Il Principe Machiavelli
Il Principe Machiavelli
Machiavelli spiega che gli uomini camminano sempre lungo le vie battute dagli altri e
agiscono per *imitazione di un modello, ma allo stesso tempo non possono eguagliare il
valore di questi modelli. Quindi un uomo saggio deve seguire le strade battute dai grandi
uomini e imitarli (“debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini
grandi”) in modo che, anche se non raggiunge l'altezza dei propri modelli, gli assomigli
almeno in qualcosa. Il saggio, dunque, agirà come i più accorti arcieri, i quali dopo aver
giudicato il proprio bersaglio troppo lontano e conoscendo i limiti del proprio arco, mirano
molto più in alto per colpire il loro bersaglio.
*Il principio di imitazione si afferma con gli intellettuali del 400, in età umanistica, per cui, dato che gli
antichi avevano raggiunto un livello di perfezione ineguagliabile, per ottenere risultati validi non si
poteva che imitarli in ogni campo; imitazione che doveva essere attiva, dinamica e creativa poiché i
classici sono i modelli da imitare ma per andare a costruire un mondo che risponda alle esigenze del
presente.
Machiavelli riprese tale principio nel Proemio del I libro dei Discorsi in cui si lamenta di come questa
imitazione è pratica in medicina, nelle arti figurative ecc. ma non in politica.
Machiavelli infatti è convinto che l’uomo, essendo un fenomeno di natura, non cambi i suoi
comportamenti nel tempo e per questo studiando il suo comportamento attraverso fonti storiche si
possa arrivare a formulare leggi di validità universale e su tale base una teoria razionale dell’agire
politico che possa suggerire delle linee di condotta infallibili ad ogni governante.
Secondo Machiavelli *Mosè, Ciro, Romolo, Teseo, diventarono principi grazie alle loro
capacità e non per fortuna. Secondo il filosofo coloro che diventano principi con la sola virtù
conquisteranno il principato con più difficoltà, ma allo stesso tempo per loro sarà più facile
mantenerlo. Machiavelli fa presente che non esiste occasione senza virtù ma neanche virtù
senza occasione (che permette di dimostrare la propria virtù).
Le difficoltà sorgeranno nel caso di nuovi ordinamenti introdotti dal Principe: sarà ostacolato
da chi, dai vecchi ordinamenti, aveva un utile; mentre potrà contare su un appoggio da tutti
coloro che dalle nuove istituzioni trarrebbero giovamento. Il Principe deve essere in grado di
agire da solo imponendosi con la ⋆forza e senza contare sull’appoggio degli altri, altrimenti
andrebbe in rovina.
Ecco perché tutti i profeti armati vinsero e tutti i profeti disarmati andarono in rovina. Infatti
Mosè, Cirò, Teseo se fossero stati disarmati non avrebbero potuto far osservare i loro
ordinamenti, come accadde a Girolamo Savonarola, il quale non possedeva i mezzi capaci
di tener fermi coloro che gli avevano creduto, né di far credere agli increduli. Esempio di
grande importanza è Gerone Siracusano, il quale diventò principe di Siracusa e la fortuna gli
fornì soltanto l’occasione (opportunità che ti da la fortuna in modo irrazionale; qualcosa da
sfruttare per un tornaconto personale): fece grande fatica nel conquistare il principato ma
per lui fu facile mantenerlo.
*Mosè, seguendo gli ordini di Dio, liberò gli ebrei dalla schiavitù in Egitto e li guidò alla terra promessa
dando loro le leggi, considerato virtuoso per il solo fatto di essere degno di parlare con Dio.
Ciro, fondatore della monarchia persiana, libera i persiani dalla sottomissione dei Medi.
Romolo, secondo la tradizione il primo re di Roma.
Teseo, re di Atene.
⋆forza un fattore indispensabile ma non con un uso brutale, anzi si sottolinea che per la stabilità al
potere è necessario il consenso dei sudditi.
All’interno del capitolo VII vengono descritti i nuovi principati che vengono acquisiti mediante
l’uso delle armi e del fato altrui. Inizialmente, vengono prese in considerazione le sorti di
coloro che riescono a prendere il titolo di principe per caso. Queste personalità, per riuscire
a tenere il titolo che hanno avuto grazie alle qualità di altri, devono riuscire a dimostrare di
avere doti degne di tal titolo. Invece quelle personalità che vengono dichiarati principi per le
loro doti riescono a mantenere meglio il loro titolo come la figura di Francesco Sforza, duca
di Milano.
Poi c’è *Cesare Borgia il quale è un esempio di grande virtù nel mantenere uno stato
regalato, egli riuscì ad ottenere il suo titolo grazie al padre Alessandro VI e l’armata di Luigi
XII. (“Perchè, come di sopra si disse, chi non fa e fondamenti prima, li potrebbe con una
gran virtù farli poi, ancora che si faccino con disagio dello architettore e periculo dello
edifizio.”)
*figlio del papa Alessandro VI, fu detto duca Valentino dal ducato di Valentinois, in Francia, di cui era
insignito. Con l’appoggio del padre si impadronì della Romagna e del ducato di Urbino, mirando a
costruire uno Stato personale nell’Italia centrale, con la conquista anche della Toscana. La morte del
papa però fece crollare tutta la sua costruzione; imprigionato dai suoi nemici, riuscì a liberarsi e morì
pochi anni dopo in battaglia (1507).
Per un periodo breve ma intenso, egli riuscì a trattenere il suo stato mediante alcune qualità
come la furbizia (grazie alla quale si riconciliò con gli Orsini, famiglia ostile al papa insieme a
quella dei Colonna) e disumanità (dopo aver conquistato la Romagna, fino a quel momento
dominata da signori incapaci, ritenne di doverle dare un buon governo; lo affidò a Ramiro de
Lorqua, uomo crudele e dai metodi sbrigativi, ritenendo poi che un autorità del genere
potesse diventare odiosa suscitando malcontento e rivolte il duca decise di porre al governo
una magistratura civile. Sapendo che le manifestazioni del governo di durezza passato
avevano fatto nascere un certo odio verso di lui, per riconquistarsi la fiducia dei sudditi e
fargli capire che tutta quella crudeltà non era dovuta da lui fece mettere il corpo di Ramiro
sulla piazza tagliato in due, scenario che rese soddisfatti ma anche stupiti i suoi sudditi).
Machiavelli ci dice che se Il Valentino non avesse perso il padre precocemente e se non si
fosse ammalato sarebbe riuscito a mantenere il suo potere; rispetto a questa sua
osservazione lo propone come modello da imitare poichè ritenne che gli unici fattori che si
opposero al suo progetto furono la morte del padre e l’essersi ammalato. (“Chi adunque
iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de’ nimici, guadagnarsi delli amici,
vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, sequire e reverire da’
soldati, spegnere quelli che ti possano o debbano offendere, innovare con nuovi modi gli
ordini antiqui, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele,
creare della nuova, mantenere le amicizie de’ re e de’ principi, in modo che ti abbino o a
beneficare con grazia, o a offendere con rispetto, non può trovare più freschi esempli, che le
azioni di costui”). [figura del Borgia idealizzata]
L’unica cosa per cui ritiene possa essere criticato è l’elezione di Giulio II al pontificato poichè
pur non potendo far papa chi voleva lui poteva almeno impedire che qualcuno diventasse
papa e non doveva permettere in nessun modo che fossero candidati al papato quei
cardinali a cui egli avesse fatto del male; infatti Giulio II, non dimenticò i vecchi motivi di
inimicizia, decise quindi di togliere al Valentino il governo della Romagna e di arrestarlo.
[errore del Borgia può essere di esempio per gli altri principati nuovi]
A partire dal capitolo XV del trattato de "Il Principe" si affronta una svolta fondamentale. Il
capitolo, infatti, vede l'inizio della parte più scandalosa e controversa dell'intera opera, in
quanto si espongono le modalità di comportamento che il principe deve adottare se vuole
conservare lo stato e il potere.
Machiavelli prende posizione contro la tradizione degli "specula principis" e introduce la
distinzione tra verità intelletuale e immaginazione di essa. Lo scrittore dichiara di volersi
distaccare dal modo di ragionare degli altri sulle virtù e i vizi del principe, nell'intento di
scrivere una cosa utile e che abbia possibilità di realizzazione pratica. (“Ma sendo l’intento
mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità
effettuale della cosa che alla imaginazione di essa”).
Machiavelli non intende tracciare l’immagine di uno Stato ideale (come per esempio fa
Platone), ma vuole esaminare come si fa realmente politica in un mondo in cui gli *uomini
sono “non buoni”.
La svolta si deve alla scoperta di Machiavelli nel 1494, anno di sconvolgimenti politici in
Italia, che le virtù umanistiche del monarca non bastano a dominare la Storia (in questo
breve passo troviamo la fondazione della scienza politica moderna, distinguendo il campo
politico dalla morale). Occorre al principe, per mantenere il potere, saper essere buono o
non buono secondo la necessità, cioè secondo lo specifico caso concreto. Quindi a partire
dal capitolo XV e nei successivi si analizzano i vizi e le virtù opposti riguardanti il sovrano.
Due sono i fattori fondamentali: le condizioni umane che non consentono di osservare
sempre la morale quando bisogna salvare lo stato, e una differenza di prospettive per cui ciò
che è buona moralmente può essere dannoso politicamente e viceversa.
Machiavelli non giudica mai l'azione immorale superiore a quella morale. Egli è consapevole
del conflitto tra piano morale e piano politico, ma nessuno dei due è superiore all'altro,
mantenendo quindi sempre la loro drammatica conflittualità. Machiavelli conclude che se è
possibile bisogna evitare il male, ma se il male è inevitabile bisogna fare attenzione a non
incorrere nell'odio dei sudditi.
Nel capitolo XVIII Machiavelli, ricorrendo ancora al gioco del nondimanco, introduce la
famosa distinzione, mutuata da Cicerone dal suo trattato "De Officiis", tra il combattere
proprio dell'uomo, con la legge e la parola, e quello delle bestie. All'interno di questa l'autore
evidenzia un'ulteriore distinzione tra modo di combattere secondo la volpe e secondo il
leone. Immagine significativa che denota la condotta politica del principe. Il principe deve
sapere tener conto a seconda delle circostanze anche di ciò che è bestiale e sapere se usare le
astuzie della volpe o la forza del leone; La principale virtù del politico è la duttilità, il sapersi
adattare ad ogni situazione (“bisogna che egli abbi uno animo disposto a volgersi secondo
ch’è venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano e, come di sopra dissi, non
partirsi dal bene potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato”).
Il principe quindi non deve "osservare la fede", se questa gli ritorna contro. Questo precetto
non sarebbe valido se tutti gli uomini fossero buoni. Tuttavia il principe non è sempre
giustificato nella sua condotta politica. Il principe deve inoltre essere in grado anche di
dominare e controllare le apparenze, poichè a queste "bada il volgo"; deve saper dissimulare
la malvagità e simulare la virtù. Nel mondo politico non è necessario avere queste qualità,
basta fingere di averle, anzi averle realmente potrebbe risultare dannoso; ciò è possibile
perchè gli uomini sono sciocchi e giudicano dalle apparenze (“E li uomini in universali
iudicano più alli occhi che alle mani”). Centrale è il popolo nella tutela del principe. La
morale non trova spazio nell'azione politica, ma la politica non è superiore.
A fondamento di questa tesi c’è il pensiero pessimistico di Machiavelli per cui gli *uomini
sono naturalmente malvagi ed è questa loro malvagità che porta alla necessità di dover usare
la “bestia”.
*Machiavelli definisce gli uomini come naturalmente malvagi, l’unico interesse che hanno è quello
materiale ed egoistico essi non possiedono sentimenti disinteressati e nobili.
Machiavelli collegandosi poi al mondo della politica ci dice che l’uomo politico deve agire e prendere
decisioni nel mondo reale e proprio perché gli uomini nella realtà non sono buoni, non può
comportarsi da buono in ogni occasione anzi, essendo le leggi della convivenza umana spietate, deve
saper essere “non buono” quando le esigenze dello Stato lo richiedono (Machiavelli sottolinea però
che comportamenti immorali e crudeli sono adottabili solo dal politico per il bene dello Stato). Data
questa sua natura l’uomo politico è definito “centauro” (mezzo uomo e mezza bestia).
Nel capitolo XXV viene affrontato il tema filosofico del rapporto tra fortuna e virtù.
Ricordiamo che Machiavelli intende per “fortuna” non la buona sorte, ma il desiderio, il caso,
l’occasione offerta dalla circostanza, e per “virtù” non la bontà o la moralità del principe,
bensì la sua capacità politica. Machiavelli sostiene che dalla fortuna dipende la metà delle
azioni umane; dalla virtù, cioè dalle capacità dell’uomo, l’altra metà.
L'autore paragona l'azione della fortuna a un fiume in piena, che quando esonda devasta le
coltivazioni circostanti, ma la cui azione distruttiva può essere mitigata con la costruzione di
argini e canali (fuor di metafora, nel caso dell'Italia del tempo tali argini dovevano essere le
milizie cittadine). Machiavelli esprime una visione moderna e pienamente "umanistica" della
fortuna, descritta appunto come espressione della pura casualità, e mostra tutta la sua
distanza dalla cultura medievale che considerava invece la fortuna come intelligenza
angelica, "ministra" del volere divino ed esecutrice della sua giustizia, quindi come qualcosa
cui l'uomo non poteva assolutamente opporsi (tale visione rientra pienamente nella mentalità
di Dante). È ovvio che la riflessione di Machiavelli sulle cause del declino politico-militare
degli Stati italiani prende spunto dalle guerre che eserciti stranieri combattevano nel nostro
Paese a partire dal 1494 e anticipa in parte l'appello ai Medici del cap. seguente, quando li
inviterà a prendere le armi per scacciare i "barbari" dall'Italia.
La *principale "virtù" che il principe saggio deve usare contro l'azione della fortuna è
soprattutto il sapersi adattare alle diverse circostanze, mutando la propria linea di condotta a
seconda di ciò che la situazione richiede (concetto che già troviamo nel cap. XVIII dove
Machiavelli parlava della necessità di unare la “golpe” o il “lione”) e diventando "respettivo"
(=*’prudenza) oppure "impetuoso"(=audacia), in base al bisogno: Machiavelli riconosce che
questa capacità è molto rara, poiché non c'è cosa più difficile per un uomo politico di
cambiare modo di fare e forzare la propria indole, eppure secondo la sua riflessione ciò è
indispensabile per ottenere buoni successi in campo politico-militare (l'esempio di papa
Giulio II argomenta proprio questo assunto, poiché egli ebbe sempre successo nella sua
azione politica ma non avrebbe saputo cambiare modo di agire). Tale concezione della
fortuna verrà in parte criticata da Guicciardini, secondo il quale essa domina largamente le
vicende umane ed è illusorio pensare di poterla piegare al proprio volere. (“Credo ancora
similmente che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’
tempi, e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordono e tempi”)
L'esempio di papa Giulio II della Rovere è già stato prodotto da Machiavelli in altri capitoli del
trattato, anzitutto nel cap. VI in cui è indicato quale principale artefice della rovina politica del
Valentino e poi nel XI, dove viene descritto come un pontefice capace di accrescere la
potenza dello Stato della Chiesa con conquiste militari, di cui si parla anche in questo passo:
l'autore allude all'impresa di Bologna, in seguito alla quale il papa, con l'aiuto del re di
Francia Luigi XII e nonostante l'opposizione di Venezia, riuscì a impossessarsi della città
scacciando dal governo Giovanni Bentivoglio, che ne era il signore (1506). Giulio II è qui
indicato come uomo politico "impetuoso", che sempre agì in modo impulsivo e sempre
ottenne i successi sperati, mentre se avesse dovuto mutare linea di condotta si sarebbe
trovato a mal partito, cosa che non avvenne perché morì al massimo della sua potenza. Sia
lui sia Alessandro VI Borgia vengono presentati da Machiavelli come esempi di principi a
tutti gli effetti, in quanto i papi erano nel Cinquecento i sovrani a capo dello Stato della
Chiesa e del tutto assimilabili agli altri regnanti laici.
Nel finale del capitolo Machiavelli afferma che, in ogni caso, per un uomo politico o un
condottiero è meglio agire in modo impulsivo che troppo cauto e ciò perché la fortuna "è
donna" e per dominarla è necessario "batterla e urtarla", mentre in quanto donna sarebbe
più portata ad apprezzare gli uomini giovani che con più audacia la comandano: emerge in
queste parole un lato misogino del pensiero di Machiavelli, che è evidente anche nella
Mandragola, specie nella descrizione di Sostrata quale donna senza scrupoli che spinge la
figlia Lucrezia a compiacere i disegni del marito. Secondo alcuni studiosi, inoltre, la figura di
Lucrezia protagonista della commedia rimanderebbe proprio al principe, in quanto la donna
è abile a cogliere l'occasione propizia per adempiere i propri desideri e architetta lo
stratagemma che consentirà a Callimaco di continuare ad essere il suo amante, quindi
sarebbe lei stessa in grado di dominare la fortuna.
(“Io iudico questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è
donna: ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla.”)
*concezione pienamente rinascimentale, si ha fiducia nell’uomo “artefice della propria fortuna”; nella
seconda parte del capitolo questa fiducia nella “virtù” umana subisce un'attenuazione poichè
Machiavelli sottolinea come la natura umana sia incline alla rigidezza e di come non sappiano
adattarsi alle circostanze la maggior parte delle volte.
*’saper prevedere le cose in anticipo; essenziale per il pensiero di Machiavelli che non aspira alla
perfezione ma a dare consigli concreti.
Composto probabilmente nel 1516 come la lettera dedicatoria a Lorenzo de' Medici, il capitolo
XXVI, capitolo conclusivo del trattato è una appassionata e retorica esortazione ai signori di
Firenze perché si mettano alla testa di un moto di riscossa nazionale e guidino una sorta di
ribellione armata *contro gli eserciti stranieri che percorrono l'Italia e ne causano, secondo la
visione dell'autore, la decadenza politica e militare, azione per cui egli vede un momento
straordinariamente propizio. Il testo ha un tono vibrante e privo del carattere analitico dei passi
precedenti, con un largo uso di immagini bibliche e religiose (a cominciare dal paragone tra la
situazione italiana e quella dei popoli ebraico, persiano e ateniese che trovarono in Mosè, Ciro e
Teseo i loro condottieri e salvatori) e assumendo a tratti un tono profetico, che individua appunto
nella "casa" medicea la famiglia in grado di guidare gli italiani contro gli stranieri visti come
"barbari" e responsabili delle "piaghe" che affliggono il Paese, bisognoso di cure come un malato
in fase avanzata. L'egemonia degli Stati stranieri in Italia agli inizi del Cinquecento viene definita
un "barbaro dominio" che "puzza" a tutti gli abitanti della Penisola, con un implicito paragone tra
l'Italia "schiava" del XVI sec. e quella del periodo romano che imponeva la sua supremazia su
tutto il mondo, tema derivato in parte da Dante e in parte dalla canzone 128 di Petrarca ai signori
italiani, da cui Machiavelli trae alcuni versi posti come conclusione del capitolo e dell'opera.
A differenza dei passi precedenti del trattato, il capitolo finale presenta uno stile retorico e
particolarmente enfatico che si rifà in parte al genere della exhortatio e ricorre spesso alla
ripetizione, come nella descrizione dell'Italia in decadenza ("più stiava che gli Ebrei, più serva
ch’e’ Persi, più dispersa che gli Ateniesi"), oppure fa uso di immagini bibliche per profetizzare
l'imminenza dell'azione auspicata ("el mare si è aperto; una nube vi ha scorto el cammino; la
pietra ha versato acqua; qui è piovuto la manna"), mentre nella parte finale del brano compaiono
domande retoriche per spronare i Medici ad intervenire e ad essere sicuri dell'appoggio degli
italiani ("Quali porte se gli serrerebbano? quali populi gli negherebbano la obedienzia? quale
invidia se gli opporrebbe? quale Italiano gli negherebbe l’ossequio?"). L'Italia viene poi
paragonata a un corpo malato e pieno di "piaghe" ormai da lungo tempo "infistolite"
(incancrenite), per cui ha bisogno di un condottiero che risani le sue ferite e la rianimi essendo
"rimasa... sanza vita", con un'immagine di grande efficacia visiva e conforme all'uso antico di
personificare città e nazioni nelle trattazioni letterarie (italia devastata personificata).
La visione espressa dall'autore in questa pagina appare poco realistica (elabora una confortante
utopia, lasciandosi travolgere dal suo fervore passionale e va a profetizzare la venuta di un
“principe nuovo” che liberi l’italia dai “barbari”), poiché Machiavelli deplora la frammentazione
politica dell'Italia in Stati regionali individuando in essa la ragione della sua debolezza (ciò ha
aperto la strada agli eserciti stranieri per la conquista della Penisola) e si illude che i signori di
Firenze abbiano la forza politica e militare per scacciare Svizzeri e Spagnoli dal suolo nazionale,
come del resto afferma nella parte centrale del capitolo (qui non riportata) in cui esorta i Medici a
dotarsi di armi proprie (“è necessario innanzi a tutte le altre cose, come vero fondamento d’ogni
impresa, provvedersi d’arme proprie”) e confida nella loro capacità di guidare queste milizie
cittadine nel migliore dei modi contro le truppe straniere. L'autore anticipa argomentazioni che
esporrà anche nei dialoghi Dell'arte della guerra, in cui pure sottovaluta la potenza delle
artiglierie e mostra una conoscenza limitata e libresca della materia militare, mentre è indubbio
che il capitolo finale del Principe risenta di un intento celebrativo verso la famiglia medicea da cui
Machiavelli sperava di essere richiamato alla politica attiva, per riguadagnare la posizione di
rilievo che aveva ricoperto quand'era al servizio della Repubblica.
*teoria dell’occasione: proprio la condizione disperata dell’italia, schiava degli eserciti stranieri,
costituisce l’occasione migliore perché un principe nuovo prenda l’iniziativa del riscatto.
La lettera a Francesco Vettori del 10 Dicembre 1513 rappresenta una delle epistole più
celebri di Niccolò Machiavelli,nella quale è presente la risposta alla lettera del 23 Novembre
dello stesso anno di Francesco Vettori (ambasciatore della Repubblica fiorentina presso la
corte pontificia di papa Leone X), all'interno della quale descrive la sua giornata tipo
caratterizzata da momenti di svago ed occupazioni.
La risposta di Machiavelli appare ironica poiché bandito da Firenze, risiede ora in campagna
(presso San Casciano),occupando la sua giornata con frequentazioni di basso livello sociale
ed attività vili;nonostante ciò la sera Machiavelli per 4 ore può dedicarsi alla lettura dei
classici per "rigenerarsi". Machiavelli, inoltre, comunica a Francesco Vettori di aver
composto un'opera sulla natura del tipo di governo ideale riconosciuto in quello principesco.
Nell'introduzione Machiavelli si chiede del perché per molto tempo Machiavelli e Francesco
non si fossero scritti: l'unica ragione che ritiene valida è quella di non essere stato un buon
custode dei segreti di Francesco (il gonfaloniere aveva espresso giudizi negativi riguardo
particolari comportamenti del papa). Nella seconda parte Machiavelli spiega all'amico la
propria situazione di vita: prima dell'Avvento dell'inverno vendeva legna per poter
guadagnarsi da vivere, inoltre spiega di dedicarsi anche alla caccia; nonostante ciò questa
attività non rappresenta una fonte di guadagno poiché viene spesso truffato.
Con l'arrivo dell'inverno Machiavelli si reca ogni giorno al bosco per cacciare, dove si dedica
anche alla lettura di testi non impegnati come Dante o Petrarca (sono definiti non impegnati
poiché parlano di amore e non di politica). Dopodiché si reca in osteria dove parla con gli
abitanti del luogo riguardo le vicende di attualità; a pranzo mangia con i suoi amici "cibi
poveri" a causa della sua condizione sociale non agiata. Finito il pranzo ritorna in osteria
dove gioca con un mugnaio, un macellaio e due fornaciai, con i quali nascono molte
discussioni a causa del poco denaro messo in ballo.
La sera però, Machiavelli si "spoglia" di questi vestiti rozzi per dedicarsi alla lettura dei
classici per 4 ore durante le quali domanda e parla con gli autori attraverso la lettura e perciò
sente di non temere più nulla, neanche la morte. Machiavelli inoltre, spiega all'amico di aver
composto i primi 11 capitoli del "De principatibus" che sarà dedicato a Giuliano dei Medici;
confessa anche di avere ragionato con Filippo Soderini (gonfaloniere di Firenze) se spedirlo
o portarlo di persona poiché un certo Ardinghelli, nemico di Machiavelli, potrebbe dichiarare
il De principatibus una sua opera.
Nelle ultime righe della lettera Machiavelli esplicita il proprio desiderio di poter essere ripreso
dalla famiglia dei Medici anche solo per "rotolare le pietre" perché non può continuare a
sopportare tale condizione sociale; infine sostiene di avere molta esperienza dalla sua parte
e di non avere mai osato tradire in 43 anni la propria Firenze.
ANALISI
All’inizio emerge il pessimismo disincantato e amaro sulla natura umana; in secondo luogo
compare la fortuna rispetto alla quale Machiavelli dice di dover assumere un contegno cauto
e remissivo, contrariamente a ciò che dice del Principe in cui raccomanda un atteggiamento
combattivo nei confronti di essa. Compare poi il concetto di “occasione” offerta dalla fortuna
che la virtù umana deve saper cogliere (si dà fiducia nell’uomo che può sfruttare i margini
della fortuna). Emerge infine l’idea per cui i comportamenti vanno adeguati alla varietà delle
circostanze: il comportamento più adatto non è prenderla di petto ma aspettare l’occasione
più propizia e agire.
La lettura dei classici gli permette di riscattarsi; il modo in cui si approccia a essi è
pienamente umanistico vedendo negli antichi esempi supremi (principio di imitazione).
La lettera dedicatoria fu scritta con ogni probabilità nel 1516, dopo la morte di Giuliano de'
Medici (cui Machiavelli pensava inizialmente di dedicare il Principe, secondo quanto
dichiarato nella lettera al Vettori) ed è indirizzata all'esponente più autorevole della Signoria
di Firenze, dal quale lo scrittore si attendeva un riconoscimento politico: il testo risponde
anzitutto a un intento celebrativo, proprio come la composizione del trattato col quale l'autore
sperava di accreditarsi presso i Medici e ottenere un nuovo incarico pubblico, dopo il bando
cui era stato costretto nel 1513 in seguito al suo presunto coinvolgimento nella congiura di P.
P. Boscoli. Machiavelli presenta il Principe come un dono al signore di Firenze e si scusa
dell'apparente modestia della sua offerta, giustificandosi col dire che la sua esperienza delle
cose politiche, accumulata sia con la lettura di libri antichi sia con il servizio alla Repubblica,
ha per lui un valore inestimabile e rappresenta quanto di più prezioso possa donare a
Lorenzo, frutto anche di "disagi e periculi" (l'autore sottolinea i grandi sacrifici compiuti negli
anni precedenti, sia pure lavorando per un altro regime politico). La lettera rappresenta una
continuazione ideale di quella a F. Vettori del 10 dic. 1513, in cui Machiavelli diceva di avere
composto il Principe proprio per dimostrare ai Medici la sua abilità nell'arte politica e
rivendicava con un certo orgoglio che i quindici anni al servizio dello Stato non li aveva "né
dormiti né giuocati", lamentando inoltre le difficili condizioni economiche in cui versava come
qui, nella dedicatoria, dichiara di sopportare "una grande e continua malignità di fortuna".
L'autore dichiara in modo quasi programmatico di non aver badato molto alla forma nello
scrivere il trattato e di non aver ornato l'opera con "clausule ample" (l'allusione è al cursus
della prosa latina più colta, in cui i periodi dovevano terminare con "clausole" retoricamente
elaborate), né di averla abbellita con orpelli retorici, essendo il contenuto di gran lunga più
importante della sua veste letteraria; il Principe viene concepito da Machiavelli come il sunto
di tutta la sua esperienza politica e dovrà essere una sorta di "manuale" in cui egli fornisce al
sovrano regole e consigli sul modo di mantenere il proprio Stato, per cui la scelta linguistica
ricade sul volgare fiorentino del Cinquecento e lo stile è chiaro e immediato, lontano dalla
"canonizzazione" che Bembo e altri letterati del secolo stavano imponendo alle opere
letterarie più colte. Machiavelli giustifica l'apparente immodestia di rivolgersi, lui borghese e
non nobile, a signori come i Medici di Firenze e idealmente a tutti i sovrani d'Italia per dare
precetti sull'arte di governo, dal momento che è necessario essere "populare" per conoscere
la natura dei principi e, viceversa, occorre essere al potere per conoscere la natura dei
popoli, proprio come i geometri si pongono in basso per descrivere le montagne e sulle vette
per delineare i territori pianeggianti. Quella dell'autore è una excusatio propter infirmitatem,
dal momento che egli riteneva di essere perfettamente in grado di fornire precetti politici e si
accredita qui, come in tutto il trattato, quale consigliere del principe e maestro nell'arte di
governo.