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L' epicureismo lucreziano

I fondamenti dell’epicureismo lucreziano sono da cercarsi nel desiderio


del poeta di liberare l’umanità dalle angosce della superstizione
religiosa e della paura della morte affinché raggiunga uno stato di
serenità e pace privo di turbamenti. La filosofia, secondo il poeta, ha
quindi il compito di dare all’uomo la visione della realtà delle cose
quale essa è, senza le false credenze della religione.
Infatti Lucrezio dopo aver sostenuto che gli dei vivono negli
intermundia, lontano dagli uomini e a loro indifferenti, descrive
l’universo come dominato da leggi meccaniche, pertanto anche i
fenomeni naturali hanno una spiegazione naturale e scientifica,
dovuta semplicemente al disgregarsi e riaggregarsi degli atomi.
Dunque le cose accadono senza l’intervento divino e sciocca e vana è
la paura degli dei.
Una volta sgombrato il campo dalla superstizione, ricorrendo ancora
alla teoria atomistica dimostra essere vana anche la paura della
morte: infatti la morte è nulla, è un "non stato", dato che anche
l’anima è formata da atomi che, al sopraggiungere della morte, si
disgregano per andare a formare altri corpi, secondo un processo per
cui "nil ex nilo, nil in nilum", cioè per cui nulla nasce dal nulla e nulla si
trasforma in nulla, ma la realtà delle cose è eterna.

La teoria atomistica

La teoria atomistica dunque si dimostra il cardine del pensiero


lucreziano, attraverso sapienti rimandi teorici a Democrito e a Epicuro.
Infine vi è da chiedersi come mai Lucrezio abbia scelto il medium
della poesia, in contraddizione con i principi della filosofia epicurea; la
spiegazione forse è contenuta nei versi 1-25 del IV libro laddove
afferma che come i medici, per far sorbire una medicina amara ai
bambini, cospargono gli orli dei bicchieri di dolce miele, in modo che i
bambini con un piccolo inganno ottengano un grande beneficio, quello
della guarigione, così egli ha combinato l’ardua dottrina filosofica con
la piacevole e suadente arte poetica per il medesimo scopo. Se il
mezzo è la poesia il fine rimane però didattico-morale filosofico:
esporre la filosofia epicurea svelando in questo modo la vera natura
delle cose agli uomini, liberandoli così dai tormenti della religione.

La imperfezione della natura

Lucrezio inoltre considera gli uomini tormentati dalle passioni, dalla


brama di ricchezze e di potere e la realtà affetta da una tragica
imperfezione del cosmo, la culpa naturae o difetto della natura, che
assume in Lucrezio una dimensione originale e al tempo stesso
tragica, pessimista. Così in uno dei passi più celebri afferma che: "
Ergo hominum genus incassum frutraque laborat/ semper et in curis
consumit inanibus aevum" ossia "E dunque il genere umano senza
frutto e invano si affanna/ in perpetuo consumando la vita in inutili
travagli". Infatti è talvolta ravvisabile nell’opera di Lucrezio, una sottile
inquietudine, un senso di sconforto e angoscia, come ad esempio nella
conclusione del poema, dedicato alla peste di Atene, visionaria e
agghiacciante descrizione del male. I critici hanno cercato diverse
spiegazioni, adducendo anche come causa la presunta incompiutezza
del poema o il malessere psichico di cui Lucrezio, secondo San
Girolamo, soffriva; la questione è tuttora aperta. Appare convincente
l’interpretazione di alcuni critici secondo i quali la peste non è altro
che la rappresentazione simbolica e metaforica della vita non
epicurea, in contrapposizione all’elogio di Atene, patria di Epicuro, che
apre proprio il VI libro, nel quale è profuso un atteggiamento
ottimistico di matrice epicurea.

1. G.Monaco-G.De Bernardis-A.Sorci, La letteratura di Roma antica,


Palumbo, Palermo, 1996, pp.224-225.
2. Il piacere, la voluptas lucreziana, è costituito per Epicuro dall’assenza o
cessazione del dolore; è un piacere statico, ottenibile con il
soddisfacimento dei bisogni naturali, opposto al piacere in movimento,
che è naturalmente misto al dolore e quindi fonte di inquietudine.
3. L’atomismo lucreziano, prendendo le mosse da quello epicureo accoglie
la teoria della parénchisis (il clinamen lucreziano), secondo cui il moto
degli atomi non è guidato da un rigido determinismo, ma ammette la
deviazione appunto di essi per determinare, attraverso lo scontro tra
atomi, la formazione dei corpi. La traiettoria verticale degli atomi quindi
si combina con la deviazione o inclinazione del loro moto che dà luogo a
combinazioni o aggregati di atomi; dato che dalla dissoluzione della
materia (o disaggregazione di atomi) risorgono sempre nuove
combinazioni arriva ad affermare che nello spazio infinito devono esistere
infiniti altri mondi formatisi dalla casuale aggregazione di atomi come il
nostro.
4. G. Garbarino, Letteratura latina, Paravia, Torino, 1991, volume II, p. 26.
5. San Girolamo scrisse nel IV secolo d.C. una noticina biografia di Lucrezio,
desumendo le notizie dal De poetis di Svetonio.