Filippo Sabetta - Gasdinamica
Filippo Sabetta - Gasdinamica
FILIPPO SABETTA
Indice
2 I principi di conservazione 14
2.1 Formulazione integrale per un volume materiale . . . . . . . . . 14
2.2 Formulazione integrale per un volume fisso . . . . . . . . . . . . 16
2.3 Formulazione differenziale in forma di divergenza . . . . . . . . 17
2.4 Formulazione differenziale quasi-lineare . . . . . . . . . . . . . . 18
2.5 Equazioni di conservazione per un fluido perfetto . . . . . . . . 19
2.6 Relazioni di salto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 21
2.7 Discontinuità di contatto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24
2.8 Onda d’urto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25
i
ii INDICE
Bibliografia 330
Concetti fondamentali di
gasdinamica
La gasdinamica studia il moto dei fluidi compressibili, cioè di quei fluidi nei
quali le variazioni di pressione, dovute al moto, generano variazioni di densità
non trascurabili rispetto al valore della densità stessa.
In generale tutti i fluidi sono più o meno compressibili. Tuttavia a volte,
le variazioni di densità sono cosı́ piccole da poter essere trascurate e rendere
quindi accettabile il modello di fluido incompressibile. E’ questo ad esempio
il caso del moto dei liquidi, i quali per la loro struttura costitutiva hanno una
comprimibilità molto piccola, o il caso del moto di un gas a bassa velocità, nel
quale, essendo piccole le variazioni di pressione, sono piccole anche le variazioni
di densità.
E’ opportuno sottolineare come l’ipotesi di incomprimibilità non sia equi-
valente a quella di densità costante; la densità, infatti, è in generale funzione
della temperatura oltre che della pressione. Si pensi ad esempio alle corren-
ti marine: pur essendo l’acqua un fluido sostanzialmente incompressibile, le
differenze di temperatura generano differenze di densità che, in presenza del
campo gravitazionale, danno luogo al moto delle masse d’acqua.
I flussi nei quali il moto è originato dalle differenze di densità conseguenti
a differenze di temperatura prendono il nome di flussi a convezione naturale.
Ad eccezione dei problemi di convezione naturale, nello studio del moto di
fluidi incompressibili si hanno in generale due sole incognite: la velocità V e la
pressione p. Pertanto tali flussi possono essere studiati mediante la soluzione
delle due sole equazioni di conservazione della massa e della quantità di moto.
Nel caso di fluidi compressibili invece, l’aggiunta di un’ulteriore incognita,
la densità ρ, richiede di introdurre anche un’altra equazione: l’equazione di
conservazione dell’energia. Poiché in quest’ultima compare come nuova inco-
gnita l’energia interna e (o l’entalpia h, o la temperatura T ), sarà inoltre neces-
1
2 Capitolo 1
sario far ricorso ad una relazione che leghi fra loro le variabili termodinamiche
p, ρ, e (o p, ρ, h o p, ρ, T ), cioè ad una equazione di stato.
La differenza fra flussi incompressibili e compressibili non risiede solo nella
maggior complessità matematica di questi ultimi, ma anche nella presenza di
fenomeni fisici che non si verificano nel caso dei flussi incompressibili. Tali fe-
nomeni sono in massima parte dovuti alle diverse modalità con cui un disturbo
propaga in un fluido compressibile o incompressibile.
B A
p + dp p p + dp p
ρ
ρ + dρ dV V =0 ρ ρ + dρ a dV a
2 1 2 1
a) b)
Fig. 1.1
m = ρa = (ρ + dρ)(a − dV ) (1.1)
che, a meno di infinitesimi di ordine superiore, si riduce a
dp = ρadV (1.4)
Eliminando dV fra le (1.2) e (1.4), si ottiene
dp
a2 = (1.5)
dρ
Come già accennato, essendo il disturbo di intensità infinitesima, il proces-
so è isentropico. E’ quindi opportuno menzionare esplicitamente il fatto che
la trasformazione è isentropica, riscrivendo la (1.5) come
dp
2
a = (1.6)
dρ s=cost
Per poter dare una valutazione anche quantitativa della velocità del suono,
definita dalla (1.6), è necessario specificare la natura del gas. Ci limitiamo qui
a considerare il caso di un gas ideale, cioè di un gas la cui energia interna è
funzione unicamente della temperatura e per il quale vale l’equazione di stato
p = ρRT (1.7)
R è la costante del gas per unità di massa che è legata alla costante universale
dei gas R dalla relazione
R
R= (1.8)
m
dove m è il peso molecolare del gas. Essendo R = 8314 Joule/Kmole◦ K, per
l’aria che ha m = 28.93 Kg/Kmole, si ha R = 287 Joule/Kg◦ K.
∂e
cv = (1.9)
∂T v=cost
Poiché per un gas ideale e = e(T ), la (1.9) si può scrivere
de
cv = (1.10)
dT
Dalla definizione dell’entalpia
p
h =e+ (1.11)
ρ
e dalla (1.7) discende che per un gas ideale anche l’entalpia è funzione unica-
mente della temperatura e quindi il calore specifico a pressione costante può
essere espresso come
dh
cp = = cv + R (1.12)
dT
Introduciamo l’ulteriore ipotesi che il gas sia anche caloricamente perfetto
cioè che siano costanti cp e cv e di conseguenza anche il loro rapporto
cp
γ= (1.13)
cv
5 7
Per i gas biatomici, come l’aria cv = R, cp = R e quindi γ = 1.4.
2 2
Mediante le (1.12) e (1.13) si possono esprimere cp e cv in funzione di γ ed
R:
γ
cp = R (1.14)
γ−1
1
cv = R (1.15)
γ−1
Per un gas ideale e caloricamente perfetto, il primo principio della termo-
dinamica può scriversi
1
T ds = cv dT + pd (1.16)
ρ
che, assieme all’equazione di stato scritta nella forma
dT dp dρ
= − (1.17)
T p ρ
fornisce
6 Capitolo 1
dp dρ
ds = cv −γ (1.18)
p ρ
dp p
=γ (1.19)
dρ ρ
ovvero
p
= cost (1.20)
ργ
Dal confronto delle (1.6) e (1.19)
p
a2 = γ = γRT (1.21)
ρ
Questa relazione conferma, come già visto qualitativamente, che la velocità
del suono dipende essenzialmente dalla temperatura del gas, ma mette anche
in evidenza la dipendenza della natura del gas attraverso le sue costanti γ e
R.
Tornando ad esaminare le differenze fra fluidi compressibili ed incompres-
dρ
sibili, la (1.5) mostra che in un fluido incompressibile, essendo = 0, la velo-
dp
cità del suono è infinita. Un disturbo generato in un punto si risente pertanto
istantaneamente in tutti gli altri punti del fluido, a differenza di quanto accade
in un fluido compressibile, dove, essendo la velocità del suono finita, i disturbi
possono essere risentiti solo in alcune regioni del campo fluidodinamico, come
sarà chiarito nei prossimi paragrafi.
V
M= (1.22)
a
Poiché sia V che a sono in genere variabili da punto a punto del campo
fluidodinamico, il numero di Mach ha valore locale anche se a volte, nello
studio del moto di un corpo in un fluido, viene indicato come numero di Mach
Capitolo 1 7
1
1
2 A 1
2
3 3 2
V 3
α
4 321 4 3 2 1 4 3 2 1
a) M < 1 b) M = 1 c) M > 1
Fig. 1.2
1 avrà percorso una distanza 3a∆t > 3∆x e sarà quindi rappresentata da
una circonferenza con centro nel punto 1 e raggio 3a∆t. Analogamente la
perturbazione originata all’istante 2 avrà centro nel punto 2 e raggio 2a∆t. Le
onde non sono più concentriche, come accade nel caso di sorgente in quiete,
ma sono addensate nella direzione del moto.
Dopo un tempo infinito, la perturbazione avrà interessato l’intero campo
fluidodinamico, anche se con intensità che all’infinito tende a zero. In altri
termini, nel riferimento solidale al corpo, una corrente subsonica comincia a
risentire la presenza del diedro molto prima di investire nel corpo stesso.
Nel caso in cui la velocità del diedro sia uguale alla velocità del suono
(M = 1) la situazione sarà quella rappresentata in Fig. 1.2.b. Le onde emesse
a differenti istanti saranno tutte tangenti fra loro e ad un piano normale alla
direzione della corrente, che divide il campo in due regioni: quella dietro al
corpo, in cui propagano i disturbi, e quella davanti al corpo nella quale il fluido
è indisturbato. Una corrente sonica, pertanto, non risente della presenza del
corpo fino a quando non investe il corpo stesso.
Infine, nel caso in cui si muova con velocità supersonica, il diedro si tro-
verà sempre davanti ai disturbi emessi negli istanti precedenti (Fig. 1.2.c). E’
immediato verificare che le onde emesse ai diversi istanti sono tutte tangenti
a due piani passanti per il vertice del diedro (punto 4). Questi due piani,
detti anche onde di Mach, individuano un diedro (diedro di Mach) all’interno
del quale sono confinati i disturbi, mentre all’esterno il fluido è indisturbato.
L’angolo di semi-apertura del diedro di Mach, che prende anch’esso il nome di
angolo di Mach, è dato da
10 Capitolo 1
Fig. 1.3
a∆t 1
sin α = = (1.23)
V ∆t M
come si rileva immediatamente dal triangolo 1A4 in Fig. 1.2.c. La zona di
fluido perturbata è quindi tanto più piccola quanto più grande è il numero di
Mach con cui si muove il diedro.
Nel riferimento solidale al corpo la situazione apparirà come indicato in
Fig. 1.3. Le linee di corrente rimangono indisturbate fino a quando incontrano
il diedro di Mach, attraverso il quale vengono deviate assumendo la direzione
parallela alla parete del diedro.
Nel caso tridimensionale, si può pensare il disturbo come originato da un
cono avente angolo di apertura infinitesimo. In questo caso i disturbi non
saranno più onde cilindriche, ma onde sferiche, il cui inviluppo è costituito da
un cono, detto cono di Mach.
a0
u=0 tp
T0
up u
Fig. 1.4 Fig. 1.5
A A A
x x x
a) b) c)
Fig. 1.6
Si è cioè generata una forma d’onda d’ampiezza finita che propaga nel
fluido con una velocità media maggiore della velocità del suono nel fluido
indisturbato. Inoltre la forma dell’onda non si mantiene costante ma, poiché
la velocità del fronte posteriore (punto B) è maggiore di quella del fronte
anteriore (punto A), l’onda diventa sempre più ripida (Fig. 1.6.b.c).
In un fluido reale il fronte posteriore non può mai raggiungere quello an-
teriore poiché, tanto più piccolo diviene lo spessore dell’onda (cioè la distanza
fra A e B), tanto più grandi diventano i gradienti di velocità e di temperatu-
ra e quindi diventano importanti gli sforzi viscosi e lo scambio di calore per
12 Capitolo 1
A x A x
up B up B
Fig. 1.7
I principi di conservazione
d
Z
ρdV = 0 (2.1)
dt V
d
Z Z I
ρV dV = ρf dV + tdS (2.2)
dt V V S
14
Capitolo 2 15
d
Z Z I
ρui dV = ρfi dV + ti dS i = 1, 2, 3 (2.3)
dt V V S
ti = tij nj (2.4)
con
!
∂ui ∂uj ∂uk
τij = µ + +λ δij (2.6)
∂xj ∂xi ∂xk
d
Z I Z I
ρui dV + pnj δij dS = ρfi dV + τij nj dS (2.7)
dt V S V S
d 1
Z Z I I
e + uj uj ρdV = ρfj uj dV + ti ui dS − qj nj dS (2.8)
dt V 2 V S S
∂T
qj = −k (2.9)
∂xj
Introducendo l’energia totale per unità di volume
1
E = e + uj uj ρ (2.10)
2
ed utilizzando le (2.4) e (2.5), la (2.8) risulta
d
Z I Z I
EdV + puj nj dS = ρfj uj dV + (τij ui − qj ) nj dS (2.11)
dt V S V S
ρ
U= ρui (2.12)
E
ed i vettori
0
0 0
τij
Pj = pδij Gj = Q= ρfi
∂T
puj τij ui + k ρfj uj
∂xj
(2.13)
che hanno N + 2 componenti, essendo N il numero delle dimensioni spaziali
del problema, le (2.1), (2.7) e (2.11) possono essere espresse in forma compatta
come
d
Z I Z I
U dV + P j nj dS = QdV + Gj nj dS (2.14)
dt V S V S
Reynolds
d d
Z Z I
φdV = φdV + φuj nj dS (2.15)
dt V dt V̄ S
nella quale V̄ è il volume fisso nello spazio che coincide istantaneamente con
V.
Ad esempio, mediante la (2.15) il principio di conservazione della mas-
sa (2.1) risulta:
d
Z I
ρdV + ρuj nj dS = 0 (2.16)
dt V̄ S
La (2.16) esprime il fatto che la variazione nel tempo della massa contenuta
nel volume fisso V̄ è uguale alla risultante dei flussi di massa entranti o uscenti
attraverso la superficie S.
Applicando la (2.15) alla (2.14) si ha
d
Z I Z I
U dV + F j nj dS = QdV + Gj nj dS (2.17)
dt V̄ S V̄ S
nella quale
F j = U uj + P j (2.18)
Poiché U uj rappresenta il flusso delle variabili conservate, i vettori F j ven-
gono detti vettori di flusso generalizzati ed analogamente i vettori Gj vengono
detti vettori di flusso viscosi.
∂φj
I Z
φj nj dS = dV (2.19)
S V̄ ∂xj
La (2.17) diviene pertanto
!
∂U ∂F j ∂Gj
Z
+ − − Q dV = 0 (2.20)
V̄ ∂t ∂xj ∂xj
18 Capitolo 2
che, dovendo essere verificata per qualunque volume V̄, richiede l’annullarsi
dell’integrando.
∂U ∂F j ∂Gj
+ = +Q (2.21)
∂t ∂xj ∂xj
E’ questa la forma di divergenza (detta anche forma conservativa) delle
equazioni di Navier–Stokes.
A titolo di esempio, si riportano in forma esplicita le (2.21) scritte in as-
senza di forze di massa per un caso bidimensionale, indicando con u, v, le
componenti della velocità in una base cartesiana x, y:
∂ρ ∂ ∂
+ (ρu) + (ρv) = 0 (2.22)
∂t ∂x ∂y
∂ ∂ ∂ ∂τxx ∂τxy
(ρu) + (p + ρu2 ) + (ρuv) = + (2.23)
∂t ∂x ∂y ∂x ∂y
∂ ∂ ∂ ∂τxy ∂τyy
(ρv) + (ρuv) + (p + ρv 2 ) = + (2.24)
∂t ∂x ∂y ∂x ∂y
!
∂ u2 + v 2
ρe + ρ + (2.25)
∂t 2
! !
∂ u2 + v 2 ∂ u2 + v 2
ρeu + ρu + pu + ρev + ρv + pv =
∂x 2 ∂y 2
∂ ∂T ∂ ∂T
τxx u + τxy v + k + τxy u + τyy v + k
∂x ∂x ∂y ∂y
∂ρ ∂ρ ∂ρ ∂u ∂v
+u +v +ρ + =0 (2.26)
∂t ∂x ∂y ∂x ∂y
Sottraendo la (2.22) moltiplicata per u dalla (2.23), e la (2.22) moltiplicata
per v dalla (2.24), si ha
! !
∂u ∂u ∂u ∂p ∂2u ∂2u ∂2u ∂2v
ρ +u +v + = µ + 2 + (λ + µ) +
∂t ∂x ∂y ∂x ∂x2 ∂y ∂x2 ∂x∂y
(2.27)
! !
∂v ∂v ∂v ∂p ∂2v ∂2v ∂2u ∂2v
ρ +u +v + = µ + + (λ + µ) + 2
∂t ∂x ∂y ∂y ∂x2 ∂y 2 ∂x∂y ∂y
Capitolo 2 19
!
∂e ∂e ∂e ∂u ∂v ∂2T ∂2T
ρ +u +v +p + =k + + µφ (2.28)
∂t ∂x ∂y ∂x ∂y ∂x2 ∂y 2
2 2 2 2
∂u ∂v ∂u ∂v λ ∂u ∂v
φ=2 +2 + + + + (2.29)
∂x ∂y ∂y ∂x µ ∂x ∂y
Dφ ∂φ ∂φ ∂φ
= +u +v (2.30)
Dt ∂t ∂x ∂y
le equazioni quasi-lineari possono scriversi più sinteticamente come
Dρ
+ ρ∇ · V = 0 (2.31)
Dt
DV
ρ + ∇p = µ∇2 V + (λ + µ)∇(∇ · V ) (2.32)
Dt
De
ρ + p∇ · V = k∇2 T + µφ (2.33)
Dt
E’ talvolta conveniente esprimere l’equazione dell’energia in termini del-
l’entalpia, anziché dell’energia interna. Eliminando ∇ · V fra le (2.31) e (2.33)
si ottiene
Dh Dp
ρ − = k∇2 T + µφ (2.34)
Dt Dt
non hanno quindi corrispondenza con la realtà fisica. Per escludere queste
soluzioni (urti di espansione) bisogna quindi in qualche modo aver memoria
del fatto che gli effetti viscosi hanno carattere dissipativo. Ciò può essere rea-
lizzato facendo ricorso al secondo principio della termodinamica, che afferma
che l’entropia di un sistema isolato è non decrescente. In particolare si dovrà
imporre che l’entropia delle particelle che attraversano una discontinuità non
diminuisca.
Pertanto al fine di escludere le soluzioni spurie ed individuare quindi l’unica
soluzione fisicamente corretta, si dovranno integrare le equazioni di Eulero con
la condizione
d
Z
ρsdV ≥ 0 (2.35)
dt V
essendo s l’entropia per unità di massa.
La (2.35) prende il nome di condizione di entropia.
S1 S0 V2 S2
w
V1
U- U+
Fig. 2.1
d
Z I
U dV + P j nj dS = 0 (2.36)
dt V S
cui va aggiunta la (2.35).
Gli integrali di volume che compaiono nelle (2.35)–(2.36) possono essere
decomposti nella somma degli integrali estesi ai volumi V1 e V2 separati fra
loro dalla superficie S0 :
Z Z Z
U dV = U dV + U dV (2.37)
V V1 V2
22 Capitolo 2
d d
Z Z Z Z
U dV = U dV + U uj nj dS + U wj nj dS (2.38)
dt V1 dt V̄1 S1 S0
d
Z I Z
U dV + (P j + U uj )nj dS + (U − − U + )wj nj dS = 0 (2.39)
dt V̄1 ∪V̄2 S̄1 ∪S̄2 S0
dU
Z I Z
dV + F j nj dS + (U − − U + )wj nj dS = 0 (2.40)
V̄ dt S̄1 ∪S̄2 S0
[ψ] = ψ + − ψ − (2.42)
la (2.41) fornisce
[F j ]nj = wn [U ] (2.43)
[F j ] = 0 (2.45)
cioè, pur essendo discontinue le variabili U , i loro flussi generalizzati sono
continui attraverso la discontinuità.
Le relazioni di salto possono essere esplicitate introducendo in esse le (2.11)
e (2.18) ed utilizzando, anziché una base generica le componenti della velocità
ut , tangenziale, e un = uj nj normale alla discontinuità. Si ottiene
[ρun ] = wn [ρ]
[p + ρu2n ] = wn [ρun ]
[ρsun ] ≥ wn [ρs]
vn = un − wn (2.47)
assumono le espressioni
[ρvn ] = 0 (2.48)
[p + ρvn un ] = 0 (2.49)
[ρvn ut ] = 0 (2.50)
[ρsvn ] ≥ 0 (2.52)
[p + ρvn un ] − wn [ρvn ] = 0
da cui
[p + ρvn2 ] = 0 (2.53)
Analogamente per la (2.51) si ha
wn2 + wt2
[Evn + pun ] + [ρvn ] − wn [p + ρun vn ] − wt [ρvn ut ] = 0
2
che, ricordando la definizione (2.10), risulta:
" !#
p v 2 + vt2
ρvn e+ + n =0 (2.54)
ρ 2
ovvero
[ρvn H] = 0 (2.55)
dove H è l’entalpia totale per unità di massa nel moto relativo alla discontinuità
vn2 + vt2
H =h+ (2.56)
2
La quantità ρvn che compare nella (2.48) è il flusso di massa che passa
attraverso la discontinuità e la (2.48) esprime il fatto che nella discontinuità
non si ha accumulo (o perdita) di massa e pertanto il flusso di massa entrante
è uguale a quello uscente.
u+ −
n = un = wn (2.58)
Capitolo 2 25
[p] = 0 (2.59)
Pertanto attraverso una discontinuità di contatto si mantengono continue
sia la velocità normale che la pressione. Viceversa dalle (2.45), (2.50), (2.52)
e (2.55) si desume che la densità, la velocità tangenziale, l’entropia, l’entalpia
e di conseguenza la temperatura possono essere discontinue con un salto di
entità qualunque.
Una discontinuità di contatto è quindi una superficie che separa due fluidi
aventi diverse caratteristiche termodinamiche o diversa velocità tangenziale
alla discontinuità. Il primo caso corrisponde, ad esempio, all’interfaccia fra
due zone di fluido aventi stessa pressione ma diversa temperatura, il secondo
al confine di un getto che fuoriesca in un ambiente in cui il fluido è in quiete.
Nella realtà fisica i fenomeni diffusivi (viscosità e conducibilità termica) fanno
sı́ che una discontinuità di contatto, se pur esiste ad un istante iniziale, non
si mantenga come tale ma divenga uno strato, il cui spessore va sempre più
aumentando, attraverso il quale si ha una variazione continua delle grandezze
termodinamiche o della velocità (strato di mescolamento).
[ρvn ] = 0 (2.60)
[p + ρvn2 ] = 0 (2.61)
[ut ] = 0 (2.62)
[H] = 0 (2.63)
x
Fig. 2.2
d du
p + ρu2 − (λ + 2µ) =0
dx dx
" ! #
d p u2 dT du
ρu e + + −k − (λ + 2µ)u =0
dx ρ 2 dx dx
ovvero
ρu = cost (2.65)
du
p + ρu2 − (λ + 2µ) = cost (2.66)
dx
dT du
ρuH − k − (λ + 2µ)u = cost (2.67)
dx dx
Capitolo 2 27
ρ1 u1 = ρ2 u2 (2.68)
H1 = H2 (2.70)
du
µ= 0[ρu2 ] (2.71)
dx
Valutando la derivata di u come
du u2 − u1
=
dx δ
e tenendo conto che, escludendo il caso di un urto di intensità molto piccola,
u2 − u1 è dell’ordine della velocità media all’interno dell’urto, dalla (2.71) si
ha
µ
δ=0 (2.72)
ρu
Poiché ρu è costante in base alla (2.65), possiamo valutarlo in qualunque
punto all’interno dell’urto. In particolare, poiché, come si vedrà nel seguito,
attraverso un urto si passa sempre da flusso supersonico a flusso subsonico, si
potrà valutare ρu nel punto in cui M = 1 e quindi u = a. Valutando anche µ
nello stesso punto e ricordando che, dalla teoria cinetica dei gas, si ha
µ = 0[ρal]
28 Capitolo 2
δ = 0[l] (2.73)
In condizioni normali di pressione e temperatura (p = 1 atm, T = 0◦ C) lo
spessore dell’onda d’urto è quindi dell’ordine di 10−6 cm.
Capitolo 3
Flussi quasi-unidimensionali
stazionari
unidimensionale
laminare
turbolento
Fig. 3.1
1
Z
ū(x, t) = u(x, y, z, t)dy dz (3.1)
A A
29
30 Capitolo 3
Pertanto, pur non essendo il flusso unidimensionale, esso può essere rappre-
sentato con buona approssimazione da un modello unidimensionale, nel quale
però le variabili rappresentano non i valori locali delle grandezze fisiche, ma il
loro valore medio in ogni sezione.
In campo aeronautico particolare importanza riveste lo studio dei flussi
all’interno di condotti, quali le prese d’aria e gli ugelli dei motori. Poiché tali
condotti hanno lunghezza molto limitata, almeno in prima approssimazione
appare ragionevole trascurare le perdite per attrito e lo scambio termico alle
pareti, adottando cioè il modello di fluido perfetto. In questo caso, se il con-
dotto è a sezione costante, il flusso è effettivamente unidimensionale. Tuttavia,
perlomeno nel caso di flusso stazionario, questo problema non è di interesse
pratico, in quanto ammette solo la soluzione banale di flusso uniforme. Quan-
do invece il condotto non è a sezione costante, come accade negli ugelli e prese
d’aria, il flusso non è unidimensionale anche quando si assuma il modello di
fluido perfetto. Infatti, per rispettare la condizione di impermeabilità delle pa-
reti, la velocità alla parete dovrà essere tangente alla parete stessa (Fig. 3.2)
e vi sarà quindi una componente di velocità normale all’asse: v = v(x, y, t).
In considerazione della simmetria rispetto all’asse, v ha valor medio nullo ed
assume il valore massimo (in modulo) in corrispondenza alle pareti, dato da
dh
vmax = u (3.2)
dx
dove h è la semialtezza del condotto nel caso di un canale piano o il raggio nel
caso di un condotto assialsimmetrico.
v u
V v
u
h(x)
Fig. 3.2
dh
Se il condotto è a sezione lentamente variabile, cioè se ≪ 1, la velocità
dx
v può essere trascurata rispetto ad u.
Sotto questa ipotesi, e con l’ulteriore condizione che il raggio di curvatura
dell’asse del condotto sia grande rispetto ad h (cosı́ da poter trascurare le
Capitolo 3 31
A1 A2
dx
x1 x2
p
Fig. 3.3
d
Z x2Z Z Z
ρ dAdx − ρu dA + ρu dA = 0 (3.3)
dt x1 A A1 A2
1
Z
φ̄(x, t) = φ(x, y, z, t)dA (3.4)
A A
ρu = ρ̄ū + dρdu
ρu = ρ̄ū (3.6)
La (3.5), dovendo essere valida per qualunque valore di x1 e x2 , fornisce,
quando A sia costante nel tempo,
∂ ρ̄ ∂
A + (ρ̄ūA) = 0 (3.7)
∂t ∂x
che, utilizzando la notazione (2.30) può anche scriversi
Dρ̄ ∂ ū ρ̄ū dA
+ ρ̄ + =0 (3.8)
Dt ∂x A dx
In modo analogo si può procedere per la componente in direzione x del-
l’equazione di conservazione della quantità di moto, con l’avvertenza che la
risultante della pressione sulla superficie laterale non è nulla, ma vale (vedi
Fig. 3.3)
1 dA
−2p
2 dx
Si ottiene quindi
∂ ∂ h i dA
(ρ̄ūA) + p̄ + ρ̄ū2 A − p̄ =0 (3.9)
∂t ∂x dx
che, tenendo conto della (3.7), si riduce a
∂ ū ∂ ū ∂ p̄
ρ̄ + ū + =0 (3.10)
∂t ∂x ∂x
Per quanto riguarda l’equazione dell’energia si ha
" !# " !#
∂ ū2 ∂ ū2 p̄
A ρ̄ ē + + ρ̄ūA ē + + =0 (3.11)
∂t 2 ∂x 2 ρ̄
dalla quale, tenendo conto delle (3.7) e (3.10), si può ottenere
Dē ∂ ū ūp̄ dA
ρ̄ + p̄ + =0 (3.12)
Dt ∂x A dx
Capitolo 3 33
1 dA
Eliminando il termine fra la (3.12) e la (3.8), si ottiene infine
A dx
Dē D 1
+ p̄ =0 (3.13)
Dt Dt ρ̄
che, in base al primo principio della termodinamica (1.16) equivale a
Ds
=0 (3.14)
Dt
La (3.14) esprime il fatto che l’entropia di una particella non varia, ovvero
che il flusso è isentropico. Si osservi che ciò non significa che l’entropia è
costante in tutto il campo in quanto essa può essere diversa da particella a
∂s ∂s
particella e quindi e possono essere diverse da zero.
∂x ∂t
Nel caso invece in cui l’entropia abbia lo stesso valore in tutto il campo il
flusso viene detto omentropico.
Nel derivare la (3.14) si è implicitamente assunta la derivabilità e continuità
delle variabili, con ciò escludendo la possibilità che siano presenti onde d’urto.
In assenza di fenomeni dissipativi è perciò del tutto logico che si pervenga alla
conclusione che il flusso è isentropico.
In altri termini, nel caso di variabili continue la (3.14) è perfettamente
equivalente alla (3.11) e, nel caso in cui si possa fare l’assunzione di flusso
omentropico, non è più necessario far ricorso alla equazione di conservazione
dell’energia, che viene sostituita da s = cost.
Per semplicità di notazione, nel seguito della trattazione dei flussi quasi-
unidimensionali si ometterà la sovralineatura delle variabili, fermo restando
che esse rappresentano il valore medio su una sezione.
d
(ρuA) = 0 (3.15)
dx
du 1 dp
u + = 0 (3.16)
dx ρ dx
dH
= 0 (3.17)
dx
avendo utilizzato la definizione di entalpia totale (2.56). La (3.17) comporta
34 Capitolo 3
che
u2
h+ = H = cost (3.18)
2
ed esprime il fatto che in un flusso stazionario e adiabatico la somma del-
l’entalpia e dell’energia cinetica si mantiene costante, ovvero che il flusso è
omentalpico.
Nel caso in cui sia u = 0, come accade in un punto di ristagno, l’entalpia,
che viene detta entalpia di ristagno, è uguale all’entalpia totale
h0 = H (3.19)
E’ opportuno rilevare che ciò è vero sia nel caso in cui il fluido raggiunga
la condizione di ristagno attraverso un processo isentropico, sia quando lo
raggiunga mediante un processo non isentropico, come si può rilevare dal fatto
che l’entalpia totale si mantiene costante anche attraverso un fenomeno non
isentropico, quale l’onda d’urto (vedi 2.70). Esprimendo l’entalpia in funzione
della temperatura mediante la (1.12), la (3.18) può anche scriversi
u2
T+ = T0 (3.20)
2cp
nella quale T0 è la temperatura di ristagno, che in un flusso stazionario e
adiabatico coincide con la temperatura totale ed è costante.
Esprimendo cp mediante la (1.14), ricordando le (1.21–1.22), e posto
γ−1
δ= (3.21)
2
la (3.20) può scriversi come
T0
= 1 + δM 2 (3.22)
T
o anche
1
ρ T
γ−1 1
= = (1 + δM 2 )− γ−1 (3.24)
ρ0 T0
γ
p T
γ−1 γ
− γ−1
= = (1 + δM 2 ) (3.25)
p0 T0
Capitolo 3 35
T∗ 2
= (3.26)
T0 γ+1
γ
p∗ 2
γ−1
= (3.27)
p0 γ+1
1
ρ∗ 2
γ−1
= (3.28)
ρ0 γ+1
2 2
a∗ = a2 (3.29)
γ+1 0
γ + 1 ∗2
a2 + δu2 = a (3.30)
2
Si noti che la definizione di a∗ (e delle altre grandezze critiche) è indi-
pendente dal fatto che nel particolare flusso in esame si verifichi o meno la
36 Capitolo 3
a2 2
M ∗2 = M
a∗2
si ottengono le relazioni fra M ed M ∗
γ+1 2
M
M ∗2 = 2 (3.32)
γ−1 2
1+ M
2
2
M ∗2
γ+1
M2 = (3.33)
γ − 1 ∗2
1− M
γ+1
dA dρ du
+ + =0 (3.36)
A ρ u
mentre dalla (3.16) si ha
1
du = − dp (3.37)
ρu
Eliminando du fra le (3.36) e (3.37) ed esprimendo dρ in funzione di dp
mediante la (1.5), dato che il processo è isentropico, si ottiene
dA dp
= 2 (1 − M 2 ) (3.38)
A ρu
La relazione precedente mostra che in un condotto convergente (dA < 0)
se il flusso è subsonico (M < 1), la pressione diminuisce (dp < 0), e, in virtù
della (3.37), la velocità aumenta (du > 0). Viceversa, se il flusso è supersonico,
la pressione aumenta e la velocità diminuisce. L’opposto accade in un condotto
divergente, come è schematicamente indicato in Fig. 3.4. I condotti nei quali
si realizza un’espansione ed un’accelerazione del fluido vengono detti ugelli,
mentre quelli in cui si ha una compressione e decelerazione vengono detti
diffusori.
La differenza tra subsonico e supersonico corrisponde al fatto che per
M < 1 la variazione di velocità predomina sulla variazione di densità, men-
tre l’opposto accade per M > 1. In una espansione, ad esempio, la velocità
aumenta e la densità diminuisce: come si vede dalla (3.36), se prevale l’au-
mento di velocità (M < 1), la sezione dovrà diminuire, mentre se prevale la
diminuzione di densità (M > 1), la sezione dovrà aumentare.
38 Capitolo 3
subsonico supersonico
p diminuisce p diminuisce
ugello u cresce u cresce
Fig. 3.4
x x
P M P M
A B
A A B M
B A
P*
B P*
1 1
M B
B
B A A
A A B
0 0 x 0 0 x
a) b)
Fig. 3.5
Q γ p0
r
− γ+1
= p M (1 + δM 2 ) 2(γ−1) (3.40)
A R T0
La portata per unità di area è nulla per M = 0 (in quanto u = 0) e
per M = ∞ (in quanto ρ = 0). A queste condizioni corrisponde pertanto
A = ∞, se Q 6= 0. E’ poi immediato verificare che, per p0 e T0 costanti,
la (3.40) presenta un massimo per M = 1 e che tale massimo si verifica in
corrispondenza alla sezione minima, che è quindi una gola efficace. In altri
termini, il valore massimo della portata, per assegnati valori di p0 e T0 , è
determinato dal valore della sezione di gola quando in essa si abbia M = 1 ed
è dato da
1
" γ+1 # 2
p0 γ 2
γ−1
Q = Ag p (3.41)
T0 R γ+1
La condizione di gola efficace viene anche detta di soffocamento (choking),
in quanto determina il valore massimo della portata che può essere smaltita
dal condotto.
40 Capitolo 3
1=
=
d
1
/A
/A
2
A
c
2
A
M2 1 A
2 /A
1 =1
.0
a
0.8
1=
/A
.2
=1
2
A
/ A1
A 2
0
0 1 2
M1
Fig. 3.6
Si osserva che per A2 /A1 > 1 si hanno sempre due soluzioni per M2 , delle
quali una è subsonica (curva a) e l’altra supersonica (curva b). Se fra le sezioni
A1 e A2 c’è una gola efficace, si avrà passaggio da subsonico a supersonico o
viceversa (rami tratteggiati delle curve a e b). Se invece il condotto è divergente
o se, pur essendovi una gola, in questa non si raggiunge la velocità del suono
(gola non efficace), il flusso resta subsonico (ramo a tratto continuo della curva
a) o supersonico (ramo continuo della curva b).
Nel caso invece di A2 /A1 < 1 si osserva che, a seconda del valore di M1 , si
hanno due soluzioni o nessuna. Quando vi sono due soluzioni il comportamento
è del tutto analogo a quello già descritto nel caso di A2 /A1 > 1 (curve c e d).
Il fatto invece che per certi valori di M1 non esista alcuna soluzione reale
per M2 significa che, per date condizioni nella sezione 1, esiste una massima
possibile contrazione di area, ovvero che la sezione A2 è troppo piccola per
poter smaltire tutta la portata che passa nella sezione A1 . Per illustrare meglio
questo comportamento consideriamo un condotto convergente per il quale nella
Capitolo 3 41
Pompa
T0 p0 pE
pB
Fig. 3.7
p/p0
Q/Q*
1 a e d
b 1.0
1 c
p*/p d
0
e b
2
0 a
x 0 p*/p 0 1.0 pE /p0
a) b)
Fig. 3.8
a) b)
Fig. 3.9
a) b) c)
(1) (3)
M>1 M<1 M>1
(2)
p/p0 a
1 b
c
d
e
f
g
0 x d) [da Owczarek] e) [da Owczarek]
M
1 d
c
b
a
x
Fig. 3.10
ρ1 v1 = ρ2 v2 (3.44)
v12 v22
h1 + = h2 + (3.46)
2 2
s2 ≥ s1 (3.47)
Si noti che la (3.46) coincide con la (3.18) e può quindi anche scriversi nella
forma (3.23), o utilizzando la (3.29),
γ + 1 ∗2
a21 + δv12 = a22 + δv22 = a (3.48)
2
Dividendo membro a membro la (3.45) per la (3.44), si ha
p1 p2
+ v1 = + v2
ρ1 v1 ρ2 v2
a21 a2
+ v1 = 2 + v2
γv1 γv2
v1 v2 = a∗2 (3.49)
ovvero
soluzione M1∗ < 1, M2∗ > 1, ma, come si vedrà nel seguito, questa soluzione
contraddice la condizione (3.47).
Sostituendo nella (3.50) le espressioni (3.32), si può esprimere il numero di
Mach a valle dell’urto in funzione di M1
1 + δM12
M22 = (3.51)
γM12 − δ
Cosı́ pure tutti i rapporti delle grandezze fra valle e monte dell’urto possono
essere espressi in funzione di M1 . Mediante la (3.50) si ha
v2 v1 v2 a∗2 2 + (γ − 1)M12
= 2 = 2 = (3.52)
v1 v1 v1 (γ + 1)M12
e dalla (3.44)
ρ2 v1 (γ + 1)M12
= = (3.53)
ρ1 v2 2 + (γ − 1)M12
Tenendo conto della (3.44), la (3.45) può scriversi,
p2 ρ1 v12 v2 v2
=1+ 1− =1+ γM12 1−
p1 p1 v1 v1
da cui, mediante la (3.52)
p2 2γ
=1+ (M 2 − 1) (3.54)
p1 γ+1 1
e
T2 p2 ρ1 2γ γ−1 2 1 γ−1
= = M12 − 2 + (3.55)
T1 p1 ρ2 γ+1 γ+1 γ + 1 M1 γ+1
La variazione di entropia fra valle e monte dell’urto può infine essere
ottenuta dalla (1.18) tenendo conto della (1.15)
" −γ #
s2 − s1 1 p2 ρ2
= ln (3.56)
R γ−1 p1 ρ1
che, mediante le (3.53–3.54) e ponendo
m = M12 − 1 (3.57)
risulta
γ
s2 − s1 1 2γ γ−1
= ln 1+ m (1 + m)−γ 1 + m (3.58)
R γ −1 γ+1 γ+1
48 Capitolo 3
S 2 - S1
R
0
0 1 M1
Fig. 3.11
che, sostituita nella (3.59) e tenendo conto che T01 = T02 , fornisce
s2 − s1 p01
= ln (3.60)
R p02
Dal confronto con la (3.58) si ha
γ
1 " #
(γ + 1)M12
− γ−1
p02 2γ
(γ−1)
= 1+ (M 2 − 1) (3.61)
p01 γ+1 1 (γ − 1)M12 + 2
Poiché M1 > 1, attraverso un’onda d’urto si ha quindi sempre un aumento
di entropia ed una diminuzione della pressione totale in accordo col fatto che,
Capitolo 3 49
s
p2 T2 ρ2 γ+1 γ−1
→ ∞, → ∞, → , M2 → (3.62)
p1 T1 ρ1 γ−1 2γ
tanto più un urto è intenso, tanto più è grande, rispetto alla velocità del suono,
la velocità con cui esso propaga. Quando M1 → 1 la velocità dell’urto tende
alla velocità del suono.
La relazione (3.58) mostra che la variazione di entropia tende a zero per
M1 → 1. In questo limite, essendo m ≪ 1, i tre termini che compaiono in
parentesi tonda nella (3.58) possono essere espressi mediante l’espansione in
serie
ǫ2 ǫ3
ln(1 + ǫ) = ǫ − + + ...
2 3
Operando in questo modo nella (3.58) e semplificando, si osserva che i
coefficienti dei termini in m ed m2 sono nulli e quindi
s2 − s1 2γ m3
= + 0(m4 ) (3.63)
R (γ + 1)2 3
100
50
p
2
p
1
10
Isentropica
1 2 3 4 5 6
ρ /ρ
2 1
Fig. 3.12
γ + 1 p2
+1
ρ2 γ − 1 p1
= (3.64)
ρ1 γ + 1 p2
+
γ − 1 p1
valida attraverso un urto ed ottenuta eliminando M1 fra le (3.53) e (3.54).
che, posto
γ+1
γ−1 2
γ−1
2
α = (3.65)
2 γ+1
nella sezione di uscita si scrive
" γ−1 # 21 1
A∗2 1 pc pc
γ γ
= 1− (3.66)
Ae α p02 p02
La (3.41) scritta a monte e a valle dell’urto mostra poi che, essendo Q e
T0 costanti,
A∗2 p01
∗ = (3.67)
A1 p02
La (3.66) può quindi scriversi
1
" γ−1 # 2 − γ−1
A∗ p01 pc pc pc
γ γ
α 1 = 1−
Ae p02 p02 p02 p02
e ponendo
γ−1
pc
γ
ξ =
p02
2 −2
A∗1 pc
β = α2
Ae p01
si ottiene l’equazione
βξ 2 + ξ − 1 = 0
u1s − w ′
M1r = = M1s
a1s
dalla quale si ottiene
w ′
= M1s − M1s >0
a1s
L’urto inizia cioè a muoversi verso valle.
E’ possibile verificare che, man mano che l’urto si sposta a valle, per il
duplice effetto dell’aumento di p′2s e della diminuzione di p1s , M1s ′ cresce più
p p
b
p2s
p’2s
pc p1s pc
p2 s a p’c
a p’
c
p’2s
p1s b
x0 x1 x x1 x 0 x
Fig. 3.13 Fig. 3.14
potrebbe entrare nel condotto. Pertanto il flusso a monte della presa d’aria si
modifica in modo che solo la portata che può essere smaltita dalla sezione di
gola entri nel condotto, mentre la restante parte di Q1 fluisce all’esterno della
presa d’aria (Fig. 3.15.b). La sezione all’infinito a monte del tubo di flusso
che entra nel condotto (indicato in Fig. 3.15 dalle linee tratteggiate) prende il
nome di sezione di cattura ed è data da
γ+1
Ag 2
2(γ−1)
2
Ac = 1 + δM∞ (3.68)
M∞ γ + 1
Si osservi che, al crescere di M∞ , Ac diminuisce ma la portata aumenta in
quanto prevale l’aumento di V∞ . La portata, valutata in corrispondenza alla
sezione di gola, è data dalla (3.41) nella quale però p0 e T0 non sono costanti
ma crescono all’aumentare di M∞ . Esprimendo mediante le (3.22) e (3.25) T0
e p0 in funzione di M∞ , T∞ e p∞ , si ha
" γ+1 # 12
γ 2 p
γ+1
γ−1
Q = Ag √ ∞ (1 + δM∞
2 2(γ−1)
)
R γ+1 T∞
a) d)
M <1
M<1 Mg=1 M<1 M >1
M>1 M g >1
Ac
b) e)
M >1
M<1 M g =1 M >1
Ac M>1 M g =1 M<1
c) f)
Fig. 3.15
56 Capitolo 3
A c /Ag
A1 /Ag
M’ 1 M’’ M
Fig. 3.16
Il valore M∞′′ per il quale l’urto si trova nella sezione A , può essere ottenuto
1
dalla relazione
γ+1
A1 A1 A∗2 1 2
′′
2(γ−1)
= = ′′ 1 + δM∞2 (3.69)
A∗1 M =M∞
′′ Ag A∗1 M =M∞
′′ M∞ γ + 1
Poiché il valore della sezione critica a valle dell’urto A∗2 è maggiore di quello
a monte A∗1 , M∞ ′′ è maggiore del valore supersonico M
∞p che si otterrebbe
dalla (3.43) nel caso di flusso isentropico e che corrisponde alla condizione di
funzionamento ideale.
Aumentando M∞ oltre il valore M∞ ′′ , l’urto entra nella presa d’aria ma,
far risalire l’urto nel divergente, riducendone cosı̀ l’intensità e quindi le perdite.
In particolare se si riduce M∞ al valore M∞p l’urto avviene nella sezione di gola
e poiché in questa si ha nuovamente Mg = 1, l’urto ha intensità nulla e la presa
d’aria si trova nelle condizioni di funzionamento ideale. Questa condizione
è però instabile: infatti un minimo aumento della pressione a valle o una
riduzione di M∞ fa si che improvvisamente si ripristini la condizione di urto
davanti all’ingresso e si debba quindi ripetere la procedura di avviamento della
presa d’aria. Si preferisce quindi far funzionare la presa d’aria ad una velocità
leggermente superiore ad M∞p , in modo che l’urto si verifichi poco a valle della
gola (e quindi con piccola intensità), realizzando cosı̀ un compromesso fra la
necessità di avere piccole perdite e quella di avere un funzionamento stabile.
Il ciclo di avviamento può essere analizzato con l’ausilio della Fig. 3.17
nella quale la curva 1 rappresenta la soluzione con urto davanti alla presa
d’aria data da
− γ+1
Ag A∗2 2
2(γ−1)
2
= M∞ (1 + δM∞ )
A1 A∗1 M =M∞ γ+1
Ag 1.0
A 1 0.9
0.8
d
1
0.7 b
a
0.6
0.5
0.4
0.3 2
0.2 c
0.1
0
1.0 2.0 3.0 4.0 5.0
M p M’’
M
Fig. 3.17
flussi con urto davanti alla presa d’aria. Nella zona compresa fra le due curve
si possono avere per lo stesso valore di M∞ entrambi i tipi di flusso e quale
dei due si verifichi dipende dal fatto che la presa d’aria sia stata avviata o
meno: se è stata avviata, cioè se si è superato M∞ ′′ , si ha urto nel divergente,
altrimenti si ha un’urto staccato davanti alla presa d’aria. La Fig. 3.17 mostra
che per una presa d’aria avente Ag /A1 = .7, cui corrisponde un numero di
Mach di funzionamento ideale (o Mach di progetto) M∞p = 1.8, è necessario
raggiungere M∞ ′′ = 3.2 al fine di avviare la presa stessa.
che è del tutto irrealistico per un velivolo destinato ad operare a M∞p = 1.8.
Inoltre si osserva che la curva 1 di Fig. 3.17 tende asintoticamente ad un
valore Ag /A1 ≃ 0.6 per M∞ → ∞ e pertanto una presa d’aria con rapporto
Ag /A1 < .6 non può essere avviata con la procedura descritta, che viene detta
overspeeding.
Per ovviare a questa difficoltà, l’avviamento può essere ottenuto utiliz-
zando una presa d’aria a geometria variabile. Si consideri ad esempio una
presa d’aria che debba funzionare a M∞p = 3.2, cioè in corrispondenza al
punto c di Fig. 3.17. Se inizialmente la sezione di gola viene allargata al
valore corrispondente al punto b, l’avviamento avverrà per M∞ = 3.2, con
la formazione di un’urto di notevole intensità nel divergente. Riducendo
l’area della sezione di gola, il punto rappresentativo delle condizioni di fun-
zionamento si sposterà verso il basso sul segmento b–c e corrispondentemente
l’urto risalirà nel divergente, finché per Ag /A1 ≃ .2 la presa d’aria funzionerà
in condizioni isentropiche. In modo ancora più efficiente, si può aumentare
l’area della sezione di gola ad un valore più grande di quello corrispondente al
punto b, come ad esempio il punto d. La presa d’aria si avvierà ad una velocità
più bassa e quindi con minori perdite. Man mano che la velocità aumenta, si
ridurrà la sezione di gola, cosicché il punto rappresentativo delle condizioni di
funzionamento si muova su una curva del tipo d–c.
Il principale inconveniente di una presa d’aria a geometria variabile risiede
però nella sua complessità di realizzazione, in particolare nel caso assialsim-
metrico.
Camera di prova
M<1 A1 M p >1 A2 M<1
Ugello Diffusore
Compressore
Fig. 3.18
p0 A1 A2 pb
p
p0
a
b
c
d
e
f
x
Fig. 3.19
p01
A2 > A2min = A1 (3.70)
p02 M =Mp
Lo studio dei flussi non stazionari di un fluido perfetto, cosı́ come quello dei
flussi stazionari supersonici, porta a dover risolvere sistemi di equazioni dif-
ferenziali per i quali è particolarmente utile il metodo delle caratteristiche.
Il metodo verrà presentato in questo capitolo con riferimento ad un generico
sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali, del primo ordine, che
soddisfi le seguenti condizioni:
iii) il sistema sia di natura iperbolica. Verrà chiarito nel seguito come
sia possibile verificare che quest’ipotesi sia soddisfatta.
62
Capitolo 4 63
avendo fatto uso della regola dell’indice ripetuto. La forma vettoriale (4.3) ha
il vantaggio di essere invariante rispetto alla scelta del sistema di coordinate, il
che consente in ogni particolare situazione di scegliere il sistema di coordinate
nel modo geometricamente più conveniente.
Al sistema di equazioni (4.3) è in generale associato un insieme di condizioni
iniziali che specificano il valore delle variabili vj su una superficie dello spazio
ad n dimensioni. Nel caso di n = 3 questa è una superficie nel senso stretto,
mentre nel caso n = 2 questa è una linea.
Si consideri un generico punto P di tale superficie ed il piano passante per
P tangente alla superficie stessa. La conoscenza dei valori delle vj in tutti i
punti della superficie corrisponde a conoscere in ogni punto anche i valori delle
derivate di vj “lungo” la superficie. Ciò significa che in un riferimento locale
avente uno degli assi normale al piano tangente, per ogni variabile vj sono note
le derivate nelle (n − 1) direzioni che giacciono nel piano. Per i k gradienti,
che hanno nk componenti, sono quindi note le (n − 1)k componenti nel piano.
Nelle equazioni (4.3) rimangono incognite solo le k componenti dei gradienti in
direzione normale al piano, che possono pertanto essere determinate risolvendo
le k equazioni (4.3). Conoscendo le derivate normali in ogni punto è allora
possibile determinare i valori delle variabili su una nuova superficie e, ripetendo
il procedimento, determinare la soluzione in tutto lo spazio.
Tuttavia, ciò è possibile solo se è diverso da zero il determinante dei coef-
ficienti delle k componenti normali. Se questo determinante è nullo, ovvero
se esiste una combinazione lineare delle (4.3) che non contiene le k compo-
nenti normali dei gradienti, il piano è detto piano eccezionale nel punto P .
Una superficie che sia inviluppo di piani eccezionali è detta una superficie
caratteristica.
Ci proponiamo ora di verificare se per il sistema (4.3) esistono piani ecce-
zionali e di determinare la direzione della normale n a questi piani.
Consideriamo una combinazione lineare con coefficienti αi delle k equazio-
ni (4.3)
D j = αi dij (4.5)
e ponendo
C = αi bi (4.6)
può anche scriversi
D j · ∇vj + C = 0 (4.7)
64 Capitolo 4
n · Dj = 0 (j = 1, . . . , k) (4.8)
α1 (d12 · n) + . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . = 0 (4.9)
..
.
α1 (d1k · n) + . . . . . . . . . . . . . . . . . + αk (dkk · n) = 0
Affinché esista una soluzione non banale di questo sistema, deve essere
nullo il determinante dei coefficienti:
∂ρ ∂ρ ∂u
+ u +ρ =0 (4.11)
∂t ∂x ∂x
∂u ∂u a2 ∂ρ
+ u + =0 (4.12)
∂t ∂x ρ ∂x
( )
a2
d11 = {1 u} d12 = {0 ρ} d21 = 0 d22 = {1 u}
ρ
(4.13)
Indicando con n1 , n2 le componenti in direzione x1 e x2 del vettore n
normale alla superficie caratteristica, che in questo caso sarà una linea carat-
teristica, la condizione (4.10) risulta
a2
n1 + un2 n2
ρ
=0 (4.14)
ρn2 n1 + un2
n1
λ = tgϑ = − (4.15)
n2
66 Capitolo 4
a2
u−λ
ρ
|A| = =0 (4.16)
ρ u−λ
Sviluppando il calcolo del determinante, si ha
(u − λ)2 = a2
λ1,2 = u ∓ a (4.17)
Per ogni punto P del piano x, t si hanno quindi due rette eccezionali di
equazione
dx
= u−a (4.18)
dt
dx
= u+a (4.19)
dt
Poiché in generale u ed a sono variabili da punto a punto del piano x, t, le
direzioni eccezionali sono anch’esse variabili e le (4.18) e (4.19) definiscono le
equazioni di due famiglie di linee caratteristiche, che sono inviluppo di rette
eccezionali (Fig. 4.1 e 4.2).
t t
n n1 retta eccezionale
dx = u + a
θ linea caratteristica dt
n2
P
θ P
dx =
dt u - a
x x
Fig. 4.1 Fig. 4.2
Introducendo il vettore
l = {α1 , α2 } (4.20)
Capitolo 4 67
AlT = 0 (4.21)
Consideriamo ora una delle due soluzioni (4.17) ad esempio λ1 = u − a.
Per questo valore si ha
a2
a ρ
A=
ρ a
ρ ρ
D 1 = {1 u − a} D2 = − (a − u) (4.22)
a a
e l’equazione di compatibilità (4.7) assume la forma
∂ρ ∂ρ ρ ∂u ∂u
+ (u − a) − + (u − a) =0 (4.23)
∂t ∂x a ∂t ∂x
Poiché quest’equazione è valida lungo la corrispondente curva caratteri-
stica (4.18), possiamo introdurre quest’ultima nella (4.23) che risulta quindi
un’equazione alle derivate totali
dρ ρ du
− =0
dt a dt
ovvero
dρ du
− =0 (4.24)
ρ a
nella quale dρ e du rappresentano le variazioni lungo la linea caratteristi-
ca (4.18).
Ripetendo il procedimento per l’altra soluzione λ2 = u + a si ottiene
l’equazione di compatibilità valida lungo la (4.19)
dρ du
+ =0 (4.25)
ρ a
68 Capitolo 4
v1
b1
v b
2 2
v= B=
.. ..
.
.
vk bk
∂φ
φ,x1 = (4.27)
∂x1
La condizione (4.10) che determina le direzioni caratteristiche può scriversi
(A1 n1 + A2 n2 )T = 0
Capitolo 4 69
| − λA1 + A2 | = 0 (4.28)
Per i flussi non stazionari, cosı́ come per i flussi stazionari supersonici, è
sempre possibile scrivere le equazioni in modo che A1 ≡ I e la (4.28) risulta
(A2 − λI)T lT = 0
RL = I (4.34)
La matrice A2 può scriversi
A2 = R Λ L (4.35)
e la (4.26) risulta
u = Lv (4.38)
che sono combinazioni lineari delle variabili originarie vj per le quali le (4.37)
risultano
∂w
=T (4.40)
∂v
la (4.36) diviene
T −1 w,x1 + R Λ LT −1 w,x2 + B = 0
ovvero
R′ = T R L′ = LT −1 B′ = T B
la (4.41) si scrive
che è formalmente uguale alla (4.36) ma con diversi autovettori destri e sinistri,
mentre ha la stessa matrice degli autovalori.
da dp dρ
2 = − (4.42)
a p ρ
Eliminando prima dp e poi dρ fra questa e la (1.18), si ottiene
dρ 1 da ds
= − (4.43)
ρ δ a R
dp γ da ds
= − (4.44)
p δ a R
A,x δa
a,t + ua,x + δau,x + δau − (s,t + us,x ) = 0 (4.45)
A R
ove l’ultimo termine è nullo in base alla (3.14). Analogamente utilizzando
la (4.44) per esprimere p,x nella (3.10), si ottiene
a a2
u,t + uu,x + a,x − s,x = 0 (4.46)
δ γR
Le equazioni (3.14), (4.45) e (4.46) possono essere scritte in forma adimen-
sionale assumendo come grandezze di riferimento; l per le lunghezze, ā per le
velocità, t̄ = l/ā per il tempo e γR/δ per l’entropia.
Seguitando ad indicare per comodità le grandezze adimensionali con gli
stessi simboli sinora usati per le grandezze dimensionali, le equazioni in forma
adimensionale risultano
δau
a,t + ua,x + δau,x + A,x = 0 (4.47)
A
a a2
u,t + uu,x + a,x − s,x = 0 (4.48)
δ δ
s,t + us,x = 0 (4.49)
Capitolo 4 73
λ1 = u − a λ2 = u + a λ3 = u (4.50)
i quali definiscono in ogni punto tre direzioni caratteristiche di equazioni
dx
= λi (i = 1, 2, 3) (4.51)
dt
Si noti che i primi due autovalori sono quelli che si otterebbero nel caso
omentropico e coincidono con i valori (4.17) ottenuti a partire dalla formula-
zione nelle variabili ρ, u.
In corrispondenza ad ognuno degli autovalori λi si possono determinare le
componenti lij del corrispondente autovettore sinistro li risolvendo il sistema
algebrico ottenibile dalla (4.30), che per il caso in esame risulta
a
(u − λi )li1 + li2 = 0
δ
δali1 + (u − λi )li2 = 0
a2
− li2 + (u − λi )li3 = 0
δ
Poiché gli autovettori sono definiti a meno di una costante, possiamo as-
sumere per comodità l11 = l21 = l33 = 1 ed ottenere quindi gli autovettori
sinistri
l3 = {0, 0, 1}
74 Capitolo 4
1
Assumendo, ai fini della normalizzazione, r11 = r21 = e r33 = 1, gli
2
autovettori destri risultano
1 1
a
2 2
r1 = 1 r2 = 1 r3 = 0 (4.53)
−
2δ 2δ
1
0
0
1 −δ −a
a
u−a 0 0 1 −δ −a
a
1 δ −a
u + 0 u+a 0
1 δ −a u +
0 0 1 s 0 0 u 0 0 1 s
t x
A,x
1 −δ −a δau
A
1 δ −a = 0
0
0 0 1
0
A,x
(a − δu),t − as,t + (u − a) [(a − δu),x − as,x ] + δau = 0 (4.54)
A
A,x
(a + δu),t − as,t + (u + a) [(a + δu),x − as,x ] + δau = 0 (4.55)
A
d ds A,x dx
(a − δu) − a + δau =0 lungo = λ1 (4.57)
dt dt A dt
e analogamente
d ds A,x dx
(a + δu) − a + δau =0 lungo = λ2 (4.58)
dt dt A dt
ds dx
=0 lungo = λ3 (4.59)
dt dt
E’ a queste equazioni che faremo riferimento con il termine di equazioni di
compatibilità.
Nel caso particolare di un flusso unidimensionale e omentropico, la (4.59) è
soddisfatta non solo lungo la traiettoria di una particella ma in tutto il campo
e le (4.57) e (4.58) possono essere integrate dando luogo a
dx
R1 = a − δu = cost lungo =u−a (4.60)
dt
dx
R2 = a + δu = cost lungo =u+a (4.61)
dt
Le grandezze R1 e R2 , che sono combinazione lineare delle variabili origi-
narie u ed a, prendono il nome di invarianti di Riemann.
Si noti che le variabili R1 e R2 possono essere introdotte nelle (4.57) e (4.58)
anche nel caso più generale dei flussi quasi–unidimensionali e isentropici, ma
sia nel caso quasi–unidimensionale omentropico, sia nel caso unidimensionale
isentropico R1 ed R2 non sono più costanti lungo le corrispondenti linee carat-
teristiche. In questo caso R1 ed R2 vengono più propriamente dette variabili
di Riemann.
76 Capitolo 4
i) il sistema è omogeneo
1
h i1/2
λi = (a11 + a22 ) ∓ (a11 − a22 )2 + 4a12 a21 (4.64)
2
e definiscono nel piano x1 , x2 , che viene detto piano fisico, due famiglie di
curve caratteristiche di equazione
dx2
= λi (4.65)
dx1
La famiglia corrispondente a λ1 , che convenzionalmente assumiamo essere
quella con il segno meno, verrà indicata con C1 e quella corrispondente a λ2
con C2 .
Gli autovettori sinistri sono dati da
dv
l1 · = 0 lungo C1 (4.68)
dα
dv
l2 · = 0 lungo C2 (4.69)
dβ
ovvero
Z Z
li1 dv1 + li2 dv2 = Ri = cost lungo Ci (4.71)
dv1 a11 − λi
= lungo Ci (4.72)
dv2 a21
∂v1 ∂v1
dv1 = dx1 + dx2
∂x1 ∂x2
∂v2 ∂v2
dv2 = dx1 + dx2
∂x1 ∂x2
Da queste, se lo jacobiano
∂v1 ∂v1
∂x1 ∂x2
J= (4.73)
∂v2 ∂v2
∂x1 ∂x2
è finito e non singolare (cioè 6= ∞ e 6= 0), si può ricavare
1 ∂v2 ∂v1
dx1 = dv1 − dv2
J ∂x2 ∂x2
1 ∂v2 ∂v1
dx2 = − dv1 + dv2
J ∂x1 ∂x1
e quindi
∂v1 ∂x2 ∂v1 ∂x1
=J = −J
∂x1 ∂v2 ∂x2 ∂v2
dv1
= λ∗i (4.75)
dv2
Calcolando gli autovalori λ∗i della matrice dei coefficienti del sistema (4.74),
è facile verificare che le (4.75) coincidono con le (4.72) e rappresentano le
curve Γi , che vengono pertanto dette caratteristiche odografe. Ovviamente
le equazioni di compatibilità lungo le caratteristiche (4.75) coincidono con le
caratteristiche nel piano fisico cioè con le curve Ci .
Le caratteristiche odografe Γi sono l’immagine nel piano odografo delle
caratteristiche fisiche Ci . Questa corrispondenza però non sempre è biunivo-
ca. Immaginando di utilizzare il sistema (4.74) per ricavare i valori (x1 , x2 )
che corrispondono ad una coppia di valori (v1 , v2 ), ciò è possibile solo se lo
jacobiano (4.73) è diverso da zero.
S S’
v20
C1 C2
x1 v10 v1
Fig. 4.3
cioè quando in una regione S del piano fisico esiste una relazione v1 = v1 (v2 ).
Utilizzando questa relazione per esprimere le derivate di v1 nel sistema (4.62),
si ottiene facilmente
2
dv1 a22 − a11 dv1 a12
+ − =0
dv2 a21 dv2 a21
che coincide con la definizione delle caratteristiche odografe (4.72). Ciò signi-
fica che la relazione v1 = v1 (v2 ) non può essere arbitraria ma deve coincidere
con una delle due equazioni di compatibilità, ovvero la curva v1 = v1 (v2 ) deve
essere un arco di caratteristica Γ1 o Γ2 . Poiché queste ultime possono anche
essere definite dalle Ri = cost, il fatto che nella regione S le variabili v1 e
v2 non siano indipendenti implica che uno dei due invarianti di Riemann sia
costante in tutta la regione S e non solo lungo la corrispondente caratteristica
Ci . Le regioni nelle quali uno dei due invarianti di Riemann è costante sono
dette regioni ad onda semplice.
Supponiamo, ad esempio, che in una regione S dello spazio fisico si abbia
R1 = cost. Poiché questa relazione è rappresentata nel piano odografo da
un arco di curva Γ1 , quest’arco di curva è l’immagine dell’intera regione S.
Nei flussi ad onda semplice si ha cioè una corrispondenza degenere in cui a
superfici del piano fisico corrisponde una linea sul piano odografo, cosı́ come
nei flussi uniformi si ha una corrispondenza doppiamente degenere in cui a
superfici del piano fisico corrisponde un punto del piano odografo.
x2 v2
A S D
Γ1
a’
C2 b’
C2
c’
C’1
d’
C’’
1
ab c d
x1 v1
a) b)
Fig. 4.4
es. il punto b′ è l’immagine della caratteristica fisica b). Si noti che il punto
a′ è l’immagine non solo della caratteristica a, ma dell’intera regione uniforme
A.
Poiché tutti i punti di una caratteristica C2 hanno la stessa immagine nel
piano odografo, lungo la C2 si ha v1 = cost e v2 = cost. Ciò può anche
essere dedotto considerando che lungo la C2 si ha R2 = cost e, poiché in tutta
la regione vale R1 = cost, queste due relazioni sono soddisfatte solo se sono
costanti sia v1 che v2 .
Pertanto le caratteristiche C2 sono rette ma, essendo i valori di v1 e v2
diversi da una all’altra delle caratteristiche C2 , esse non sono parallele.
Viceversa le caratteristiche C1 , che sono rette nelle zone uniformi, sono
curve nella zona ad onda semplice e vengono dette caratteristiche trasversali.
Naturalmente il ruolo delle caratteristiche C1 e C2 si inverte quando si
consideri una regione ad onda semplice nella quale R2 = cost, la cui immagine
nel piano odografo è costituita da un arco di curva Γ2 .
Poiché le regioni ad onda semplice sono rappresentate da una sola carat-
teristica Γi , esse vengono anche dette zone ad una famiglia.
Una regione ad onda semplice di dimensioni finite è delimitata nel piano
fisico da due caratteristiche rettilinee e da due caratteristiche curve della fa-
miglia opposta. Poiché zone a diverso numero di famiglie confinano fra loro
lungo linee caratteristiche Ci , una zona ad una famiglia può confinare lungo
le caratteristiche rettilinee solo con zone a zero famiglie e lungo le caratteri-
stiche trasversali solo con zone a due famiglie. Una zona a zero famiglie può
confinare con una zona a due famiglie al massimo in un punto.
Un esempio di un campo nel quale si hanno regimi a diverso numero di
famiglie è mostrato in Fig. 4.5.
x2
C1 C2
0
1 1
C2
C1 2
0 0
1 1
x1
Fig. 4.5
82 Capitolo 4
P Γ1
C1 m
H L
G
E f Γ2
F D a p
C g
B b
A h
c l
d
N e
x1 v1
a) b)
Fig. 4.6.
R1g = R1c
(4.76)
R2g = R2b
Capitolo 4 83
campo di influenza C2
C1
P
dominio di
dipendenza
x1
Fig. 4.7
t t
C1 C2
C1
C2 L
H
G M C1 M
G
B B
C2
A D C E A C E
xA xE x xA xE x
a) b)
Fig. 4.8
variabili possono essere discontinue. Si osservi che il fatto che possano essere
discontinue non significa che necessariamente lo siano.
Poiché le variabili sono continue, le derivate lungo una superficie carat-
teristica sono anch’esse continue e l’eventuale salto del gradiente attraverso
la superficie caratteristica è dovuto al salto della derivata in direzione nor-
male ed è quindi diretto normalmente alla superficie stessa. Utilizzando la
notazione (2.42) possiamo scrivere
[∇vj ] = αj n (4.78)
dove αj rappresenta l’intensità del salto. Sottraendo la (4.3) scritta da un lato
della superficie caratteristica dalla stessa relazione scritta dall’altro lato si ha
dij · [∇vj ] = 0
Nell’ipotesi che il salto sia diverso da zero, dalle due precedenti relazioni
si ottiene
dij · nαj = 0
(A2 − λI)α = 0
Questa relazione mostra che i vettori α altro non sono che gli autovettori
destri r i corrispondenti ad ogni autovalore λi ed i coefficienti αj sono le com-
ponenti rij degli autovettori destri. La (4.78), in termini delle sue componenti,
può allora scriversi attraverso una superficie caratteristica definita da λi
dvj
= nl rij (4.79)
dxl
essendo nl la componente del versore n sulla direzione xl .
Questa relazione consentirebbe, in linea di principio, di determinare il valo-
re del salto di una qualunque derivata attraverso una superficie caratteristica.
Tuttavia, poiché gli autovettori sono definiti a meno di una costante, le (4.79)
non hanno un’utilità pratica se prese singolarmente, ma possono essere com-
binate fra di loro in modo da eliminare la costante ed ottenere delle relazioni
che legano fra loro i salti delle diverse derivate.
Al fine di chiarire meglio queste relazioni consideriamo il caso dei flussi
quasi-unidimensionali non stazionari e isentropici già esaminato nel paragra-
fo 4.3 e per il quale gli autovettori destri sono dati dalle (4.53).
Attraverso una linea caratteristica definita da λ1 = u − a, il salto delle
Capitolo 4 87
dx
[a,x + δu,x ] = 0 [s,x ] = 0 attraverso = λ1 (4.80)
dt
e analogamente
dx
[a,x − δu,x ] = 0 [s,x ] = 0 attraverso = λ2 (4.81)
dt
dx
[a,x ] − a[s,x ] = 0 [u,x ] = 0 attraverso = λ3 (4.82)
dt
Equazioni identiche alle (4.80)–(4.82) valgono evidentemente anche per le
derivate temporali. Queste equazioni consentono di determinare l’evoluzione
del flusso a partire da assegnate condizioni iniziali in maniera analoga a quanto
è possibile fare mediante le equazioni di compatibilità (4.57)–(4.59). Si osservi
però che mentre queste ultime legano fra loro i valori della variabile “lungo”
una linea caratteristica, le (4.80)–(4.82) legano fra loro i valori delle derivate
delle variabili “attraverso” una linea caratteristica.
o in forma differenziale
de dp dρ
= − (4.84)
e p ρ
dalla quale è immediato ricavare
1 p
ρde = dp − dρ (4.85)
γ−1 ρ
Scegliendo di esprimere le equazioni di conservazione in termini delle sole p
e ρ, la (4.85) può essere utilizzata per eliminare l’energia interna nell’equazione
dell’energia, che risulta
1 Dp 1 p Dρ
− + p∇ · V = 0
γ − 1 Dt γ − 1 ρ Dt
Dρ
Eliminando fra questa e l’equazione di conservazione della massa (2.26),
Dt
si ottiene
Dp
+ γp∇ · V = 0 (4.86)
Dt
Utilizzando la notazione (4.27), il sistema delle equazioni di conservazione
risulta
1
u, t + uu,x + vu,y + p,x = 0 (4.88)
ρ
1
v,t + uv,x + vv,y + p,y = 0 (4.89)
ρ
v1 = ρ v2 = u v3 = v v4 = p
x1 = t x2 = x x3 = y
Capitolo 4 89
1 0 0 0
dT11 = u dT12 = ρ dT13 = 0 dT14 = 0
v 0 ρ 0
0
0 1 0
1
dT21 = 0 dT22 = u dT23 = 0 dT24 =
ρ
0 v 0 0
0
0
1
0
0
dT31 = 0 dT32 = 0 dT33 = u dT34 =
1
0 0 v
ρ
0 0 0 1
dT41 = 0 dT42 = γp dT43 = 0 dT44 = u
0 0 γp v
1
Q= u
v
Q·n 0 0 0
ovvero
γp 2
2 2
(Q · n) (Q · n) − (n + n23 ) = 0 (4.92)
ρ 2
Poiché il vettore n è definito a meno di una costante moltiplicativa, senza
perdita di generalità, possiamo assumere che sia unitaria la sua proiezione sul
piano x, y cioè
Q·n = 0 (4.94)
Q · n = ±a (4.95)
t
a
V
Fig. 4.9
Capitolo 4 91
(Q + aν) · n = 0 (4.96)
Si noti che le due equazioni (4.95) equivalgono all’unica equazione (4.96),
in quanto in questa ultima la variabilità del segno appare implicitamente
attraverso il segno di n2 e n3 .
In corrispondenza ad ogni valore di ν, la (4.96) individua un piano passante
per il vettore Q + aν e tale che la sua normale n abbia proiezione ν sul piano
x, y. Un tale piano è quindi un piano eccezionale e prende il nome di piano
acustico. L’inviluppo dei piani acustici è costituito da un cono (Fig. 4.9), detto
cono di Mach, il quale costituisce il luogo dei punti che, al variare del tempo,
vengono raggiunti da una perturbazione infinitesima (onda acustica) generata
nell’origine degli assi. E’ opportuno osservare che, trattandosi di un problema
in due dimensioni spaziali, le onde acustiche sono superfici cilindriche e, mal-
grado l’identità di denominazione, il cono di Mach rappresentato in Fig. 4.9
non deve essere confuso con quello di cui si è parlato al paragrafo 1.4, che
rappresenta invece l’inviluppo di onde sferiche emesse da una sorgente in mo-
to supersonico. In corrispondenza ad ognuno dei piani eccezionali possiamo
ora determinare i coefficienti αi della combinazione lineare (4.4) ed ottenere
quindi le equazioni di compatibilità.
Consideriamo dapprima il piano corrente. In corrispondenza a Q · n = 0,
la matrice (4.91) ha rango 2 ed il sistema ammette due soluzioni distinte. Il
sistema (4.9) si riduce infatti a
α + γp α = 0
1 4
ρ
α n +α n =0
2 2 3 3
γp
α = − , 0, 0, 1 (4.97)
ρ
n2
α = 0, 1, − ,0 (4.98)
n3
92 Capitolo 4
γp γp γp
p, t − ρ, t + u p , x − ρ,x + v p,y − ρ, =0 (4.99)
ρ ρ ρ y
che, utilizzando la (1.18), può anche scriversi
n2 n2 n2 1 n2
u,t − v,t + u u,x − v,x + v u,y − v,y + p, x − p, y =0
n3 n3 n3 ρ n3
(4.101)
Poiché quest’equazione dipende dal parametro n2 /n3 , il cui valore indivi-
dua uno degli infiniti piani correnti, essa in realtà corrisponde a infinite equa-
zioni. Tuttavia, di queste solo due sono indipendenti. Assumendo ad esempio
n2 /n3 = 0 la (4.101) si riduce all’equazione di conservazione della quantità di
moto (4.88), mentre per n2 /n3 = ∞ si riduce alla (4.89). Per qualsiasi altro
valore di n2 /n3 , la (4.101) è combinazione lineare di queste due equazioni.
Considerando ora un piano acustico, in corrispondenza a Q · n = a, il
sistema dei coefficienti αi ha soluzione
a
α = 0, −n2 , −n3 ,
γp
e l’equazione di compatibilità risulta
a a
p, − n2 u,t − n3 v,t + u p, − n2 u,x − n3 v,x + (4.102)
γp t γp x
a 1
v p, − n2 u,y − n3 v,y + a u,x + v,y − n 2 p, x + n 3 p, y = 0
γp y ρ
L’equazione dipende dai due parametri n2 e n3 legati fra loro dalla (4.93).
Assumendo ad esempio n2 = 0, si hanno due soluzioni n3 = ±1 ed, assumendo
n3 = 0, si hanno le due soluzioni n2 = ±1. Tuttavia è facile verificare che
di queste quattro soluzioni solo tre sono fra loro indipendenti e quindi delle
infinite equazioni rappresentate dalla (4.102), solo tre sono indipendenti.
Capitolo 4 93
a a a
p, − u,t + (u − a) p , − u, x + v p , − u, y + av,y = 0 (4.103)
γp t γp x γp y
a a a
p,t + u,t + (u + a) p , x + u, x + v p , + u, y + av,y = 0 (4.104)
γp γp γp y
a a a
p,t − v,t + (v − a) p, − v,y +u p, − v,x + au,x = 0 (4.105)
γp γp y γp x
a a a
p,t + v,t + (v + a) p,y + v,y + v p, + v,x + au,x = 0 (4.106)
γp γp γp x
v,t + A1 v ,x + A2 v ,y = 0 (4.107)
con
u ρ 0 0 v 0 ρ 0
1
0 v 0 0
0 u 0
A1 =
ρ
A2 =
1
0 0 u 0 0 0 v
ρ
0 γp 0 u 0 0 γp v
u, u, u − a, u + a
v, v, v − a, v + a
a2 1 ρ ρ
0 0 −1 0
a2 2a 2a
0 0 1 0 1 1
0 0 −
L1 =
1 R1 =
2 2
0 −1 0
aρ 0 1 0 0
1
0 1 0
aρ aρ
aρ 0 0
2 2
a2 0 1 ρ ρ
0 −1 0
a2 2a 2a
0 1 0 0
0 1 0 0
L2 = R2 =
1
1 1
0 0 −1
aρ 0 0 −
2 2
1
0 0 1
aρ aρ
aρ 0 0
2 2
Scrivendo le matrici A1 e A2 nella forma (4.35) e premoltiplicando la (4.107)
per la matrice L1 si ottengono le equazioni diagonalizzate
L1 v ,t + Λ1 L1 v,x + L1 R2 Λ2 L2 v ,y = 0 (4.108)
Capitolo 4 95
a a 1 a
p , − u, t + (u − a) p, − u,x + (v − a) p, − v,y
γp t γp x 2 γp y
(4.109)
1 a
+ (v + a) p, + v,y − vu,y = 0
2 γp y
a a 1 a
p , + u, t + (u + a) p,x + u,x + (v − a) p, − v,y
γp t γp 2 γp y
(4.110)
1 a
+ (v + a) p, + v,y + vu,y = 0
2 γp y
a a 1 a
p, − v,t + (v − a) p, − v,y + (u − a) p, − u,y
γp t γp x 2 γp x
(4.111)
1 a
+ (u + a) p , + u, y − uv,x = 0
2 γp x
a a 1 a
p, + v,t + (v + a) p,y + v,y + (u − a) p , − u, x
γp t γp 2 γp x
(4.112)
1 a
+ (u + a) p, + u,x + uv,x = 0
2 γp x
Capitolo 5
ρ = ρ0 + ρ̃ con ρ̃ ≪ ρ0
u = u0 + ũ con ũ ≪ a0 , ũ ≪ u0 (5.1)
a = a0 + ã con ã ≪ a0
Sostituendo queste espressioni nelle (4.11) e (4.12) si ottiene
(a0 + ã)2
ũ,t + (u0 + ũ)ũ,x + ρ̃,x = 0
ρ0 + ρ̃
96
Capitolo 5 97
a20
ũ,t + u0 ũ,x + ρ̃,x = 0 (5.3)
ρ0
Queste equazioni, pur essendo formalmente simili alle (4.11) e (4.12), sono
però equazioni lineari.
Derivando la (5.2) rispetto ad x e la (5.3) prima rispetto a t e poi rispetto
ad x si ottiene
a20
ũ,tt + u0 ũ,xt + ρ̃,xt = 0
ρ0
a20
ũ,tx + u0 ũ,xx + ρ̃,xx = 0
ρ0
1
ũ = {f [x − (u0 − a0 )t] + f [x − (u0 + a0 )t]}
2
(5.9)
1
+ {G[x − (u0 − a0 )t] − G[x − (u0 + a0 )t]}
2a0
essendo
Z x
G(x) = [g(ξ) + u0 f ′ (ξ)]dξ (5.10)
0
E’ immediato verificare che, per t = 0, la (5.9) soddisfa la (5.6), mentre
per quanto riguarda la (5.7) si ha
1 1
(ũ,t )t=0 = [−(u0 − a0 )f ′ − (u0 + a0 )f ′ ] + [−(u0 − a0 )G′ + (u0 + a0 )G′ ]
2 2a0
1 G
f1 = f+ (5.11)
2 a0
1 G
f2 = f− (5.12)
2 a0
Capitolo 5 99
1
ũ(x, t) = [f (x + a0 t) + f (x − a0 t)] (5.13)
2
e mostra che ad un determinato istante t la perturbazione in un punto x è
data dalla sovrapposizione del disturbo proveniente da destra lungo le rette di
equazione x + a0 t = cost e del disturbo proveniente da sinistra lungo le rette
x − a0 t = cost. Pertanto, per le condizioni iniziali assunte, la perturbazione è
nulla nei tre intervalli
x ≤ −c − a0 t , c − a0 t ≤ x ≤ −c + a0 t , x ≥ c + a0 t
x = c - a0 t t x = - c + a0t
x = - c - a0 t x = c + a0 t
t = t2
t = t1
A O B x
Fig. 5.1
100 Capitolo 5
dx
= ∓a0 (5.15)
dt
che costituiscono due famiglie di rette parallele e, integrate, possono scriversi
x + a0 t = cost C1 (5.16)
x − a0 t = cost C2
ρ̃
R2 = a0 + ũ = cost lungo C2 (5.18)
ρ0
I valori degli invarianti di Riemann R1 ed R2 sono determinati dalle condizioni
iniziali. Con riferimento con la figura 5.2 e tenendo conto della (5.14), si ha
R1 = −ũ(xA ) = −f (x + a0 t) (5.19)
R2 = ũ(xB ) = f (x − a0 t)
P(x,t)
x
xB xA
Fig. 5.2
ρ0 1 ρ0
ρ̃(x, t) = (R2 + R1 ) = [f (x − a0 t) − f (x + a0 t)]
2a0 2 a0
Il disturbo iniziale di velocità genera pertanto anche una perturbazione di
densità che, per il caso in esame, è una compressione per l’onda che viaggia
verso destra e un’espansione per l’onda che propaga verso sinistra. Evidente-
mente alle variazioni di densità sono anche associate variazioni di pressione e
velocità del suono legate fra loro dalle relazioni isentropiche
p̃ ρ̃ ã ρ̃
=γ , =δ
p0 ρ0 a0 ρ0
Nel caso più generale in cui il disturbo iniziale di densità non sia nullo ma
sia dato da
ρ̃(x, 0) = h(x)
è sufficiente sostituire alle (5.19) le
a0
R1 = −f (x + a0 t) + h(x + a0 t)
ρ0
a0
R2 = f (x − a0 t) + h(x − a0 t)
ρ0
a20 ′
(ũ,t )t=0 = g(x) = −u0 f ′ (x) − h (x)
ρ0
che, sostituita nella (5.10), fornisce
a20
G(x) = − h(x)
ρ0
Pistone F.A.
P
B
t1 A C1
I
O D x
Fig. 5.3
Per ogni punto P del piano x, t passa una caratteristica C1 che interse-
ca il semiasse positivo delle x in un generico punto D. Poiché lungo que-
sta caratteristica R1 è costante, si ha R1P = R1D ed essendo, per t = 0,
R1 = a0 ∀ x, in tutti i punti del piano x, t si ha R1 = a0 = cost ed il flusso è
quindi ad onda semplice.
Per ogni punto lungo la traccia del pistone (ad es. il punto A) è pos-
sibile tracciare una caratteristica C2 utilizzando la condizione al contorno e
l’invarianza di R1
uA = vp (t)
R1A = aA − δuA = a0
Da queste si ricava
t F.P.
u
F.P. F.A.
x C2
F.A.
v1
O x
Fig. 5.4 Fig. 5.5
t t
F.P.
C2 C2
C1
F.A.
O x O x
a) b)
Fig. 5.6
Capitolo 5 105
a0
|v1 | = (5.21)
1+δ
a0
uf = (5.22)
δ
C2
C 2 = C1 F.P.
II
F F.A.
I
O x
Fig. 5.7
106 Capitolo 5
uI = 0 aI = a0
F.P.
t
F.A. C1 III
C
II B
F.P. C2 A
I F.A.
O x1 x
Fig.5.8
Capitolo 5 107
t t
t
F.P. C2 F.A. F.P.
III C2
II F.A.
I
x
Fig. 5.11
t t
Pistone
P Inviluppo
C2
C2
P
x x
Fig. 5.12
x
Fig. 5.13
t t Traiettorie delle
Pistone particelle
x = a0 t
Inviluppo II x =W t
I
x = a0 t
x x
Fig. 5.14 Fig. 5.15
2
(uI − w)(uII − w) = a∗ (5.24)
γ + 1 ∗2
a2I + δ(uI − w)2 = a (5.25)
2
2
Poiché nel caso in esame si ha uI = 0, aI = a0 e uII = vp , eliminando a∗
fra le (5.24) e (5.25) si ottiene l’equazione
γ+1
w2 − vp w − a20 = 0
2
che ammette le due soluzioni
" 2 #1/2
γ+1 γ+1
w= vp ± vp + a20 (5.26)
4 4
delle quali si dovrà scegliere quella col segno +, in quanto nel caso in esame
w > 0. Una volta determinata w, che risulta evidentemente maggiore di vp ,
Capitolo 5 111
w
si può calcolare il numero di Mach relativo a monte dell’urto MI = − e,
a0
tramite le relazioni (3.53-3.55), ottenere le grandezze termodinamiche a valle
dell’urto in funzione di quelle a monte.
Si osservi che nel moto assoluto il flusso a monte dell’urto è subsonico
mentre quello a valle può essere subsonico o supersonico a seconda del valore
di vp : infatti solo nel moto relativo devono essere verificate le condizioni che
il flusso a monte sia supersonico (w > a0 ) e quello a valle sia subsonico. Nel
moto assoluto inoltre la temperatura totale non si conserva, come è evidente
considerando che uII > uI e aII > aI : il contenuto energetico nella zona II è
maggiore di quello nella zona I in quanto il pistone ha compiuto un lavoro sul
fluido.
t Pistone
r
III
II
i
I
x1 x
Fig. 5.16
te, e tenendo conto che uIII , è nota in base alla condizione al contorno (in
particolare è nulla)
2
(uIII − w)(uII − w) = a∗ (5.27)
γ + 1 ∗2
a2II + δ(uII − w)2 = a (5.28)
2
Il primo membro della (5.27) può anche scriversi:
M 2 − 2bM − 1 = 0 (5.30)
cui corrispondono le soluzioni
p
M2i = b − b2 + 1 (5.31)
p
M1r = b + b2 + 1 (5.32)
Si osservi che le equazioni (5.27) e (5.28) valgono sia per l’urto riflesso che
per quello incidente, con la differenza che lo stato II rappresenta lo stato a valle
per l’urto incidente e quello a monte per l’urto riflesso. La soluzione (5.31),
−1 < M2i < 0, fornisce quindi il numero di Mach relativo a valle dell’urto
incidente, mentre la (5.32), M1r > 1, dà il numero di Mach relativo a monte
dell’urto riflesso. Dalle (5.31) e (5.32) si possono ottenere le relazioni
M2i M1r = −1
(5.33)
M1r + M2i = 2b
3−γ
|wi | − |wr | = uII
2
ed indica quindi che la velocità dell’urto riflesso è minore di quella dell’urto
incidente. Utilizzando le (5.33) e (3.51), si ha
1 γM1i2 −δ
2
M1r = 2 = 2 (5.34)
M2i 1 + δM1i
mentre i rapporti di pressione attraverso l’urto incidente e quello riflesso sono
dati da
pI 2γ
= 1+ (M 2 − 1) (5.35)
pII γ + 1 2i
pIII 2γ
= 1+ (M 2 − 1) (5.36)
pII γ + 1 1r
Pertanto si ha una riflessione speculare solo nel caso limite in cui l’urto in-
cidente sia un’onda acustica o, in modo approssimato, quando l’urto incidente
sia molto debole. Viceversa, se l’urto incidente è molto intenso,
√ il numero di
Mach relativo a monte dell’urto riflesso tende al valore limite 7 (per γ = 1.4)
ed il rapporto di pressione fra valle e monte dell’urto tende ad 8.
Se la superficie su cui incide l’urto anziché essere una parete solida è una
superficie a temperatura costante (ovvero ad a = cost), dalla superficie dovrà
avere origine un’onda di espansione affinché il fluido riscaldato dall’urto torni
alla temperatura iniziale (Fig. 5.17).
Si lascia al lettore la determinazione della velocità nella zona III in base
alla condizione al contorno aIII = a0 .
114 Capitolo 5
t Pistone
III
II
I
x1 x
Fig. 5.17
da δ dp
ds = −
a γ p
per le quali le onde della prima famiglia sono quelle aventi la zona di bassa
pressione a destra dell’espansione. Si osservi che l’appartenenza di un urto o
di un’espansione ad una famiglia non è legata alla direzione di propagazione
dell’onda stessa, come è evidente se si pensa che la direzione di propagazione
può essere invertita mediante una opportuna trasformazione galileiana.
Consideriamo l’interazione di due urti di famiglia opposta e di diversa
intensità, quali quelli generati in un fluido inizialmente in quiete da due pi-
stoni che vengano accelerati impulsivamente con velocità diverse ed in verso
opposto (Fig. 5.18)
discontinuità
di contatto
t
c II III d
v1
I IV
a P1
b
x1 x
Fig. 5.18
noscenza di un solo parametro per ognuno dei due urti (ad esempio la loro
velocità wc e wd ) per definirli completamente. Il valore dei due parametri
incogniti può dunque essere ottenuto imponendo che siano soddisfatte le due
condizioni (5.39).
La non linearità delle relazioni di salto rende necessario l’uso di un pro-
cedimento iterativo per la soluzione del problema. Si assuma ad esempio un
valore di primo tentativo pII = pIII = p′ : noto il salto di pressione, per ognuno
dei due urti è possibile determinare il numero di Mach relativo a monte e da
questo ricavare la velocità dell’urto, il numero di Mach a valle e quindi i valori
di uII ed uIII , che in generale risulteranno fra loro diversi. Se uII > uIII si
dovrà assumere per il secondo tentativo un valore p′′ > p′ cosicché i due urti
siano più intensi ed il valore di uII diminuisca, mentre quello di uIII aumen-
ta. L’uso di un metodo di interpolazione consente poi di ottenere in poche
iterazioni la soluzione per la quale uII = uIII .
Per assumere un valore plausibile della pressione di primo tentativo si può
adottare il modello isentropico (nel quale gli urti sono sostituiti da compressio-
ni isentropiche) che approssima la soluzione tanto meglio, quanto più piccola
è l’intensità degli urti. In questa approssimazione si ha
aIII
aII 1+ = R2I + R1IV (5.41)
aII
ed essendo
γ−1 γ−1
pII pIII
2γ 2γ
aII = aI aIII = aIV (5.42)
pI pIV
in base alla prima delle (5.39) si ricava
γ−1
aIII aIV pI
2γ
z= =
aII aI pIV
La velocità del suono aII può quindi essere ottenuta, in funzione di gran-
dezze note nelle regioni I e IV , come
R2I + R1IV
aII = (5.43)
1+z
Capitolo 5 117
w − uI
|MI | = >1 da cui w > uI + aI
aI
w − uII
|MII | = <1 da cui w < uII + aII
aII
t t
uII + aII W Pistone II
III
II I
uI + aI c
b P1
I a
V IV
x x
Fig. 5.19 Fig. 5.20
soddisfare la continuità sia della velocità che della pressione a valle dell’urto
è quindi necessario disporre di un altro parametro arbitrario. Questo è dato
dalla intensità di una ulteriore onda che ha origine dal punto P1 , che nel caso
in esame risulta essere una espansione.
La determinazione dell’urto c e dell’espansione in modo da soddisfare le
condizioni (5.39) può essere ottenuta con un procedimento iterativo del tutto
analogo a quello visto in precedenza.
C C S C R
C
R S S S R R
Fig. 5.21
p
SCR
NCR
SCN
che separa le regioni SCS ed SCR, gli stati I e IV sono separati da un urto della
prima famiglia e da una discontinuità di contatto. Poiché attraverso quest’ul-
tima la pressione e la velocità non variano, lo stato a valle dell’urto coincide
in termini di pressione e velocità con lo stato IV. La curva SCN rappresen-
ta quindi tutti i possibili urti della prima famiglia che si possono ottenere a
partire dallo stato I. L’equazione della curva SCN può allora essere ottenuta
mediante le relazioni di salto. In particolare la (5.30) scritta per il caso in
esame risulta
γ + 1 uIV − uI
M12 + M1 − 1 = 0 (5.44)
2 aI
Ricavando da questa uIV ed eliminando M1 mediante la (3.54) si ottiene
− 1
aI pIV γ + 1 pIV γ−1
2
uIV = uI − −1 +
γ pI 2γ pI 2γ
Analogamente, utilizzando gli invarianti di Riemann per le espansioni, si
ottengono le equazioni delle altre curve di Fig. 5.22
− 1
aI pIV γ + 1 pIV γ−1
2
uSCN = uI − −1 + pIV ≥ pI
γ pI 2γ pI 2γ
− 1
aIV pI γ + 1 pI γ−1
2
uN CS = uI − −1 + pIV ≤ pI
γ pIV 2γ pIV 2γ
" γ−1 #
2aIV pI
2γ
uN CR = uI + 1− pIV ≥ p(5.45)
I
γ−1 pIV
" γ−1 #
2aI pIV
2γ
uRCN = uI + 1− pIV ≤ pI
γ−1 pI
2 2
uv = u1 + aI + aIV
γ−1 γ−1
Esaminando le relazioni precedenti, si osserva che per pIV → ∞,
2aIV
uSCN → −∞ mentre uN CR tende asintoticamente al valore uB = uI + .
(γ − 1)
2aI
Per pIV → 0, uN CS → −∞ e uRCN tende al valore uA = uI + .
(γ − 1)
Quest’analisi mostra che la soluzione del problema di Riemann esiste sem-
pre ed è unica per qualunque arbitrario set di dati iniziali che definiscono gli
stati I e IV.
Capitolo 5 121
Si osservi che gli stati intermedi II e III sono rappresentati nel piano p, u
da un unico punto e quindi le discontinuità di contatto non possono essere
rappresentate nel piano p, u. Come indicato in Fig. 5.23 per i 4 possibili tipi
di soluzione (lo stato IV è rappresentato dai cerchietti), lo stato intermedio
(rappresentato dai triangoli) si trova sempre sulle curve SCN o RCN .
p
SCR
SCS
RCR
pI
RCS
O uI u
Fig. 5.23
zR2I − R1IV
u0 =
δ(1 + z)
2. Calcolo onda di sinistra
2.a Calcolo urto se uk < uI
!2 1/2
γ + 1 uI − uk γ + 1 uI − uk
M1 = + 1+
4 aI 4 aI
2γ
pkII = pI 1 + (M 2 − 1)
γ+1 1
dpkII pI M13
ṗkII = = −2γ
duk aI 1 + M12
1/2
pkII
γ + 1 + (γ − 1)
pI
akII = aI
γ + 1 + (γ − 1) pI
pkII
γ−1 k
akII = aI − (u − uI )
2
! 2γ
akII γ−1
pkII = pI
aI
pkII
ṗkII = −γ
akII
Capitolo 5 123
!2 1/2
γ + 1 uk − uIV γ + 1 uk − uIV
M1 = + 1 +
4 aIV 4 aIV
2γ
pkIII = pIV 1 + (M 2 − 1)
γ+1 1
pIV M13
ṗkIII = 2γ
aIV 1 + M12
1/2
pkIII
γ + 1 + (γ − 1)
pIV
akIII = aIV
γ + 1 + (γ − 1) pIV
pkIII
γ−1 k
akIII = aIV + (u − uIV )
2
! 2γ
akIII γ−1
pkIII = pIV
aIV
pkIII
ṗkIII = γ
akIII
4. Calcolo uk+1
pkII − pkIII
uk+1 = uk −
ṗkII − ṗkIII
5. Controllo convergenza
pkII
1− <ǫ
pkIII
124 Capitolo 5
t b p
a SCN
III SCR NCR
b
II
c V
C IV a
B A RCR
SCS D B
F.P. I
I A V F.A. NCS C
RCS RCN
x u
Fig. 5.24 Fig. 5.25
I IV I IV I IV I IV
V V V V
a) b) c) d)
Fig. 5.26
p
SCN
SCN NCR
b
SCN
d SCR V a
SCS
RCR RCN
I
NCS V c RCS
RCN RCN
u
Fig. 5.27
126 Capitolo 5
t t
II III III
II
IV
I IV
I
V V
x x
a) aV > aI b) aV < aI
Fig. 5.28
p
SCN
NCR
SCR
I V
SCS RCR
NCS
RCS RCN
u
Fig. 5.29
Capitolo 5 127
Flussi quasi-unidimensionali
non stazionari: metodi
numerici
128
Capitolo 6 129
a
A1 3 2 A2
1 Γ1
4
b Γ1
a) 3
1 Γ2 5
3’ 2
4’
3 4 5 2
Γ2 5’ a2 + δ u2 = cost
u
b) c)
Fig. 6.1
a valle del convergente stesso (Fig. 6.1.b), per i quali valgono le relazioni
a
A1 3 1 2 A2 Γ1
Γ1
5
Γ2
2 3
a)
5’ b
1 4
4’
3 4 5 2 3’ Γ
2
a2 + δ u2 = cost
u
b) c)
Fig. 6.2
Capitolo 6 131
dR1 A,x
= −δau lungo C1
dt A
(6.8)
dR2 A,x
= −δau lungo C2
dt A
ovvero
A,x
R1,t + λ1 R1,x + δau = 0
A
(6.9)
A,x
R2,t + λ2 R2,x + δau = 0
A
A queste equazioni vanno naturalmente aggiunte le condizioni iniziali e le
condizioni al contorno. Come già detto, è possibile utilizzare il metodo delle
caratteristiche per risolvere il sistema (6.8). Infatti, conoscendo i valori di u
132 Capitolo 6
C
λ2 λ1
A B
Fig. 6.3
Poiché il secondo membro delle (6.8) è noto in base alle condizioni iniziali
ed alla conoscenza della forma del condotto, le (6.8) consentono di calcolare
la variazione di R1 ed R2 nell’intervallo ∆t e quindi di ottenere R1C ed R2C
dai quali è immediato ricavare i valori di u ed a nel punto C. Ripetendo
questo procedimento è possibile determinare gli altri punti del campo . Si
osservi però che i nuovi punti si trovano in una posizione nel piano x, t che
non è a priori nota; forniscono cioè i valori di u ed a in punti diversi da quelli
iniziali ed in tempi fra loro differenti. Ciò oltre a rendere più difficoltosa la
rappresentazione del fenomeno fisico, crea notevoli complicazioni quando si
voglia automatizzare la procedura di calcolo sopra descritta.
Per lo sviluppo di un codice di calcolo è più opportuno far riferimento ad
un reticolo fisso, determinando cioè la soluzione ad uno stesso tempo per tutti
i punti e negli stessi punti ove sono date le condizioni iniziali. Ciò può essere
ottenuto con un metodo delle caratteristiche inverso.
Consideriamo il problema elementare indicato in Fig. 6.4 nel quale, noti i
valori delle variabili R1n ed R2n al tempo tn nei punti j − 1, j, j + 1, vogliamo
n+1 n+1
determinare i valori R1j ed R2j nel punto j al tempo tn+1 = tn + ∆t.
Assumiamo ∆t sufficientemente piccolo da far sı́ che le caratteristiche passanti
per il punto j al tempo tn+1 intersechino l’asse x al tempo tn all’interno degli
intervalli (j − 1, j) e (j, j + 1).
In base alle (6.8) si ha
Z D A,x
n+1 n
R1j = R1B − δau dt
B A
(6.10)
Z D A,x
n+1 n
R2j = R2A − δau dt
A A
In prima approssimazione i due integrali possono essere calcolati con un
valore costante dell’integrando, valutato nel punto C. Poiché al tempo tn sono
Capitolo 6 133
∆x
n+1 D
t
λ2 λ1
∆t
tn A C B
j-1 j j+1
Fig. 6.4
noti i valori delle R solo nei nodi, i valori nei punti A e B dovranno essere
ottenuti per interpolazione
n n xB − xC n n
R1B = R1j + (R1j+1 − R1j )
∆x
(6.11)
n n xC − xA n n
R2A = R2j − (R2j − R2j−1 )
∆x
Essendo in prima approssimazione
xC − xA = λn2j ∆t , xB − xC = −λn1j ∆t
n+1 n n n
R1j − R1j R1j+1 − R1j A,x
+ λn1j + δanj unj = 0
∆t ∆x A j
(6.12)
n+1 n n n
R2j − R2j R2j −R2j−1 A,x
+ λn2j + δanj unj = 0
∆t ∆x A j
fjn = f (xj , tn )
∆t
c=a (6.15)
∆x
Capitolo 6 135
n 1
fjn+1 = fjn + f,t ∆t + f, |n ∆t2 + 0(∆t3 )
j 2 tt j
(6.22)
n 1
n
fj−1 = fjn − f,x ∆x + f, |n ∆x2 + 0(∆x3 )
j 2 xx j
f,tt = −af,xt
f,tx = −af,xx
da cui
1
Ejn = − af,xx |nj (1 − c)∆x + 0(∆x2 ) (6.26)
2
La (6.23) mostra chiaramente che l’errore di troncamento costituisce la
differenza fra l’equazione discreta (6.14) e l’equazione differenziale (6.13) e
che esso rappresenta l’errore che si commette troncando ai termini del secondo
ordine gli sviluppi in serie di Taylor (6.22).
Dall’espressione (6.26) si rileva che al tendere a zero di ∆x, l’errore di
troncamento tende a zero, la soluzione dell’equazione alle differenze tende
Capitolo 6 137
kE n k → 0 per ∆x → 0 (6.27)
che ponendo
N
Fjn Anm eikm j∆x
X
= (6.34)
m=−N
λ max = 2L
λ min = 2 ∆ x
∆x x
-L 0 1. . .j - 1 j j+1 ... L
Fig. 6.5
Capitolo 6 139
Essendo
2π L
k= ∆x =
λ N
ne consegue che
π π
kmin = kmax =
N ∆x ∆x
ed in generale
mπ
km = m = 0, 1, . . . N (6.36)
N ∆x
Consideriamo ora un particolare schema di discretizzazione quale, ad esem-
pio, lo schema upwind che, nel caso omogeneo, è dato da
da cui
An+1
= (1 − c) + ce−iϑ (6.39)
An
Il rapporto fra due successivi valori dell’ampiezza di una stessa armonica
prende il nome di fattore di amplificazione e può anche essere espresso come
An+1
G= = (1 − c) + c cos ϑ − ic sin ϑ
An
Esso è quindi un numero complesso avente modulo
−c sin ϑ
−1
φ = tg (6.41)
(1 − c) + c cos ϑ
140 Capitolo 6
|G| ≤ 1 (6.42)
Nel caso dell’espressione (6.40) la precedente condizione è soddisfatta per
qualunque valore di ϑ compreso fra 0 e π se
0≤c≤1 (6.43)
Questa condizione è necessaria e sufficiente per la stabilità dello schema
e, ricordando la definizione (6.15) di c, stabilisce per il passo di integrazione
∆t un limite proporzionale al passo di discretizzazione ∆x.
Con riferimento alla figura 6.4, il limite su ∆t corrisponde al fatto che il
punto A si trovi all’interno dell’intervallo (j − 1, j). In altre parole, il rapporto
∆t/∆x deve essere assunto in modo tale che il dominio di dipendenza fisico
(AC) sia contenuto nel dominio di dipendenza numerico (j − 1, j). Questa
condizione, che prende il nome di condizione di Courant, Friedrichs, Lewy o
più brevemente CFL, è però necessaria ma non sufficiente alla stabilità di uno
schema.
Nel caso della soluzione esatta, il rapporto delle ampiezze in due successivi
istanti è dato da
fˆ(t + ∆t)
G′ = = e−ika∆t
fˆ(t)
|G′ | = 1
(6.44)
′
φ = −ka∆t
1 −c sin ϑ
φ = ka∆t tg−1 (6.45)
cϑ (1 − c) + c cos ϑ
Capitolo 6 141
ovvero
φ = −ka′ ∆t
con
1 c sin ϑ
a = a tg−1
′
(6.46)
cϑ (1 − c) + c cos ϑ
Lo schema discreto introduce pertanto un errore anche sulla fase: le diverse
armoniche propagano con una velocità diversa da a e, poiché il valore di a′
dipende da ϑ, ogni armonica propaga con un diverso valore della velocità.
Ciò comporta che la forma della soluzione si modifica all’evolvere del tempo,
ovvero che si ha un errore di dispersione.
1
µ= a(1 − c)∆x (6.47)
2
può anche scriversi
1.5
1.0
0.5
0.0
-0.5
0.0 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0
Fig. 6.6
Fjn+1 − Fjn n − Fn
Fj+1 j−1
+a =0 (6.49)
∆t 2∆x
Effettuando l’analisi di stabilità in modo del tutto analogo a quanto detto
in precedenza, si perviene all’equazione
c
An+1 − An + An (eiϑ − e−iϑ ) = 0
2
Capitolo 6 143
G = 1 − ic sin ϑ
ovvero
G2 = 1 + c2 sin2 ϑ
1
Ejn = ac fxx |nj ∆x + 0(∆x2 ) (6.50)
2
il cui termine dominante è di tipo antidiffusivo e quindi instabilizzante.
Si osservi poi che lo schema centrato è instabile malgrado esso soddisfi la
condizione CFL che costituisce appunto una condizione non sufficiente.
Se però il termine di derivata spaziale viene calcolato al tempo tn+1 anziché
al tempo tn , si ha lo schema
∆t2
fjn+1 = fjn − a f,x |nj ∆t + a2 f,xx |nj + 0(∆t3 ) (6.52)
2
Adottiamo ora una formula di discretizzazione spaziale accurata al secondo
ordine per f,x mentre per f,xx è sufficiente utilizzare una formula accurata al
primo ordine. Volendo utilizzare discretizzazioni upwind, che coinvolgono tre
punti all’indietro, si hanno le espressioni
3fjn − 4fj−1
n + fn
j−2
f,x |nj = + 0(∆x2 ) (6.53)
2∆x
n + fn
fjn − 2fj−1 j−2
f,xx |nj = 2
+ 0(∆x) (6.54)
∆x
che, sostituite nella (6.52), danno
c c2
fjn+1 = fjn − (3fjn − 4fj−1
n n
+ fj−2 ) + (fjn − 2fj−1
n n
+ fj−2 ) + 0(∆x3 ) (6.55)
2 2
∆x2
E = −a f,xxx |nj (2 − 3c + c2 ) + 0(∆x3 ) (6.56)
6
e lo schema è quindi accurato al secondo ordine.
L’analisi di stabilità mostra poi che lo schema è stabile per c ≤ 2.
Anche per lo schema al secondo ordine si può vedere che esso rappresenta
una approssimazione accurata al terzo ordine dell’equazione modificata
con
a
ν= (2 − 3c + c2 )∆x2 (6.58)
6
L’equazione modificata è un’equazione dispersiva la cui soluzione generale
è data da
∞
f¯m eikm (x−a t)
X ′
f (x, t) = (6.59)
m=−∞
con
2
a′ = a + νkm (6.60)
0.5 0.5
0.0 0.0
-0.5 -0.5
0.0 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0 0.0 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0
Fig. 6.7
Come indicato in Fig. 6.7 per il caso della soluzione a gradino, la presen-
za di componenti di alta frequenza, che viaggiano con velocità diversa da a,
si manifesta nella soluzione numerica con la nascita di un treno oscillatorio
davanti o dietro la discontinuità.
Naturalmente in Fig. 6.7 si osserva anche un effetto diffusivo, dovuto ai
termini di ordine superiore nell’errore di troncamento, che è però notevolmente
ridotto rispetto a quello osservato in Fig. 6.6.
A partire dalla (6.52) è possibile ottenere uno schema accurato al secondo
ordine, e che risulta essere stabile per c ≤ 1, anche utilizzando derivate centrate
146 Capitolo 6
c n c2 n
Fjn+1 = Fjn − (Fj+1 n
− Fj−1 ) + (Fj+1 − 2Fjn + Fj−1
n
) (6.61)
2 2
che è noto come schema di Lax-Wendroff. Si osservi che la (6.61) differisce
dallo schema (6.49), che abbiamo visto essere instabile, per la presenza del
termine di derivata seconda il quale da un punto di vista fisico rappresenta un
effetto viscoso che ha quindi una funzione stabilizzante.
R3,t + λ3 R3,x = 0
avendo indicato con R3 l’entropia e con b il termine di variazione d’area.
Consideriamo, per fissare le idee, il problema di un condotto convergente-
divergente la cui geometria sia assegnata mediante la legge A = A(x) e nel
quale il rapporto fra la pressione all’uscita pe e la pressione totale sia tale che
il flusso resti subsonico in tutto il condotto. In tutti i punti si ha allora λ1 < 0,
λ2 > 0, λ3 > 0 e lo schema CIR risulta
n+1 n n n n n n n
R1j − R1j R1j+1 − R1j R3j+1 − R3j R3j − R3j−1
+ λn1j − anj + anj λn3j + bnj = 0
∆t ∆x ∆x ∆x
n+1 n n n n n n n
R2j − R2j R2j − R2j−1 R3j − R3j−1 R3j − R3j−1
+ λn2j − anj + anj λn3j + bnj = 0
∆t ∆x ∆x ∆x
n+1 n n n
R3j − R3j R3j − R3j−1
+ λn3j =0
∆t ∆x
(6.63)
∆x
∆t ≤ (6.64)
λmax
0 0 0
R1j = a0 , R2j = a0 , R3j =0 , j = 1, . . . , N − 1 (6.65)
a2 + δu2 = a20
x=0 ∀t (6.66)
s=0
R2 − R1 R2 + R1
u= a= (6.68)
2δ 2
Si ottiene
1
n+1 1/2
h i
R2n+1 = (1 − δ)R1n+1 + 2 δ(1 + δ)a2
0 − δR 10
0
1+δ 0
R3n+1
0
= 0 (6.69)
R1n+1
L
= 2ae exp(R3n+1
L
) − R2n+1
L
6.8 Shock-fitting
Se si vuole studiare il transitorio per un valore della pressione esterna tale
da dar luogo alla formazione di un urto nel divergente, lo schema lambda,
che prevede la continuità delle variabili, non può essere utilizzato in tutto
il campo. Si può però pensare di suddividere il campo in due zone dove
la soluzione è continua, separate fra loro dalla discontinuità, e di utilizzare
il metodo numerico per i flussi isentropici in tali zone, mentre attraverso la
discontinuità si dovrà imporre il soddisfacimento delle relazioni di salto, che
collegano le soluzioni a monte ed a valle della discontinuità. I metodi basati
su quest’idea di individuare esplicitamente la posizione dell’urto e di imporre
le relazioni di salto prendono il nome di metodi shock fitting.
Al fine di chiarire il procedimento di calcolo, supponiamo per il momento
di sapere che al tempo tn si abbia in una certa cella del reticolo di calcolo un
urto della prima famiglia che propaga con velocità W n . Supponiamo inoltre,
per fissare le idee, che il flusso sia supersonico a sinistra e subsonico a destra.
La situazione è illustrata in Fig. 6.8.
AB tn + 1
λ1
λ 2 λ 3 λ 1W
tn
j-1 A’ B’ j j+1
Fig. 6.8
150 Capitolo 6
1/2
(γM12 − δ)(1 + δM12 ) + δ(M12 − 1)
R1B − R1A
= −1 (6.70)
aA (1 + δ)M1
Questa relazione, che non è esplicitabile rispetto ad M1 , consente con un
procedimento iterativo di determinare M1 . Con questo valore ed essendo note
tutte le variabili a monte, si possono poi facilmente calcolare la velocità del-
l’urto W n+1 e tutte le variabili a valle dell’urto. La conoscenza della velocità
dell’urto consente anche di calcolare lo spostamento dell’urto nell’intervallo di
tempo ∆t determinando quindi la nuova posizione dell’urto stesso.
Resta da analizzare la determinazione della formazione iniziale di un urto.
Poiché un urto nasce dalla coalescenza di linee caratteristiche, è sufficiente
esaminare ad ogni istante temporale la variazione in tutto il campo della pen-
denza delle linee caratteristiche. Con riferimento alla Fig. 6.9 nella quale è
schematicamente rappresentato il caso di un’espansione seguita da una com-
pressione, si osserva che la prima interazione delle caratteristiche avviene a
partire dalla cella nella quale dλ/dx è minima, ovvero nella quale la derivata
seconda si annulla passando da valori negativi a valori positivi. Una volta
individuata questa cella è poi possibile determinare la posizione ed il tempo
in cui le caratteristiche si intersecano, definendo cosı́ la condizione iniziale per
l’urto.
Si osservi infine che l’aver considerato un urto supersonico-subsonico non
toglie generalità al metodo di calcolo sopra esposto. Nel caso infatti di un
urto subsonico-subsonico sempre della prima famiglia (Fig. 6.10) il valore
Capitolo 6 151
x
λ
AB tn + 1
x
dλ
dx
λ1
λ2 λ 3 λ1 W
tn
x j-1 j j+1
dλ
2
d x2
x
Fig. 6.9 Fig. 6.10
di λ1 non cambia segno fra monte e valle dell’urto, ma, poiché la velocità
dell’urto è sempre maggiore di quella delle onde acustiche a monte, si ha
sempre |W | > |λ1 |. Nel punto a monte dell’urto si dispone quindi sempre
di tre informazioni che propagano lungo caratteristiche che non attraversano
l’urto.
6.9 Shock-capturing
I metodi shock fitting diventano notevolmente complessi quando si abbiano
flussi con numerose discontinuità (urti o discontinuità di contatto) ed in par-
ticolare quando si passi da flussi quasi unidimensionali a flussi multidimensio-
nali. Un’alternativa a quella di individuare la posizione dell’urto ed utilizzare
le relazioni di salto è quella di far ricorso a metodi che ammettano anche
soluzioni discontinue e che siano quindi basati su una discretizzazione delle
equazioni in forma integrale anziché in forma differenziale. Questi metodi, per
la loro capacità di ottenere anche soluzioni con discontinuità, vengono detti
shock capturing.
In questo paragrafo verrà presentato uno di questi metodi, che prende il
nome di metodo di Godunov, limitandoci per semplicità al caso monodimen-
sionale.
152 Capitolo 6
Uj
Uj-1
j-1 j j+1
j - 1/2 j + 1/2
Fig. 6.11
d
Z xj+1/2
U dξ + F j+1/2 − F j−1/2 = 0 (6.71)
dt xj−1/2
1
Z xj+1/2
Uj = U dξ
∆x xj−1/2
1
Z tn+1
U n+1
j = U nj − F j+1/2 − F j−1/2 dτ (6.72)
∆x tn
Per determinare il valor medio in ogni cella j è quindi necessario calcolare
il valore dei flussi alle interfacce fra le diverse celle.
A questo punto si può assumere che in ogni cella j le variabili U siano
costanti e pari al valor medio U nj .
Le condizioni iniziali al tempo tn sono cioè date da una distribuzione
costante a tratti quale quella indicata in Fig. 6.11.
E’ possibile dimostrare che con questa assunzione si ottiene uno schema
accurato al primo ordine nello spazio, mentre se si assumesse all’interno di
ogni cella un’andamento lineare si otterrebbe uno schema accurato al secondo
ordine.
Ad ogni interfaccia xj−1/2 si ha una discontinuità dei dati iniziali la cui
evoluzione temporale costituisce un problema di Riemann, definito dallo stato
a destra U j e dallo stato a sinistra U j−1 . La soluzione del problema di Rie-
mann mediante l’algoritmo visto nel Cap. 5 consente di determinare per t > tn
Capitolo 6 153
∆t
j - 1/2 j j + 1/2
Fig. 6.12
∆t
U n+1 = U nj − (F − F j−1/2 ) (6.74)
j
∆x j+1/2
che consente di determinare U n+1
j ed ottenere quindi le condizioni iniziali per
un nuovo passo di integrazione temporale.
Capitolo 7
Flussi bidimensionali
stazionari con piccole
perturbazioni
V · ∇ρ + ρ∇ · V = 0 (7.1)
V2 1
∇ + (∇ × V ) × V + ∇p = 0 (7.2)
2 ρ
1
V · (∇h − ∇p) = 0 (7.3)
ρ
DV ∂V V2
= +∇ + (∇ × V ) × V
Dt ∂t 2
1
Eliminando il termine ∇p tra le (7.2) e (7.3) e tenendo conto che
ρ
V · (∇ × V ) × V è identicamente nullo, si ha
!
V2
V ·∇ h+ =0 (7.4)
2
154
Capitolo 7 155
H = cost (7.6)
1
Eliminando il termine ∇p fra la (7.2) ed il primo principio della termo-
ρ
dinamica scritto nella forma
1
T ∇s = ∇h − ∇p (7.7)
ρ
si ottiene
T ∇s − (∇ × V ) × V = ∇H (7.8)
Quest’ultima espressione è nota come il teorema di Crocco ed indica che
in un flusso omentalpico si ha una vorticità diretta normalmente al vettore
velocità ed al gradiente dell’entropia. Se il flusso oltre ad essere omentalpico è
anche omentropico (∇s = 0), la (7.8) mostra che la vorticità è nulla ed il flusso
è irrotazionale. Si osservi che, utilizzando la (7.7), l’equazione di conservazione
dell’energia (7.3) può anche scriversi
V · ∇s = 0 (7.9)
ed esprime il fatto che il flusso è isentropico, ovvero che l’entropia si mantiene
costante lungo una linea di corrente. Però se l’entropia ha un diverso valore
da una linea di corrente all’altra, il flusso non è omentropico ed è quindi
rotazionale. Come si vedrà nel Capitolo 9, è questa la situazione che si verifica
nei flussi a valle di urti curvi.
Con l’ipotesi di omentalpia e omentropia, ovvero di irrotazionalità, la (7.2)
si riduce a
V2 1
∇ + ∇p = 0 (7.10)
2 ρ
nota anche come equazione di Bernoulli, e ∇p può essere espresso in funzione
156 Capitolo 7
di ∇ρ come
∇p = a2 ∇ρ (7.11)
Combinando le (7.1), (7.10) e (7.11) si ottiene
V2
V ·∇ − a2 ∇ · V = 0 (7.12)
2
che, scritta nel caso bidimensionale in termini di coordinate cartesiane, risulta
V = ∇Φ (7.16)
le due equazioni (7.13) e (7.14) possono anche essere ridotte ad un’unica
equazione del secondo ordine nell’incognita Φ
Φ2,x − a2 Φ,xx + 2Φ,x Φ,y Φ,xy + Φ2,y − a2 Φ,yy = 0 (7.17)
u = V∞ (1 + ũ)
(7.18)
v = V∞ ṽ
con
ũ ≪ 1 e ṽ ≪ 1 (7.19)
Il potenziale totale è dato dalla somma del potenziale della corrente indi-
sturbata e del potenziale di perturbazione
Φ = V∞ ℓ(x′ + φ) (7.20)
In questa espressione φ è il potenziale di perturbazione adimensionalizzato
rispetto a V∞ ℓ e con l’apice vengono indicate le coordinate adimensionalizzate
rispetto ad una lunghezza caratteristica ℓ. Le (7.18) possono anche scriversi
in termini di derivate del potenziale.
Φ,x = V∞ (1 + φ,x′ )
(7.21)
Φ,y = V∞ φ,y′
a2 = a2∞ + δV∞
2
− δ(Φ2,x + Φ2,y )
ovvero
1
2 2 2 2
a = V∞ 2
− δ φ, x′ + 2φ, x′
+ φ,y ′ (7.22)
M∞
158 Capitolo 7
avendo definito
V∞
M∞ = (7.23)
a∞
Sostituendo le (7.21) e (7.22) nella (7.17) ed omettendo per comodità gli
apici che indicano le coordinate adimensionali, si ottiene
h i
2 2
(1 − M∞ )φ,xx + φ,yy = M∞ 2(1 + δ)φ,x + (1 + δ)φ2,x + δφ2,y φ,xx
h i
2
+ M∞ 2δφ,x + δφ2,x + (1 + δ)φ2,y φ,yy (7.24)
2
+ M∞ φ,y 2(1 + φ,x )φ,xy
2
(1 − M∞ )φ,xx + φ,yy = 0 (7.25)
Questa semplificazione non può essere fatta nel caso in cui M∞ = 0(1)
cioè nel caso di flusso transonico. Per M∞ → 1 infatti, il primo termine
della equazione (7.24) tende a zero e conseguentemente φyy diviene anch’esso
piccolo e confrontabile con i termini dominanti a secondo membro della (7.24).
In queste condizioni il coefficiente 2M∞ 2 (1 + δ)φ
,x risulta essere dello stesso
ordine di grandezza del coefficiente 1−M∞ 2 che moltiplica φ
,xx a primo membro
della (7.24) e non può quindi essere trascurato rispetto a quest’ultimo. Per
quanto riguarda il termine 2M∞ 2 φ φ
,y ,xy non è possibile valutarne a priori la
rilevanza in quanto non si conosce l’ordine di grandezza di φ,xy . Esso verrà per
ora mantenuto anche se, come si vedrà nel prossimo paragrafo, risulta essere
sempre trascurabile. Nel caso di flusso transonico l’equazione rimane pertanto
non lineare ma assume la forma semplificata
2 2 2
(1 − M∞ )φ,xx + φ,yy = M∞ (γ + 1)φ,x φ,xx + 2M∞ φ,y φ,xy (7.26)
Un altro caso nel quale l’equazione (7.24) non può essere linearizzata è
quello di flusso ipersonico. Per valori di M∞2 molto grandi infatti il coefficien-
2
te 2δM∞ φ,x che moltiplica φ,yy a secondo membro della (7.24) può risultare
anch’esso di 0(1) come quello che compare a primo membro. Questo caso è
però di limitato interesse pratico in quanto nei flussi ipersonici attorno ad un
corpo si ha sempre la formazione di un urto curvo molto intenso davanti al
Capitolo 7 159
corpo e, come già accennato, ciò comporta la rotazionalità del flusso per il
quale non è quindi più valida la (7.24).
In conclusione, nell’ipotesi di piccole perturbazioni si deve utilizzare la (7.26)
nel caso di flussi transonici, mentre si può utilizzare l’equazione lineare (7.25)
nel caso di flussi subsonici o flussi supersonici.
Si osservi che per un flusso subsonico il coefficiente 1 − M∞ 2 è positivo e
y = sf (x) (7.27)
dove y e x sono adimensionalizzate rispetto alla corda ℓ del profilo ed s è lo
spessore massimo relativo. Per una assegnata funzione f (x), al variare di s,
la (7.27) rappresenta diversi profili che possono essere ottenuti uno dall’altro
attraverso un cambio di scala in direzione y. Questi profili costituiscono una
famiglia di profili affini.
Senza specificare il valore di M∞ , il flusso attorno al profilo è retto dall’e-
quazione (7.26), la quale comprende come caso particolare la (7.25). A questa
equazione devono essere associate le condizioni al contorno, le quali esprimono
il fatto che il flusso debba essere indisturbato all’infinito ed essere tangente
alla superficie del corpo:
v dy
al corpo = (7.29)
u dx
Quest’ultima condizione, utilizzando le (7.18) con la condizione (7.19) ed
dy
esprimendo mediante la (7.27), può essere scritta
dx
φ,y = sf,x (7.30)
La soluzione dell’equazione (7.26) con le condizioni (7.28) e (7.30) dipende
dal valore dei parametri M∞ , s, γ oltre che dalla funzione f (x).
160 Capitolo 7
Cp = −2φ,x (7.32)
Capitolo 7 161
φ
ξ=x η = λy φ∗ = (7.33)
ǫ
dove λ ed ǫ sono costanti arbitrarie da determinare in modo da ridurre il nu-
mero dei parametri che intervengono nell’equazione (7.26) e relative condizioni
al contorno. La costante λ definisce la trasformazione di scala che riporta tut-
ti i profili affini ad un unico profilo, mentre per la costante ǫ imponiamo la
condizione
ǫ≪1 (7.34)
cosicchéφ∗sia di ordine uno.
Mediante la trasformazione (7.33), l’equazione (7.26) risulta
2
(1 − M∞ )φ∗,ξξ + λ2 φ∗,ηη = ǫ(γ + 1)M∞ φ,ξ φ,ξξ + ǫλ2 2M∞
2 ∗ ∗ 2 ∗ ∗
φ,η φ,ηξ (7.35)
Nel caso non transonico, il primo termine è di ordine 1 e di conseguenza
dovrà aversi λ = 0(1), mentre i termini a secondo membro sono trascurabili
essendo di ordine ǫ.
Nel caso transonico il primo e terzo termine sono di ordine ǫ ed affinché il
secondo termine sia dello stesso ordine di grandezza dovrà aversi λ = 0(ǫ1/2 ).
Ne consegue che l’ultimo termine è di ordine ǫ2 ed è pertanto trascurabile
anche nel caso transonico. Applicando la trasformazione di coordinate alla
condizione al contorno (7.30) ed alla (7.32) si ha
Cp = −2ǫφ∗,ξ (7.37)
Assumiamo ora per la costante arbitraria λ il valore
s
λ=
ǫ
in modo che la (7.36) risulti indipendente da s. Con questa posizione la (7.35)
può scriversi
" #
ǫ2 2 ǫ3 2 ∗
φ∗,ηη = 2 (M∞ − 1) + (γ + 1) 2 M∞ φ,ξ φ∗,ξξ (7.38)
s s
Consideriamo ora separatamente i casi di flusso subsonico, supersonico e
transonico.
162 Capitolo 7
Flusso subsonico
In questo caso il secondo termine in parentesi quadra della (7.38) può essere
trascurato e per la costante arbitraria ǫ possiamo assumere il valore
s
ǫ= p 2
1 − M∞
L’equazione e le condizioni al contorno che governano il problema risultano
In particolare si può anche ottenere per uno stesso profilo come varia Cp
(e quindi anche CL e CD ) al variare del numero di Mach
1
Cp = Cpinc p 2
(7.44)
1 − M∞
dove Cpinc è il coefficiente di pressione per un fluido incompressibile, cioè in
corrispondenza a M∞ = 0.
In campo subsonico il comportamento qualitativo di un profilo è quindi
uguale a quello che si ha nel caso incompressibile e l’effetto della comprimibi-
lità è unicamenteqdi aumentare i valori di Cp , CL , CD in misura inversamente
proporzionale a 2 (Fig. 7.1).
1 − M∞
Capitolo 7 163
16
14
flusso subsonico flusso supersonico
12
Prandtl-Glauert Ackeret
d C L 10
dα 8
2π
6
f. incompressibile
4
2
0
0.0 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0 1.2 1.4 1.6 1.8 2.0
M
Fig. 7.1
Flusso supersonico
Anche in questo caso si può trascurare il termine non lineare nell’equazio-
ne (7.38) ed assumere
s
ǫ= p 2
M∞ − 1
Flusso transonico
In questo caso i due termini in parentesi quadra della (7.38) sono dello stesso
ordine di grandezza e debbono quindi essere mantenuti entrambi.
164 Capitolo 7
ǫ = s2/3 (γ + 1)−1/3 M∞
−2/3
cosicché sia unitario il coefficiente che moltiplica φ∗,ξ . Con questa posizione
l’equazione (7.38) risulta
con
2 −4/3
k = (1 − M∞ )M∞ [(γ + 1)s]−2/3 (7.47)
2(s)2/3
Cp = − 2 1/3
φ∗,ξ (7.48)
[(γ + 1)M∞ ]
La soluzione dell’equazione (7.46) e relative condizioni al contorno dipende
non solo dalla funzione f (ξ) ma anche dal valore del parametro di von Kar-
mann. Pertanto nel caso transonico due profili sono in similitudine se oltre ad
essere affini hanno lo stesso valore di k.
con
q
β= 2 −1
M∞ (7.50)
equazione
x + βy = cost
(7.52)
x − βy = cost
1 1
tgα∞ = =p 2 (7.53)
β M∞ − 1
Ricordando la definizione (1.23), si desume che l’angolo α∞ è proprio
dell’angolo di Mach e che le linee caratteristiche coincidono con le onde (o
linee) di Mach della prima (C1 ) e della seconda famiglia (C2 ).
Per fissare le idee, consideriamo il flusso supersonico lungo una parete che
presenti una piccola deformazione (Fig. 7.2)
C1 C2 C2
α α
A D
B
Fig. 7.2
φ,x (−∞, y) = 0
φ,y (−∞, y) = 0
166 Capitolo 7
f1 (−∞, y) = f2 (−∞, y) = 0
f1 (x, y) = 0 (7.54)
Siamo quindi in presenza di un flusso ad una sola famiglia nel quale sono
nulle le perturbazioni provenienti dall’infinito a monte e le perturbazioni ge-
nerate al contorno (nel tratto AB) propagano lungo le caratteristiche C2 . Ciò
corrisponde al fatto che in un flusso supersonico la variabile evolutiva è data
dalla direzione del flusso ed i disturbi propagano solo verso valle.
Con la condizione (7.54) la soluzione del problema in esame è data da
φ = f2 (x − βy) (7.55)
dy ṽ
ϑ= = (7.58)
dx 1 + ũ
dove con ϑ(x) si è indicata la pendenza locale della parete assunta positiva in
verso antiorario. Ricordando la (7.19) e sostituendo la (7.57) nella (7.58) si ha
ϑ
f2′ = −
β
La soluzione del problema risulta quindi
ũ = −ϑtgα∞ ṽ = ϑ (7.59)
e per il coefficiente di pressione (7.32) si ha
2ϑ
Cp = p 2 (7.60)
M∞ − 1
I valori di ũ e ṽ, essendo anch’essi funzione di x − βy, si mantengono
costanti lungo le caratteristiche C2 e quindi le linee di corrente hanno tutte la
stessa conformazione della parete cosı́ come indicato in Fig. 7.2.
Capitolo 7 167
C2 C2
α 1 + ∆V u~ α θ u~
v~ 1
1 v~
θ ∆V 1 + ∆V
∆V
a) b)
Fig. 7.3
Nel passaggio attraverso una linea di Mach come quella che ha origine nel
punto A, si ha una variazione positiva di ϑ e quindi anche del coefficiente di
pressione. Pertanto l’onda originata in A è un’onda di compressione. Viceversa
l’onda originata in D, attraverso la quale si ha una diminuzione di ϑ, è un’onda
di espansione. Le due situazioni sono rappresentate in Fig. 7.3.
Come si vede nel caso della compressione (Fig. 7.3.a) si ha una diminuzione
della velocità e nel caso dell’espansione un aumento. Si osservi che poiché
il potenziale è costante lungo una linea di Mach, quest’ultima è una linea
equipotenziale. Pertanto la variazione di velocità ∆V , che è il gradiente del
potenziale di perturbazione, è diretta normalmente alla linea di Mach.
Considerazioni del tutto analoghe a quelle svolte in precedenza possono
essere fatte per il flusso rappresentato in Fig. 7.4.
A B
D
M α
C2 C1 C1
Fig. 7.4
∆V θ ∆V
θ
1 + ∆V v~
1
v~
u~ α 1 + ∆V
α
1
u~
C1 C1
Fig. 7.5
C2
C2
l
α
C1
C1
Fig.7.6
Capitolo 7 169
In ogni punto del profilo il coefficiente di pressione dipende solo dalla in-
clinazione locale ϑ(x) della parete ed è dato dalla (7.60) con il segno positivo
nella parte superiore e con il segno negativo in quella inferiore.
La pendenza locale della superficie può essere espressa in funzione delle
caratteristiche geometriche del profilo. Con riferimento alla Fig. 7.7,
y
t ys
yi x
t h
l
Fig. 7.7
la forma del dorso ys (x) e del ventre yi (x) possono essere espresse come
dy
ϑ(x) = −α (7.63)
dx
essendo α l’angolo di incidenza del profilo . Utilizzando le (7.60), (7.62) e (7.63)
il coefficiente di pressione sul dorso e sul ventre del profilo risulta
2 dh dt
Cps = p
2 −1
+ −α
M∞ dx dx
(7.64)
2 dh dt
Cpi = − p 2 − −α
M∞ − 1 dx dx
4
Z 1 dh
CL = p 2 α− dx
M∞ − 1 0 dx
170 Capitolo 7
Essendo poi
Z 1 dh
dx = [h]10 = 0
0 dx
si ha
4α
CL = p 2 (7.65)
M∞ − 1
Il coefficiente di portanza di un profilo supersonico non dipende quindi
dalla forma del profilo ma solo dall’angolo di incidenza. La (7.65) mostra
anche che CL diminuisce al crescere di M∞ , in accordo con quanto previsto
dalla similitudine supersonica.
Per quanto riguarda il coefficiente di momento rispetto al bordo di attacco,
che viene assunto positivo se picchiante, si ha
Z 1 2
Z 1 dh
CM = (Cpi − Cps )xdx = p 2 −1
α−2 xdx
0 M∞ 0 dx
2
Z 1
CM = p 2 α+2 hdx (7.66)
M∞ − 1 0
ovvero
1
CM = CL + CM0 (7.67)
2
avendo posto
4
Z 1
CM0 = p 2 hdx (7.68)
M∞ − 1 0
ξF imponendo la condizione
dCMξ
=0
dCL
1
ξF = (7.69)
2
Z 1
CD = (Cps sin ϑs − Cpi sin ϑi )dx
0
U
U
S
L N D
∆p L N
∆p
S
U α U α
a) b)
Fig. 7.8
172 Capitolo 7
2
Z 1
CD = p
2 −1
(ϑ2s + ϑ2i )dx =
M∞ 0
" 2 2 #
2
Z 1
dyi
dys d(yi + ys )
2
= p
2 −1
2α + + − 2α dx
M∞ 0 dx dx dx
Tenendo conto che l’integrale dell’ultimo termine è nullo, mediante le (7.62)
si ha infine
" 2 #
4
Z 1 dt Z 1 dh 2
2
CD = p 2 α + dx + dx (7.71)
M∞ − 1 0 dx 0 dx
Come si vede la resistenza, che prende il nome di resistenza d’onda, è costi-
tuita da tre termini. Di questi il primo è proporzionale a CL ed è indipendente
dalla forma del profilo: in analogia al caso subsonico (nel quale però la resi-
stenza indotta esiste solo per un’ala di allungamento finito) prende il nome
di resistenza d’onda indotta. Gli altri due termini sono invece rispettivamen-
te proporzionali al quadrato dello spessore relativo e della curvatura relativa.
Ne deriva che il miglior profilo in regime supersonico, cioè quello che a parità
di portanza ha la minor resistenza, è costituito dalla lastra piana e che tra
i profili a spessore non nullo il profilo a doppio diedro con spessore massimo
a metà della corda ha la minor resistenza a parità di spessore massimo. Si
osservi che la resistenza data dalla (7.71) non dipende dal fatto che il fluido
sia viscoso dato che nella trattazione svolta si è supposto il fluido perfetto.
Pertanto mentre nel caso subsonico la resistenza in un fluido perfetto è nulla
(paradosso di D’Alambert), nel caso supersonico oltre alla resistenza dovuta
alla viscosità si ha la resistenza d’onda.
Da un punto di vista fisico ciò può essere spiegato considerando la lastra
piana in regime subsonico e supersonico.
Nel caso subsonico (Fig. 7.8.a) la differenza di pressione fra le superfici
inferiore e superiore della lastra genera una risultante N normale alla lastra
stessa. Poiché però in questo caso si verifica l’aggiramento del bordo di attacco,
in corrispondenza a questo si genera una forte depressione che dà luogo ad una
forza di risucchio S parallela alla lastra. La risultante di N ed S è la portanza
L, normale a V∞ .
Nel caso supersonico invece non si ha l’aggiramento del bordo di attacco
e non esiste quindi la forza S. La risultante delle pressioni è costituita dalla
sola N normale alla lastra, che dà luogo alle due componenti di portanza L e
di resistenza d’onda indotta D (Fig. 7.8.b).
Nella Fig. 7.9 sono riportate a titolo di esempio le distribuzione di pressione
sul ventre (i) e sul dorso (s) per diverse forme di profilo.
Capitolo 7 173
Linea di espansione
+ + - -
U U + +
+ +
+ +
α
linea di
compressione
s
p p s
+p +p i
i
a) b)
+ + + +
U U
+ +
s i s
+p +p i
c) d)
U U
+ + + +
+ + + +
+
s s
+p i +p i
e) f)
Fig. 7.9
Capitolo 8
2uv v 2 − a2
u, x + u , + v, = 0 (8.1)
u2 − a2 y u2 − a2 y
2uv v 2 − a2
a11 = a12 = a21 = −1 a22 = 0
u − a2
2 u2 − a2
(u2 + v 2 )1/2
M= (8.4)
a
Si osservi che le caratteristiche sono reali solo se M > 1.
174
Capitolo 8 175
dy dv dy dv
= −1 , = −1 (8.6)
dx C1 du Γ2 dx C2 du Γ1
Pertanto in punti corrispondenti del piano fisico (x, y) e del piano odo-
grafo (u, v) la caratteristica fisica della famiglia C1 (o C2 ) è ortogonale alla
caratteristica odografa della famiglia opposta Γ2 (o Γ1 ).
Le equazioni delle caratteristiche fisiche e odografe assumono espressioni
più semplici se il vettore velocità viene rappresentato tramite il modulo V e
la direzione ϑ che esso forma con l’asse x, anzichè in termini delle componenti
cartesiane u, v.
Utilizzando le relazioni
1 1
u = V cos ϑ v = V sin ϑ M= tan α = p
sin α M2 − 1
le (8.3) risultano
1
dy V 2 cos ϑ sin ϑ ∓ a2 / tan α cos ϑ sin ϑ ∓ 2
= = M tan α =
dx V 2 cos2 ϑ − a2 1
cos2 ϑ − 2
M
dy
= tan(ϑ ∓ α) (8.7)
dx
Le linee caratteristiche sono quindi inclinate dell’angolo α rispetto al vet-
tore velocità ed in ogni punto la linea di corrente è bisettrice dell’angolo fra le
due caratteristiche passanti per quel punto (Fig. 8.1).
Analogamente le (8.5) assumono la forma
y
C2
α V
θ
α
C1
x
Fig. 8.1
1 dV 1
= ∓ tan α = ∓ p (8.8)
V dϑ M2 − 1
Al fine di integrarle in forma chiusa, le (8.8) possono essere espresse uni-
camente in termini di M e ϑ.
Per eliminare V utilizziamo l’equazione dell’energia (7.15) che in forma
differenziale si scrive
da2 + (γ − 1)V dV = 0
Introducendo in questa il numero di Mach, si ha
dV dM 2
= 2
V M [2 + (γ − 1)M 2 ]
che, sostituita nelle (8.8), fornisce l’equazione
p
M 2 − 1dM 2
dϑ = ∓
M 2 [2 + (γ − 1)M 2 ]
il cui integrale risulta essere
s s
γ+1 γ−1 p
ϑ=∓ tan−1 (M 2 − 1) ± tan−1 M 2 − 1 + cost (8.9)
γ−1 γ+1
Introducendo la funzione
s s
γ+1 γ−1 p
ω(M ) = tan−1 (M 2 − 1) − tan−1 M 2 − 1 (8.10)
γ−1 γ+1
Capitolo 8 177
140
130
120
110
100
90
80
ω 70
60
50
40
30
20
10
0
5 10 15 20 25 30
Fig. 8.2
ϑ + ω = R1 = cost lungo C1
(8.11)
ϑ − ω = R2 = cost lungo C2
v
a*
Γ2
C2 C1
P’
l O
P
θ
A C2 u
130.4° M* α a*
γ+1 Γ1
γ−1 B
C 2 C1
Fig. 8.3 Fig. 8.4
I C2 v
a*
II C2
θ2
1’
1 2 3 O 2’ u
4 C2 3’ a*
5 4’
III 5’ C2
6 M*=1 6’
a) b)
Fig. 8.5
terminare la costante R1 nella prima delle (8.11), dalla quale per ogni valore
di ϑ è immediato ricavare ω e quindi, mediante la Tabella A.3, il valore di M .
Si osservi che l’arco di curva Γ1 di Fig. 8.5.b non rappresenta solo il flusso
di Fig. 8.5.a, ma può rappresentarne infiniti. Ad esempio il flusso di Fig. 8.6,
in cui un’espansione è seguita da una compressione isentropica, è anch’esso
rappresentato dalla curva Γ1 di Fig. 8.5.b.
C2
1 2 3
4
5 6 C2
6
5
4 3 2 1
Fig. 8.6
C1
220.4°
P
C2 C1
C2 C1 C2 C1 C1 C2
Fig. 8.7 Fig. 8.8
a) b)
Fig. 8.9
C2 C1
C2 C1
a) b)
Fig. 8.10
Ovviamente anche nel caso di una parete concava si può verificare sia una
compressione che una espansione. Il primo caso, che corrisponde all’arco P C
di Fig. 8.9.b, si verifica quando l’onda è originata dalla parete, mentre l’espan-
sione rappresentata in Fig. 8.10.b, che corrisponde all’arco P D di Fig. 8.9.b,
è generata altrove.
Poiché ϑII è negativo, si ha MIII > MII e di conseguenza pIII < pII .
Pertanto, cosı́ come nel caso dei flussi monodimensionali non-stazionari,
l’onda riflessa da una parete piana è della stessa natura dell’onda incidente.
La zona di interazione fra l’onda incidente e quella riflessa (zona 1’-4’-10 di
Fig. 8.11.a) costituisce una regione a due famiglie nella quale le caratteristiche
sono curve.
L’onda C1 , riflessa dalla parete superiore, inizia a sua volta a rifletter-
si sulla parete inferiore nel punto 4” ed il procedimento continua con una
serie di riflessioni alternativamente sulla parete superiore ed inferiore. Nel
passaggio attraverso queste onde di espansione il flusso subisce una continua
diminuzione di pressione, cosı́ come deve accadere per un flusso supersonico
Capitolo 8 183
Tabella 8.1
Fig. 8.12
a) b)
Fig. 8.13
Viceversa, nel caso in cui la parete superiore abbia una concavità maggiore
della curvatura della parete inferiore (Fig. 8.13.b), l’onda riflessa è un’onda di
compressione.
B C V
C2 C 1
V
A x
C2 C 1
a) b)
Fig. 8.14
Fig. 8.15
ϑw − ωII = ϑI − ωI = 0 (8.12)
mentre attraverso l’onda semplice C2 si ha
ω(Me ) = 2ϑw
Nello studio dei flussi unidimensionali si è vista la possibilità che esistano onde
d’urto, le quali non possono che essere normali alla direzione della corrente.
Viceversa nei flussi multidimensionali supersonici si possono verificare onde
d’urto la cui direzione non è normale a quella del flusso (urti obliqui) o che
varia da punto a punto (urti curvi).
L’esistenza di urti obliqui può essere intuita se, con riferimento all’esempio
di Fig. 1.3, si pensa al caso in cui l’angolo del diedro non sia piccolo ma
sia tale da generare dei disturbi di intensità finita. L’inviluppo dei disturbi
sarà una superficie attraverso la quale le proprietà del flusso subiscono una
variazione non più infinitesima ma finita e che costituisce quindi una superficie
di discontinuità obliqua rispetto alla direzione della corrente. Cosı́ pure nel
caso del flusso supersonico lungo una parete concava esaminata in Fig. 9.1, è
intuitivo che le caratteristiche di compressione coalescano dando luogo ad una
linea di discontinuità non normale alla direzione della corrente.
191
192 Capitolo 9
Vn21 Vn22
h1 + = h2 + (9.4)
2 2
S2 ≥ S1 (9.5)
avendo tenuto conto della (9.3) nello scrivere la (9.4). Dal confronto con le
relazioni di salto (3.44)-(3.47) per un urto normale si rileva immediatamente
l’identità dei due sistemi di equazioni ove alle velocità v si sostituiscano le
componenti di velocità normale Vn . Con questa sostituzione si può quindi
ripetere la trattazione svolta nel §3.5 per ottenere i rapporti delle diverse
grandezze fra valle e monte dell’urto. Si osservi però che nel caso dell’urto
obliquo la relazione (3.48) diviene
γ−1 2 γ + 1 ∗2
a21 + Vn1 + Vt2 = a
2 2
ovvero
!
γ−1 2 γ + 1 ∗2 γ − 1 Vt2
a21 + Vn 1 = a 1−
2 2 γ + 1 a∗2
Vn2
Vt2
V1 δ
V2
Vn1 Vt1 V1 Vt V2
Vt
σ Vn1 Vn2 Vn1 Vn2
γ − 1 Vt2
Mn∗1 Mn∗2 = 1 − (9.6)
γ + 1 a∗2
che coincide con la (3.50) nel caso di urto normale per il quale Vt = 0 e
Mn ≡ M .
Tuttavia, poiché anche la relazione (3.32) risulta modificata nella
γ+1 2
Mn
!
2
2 γ − 1 Vt2
Mn∗ = 1−
γ−1 2 γ + 1 a∗2
1+ Mn
2
δ=0° a
90
δ=5° 10°
80 15° 20°
A 25° 30°
70 35°
60
B 35°
σ 50 30°
40 25°
20°
30 b 15°
10°
5°
20 δ=0°
10
0
1.0 1.5 2.0 2.5 3.0 3.5
M1
Fig. 9.4
Capitolo 9 195
7 3.5
6 3.0
5 2.5
δ=0°
5° 10°
4 2.0 15°
20°
M1 M2 25°
3 1.5 30°
b
45.6°
35°
2 1.0 B
A
a
1 0.5
0° 10° 20° 30° 40° 50° 1.0 1.5 2.0 2.5 3.0 3.5
δ max M1
Fig. 9.5 Fig. 9.6
196 Capitolo 9
π
cot σ = 0 σ= (9.10)
2
1
M12 sin2 σ − 1 = 0 sin σ = (9.11)
M1
A
v/a * v/a*
* 2 B C
M2 *
σ δ M1 1 A δ 1
O * O
u/a u/a*
M
M
* =1
* =1
a) b)
Fig. 9.7
1. Il punto C nel quale la retta per l’origine è tangente alla polare corri-
sponde alla massima deviazione δmax .
2. Per ogni δ < δmax si hanno due intersezioni con la polare (punti B e D)
che rappresentano rispettivamente l’urto debole e l’urto forte.
v/a* v/a*
h
ac
H
M
Γ1
di
σ
ea
in
2L
δ max
C
C B
D δ α
O E A u/a* O E A u/a*
a) b)
Fig. 9.8
M=
v/a* M=
4
M=
2
A u/a*
0.41 2.45
Fig. 9.9
Capitolo 9 199
B
v/a*
M1
III
I a II b II
σ
A δ δ I
III u/a*
a) b)
Fig. 9.10
essere determinati per via grafica con l’ausilio delle polari relative all’urto
incidente ed a quello riflesso come indicato in Fig. 9.10.b.
a
II
I σ
δ
A
Fig. 9.11
a II b
I
σ
A δ
a) b) [da Shapiro]
Fig. 9.12
a, l’urto forte c e l’urto riflesso b, il quale quindi ha origine non più dalla parete
ma dall’interno del campo. L’esistenza dell’urto riflesso b è ora nuovamente
possibile in quanto esso deve deviare la corrente non più dell’angolo δ, ma
dell’angolo δ −δ1 . Si osservi inoltre che la linea di corrente uscente dal punto D
costituisce una discontinuità di contatto. Se infatti consideriamo due particelle
che passino una immediatamente al di sopra e l’altra immediatamente al di
sotto del punto D, esse dovranno avere la stessa direzione della velocità e la
stessa pressione ma, poiché la prima ha attraversato gli urti a e b, esse avranno
subito una diversa variazione di entropia. In particolare, poiché a parità di
salto di pressione la dissipazione è maggiore nel passaggio attraverso un singolo
urto, al di sopra della linea di corrente uscente da D l’entropia è maggiore,
la pressione totale è minore e di conseguenza la velocità è minore. Pertanto
lungo la linea di corrente passante per D si ha una vorticità concentrata di
verso antiorario.
Nell’analisi del flusso di Fig. 9.10 si è ipotizzata la formazione di un urto
debole. Il fatto che la deviazione δ avvenga attraverso un urto debole o un
urto forte dipende dal valore della pressione a valle del condotto. Se questa è
sufficientemente alta la deviazione della corrente viene realizzata mediante un
urto forte (Fig. 9.13.a). Poiché a valle dell’urto il flusso è subsonico, non può
esistere un urto riflesso ed in corrispondenza alla parete superiore la condizio-
ne di tangenza può essere soddisfatta solo se δ = 0 ovvero l’urto è normale
alla parete stessa. L’urto è pertanto un urto curvo la cui intensità aumenta
passando da A a B. Nel piano odografo (Fig. 9.13.b) l’urto è rappresentato
non più da un punto ma da un arco della polare.
B
v/a *
A
C δ
A δ O B u/a*
a) b)
Fig. 9.13
Vn 1
sin σ = (9.14)
V1
V2
V1
α2
σ
B α1 δ
C
A
Fig. 9.14
Vn 2
sin(σ − δ) = (9.16)
V2
Poiché la velocità normale a valle di un urto è subsonica, dal confronto
delle (9.15) e (9.16) risulta
σ − δ < α2
Consideriamo ora due urti della stessa famiglia generati ad esempio da due
successive deviazioni della parete come indicato in Fig. 9.15. Poiché, in base
Capitolo 9 203
c
V d.c.
D v/a*
IV Γ2
I
a b III IV
II σ2 δ2 V ΙΙΙ θ IV = θ V
σ1 α δ2 ΙΙ
δ1 B δ1 I
A O u/a*
a) b)
c) [da Shapiro]
Fig. 9.15
σ1 − δ1 < α e α < σ2
risulta
σ1 − δ1 < σ2
Il problema è del tutto analogo a quello visto nel caso dei flussi unidi-
mensionali non stazionari e costituisce un caso particolare del problema di
Riemann bidimensionale. Anche in questo caso la soluzione può essere ottenu-
ta con un metodo iterativo assumendo ad esempio un valore di primo tentativo
p′IV = p′V . Dal rapporto p′V /pI è possibile ottenere M1n e mediante la (9.7)
determinare l’angolo σ che, introdotto nella (9.9) (o mediante la Tabella A.4),
fornisce il valore di δ = ϑV . Nell’ipotesi che l’onda riflessa sia un’onda di
espansione come indicato in Fig 9.15, la relazione isentropica (3.25) (o la cor-
rispondente Tabella A.1) consente di determinare p0 in base ai valori di pIII
ed MIII e quindi di ottenere MIV con i valori di p′IV e p0 , che è costante attra-
verso l’espansione. La seconda delle (8.11) scritta fra gli stati III e IV consente
poi, con l’ausilio della Tabella A.3, di ottenere il valore di ϑIV che risulterà
in genere diverso dal valore ϑV precedentemente calcolato. Se ϑIV < ϑV si
dovrà ripetere il procedimento con un valore di secondo tentativo p′′IV < p′IV
cosicché diminuisca l’intensità dell’urto ed aumenti quella dell’espansione. Il
procedimento dovrà quindi essere iterato fino ad ottenere che sia soddisfatta
la condizione ϑIV = ϑV .
1100 v/a*
III δ2
V d.c.
01 IV II
M>1
I II
δ1 IV V
θIV = θV
O δ2 I u/a *
δ1 III
1100
a) b)
Fig. 9.16
pE
b d
b d
p1 e
a c a c
II
a) b)
Fig. 9.17
E
c g
D
M>1 V
a b D
IV
II
I IV
δ B III a
β
A C V
e f h
a) b)
Fig. 9.18
Il problema è del tutto analogo a quello di Fig. 9.10 e dal bordo di attacco
del profilo avrà quindi origine un urto obliquo. A differenza del flusso all’in-
terno di condotti, nel caso di flussi esterni la pressione a valle è sempre poco
differente da quella a monte e pertanto si ha sempre la formazione di un urto
debole.
Le condizioni del flusso nella regione II possono essere determinate me-
diante le relazioni per un urto obliquo. Dal punto B ha origine un’espansione
centrata e le condizioni nella zona III possono quindi essere determinate sfrut-
tando l’invarianza di R1 attraverso l’espansione e la conoscenza della direzione
della corrente ϑIII . A valle del bordo di uscita la corrente proveniente dal dor-
so e quella proveniente dal ventre del profilo devono avere lo stesso valore di
Capitolo 9 207
E
B II
σ2
D
I σ1
C
Fig. 9.19
0 x
1 2
Fig. 9.20
Ricordando la (3.25)
γ
p0 ρ
γ−1
= 1+δ V2
p γp
si ha
" γ−1 #
γ p0 γ
ρV 2 = p −1
δ p
h
( γ−1 γ−1 )
γ p01 p02
Z
γ γ
D = p∞ − dy (9.19)
δ 0 p∞ p∞
La resistenza dipende quindi dall’integrale della variazione di pressione
totale che si verifica per effetto degli urti al bordo di attacco ed al bordo di
uscita del profilo. Affinchè la resistenza sia finita è necessario che l’integrando,
e quindi l’intensità degli urti, tenda a zero allontanandosi dal profilo. L’espres-
sione (9.19) mostra come la resistenza di un profilo supersonico sia dovuta alla
non isentropicità e quindi alla dissipazione che si ha attraverso le onde d’urto
e giustifica il nome di resistenza d’onda.
Può a questo punto apparire sorprendente che si sia ottenuto un valore
finito della resistenza d’onda nell’ambito della teoria di Ackeret, la quale pre-
scinde dall’esistenza di onde d’urto. La spiegazione sta nel fatto che un profilo
di spessore infinitesimo genera disturbi infinitesimi ma non nulli e ad un’onda
di Mach è quindi associata una variazione infinitesima di entropia. Poichè
però le onde di Mach, non interagendo tra loro, si estendono fino all’infinito,
si ha una variazione di entropia infinitesima per una lunghezza infinita che dà
luogo ad un valore finito della resistenza.
Fig. 9.21
210 Capitolo 9
a) b)
c) [da Ferri]
Fig. 9.22
2
C1 = p
2 −1
(9.22)
M∞
2
2 − 2 + γM 4
M∞ ∞
C2 = 2 (9.23)
2
2 (M∞ − 1)
L’espressione di C3 , che è anch’esso funzione unicamente di M∞ e γ, non
viene qui riportata per brevità, tenendo conto che limiteremo l’analisi ad una
teoria del secondo ordine.
Si noti che, troncando la serie (9.21) al termine del primo ordine, si riottiene
la soluzione linearizzata (7.60).
Nel caso di un’onda d’urto si può operare in maniera analoga, eliminando
l’angolo σ fra la (9.9) (nella quale δ = ϑ e M1 = M∞ ) e la relazione
p 2γ 2
=1+ M∞ sin2 σ − 1 (9.24)
p∞ γ +1
L’espressione cui si perviene sviluppando in serie risulta
δ δ2
J1s = δ2 J2s = 0 J3s = − J4s =
4 2
ed i coefficienti aerodinamici
δ δ2
CL = −C2 δ2 CD = C1 δ2 CM = C1 − C2
4 2
Nella Tabella 9.1 sono riportati i valori dei coefficienti aerodinamici e della
posizione del centro di pressione xc.p. calcolati con le teorie del I ordine, del II
ordine ed esatte in corrispondenza a M∞ = 1.5 e δ = 10◦ .
Tabella 9.1
I ordine II ordine Esatta
CL 0 -.070 -.081
CD .054 .054 .059
CM .078 .043 .041
xc.p. ∞ -.65 -.50
monte del profilo, in discreto accordo con il risultato del calcolo esatto. Un
analogo miglioramento si ottiene anche per angoli di incidenza non nulli e per
altri tipi di profili. Un esempio di questo miglioramento è mostrato in Fig. 9.23
dove è riportato l’andamento del coefficiente di pressione sul ventre e sul dorso
del profilo rappresentato nella figura stessa.
Fig. 9.23
Si osservi come, a differenza della teoria lineare, sia la teoria esatta che
quella del secondo ordine forniscono risultati in buon accordo con quelli spe-
rimentali ad eccezione che sulla parte posteriore del ventre. Questa differen-
za è dovuta alla presenza dello strato limite, che non abbiamo considerato
nella nostra teoria, e che come si vedrà nel seguito interagisce con l’urto di
ricompressione che si forma al bordo di uscita.
v/a * =1
* A δ max
C
M
δ1
D E u/a *
Fig. 9.24
C M>1
C C
M=
1 B <1 B M<1 B
M
A A D A
a) b) c)
Fig. 9.25
216 Capitolo 9
M>1 M>1
<1 B
1
M
M<
δ>δMAX L L
D
∆ ∆
a) b)
∆
2
= .386 exp 4.67/M∞ (9.30)
R
Cosı̀ pure nel caso di corpi conici (Fig. 9.27) si ha
∆
= .00924 (δ − δmax ) (9.31)
D
Questa correlazione è valida anche per coni con punta arrotondata purchè
il raggio di curvatura r non sia dello stesso ordine di grandezza di D ed il
punto sonico non si discosti quindi da B.
B
r D
∆ δ
Fig. 9.27
Capitolo 9 219
M >> 1
Vt Vt
Vn
θ
V σ θ
a) b)
Fig. 9.28
d
p + ρVn2 = 0 (9.32)
dn
Essendo alla parete Vn = 0, la pressione risulta
2
p = p∞ + ρ∞ V∞ sin2 ϑ
220 Capitolo 9
Cp = 2 sin2 ϑ (9.33)
4 1
Cp = sin2 σ − 2 (9.34)
γ+1 M∞
Considerando il limite per M∞ → ∞, il coefficiente di pressione tende al
valore
4
sin2 σ (9.35)
γ+1
mentre dalla relazione (9.9) è possibile verificare che, per piccoli valori di ϑ = δ,
e quindi anche di σ,
ϑ 2
→ (9.36)
σ γ+1
Nell’ulteriore limite di γ → 1 si ha quindi
ϑ
→1 , Cp → 2 sin2 ϑ
σ
Il coefficiente di pressione tende cioè al valore predetto dalla teoria newto-
niana, la quale quindi rappresenta la soluzione attraverso un urto obliquo per
M∞ → ∞ e per γ → 1. Si osservi che in questo doppio limite la densità a valle
dell’urto tende all’infinito come indicato dalla terza delle (3.62). Ciò permette
che l’urto sia coincidente con la superficie del corpo e che a valle dell’urto si
abbia Vn = 0 pur essendo il flusso di massa finito.
Capitolo 9 221
Per M∞ → ∞ si ha
1
(γ + 1)γ−1
" #
γ−1
Cpmax =
4γ γ
che, nel caso di γ = 1.4, fornisce Cpmax = 1.839, cioè un valore un pò inferiore
a quello dato dalla teoria newtoniana.
La teoria newtoniana modificata tiene conto di questo risultato sostituendo
il valore di Cpmax dato dalla (9.37) al posto del coefficiente 2 che compare nella
(9.33). Si ha quindi
2.0
1.5
B
θ
Cp
R
1.0 M C
A
0.5
Numerica (γ=1.4) D
Newtoniana
Newtoniana modificata
0.0
90 80 70 60 50 40
θ (gradi)
Fig. 9.31
il flusso subsonico nello strato limite, modifica a sua volta il flusso nella zona
esterna allo strato limite ed influisce quindi sulla conformazione dell’urto. Le
modalità di questa interazione sono piuttosto complesse e dipendono dall’in-
tensità dell’urto e dal numero di Reynolds, ed in particolare dal fatto che lo
strato limite sia laminare o turbolento.
Consideriamo dapprima un urto obliquo incidente su una parete lungo la
quale si abbia uno strato limite laminare (Fig. 9.31). Man mano che l’urto
a penetra nello strato limite, esso si incurva e si indebolisce a causa della
diminuzione del numero di Mach a monte, fino a scomparire in corrispondenza
alla linea sonica. L’aumento di pressione a valle dell’urto propaga verso monte
nella zona subsonica. In presenza di un gradiente avverso di pressione, lo strato
limite comincia ad inspessirsi a partire da una posizione più a monte del punto
in cui l’urto a inciderebbe sulla parete. Se l’urto incidente è sufficientemente
intenso, lo strato limite può anche separarsi dalla parete (punto S) dando luogo
ad una bolla di ricircolazione. Per effetto dell’inspessimento dello strato limite
le linee di corrente divengono concave e nella regione supersonica dello strato
limite hanno origine delle onde di compressione. Queste tendono a coalescere
dando luogo all’urto b il quale, interagendo con l’urto incidente, lo modifica
ulteriormente. Quando l’urto a penetra nello strato limite incurvandosi, ha
anche origine un’onda rifratta di espansione attraverso la quale il flusso viene
nuovamente deviato verso la parete, causando il riattacco dello strato limite nel
punto R. Avvicinandosi alla parete le linee di corrente sono di nuovo concave
ed ha quindi origine una seconda onda di compressione d che coalesce in un
urto. In conclusione per effetto dell’interazione con lo strato limite, anzichè
un urto riflesso, si ha un sistema di onde costituito da due urti di coalescenza,
che hanno origine uno a monte ed uno a valle del punto di incidenza, in mezzo
ai quali vi è un’onda di espansione.
224 Capitolo 9
Fig. 9.33
Capitolo 9 225
a) b) [da AGARD-AR-319]
Fig. 9.34
M>1
1
A 2
C
B
M>1
Fig. 9.35
226 Capitolo 9
Vx = φ,x
Vr = φ,r (10.1)
Vϑ = 1r φ,ϑ
228
Capitolo 10 229
θ r
α x
V
Fig. 10.1
∂ + φ ∂ + φ,ϑ ∂
V · ∇ = φ,x ∂x ,r ∂r
r 2 ∂ϑ
∇ · V = ∂ φ,x + 1r ∂ (rφ,r ) + 12 ∂ φ,ϑ
∂x ∂r r ∂ϑ
si ottiene l’espressione in coordinate cilindriche dell’equazione completa del
potenziale
φ2
!
φ,ϑϑ
a2 − φ2,x φ,xx + a2 − φ2,r φ,rr + a2 − ,ϑ
r2 r2
(10.2)
φ2
!
φ
+ r,r a2 + ,ϑ − 2φ,x φ,r φ,xr − 22 φ,ϑ φ,r φ,rϑ − 22 φ,x φ,ϑ φ,xϑ = 0
r2 r r
φ2,ϑ
!
2
a = a2∞ −δ φ2,x + φ2,r 2
+ 2 − V∞ (10.3)
r
ξ1 = x − βr (10.11)
che rappresenta il massimo valore di ξ per il quale l’integrando è reale.
α
P(x,r)
α
α
O ξ1 x
Fig. 10.2
passante per il punto P stesso. Come si vede in Fig. 10.2, l’anti-cono interseca
l’asse x nel punto ξ1 tale che (x − ξ1 ) tan α = r, che coincide con la definizione
(10.11).
Introduciamo la variabile ausiliaria z, definita da
x−ξ
z = cosh−1 (10.12)
βr
cosicchè
ξ = x − βr cosh z (10.13)
f (ξ) = Cξ (10.16)
essendo C una costante.
In questo caso l’integrale (10.15) può essere risolto in forma chiusa
s
Z 0 x β 2 r2
ϕ=C (x − βr cosh z) dz = Cx − cosh−1 + 1− 2
cosh−1 x
βr
βr x
(10.17)
e le componenti dei disturbi di velocità risultano
Z 0 x
ϕ,x = C dz = −C cosh−1 (10.18)
x
cosh−1 βr βr
s
Z 0 x2
ϕ,r = −C β cosh zdz = Cβ −1 (10.19)
cosh−1 x
βr
β 2r2
Queste relazioni mostrano che la velocità non dipende singolarmente dal
valore di x ed r ma solo dal loro rapporto. La velocità è pertanto costante
su tutte le rette passanti per l’origine ed il campo ha quindi una simmetria
conica.
La soluzione particolare ottenuta può allora essere utilizzata per rappre-
sentare il flusso su un cono a sezione circolare con l’asse parallelo alla direzione
della corrente (Fig. 10.3).
Capitolo 10 233
α θ
δ
Fig. 10.3
δ2
C=p (10.21)
1
1 − β 2 δ2 + δ2 cosh−1 βδ
Si osservi che affinchè C sia reale, deve essere δ < 1/β, ovvero l’angolo di
semi-apertura del cono deve essere minore dell’angolo di Mach.
Si noti anche che, a differenza del caso piano, il flusso nella regione per-
turbata (compresa fra il cono di Mach e la superficie del cono) non è un flusso
uniforme. I disturbi di velocità, che sono nulli per ϑ = α (che corrisponde
a x/βr = 1), hanno intensità crescente man mano che ϑ diminuisce (x/βr
crescente), fino ad assumere il valore massimo (in modulo) in corrispondenza
alla superficie del cono. Le linee di corrente pertanto non sono nè rette, nè
fra loro parallele ma tendono tutte asintoticamente alla superficie del corpo.
234 Capitolo 10
Pertanto, essendo ϕ,x negativo, la velocità lungo una linea di corrente di-
minuisce spostandosi dal cono di Mach verso la superficie del corpo ed il flusso
quindi si comprime. Mentre nel caso piano la compressione avviene attraverso
l’onda di Mach e la pressione resta costante nella regione compresa fra l’onda
di Mach ed il corpo, nel caso assialsimmetrico la compressione avviene con
continuità in tutta la regione a valle del cono di Mach. Il fatto che la distanza
h fra due linee di corrente diminuisca al crescere di x può anche essere spie-
gato da un punto di vista fisico. Le due superfici di rivoluzione, definite da
due generiche linee di corrente quali quelle indicate in Fig. 10.3, delimitano un
tubo di flusso attraverso il quale la portata deve mantenersi costante. Poichè
la portata può essere espressa in prima approssimazione come
Q = ρ∞ V∞ 2πrh
Fig. 10.4
Capitolo 10 235
I valori calcolati con questa espressione sono riportati in Fig. 10.4 (linee
tratteggiate) e confrontati con i risultati della teoria esatta (linee a tratto
continuo).
Come si vede il metodo delle piccole perturbazioni approssima sufficiente-
mente la teoria esatta nel caso di δ = 10◦ , mentre già per un angolo di 20◦ i
risultati differiscono notevolmente.
P2 Pn
P1
0 ξ1 ξ2 ξn x
Fig. 10.5
ξn = xn − βrn
dr
Vr2 =
dx P2
u = Vx = ϕ,x
v = Vr = ϕ,r
2uv v 2 − a2 a2 v
u,x + u ,r + v,r = (10.24)
u2 − a2 u2 − a2 u2 − a2 r
che assieme alla condizione di irrotazionalità
v,x + Av,r = b
con
a2 v
b= u2 − a2 r
0
du dv
li1 + li2 = li1 b1 lungo Ci (10.27)
dx dx
o anche
li2 dr
du + dv = b1 lungo Ci (10.28)
li1 λi
Sostituendo in questa le espressioni degli autovalori ed autovettori, si ot-
tiene
√
du uv ± a2 M 2 − 1 1 v dr
=− + uv √
dv u2 − a2 ∓ M − 1 r dv
2
a2
Come nel caso piano, è conveniente esprimere le equazioni delle caratte-
ristiche e di compatibilità in termini di V e ϑ anzichè u e v. Procedendo
analogamente a quanto visto nel §8.1, si ottiene
dr
= tan(ϑ ∓ a) (10.29)
dx
1 dr
dϑ = ∓dω ± √ (10.30)
M2 − 1 ∓ cot ϑ r
Come si vede in questo caso le equazioni di compatibilità non possono
essere risolte indipendentemente e una volta per tutte. La dipendenza da r
della (10.30) obbliga a risolvere contemporaneamente le (10.29) e (10.30) con
una procedura iterativa. Ad esempio per calcolare il punto 3 di Fig. 10.6 in
base ai valori noti nei punti 1 e 2, si calcola un valore di prima approssimazione
per ϑ3 e M3 risolvendo il sistema
ϑ3 − ϑ1 = ω 3 − ω 1
(10.31)
ϑ3 − ϑ2 = −ω3 + ω2
cioè trascurando il termine dipendente da r, come se il flusso fosse piano.
Si calcola quindi il valore di x3 ed r3 dal sistema
r3 − r1 3
x3 − x1 = [tan (ϑ + α)]1
(10.32)
r3 − r2 3
x3 − x2 = [tan (ϑ − α)]2
dove con la notazione [ ]ij si indica la media aritmetica della funzione calcolata
nei punti i e j.
Capitolo 10 239
r v
C 2 assialsim. a*
C 2 piano Γ2 piano
C 1assialsim.
C 1 piano Γ2 assialsim.
3’
2 3
2
3 Γ1 assialsim.
3’ 1
Γ1 piano
1
x u
a) b) a*
Fig. 10.6
ϑ3 − ϑ1 = ω3 − ω1 − h√ 1 r
i3 ln r3
1
− 1 + cot ϑM2
1 (10.33)
ϑ3 − ϑ2 = −ω3 + ω2 + h√ 1 r
i3 ln r3
2 2
M − 1 + cot ϑ
2
vr
P
vθ
r
vϕ
ϕ
θ
Fig. 10.7
Capitolo 10 241
Vϕ ∂
V · ∇ = Vr ∂ + Vrϑ ∂ +
∂r ∂ϑ r sin ϑ ∂ϕ
(10.34)
∇ · V = 12 ∂ r 2 Vr + 1
∂ (V sin ϑ) + 1 ∂Vϕ
r ∂r r sin ϑ ∂ϑ ϑ r sin ϑ ∂ϕ
∂
Poichè il flusso è assialsimmetrico Vϕ = 0 e = 0. Inoltre essendo il
∂ϕ
flusso a simmetria conica le proprietà del flusso sono costanti lungo tutte le
∂
rette passanti per l’origine e quindi = 0.
∂r
Con queste semplificazioni, sostituendo le (10.34) nella (7.12) si ottiene
dVr
Vϑ −
=0 (10.36)
dϑ
Sostituendo nella (10.35) la (10.36) assieme alla relazione
a2 = a2∞ + δ V∞
2
− Vr2 − Vϑ2
si ottiene
2 ( " 2 #)
d2 Vr d2 Vr
dVr dVr dVr
Vr + = a2∞ + δ V∞
2
− Vr − 2Vr + cot ϑ +
dϑ dϑ2 dϑ dϑ dϑ2
(10.37)
Il flusso nella regione compresa fra l’urto e la superficie del cono può essere
descritto attraverso la rappresentazione sul piano odografo (Fig. 10.9).
Il punto A sulla polare dell’urto rappresenta in direzione e modulo la velo-
cità a valle dell’urto. Poichè la deviazione della corrente attraverso l’urto δs è
minore della pendenza del cono δc , l’angolo δ che la corrente forma con l’asse
x aumenta man mano che ci si sposta dall’urto al corpo. Riportando per ogni
valore di δs < δ < δc un vettore avente modulo pari alla velocità determinata
dalla soluzione di Taylor e Maccoll, si ottiene la curva AB che rappresenta
tutti gli stati compresi fra l’urto ed il corpo. In particolare si osserva che muo-
vendosi dall’urto (A) al corpo (B) la velocità diminuisce ed il fluido subisce
quindi una compressione.
Facendo poi muovere il punto A lungo la polare dell’urto, il punto B che
rappresenta la velocità sulla superficie del cono descrive la curva rappresentata
in Fig. 10.9 che, per la sua forma, è detta mela di Busemann.
Come si può rilevare dalle Fig. 10.8 e 10.9 anche nel caso conico per ogni
valore di M∞ esiste un valore massimo di δc per il quale si può avere un’urto
attaccato. Per δc < δmax inoltre si hanno due soluzioni che corrispondono al
caso di urto debole (B) e urto forte (C). Tuttavia nel caso conico la soluzione
di urto forte esiste solo per un cono di lunghezza infinita. Nella realtà invece
il corpo deve avere una lunghezza finita e deviare quindi dalla forma conica
ad una certa distanza dalla punta del cono. La modifica del flusso in questa
zona, essendo il flusso subsonico, si risente anche nella parte anteriore ed il
flusso quindi non è più conico, come si era supposto all’inizio della trattazione.
Pertanto quando il flusso a valle dell’urto è subsonico, l’urto non è conico ma
Capitolo 10 243
Fig. 10.10
è un’urto curvo.
Poichè il valore di δc è sempre maggiore di δs , a parità di numero di Mach,
il valore massimo del semiangolo di apertura del cono per il quale si può
avere un’urto attaccato è maggiore del corrispondente valore nel caso piano
(Fig. 10.10).
Si osservi infine che nel caso conico la compressione avviene in parte attra-
verso l’urto ed in parte, isentropicamente, fra l’urto ed il corpo. Pertanto, a
parità di angolo del corpo, la compressione conica è più efficiente che nel caso
piano.
Capitolo 11
Ali supersoniche
F
B
E
V V
D
A α
C
a) b)
Fig. 11.1
244
Capitolo 11 245
D
A α C
Fig. 11.2
ϕ ϕ
µ µ
V t V n α
µ α
V x x
a) b)
Fig. 11.3
246 Capitolo 11
sin µ
M∞n = (11.2)
sin α∞
Questa relazione mostra che se µ > α∞ , ovvero se il bordo di attacco si
trova davanti alla linea di Mach, il flusso normale è supersonico (Fig. 11.3a) e
si dice che il bordo di attacco è supersonico.
Viceversa, se µ < α∞ il flusso normale è subsonico (Fig. 11.3b) e si dice
che il bordo di attacco è subsonico. Le stesse considerazioni possono farsi per il
bordo di uscita, quando bordo di attacco e di uscita non siano fra loro paralleli.
La distinzione fra bordi subsonici e supersonici è essenziale in quanto il
comportamento del flusso è sostanzialmente diverso nel caso subsonico e su-
personico. In Fig. 11.4 sono rappresentati i diversi tipi di flusso per una lastra
piana ad incidenza avente una forma in pianta con angolo di freccia e bordi di
attacco e di uscita non paralleli.
All’aumentare di M∞ si hanno le tre situazioni delle figure a), b), c) per
ognuna delle quali è schematicamente rappresentato l’andamento delle linee di
corrente in una sezione dell’ala parallela a V∞ e l’andamento lungo la corda
della differenza fra il Cp inferiore e quello superiore.
Nel caso a) entrambi i bordi sono subsonici. Al bordo di attacco si ha
l’aggiramento del bordo stesso da parte della corrente con conseguente forte
aumento della velocità e forte diminuzione della pressione sul dorso mentre al
bordo di uscita la condizione di Kutta-Joukowski impone che esso sia punto
di ristagno e sia quindi ivi nulla la differenza di pressione fra ventre e dorso.
Si osservi nell’andamento di Cp il cambio di pendenza che si verifica nel punto
A in cui la linea di Mach posteriore interseca la sezione.
Nel caso b) il bordo di attacco è ancora subsonico mentre quello di uscita
è supersonico. Al bordo di uscita la corrente recupera la direzione originaria
Capitolo 11 247
A
AB C
α α α
V V V
O
D
A x x AB C x
a) b) c)
Fig. 11.4
z
y
Sezione AB
V cos α
ϕ V sinα α
V x
l
V cosα sinϕ V cosα cosϕ l B
z
A
V cos α C b b x Sezione AC
lcos ϕ cos ϕ
V cosαcosϕ
V sin α αe x’
Ve l cos ϕ
Fig. 11.5
Ve2 = V∞
2
sin2 α + cos2 α cos2 ϕ = V∞
2
1 − sin2 ϕ cos2 α (11.3)
V∞ sin α tan α
tan αe = = (11.4)
V∞ cos α cos ϕ cos ϕ
Con questi valori è possibile determinare CLe e CDe utilizzando, a seconda
dei casi, la teoria linearizzata o quella del II ordine o anche la teoria esatta.
La portanza e la resistenza di un tratto d’ala di lunghezza b (misurata in
direzione normale alla corrente) sono date da
1 b
L = γ p∞ Me2 l cos ϕ CLe (11.5)
2 cos ϕ
1
D= γp∞ Me2 l b CDe (11.6)
2
La portanza può però anche essere espressa con riferimento alla sezione
AB come
1 2
L = γp∞ M∞ l b CL (11.7)
2
Capitolo 11 249
Me2
CL = CLe 2
M∞
e mediante la (11.3)
CL = CLe 1 − sin2 ϕ cos2 α (11.8)
Per quanto riguarda la resistenza D essa è diretta normalmente al bordo
di attacco e nella direzione della corrente V∞ si ha solo la componente
1 2
D cos ϕ = γp∞ M∞ l b CD
2
Utilizzando le (11.6) e (11.3) risulta
CD = CDe cos ϕ 1 − sin2 ϕ cos2 α (11.9)
Nel caso in cui l’angolo di incidenza sia piccolo le (11.3), (11.4), (11.8) e
(11.9) possono essere semplificate nella forma
Ve2 2 cos2 ϕ
= V∞
αe α
= cos ϕ
(11.10)
CL = CLe cos2 ϕ
CD = CDe cos3 ϕ
ed i coefficienti aerodinamici equivalenti possono essere espressi mediante la
teoria di Ackeret come
CLe = p 4α2 e
Me − 1
(11.11)
= p 42 α2e + kδe2
CDe
Me − 1
dove δe è lo spessore massimo relativo, k è un coefficiente che dipende dalla
forma del profilo e si è assunta nulla la curvatura del profilo. Sostituendo le
(11.10) nelle (11.11) si ha
4
CL = r α (11.12)
2 −
M∞ 1
cos2 ϕ
4
CD = r α2 + kδe2 cos2 ϕ (11.13)
2 −
M∞ 1
cos2 ϕ
250 Capitolo 11
q dξ dη
dϕ = r h i (11.16)
(x − ξ)2 − β 2 (y − η)2 + z 2
∂ qβ 2 z dξ dη
w̃ = (dϕ) = − n io3/2 (11.17)
∂z
h
(x − ξ)2 − β 2 (y − η)2 + z 2
Poichè l’ala è sottile, possiamo valutare w sul piano (x, y) anzichè sulla
superficie dell’ala.
La (11.17) mostra che per z = 0 si ha w̃ = 0 salvo che nel punto x = ξ e
y = η nel quale si ha una forma indeterminata. Ciò significa che una sorgente
induce velocità verticale nulla in tutti i punti del piano (x, y) ad eccezione
del punto in cui si trova la sorgente stessa. Per valutare la w̃ che la sorgente
induce su se stessa, si può calcolare w̃ in un punto al di fuori del piano (x, y),
evitando cosı̀ la forma indeterminata, e farne quindi il limite per z → 0.
Con riferimento alla figura 11.6, il punto P è influenzato solo dalle sorgenti
che si trovano all’interno dell’anticono di Mach, il quale interseca il piano (x, y)
lungo un’iperbole. Il potenziale nel punto P sarà allora dato dall’integrale della
(11.16) esteso all’area racchiusa dall’iperbole (area tratteggiata in Fig. 11.6).
Eseguendo l’integrale si ottiene
πq
ϕ=− (x − βz − a)
β
e la velocità w̃ risulta
w̃ = ϕ,z = πq (11.18)
252 Capitolo 11
z
y
P(x,y,z)
z
βz
a
x
Fig. 11.6
ϑ
q= (11.19)
π
Ciò significa che per simulare la presenza di un corpo che abbia pendenza
locale ϑ è sufficiente disporre nel punto stesso una sorgente avente intensità
proporzionale a ϑ.
Una volta determinata l’intensità delle sorgenti è possibile calcolare il di-
sturbo di velocità ũ e quindi mediante la (7.32) il coefficiente di pressione. A
differenza di w̃, la velocità ũ in un generico punto P non dipende solo dall’in-
tensità della sorgente locale ma da tutte le sorgenti che si trovano all’interno
dell’anticono di Mach per il punto P. Si ha quindi:
2 ϑ(x − ξ)
Z
Cp = − i3/2 dξdη (11.20)
π
h
A
(x − ξ)2 − β 2 (y − η)2
B’
z θ
sezione AA’ x
a) b)
Fig. 11.7
s (
4ϑ 1 − (t/n)2 0<t<1
Cp = √ cosh−1 n per (11.21)
πβ n2 − 1 1 − t2 n>1
nella quale
λ
n= (11.22)
β
λ = tan ϕ
y
t=λ (11.23)
x
254 Capitolo 11
s (
4ϑ n2 − 1 1<t<n
Cp = √ cosh−1 per (11.24)
πβ n2 − 1 t2 − 1 n>1
y
t=1
B t=n
ϕ A P
C α
t=0
O x
P’
D
Fig. 11.8
2ϑe
Cpe = p 2 (11.25)
Me − 1
Capitolo 11 255
2ϑ
Cp = r (11.26)
2 −
M∞ 1
cos2 ϕ
Ricordando che
1
= 1 + tan2 ϕ
cos2 ϕ
(
2ϑ 2ϑ n<t<1
Cp = p 2 = √ per (11.27)
M∞ − 1 − λ 2 β 1 − n2 n<1
s (
2ϑ 2
1 − sin−1 n
1 − (t/n)2 0<t<n
Cp = √ per
β 1−n 2 π 1 − t2 n<1
(11.28)
In Fig. 11.9 è riportato, al variare del parametro n, l’andamento lungo una
sezione dell’ala normale a V∞ di Cp β/ϑ calcolato mediante le (11.21), (11.27)
e (11.28).
3.6 0.8
3.2
Cpβ 2.8
0.6
θ 2.4 0.4
0.2
2.0 n=0
1.6 1.0
1.2 2.5
0.8 1.9
1.5
0.4
0.0
0.0 0.2 0.4 0.6 0.8 1.0
t
Fig. 11.9
256 Capitolo 11
Nel caso di bordo di attacco supersonico (n < 1), si può osservare che
l’integrale di Cp esteso all’intera ala (ovvero da t = 0 a t = 1) è costante al
variare di n. Ciò significa che per un’ala a pendenza costante la resistenza di
forma è indipendente dall’angolo di freccia se il bordo di attacco è supersonico.
Nel caso di n ≥ 1 si osserva che al bordo di attacco Cp tende all’infinito.
Ciò è dovuto al fatto che in prossimità del bordo di attacco, che in questo
caso è punto di ristagno, non è più valida l’ipotesi di piccole perturbazioni e
si dovrebbe utilizzare l’equazione completa del potenziale, anzichè la (11.14).
sezione AA’
B
θ1 θ2
G E
V A A’ δl
F A A’
O E
D P
bl
H l
C
Fig. 11.10
Cp β
θ
3
n=0
2
n1 =1.2 n 2=.6
1
n 1 =3 n 2=1.5
.2 .3 .4 .5 .6 .7 .8 .9 1.0 x
-1 n 1 =3 n 2 =1.5
-2 n=0
n 1 =1.2 n 2 =.6
-3
-4
-5
Fig. 11.11
258 Capitolo 11
a) b)
E
ϕ
z
l
V B
A B C D A C
δl
x x
bl
l ed
d
Fig. 11.13
a) b)
Flussi transonici
Lo studio dei flussi transonici rappresenta uno dei problemi più difficili nel-
l’ambito dei flussi compressibili. In un flusso transonico stazionario si hanno
infatti sia zone subsoniche che zone supersoniche le quali, come si è visto, so-
no governate da sistemi di equazioni ellittici nel primo caso ed iperbolici nel
secondo. Poichè questi due tipi di equazioni richiedono metodi di soluzione
completamente differenti, non è possibile in generale ottenere soluzioni valide
in tutto il campo.
Inoltre, anche nel caso in cui si possa introdurre l’ipotesi di piccole pertur-
bazioni, nel caso transonico l’equazione del potenziale resta non lineare e non
è quindi possibile utilizzare la sovrapposizione di soluzioni particolari come nei
casi subsonico e supersonico.
I flussi transonici comprendono due categorie di problemi: i flussi interni
nei quali si verifica la transizione subsonico-supersonico ed i flussi esterni nei
quali una corrente subsonica avente M∞ sufficientemente elevato investe un
corpo di forma qualsiasi.
261
262 Capitolo 12
ziale di perturbazione nella forma (7.24). Come si è visto, nel caso transonico
i termini a secondo membro sono tutti trascurabili tranne il primo e la (7.24)
si riduce a
2 2
1 − M∞ ϕ,xx + ϕ,yy = (γ + 1) M∞ ϕ,x ϕ,xx (12.1)
R
y
R
C α
D
C α dv
yT B 1
dx
A O x
a) b)
Fig. 12.1
a + by 2 + cy 4 + dy 6 + ey 8 = 0 (12.7)
con
e = (γ + 1)f4′ f4′′
γ + 1 ′ ′′
f2 = f0 f0 (12.9)
2
γ + 1 ′ ′′
f4 = (f0 f2 + f2′ f0′′ ) (12.10)
12
Dalla (12.5) si può poi osservare che f0′ rappresenta la distribuzione di velocità
in corrispondenza all’asse del condotto (y = 0). Poichè la velocità ũ aumenta
lungo l’asse, si può porre in prima approssimazione
γ+1 2 γ+1 2
f2 = k x f2′ = k f2′′ = 0 (12.12)
2 2
mentre la (12.10) dà
(γ + 1)2 3
f4 = k f4′ = 0 f4′′ = 0 (12.13)
24
264 Capitolo 12
(1 + ũ)2 + ṽ 2 = 1
Capitolo 12 265
y Quasi 1D
2D
M*= 0.6 0.7 0.8 0.9 1.0 1.1 1.2 1.3 1.4
x
Fig. 12.2
a) b)
Fig. 12.3
si verifica attraverso un urto (Fig. 12.4a) ed a questo punto il flusso non è più
simmetrico rispetto alla sezione di gola. Man mano che la pressione esterna
seguita a diminuire, le due zone supersoniche crescono fino a congiungersi
(Fig. 12.4b), dando poi luogo ad una regione supersonica delimitata da un
urto curvo (Fig. 12.4c) che si sposta gradualmente verso l’uscita dell’ugello
fino a pervenire alla situazione di Fig. 12.4d in cui il flusso è nuovamente
isentropico ma non più simmetrico rispetto alla sezione di gola.
a) b)
c) d)
Fig. 12.4
Capitolo 12 267
a) b)
Fig. 12.5
Cp
Cpmin = p min inc2 (12.21)
1 − M∞
D’altra parte, considerando la trasformazione isentropica, la pressione in
un punto sonico è data da
! γ
p 2
1 + δM∞ γ−1
=
p∞ 1+δ
a) b)
Fig. 12.6
M>1 M>1
Cp M=1 Cp Cp
M=1
M=1
O O O
x/c x/c x/c
a) b) c)
M>1 M>1
Cp Cp Cp
d) e) f)
Fig. 12.8 [da Visualized Flow]
a) b)
CD
0.02
0.01
Xs
0 urto 1.0
ventre
0.8
0.6
X cr
0.4
urto dorso
0.2
Prandtl
CL Glauert 0
0.4 c
b
0.3 e Ackeret
a
0.2
0.1 d f
0
0.7 0.8 0.9 1.0 M
M cr M div M st
Fig. 12.11
Il distacco dello strato limite causa un’ulteriore forte crescita di CD che può
raggiungere valori anche di un ordine di grandezza maggiori di quelli in campo
subsonico. Il coefficiente di resistenza raggiunge il suo massimo nell’intorno
di M∞ = 1 per poi diminuire in campo supersonico in accordo con quanto
previsto dalla teoria di Ackeret.
Per quanto riguarda il coefficiente di portanza, esso cresce seguendo la legge
di Prandtl-Glauert fin quando non si giunge ad M∞st . L’aumento di pressione
nella zona di flusso separato sul dorso genera a questo punto una caduta della
portanza che è ulteriormente accentuata dal contemporaneo sviluppo del flusso
supersonico sul ventre con conseguente diminuzione di Cp . La riduzione di
CL prosegue fin quando l’urto sul ventre non si posiziona al bordo di uscita.
Aumentando ancora M∞ si ha un parziale recupero di portanza dovuto al
fatto che l’urto sul dorso si sposta verso il bordo di uscita, riducendo cosı̀
l’estensione della zona di flusso separato. Il CL raggiunge un nuovo massimo
relativo quando anche l’urto sul dorso si porta al bordo di uscita e quindi
diminuisce, assumendo l’andamento previsto dalla teoria di Ackeret in campo
supersonico. Si osservi che i punti a, b, c, d, e, f sulla curva del CL di Fig. 12.11
rappresentano le corrispondenti configurazioni di Fig. 12.8.
Al variare di M∞ , lo sviluppo delle regioni supersoniche sul dorso e sul
ventre del profilo genera anche forti variazioni del coefficiente di momento e
della posizione del centro di pressione. Inizialmente, quando l’urto sul dor-
so inizia a muoversi verso il bordo di uscita, il centro di pressione si sposta
all’indietro a causa dell’aumento della depressione sulla parte posteriore del
dorso. Quando anche sul ventre si sviluppa il flusso supersonico, quest’effetto
si inverte ed il centro di pressione si sposta in avanti.
In corrispondenza al valore di M∞ per cui l’urto sul ventre raggiunge il
bordo di uscita, sulla parte posteriore del profilo si ha una forza diretta verso
il basso ed il centro di pressione si trova quindi nuovamente spostato verso
il bordo di attacco (punto d di Fig. 12.12). Questo effetto è ulteriormente
x
l
0.5
f
c e
b
a d
0
0.75 1.0 M
Fig. 12.12
Capitolo 12 275
iii) piccolo raggio di curvatura del bordo di attacco che contribuisce an-
ch’esso a ridurre le accelerazioni locali a bassi angoli di incidenza ma
che, facilitando il distacco, riduce le prestazioni ad alta velocità.
L’altra via per ottenere elevate prestazioni ad alti numeri di Mach è quella
di consentire la formazione della regione supersonica sul dorso ma di disegnare
il profilo in modo che la ricompressione avvenga isentropicamente, evitando
cosı̀ la formazione dell’urto che è causa della perdita di portanza e dell’aumento
di resistenza. I profili concepiti per funzionare a valori di M∞ > M∞ cr
276 Capitolo 12
a) b)
a) b)
ϕ V cos ϕ
A
B
C
A’
B’
C’
Fig. 12.15
M∗
M∞ cr = (12.24)
cos ϕ
Questa formula indica che il numero di Mach critico per un’ala con angolo
di freccia può anche risultare maggiore di uno. Naturalmente in questo caso
M∞ cr non può più essere interpretato come il minimo valore di M∞ per il
quale il flusso sul profilo diventa sonico, ma deve essere visto come il valore di
M∞ al quale inizia l’aumento della resistenza transonica.
I risultati sperimentali mostrano che l’adozione di un angolo di freccia non
solo aumenta il valore di M∞ cr , ma anche riduce l’aumento del coefficiente di
resistenza in campo transonico (Fig. 12.16)
Le ali inclinate però, oltre ad indubbi vantaggi, presentano alcuni non tra-
scurabili inconvenienti. Uno di questi è il cosı̀ detto stallo di estremità. La
Capitolo 12 279
Fig. 12.16
Fig. 12.17
281
282 Capitolo 13
servazione che gli effetti viscosi non sono importanti in tutto il campo ma solo
in regioni limitate quali gli strati di mescolamento o la zona in prossimità della
parete di un corpo, cioè lo strato limite cinematico. Il fatto che lo strato limi-
te sia di piccolo spessore è una diretta conseguenza del fatto che la viscosità
della maggior parte dei fluidi è molto piccola. Infatti lo sforzo viscoso in pros-
simità di una parete è dato da τ = µ∂u/∂y (essendo y la direzione normale
alla parete). Poichè µ è molto piccola, lo sforzo può essere grande (e quindi
non trascurabile rispetto ai termini convettivi) solo se è grande il gradiente
di velocità. Affinchè quest’ultimo sia grande deve essere piccola la distanza
δ attraverso la quale la velocità passa dal valore esterno ue al valore nullo
in corrispondenza alla parete, cioè deve essere piccolo lo spessore dello strato
limite. L’introduzione del concetto di strato limite consente di ridurre il pro-
blema della soluzione di un flusso viscoso a due sottoproblemi: i) la soluzione
del flusso esterno nel quale gli effetti viscosi sono trascurabili e le equazioni si
riducono a quelle di Eulero; ii) la soluzione dello strato limite cinematico nel
quale le equazioni possono essere semplificate tenendo conto del fatto che lo
strato limite è sottile.
Considerazioni del tutto analoghe alle precedenti si possono fare per quanto
riguarda il problema della soluzione del campo termico e della determinazione
dello scambio di calore fra un corpo ed il fluido circostante.
Consideriamo un corpo immerso in un fluido che abbia, ad esempio, una
temperatura inferiore a quella del corpo stesso. Se il fluido è in quiete, l’influen-
za del corpo caldo, ovvero il campo di temperatura, si estende uniformemente
in tutte le direzioni e si ha un flusso di calore dal corpo verso il fluido per
effetto della sola conduzione termica. Se invece il fluido è in moto, la corrente
trasporta verso il corpo l’energia interna della corrente indisturbata e la tem-
peratura in ogni punto deriva dal bilancio fra il flusso di calore convettivo e
quello diffusivo. La regione influenzata dalla temperatura del corpo si riduce
ad uno strato in prossimità della parete ed alla scia dietro al corpo (Fig. 13.1).
Questo strato, che prende il nome di strato limite termico, è tanto più sottile
quanto più è grande la velocità e può essere definito come la regione nella quale
i termini diffusivi sono dello stesso ordine di grandezza di quelli convettivi.
Alta velocita’
T Bassa velocita’
V Tw
Fig. 13.1
Capitolo 13 283
Come nel caso dello strato limite cinematico, si può dedurre che lo strato
limite termico è sottile in conseguenza del fatto che la maggior parte dei fluidi
di interesse (gas e liquidi) hanno una conducibilità termica molto piccola.
Infatti il flusso di calore di conduzione in direzione normale alla parete è dato
da q = −k∂T /∂y e, se la conduttività termica è molto piccola, esso potrà
essere grande solo in presenza di forti gradienti della temperatura. Valutando il
termine conduttivo come q = −k(T∞ − Tw )/δT , si deduce che il flusso di calore
di conduzione può essere grande, e quindi dello stesso ordine di grandezza del
flusso di calore per convezione, solo se è molto piccolo lo spessore δT dello
strato limite termico attraverso il quale la temperatura passa dal valore Tw al
corpo al valore T∞ che si ha nel fluido indisturbato.
Analogamente al caso del campo fluidodinamico, il campo di temperatura
può essere suddiviso in due zone: i) il campo esterno nel quale il flusso di calore
è dovuto solo al trasporto convettivo e la conduzione è trascurabile; ii) lo strato
limite termico all’interno del quale i termini conduttivi non possono essere
trascurati ma l’equazione di conservazione dell’energia può essere semplificata
in base al fatto che lo spessore è piccolo.
Dρ
+ ρ∇ · V = 0 (13.1)
Dt
DV
ρ + ∇p = µ∇2 V + (λ + µ)∇(∇ · V) + ρg (13.2)
Dt
DT Dp
ρCp − = k∇2 T + µφ (13.3)
Dt Dt
In condizioni di equilibrio idrostatico (V = 0) l’equazione di conservazione
della quantità di moto si riduce a
∇ps = ρ∞ g (13.4)
284 Capitolo 13
DV
ρ + ∇p′ = µ∇2 V + (λ + µ)∇(∇ · V) + (ρ − ρ∞ )g (13.5)
Dt
essendo p′ la differenza fra la pressione e la pressione idrostatica ps .
Per valutare l’importanza relativa dei diversi termini che compaiono nelle
equazioni di bilancio, è opportuno riscriverle in forma adimensionale. Intro-
duciamo le variabili adimensionali
x V∞ V ρ p′ T
x̃ = , t̃ = t, Ṽ = , ρ̃ = , p̃ = 2
, T̃ =
l l V∞ ρ∞ ρ∞ V∞ ∆T0
Dρ̃
+ ρ̃∇ · Ṽ = 0 (13.6)
Dt̃
D Ṽ 1 λ 1
ρ̃ + ∇p̃ = ∇2 Ṽ + 1 + ∇ ∇ · Ṽ + (ρ̃ − 1) j (13.7)
D t̃ Re µ F r2
D T̃ 1 D p̃ Ec
=ρ̃ ∇2 T̃ + Ec + ϕ̃ (13.8)
D t̃ P rRe D t̃ Re
nelle quali j rappresenta il versore della direzione della forza gravitazionale ed
i numeri adimensionali sono definiti come
V∞ l
numero di Reynolds Re =
ν
V∞
numero di Froude Fr = √
gl
µCp
numero di Prandtl Pr =
k
V∞ 2
numero di Eckert Ec =
Cp ∆T0
∆Ta
Ec = 2 (13.9)
∆T0
Esprimiamo ora le variazioni di densità in funzione delle variazioni di
temperatura e pressione
∂ρ ∂ρ
ρ = ρ∞ + (T − T∞ ) + (p − p∞ ) (13.10)
∂T ∂p
∂ρ ∂ρ
Valutando e in corrispondenza delle condizioni di fluido indistur-
∂T ∂p
bato, si ha
∂ρ ∂ρ 1
= ρ∞ β = 2
∂T ∂p a∞
Convezione naturale
E’ questo il caso in cui il fluido non è dotato di una velocità propria
(V∞ = 0) ed il moto è originato dalla forza di galleggiamento conseguente
alle differenze di densità.
Non essendoci una velocità caratteristica del flusso, si assume come velocità
di adimensionalizzazione
ν
V∞ =
l
286 Capitolo 13
e di conseguenza
ν ν2
Re = 1 Fr = p 3 Ec = (13.12)
gl l2 Cp ∆T0
Ricordando che ν = 1.5 · 10−5 m2 /sec per l’aria e ν = 10−6 m2 /sec per
l’acqua, è immediato verificare che M∞ è molto piccolo e la (13.11) mostra
che la densità può essere ritenuta indipendente dalla pressione (ipotesi di in-
comprimibilità). Inoltre, essendo β ≃ 10−3 ÷ 10−4 ◦ K −1 , la (13.11) mostra
che sono molto piccole anche le variazioni di densità dovute alle variazioni di
temperatura, a meno che queste ultime non siano molto grandi. Nella mag-
gior parte dei casi di interesse pratico si può quindi assumere che la densità sia
costante ρ̃ = 1. Ciò però non vale per il termine di galleggiamento in quanto
(ρ̃ − 1) che è piccolo è diviso per F r 2 che è a sua volta molto piccolo come si
rileva dalle (13.12). Infine, poichè anche il numero di Eckert è molto piccolo,
gli ultimi due termini della (13.8) possono essere trascurati.
Le equazioni che governano un flusso a convezione naturale possono quindi
scriversi
∇ · Ṽ = 0 (13.13)
D Ṽ
+ ∇p̃ = ∇2 Ṽ + Gr T̃ − T̃∞ j (13.14)
D t̃
D T̃ 1 2
= ∇ T̃ (13.15)
Dt̃ Pr
avendo introdotto il numero di Grashof
β∆T0 gl3
Gr =
ν2
Dall’esame del sistema di equazioni si vede che il campo cinematico dipende
da quello termico tramite il termine di galleggiamento e pertanto nel caso della
convezione naturale le equazioni sono tutte accoppiate tra di loro e devono
essere risolte contemporaneamente.
∇ · Ṽ = 0 (13.16)
DṼ 1 2
+ ∇p̃ = ∇ Ṽ (13.17)
Dt̃ Re
DT̃ 1
= ∇2 T̃ (13.18)
D t̃ P rRe
Come si vede in questo caso le equazioni di conservazione della massa e
della quantità di moto non dipendono da T̃ ed il campo cinematico può quindi
essere risolto indipendentemente da quello termico.
Dρ̃
+ ρ̃∇ · Ṽ = 0 (13.19)
D t̃
D Ṽ 1 λ
ρ̃ + ∇p̃ = ∇2 Ṽ + 1 + ∇ ∇ · Ṽ (13.20)
Dt̃ Re µ
DT̃ 1 D p̃
ρ̃ = ∇2 T̃ + Ec (13.21)
D t̃ P rRe Dt̃
Anche in questo caso il campo cinematico non dipende da quello termico
che può essere risolto separatamente.
288 Capitolo 13
δ̃ ≪ 1 , δ̃T ≪ 1 (13.22)
Consideriamo per semplicità l’equazione (13.8) nel caso bidimensionale e
stazionario, non tenendo conto per ora della variabilità di µ e k
! !
∂ 2 T̃ ∂ 2 T̃
∂ T̃ ∂ T̃ 1 1 ∂ p̃ ∂ p̃ 1
ρ̃ ũ + ṽ = + + Ec ũ + ṽ + Ec φ̃
∂ x̃ ∂ ỹ P r Re ∂ x̃2 ∂ ỹ 2 ∂ x̃ ∂ ỹ Re
1 1 1
1·1 δ̃ · δ̃ 2 1 1·1 δ̃ · δ̃ δ̃ 2
δ̃T δ̃T2 δ̃ 2
(13.23)
ν k
Pr = con α=
α ρCp
∂(ρu) ∂(ρv)
+ =0 (13.26)
∂x ∂y
∂u ∂u ∂ ∂u dp
ρ u +v = µ − (13.27)
∂x ∂y ∂y ∂y dx
290 Capitolo 13
2
∂T ∂T ∂ ∂T dp ∂u
ρCp u +v = k +u +µ (13.28)
∂x ∂y ∂y ∂y dx ∂y
dove si è anche tenuto conto della variabilità di µ e k. Si osservi che la pressione
non è un’incognita ma è da ritenersi nota in base alla soluzione del campo
esterno e che essendo all’interno dello strato limite ∂p/∂y = 0 la pressione
dipende unicamente da x.
Le equazioni (13.26)–(13.28) assieme all’equazione di stato ed alle leggi
T − Tw
T̃ =
T∞ − Tw
y=0 T̃ = 0, ũ = 0
y=∞ T̃ = 1, ũ = 1
Il campo termico è quindi completamente noto, una volta che sia noto
il campo cinematico. Tuttavia nella pratica ciò che interessa non è tanto
l’andamento di u e T all’interno del campo, quanto i valori dello sforzo e dello
scambio termico alla parete che sono dati rispettivamente da
∂u
τ =µ (13.31)
∂y y=0
∂T
q = −k (13.32)
∂y y=0
(Tw − T∞ ) τ
q=k (13.33)
V∞ µ
Lo sforzo τ può anche essere espresso in funzione del coefficiente di attrito
cf
1 2
τ = ρ∞ V∞ cf (13.34)
2
ed il flusso di calore in funzione del coefficiente di adduzione h
q = h(Tw − T∞ ) (13.35)
Introducendo infine il numero di Nusselt locale ed il numero di Reynolds
locale
hx ρ∞ V∞ x
N ux = Rex = (13.36)
k µ
la (13.33) risulta
1
N ux = cf Rex (13.37)
2
che è nota come l’analogia di Reynolds e che permette di ottenere il coefficiente
di adduzione e quindi il flusso di calore una volta noto cf .
Nel caso della lastra piana si ha
.664
cf = √
Rex
e quindi
p
N ux = .332 Rex
292 Capitolo 13
h Nu
St = = (13.38)
ρ∞ Cp V∞ ReP r
Essendo P r = 1, l’analogia di Reynolds può allora scriversi
1
St = cf (13.39)
2
u2
T0 = T + (13.40)
2Cp
Moltiplicando la (13.27) per u e sommandola membro a membro alla
(13.28) si ha
" ! !# " 2 #
∂ u2 ∂ u2 ∂2T ∂u ∂2u
ρCp u T+ +v T+ =k 2 +µ +u 2
∂x 2Cp ∂y 2Cp ∂y ∂y ∂y
" #
∂T0 ∂T0 µ ∂ 2 T0 ∂ 2 (u2 /2Cp )
ρ u +v = + (P r − 1) (13.41)
∂x ∂y P r ∂y 2 ∂y 2
T0 = au + b
condizioni al contorno
y=0 T0 = T = Tw , u=0
2
V∞
y=∞ T0 = T0∞ = T∞ + , u = V∞
2Cp
Si ottiene
T0∞ − Tw
a= b = Tw
V∞
e la temperatura è quindi data da
u u2
T = Tw + (T0∞ − Tw ) −
V∞ 2Cp
k ∂u
q|y=0 = (Tw − T0∞ ) (13.42)
V∞ ∂y y=0
Poichè ∂u/∂y alla parete è positiva, il flusso di calore è diretto dalla parete
verso il fluido o viceversa a seconda che Tw sia maggiore o minore di T0∞ . Si
osservi che, mentre nel caso di bassa velocità lo scambio di calore è determinato
dalla differenza di temperatura fra il fluido e la parete, nel caso di flusso ad
alta velocità ciò che conta è la differenza fra la temperatura del corpo e la
temperatura totale del flusso. Infatti all’interno dello strato limite si ha la
trasformazione dell’energia cinetica in energia interna per effetto delle forze
viscose e pertanto nel caso stazionario (q = 0, parete adiabatica) il corpo
assume una temperatura maggiore della temperatura del fluido indisturbato e
pari proprio alla temperatura totale. E’ questo il fenomeno del riscaldamento
aerodinamico, che riveste grande importanza nei flussi ipersonici (si pensi che
per M∞ = 6 e T∞ = 273◦ k si ha ∆Ta ≃ 2000◦ k). In Fig. 13.2 sono riportati gli
y T0 y T0 y T0
T V2 /2Cp T V 2 /2Cp T V 2 /2Cp
T T0 T T0 T T0
( )
dT >0
dy ( )
dT =0
d y y=0 ( dd Ty )y=0< 0
δT y=0
T T T
Tw Tw Tw
Fig. 13.2
294 Capitolo 13
T T0
T T0
Taw T
Fig. 13.3
Taw − T∞
r= (13.43)
T0∞ − T∞
che rappresenta il rapporto fra l’aumento di temperatura dovuto all’attrito e
Capitolo 13 295
√
r= Pr (13.44)
u2 V2
T+ = T∞ + ∞
2Cp 2Cp
T 2
= 1 + δM∞ (1 − ũ2 ) (13.46)
T∞
−1
ρ T
= (13.47)
ρ∞ T∞
nelle quali
A = 1 + B − B ũ2 e B = δM∞
2
Tranne che per l’espressione dei coefficienti, queste equazioni non differisco-
no sostanzialmente da quelle per il caso incompressibile e possono essere risolte
numericamente in modo analogo. La soluzione per il caso di α = 1, dovuta a
Crocco, è illustrata nelle figure 13.4 e 13.5 dove sono riportate gli andamen-
ti di u′ = u/V∞ e di T ′ = T /T∞ in funzione della variabile adimensionale
yp
η= Rex per diversi valori del numero Mach.
x
20 20
15 15
η η M=5
10 10
M=5
M=4 M=4
M=3
5 5 M=3
M=2
M=1 M=2
M=0 M=1
0 0
0 0.25 0.5 0.75 1 1 2 3 4 5 6
u’ T’
Fig. 13.4 Fig. 13.5
297
298 Appendice A
1.00 .00 1.50 11.91 2.00 26.38 2.50 39.12 3.00 49.76
1.01 .04 1.51 12.20 2.01 26.66 2.51 39.36 3.02 50.14
1.02 .13 1.52 12.49 2.02 26.93 2.52 39.59 3.04 50.52
1.03 .23 1.53 12.79 2.03 27.20 2.53 39.82 3.06 50.90
1.04 .35 1.54 13.09 2.04 27.48 2.54 40.05 3.08 51.28
1.05 .49 1.55 13.38 2.05 27.75 2.55 40.28 3.10 51.65
1.06 .64 1.56 13.68 2.06 28.02 2.56 40.51 3.12 52.02
1.07 .80 1.57 13.97 2.07 28.29 2.57 40.74 3.14 52.39
1.08 .97 1.58 14.27 2.08 28.56 2.58 40.96 3.16 52.75
1.09 1.15 1.59 14.56 2.09 28.83 2.59 41.19 3.18 53.11
1.10 1.34 1.60 14.86 2.10 29.10 2.60 41.41 3.20 53.47
1.11 1.53 1.61 15.16 2.11 29.36 2.61 41.64 3.22 53.83
1.12 1.74 1.62 15.45 2.12 29.63 2.62 41.86 3.24 54.18
1.13 1.94 1.63 15.75 2.13 29.90 2.63 42.09 3.26 54.53
1.14 2.16 1.64 16.04 2.14 30.16 2.64 42.31 3.28 54.88
1.15 2.38 1.65 16.34 2.15 30.43 2.65 42.53 3.30 55.22
1.16 2.61 1.66 16.63 2.16 30.69 2.66 42.75 3.32 55.56
1.17 2.84 1.67 16.93 2.17 30.95 2.67 42.97 3.34 55.90
1.18 3.07 1.68 17.22 2.18 31.21 2.68 43.19 3.36 56.24
1.19 3.31 1.69 17.52 2.19 31.47 2.69 43.40 3.38 56.58
1.20 3.56 1.70 17.81 2.20 31.73 2.70 43.62 3.40 56.91
1.21 3.81 1.71 18.10 2.21 31.99 2.71 43.84 3.42 57.24
1.22 4.06 1.72 18.40 2.22 32.25 2.72 44.05 3.44 57.56
1.23 4.31 1.73 18.69 2.23 32.51 2.73 44.27 3.46 57.89
1.24 4.57 1.74 18.98 2.24 32.76 2.74 44.48 3.48 58.21
1.25 4.83 1.75 19.27 2.25 33.02 2.75 44.69 3.50 58.53
1.26 5.09 1.76 19.56 2.26 33.27 2.76 44.91 3.52 58.85
1.27 5.36 1.77 19.86 2.27 33.53 2.77 45.12 3.54 59.16
1.28 5.63 1.78 20.15 2.28 33.78 2.78 45.33 3.56 59.47
1.29 5.90 1.79 20.44 2.29 34.03 2.79 45.54 3.58 59.78
1.30 6.17 1.80 20.73 2.30 34.28 2.80 45.75 3.60 60.09
1.31 6.44 1.81 21.01 2.31 34.53 2.81 45.95 3.62 60.40
1.32 6.72 1.82 21.30 2.32 34.78 2.82 46.16 3.64 60.70
1.33 7.00 1.83 21.59 2.33 35.03 2.83 46.37 3.66 61.00
1.34 7.28 1.84 21.88 2.34 35.28 2.84 46.57 3.68 61.30
1.35 7.56 1.85 22.16 2.35 35.53 2.85 46.78 3.70 61.60
1.36 7.84 1.86 22.45 2.36 35.77 2.86 46.98 3.72 61.89
1.37 8.13 1.87 22.73 2.37 36.02 2.87 47.19 3.74 62.18
1.38 8.41 1.88 23.02 2.38 36.26 2.88 47.39 3.76 62.47
1.39 8.70 1.89 23.30 2.39 36.50 2.89 47.59 3.78 62.76
1.40 8.99 1.90 23.59 2.40 36.75 2.90 47.79 3.80 63.04
1.41 9.28 1.91 23.87 2.41 36.99 2.91 47.99 3.82 63.33
1.42 9.56 1.92 24.15 2.42 37.23 2.92 48.19 3.84 63.61
1.43 9.86 1.93 24.43 2.43 37.47 2.93 48.39 3.86 63.89
1.44 10.15 1.94 24.71 2.44 37.71 2.94 48.59 3.88 64.16
1.45 10.44 1.95 24.99 2.45 37.95 2.95 48.78 3.90 64.44
1.46 10.73 1.96 25.27 2.46 38.18 2.96 48.98 3.92 64.71
1.47 11.02 1.97 25.55 2.47 38.42 2.97 49.18 3.94 64.98
1.48 11.32 1.98 25.83 2.48 38.66 2.98 49.37 3.96 65.25
1.49 11.61 1.99 26.10 2.49 38.89 2.99 49.56 3.98 65.52
Appendice A 313
M1 1.10 1.11 1.12 1.13 1.14 1.15 1.16 1.17 1.18 1.19 M1
σmax 76.30 75.73 75.21 74.72 74.26 73.82 73.41 73.02 72.66 72.31 σmax
δmax 1.52 1.73 1.96 2.19 2.43 2.67 2.92 3.17 3.42 3.68 δmax
δ δ
.5 67.29 66.01 64.83 63.72 62.68 61.70 60.77 59.89 59.04 58.23 .5
1.0 69.80 68.17 66.74 65.45 64.26 63.16 62.13 61.16 60.25 59.38 1.0
1.5 75.14 71.40 69.29 67.61 66.15 64.86 63.69 62.60 61.59 60.63 1.5
2.0 70.93 68.71 67.00 65.56 64.28 63.11 62.04 2.0
2.5 70.34 68.08 66.38 64.95 63.69 2.5
3.0 69.65 67.41 65.74 3.0
68.89 3.5
M1 1.20 1.21 1.22 1.23 1.24 1.25 1.26 1.27 1.28 1.29 M1
σmax 71.98 71.66 71.36 71.07 70.80 70.54 70.29 70.05 69.82 69.60 σmax
δmax 3.94 4.21 4.47 4.74 5.01 5.29 5.56 5.83 6.11 6.39 δmax
δ δ
.5 57.46 56.71 55.99 55.30 54.63 53.98 53.36 52.75 52.16 51.59 .5
1.0 58.55 57.75 56.99 56.26 55.56 54.88 54.22 53.59 52.98 52.39 1.0
1.5 59.73 58.88 58.07 57.29 56.54 55.83 55.14 54.48 53.84 53.22 1.5
2.0 61.05 60.12 59.24 58.40 57.60 56.84 56.12 55.42 54.75 54.10 2.0
2.5 62.55 61.50 60.53 59.61 58.75 57.93 57.16 56.42 55.71 55.02 2.5
3.0 64.34 63.11 61.99 60.97 60.02 59.13 58.29 57.49 56.73 56.01 3.0
3.5 66.72 65.10 63.74 62.54 61.45 60.46 59.53 58.66 57.85 57.07 3.5
4.0 68.09 66.03 64.47 63.15 61.99 60.93 59.96 59.06 58.22 4.0
4.5 67.28 65.35 63.85 62.58 61.46 60.44 59.49 4.5
5.0 69.90 66.50 64.69 63.26 62.04 60.95 5.0
5.5 68.46 65.75 64.06 62.69 5.5
6.0 67.38 65.05 6.0
M1 1.30 1.31 1.32 1.33 1.34 1.35 1.36 1.37 1.38 1.39 M1
σmax 69.40 69.19 69.00 68.82 68.64 68.47 68.31 68.15 68.00 67.85 σmax
δmax 6.66 6.94 7.22 7.49 7.77 8.05 8.33 8.60 8.88 9.15 δmax
δ δ
.5 51.03 50.49 49.97 49.45 48.96 48.47 47.99 47.53 47.08 46.64 .5
1.0 51.81 51.25 50.71 50.18 49.67 49.17 48.68 48.20 47.74 47.28 1.0
1.5 52.62 52.04 51.48 50.93 50.40 49.89 49.38 48.89 48.42 47.95 1.5
2.0 53.47 52.87 52.28 51.72 51.16 50.63 50.11 49.61 49.12 48.64 2.0
2.5 54.37 53.74 53.13 52.54 51.96 51.41 50.87 50.35 49.84 49.35 2.5
3.0 55.31 54.65 54.01 53.39 52.80 52.22 51.66 51.12 50.60 50.09 3.0
3.5 56.33 55.62 54.95 54.30 53.67 53.07 52.49 51.92 51.38 50.85 3.5
4.0 57.42 56.67 55.95 55.26 54.60 53.97 53.36 52.77 52.20 51.65 4.0
4.5 58.62 57.80 57.02 56.29 55.58 54.91 54.27 53.65 53.06 52.48 4.5
5.0 59.96 59.05 58.20 57.40 56.64 55.93 55.24 54.59 53.96 53.36 5.0
5.5 61.52 60.47 59.51 58.63 57.80 57.03 56.29 55.59 54.93 54.29 5.5
6.0 63.46 62.16 61.03 60.02 59.09 58.23 57.43 56.68 55.96 55.28 6.0
6.5 66.46 64.39 62.89 61.65 60.57 59.59 58.69 57.86 57.08 56.35 6.5
7.0 65.65 63.78 62.37 61.18 60.14 59.19 58.32 57.52 7.0
7.5 64.93 63.21 61.88 60.74 59.74 58.82 7.5
8.0 66.91 64.29 62.70 61.43 60.34 8.0
8.5 65.92 63.71 62.22 8.5
9.0 65.14 9.0
Appendice A 315
M1 1.50 1.51 1.52 1.53 1.54 1.55 1.56 1.57 1.58 1.59 M1
σmax 66.59 66.50 66.41 66.33 66.25 66.17 66.10 66.03 65.96 65.89 σmax
δmax 12.11 12.37 12.63 12.89 13.15 13.40 13.66 13.91 14.16 14.41 δmax
δ δ
.5 42.35 42.01 41.67 41.34 41.02 40.70 40.38 40.07 39.77 39.47 .5
1.0 42.91 42.56 42.22 41.88 41.55 41.22 40.90 40.59 40.28 39.98 1.0
1.5 43.48 43.12 42.77 42.43 42.09 41.76 41.44 41.12 40.81 40.50 1.5
2.0 44.06 43.70 43.34 42.99 42.65 42.32 41.98 41.66 41.34 41.03 2.0
2.5 44.66 44.29 43.92 43.57 43.22 42.88 42.54 42.21 41.89 41.57 2.5
3.0 45.27 44.89 44.52 44.16 43.80 43.45 43.11 42.77 42.44 42.12 3.0
3.5 45.90 45.51 45.13 44.76 44.40 44.04 43.69 43.35 43.01 42.68 3.5
4.0 46.54 46.14 45.76 45.38 45.00 44.64 44.29 43.94 43.59 43.26 4.0
4.5 47.21 46.80 46.40 46.01 45.63 45.26 44.89 44.54 44.19 43.85 4.5
5.0 47.89 47.47 47.06 46.66 46.27 45.89 45.52 45.16 44.80 44.45 5.0
5.5 48.60 48.16 47.74 47.33 46.93 46.54 46.16 45.79 45.42 45.07 5.5
6.0 49.33 48.88 48.45 48.03 47.62 47.21 46.82 46.44 46.07 45.70 6.0
6.5 50.08 49.62 49.18 48.74 48.32 47.91 47.50 47.11 46.73 46.35 6.5
7.0 50.87 50.40 49.93 49.48 49.04 48.62 48.20 47.80 47.41 47.02 7.0
7.5 51.70 51.20 50.72 50.26 49.80 49.36 48.93 48.51 48.11 47.71 7.5
8.0 52.57 52.05 51.55 51.06 50.59 50.13 49.69 49.26 48.84 48.43 8.0
8.5 53.49 52.94 52.41 51.90 51.41 50.93 50.47 50.02 49.59 49.17 8.5
9.0 54.47 53.89 53.33 52.79 52.27 51.77 51.29 50.83 50.37 49.94 9.0
9.5 55.52 54.90 54.30 53.73 53.18 52.66 52.15 51.67 51.19 50.74 9.5
10.0 56.68 55.99 55.35 54.74 54.16 53.60 53.06 52.55 52.05 51.58 10.0
10.5 57.97 57.21 56.50 55.83 55.20 54.60 54.03 53.49 52.96 52.46 10.5
11.0 59.47 58.58 57.78 57.03 56.34 55.69 55.07 54.49 53.93 53.40 11.0
11.5 61.33 60.22 59.26 58.40 57.61 56.89 56.21 55.57 54.97 54.39 11.5
12.0 64.36 62.42 61.10 60.02 59.08 58.24 57.47 56.77 56.10 55.48 12.0
12.5 64.00 62.18 60.90 59.85 58.93 58.11 57.36 56.67 12.5
13.0 63.72 61.98 60.74 59.71 58.82 58.02 13.0
13.5 63.51 61.83 60.62 59.61 13.5
14.0 63.37 61.73 14.0
316 Appendice A
M1 2.00 2.02 2.04 2.06 2.08 2.10 2.15 2.20 2.25 2.30 M1
σmax 64.67 64.65 64.64 64.63 64.63 64.62 64.62 64.62 64.63 64.65 σmax
δmax 22.97 23.31 23.65 23.98 24.30 24.61 25.38 26.10 26.79 27.45 δmax
δ δ
1.0 30.81 30.48 30.15 29.84 29.53 29.22 28.49 27.80 27.14 26.52 1.0
2.0 31.64 31.31 30.98 30.65 30.34 30.03 29.29 28.59 27.93 27.29 2.0
3.0 32.50 32.16 31.83 31.50 31.18 30.87 30.11 29.40 28.73 28.09 3.0
4.0 33.39 33.04 32.70 32.37 32.04 31.72 30.96 30.24 29.55 28.91 4.0
5.0 34.30 33.94 33.60 33.26 32.93 32.60 31.83 31.10 30.40 29.75 5.0
6.0 35.24 34.88 34.52 34.18 33.84 33.51 32.72 31.98 31.28 30.61 6.0
7.0 36.21 35.84 35.48 35.13 34.78 34.45 33.65 32.89 32.18 31.50 7.0
8.0 37.21 36.83 36.46 36.10 35.75 35.41 34.60 33.83 33.10 32.42 8.0
9.0 38.24 37.86 37.48 37.11 36.75 36.41 35.57 34.79 34.05 33.36 9.0
10.0 39.31 38.91 38.53 38.15 37.79 37.43 36.58 35.78 35.03 34.33 10.0
11.0 40.42 40.01 39.62 39.23 38.86 38.49 37.62 36.81 36.05 35.32 11.0
12.0 41.58 41.15 40.75 40.35 39.97 39.59 38.70 37.87 37.09 36.35 12.0
13.0 42.77 42.34 41.92 41.51 41.11 40.73 39.82 38.96 38.16 37.41 13.0
14.0 44.03 43.58 43.14 42.72 42.31 41.91 40.97 40.09 39.28 38.51 14.0
15.0 45.34 44.87 44.42 43.98 43.55 43.14 42.17 41.27 40.43 39.64 15.0
16.0 46.73 46.23 45.76 45.30 44.86 44.43 43.42 42.49 41.62 40.81 16.0
17.0 48.20 47.68 47.18 46.69 46.23 45.78 44.73 43.76 42.86 42.03 17.0
18.0 49.79 49.22 48.69 48.17 47.68 47.21 46.10 45.09 44.16 43.30 18.0
19.0 51.51 50.89 50.31 49.76 49.23 48.73 47.56 46.49 45.52 44.62 19.0
20.0 53.42 52.74 52.09 51.49 50.91 50.36 49.11 47.98 46.95 46.01 20.0
21.0 55.64 54.83 54.09 53.40 52.76 52.15 50.78 49.56 48.47 47.47 21.0
22.0 58.46 57.39 56.46 55.63 54.87 54.17 52.62 51.28 50.09 49.03 22.0
23.0 61.20 59.63 58.43 57.43 56.55 54.70 53.18 51.86 50.70 23.0
24.0 61.28 59.77 57.22 55.36 53.83 52.53 24.0
25.0 60.86 58.06 56.14 54.61 25.0
26.0 62.69 59.12 57.08 26.0
27.0 60.55 27.0
318 Appendice A
M1 1.10 1.11 1.12 1.13 1.14 1.15 1.16 1.17 1.18 1.19 M1
σmax 76.30 75.73 75.21 74.72 74.26 73.82 73.41 73.02 72.66 72.31 σmax
δmax 1.52 1.73 1.96 2.19 2.43 2.67 2.92 3.17 3.42 3.68 δmax
δ δ
.5 86.99 87.28 87.52 87.71 87.88 88.03 88.16 88.27 88.37 88.45 .5
1.0 83.58 84.30 84.85 85.30 85.67 85.98 86.26 86.49 86.69 86.88 1.0
1.5 77.47 80.37 81.65 82.54 83.22 83.77 84.22 84.61 84.94 85.24 1.5
2.0 78.69 80.18 81.17 81.93 82.54 83.05 83.48 2.0
2.5 77.43 79.03 80.09 80.89 81.54 2.5
3.0 76.50 78.13 79.21 3.0
75.81 3.5
M1 1.20 1.21 1.22 1.23 1.24 1.25 1.26 1.27 1.28 1.29 M1
σmax 71.98 71.66 71.36 71.07 70.80 70.54 70.29 70.05 69.82 69.60 σmax
δmax 3.94 4.21 4.47 4.74 5.01 5.29 5.56 5.83 6.11 6.39 δmax
δ δ
.5 88.53 88.60 88.67 88.73 88.78 88.83 88.88 88.92 88.96 89.00 .5
1.0 87.04 87.19 87.32 87.44 87.55 87.65 87.75 87.83 87.91 87.99 1.0
1.5 85.50 85.73 85.94 86.13 86.30 86.45 86.59 86.73 86.85 86.96 1.5
2.0 83.86 84.19 84.49 84.75 84.99 85.21 85.41 85.59 85.76 85.91 2.0
2.5 82.08 82.54 82.95 83.31 83.63 83.92 84.18 84.42 84.64 84.84 2.5
3.0 80.03 80.70 81.26 81.74 82.17 82.54 82.89 83.19 83.47 83.72 3.0
3.5 77.42 78.49 79.32 79.99 80.56 81.06 81.49 81.88 82.23 82.55 3.5
4.0 75.31 76.84 77.89 78.71 79.39 79.96 80.46 80.90 81.29 4.0
4.5 74.93 76.38 77.39 78.20 78.86 79.43 79.93 4.5
5.0 71.71 74.64 75.99 76.97 77.75 78.40 5.0
5.5 72.13 74.40 75.66 76.60 5.5
6.0 72.28 74.19 6.0
M1 1.30 1.31 1.32 1.33 1.34 1.35 1.36 1.37 1.38 1.39 M1
σmax 69.40 69.19 69.00 68.82 68.64 68.47 68.31 68.15 68.00 67.85 σmax
δmax 6.66 6.94 7.22 7.49 7.77 8.05 8.33 8.60 8.88 9.15 δmax
δ δ
.5 89.03 89.06 89.09 89.12 89.15 89.17 89.19 89.22 89.24 89.26 .5
1.0 88.05 88.12 88.18 88.23 88.29 88.34 88.38 88.43 88.47 88.51 1.0
1.5 87.06 87.16 87.25 87.34 87.42 87.50 87.57 87.63 87.70 87.76 1.5
2.0 86.06 86.19 86.32 86.43 86.54 86.64 86.74 86.83 86.92 87.00 2.0
2.5 85.02 85.20 85.36 85.51 85.65 85.78 85.90 86.02 86.13 86.23 2.5
3.0 83.95 84.17 84.37 84.55 84.73 84.89 85.04 85.18 85.32 85.44 3.0
3.5 82.83 83.10 83.34 83.57 83.78 83.98 84.16 84.33 84.49 84.64 3.5
4.0 81.65 81.97 82.27 82.54 82.79 83.03 83.25 83.45 83.64 83.82 4.0
4.5 80.37 80.77 81.13 81.46 81.76 82.04 82.30 82.54 82.76 82.97 4.5
5.0 78.97 79.46 79.90 80.30 80.66 80.99 81.30 81.58 81.84 82.08 5.0
5.5 77.35 78.00 78.55 79.04 79.48 79.88 80.24 80.57 80.87 81.16 5.5
6.0 75.37 76.27 77.01 77.63 78.18 78.66 79.09 79.49 79.85 80.18 6.0
6.5 72.34 74.01 75.12 75.98 76.69 77.30 77.84 78.31 78.74 79.13 6.5
7.0 72.35 73.85 74.89 75.72 76.40 77.00 77.52 77.99 7.0
7.5 72.34 73.70 74.68 75.47 76.14 76.72 7.5
8.0 70.02 72.30 73.56 74.49 75.25 8.0
8.5 70.37 72.25 73.42 8.5
9.0 70.55 9.0
Appendice A 323
M1 1.50 1.51 1.52 1.53 1.54 1.55 1.56 1.57 1.58 1.59 M1
σmax 66.59 66.50 66.41 66.33 66.25 66.17 66.10 66.03 65.96 65.89 σmax
δmax 12.11 12.37 12.63 12.89 13.15 13.40 13.66 13.91 14.16 14.41 δmax
δ δ
.5 89.42 89.43 89.44 89.45 89.46 89.47 89.48 89.49 89.50 89.51 .5
1.0 88.84 88.86 88.88 88.90 88.92 88.94 88.96 88.98 89.00 89.01 1.0
1.5 88.26 88.29 88.32 88.35 88.38 88.41 88.44 88.47 88.49 88.52 1.5
2.0 87.67 87.71 87.76 87.80 87.84 87.88 87.92 87.95 87.99 88.02 2.0
2.5 87.08 87.13 87.19 87.24 87.29 87.34 87.39 87.44 87.48 87.52 2.5
3.0 86.48 86.55 86.61 86.68 86.74 86.80 86.86 86.91 86.97 87.02 3.0
3.5 85.87 85.95 86.04 86.11 86.18 86.25 86.32 86.39 86.45 86.51 3.5
4.0 85.26 85.35 85.44 85.53 85.62 85.70 85.78 85.85 85.92 86.00 4.0
4.5 84.63 84.74 84.85 84.95 85.04 85.14 85.23 85.31 85.39 85.47 4.5
5.0 83.99 84.12 84.23 84.35 84.46 84.56 84.67 84.76 84.86 84.94 5.0
5.5 83.34 83.48 83.61 83.74 83.86 83.98 84.09 84.20 84.31 84.41 5.5
6.0 82.66 82.82 82.97 83.12 83.25 83.39 83.51 83.63 83.75 83.86 6.0
6.5 81.97 82.14 82.31 82.47 82.63 82.77 82.92 83.05 83.18 83.30 6.5
7.0 81.25 81.45 81.63 81.81 81.98 82.15 82.30 82.45 82.59 82.73 7.0
7.5 80.50 80.72 80.93 81.13 81.32 81.50 81.67 81.83 81.99 82.14 7.5
8.0 79.71 79.96 80.19 80.42 80.63 80.83 81.02 81.20 81.37 81.53 8.0
8.5 78.88 79.16 79.42 79.67 79.91 80.13 80.34 80.54 80.73 80.91 8.5
9.0 78.00 78.32 78.61 78.89 79.15 79.39 79.63 79.85 80.06 80.26 9.0
9.5 77.04 77.40 77.74 78.06 78.35 78.62 78.88 79.13 79.36 79.58 9.5
10.0 75.99 76.42 76.80 77.16 77.49 77.80 78.10 78.37 78.63 78.87 10.0
10.5 74.82 75.32 75.77 76.19 76.57 76.92 77.25 77.56 77.85 78.12 10.5
11.0 73.44 74.06 74.62 75.11 75.56 75.97 76.34 76.69 77.02 77.32 11.0
11.5 71.69 72.55 73.26 73.88 74.42 74.90 75.34 75.75 76.12 76.47 11.5
12.0 68.79 70.47 71.55 72.39 73.09 73.69 74.22 74.70 75.13 75.53 12.0
12.5 68.79 70.37 71.41 72.22 72.91 73.50 74.02 74.49 12.5
13.0 68.73 70.24 71.25 72.05 72.72 73.30 13.0
13.5 68.63 70.09 71.08 71.87 13.5
14.0 68.49 69.92 14.0
324 Appendice A
M1 2.00 2.02 2.04 2.06 2.08 2.10 2.15 2.20 2.25 2.30 M1
σmax 64.67 64.65 64.64 64.63 64.63 64.62 64.62 64.62 64.63 64.65 σmax
δmax 22.97 23.31 23.65 23.98 24.30 24.61 25.38 26.10 26.79 27.45 δmax
δ δ
1.0 89.40 89.41 89.42 89.43 89.44 89.45 89.47 89.49 89.50 89.52 1.0
2.0 88.80 88.82 88.84 88.86 88.88 88.90 88.94 88.97 89.01 89.04 2.0
3.0 88.19 88.22 88.25 88.28 88.31 88.34 88.40 88.46 88.51 88.56 3.0
4.0 87.58 87.62 87.67 87.70 87.74 87.78 87.86 87.94 88.01 88.07 4.0
5.0 86.97 87.02 87.07 87.12 87.17 87.21 87.32 87.41 87.50 87.58 5.0
6.0 86.34 86.41 86.47 86.53 86.58 86.64 86.77 86.88 86.99 87.09 6.0
7.0 85.70 85.78 85.85 85.92 85.99 86.06 86.21 86.35 86.47 86.58 7.0
8.0 85.05 85.14 85.23 85.31 85.39 85.46 85.64 85.80 85.94 86.08 8.0
9.0 84.39 84.49 84.59 84.68 84.77 84.86 85.06 85.24 85.40 85.56 9.0
10.0 83.70 83.82 83.93 84.04 84.14 84.24 84.46 84.67 84.86 85.03 10.0
11.0 82.99 83.13 83.25 83.37 83.49 83.60 83.85 84.09 84.29 84.48 11.0
12.0 82.26 82.41 82.55 82.68 82.81 82.94 83.23 83.48 83.72 83.93 12.0
13.0 81.49 81.66 81.82 81.97 82.11 82.25 82.57 82.86 83.12 83.36 13.0
14.0 80.68 80.87 81.05 81.22 81.38 81.54 81.90 82.22 82.50 82.76 14.0
15.0 79.83 80.04 80.25 80.44 80.62 80.79 81.19 81.54 81.86 82.15 15.0
16.0 78.92 79.16 79.39 79.60 79.81 80.00 80.44 80.84 81.19 81.51 16.0
17.0 77.94 78.21 78.47 78.71 78.94 79.16 79.66 80.10 80.49 80.84 17.0
18.0 76.86 77.18 77.47 77.75 78.01 78.26 78.82 79.31 79.74 80.13 18.0
19.0 75.66 76.03 76.37 76.69 76.99 77.28 77.91 78.47 78.95 79.38 19.0
20.0 74.27 74.72 75.13 75.51 75.86 76.19 76.92 77.55 78.10 78.58 20.0
21.0 72.59 73.17 73.68 74.15 74.57 74.96 75.82 76.54 77.17 77.72 21.0
22.0 70.33 71.17 71.88 72.49 73.03 73.52 74.56 75.42 76.14 76.77 22.0
23.0 67.93 69.28 70.26 71.05 71.72 73.07 74.12 74.99 75.72 23.0
24.0 67.79 69.10 71.16 72.56 73.64 74.51 24.0
25.0 68.14 70.48 71.97 73.09 25.0
26.0 66.48 69.63 71.26 26.0
27.0 68.46 27.0
326 Appendice A
- Zucrow M.J.- Hoffman J.D. Gasdynamics, John Wiley & Sons, 1976
Flussi transonici
330
Bibliografia 331
Flussi ipersonici
Strato limite
Fluidodinamica numerica
Aerodinamica applicata
Visualizzazione di flussi
332
Indice analitico 333
Reynolds sezione
analogia di, 291 critica, 41
numero di, 284 di cattura, 55
teorema del trasporto di, 16 sforzo viscoso, 11, 282
Riemann a parete, 291
invariante di, 75, 77, 100, 177, shock–capturing, 151
184 shock–fitting, 149
problema di, 118–123, 152, 204, similitudine
207 cinematica, 218
variabili di, 75 criteri di, 159
riflessione di Ackeret, 163
cancellazione dell’onda, 184, 200 di Prandtl–Glauert, 162, 268
di Mach, 200 di von Karmann, 163
di un urto, 111, 199 subsonica, 162
regolare, 200 supersonica, 163
su parete solida, 111, 182, 199 transonica, 163
sistema riducibile, 76, 174
su superficie a pressione costan-
soffocamento, vedi choking
te, 113, 190, 205, 268
sovrapposizione di soluzioni, 235, 250,
su superficie a temperatura co-
256
stante, 113
spessore
riscaldamento aerodinamico, 293
di strato limite cinematico, 282
Sauer,soluzione di, 261–265
di strato limite termico, 282
schema numerico
di un’urto, 12, 27
al I ordine, 141, 152
stabilità
al II ordine, 143
di un urto normale, 51–54
CIR, 134 di uno schema numerico, 137–
consistenza di uno, 137 141, 143, 146, 153
convergenza di uno, 135 stallo
di Godunov, 151 d’urto, 272
di Lax-Wendroff, 146 di estremità, 278
esplicito, 143 stand off distance, 216
implicito, 143 Stanton,numero di, 292
stabilità di uno, 137–141, 143, strato d’urto, 216
146 strato limite, 214, 278
upwind, 133, 146 cinematico, 282
scia, 225 equazioni di, 289
turbolenta, 226 separazione dello, 223, 272
scorrimento,linea di, vedi disconti- spessore di, 282, 288
nuità di contatto termico, 282
separazione turbolento, 224
dello strato limite, 223, 272 strofoide, 197
Indice analitico 337