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Luigi Pirandello

Sommario
BIOGRAFIA .................................................................................................................................................... 2
POETICA........................................................................................................................................................ 3
L’UMORISMO ............................................................................................................................................... 4
IL FU MATTIA PASCAL ................................................................................................................................... 4
UNO, NESSUNO E CENTOMILA ..................................................................................................................... 5
BIOGRAFIA
Nasce a Girgenti (Agrigento) nel 1867, compie studi classici, si laurea a Bonn e diventa professore
universitario. Nel 1894 sposa Antonietta Portulano con cui ebbe 3 figli. Nel 1903, un tracollo finanziario
genera in famiglia una crisi profonda, non soltanto economica. La moglie, infatti, inizia a soffrire di disturbi
psichici e verrà curata in casa per 15 anni prima di essere affidata ad una casa di cura. Pirandello
naturalmente soffrì per questa situazione, a tal punto da meditare il suicidio. Non lo fece, anzi, decise di
“rinascere” affrontando la vita e accettando la realtà per quello che è: un flusso continuo, un cambiamento,
una trasformazione inarrestabile che non può essere spiegata in maniera razionale ne' comunicata con le
parole. In linea con la sua rinascita e dopo essersi avvicinato a Freud e alla psicologia, Pirandello lascia
l'università e si mette a girare l'Europa con una compagnia teatrale da lui fondata. Nel 1934 gli viene
riconosciuto il premio Nobel per la letteratura. Muore a Roma nel 1936.

LE POESIE E LE NOVELLE
Pirandello compone poesie per quasi trenta anni, dal 1883 al 1912. L’esercizio poetico per lui è dunque
importante e lo accompagna lungo la sua attività. Egli però rifiuta le soluzioni delle correnti poetiche
contemporanee, il Simbolismo, il Futurismo, l’Espressionismo, e conserva codici letterari, i moduli
espressivi, le forme metriche tradizionali.
All’interno della sua raccolta è possibile distinguere novelle collocate in una Sicilia contadina, in ambienti di
piccolo borghese.
Le novelle siciliane rivelano di appartenere ad una dimensione diversa e inconciliabile; non vi si riscontra
l’attenzione ai dati documentari, né l’indagine “scientifica” sui meccanismo della società.
Pirandello diverge dal Verismo in due direzioni: da un lato riscopre il sostrato folklorico della terra siciliana,
fondando il racconto su immagini come quelle della Terra Madre o della Luna; dall’altro le figure del mondo
contadino sono deformate sino al paradosso, che le trasforma in immagini bizzarre, stravolte.
Sua una linea affine si collocano anche le novelle “romane”. Esse rappresentano un campionario del ceto
del piccolo borghese, e rappresentano la sua condizione meschina, frustrata.
Queste figure dolenti non sono che la metafora di una condizione assoluta: ossia il solidificarsi del
movimento vitale in “forme” che lo irrigidiscono. La “trappola” di questi prigionieri è costituita da una
famiglia oppressiva e soffocante. In ogni caso, l’analisi di Pirandello si concentra sulle convenzioni sociali
che impongono all’uomo maschere fittizie e ruoli fissi.
Naturalmente per i prigionieri non c’è una vera via d’uscita: la loro insofferenza può esplodere in gesti
inaspettati e follie, come quelli di Bellica in Il treno ha fischiato, o nella fuga dalla metropoli verso l’altrove
di una campagna edenica, o ancora in una estraniazione totale dalla vita.
Nel tratteggiare queste caratteristiche, si può dedurre come Pirandello metta in opera il suo tipico
atteggiamento “umoristico”; egli carica fino al paradosso i gesti e i movimenti, trasformando le figure
umane in marionette.
Da questo meccanismo assurdo ne deriva il riso, ma è un riso che è accompagnato dalla pietà dolente per
un’umanità avvilita per la “pena di vivere così”.
Allo stesso tempo emerge il fondo ignorato della psiche, gli impulsi più torbidi e inconfessabili, la violenza,
la crudeltà. Pirandello distrugge l’idea stessa di personalità coerente quando carica espressionisticamente
la maschera che ognuno porta sul volto, rivelando le persone che si annidano nell’individuo che possono
fuoriuscire all’improvviso.
POETICA
Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica: infatti, secondo questa idea,
la realtà tutta è “vita”, “perpetuo movimento vitale”, inteso come flusso continuo. Tutto ciò che si stacca
dal flusso, per Pirandello, assumendo forma distinta e individuale, si irrigidisce e comincia a morire. Noi
siamo parte indistinta dell’eterno fluire della vita, ma tendiamo ad assumere forme individuali; non solo noi
stessi ci diamo una “forma”, ma anche gli altri, vedendoci ciascuno dalla sua prospettiva ci danno
determinate forme. Pertanto noi crediamo di essere “uno”, mentre siamo tanti individui diversi.
Ad esempio, un individuo può crearsi di se stesso un’immagine gratificante dell’onesto lavoratore, mentre
gli altri magari lo fissano come uomo senza scrupoli. Quindi ciascuna di queste forme è una maschera che
noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale; sotto questa maschera, però, c’è un fluire
continuo di stati e di personalità distinte.

Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet, e lui era convinto che in un uomo ci
fossero più persone, sconosciute anche a lui stesso.
Questa frantumazione dell’io è un dato molto importante poiché nel novecento entrano in crisi l’idea di
una realtà oggettiva, organica, definita, e il soggetto forte, coerente. L’io si disgrega, si smarrisce, e questa
crisi dell’idea di identità risente delle mutazioni in atto nella realtà contemporanea.
In questo periodo, l’instaurarsi del capitale monopolistico si afferma; infatti, l’evoluzione dell’industria e
l’uso delle macchine meccanizzano l’esistenza dell’uomo riducendolo a rotella di un gigantesco
meccanismo, permettono la creazione di apparati democratici, il formarsi di grandi metropoli, ecc.
L’idea classica dell’individuo creatore del proprio destino ora tramonta: l’individuo infatti non conta più, si
indebolisce, e diventa nessuno.
L’avvertire di non essere “nessuno” provoca nell’uomo un senso di angoscia e orrore, generando un senso
di solitudine. Pertanto l’uomo “si vede vivere”, si esamina dall’esterno, imponendo una sua maschera, una
sua parte. Tutte queste forme sembrano vere e proprie trappole, come un carcere, e in questo contesto
Pirandello pensa che la società fosse come un’enorme “pupazzata”, una costruzione fittizia che impoverisce
l’uomo.
Possiamo quindi dedurre che alla base di tutta l’opera pirandelliana vi è il rifiuto della vita sociale e dei ruoli
che essa impone; egli infatti in fondo è un anarchico, un ribelle insofferente dei legami della società.
Il campione di società su cui l’opera di Pirandello si esercita è la compagine sociale dell’Italia giolittiana, e in
particolare, nelle novelle e nei romanzi, la critica di Pirandello fa riferimento principalmente alle condizioni
del piccolo borghese e al carattere opprimente dell’ambiente familiare, che si caratterizza per gli odi, i
rancori, le ipocrisie. Un’altra trappola è quella economica, costituita dalla condizione sociale e dal lavoro;
per Pirandello non c’è via di uscita e il suo pessimismo è totale. Per lui la società che è “condannabile” e
non modificabile, e trova l’unica via di salvezza nella fuga nell’irrazionale: come per l’impiegato Bellica di Il
treno ha fischiato, che sogna paesi lontani e solo grazie a questa evasione può sopportare l’oppressione del
suo lavoro e della famiglia. Un'altra via di salvezza è la follia, che fa esplodere convenzioni e rituali.
Per Pirandello, quindi, l’eroe è il “forestiere della vita”, cioè colui che ha capita il gioco della vita, ha
compreso il meccanismo sociale e si esclude dalla vita, si isola, guardando vivere gli altri dall’esterno.
Questa idea è definita “filosofia del lontano”: essa consiste nel contemplare la realtà come da un’infinita
distanza, in maniera tale da vedere in una prospettiva straniata tutto quello che l’abitudine ci fa
considerare “normale”. Proprio in questa figura si proietta la condizione di Pirandello come intellettuale,
che rifiuta il ruolo politico attivo e nel suo pessimismo radicale si riserva solo un ruolo contemplativo.
L’UMORISMO
Uno dei saggi più importanti di Pirandello è L’umorismo, che risale al 1908; in esso si possono scorgere la
concezione dell’arte e la poetica del poeta.
Il volume si compone di una parte storica, in cui l’autore esamina le varie fasi dell’arte umoristica, e di una
parte teorica, in cui viene definito il concetto di umorismo.
Secondo Pirandello, l’opera d’arte nasce dal libero movimento della vita interiore; la riflessione, infatti,
resta invisibile.
Nell’opera umoristica, invece, la riflessione non si nasconde, ma si pone dinanzi ad esso come un giudice,
analizzandolo e componendolo. Da qui nasce il “sentimento del contrario”; esempio: se vedo una vecchia
signora con i capelli tinti e tutta imbellettata, avverto che è il contrario di ciò che una vecchia signora
dovrebbe essere. Questo avvertimento del contrario, quindi, è comico. Se però interviene la riflessione, e
suggerisce che quella signora soffre nel conciarsi il quel modo, ma lo fa solo per trattenersi l’amore del
marito più giovane, non c’è più comicità ma si passa all’atteggiamento umoristico.
La riflessione quindi coglie il carattere molteplice e contraddittorio della realtà, permettendo di vederla da
diverse prospettive. Si coglie il ridicolo di una persona, ne individua anche l’umana sofferenza.
Le opere e le novelle di Pirandello sono tutti testi “umoristici”, in cui il tragico e comico, il riso e la serietà
sono mescolati, da cui emerge il senso di un mondo frantumato, polivalente, al limite dell’assurdo.

IL FU MATTIA PASCAL
Il romanzo “Il fu Mattia Pascal” fu pubblicato nel 1904 a puntate sulla
rivista “La Nuova Antologia”.
E’ la storia di un piccolo borghese, imprigionato nella trappola di una
famiglia insopportabile e di misera condizione sociale, che si trova
improvvisamente libero e padrone di sé: diventa autosufficiente
economicamente grazie ad una notevole vincita a Montecarlo, e
apprende di essere ufficialmente morto perché la moglie e la suocera lo
riconoscono nel cadavere di un annegato.
Mattia Pascal, però, invece di approfittarsi di questa situazione, cerca di
costruirsi una nuova identità, mantenendosi fedele all’attaccamento
della vita sociale, alla trappola familiare, e pertanto soffre perché la
società lo esclude. Ritorna pertanto in famiglia, dove però scopre che la
moglie si è risposata e ha avuto anche una figlia con un altro. In seguito
a ciò, decide di adattarsi alla sua condizione di <<forestiere della vita>>,
contemplando gli altri dall’esterno, consapevole di non essere più
nessuno.
Le novità interessano principalmente l’impianto narrativo: non troviamo più infatti la narrazione in terza
persona da parte del narratore esterno, ma il romanzo è raccontato dal protagonista stesso in forma
retrospettiva; infatti Mattia Pascal, alla fine della sua esperienza, affida la sua esperienza ad un memoriale.
Per di più, il racconto è incentrato sull’io narrato, quindi sul personaggio mentre vive i fatti, e non sull’io
narratore.
Pertanto, possiamo affermare che prevale un punto di vista piuttosto soggettivo, subordinato quindi a
mutamenti e a fatti non attendibili e non affidabili.
UNO, NESSUNO E CENTOMILA
Il romanzo “Uno, nessuno e centomila” si collega al “Il Fu
Mattia Pascal”, e riprende il tema della crisi dell’identità
individuale.
Il protagonista è Vitangelo Mostarda; egli scopre che gli altri
si sono fatti una immagine diversa da quella che egli stesso
si era creato di se stesso, pertanto scopre di non essere
<uno>, ma di essere <centomila>.
Questa presa di coscienza determina in lui una crisi
sconvolgente. Egli, infatti, ha orrore delle forme in cui gli
altri lo chiudono, e quindi teme la solitudine. Decide quindi
di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, e
cerca di esser <uno per tutti>. Si fa ferire gravemente da
un’amica della moglie, colta da un raptus inspiegabile di
follia, e, decide di fondare un ospizio di poveri dove egli
stesso vi si fa ricoverare.
Mentre guarisce, trova una sorta di guarigione dalle sue
ossessioni, rinunciando ad ogni identità e abbandonandosi
al puro fluire della vita, estraniandosi dal mondo.
Inoltre, egli trasforma la mancanza di identità in liberazione
completa della vita. Si possono quindi notare quei segni di
irrazionalismo misticheggiante che caratterizza l’ultima stagione di Pirandello.
La narrazione è retrospettiva da parte del protagonista e la voce narrante si abbandona ad un argomentare
e riflettere che dissolve la narrazione dei fatti. Infatti per una metà del libro non vi è racconto, ma solo
l’arrovellarsi del protagonista; il discorso chiama anche in causa l’interlocutore immaginario, che viene
successivamente anche introdotto nella vicenda come se fosse un personaggio in carne ed ossa.
Solo nella seconda parte del libro comincia ad apparire l’intreccio del racconto, anche se l’organicità dello
stesso racconto salta.

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