Letteratura Italiana
Letteratura Italiana
La letteratura è ciò che qui e ora è percepito come tale. La letteratura è la letteratura, quello che in quel
momento sentiamo per letteratura. Oppure potremmo chiederci: “Quando è letteratura?”, quando un testo da
un semplice discorso di livello base si trasforma e assume un carattere specifico, che lo rende letteratura.
Quando un testo è letteratura possiamo definirlo quell’insieme di testi che la società definisce come tali
(letteratura istituzionale), oppure possiamo scegliere una prospettiva totalmente diversa, che non ha niente a
che fare con l’istituzione, e ricondurre la letterarietà all’evasione, alla finzione, tutto ciò che crea in noi
un’apertura verso mondi altri (letteratura immaginaria), oppure in modo più scientifico potremmo cercare
una risposta formale, discorsi con specifiche qualità linguistiche (letteratura formale). La definizione della
letteratura può avere a che fare con il contesto (storico, psicologico, sociologico, istituzionale) oppure
potremmo analizzarla da un punto di vista testuale (linguistico). Quindi ritorniamo a due modi
completamente diversi di guardare alla letteratura e di provare a rispondere a questa enorme domanda, una
che riporta ad un approccio storico (testo come documento) e l’altra che riporta ad un approccio linguistico
(testo come prodotto della lingua, dell’arte del linguaggio, della forma dei discorsi). La letteratura possiamo
osservarla per come funziona, per cosa si propone di fare: quando un autore scrive, qual è la finalità che ha in
mente? Spesso un testo letterario ha degli obiettivi anche molto alti, molto concreti, la letteratura cerca di
agire, di intervenire sulla realtà. Se la letteratura ha come obiettivo fare delle cose, relazionarsi con la realtà,
il nostro obiettivo è anche quello di concentrarci come avviene ciò, qual è quindi la funzione della letteratura.
Un testo letterario si legittima nell’essere capace spesso di educare dilettando e di dilettare educando, ciò è
verificabile in molti testi della nostra letteratura. Ovviamente anche ciò ha delle ripercussioni sul suo modo
di essere, di distinguersi da ciò che non è letterario, che magari ha una finalità esclusivamente ed
espressamente didattica o esclusivamente dilettevole.
La letteratura italiana dal Duecento al Cinquecento
La letteratura delle Origini
Tradizione letteraria italiana parte tardi rispetto ad altre letterature come quella gallo romanza, che oltretutto
influenza molto i nostri esordi. Parte in modo lento.
Già nel 13 secolo abbiamo due grandi fenomeni:
- la scuola poetica siciliana
- il dolce stil novo, alla fine del secolo.
Questa prima fase nasce sulle spalle di una tradizione già consolidata, quella di lingua latina, che funge da
modello per tutti i secoli, modello preponderante per quanto riguarda i generi e la lingua. Lento esordio che
nasce già avendo presente una tradizione forte e allo stesso tempo che risente dell’influenza di tradizioni
letterarie più recenti come quella Gallo romanza.
I testi letterari ci raggiungono attraverso supporti diversi, prima della stampa, possono essere più o meno
solidi o consistenti. Nelle prime fasi della tradizione sono giunti attraverso delle tracce più volatili, che
testimoniano una trasmissione più incerta, verso l’oralità. Più ci avvicinammo al 300, più diventano
consistenti e noti e condizionano in modo significativo il modo in cui giungono i testi. Il médium, il mezzo
attraverso cui i lettori fruiscono del testo, dobbiamo studiarlo per capire a chi era destinato, come si è diffuso
e per chi fu scritto, consumo più o meno intensivo. Fine 400 la stampa rivoluziona i sistemi di trasmissione
della scrittura, in quantità molto maggiore rispetto all’epoca del manoscritto.
Le tracce: ha un esordio incerto, difficile da localizzare nei secoli, termite usato da Armando Petrucci, si
associa a scrittura di carattere pratico, giuridico. Legato ad atti notarili e scrittura di carattere pratico,
scritture avventizie. In questa prima fase la letteratura è legata all’oralità, la scrittura non è la finalità
primaria. Versi legati a figure importanti come i giullari, figura prefigurativa della letteratura. Questo fa sì
che i testi ci sono pervenuti in testimonianza unica, volontà di fissare su carta versi piacevoli cantati
oralmente. Non per qualcuno che li voglia leggere, ma fissare qualcosa di orale in scritto. Anche in questa
scrittura affiora a commistioni del latino già si possono sentire influenze della cultura e modelli gallici molto
più rilevanti.
Indovinello veronese
A questo tipo di testimonianza, è riconducibile quello che viene considerata la prima testimonianza
“indovinello veronese”, prima testimonianza della lingua italiana volgare. Anche se ci troviamo in fase
evolutiva, di trasformazione. Datato tra 8 e 9 secolo, con buona approssimazione, nessuna certezza. Provi ad
imitare l’esametro latino, latino come lingua primaria. Scrittura continua, difficile da leggere. Indovinello
sorta di metafora dell’arte della scrittura, seme nero arato, concetto di traccia, scrittura avventizia che viene
sovrapposta ad una di carattere pratico. Il primo documento della lingua italiana è “L’indovinello veronese”,
databile intorno all’VIII-IX secolo, agli albori delle comunicazioni in volgare (latino che si avvicina molto al
volgare), sarebbe una prima “traccia” di attestazione poetica per l’affinità con l’esametro. Si tratta di un
manoscritto custodito a Verona, presso la Biblioteca Capitolare.
I Ritmi
Da questa prima attestazione, le tracce con connotati definiti sono “i ritmi”. I ritmi sono delle scritture
poetiche che hanno un modo specifico un argomento di carattere religioso con finalità didattiche, sono
destinate ad uno scopo didattico. Scritture che hanno già una consistenza retorica ma dal punto di vista della
metrica ancora non ci siamo, sono caratterizza dall’anisosillabismo, irregolarità nel verso. Queste scritture
probabilmente sono legate al mondo giullaresco, recitazione a voce alta. Coloro che sono capaci di leggere
rappresentano un pubblico molto ristretto, la lettura e recitazione a voce alta sono molto importanti fino a
tutto il 500. Sono testi che hanno una certa accuratezza stilistica è retorica, la marca religiosa le rende legate
alla cultura monastica, il mondo ha un po’ il dominio e predominio nella cultura. Dal punto di vista
geografico si collocano in area mediana, ma i centri più attivi sono in area centro mediana. Due esempi più
noti sono: “Ritmo su Sant’Alessio” (inizio del XII sec., Ascoli, Bibl. Comunale, 257 versi) e “Ritmo
Cassinese” (fine del XII sec., Montecassino, 96 versi).
Il “Ritmo su Sant’Alessio” è dedicato proprio alla vita del Santo, una trasmissione ageografica delle
vicende biografiche di questo santo asceta, dedito solo alla vita casta e virtuosa, che proviene da una fonte
latina ma anche da una fonte francese (cultura bipartita). La funzione didattica morale e religiosa è molto
chiara: la vita casta e virtuosa del santo deve diventare un modello da seguire, e quindi la cultura monastica
produce per un pubblico il più possibile ampio uno strumento di educazione ed edificazione morale e
religiosa, che abbia come modello quasi inarrivabile quello del santo stesso. Dal punto di vista della forma
abbiamo lasse monorime di ottonari e novenari, concluse da due o tre versi decasillabi o endecasillabi con
rima diversa rispetto a tutti i versi precedenti. Certa ricercatezza dal punto di vista metrico ma siamo
comunque agli albori.
Il “Ritmo Cassinese” è un testo poetico estremamente interessante, che ha come modello la tradizione dei
contrasti. Certamente è interessante la dimensione dialogica a due voci, già presente nella cultura francese.
Ha alle spalle un’evidente fonte latina (Collatio Alexandri cum Didimo rege, un dialogo tra Alessandro e il
re Didimo dell’Oriente, un contrasto tra le diverse forme di vita: occidentale e orientale. Il contrasto è una
forma di dialogo positivo, si discute di un argomento e le due voci hanno posizioni contrastanti, due visioni
diverse, che porta all’affermazione di una delle due tesi), la rifunzionalizzazione della fonte spinge in
tutt’altra direzione: abbiamo due uomini saggissimi, uno di origine occidentale e uno di origine orientale, ma
questi diventano rispettivamente manifestazione metaforica della vita “attiva” e della vita “contemplativa”
(esaltazione di una vita ultraterrena, vita ascetica). Contrasto che si risolve verso quello orientale nel
dibattito. Quindi anche in questo caso vi è una fortissima finalità didattica. Anche qui è ben forte
l’importanza della mediazione giullaresca: l’incipit di questo ritmo è affidato proprio alla voce di colui che
prende la parola per raccontare quello che appunto il ritmo contiene. Il primo a parlare è l’oratore orientale.
Il personaggio dice che distaccandosi dalla vita terrena, diventa una fiaccola verso gli altri.
Altri “Ritmi” che ci sono pervenuti sono: il “Ritmo laurenziano” (1188/1207 ca.), il “Ritmo bellunese” e
il “Ritmo lucchese”; questi ultimi due hanno a che fare con memorie di battaglie (Belluno vs Treviso e
Lucca vs Pisa), quindi si staccano un po’ dai testi precedenti in quanto hanno una finalità politica, carattere
storico politico anomalo, pur avendo caratteristiche molto simili anche se appartengono ad aree geografiche
ben distinte, ciò tende ad isolarli rispetto a quelli citati precedentemente, mentre invece il “Ritmo
laurenziano” tende ad avvicinarsi ad essi.
La prima poesia d’amore: Quando eu stava in le tu’ cathene Alfredo Stussi ha fatto riemergere questa
“canzone”, che ora si trova nell’Archivio Storico Arcivescovile di Ravenna, 1180-1210: “Quando eu stava in
le tu’ cathene”, quindi dalla fine degli anni ‘90 (1999) l’affermazione che la scuola poetica siciliana è la
prima e vera manifestazione della nostra storia letteraria è stata radicalmente messa in discussione. Si tratta
di una canzone di cinque stanze di dieci decasillabi con schema ababab (fronte) cccd (sirma), uno schema
ordinato che si ripete nelle 5 stanze; la rima d è irrelata. Carta ravennata, già nota precedentemente, ma
abbastanza nascosta rimasta. Riportata su una carta, attestazione di lirica non siciliana, in un contesto
mediano, una canzone d’amore fornita di note musicali, trascritta in Romagna alla fine del secolo XII.
Petrucci e Stussi avevano concluso che c’era una mano settentrionale alla quale si sovrappone una mano
mediana. Dal 1999 fino all’anno scorso, questa ipotesi sembrava stare in piedi, prima dei siciliani. Secondo
stussi una scrittura settentrionale padano- orientale ma copiata su venticinque righe da una mano
marchigiana. Sembrava una canzone di tema erotico amoroso, oltre ad avere questi tratti, ma aveva anche
tratti meridionali riconoscibili. L’incertezza anche se considerata la prima lirica amore della nostra
tradizione, aveva tratti di incertezza. Problema: da un lato il mix linguistico e dall’altro che insieme a questa
canzone c’erano da altra mano 5 versi scritti in endecasillabi, autonomi, scritti da un altro scrivente. Magari
successivi? Insieme a questi 5 c’erano anche note musicali. Novità, presenza di qualcosa che precede la
scuola siciliana, sicuramente posteriore al 1127. Tutte le incertezza, intorno al 2004, avevano portato
all’aggiunta mento della carta ravennata, un improbante filologo Breschi disse che era possibile identificare
tratti linguistici del romagnolo e quindi unirlo alla cultura di una delle famiglie dei Traversari una della più
importanti, identificazione più specifica. Ambiente dei traversari. L’idea di copia era quella più diffusa, una
sorta di modello, alcune incertezze o varianti linguistiche. Lanutti disse che i 5 endecasillabi a se dissidi li da
spiegare, fossero una sorta di ritornello, alla quale intermezzato un refrain, commento morale alle strofe
principali della canzone. Spiegazione molto precisa dell’accompagnamento musicale.
Nel 2022: “la più antica lirica italiana”. A seconda dei dubbi, sono riusciti a ricollegarlo ad un evento storico
al 1226 quando Federico II si ferma a Ravenna verso Cremona, unire le forze comunali per preparare una
crociata promessa al papà, deve fermarsi a Ravenna perché i comuni si allenano e gli fanno opposizione,
stava preparando una dieta, quindi si porta dietro una parte di corte, funzionari, rimane lì e quindi probabile
che tra i personaggi ravennati registra e prende nota di una canzone composta in quella occasione, canzone
che si lega alla corte di Federico e primordi della scuola siciliana. Partendo da questa singola traccia, si
riragione su tutta la letteratura delle origini, cercando i fare i conti con gli spazi. Le tracce con un d’eterna ti
momento in cui qualcuno vuole trascrivere, il dove, il quando, il perche. Hanno preso la lente e hanno
guardato tutti gli elementi. Quando è stata trascritta questa forma orale di manifestane della poesia? Chi h
preso la penna in mano? Preso dalla bellezza delle poesia, ha deciso di scrivere sulla carta e riportare quello
che sentito. Per noi è efficace poter pensare ad un intellettuale di questo tipo, trascrive ciò che trova bello. Il
trascrittore sta a Ravenna, sente un intellettuale che probabilmente è di lingua meridionale, ma trascrive con i
propri mezzi linguistici, tratti padani centrali, mediani, che sono nella mano di colui che sta scrivendo.
Fondamentale nella prima traduzione della letteratura, chi trascrive imprime il proprio uso, a volte
involontariamente o volontariamente. Questo fa sì che la lingua si complichi. Nomi autori: Mastruzzo e
Cella.
Considerazioni: sovverta la tesi di Stussi, cerca di mettere a fuoco l’affioramento di questa traccia. Per
chiarire i dettagli controversi. Gli studiosi ne hanno anticipato i risultati in un articolo scientifico che si
chiama “Medioevo romanzo”, quando stavano scrivendo questo libro, urgenza di pubblicare i contenuti
principali. Una piccola rivoluzione della storia della nostra tradizione letteraria, dove collocarne l’inizio,
darne vita è più riconoscibile.
«ne abbiamo concluso che, a nostro avviso, la Carta ravennate è l’estemporanea messa su carta, ad opera di
due pratici del diritto ravennati al servizio del monastero di Sant’Andrea Maggiore, dell’anonima canzone
siciliana con ritornello Quando eu stava a partire da una o più esecuzioni e verosimilmente anche sotto
dettatura – di un esecutore meridionale (ne sia o meno anche l’autore) al seguito di Federico II, durante il
soggiorno della corte imperiale a Ravenna, tra il 2 aprile e il 7 maggio 1226; al volgare originario a base
fonomorfologica siciliana ma “illustre” i due scriventi avrebbero sovrapposto, l’uno più l’altro meno, la
propria coloritura romagnola, che interessa di fatto elementi di superficie ma non intacca la struttura sillabica
garantita dal metro. Le peculiarità materiali del reperto – ad esempio il riutilizzo di una carta nella
disponibilità degli avvocati del monastero [...], l’assenza nel testo di errori imputabili con certezza a un atto
di copia da antigrafo, e la provvisorietà della notazione musicale [...] – concorrono tutti a delineare un atto
scrittorio estemporaneo, pianificato quel tanto che basta per registrare su carta un atto di oralità (usando
quindi la gamba accavallata come punto d’appoggio, cosí come ben documentato nelle miniature medievali)
e con il solo fine della fruizione e conservazione personale». Mastruzzo-Cella, «Medioevo romanzo», 2,
2021 p. 424.
«Le peculiari circostanze storico-politiche del soggiorno di Federico a Ravenna, bloccato sulla via di
Cremona – dove il 19 aprile avrebbe dovuto tenersi la Dieta – dall’ostilità della seconda Lega lombarda, e
l’accesa pubblicistica in lingua d’oc che si scatenò in quei mesi13 ci hanno permesso di interpretare “Quando
eu stava” come una canzone “di fedeltà” che, sotto la metafora dell’amore e con il ricorso ai generici topoi
cortesi, fa appello alle forze che tradizionalmente sostengono gli interessi imperiali ma in quel preciso
frangente sono attratte dal crescente vigore economico dei comuni: a metà strada tra occasione letteraria e
propaganda interna, la canzone sembra parlare a feudatari come Azzo VII d’Este, che dalle fonti
documentarie sappiamo presente a Ravenna proprio in quelle settimane, o a influenti signori locali come
Paolo Traversari, che l’anno prima, alla morte del padre Pietro, era divenuto il maggiorente della fazione
ghibellina a Ravenna (ma che, non a caso, nel 1239 finirà per mutare clamorosamente parte). Ed è proprio la
scelta del volgare di sì a marcare in primo luogo l’alterità dei fedeli all’imperatore rispetto ai comuni ribelli
dell’Italia settentrionale, nel 1226 partecipi appieno della cultura occitana della diaspora». Mastruzzo-Cella,
pp. 424-25.
Non si sta parlando solo d’amore, secondo il modello, ma di fedeltà all’imperatore che deve contare sui
comuni. Dobbiamo tenere in mente sempre il contesto in cui viene scritto. «Tale lettura [...] ci induce a
ritenere che “Quando eu stava” sia stata composta proprio in quel contesto e in quel torno di settimane. Ciò
ne fa la prima lirica databile (sappiamo quando Federico stava a Ravenna, quindi abbiamo una datazione
precisa) ascrivibile ai federiciani: probabilmente non ancora lirica “della Scuola” – se con Scuola si intende
la produzione improntata (fino alla traduzione) ai modi occitanici, di lí a breve fiorita sotto l’egida del
caposcuola Giacomo da Lentini e in seguito canonizzata nell’archetipo toscano di cui i tre canzonieri antichi
sono il riflesso –, ma certo lirica siciliana. Un tipo di lirica debitrice piuttosto al francese, sia per la forma
della canzone con ritornello e musicata, sia per i prelievi dai trovieri allora piú in voga (per tutti si confronti
l’attacco «Quando eu stava in le tu cathene, / oi Amor» con «Amors, quant vous m’avez mis / Lïé en votre
prison» di Thibaut de Champagne, De touz maus n’est nus plesanz, [RS 275] vv. 15-16), nei modi e nel
gusto parente prossima del filone – minore e minoritario rispetto a quello lentiniano – rappresentato da
Giacomino Pugliese, non a caso verosimilmente il piú antico tra i rimatori siciliani di cui si abbia notizia».
Mastruzzo-Cella, p. 425.
Sembra che si parla di amore, ma il significato è politico. Le prime righe sembrano di parlare solo d’amore,
ma con il passare dei versi, possiamo vedere una allusione tra signori e vassalli, come l’innamorato deve
soffrire ed aspettare per essere contraccambiato. Colore: colore retorico. Adeguamento a regole espressive
che piacciano al signore (forse non solo il signor amore. Il lessico è piuttosto ambiguo, possiamo pensare al
compiacimento di amore e alla cortesia (vassallo e signore). Quelli che sembrano temi legati all’amore,
posso unirsi al messaggio propagandistico comodo a Federico.
5 endecasillabi
Commento e ritornello della canzone principale. L’Ure: ripreso dal francese Ritorna a parlare delle prove di
amore, di una profondissima fedeltà. Si capisce questa richiesta di fedelta che la canzone può nascondere,
amore mette alla prova ma chi è capace di sopportare questa uccisione continua e morte continua, poi può
essere remunerato nel migliore dei modi. Premi d’amore o politici.
Quella che è considerata la più antica lirica amorosa italiana è stata rinvenuta dallo studioso Giovanni
Muzzioli a Ravenna nel 1938, trascritta sul retro di una pergamena con un atto di vendita di una casa. Per
essere più precisi, il ritrovamento comprendeva due testi. Il primo è composto da cinquanta decasillabi, e
l’incipit recita: Quando eu stava in le tu’ cathene, oi Amore, me fisti demandare s’eu volesse sufirir le pene
ou le tu’ rechiçe abandunare, k’ènno grand’e de sperança plene.
Davanti a questi versi inediti tutti da interpretare, Muzzioli passò il documento a uno stimato esperto, il
filologo Augusto Campana, il quale lo studiò a lungo ma non lo pubblicò mai, e così nessuno ha mai saputo
della sua esistenza, almeno fino agli anni Novanta, quando il filologo Alfredo Stussi lo ha ritrovato, studiato
e finalmente pubblicato nel 1999, quasi sessantanni dopo il rinvenimento. E nel divulgarlo lo ha datato tra la
fine del 1100 e gli inizi del 1200. Questa datazione ha aperto molti interrogativi e dibattiti tra gli studiosi,
perché ne faceva la più antica lirica amorosa nel volgare del sì, che anticipava di molti decenni quelle della
scuola siciliana nate alla corte di Federico II dopo il 1220. Ma troppi particolari non tornavano, visto che gli
elementi tipici della lirica provenzale convivevano con elementi siciliani che non trovavano una loro
spiegazione. C’è chi ha ipotizzato l’esistenza di una letteratura prefedericiana andata perduta, che tuttavia
non aveva un perché né altri reperti coevi, soprattutto da collocare in una città come Ravenna. Nel 2022,
però, una nuova interpretazione del testo sembra finalmente aver risolto il mistero Due autorevoli ricercatori,
la filologa Roberta Cella e il paleografo Nino Mastruzzo, hanno da poco pubblicato un libro molto accurato e
convincente – La più antica lirica italiana. «Quando eu stava in le tu cathene» (Ravenna 1226), Il Mulino,
Bologna 2022 – che incrociando molti elementi ha postdatato quella canzone collegandola a un preciso
avvenimento del 1226. Tra il 2 aprile e il 7 maggio di quell’anno, infatti, Federico II soggiornò insieme alle
sue truppe e a tutta la corte che lo seguiva proprio a Ravenna, un comune fedele all’impero. Il fatto è ben
documentato; l’imperatore era partito da Brindisi per raggiungere Cremona, un comune alleato, dove avrebbe
dovuto partecipare a un incontro strategico su questioni politiche e militari. Ma le città a lui avverse, tra cui
Milano, Bologna e Padova, per impedire che il vertice si svolgesse diedero vita a una seconda Lega
Lombarda e con le loro truppe concentrate nella roccaforte di Faenza sbarrarono la strada a Federico che
rimase bloccato a Ravenna e non riuscì a proseguire oltre. Per comprendere la vicenda bisogna premettere
che il sistema feudale del Medioevo italiano nel Duecento era entrato in crisi e si scontrava con l’ascesa dei
comuni sempre più automi dal punto di vista economico e militare. E la disponibilità di denaro degli
ambienti comunali costituiva una nuova forma di ricchezza rispetto a quella che l’imperatore offriva ai
feudatari concedendo loro i benefici di terre e castelli. Questi erano in fin dei conti dei beni limitati, mentre
l’espansione del commercio e dei comuni offriva differenti prospettive che potevano essere incrementate e
rivelarsi ben più promettenti.
Federico II, dopo essere stato incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nel 1220, si operò per la
costruzione di un nuovo Stato unitario attraverso un disegno politico che puntava a una rifondazione
illuminata e moderna del sistema feudale. Questo progetto si scontrava con la politica di molti comuni che
volevano sottrarsi al controllo imperiale, soprattutto quelli settentrionali che per difendere la loro autonomia
si erano già coalizzati nella Lega Lombarda contro la minaccia di Federico Barbarossa. A quei tempi la
poesia nel volgare della lingua del sì non esisteva, e circolavano invece i componimenti nella lingua d’oc,
impiegata anche da molti compositori italiani che sceglievano di scrivere in provenzale, mentre altri si
ispiravano alla tradizione della lingua d’oil usata nei cicli epici carolingi che narravano le vicende di
Carlomagno e dei suoi paladini contro i Saraceni (Chanson de geste), e il ciclo bretone con Tristano e Isotta,
re Artù e i cavalieri della tavola rotonda. In altre parole, la poesia in volgare italiano non era ancora nata e,
per arrivare a tutti, i compositori usavano le lingue francesi, seguendo in modo naturale i precedenti di
grande successo della tradizione poetica nelle lingue che allora erano considerate internazionali. La poesia
siciliana nacque alla corte di Federico in questo clima, e l’idea di dare vita a una lirica amorosa che seguiva
gli stessi canoni dei trovatori provenzali, ma si esprimeva nella lingua del sì, fu una scelta politica, che
prendeva le distanze sia dal latino della Chiesa – Federico II aveva dato vita all’università di Napoli che fu la
prima istituzione laica e svincolata dall’autorità religiosa – sia soprattutto dal provenzale, la lingua poetica
dei comuni avversari del nord. Fu un scelta linguistica dal significato formale, e non un fenomeno spontaneo
legato alla parlata locale della Trinacria, e infatti alcuni poeti come Pier della Vigna, nato a Capua, e lo
stesso Federico II non erano affatto siciliani. Come tutte le guerre, quel conflitto tra impero e comuni non era
solo militare, era fatto anche di propaganda che avveniva in modo ufficiale attraverso lettere scritte in latino
indirizzate ai comuni, e in via ufficiosa e più popolare attraverso la poesia. Le liriche in provenzale dei
trovatori dei comuni del nord non erano solo amorose, avevano anche intenti politici e circolavano canzoni
che promuovevano l’abbandono dell’imperatore per unirsi alla Lega. La propaganda non era rivolta solo ai
comuni, ma anche ai feudatari locali che per tradizione erano legati all’impero, ma erano tentati dalle
alleanze con il mondo comunale che offriva maggiori opportunità di [Link] l’interpretazione di
Cella e Mastruzzo, “Quando eu stava in le tu cathene” era proprio una risposta poetica da leggersi in questa
chiave, e dietro il dilemma tra lo stare nelle catene dell’amore e soffrire – nella speranza di ottenere una
ricompensa che non sarebbe forse mai arrivata – o abbandonarlo, c’era proprio la metafora politica del
dilemma tra l’alleanza con l’impero o con i [Link] canzone era in siciliano, la lingua contrapposta al
provenzale, e un altro elemento di novità è che era accompagnata dalla musica, anche se non abbiamo idea di
come fosse, e dunque era cantata, più che declamata. Una poesia musicata.
Quel componimento fu probabilmente cantato a Ravenna durante il soggiorno di Federico, e due ravennati lo
ascoltarono e lo trascrissero sul retro della pergamena di un vecchio contratto usato come carta da riciclo,
come a quei tempi si faceva abitualmente, nonostante le pergamene fossero trattate e adatte alla scrittura
soltanto da un lato. La carta e la pergamena a quei tempi erano piuttosto costose, e i vecchi documenti
venivano utilizzati abitualmente come supporto per scrivere altre cose, e infatti sino a quel momento anche
tutti gli altri frammenti in volgare si trovano scritti sugli spazi bianchi di altri testi, dal recentissimo
ritrovamento del manoscritto tedesco di Würzburg “Fui eo, madre, in civitate, vidi onesti iovene”, al Ritmo
laurenziano vergato su un più antico martirologio che risale alla fine del XII secolo. Nessuno, fino alla fine
del Duecento, pubblicò mai un libro di poesie in volgare e il costo di un libro, allora, era paragonabile a
quello di una casa, anche perché era un oggetto con un valore estetico e prezioso, spesso miniato dagli
amanuensi e talvolta rilegato su commissione con i piatti ornati da gemme.
Durante la trascrizione, come in uso a quell’epoca, il testo originale fu sottoposto a una “coloritura” che
adattava il siciliano alla parlata di Ravenna, che in termini moderni potremmo definire una sorta di
“localizzazione” che rendeva la lirica più comprensibile e più naturale alle orecchie dei concittadini. E la
cosa interessante è che i due testi, che a lungo sono stati interpretati come due diversi componimenti, sono
stati trascritti insieme alla notazione musicale, anche se oggi non sappiamo bene come decifrarla, e forse
appartengono a una sola canzone, di cui i cinque endecasillabi sono il ritornello.
LA SCUOLA POETICA SICILIANA:
La Scuola Siciliana è strettamente connessa con la figura di Federico II di Svevia (1194-1250), re di Sicilia
dal 1198 e imperatore del Sacro Romano Impero dal 1220, una personalità la cui influenza sul ‘200 è
indiscutibile, con il suo regno e il suo impero si segna quasi tutto il ‘200; la sua morte lascia degli strascichi
che si chiuderanno soltanto nel 1266 con la sconfitta di Benevento e la morte del figlio Manfredi (fatti
immortalati da Dante). La sua corte (Magna Curia) ha dei tratti di modernità straordinaria, ha una
costituzione che si rifà all’assetto del diritto romano, tanto che talvolta si è usato identificarla come una
prima manifestazione di un “Primo stato moderno d’Europa” (progetto politico e culturale). I rappresentanti
della Scuola Siciliana (burocrati) saranno tutti riconducibili all’assetto politico dell’impero di Federico II
(non tutti siciliani). Federico è infatti il primo ad intraprendere un progetto per la fisionomia culturale della
corte.
Parte fondamentale di questo progetto è la scelta linguistica, la scelta del volgare siciliano nella sua forma
più raffinata (siciliano illustre), che è una scelta “potente” (cultura poetica ben consolidata, alla quale si
rifanno, quella dei trovatori, lingua d’oc, Scuola di Provenza). I poeti della scuola si esprimeranno in questa
lingua volgare. Un problema fortissimo per la Scuola Siciliana sono le pochissime attestazioni, abbiamo
un’antichissima testimonianza di un componimento di uno dei protagonisti di questa stagione culturale che è
Giacomino Pugliese (1234-1235) della poesia Resplendiente, che si trova a Zurigo, nella Biblioteca Centrale.
Ci dà delle attestazioni precoci della scuola siciliana soprattutto nel siciliano illustro. I tre codici principali
che ci hanno trasmesso le poesie dei Siciliani sono per lo più tutti toscani, o fiorenti; solitamente si citano
queste tre grandi raccolte, che però contengono anche componimenti di autori bolognesi o fiorentini, che si
indicano con delle lettere:
➢ V (Codice Vaticano Latino 3793, fiorentino), antologia che contiene tutti i testi della scuola siciliana,
tramanda la produzione dei poeti siciliani.
Il Codice Vaticano Latino 3793 (siciliano filtrato secondo l’uso linguistico dell’epoca) è un manoscritto di
straordinaria importanza, sono 190 fogli, divisi in 26 fascicoli, e sono presenti più di mille componimenti,
divisi per forme metriche (prima tutte le canzoni, e poi i sonetti), divisi in ordine cronologico. Ogni sezione,
ogni blocco, si apre con un componimento chiave/rappresentativo, che fa capire come già ci fosse
consapevolezza (critica e storiografica) di quello che stava accadendo tra siciliani e poeti che precedono lo
Stil Novo. Abbiamo un esordio importante proprio con il caposcuola dei siciliani che è Giacomo da Lentini,
con questo suo manifesto della sua poesia, che è Madonna, dir vo voglio, che a sua volta è una libera
riscrittura di un componimento di Folchetto da Marsiglia, uno dei trovatori.
La Rima Siciliana vale a dire la rima di i con e chiusa e di u con o chiusa (diri: taciri > dire: tacere); questo
poi comporterà il fatto che, mentre le rime perfette non consentono neanche la rima tra e aperta ed e chiusa,
potremmo assistere a delle rime prettamente accettate che vedranno rimare parole in i con parole in e chiusa
e parole in u con parole in o chiusa. I protagonisti della Scuola Siciliana sono: Giacomo da Lentini, Giacomo
delle Colonne, Iacopo Mostacci, Pier delle Vigne, Stefano Protonotaro, Rinaldo d’Aquino, Giacomino
Pugliese, Cielo D’Alcamo etc. (in V 25 autori). Una generazione di poeti che evidentemente si riconoscono
in determinati ideali, un po’ imposti ed un po’ condivisi. Giacomo da Lentini, il caposcuola, il Notaro (14
canzoni, 24 sonetti), era appunto un notaio. Giacomo da Lentini è evidentemente colui che, in accordo con
Federico II, inizia a dare consistenza ad un progetto culturale ben preciso, ad una tradizione strettamente
consapevole della propria discendenza dai trovatori, di un trasferimento/appropriazione della poesia
provenzale, e quindi colui che veramente è il padre culturale di questa scuola; dall’altro lato non è soltanto il
promotore, ma colui che diventa un vero e proprio modello per gli altri, cioè ci sono degli altri poeti che si
allineano rispetto alla produzione di Giacomo da Lentini (“lentiniani”), la sua poesia si afferma proprio come
modello (impronta), dei poeti si riconoscono nella sua poesia (grande raffinatezza linguistica, retorica ed
espressiva). A Giacomo da Lentini si fa risalire l’invenzione di una forma metrica nuova, che è il sonetto. Il
sonetto ha sempre a che fare con la cultura dei trovatori, che sembra essere plasmato su quella che è
l’abitudine della cobla esparsa, singole stanze di un componimento lungo che i trovatori si cambiavano, cioè
di forme brevi poetiche, di dialogo a distanza fra i trovatori, che Giacomo da Lentini adatta alla lingua
volgare. L’amore è il tema principe per i poeti siciliani, è un amore che ovviamente si plasma, è strutturato
da quello che è l’amor cortese provenzale, cioè prendendo in prestito l’immagine di una relazione tra amante
(signore vassallo/cavaliere) e amata (domina); la relazione che lega il poeta a questa figura è una relazione di
vassallaggio, gerarchicamente molto strutturata (alto→donna amata ; basso→poeta). Se la poesia trovadorica
ha dei tratti di un erotismo un po’ più concreto, i siciliani perdono ogni traccia di questo erotismo, per
passare ad una vera e propria filosofia dell’amore, l’amore è qualcosa di intellettualistico, per lo più, tanto è
vero che talvolta la donna scompare, il vero protagonista e l’interlocutore diventa amore stesso, come entità
totalmente astratta, rispetto all’essere amato; senza dubbio il sonetto diventa lo spazio per un’espressione di
un'interiorità filosoficamente abbastanza complessa, esprime una dottrina d’amore che si rifà a concezioni
intellettualistiche della virtù stessa d’amore. Altro elemento distintivo, rispetto alla poesia dei trovatori,
questi poeti sembrano totalmente azzerare ogni riferimento all’attualità politica e sociale del tempo, anche
andando contro a quelli che erano degli elementi abbastanza consolidati nella poesia dei trovatori (satira
politica, temi di attualità). Questa assenza è spiegata in Federico II stesso: lo spazio per la polemica o per la
satira politica, all’interno di una manifestazione culturale che ha come principale promotore un sovrano,
potremmo immaginarcela come una forte contraddizione. Le due forme principali per questi poeti sono le
canzoni e i sonetti (tenzoni→il sonetto spesso esce dalla sua individualità e si organizza all’interno di
strutture più complesse).
Sonetto La forma normale del sonetto, alla quale si possono ricondurre tutte le varianti possibili, è un
testo di 14 endecasillabi, diviso in due parti, la prima di 8 versi (le due quartine), la seconda di 6 versi (le due
terzine). Lo schema di rime più antico di questa prima parte è ABABABAB (articolato per lo più in distici
ben riconoscibili nella struttura retorica e sintattica); più tardi, nel corso del Duecento e soprattutto con lo
Stil Novo, si afferma lo schema ABBA ABBA. La seconda parte del sonetto è analizzata in due terzine. Gli
schemi di rime più frequenti nel sonetto antico sono CDE CDE e CDC DCD. Modernamente la prima parte
del sonetto si dice ottava, o anche ottetto (per evitare la confusione con l’ottava rima), oppure fronte, per
analogia con la prima parte della stanza della canzone; la seconda parte si dice sestina, o anche sestetto
(sempre per evitare omonimie), o anche sirma, per analogia con la seconda parte della stanza della canzone.
Canzone La canzone può essere definita nel modo più generale come una “forma lirica strofica”: lirica,
cioè originariamente destinata al canto (cui allude genericamente al nome), dotata di una certa compattezza
stilistica e tematica, e di estensione relativamente breve (se si pone una base di 5 strofe, le varianti sono tanto
più rare quanto sono più lunghe); strofica, in quanto l’essenziale nella sua struttura è l’articolazione in strofe
uguali fra loro, cioè di ugual numero di versi, composte degli stessi tipi di verso nello stesso ordine e tutte
con lo stesso schema di rime. Le stanze di una canzone possono essere indivisibili, cioè prive di
articolazione interna, oppure, com’è il caso normale nella canzone italiana, divisibili.
I nomi usati per questa divisione sono:
➔ fronte, per la prima parte della stanza, se questa parte non è ulteriormente divisibile;
➔ sirma, per la seconda parte della stanza, anch’essa se non è ulteriormente divisibile.
Invece nel caso in cui, queste due parti abbiano un’articolazione interna, si dice che sono divise in piedi (per
due blocchi identici di versi, che formano la prima parte della stanza opposta alla seconda, quest’ultima
divisibile o indivisibile) e in volte (per due parti identiche, che formano la seconda parte della stanza opposta
alla prima, quest’ultima divisibile o indivisibile). Le rime mutano solitamente di stanza in stanza. Sono rari i
casi di canzoni senza divisione interna e con le stesse rime in tutte le stanze. La canzone può essere conclusa
da un congedo, che di solito ha la stessa struttura metrica della sirma. Nella poesia delle Origini è molto varia
la tipologia dei versi impiegati, ma prevalgono nettamente l'endecasillabo e il settenario, che saranno i soli
impiegati a partire da Petrarca e fino al Seicento, con poche eccezioni.
L’endecasillabo è un verso di undici sillabe con accento principale obbligato in decima posizione.
L’articolazione ritmica dell’endecasillabo prevede, nel tipo prevalente (detto canonico), oltre all’accento
fisso di decima, almeno un accento principale di quarta o di sesta: nel primo caso (4a, 10a) si parla di
endecasillabo a minore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un quinario), nel secondo (6a, 10a) di
endecasillabo a maiore (primo emistichio ritmicamente equivalente a un settenario).
Il settenario è un verso imparisillabo di sette sillabe, con accento principale obbligato in sesta posizione.
Prima di quest’ultima, il verso contiene di norma almeno un altro accento, ma in posizione del tutto libera.
La poesia delle origini:
La tenzone sulla natura d’amore (1241 ca.) appartiene già ad una fase intermedia della Scuola Siciliana e ci è
tramandata attraverso il manoscritto Barberiniano Latino 3953 (1325-1335). È costituita da tre sonetti, di tre
degli autori più noti della scuola:
vv. 1-4 Amore è un desiderio che proviene dal cuore per una sovrabbondanza (abondanza) di piacere
(piacimento); e gli occhi dapprima (in prima) generano l’amore, e il cuore gli dà nutrimento
(nutricamento). vv. 5-8 A dire il vero c’è (ben è), qualche volta (alcuna fiata),
un innamorato (om amatore) che non ha visto l’oggetto del proprio (so) innamoramento, ma
quell’amore che fa soffrire con passione (stringe con furore) ha origine (à nascimento) dalla vista
degli occhi. vv. 9-11 Perché (che) gli occhi
rappresentano al cuore le qualità buone e cattive (bono e rio) di ogni (onni) cosa che vedono, così
com’è formata in natura (naturalemente)
vv. 12-14 e il cuore, che accoglie queste immagini (di zo è concepitore), mmagina intensamente, e gli
piace quel desiderio: e questo è l’amore che regna tra gli uomini.
Veniamo al secondo sonetto della tenzone Però c’Amore non si pò vedere
di Pier della Vigna. Lo schema delle rime è evidente: per le quartine
ABAB, mentre per le terzine CDB (corrispondenza metrica con il primo
sonetto). Anche in questo sonetto è presente la Rima Siciliana. Nella
prima quartina Pier riprende ovviamente il primo sonetto, infatti afferma
che dal momento che Amore non lo si può toccare e non si può vedere, ci
sono molti pazzi che credono che Amore non esista. Nella seconda
quartina Pier spiega il suo punto di vista, infatti poiché Amore si fa
sentire dentro al cuore della gente, e regna nei cuori degli uomini, deve
avere ancora maggior pregio (data la sua potenza) rispetto a vederlo
visibilmente (con gli occhi fisici). Nelle terzine vi è un accostamento
figurato con la virtù intrinseca della calamita, che attira il ferro senza
essere vista, ma lo attira in modo assolutamente irresistibile (=potenza di
Amore, sui cuori degli innamorati), e ciò fa credere a Pier che Amore
esista, e anzi gli dà una grandissima fiducia, tanto da dire che Amore sia
sempre ritenuto esistente fra la gente. Il vero scioglimento della
questione, o meglio una posizione che sembrerebbe voler chiudere la
questione aperta da Iacopo Mostacci, si ha con il terzo sonetto Amore è
un desio che ven da core di Giacomo da Lentini, il maestro della Scuola Poetica Siciliana, che ha forse anche
la voce più autorevole, in questo dibattito su quello che è il tema più scottante e di maggiore interesse per
questi poeti.
PARAFRASI:
Poiché l'amore non si può vedere e non ha una sostanza fisica, molti sono così folli e poco saggi da credere
che esso non sia nulla.
Ma poiché l'amore si fa sentire dentro al cuore e domina le persone, deve avere molto maggior valore che se
potessero vederlo come qualcosa in carne e ossa.
Per la virtù della calamita non si vede come questa attiri a sé il ferro, eppure lo attrae dominandolo
incontrastata;e questa cosa mi induce a credere che l'amore esista [come sostanza] e mi dà grande fiducia che
sia sempre creduto fra la gente.
I Siculo-Toscani
➔ Bonagiunta Orbicciani (1220-1290); sembra dialogare in modo stretto con la poesia siciliana.
➔ Guittone d’Arezzo (1235 ca.-1294): Guittone d’Arezzo è un personaggio che ha una forte rilevanza ed
importanza per la poesia del ‘200. Molto rilevante per la sua poesia è il forte impegno di liriche di carattere
politico-civile e poi religioso (fase mistica→conversione religiosa). Lo stile di questo autore risulta molto
oscuro e più aspro (trobar clus), infatti molto spesso verrà visto come anti-modello, come esempio di poesia
superata. Senz’altro è un poeta molto prolifico, la grossa parte delle sue liriche ci sono pervenute attraverso il
Laurenziano Redi 9, nel quale sono contenute ben 24 canzoni di Guittone e 90 sonetti, tra questi c’è anche un
piccolo nucleo di poesie amorose (trattato d’amore). 50 canzoni e 250 sonetti. Cio che caratterizza la sua
produzione è la ricercatezza formale, complessità metrica, sintattica e lessicale. Simile al trobar clus.
Il Dolce Stil Novo (1280-1310)
A cavallo fra i due secoli, ci si trova davanti a un movimento che ha coscienza di essere moderno, nuovo; è
un fenomeno che collochiamo solitamente tra gli ultimi decenni del ‘200 e sopravvive fino ai primi decenni
del ‘300 (date orientative→massima rappresentazione). Il Dolce Stil Novo è un’etichetta relativamente
recente, perché il primo ad impiegarla come qualcosa di riconoscibili, e come strumento utilissimo per
parlare di questi poeti, toscani perlopiù, è Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana
(1870). Francesco De Sanctis è uno dei padri della Storia Letteraria come genere vero e proprio, ed è proprio
lui a dire: “Di questo dolce stil nuovo il precursore fu Guinicelli (Guinizelli), il fabbro (il maggior
rappresentante) fu Cino (da Pistoia), il poeta (il vero genio) fu Cavalcanti. La nuova scuola non era altro che
una coscienza più chiara dell’arte”. In questa definizione c’è un problema: manca Dante, il primo a parlare di
Dolce Stil Novo (Purgatorio, 24 - golosi), mettendolo sulla bocca di Orbicciani, dando un’autodefinizione di
quella che è la caratteristica dei poeti suoi amici, della sua generazione, o di quei poeti che riconoscono
anche un po’ l’autorità di Guinizelli, come padre, o per meglio dire precursore, a cui questi poeti si rifanno,
che lo vedono come il primo ad aver preso le distanze dai guittoniani e dai siculo-toscani. Gli stilnovisti
devono essere ispirati dall’Amore, è questo il modo in cui Dante descrive questa corrente, questa tendenza.
Anche nel Dolce Stil Novo il tema dominante è l’amore, che però diventa promotore di grandissimo
rinnovamento interiore, che solitamente viene associato a quell’immagine della donna come angelo, come
mediatrice del rinnovamento interiore. Secondo Guinizelli la predisposizione ad amare non è qualcosa che
deriva dalla nobiltà di stirpe o di discendenza, ma che invece sia qualcosa legato alla pura virtù dei cuori, alla
gentilezza del cuore. Le forme più utilizzate sono ancora il sonetto e la canzone, a cui si aggiunge una forma
più vicina ad accogliere anche altri temi, che è quella della ballata, una dimensione più aperta alla dialogicità
(c’è spesso un andare verso il pubblico, che viene chiamato in causa). Lo stile di questi autori mira
comunque alla chiarezza e all’eleganza, ma si affidano comunque al volgare toscano, illustre, raffinato e
letterario (non come i siciliani).
Ovviamente Dante è la figura che meglio rappresenta questo passaggio, le sue stagioni e la sua produzione
(soprattutto quella giovanile) rappresentano il tramite, il mediatore fra i due secoli, in quanto la sua poesia si
proietta in avanti nel secolo successivo con delle svolte. Gran parte della poesia stilnovista ci è pervenuta
attraverso il Codice Chigiano L VIII 305. I protagonisti di questa “corrente” sono: Guido Guinizelli (il
padre), Guido Cavalcanti, Cino da Pistoia, Dante Alighieri, Lapo Gianni, Gianni Alfani, Dino Frescobaldi.
Codice Chigiano L VIII 305 realizzato a Firenze tra gli anni 30 e 50 del XIV secolo. Il canzoniere dello
Stilnovo far seguire Cavalcanti sembra testare la novità che gli stilnovisti rappresentano già a metà del
300.
Temi e forme che caratterizzano gli stilnovisti
1. L’amore inteso come qualcosa che si definisce filosoficamente e che porta a un rinnovamento
interiore.
2. Donna-Angelo: fa da intermediaria per il processo di rinnovamento interiore.
3. Gentilezza del cuore: ci si interroga su quali basi si fondi la bontà d’animo. È una proprietà
intrinseca ai cuori stessi.
4. Sonetti, canzoni, ballate: continuità rispetto ai siciliani. Il sonetto e la canzone sono le forme
predilette per fare poesia.
Lingua e stile
La lingua scelta è il volgare di una certa raffinatezza per lo più di origine toscana che mira a un’estrema
chiarezza. La chiarezza e l’eleganza stilistica sono la base della poesia. Vogliono raggiungere una lingua
limpida e chiara. Il poeta si immagina come una sorta di sotto dittatura dell’amore che non miri all’oscurità.
Lo stile che i poeti cercano di raggiungere è molto elegante. Mirano alla chiarezza alla trasparenza.
La figura di Guido Guinizzelli
Guido Guinizelli si stacca sia per età che per personalità rispetto agli altri poeti stilnovisti, anche per il modo
in cui le sue poesie ci sono pervenute, infatti è l’unico di questi poeti ad essere rappresentato anche nei
manoscritti di fine ‘200 (Vaticano Latino 3793 e Chigiano L VIII 350). Guido Guinizelli nasce a Bologna
(tra il 1230 e il 1240 - 1276 ca.), è un giudice ed è di fazione ghibellina (iniziano ad emergere gli
schieramenti politici). Dante in questo personaggio vede un punto di riferimento, una svolta, per tanti
elementi. La produzione che ci è pervenuta di questo poeta sembra essere abbastanza smilza (paragonata a
Guittone): 5 canzoni e 15 sonetti (e varie testimonianze scarse), ma nonostante ciò viene fatto un gran tesoro
della sua poetica.
Si tratta di un sonetto di corrispondenza (attacco a
Guinizzelli da parte di Bonagiunta) in cui Bonagiunta si
rivolge a Guinizzelli sottolineando la modernità della sua
poesia e del suo stile, e il modo di parlare dell’amore e della
forma dell’essere, per superare ogni altro poeta (trovatori);
Guinizelli ha fatto come la fiaccola (desiderio di superare gli
altri poeti), ha cercato di illuminare e dare splendore, ma non
qui, dove risplende una luce più potente (poesia di
Bonagiunta), che avanza e supera le altre luci. In questo
modo superati gli altri modi di fare poesia di sottigliezza,
non c’è nessuno che riesca bene a spiegare quello che volete
dire, dal momento che è così oscura la vostra lingua, il
vostro modo di parlare, di esprimervi. Questa è ritenuta una
grave stravaganza (dissomiglianza→ci fa notare quanto
emerga il suo staccarsi dai suoi contemporanei, quanto si
distingua la poesia di Guinizzelli), benché la vostra cultura
(il vostro senno) venga da Bologna (personaggio vicino
all’università bolognese; quindi, dovrebbe essere connotata da una comicità espressiva e dal farsi
comprendere), le sue canzoni sono composte per forza di scrittura (oscurità della poesia stessa). Quindi la
poesia di Guinizzelli per i contemporanei era evidentemente moderna, era qualcosa che si poneva come
rottura rispetto a quella precedente, che sceglieva una maniera, uno stile differente (almeno per Bonagiunta).
Parafrasi:
Bonagiunta si sta rivolgendo a Guido e dice voi che avete cambiato la maniera dei piacevoli detti d’amore
della forma in cui si trovava per superare ogni altro poeta, avete fatto come la lampada che dà splendore alle
parti oscure (lampada che si mette in alto e fa luce sui luoghi oscuri, si è elevato per spiccare) ma non qui
dove risplende il sole che avanza e super di luminosità (si riferisce o a se stesso o a Guittone). Introduce tratti
che per lui sono oscuri. La poesia di Guinizzelli è cosi difficile che non si trova qualcuno che la possa
spiegare. Attacca in modo chiaro la poesia di Guinizzelli. Grande stranezza benché l’intelletto venga da
Bologna
Il sonetto (circolare) di risposta sembra vaghissimo
rispetto all'attacco profondo che arriva da Bonagiunta, ma
evidentemente c’è una presa di posizione chiara di difesa
nei confronti delle accuse che egli riceve. Guinizelli in
questo sonetto dice che è meglio non affrettarsi troppo nei
giudizi ma muoversi con misura: poi quando veramente si
ha avuto modo di pensare, e di riflettere su quella che è
l’opinione che deriva dal vero, allora ci si può
avventurare. Ed è folle chi crede di vedere da solo la
verità, invece bisogna pensare che anche altri hanno a cura
la verità: l’uomo non si deve ritenere troppo sicuro, ma
deve guardare con attenzione il suo stato e la sua natura.
Gli uccelli (metafora) volano in aria nei modi più diversi e
hanno diversi modi di comportarsi, né sono tutti
contraddistinti dallo stesso modo di volare né dallo stesso
ardimento (ciascuno canta e vola a suo modo). Dio ha
messo in ordine la natura e il mondo per gradi, e in questo
suo ordine ha reso diversi i senni (intelligenze) e gli
intendimenti (intenti): perciò è meglio che ciascuno non dica quello che pensa in modo immediato.
Il vero artefice, colui che in modo molto più significativo aiuta a riconoscere Guinizzelli il padre di una
stagione poetica, di un movimento, è come sempre l’Alighieri, infatti in un sonetto notissimo della Vita nova
(XXIII) citerà apertamente la canzone più nota di Guinizzelli Amore e ‘lor gentili sono una cosa (citazione di
Al cor gentile rempaira sempre amore): già in questo sonetto Dante si riferisce a Guinizzelli dicendo sì come
il saggio in suo dittare pone. Nel Purgatorio (XXVI - lussuriosi) c’è un incontro anche con Guinizzelli in cui
Dante lo definisce il padre mio e de li altri miei migliori.
PARAFRASI:
Un uomo che è sapiente non corre alla leggera [senza pensare], ma passo a passo così come vuole la misura:
quando ha pensato, trattiene in sé il suo pensiero fin tanto che la verità non lo conferma. È pazzo chi pensa di
essere il solo a vedere la verità e non crede che altri se ne preoccupino: un uomo non deve comportarsi in
modo troppo altero, ma deve considerare la sua condizione e la sua natura.
Nel cielo volano uccelli di aspetto singolare e si comportano in modi assai diversi, né volano o agiscono tutti
alla stessa maniera. Dio ha creato la natura e il mondo secondo una gradualità e ha fatto le intelligenze e le
menti diverse tra loro: perciò non si può dire a nessuno cosa debba pensare.
Guido Guinizzelli: Al cor gentil rempaira sempre amore (manifesto stilnovismo)
Si tratta di una canzone di 6 stanze (5+1 congedo), di dieci versi (endecasillabi e settenari) ciascuna, a
schema AB AB cDc EdE (gli endecasillabi sono indicati con la maiuscola, mentre i settenari con la
minuscola). È una canzone notissima, in parte ricorda le coblas capfinidas provenzali (ossia quelle coblas
unite da una parola dell’ultimo verso che torna in una espressione del primo verso della stanza successiva,
crea legame e continuità tra la fine di una stanza e l’inizio dell’altra), ad eccezione dell’ultima strofa che ha
una natura un po’ diversa rispetto alle altre cinque, e quindi si stacca anche da questo punto di vista.
Nella prima stanza vi è la dichiarazione poetica di Guinizzelli: secondo il poeta, la gentilezza del cuore è
qualcosa che prescinde dalla nobiltà sociale (familiare ed ereditaria), ma dipende dalla virtù che è intrinseca
al cuore stesso. L’amore trova la sua patria (torna a casa) nel cuore gentile (habitat), come l’uccello
(similitudine) che si va a rifugiare (riposare) nel verde del bosco; la natura non fece l’amore prima del cuore
gentile, né fece il cuore gentile prima che amore (amore e gentilezza sono sovrapponibili, sono inscindibili
l’uno dall’altro, sono stati creati contemporaneamente): non appena venne creato il sole (usa delle immagini
per spiegarsi meglio, per fissare i concetti), allo stesso tempo lo splendore si manifestò, né fu prima del suo
splendore il sole; e l’amore trova la propria dimora nella gentilezza (nei cuori gentili) così come allo stesso
modo il calore (similitudine) nella chiarezza del fuoco.
Nella seconda stanza vi è un altro accostamento interessante, in quanto il poeta afferma che il fuoco
d’amore si accende nel cuore gentile come la virtù si trovaè nelle pietre preziose (potere dei minerali), e
questa virtù proviene (riflesso) dalle costellazioni e discende fino a noi; poiché il sole l’ha depurata ciò che
ha di vile, allora la stella gli dà valore (alla pietra): così il cuore che è stato fatto dalla natura predisposto
(eletto) all’amore, in quanto è puro e gentile, la donna come la stella (che infonde la virtù nella stella) lo fa
innamorare.
Nella terza stanza il poeta afferma che per il modo in cui l’amore sta nel cuor gentile può essere paragonato
al modo in cui il fuoco sta in cima al candelabro (ritorno alla prima stanza): l’amore risplende nei cuori
gentili a suo piacere, chiaro e sottile; non starà nello stesso modo in cui la fiamma sta nel candelabro, in
quanto è tanto impetuoso nei cuori gentili. In questo modo la natura malvagia (parallelismo) si oppone
all’amore come l’acqua al fuoco caldo, a causa del freddo. L’amore trova il suo luogo ideale (confacente) nei
cuori gentili (nobili d’animo), esattamente come il diamante sta nella miniera (la sua casa).
Nella quarta stanza il poeta torna a fare paragoni, infatti secondo lui, nonostante che il sole colpisca il
fango continuamente, tutto il giorno: tuttavia il fango rimane comunque vile, che in ogni caso non perde il
suo calore (le due virtù non si annullano a vicenda); un uomo presuntuoso disse: “Io sono gentile per
discendenza familiare” (non per virtù del cuore); il poeta lo paragona al fango, invece il sole può essere
paragonato alla virtù, al valore: per questo motivo non si deve dare fede (non si deve credere) che la
gentilezza possa esistere fuori dai cuori virtuosi o che questa possa derivare dall’eredità della propria
discendenza se non si ha un cuore gentile, come l’acqua (similitudine→fango) sopporta il passaggio dei
raggi del sole e il cielo (sole) trattiene lo splendore e la potenza delle stelle. Splendono le intelligenze
(celesti) del cielo ai nostri occhi secondo la volontà di Dio creatore, ed elle sembrano rispecchiare
(capiscono) la sua volontà (di colui che le ha create), facendo muovere il cielo, e da lì iniziano ad obbedirgli
(il cuore gentile si adegua alla volontà di Dio); e realizza da subito ciò che il giusto Dio gli ha dato come
beato incarico. Così in verità, la bella donna fa risplendere (accende) negli occhi del suo innamorato un
desiderio (volontà divina) che non si allontana mai dall'obbedirle (innamoramento concreto).
L’ultima stanza cambia completamente di tono rispetto alle altre e diventa una sorta di piccolo dialogo in
cui il poeta viene un po’ messo in discussione proprio da Dio, che è stato scomodato nella stanza precedente.
Il poeta si rivolge direttamente alla donna amata (vocativo), però Dio gli dirà: “Che cosa hai avuto la
presunzione di fare?”, nel momento in cui la sua anima si troverà davanti a lui. Dio riprende il discorso
dicendo: “Hai osato superare (passare) i cieli e sei venuto fino a Me e hai paragonato Me in modo
inappropriato (invano) all’amore: a Me si addicono soltanto le lodi (che tu hai invece usato per una donna
qualsiasi) e anche alla Madonna (Regina) che regna ed è degna del regno in cui si trova, grazie alla Quale
cessa ogni inganno”. E il poeta allora risponde: “Questa donna aveva le sembianze di un angelo del regno di
Dio; quindi io non ho fatto un errore (quindi non è sbagliato lodarla), se in lei ho riposto il mio amore
(donna=salvezza divina)”.
PARAFRASI:
Come l'uccello si rifugia (inselva) nel verde del bosco (verdura), così l'amore ritorna (rempaira, cioè "torna
in patria", a casa sua) sempre nel cuore nobile; e la natura non creò né l'amore prima del cuore nobile né il
cuore nobile prima dell'amore (chia smo; vale a dire che li generò nello stesso momento, sono inseparabili):
perché non appena (adesso) venne creato il sole, nello stesso momento vi fu luce (lo splendore si manifestò)
(come amore e cuore creati insieme, anche sole e splendore sono inscindibili], né il sole venne creato prima
(della luce, del suo splendore); l'amore trova la propria dimora nei cuori delle persone nobili (in gentilezza)
così come il calore nel chiarore del fuoco [sovrapponibilità tra amore e cuori gentili, e tra luminosità del sole
o del fuoco e il suo chiarore]. Il fuoco d'amore si accende nel cuore gentile come la virtù in una pietra
preziosa (l'amore si trova a casa nel cuore come la virtù nelle pietre), che non riceve qualità dalla stella (le
virtù delle pietre sarebbero un riflesso di una virtù che viene da diverse stelle) prima che il sole la renda una
cosa gentile; dopo che il sole le ha tratto fuori ciò che ha di vile, allora la stella le dà il suo valore (alla pietra)
così, il cuore che è stato fatto dalla natura eletto, puro e gentile, la donna come una stella (che infonde la
virtù nella pietra) lo fa innamorare. [La virtù in potenza che sta nei cuori diventa in atto grazie alla donna. Lo
stesso avviene con la stella per le pietre. La capacità di innamorarsi è ancora inespressa finché non c'è la
mediazione della bellezza della donna che avviene attraverso la vista. In quel momento, l'innamoramento
rende i cuori che sono già disposti all'amore, innamorati]. Per questo motivo, l'amore sta nel cuore gentile
come il fuoco sta in cima al candelabro: risplende nei cuori gentili a suo piacere (a sua volontà), chiaro e
sottile; non vi può stare in altro modo dal momento che è così impetuoso. In questo modo la natura malvagia
si oppone all'amore come l'acqua al fuoco caldo, a causa del fatto che è fredda. Amore dimora nel cuore
nobile come in un luogo a lui congeniale come il diamante nella miniera (o minerale) del ferro. [L'acqua
spegne il fuoco così come la natura non è accogliente all'amore. Affinché amore trovi dimora necessario un
cuore gentile]. Il sole colpisce il fango in continuazione: ma il fango resta una cosa vile, e il sole non perde il
suo calore (se il fango non risponde alla virtù del sole dall'altro lato non lo priva della sua potenza. Si tratta
di un riferimento ai cuori cattivi che non accolgono amore che sono paragonabili al fango mentre amore al
sole); un uomo presuntuoso disse: "lo sono gentile per stirpe"; lui lo posso paragonare al fango mentre il sole
alla vera virtù: per questo motivo non bisogna credere che la nobiltà stia in un posto diverso dal cuore,
ovvero nel prestigio che si eredita dalla stirpe, se non si ha un cuore nobile incline alla virtù cosi come
l'acqua trasparente si lascia trapassare dai raggi del sole, e cosi come il cielo trattiene in sé lo splendore delle
stelle. [La gentilezza non si può ereditare]. Dio creatore splende nell'intelligenza che muove i cieli (le
intelligenze celesti sono gli angeli che, secondo la teologia cristiana, erano preposti al moto dei vari cieli) più
di quanto il sole splenda ai nostri occhi: questa intelligenza riconosce subito il suo creatore al di là del cielo,
e - facendo girare il cielo - obbedisce a lui; e realizza da subito ciò che il giusto Dio gli ha dato come beato
incarico (Berisso) / e ottiene immediatamente dal giusto Dio il compimento della propria beatitudine
(Pirovano) [Vale a dire che le intelligenze angeliche trovano nel compimento stesso della loro funzione (che
è quella di far girare i cieli) la loro beatitudine]. Allo stesso modo, a dire la verità, la bella donna dovrebbe
trasmettere il desiderio di non allontanarsi mai dall'obbedire sempre a lei, non appena la sua immagine
splende negli occhi del suo nobile amante [Il cuore gentile si adegua, come le intelligenze celesti al loro
creatore, alla volontà dell'amore data dalla donna stessa che è paragonabile a Dio. In questo modo lei fa sì
che ci sia la trasformazione dell'amore in potenza in amore in atto attraverso l'innamoramento].
Il poeta si rivolge alla donna amata:
Donna, Dio mi dirà "Cosa hai avuto la presunzione di fare?" quando la mia anima si troverà davanti a lui.
"Hai osato attraversare i cieli e sei venuto fino a me, dopo avermi usato come termine di paragone per un
amore profano (vano) [la volontà di Dio e sfere celesti viene paragonata al rapporto con il cuore gentile,
l'innamorato e la donna amata]: ma le lodi spettano soltanto a me e Maria, grazie alla quale cessa ogni
inganno" [hai osato fare lodi che spettano solo a Dio a una donna, a un essere vivente e all'amore]. E io gli
risponderò "Per le sue fattezze angeliche, ho pensato che appartenesse al tuo regno, al paradiso; non ho fatto
un errore (fallo) se in lei ho riposto il mio amore" [la scusa per aver osato scomodarlo per parlare di amore
terreno per una donna].
Guido Guinizzelli: Io voglio del ver la mia donna laudare
È un sonetto notissimo di Guinizzelli e centrale per il tema della lode
(plaser), che si apre con queste immagini che servono a suggerire la
bellezza e la nobiltà della donna cantata dal poeta. In questo sonetto
Guinizzelli vuole veramente lodare la sua donna e paragonarla alla
rosa e al giglio: lei risplende e appare più luminosa della stella diana
(Venere→prima stella a comparire ed ultima a vedersi nel firmamento,
quindi la più luminosa) e a tutto ciò che di bello lassù appare (si può
vedere). La paragona alla verde campagna e all’aria, a tutti i colori dei
fiori, al giallo e al rosso acceso, all’oro e all’azzurro dei lapislazzuli e le ricche gioie che possiamo offrire: lo
stesso Amore grazie alla sua potenza, alla bellezza, si perfeziona sempre di più (migliora in sua presenza).
Passeggia attraverso le vie così elegante, così nobile (gentile) tanto che riesce ad abbattere l’orgoglio di colui
a cui dona salute, e riesce anche a convertirlo, se è non crede; e non le si può avvicinare nessuno che sia vile;
nessun uomo può mal pensare dal momento in cui la vede, questa è un’altra sua virtù. Scema metrico
ABAB, CDE. Tutto ciò che è bello può essere paragonato alla donna. Non si limita ad accostare la bellezza
della donna a ciò che e creato ma vede l’effetto che ha sull’innamorato. Guinizzelli si concentrerà molto ad
elogiare la donna e sugli effetti che la sua bellezza ha sulla persona innamorata. La donna riesce a convertire
se costui che incontra già non lo è. Vile assenza di valore. La donna amata respinge coloro che non sono
dotati di virtù, gentilezza. Nessuno può mal pensare quando la vede.
La figura di Guido Cavalcanti
Guido Cavalcanti è veramente il poeta dello stilnovismo, ovviamente è fiorentino, nasce intorno al 1258 e
muore nel 1300; è un guelfo bianco (conflitto con alcune famiglie dominanti della Firenze del tempo, proprio
per questo verrà esiliato nel 1300), di famiglia mercantile, figlio di Cavalcante (Inf. X), fu promesso in
matrimonio nel 1267 a Beatrice, figlia di Farinata degli Uberti, poeta-filosofo, di famiglia avversa ai guelfi.
È un personaggio dalle caratteristiche assai differenti rispetto a Guinizzelli (dal punto di vista poetico), infatti
la sua è una poesia fortemente connotata dal punto di vista filosofico e della filosofia naturale (etichetta
attribuita da Boccaccio), è un personaggio un po’ eccentrico, isolato, e forse è ciò che determina un rapido
allontanamento (amore≠ragione) da parte di Dante, che lo aveva definito il “primo amico” fra i suoi
(posizioni incociliabili).
Guido Cavalcanti: Biltà di donna e di saccente core
Guido Cavalcanti è uno dei rappresentanti (assieme a Dante e
Cino da Pistoia) più significativi dello Stil Novo. Per certi
versi Cavalcanti è un amico strettissimo di Dante ed un
modello per lui, almeno fino ad un certo punto (rottura fra i
due a causa del rapporto che esiste tra amore e ragione). Lo
schema delle rime di questo sonetto è il seguente: per le
quartine abbiamo ABAB, mentre per le terzine CDE. È un
sonetto che rientra perfettamente in quel genere del cosiddetto
plaser, di origine provenzale, in cui la bellezza della donna
viene messa a confronto con ciò che di bello c’è in natura
(nelle quartine), e ovviamente la bellezza della donna lo
supera (gioco raffinato e sofisticato per descrivere la virtù
della donna). La bellezza della donna e anche di un cuore
saggio, e i cavalieri armati che siano gentili; il canto degli
uccelli e il ragionar d’amore; le barche adorne che corrono in
mare rapidamente; l’aria serena quando appare l’alba e la neve che scende bianca e silenziosa; l’acqua dei
fiumi e i fiori che adornano i prati; l’oro, l’argento e le pietre azzurre che adornano i vestiti: la bellezza, la
virtù e il cuor gentile della mia donna li superano, tanto che tutto ciò sembra vile a chi lo guarda; e ogni altra
virtù conoscitiva che ella possiede supera ogni altra intelligenza, quanto il cielo è maggiore della terra. A
colei che ha simile natura sublime, non manca alcuna virtù (alcun bene). Nel primo verso è presente un
chiasmo, cioè è costruito in modo perfettamente speculare nelle due parti che lo compongono (biltà di donna
x di saccente core). Al quarto verso è invece presente una metonimia, che in questo caso è legni per indicare
le barche.
Chiasmo Figura retorica, consistente nell’accostamento di due membri paralleli, in modo però che i
termini del secondo siano disposti nell’ordine inverso a quelli del primo. (una x)
Metonimia Figura retorica che consiste nell'usare il nome della causa per quello dell'effetto (per es.
vivere del proprio lavoro), del contenente per il contenuto (bere una bottiglia), della materia per l'oggetto
(sguainare il ferro). (Funziona per sostituzione).
Guido Cavalcanti, Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira
È un sonetto ancora di lode, di celebrazione della bellezza
(virtù) della donna amata. Chi è questa che procede, che
chiunque la guardi fa tremare per il suo chiarore
(fenomeno di fisica→scintillazione) l’aria e porta con sé
Amore, tanto che nessuno riesce più a parlare davanti a lei,
ma ciascuno sospira? O Dio, che cosa sembra quando gli
occhi (sguardi) si incontrano, se non altro che Amore
(troppo grande da descrivere), perché io non lo saprei
raccontare (gli strumenti umani sono incapaci di descrivere
la bellezza di questa donna): mi sembra una donna di tale
umiltà (tanta benevolenza), che ogni altra donna a
confronto di lei la chiamerei sdegno. Non si potrebbe
raccontare la sua piacevolezza, che a lei si deve inchinare
ogni altra virtù di gentilezza, tanto che pure la bellezza (la
dea) in persona la addita come sua rappresentante. La
nostra intelligenza non fu così alta e non abbiamo tanta salvezza, che in modo proprio ne avremo conoscenza
(insufficienza degli strumenti conoscitivi per gli esseri umani).
LA VITA NOVA
La Vita Nova ci è arrivata attraverso 48 testimoni, ciò significa che è un testo che ha avuto immediato
successo. Uno dei codici che ci tramanda la Vita Nova è ancora il Codice Chigiano L VIII 305 (Biblioteca
Apostolica Vaticana). L’intento di Dante è quello di mettere insieme i ricordi (complessa storia d’amore con
Beatrice→esperienza traumatica), ma non solo racconta questa sua vicenda personale, ma lo fa a partire dalla
sua esperienza di poeta, dalle poesie giovanili che ha scritto nella sua prima età (giovinezza), le sottopone
anche agli amici e le autocommenta. Dante Alighieri nasce a Firenze nel 1265 e muore a Ravenna nel 1321.
Collochiamo la Vita Nova sicuramente negli anni giovanili, e i componimenti (rime giovanili) che lui
raccoglie si collocano già a partire dal 1270. Il momento in cui Dante estrapola la sostanza di quanto ha
vissuto avviene tra il 1292-93 /1294-95 (scrittura del libello). Nel Convivio (canzoni allegoriche e morali)
Dante riflette su fenomeni linguistici e letterari di grande portata, così come fa anche nel De vulgari
eloquentia dove decide di definire quale sia il volgare che va usato per la poesia. E infine poi si arriva al
poema sacro, la Commedia.
Dante vuole prendere le cose che ha scritto e vuole mettere insieme tutto quello che ha scritto, se non proprio
tutto almeno il contenuto delle cose più importanti che ha scritto fino a quel momento.
Il titolo Vita Nova potrebbe avere due interpretazioni: la prima (più accreditata) si riferisce alla vita
giovanile; l’altra possibile interpretazione è che invece abbia a che fare con delle svolte, con una nuova vita
nel senso vero e proprio. Dante vuole raccogliere e riorganizzare buona parte delle sue rime giovanili, infatti
nella Vita Nova troviamo 31 poesie (discreta varietà di forme), di queste 23 sono sonetti, 2 sono sonetti
rinterzati, 5 sono canzoni, ed è presente anche una ballata. La cosa più geniale e di straordinaria originalità di
Dante è che insieme a queste 31 poesie abbiamo delle prose che raccontano la storia d’amore che legano
Dante e Beatrice, e dei commenti puntuali ai componimenti poetici raccolti nella Vita Nova (prosa di
commento=prosimetro).
Prosimetro è un genere letterario in cui prosa e versi vengono alternati in modo equilibrato.
I quarantadue (XLII) capitoli che lo compongono possono essere grosso modo divisi in tre parti
(struttura/disegno tripartito):
1. dal proemio alla crisi del “gabbo” (Beatrice e le altre donne si prendono gioco di Dante→momento di
svolta Beatrice priva Dante del saluto, Dante trova un altro modo di fare poesia dove la lode della donna
diventa l’unico obiettivo dell’autore);
2. “matera nova” della poesia della lode (cambio di direzione nuova immagine di Beatrice);
3. Grande crisi morte di Beatrice ( giugno 1290) alla visione finale (momento di smarrimento per Dante,
che viene consolato dalla donna gentile (immagine della filosofia) conversione finale, con l’apparizione di
Beatrice).
Traspare il legame di Dante con la tradizione classica: i classici (la tradizione latina→scarsamente
accessibile, in particolare alle donne) che Dante vuole superare con la scelta del volgare (lingua colta, nobile,
gentile), però si costruisce su forti basi, legami con la tradizione classica, i modelli più forti ai quali Dante si
rifà vengono proprio da lì (De consolatione philosophiae di Boezio, vidas e razos Confessiones di Agostino,
Laelius de amicitia di Cicerone). Insieme a questi, c’è ancora la tradizione dei trovatori, che potrebbero
essere stati i modelli per la componente autobiografica.
Alcuni componimenti della Vita Nova li possiamo collegare nel tempo:
➔ Era venuta nella mente mia (dopo la morte di Beatrice; 8 giugno 1290);
❖ L’opera si apre con il primo incontro, a 9 anni, con Beatrice e subito si accende la fiamma (l’amore si
impossessa del poeta, accompagnato dalla luce della ragione);
❖ Dopo 9 anni (numerologia), quando entrambi sono diciotteni, i due si rincontrano e Beatrice gli concede il
saluto;
❖ Segue la sequela delle cosiddette donne dello schermo, che per difendere l’onore di Beatrice (che tra
l’altro era anche sposata) vengono individuate delle donne su cui casualmente (in quanto sta cercando
Beatrice) cade lo sguardo di Dante (sdegno e rabbia di Beatrice→perdita del saluto-salvezza);
❖ Dante rinuncia ad attendere il saluto, cioè l’obiettivo della sua poesia, e invece l’unico obiettivo dello
scrivere diventa il piacere che si prova nel lodare e nell’esaltare Beatrice e la sua virtù (gentilezza);
❖ Un evento di svolta è sicuramente la morte di Beatrice (la donna gentile) e infine si ha lo scioglimento, in
cui viene annunciato che sarà scritta un’altra opera.
SONETTO RINTERZATO Innovazione guittoniana è anche il sonetto rinterzato (cioè "rafforzato’), nel
quale, su una base per lo più ABABABAB CDC DCD, si aggiunge un settenario in rima col verso
precedente dopo ogni verso dispari dell’ottava e dopo il primo e secondo verso delle due terzine; in altre
parole ogni distico AB diventa AaB, le terzine diventano CcDdC DdCcD. Una variante non esattamente
guittoniana del sonetto rinterzato è presente in due esemplari nella Vita Nuova, O voi che per la via d’Amor
passate (AaBAaBAaBAaB CDdC DCcD) e Morte villana, di pietà nemica (AaBBbAAaBBbACDdCCDdC):
in entrambi, nelle terzine è rinterzato col settenario solo il secondo verso; nel secondo, la base dell’ottava è
ABBA ABBA.
Nell’incipit della Vita Nuova è come se la memoria fosse una rubrica, dove c’è scritto che inizia la vita
nuova. Fin dall’inizio ci viene detto che la vita nuova diventa un libretto che è trascrizione delle parole
principali che riguardano la produzione di Dante fino a lì e se non tutte almeno la loro sentenza. La raccolta
delle poesie diventa un’antologia e mette insieme prosa e poesia.
Dante attraverso le sue opere costruisce si auto rappresenta un poeta d’amore, che passa attraverso vari
sviluppi primo quello dei 18 anni fino ai 30 anni. Auto commenta le fasi della propria maturazione e della
sua scrittura poetica.
Erano passati 9 anni dalla prima apparizione di Beatrice (adesso entrambi hanno 18 anni; nel “De amore” di
Cappellano viene detto che l’uomo entra in età adulta quando compie 18 anni e questo lo autorizza a parlare
della sua donna), nell’ultimo di questi giorni avvenne che questa mirabile donna (domina, signora) apparve a
me vestita di bianco (colore che evidenzia la sua purezza, candore e virtù), in mezzo ad altre due gentili
donne (quest’ultime condividono le medesime di virtù di Beatrice che servono a comprendere l’amore e la
poesia), le quali erano più grandi (mature) rispetto a lei; e passando per strada, posò il suo sguardo su di me
pauroso in un angolo (egli si sente inadeguato rispetto alla sua enorme gentilezza), e per la sua ineffabile
cortesia/nobiltà (difficile da essere raccontata) che adesso è ricompensata nell’aldilà (grande secolo: al di là
del tempo presente, ciò che ci attende dopo la vita terrena), mi salutò e così virtuosamente che mi parve di
toccare i limiti estremi (i confini) della beatitudine/felicità. Erano certamente le 15 del pomeriggio (l’ora
nona quando Dio morì nelle Sacre scritture simbologia dei numeri). E però quella fu la prima volta che le
sue parole si mossero (dalla sua bellissima bocca) per raggiungere le mie orecchie, preso dalla dolcezza,
quasi ubriacato, mi allontanai dagli altri, e giunto al luogo solitario della mia cameretta, mi misi a pensare a
lei (sente il desiderio di isolarsi per godersi da solo quell’esperienza meravigliosa. E pensando a lei,
sopraggiunge il sonno (si addormentò), nel quale mi apparve una meravigliosa visione. Mi parve di vedere
nella mia stanza una nuvola rossa (colore simbolico), dentro cui vedeva l’immagine di un signore, che aveva
un aspetto che metteva timore a chi lo guardasse; mi sembrava però fosse lieto nel suo aspetto, ed era una
cosa miracolosa (è Amore che si sta manifestando); diceva molte cose ma io non le capivo se non poche (non
riesce ad interpretarlo), tra le quali sicuramente: “Ecco il tuo signore” (primo comandamento: Io sono il
signore Dio tuo memoria biblica).
Nelle sue braccia mi pareva vedere una persona dormire nuda, tranne che era leggermente avvolta da un
drappo rosso (Beatrice non è vestita di bianco ma condivide con Amore il color rosso intenso, legato alla
passione; leggermente potrebbe essere anche legato alle proprietà del drappo che era sottile); la quale io
riguardando con molta attenzione conobbi la donna della salute (saluto e salus si sovrappongono: saluto che
da salvezza), che mi aveva degnato del saluto il giorno prima. Mi pareva che in una delle mani questi
(Amore) tenesse una cosa che ardesse; e pareva che dicesse: “Guarda il tuo cuore!”. Poi sveglia la donna che
sta dormendo; e si sforza di farle mangiare questa cosa che in mano gli ardeva, la quale ella mangiava con
timore e orrore (Amore tiene in mano il cuore di Dante e quest’immagine rimanda alla trasmissione delle
virtù contenute nel cuore attraverso l’atto del mangiare). La sua letizia (la gioia iniziale di Amore) si convertì
in amarissimo pianto; e così piangendo riabbracciava questa donna (Beatrice) tra le sue braccia, e con lei mi
sembrava andasse verso il cielo (ipotesi dell’annuncio della sua morte e motivazione per la quale Amore
piange). Non riuscii a sostenere l’angoscia di questa visione, il sonno si interruppe e mi svegliai. E subito
cominciai a pensare, e mi accorsi che l’ora in cui mi era apparsa questa visione era la quarta della notte (delle
12), e quindi la prima ora delle ultime nove ore della notte (simbologia numerica). E dopo aver pensato alla
visione, pensai di farla sentire a quelli che erano già i poeti più famosi del tempo: e poiché io avevo già
sperimentato la poesia, pensai di fare un sonetto (per farsi aiutare ad interpretare quanto ha visto),
rivolgendomi ai fedeli ad Amore: e pregandoli che esprimessero il loro parere riguardo la visione, scrissi a
loro quello che mi era apparso nel sonno. E cominciai allora questo sonetto, che comincia con A
Ciascun’alma presa.
A CIASCUN’ALMA PRESA
Questo sonetto, posto a incipit ideale, è
datato prima della scrittura del libello e
risale a quando Dante ha veramente 18 anni.
Quindi, ideato quando ancora non aveva
idea di riunire le sue poesie per creare
questa narrazione dell’amore per Beatrice.
Dal punto di vista formale, sono presenti
quartine che rimano ABBA ABBA CDC
CDC. Può essere considerato come la
traduzione in versi della parte di prosa
precedente. Il poeta usa il sonetto come
lettera sfruttando la prima quartina come
quella zona che solitamente è dedicata al saluto (salutazio). Questo sonetto si divide in due parti, che nella
prima parte saluto e domando risponsione (risposta), nella seconda significo a che si dee rispondere (ricordo i
contenuti della visione). La seconda parte comincia quivi Già erano (incipit seconda quartina) Il sonetto è
preceduto dalla sua anticipazione in prosa ma viene seguito da una breve prosa che si concentra sul modo in
cui è strutturato. L’autocommento fa sì che sia Dante il primo interprete dei versi che sta raccogliendo
tramite la Vita Nova. 1) narrazione romanzesca della relazione con Beatrice, 2) i versi, 3) il commento in cui
lui stesso ci dà chiavi di lettura per leggere i testi incastonati nella prosa.
PARAFRASI:
A ciascuna anima innamorata e a ogni gentil cuore al cui cospetto si presenta questa poesia, affinché mi
risponda con la sua opinione, nel nome del loro signore, cioè Amore Già erano quasi passate le prime tre ore
della notte (il tempo in cui ogni stella è luminosa -> perifrasi), quando all’improvviso mi apparve Amore, la
cui essenza (modo di essere) ricordare mi dà spavento. Amore mi sembrava all’inizio allegro mentre teneva
il mio cuore in mano, e tra le braccia aveva la mia signora avvolta in un drappo che dormiva. Poi la svegliava
e di questo cuore che ardeva (di Dante) lei timorosa con benevolenza si nutriva. Dopo lo vidi andar via
piangendo.
Inizio della “materia nuova” che segue il momento di sconforto causato da Beatrice che gli leva il saluto. Tre
sonetti precedono questa parte che sono tra i pochi che si rivolgono direttamente a Beatrice, in cui erano
narrate la maggior parte delle condizioni in cui mi trovavo in quel momento, sebbene mi sembrasse di dover
tacere rivolgendomi direttamente a lei, fu necessario trovare una materia nuova più nobile di quella che
l’aveva preceduta. Dal momento che la materia nuova è piacevole a sentirsi, la sintetizzerò nel modo
migliore possibile. Poiché dalla mia apparenza molte persone avevano capito che ero innamorato, alcune
donne, le quali erano riunite che gioivano l’una della compagnia dell’altra, conoscevano bene il mio cuore (e
ciò che nascondeva), dal momento che ognuna di loro aveva assistito alle umiliazioni (le sconfitte) amorose a
cui ero stato sottoposto (le donne che hanno intelletto d’amore sono capaci di capire Dante perché possono
sintonizzarsi con lui, avendo provato l’esperienza d’amore). E io, passando vicino a loro come se la
Provvidenza mi ci avesse portato (è attratto da loro), fui chiamato da una di queste gentili donne; e quella che
mi aveva chiamato parlava in modo nobile (spicca nel gruppo). Quando le raggiunsi, rassicurato dall’assenza
di Beatrice (che lo intimorisce), le salutai e mi misi a loro disposizione. Le donne erano molte, tra le quali
alcune ridevano tra loro. Altre mi guardavano, aspettando che fossi io a parlare.
Altre parlavano tra loro, di cui una, girando lo sguardo verso di me e chiamandomi per nome, disse queste
parole: “A che fine ami questa donna, se non riesci a sopportare la sua presenza? Spiegaci com’è fatto
quest’amore dal momento che è insolito”. E dopo avermi detto queste parole, non solo lei, ma tutte le altre
cominciarono ad aspettare la mia risposta. Allora dissi loro queste parole: “Madonne, lo scopo del mio amore
era stato il saluto di questa donna, forse di cui avete sentito parlare, e in questo stava la beatitudine che era il
fine stesso di tutti i miei desideri. Dal momento che mi negò il saluto, il mio signore che è Amore, per sua
grazia, ha posto tutta la mia beatitudine in quello che non mi può essere negato” (la lode stessa). Allora le
donne cominciarono a parlare tra loro. La neve mischiata insieme all’acqua ricorda a Dante questo brusio che
si crea tra le donne a cui si sta rivolgendo e le cui parole cadono mischiate ai sospiri. La novità ha infatti
causato questa manifestazione metereologica (reazione di scompiglio).
E dopo che ebbero parlato tra di loro, la donna che mi aveva parlato prima, mi disse queste parole: “Dicci in
cosa consiste la beatitudine di cui ci hai parlato”. E io rispondendo le dissi: “Nelle parole che lodano la
donna mia”. Allora mi rispose “Se tu avessi detto il vero, allora quelle parole che c’hai detto per dichiararci
la tua condizione le avresti usate subito per lodare Beatrice”. Io pensando a queste parole, quasi
vergognandomi mi allontanai da loro e dicevo tra me e me: “Dal momento che è tanta la beatitudine che
viene dalle parole che lodano la mia signora, perché ho parlato diversamente (si chiede perché non l’abbia
subito lodata). E perciò mi proposi di scegliere come materia del mio parlare per sempre soltanto quello che
fosse la lode di questa signora nobilissima; e pensando molto a questo, mi sembrava quasi di aver scelto una
materia troppo alta in quanto alle mie capacità (modestia di esprimere la gentilezza della donna amata), si
che non avevo coraggio di cominciare. E così passai molti giorni, con il desiderio di dire e la paura di
cominciare. Beatrice è sublime, una creatura del cielo.
Capisce che non è più il caso di rivolgersi a Beatrice ma d’ora in poi si rivolgerà a lei solo in seconda
persona dicendo “donne”, sono le interlocutrici speciali, le più nobili che possono capire la sua poesia perché
hanno sperimentato l’amore. Avvenne poi che passando per un cammino lungo il quale se ne andava un
ruscello chiaro (luogo separato, appartato rispetto a Firenze), mi sopraggiunse una tale volontà di dire, che
cominciai a pensare al modo che io avessi per cantare le lodi di Beatrice; e pensai che non era giusto che
parlassi di lei, se non parlassi a donne in seconda persona (le donne come destinatarie, interlocutrici per
questa perfetta capacità di capire il cuore del poeta e di accogliere le lodi di beatrice), e non ad ogni donna,
ma soltanto a quelle che sono gentili e che non sono semplici femmine. Allora la mia lingua parlò quasi da sé
(ispirata, mossa da una volontà superiore) e disse: Donne che avete intelletto d’amore (qui Dante si sblocca).
Queste parole le tenni a mente con grande gioia, pensando di prenderle come inizio (incipit); poi ritornando
in città, pensando alcuni giorni, cominciai una canzone con questo inizio, strutturata nel modo che si vedrà di
sotto nella sua divisione (autocommento). La canzone comincia: Donne ch’avete. Ha trovato l’incipit della
poesia che spiegherà la materia nuova.
È una canzone di 5 stanze di soli endecasillabi a schema ABBCABBC CDDCEE. Si tratta di una svolta nel
rapporto tra Dante e Beatrice e soprattutto nello stile: il poeta scopre di poter esplorare una nuova
dimensione della poesia che si appaga di sé stessa e del lodare la donna. È come una dimensione cristologica
di Beatrice poiché questo tipo di amore rimanda all’ideale cristiano della caritas che si compiace di sé stessa
per il fatto che è puramente gratuita. L’idea di non rivolgersi più a Beatrice fa sì che Dante debba individuare
nuove interlocutrici e una volta fatto, la poesia trova la sua espressione.
E una stanza introduttiva/ di presentazione.
Donne che avete intelletto d’amore (conoscono
Amore, lo hanno sperimentato e per questo
riescono a comprendere la lode di Beatrice),
voglio parlare con voi della mia signora (colei
che domina il mio cuore), non perché io pensi
così di poter esaurire le sue lodi (e neanche di
poter esaurire tutto ciò che si può dire per
lodarla), ma per dare sfogo ai miei pensieri (di
lode della donna amata). Io dico che pensando
alla sua virtù (il valore comprende tutte le virtù
eccelse di cui è rivestita Beatrice) l’Amore mi si fa sentire così dolcemente, che se non perdessi il mio
coraggio (Dante è timoroso di non riuscire a esprimere pienamente tutta la virtù di Beatrice) riuscirei a fare
innamorare di lei tutte le persone. Ma io non voglio parlare di lei in uno stile così alto, che poi per timore mi
mancassero le forze (il poeta esprime nuovamente il timore di non avere strumenti idonei così elevati per
lodare la virtù di Beatrice); ma tratterò della sua nobiltà (gentilezza) in modo approssimativo rispetto a lei (e
a quanto è grande), con voi, donne e donzelle (donne sposate e donne giovani) esperte d’amore dal momento
che non è un argomento di cui si possa parlare con chiunque altro (necessità di una categoria eletta a cui
rivolgersi).
-Immagine di Beatrice che è attesa in un mondo
che è più adatto a lei e che è contesa tra cielo e
terra
-Lessico processuale (le anime beate contro Dio)
-Teatralizzazione.
Un angelo si lamenta con l’intelligenza divina e
dice: “Signore nel mondo si vede un miracolo
negli atti che procedono (che si manifesta in
un’anima) da un’anima che risplende fin quassù”
(Beatrice e la sua virtù che è ancora in terra
risplende fino alle intelligenze celesti che la
vogliono). Il cielo (le schiere celesti), che non ha altro difetto che non avere lei (il cui unico difetto è essere
prive di Beatrice), al suo creatore la chiede, e ogni santo chiede la grazia di averla (la chiedono come pegno).
Solo la Pietà difende la nostra parte (che patteggia con noi mortali) In quanto Dio, riferendosi alla mia donna
dice: “Miei diletti (beati). Sopportate con calma Che la vostra speranza (Beatrice) sia per quanto voglio là
(sulla terra) dove si trova qualcuno che attende di perderla (i mortali avranno Beatrice finché Dio vorrà.
Soprattutto la terrà tra coloro che non potranno gioire della sua luce e della sua virtù quando saranno morti
cioè coloro condannati all’Inferno), e che dirà nell’Inferno “Anime mal nate (dannate), io ho visto la
speranza (Beatrice) che attende i beati” (Beatrice andrà in cielo dove i beati la potranno vedere. I mortali
quando saranno condannati all’inferno si rivolgeranno ai loro cari, dicendo di aver visto questa speranza che
è Beatrice stessa).
La mia signora è desiderata nell’alto dei cieli: e ora
voglio farvi sapere qualcosa della sua virtù (del suo
valore). Vi dico che ogni donna che vuol sembrare
nobile (gentile) deve accompagnarsi a lei, che
quando attraversa la strada, Amore getta nei cuori
vili un gelo (fa gelare gli indegni), per cui ogni loro
pensiero ghiaccia e muore: e chi sopportasse di
contemplarla si trasformerebbe in una creatura
nobile (assorbe la virtù di Beatrice), oppure muore.
E quando trova qualcuno che sia degno di osservarla
(stare al suo cospetto), questi sperimenta la sua
virtù, poiché tutto ciò che ella gli dona si trasforma in salute (il saluto si trasforma in salute), e tanto si
ammansisce (si abbassano le sue virtù negative), che dimentica ogni offesa ricevuta (l’umiltà si trasferisce a
coloro che vengono trasformati dalla sua esposizione). Ancora Dio le ha concesso per ulteriore grazia
(premio) che non può essere dannato chi ha parlato con lei.
TESTIMONIANZE:
Il codice degli abbozzi: ms. Vaticano Latino 3196 (autografo)
La forma definitiva: ms. Vaticano Latino 3195 (1366/67-1374; idiografo + autografo -> in parte non
è di mano di Petrarca ma c’è un altro trascrittore sorvegliato da lui stesso).
IL CODICE DEGLI ABBOZZI: ms. Vaticano Latino 3196
-Codice di uso privato di Petrarca
-20 carte sciolte
-Componimenti in brutta copia (e cancellati), componimenti in bella, postille in latino (lingua di lavoro:
pensando alla sua opera, benché scriva le poesie in volgare si commenta in latino. Proprio grazie a una
postilla latina datata 1342 si inizia a intravedere il progetto di un’opera più strutturata)
-Primo abbozzo dei Fragmenta
-Postille del “codice degli abbozzi” (1347-50): silloge di 150 componimenti ca. (organizzazione narrativa) -
Due parti (‘in vita’ e ‘in morte’ di Laura)
-Il sonetto proemiale: Voi ch’ascoltate… (pentimento necessario, nuova riconfigurazione di cosa è stato
l’amore di Laura quando era in vita e di quello che diventa l’esistenza dopo la morte)
-Morte di Laura: 6 aprile 1348
-Raccontare la storia dell’amore per Laura
-‘Prima’ da ricordare e di cui pentirsi
-‘Dopo’ In cui raccogliere i frammenti sparsi della propria anima.
Tra il codice degli abbozzi e il Vaticano Latino 3195 vanno ricordate altre due testimonianze:
1. 1357 la “forma Correggio”: 161 componimenti per Azzo da Correggio (raccolta per essere donata al
signore che lo ospita a Parma)
2. 1363 la forma “Chigi”: ms. Chigiano L V 176 (trascritto da Giovanni Boccaccio che aggiunge 44
componimenti rispetto al manoscritto precedente; in morte e in vita; carta bianca all’altezza della canzone
264 che apre la sezione ‘in morte di Laura’; seconda parte con I’ vo pensando, et nel penser m’assale)
La forma definitiva: ms. Vaticano Latino 3195
-1366/67-1374 (decide di trascrivere un libro di rime ordinato)
-72 fogli membranacei
-Idiografo + autografo: Giovanni Malpaghini (trascrittore) e Petrarca.
STRUTTURA:
-Raccolta bipartita
-Tra 264 e 266 necessità della
conversione e 267 morte di Laura.
Si conclude con un sonetto a Dio e
la canzone alla Vergine
-Il Virgilio Vaticano riporta un
appunto sulla morte di Laura .
MODELLI:
-Canzoniere vs antologie (raccolta organica di liriche che racconta una vicenda autobiografica e amorosa
come se fosse una sorta di romanzo)
-Libri di poesia provenzale di Guiraut Riquier e Peire Vidal
-Il Laurenziano Rediano 9 di Guittone d’Arezzo (forma bipartita: tema erotico distinto dalla morale
cristiana)
-Canzoniere di Nicolò de’ Rossi (Treviso 1290 - dopo il 1348)
-Vita Nova (autobiografia esemplare): idea di bipartizione -> la morte di beatrice fa da spartiacque nella
Vita Nova come la morte di Laura agisce nell’organizzazione del Canzoniere. Tuttavia, Petrarca non si
affida alla prosa ma esclusivamente alla poesia.
TEMI:
-Il diario intimo di un’anima
-Amore per Laura (io lirico vs ispiratrice-deuteragonista che è una guerriera combattiva)
-Prima parte: innamoramento per Laura (primo incontro il 6 aprile 1327) ->
indicazione precisa dell’incontro
-Il mito di Apollo e Dafne (Laura/lauro albero legato ad Apollo che corrisponde alla Metamorfosi)
-Amore e ricerca della gloria poetica
-Morte di Laura il 6 aprile 1348 (264-266; 267)
-Vanità dei beni del mondo
-Fragilità dell’uomo rispetto al tempo fugace
-Amore come strumento salvifico
-Amore come allontanamento da Dio
-Sentimento religioso totalizzante
-Testi occasionali ed encomiastici (nei confronti dei protettori come Colonna, molto nota la lirica in morte di
Cino da Pistoia)
-Sonetti contro la curia papale ad Avignone
-Tema politico.
LINGUA:
Petrarca rappresenta il modello indiscusso dal 1525 della nostra tradizione lirica. È anche la data delle Prose
della volgar lingua di Pietro Bembo che lo riconosce come modello da seguire per scrivere poesia.
-Volgare aulico: lingua unitaria
-Fiorentino epurato da ogni tratto del parlato
-Lingua limpida, armoniosa, equilibrata
-Unilinguismo (Petrarca) vs plurilinguismo (Dante)
-Vocabolario limitato (coerente, molto studiato, lessico che gioca sui rimandi)
-Sintassi piana, lineare
-Forte letterarietà (classicismo volgare): influenza dei classici latini
Ultima lettera contenuta nella raccolta
epistolare delle Senili. La Lettera ai
posteri (rivolta al futuro) doveva
essere una sorta di piccola narrazione
autobiografica, non completata. È
come se fosse un estratto in cui si
fotografano i temi principali del
Canzoniere: è l’evoluzione di una
storia di un’anima, dei suoi tormenti e
della sua conversione.
L’adolescenza l’ha illuso con un amore effimero e vano, la giovinezza viene tormentata da questa donna che
è una calamita ma allo stesso tempo un’antagonista del personaggio che dice “io” nei Rerum Vulgarium
Fragmenta e poi si passa a una maturità che implica una conversione sulla base della propria esperienza e di
ciò che si è letto.
RERUM VULGARIUM FRAGMENTA LE FORME BREVI: I SONETTI
VOI CH’ASCOLTATE IN RIME SPARSE IL SUONO
È il sonetto numero 1 (prologo con funzione di
prospettiva a tutta l’opera) perché viene collocato da
Petrarca in apertura del Canzoniere narrativo
bipartito. Questo però non vuol dire che sia il primo
sonetto a essere composto: la datazione va infatti
spostata più avanti. Wilkins lo ha collocato nel
1347, cioè prima della morte di Laura. L’altra
proposta fatta da Rico tende a collocarlo tra il
1349/1350, insieme ai due sonetti successivi. Questa
indicazione mostrerebbe quindi che la forma
definitiva che ci offre il Vaticano Latino 3195
sarebbe stata definita subito dopo la morte di Laura. Secondo lo studioso, dunque, i primi tre sonetti
costituirebbero un nucleo compatto di quello che egli stesso ha definito prologo nel prologo, il quale
sarebbe composto dai primi dieci sonetti del Canzoniere che raccontano l’accendersi della storia d’amore.
PARAFRASI:
Voi (apostrofe ai lettori) che ascoltate in rime sparse (le poesie del Canzoniere non furono concepite fin
dall’inizio per rientrare in un libro organico e inoltre il Canzoniere stesso ebbe varie forme, più o meno
diverse tra loro. Ma nel dirci che le rime sono sparse, Petrarca allude anche a una “dispersione” psicologica
e morale. E infatti nel Secretum spiegherà di aver stabilito di «ricomporre gli sparsi frammenti dell’anima».
Questa “raccolta” dei frammenti dell’anima è appunto il Canzoniere) il suono di quei sospiri di cui nutrivo
il mio cuore (sospiri determinati dall’amore/anche simbolo della vanità dell’amore) al tempo del mio primo
giovanile errore (sia sbaglio che deviazione costituiti dall’accendersi dell’amore per Laura) quando ero in
parte un uomo diverso da quello che sono adesso (c’è un distacco da ciò che si è stato cioè il momento in
cui si è acceso l’amore giovanile per Laura però allo stesso tempo una sorta di attenuazione con “in parte”.
Ciò implica il dire che è cambiato ma non del tutto: una sorta di ammissione di attaccamento al giovane
uomo che si è innamorato di Laura); spero trovare pietà (conforto, compassione del suo dolore), nonché
perdono del vario stile (sia un riferimento alla forma della poesia e alle scelte retorico-stilistiche ma
anche un riferimento etico-morale all’instabilità dell’animo di Francesco) in cui io piango e mi esprimo
(legame con Dante -> inferno V e conte Ugolino) tra le inutili speranze (in vita di Laura) e l’inutile dolore
(generato dall’amore, ciò che subentra dalla morte di Laura), dove ci sia chi intende l’amore dopo averlo
sperimentato (richiesta di comprensione che si rivolge ai lettori ma soprattutto a chi può capire cosa
significa amare perché l’ha provato direttamente).
[L’apostrofe ai lettori che occupa i primi quattro versi viene seguita dalla richiesta vera che è tutta retto dal
verbo della principale collocato in fondo (spero trovare). È un auspicio, un desiderio di essere perdonato
per il primo giovanile errore generato dall’amore. Questa prima parte dà subito il tono del Canzoniere e
dell’operazione che comporta: riosservare, con lo sguardo dell’uomo maturo, tutta la propria esperienza di
erranza giovanile e registrare il pentimento]
Ma (dà l’idea di un passaggio brusco dalla ricostruzione di un passato a un presente in cui si osserva), ora so
bene che per lungo fui oggetto di racconti ironici di tutto il popolo, per cui spesso di me stesso con me
stesso mi vergogno (allitterazione ripetizione spontanea o ricercata di un suono o una serie di suoni
acusticamente uguali o simili all’inizio di due o più vocaboli successivi) (si è fatto deridere dalle genti a
causa di questa follia d’amore e quindi il suo sentimento di vergogna è generato dal prendere
consapevolezza del proprio errore e dal fatto che questo non ha generato pietà come si aspettava ma
derisione); la vergogna è il frutto del mio inseguire cose inutili (vaneggiare), e il pentirsi, e il comprendere
con chiarezza che quanto piace al mondo terreno/uomini è semplicemente un breve sogno (affidarsi ai
piaceri terreni è qualcosa che non dura se non un breve istante, che si esaurisce)
[Intorno alla vergogna si costruisce anche l’ultima terzina: l’idea di prendere coscienza dell’inseguire cose
inutili fa vergognare il poeta. Il canzoniere vuole ritrarre proprio il momento in cui dal giovanile errore si
passa alla consapevolezza, al riconoscimento di quanto siano fragili i beni terreni di cui l’amore per la donna
fa parte e al conseguente pentimento. Intorno a questo sonetto proemiale, dunque, è già contenuto il progetto
del romanzo che parla della conversione di un’anima]
La fuggevolezza del tempo rivela la caducità dei beni terreni e la fragilità dell’esistenza. Questo implica che
bisogna pensare a ciò che è più duraturo. Il tempo scorre e gli esseri viventi non riescono a mettere fine a
quest’azione anzi ci devono convivere.
PARAFRASI
La vita fugge, e non si ferma neanche un’ora, e la morte Ci
segue a gran giornate (lessico bellico: a marcie forzate), e gli
avvenimenti presenti e quelli passati
mi combattono (dentro il cuore del poeta), e perfino le cose future che devono ancora accadere
(inquietudine che si riflette su passato, presente e futuro); il
ricordare (il passato) e l’aspettare (le cose future) mi fa soffrire,
da un lato e dall’altro (inciso che sottolinea che la battaglia interiore riguarda sia il tempo che è già passato
sia quello che lo aspetta), si che in verità, se non avessi pietà per me stesso io sarei già fuori (mi sarei
liberato) da questi pensieri (il tormento è tanto grande che il suicidio potrebbe essere l’unica via d’uscita.
Tuttavia, la pietà nei confronti di sé stesso e da quello che deriverebbe dal suicidio gli impedisce di liberarsi
di questa sofferenza. La consapevolezza dei propri errori, infatti, causa questo sentimento di pietà nei propri
confronti). Provo a ricordare, se il mio cuore gravato dal dolore ha conosciuto almeno un momento di
dolcezza (se gli è stato concesso un po’ di sollievo nel passato); e poi dall’altra parte (pensando al futuro)
vedo i venti turbati al mio procedere (navigare nel mare della vita stessa); vedo tempesta in porto (scorgo
pericolo persino nel luogo di arrivo dove dovrei trovare salvezza, riposo. L’anafora sottolinea la
contrapposizione tra la ricerca di un ricordo che sia uno sprazzo di dolcezza e sollievo nella propria
esistenza e invece il mare tempestoso che attende il poeta), e il mio nocchiero ormai stanco (è come se
Petrarca trasponesse l’immagine della sua esistenza in questa nave guidata da qualcun altro che è già stanco
proprio per la fatica che presente, passato e futuro gli causano), e l’albero della nave e le corde rotte (la
tempesta ha effetti molto forti: stanchezza, rottura, difficoltà nel procedere nella navigazione che è la vita), e
i begli occhi (la fonte dell’amore che è quella dolcezza che veniva ricercata), che solevo guardare, sono
spenti (seconda parte del Canzoniere: la luce che veniva da Laura adesso è spenta). Siamo nella seconda
parte dei Rerum vulgarium fragmenta. Tutto l’arco del tempo viene evocato: passato, presente e futuro. Ci
dà l’idea di una sorta di inseguimento.
I’VO PIANGENDO I MIEI PASSATI TEMPI
Penultimo del
Canzoniere. Nel finire del
pentimento ci si affida
prima a Dio con questo
sonetto come speranza di
ciò che ci attende dopo la
fine del tempo fugace
sulla terra e poi alla
Vergine con la canzone
che chiude l’opera.
[Il sonetto 364 che precede il 365 è una sorta di prima parte di questo sonetto perché i due sono
tematicamente legati. Il 364 è un sonetto di anniversario in cui si fa riferimento al famoso 6 aprile della
morte di Laura: “L’amore mi ha tenuto con sé 21 anni (tormentato dalle passioni amorose dal 1327 al
1348). Adesso sono passati 10 anni da quando Laura è morta (dal 1348 al 1358)”. La posizione che questi
sonetti occupano nella forma definitiva del Vaticano Latino 3195 è costruita: li scrive nel 1358, ma li
colloca alla fine della storia d’amore perché è lì che narrativamente devono stare]
PARAFRASI:
Io rimpiango il tempo passato che io ho trascorso amando una creatura mortale, senza sollevarmi (senza
usare l’amore per questa ricerca di innalzamento), pur avendo le ali (gli strumenti), per dare forse esempi
elevati delle mie virtù (non bassi: litote). Tu (Dio, re dei cieli) che vedi i miei peccati che sono indegni e
malvagi, Re del cielo che sei invisibile e immortale (versi presi da San Paolo), soccorri la mia anima sviata
dal peccato e fragile (richiesta estrema di soccorso a conclusione di una lunga rappresentazione
dell’erranza che l’amore ha causato), e il suo difetto (di quest’anima) riempi con la tua grazia (il difetto
come un vuoto che rende imperfetta l’anima sviata dal peccato e la grazia di Dio che la colma e la rende
perfetta pur non essendo tale): così che, se io ho vissuto in guerra e in tempesta (due immagini che
rendono visibile questo combattimento sia artificiale che naturale che attraversa lo spirito e il cuore di
quest’anima che si racconta), almeno possa morire in pace e in porto (prima il porto era agitato dai venti di
tempesta, mentre adesso è sicuro: dopo la guerra, arriva la pace e dopo la tempesta, il porto è garanzia di
salvezza); e se il soggiorno è stato inutile (su questa terra: vita come viaggio), almeno la partenza sia
dignitosa (distanza che si vuole mettere tra lo scorrere del tempo e il soggiorno travagliato e sviato
dall’amore terreno per Laura e la richiesta di separarsi dalla vita terrena con onore). A quel poco di vita che
mi separa dalla morte, la tua mano si degni di essere pietosa (e di darle soccorso): Tu che sai bene che
ripongo in te ogni speranza (nel momento in cui la morte è vicina e la vecchiaia si sta esaurendo, ci si affida
totalmente nelle mani di Dio)
[I’vo piangendo si collega con l’incipit della canzone 264. C’è un rimando interno alla svolta rappresentata
da questa canzone che si può considerare come quella della necessità del cambiamento, del pentimento].
SESTINA LIRICA (o canzone sestina, o semplicemente sestina) è una forma di canzone, divenuta forma
metrica autonoma con Petrarca che la riprende da un testo di Dante (il quale a sua volta imita un testo di
Arnaut Daniel). Consiste in 6 strofe di 6 versi, che non rimano fra loro entro la strofa, ma terminano in tutte
le strofe con le stesse 6 parole-rima, ruotate secondo il principio della “retrogradazione incrociata”, le parole-
rima di ogni strofa corrispondono a quelle della strofa precedente secondo l’ordine “ultimo-primo-
penultimo-secondo-terzultimo-terzo” (schema ABCDEF FAEBDC CFDABE ECBFAD DEACFB
BDFECA). Il congedo, di 3 versi, porta 3 parole-rima in rima e 3 all’interno del verso; l’uso provenzale
vorrebbe che le 3 in rima fossero, in ordine, le 3 in rima alla fine dell’ultima stanza (ECA; cosi avviene in
Arnaut Daniel), ma questo principio è già abbandonato da Dante e nella tradizione italiana le soluzioni sono
varie.
A QUALUNQUE ANIMALE ALBERGA IN TERRA
Le rime non sono casuali ma rappresentano
l’alternarsi del giorno e della notte, del tormento e
della quiete. E quindi della sofferenza che non si
esaurisce mai
PARAFRASI:
Per qualsiasi animale che abiti sulla terra, ad eccezione di
quelli che odiano il sole, il giorno è il tempo del faticare; ma
quando il cielo accende le sue stelle (notte) alcuni tornano alla
tana e altri si rifugiano nelle selve per avere un po’ di riposo
fino a che non sorga di nuovo il sole.
Sestina oppositiva: per gli animali della terra l’alternanza luce-tenebra corrisponde a tormento-riposo,
invece per Francesco no.
E io, da quando l’alba comincia (sorge il sole) a scacciare
l’ombra della terra (a dissipare le tenebre) svegliando gli
animali che si trovano in ogni selva, non smetto mai di
sospirare finché c’è il sole (come gli animali); poi quando
vedo fiammeggiare le stelle (la notte)
comincio a piangere, e desidero il giorno (invece di trovare riposo, subentra una nuova ragione di tormento e
disperazione che fa di nuovo desiderare il giorno. Non c’è quella quiete che gli altri animali possono
trovare)
Prima che io salga a, voi stelle lucenti (destino che potrebbe attendere Petrarca in Paradiso), o venga
precipitato giù nell’amorosa selva (precipitare negli inferi; tomi è un verbo dantesco; amorosa selva deriva
dal VI libro dell’Eneide: coloro che sono stati tormentati dall’amore vengono precipitati nella selva di mirti
che rende la vita un tormento), lasciando il corpo che diventerà polvere, potessi io almeno io vedere in lei
un po’ di pietà, che in un solo giorno mi possa ricompensare delle pene di molti anni, e prima dell’alba
(della vita) mi potrà risarcire dal tramontare del sole (immagine di speranza prima della morte). Potessi
essere io almeno con lei da quanto tramonta il sole e non ci vedessero che le stelle (in totale solitudine: notte
in cui due amanti si trovano) solo una notte, e mai non arrivasse l’alba (questo momento che doveva essere
una goccia di speranza viene esteso il più possibile. Non arrivi mai l’alba nel momento in cui finalmente mi
concede il suo amore); e non si trasformasse nel verde albero (l’alloro) per sfuggirmi dalle braccia, come il
giorno in cui Apollo la seguiva in terra (Laura, identificata con Dafne. Apollo scende dall’alto del monte e
la insegue. Solitamente Laura era respingente e quindi Francesco spera che in questa notte in cui si
ritroveranno gli si conceda e non scappi)
Ma io sarò sottoterra nella secca selva (non sarò più innamorato di lei; antitesi della selva amorosa ricca di
vegetazione; allitterazione della s) e il giorno sarà pieno di stelle minutissime (giorno che si trasforma in
notte: immagine inconciliabile con la realtà) prima che venga il giorno in cui Laura mi si concederà.
[Due eventi impossibili: il cielo del giorno pieno di stelle e la fine dell’amore per Laura stessa (Petrarca si
rappresenta nell’Inferno di coloro che hanno esaurito completamente l’amore). Anche la fine che ruota sulla
posizione giorno-notte serve per spegnere ogni illusione di sollievo che agli animali è concesso e che all’io
lirico non lo è. Il tormento d’amore è inestinguibile e soltanto nell’immaginazione dell’ultima sestina
concede un po’ di speranza smentita nel congedo].
I’VO PENSANDO, ET NEL PENSER M’ASSALE
Canzone della svolta, della
necessità del pentimento,
del convivere dei due
sviamenti ovvero l’amore
per Laura e l’amore per la
gloria poetica.
[Cronologicamente segna
la definizione del
canzoniere bipartito. Dal 6
aprile 1327 (giorno della
morte di Cristo), primo
giorno del Canzoniere si arriva alla data del 25 dicembre della canzone 264 (il momento della conversione
corrisponde al giorno della nascita di Cristo che è promessa di salvezza)]
Sono immerso nella meditazione e, riflettendo, sono assalito
da una profonda pietà nei confronti di me stesso, che spesso
mi conduce a un pianto diverso da quello passato (ora
piange per la coscienza delle proprie colpe, mentre prima
piangeva perché Laura non lo ricambiava):
vedendo ogni giorno che trascorre, avvicinarsi sempre di più il momento della morte, mille
volte ho pregato Dio perché mi desse la grazia (le ali) con la quale la mia anima potesse
sollevarsi dal carcere della vita mortale raggiungendo il cielo. Ma sino a questo momento
niente mi giova, per quanto io preghi, sospiri o pianga:
e ciò avviene per giusta ragione,
perché chi ha avuto la possibilità di stare in piedi camminando su una giusta strada, è voluto cadere
durante il cammino si merita di rimanere, suo malgrado, disteso in terra. Quelle pietose braccia del
Cristo crocifisso, alle quali desidero affidarmi, le vedo ancora aperte in segno di perdono e
accoglienza, ma ho paura, soprattutto se penso alle persone che non sono riuscite a salvarsi, e
perciò tremo di terrore per la mia situazione,
il desiderio di Laura e della gloria ancora mi attraggono, e ormai sono giunto forse agli ultimi giorni della
mia vita.
Un altro pensiero, quello della gloria, dolce ed amaro allo stesso tempo, che dà fatica e piacere
stando seduto all'interno dell'anima, opprime il cuore facendogli sentire un forte desiderio, e
alimentandolo di speranze; tale pensiero mira solo a raggiungere una fama gloriosa e alta e non
sente i brividi per la paura di non farcela e il calore del continuo impegno, non si accorge del mio
pallore e della mia magrezza; se io cerco di reprimerlo, esso rinasce, ancor più grande di prima. È
un desiderio che mi porto dietro sin dalla nascita, cresciuto insieme a me giorno dopo giorno, e
temo che un unico sepolcro calerà su entrambi (esso si esaurirà solo al momento della mia morte).
Quando l'anima si libererà dal corpo, questo desiderio non potrà seguirla; ma se le opere che sono
frutto della mia cultura classica mi daranno fama dopo la morte, essa sarà di breve durata, effimera
come il vento: perciò, io atterrito dal fatto di dover sempre inseguire vani fantasmi, destinati a
scomparire in breve tempo, vorrei tanto stringere tra le braccia cose vere, durature, abbandonando le
vane apparenze.
Ma l'amore per Laura che riempie tutto il mio essere, vince ogni altro pensiero; e intanto il
tempo continua a scorrere e io, scrivendo poesie che parlano di lei, non mi preoccupo di me
stesso e della mia condizione; la luce dei suoi occhi, che mi distrugge dolcemente con il suo
calore rasserenante, mi avvince in modo tale che non riesco a difendermi, né facendo ricorso
all'ingegno né alla forza. A che mi serve dunque cospargere di grasso
la barchetta (simbolo della mia esistenza), in modo che scivoli veloce sull'acqua per arrivare alla
giusta meta, se poi è trattenuta tra gli scogli da due nodi: l'amore per Laura e quello per la gloria? Tu
o mio Dio che mi rendi completamente libero da tutti gli altri desideri terreni perché non togli dal
mio volto questa vergogna (di essere invischiato in tali due nodi)? Mi sento come un uomo che
vaneggia mi sembra di vedere la morte dinanzi a me;
vorrei difendermi e non ho armi per combattere.
Mi rendo conto di quello che sto facendo, e non sono ingannato da una scarsa conoscenza della verità,
piuttosto sono soggiogato da Amore, che non permette, a chi troppo si lascia dominare da lui, di seguire una
strada onorevole; e sento, momento dopo momento, giungere nel mio cuore un positivo disappunto, crudele
e severo
che porta alla luce, quasi imprimendolo sulla fronte in modo che tutti possano vederlo, ogni pensiero
nascosto: poiché amare in modo così ostinato una creatura terrena, rivolgendole quell'amore che è dovuto
soltanto a Dio, è cosa non adatta a chi desidera essere apprezzato per le proprie virtù. Il disappunto
richiama con forza la ragione che si perde dietro alle passioni che coinvolgono i sensi; ma per quanto essa
senta il rimprovero, e pensi di tornare verso la via del bene, la consuetudine a vivere nella passione amorosa
la spinge a perseverare, e mi mostra sempre davanti agli occhi quella donna che è nata solo per farmi
morire, perché mi è sempre piaciuta troppo, come troppo è piaciuta sempre a sé stessa.
Non so quanti anni di vita mi abbia concesso il cielo
quando la mia anima si incarnò in questo corpo mortale
per soffrire i dolori che io stesso mi sono procurato; né posso
prevedere quale sarà il mio ultimo giorno di vita; ma vedo i miei
capelli diventare bianchi, e sento dentro di me attenuarsi ogni
desiderio.
Ora che io credo di essere vicino, o non molto lontano, al momento della morte, come
colui che diventa saggio solo quando perde qualcosa di estremamente importante,
ripenso a quando ho lasciato la giusta strada che conduce alla salvezza: da un lato sono
punto dalla vergogna e dal dolore di aver abbandonato la retta via e mi volgo indietro a
richiamare la ragione sviata dietro alle passioni; dall'altro lato non mi libera l'amore che
da tanto tempo ormai mi domina e che ha il coraggio anche di cercare di scendere a patti
con la morte, non ritirandosi davanti a lei.
53 manoscritti (+ 8 miscellanee: che attestano non solo il Decameron ma anche altre opere)
-proto-diffusione (1360-1375): 4 codici (inizio della storia di circolazione)
-prima diffusione (1376-1425): 19 codici (l’opera ha successo e si diffonde)
-seconda diffusione (1426-90): 30 codici
Custodito a Berlino, si colloca nel 1370
all’incirca e ci dà testimonianza dell’ultima
versione così come fu voluta dall’autore visto
che deriva dalla sua copiatura.
[Già negli anni 30 lo studioso Alberto Chiari sostiene che si tratti di un autografo di mano di Giovanni
Boccaccio. Tuttavia, questo codice contiene degli errori di copiatura quindi gli studiosi all’inizio non
credono tanto a questa teoria. Boccaccio era, infatti, un cattivo copista di sé stesso. Negli anni 60 uno dei più
grandi studiosi del Decameron ovvero Vittore Branca grazie a un consulto paleografico afferma con certezza
che si tratta di un codice autografo. Grazie a esso, conosciamo meglio l’autore e la sua opera. La raccolta di
novelle viene dunque presentata come un libro scientifico universitario: non è un libro fatto soltanto per
divertimento ma Boccaccio investe molto sui contenuti e sui messaggi che esso invia]
È un codice importante che a partire dal testo leggiamo in fondo un’ultima volontà trasmessa tramite questo
manoscritto. È un testo di un Boccaccio anziano che non era interessato alla copiatura. Si presenta disposto
su due colonne in una grafia importante semigotica.
All’interno della pagina ci sono due
sezioni che emergono per l’uso
dell’inchiostro rosso ovvero la
rubrica della giornata e la rubrica
della novella. Per il lettore, questi
elementi che rimandano alla struttura
ma anche ai contenuti diventano una
sorta di bussola all’interno del testo
stesso. Quindi egli può riconoscere
quei rimandi e parallelismi perché
l’architettura è ben visibile grazie
all’organizzazione della pagina.
I capilettera ovvero queste iniziali sono molto decorate, belle ed eleganti. Si riesce così a distinguere
quando si apre la cornice della giornata e quando inizia a novella.
La pagina rende evidente la stratificazione, i vari livelli narrativi di questo testo e la complessa architettura
che li organizza. C’è una grandissima cura nel confezionamento del suo libro, il che dimostra che non è una
raccolta casuale di racconti ma qualcosa di ben organizzato in cui gli elementi si caricano di significato e lo
comunicano al lettore avvertito che li vuole cogliere. In fondo alla pagina c’è anche un disegnino, quindi
egli è anche artista non solo scrittore e accompagna con disegni il testo scritto. Il raccordo è una soglia che
prepara la narrazione ma è anche messa in scena di essa.
Titolo:
Il codice pluteo è curatissimo dal punto di vista del testo tanto che spesso è stato definito l’optimum. È
infatti un codice fiorentino che rispetta molto gli usi linguistici di Boccaccio stesso. Questo non è autografo
e poi è stato scavalcato nella tradizione dal codice Hamilton. L’accesso al proemio dichiara subito che libro
abbiamo in mano.
La giornata prima è a tema libero anche se emergono qui i rapporti con la religione e l’arte della parola.
Questo personaggio che viene designato come un grande accumulatore di potere e di conquiste, a un certo
punto si rende conto di essere a corto di denaro. Viene a sapere di questo ebreo Melchisedech che presta a
usura ad Alessandria e pensa di poterlo sfruttare per ottenere un supporto economico. Vuole escogitare un
tranello per fare cadere in trappola il suo interlocutore. L’astutissimo Melchisedech però narrando proprio
una novella si metterà in salvo. Il saladino si rivolge all’ebreo per metterlo in difficoltà chiedendogli quale
tra le 3 religioni monoteiste sia quella vera per lui. L’ebreo si rende conto che se dice bene dell’una o
dell’altra finirà per fare il gioco del suo interlocutore. Quindi aguzza il suo ingegno ed è lì che si salva:
inizia a raccontare di uomini ricchissimi che trasmettevano la propria eredità grazie a un preziosissimo
anello. L’erede che lo riceveva ereditava la gestione di un enorme patrimonio. Lungo questa catena, un
erede aveva tre figli e si trovava nella difficoltà di scegliere a chi lasciare questo anello. Quindi fa fare delle
copie dell’originale e regala l’anello a tutti e tre figli. Gli anelli sono le tre religioni. Dunque, la questione su
chi fosse il vero erede rimane sospesa perché i tre anelli si somigliano troppo. Il saladino si rende conto di
avere davanti un uomo intelligente e acuto e allora svela la ragione per cui l’ha convocato e se lo fa amico.
Melchisedech diventerà suo finanziatore essendosi guadagnato la fiducia del suo interlocutore grazie
all’arte di narrare. È la messa in scena della straordinaria potenza affidata al narrare: il narratore è
personaggio interno alla narrazione stessa
Secondo livello: la cornice e la brigata
-7 donne: Pampinea, Filomena, Neifile, Fiammetta, Elissa, Lauretta, Emilia
-3 uomini: Filostrato, Dioneo*, Panfilo
*si tratta dell’unico personaggio che, grazie a uno speciale privilegio, può sottrarsi al tema imposto ai
novellatori dal re/regina della giornata
[L’incontro avviene nella chiesa di Santa Maria novella e mentre la peste infuria i giovani della brigata
decidono di allontanarsi e andare in campagna per dedicarsi a varie attività positive e in modo principale al
raccontare. Si tratta di nomi fittizi che proteggono l’identità di questi personaggi e parlanti perché fanno
riferimento a personaggi di altre opere di Boccaccio come ad esempio Fiammetta. Pampinea incarna la
figura della donna più matura e saggia, Elissa è uno dei nomi con cui viene ricordata la Didone di Virgilio,
Filostrato è il vinto d’amore oltre a essere personaggio di un’opera giovanile e parlerà degli amori infelici,
Dioneo incarna la comicità e dell’erotismo. C’è una messa in scena di una gioventù che grazie
all’allontanamento fisico dalla corruzione, dalla perdizione, dalla peste, cerca una protezione nella
letteratura, nella narrazione, nel canto]
II: incomincia la Seconda, nella quale, sotto il reggimento di Filomena, si ragiona di chi, da diverse cose
infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine.
III: incomincia la Terza, nella quale si ragiona, sotto il reggimento di Neifile, di chi alcuna cosa molto da lui
disiderata con industria acquistasse o la perduta ricoverasse.
IV: incomincia la Quarta, nella quale, sotto il reggimento di Filostrato, si ragiona di coloro li cui amori
ebbero infelice fine.
V: incomincia la Quinta, nella quale, sotto il reggimento di Fiammetta, si ragiona di ciò che a alcuno
amante, dopo alcuni fieri o sventurati accidenti, felicemente avvenisse (che si concludono con il
matrimonio)
VI: incomincia la Sesta, nella quale, sotto il reggimento d’Elissa, si ragiona di chi con alcun leggiadro
motto, tentato, si riscotesse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno (artisti
della parola)
VII: incomincia la Settima, nella quale, sotto il reggimento di Dioneo, si ragiona delle beffe, le quali o per
amore o per salvamento di loro le donne hanno già fatte a’ suoi mariti, senza essersene avveduti o sì.
VIII: incomincia l’Ottava, nella quale, sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il
giorno o donna a uomo o uomo a donna o l’uno uomo all’altro si fanno.
X: incomincia la Decima e ultima, nella quale, sotto il reggimento di Panfilo, si ragiona di chi liberalmente o
vero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a’ fatti d’amore o d’altra cosa.
-Fortuna: II
-Ingegno (Industria): III, VI, VII, VIII (umanità che costruisce la propria sorte affidandosi al proprio
intelletto)
-Amore: IV, V -Virtù: X
Ambientazione:
I dieci giovani si trattengono fuori città per due settimane in tutto, da mercoledì a martedì, e si dedicano al
racconto delle novelle tutti i giorni tranne il venerdì (giorno di lutto per la cristianità) e il sabato. Nella terza
giornata (domenica) i dieci giovani si spostano dalla villa in cui si sono rifugiati nelle prime due giornate in
un'altra residenza di uno di loro, mentre le novelle della settima giornata (giovedì) vengono narrate nella
Valle delle Donne.
[Allontanandosi nella campagna per trovare respiro rispetto alla devastazione cittadina causata dalla peste si
ritirano in una villa; il giardino dell’altra residenza viene descritto in modo dettagliato: è il locus amoenus
per narrare; la valle delle donne sembra riprendere una sezione delle Metamorfosi ovidiane cioè il mito di
Atteone che dopo aver visto Diana che fa il bagno nuda viene trasformato da cacciatore in preda cacciata dai
suoi stessi cani. Qui invece è un luogo esclusivo in cui le donne della lieta brigata fanno il bagno come una
sorta di purificazione però senza essere viste dagli uomini. La narrazione non arriva mai ad avere i tratti
della narrazione del mito ovidiano ma diventa atto liberatorio come tutta la scelta della brigata di dedicarsi
alla narrazione]
Modelli:
-testi di origine orientale e medievale: Calila e Dimma, il Sendebar, le Mille e una notte (idea del narrare
come forma di resistenza che allontana dalla morte. Infatti, proprio come la protagonista che per non essere
uccisa ogni sera inventa una nuova novella, i personaggi della brigata narrando resistono alla peste) e la
Storia di Barlaam e Josapht
-fonti classiche: Eneide e Georgiche di Virgilio, Ars poetica di Orazio, Le Metamorfosi e i Tristia di Ovidio;
le
Satire di Giovenale; il Thyestes e Le epistulae ad Lucilium e il De beneficiis di Seneca…
-testi biblici e patristici: Le lettere di san Paolo; l’Hexameron di Sant’Ambrogio; il Civitate Dei di
Sant’Agostino; la Summa Theologiae di San Tommaso e il suo Commento all’etica Nicomachea di
Aristotele
-testi storici: l’Historia Longobardorum di Paolo Diacono (la peste antica diviene modello per descrivere la
pesta nera del Trecento); Historia destructionis Troiae di Guido delle Colonne.
-testi due-trecenteschi: il Novellino (raccolta di fine ‘200 di 99 racconti che oscillano tra missione edonistica
e moralizzante), la Divina Commedia, l’Africa e Rerum memorandarum di Petrarca
Lingua e stile:
-Prosa scorrevole e piana (rispetto al Boccaccio dei primi tentativi)
-lingua più vicina all’uso moderno
-fiorentino due-trecentesco
-mimesi dell’oralità (comico)
-registro colto e aulico (quando l’ambientazione è più elevata o si tratta di parti di maggior impegno morale)
-medietas (un certo controllo che non scivola negli eccessi del comico né in quelli del sublime ma cerca una
sorta di equilibrio tra le due parti)
[Bausi paragona la lingua decameroniana al Filocolo, grande esercizio in prosa dell’autore. È presente una
corretta corrispondenza tra chi pronuncia una determinata frase e il suo modo di esprimersi, il che denota un
forte realismo].
Primo livello: la voce dell’autore (Proemio, Introduzione alla quarta giornata, Conclusione dell’autore)
[Giovanni Boccaccio si fa personaggio, difende la sua autorialità, entra dentro il testo per spiegarne le
ragioni e per proteggersi dagli attacchi e dall’invidia]
Proemio (ingresso al testo stesso anche se molto breve)
-Ragione dell’opera
-Destinatario dell’opera le donne
-Contenuto dell’opera (il testo dietro la piacevolezza della novella, nasconde un livello più profondo già
riscontrato nella scelta di presentare il libro come scientifico-universitario)
È una lingua diversificata che ha dei picchi più alti ma che tende a voler essere vicina a una via di mezzo.
Nelle zone paratestuali il tono si innalza e la sintassi si fa più complessa.
È umano avere compassione di coloro che soffrono (è un riferimento alla storia della presa di Troia di
Guido dalle Colonne in cui è Elena a pronunciare questa frase. Inoltre, anche Sant’Agostino stesso invita ad
avere compassione per gli afflitti). E come questa disposizione si addice a tutti, è richiesta in modo massimo
a coloro che hanno avuto bisogno di conforto. Infatti, chi è stato confortato sa quanto sia prezioso il conforto
che si dà agli afflitti. Quindi, questa disposizione che è umana, deve essere ancora più compresa da coloro
che hanno già sperimentato e hanno fatto esperienza diretta del conforto che viene da altri. L’autore si mette
subito in campo come colui che vuole portare conforto con il suo testo.
Nella seconda parte spiega in che occasione l’autore ha sperimentato il conforto e la compassione degli altri:
sin dalla giovinezza è infatti stato acceso da un altissimo e nobile amore (riferimento al ceto sociale) a causa
di una donna di rango e virtù elevata. Tuttavia, sia la natura dell’amore che la destinataria sembrano non
addirsi alla condizione di colui che ha nutrito questo sentimento, anche se è stato ragione poi di elogio da
parte degli intendenti d’amore. Tutto questo gli ha causato molta sofferenza, non per crudeltà della donna
amata ma per una passione quasi eccessiva che non era regolata. La consolazione che gli è venuta dagli
amici l’ha scampato dalla morte. Infatti, la sofferenza d’amore è stata contrastata dalle loro parole di
conforto.
Dio che è infinito ha stabilito che tutte le cose al mondo abbiamo un fine. Anche il suo amore che
sembrava impossibile da piegare, si esaurì per sua stessa natura, lasciando solo qualcosa di dilettevole da
ricordare che non è tipico di un amore passionale ma di un amore sereno. Quindi, è rimasto un ricordo più
attenuato senza però perdere la memoria del sollievo che hanno procurato i ragionamenti degli amici
La benevolenza nei confronti degli altri rimane, è assolutamente da lodare. La gratitudine genera bisogno
di ricambiare e portare aiuto se non già a coloro che gli hanno dato conforto, almeno agli altri che ne hanno
bisogno. Ricevuto il conforto, per gratitudine che è una fortissima virtù, bisogna farsi portatori di conforto
agli altri. È vero che sarà un piccolo conforto perché parola e ragionamenti hanno un limite però la cosa
importante è portarlo là dove c’è più necessità.
Secondo Boccaccio, questo conforto è più necessario alle donne che agli uomini. Quest’ultime temendo di
manifestare il proprio sentimento e quasi con vergogna tenendolo dentro i loro cuori, in realtà provano una
certa fatica perché le fiamme d’amore più si tengono nascoste, maggiore forza acquisiscono. Essendo
soggette alla volontà della famiglia, delle madri, dei padri, mariti stanno chiuse nel piccolo circuito delle
loro camere. Qui è naturale lasciarsi andare ai pensieri amorosi che ulteriormente le logorano. Infatti, l’ozio
è causa di sofferenza perché alimenta la malinconia, essendo che non c’è nulla che le possa far distrarre. Gli
uomini invece possono svagarsi in modi molto diversi, anche se comunque soffrono per amore: cacciando,
andando in giro, dedicandosi ai loro affari. C’è quindi questa contrapposizione tra ozio femminile e
negozium maschile. Quindi le donne sia per natura che a causa della famiglia sono più deboli nel sostenere la
passione amorosa.
È un peccato della sorte essere donne e avere queste caratteristiche. La sorte è stata bizzarra: dove la forza
naturale era minore allora ha dato meno, essendo più avara di sostegno. Si passa dunque dall’idea di
compensare la sorte raccontando e confortando al contenuto stesso cioè 100 novelle narrate da 10 giovani
nel tempo della peste e della passata mortalità. “Canzonette dalle predette donne” sembra quasi esplicitare
un esclusivo loro dominio ma non è sempre così: c’è una piccola incongruenza di un progetto iniziale non
mantenuto.
Poi si entra nel contenuto vero e proprio: in queste novelle si leggeranno piacevoli e crudeli casi d’amore e
altri fortunati avvenimenti. La geografia interna al testo è ampissima: va dall’antichità fino alla modernità,
dall’oriente all’occidente. Le donne che le leggeranno potranno avere diletto dalle cose divertenti che sono
contenute in queste novelle ma anche utile consiglio per ciò che bisogna fuggire e per la via migliore da
seguire.
Adesso libero dalla passione amorosa, può essere utile ad altri perché ha sperimentato la sofferenza d’amore.
Boccaccio sa che più si ha bisogno di conforto, più quest’opera sarà necessaria dimostrando la funzione di
farmaco della parola, della letteratura rispetto alla sofferenza d’amore proprio come quella che hanno
avuto i suoi amici nei suoi confronti.
Introduzione alla Quarta giornata
-L’Autore prende la parola per difendersi da alcune accuse
-Novella delle papere (centunesima novella che non viene raccontata dalla brigata ma dall’autore stesso che
si difende dagli attacchi dell’invia narrando proprio come Melchisedech].
Rubrica della giornata in rosso (forte rispondenza tra zona di presentazione e il contenuto stesso), ci
spiegano la finalità di ognuna di esse.
La scelta del re della giornata non è casuale perché Filostrato incarna colui che soffre per amore
sia per le parole degli uomini saggi, sia per le cose viste e lette (conoscenza personale). Viene chiamata in
causa sia l’esperienza diretta vissuta che quella indiretta che però il saggio acquisisce attraverso la lettura.
Per queste due ragioni, l’autore credeva che l’invidia fosse un vento che colpisse le cime più alte, quindi
metaforicamente anche le persone più in vista ma si è sbagliato. Egli per schivare il fiero impeto di questo
rabbioso spirito d’invidia non ha attraversato semplicemente le zone pianeggianti ma è andato nel
profondo delle valli. Quindi si è mantenuto molto basso (potrebbe essere un riferimento allo stile
dismesso dell’opera che non è elevato). Non ha scelto il latino ma il volgare fiorentino, ha scelto la prosa
più umile rispetto alla poesia e un’opera senza titolo (appartenente a un genere più popolare). Nonostante
questo, non ha potuto evitare di essere agitato da questo vento, anzi è stato del tutto sradicato e lacerato
dai morsi dell’invidia. Alla fine, arriva alla saggia conclusione che soltanto la miseria non causa invidia: ci
possiamo difendere da tutto ma l’invidia raramente lascia in pace.
Adesso si arriva alle accuse specifiche che Boccaccio dice di aver subito.
1) Gli hanno detto che le donne gli piacciono troppo
2) Che non è una cosa buona che prenda piacere nel piacergli, nel consolarle e nel lodarle (natura
stessa del testo).
3) Parlare di questioni amorose da giovani non va bene per un uomo maturo come Boccaccio
4) Poi si passa al livello di accusa al consiglio/critica: dovrebbe dedicarsi alla poesia invece di scrivere
queste sciocchezze in prosa, e non mescolarsi tra le donne
5) Dovrebbe pensare a come guadagnarsi il pane (quest’opera è futile e non sarà ragione né di acquisire
più autorevolezza né più sostentamento)
6) I detrattori si ingegnano di inventare che le cose che lui ha raccontato non siano così come le ha
descritte (cattivo narratore)
Mentre è nella militanza nei confronti dell’amore, viene colpito aspramente dall’invidia. Ironicamente
afferma che con animo piacevole ascolta e capisce queste accuse che gli vengono mosse. Non può evitare di
difendersi da solo con qualcosa di leggero (presentazione della novelletta che segue), togliendosi dalle
orecchie queste accuse. Non è arrivato neanche a un terzo della sua fatica e le accuse si moltiplicherebbero
di numero e lo abbatterebbero se non ricevessero nessuna difesa da parte sua di qua alla fine dell’opera. Le
donne dovrebbero essere le prime a difendere l’autore perché sono le destinatarie ma in fondo hanno forze
un po’ minori rispetto agli uomini. Ma prima di dare risposta a questi accusatori, vuole raccontare non una
novella intera (la novella si chiude bruscamente, quindi l’interezza rappresenta l’idea di una compiutezza)
ma soltanto una parte. Inoltre, l’autore prende la distanza dagli altri narratori dell’opera stessa: vuole
distinguere la sua novella dalle altre che vengono pronunciate dalla brigata dicendo che quelle meritano
grande rispetto mentre la sua è un po’ più bassa.
A Firenze, un cittadino di ceto medio di nome Filippo Baldini aveva una moglie ed entrambi si amavano
moto. La donna muore e gli lascia un figlio di due anni. Venendo privato della cosa che gli è più cara al
mondo, decide di allontanarsi dal mondo stesso, di dedicarsi soltanto a Dio e che la stessa missione sarà
anche del figlioletto. Diventano due eremiti, vanno sul monte Asinaio e il padre non parla mai al figlio delle
cose mondane perché questo non lo distragga dalla totale dedizione alla preghiera e alla lode di Dio. I due si
isolano dall’esterno, si dedicano al digiuno, alla preghiera e così passano gli anni. Ogni tanto il padre
andava in città per l’elemosina e poi tornava alla vita di prima.
Un giorno il figlio amorevole per agevolare il padre anziano gli chiede se possa essere lui ad andare a
Firenze per occuparsi delle loro necessità. Il padre acconsente, pensando che ormai si fosse abituato a
dedicarsi a Dio e che difficilmente le cose del mondo lo avrebbero potuto allettare. Il fanciullo aveva perso
ogni memoria dei palazzi, delle case, delle chiese e ha bisogno che il padre gli ricordi la geografia della
città
All’improvviso vedono una compagnia di ragazze che sono state a un matrimonio e il figlio chiede al padre
chi siano questi esseri meravigliosi. Il padre gli dice di abbassare gli occhi perché sono una cosa cattiva
dato che da lì viene il suo dolore di aver perso la moglie. Le chiama papere così forse il desiderio se non
riconosce il significante femmine penserà che non sia una cosa così interessante e bella da ottenere. Quindi
si assiste a un abbassamento singolare dell’oggetto del desiderio amoroso
Il ragazzo dice di volere una delle papere. Il padre non sa più cosa fare: ha cercato un nome degradante per
quelle donne in modo da camuffare la naturale attrazione che provocano al fanciullo e in più ha continuato a
dirgli che sono una cosa cattiva. A questo punto il figlio si chiede se siano tutte così le cose cattive. La lingua
rispecchia il fiorentino parlato, come ad esempio la ripetizione e la duplicazione del pronome in “non so
che voi vi dite”. Il padre con la sua presentazione del mondo può dire quel che vuole ma il ragazzo che inizia
a fuggire da quel controllo dice che sono la cosa più bella e piacevole che abbia mai visto. Inoltre,
somigliano all’unica esperienza che aveva di bellezza ovvero quella degli angeli. Afferma anche di volerle
nutrire (forte allusione sessuale). Qui c’è la difesa di essersi dedicato troppo alle donne e di aver parlato di
cose futili come l’amore: il padre, come gli accusatori, si deve rendere conto che l’amore supera anche la sua
costruzione ingegnosa ideata per fare allontanare il figlio da una propensione naturale. Nel momento in cui
viene a contatto con le donne che innescano questo sentimento non può fare a meno di esserne attratto e di
voler recuperare qualcosa che gli è stato negato. Quindi, anche un essere che ha vissuto isolato non può
sottrarsi a questo desiderio che viene da un istinto naturale. La novella poi si blocca e non si sa come
continui la storia.
Vengono riprese le accuse e si spiega perché siano stupide, inutili e sbagliate.
PARAFRASI:
Carissime donne, sia per le parole degli uomini saggi, sia per le cose che ho visto e lette, per queste due
autorità pensavo che l’impetuoso vento dell’invidia colpisse soltanto le cime più alte: ma io mi trovo
ingannato dal mio pensiero. Io che ho sempre voluto evitare questo spirito di rabbia (invidia) non ho
frequentato sempre le zone pianeggianti, ma addirittura le valli più profonde (sono stato il più in basso
possibile); questo mio desiderio tutti lo possono vedere nelle mie novelle, che non solo sono scritte in
volgare fiorentino (rispetto al latino, lingua nobile), in prosa (più umile rispetto alla poesia) e non ne ho dato
un titolo, ma nonostante ciò non ho potuto evitare di essere agitato da questo vento, anche se ho scritto un
testo quanto più possibile umile e basso; alla fine sono arrivato a questa conclusione, che soltanto la miseria
non causa invidia. Sono stati dunque, oh donne, alcuni che, leggendo queste novelle, hanno detto che voi mi
piacete troppo, e che non è una cosa buona che io prenda tanto piacere nel consolarvi e nel commentarvi, che
alla mia età non è più giusto stare dietro a queste cose (le cose amorose sono sciocchezze da giovani); e che
quindi sarebbe meglio che io mi dedicassi alla poesia, e non mescolarmi fra le donne, e poi che sarebbe
meglio pensare a come mi potrei guadagnare il pane (sostentamento e autorevolezza), e un’altra accusa
sarebbe quella che le cose non stanno così come io ve le ho raccontate (non so fare neanche bene il
narratore). Io con leggerezza capisco e ascolto queste accuse che mi vengono mosse, ma dovreste essere voi,
oh donne, a difendermi; però non posso evitare di difendermi io stesso, e lo farò con qualcosa di leggero, e
decido di levarmi dalle orecchie queste accuse con una contromisura, una risposta leggera. Non sono arrivato
neanche ad un terzo della mia fatica e già mi hanno attaccato, quindi crescerebbero di numero, si
moltiplicheranno, se non ricevessero nessuna risposta prima della fine; quindi, chissà che cosa potrebbero
dire se non mi difendo ora, e mi abbatterebbero con le loro accuse. Ma prima che io venga a fare la risposta a
qualcuno di questi miei accusatori voglio raccontare non una novella intera (cioè completa/perfetta), ma
soltanto una parte, così che non sembri una di quelle raccontate dalla brigata (l’autore prende la distanza dai
narratori interni), perché quelle meritano un grande rispetto, e quindi dico: “Nella nostra città (Firenze), già
da tempo, fu eletto Filippo Balducci (realtà geografica e politica), un uomo di classe media, sposato e
innamorato, e si davano piacere l’un l’altro. Purtroppo la moglie morì e gli lasciò in eredità soltanto un
figlioletto di due anni; viene quindi privato della cosa per lui più cara al mondo, e decide di dedicare la sua
vita tutta a Dio, e anche il figlio; divengono due eremiti, vanno nel mondo Asinaio, e non gli parla neanche
delle cose mondane, così che niente possa distrarlo dalla lode di Dio: chiude quindi il figlio in questo
isolamento e si dedicano al digiuno e alla preghiera; ogni tanto tornava in città per i bisogni, e poi tornava in
questa cella dell’eremitaggio col figlio. Un giorno però avvenne che, avendo già il figlio diciotto anni e
Filippo anziano, un giorno gli chiese dove stesse andando, e per non affaticarsi troppo, chiese al padre di
mandarlo a svolgere le commissioni in città. Al padre sembrò una buona idea in quanto ormai era totalmente
asservito a Dio, e non lo avrebbero attratto le cose mondane. Qui il giovane vedendo i palazzi, le case, le
chiese e tutte le altre cose della città, essendosi dimenticato di tutto, dovette chiedere al padre cosa fossero. E
così camminando e chiedendo il figlio e il padre si scontrarono in una bella brigata di giovani donne, che
tornavano da un matrimonio: quando il giovane le vide, domandò al padre cosa fossero. E il padre allora
rispose di non chiedere neanche, dato che è da lì che viene ogni male. Ma il figliolo continuava ad insistere, e
il padre gli disse che quelle si chiamano papere, non volendole neanche chiamare con il loro nome (citazione
al Novellino). Il figlio si meravigliò ad ascoltare ciò; non gli importava di niente, né dei palazzi, né dei
cavalli, né dei soldi, l’unica cosa che vorrebbe è una di quelle papere. E allora il padre continuava a
discostarlo da quell’idea, dicendogli che quelle sono cose cattive. Il figlio era stupito, “quindi sono fatte in
questo modo le cose cattive”, continuava a chiedere al padre, in quanto quelle erano la cosa più bella che egli
avesse mai visto (non si può scappare dalla forza di Amore), e insisteva sul volerla portare con sé e darle da
mangiare, ma il padre per nulla al mondo avrebbe accettato, in quanto anche lui l’aveva fatto e se ne era
pentito”. Mi basta fermarmi qui, e adesso mi rivolgo di nuovo agli accusatori. Voi mi accusate che le donne
mi piacciono troppo, lo ammetto: è una cosa dalla quale non ci si può sottrarre (come spiegato nella novella),
solo alla vista sono talmente dilettevoli che non ci si può sottrarre, quindi non sono tanto gli abbracci, i baci,
i ricongiungimenti, non è una questione fisica. Mi accusano di stare troppo con le Muse, ma un autore non si
può dedicare esclusivamente alla poesia, e quindi quando l’uomo si allontana dalle Muse cerca qualcosa che
le somigli, e questa non è una cosa da biasimare: le Muse sono donne, e molte di più sono le donne che
hanno ispirato la mia poesia, rispetto alle Muse. È meglio che io mi dedichi non solo alle Muse, ma anche ad
una poesia che mi procuri del pane (sostentamento), mi viene anche detto. E certamente se io dovessi
chiederlo a voi mi direste di cercare del pane tra le mie favole, e infatti molti poeti hanno trovato nelle favole
la loro autonomia, così come anch’io farò, in quanto questo è un tesoro molto più profondo, rispetto a quello
che i ricchi veri hanno trovato nei loro tesori. I poeti hanno portato frutto, fiorisce, e abbellisce l’epoca in cui
questi hanno vissuto, quelli che si sono dedicati troppo ai beni materiali non sono fioriti, sono morti senza
sbocciare. Mi è stato anche detto di non aver raccontato i fatti come dovevo, allora presentate gli originali: se
c’è veramente questa discrepanza, allora ammetterò questo mio errore, ma fino a quando non apparirà
qualcosa di scritto, in cui ci sono delle ragioni serie dell’accusa, non mi curerò dei loro insulti e non li
considererò, come loro non considerano me. A volte accade l’effetto opposto, l’invidia porta in alto coloro
che sono oggetto dell’invidia, e il peggio che mi può succedere è che ritorni a terra: quindi l’effetto che
posso ottenere è che questi mi elogino e mi lodino, così da portarmi in alto. Le accuse mi danno ancora più
vigore nel difendervi e nell’amarvi, oh donne. Io purtroppo non ho la forza naturale nel contrastare la forza
naturale che conduce l’amore, e né voglio averla, perché chi elogia e ama le donne, chi asseconda l’Amore,
opera naturalmente, sta seguendo un istinto naturale, e quindi è inutile contrastare la predisposizione naturale
all’Amore, e se io l’avessi la presterei ad altri piuttosto che usarla.
Quarta giornata, novella I
Fa da soglia a queste novelle che di continuo rimandano all’idea dell’amore come forza naturale. Quindi, c’è
una strettissima relazione tra quanto l’autore espone nella novella delle papere e i vari amori infelici che
vengono narrati nella quarta giornata
La figlia Ghismonda è molto bella, è ancora giovane, interessata all’amore nonostante sia rimasta vedova,
e dotata di saggezza. Si rende conto che il padre temporeggia ma lei per pudore non gli chiede di risposarsi
ma pensa di trovarsi un amante. Si guarda intorno e sta provando a trovare quello perfetto. Non sceglie un
nobile ma un valletto del padre, di grado inferiore a lei. Guiscardo è povero ma spicca per virtù e
costumi: la gentilezza non dipende da una collocazione sociale elevata ma delle doti interiori. Si innamora
di lui e più lo conosce, più riconosce questa virtù che merita lode sempre crescente.
Non è solo Ghismunda a essersi innamorata ma anche lui l’ha notata e fa fatica a toglierla dalla mente. Lei
sta cercando il modo per comunicargli il suo amore ma non si fida di nessuno. Infatti, la principessa deve
essere molto cauta nel concedersi a un amante. La lettera è un escamotage tipico degli amori romanzeschi e
diventa l’intermediario cartaceo affinché i due amanti si possano incontrare. È il più affidabile perché
passa da un innamorato all’altro. Gli da un pezzo di canna in cui ha incastonato la lettera e gli dice che lo
darà alla sua serva perché soffi sul fuoco. Soffiando attraverso la canna, Guiscardo troverà la lettera prima
che lo dia alla serva per accendere il fuoco. In essa sono contenute istruzioni precisissime che
consentiranno a Guiscardo di raggiungere la sua amata. C’è una strategia di avvicinamento che fa sì che gli
amori non legittimi dei due possano avvenire sotto gli occhi del padre senza farsi scoprire.
C’è una grotta talmente dimenticata che è coperta dalla vegetazione e che rappresenta un luogo riparato e
segreto. Da questa si arriva alla camera di Ghismonda che è chiusa da una porta. È la camera da cui parte
Boccaccio nel proemio cioè l’unico spazio di autonomia della donna. C’è una scala di cui nessuno si
ricorda più ma l’amore l’aveva fatta tornare alla mente della donna innamorata. Anche lei per ottenere
l’accesso a quella porta dimenticata aveva fatto fatica. Infatti, aveva prima fatto lei il percorso a ritroso che
poi Guiscardo avrebbe dovuto fare fino ai suoi appartamenti, fornendogli tutti i dettagli. Guiscardo si
procura una bella corda, si veste in modo di difendersi dalle spine e raggiunge la grotta (difficoltà
dell’impresa che l’innamorato decide comunque di intraprendere). Questi dettagli sottolineano da un lato il
fatto di dover tenere il loro amore segreto, dall’altro lo sforzo di far sì che la camera da spazio chiuso si
apra per sua volontà all’uomo che ha scelto.
Un amore che doveva rimanere segreto invece verrà violato dal padre. La fortuna invidiosa fa sì che la
felicità degli amanti si
trasformi in pianto triste per via di un avvenimento doloroso
Il padre è autorizzato a entrare nella camera. Ha piacere di passare del tempo con lei e di parlarle perché
è una donna intelligente. Egli sembra volerla tenere sotto il suo controllo perfino in uno spazio in cui la figlia
dovrebbe avere la sua autonomia. Un giorno mentre la figlia si attarda con le sue damigelle la precede però si
addormenta. Appoggia il capo sul letto e si copre con le tende del letto quasi come se studiosamente si
fosse nascosto per controllare ancora di più cosa avviene nella stanza. Si svegliò, sentì e vide (crescendo
descrittivo). Pensa prima di venir fuori e svelarsi ma poi decide di rimanere nascosto. Ha in mente un piano
da mettere in atto per vendicarsi dell’oltraggio, dimenticandosi dell’amore per la figlia e pensando solo al
proprio onore. Colui che ha violato lo spazio privato della figlia, non può uscire dalla porta da cui è entrato
ma è costretto a un passaggio segreto e per questo si butta giù dalla finestra. Se uscisse dalla porta principale
dovrebbe svelare a tutti che ha assistito a qualcosa di sgradevole, mentre così facendo può mettere in atto in
segreto la sua vendetta violenta.
Tancredi è quasi in lacrime: è come se non si riconoscesse nell’azione che sta facendo ma non può
comportarsi diversamente. L’amore dei due è una macchia per l’onore e il buon nome del principe che
non ha saputo sorvegliare la figlia, un oltraggio alle convenzioni (amore fuori dal matrimonio) e una
vergogna (per la collocazione sociale di Guiscardo). Egli ha visto coi suoi occhi, quindi non può far finta di
niente. Guiscardo l’unico argomento che porta a sua difesa è la potenza di amore e il fatto che gli uomini
non si possono opporre a questa forza naturale. La sua risposta è lapidaria mentre quella di Ghismonda è
molto articolata. Riprende l’accusa del padre e la scompone per far capire che tutti i suoi argomenti sono
sbagliati.
I due dopo pranzo si incontrano ma Ghismonda non sa niente del fatto Guiscardo è stato imprigionato.
Lo spazio della camera diventa il luogo del processo in cui il padre sottopone la figlia a un’accusa
pesantissima. Il padre la credeva virtuosa e onesta e non si sarebbe mai immaginato che si sarebbe potuta
concedere a un uomo che non fosse suo marito. C’è di nuovo l’idea che li ha visti e che ha assistito a una
cosa incredibile che sarà un peso enorme per la sua vecchiaia. Viene messa in particolare evidenza la
disparità di posizione sociale tra i due amanti. L’aver scelto Guiscardo di umilissima condizione è una
delle macchie perché se fosse stato nobile sarebbe stato più comprensibile.
Di Guiscardo ha già deciso cosa farne ma della figlia non lo sa. Il padre che la ama vuole che la perdoni,
quello che ha un grandissimo sdegno per la follia della figlia vuole che diventi crudele contro di lei. Prima
di prendere una decisione vuole sentire cos’ha da dire la figlia, il che dimostra la consuetudine di dialogo
tra i due. Il padre e la figlia è come se si invertissero i ruoli: il primo piange a dirotto come un bambino
picchiato mentre la seconda che sa che il suo amante sta per morire ha un atteggiamento molto lucido.
Non è una donna addolorata dall’errore compiuto ma non curante e valorosa. È fiera di difendere la sua
scelta e non piange. Negare e pregare non le interessano. Non vuole conquistare con debolezza il suo
perdono ma confessando il vero. L’ha amato, lo ama adesso e lo amerà per sempre anche se la morte è
vicina. I due pilastri della sua difesa sono: il padre che aver perso troppo tempo nel rimaritarla e la
virtù di Guiscardo che non dipende dalla nobiltà di stirpe.
Essendo fatto di carne, hai generato una figlia di carne e anche se vecchio sa qual è la disposizione dei
giovani all’amore. L’amore che si sviluppa nell’ozio si contrappone all’attività di guerra. tuttavia, tutti nel
riposo gli si concedono. È stata sposata, quindi sa quali sono le gioie del sesso e al padre non doveva
sfuggire il fatto che avrebbe ricercato quel piacere. Non ha potuto desistere alle forze dell’amore, ha
assecondato questa passione e si è innamorata (stessa ragione di Guiscardo). Ha cercato di mettere
resistenza perché sapeva che non era qualcosa di virtuoso. Aveva trovato anche un modo perché coprire la
vergogna di modo che il suo assecondare la passione amorosa sarebbe stato più accettabile proprio perché
ignoto. Lo stratagemma è venuto meno quindi ammette la verità e pensa di essere giustificata per via della
naturalezza dell’amore.
Non è una donna che si abbandona all’amore per chiunque ma è una decisione meditata. Scelse lui al
confronto di ogni altro e se lo tenne accanto, godendo l’uno dell’altro. Il padre forse si sarebbe arrabbiato di
meno se avesse scelto un amante nobile ma questo testimonia il fatto che egli segua la volgare opinione
piuttosto che la verità. È la fortuna che eleva coloro che non sono degni mentre lascia in basso coloro che
sono degnissimi. Quindi la collocazione sociale è casuale. Siamo tutti fatti di carne ma è la virtù che ci
distingue proprio come Guiscardo che non è nobile ma spicca per il suo animo. Chi non si rende conto della
gentilezza che distingue gli uomini, commette errore. Se si esaminassero tutti gli uomini della corte, si
vedrebbe chiaramente che Guiscardo è il più nobile a confronto degli altri che sono vili senza virtù.
Se il padre dovesse uccidere Guiscardo e non lei, si sarebbe uccisa con le sue stesse mani. È il padre a
essere debole in questo confronto e che merita di piangere con le altre donne. Il personaggio femminile si
difende con orgoglio usando la parola e restituendo al padre ogni argomento della sua accusa. Se Tancredi
non si lasciasse condizionare dalla massa, riconoscerebbe Guiscardo come il migliore tra gli uomini che
avrebbe potuto scegliere. Il padre non ascolterà nessuno degli argomenti della figlia e lascerà che si uccida
da sola dopo aver ricevuto in una coppa il cuore del proprio innamorato e aggiungendogli il veleno.
Possedere il cuore del proprio innamorato in questo caso è un momento tragico.
Tancredi riconosce quant’è virtuosa la figlia ma non pensa che si ucciderà veramente. Riconosciuta la
nobiltà di Ghismonda, decide di risparmiarla anche per l’affezione che ha per lei. Vuole incrudelire
soltanto contro l’amante sperando che questo potrà estinguere il fuoco d’amore ma si tratta una mera
illusione. Fa sì che venga ucciso e vuole che coloro che lo hanno strangolato gli portino il suo cuore. Poi
ironicamente porge alla figlia la cosa a cui teneva di più di Guiscardo cioè il suo cuore in una coppa d’oro
come vendetta per averlo privato della sua purezza e devozione.
Ghismonda continua a essere tutta d’un
pezzo. Crede che il suo amante non
meritasse una sepoltura più adatta: è un
cuore gentile e la coppa d’oro è
perfettamente nobile per seppellirlo.
Anche nel momento della tragedia, riesce a
trovare le parole giuste e con ironia,
rimprovera la crudeltà del padre.
Dopo averli uccisi, almeno li fa seppellire insieme come nelle classiche storie di amanti infelici.
[Certamente l’amore è una forza naturale potentissima con la quale gli uomini devono fare i conti e a cui
non possono resistere. C’è qualcosa che però vi si può opporre: in fondo gli amori della quarta giornata
finiscono male perché sono fuori dalla legittimità del matrimonio. Quindi bisogna opporre il libero arbitrio
affinché l’amore trovi un coronamento più ufficiale e un esito felice nell’istituzione del matrimonio
proprio come avviene nella quinta giornata. È come se Boccaccio volesse difendere la capacità di
controllare l’istinto naturale attraverso la ragione. Il conte d’Anversa e la marchesana di Monferrato
diventano i due esempi contrari a Ghismonda proprio perché di fronte alla passione amorosa sanno per un
attimo fermarsi e utilizzare il libero arbitrio che permette di non arrivare a conseguenze catastrofiche.
Vedere gli amori felici ci aiuterà al conseguimento della felicità e rappresenterà un modello positivo a cui
uniformarsi mentre le tragedie memorabili della quarta giornata diventano un modello da non seguire. Il
racconto ha questa potenza di diventare esperienza sostitutiva].
PARAFRASI:
È quasi paradossale che, per cercare sollievo, Filostrato abbia scelto di parlare di amori tragici, e raccontare
le lacrime altrui rende quasi inevitabile che chi le ascolta non provi compassione. Forse prima ci siamo
divertiti troppo, quindi farà bene piangere un po’: bisogna assoggettarsi al tema scelto dal re, e quindi si
racconterà un avvenimento pietoso, sventurato e degno delle nostre lacrime. Tancredi, il principe di Salerno,
fu un signore assai umano e con un ingegno positivo (votato al bene), se egli non si fosse sporcato le mani
nel sangue amoroso; ebbe una sola figlia (Ghismonda→avvocato di sé stessa), e forse sarebbe stato ancora
più felice se non l’avesse mai avuta: l’amava talmente tanto che non la fece sposare subito, quasi come se
non se ne volesse privare, e quando si sposò, poco tempo dopo restò vedova, e lui ne era felice. Era una
donna bellissima fisicamente, molto più rispetto a tutte le altre, è ancora giovane (e quindi ancora interessata
all’amore), forte, e saggia, cosa che non è così banale per le donne. Il padre temporeggia, e per pudicizia,
non chiede al padre di sposarsi, ma si trova un amante. E sentendosi trattata benissimo dal padre nella corte,
e vedendo molti uomini che venivano nella corte, cercando l’amante perfetto, non sceglie uno dei nobili che
frequentano la casa del padre, ma un valletto (quindi povero), di nazione assai umile, ma spicca per virtù e
per costumi, il suo nome era Guiscardo, che gli piacque più degli altri, e per questo lo seleziona, e più lo
conosce più capisce che è l’uomo giusto per lei e merita le sue lodi. E anche il giovane l’ha notata, e fa
fatica a rimuoverla dalla sua mente, era tutto concentrato nell’amare lei. In questo modo quindi (innesco
dell’innamoramento), amandosi l’un l’altro in segreto, lei si mise a cercare un modo per dichiararsi, ma non
reputava nessuno abbastanza fedele a cui potergli confidare questa cosa, così che potesse farle da
intermediario. Allora scrisse una lettera (intermediario cartaceo per potersi incontrare) in cui gli scrisse
come arrivare da lei il giorno seguente; e poi la mise in un pezzo di canna, e dice a Guiscardo che lo darà
alla sua serva affinché soffi sul fuoco. Guiscardo lo prese e se ne tornò a casa sua: e guardando meglio la
canna vide che era bucata, e allora la aprì, e dentro trovò la lettera di Ghismonda e capì cosa avrebbe dovuto
fare, e decise di andare da lei come lei gli aveva detto di fare. La lettera recitava così “C’è una grotta
appartata, talmente dimenticata che è tutta infestata da vegetazione, da pruni e da erbe; però attraverso
questa grotta si arriva in una delle camere di pertinenza di Ghismonda, che però sono chiuse da una porta. E
quella scala era stata dimenticata da tutti, dato che non veniva usata da moltissimo tempo, e forse quasi
nessuno se ne ricordava: ma agli occhi di Amore non c’è nessuna cosa che possa restare segreta, e
gliel’aveva fatta ricordare alla donna innamorata. Lei, consapevole del fatto che nessuno si deve accorgere
di questo fatto, aveva fatto fatica a raggiungere quella porta talmente dimenticata: aveva prima fatto lei il
percorso a ritroso, che poi egli avrebbe potuto fare dalla cava, attraverso la scala, attraverso la porta e fino
alla camera di Ghismonda. Egli, nonostante le difficoltà dell’impresa, si procura di tutto ciò che è
necessario, e la notte seguente raggiunse la grotta perché sapeva che da lì sarebbe potuto arrivare a
Ghismonda”. Ma la fortuna, invidiosa della loro felicità, con un avvenimento doloroso rivolse la felicità dei
due amanti in un pianto doloroso. Tancredi era autorizzato ad entrare nella camera della figlia (desiderio di
controllo eccessivo nei confronti della figlia), dato che era legatissimo alla figlia, e aveva piacere a stare con
lei e parlarle. Un giorno, avendo visto Ghismonda attardarsi dopo pranzo nel giardino con le sue damigelle,
entrò in quella stanza, e qui si addormenta, con le finestre chiuse e le tende del letto tirate, quasi come se si
fosse nascosto di proposito. E così mentre dormiva Tancredi dormiva, Ghismonda, per sfortuna aveva fatto
venire Guiscardo, una volta lasciate le damigelle in giardino, e tornò in camera: e lei, senza accorgersi che ci
fosse qualcuno in camera, aprì la porta a Guiscardo e si misero a letto; quando Tancredi si svegliò, li vede e
all’inizio pensò di venir fuori e svelarsi immediatamente, ma poi riflettendoci, si dimenticò di tutto l’amore
della figlia, e pensò ad un piano per rivendicare il proprio onore. Una volta che la violazione è avvenuta in
segreto, Tancredi non può uscire dalla porta da cui è entrato, ma sfrutta il passaggio segreto, e si butta giù
dalla finestra, in modo tale che nessuno sappia cosa è successo e che cosa ha visto, e così può mettere in atto
la sua vendetta. Per ordine di Tancredi, la notte seguente, du presero Guiscardo e lo portarono segretamente
da lui, e come lui lo vide, quasi piangendo disse: “Guiscardo, la mia benevolenza verso di te non ha meritato
l’oltraggio e la vergogna che tu mi hai provocato, e non posso tornare indietro, in quanto l’ho visto con i
miei occhi”. Allora Guiscardo nessun’altra cosa poté dire se non questa: “Amore può più di chiunque” (gli
uomini non si possono opporre a questa forza naturale). Il giorno seguente, senza che Ghismonda non
sapesse niente di queste cose, dopo mangiato Tancredi va nella camera della figlia: dove, dopo essere stata
chiamata e chiusa dentro, piangendo le iniziò a dire: “Ghismonda, io ti sapevo virtuosa e onesta, non avrei
mai pensato, né se l’avessi visto con i miei occhi l’avrei creduto, che ti saresti concessa ad un altro uomo,
che non sia tuo marito; la memoria di ciò che ho visto sarà un peso enorme per la mia vecchiaia. E ora
volesse Dio che, dato che hai voluto fare questo gesto disonorevole, avessi almeno scelto un uomo che era al
tuo stesso livello nobiliare; ma tra tanti che circolano nelle mie corti tu hai scelto Guiscardo, un uomo di
stato sociale umilissimo, e non so cosa farne di te, dopo questo avvenimento. Di Guiscardo, che ho già fatto
imprigionare, ho già deciso cosa farmene, ma di te non so che farmene. Da una parte, il padre che ti ama
vuole che io ti perdoni, mentre dall’altra, l’altro padre, contro quella che è la mia natura, vuole che io diventi
crudele con te: però prima di prendere qualsiasi decisione, voglio sentire che cosa ne pensi tu”. E detto
questo abbassò il viso, piangendo talmente forte, come se fosse un fanciullo picchiato. Non parla come una
donna addolorata, o che viene ripresa dall’errore compiuta, ma come non curante e valorosa, fiera nel
difendere la sua scelta, e senza piangere né sentendosi turbata, rispose al padre così: “Tancredi, negare e
pregare non mi interessano, non verrò da te per questo (per supplicarti); non mi voglio conquistare il tuo
perdono con la mia fragilità, ma confessando la verità, e voglio difendere le mie decisioni. L’ho amato, lo
amo, e lo amerò per sempre, anche se la mia morte è vicina: ma a ciò non mi ha condotto la mia fragilità da
donna, ma tu hai perso troppo tempo nel farmi sposare di nuovo, e l’ho scelto per la sua virtù interiore
(smonta così l’accusa del padre). Tancredi, tu sei fatto di carne, e hai generato una figlia di carne: e anche se
sei vecchio dovevi sapere e sai qual è la predisposizione dei giovani all’Amore. Sono quindi stata generata
da te, e quindi di carne, e anche se giovane, sono stata sposata, e quindi conosco le gioie del sesso, e sapevi
che avrei voluto riprovare quelle gioie, e non ho potuto resistere alle forze dell’Amore, sono stata attirata
dove mi attiravano, ho assecondato questa passione e mi sono innamorata. In un certo senso ho cercato di
resistere, perché sapevo che non era qualcosa di virtuoso. Avevo trovato un modo per il quale nessuno lo
avrebbe saputo, e quindi l’assecondare la passione amorosa, sarebbe stato più accettabile se nessuno
l’avesse scoperto, così da non essere sotto gli occhi di tutti. Non sono una donna che si abbandona all’amore
per chiunque, come molte altre fanno, quindi non scelsi Guiscardo per sbaglio, ma scelsi lui rispetto a tutti
gli altri, sostenendo l’idea che la mia decisione fosse stata presa con avvedutezza, e con una saggia
perseveranza me lo sono tenuta accanto e me lo sono goduta. Tu forse ti saresti arrabbiato di meno se avessi
scelto un amante nobile, ma questo fa sì che tu segua l’amara opinione rispetto che alla verità (quindi è una
scelta molto più forte): tu te la prendi con quello che è un caso, è la fortuna che spesso mette in alto coloro
che non ne sono degni, e invece lascia in basso coloro che sono degnissimi. Ma ora andiamo avanti: siamo
tutti fatti di carne, e ci distinguiamo soltanto per la virtù: e quello che fa spiccare di più Guiscardo è il suo
animo, benché non sia nobile. La gentilezza e la nobiltà d’animo emergono, e se ne fregano della condizione
sociale, e sbagli tu che non riesci a vedere questo. Guarda tutti gli uomini della tua corte, e vedrai, messi a
confronto con Guiscardo, che lui è il più nobile di tutti, mentre loro sono i veri vili (perché non hanno la
virtù interiore). L’ultimo dubbio che avevi, se uccidi Guiscardo e non uccidi me non mi importa, sappi che
io mi ucciderò con le mie stesse mani. Vai via con le femmine a piangere, e uccidi con un sol colpo me e il
mio amante, se pensi che è quello che meritiamo”. Tancredi riconosce quanto è virtuosa la figlia, ma non
pensa che si ucciderà, come diceva; allora decise di risparmiarla, non volendo essere crudele fino in fondo,
ma vuole incrudelirsi soltanto contro l’amante Guiscardo, così che questo possa raffreddare il suo fuoco
d’Amore, e così fa sì che egli venga ucciso, e che i due che lo strangolarono, gli portassero il suo cuore. E
così quei due fecero. E il giorno seguente, fattosi portare una coppa d’oro, e mettendogli dentro il cuore di
Guiscardo, il padre la fece portare alla figlia e le fece dire: “Tuo padre ti manda questa coppa per consolarti
con la cosa che tu ami di più, come lui ha fatto con te e con la cosa che più amava”. Ghismonda, senza
essersi turbata dall’accaduto, prese delle erbe e delle radici velenose, e dopo che il padre uscì dalla camera,
le distillò nell’acqua, poiché era accaduto quello che lei temeva. E prese quella coppa senza vacillare; e una
volta aperta, come vide il cuore e capì le parole del padre, capì anche che quello era il cuore di Guiscardo; e
alzando la coppa, disse: “Non meritava una sepoltura più adatta: mio padre si è comportato finalmente in
modo giusto” (la coppa d’oro è un posto perfetto in cui seppellirla, essendo stato un cuore virtuoso).
L’angoscia del pianto non lascia spazio ad ulteriori accuse: ancora giovane, sentita che stava arrivando la
fine e stringendo al petto il cuore, disse: “Rimanete con Dio, perché io sto andando da lui”. E chiusi gli
occhi e perso ogni senso, morì. Così ebbe fine l’amore di Guiscardo e Ghismonda, come avete sentito:
Tancredi dopo aver pianto molto e pentitosi della sua crudeltà, con il dolore generale di tutti i salernitani, in
modo onorevole li fece seppellire insieme.
Conclusione dell’autore: è uno spazio di autodifesa anche nei confronti di eventuali attacchi che potrebbero
venire dalle destinatarie cioè le donne.
Si apre con l’invocazione alle nobilissime donne. L’autore ringrazia le muse e Dio che ha reso possibile la
stesura del testo. Ora arriva il momento in cui la penna deve riposarsi finalmente dopo un’opera così
consistente. Di nuovo si ritorna alla questione di alcune “cosette” a cui egli deve rispondere in prima
persona. Queste possibili obiezioni possono venire da altri ma anche dalle donne stesse. La prima accusa è
l’eccessiva licenza: infatti gli aspetti erotici che spesso possono sfociare nella volgarità sono un tratto
caratterizzante del testo stesso. Questo non sembra essere adatto al pubblico di elezione che il testo si è
dato, cioè le donne. Il che pone due problemi: uno verrà risolto dall’autore nella sua difesa, l’altro rimette in
discussione la natura stessa del testo (c’è una sorta di continua ambiguità: insieme alle donne, c’è la
presenza di un altro pubblico che coglierà la componente più complessa ed elevata del testo stesso). Si
possono anche raccontare novelle lascive contenenti episodi erotici ma la brigata mantiene un’estrema
onestà dei comportamenti che rende possibile la materia (la funzione del bagno delle donne come
purificazione è simbolo di questa vita pura). Quindi, anche la materia più in apparenza disonesta è sempre
stata trattata con vocaboli onesti come dice Boccaccio di aver fatto.
Viene ripreso lo schema dell’oratoria: prima si difende ma nel caso in cui l’avversario abbia ragione, prova a
rispondere. È la materia stessa che ha dettato la legge: infatti, lo stile deve essere adeguato a essa. Quindi,
sarebbe stato impossibile trattare di quelle cose in maniera diversa. Forse ci sono parolette più liberali non
adatte a una donna bigotta che pesa più le parole che i fatti. Tuttavia, non c’è niente di male in queste
parole che invece appaiono sconvenienti a coloro che si vantano di un’ortodossia più nell’apparenza che
nella sostanza. Un certo erotismo rientra nelle cose naturali: il pittore ritrae soggetti sacri ma con fattezze
umane ma nessuno se ne stupisce o lo critica. Invece l’autore viene accusato perché ritrae l’umanità per
com’è, quindi anche con quella componente sessuale.
Anche l’ambientazione ha la sua parte: queste cose non sono state raccontate né in chiesa né nelle scuole dei
filosofi ma nei giardini, luoghi di divertimento che giustificano lo statuto di puro diletto di queste
narrazioni. I novellatori sono giovani ma maturi e non si lasciano piegare dalla letteratura benché la
usino come modello e utile consiglio. La brigata sottintende anche quella dei destinatari che devono essere
capaci di distinguere la finzione narrativa e prenderne un esempio positivo senza lasciarsi traviare. È
presente un’allusione interna alla seconda novella della nona giornata in cui si narra di una badessa colta
in fragrante con un’amante mentre le consorelle cercano di portarla a rimproverare un’altra delle suore che
aveva fatto la stessa cosa. La badessa per la furia di farlo si mette in capo i calzoni del suo amante, anziché
la cuffia. Questo porta a un sovvertimento della morale interna al convento in cui concedersi un’amante
diventa ammissibile. In fondo se lo fa la badessa è alquanto ridicolo rimproverare una semplice suora. Tutte
le cose possono essere dannose o positive dipende da come vengono impiegate. Vino e fuoco siccome in
alcuni casi sono negativi, non si può dire che lo siano sempre ma dipende dalla circostanza. Lo stesso vale
per l’impiego di questa materia narrativa: può essere impiegata malvagiamente ma dipende da chi ne fa
cattivo uso, non dalla materia stessa.
Sono le menti corrotte che corrompono ciò che ascoltano. Invece l’argomento lascivo non può scomporre
una mente pura. Perfino la Sacra scrittura che in sé è onestissima a volte è stata usata male e con fini
negativi. Ogni cosa può essere utile, ma se male adoperata può essere nociva. Quindi se coloro che lo
accusano useranno male le sue novelle, sarà un loro problema ma non della materia raccontata. Le novelle
sono state raccontate a vantaggio di coloro che le leggeranno ma solo se verranno recepite con l’animo puro
di queste destinatarie. I bigotti le lascino perdere perché non sono adatti.
Nuova accusa: sarebbe stato meglio che alcune di queste novelle non venissero raccontate.
Successivamente viene esplicitata la finzione del narrare e il doppio autore incluso nel testo stesso.
Quest’ultimo dice di aver scelto le novelle perché sono state raccontate ma non di averle scritte. Quindi la
brigata diventa autonoma nel narrare. Se non sono belle, non è colpa sua. Perfino Dio non fa tutto bello,
quindi ammettendo che egli sia l’autore di queste novelle anche se non lo è, se ce n’è qualcuna che non è
bella è cosa della natura. Perfino Carlo Magno non riuscì a fare un esercito composto da soli primi
paladini. Nella massa c’è sempre una varietà e quindi anche le novelle sono varie. Come un campo ben
coltivato che contiene comunque erbacce, anche in questo processo di varietà che lo distingue in modo
positivo in fondo ci sono delle cose che sfuggono al controllo del proprio autore. La rubrica è ciò che è
scritto in fronte alle novelle; quindi, la materia che contiene è esplicita. Chi si sente pungere da una materia
troppo lasciva, pungente come le erbe selvatiche in un prato, le salti perché la novella è trasparente.
Qualcuno dice che le novelle sono troppo lunghe. L’autore consiglia di non leggere nemmeno quelle brevi
se si è impegnati in altro. Si tratta di un testo che nasce per consolazione delle donne che passano molte ore
oziose nelle loro camere e che vengono prese dai pensieri malinconici dell’amore. Una scrittura breve e
concisa è riservata a coloro che studiano e che leggono non per passare il tempo ma per apprendere.
Siccome le povere donne non vanno in nessuna città europea a studiare, allora si può parlare con calma
(ironia: certuni che studiano egualmente non riescono a cogliere il contenuto positivo ed educativo che viene
da questa scrittura). L’accusa della lunghezza ribadisce lo statuto della lettura che pur essendo per diletto
non rinuncia a dare l’utile consiglio. L’autore viene anche accusato di aver inserito troppe ciance e burle
che non si addicono a un serio scrittore. Nuovamente qualcuno si preoccupa della sua fama come gli
accusatori della quarta giornata
Inoltre, ciance e motti disturberebbero l’ascoltatore e in questo riguardo l’autore dice che perfino nelle
prediche degli uomini di chiesa vengono usate. L’autore non soltanto inserisce troppe beffe ma parla male
dei frati, ridicolizzando la Chiesa e certi costumi stupidi come il culto delle reliquie. Egli cala il velo su
queste sante persone, riportando alla realtà.
Come il mondo è variabile, forse anche la sua lingua in fondo lo è. Quindi se è stato irrispettoso in alcune
circostanze, fa parte della variabilità del mondo. Tuttavia, non è passato molto tempo che la vicina gli ha
detto che la sua è la più dolce lingua del mondo. Quando questo giudizio positivo è arrivato, mancava poco
perché portasse a compimento l’opera. Quindi queste accuse contrastano rispetto a quest’opinione. Chi
discute troppo animosamente non merita la risposta dell’autore. L’unica cosa da fare è ringraziare Colui
che ha concesso che quest’opera giungesse alla fine. Si ritorna alla questione del giovamento alle
destinatarie che vanno ringraziate al pari di Dio. Qui si chiude tutta l’opera ritornando allo statuto
ambivalente di questo testo che da un lato richiama con un titolo greco un modello che si avvicina a quello
dei santi padri ma dall’altro una letteratura per diletto cortese cavalleresca a cui il termine Galeotto rimanda.
PARAFRASI:
Ringraziano quelle che sono le Muse di questo testo e Dio che l’ha reso possibile, sta finalmente per arrivare
il momento del riposo per la penna, è bene che io risponda in prima persona a delle questioni, che forse
alcune di voi donne mi avete rivolto, o da altri. La prima di questa è l'eccessiva licenzia usata (a volte si cade
nella volgarità), questa suona ancora più inadatta ad essere ascoltata da oneste donne. Non sono novelle
disoneste, perché non c’è alcuna cosa disonesta che può essere detta con parole oneste: che è quello che ho
fatto, anche la materia in apparenza più disonesta, è stata trattata con vocaboli onesti. Anche se fosse
davvero eccessivamente lascivo e ci fosse una componente disonesta, ammettiamolo. Provo a rispondere, è
la materia stessa che in un certo senso ha dettato la legge, me l’ha richiesto, altrimenti sarebbe stato
impossibile trattare di quelle cose in altra maniera. Forse ci sono delle parolette più liberali, che non sono
adatte alle donne bigotte, che pesano più le parole che i fatti, non è più disdicevole per me averle scritte,
quanto averle dette da parte sia di uomini che di donne. Nessuno si sogna di criticare quando un pittore
include nella sua arte una rappresentazione di Cristo uomo e della Madonna signora, e invece io vengo
rimproverato perché ritraggo la realtà così com’è. Queste cose non sono state narrate né in Chiesa né nelle
scuole dei filosofi, ma tra i giardini, in luoghi di divertimento, tra persone giovani, ma mature, e non si
lasciano piegare dalle novelle (e dalla letteratura), purché le usino come modello e come utile consiglio.
Tutte le cose possono essere dannose oppure positive, dipende ovviamente da come vengono impiegate.
Vino e fuoco possono essere positivi e negativi, ma dato che in alcuni casi sono negativi, non diremo che
sono sempre negativi. Infondo anche la materia può essere impiegata malvagiamente, ma solo da chi vuole
usarla in modo negativo. Sono le menti corrotte che corrompono quello che vogliono: le cose oneste non
giovano alle menti corrotte, quindi l’argomento disonesto non può scomporre una mente ben composta.
Perfino la Sacra Scrittura, che in sé è onesta, a volte è stata usata male, per perdizione, con fini negativi.
Ogni cosa può essere utile, ma se male adoperata diventa nociva, quindi se coloro che mi accusano useranno
male le novelle, la colpa sarà loro, e non di ciò che ho raccontato. Le novelle sono state raccontate a
vantaggio di coloro che le leggeranno, se verranno recepite con l’animo giusto e puro dai destinatari. I
bigotti le lascino perdere, non sono adatte a questi; le donne bigotte dicono che gli vengono dietro, ma non è
così. Sarebbe stato meglio che alcune di queste novelle non venissero raccontate, io infondo le ho scelte
perché sono state raccontate, non le ho scritte io, e perciò se non sono belle non è colpa mia, se le avessero
raccontate belle, le avrei scritte belle. Ammettendo che io sia l’autore di tutte queste novelle, anche se non lo
sono, in fondo anche Dio non fa tutto bello, è una cosa della natura, perfino Carlo Magno non riuscì a creare
un esercito formato dai primi paladini: l’imperfezione è una cosa naturale. Nella massa c’è sempre una
varietà, e quindi anche le novelle sono varie, come un campo che anche se ben coltivato contiene delle
erbacce, anche nel testo ci sono delle cose che sfuggono al controllo del proprio autore. Chi non vuole essere
punto da alcune novelle, le salti, salti la materia offensiva. E ancora qualcuno dice che sono troppo lunghe;
se siete impegnati in altro, non vi mettete a leggere neanche quelle brevi. Questo è un testo che nasce per
consolazione delle donne, che passano molte ore oziose nelle loro camere, e vengono prese dai pensieri
malinconici dell’amore, proprio perchè sono costrette forzatamente all’ozio all’interno delle loro camere,
quindi il tempo è consolazione nella lettura, e non sono rivolte a chi è impegnato in altro. Una scrittura breve
e concisa è dedicata a coloro che studiano, che stanno nella lettura non per passare il tempo, ma per
apprendere (lettura per util consiglio). E siccome voi povere donne non andate in nessuna grande città
europea a studiare, ci mettiamo a parlare con calma e distesamente a voi non studiose (lettura per diletto). Ci
sono troppe ciance e troppe burle, cosa che non si addice ad un uomo pesato e misurato come me, queste
cose inutile non mi si addicono. Queste cose inutili non si addicono ad un serio scrittore che dovrebbe essere
misurato e pesato. In fondo io ho trovato che perfino nelle prediche degli uomini di Chiesa si usano i motti e
le ciance, quindi non vedo perché non le dovrei usare nel mio testo. Non soltanto ci sono troppe ciance,
troppe beffe, troppi motti, nelle mie novelle dico male dei frati. Come il mondo è variabile, in fondo anche il
mio discorso è variabile, quindi se in un certo senso sono stato irrispettoso in certe cose, fa parte della
variabilità del mondo; forse la mia lingua è variabile, ma poco tempo fa una vicina mi ha detto che la mia è
la lingua più dolce del mondo. Quando questo giudizio così positivo è arrivato nei confronti del mio
scrivere, mancava poco perché io portassi a compimento l’opera (le accuse contrastano con quest’opinione).
Chi discute troppo animosamente insomma non merita la mia risposta, e gli lascio credere quello che gli
pare. L’unica cosa da fare è ringraziare Colui (Dio) che ha concesso che quest’opera giungesse alla fine. E
voi, piacevoli donne, ricordatevi di me, se avete provato gioia a leggerla.
Questo orrido cominciamento corrisponde con una lunga descrizione all’interno dell’introduzione alla prima
giornata della peste nera. È un pezzo di descrizione storica che recupera quella della peste di Paolo Diacono.
È presente un andamento ascensionale all’interno del Decameron: si parte da una sorta di inferno dal quale
i novellatori prendono le distanze decidendo di ritirarsi in campagna e si arriva alla conclusione, dopo le due
settimane in cui stanno insieme, con un recupero di socialità e positività reso possibile dall’atto del narrare
che diventa difesa e farmaco contro il negativo.
All’interno di questo spazio si racconta di come le giovani donne si incontrano a Santa Maria Novella, di
come i nomi siano maschere per tutelare l’identità e lo stesso vale per gli uomini.
Da questo spazio entro il quale viene anticipato l’atto stesso del narrare prende le mosse poi tutta la finzione
narrativa dell’opera. Infatti, la finzione della cornice viene messa in scena per la prima volta ma in modo
fondamentale proprio perché rende possibile la narrazione successiva all’interno di questo spazio di secondo
livello che fa sì che quando i narratori prendano la parola possano entrare in uno spazio altro e partire dal
“punto a” del loro narrare e arrivare alla loro conclusione sempre entro questo spazio organizzato e protetto
che è quella della cornice stessa. Senza questa introduzione che crea la finzione della cornice ovviamente
tutte le altre parti entro cui si muovono autonomamente i narratori non avrebbero senso. C’è un discreto
scatto fra lo spazio in cui si descrive la peste, il momento in cui la brigata prende la decisione di allontanarsi,
isolarsi rispetto alla città e alla corruzione e morte rappresentate dalla peste e poi lo spazio entro cui già
vengono descritte le loro azioni e in particolare la loro azione di raccontare, anche se a livello di strutture
narrative funzionano allo stesso modo perché entro questo spazio può prendere avvio la narrazione interna
quindi le novelle vere e proprie.
PRIMA GIORNATA, NOVELLA 1
Ser Cepparello è mandato dal suo signore a riscuotere dei debiti in Borgogna da due fratelli usurai.
Mentre è nel pieno della sua funzione si ammala e i due malfattori hanno paura che muoia in peccato
mortale perché la sua fama in Francia è pessima. Mentre i due discutono, Ciappelletto sente ed escogita il
modo per metterli a sicuro e quasi vicino alla morte volgere a suo vantaggio la situazione. Chiede un frate
confessore e da qui comincia una grande messa in scena di Cepparello che con abilissima arte della parola,
confessando dei peccati di entità minima fa sì che il frate creda di avere un santo davanti e non un
grandissimo peccatore. Quindi in punto di morte viene celebrato come “San Ciappelletto”. Quindi da un
lato l’estrema capacità di falsificare la realtà ma dall’altro anche l’ingegno, la parola costruita ad arte
grazie ai quali riesce a capovolgere il proprio destino. Si tratta di esordio in linea con un’umanità portatrice
di valori negativi.
PARAFRASI:
Ser Cepparello da Prato è mandato dal suo signore a riscuotere dei debiti in Borgogna, da due fratelli usurai;
mentre è nel pieno delle sue funzioni, si ammala, e i due malfattori hanno paura che muoia in peccato
mortale (perché la fama di Ser Cepparello è pessima, ha tutti i mali, e fra questi anche l’omosessualità).
Mentre i due discutono in questo delicato frangente in cui si trovano, Ser Cepparello sente, e cerca il modo
di mettersi al sicuro, e volgere in suo vantaggio anche la situazione che preoccupa tanto i due ospiti; allora
chiede un frate confessore, che è fondamentale, infatti Ciappelletto (incarna sia l’estremo male che
l'ingegno) confessando dei piccolissimi peccati, il frate pensa di avere davanti un uomo buono, e non un
grandissimo peccatore, e allora il santo confessore, preso in giro, lo elogierà come San Ciappelletto.
DECIMA GIORNATA, NOVELLA 10
Dal lato opposto, l’eroina della decima giornata cioè Griselda. Ebbe molto successo tanto che Petrarca
tradusse questa novella in latino dandole vita autonoma.
Nella rubrica vengono inclusi tutti i torti che Gualtieri, marchese di Sanluzzo fa a Griselda e che lei
sopporta con pazienza. Prima che si entri nello spazio della novella c’è il novellatore che viene messo in
scena. Dioneo è quello che si sottrae al tema prescritto dal re della giornata perché ne sceglie uno differente
agli esempi di magnanimità, anche se in questo caso sembra meno vero. Stavolta dice che non si allontanerà
molto dall’ambientazione e che parlerà di un marchese che non è in apparenza segno di magnificenza ma
una matta bestialità (si riferisce a Gualtieri e alla crudeltà che consuma ai danni di Griselda). Prima,
costretto dai suoi sudditi a prendere moglie per avere un erede, sceglie la figlia di un villano. Da questa ha
due figli e le fa credere che entrambi siano morti ma in realtà li allontana entrambi dalla casa. Nonostante il
primo gravissimo torto, lei sopporta perché è il volere di questo marito di posizione sociale elevata che sente
di non meritare. Non contento, dice anche di volerla ripudiare. Griselda è entrata priva di tutto all’interno
della casa, si è rivestita degli abiti lussuosi da marchesa e adesso è costretta a uscire mezza nuda, proprio
come è entrata nella casa del marito. Poi fa tornare la figlia che è diventata grande e fa credere a Griselda
che sia una nuova sposa per la quale lei viene chiamata a risistemare la casa. Nel momento in cui Griselda
sopporta anche questo con estrema mitezza e si sottopone alla terza espressione della matta bestialità di
Gualtieri, le viene rivelato che è la figlia e le vengono restituite anche le vesti. Si tratta di crudeltà fine a sé
stessa perché non c’era bisogno di provare così tanto la bontà di Griselda. Solo alla fine di questo percorso
la povera Griselda può essere ritenuta meritevole di quel titolo che in realtà meritava dall’inizio per la sua
virtù che prescindeva dalla sua condizione sociale.
Da un lato il male, dall’altro l’estrema sopportazione del male di Griselda: due personaggi che sono agli
antipodi. Il testo incarna gli aspetti dell’universale, dal negativo al positivo e ci conduce attraverso la
narrazione da un esempio di malvagità e astuzia estrema a un esempio di magnanimità, virtù, sopportazione
disposta a contrastare una crudeltà gratuita e immotivata.
Gualtieri, il marchese di Sanluzzo, pregato dai suoi uomini, fu convinto di cercare una moglie, e decide di
prendere in sposa una povera fanciulla di un villaggio, Griselda, la quale aveva due figli, le fa credere che li
abbia uccisi (primo gravissimo torto); poi, non contento di aver ucciso i suoi figli, dice anche di volerla
ripudiare e la allontana, e sarà costretta ad uscire dalla casa del marito mezza nuda (seconda crudeltà); e
infine fa entrare in casa la figlia, ormai cresciuta, facendole credere che sarà la sua nuova sposa, e fa
richiamare Griselda, al fine di risistemare la casa (terza pena). Alla fine le viene svelato che si tratta della
figlia e l’ordine viene ricostruito.
IL TRIONFO DELL’INGEGNO (capacità di esprimere attraverso il potere della parola sia una forza di
resistenza salvifica in momenti di pericolo sia una pulsione positiva rispetto alla morte. È un tema
trasversale che riguarda un blocco compatto di giornate ma che in realtà attraversa un po’ tutta l’opera.
Anche in Melchisedech c’è una capacità di difendersi grazie al proprio ingegno)
MOTTI E BEFFE (GIORNATE VI, VII, VIII)
SESTA GIORNATA, NOVELLA 1
È dedicata ai motti e si tratta di novelle brevi in cui si cerca di sciogliere una situazione di difficoltà
attraverso una lingua pungente. Sono quasi tutte di ambientazione toscana: c’è una reciproca
corrispondenza fra una disposizione naturale al motto, all’uscita salace della parola e il luogo che è più
familiare all’autore del testo. Infatti, la toscanità contiene in sé la dote del motto e dell’uscita comica che
risolve spesso le questioni e talvolta salva la vita.
La posizione della novella 1 in apertura della giornata non è casuale ma ha quasi una funzione di prologo.
Al centro della novella c’è il motto e
la capacità di motteggiare messa in
bocca a una donna ma il tema stesso è
quello del saper raccontare. Quindi,
c’è una duplice dimensione
metanarrativa che da un lato insiste
sul valore positivo del motto e della
salacità del linguaggio e dall’altro
riflette sull’appropriatezza nel
narrare.
Il discorso sul narrare si sviluppa attraverso una metafora: il racconto è un cavallo, esso accompagna un
viaggio. Come le stelle brillano in cielo, come i fiori e gli alberi ornano i prati, così i lodevoli costumi e
ragionamenti sono resi più belli dai leggiadri motti. Le donne devono parlare poco, quindi una bella battuta
efficace è ancora più adatta a loro che non devono tanto attardarsi nel discutere. Il motto perché funzioni
deve essere inteso dall’interlocutore (nella beffa invece il beffato è inconsapevole o incapace di capire). Il
motto di madonna Oretta viene presentato come un modo cortese di imporre il silenzio a un cavaliere,
rimettendo a posto la sua goffaggine e incapacità.
Madonna Oretta viene presentata come un personaggio che le altre interlocutrici fiorentine potrebbero
riconoscere come gentile, costumata e ben parlante. È un personaggio storico ben identificato. La novella
è questo mezzo di trasporto che rende il percorso più gradevole e madonna Oretta accoglie con positività
l’idea.
Il cavaliere non solo non sa novellare ma quindi forse non è neanche un buon cavaliere dato che manca di
eloquenza. È una novella che in sé sarebbe bellissima: quindi il problema non è la materia ma il modo in
cui viene raccontata. Egli non ha i tempi del racconto e non riesce a trovare il registro adeguato. Questa
mancata corrispondenza tra ciò che viene detto e chi lo dice fa parte dell’incapacità del narratore a cui
mancano tutti gli strumenti del buon narrare che pregiudicano la bellezza della novella. L’iperbole di
madonna Oretta che sta lì per morire suggerisce la reazione empatica dell’ascoltatrice che viene talmente
disturbata dalla goffaggine del narratore che ha una reazione fisica. Quindi, gli dice che questo cavallo non
va bene, che ha un trotto troppo duro. La metafora serve per trovare il registro giusto per far capire
all’interlocutore che non sa narrare. Oretta gli dice che vuole scendere giù e non stare più in groppa al
cavallo. È un cattivo narratore ma è un buon intenditore: capisce la battuta che rimane nella sfera
metaforica che lui stesso aveva abbracciato introducendo la novella e lascia perdere, prendendola con festa
e scherzo.
IL QUATTROCENTO
Il Quattrocento è un secolo rivoluzionario: Umanesimo da una parte e invenzione della stampa dall’altra.
Le radici dell’Umanesimo si ritrovano in Petrarca nella funzione di primo tra coloro che iniziano a
riscoprire materialmente grandi testi della classicità come le Epistole e le Orazioni di Cicerone, che
fonderanno la nuova cultura umanistica. All’interno di queste grandi scoperte, si colloca il De Rerum Natura
di Lucrezio nel 1417 da parte di Poggio Bracciolini. Il modello dei classici crea continuità tra un passato
che precede il
Medioevo che era stato in parte dimenticato, disperso o conservato in luoghi appartati non disponibili alla
fruizione collettiva e un presente che riscoprendo i legami con quella classicità si fa promotore di un futuro
migliore. Il recupero di questo patrimonio culturale diviene istanza progressista: è un recupero che
riattualizza la lingua ponendo le basi per una cultura umanistica in volgare e che comporta un grande
rinnovamento etico, morale e politico. Quindi vi è uno stretto rapporto tra recupero della cultura letteraria
e recupero dell’immagine dell’uomo nella realtà. Le istanze di questa nuova stagione si concentrano in
direzioni dissimili: cultura universitaria che sorge intorno alla città di Padova e cultura umanistica legata
alle esperienze della nuova Italia con le corti che vedrà in Firenze uno dei centri promotori più importanti.
L’invenzione della stampa è considerata una rivoluzione silenziosa. L’invenzione della stampa a caratteri
mobili di Gutenberg degli anni ‘50 del 400, corrispondente alla pubblicazione della Bibbia di Gutenberg
nel 1454, è una rivoluzione che parte lenta ma porta a grandissimi risultati. Vengono inventate delle miscele
di inchiostri che consentono ancora oggi di leggere questi libri e il torchio tipografico che permette, grazie
ai caratteri mobili, di comporre una pagina che può essere impressa centinaia di volte. Il libro non è più il
codice in copie manoscritte e questo rende l’accesso alla cultura molto più semplice. Il libro a stampa
comporta grandi ampliamenti ma eredita la cultura già consolidata del libro manoscritto (indici e tavola
degli argomenti per esempio).
Politica, arte e cultura alla corte di Lorenzo il Magnifico (1469-1492)
-Lorenzo, figlio di Piero di Cosimo il vecchio e Lucrezia Tornabuoni (1449-1492): la famiglia dei Medici
si afferma grazie al proprio potere economico alla guida della città di Firenze. Lorenzo, a soli 20 anni, si
trova a prendere il posto del padre.
-Poliedricità della personalità di Lorenzo (letteraria e politica): gestione del potere cittadino grazie alla sua
intelligenza e capacità di affermarsi come mediatore tra le varie forze in campo nel 1400 in Italia
-Poesia elevata e poesia popolare (Petrarca e Pulci: Canzoniere vs Nencia da Barberino): fa convivere da un
lato la passione per la letteratura classica e la nuova letteratura classica in volgare e dall’altro la tendenza nei
confronti di una poesia popolare. Lorenzo non fu solo promotore della cultura, della letteratura e dell’arte
della Firenze del tempo ma anche autore di un Canzoniere che è riconducibile a una tendenza petrarchista
mentre Nencia da Barberino appartiene a una tendenza popolareggiante
-Rinnovamento culturale e politico
-Congiura dei Pazzi 26 aprile 1478 (morte di Giuliano de’ Medici): forte contestazione del potere dei
Medici a Firenze che porta alla morte del fratello di Lorenzo
-L’interdetto di Sisto IV (con il sostegno di Ferdinando di Napoli): questa congiura dà voce a tensioni
politiche che riguardano tutta la penisola e non solo il potere delle corti ma il conflitto con la corte papale di
Sisto IV. Questo porta alla scomunica della città di Firenze.
-Politica delle alleanze: Lorenzo come ‘ago della bilancia’ (il figlio Giovanni diviene cardinale e la figlia
Maddalena sposa Francesco Cybo, figlio di Innocenzo VIII): Lorenzo non si scoraggia e cerca di creare
politiche di alleanze con la corte romana, con il papato
-Firenze culla della cultura (Sandro Botticelli, Marsilio Ficino, Giovanni Pico della Mirandola, Luigi Pulci,
Angelo Poliziano): progetto culturale che tiene insieme sia attenzione e passione per la cultura classica che
per la nuova cultura dell’umanesimo volgare e soprattutto per le nuove tendenze filosofiche che hanno a
che fare con la rinascita della filosofia platonica. Si sente un forte bisogno di riadattamento e attualizzazione
sia della cultura letteraria sia di quella filosofica: l’Accademia di Careggi fondata da Mirandola diventa una
nuova scuola in cui a partire dall’insegnamento della filosofia platonica, si cerca di farla interagire con
l’epoca in cui questi grandi intellettuali vivono. Anche Pulci e Poliziano come letterati e Botticelli come
artista si formano dentro la casa dei Medici che è un ambiente fertilissimo per tutte le arti.
Mentre declina l’autorità di Pulci, si afferma quella di Ficino che appartiene al filone filosofico.
Quest’ostilità tra i due è rinvenibile nei cinque cantari conclusivi di Morgante: tra coloro che tramano per
portare alla morte Orlando, c’è anche il re Marsilio che potrebbe essere un’allusione a Ficino e al suo potere
all’interno della corte dei Medici che ebbe come conseguenza l’isolamento di quella componente più
popolareggiante che l’autore incarna rispetto a una corrente di neoplatonismo che si concilia con la fede
cristiana.
LUIGI PULCI
(Firenze, 1432 – Firenze, 1484): appartiene a una famiglia nobile che è in piena decadenza quando egli
nasce.
IL MORGANTE
Composizione e stampe
-Intorno agli anni Sessanta Pulci entra nel circolo culturale dei Medici
-Riceve l’incarico da Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo, di scrivere un poema dedicato alle imprese di
Carlo Magno
-Editio princeps 1478 e 1481 (in 23 cantari; l’Orlando laurenziano): periodo della Congiura dei pazzi:
grosso momento di difficoltà per i Medici
-Morgante maggiore 1483 (in 28 cantari; la Rotta di Roncisvalle): i 5 cantari che trasformano il Morgante da
un’opera in 23 cantari a un’opera in 28 sono dedicati alla morte di Orlando a Roncisvalle. I critici in questa
morte causata da un tradimento hanno rintracciato una lettura allegorica degli eventi che avevano portato
alla morte di Giuliano de Medici.
Il titolo
La prima edizione di cui abbiamo un
testimone è una stampa fiorentina tra
1481-1482.
Santo Iacopo: editore
[Quest’opera che tratta di Carlo Magno prende il nome da questo “certo gigante famoso che in molte cose
interviene” per decisione popolare. Quest’indicazione del titolo viene dall’edizione a stampa: è il libro
stesso a dircelo. Quindi è come se l’autore desse conto di una diffusione che precede il libro a stampa e che
il popolo ha già conosciuto]
-Il poema di un gigante: cantare I-X (gigante che Orlando incontra nel primo cantare che converte e porta
con sé in diverse avventure che è costretto a vivere per essersi allontanato dalla corte di Carlo dal momento
che Gano aveva cominciato a seminare zizzania e a parlare male di lui)
-Le avventure di Morgante: cantari XVIIII-XX (ricompare nel cantare 18)
L’incontro con Margutte: cantari XVIIII-XIX (a Morgante si accosta il gigante nano Margutte che si
contrappone alla morale cristiana)
La morte paradossale: cantare XX (Morgante, morso da un granchio, muore)
[Il gigante è un personaggio più esotico e lontano dalla tradizione consolidata relativa alle avventure dei
paladini di Carlo Magno. Il Morgante si rifà alla letteratura popolare affidata ai canterini che trasmettono
le storie che vengono dall’antichità, dal ciclo carolingio e bretone nelle piazze e nelle vie, facendosi pagare]
Struttura
Modelli
-Il Morgante (1478 e 1481): L’Orlando laurenziano (scoperto da Pio Rajna nel 1868 e contenuto nel
manoscritto Mediceo Palatino 78 della Biblioteca Laurenziana di Firenze) -> questa teoria è stata
capovolta, affermando una dipendenza invertita, quindi l’Orlando laurenziano che si ispira al Morgante.
Questa posizione è stata rivista perché ci sono varianti testuali che un copista popolare meno attrezzato di
Pulci avrebbe potuto eliminare per sua volontà. Infatti, in una nuova rilettura viene ipotizzata la presenza di
un manoscritto x da cui in modo autonomo dipendessero sia Morgante che Orlando laurenziano: una sorta
di nucleo narrativo di partenza al quale sia Pulci sia l’autore anonimo dell’Orlando potevano ispirarsi.
Stefano Carrai invece ha ipotizzato che l’Orlando potesse dipendere da quella versione del Morgante
(precedente al 1478) che a noi non è pervenuta
-Morgante maggiore (1483): La Spagna in rima (cambiamento di intonazione e materia) -> raccoglie altre
chansons intorno alla guerra dei paladini di Carlo in terra di Spagna e contiene l’episodio della rotta di
Roncisvalle, incentrato sulla morte di Orlando e che si conclude con lo squartamento di Gano che ha causato
la sua morte
Temi
-Il tema carolingio (imprese dei due paladini più noti della corte di Carlo magno ovvero Orlando e il cugino
Rinaldo)
-Il tema di Morgante (novità)
-Il tema di Gano (il traditore su cui si conclude tutto il poema)
-Le donne: Meridiana, Forisena, Chiariella, Luciana, Antea
La lingua
Un giorno Morgante, giunto ad un incrocio dopo essere uscito da una valle in un gran bosco, vide venire da
lontano con la coda dell'occhio un uomo, che sembrava avere il volto tutto nero. Diede un colpo con la punta
del batacchio a terra, e disse: «Non conosco costui»; e si mise a sedere su una pietra, finché quell'altro non
arrivò da lui.
Morgante guarda tutte le sue fattezze più volte, dalla testa ai piedi, e gli sembravano deformi, orrende e
brutte: - Dimmi il tuo nome, viandante - diceva. Quello rispose: Il mio nome è Margutte; avevo voglia
anch’io di diventare gigante, ma a metà del percorso ho cambiato idea: vedi appunto che sono cresciuto
fino a sette braccia (4 metri). Morgante disse: - Tu sia benvenuto: ecco che avrò al mio fianco un fiaschetto,
visto che non bevo da due giorni; e se verrai insieme a me, durante il viaggio ti tratterò come meriti.
Dimmi ancora: non ti ho chiesto se sei cristiano o saraceno, se credi in Cristo o in Apollo -
[È piccolo, arriva al fianco di Morgante e quest’ultimo lo descrive come un fiasco di vino che si appende al
suo fianco].
Allora Margutte rispose (rivisitazione materialista del credo cristiano): non credo né al nero nell’azzurro,
ma nel cappone (carne), o lesso o arrosto; e qualche volta credo nel burro, nella birra, e quando non ne ho,
nel mosto, e molto di più nell’aspro che nel mangurro (due monete turche o due tipi di vino); ma
soprattutto credo nel vino, e credo che sia salvo chi gli crede (chi riconosce questa divinità, è tra quelli che
vengono salvati)
e credo nella torta e nel tortello: uno
è la madre e l'altro è suo figlio; e il
vero padrenostro è il fegatello, e
possono essere tre, due e uno solo, e
almeno quello deriva dal fegato.
E poiché io vorrei bere con un recipiente per il ghiaccio (assai
capiente), se Maometto vieta e condanna il vino, credo che sia un
sogno o una follia; E Apollino dev’essere un delirio (un’altra follia) e
Trivigante è la tregenda (unione dei demoni).
[Tutte e tre le divinità della fede musulmana se non concedono il vino, sono matte. Quindi sia attacco alla
fede cattolica e a quella musulmana]
La fede è come il solletico (c’è chi la sente e chi no: è qualcosa di superficiale):
se sei saggio credo che mi capirai.
E forse tu mi darai dell’eretico;
ma perché tu non perda tempo con parole per convertirmi, vedrai
che la mia stirpe non si allontana dalla sua posizione
e io non sono un terreno buono per piantarvi la vigna (la parola di Morgante non potrà cambiare la sua
natura).
Questa fede è fatta come l’uomo vuole.
Vuoi sapere quale sia la mia fede? Io sono
nato da una monaca greca e da un sacerdote
islamico a Bursia, in Turchia.
E all’inizio mi piaceva suonare la ribeca (strumento a corde),
perché volevo cantare
di Troia, Ettore e Achille (le gesta dei grandi eroi),
non solo una volta ma mille.
PARAFRASI:
Non vi fu marinaio, né nessuno, che volesse rivolgere lo sguardo verso Rinaldo; e per paura del mare mosso
sembrò che ubbidisse, perché in un attimo si fece buono: Morgante si mise a prua della nave, e usò le
braccia come vele, e vi appiccicò la spazza coperta; ed è così forte che la tiene aperta, nonostante il mare
mosso. Il greco iniziò a ridere quando vide tutto questo, e subito venne verso la prua, ed aggiustò quello che
rimaneva; e disse: “Qui non c’è bisogno di altre vele, se forse tu fai il servizio velocemente?”; Orlando non
riuscì più a trattenere le risate, e disse: “Puoi portare chi vuoi per rispetto, perché ci sono le vele e il tronco
dell’albero maestro”. // Ma la Fortuna, che è troppo invidiosa, fece apparire, mentre Morgante remava a
tutta forza, subito una balena; e veniva furiosa verso la nostra nave, e cominciò ad alzarla con la schiena: e,
nonostante Morgante avesse ucciso la balena, ormai la nave era traballante. Lì c’era qualcuno che li
bombardava, ma non potevano ripararsi da quella. Il Greco diceva: “La nave traballa, e credo che i miei
rimedi non siano sufficienti”. E pure la bestia [...], tanto che non sapevano più che cosa fare, perché la nave
navigava in aria, se non che Morgante gli saltò addosso. E poiché egli era molto vicino al porto, disse:
“Poiché la nave l’ho condotta io fino a qui, anche se io dovessi morire, non intendo seguire quella rotta e
morire qui”. Allora Rinaldo gli portò il battaglio della campana, Morgante gli salì su per la schiena, e le
diede un colpo di battaglio in testa, [...]. E tante e tante volte la colpì sul capo, che glielo sfracellò tutto e lo
triturò; la balena non si mosse più di lì, e come [...], e iniziò a girarsi e rigirarsi. Morgante pensò che fosse
una buona idea tuffarsi in mare e andarsene alla riva (dove c’era una spiaggia), fino a dove l’acqua non lo
ricopriva. Poi il Greco risalì dal mare, e varava la barca. Orlando lo pregò cortesemente, tanto che il Greco
non se ne preoccupò, di ritornare subito indietro, perché tra pochi giorni avrebbe dovuto caricare la nave di
altra merce; intanto il possente Morgante a poco a poco si avvicinò alla riva, tanto che i pesci non gli
facevano più pressa. Ma non poteva fuggire dal suo misero destino: egli si tolse le scarpe, quando uccise la
grande balena, e presso la riva c’era un granchiolino, che gli morse il tallone; costui all’inizio impazzisce,
ma poi vede che era stato un granchio marino: non se ne preoccupa, ma questo dolore inizia a crescere; e
Orlando iniziò a ridere, e disse: “Un granchio ti vuole uccidere”. Forse voleva vendicare la balena, tanto che
io ebbi una certa paura. Guarda dove la sorte ha portato questo granchio! [...], ed ogni giorno cresceva
sempre di più il suo dolore; perché la corda del nervo si induriva, e tanto dolore e lamenti gli procurò, finché
questo granchio non gli tolse la vita. E così è morto il possente gigante, e il conte Orlando se ne dispiacque
molto, che non faceva nient’altro se non piangere Morgante, e disse a Rinaldo: “Tu hai visto costui, che ha
già fatto tremare Levante; avresti tu però mai creduto che potesse subire una morte così strana e così
velocemente?” Disse allora Rinaldo: “Io stesso ancora ne dubito”.
ANGELO AMBROGINI DETTO POLIZIANO
Poliziano nasce a Montepulciano nel 1454 e morirà a Firenze nel 1494; è considerato probabilmente il più
grande umanista del XV secolo, è il perfetto rappresentante di questa stagione di rinnovamento e riscoperta
della classicità. Nel 1464, a soli 10 anni, il padre viene 90 ucciso e la famiglia si trasferisce a Firenze, qui
inizia la sua grande passione per gli studi classici e i contatti con quei personaggi-filosofi, come per esempio
Ticino. La sua formazione fiorentina è segnata dal fiorire dell’arte, della cultura grazie alla famiglia Medici,
che avevano fatto di Firenze la culla della cultura classica. Nel 1469 gli viene affidata la traduzione
dell’Iliade in esametri latini, e ciò costituisce il primo aggancio con Lorenzo, nel 1470 infatti decide di
offrirgli questa importante traduzione, e sarà quello che gli consentirà di essere accolto a casa Medici nel
1474, e ciò gli consentirà di proseguire più serenamente gli studi. Mentre si dedica agli studi classici,
postilla e commenta i manoscritti dei testi classici che sono presenti all’interno di Casa Medici e inizia a
scrivere poesie in volgare e anche una raccolta molto nota e fortunata, che è passata sotto il nome dei Detti
Piacevoli (narrazioni brevi novellistiche). Siamo molto vicini anche all’inizio della stesura della sua opera
più importante del 1475 cioè Le stanze per la giostra, di Giuliano de’ Medici, che si lega ad un evento
storico ben preciso, cioè ad una vera e propria giostra (competizione cavalleresca) alla quale partecipa
proprio Giuliano, e alla quale vince. Nel 1476 abbiamo un altro evento importantissimo, infatti a lui viene
attribuita una lettere che accompagna una antologia della poesia volgare del Due e Trecento, detta Raccolta
aragonese (manifesto intellettuale e culturale, che era stata inviata da Lorenzo a Federigo d’Aragona (forte
recupero dello stilnovismo). Nel 1478, a causa della Congiura dei Pazzi, un momento di grandissime
difficoltà e tensioni, nascono delle incomprensioni tra Clarice orsini, moglie di Lorenzo, e Poliziano, si
creano delle vere e proprie fratture, e questa è la causa di un allontanamento di Firenze, e uno spostamento a
Mantova, presso i Gonzaga. Nel 1480 Poliziano rientra a Firenze e poi gli verrà attribuita anche una carica
ufficiale all’internò dell’università fiorentina; nello stesso anno compone la Favola di Orfeo (grande
influenza e importanza), un dramma profano in volgare, in cui si riflette la funzione della poesia,
ovviamente riprendendo il mito classico di Orfeo, in quanto poeta. Poliziano morirà per una febbre
improvvisa nel 1494.
LE STANZE PER LA GIOSTRA
➢ Composizione e testimonianze
-1475 Inizia la stesura (celebrare la giostra, combattuta e vinta da Giuliano il 28 gennaio 1475)
-1478 (Congiura de’ Pazzi) interrompe la scrittura (Primi due libri)
-1478 morte di Giuliano de’ Medici (dedicatario dell’opera)
-26 aprile 1476 morte di Simonetta, la celebre Simonetta Cattaneo (altro personaggio principale del
poemetto), moglie del fiorentino Amerigo Vespucci e amata platonicamente da Giuliano e dallo stesso
Lorenzo (la donna come musa ispiratrice: questa funzione era stata consolidata nella Raccolta aragonese)
-Autografo incompiuto perduto + 7 manoscritti
-Stampa bolognese 1494 (anno della sua morte; stampa più vicina all’autografo perché a dispetto
dell’assenza di un manoscritto di mano di Poliziano, del testo ci sono pervenuti altri 7 manoscritti che lo
tramandano)
-Edizioni critiche di Carducci (1863), Vincenzo Pernicone (1954), Francesco Bausi (2016)
Titolo
Stanze [ottave] per [celebrare] la giostra [combattuta e vinta da Giuliano il 28 gennaio 1475]
Struttura
-Carmi epico-encomiastici di Claudiano (poeti della decadenza latina): celebrazione di Lorenzo e del fratello
che lo affianca sia dal punto vista politico che culturale e poetico
-Favole mitologiche
-Modelli greci e latini + migliore tradizione volgare (Petrarca e Dolce Stil Novo)
Temi
-Percorso di elevazione (dietro l’educazione a cui viene sottoposto Giuliano attraverso la conoscenza
dell’amore per Simonetta, si cela l’immagine di un percorso di formazione e perfezionamento) -
Abbandonare la caccia e la vita silvestre
-Grazie alla passione, invocare Virtù, Amore e Gloria
-Temi neoplatonici: vita sensuale (dedicata alla sfera animale), vita attiva (miglioramento rispetto al primo
gradino), vita contemplativa (la forma più nobile) [3 forme di esistenza e il loro progresso]
La lingua
-Il volgare e la «dotta varietà» (non è un problema legato alla mancanza di mezzi o all’incapacità di servirsi
del latino, bensì un cercare nella lingua volgare una maggiore libertà all’insegna di quella perfetta armonia
che deve creare tra vari elementi. Essa si presta a farsi contenitore per queste tessere che vengono da bacini
culturali e letterari differenti: letteratura latina classica della decadenza e riprese dai classici volgari)
-Libertà espressiva maggiore rispetto al latino
-Latinismi (lessicali e sintattici): il volgare nelle sue strutture abbraccia anche una sintassi già consolidata,
oltre al lessico
La mente audace mi spinge a
celebrare i gloriosi cortei e i giochi
selvaggi, della città che allenta e
stringe il freno dei magnanimi
Toscani (perifrasi per indicare
Firenze), e i regni crudeli di quella
dea (Venere) che dipinge il terzo
cielo, cosicché i grandi nomi e i
fatti eccezionali e unici (degni di
essere ricordati) la sorte, la morte o
il tempo non cancelli (la poesia fa
sì che non si perdino quegli eventi).
Quel bel dio che ispira al cuore, attraverso gli occhi (riferimento stilnovista), un dolce desiderio di qualcosa
di amaro (ossimoro: figura retorica in cui due elementi contrastanti che definiscono insieme uno stesso
concetto), e ti nutri di pianto e di sospiri, nutri le anime di un dolce veleno (riferimento al Canzoniere), e
rendi nobile ciò che tu osservi, e nessuna cosa vile può stare al tuo interno; Amore, del quale io sono sempre
servo, porgi ora la tua mano al mio basso intelletto (chiede sostegno ad Amore). Sostieni tu il peso
dell’impresa che a me tanto pesa, ma con il tuo sostegno si fà più leggero, sostieni la mia lingua, Amore, e
guida la mia mano; tu che sei principio, tu che sei il fine stesso di quest’impresa, l’onore sarà ovviamente
tutto tuo, sennò ti starei invocando inutilmente; con che strumenti (immagine della caccia) da te fatta
prigioniera fu quell’alta mente di quel signore toscano, il figlio più giovane dell’etrusca (riferimento a
Lucrezia Tornabuoni e a Lorenzo e Giuliano) Leda (madre dei Dioscuri, Castore e Polluce), che reti furono
impiegate per una preda così nobile?
E tu (invocazione a Lorenzo), sei un
alloro così ben nato (gioco letterario),
sotto la cui protezione Firenze riposa in
pace e lieta, non teme i venti, o il
minacciare del Cielo, e neanche il
pensiero delle guerre, accogli sotto
l’ombra del tuo tronco l’umile voce,
tremante e paurosa (del poeta); o causa,
o fine di tutti i miei desideri, che vivono
solo grazie all’odore delle tue foglie.
Nel bel tempo della sua verde età (rimando a Petrarca), quando ancora era giovanissimo, e non aveva
provato ancora le dolci acerbe preoccupazioni che dà Amore, viveva lieto in pace e in libertà; talora
tenendo a freno (cavalcando) un nobile cavallo, che fu gloria degli armenti siciliani, con esso correndo
contende coi venti (riferimento all’Eneide): a volte lo faceva saltare come un leopardo, oppure lo faceva
ruotare in giro (doti di cavallerizzo del giovane); o faceva ronzare per l’aria una freccia lenta,
che procura alle fiere un grande dolore (prefigurazione di quello che gli farà provare Cupido colpendolo con
un’altra freccia che lo fa innamorare di Simonetta). In questo modo viveva il giovane gagliardo; non
pensava al suo crudele e acerbo destino, né certo ancora era consapevole dei futuri pianti (che avrebbe
causato Amore), aveva la cattiva abitudine di prendersi gioco degli altri innamorati.
Ah quante ragazze per lui sospirarono! Ma tu sempre così superbo, che mai le ninfe innamorate lo
convinsero ad amare (ha sempre disdegnato Amore), mai poté riscaldarsi il freddo petto (il cuore di Giuliano
è freddo, non si lascia conquistare dall’Amore). Stava spesso nei boschi (vita selvatica in cui sta nei boschi)
sempre trascurato nell’aspetto (simile agli animali dello spazio in cui abita); e difendeva il suo volto dai
raggi solari, con ghirlande di pini o di faggi. Poi di notte tornava a casa molto felice; e insieme alle nove
sorelle (muse; si dedica alla poesia) cantava celesti versi con desiderio, e mille fiammelle d’antica virtù
destava nei cuori degli uomini con le sue alte poesie: così, chiamando amore sessualità (semplice desiderio),
si intratteneva con le Muse o con Diana (le sue due passioni sono la poesia e la caccia rappresentata dalla
Dea Diana)
Composizione
-Primi due libri prima del 1483:
*Primo libro (29 canti): ultimi anni della signoria di Borso (1450-1471)
*Secondo libro (31 canti): tra gli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta
-Terzo libro dopo l’84 (9 canti) e rimane incompiuto nel 1494 a causa della morte (i vari impegni politici lo
distolgono dalla scrittura del poema stesso)
Stampe
-Edizione Foffano del 1906, fondata sul manoscritto T (Milano, Biblioteca Trivulziana, ms. 1094)
riportava Orlando Innamorato (esso deriva da una stampa, molto probabilmente da quella scandianese)
*ripreso e autorizzato dal testo: «Non vi par già, signor, meraviglioso Odir cantar de Orlando inamorato»
(I, i, 2)
[Già dalla prima ottava ci si riferisce al testo stesso come un’opera che canta di Orlando innamorato. Ariosto
influisce su Boiardo perché è stata l’attrazione del titolo ariostesco, il quale ha a che fare con un titolo
classico cioè Ercole furens di Seneca, a rendere ancora più legittima l’indicazione che derivava dai primi
due versi]
-Edizione Tissoni-Montagnani 1999: Inamoramento de Orlando
*Dallo scambio epistolare con Isabella d’Este del 1491: «quella parte de L’inamoramento de Orlando che
novamente haveti composto» (la duchessa richiede altre parti di quell’opera. Questo titolo anziché rifarsi a
una tradizione senecana ha invece a che fare con una lunga serie di altre opere che si riferiscono agli
innamoramenti di cavalieri. Quindi si tratta di una tradizione popolare legata ai romanzi francesi piuttosto
che una derivazione di tipo classico a cui Ariosto guarda in modo molto più evidente)
Struttura
➢ Modelli e temi
«S’avrà dunque la fusione delle materie di Francia e di Bretagna: i due fiumi che prima scorrevano paralleli,
ora di congiungeranno in un solo letto». Pio Rajna
-Ciclo bretone: amori, avventura, incantamenti (ambiente arturiano)
-Ciclo carolingio: personaggi, duelli, battaglie (Carlo Magno e i suoi paladini)
[Anche per quest’opera, come per il Morgante, ha grande importanza anche la Spagna con le narrazioni sui
fatti di Roncisvalle, sulla guerra tra cristiani e pagani]. Il tema principale è l’amore.
TECNICA NARRATIVA L’entrelacement
L’entrelacement (letteralmente a incastro, interallacciamento) è una tecnica narrativa usata perlopiù nei
romanzi arturiani. Consiste nel rendere la narrazione continuamente sospesa e quindi ripresa in più storie
legate tra loro, che avvengono in contemporanea
L’ottava
L’ottava rima, o ‘ottava narrativa’, o anche ‘stanza’, è la strofa di endecasillabi di schema ABABABCC, in
uso nella poesia discorsiva (epica, narrativa, religiosa) almeno dal quarto decennio del Trecento, e acquisita
allo stile elevato grazie a Boccaccio. Diversamente dalla forma della terza rima (‘aperta’ e con collegamento
di rima da una terzina all’altra), quella dell’ottava è ‘chiusa’, senza collegamento di rima tra le strofe. I testi
in ottave si organizzano frequentemente in sezioni che possono essere dette ‘canti’ o ‘libri’, ma il canto in
ottave non ha una forma di chiusa metrica come, invece, quello in terza rima.
La lingua e lo stile
-Lingua di chiara impronta settentrionale (emiliana): nel corso del 500 il testo sarà sottoposto a una marcata
riscrittura in un linguaggio molto vicino a quello di Petrarca grazie a Lodovico De’ Medici
-Combinazione di stile popolare (espressioni idiomatiche, proverbiali e dialettismi) e stile lirico (soprattutto
per rappresentare l’amore)
-Componente encomiastica: elogiare il signore di Ferrara e la discendenza dal mitico progenitore Ruggero
che è un personaggio di invenzione boiardesca.
Libro I, canto I
Tratto di derivazione popolare-orale dei canterini non implica un abbassamento della materia
Signori e cavalieri che siete riuniti qui per ascoltare storie nuove e piacevoli, state attenti e silenziosi e
ascoltate la bella storia narrata dal mio canto: e sentirete le gesta eroiche, le grandi fatiche e le prove
straordinarie che il nobile Orlando fece per amore, nel tempo dell'imperatore Carlo Magno.
[Non c’è un’invocazione a Dio, alle muse ma un’allocuzione ai destinatari che sono i signori e i cavalieri
che si raccolgono attorno al poeta per sentire qualcosa di dilettevole e portatore di novità che consiste in
quello che combina Orlando per amore, al tempo di Carlo Magno]
Non vi sembri meraviglioso (strano), signori, sentir cantare di Orlando innamorato, poiché chiunque al
mondo è più orgoglioso è vinto e del tutto sopraffatto dall'Amore: né le braccia forti, né un grande animo
coraggioso, né uno scudo o una corazza, né una spada affilata, né nessun'altra potenza può difendersi e
impedire che l'Amore la sconfigga e la faccia prigioniera.
[Non c’è difesa che il cavaliere possa usare in difesa di Amore che apre e chiude l’ottava: Amor vinto e
Amor presa. Si tratta di un’indicazione del tema centrale del poema]. Questa storia è conosciuta da pochi,
perché lo stesso Turpino (grande fonte per tutti coloro che si riferiscono alla gesta di Carlo Magno) la tenne
nascosta, credendo forse che a quel conte valoroso (Orlando) avrebbe causato dispetto (dispiacere:
l’abbassamento dovuto ad Amore non è una storia di cui Orlando va fiero), dal momento che fu sconfitto da
Amore colui che vinse tutto e tutti: parlo di Orlando, il valoroso cavaliere. Basta con le parole: veniamo ai
fatti (iniziamo a raccontare)
Prima di arrivare a Orlando e al momento della prima apparizione di Angelica, c’è una digressione.
La vera storia di Turpino narra che in Oriente, oltre l'India, regnava un grande e nobile re, tanto ricco e
dotato di un dominio così potente, e così fisicamente prestante, che disprezzava tutto il mondo: quel sovrano
si chiama Gradasso, e ha un cuore di drago e un corpo da gigante.
E come avviene di solito ai gran signori, che vogliono quello che non possono avere, e quanto maggiori son
le difficoltà a ottenere la cosa desiderata, tanto più espongono il loro regno a grandi rischi, e non possono
possedere ciò che vogliono; così quel pagano gagliardo voleva solo Durindana (la spada di Orlando) e il
buon destriero Baiardo (il cavallo di Rinaldo).
Allora fece radunare uomini armati per tutto il suo territorio, poiché sapeva di non poter acquistare col
denaro né la spada né il cavallo; i loro possessori (Orlando e Rinaldo) erano due mercanti che vendevano le
loro merci a caro prezzo: perciò decide di passare in Francia e conquistarle con la potenza militare.
Scelse cinquantamila cavalieri da tutto il suo popolo; né si preoccupava di usarli, poiché lui solo si vantava
di combattere contro re Carlo e tutti i guerrieri di fede cristiana; e lui si vanta di vincere e conquistare tutto
ciò che illuminato dal sole e bagnato dal mare.
Ma lasciamo costoro che vanno per mare, (infatti sentirete a suo tempo quando arriveranno) e ritorniamo
in Francia da Carlo Magno (tecnica dell’entrelacement), che raduna e conta i suoi nobili baroni, comanda
che ogni principe cristiano, ogni duca e signore si affronti davanti a lui in un torneo (cavalleresco) che aveva
allestito nel mese di maggio, nella Pasqua rosata (la festa della Pentecoste). Vi erano alla corte tutti i
paladini, per onorare quella gradita festa, a Parigi c’era tantissima gente proveniente da ogni parte e da
ogni confine; inoltre, vi erano molti Saraceni (infedeli), perché la corte reale era bandita (grande
manifestazione), ed ognuno aveva un lasciapassare, tranne che per traditori o coloro che avevano rinnegato
la fede. [Tutti potevano convivere in questa sorta di pacificazione perché si trattava di un momento di
sospensione delle guerre. Sia pagani che cristiani, saranno soggiogati dal fascino di Angelica, donna angelo
molto astuta e dotata di arti magiche]. Per questo motivo, molte persone che provenivano dalla Spagna erano
venute in quel luogo, con i loro grandi baroni: il re Grandonio, con la faccia da serpente e Feraguto con gli
occhi da grifone, il re Balugante, parente di Carlo, Isoliere e Serpentino che furono compagni; vi erano
anche altre persone di grande importanza, come vi racconterò in occasione della giostra.
Parigi risuonava di strumenti, trombe, tamburi e campane; si vedevano i grandi destrieri con i paramenti,
con aspetto insolito, grandioso e straniero, e tanti addobbi d'oro e di pietre preziose, che un uomo non
sarebbe in grado di descrivere; perché, per onorare l'imperatore, ciascuno fece sfoggio di sé stesso il più
possibile.
Mentre costoro parlano, suonarono strumenti da ogni parte, ed ecco che l'imperatore manda a ciascun barone
grandissimi piatti d'oro ricoperti di cibo raffinatissimo e coppe di birra finemente lavorate. Vi era chi
apprezzava una cosa e chi l'altra, mostrando che di loro si ricordava.
Si stava qui con molta felicità, parlando a bassa voce e facendo bei ragionamenti: re Carlo, che si vide in
tanta altezza, tra tanti re, comandanti e valorosi cavalieri, disprezzava le persone pagane, come la sabbia del
mare in preda al vento; ma apparve una cosa straordinaria che fece sbigottire lui ed altri (Angelica)
[Nessuno è immune: vengono nominati i principi cristiani e anche gli altri pagani. Tutti si voltano verso
Angelica e si avvicinano a lei quasi come se fosse una calamita. Lei inizia anche a parlare (caratteristica di
Angelica che inganna con l’arte della parola)]
“Magnanimo signore (cercare la benevolenza di Carlo), le tue virtù e la prodezza dei tuoi paladini, che sono
conosciuti in terra e in mare mi danno la speranza che non saranno perdute le grandi fatiche dei due
pellegrini (così descrive sé e il fratello) che sono venuti dalla fine del mondo (Oriente, precisamente dal
Catai) per onorare il tuo regno felice.
Affinché io mostri rapidamente quali sono le ragioni per cui siamo venuti alla tua festa reale, dico che
questo è Uberto dal Leone (identità falsa), nato da una gentil stirpe e da un alto rango, cacciato dal suo
regno ingiustamente; io che insieme a lui fui cacciata, sono sua sorella, e mi chiamo Angelica (apparenza di
questa creatura meravigliosa che nasconde degli inganni). Duecento giornate di cammino oltre il Tanai
(fiume russo Don), dove governiamo il nostro territorio ci furono portate notizie di te, e della giostra e del
gran consiglio di tutte queste nobili genti che qui si sono radunate; e come il premio non sia né un regno né
gemme né un grande tesoro ma semplicemente una corona di rose. Pertanto, mio fratello ha deciso per
mostrare qui la sua virtù, dove sono radunati i migliori signori, ad uno ad uno combattere in duello: o
pagano o cristiano, fuori di Parigi venga a incontrarlo, nel verde prato alla Fonte del Pino, presso il Petron
di Merlino (ciclo arturiano). Ma questo avviene con una condizione (Chiunque vuole provare ascolti con
attenzione): chi sarà disarcionato. Non possa in nessun modo riprovare a riaffrontare Uberto ma si dichiari
prigioniero; chi riuscirà a sconfiggerlo avrà come premio il mio corpo (Angelica stessa). Uberto andrà via
con i suoi giganti”.
Al fine delle sue parole rimase inginocchiata davanti a Carlo attendendo risposta. Ogni uomo che l’ha
guardata con meraviglia, soprattutto Orlando si avvicina a lei, con cuore tremante e vista cambiata, anche se
teneva nascosta la sua volontà; e qualche volta abbassava gli occhi a terra perché si vergognava assai di sé
stesso.
[Questo ambito premio fa cedere tutti i paladini che si trovano alla corte di Carlo. Tutti vogliono sfidare
Uberto proprio perché tutti vorrebbero conquistare Angelica]
“Ah pazzo Orlando!” diceva nel suo cuore “Come ti lasci trasportare al piacimento di un altro! Non vedi
l’errore che ti allontana dalla retta via, e ti fa peccare contro Dio?
Dove mi porta la mia fortuna? Mi vedo catturato e non posso aiutarmi in nessun modo; e io, che stimavo
tutto il mondo niente, sono vinto senza armi da una fanciulla.
[Un grande paladino fatto prigioniero di Amore]
Io non posso separare dal mio cuore la dolce apparenza del luminoso viso di lei, perché io senza lei mi
sento morire, e lo spirito a poco a poco venire meno. Ora contro la forza di Amore, che già mi ha messo le
briglie, non mi serve né la forza né il coraggio e non mi seve la mia saggezza, né il consiglio altrui, perché
io vedo cosa è bene per me ma mi tengo stretto il peggio”.
Così, tra sé e sé il barone francese si lamentava del suo amore nuovo. Ma il duca Naimo, che è tutto bianco,
soffre allo stesso modo, anzi tremava sbigottito e stanco, avendo perso in volto ogni colore. Ma che dire di
più? Ogni barone si era innamorato di lei e anche il re Carlo.
[Anche Naimo e Carlo vengono fatti prigionieri]
Feraguto sarà il secondo ad affrontare
Argalia e a non rispettare il patto di
vedersi conquistato al primo assalto, ma
continuerà ad inseguirlo. Lo stesso
Rinaldo sembra anche lui preso ma sarà
l’unico a resistere ad Angelica. Malagise,
il cavaliere mago, invece non sembra
essere soggetto alla bellezza di Angelica e
riesce a intravedere subito che nasconde
qualcosa.
Ognuno stava immobile e sbigottito
osservando quella donna con grande piacere; ma Ferraguto, il giovane coraggioso, aveva l’aspetto di una
fiamma viva: e per tre volte decise di prendere Angelica a dispetto dei giganti; e altrettante volte frenò quei
mal pensieri per non disonorare l’imperatore.
Si sposta ora su un piede e ora sull’altro, si gratta la testa e sembra frenetico; Rinaldo, che l’ha vista anche
lui, divenne rosso in faccia come un fuoco. E Malagise, che l’ha riconosciuta, diceva tra sé: “Io ti farò un
tale incantesimo, malvagia incantatrice, che mai potrai vantarti di essere stata qui”.
Non era ancora uscita dalla città, che Malagise prese il suo quaderno (di incantesimi): per sapere tutti i suoi
segreti evocò quattro demoni dall’[Link], quanto rimase sbigottito! Quanto si turbò, Dio del cielo eterno!
Infatti vide chiaramente che re Carlo era destinato a morire e la sua corte distrutta.
[Per poter decodificare le sue arti magiche, Malagise ha bisogno di questo libretto degli incanti che gli
svela la vera natura di Angelica. La ragazza è un’incantatrice e il suo obiettivo è distruggere la corte di
Carlo] Infatti, quella donna tanto bella, era figlia del re Galafrone, ed era piena di inganni e falsità, e
conosceva tutti gli incantesimi, ed era venuta dalle nostre parti, mandata da quel vecchio malvagio,
insieme al fratello Argalia, e non
Uberto, come lei aveva detto.
Aveva dato al giovane un cavallo nero quanto un carbone arso, tanto veloce e rapido nella corsa, che più
volte aveva già superato il vento; gli aveva dato uno scudo, una corazza e un elmo col cimiero, e una spada
prodotta dagli incantesimi;
ma soprattutto una lancia d’oro (le armi di cui è dotato Argalia sono incantate, quindi egli pensa di
sbaragliare i paladini non combattendo alla pari), fabbricata con grande ricchezza e pregio.
Ora con queste armi il padre lo mandò, pensando che con quelle sarebbe stato invincibile, e, oltre a ciò, gli
donò un anello di grande e incredibile virtù, anche se lui non lo usò: se si metteva in bocca dalla parte
sinistra rendeva l’uomo invisibile; se portato al dito, guastava ogni incantesimo.
[Malagise scopre il modo per contrastarla ma nel momento in cui si trova ad averci a che fare, la potenza di
Amore è in grado di annientare le sue arti magiche. Infatti, egli rimarrà vittima dell’anello e anche della
bellezza di Angelica, tanto che verrà fatto prigioniero e spedito in volo a Galafrone, padre della ragazza.
Quindi perde in pochi istanti tutto il vantaggio che aveva su di lei]
Titolo
Il titolo rivela il legame perverso per i due poemi. Il titolo è un titolo autoriale, viene legittimato
direttamente dall’autore e ha un modello classico; infatti, Ariosto guarda direttamente all’Hercules furens di
Seneca; quindi, anche nella scelta del titolo c’è una sorta di distanza rispetto al modello boiardesco (anche
se si tratta di una sorta di sequel dell’Innamoramento di Orlando).
Composizione
- 1516 Editio princeps = A (in 40 canti; Ferrara, Giovanni Mazocco del Bondeno)
-1521 seconda edizione = B (in 40 canti; In Ferrara, per Giovan Battista da la Pigna)
-1532 terza edizione = C (in 46 canti; Ferrara, per maestro Francesco Rosso da Valenzas + Frammenti
autografi che ci testimoniano le aggiunte e le correzioni che Ariosto fa alle precedenti versioni)
[La vera capitale della stampa diventa Venezia. Invece le stampe del Furioso sono tutte locali quasi a dare
l’impressione della volontà di Ariosto di controllare la stampa del suo testo]
-1532 terza edizione = C (in 46 canti)
Aggiunta di 4 episodi:
Struttura simmetrica:
-XII (castello di Atlante in cui ci si perde seguendo i fantasmi delle proprie passioni e desideri)
-XXIII (follia di Orlando): al centro del poema avviene quest’evento
-XXXIV (Astolfo sulla luna)
[Struttura controllata nonostante la forma a labirinto caratterizzata da un tempo narrativo asimmetrico,
antilineare con interruzioni, digressioni in cui il lettore spesso sente di perdersi. Di continuo il narratore
prende la parola all’inizio dei diversi canti in cui l’apertura verso una riflessione morale trova il suo spazio
ideale. Ci si sposta dalla realtà storica a cui si fa riferimento verso una dimensione fortemente umana]
Modelli
-‘gionta’ dell’Inamoramento de Orlando (Boiardo non viene mai riconosciuto come modello)
-romanzi arturiani (con il meraviglioso e il soprannaturale)
-modelli classici (Virgilio e Ovidio)
-modelli volgari (Dante, Petrarca e Boccaccio);
-modelli umanistici
Lingua e stile
-Petrarca «tra omaggio e parodia»: continua l’impiego del lessico petrarchesco ma capovolto, creando così
forti effetti parodici
-varietà dell’ottava (la forma tradizionale è sestetto a rima alternata e distico a rima baciata. Ariosto spesso
infrange questo schema: l’ottava viene divisa in 2 parti a partire dai primi 4 versi o viene ridotta alla
microunità del distico)
-la grande armonia dello stile
Orlando furioso, Canto I (di presentazione)
-Differenza linguistica tra Inamoramento de Orlando e Orlando Furioso
-La gestione delle strategie narrative è debitrice all’inamoramento de Orlando (entrelacement) ma Ariosto
porta a dei livelli ancora più arditi una gestione del tempo il più possibile antilineare (i fili del racconto
saltano da una storia all’altra). Il lettore tiene i fili della narrazione che si concede numerose digressioni e
che quindi aumenta il piacere (anamorfosi: spostamento di prospettiva)
-15 racconti intercalati (già presenti in inamoramento de Orlando e ripresi dai romanzi arturiani)
-Gestione dell’ottava (Ariosto supera la chiusura metrico-sintattica dell’ottava, sfidando questo tratto
distintivo perché le frasi continuano da un’ottava all’altra e addirittura anche da un canto all’altro un
argomento ritorna, venendo amplificato)
-parti del poema che sono delle novelle intercalate
Ariosto ritorna agli schemi classici: proposizione della materia trattata, dedica e invocazione alla donna
amata
Il verbo della principale sta in fondo a tutto ciò che verrà cantato. Primo verso chiastico.
Io (poeta) canto le donne, i cavalieri, le armi, gli amori (il primo verso crea un chiasmo tra i due poli della
narrazione: donne e amori aprono e chiudono il verso mentre cavalieri e armi si trovano al centro),
le cortesie, le audaci imprese (Ariosto si pone in continuità con Boiardo e Poliziano: mette insieme donne e
amori, cavalieri e armi, creando un connubio tra il filone carolingio dedicato alle armi e il filone bretone,
arturiano dedicato agli amori e alla magia), al tempo che i Mori (infedeli) passarono (specificazione del
tempo) il mare d’Africa e arrivarono fino in Francia, seguendo le ire e i giovanili furori del loro re
Agramante, che aveva deciso di vendicare la morte di Troiano contro il re Carlo imperatore romano.
[La fusione dei due filoni lontani tra di loro era esposta da Ariosto anche nell’Obizzeide cioè il primo
abbozzo di poema encomiastico, dedicato a Obizzo d’Este. Il suo incipit ha infatti tanti tratti in comuni con
quello dell’Orlando furioso; donne e cavalieri rimanda anche a Dante in Purgatorio XIV]
Nello stesso tempo, dirò di Orlando cose che non sono state mai dette né in prosa né in rima:
che per amore, divenne pazzo e matto, che prima era considerato uomo così
saggio; se da colei (invocazione ad Alessandra Benucci), che mi ha reso quasi
tale (matto), tanto da consumare a poco a poco il mio ingegno, me ne sarà
concesso a sufficienza, che mi basti a finire l’opera che ho promesso.
[Vi è un’autorappresentazione dell’autore nel testo stesso. Il narratore è partecipe delle passioni umane
proprio perché espone, già dalla seconda ottava, il suo legame con la follia d’amore. Nei proemi, il narratore
che racconta le gesta dei paladini si riserva uno spazio di commento sulla realtà e sulla materia trattata;
L’invocazione alla donna amata è già presente nell’Obizzeide (la donna possiede le chiavi dell’ingegno
mentre nel furioso l’ingegno è stato logorato dalla follia d’amore). Quest’ultima prende il posto delle Muse
e di Apollo]
[Il poeta ha “soltanto” da donare il frutto più alto della sua fatica che è l’opera letteraria stessa. Da un lato,
dunque, riduzione di questo dono, dall’altro orgoglio di donarlo]
Voi mi sentirete ricordare fra i più valorosi eroi, che mi preparo a nominare con lode, quel Ruggiero che fu il
vostro (la parte di dedica scivola nella zona encomiastica: questo dono ha a che fare con i progenitori
illustrissimi della casa d’Este e nello specifico con Ruggero) e dei vostri nobili antenati il capostipite. L’alto
valore delle sue famose imprese vi farò ascoltare se voi mi prestate ascolto, e i vostri alti pensieri (che
riguardano la carica religiosa e diplomatica di Ippolito) cedano un po’, in modo che tra loro i miei versi
possano trovare uno spazio.
[Ippolito deve riservare giusto spazio e attenzione alla poesia che gli viene offerta interrompendo per un po’
l’attività politica e pubblica. È presente un velato contrasto tra otium e negotium: la poesia è richiesta di
sospensione dell’ozio letterario a fronte di un’attività politica che invece Ariosto sente come costrittiva]
Orlando, che per tanto tempo era stato innamorato della bella Angelica, e per lei in India, in Oriente, aveva
lasciato infiniti trofei immortali (delle azioni gloriose per lei), era tornato con lei in Occidente, dove, sotto
gli alti monti Pirenei, con i francesi e i tedeschi, il re Carlo si era insediato fuori dalle città (la frase continua
nell’ottava successiva), perché il re Marsilio e il re Agramante si pentissero ancora una volta delle loro azioni
folli, Agramante per avere condotto dall’Africa tante persone che erano in grado di portare spada e lancia
(un grande esercito); Marsilio per avere condotto la Spagna nella distruzione del bel regno di Francia.
Quel giorno e la notte e metà del giorno successivo, andò correndo, non sapendo dove andava.
Alla fine, si trovò in un grazioso boschetto, che viene leggermente scosso dalla fresca brezza
(Angelica trova un locus amoenus dove riposare). Due fiumicelli chiari, che mormorano intorno,
vi fanno nascere tenera e nuova sempre l’erba; e rendeva una dolce musica ad ascoltarla, rotto da
piccoli sassi, il correre lento delle acque.
[Dalla selva oscura (ambientazione epica) al grazioso boschetto (mondo della lirica e dei lamenti amorosi)].
Qui, sembrandole di essere al sicuro e
lontana mille miglia da Rinaldo, stanca
per il viaggio e per il calore estivo,
decide di riposare un po’:
smonta in mezzo ai fiori, e lascia il suo cavallo
andare a pascolare senza briglia; e quello se ne va
errando intorno alle onde chiare, che avevano
piene le sponde di erba fresca.
Sia vile per gli altri, e sia amata da quel solo (la nobiltà di Angelica si degradi agli occhi di tutti gli altri
come quella della fanciulla che ha perso la propria verginità) al quale si è donata in così larga misura.
Ah, Fortuna crudele, Fortuna ingrata!
Gli altri hanno trionfato e io muoio di desiderio.
Dunque può accadere che non mi sia più gradita?
Dunque posso lasciare quella che è la mia vita
propria? Ah, piuttosto finiscano i miei giorni, che io
non viva più, se non devo amare lei!”
[Abbassamento che preannuncia la svolta ironica che tutto l’episodio e il canto prendono. La mancanza di
Angelica prelude all’idea che Sacripante si rappresenti come incapace di vivere senza di lei]
Se qualcuno mi domanda chi sia costui, che versa sopra il fiumicello tante lacrime, io vi dirò che è sovrano
di Circassia, quel Sacripante così travagliato dall’amore; io dirò ancora, che della sua sofferenza la prima e
unica causa è essere innamorato, ed essere uno degli innamorati di Angelica:
e lei lo riconobbe bene (riferimento a Inamoramento de Orlando: Angelica e Sacripante hanno un passato
insieme. Egli è colui che l’ha difesa nell’assedio di Albracca)
Dall’estremità dell’Oriente, per suo amore era venuto verso Occidente; perché in India con sua grande
sofferenza, seppe che lei aveva seguito Orlando verso Occidente: poi seppe che l’imperatore in Francia
l’aveva separata da tutta l’altra gente, per darla a quello dei due che contro il nemico Saraceno quel giorno
avesse di più aiutato l’esercito francese.
Era stato in battaglia, e aveva sentito di quella sconfitta crudele che aveva avuto il re Carlo poco prima:
cercò le tracce della bella Angelica, ma non aveva ancora potuto trovarle. Questa è dunque la triste e
crudele notizia, che lo fa penare di dolore, affliggere, lamentare e dire parole che a forza di pietà
potrebbero fermare il sole (iperbole: è una figura retorica che consiste nel portare all’eccesso il significato
di un’espressione, amplificando o riducendo il suo riferimento alla realtà per rafforzarne il senso e
aumentarne per contrasto la credibilità)
Orlando sta inseguendo Mandricardo, quindi, sembrerebbe perfettamente organico alla sua missione di
cavaliere che è quella di combattere altri cavalieri. Alla fine, però perderà la saggezza
L’imprevedibile percorso che prese il cavallo
di Mandricardo per il bosco privo di sentieri
fece sì che Orlando vagò per due giorni a
vuoto, né lo trovò, né ne ebbe traccia.
Arrivò a un ruscello che sembrava cristallo (locus amoenus),
sulle cui sponde fioriva un bel prato
dei colori della natura dipinto, e
variamente ornato da molti bei cespugli.
La calda ora del mezzogiorno rendeva gradita l’ombra
agli animali e al pastore nudo;
così che neppure Orlando ebbe alcun’esitazione, avendo
la corazza, l’elmo e lo scudo.
Qui Orlando entrò per riposare in mezzo ai cespugli e
vi trovò una dimora angosciosa, funesta e più di
quanto si possa dire un soggiorno sgradevole,
quell’infelice e sfortunato giorno.
Girando intorno vide incisi con scritte molti
alberelli sulla riva dell’ombroso fiume.
Non appena ebbe gli occhi fermi e fissi con maggior attenzione
fu sicuro che furono scritti dalla dea del suo cuore (ne riconosce la calligrafia)
Questo era uno di quei luoghi già descritti,
dove spesso Medoro veniva
dalla vicina casa del pastore
con la bella Angelica.
Vede Angelica e Medoro in diversi modi,
intrecciati insieme ed in diversi luoghi. Tante
sono le lettere, tanti sono i chiodi con i quali
Cupido gli ferisce e punge il cuore. Va a cercare
in mille modi con il pensiero di non credere
quello a cui, suo malgrado, crede:
si sforza di credere che sia un’altra Angelica
ad aver scritto il suo nome su quella corteccia.
Nel canto XIX Angelica soccorre Medoro
che era stato ferito nel corso di una battaglia
e grazie a un’erba magica l’aveva salvato,
portato a casa di un pastore e qui si era
innamorata di lui. Infine, i due si erano
sposati e uno dei loro passatempi era
scrivere i loro nomi insieme
“Liete piante, verdi erbe, limpide acque (componimento lirico viene dal Canzoniere: “lieti fiori e felici, e
ben nate erbe),
grotta gradevole per la fresca ombra,
dove la bella Angelica figlia
di Galafrone, è stata amata vanamente da molti, spesso
nelle mie braccia giacque nuda;
dei piaceri che qui mi sono stati dati, io povero Medoro non
posso ricompensarvi in altro modo, se non lodandovi in ogni
momento:
e di pregare ogni signore innamorato, e
cavalieri e damigelle ed ogni persona, del
posto o forestiere, che capiti qui
intenzionalmente o per caso;
che all’erba, all’ombra, all’ingresso (della grotta), al fiume e alle
piante dica: che sole e luna vi siano favorevoli, e vi protegga il coro
delle ninfe
dai danni che potrebbero recare le greggi condotte lì da qualche pastore.”
Era scritto in arabo, che il cavaliere
capiva bene come il latino:
tra molte lingue che conosceva, il
paladino sapeva benissimo quella; e gli
fece evitare più volte danni e scontri,
quando si trovò tra il popolo saraceno:
ma non si rallegri, se altre volte (la conoscenza dell’arabo) gli fu propizia;
perché ora gli arreca un danno tale da cancellare tutti i vantaggi ottenuti.
[Sarebbe stato meglio per Orlando non capire cosa sta raccontando Medoro in questa poesia in lode della
grotta in cui ha potuto amare Angelica]
Lesse tre, quattro, sei volte la triste poesia l’infelice, ed anche
cercando invano (di immaginare) che non ci fosse ciò che vi
era scritto (sforzo di negazione); ma gli risultava sempre più
chiaro e facile da comprendere: ed ogni volta (che leggeva) si
sentiva in mezzo al petto afflitto stringere il cuore con mano
gelida.
Rimase lì con gli occhi e con il pensiero
rivolti al sasso (dove ci sono le scritte), impietrito (lui stesso diventa un sasso)
Sta entrando per sbaglio nello spazio dove ha già avuto luogo l’amore tra Medoro e Angelica. I due
innamorati hanno scritto i loro nomi anche a casa del pastore. Quindi qui la realtà che Orlando cerca di
negare comincia a prendere forma.
-1501 Cesare Borgia (1475-1507), detto il Valentino minaccia Firenze (si ritira solo per
l’intervento di Luigi XII). Il Borgia si dirige verso Piombino per assediarla
-1502 il Valentino conquista anche Urbino e Camerino; istiga alla rivolta anche Arezzo
-1502 il 26 agosto viene istituito il gonfalonierato a vita e il 22 settembre viene eletto Pier
Soderini
-1502-03 missione diplomatica presso Cesare Borgia, in Romagna. A Sinigaglia il Valentino si vendica
dei suoi nemici
-1503 elezione a pontefice di papa Giulio II, che toglierà ogni potere al Borgia e lo farà
imprigionare
-1506 segue Giulio II che vuole conquistare Bologna
-1507-08 si trova tra Trento e Innsbruck per sostenere Francesco Vettori presso la corte dell’imperatore
Massimiliano I
-1509 (14 maggio) Battaglia di Agnadello: Venezia perde il dominio su molte città della terra ferma
-1512 Dopo la battaglia di Ravenna, con la vittoria francese, i Medici rientrano a Firenze per intervento
della Lega Santa (papa, Inghilterra, Spagna e Venezia)
-1512 cerca di avvicinarsi ai Medici, ma invece viene rimosso dagli incarichi pubblici e
confinato tra Firenze e Sant’Andrea in Percussina (accusato di aver congiurato contro di loro)
-1513 nel carteggio con Francesco Vettori annuncia la scrittura di un opuscolo De principatibus (il
Principe).
-1515-16 si riavvicina ai Medici e frequenta gli Orti Oricellari (compagnia intellettuale). Scrive i Discorsi
sopra la prima deca di Tito Livio (conclusi nel 1518), che dedica a Cosimo Ruccellai e Zanobi
Buondelmonti (principali animatori degli Orti Oricellari)
-1518 scrive la Mandragola (commedia). E conclude l’Asino (riproposizione delle Metamorfosi di Apuleio)
-1519-20 scrive l’Arte della guerra (trattato); stampata nel 1521
-1524 conclude le Istorie fiorentine (ripercorrono la storia di Firenze tra 1434-1492). Scrive la Clizia, che
viene messa in scena nel ’25
-1527 muore il 21 giugno, viene sepolto in Santa Croce
IL PRINCIPE
➢ Il titolo
Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio [19]; e in sull'uscio mi spoglio quella veste
cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle
antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è
mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro
azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia,
sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro. E
perché Dante dice [20] che non fa scienza sanza lo ritenere lo havere inteso - io ho notato quello di che per
la loro conversazione ho fatto capitale, e composto uno opuscolo [21] De principatibus; dove io mi
profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di
quale spezie sono, come e' si acquistono, come e' si mantengono, perché e' si perdono. E se vi piacque
mai alcuno mio ghiribizzo, questo non vi doverrebbe dispiacere; e a un principe, e massime a un principe
nuovo, doverrebbe essere accetto: però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano. (Lettera a Vettori, 10
dicembre 1513: Machiavelli descrive la sua giornata tipo all’Albergaccio)
[Si tratta del momento di grande serenità in cui dopo la vita quotidiana ci si chiude nello scrittoio ovvero
nello spazio più intimo della casa e ci si dedica alla lettura intesa come profondo dialogo con i classici
che nasce dall’eredità petrarchesca e che è un grande frutto da rivivificare. Questo è ciò che poi rende
possibile la scrittura di questo libretto dedicato ai principati. Il De principatibus è dedicato a Giuliano de
Medici che grazie alla battaglia di Ravenna ha ripreso il potere dopo l’esilio. Viene descritto il tema di cui
tratterà: cos’è il principato, quali tipologie ci sono, come si ottengono, come si possono mantenere e come si
perdono. Il titolo non viene mantenuto, se non nella circolazione manoscritta del testo]
Il titolo poi si afferma dopo la morte dell’autore a partire dall’editio princeps romana stampata da Blado nel
1532 in cui compare “il principe di Niccolò Machiavelli”.
Si tratta di una privazione del titolo d’origine in cui l’editore, presentando il suo testo, ha già ben presente
anche la mutazione del destinatario. Infatti, nel 1516 Machiavelli aggiungerà al testo una nuova dedica a
Lorenzo de Medici
Composizione
-La composizione si colloca tra l’estate e il 10 dicembre 1513 (una prima redazione con dedica a Giuliano
de’ Medici, che ebbe una circolazione molto stretta. Probabilmente dei primi XI libri)
-Lavoro di ampliamento fino al 1515 (con dedica a Lorenzo de’ Medici)
Edizioni
La quale opera io non ho ornata né ripiena di clausule ample o di parole ampullose e magnifiche o di
qualunque altro lenocinio e ornamento estrinseco, con e' quali molti sogliono le loro cose descrivere e
ordinare, perché io ho voluto o che veruna cosa la onori o che solamente la varietà della materia e la
gravità del subietto la facci grata. Né voglio sia imputata prosunzione se uno uomo di basso e infimo stato
ardisce discorrere e regolare e' governi de' principi; perché così come coloro che disegnano e' paesi si
pongono bassi nel piano a considerare la natura de' monti e de' luoghi alti e, per considerare quella de' luoghi
bassi, si pongono alto sopra ' monti, similmente, a conoscere bene la natura de' populi, bisogna essere
principe, e, a conoscere bene quella de' principi, conviene essere populare. (Dedica a Lorenzo de’ Medici)
[Lo stile sarà spoglio perché ciò che deve fare emergere la qualità migliore di questo testo sarà la ricchezza
degli argomenti affrontati ma soprattutto l’altezza del soggetto. Come i pittori si mettono in alto per
descrivere quant’è in basso e viceversa scelgono una prospettiva opposta nell’opzione parallela, allo stesso
tempo essere in una posizione inferiore rispetto al principe è la prospettiva giusta per ritrarlo. Lo stile è
piuttosto ricercato e abbastanza complesso].
Capitolo I
Paragone naturalistico: questi governi che sorgono improvvisamente sono simili a tutte le cose che in natura
nascono e crescono repentinamente quindi come piante che spuntano all’improvviso. Non hanno le radici,
tanto che al primo cambiare di stagione muoiono. A meno che le fondamenta che gli altri hanno costruito
con il tempo prima di diventare principi, vengano create dopo ma bene e rapidamente.
Francesco Sforza con la propria virtù a fatica ottenne il governo di Milano ma poi lo mantenne meno
difficoltosamente di quanto capiterà al Valentino che incarna il caso opposto.
Cesare Borgia acquistò lo stato grazie alla fortuna del padre papa Alessandro VI. Egli ha cercato di
mettere le basi in quegli stati che il padre gli ha concesso però qualcosa è mancato, nonostante avesse agito
con prudenza.
Immagine metaforica dell’edificio: le fondamenta si possono mettere pure dopo aver acquisito il governo ma
si tratta di un edificio in pericolo perché è più difficile costruirle dopo. Vengono messe in evidenza le virtù
del Valentino che ha ricevuto per fortuna i suoi possedimenti. Egli è un esempio di cui vale la pena
parlare come principe nuovo e se i suoi ordini non gli furono di profitto non fu colpa sua ma della
malignità della fortuna.
Si cominciano a descrivere gli eventi che hanno portato almeno per un breve periodo a un trionfo apparente
del Valentino. Il papa aveva ben presente che poteva farlo principe di qualche stato della Chiesa. Tuttavia,
anche toccando i possedimenti di pertinenza ecclesiastica, andava a spostare pedine che erano gestite dai
milanesi e dai veneziani. È il periodo dell’instabilità politica italiana: bastava spostare il dominio su uno dei
piccoli stati italiani che gli altri si sentissero minacciati. Inoltre, gli Orsini e i Colonnesi, due grandi
famiglie romane, gestiscono la forza armata della Chiesa. Quindi, Alessandro VI che vuole rendere grande il
figlio, mette in chiaro che la situazione era difficile perché bisognava disordinare degli ordini che benché
precari erano complicati da smuovere.
Il che gli fu facile: il sovrano francese Luigi XII fu riammesso in Italia per interessi del controllo
territoriale da parte dei veneziani. Il papa fu abile nel trovare l’appoggio di quest’ultimi perché andò
incontro alla loro politica di alleanza con il re che voleva annullare il primo matrimonio con una sposa
sterile e andare in seconde nozze. In cambio, ottenne delle forze per la campagna di espansione in Romagna
affidata al figlio, annientando così la famiglia romana dei Colonnesi. Tuttavia, Cesare Borgia deve ancora
porre meglio le sue basi perché gli mancano armi solide e tenere sempre sott’occhio la volontà di Francia.
Per sconfiggere i Colonnesi si era affidato agli Orsini, fidandosene il giusto. Della loro scarsa ne ebbe prova
quando dopo aver conquistato Faenza, essi non erano stati di grande supporto nell’assedio di Bologna.
Invece, i francesi pongono limiti alla sua acquisizione dei territori toscani. Quindi, cerca di andare in
un’altra direzione e si compra i sostenitori degli Orsini e dei Colonnesi. Infatti, l’unico modo per essere
sicuro è essere più forte di coloro che l’avevano appoggiato fino a quel momento e di cui non si fida tanto.
Successivamente, Machiavelli descrive come si muove per indebolire ulteriormente gli Orsini. Il Valentino
ricorre agli inganni: a Senigallia convoca i suoi “alleati” di cui non si fida e li fa uccidere, senza
risparmiare nessuno. Questa violenza viene letta come immagine del principe saggio che sta ponendo
buone basi al suo governo e che si è acquisito la fedeltà della Romagna.
Il supporto della Francia non lo rende sicuro, soprattutto dopo lo scontro con gli spagnoli a Gaeta. Per
questo cerca di acquisire nuove amicizie. Tuttavia, Alessandro muore e lì viene meno la fortuna di Cesare.
Lui doveva avere paura soltanto che il nuovo papa non gli fosse amico e cercasse di togliergli ciò che il
padre gli aveva concesso. Quindi elabora quattro strategie per tenere forte il suo principato nuovo:
sterminio di tutti coloro che appartenevano alle famiglie che aveva ucciso, così il papa non avrebbe avuto
alcun sopporto da parte loro; forte controllo sulle famiglie romane che gli avrebbe consentito di avere anche
controllo sul papa; controllo sull’elezione del nuovo papa; allargamento del proprio controllo territoriale
prima della morte di Alessandro, in modo da avere una garanzia.
Purtroppo, non riuscì a fare tutto ciò che aveva previsto. Se fosse riuscito a completare la conquista dei
territori della Toscana e limitrofi, allora forse anche la morte di Alessandro non avrebbe determinato la sua
disfatta. Ma il padre muore ed egli ha solo la Romagna solida nelle sue mani perché gli altri possedimenti
sono in forse per l’ingerenza francese. Rimane così in bilico tra eserciti avversari potentissimi e la sua
malattia che l’avrebbe condotto alla morte.
L’errore fondamentale è l’incapacità di gestire come avrebbe dovuto l’elezione del nuovo pontefice Giulio
II, nonostante avesse l’appoggio del consiglio che l’avrebbe dovuto eleggere. Questi, infatti, gli fu avverso
nel modo più ostinato possibile. Il punto in cui non ebbe alcun controllo fu quello di prevedere la propria
morte. Infatti, la fortuna non solo fa morire il padre, ma fa ammalare lui stesso.
Capitolo XXV
La fortuna viene descritta attraverso due immagini memorabili che aprono e chiudono il capitolo, dando idea
dell’equilibrio che Machiavelli viene a porre tra fortuna e virtù.
1) fiume e argini: di fronte allo scorrere della fortuna a volte è difficile trovare rimedi ma la saggezza
umana in fondo si manifesta prima che la fortuna sia violenta, costruendo degli argini. Quindi il libero
arbitrio umano è in grado di arginare lo scorrere della fortuna.
2) la fortuna che va battuta e controllata come se fosse una femmina da picchiare. Essa è più simpatica
nei confronti dei giovani che hanno questo spirito impetuoso nel controllarla
Alcuni pensano che la vita sia orientata dalla fortuna, altri da Dio ma in ogni caso non c’è nulla da fare
contro nessuno dei due. Per la grandezza dei mutamenti storici che si stanno vivendo, ci si è abbandonati
fuori da ogni impegno umano. Perfino Machiavelli si è uniformato all’opinione degli altri, però crede
sempre che alla fortuna sia lasciata metà delle decisioni degli uomini mentre l’altra metà sia nelle loro
mani. Nel momento dello scorrere del fiume non si può fare niente ma nei tempi quieti sì. Infatti, gli argini
o fanno confluire le acque troppo impetuose da un’altra parte oppure fanno sì che l’impeto del fiume sia
meno devastante. Quindi, l’intervento umano può gestire il 50% della sorte
Dove non c’è virtù che si oppone alla fortuna, allora essa colpisce in modo più violento. Il problema
dell’Italia è che la virtù non ha costruito dei ripari nei tempi quieti e quindi la fortuna sta facendo ciò che
vuole. Questo vale in generale per tutto.
A volte si vede un principe che pur non cambiando in nessun modo le sue azioni, in un certo momento
trionfa e nell’altro invece soccombe. Il principe deve essere in accordo con i tempi, altrimenti ha una fine
infelice. Nelle cose del mondo ci si può muovere con impeto e con violenza o con pazienza e arte ma in
entrambi i casi si può pervenire a un lieto fine oppure non raggiungere lo scopo che ci si è prefissati in
merito alle glorie o alle ricchezze. C’è una duplicità delle nature umane ma non c’è un modo univoco per
ottenere ciò che si desidera proprio per la questione dell’accordo con i tempi
Perfino di due persone che si muovono con cautela, uno perviene al suo disegno, l’altro no. Quindi non è il
modo in cui ci si comporta a garantire il lieto fine ma la corrispondenza tra il proprio agire e la qualità dei
tempi. L’uomo rimane lo stesso ma i tempi cambiano e la sua sorte passa da felice a sfortunata. La natura
umana ha una sua inclinazione naturale ed è difficile che l’uomo riesca a contrastarla. Da qui viene il suo
modo di agire in un modo o in un altro e la sua incapacità di adeguarsi alla maniera dei tempi. Essendo
convinto di aver seguito un percorso che lo porta a ottenere il fine che si è prefissato, è difficile che poi
cambi idea e abbandoni quella via. Quello che è abituato a comportarsi con rispetto, quando viene il
momento dell’impeto non riesce a cambiare la sua natura.
Esempio di Giulio II che gestisce con grande impeto il suo governo di papa militante. I tempi, infatti,
richiedevano quel tipo di gestione delle sorti del governo papale. Se fossero cambiati e il modo di
comportarsi del papa non si fosse adeguato, allora questo avrebbe decretato la sua rovina.
Finché c’è accordo fra uomini e tempi allora tutto va bene, quando iniziano a discordare nasce l’infelicità.
La fortuna è più indomita nei confronti dei respettivi, invece gli impetuosi la contrastano come fosse una
donna.
Capitolo XXVI: esortazione a Lorenzo de Medici a diventare il principe che riporti l’equilibrio in Italia
contro gli eserciti stranieri e che possa ridarle un po’ di pace ed equilibrio. Si conclude con la canzone
all’Italia di Petrarca come auspicio.
[Epoca segnata dalla
controriforma cattolica e da un
controllo religioso fortissimo
che l’esperienza tassiana rende
evidente (inquisizione, censura,
indice dei libri proibiti).
L’operazione di controllo
intellettuale non sarà soltanto gestita dall’alto ma porterà a una sorta di autocensura negli autori stessi]
TORQUATO TASSO (Sorrento, 1544 – Roma, 1595)
-Nasce a Sorrento l’11 marzo 1544, da Bernardo, letterato e uomo di corte, e da Porzia de’ Rossi,
gentildonna napoletana di origini pistoiesi.
-Bernardo, continuamente lontano al seguito del principe di Salerno Ferrante Sanseverino, conobbe il
figlio solo nel gennaio del 1545; nel corso di quell’anno la famiglia si ristabilì a Salerno.
-Le peripezie di Sanseverino, costretto ad abbandonare Napoli alla fine del 1551, coinvolsero Bernardo, che
restò fedele al suo principe, seguendolo a Venezia e accettando, nel 1552, l’incarico di una missione
diplomatica prima a Ferrara, poi a Parigi.
-Nel 1554 Bernardo, con un sussidio di Sanseverino, si stabilì a Roma in un appartamento nel palazzo del
cardinale Ippolito II d’Este, sperando di essere raggiunto dai suoi. Ma solo al decenne Torquato fu
permesso di lasciare Napoli
-Nel 1556 muore la madre (la dolorosa perdita verrà evocata nella canzone Al Metauro del 1578).
-Iniziano numerosi viaggi tra Bergamo, Urbino, Venezia, Padova e Bologna.
-1562-1564 compone i Discorsi dell’arte poetica (intorno agli anni 40 del Cinquecento nasce un vero e
proprio movimento di riscoperta della poetica aristotelica, messa al centro delle nuove scelte poetiche e
diventando una vera e propria precettistica del fare poetico e anche strumento di critica delle opere che non
sia allineavano con essa)
-1565 grazie all’intercessione del padre entra al servizio di Luigi d’Este a Ferrara.
-1567 42 testi poetici di Tasso vengono inclusi nelle Rime degli Accademici Eterei.
-Nel 1569 muore il padre e intraprende un viaggio diplomatico in Francia al seguito di Luigi d’Este.
-Nel 1572, rientrato in Italia, passa al servizio di Alfonso II d’Este.
-Nel 1573 compone l’Aminta (favola pastorale)
-Nel 1579 viene fatto rinchiudere da Alfonso II nell’Ospedale di Sant’Anna (uscirà solo nel 1586). Si
dedica alla dialogistica (momento di grande crisi di lucidità mentale -> lavoro di intervento maniacale sulla
Gerusalemme Liberata)
-Nel 1581 viene pubblicata la prima versione non autorizzata della Gerusalemme.
-Nel 1582 viene pubblicata la tragedia Il Torrismondo, con il titolo Tragedia non finita. Naturalmente si
tratta di una edizione non autorizzata dal marito.
-1583 progetto di risistemazione delle Rime.
-Nel 1585 compone il Discorso dell’arte del dialogo.
-Nel 1586 può finalmente abbandonare l’ospedale di Sant’Anna, per intercessione di Vincenzo Gonzaga,
principe di Mantova.
-1587 si trasferisce prima Roma e poi a Napoli. Pubblica la Gerusalemme conquistata
-Il 25 aprile del 1595 muore a Roma.
LA GERUSALEMME LIBERATA
➢ Composizione
-Prima fase 1559-1560 (a Venezia 116 ottave che hanno come tema la crociata e la conquista di
Gerusalemme da parte degli eserciti cristiani): Gierusalemme
-1566-1567 lettera a Ercole Rondinelli: stesura fino al sesto canto
-1575 prima versione compiuta (20 canti: versione che Tasso sente problematica da un lato per l’aderenza
ai dettami aristotelici, dall’altro l’ossequio alla religione)
-1575-76 ‘revisione romana’ (le Lettere poetiche): Tasso mette in mano la sua opera a parenti, amici,
ecclesiastici affinché diano il loro giudizio
Tre fasi compositive:
1. fase alfa: dagli anni Sessanta alla revisione romana (1575-76)
2. fase beta: fase della revisione romana (manoscritto siglato Fr della Biblioteca Ariostea, ms. II 475;
trascritto da Scipione Gonzaga + correzioni autografe).
3. fase gamma: mesi successivi alla ‘revisione romana’ (2 manoscritti: N, della Biblioteca Nazionale di
Napoli; Es3, della Estense di Modena + edizione ferrarese curata da Febo Bonnà, B1)
➢ Edizioni
-La Gierusalemme liberata, ouero il Goffredo del sig. Torquato Tasso. ... Di nuouo ricorretto, et secondo le
proprie copie dell'istesso autore ridotto a compimento tale, che non vi si può altro più desiderare. Con gli
argomenti del sig. Oratio Ariosti ... Aggiuntoui d'incerto autore. L'allegorie à ciascun canto, per lo più tolte
dall'istesso signor Tasso, In Parma, nella stamperia d'Erasmo Viotto, 1581
-1581 editio princeps: Gierusalemme liberata, poema heroico del signor Torquato Tasso ... Tratta dal vero
originale, con aggiunta di quanto manca nell'altre edittioni, con l'allegoria dello stesso autore et con gli
argomenti a ciascun canto del s. Horatio Ariosti, In Ferrara, appresso gli heredi di Francesco de' Rossi,
1581
-1584 Gierusalemme liberata poema heroico del sig. Torquato Tasso ... Ridotta alla sua vera lettione
secondo il proprio originale dello stesso autore, & di nuouo ristampata, con gli argomenti a ciascun canto
del signor Horatio Ariosti, & allegorie del poema. Con la aggiunta di molte stanze, che dall'autore sono
state rifiutate, et mutate a' suoi luoghi, in Mantoua, per Francesco Osanna, 1584
➢ Titolo
La stampa di Parma voluta da Angelo Ingegneri è importante perché qui avviene la trasformazione del
titolo, anch’esso non autorizzato da Tasso. L’autore continua a intitolare il suo poema a Goffredo cioè
l’eroe della crociata. L’idea di avere un eroe unico deriva dai dettami aristotelici. Invece la scelta
dell’editore si sposta sull’evento ovvero la liberazione di Gerusalemme
Struttura
XX canti complessivi (organizzati secondo il modello aristotelico in: introduzione, perturbazione,
rivolgimento e fine): basati sulla verosimiglianza
-canti I-III: segnati dallo sguardo divino che legittima le truppe cristiane e le guida sino alle porte di
Gerusalemme.
-canti IV-XIII: prende avvio con il concilio infernale che segna l’inizio dei tentativi delle forze demoniache
(esercito musulmano) per indebolire e fiaccare i cristiani, tanto sul piano squisitamente militare, quanto su
quello privato e morale, nel tentativo vano di impedire la conquista di Gerusalemme (digressione: Rinaldo si
allontana dal campo, fallimento del primo tentativo di assediare Gerusalemme e l’impossibilità di costruire
nuove macchine da guerra a causa degli incanti del mago Ismeno)
-canti XIV-XVIII: segnati dal ritorno di Rinaldo, che dopo essere fuggito dal campo per aver ucciso un
altro cristiano, ha poi ceduto alle lusinghe dell’amore per la maga Armida (il magico è contrario
all’ortodossia cattolica e cristiana e anche al verosimile)
-canti XIX-XX: la battaglia finale per la conquista della città
➢ Temi
-Ultime fasi della Prima Crociata (1095-99): argomento storico, trattato «a giudicio di Aristotele» (il diletto
della poesia deve andare di pari passo con il rispetto della storia e del verosimile)
-Soggetto illustre (in quanto poema epico)
-Armi e ideologia religiosa
-Guerra tra bene e male (Dio vs Satana, cristiani vs mussulmani, facoltà razionali vs tentazioni del mondo
delle passioni terrene)
-Formazione di Rinaldo (vive la tentazione amorosa che allontana dalla guerra ma poi viene ricondotto sulla
retta via)
➢ Stile
-Stile magnifico
-Lessico raro
-Il «parlar disgiunto» (sintassi ricercata)
[…] io troppo spesso uso il parlar disgiunto, cioè quello che si lega più tosto per l’unione e la dependenza
de’ sensi, che per copula o altra congiunzion di parole. L’imperfettione v’è senza dubbio; pur ha molte volte
sembianza di virtù, et è talora virtù apportatrice di grandezza: ma l’errore consiste nella frequenza. Questo
difetto ho io appreso della continua lettion di Virgilio, nel quale (parlo dell’Eneide) è più ch’in alcun altro.
[LP XXVII, 17-18]
[Invece di optare per nessi sintattici più armonici come quello della copula o congiunzione, si affida a giri un
po’ disgiunti e difficili dell’espressione sintattica invertendo l’ordine armonico. Tuttavia, usa questa
strategia troppo spesso e questo gli sembra l’errore in cui è incappato. Nonostante l’anti naturalità del
linguaggio ha ben presente il modello virgiliano]
➢ Tecnica narrativa
Il lasciar l’auditor sospetto, procedendo dal confuso al distinto, dall’universale a’ particolari, è arte
perpetua di Virgilio; e questa è una delle cagioni che fa piacer tanto Eliodoro, et è molte volte usata (male o
bene, non so) in questo libro. Siale per essempio Erminia, della quale e de gli amori della quale s’ha nel
terzo canto alcuna ombra di confusa notizia; più distinta cognizione se n’ha nel sesto; particolarissima se
n’avrà per molte sue parole nel penultimo canto [Lettere Poetiche X, 8-9]
[Non c’è un gioco a sospendere e riprendere i fili del racconto ma un occhio che si avvicina, che parte da
qualcosa di appena accennato all’inizio e che poi finisce per vedere i dettagli in canti differenti. La storia
dell’amore di Erminia per Tancredi viene narrata con questo procedimento dell’avvicinamento. Il
narratore deve scomparire come nell’epica classica quindi è il lettore che pian piano si avvicina]
[…] necessaria è in lui [il poeta] l’energia, la quale sì con parole pone inanzi a gli occhi che pare altrui non
di udirla, ma di vederla. E tanto più nell’epopeia è necessaria questa virtù che nella tragedia, quanto quella
è priva dell’aiuto de gli istrioni (attori) e de la scena. [Discorsi dell’arte poetica]
[figura retorica: energia o evidenzia che serve a porre sotto agli occhi, dando corpo agli oggetti descritti
attraverso una sorta di messa a fuoco graduale]
Canto I
Proemio dell'opera e dedica ad Alfonso II d'Este.
L'arcangelo Gabriele, inviato da Dio, comunica a Goffredo che sarà il capitano della Crociata.
Rassegna dell'esercito cristiano, mentre a Gerusalemme re Aladino prepara la difesa della città
Canto le armi pietose (legate alla pietà religiosa) e il capitano (Goffredo di Buglione)
che liberò il Santo Sepolcro.
Egli compì molte opere con la ragione e con le gesta
militari, soffrì molto nella gloriosa conquista; invano
l'Inferno cercò di opporsi a lui e invano
il popolo misto di Asia e Africa prese le armi (coloro che spalleggiano la difesa musulmana di
Gerusalemme).
Il Cielo gli diede il suo favore ed egli ricondusse sotto le insegne della
Croce i suoi compagni erranti (fisicamente ma anche moralmente).
O Musa, tu che non ti circondi sul monte Elicona la fronte di allori effimeri (non è musa di una poesia
fatua ma religiosa), ma stai nel cielo tra i beati cori e hai una corona d’alloro fatta di stelle immortali, tu
ispira al mio petto ardori divini (Paradiso I con Apollo), illumina il mio canto e perdonami se aggiungo
abbellimenti alla verità, se adorno il mio poema
con altri piaceri oltre ai tuoi (la poesia non può fare a meno di tener conto della bellezza del diletto del suo
lettore)
Se mai avverrà che il buon popolo cristiano ritrovi la pace interna (contatto con la realtà
dell’epoca di Tasso),
e cerchi di riconquistare con navi e truppe di cavalleria ai feroci turchi (che assediano l’Occidente in quel
momento)
la grande e immeritata preda (la terra santa), è certo giusto che
conceda a te il comando in terra o, se preferisci, l'alto comando
della flotta.
Intanto ascolta i miei versi, emulo di Goffredo,
e preparati alla battaglia.
Canto III
L'esercito crociato giunge a Gerusalemme e inizia i primi scontri coi pagani.
Erminia mostra ad Aladino dalle mura della città i capi cristiani (già li conosce perché hanno assediato la
città di cui era principessa cioè Antiochia. Era stata fatta prigioniera ma Tancredi l’aveva liberata e lei se
n’era perdutamente innamorata. Da quando a Gerusalemme è giunto l'esercito cristiano scruta dall'alto della
torre della città il campo nemico per vedere il suo amato; questo ricorda l’enumerazione dei greci da parte di
Elena a vantaggio di Priamo)
Breve scontro fra Tancredi e Clorinda (Tancredi è un personaggio storico mentre Clorinda è inventato, è
archetipo delle amazzoni e ha tratti della Camilla virgiliana e della Bradamante ariostesca. La donna è in
realtà figlia del re d’Etiopia. La madre durante la gravidanza contempla di continuo un quadro di San
Giorgio che libera la principessa dai capelli biondi dal drago. La bambina ne rimane condizionata e nasce di
pelle bianca. La madre preoccupata che il marito possa credere nella sua infedeltà la affida a un suo servo
fidato cioè Arsete a cui chiede di metterla in salvo e farla battezzare. In realtà lui la farà crescere
musulmana; Tancredi le rivela di essere innamorato di lei)
Argante uccide Dudone (Argante è un grande guerriero musulmano che uccide il cristiano Dudone)
Si svolgono le esequie funebri di Dudone.
Descrizione del mattino: l’esercito si risveglia e viene animato da un desiderio di raggiungere la città santa.
Goffredo deve usare un controllo con dolcezza nei confronti dei suoi compagni. Quest’ultimi ormai però
sono troppo desiderosi di raggiungere la città e sarebbe più facile invertire il corso delle onde presso Cariddi
dove il mare è in tempesta o contenere il vento Borea che scuote il dorso dell’appennino e affonda le navi,
piuttosto che contenere il loro impeto.
Gerusalemme esce illuminata dai raggi del sole che colpiscono gli aridi campi. Prima si vede, poi si scorge e
poi viene accompagnata dalle voci dell’esercito cristiano che la salutano, quasi come se dessero il benvenuto
alla città che stanno per riconquistare.
L’esercito dei cristiani è paragonato a un’audace stuolo di naviganti che si mette in viaggio a ricercare una
terra straniera e nel mare che crea timore e sotto un cielo sconosciuto sperimenti le onde fallaci e il vento. Se
al fine del suo peregrinare, scopre la terra desiderata e riesce a salutarla da lontano con un lieto grido e la
mostra ciascuno all’altro, intanto dimentica la noia e il male del tragitto che ha percorso
Dopo il gran piacere del primo avvistamento, subentra una sorta di pentimento perché Gerusalemme
racconta una storia drammatica per Cristo. I soldati osano a malapena innalzare lo sguardo alla città dove
egli morì, fu sepolto e risorse
Si levano tutti gli abbellimenti degli eserciti, si spoglia il cuore della superbia e i soldati si sciolgono in
lacrime. Infatti, nel luogo in cui Cristo ha riempito di sangue il terreno, il minimo che possano fare è far
scendere giù due fiumi di lacrime per ricordare la sua morte. Le lacrime però non sono sufficienti e
rivolgendosi al cuore dicono “meriti di piangere per sempre, se ora non piangi di fronte a questa visione”
Lezione 27:
Egli, che prima non badò al suo cimiero e allo scudo dipinto (riconoscimento immediato dell’elmo a
forma di tigre), ora vedendola resta di sasso (l’innamorato che si pietrifica di fronte alla sua amata); lei si
ricopre alla meglio il capo scoperto e lo assalta; e lui arretra (non può essere crudele nei confronti di colei
che ama). Va contro gli altri nemici, e fa roteare la crudele spada; e tuttavia non ottiene la pace da lei,
che lo segue minacciosa e gli grida «Girati!»,
sfidandolo a un duello che può causargli due morti al tempo stesso (fisica e amorosa).
Alla fine decide di non morire come amante non conosciuto, anche
se non spera alcuna pietà.
Vuole che lei sappia che ferisce un suo
prigioniero già inerme, supplichevole e tremante;
allora le dice: «O tu, che mostri di avere solo me
come nemico tra tanti soldati,
usciamo dalla mischia e in disparte potremo
sfidarci a duello.
Gli abitanti della Palestina (i pagani) si ritiravano cacciati dalla schiera cristiana,
o per paura o per uno stratagemma.
Uno degli inseguitori, uomo crudele,
vide i capelli di Clorinda sparsi al
vento e passandole alle spalle alzò la
mano per ferirla in un punto
scoperto; ma Tancredi, che se ne
accorse, gridò
e si oppose con la spada a quel gran colpo.
Canto XII
Clorinda e Argante in una sortita notturna incendiano la torre dei cristiani.
Duello tra Clorinda e Tancredi (viene battezzata da lui: morte del corpo ma salvezza dell’anima. Prima del
conflitto con Tancredi, ha saputo di essere cristiana): Clorinda rimane fuori dalla città e Tancredi la
individua come un avversario da annientare. Non la riconosce e vuole vendicare la morte del compagno.
Disperato, Tancredi è consolato da Pietro l'eremita (la guida spirituale dell’esercito cristiano)
Gesta così memorabili sarebbero degne di svolgersi alla luce del sole,
in un teatro pieno.
O notte, che hai richiuso nel suo seno profondo e oscuro e
nell'oblio un fatto così grande, accetta che io lo tragga (dal
buio) e lo spieghi e tramandi in piena luce alle età future.
Possa la loro fama sopravvivere, e insieme alla loro gloria
continui a risplendere anche l'alta memoria della tua oscurità.
«È una sfortuna per noi che sia speso tanto valore qui, dove è
coperto dal silenzio (non verrà conosciuto). Ma poiché una sorte
avversa ci nega la lode e il pubblico degno delle nostre gesta, io ti
prego (se in una battaglia le preghiere hanno spazio) di rivelarmi il
tuo nome e la tua condizione, affinché io sappia, vinto o vincitore,
chi onori la mia morte o la mia vittoria».
Proprio come l'alto mar Egeo, dopo che l'Aquilone o il Noto, che prima l'hanno
gonfiato e mosso, hanno smesso di soffiare, non si acquieta subito, ma conserva
ancora il suono e il moto delle onde grosse e agitate, così, anche se ai due guerrieri
manca col sangue versato quel vigore che mosse le braccia ai primi colpi, essi
conservano ancora il primo impeto e,
spinti da quello, vanno ad aggiungere danno a danno.
Poco lontano da qui, in un fianco del monte, scaturiva mormorando un piccolo ruscello. Egli vi accorse e
riempì l'elmo nella fonte, e poi tornò triste al suo grande e pio dovere (di battezzare Clorinda). Si sentì
tremare la mano, mentre sciolse e scoprì la fronte della donna che ancora non riconosceva. La vide e la
riconobbe, restando ammutolito e impietrito. Ah cosa vide, chi riconobbe!
Non morì subito, poiché in quel momento raccolse tutte le sue virtù
e le mise a sostegno del cuore, e soffocando la sua pena si volse
a dare la vita con l'acqua (del battesimo) a colei che aveva ucciso con la spada (questo riscatta la morte fisica
del corpo).
Mentre lui disse le sacre formule del battesimo, lei
si dipinse di gioia e sorrise;
e mentre moriva in modo lieto e vivace, sembrava dire: «Si apre il
cielo, io vado in pace» (si ricongiunge a Dio).
Lui, non appena vede che la sua nobile anima è uscita dal corpo, allenta quel vigore che
aveva raccolto; e cede il dominio di sé, ormai libero, al dolore che è diventato impetuoso
e folle, che si stringe intorno al cuore e, chiusa la vita in un breve spazio, riempie di
morte i sensi e il volto. Il vivo soffre ormai simile al morto, nel colorito, nel silenzio,
negli atti e nel sangue versato (quello che è morto è l’aggressore)