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AA-VV.

ANTOLOGIA FUTURISTA IL CENTENARIO NEL CIELO - A LUCE MARINETTI


www.myspace.com/edizionifuturiste

ASSOCIAZIONE LETTERARIA D I E T R O L' A R T E


ANTOLOGIA FUTURISTA

IL CENTENARIO NEL CIELO*

*(x Luce Marinetti)


ALESSIA BALDI ANTONIO SILVANI CLAUDIO BRAGGIO DANILO CHIEGO GIANLUCA D'AQUINO MANLIO PIAZZA MANUELA VIO MARIAELENA MALASPINA MASSIMO LEITEMPERGHER

a cura di Gianluca D'Aquino FUTURIST EDITIONS


PREFAZIONE Unantologia per il Futurismo nel suo 100 anniversario, unopera collettiva con la libert di tema e di stile, per il semplice e genuino piacere di condividere, lontano da qualsiasi divisione o eccessiva caratterizzazione sociale, politica, di stile narrativo o di tematica. Questo compendio di opere di amici scrittori uniti per loccasione sotto linsegna dellAssociazione Artistico-Letteraria Dietro lArte di Alessandria, rappresenta lennesima occasione che lassociazione e i nuovi futuristi desiderano offrire a chi produce narrativa di confrontarsi con i lettori in modo democratico e aperto.

Gli autori che hanno partecipato a questa iniziativa lhanno fatto spontaneamente, senza ambizioni di tributo e senza doversi comprare il proprio spazio, stato semplicemente fatto loro un invito, mirato, e ne seguita una serena accettazione. Va pertanto a loro un immenso ringraziamento per averci donato la propria opera, un ringraziamento che auspichiamo possa essere ripagato dallattenzione e dal gradimento dei lettori, nella sincera speranza che questa piccola opera on-line possa presto prendere forma nella pi consona versione cartacea cui, chi fa narrativa, piace accostarsi. Gianluca DAquino

Alessia Baldi

OMISSIS Mio cugino non sospetta che io abbia capito. Si vede dal suo sguardo, il solito, quel misto di autocompiacimento e commiserazione. lui che ha voluto portarmi qui e lasciarmi da solo senza le mie armi di ordinanza in questo rifugio di campagna isolato da tutto e da tutti. Ho accettato di fare da cavia per questa importante e pericolosa operazione di polizia, da me coordinata come capo della Squadra Anticrimine, per suggellare una lunga e faticosa carriera costellata di successi investigativi. Confesso che, per la prima volta in tanti anni, proprio perch totalmente solitario nel mio insolito ruolo di bersaglio, sento un brivido lungo la schiena nel timore che qualcosa possa andare storto e mi sento disarmato e impotente di fronte allincertezza dellimprevisto. Si tratta di incastrare qualcuno a me molto vicino, posso ben dire una parte di me, e lattesa snervante. Di chiaro qui c ben poco, solo la solitudine, oltre a un inquietante alone che pervade tutte le cose e mi attanaglia, una musica silenziosa che martellante mi tortura. Sul tavolo di legno rosicchiato dai tarli e impolverato vi sono, in ordine sparso, solo oggetti obsoleti, oltre a qualche piatto e a qualche posata arrugginita: due forchette, un cucchiaio, un coltello; sparsi a terra, alcuni fogli di carta ingiallita dal tempo e una matita quasi del tutto consumata. Nullaltro o poco pi. Devo stare calmo. Non posso lasciarmi sopraffare dalle emozioni proprio adesso. A volte, non ti puoi permettere di sbagliare, tanto pi vero quanto pi sei direttamente coinvolto e toccato negli affetti, nei sentimenti, nel tuo amor proprio, nel tuo orgoglio, nella tua stessa identit. Sento il fluire del sangue nelle vene come se scorresse al di fuori di me, impetuosamente. Rivedo ancora limmagine straziante di quel corpo di bambina violato e a tratti penso che la mia morte potrebbe espiare, anche se solo in parte, la mia colpa, quella di non essere stato capace di evitarlo, io che sono responsabile delloperato della Squadra Anticrimine e che, attenendomi al mio ruolo, raramente posso permettermi di fallire e nel modo pi assoluto non posso permettermi di farlo quando sono in pericolo la vita, la purezza e linnocenza di un bambino. Il battito pulsante del mio cuore copre il rumore dei miei pensieri e li rende evanescenti, impercettibili i confini tra realt e fantasia, tra verit e menzogna, tra bene e male. Questo coltello una tentazione. Basterebbe un attimo, un solo colpo in un punto vitale per autoannullarmi.

Ma devo stare attento. Rischio di rovinare ogni cosa e fare il gioco di mio cugino se perdo del tutto la lucidit. Devo fare in modo di non dimenticare tutte le circostanze di questa folle congiura. Ricordare mi infonde sicurezza e mi aiuta a mantenere la calma. So che solo quando prenderanno quel maniaco sar veramente finita e si potr respirare aria nuova, ma senza di me, che ho esperienza di queste cose, non ci possono riuscire. La verit che mio cugino, che colpevole pi di me perch asseconda i suoi istinti perversi mentre io li combatto, in realt vuole la mia morte per prendere il mio posto defraudandomi di ci che rappresento e, a tal fine, non trovando il coraggio di uccidermi, mi ha convinto non so come a organizzare la simulazione del mio trapasso, sfruttando i miei sensi di colpa e la mia temporanea debolezza. Ormai avr gi avvertito i miei di quella che abbiamo concordato di definire una disgrazia e unirrimediabile perdita; il corpo sar stato senzaltro trovato nella mia abitazione cos come previsto e una serie di particolari minuziosamente studiati porter a identificare il cadavere con la mia persona. Come ha voluto farmi credere mio cugino, in molti allinizio mi piangeranno e rimpiangeranno per linspiegabilit e la crudezza della mia dipartita, ma presto il caso sar archiviato come suicidio e tutti, a poco a poco, torneranno alle proprie occupazioni ordinarie; allora, io sar finalmente libero, senza pi ruoli n schemi da seguire, e potr spogliarmi di queste vesti logore di paladino della lotta contro il crimine. Ma qui si sbaglia. Non pu essere cancellata cos facilmente la dignit del personaggio che per anni ho rappresentato con arguzia e intelligenza creativa emulando lindiscusso protagonista di un certo genere letterario, il giallo, che mi ha sempre affascinato. Gli far scontare per il resto dei suoi giorni latroce delitto che ha commesso. Solo una persona conosce la verit, a parte naturalmente il sottoscritto che per il momento non pu rivelarla perch significherebbe autoaccusarsi e mio cugino che, per ovvie ragioni, non ha interesse a farlo. Questa persona, che tutti considerano soltanto una bambina per la sua giovanissima et ma che nessuno, tranne me, ha mai compreso pienamente, una mia piccola amica, che un po mi attrae per la forza dei suoi deliri di onnipotenza e un po mi spaventa per la sua innocente imprevedibilit. una bambina della quale non posso confessare il nome nemmeno a me stesso e che, pertanto, indico con una sola iniziale fasulla, S., per non coinvolgerla pi del necessario in questa storia e, nello stesso tempo, per rammentarmi in qualche modo della sua esistenza e della possibilit di salvarmi. Mio cugino ha pensato a tutto, per mi ha sottovalutato; ha bisogno di

me per sopravvivere, non pu farcela da solo perch manca della tenacia, della costanza e della lungimiranza necessari per sostituirsi a me e occultare con successo linganno sul quale ha fondato la sua arte morbosa. Dopotutto, secondo manuale, il colpevole ritorna sempre sul luogo del delitto e io lo sto aspettando... qui... con pazienza. gi tutto predisposto. Quando si accorger che io sono, nonostante tutto, ancora vivo e vitale e che per salvarsi dovr uccidermi davvero, torner qui e il mio piano volger allepilogo con il suo arresto in flagranza di reato ad opera dellingegnoso capo della Squadra Anticrimine e dei suoi uomini prontamente intervenuti nel momento cruciale. Tutti saranno dalla mia parte come sempre stato e i miei e S. non dovranno pi fingere di credere a mio cugino per reggere il gioco. Prego che finisca tutto al pi presto. Anche la carta sulla quale sto scrivendo questo racconto per ingannare lattesa si sta ingiallendo sempre di pi per lumidit. Questo colore giallo sbiadito cos disturbante mi provoca inquietudine e mi fa riflettere ancora una volta sulla precariet della vita umana, mi induce a immaginare che qualcosa di mostruoso ed eccitante al tempo stesso stia per accadermi. Ora che ci penso bene... il giallo non mai stato il mio colore preferito, soprattutto nelle sue sfumature dai contorni imprecisi e sfuggenti... ma non devo lasciarmi condizionare da stupide e improduttive superstizioni. La matita ormai ridotta a un nulla e produce un rumore fastidioso a contatto con la carta; sarebbe inutile usare ancora il coltello per appuntarne la mina. Tra poco sar libero e mi riapproprier della mia identit. Riscoprir chi sono veramente, sottile risolutore di enigmi polizieschi o peccatore, cacciatore di maniaci o stanco suicida, vittima della mediocrit altrui o potenziale assassino. Una volta catturato quel criminale, distrugger quello che ho scritto, torner in possesso dei miei strumenti di lavoro e continuer a risolvere nella vita casi incredibili e svariati di malvagit umana e di affronto alla legalit con il mio consueto stile e lamore per la verit che mi contraddistingue e questa diventer solo una delle tante storie, probabilmente neanche lultima, che, reali o fittizie, raccontate o mai divulgate, caratterizzano la societ attuale e ne fanno parte integrante e irrinunciabile. Ma ora... il mio istinto mi dice che mio cugino sta per arrivare. Proprio come pensavo. Non hanno dato retta a quella povera illusa. Ne sono certo. I miei uomini lo hanno sicuramente seguito fino a qui e devono essere appena dietro di lui per coglierlo sul fatto. Ecco... il chiarore del giorno filtra improvvisamente allinterno del

casolare abbandonato. Ora il silenzio della stanza si rotto. Sento che qualcosa si sta muovendo vicino a me. una sagoma umana ma non riesco a individuarne i contorni perch la luce troppo forte e abbagliante e mi fa troppo male. Non capisco. Alla fine mi ero convinto di essere solo allinterno e lidea di essermi sbagliato mi sgomenta. Ormai non ho pi niente da raccontare a me stesso. A poco a poco riconosco questo posto. Non come me lo ero immaginato. La verit unaltra. La verit che il rifugio di campagna nel quale mio malgrado sono stato trasportato si trova solo in una zona indefinita della mia mente, che a casa nessuno mi aspetta pi, che da molto tempo non ho contatti di nessun tipo con alcuno dei miei parenti, e tantomeno con mio cugino, e che non sono mai stato in un commissariato di polizia se non per motivi assolutamente ordinari e mai per lavoro o con un ruolo di responsabilit. Ora riesco a sentire distintamente quelle urla... le urla provocanti di quella bambina che ha lottato come ha potuto contro di me, riuscendo solo a spezzare il dito mignolo della mia mano sinistra e la mia dignit, e che adesso mi guarda, ormai indifesa e dominata, alzare il coltello verso di lei... mentre la Polizia, seguendo gli ordini impartiti da un tale Commissario X del quale non ricordo bene la fisionomia ma il cui cognome mi subito suonato stranamente familiare, irrompe con immutato ardore nello scantinato della mia casa di periferia ai margini della citt. Ma questa unaltra storia.

Antonio Silvani

VISITE DALLO SPAZIO


E' quasi mezzanotte e la campagna dorme in questa notte estiva priva di luna; il buio sarebbe totale se non fosse per i led intermittenti delle lucciole e, poco pi in l, per le luci del campo da bocce dellosteria. Quattro giocatori avanti con gli anni discutono animatamente sulla validit di una bocciata e le loro voci concitate disturbano limmutabile concerto dei grilli. Seduti sotto il pergolato, altri quattro vegliardi osservano in silenzio i giocatori, hanno gi parlato di tutto, che altro possono dire? Per non vogliono ancora andare a letto: perch sprecare tempo prezioso dormendo, quando manca poco a un sonno ben pi lungo? Ma uno dei matusalemme vuole ancora dire la sua, vuole rompere quel silenzio che porta troppi pensieri: E anche questa volta i Russi lhanno messa in quel posto agli Americani! Per lennesima volta vuole commentare limpresa che, il giorno prima, ha immortalato Juri Gagarin come primo cosmonauta della storia. Il vecchietto se ne fotte dellimpresa spaziale, del progresso, delle conquiste scientifiche e tecnologiche, per lui sono solo diavolerie destinate a mandare il mondo a puttane, per, essendo un compagno della prima ora, ci tiene molto a sottolineare le vittorie ed i primati del comunismo, siano essi elettorali, scientifici o sportivi. Bella forza gli ribatte il suo vicino di sedia, politicamente dallaltra parte della barricata chiss quante persone hanno fatto morire di fame per quel voletto e poi quello che conta non linizio: noi non ci saremo pi, ma sono sicuro che i primi ad arrivare sulla Luna saranno Un tremendo boato gli blocca il discorso e interrompe la partita a bocce e, subito dopo, una violenta fiammata a poche decine di metri rischiara per un istante la campagna. Poi di nuovo il buio, il silenzio e il monocorde concerto dei grilli. Ma cosa sar? Un attentato forse? Proprio qui in campagna? Ma contro chi? Forse sar caduto un aereo! Forse ci sar qualche ferito! Pu essere, andiamo a vedere! Ma non rischioso? Sempre meno di quando caricavamo alla baionetta. Andiamo, dai! Gli otto vecchi, accompagnati dal padrone dellosteria armato di torcia elettrica, si avviano verso il punto in cui c stata la fiammata. E la vedono. E vedono la sfera di metallo lucido, di circa un metro di diametro, sprofondata nel terreno per quasi tre quarti, con strane antenne che

puntano verso il cielo. Nel silenzio della notte si ode chiaramente un ticchettio metallico provenire dallinterno dellordigno. Lerba, in un raggio di cinque o sei metri intorno alla sfera, sembra quasi secca, in certi punti bruciata. Madonna mia! Ma uno Sputnik! Esploder mica? Il rumore che fa sembra quello di una bomba a orologeria Se non esploso cadendo non esplode pi! Comunque avvisiamo subito i Carabinieri! Il resto appartiene alla cronaca. Arrivano le forze dellordine, arrivano le autorit, arrivano pezzi grossi dellesercito ingallonati da capo a piedi, arrivano i pomposi docenti della vicina Universit. Non si pu sapere nientaltro, nessuno pu avvicinarsi, neppure i giornalisti. Chiss la faccia di tutti questi papaveri quando, senzaltro con grande cautela, si cercher di rimuovere la sfera, chiss la loro faccia quando si accorgeranno che in realt una semisfera appoggiata al terreno e ricoperta di terra lungo i bordi, chiss come ci rimarranno di merda quando, sollevata la semisfera, troveranno una sveglia, un salamino, una bottiglia di vino, una bustina di preservativi ed un biglietto con la scritta: Satellite sperimentale per valutare lo stato di conservazione dellequipaggiamento base del moderno astronauta. Ovviamente il biglietto reca anche il sigillo dellOrdine Goliardico imperante in questa citt!

Claudio Braggio DOPO SAM DUNN, IL DILUVIO SENZA CHIARO DI LUNA

La faccia del Tabazzi di quelle che presto si dimenticano e ti danno la certezza che non avrebbe mai potuto avere alcun successo nella vita. Quando ti trovi uno di questi individui al fianco sai che sgobber per farti fare bella figura. Il Tabazzi lo sa che nessuno pensa a lui e che il suo compito quello di pensare a tutto. Cos quella sera, la stessa che aveva saputo con certezza della morte di Sam Dunn, aveva indossato un panciotto met giallo e met azzurro. Che cosa stai facendo Tabazzi?, il nome di battesimo la prima cosa che si dimentica, Lo sai che noi quattro entreremo in scena con i panciotti di Fortunato. Il quinto panciotto comunque non cera e tanto valeva provvedere in proprio, anche se il ruolo in parte quello di servo di scena e in parte di elemento scenografico fisso. In questa nostra epoca fatta di velocit viene premiato il pensiero che sopravanza la materia e allora perch non prepararsi ad affrontare il

pubblico? Il pensiero che esternamente pu renderci immobili per una due tre quattro ore con espressione imbambolata, estatica. Questo il Tabazzi seduto su una sedia a fissare il pubblico in sala che comincia a dare segni di inquietudine e lancia parole cattive ed gi indaffarato con le cassette di ortaggi di scarto. La crisi economica si fa sentire anche a teatro. Quelle ex primizie non sono per lui che si sempre definito lantipasto dello spettacolo (e il Tabazzi si domanda perch non lhanno messo alla fine secondo la linea di condotta del movimento?). Il piatto forte sono gli altri quattro, poeti paroliberi declamatori a raffica esternatori senza posa emozionatori di folle incandescenti. Il Tabazzi ha composto delle tavole parolibere e diversi aereopoemi, ma dopo aver appreso dellinfelice dipartita di Sam Dunn ha pensato che non volesse pi la pena declamare alcunch in pubblico. Ecco perch se quella sera decise di starsene zitto e immobile. Generando imbarazzo. Curiosit. Perplessit. Derisione. Avversione. Rabbia. Sorrideva ogni volta che il getto di qualche ortaggio omaggiava anzitempo luscita in scena delle quattro vedette del nuovo teatro di variet. Quasi mai pomodori, forse a significare che un fondo di simpatia il Tabazzi era riuscito ad accattivarselo tra il pubblico. Chi gli ha parlato di Sam Dunn la prima volta? Bruno; s proprio Bruno, che laveva fatto cos tante volte daver limpressione di conoscerlo da sempre questo Sam Dunn. Cera qualcosa di contorto in tutto questo, gli pareva, perci quel tempo sul palcoscenico dedicato alla meditazione e alla trasmissione del pensiero avrebbe potuto aiutarlo a far chiarezza. La notizia della morte in ogni caso era stata confermata. Si attendeva soltanto la pubblicazione. Ogni speranza era svanita e cera pure un editore che confidava non avvenissero n ripensamenti, n inopportune resurrezioni foriere di ristampe tipografiche con maceri di carta invenduta. Da quel momento in poi che la notizia fosse vera o meno aveva poca importanza perch cera gi un piccolo gruppo che la credeva possibile e la propagandava. Tutto lavoro prezioso da non sprecare. E tra poche settimane sarebbe stato messo tutto quanto nero su bianco. Tuttavia il Tabazzi si domandava perch mai Bruno si preparasse gi da tempo alla dipartita di Sam Dunn se questa era stata improvvisa e violenta. Di certo Bruno era in possesso di informazioni a lui ancora celate. Altrimenti avrebbe significato che in lui esistevano doti di preveggenza tali da far accapponare la pelle o di far sudar freddo come talvolta gli capitava andando in scena. La domanda. Ognuno ne ha una a questo punto. A ciascuno la propria. Che tenta di insinuarsi fra le altre. La mia no, senza bisogno di sottolinearlo. Lascio fare al Tabazzi, il quale credo ritenga sia meglio

unazione, dopo tante repliche in muta e immobile esposizione. Cos quella sera dei quattro panciotti di Fortunato e uno di sua ideazione e fattura, il Tabazzi port con s una rivoltella. In una tasca interna della giacca, rinforzata alla bisogna. Tre proiettili per ogni tasca esterna della giacca, per maggior sicurezza. Caso mai fosse venuta la tentazione dusarla anzitempo. Come vuole la legge del teatro di variet, la velocit di esecuzione deve combinarsi con la sorpresa e raccordarsi con la tempistica delle battute. La spalla porge e il comico prontamente afferra il momento. Un momento primo o un momento dopo e leffetto si disperde, fossanche quello di un colpo di rivoltella. Il Tabazzi avrebbe voluto vivere come Sam Dunn, che non aveva mai conosciuto e mai pi avrebbe potuto farlo perch era data per certa la sua morte. Sapeva quel che occorreva dai racconti di Bruno e di un suo amico editore, che pure lui non doveva averlo conosciuto perch faceva sempre troppe domande su questo o quellepisodio e sulle donne che aveva conosciuto e sul suo vorticoso stile di vita. Forse ne sapeva qualcosa di pi del Tabazzi, ma non per questo poteva sentirsi in diritto di accreditarsi come amico. Neppure quando affermava che da l a poche settimane proprio per merito suo e della sua arte tutti avrebbero saputo non soltanto che Sam Dunn morto, ma anche molti particolari della sua esistenza. Al Tabazzi sembravano affermazioni un poco sconclusionate viziate dal rum, dalla grappa, dalla vodka, dal cognac, dal whisky, anche dal whiskey, dal marsala, dal genepy, dal gin, dallo champagne, dal brandy Daccordo, neanche Sam Dunn era astemio. Neanche Tabazzi. Bene, neanchio appartengo a questa schiera di affamatori di vignaioli e contadini e distillatori. Lo sparo. Lo sparo c stato. La sera stessa. Dopo il forsennato lancio di ortaggi a ingombrare scena e proscenio infilandosi sin dentro le quinte di destra e di sinistra. Neanche ai mercati generali dopo la distribuzione allalba viene lasciato tanto scempio eppure in concomitanza con la loro tourne in ogni citt che occupavano poeticamente, per una sorta di tacito e generale accordo, il desolante marciume multicolore delle verdure e delle frutta di stagione veniva trasferito nel luogo di spettacolo. Il teatro e il raffronto con la vita. Il teatro e il suo doppio. Il teatro rappresentazione che si confonde con la realt. Qualche volta il Tabazzi salvava qualche scampolo di realt non marcito per cucinare una zuppa futurista della vendetta. Una zuppa antica che piaceva al punto da non essere classificata passatista. Ci siamo persi lo sparo. Come il Tabazzi sera persa la pistola e tre dei proiettili, finiti nelle mani di Luigi e Umberto i quali per la smania di provarne il funzionamento finirono collarmare il cane e farlo scattare provocando la detonazione che interruppe il torpore del rilassamento

che segue il pasto consumato dopo che s esaurita ladrenalina prodotta dallesser andati in scena. Uno sparo e via altra adrenalina. Un rimprovero, la rivendicazione di possesso dellarma, uno schiaffo, due colluttazioni, tre tafferugli e il dopo teatro sera belle organizzato (ovvia, come lAldo che se c da menar le mani smette di comporre la sua rivista e ti attende a pi fermo nel suo locale preferito in quel di Firenze; e quella volta non mi ricordo che ci fosse anche lui; bisogna chiedere al Tabazzi, se ancora la memoria lo sorregge, non come le gambe poveretto). Un proiettile sparato vicino allorecchio fastidioso e non soltanto per lacufene che produce: qualche centimetro pi in qua e il malcapitato non ha pi preoccupazioni, qualche centimetro pi in l ed tutta una lamentela che facilmente degenera in rissa. Potenza dei rumori forti e improvvisi. In questo caso per la reazione immediata e violenta fu quella del Tabazzi vistosi espropriato momentaneamente dellarma e definitivamente di una delle pallottole, portando a cinque i lunghi proiettili dellelegante Lebel calibro 8 modello 1892 a doppia azione, particolarmente adatta ai mancini come il Tabazzi perch tamburo ed espulsore fuoriescono dalla destra e per questo motivo la si poteva scambiare facilmente con lufficiale francese che laveva in dotazione offrendogli unaltra pistola, un poco pi elegante anche se meno robusta e precisa. La cassa di bottiglie di champagne non poteva essere considerata un omaggio perch scolata in egual misura e con la stessa foga da acquirente e venditore. Orbene. A farne le spese fu soprattutto un gatto attratto dagli odori del camerino-cucina con feritoia a livello marciapiede. Miagol in quel modo sgraziato che se per un aspetto ti rassicura in merito alla sua esistenza in vita, dallaltra parte ti lascia seri dubbi sulla sua integrit fisica. Non si fece acchiappare e mai ci fu dato sapere. Cos rimanevano cinque colpi. Buoni per cinque rappresentazioni. Perch lidea piacque a tutti, anche al Tabazzi. Quindi tutti quanti tranne il Tabazzi si accapigliarono per stabilire chi avrebbe sparato di volta in volta, secondo una lista di merito che escludeva Luigi o Umberto o tutti e due in quanto gi felici autori di uno sparo. Quando finirono di litigare e stavano abbozzando una specie di accordo il Tabazzi con calma serafica sentenzi che rimanevano soltanto quattro pallottole per altrettanti spettacoli, perch il quinto proiettile era per un doveroso omaggio a Sam Dunn. Pressoch tutti non compresero la gravita dellaffermazione e annuirono sottolineando che essendo sua larma aveva buon diritto a tirare almeno un colpo. Soltanto il cervello di Bruno venne attraversato da un lampo che lo fece sudar freddo e tremar le ginocchia e traspirare in modo intenso. Un riferimento a Sam Dunn

troppo preciso e immediato per essere ignorato o frainteso. La storia aveva prodotto il suo effetto ancor prima di essere pubblicata e il romanzo si poteva trasformare in realt prima che fosse possibile negare ogni suo legame con fatti e persone realmente esistite. Occorre dire due cose sul Tabazzi. Circolano due voci entrambe accreditate: che fosse un pazzo e che fosse un idiota. Il Bruno le aveva diligentemente annotate e riportate in quel che sarebbe da l a breve diventato il suo romanzo pi noto. Direttamente ispirato dalla vita, non soltanto di quella del Tabazzi, anche se in qualche tratto sparpagliato lo si pu facilmente riconoscere. Per questo i 95 chilogrammi per un metro e ottantanove che talvolta rispondono al nome di Tabazzi si sono identificati in molti tratti con le descrizioni di Sam Dunn. Quasi tutti noi tendiamo a riconoscersi nei nostri tratti generali. Bruno fece un rapido conteggio mentale e dopo aver verificato almeno quattro volte con fulminei intelligenti e penetranti occhiate scambiate con tutti gli altri componenti lestemporanea compagnia teatrale, tir un sospiro di sollievo constatando che le repliche previste erano soltanto altre tre. Cera un margine di sicurezza. Sempre che fosse servito. Del Tabazzi non ci poteva fidare sempre. In fondo la rivoltella se lera portata dietro senza dire nulla a nessuno, pensando di fare una piccola sorpresa o una cosa buffa, come quella volta che fece irrompere in platea delle galline smorzando leffetto della declamazione della vispa Teresa, colpo a sorpresa che fummo costretti a giocar meglio in una piazza successiva. Il Tabazzi buono e generoso, ma non in grado di pensare. Noi che invece abbiamo il bene dellintelletto non abbiamo posto per le altre buone qualit e il Tabazzi ce lo teniamo ben stretto come ulteriore finanziatore. Perch il Tabazzi ricco. A venticinque anni ha ereditato 12 milioni di lire e a ventotto ha saputo ridurli alla pi pratica dimensione di 4 milioni. Questa ricchezza meno ingombrante riusciamo a godercela in spese di viaggio, pernottamenti e cene. Una vera fortuna per il Tabazzi, che prima di conoscerci apriva e chiudeva regolarmente imprese commerciali sballate come quella di creare un emporio del lusso pi sfrenato su una nave da crociera che faceva approdare in tutti i porti delle coste pi povere, nella convinzione che si desidera soprattutto quel ancora non sai di desiderare e se ti viene mostrato non puoi pi farne a meno. Lidea di evitare i porti commercialmente pi importanti e ricchi poggiava sullintuizione che fosse inutile andare dove cera gi concorrenza. Si sentiva un pioniere e perci nel suo ufficio aveva fatto appendere una grande cartina del mondo su cui piantava una bandierina su ogni porto visitato dalla sua nave esclamando Oggi ho aperto un nuovo mercato!. Limpresa fall miseramente perch dopo un anno di infruttuosa navigazione lequipaggio lanci la falsa notizia

dellaffondamento del bastimento, approd a un porto ricco e importante dove vendette sottocosto lintero carico, infine modific il nome della nave avviando un pi semplice e lucroso traffico di merci, di contrabbando e no. Noi tutti abbiamo sempre voluto bene al Tabazzi e lui in cambio non ci ha mai fatto del male, badando sempre non colpirci durante le risse che durante o dopo molte rappresentazioni noi o il pubblico istigavamo. Se gli avessimo rivelato che la storia di Sam Dunn era tale, appunto una bella storia e nulla pi, ci sarebbe rimasto male. Non ce lo saremmo mai perdonato. Forse ci avrebbe anche picchiati. Non si sa a che cosa pu condurre una forte delusione. E poi il Tabazzi aveva una pistola, cinque colpi e una faccia che se la descrivi alle forze dellordine non rimane in testa e finisce con confondersi con mille altre. No, non avevamo fotografie di Tabazzi e quando si scattavano quelle di gruppo trovava sempre qualche occasione o scusa per defilarsi. Era anche un timido. Bruno decise di prender di petto la situazione. Non subito. Avrebbe dovuto attendere la pubblicazione del libro. Nel frattempo si esibirono nelle tre piazze previste e i tre colpi di pistola vennero sparati. Non uno in scena. Il primo fu esploso a vuoto la sera prima della rappresentazione per fare una prova per trovare il momento pi adatto a ottenere il massimo effetto (sul tema era sorto un interminabile duello verbale a cui lo sparo pose fine). Il secondo fu sparato fuori dal teatro al termine della serata come segno di delusione perch il pubblico assommava a soltanto otto persone. Il terzo fece semplicemente cilecca e tutti furono concordi che fosse dovuto a un difetto di fabbricazione della pallottola. Quando il libro di Bruno venne allonor del mondo una delle prime copie and in dono al Tabazzi, il quale commosso sino alle lacrime ringrazi un milione di volte e abbracci e baci tutti quanti e si apprest a leggerlo in un luogo appartato e tranquillo, con emozione e venerazione. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli che si trattava di un romanzo di fantasia, ma se talvolta le parole possono ferire o compiacere, aiutare o distruggere, far innamorare o produrre odio, in molti casi non riescono a produrre effetto alcuno. Il Tabazzi lesse il libro, ne siamo convinti, ma da quel giorno non labbiamo pi veduto, n avuto notizie eccezion fatta per una cartolina illustrata che ricevette Bruno con uno scritto dal senso criptico la decadenza e il decadentismo sono malattie infantili che i genitori trasmettono ai figli.

Danilo Chiego

UN ADOLESCENTE IN FUGA
E' notte. Sono nella mia stanza con mio figlio e guardo la pioggia che scende copiosamente dal cielo. Che giornata! Il maltempo si abbatte ormai interrottamente da giorni e non sembra voler concedere tregua. La chioma degli alberi si muove a ritmo di valzer. Lacqua, il sibilo del vento e il fruscio delle foglie formano una piccola orchestra che accompagna la mia mente nei sentieri pi tortuosi dellimmaginazione. Pap a cosa pensi? La voce di Giorgio mi giunge alle orecchie come musica. Lo fisso per un istante ma non gli rispondo. Capita in certi momenti di pensare alla vita intesa come arco temporale nel quale luomo nasce, cresce e muore. Capita altrettante volte di pensare al passato e agli avvenimenti che lo hanno caratterizzato, che segnano la persona e ne contribuiscono alla formazione morale. Tutti dicono che ladolescenza importante per un ragazzo e che forse la tappa pi bella dellesistenza. Per me fu in parte cos La mattina la sveglia era una spada nel petto e quel trillo odioso era solitamente accompagnato dallurlo di mia madre. Non avevo pi voglia di affrontare la scuola e di andare avanti in quelle monotone giornate. Avevo bisogno di qualcosa di nuovo. Frequentavo lIstituto Commerciale, erano stati i miei a decidere quella scuola, ignorando lunico mio desiderio: quello di diventare marinaio. Volevo seguire le orme di mio nonno che mi aveva insegnato tanto a riguardo. Fin da piccolo mi portava a visitare le navi da guerra ormeggiate in porto e mi insegnava lantica arte marinaresca dei nodi e io lo seguivo con grande interesse. Mi dava vere e proprie lezioni di vita educando al rispetto. Diceva sempre: Davide ascolta il tuo cuore che ti porter sicuramente in alto Non sapeva, il nonno, che i suoi figli mi avrebbero costretto a studiare, per giunta in una scuola inadatta. Qualche volta marinavo la scuola per piacere e per ribellione. Ero stanco dei professori che continuamente si lamentavano per le assenze e per il mio comportamento esuberante. Non avrei mai voluto fare il ragioniere, ero e sono attivo e solare. Il sabato era il giorno che amavo di pi, perch potevo fare pi tardi, soprattutto in estate. Nonostante lincostanza nello studio, superai il primo anno scolastico con la media stentata del sei. Mi and bene, anche se i miei non erano particolarmente soddisfatti.

Pass come un fulmine anche quellestate torbida. Iniziai il secondo anno scolastico cos come avevo concluso il precedente: poca voglia di studiare, notti brave e qualche birra di troppo. Avevo 16 anni, ero piccolo di statura e anche se avevo completato la fase di sviluppo non traspariva in me ancora la fisionomia di ometto. Quellanno avvenne un incontro significativo. Un giorno mi recai a scuola con fare pi intraprendente del solito. Era una mattina uggiosa, una di quelle che caratterizzano Ottobre. Nellaria si percepiva un non so che di piacevole. Il vento scompigliava i miei folti capelli. Prima di salire al primo piano, ero solito fermarmi al distributore di merendine, la pi comune macchinetta, per rifornirmi di patatine. Quella mattina mi avvicinai e notai una bella ragazza alta, non proprio magra e mora, alle prese con laggeggio. Notai in lei una certa dolcezza e delicatezza, osservai i suoi modi fini e i suoi lineamenti e mi incurios la sua inesperienza nellutilizzare la snacks machines. Mi vide arrivare e quasi mi invit ad aiutarla con un cenno degli occhi. Mi feci dare le monete, le infilai nella feritoia e le chiesi gentilmente il nome. Si chiamava Daniela. La salutai con garbo e mi recai a lezione. In classe quella mattina la mia mente viaggiava altrove. Dovevo prendere una decisione che avrebbe cambiato la mia vita. Fissavo la professoressa di Economia Aziendale intenta a spiegare alla lavagna, ma non percepivo nessuna parola di quello che diceva. Nella mia testa risuonavano come una musichetta le parole di mio nonno: Davide ascolta il tuo cuore che ti porter sicuramente in alto Pensavo anche a quella ragazza che avevo conosciuto poco prima e a quanto mi piaceva. La tanto amata campanella suon indicando la fine dellultima ora. Alluscita il destino mi diede la seconda opportunit per aiutare quella che poi definii la dolce imbranata. Notai Daniela che, accovacciata per terra, raccoglieva alcuni fogli volati via a causa del vento. La salutai e le diedi una mano a recuperarli. Quando si alz, mi guard dritto negli occhi. Un brivido mi percorse la schiena, ero in balia di unemozione forte. Mi sussurr qualcosa che non percepii, poi prese una penna e un foglietto di carta, scrisse qualcosa e me lo porse. Quindi scapp via. Rimasi quasi imbambolato con il foglietto in mano e la osservai mentre saliva frettolosamente sul bus. Spar davanti ai miei occhi senza voltarsi. Con le mani tremolanti aprii il pezzo di carta e notai un numero di telefono seguito da Chiama nel pomeriggio. Daniela. Per un momento ebbi la sensazione di volare, sentivo qualcosa di indecifrabile nello stomaco. Tutto intorno a me sembrava lieto e

armonioso. Raggiunsi lautobus che stazionava alla fermata e rincasai. Quel giorno, a tavola, mia madre inizi a rimproverarmi sotto lo sguardo divertito di mia sorella: Davide, ai colloqui i professori hanno detto che rischi lanno. I voti sono calati e tu non sei mai sui libri! Sei uno scansafatiche e nella vita non combinerai mai nulla! Non ce la facevo pi. Ero quotidianamente umiliato e ai miei non stava mai bene niente. Per loro dovevo diplomarmi e poi laurearmi. Spesso tessevano in pubblico le lodi di Giulia, mia sorella, che stava per terminare gli studi Universitari. Mi alzai di scatto e urlai: Basta! Io voglio arruolarmi in marina! Il silenzio piomb nella stanza. Nessuno parlava. Corsi piangendo in camera mia, soddisfatto per aver esternato in quel modo il mio desiderio. Fuori, mia madre gridava con mio padre, forse colpevole di non essere intervenuto per frenare la mia ira. Ero disperato. Mi buttai sul letto e piansi a lungo, finche non mi ricordai di Daniela. Delineai nella mia mente il suo profilo splendido, poi alzai la cornetta del telefono e composi il numero che mi aveva scritto sul foglietto. Rispose lei e pareva contenta di sentirmi. Mi domand se avessi avuto piacere di incontrala qualche pomeriggio. Cos mi indic la strada di casa e io affermai che conoscevo bene la zona e che sarei sicuramente andato a trovarla. Ero contento di aver chiamato ma ancor di pi lo ero per il suo invito. Nei giorni successivi, mi informai sul suo conto. Mi dissero che frequentava la 2^A e che era una studentessa modello. Pensai a quanto fosse fortunata a essere bella, simpatica e capace nello studio! Non ci incontrammo per giorni, cos decisi di andare a casa sua. Presi la bicicletta e iniziai a pedalare desideroso di arrivare. La sua abitazione non era molto distante dalla mia e nel giro di venti minuti giunsi a destinazione. Davanti ai miei occhi si mostrava una grande casa a due piani, circondata da un immenso giardino di fiori e palme. Il sole illuminava le pareti bianche e ne esaltava la bellezza. Mi avvicinai timoroso al cancello e suonai al citofono. Non feci in tempo a dire nulla che subito il cancello si apr. Camminai lungo il viale di ghiaia bianca e vidi Daniela uscire dalla porta centrale e venirmi incontro. Ci salutammo calorosamente e mi invit a entrare prendendomi la mano, cos come si fa con un bambino che non conosce la strada. Mi condusse in una grande sala in stile moderno e mi invit a sedere su uno dei tanti divani presenti. La stanza

era enorme: una libreria di legno sovrastava la parete di fronte a me e a sinistra cera un imponente caminetto rivestito di pietre. Mi fissava con molta discrezione mentre io continuavo a compiacermi della casa. Quel giorno parlammo tanto. Mi raccont dei suoi genitori e da come ne parlava, sembrava che fosse molto affezionata. Suo padre era un medico e sua madre una docente Universitaria. Spesso erano costretti ad assentarsi per lavoro e lei viveva in compagnia di una tata. Ascoltavo attentamente le sue parole che arrivano alle mie orecchie come musica e allo stesso tempo pensavo alle difficolt economiche che affliggevano la mia famiglia. Cercai di non parlare dei miei genitori e del mio rapporto con loro. Discutemmo della scuola e dei docenti che avevamo in comune, malgrado le sezioni differenti, e ridemmo della professoressa di Matematica, una tipa ridicola che portava la parrucca. Mi offr dei biscotti appena sfornati che mangiai volentieri. Ormai tardi, mi accompagn al cancello. I nostri occhi si incrociarono e le sorrisi, allora lei avvicin le sue labbra alle mie e mi baci. Presi la bici, contento del pomeriggio passato insieme e ritornai a casa. La mattina seguente non andai a scuola, mi recai alla Capitaneria di Porto per prendere i documenti necessari alla domanda di arruolamento. Fu un giorno importante, che segn una tappa fondamentale della mia adolescenza. Uscii fiero dagli uffici e immaginai come sarebbe cambiata la mia vita lontano da tutto e da tutti, sulle navi o sulle motovedette, come sarebbe stato bello volare sulle onde del mare, varcare la soglia del sogno e giungere in un mondo tutto nuovo. Con i documenti e i certificati ben stretti tra le mani tornai a casa. Mi chiusi in camera e compilai la domanda che avrebbe dato una svolta alla mia vita. Ora per cera un ostacolo arduo da superare: la firma dei genitori. Decisi di affrontare tutto il giorno stesso e aspettai lora di pranzo per parlare con i miei. Dissi loro che avevo preso una decisione della quale ero fiero e che mi ero procurato gi tutti i documenti necessari. Mia madre scoppi a piangere, mentre mio padre cercava invano di calmarla con discorsi che mi sorpresero. Infatti, lui appoggiava la mia scelta e aveva fiducia in me. Ricordo che dopo un po mia madre abbracciandomi mi disse: Va bene figlio mio e che Dio te la mandi buona! Fu il giorno pi bello della mia vita: ero felice. Sentivo che il mio sogno stava per concretizzarsi. In tutta quelleuforia, avevo tuttavia dimenticato una persona che aveva caratterizzato lultimo periodo:

Daniela. Ci incontrammo nel pomeriggio e il tempo pass velocemente tra baci e abbracci, ma io non le dissi nulla della domanda in Marina. Il nostro rapporto and via via consolidandosi nei giorni a seguire. Passarono tre mesi dalla spedizione della domanda. Una mattina rientrai da scuola e sulla mia scrivania trovai la risposta tanto attesa. Entro quindici giorni dovevo presentarmi a La Spezia per sottopormi alle visite mediche. Ero contento ma sentivo qualcosa di strano nello stomaco che mi faceva star male. In fondo partire un po come morire. Quella poesia di Edmond Haracourt analizzata a scuola, dalle parole profonde e lontane, mi torn in mente. Quel pomeriggio mi chiam Daniela dicendomi che la tata non era in casa e che aveva un po di paura a stare da sola. Ricordo che i nostri corpi si unirono in una passione intensa e ci lasciammo trasportare dallemozione che caratterizz la prima volta e dallinesperienza che aument la curiosit. Ci amammo per ore e non ci accorgemmo che fuori si abbatteva un violento temporale. Rimanemmo sdraiati sul divano, avvolti da una copertina mentre il fuoco ardente illuminava e riscaldava la stanza. Mi sentivo in colpa per averla ingannata e per non essere stato sincero con lei. Non le avevo mai parlato della mia situazione economica, del mio sogno, dei miei genitori che mi facevano tanto soffrire. Le comunicai la partenza che sarebbe dovuta avvenire entro due giorni. Pianse a lungo e in un primo momento mi rimprover per non essere stato sincero. Poi cap che un mio sogno si sarebbe realizzato e tent invano di convincermi a restare. Abbandonai timidamente il nostro nido damore, quella grande casa vuota che ci aveva ospitato in un momento cos importante. Guardo fuori dalla finestra e noto con piacere che ha smesso di piovere. La tempesta finita, cos come nel mio animo sono cessati i tuoni e i lampi. A volte fa bene ricordare, anche se i ricordi fanno male. bello vivere il presente e ritornare al passato con uno sguardo attento al futuro. Sono diventato Maresciallo della Marina inseguendo fino alla fine il mio sogno e ora, allet di 30 anni, mi sento realizzato. Ho una moglie che mi ama e un figlio che adoro. Mi sono lasciato trasportare dai ricordi di Daniela e dei miei genitori che sono stati importanti nella mia formazione nonostante i numerosi problemi. Ho viaggiato con la mente tra gli anni pi bui e pi significativi, tra i tormenti e lamore, guardando un periodo della mia adolescenza con occhi diversi Pap a cosa pensi?.

Gianluca DAquino LA GUERRA, SOLA IGIENE DEL MONDO


Il rombo del motore a scoppio rimbombava fra le pareti metalliche dellhangar, un richiamo reboante e ferroso, rigido di potenza imprigionata nei pistoni. La giornata era calda, afosa, il sole picchiava forte sullasfalto infuocato. Il fragore del potente propulsore risuon ancora in un colpo secco di acceleratore. Tutti si fermarono come dincanto, poi lenorme portone si apr e laddove si pensava dover uscire un aeroplano, spunt fuori, nel suo rosso fiammante, il bolide a quattro ruote con quellinconfondibile numero bianco stampato sulla carena. Le persone applaudirono in uno scoppiettante batter di mani. Qualcuno url: Potenza! Gli fece eco un: Velocit! Le persone parlavano ad alta voce, citando le parole che pochi anni prima Marinetti aveva utilizzato sulle pagine de Le Figar per illustrare il Manifesto Futurista. Si citava lamore del pericolo, labitudine allenergia e alla temerit, il coraggio, laudacia, la ribellione, il movimento aggressivo, linsonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno, ma sopra ogni altra cosa le espressioni affermavano ed esaltavano che la magnificenza del mondo si fosse arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocit. Ed eccola l, limmagine della potenza e della velocit, fiammate di ardore e di coraggio, audace e ribelle, febbrile e desiderosa di calcare le strade come un aereo i cieli, aggressiva come un carro armato sul campo di battaglia. Era uno strumento da guerra, pronto a dar battaglia allimmobilismo, alla pena, allestasi e al sonno. Ancora un rombo, potente e indisciplinato, 8 cilindri in linea con un sistema di sovralimentazione in soli 680 chili grazie al monoblocco non pi in ghisa. Dal cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dallalito esplosivo, usciva il ruggito che sembrava correre sulla mitraglia, pi bello della Vittoria di Samotracia. Il sole di maggio inoltrato scottava come fosse agosto, il bollore degli animi sal dimprovviso quando dal capannone spuntarono fuori i piloti che avrebbero guidato il nuovo simbolo dellItalia delle corse: Tazio Nuvolari e Rudolf Caracciola. Inneggiamo alluomo che tiene il volante! Viva la lotta! La bellezza della lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo pu essere un capolavoro. Il debutto era vicino, il 5 giugno del 1932 sul circuito di Monza. Giornalisti, fotografi e curiosi si accalcavano intorno alle transenne

poste a poca distanza da auto e piloti, la gente applaudiva, fischiava, gioiva. Nessuno pensava ad altro che non fosse il desiderio di innovazione e rilancio, cera voglia di novit, progresso, sfida e vittoria! Era passato oltre un decennio dalla fine della guerra ma cerano gi allorizzonte nuvole minacciose che non lasciavano ben sperare per il futuro. Il Regime aveva mire espansionistiche e lEuropa intera era un continuo fibrillare di idee malsane. La gente voleva vedere correre le macchine, desiderava sfidare gli avversari sulla pista, dove il tutto aveva un inizio e una fine e dove, salvo imprevedibili disgrazie, nessuno si sarebbe mai fatto del male. Mario si sent parte di quel momento come mai prima gli era capitato. Aveva poco pi di trentanni e si sentiva soffocato dal recente passato, dagli anni della guerra e dal clima di scarsa libert intellettuale che si respirava nel Paese. Torn a casa, carico di entusiasmo per la vista di quel bolide che sapeva di innovazione, di futuro, di speranza. Corse in studio e apr il cassetto dove conservava le poche cose importanti che avevano segnato un momento della sua vita. Rovist fra alcuni ritagli di giornale e ne estrasse uno che poggi delicatamente sulla scrivania. Era una pagina de Le Figar del 20 febbraio 1909. Glielaveva regalata suo padre, poco prima di sparire sul Carso con una divisa del Regio Esercito Italiano. Aveva ancora nelle orecchie il rombo di quel motore e con quella colonna sonora rilesse il Manifesto del Futurismo, come si trattasse di un pezzo di storia che, di quando in quando, andava rispolverato, assaporato, glorificato. Questa volta, tuttavia, quel ritaglio di giornale era una delle pochissime cose che aveva potuto portare con s. Lunico legame con quel che pi aveva di caro. Erano passati undici anni. Rincantucciato nellinadeguata divisa, Mario cercava di ricordare il sole di quel giorno, i profumi, i suoni, i volti sorridenti. Interno a s, adesso vedeva solamente quel che restava della due divisioni alpine Julia e Cuneense. Stava marciando da oltre quattro giorni a trenta gradi sotto zero, il bianco della neve e della nebbia nelle distese infinite attutiva ogni suono, appiattendolo, rendendo tutto privo di quel soffio vitale che aveva provato in quel caldo pomeriggio di maggio del 1932. Doveva essere il 21 gennaio 1943, a dirla tutta, ormai si era perduta la cognizione del tempo. I carri armati russi avevano sferrato un violento attacco sette giorni prima a Rossosch, costringendo lArmata Italiana a ripiegare verso Podgornoje, prima dellaccerchiamento e del definitivo ordine di ritirare. Osservando un commilitone morire per il freddo e le ferite riportate, gli tornarono alla mente le parole di Marinetti: Non vi pi bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo pu essere un capolavoro. Noi vogliamo glorificare

la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore . Mario non sapeva se Marinetti avesse detto certe cose per il mero gioco della provocazione o se perch ci credesse davvero, ma di una cosa era certo, qui la gente moriva, forse presto sarebbe morto anche lui, e non vedeva bellezza nella lotta, nessun capolavoro nel carattere aggressivo delle cose, non si sentiva per nulla di glorificare la guerra o il militarismo, non vedeva igiene intorno a s ma solo sporcizia, fetore, carni dilaniate, volti tumefatti, sangue, nessuna pulizia etnica o sociale, non aveva limpressione che si stessero perdendo per strada i pezzi peggiori della societ, reietti o chiss cosaltro, vedeva morire ragazzi giovani, padri di famiglia, contadini e laureati, non cera patriottismo nei gesti ma solo disperazione, non aveva per niente belle idee per cui morire ma solamente il desiderio di tornare a casa. Forse il pensiero di quelluomo che indubbiamente aveva segnato a suo modo la storia, sarebbe morto con i militari caduti in Russia, magari il Futurismo e Marinetti stesso avevano i giorni contati cos come Mario e i suoi commilitoni avevano le ore, i minuti, forse finanche i secondi contati. Certo non poteva pensare che si trattasse solamente di una strumentalizzazione politica di chi la vedeva diversamente. Se fosse stata una mera contesa politica, avrebbe finanche potuto sostenerlo in virt del suo credo. La guerra aveva portato via suo padre quando era solamente un fanciullo e adesso stava completando la sua opera. Il silenzio senza fine era inquietante, sapeva di anticamera della morte. Mario osserv ancora il ritaglio di quel giornale, poi alz lo sguardo al cielo. In certi momenti, si riesce a pensare talmente a tante cose insieme che probabilmente si arriva realmente a utilizzare quella grossa porzione del cervello che per tutta la vita lasciata in un indifferente riposo. In certi momenti, probabilmente, si riesce a dare risposta anche alle domande pi ostiche. Una timida lacrima tent invano di precipitare sul volto ma il freddo la congel. Mario aveva fatto pace con se stesso. Accartocci il passato in una mano fredda, ormai priva di ogni energia vitale, chiuse gli occhi e sospir, sospir profondamente, per lultima volta.

Manlio Piazza

PASTA E CECI
Anche oggi una bella giornata di pioggia, piove con intensit, con forza, con costanza, sembra che ci sia qualcosa di sporco che vada lavato a fondo, la pioggia porta in unaltra dimensione, in un altro tempo, in un tempo non vissuto, ma forse porta semplicemente a stare da soli e a pensare, a lasciare che la vita scorra con lentezza come il ticchettio dolce e costante dellacqua piovana sui vetri che sembra quasi la sinfonia di un pianoforte. A volte si cerca una pausa dalla fretta con cui gira il mondo, un momento per stare da soli con se stessi, la pioggia un mantra che ci fa ritrovare, che ci fa fermare e aiuta a vivere meglio, una boccata di ossigeno per un sub sommerso nel mare del quotidiano che non capisce di essere sottacqua senza respiro. La pioggia sempre fonte di pensieri dolci e romantici, con la pioggia viene in mente la poesia o la pittura, ma ci sono dei sapori che si gustano meglio con un determinato clima e con una certa luce, cibi che forse mangiamo una volta lanno, ma che ricordiamo per tutto lanno di averli mangiati e ricordiamo anche il momento preciso in cui li abbiamo assaporati: oggi sono tornato a casa dei miei genitori, sono entrato, ho varcato la porta e sono stato avvolto da unatmosfera tipicamente invernale, dallatmosfera tipica della giornata di pioggia: una luce cupa, che dava calore a tutte le cose di casa, avvolto in questa luce dombra cera un profumo che dava senso e sostanza a tutto lambiente domestico, un aroma delicato e persistente entrava nelle narici, erano i ceci, insieme a loro si sentivano altri ortaggi, carote, sedano, pomodoro, tutto in casa profumava di tradizione ed emozione. I ceci sono degli esseri timidi per forma e natura, callosi al primo impatto, ma hanno un cuore dolce e intenso, sono teneri amanti della pasta alluovo, con il gusto del grano si completano e sublimano la loro essenza con lolio delle migliori olive che deve unire e non separare le loro nature. La cucina unalchimia, la cucina come lamore, bisogna dosare tutto nelle giuste proporzioni, due sapori si devono vicendevolmente esaltare, non ne deve esistere uno che domini laltro, proprio come in una relazione damore. Ho sempre pensato che nella cucina i colori siano alla base di tutto, sono loro che guidano locchio nel gusto, sono loro che stabiliscono a priori gran parte del nostro giudizio, larmonia cromatica dispone il palato alla giusta accoglienza. Se scavo nella memoria ricordo che nelle ricette tradizionali c un colore forte che domina tutti gli altri, nelle ricette pi moderne prende invece valore la semantica e la semiotica, i piatti nel loro intero comunicano qualcosa, non danno solo sapori. Ma non tutti i giorni siamo pronti a voler capire, capita che invece si vuole essere coccolati dal ricordo di una tradizione.

La pasta coi ceci un alimento povero e nutriente, fa venire in mente la cultura contadina e i passati anni sessanta con la cucina delle nostre nonne; ogni cibo umile ha una dignit forte che con la giusta atmosfera (quella invernale in questo caso) e il delicato senso della cucina si esalta e crea piatti di pregio. Nel cuore di ognuno di noi vive un piatto preferito e di solito qualcosa di semplice, qualcosa che si assaporato nellinfanzia, le portate semantiche tendiamo a goderle per lattimo stesso in cui durano, poi difficilmente corrompono le nostre forti tradizioni. Anni fa un famoso cuoco, proprietario di un ristorante che in Sicilia fa tendenza, mi confidava che nei giorni freddi amava la pasta con le patate, poteva sembrare banale ma il suo animo ricco di ricordi e nostalgia del passato la faceva divenire una tentazione a cui era difficile resistere. La proponeva anche ai clienti del ristorante nel menu del giorno, amava condividere i propri gusti con quelli dei clienti, ed era un vero successo, infatti, gli avventori dopo unipocrita disapprovazione si lasciavano tentare e ordinavano in un ristorante ricercato un piatto semplice. La cosa che li sorprendeva che ritrovavano in quel piatto sapori perduti, per qualche minuto venivano avvolti da un onda di ricordi e si sentivano ancora bambini. Ho mangiato in quel ristorante per parecchi anni, guardando il tempo e la giornata sapevo cosa avrei trovato nel men, potrei definire quella come una cucina delle stagioni e degli umori, tutti i piatti erano in sintonia con il clima e il tempo. Non serve cucinare bene, serve anche la sensibilit, quella che conferisce la patente di cuoco e quella ben pi importante di persona vera e profonda. Nel cibo c gran parte della nostra vita ed anche la fonte stessa della vita, amo le persone che sanno fare emozionare, si possono creare emozioni anche con la cucina. Non c niente di meglio di condividere e gustare un piatto vicino alle persone che apprezzi, uno scambio di piacere e di vita. Vivete la vita giorno per giorno e mangiate giorno per giorno, con lumore e latmosfera che vi respira accanto, a volte i programmi e le mete nascondono il lato romantico del vivere quotidiano.

Manuela Vio CAOS INTERIORE

Era strano come si sentiva quella mattina Peter, come se non fosse lui, come se qualcuno o qualcosa si fosse impossessato del suo corpo, sentiva che la sua mente non gli apparteneva pi. Usc di casa alle otto, come tutte le mattine, ma non si diresse in ufficio, dove lo aspettavano tutti i suoi colleghi, dove avrebbe dovuto tenere una conferenza sullinquinamento, dove una sala piena di ingegneri e di professori lo

stavano attendendo, bens prese la sua auto e si diresse fuori citt, con la mente che vagava, guardava la strada ma era come se non la vedesse, faceva tutto automaticamente, cambiava le marce, frenava, accelerava, tutto come se non fosse lui a farlo ma qualcuno che gli dicesse cosa e quando farlo. La radio dellauto era sintonizzata su una stazione dove trasmettevano unicamente canzoni degli anni 80 il volume era alto, talmente alto, che quando gli squill il cellulare, non lo sent, non sapeva nemmeno dove era diretto, sapeva solo che quando si sarebbe fermato, voleva dire che era arrivato. Fece molti chilometri, viaggi per circa tre ore, tra strade e stradine, il tempo meteorologico, cambi varie volte, part che era nuvoloso, poi durante il tragitto cadde prima la pioggia e poi la grandine, ammaccando il tettuccio dellauto e una volta arrivato a destinazione vide larcobaleno, che lo fece sorridere per un attimo. Una volta sceso dallauto, si rese conto di dovera, cio nel piccolo paese dovera cresciuto ma dal quale era fuggito appena ne ebbe la possibilit. Che ci faccio io qui? si chiese, senza per trovare risposta. Rientr in macchina, si guard un attimo intorno, prese il cellulare dalla tasca destra dei pantaloni. Sette chiamate perse Lufficioma certo schiacci il pulsante verde di chiamata. Sono Peter, mi avete cercato? Se ti abbiamo cercato? Peter ma sei uscito di senno? Ma lo sai che qui avevi una sala piena di ingegneri e professori venuti apposta per la tua conferenza? Ti rendi conto della figuraccia che ci hai fatto fare? Questa raffica di parole fu per Peter come un tornare sul pianeta terra. Scusami Alex, non mi sono reso conto le frasi che Peter pronunciava, non avevano molto senso, sapeva dovera, sapeva che stava parlando al telefono con il suo amico e collega Alex, ma non sapeva perch si trovava in quel posto, a tre ore di distanza da casa sua. Non ti sei reso conto di cosa? Peter ma stai bene? Dove ti trovi? adesso il tono di Alex non era pi arrabbiato ma preoccupato, non aveva mai sentito il suo amico in quello stato confusionale. S, sto bene non ti preoccupare, adesso torno a casa riagganci senza aspettare la risposta di Alex, il quale, dopo essersi sentito buttare gi il telefono, prov a richiamalo ma il segnale non prendeva la ricezione, oppure Peter aveva spento il cellulare. Prima di mettere in moto lauto, Peter spense davvero il cellulare, cos nessuno lo avrebbe pi disturbato, era stranamente irrequieto e non si sentiva di guidare, soprattutto perch sapeva che davanti a s aveva un

viaggio non indifferente, ma non poteva nemmeno lasciare l lauto e non se la sentiva di arrivare alla stazione per poi affrontare un viaggio in treno, che sarebbe stato sicuramente pi snervante e faticoso che guidare. Cos, senza tanto altro pensarci, si mise al volante e si immise nuovamente in strada, diretto questa volta verso la sua citt, verso casa, consapevole di ci che stava facendo. Il viaggio di ritorno fu tranquillo, anche se le sensazioni che inondavano Peter continuavano a renderlo particolarmente agitato, non riusciva a capire come aveva fatto ad arrivare fin l, era la prima volta in vita sua che gli capitava una cosa simile. Durante il tragitto, non accese la radio, voleva stare tranquillo senza altre cose per la testa se non il fatto di come si era trovato in quella situazione, che comunque era gi abbastanza a cui pensare.

Arriv sotto casa dopo circa quattro ore, il traffico si era fatto pi intenso, vista lora di punta. Parcheggi nel garage lauto sperando di non doverla pi usare fino allindomani mattina, sal i tre gradini che lo avrebbero portato nel suo confortevole, caldo e soprattutto conosciuto ambiente domestico. Era ancora in stato confusionale quando entr in casa dirigendosi in cucina, dove si vers un bicchiere di whisky liscio. Con questo in mano, and a sedersi sulla sua poltrona, sorseggi il whisky di ottima marca e pens a ci che gli era appena successo. Ma come diavolo sono arrivato fin l? si domand ad alta voce. Si sentiva stanco e molto nervoso, voleva dormire, quindi appoggi a terra il bicchiere e si sistem sulla poltrona, abituato a dormirci quasi tutte le notti davanti al televisore acceso. Si svegli di soprassalto, ricordando perfettamente il sogno o meglio lincubo che aveva appena fatto, dove lui era il protagonista. Non ci poteva credere: in sogno si vedeva tornare nella sua vecchia casa, quella dove era cresciuto con i suoi genitori e i due fratelli minori, vedeva se stesso entrare in casa con cautela, sua madre era distesa sul letto che dormiva, le si avvicinava e con tranquillit prendeva il cuscino e la soffocava, per poi vedersi seduto sul letto accanto a lei, a tenerle la mano. Lincubo gli fece accapponare la pelle, prese il telefono e chiam la madre. Pronto chi parla? Ciao mamma, sono Peter, come stai? Ciao tesoro, come mai mi chiami? Peter non era certo uno di quei figli che deve per forza sentire la madre ogni sera dopo cena, anzi era un tipo che se gli serviva qualcosa chiamava, altrimenti era capace di non farsi sentire per settimane, a volte per mesi.

No niente, volevo sapere come stavi Sto bene Peter! Ottimo, allora ci sentiamo, eh Va bene tesoro, chiamami se hai bisogno Certo, lo far senzaltro! e lavrebbe fatto sicuramente se gli fosse servito qualcosa. Termin la conversazione con la madre riagganciando il ricevitore e appoggiando il cordless sul fianco della poltrona. Si alz, non voleva ancora dormire, lincubo che aveva fatto era troppo strano, troppo brutto, troppo irreale, ma ne aveva paura. Ultimamente Peter non si sentiva bene, la cosa che gli era successa poche ore prima, era s strana ma da una settimana a quella parte si sentiva lui stesso strano, gli girava la testa, aveva nausee in qualsiasi ora del giorno, non riusciva a dormire bene, anzi non riusciva a dormire proprio avrebbe voluto urlare, tanto per sfogarsi, ma non lo fece solo perch aveva paura che i vicini andassero a bussargli alla porta e, nello stato in cui era, non aveva certo voglia di dare spiegazioni a nessuno, soprattutto a loro, che non gli stavano nemmeno simpatici. Usc di casa per prendere un po daria, erano le cinque del pomeriggio ed essendo estate, il sole splendeva ancora alto in cielo, non prese la macchina, fece una passeggiata guardando le vetrine, si sofferm davanti a quella di una farmacia. Test di gravidanza che ti dice anche da quanto sei incinta! lesse ad alta voce. Ma pensa un po, una volta per vedere se una era incinta doveva aspettare il mese dopo e adesso guarda te coshanno inventato continu. And a sedersi al solito bar, quello in cui passava la maggior parte dei sabato e domenica pomeriggio, solo che non era n sabato n domenica bens mercoled. Ordin il suo solito mezzo litro di birra rossa, non era un bevitore ma ogni tanto, un bicchiere di whisky o di birra non lo disdegnava, soprattutto se gli serviva per tirarsi un po su. Cominci a osservare le persone che passavano, immaginando la loro vita, cosa facessero, se fossero sposate o meno e soprattutto se fossero felici. Rimase seduto l fino alle otto di sera, fino a quando il barista non gli disse di andar via perch stava chiudendo. Ehi Peter, su vai a casa sto per chiudere si conoscevano da diversi anni ormai. S, Bill. Grazie di tutto Pag i suoi due bicchieri di birra e si avvi verso il parco, non aveva voglia di andare a casa, passeggi, guardando il sole tramontare davanti a lui, la luce arancione illuminava il cielo e Peter si ferm un attimo ad

ammirare quello spettacolo, non lo aveva mai fatto prima dora, non si era mai fermato a guardare il tramonto e non si era mai alzato presto per vedere lalba, aveva sempre pensato che fermarsi a guardare una cosa che esisteva da millenni e che sarebbe esistita per altri miliardi di anni fosse inutile, tempo sprecato ma solo adesso si rendeva conto di ci che aveva perso, perch un tramonto non mai uguale a un altro. Si sedette su una panchina e chiuse gli occhi, li fece riposare per un po, non cera nessuno in giro, erano tutti a casa a guardare la TV, a mangiare in compagnia dei familiari, lui invece era l, seduto su quella panchina, da solo e stava bene, era sempre stato cos, a lui non piaceva la compagnia, stava bene con se stesso e con nessun altro, forse era per questo che non si era mai sposato e che non aveva mai avuto una relazione duratura, appena si sentiva legato a qualcuno, scappava. Allimprovviso apr gli occhi e non si trovava pi nel parco bens a camminare in una strada, una strada con delle macchine che andavano e venivano, non sapeva come ci fosse arrivato, era lunica persona a piedi, la notte era arrivata senza che se ne accorgesse, riusciva a vedere i tratti della strada solamente grazie ai fanali delle auto che gli venivano incontro, a un certo punto le auto sparirono, non ce nerano pi, ma non era possibile, fino a un minuto prima la strada ne era piena. Vide una luce in fondo, pens che fosse quella di unauto, cominci a camminare per raggiungerla sperando di poter farsi dare un passaggio, ma non arrivava mai, camminava sempre pi velocemente fino a correre, ma la luce era sempre pi distante, il buio lo avvolgeva, cominciava ad avere paura, un brivido gli sal su per la schiena facendogli accapponare la pelle, cadde a terra inciampando su qualcosa, torn indietro per vedere cosa fosse ma non riusc a capire, forse un tronco dalbero, forse una roccia o chiss cosaltro, era troppo buio per vedere qualcosa, faticava a mettere a fuoco anche le sue mani, continu a camminare verso quella luce ma non riusciva a raggiungerla, allung la mano in cerca di qualcosa, non sapeva nemmeno lui cosa, voleva essere aiutato, voleva che passasse unauto cos da poterla fermare e farsi portare in salvo, dove il buio non era pi padrone del mondo, dove non avrebbe avuto pi paura. Sbatt contro un muro cadendo allindietro, era linizio di un tunnel. Pens che la luce che stava inseguendo fosse la fine di quel tunnel, ci si addentr senza tanto pensare, continuava a correre, il tunnel era ancora pi buio della strada, strisciava la mano sul muro per potersi orientare, non finiva mai, uno stormo di uccelli lo attacc, si chiedeva da dove fossero venuti, non riusciva a capire, a capacitarsi, tutto era cos strano e irreale, cercava di coprirsi il viso ma gli uccelli riuscirono a ferirlo. Il suo volto era rovinato, adesso piangeva, non ce la faceva pi, voleva tornare indietro, voleva uscire da quel tunnel e

tornare nella sua casa, con le sue cose, la sua poltrona i suoi libri, ma non poteva e se ne rendeva conto, non era un sogno quello che stava vivendo, ma la vita reale, cadde di nuovo ma questa volta sbatt la testa perdendo i sensi. Le ore passarono e si fece giorno, si svegli e si ritrov a casa ma non in quella che viveva adesso bens la casa della sua infanzia, era sdraiato sopra il cadavere della madre e stringeva tra le mani un cuscino. Guard la madre immobile e priva di vita, si rese conto della situazione, anche se non sapeva come fosse successo, sapeva di essere responsabile della morte di sua madre, della persona che laveva messo al mondo e cresciuto. Non poteva convivere con questo peso: and in bagno, apr larmadietto dei medicinali e cerc dei sonniferi, ne ingoi un flacone intero. Torn quindi in camera della madre, gli si distese accanto prendendole la mano e aspett

Mariaelena Malaspina SORELLE

Eccoli, stanno arrivando di nuovo, ma questa sera sar lultima sera. Quante volte ho detto a Maria di smetterla di fargli gli occhi dolci, di finirla con quellatteggiamento permissivo che lascia intendere quello che non . Perch ne sono convinta, se siamo sangue dello stesso sangue, impossibile che lei tolleri tutto questo. Eppure se ne sta l, sulla poltrona a cucire, alzando gli occhi di tanto in tanto, giusto per far sentire quellessere spregevole un uomo ancora piacente. Ieri sera ha portato una bottiglia di vino alla mamma per festeggiare San Filippo, patrono della citt in cui nato. Ero nell'orto che stavo dando da mangiare alle oche e ho sentito quella voce disgustosamente squillante, quellalternare mezze parole come a voler continuamente dimostrare di essere qui per caso. Ha preteso che anche io e Maria bevessimo con loro. Per fortuna, la loro avarizia ce ne ha concesso un solo dito. La mamma non li perde di vista un secondo, da quando entrano in casa a quando ubriachi si addormentano sul tavolo. Ha paura che io non mi sappia trattenere e ancor pi che possa succedere qualcosa a Maria. Sono tre anni che sopporta tutto questo: ogni sera, ripete gli stessi gesti, ma non in modo meccanico, piuttosto con fare estraneo, quasi a non voler ammettere quello che sta succedendo. Quando torno a casa da scuola, invece, i suoi occhi tornano a vivere, quando mi chiede di vedere i disegni dei bimbi sento unemozione che pulsa dietro quellazzurro cristallino. Ma questa sera sar lultima volta. Domani finalmente torneremo a essere solo noi tre. Speriamo di fare in fretta, oggi mi sento pi insofferente del solito, sar

che non faccio che pensare a domani, alla voglia che la notte fugga e il sole sorga al pi presto. Ancora cinque minuti, il Colonnello finisce le uova e corro su per le scale in camera, non provo neanche a dare unocchiata a Maria. Anzi, mi alzo ora, questa regola di dover aspettare che finisca lui davvero ridicola. Dove vai, Pina? Buona notte Mami, vado a dormire, domani porto i bimbi al mulino di Carrega, devo alzarmi presto Carrega Partisan! Vedo il Colonnello che maldestramente sfila qualcosa dalla tasca, la mamma inizia a urlare e una scintilla rossa sfuma tra le sue mani. Lentamente guardo a terra e vedo la piastrella a fianco del mio piede sinistro perforata. Non ho sentito il colpo per. Non ho sentito niente. Ora sento le lacrime di mia madre che mi scivolano rapidamente sul collo, e la sua voce: Andatevene! Raus! Fuori dalla mia casa! solo una bambina, cosa volevate fare! Se ne vanno, intimoriti dalle urla di una donna, dalla forza della disperazione, dalla potenza della sua voce. Che puzza che ha fatto quel colpo, sar meglio che domani non lo racconti al comandante Carlo, la tensione in montagna salita nelle ultime settimane, di pacchi non ne sono pi piovuti e le armi iniziano a scarseggiare. Non riesco a prendere sonno, continuo a immaginare la sequenza che devo svolgere domani. Non nulla di diverso rispetto alle ultime tre volte, stessa dimensione, stesso percorso, stessi tempi. Eppure una strana eccitazione dal sapore amaro della paura continua a tenermi sveglia. Dopo la scena di questa sera, dopo aver visto la frustrazione di mia madre, sono ancor pi impaziente, sento che dobbiamo sbrigarci, appoggiarci solo sui noi stessi. I bambini sono stati davvero docili questa mattina, hanno bisogno di vedere la normalit. Solo quando ci cancelleranno anche il ricordo della normalit avranno vinto. Mentre ci arrampichiamo lungo il sentiero che porta al mulino, raccolgo in fretta il pacco dalle mani di Cucciolo, che mi aspettava accovacciato dietro la terza Madonnina. Non ho potuto neanche salutarlo, volevo chiedergli se avesse notizie di Franco, suo fratello, non sappiamo dove sia finito, speriamo sia sui treni.

E ora si parte. Laria fresca e il sole mi riscalda la schiena mentre tento di prendere un po di velocit, aumento le pedalate, non devo esagerare, frenare il minimo possibile e rimanere a lato della strada. Il pacco lho stretto intorno alla pancia, tra il bustino e il vestito, poi mi sono chiusa anche il cappotto. Stai tranquilla Pina, non si vede nulla, quello di Natale era molto pi grande, quasi il doppio. Finalmente, la sensazione di leggerezza, la paura che scompare e rimane solo quella che mia madre chiama incoscienza. La sento nello stomaco, come un serpente che si aggroviglia, come un battaglione di farfalle che vengono liberate. Mi sento viva e allora pedalo, pedalo e sorrido, soddisfatta di me stessa. Perfetto, sento suonare le quattro. Gin mi aspetta verso le quattro e mezza dietro lorto, a quellora sta per scendere il coprifuoco e i soldati si stanno preparando per uscire e andare a dare il cambio ai blocchi. Chiss cosa sarebbero stati i miei ventanni senza la guerra, cosa avrei potuto fare. Ci penso tutte le volte che sono in azione e tranne qualche raro volo pindarico, non riesco a sognare un passato diverso. Cosa stai facendo? Non devi frenare cos di colpo, altrimenti ti fermeranno sicuramente. Ma cosa ci fanno l? Carlo doveva essere di guardia e mandare qualcuno ad avvisarmi. Stai calma Pina, il pacco non si vede, stai tornando da scuola, hai con te il permesso. Respira piano, prendi fiato, non sono solo tedeschi. Cosa ci fanno quegli uomini ai lati della strada? Perch c anche un camion? Alt! Inizio a frenare, mancano ancora dieci metri dal soldato, sono calma, il cuore sta per soffocarmi in gola, le farfalle si sono trasformate in vermi e vorrei vomitarli fuori. Devo solo respirare e fare come sempre. Permessa! Dammi tuo permessa Il permesso in tasca, ora lo tiro fuori, eccolo. Sento un vociare provenire da dentro il camion, sono altri soldati in divisa, c anche il Colonnello, sta scendendo, mi vede, viene verso di me. Strappa dalle mani del soldato il mio permesso e con passo svelto si avvicina. Io amo Maria Mi lancia il permesso e mi fa passare. Pedalo, pedalo. Voglio urlare, voglio correre dalla mia sorellina, voglio abbracciarla cos forte e dirle che tutto merito suo. Pedalo pi forte, Gin si star preoccupando.

Massimo Leitempergher LO ZINGARO

Giocare con lo specchio una perversione.

Ancora di pi se lo fai in macchina. I semafori sono il via ipotetico per proseguire sul tabellone e cercare di evitare la galera e correre poi verso il traguardo-arrivo per le ventimila lire da ritirarsi. O pardon, devo aggiornarmi, siamo nellera delleuro. Eppoi lo sanno tutti che la macchina rilassa. Cio. Non proprio la macchina. Guidare. La musica che esce dallimpianto, sei casse. Pompano. Pompano di brutto. Ma il pompaggio lo devi conservare per le occasioni in cui sei da solo, in autostrada, di notte e allora scateni i watt. Ai semafori devi tenere un volume controllato, soprattutto in estate, se sei un pezzentone senza laria condizionata, che viaggia con i finestrini abbassati. Io, laria condizionata, ce lho e mica manuale. Automatica. Ma basta con le digressioni. Ritorniamo agli specchi. Per esempio lo specchio sopra il letto da tamarri. Lo specchio nellingresso piccolo borghese. Lo specchio etnico troppo Ikea. Solo specchio, in bagno, finto ricco. Ma lo specchio in macchina un divertimento. A parte il fatto che obbligatorio. Divertimento perch funziona come uno slumatore. Slumatore? Do you know? Guardi chi ti sta dietro, senza essere visto, quindi slumi. Oddio la visione di un barbone (non in senso letterale, cercate di capire) che si infila due dita nel suo bel naso da puglie fallito, non rappresenta proprio la slumata perfetta. Neanche una vecchia che scuote i suoi gioielli sul suo macchinone nero, mentre pensa a quel giovane che lha servita nel negozio della frutta e verdura di qualche ora prima. Capiamoci. Cinquantanni e per me sei vecchia. Io, al volante della mia Mini One full optionals, sono giovane e lo sar anche a cinquantanni, perch io ci arriver con stile. C un tale che ha capito tutto della vita.

Mi pare che si chiami Lombroso. Insomma. Non che sappia poi cos tanto di lui. Mi pare che abbia una teoria: pi o meno ricostruisce il carattere delle persone dalle fattezze fisiche. Mi pare. Nel senso che ho cercato sui giornali qualche articolo che parlasse di questa nuova dottrina, ma non ho trovato niente. Pazienza. Dovr cercare, come sempre, sul google. In tutti i casi lui sar stato bravo a metterla per iscritto, ma io sono stato certamente il primo a pensarla. E il tutto nato proprio qui, in macchina. Anni di allenamento. Slumate, appunto. Ecco la base della teoria. Anni di slumate e ricostruzioni caratteriali, attraverso il fido specchietto retrovisore. Beh, una cosa va detta. Io, sta teoria lho pensata per primo, ma forse ha una pecca. sostanzialmente rivolta verso le sole donne. Che se ci pensi poi, di ricostruire il carattere dai volti degli uomini che mi frega. Mica devo rimorchiare uomini, io. Ora, lo so, potrei addentrarmi nelle varie pieghe della teoria e farvi capire per bene il tutto, ma non voglio tirarvela per le lunghe. E cos, in questa mattina, fredda (penso, io qui in macchina ho il riscaldamento a palla), ma soprattutto sterile di sole, mi incolonno con le solite pecore belanti per raggiungere il recinto ed entrare, per produrre il latte-lavoro quotidiano. C il solito coglione che stamattina ha deciso di lasciare la freccia agli indiani, il solito maniaco del sorpasso alla Tomba, il solito cortese che fa ginnastica al volante, alzando a turno il dito medio, il mignolo contemporaneamente all'indice e quando brillante forte anche il pollice (sempre contemporaneamente alle altre due dita), tutto ci, io lo considero un augurio, che volentieri ricambio, appena si permette di farlo a me, la solita stordita che pensa che ogni ora sia buona per prendere il t e i pasticcini e quindi decide di esasperarti con la sua lentezza, il solito vigile, che tutto vede e niente fa. Insomma una giornata come sempre. Alla radio, un presidente parla di come ieri sera la sua squadra abbia dato dimostrazione di come si deve giuocare al calcio, pi o meno con

sei u e tre o, quindi diventa il giuuuuuuoooco del calcio, sento un odore strano, mi faccio un appunto mentale e mi annoto che devo pulire gli interni. Ma non distraiamoci, stiamo per arrivare al semaforo. E allora rallento. Rallento ancora. Son quasi fermo. Arancione. Rosso. Ecco. Ora due minuti ed un secondo di stop. Lunghino, vero? Lincrocio di quelli bastardi. Accarezzamento dei capelli. Sollevazione della palpebra. Diciotto gradi di torsione. Si parte. La slumata. Mini invocazione a qualunque divinit sia nei paraggi. Niente barboni, per favore. Non questa mattina. Minima esitazione. Eccola l. Prima mini slumata, alla grande. Adesso la seconda, di approfondimento. Buona la prima e la seconda. Quel capello lungo, semi-curato. Il fumo della sigaretta a semi-nascondere. Qui a furia di semi, qualcosa nascer, no? Quel filo di trucco. La mancanza di orecchini. Il grosso anello, sul pollice, in cerca di qualcosa sul cruscotto. Quattro calcoli. Due secondi. Identikit svelato. Te la faccio sudare, perch io sono finto progressista, ma poi te la do. Certo, un po catto-comunista lo sono ancora. Quindi di farmi un pompino alla prima volta, non se ne parla proprio. Comunque. E qui la fortuna sfacciatamente mi viene incontro. Cio. Normalmente sarebbe una enorme rottura di cazzi.

Ma questa volta il giovane zingaro ci sta come il burro in un panino con lacciuga. Allora sono un fulmine nellarchitettare. Pulsante. Il vetro scende un poco. Lui subito si avventa. Gli dico quello che devo dirgli. Controllo nello specchio. distratta. Gli do quello che devo dargli. Controllo nello specchio. distratta. Rialzo il vetro. Lui scatta. Dai, muoviti. Controllo. Un minuto ancora. Ce la possiamo fare. Io alterno specchio retrovisore a quello laterale. Lo vedo che si impegna. Bussa. Sorride. Sventola i fiori per bene. Lei fa finta di non vederlo. Lui batte pi forte sul vetro. Lei si gira verso di lui. Lui le dice qualcosa, ma il clacson del TIR, che passa nellincrocio davanti a me, mi impedisce di capire cosa le ha detto. Lei gli da le spalle e si piega per prendere qualcosa nella borsa. Ma no, non hai capito una mazza mia giovane pulzella. Ho gi pensato a tutto io. Mi sfiora, per un micro centesimo, laccoppiata zingaro-insistente e per fare la doppia coppia penso anche a zingaromaschio-donna indifesa. Ma i dubbi atterrano dolcemente. Riemerge. Le vedo nuovamente il volto. Mi tranquillizzo. Guardo lui. Adesso si che deciso. Poi per. Gli spara. GLI HA SPARATO.

DIRITTO IN FACCIA. SI, SI, IN FACCIA. riuscito ad aprire la porta. E LEI GLI HA SPARATO. Fine dei due minuti ed un secondo. verde. Adesso non mi dite che colpa mia questo casino. No. Mi rifiuto. Solo perch gli ho detto Ti do venti euro, devi andare dalla ragazza della macchina dietro la mia, consegnale una rosa e dille che da parte di quello nella macchina davanti alla sua. Senti, guarda che se per caso scappi, io ti prendo e ti spacco le gambe con il crick, te lo giuro. Vale lo stesso se non riesci a consegnarla, hai capito? Per un attimo penso al Lombroso e mi dico che forse non ha capito un cazzo, LUI.

ALESSANDRIA-ITALIA-6/2009 *cover Benedetta Cappa Marinetti www.myspace.com/dietrol'arte

www.myspace.com/gianlucadaquino clip "In ricordo di Luce Marinetti" http://www.youtube.com/watch?


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