Collegamenti Progresso
Collegamenti Progresso
Libertà
Italiano – Montale, sogno di un prigioniero
Storia – i totalitarismi e la privazione di libertà
Filosofia – Nietzsche e la libertà dai vincoli imposti
Latino – Seneca
Greco – Sofocle: Antigone, e la libertà di esercitare i propri diritti/ Euripide: Medea, prigioniera di una
cultura non propria
Inglese – The Victorian age, the Bronte sisters
Scienze – I terremoti che liberano energia da sottoterra.
Fisica – ???????????
Storia dell’arte – Frida Kahlo “prigioniera” in terra straniera
Partendo da Italiano possiamo parlare di Giovanni Verga, nato il 2 settembra 1840 a catania, e della sua
prefazione al romanzo “i Malavoglia”. Giovanni Verga fu lo scrittore, insieme a Luigi Capuana, incontrato
durante il periodo fiorentino, simbolo del verismo, e riuscì in mia opinione a rappresentare in maniera
veritiera il progresso dell’umanità, tema a lui molto caro, parlandone direttamente nella prefazione del suo
romanzo più famoso, i Malavoglia. Prima di parlare di ciò, tuttavia, ritengo sia necessario spiegare le
ideologie chiave del verismo. Il verismo nasce quasi in contemporanea al naturalismo francese, con il quale
condivide molti punti. La credenza alla base di entrambe queste correnti è l’oggettività più assoluta,
“l’impersonalità”, nel raccontare realtà realmente esistenti ai margini della società, realtà rurali e in
decadenza. Verga usa anche la tecnica della “regressione”, per la quale lo scrittore “regredisce” al livello dei
personaggi stessi dell’opera, sparendo completamente e dando l’illusione che l’opera si sia “scritta da sé”.
Altro punto da analizzare è il linguaggio, che in quegli anni era fortemente diviso e differente a seconda della
regione. Per ovviare a questo problema l’autore scrisse si le sue opere per la maggior parte in dialetto, ma
tenendosi comunque aperto a influenze dialettali, sia nelle parole che nella sintassi.
Secondo gli autori veristi e naturalisti solo descrivendo il “vero”, senza nessun intervento dell’autore, i
lettori avrebbero potuto analizzare “come un medico fa con le patologie dei suoi pazienti” le situazioni che
gli scrittori riportavano su carta, e trarre le proprie conclusioni da sé stessi. Le differenze tuttavia sono
presenti, infatti mentre Zolà ad esempio ritiene che con la critica sociale espressa si possa apportare un
cambiamento alla società, Verga al contrario si limita solamente a descrivere la situazione, non avendo
alcuna speranza nel cambiamento della stessa. “La vita è una marcia spietata che travolge i vinti”. E come la
vita, anche il progresso è tale.
Iniziando a parlare della prefazione al romanzo “I malavoglia”, incontriamo come primo tema trattato nel
testo proprio quello del progresso. L’autore parla della “fiumana del progresso”, ovvero intende il progresso
come un fiume in piena, potente e inarrestabile, ma che travolge i deboli che non riescono e resistere alle sue
rapide. Successivamente parla di come è inevitabile che nelle classi sociali più povere si venga a creare un
sentimento di rivalsa, di riscatto, un desiderio di avere di più, di stare meglio, e che questa “passione” sia sì,
più comune tra i “vinti”, ma proprio di tutte le classi sociali, ma che proprio questo sentimento del
cambiamento e della rivalsa, che ci fa uscire dalla nostra routine quotidiana, ci porti alla rovina. Nel romanzo
del quale stiamo esaminando la prefazione, infatti, tutto quanto comincia ad andare male alla famiglia
Malavoglia quando padron ‘Ntoni, cercando di migliorare la situazione economica della famiglia, investe in
un carico di lupini, uscendo dal proprio.
Tornando poi a parlare di differenze di classi sociali, l’autore elenca i romanzi del suo “ciclo dei vinti” in
ordine ascendente di descrizione delle varie classi sociali, “I Malavoglia”, sul gradino più basso, “mastro don
Gesualdo”, la storia un borghese fatto da se, ma destinato alla rovina, passando poi all’aristocrazia nella
“Duchessa de Leyra” e nell’ “Onorevole Scipioni”, arrivando infine all’ “Uomo di lusso”. Verga parla di
come con l’aumentare di classe sociale ci si allontani sempre di più dalle proprie origini, diventando sempre
meno “originali” e più “artificiali”, ma si è certamente sempre più curiosi a causa della migliore educazione,
curiosità che spinge gli uomini però ad allontanarsi ulteriormente dalle proprie origini, causandone così la
rovina.
L’autore prosegue poi con l’esporre la tesi della “regressione”, spiegando come ovviamente con il salire di
classe sociale c’è anche un’evoluzione del registro linguistico, cosa che secondo Verga deve essere
evidenziata in ogni romanzo, difatti lui sostiene che “la forma debba essere inerente al soggetto”, e non si
può far parlare degli aristocratici come parlerebbero delle povere persone di paese.
Verga prosegue poi a parlare del tema del progresso, spiegando come, secondo lui, il progresso si verifica
non nonostante, ma proprio grazie all’egoismo umano. Infatti secondo lui i vizi degli uomini, come la ricerca
della ricchezza e del potere, si trasformino in virtù se grazie all’esternazione delle stesse si può avere anche
un vantaggio personale. Perseguendo il proprio interesse si arriva quindi al beneficio per tutti gli altri uomini,
tranne alcuni, i “vinti”, che non sapendosi adattare rimangono inevitabilmente schiacciati dalla “fiumana” del
progresso.
Tuttavia ,secondo lo scrittore, “i vincitori di oggi […]saranno superati domani”, infatti il progresso non
risparmia nessuno, e, secondo la visione pessimistica dell’autore, tutti quanti prima o poi saremo travolti da
esso, in un modo o nell’altro, cosa che spiegherà nell’ultima parte della prefazione, indicando i vari metodi
nei quali i protagonisti del suo ciclo dei vinti saranno travolti e trascinati via dall’inarrestabile “fiumana”.
Parlando di positivismo mi ricollegherei ad esso anche in filosofia, più nello specifico parlando di Charles
Darwin, il padre del positivismo evoluzionistico. Prima però va spiegato cos’è il positivismo. Il positivismo è
una corrente venutasi a creare in Francia nella prima metà dell’Ottocento, corrente che basa tutta la sua
ideologia sull’esaltazione del progresso scientifico, al contrario dei prima citati verismo e naturalismo,
quest’ultimo sempre venutosi a sviluppare in Francia. Charles Darwin fu uno scienziato e biologo che si
interessò principalmente di studiare le specie animali e capire il modo e il motivo della loro evoluzione.
Fonte principale di informazioni che lo portò ad elaborare le sue tesi fu un viaggio durato 5 anni, nel quale
visitò moltissimi territori “esotici”, ad esempio le isole Galapagos, le isole Falkland ecc. In questo viaggio si
rese conto di come, pur essendo diverse, le specie autoctone di diverse isole, condividevano dei tratti.
Basandosi sul concetto di progresso ed evoluzione, Darwin sviluppò una teoria, che espresse nel suo scritto
principale, pubblicato nel 1859, “L’origine delle specie”. Teorie precedenti a Darwin, come ad esempio
quella di Lamarck, avevano già preso in considerazione la teoria evoluzionistica, ma Darwin riteneva che lo
avessero fatto in maniera incorretta. Infatti molte di esse spiegavano le particolarità fisiche e
comportamentali degli animali con il loro adattarsi all’ambiente circostante, ma ciò lasciava Darwin
perplesso, poiché egli non riteneva possibile che ad esempio il collo di una giraffa si allungasse nella breve
durata della sua vita, e se anche ciò fosse stato possibile, egli non comprendeva il modo in cui questa
particolarità sarebbe poi stata trasmessa alle generazioni successive. Partendo da questa base Darwin
comprese come l’ambiente non è ciò che causa il cambiamento, ma ciò che causa la selezione naturale.
Infatti nella teoria definitiva dell’evoluzionismo di Darwin, egli spiega come il nostro DNA ha una
piccolissima possibilità di mutare, alla nostra nascita, dandoci caratteristiche diverse da quelle dei nostri
genitori. Nel caso in cui queste caratteristiche riescano a far adattare meglio, gli animali che le possiedono,
all’ambiente circostante, essi avranno più possibilità di sopravvivere e di produrre più prole, a cui quei tratti
mutati verranno passati. I cambiamenti ovviamente avverranno in maniera molto lenta, ma con il passare dei
millenni è appunto possibile per una giraffa di avere un collo lungo che le faccia raggiungere le foglie degli
alberi, principale fonte di sostentamento vegetale nell’ambiente in cui vivono, a un camaleonte di
mimetizzarsi per sfuggire ai predatori ecc.
Importante per Darwin fu il confronto con Malthus, e le sue “forbici Malthusiane”. Secondo la teoria
dell’economista inglese infatti le risorse disponibili e la popolazione sarebbero cresciute in maniera
differente, la prima in modo aritmetico, tendendo ad aumentare linearmente, mentre la seconda in maniera
geometrica, tendendo, ovvero, al raddoppiare. Perciò, secondo il filosofo, l’umanità si sarebbe trovata ad
avere meno risorse di quelle necessarie per sopravvivere, se non ci fossero stati i cosiddetti “freni positivi”,
ovvero eventi disastrosi quali carestie, guerre, e pandemie, che avrebbero abbassato il numero della
popolazione. Questo saggio portò Darwin quindi a considerare come l’esistenza, sia umana che animale, non
sia altro che una grande lotta per la sopravvivenza, la base della selezione naturale. Mentre per Malthus
sopravvive solo chi ha la possibilità economica di farlo, per Darwin, invece, a sopravvivere è chi possiede le
caratteristiche che meglio si adattano all’ambiente che lo circonda.
Nel 1871 poi pubblica “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”, nel quale estende la teoria
dell’evoluzionismo anche all’essere umano, che, sempre secondo la teoria espressa nell’opera, dovrebbero
discendere da una specie di scimmie antropomorfe. Ciò portò molto scalpore, che si aggiunse a quello già
causato dalla pubblicazione del suo primo scritto, e molti ferventi difensori del Creazionismo gli si
scagliarono contro. Difatti la sua teoria cozzava in maniera inconciliabile con la teoria religiosa secondo la
quale l’uomo sarebbe stato creato a immagine e somiglianza di Dio, togliendo l’uomo dal suo piedistallo e
piazzandolo alla pari di tutti gli altri animali.
Proseguendo poi con Storia, vorrei parlare della seconda rivoluzione industriale, periodo che ha radicalmente
cambiato la faccia del mondo dell’epoca, portando progresso scientifico in quasi tutto il mondo. Difatti, al
contrario della prima, questa rivoluzione industriale, avvenuta negli anni 60 dell’800, non ebbe come
epicentro solo l’Inghilterra, bensì tutta Europa e gli Stati Uniti d’America. Quest’epoca è anche ricordata
come l’età d’acciaio, che grazie a nuove tecniche si cominciò a produrre in massa ed utilizzare in svariati
settori, dalla fabbricazione di utensili domestici a quella di macchinari industriali e persino navi, come ad
esempio il Titanic. Oltre a questo vennero allungate di molto le tratte ferroviarie, ora fatte d’acciaio, tanto
che per esempio in America a fine secolo si arrivarono a contare più di 267.000 km di strade ferrate. I
simboli di quest’epoca furono la Tour Eiffel, costruita in occasione dell’esposizione universale di Parigi nel
1889, la Statua della Libertà e il ponte di Brooklin, oltre ai primi grattacieli che cominciarono ad essere eretti
a Chicago.
Nacque durante questi anni anche l’industria chimica, infatti cominciarono a essere prodotti ad esempio i
coloranti alimentari, le fibre tessili artificiali e anche la dinamite, ideata da Alfred Nobel. I progressi nel
campo chimico giovarono particolarmente anche nell’industria alimentare, difatti si idearono nuovi metodi di
sterilizzazione, conservazione e inscatolamento degli alimenti, cosa che permise di trasportarli anche per
periodi di tempo prolungati grazie all’allungamento del loro tempo di deperibilità.
Nel 1879 poi Thomas Edison inventò le lampadine a filamento incandescente, che permisero la diffusione
dell’energia elettrica su larga scala. Subito dopo, dagli anni 80 dell’800, l’energia elettrica cominciò ad
essere prodotta in apposite centrali, divise in idro o termoelettriche. Alla fine del secolo si trovò il modo di
utilizzare l’elettricità anche nel campo dei trasporti, con la realizzazione della prima locomotiva elettrica.
Altre invenzioni fondamentali portate dalla diffusione dell’energia elettrica furono brevettate nel campo della
comunicazione, come nel caso del telegrafo dello statunitense Samuel Morse, la prima forma di
comunicazione a distanza, seguita poi dal telefono di Antonio Meucci.
Nel 1876 Nikolaus Otto riuscì a costruire un motore a scoppio funzionante, che venne utilizzato
principalmente da ingegneri tedeschi, come Benz e Daimler, per creare le primissime automobili. Il motore
utilizzava la benzina, un distillato del petrolio. Nel 1897 poi, Rudolf Diesel progettò un altro motore, che
utilizzava un distillato più grezzo del petrolio, il gasolio. Le prime automobili erano a tre ruote, sostituite poi
dalle più classiche quattro, cambio che sancì la nascita delle prime case automobilistiche, Benz in Germania,
Renault e Peugeot in Francia, FIAT a Torino e Ford a Detroit.
Ricollegandoci alla visione del progresso Verghiana, la seconda rivoluzione industriale ha sì, migliorato la
vita a migliaia di persone, ma anche creato degli effetti molto negativi per l’economia. Le grandi
agevolazioni produttive e di trasporto, infatti, crearono un enorme problema, che sfociò nella Grande
Depressione del 1870, la sovraproduzione. Si producevano così tanti beni che il mercato non era in grado di
assorbirli tutti, facendone così rimanere la maggior parte invenduti. Ciò causò il crollo dei prezzi degli stessi
beni, e di tutti gli altri prodotti, che durò circa un ventennio. Questa Grande Depressione tuttavia non venne
accompagnata, come è logico che sia, da una diminuzione della produzione industriale, che anzi conobbe un
aumento esponenziale.
I’m now going to explain the situation, during and after the second industrial revolution, in England, during
the Victorian [Link] to the extraordinary industrial development, Britain had become a nation of town
dwellers, infact by 1851 half of all the country’s population lived in towns. This brought a lot of problems in
the cities, all caused by the overcrowded environment. The great majority of people were poor, and lived in
slum districts, that were unhealthy and overrun by disease and crime, thing that caused the mortality rate to
skyrocket. There were multiple tries to clean up the cities from diseases, such as cholera and typhoid, but
they were unsuccesfull. There was very little work for the poor, and the only source of that were the
workhouses, that gave housing to the poor in exchange of their labour. While this happened there were also a
lot of changes in fields such as medicine, that was regulated by hospitals and organisations that controlled
medical education and research. There were also other changes, like the slow introduction of running water,
street lamps and paved roads, all changes that were made to benefit of the rich. Prisons, police stations, town
halls and other Victorian buildings were built, buildings that can be still seen today.
Another aspect of the Victorian Age was it’s moral. The Victorians created a code of values that relected the
world as they wanted it to be. One of this values for example is that in that age it was needed to work hard, to
keep up with the progress that was symbol of that age in all the world.
The principal value was the idea of being respectable. The “respectability” was a mixture of morality and
hipocrisy. It implied the possession of good manners, to own an house with servants and a carriage, to attend
the church and to indulge in charitable activities. Philanhropy was a widespread phenomenon that was
applied to all the poor, from “stray children” to “fallen woman” and “drunken man”.
The morals also dominated the family life, expecially that of the woman, of which the key role was to
educate the children and manage the house. Women’s chastity wa salso very important in that age, and
unmarried mothers were reffered as “fallen women”.
One of the most important writers of that age was Charles Dickens, that with his writings, such as “Oliver
Twist” and “David Copperfield” was capable of perfectly describing the situation in London at the time of
his life. He used to create vivid description of the city in which his stories took place, and London became
almost a character itself. He was always on the side of the poor, portraying rich characters with funny
caricatures, trying to turn the spotlight on the injustices and the very poor conditions of life of the poor
people of the city.
Vorrei poi parlare di Storia dell’arte, ricollegandomi alle avanguardie, più in particolare all’espressionismo
francese. Esso è un movimento che si viene a creare nei primi del 900, e fece subito scalpore grazie alla
tecnica usata dai suoi componenti, che, come “Fauves”, belve, “assalivano” la tela con il colore. Essi
rifiutavano la prospettiva e il disegno rinascimentali, concentrandosi sull’uso di tinte forti e brillanti, che
dessero un fortissimo impatto visivo. Gli espressionisti francesi volevano comporre un’arte capace di creare
una dimensione soggettiva ed emotiva, non di denuncia alla società o del male di vivere, come invece era il
caso dell’espressionismo tedesco. Gli elementi tipici che le “fauves” rappresentavano erano paesaggi, ritratti
e scene di vita quotidiana urbana di Parigi.
Leader e, a mio parere, più grande esponente dell’espressionismo francese fu Henry Matisse. Inizialmente
condizionato dall’impressionismo, influenza che abbandona progressivamente dopo la conoscenza di
Moreau. Egli racchiude nelle sue opere, tra cui ricordiamo ad esempio “La tavola imbandita/armonia in
rosso”, o “La danza”, diversi generi pittorici, creando tra loro un equilibrio: natura morta, paesaggio, figura e
scena di vita quotidiana.
Tornando indietro all’antichità vorrei esporre le tesi di Seneca riguardo al progresso. Lucio Anneo Seneca fu
una delle personalità più importanti nell’età Neroniana e dello stoicismo. Egli ebbe una vita abbastanza
movimentata, sia a livello esterno che interno. Infatti evento principale della sua vita fu l’esilio in Corsica,
causato da un’accusa da parte dell’imperatore Claudio, istigato da sua moglie Messalina, di adulterio con
Giulia Libilla, moglie di Caligola, il suo predecessore. Inoltre, per quanto riguarda la sua mentalità, egli
ricercò per tutta la vita la possibilità di potersi dedicare completamente agli studi, negata prima dal padre,
che voleva per lui il perseguimento del cursus onorum, e poi, dopo essere stato richiamato dal suo esilio
durato 8 anni grazie ad Agrippina, nuova moglie di Claudio, dalla donna stessa, che lo volle come precettore
di suo figlio, Nerone. Oltre a questa ricerca Seneca ne ebbe una seconda, la ricerca della forza per poter
vivere secondo saggezza, liberandosi completamente dagli eccessi e dai lussi superflui, forza che troverà
tuttavia solo negli ultimi anni della sua vita, durante i quali scrisse le epistulae ad Lucilium, che servivano
per far intraprendere al suo amico e studente, come a tutti gli altri, il percorso che lui aveva intrapreso troppo
tardi nella sua vita ad un’età più giovane.
Tornando però all’argomento principale vorrei parlare della sua mentalità nei riguardi del progresso. Essa è
espressa in maniera perfetta nei versi 301-379 della sua “Medea”, nella quale il coro allo stesso tempo
condanna i primi uomini che hanno solcato il mare e li loda per l’inevitabile progresso che hanno portato alla
razza umana, migliorandone la vita materiale. Poi approfondisce dicendo che quegli stessi uomini erano stati
degli stolti a lasciare la sicurezza della terra e lasciarsi in balia del mare e dei venti affidandosi
esclusivamente a un pezzo di fragile legno. A quell’epoca i venti e le tempeste ancora non avevano un nome
e gli uomini conoscevano soltanto le ricchezze della loro terra natia. Con il primo viaggio in mare, dunque,
per Seneca sono state confuse le leggi del mondo, cosa che ci fa capire quanto egli sia contrario alla
navigazione. Tuttavia ne riconosce anche i meriti ed esprime la sua fede incrollabile nei progressi umani,
citando come ormai “S’è arreso il mare a tutte le leggi soggiace”, e tutti quanti possono solcare il mare in
sicurezza, senza troppi rischi.
Del progresso, l’autore parla anche nelle “naturales questiones”, uno scritto nel quale esamina diversi
fenomeni naturali, e più in particolare nella sezione del vento. Egli ritiene che il vento possa giovare
incredibilmente all’umanità, permettendo uno sviluppo materiale di grandissimo potenziale, che tuttavia non
viene sfruttato dagli stessi uomini a causa della loro “caligo mentium”, la caligine che offusca le loro menti,
impedendo loro di vedere quale sia il vero bene. Per Seneca, infatti, gli uomini portano dentro una “culpa”,
ovvero il non riuscire a capire che il vero bene e la felicità non sono portati dal progresso materiale, che ne
semplifica la vita, ma dal vivere secondo saggezza, che vuol dire vivere secondo natura. Egli rifiuta anche il
pensiero che sia stata la filosofia a rendere possibile la creazione delle varie comodità, sostenendo che sia
impossibile che la filosofia abbia alimentato l’avarizia, creando la serratura e la chiave, o che abbia messo in
pericolo le persone che vivono nelle case, che da un momento all’altro possono crollare. Per lui il vero
saggio non è Dedalo, che ha inventato la sega, bensì Diogene, che, quando vide un ragazzo bere con la mano
prese la tazza dalla sua sacca e la ruppe, chiedendosi come avesse fatto ad essere tanto stupido da portarsi
dietro un peso superfluo. L’autore condanna poi anche le arti, come la musica o la poesia, dicendo che esse
servono solo a migliorare la nostra vita materiale, non giovando tuttavia alla nostra saggezza.
Seneca, dunque, ha una visione duplice del progresso, elogia gli sforzi già effettuati dagli uomini dal passato,
tuttavia ritenendo che non solo il progresso non sia utile al raggiungimento della felicità, portata solamente
dal vivere secondo natura, ma anche che progressi troppo avanzati siano impossibili a causa della stupidità
umana, che porta gli uomini a non rendersi conto dei grandi benefici che potrebbero apportare alle loro vite
grazie alla natura.
Rimanendo nel mondo classico vorrei poi parlare dell’età ellenistica, un’epoca piena di progressi in
moltissimi ambiti. L’ellenismo (323-30 a.C.) deriva il suo nome dallo storico tedesco Gustav Droysen, che lo
scelse in quanto “hellenismos” era il termine usato all’epoca per indicare il corretto utilizzo della lingua
greca, o il greco comune contrapposto ai dialetti. Sul piano storico quest’epoca inizia con la morte di
Alessandro Magno, che, non avendo designato un erede, cede il suo regno ai “Diadochi”, nobili macedoni
che avevano avuto rapporti di vario tipo con il re. A questo seguono circa 50 anni di guerra per il potere, che
si conclude con la battaglia di Curupedio nel 281 a.C. Al concludersi della guerra i territori risultarono divisi
in 3 grandi regni: La Macedonia, retta da Antigono; L’Egitto, retto da Tolomeo; L’Asia, retta da Antioco I. A
questi va aggiunto anche il regno dell’Epiro, retto da Pirro.
Queste monarchie ereditarie ebbero un grande ruolo nell’unione di più popoli, data la loro grande espansione
territoriale e la grandezza delle poche città presenti, tali da unire in sé abitanti greci e popolazioni indigene.
Altro aspetto importante fu il passaggio da cittadini a sudditi, che subirono le popolazioni sotto queste
monarchie, dove, al contrario delle poleis, non vi era più spazio per il cittadino nelle decisioni di pubblico
interesse.
Questa unione di popoli portò a diversi avanzamenti anche sul piano culturale. Per permettere la
comunicazione nacque la Koinè dialektòs, la “lingua comune“, che si oppone ai dialetti locali e funge da
lingua della burocrazia, della letteratura, ma anche degli scambi quotidiani tra individui di lingue diverse. Si
ebbe poi l’introduzione del libro, inteso come rotoli di pergamena, che portò alla possibile fruizione privata
delle opere letterarie, che fino a quel momento era possibile solo udire nelle letture pubbliche o negli agoni.
Ciò permise anche agli autori di sperimentare maggiormente nelle loro opere, dato che cadevano le
limitazioni dovute alle esigenze comunicative e dal dover esporre i testi davanti un pubblico vasto e
differenziato. Con l’avvento dei testi scritti si ebbe ovviamente la consapevolezza che quel sapere dovesse
essere conservato e tramandato, così nacquero le prime biblioteche, tra le quali ricordiamo particolarmente
quelle costruite ad Alessandria d’Egitto grazie al mecenatismo della dinastia dei Tolomei. Di conseguenza a
ciò nacquero anche altri fenomeni, come quello della catalogazione e quello della filologia. Per quanto
riguarda il primo ricordiamo i 120 libri dei Pinakes di Callimaco, che catalogavano gli scritti presenti nella
biblioteca di Alessandria, Pinakes che portarono a una catalogazione più approfondita in generi letterari. Per
quanto riguarda la filologia, invece, gli studiosi dell’epoca ebbero la volontà di riportare i testi antichi alla
loro forma originale, utilizzando vari metodi. Per prima cosa si raccoglievano tutte le edizioni del testo di cui
si era a conoscenza, e poi se ne confrontavano le eventuali differenze, poi si passava alla scelta della variante
più corretta e all’eventuale correzione, seguendo rigorosamente lo stile dell’autore. Scelsero anche di lasciare
nel testo dei “segni diacritici”, che avrebbero permesso ai filologi futuri di individuare le correzioni senza
alterare il testo. Per quanto riguarda i testi lirici e teatrali si ebbero cure ancora più specifiche. Nei primi si
utilizzò la “colometria”, ovvero la divisione e impaginazione del testo in Kola e non più in scriptio continua.
Inoltre, si ritenne necessario ripristinare le inflazioni dialettali perdute nei testi, e a questo fine si
compilarono dei repertori lessicali che registrano e spiegano termini dialettali o parole rare ricorrenti in
determinati autori. Per quanto riguarda le opere teatrali, invece, si cercò di eliminare le “interpolazioni
d’attore”, cioè le aggiunte dovute all’improvvisazione degli attori entrate a fare parte del testo, oltre alla
compilazione delle “hypothesis”, delle sintetiche note informative che riguardavano la trama e i personaggi
dell’opera, oltre a informazioni sulla prima rappresentazione.
Passando infine all’epoca moderna vorrei parlare per Scienze, dei terremoti, una calamità naturale che ha
portato l’umanità a progredire per limitare i danni causati da essa.
Secondo la teoria del rimbalzo elastico, i terremoti sono delle vibrazioni improvvise della crosta terrestre a
causa della natura plastica delle rocce, che accumulano energia fino a quando essa viene liberata tutta
insieme. In seguito a questa liberazione di energia si crea una zona di spaccatura, chiamata faglia, dove
questa energia viene liberata. Nella faglia si trovano un ipocentro, che si trova sotto la crosta, e un epicentro,
che invece si trova in superfice. In base alla profondità dell’ipocentro relativa all’epicentro i terremoti
possono essere superficiali, intermedi o di profondità. I più pericolosi sono i superficiali, poiché le onde
attraversando meno strati di materiali perdono meno energia durante il percorso.
Le onde sismiche sono delle onde meccaniche ed elastiche, che hanno bisogno di un mezzo per propagarsi.
Esistono 3 tipologie diverse di queste onde: quelle che si generano nell’ipocentro sono le onde P, le prime e
più veloci (4/8 km/s) e le onde S, le seconde (2/4 km/s), che non si propagano nei liquidi. Una volta arrivate
in superfice esse generano le onde L nell’ipocentro.
I terremoti si possono dividere anche in Tremori e Terremoti Tettonici. I primi sono legati all’attività
vulcanica, e sono causati dalla enorme pressione della lava che risale i camini vulcanici. Questi terremoti
tendono ad avere intensità molto bassa. I secondi sono dovuti invece ai movimenti delle placche tettoniche,
essi possono invece avere intensità molto elevata.
Per misurare l’intensità dei terremoti esistono due scale, quella Mercalli e quella Richter.
La scala Mercalli non è significativa da un punto di vista scientifico, in quanto prende in considerazione
esclusivamente i danni apportati dal sisma alle strutture, dato che può essere opinabile o impossibile da
rilevare, ad esempio nel contesto di zone senza costruzioni umane.
La scala Richter è la più diffusa, si basa su 10 gradi ed è scientificamente provata in quanto si basa sulla
magnitudo, ovvero l’energia che viene liberata da un evento sismico. Essa è oggettiva, in quanto vengono
utilizzati i sismografi, posizionati in molti punti, che rapportano il sismogramma rilevato con quello di
riferimento standard e poi inviano i risultati.
Per quanto riguarda Fisica penso che ciò che incarni meglio il progresso sia la corrente elettrica. La parola
“corrente” indica il movimento dell’elettricità, causato dalla differenza di potenziale ai capi del conduttore,
come ad esempio può essere un filo di rame. Essa genera un campo elettrico, che agendo sulle cariche
elettriche le mette in movimento, il flusso di queste cariche è appunto detto corrente elettrica. Il senso di
percorrenza convenzionale è dal polo positivo al polo negativo, poi si scoprì che era il contrario ma per
convenzione si lasciò tale. L’unità di misura della corrente elettrica è l’ampere, e per misurarlo si dividono i
coulomb, l’unità di misura della carica elettrica, per i secondi impiegati a percorrere il conduttore. Lo
strumento che serve a misurare la corrente elettrica è infatti detto amperometro.
I circuiti elettrici sono l’insieme degli elementi collegati dai conduttori, come ad esempio una batteria, una
lampadina o un interruttore. Elemento fondamentale di un circuito è il generatore di tensione, che genera la
differenza di potenziale necessaria per creare il flusso di corrente.
oltre agli utilizzatori e agli strumenti di misurazione come i voltometri egli amperometri
e infine le resistenze.
I circuiti possono essere di due tipi, in serie o in parallelo. Nel primo caso gli elementi sono collegati di
seguito, sullo stesso conduttore, mentre nel secondo i filamenti si possono dividere per poi ricongiungersi.