o di
vulnerabilità a beneficio degli altri. Al contrario, se prendiamo alcuni dei nostri recenti leader americani,
e vediamo come hanno affrontato la questione dell’entrata in guerra, sembra che non ci sia stata nessuna
vera riflessione sulle potenziali vittime innocenti; nessuna riflessione sul fatto che avremmo potuto
dimostrarci pazienti e tolleranti (anche a rischio di apparire «deboli») al fine di salvare delle vite
innocenti. Quindi, per come la vedo io, la gentilezza fortifica l’individuo; e occorre una certa dose di
forza interiore per manifestare davvero la gentilezza. Non è affatto una virtù debole, è quella più difficile,
quella che richiede maggiore forza e sicurezza.

L’anno scorso con la raccolta di racconti Dieci dicembre hai vinto il PEN/Malamud Award. La
rivista Time ti ha messo nella lista delle cento persone più influenti dell’anno, sei stato tra i finalisti
del National Book Award e hai venduto un sacco di copie: in poche parole, sei diventato uno scrittore
di successo, e ora le cose che dici raggiungono un pubblico sempre più vasto. Dal momento che sembri
molto portato all’autocritica, quale pensi debba essere il ruolo di uno scrittore famoso? Credi che uno
scrittore debba avere un suo ruolo «pubblico»?
Be’, in tutta onestà sto ancora cercando di capire quale sia questo ruolo. Ciò che cerco di fare,
soprattutto, è ricordarmi che sono arrivato fin qui scrivendo, e con i miei tempi. Quindi cerco di
continuare su questa strada, mantenendo la mia solita routine di scrittura, consapevole che per me il ritmo
giusto è tirar fuori un paio di cose valide all’anno. Non sono un pensatore particolarmente svelto o
profondo: se comincio a dire la prima cosa che mi passa per la testa, tendo a essere superficiale. È vero
anche, però, che ho accettato di fare delle comparsate televisive, per il semplice fatto che penso sia
un’occasione rara e preziosa per uno scrittore americano avere accesso a quel tipo di piattaforma; e
anche se dico delle cose molto semplici (la letteratura è bella; i nostri politici sono stupidi e violenti),
be’, è comunque un buon risultato. Ovviamente è così che alla fine uno si ritrova su «Ballando con gli
scrittori più imbranati d’America».

Sei uno scrittore che scrive storie con un chiaro impianto morale, uno scrittore che non si vergogna
di parlare di sentimenti, amore, emozioni infantili, e che lo fa usando a volte uno stile apparentemente
semplice, naïf, come in un libro per ragazzi. Come si fa a parlare dei sentimenti senza diventare
sentimentali?
Di qualunque cosa si voglia parlare in ambito artistico, quasi sempre una buona metafora è l’andare in
bicicletta. Come fai quando vai in bicicletta? Se ti sembra di sbandare a sinistra, ti inclini verso destra. E
viceversa. Lo fai d’istinto, in tempo reale. Quindi non esiste una risposta generale a questa domanda, ma
solo soluzioni specifiche che si adattano a storie specifiche. Il mio processo in parte funziona così: in
prima battuta, un racconto è troppo ingenuo (o troppo cinico, o quel che è), e allora al momento della
revisione lo correggo. E magari lo correggo troppo. Quindi lo correggo di nuovo. E così via.
(«Risciacqua, insapona e ripeti l’operazione più volte», recita il flacone dello shampoo.) Una volta
parlavo con un produttore cinematografico di una scena che stavo scrivendo per una sceneggiatura, e ho
detto una cosa del tipo: «No, è che ho paura che se la giriamo male, viene fuori una roba melensa». E lui
mi fa, in quello che mi è sembrato un momento molto zen: «E allora non la giriamo male, no?»
Ma secondo me va anche detto che, insomma, le emozioni sono cose reali, come le pietre, gli alberi,
gli eserciti e i movimenti politici. Descrivere un’emozione o un impulso etico non è diverso dal
descrivere un fiume, o l’inclinazione della luce. Dire che una storia ha «un chiaro impianto morale» è un
altro modo per dire che in quella storia c’è qualcosa di importante in ballo, che a sua volta è un altro
modo per dire che l’autore crede che nel mondo esistano delle cose con più valore di altre, e che la
letteratura dovrebbe mirare a quelle, alle cose che per noi hanno importanza. Perché per noi certe cose
hanno importanza. Se siamo mai stati sul punto di morire, o se ci ritroviamo una scheggia di legno
nell’occhio, o sbattiamo contro un albero perché ci siamo girati a guardare una persona molto bella, be’,
in quei momenti stiamo vivendo. E allora perché l’arte dovrebbe comportarsi come se non ci importasse
di niente, o come se fosse tutto uguale?

Non sei soltanto uno scrittore morale, ma anche uno scrittore che si interroga sulla trascendenza, e
sull’idea di sacro. Sei un buddista praticante, e nella raccolta di saggi Il megafono spento c’è un
bellissimo reportage su un ragazzo che viene considerato un piccolo Buddha (in cui racconti la storia
incredibile di un dodicenne in grado di sopravvivere senza mangiare, dormire e muoversi per mesi),
ma nei tuoi racconti intravedo anche un’e​ducazione cristiana sullo sfondo. Che significato ha per te
la dimensione spirituale?
Per come la vedo io, l’impulso spirituale nasce dalla presa di coscienza del fatto che viviamo in una
situazione strana, bellissima e spaventosa al tempo stesso, ovvero: amiamo; e le persone che amiamo
sono mortali. Abbiamo la sensazione di essere fondamentali ed eterni, ma i fatti ci dicono il contrario. A
volte non ci viene forse da pensare: «Non può essere vero che morirò, che moriranno tutti quelli a cui
voglio bene. Cazzo, non è giusto!»? Eppure è vero. Quindi una cosa che voglio fare nella mia scrittura (e
anche nella mia vita quotidiana) è cercare di tenere bene a mente questa situazione difficile, perché non
farlo significherebbe vivere nella negazione dell’evidenza, nella banalità e nella distrazione. Se ci
trovassimo in una capanna in mezzo ai boschi con i lupi che ci girano intorno, a un certo punto dovremmo
prenderne atto e dire: «Ci sono dei lupi là fuori che ci vogliono mangiare». È sano dirlo.

Dieci dicembre è dedicato ai tuoi genitori, che hanno festeggiato il loro cinquantesimo anniversario
di nozze. In qualche recente intervista hai parlato esplicitamente di amore coniugale. Dicevi che il
tipo di amore che provi per tua moglie è qualcosa che non pensavi fosse possibile in una relazione con
un altro essere umano. Oggi le relazioni così a lungo termine ci appaiono straordinarie. Come
descriveresti questa forma di amore?
Be’, penso che una delle cose che la cultura contemporanea (soprattutto il cinema e la televisione) ha
sottorappresentato in maniera cronica sia il vero piacere di un lungo matrimonio, al punto da arrivare a
farci credere che un matrimonio del genere sia una cosa da freak. È veramente bello avere un’amicizia
così profonda, in cui la persona che ti è accanto ti conosce veramente, in tutti i tuoi difetti, e ti ama
comunque. È qualcosa di potente. Io e mia moglie ci siamo incontrati alla scuola di specializzazione. A
entrambi piaceva scrivere, e poi nel giro di poco tempo e con una serie di difficoltà (lei è rimasta a letto
per cinque mesi durante tutte e due le gravidanze) abbiamo avuto due figlie. Non avevamo molti soldi, e
cercavamo allo stesso tempo di coltivare la nostra vita artistica e offrire una vita decente alle nostre
figlie. E ora, ventisei anni dopo, che cosa meravigliosa essere ancora qui, a godere l’uno dell’altra, con
rispetto reciproco e la capacità di divertirci insieme. Se guardiamo indietro a tutta la nostra storia (ci
sono stati alti e bassi, ovviamente) ci sembra una grande avventura. Ma insomma, siamo stati fortunati.
Mi è sempre interessato molto quello che lei aveva da dire, e viceversa, c’era attrazione, c’era sfida
intellettuale... come fare a non amarsi? Eppure succede spessissimo che due persone siano attratte l’una
dall’altra ma la loro relazione non abbia la forza di durare. Chissà com’è che funziona! È un mistero, e
ovviamente non ti va neppure di diventare una di quelle odiose coppiette felici in cui ognuno finisce le
frasi dell’altro, e ci si mangia le patatine fritte a vicenda, e via dicendo.
Ho imparato tanto osservando i miei genitori. Sono molto tolleranti e pazienti l’uno con l’altra, e sono
orgogliosi di rimettersi sempre in gioco: scherzano un sacco e non hanno paura di litigare, fa tutto parte
dello stare insieme.

Sei una specie di talento a scoppio ritardato. Il tuo primo libro, Il declino delle guerre civili
americane, è uscito nel 1996, quando avevi trentotto anni. Com’era la tua vita prima di essere uno
scrittore affermato, e come è diventata dopo?
Be’, sai, non era male. Ho cominciato a scrivere intorno ai ventitré anni, poi sono andato a lavorare in
Asia e ho scritto anche lì, sono tornato e ho continuato a scrivere. Ho viaggiato in lungo e in largo per gli
Stati Uniti come una specie di personaggio della beat generation, e poi mi sono sposato e sono arrivati i
figli... e a quel punto mi sono guardato intorno e ho pensato: «Hm, ancora niente libri, ho trent’anni, mi sa
che il periodo “ragazzo prodigio” è finito». Ma avevo una vita intensa e interessante, e credo sia stato un
bene non aver avuto successo da giovane. Perché ho capito che si può fallire (o «non avere successo») e
avere comunque una vita appagante. Stavo bene. Eravamo felici. Scrivere era divertente. Quindi penso
che tutto ciò sia servito a darmi una sorta di stabilità interiore quando le cose hanno cominciato ad andare
bene. Ho scoperto che potevo vivere felice senza essere un pezzo grosso (e neanche medio, o medio-
piccolo). E poi mi piaceva sentirmi un adulto nel mondo, soprattutto nel mondo lavorativo, aggirarmi là
dentro e raccogliere informazioni: sapere come ci si sentiva a essere una semplice rotellina (spesso quasi
bistrattata), un ingranaggio della macchina; come ci si sentiva ad arrancare finanziariamente. Nel corso
degli anni successivi ho scritto alcuni reportage per i quali mi sono immerso in situazioni strane, o
stressanti, ma non c’è confronto con quella sensazione di essere un moscerino su un muro, invisibile a
tutti, che provavo quando ero un «impiegato d’azienda». Quindi ricordo quegli anni con molto affetto e
gratitudine. Ma ovviamente non è male per niente essere riuscito a combinare qualcosa, ad arrivare a una
condizione di agio (sia dal punto di vista materiale che psicologico) determinata dal successo. E la cosa
più bella è che, visto che da giovane mi sono impegnato un sacco a migliorare le mie capacità artistiche,
oggi per me scrivere è un’attività molto profonda e gratificante, che sento intimamente connessa alla
mia... be’, alla mia personalità. Alla mia vita spirituale, alla mia sfera morale, a tutto. Ogni mattina non
vedo l’ora di mettermi a scrivere. E per quanto siano cambiate le cose, credo di aver conservato
quell’abitudine tipica dello scrittore di pensare: «Ok, ecco, sta succedendo questa cosa: che aspetto ci
troviamo che possa risultare interessante?» Sto cercando di vivere il mio recente successo come se fosse
un esperimento antropologico: questo è ciò che si prova quando si ha la fortuna di vendere un po’ di libri,
tanto per cambiare. Ovviamente ho anche iniziato a domandarmi perché fossi stato un tale sfigato per tutti
i cinquantatré anni precedenti!

Nel 1999 sei stato incluso dal New Yorker tra i migliori venti scrittori americani under 40 insieme
a Michael Chabon, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen, William T. Vollmann e David Foster Wallace.
In un recente articolo del New York Times Magazine Joel Lovell ha scritto, a proposito della tua
raccolta Il declino delle guerre civili americane: «Il libro fu pubblicato più o meno nello stesso
periodo di Infinite Jest di David Foster Wallace, e all’epoca si ebbe la sensazione che quei due
scrittori (e una manciata di altri) stessero ridefinendo i parametri della narrativa americana
contemporanea». Che tipo di scrittori sono quelli della tua generazione?
È difficile generalizzare, ti basti guardare i nomi che hai citato. Ma se devo farlo, direi che siamo una
generazione di transizione. Un po’ meno «hard-boiled», un po’ meno devoti alla causa del realismo
americano, un po’ più aperti verso la cultura pop e la letteratura di genere. Ma non mi sono mai sentito
parte di una generazione letteraria, un po’ per via del mio esordio tardivo, un po’ anche per ragioni
geografiche e per l’istruzione che ho avuto. Ho studiato da ingegnere in Colorado e ho lavorato nei campi
petroliferi, quindi, nel bene o nel male, non ho avuto una grande formazione per quanto riguarda, diciamo,
la letteratura americana. È come se in tutti questi anni mi sia dovuto rimettere in pari. Ma come gruppo a
cui appartenere mi sembra ottimo.

Adori i racconti. Hai pubblicato quattro raccolte: forse solo Alice Munro è più affezionata di te al
genere... In un’intervista al Guardian hai detto: «Ho scritto un paio di romanzi ma non riuscivo a
vederci la bellezza. Mentre nei racconti sì; riesco a capire come costruire qualcosa di bello e come
tirarmene fuori prima che diventi noioso». Dov’è che trovi la bellezza in un racconto?
Penso abbia a che vedere con l’efficienza e l’urgenza. Ogni parte del racconto assolve a un compito, e
quel compito deve essere funzionale a tutto l’insieme. Questo mi piace: mi piace poter valutare se un
elemento è necessario o meno. Mi dà modo di giudicare un certo brano di scrittura: serve al fine ultimo
della storia o sta lì solo per esibizionismo? Ogni parte del racconto deve rispettare le due clausole di
questo contratto: 1) essere solida/avvincente/vivace di suo e 2) far procedere la storia; ci sta riuscendo?
Ho la sensazione che i diversi scrittori siano solo programmati in maniera diversa. Per gli atleti funziona
così: ci sono quelli aerobici e quelli anaerobici. Il che non significa che un giorno non possa scrivere
anch’io un romanzo; ma lo farei tenendo fede alle due parti del contratto: quindi dovrebbe essere veloce
e ben strutturato.

La voce nei tuoi racconti è spesso una voce «ingenua», come se tu – il narratore – fossi alla ricerca
di una purezza, di una visione infantile, in antitesi all’autoconsapevolezza. Che cosa ti affascina di
questo tipo di voce?
Hm, be’, mi piace la chiarezza che ne deriva – la chiarezza del suono e la chiarezza delle immagini.
Devo prendermela con Hemingway, credo. Le mie prime esperienze con i suoi racconti sono state
potentissime, e ho sempre preferito la sua voce semplice, oggettiva e minimale a quella degli autori più
complessi e «sofisticati». Ma dipende anche dal mio modo di vedere le cose: mi rendo conto che riesco a
ottenere una complessità maggiore usando mattoni semplici, lasciando che la complessità venga fuori per
accumulo. «Accatastare» una serie di enunciati o immagini semplici può portare a un risultato complesso
e ambiguo.
Ma in fondo, quando si parla di queste cose, spesso la vera risposta è: «Mi piace più così». Oppure:
«Mi ci trovo meglio». A posteriori riusciamo sempre a giustificare o razionalizzare le nostre tendenze più
gioiose, ma penso che la vera origine di ogni impulso artistico (almeno per me) sia la sensazione che ci
dà seguire quell’impulso. Quando lavoro mi piace sentirmi felice, sicuro di me stesso, e anche un po’
bizzoso, persino dispettoso. Perché? Chi lo sa. Adoro questa idea di Flannery O’Connor secondo cui «lo
scrittore può scegliere di cosa scrivere, ma non a cosa è capace di dar vita». Quindi puoi avere tutte le
idee che ti pare, raffinate e particolari, su che tipo di scrittore sei, ma se il risultato fa schifo vuol dire
che NON sei quel tipo di scrittore, e quindi devi rimetterti in discussione e capire davvero che tipo sei.

I personaggi principali dei tuoi racconti sono spesso vittime di umiliazioni. Nel discorso agli
studenti parli della tua compagna di scuola che veniva presa in giro. La sensazione che crei nei tuoi
lettori è una strana mistura di crudeltà e pietas. Ci si sente vittime e sadici allo stesso tempo. È questo
il tuo obiettivo?
Be’, è interessante perché uno dei miei atteggiamenti rispetto alla letteratura è cercare di non darmi
obiettivi, se non quello di mantenere viva l’attenzione del lettore. I racconti, per me, dovrebbero essere
come un giro su un ottovolante o qualche altra giostra da luna park. La speranza è che uno alla fine ne
esca un po’ a bocca aperta, senza parole, incapace di raccontare esattamente cosa gli è successo, ma con
la certezza che qualcosa sia comunque successo, e qualcosa di non banale. Perciò, quando ho cominciato
a fare lo scrittore, per tornare alla frase della O’Connor che citavo prima, ho scritto qualche racconto
(ah, ma chi voglio prendere in giro... ho scritto qualche LIBRO) che non lasciava nessuno a bocca aperta,
senza parole, o roba del genere, piuttosto lo lasciava annoiato. Allora ho iniziato a guardarmi intorno:
che potevo fare per suscitare qualche emozione? Ho scritto un racconto («Il fabbrica-onde insicuro») che
– be’, non avevo idea di come diavolo fosse successo, ma era molto più dinamico di qualsiasi altra cosa
avessi scritto fino ad allora... era strano, veloce, e anche un po’ divertente, e possedeva quel pathos di
cui parlavi prima. Ecco qua. Già allora capivo che ciò da cui nasceva quel racconto era un sentimento
nascosto in profondità dentro di me, un sentimento con cui non mi sentivo del tutto a mio agio. Aveva un
po’ a che fare con quello che descrivevi prima – tristezza mescolata a crudeltà, e il tentativo di creare un
certo fremito e un certo imbarazzo nel lettore. Io facevo tantissimo il tifo per i miei personaggi, ma allo
stesso tempo sembrava che provassi un certo piacere a rendergli la vita difficile. Quando ho finito di
scrivere quel racconto ho provato un senso di vittoria, ma anche un certo dispiacere: «Aspetta un attimo,
cosa? È questo? È questo, il mio racconto? Speravo in qualcosa di più classico, più hemingwayano, e
invece... un parco a tema con crudeltà assortite». Ma dall’altro lato sentivo che era mio – strambo, nano e
inferiore, ma mio – e a quel punto mi ero talmente stufato di essere imitativo, di non fare il minimo effetto
sui lettori, e di dover lasciare da parte tutta la mia reale conoscenza del mondo soltanto per sembrare
qualcun altro, che ho deciso di andare avanti e imparare a scrivere in quel modo.

Hai scritto un racconto, «Nel paese della persuasione», i cui personaggi sono dei marchi. I prodotti
vengono umanizzati e il mondo del consumismo è descritto come se non ci fosse differenza tra la
comunicazione e la pubblicità. È il tentativo di essere mimetico, satirico o cosa?
Sì, lì i personaggi vengono da spot televisivi – anche se non sono del tutto consapevoli di ciò che sono.
Quel racconto – così come uno simile intitolato «Brad Carrigan, americano» – risale a un periodo in cui
mi ero un po’ stufato delle convenzioni del realismo e persino delle convenzioni del postmoderno, e
avevo solo voglia di divertirmi. Mi sentivo anche disgustato e intossicato dalla cultura pop americana,
soprattutto dalla convergenza tra l’insensato gergo materialista usato in pubblicità e l’insensato gergo
aggressivo usato dopo l’11 settembre per incitare alla guerra contro l’Iraq. Perciò, invece di partire come
faccio di solito da un personaggio umano cercando di avere in testa il suo sviluppo morale – ovvero
tentando sostanzialmente di «essere» quel personaggio, di farlo reagire alle cose come potrei fare io – in
questo caso mi sono concentrato direttamente sugli aspetti comici e sul disagio. E poi, solo dopo, sono
tornato indietro cercando di potenziare l’aspetto emotivo.
In generale penso che qualsiasi personaggio tu stia usando, se gli stai addosso e ti concentri su di lui
(tramite la revisione, nel mio caso) alla fine avrai una storia che parlerà di qualcosa, qualcosa che per te
è fondamentale. Per cui se pensi: «Ok, ora scrivo una storia in cui i personaggi principali sono il mio
cellulare, questo portaburro e questa saliera», la storia (se ti sei impegnato abbastanza) avrà comunque il
potenziale per scavare in profondità e parlare di tutte le cose più importanti. «Una saliera» e «il signor
Smith» non sono davvero diversi dal punto di vista ontologico, se hai capito cosa intendo.
E poi, in quel racconto, ho anche fatto precipitare il pene amputato di un uomo nel Grand Canyon:
quante volte ti può riuscire, una cosa del genere, nell’arco di tutta una carriera?!

Nel tuo libro di saggi Il megafono spento rendi omaggio a scrittori come Mark Twain, Kurt Vonnegut
e Donald Barthelme. A parte l’ammirazione per il loro stile, mi chiedevo se fossi particolarmente
interessato a un filone di scrittori americani che pongono forti interrogativi morali.
Sì, direi di sì. Ma quei tre sono anche scrittori molto divertenti. Per me, l’umorismo è la risposta più
sincera e profonda a tutta la follia dell’America di oggi – del mondo di oggi, anzi. Se torniamo a quello
che ho detto prima a proposito dell’assurda dissonanza tra il fatto che amiamo e il fatto che moriamo,
ecco, direi che il risultato della comprensione profonda di quel fenomeno, a livello viscerale, è la
tradizione comica. Prendiamo l’immagine più tipica: un uomo ricco e sicuro di sé scende le scale,
elencando i modi in cui, con fatica, diligenza e responsabilità morale, si è creato una vita invidiabile, ha
raccolto l’ammirazione di tutti quelli che lo conoscono ed è riuscito a dare ordine alla sua vita e alla sua
famiglia... e poi scivola su una macchinina che il figlio ha lasciato sulle scale, e finisce col culo per terra.
La vita è così. Per ciascuno di noi.
Perfino per quelli che danno a domande brevi e intelligenti risposte chilometriche e troppo sicure di
sé.

(Traduzione di Christian Raimo e Martina Testa)
INDICE

L’egoismo è inutile | Elogio della gentilezza


L’Uomo col Megafono
Intervista a George Saunders