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LUSCITA

La trovai per caso. Non lavevo notata prima. Forse non mera capitata tra i piedi. O forse era cos che doveva andare. La strada non mai diritta: curve vicoli e traverse sviano da quella maestra. Cos il traguardo si allontana. Il percorso che potresti fare in un dato tempo, ti prende anche il doppio. Quando va bene. Comunque la cosa pi importante adesso era che potevo uscire. Cominciavo quasi a non crederci pi. Provate voi a trovarvi in una stanza senza finestre. Quattro pareti solide, otto passi per sei, senzaltra via duscita che una porta. Altrettanto solida e ben serrata. Chiss a quante mandate! Cosa fareste? Istintivamente cerchereste di tirarla a voi o spingerla verso lesterno. Spingerla con tutto il peso del corpo. Le dareste due tre quattro spallate. Presto la sua robusta resistenza vi porterebbe ad abbandonare quei tentativi per altre soluzioni. Ma quali?! Guardereste le pareti bianche e alzereste gli occhi al soffitto, un normalissimo soffitto bianco a circa tre metri daltezza. Nessun mobile, un quadro, un chiodo su cui poggiare lo sguardo. Nessuna screpolatura sul muro. Nessun appiglio. Nulla. Solo il bianco delle pareti. Lisce e nude. Un bianco accecante. La cosa strana (per me almeno andata cos) che non vi viene subito da chiedervi come mai riuscite a vedere in una stanza ermeticamente chiusa, senza la luce del giorno n fonti artificiali. Realizzai pi tardi che doveva essere il bianco stesso a far luce! Impossibile, direte. Eppure era cos. Pareti. Muri opprimenti intorno. Forse vi fareste prendere dallo stupore. Dallincredulit. Dallo sconcerto. Pi tardi dallangoscia. Probabilmente anche dalla disperazione. Pensereste di star sognando. E vorreste svegliarvi. Intanto cerchereste di fare qualcosa. Ma cosa? Cominciai a tastare il muro, ispezionandolo da vicino. Attentamente. Doveva pur esserci un modo per uscire fuori da quella situazione assurda! Come avevo fatto ad entrarci non lo so. Ma non era il momento di pensarci. Allinizio lispezione fu rapida e sommaria: premevo i palmi delle mani contro il muro, qua e l, a macchia di leopardo, nella speranza di sentire qualcosa di diverso al tatto. A un tratto presi a battere le nocche un po ovunque. Dovetti constatare che il rumore era pieno, compatto. Come il muro. In un punto mi sembr che il suono avesse un ritorno, come di vuoto, e mi misi a ispezionare quei centimetri. Per pochi attimi tutte le mie speranze si legarono a quel quadratino di intonaco. Cosa potevo aspettarmi? che qualcosa si muovesse? oppure cedesse? un mattone? un muro posticcio? un marchingegno nascosto che avrebbe fatto aprire la porta? Le speranze si dissolsero presto nel biancore lattiginoso delle pareti. Deluso, appoggiai le spalle al muro. Piegando le ginocchia, mi lasciai lentamente scivolare fino a terra, accovacciandomi sui talloni. Mi guardai attorno. Un senso di frustrazione cominci a prendermi lanimo, mentre un vuoto mi si apriva nello stomaco e la laringe mi occludeva il respiro. Dovetti farmi forza per non lasciarmi andare. Lo ricordo benissimo. Cercai di ripensare a ci che avevo fatto prima. Il modo in cui ero capitato l dentro. Niente! Nella mia mente cera solo vuoto. Come se i circuiti si fossero improvvisamente interrotti e il filo non avesse pi collegamenti con lesterno. Ero l e basta! E adesso dovevo trovare il modo per venirne fuori! Pensai. Mi resi conto per che qualcosa non funzionava. Sentivo come se il pensiero mi stesse facendo degli scherzi, come se si aggrovigliasse, non riuscisse a decollare e la mente si accartocciasse su s stessa. Che sensazione sgradevole! 1

Non saprei dire quanto tempo trascorsi a quel modo, in quella nuova posizione. Sicuramente dovetti distendere le gambe e, senza accorgermene, le spalle appoggiate al muro, mi addormentai. Dormire. Sognare. Approdare in terre sconosciute eppur familiari. Lontane chiss quanto. Chiss dove. Accanto, forse. A portata di un braccio, se non addirittura a contatto di pelle: il rovescio del nostro corpo. Dormire. Vagare. Vedere orizzonti nuovi: prospettive differenti e inconsuete. E aspettare che il giorno rinasca pieno di vigore. Carico di speranza. Dormire. Sperare. Perdersi nelle onde del tempo: immagini infinite che si confondono in un turbinio di fotogrammi. Coriandoli colorati. Gradevoli. Improvvisamente pesanti e ingombranti. Un camion sfreccia sullautostrada, senza conducente. Nastro grigio. Senza fine. E il rombo ottunde le orecchie. E la mente. Mi svegliai sudaticcio. Il cuore che batteva forte. In gola. Respiro affannoso. Pochi attimi e ripresi coscienza del luogo, della mia condizione. Un momento terribile: stridore di freni, clangore che ti incastra tra lamiere contorte. Non sembra neppure un camion ormai. Vorresti uscire. Non puoi. E attendi che qualcuno arrivi ad aiutarti. E ancora senti il cuore battere, pieno di paura. Battiti costanti nella bocca riarsa. E attendi. Anche lattesa si fa assuefazione. Le forze sembrano venir meno e vorresti quasi lasciarti andare. No, non lo vuoi. E attendi. L, mezzo intontito, ma sveglio. Disteso per terra senza il peso delle lamiere addosso. Libero di alzarti e andare. Ma come? Ma dove? Dovevo riprendere a cercare luscita. O meglio, un modo per venir fuori da quella stanza bianca, otto passi per sei. In fondo, non ero murato vivo; la porta cera, ed era da l che dovevo uscire. Da dove, altrimenti!? Uscire! Un pensiero fisso. Un pensiero che mi martellava il cervello. Un pensiero rumore. come un seme piantato nella mente. Se innaffiato, diventa un albero maestoso. Ecco perch, a volte, non bisogna dargli pi acqua. Sapevo che fissarsi significava allontanare la soluzione. Dovevo anche averlo letto da qualche parte dove? dove? Un baleno improvviso e incredibile: Siddharta! Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacit di vedere ogni altra cosa, fuori di quella che cerca e che egli non riesca a trovar nulla, non possa assorbir nulla in s, perch pensa sempre unicamente a ci che cerca, perch ha uno scopo, perch posseduto dal suo scopo. Le parole fluirono nella mia mente come se le stessi scorrendo con gli occhi sulla pagina del libro. Ma come facevo a non pensarci! Un modo cera tuttavia: agire! Bisognava solo agire. Darsi da fare e basta! Ripresi lispezione del muro. Pezzo per pezzo, senza tralasciare un centimetro. Fu una cosa lenta e snervante, che a momenti mi prostrava. Ma serrai i denti e continuai. Smisi soltanto dopo aver finito di ispezionare una parete: la sei passi che faceva angolo con quella vicino alla porta. Purtroppo non trovai nulla. Immaginavo in partenza che sarebbe andata cos. Troppo bello che la cosa si risolvesse l su due piedi! Comunque, adesso potevo almeno escludere quella parete. Mi resi conto, naturalmente, che la parte superiore, oltre il punto in cui arrivavo con le mani, rimaneva inesplorata. Ma non era il momento di pensarci. Anche perch avevo come la sensazione che l non fosse necessario guardare. Realizzai che pur non avendo trovato nulla, mi sentivo meglio. Il fare stanca e gratifica. Stanchezza, gratificazione: due fattori che aiutano la mente a riprendersi e riacquistare fiducia. il

pensare che spossa! La fatica fisica la recuperi con una buona dormita. Quella mentale bh! ci vuole ben altro. Distesi nuovamente le gambe e, seduto sul pavimento, mi misi a osservare la stanza. Era un deserto bianco e accecante. Freddo. Di nuovo i pensieri presero ad affollarsi nella mia mente. Si accavallavano, senza galoppare, si rincorrevano fino a raggiungersi e diventare un groviglio, un pensiero unico. Indistinto. Stato di intontimento. Intorpidimento mentale. Ogni tanto mi tornava la domanda: come ero finito l dentro!? E la risposta continuava a perdersi in quel deserto bianco e accecante. Freddo. Dun tratto avvertii dentro di me un impeto positivo, la forza giusta per darmi da fare. Era come se improvvisamente fosse tutto pi semplice e la soluzione fosse l, a portata di mano. incredibile come in certi momenti si sentano le cose. come se la tua aura faccia parte dellaura che fascia il mondo e tu respiri sicurezza, vivi nella certezza pi totale che qualunque cosa dica o faccia sia quella giusta. In quel momento nulla appare impossibile. Fu con questa forte sensazione nel petto che ricominciai a ispezionare il muro, centimetro per centimetro. Ma quelleuforia dur solo pochi attimi. Via via quel senso di potenza lasci il posto allincertezza della speranza. Al dubbio. Infine alla spossatezza. Cos mi lasciai andare. Di nuovo. Mi abbandonai sul pavimento, privo di forze. Sarebbe stato quello il punto da cui ripartire. Pi tardi. Addormentarsi. Senza la voglia di svegliarsi. Sonno cosciente. Dormiveglia perenne. E impossibile. Ma no! Conviene darsi da fare. Cominciare daccapo. Cos mi alzai. Avanti di nuovo. Pezzo per pezzo. Senza tralasciare un centimetro. Ispezione estenuante, senza troppa fiducia. Lanimo rivolto a s stesso. Fu una fatica immane. Terribile. Eppure, lento e determinato come una formica, riuscii a raggiungere langolo: potevo esser certo che la parete di otto passi, quella di fronte alla porta, non avesse segreti adesso. Un nuovo passo avanti nel restringere il luogo della mia ricerca. Un pensiero in meno, una frustrazione in pi. In fondo ero ancora l dentro e non avevo la pallida idea di cosa avrei potuto e dovuto fare per uscire da quella situazione assurda. Mi sedetti, piedi per terra ginocchia al cielo, gli avambracci sopra. Vi appoggiai la testa. Tenevo gli occhi fissi sul pavimento e pensavo. Un pensiero perso. Se fossi riuscito a guardarmi, forse avrei visto il mio sguardo allucinato. Nel vuoto. Avevo ancora due pareti da ispezionare. E se alla fine non avessi trovato nulla che mi permettesse di uscire? Mi chiedevo cosa avrei fatto. E il pensiero adesso si concentrava su quella domanda: cosa avrei fatto? Solo su quella. Nientaltro. Per la prima volta cominciai ad avere paura. Paura che la cosa potesse continuare allinfinito. Paura di rimanere chiuso l dentro. Per sempre. E per la prima volta realizzai che potevo chiedere aiuto. I polmoni mandarono un soffio attraverso le labbra: usc un suono flebile. Indistinto. Udire la mia voce strozzata mi emozion. Fu solo qualche momento. Perch non lo avevo fatto prima? Incredibile! Ero rimasto tanto tempo, chiss quanto, senza aprir bocca! Comunque, ormai la voce era uscita; e rappresentava qualcosa di sensibile, finalmente, in mezzo a tutta quella zavorra mentale. Respirai profondamente e pronunciai nuovamente la parola. Aiuto! Questa volta and meglio. Stavo riprendendo labitudine ad articolare suoni. Aiuto! Aiuto! Aiuto! Con maggiore forza. Finch riuscii ad urlare: Aiuto! E urlai. E urlai ancora. Una due cinque dieci, parecchie volte. Urlo straziante. Urlo di dolore. Urlo di liberazione. Un latrato. Peso in mezzo al petto che preme e ti fa star male. Ti viene di afferrarlo e buttarlo via, come fosse qualcosa di estraneo e schifoso: sta dentro di te senza appartenerti. E ti opprime. E ti sporca. Ti senti sudicio. La mano afferra la maglia, la tira convulsamente per strappare il male, creatura

sconosciuta, informe e immonda, che si impossessata del tuo corpo e domina la tua mente, mentre cerca disperatamente di crescere, succhiandoti ogni energia. Impari lotta con lignoto immateriale che prende corpo attraverso la tua materialit. E tu continui a stringere e tirare la maglia dal petto. Via! Via! Via! Gesto disperato di unanima che non vuole affondare nelle sabbie mobili del nulla. Aiuto! Aiuto! Aiutooooooooooooooooooooo!!!!!!!!!!! Urlo strozzato che ti accresce la sensazione di solitudine. Anche fuori della stanza. Finalmente un nuovo momento di spossatezza per riposare e riprendere fiato. Accasciarsi al suolo e chiudere gli occhi. Quasi un piacere. Il gusto di uno squarcio di luce tra le nubi dopo la tempesta. Forse mi addormentai. Dovette essere qualche attimo. Poi riaprii gli occhi con la punta penetrante di un pensiero: il dubbio se dietro tutto ci che mi stava accadendo non ci fosse qualcosa di imponderabile. Oscuro e misterioso. Un piano preciso, gi stabilito. Ben delineato. Obiettivo incomprensibile. Ed io fossi l, oggetto inconsapevole nelle mani del destino. Mi capitato spesso di pensare al destino: se abbia una sua fisionomia con tratti ben definiti oppure li assuma man mano che una creatura lo plasma. Siamo solo delle marionette nelle mani del burattinaio oppure siamo in grado di muoverci senza fili? Le due cose assieme, probabilmente: la nostra mente sar anche libera di farci muovere in qualunque modo e in qualunque direzione ma il nostro corpo ci tiene ineluttabilmente coi piedi sul palcoscenico. Ma queste erano riflessioni di un tempo. Adesso non ero in grado di farle: il pensiero tendeva a perdersi nei meandri dellultimo concetto che avevo in mente, senza che riuscisse a collegarlo coi precedenti. Cos era come un vortice che mi risucchiava verso un fondo buio. Girando su s stesso. Non mi rimase che riprendere lispezione del muro, sempre pi svuotato. Un tubetto di dentifricio spremuto. Ormai alla fine. And avanti con grande lentezza. E sofferenza. Cos anche la terza parete, laltra di sei passi, fu meticolosamente passata a setaccio. Nulla, ovviamente. Rimaneva lultima adesso, la parete con la porta, laltra di otto passi. E dopo? Gi! E dopo? Avevo quasi paura di ispezionarla. Paura di non trovare nulla e rimanere senza copertura. Daltronde, finch non lavessi fatto, avrei avuto unopportunit, anche remota, che rappresentava pur sempre una speranza. Lultima cartuccia da tenere come scorta in caso di necessit, anche se in fondo allanimo sapevo che sarebbe servita a ben poco. Una cartuccia in caso di necessit, che idiozia! Quale necessit maggiore di uscire da quellinferno!? Non volevo certo starmene rinchiuso l dentro, senza far nulla, solo per non perdere lillusione di avere come scorta una possibilit di uscita? Sarebbe stato come non usare lunica cartuccia a disposizione, davanti a una belva che ti attacca, col solo scopo di conservarla per un eventuale pericolo futuro. Una cosa del tutto irrazionale. Cos decisi di intraprendere lultima fatica: mi sarei tolto il pensiero del muro. In modo definitivo! Affrontai la parete con grande emozione. E paura. Tremando quasi. Dallalto, dove riuscivo a stendere le braccia, via via verso il basso, lentamente, fino alla linea del pavimento. Poi, un piccolo passo a sinistra. Sopra, sotto, di nuovo fino alla linea del pavimento. E avanti. Il suono che il muro faceva sotto le mie nocche era sempre compatto. Ogni colpo, una speranza in meno. E una delusione. E sudavo. E continuavo a tremare. E sudavo. Finalmente giunsi alla porta: due metri quadrati risparmiati alla fatica; rubati alla speranza. Afferrai istintivamente la maniglia e la tirai verso di me. Avvertii come se la porta fosse pi lenta. Mi ci buttai sopra con tutto il peso del corpo, spingendo con tutte le mie forze. Inutilmente! Doveva essere stata solo unimpressione. Fu un attimo di smarrimento, come prendere coscienza del mio dramma. In modo definitivo. 4

E adesso? Rimanevano solo quei venti trenta centimetri tra la cornice della porta e langolo del muro. Li ispezionai subito. Adesso la possibilit di una soluzione legata alle pareti era definitivamente tramontata! Mi lasciai cadere sul pavimento. Svuotato. Inebetito. Avevo dato tutto me stesso in quella ricerca, anche se, nel fondo della mia anima, avevo saputo fin dallinizio che non era l che avrei trovato il modo per uscire da quello spazio infernale. Adesso che la cosa era finita, mi sentivo allo stesso modo di chi ha concluso unimpresa senza averla portata a termine. Un artista davanti alla sua opera incompiuta.Uno scrittore che ha perso lispirazione e non sa come andare avanti. Ogni manifestazione delluomo, che sia azione, attivit, oppure la costruzione di un oggetto, la creazione di unopera darte, non solo un atto pratico. Non solo parole e segni, forme e colori. Non solo fatta della materialit del mezzo: anche e soprattutto anima. Lanima dellautore. La sua energia. Il suo soffio vitale. Anche se non la vediamo, quellanima la percepiamo. Basta questo fatto per farci capire che essa dentro. Esiste. Di questo ne siamo certi. E potremmo forse dire che se non ci fosse quellopera non ci sarebbe lanima? lo spirito? il soffio vitale? Assolutamente no! Lanima esiste comunque, anche se solo in potenza, nella mente del probabile autore. presente assieme a quella che lautore inspirerebbe in altre ipotetiche opere. Deve essere cos anche per il nostro fattore e creatore, pensai. Noi, la sua opera, le sue creature, oltre ad essere unespressione materiale e visibile, abbiamo dentro il suo soffio, la sua energia vitale, la sua essenza. Una parte di essa, almeno. Ecco perch siamo a sua immagine e somiglianza. Se non esistesse il creatore, tanto meno esisterebbe la creatura. Dunque la presenza della creatura sinonimo dellesistenza del creatore. Oppure possiamo pensare che unopera possa farsi da s per caso? Mi stavo impantanando nel solito processo di causa-effetto, col problema della causa prima: lui, il creatore, da chi stato creato a sua volta? Un processo infinito che non ha mai trovato soluzione. Che cosa centrasse poi quel discorso e come vi fossi giunto, non riuscivo a capire. La soluzione adesso dovevo trovarla io, per qualcosa di pi immediato e pratico. Altro che masturbazioni mentali! E la soluzione era l, nellagire, nel fare. E facendo, avrei vissuto, e vivendo avrei operato, e operando avrei sperimentato, e sperimentando avrei capito. A quel punto, forse, avrei trovato. Lo sentivo. Anche se mi appariva tutto difficile. La mia dunque non era la conclusione di un viaggio. Non poteva esserlo. Per il semplice motivo che continuavo ad esistere. No, anche se in quella ricerca avevo messo tutta la mia anima e adesso ne ero rimasto senza. Ero stanco. Non avevo pi voglia di pensare. Mi veniva quasi di abbandonarmi, lasciarmi andare, il bisogno di addormentarmi e non svegliarmi pi. Ma sarebbe stato giusto? Sicuramente pi comodo. Una dipartita silenziosa, indolore, incosciente. Che per mi avrebbe tolto definitivamente la possibilit di continuare ad essere autore, anche di opere incompiute. Chiusi gli occhi. Per un attimo ebbi come limpressione che le pareti si fossero improvvisamente dileguate. Li riaprii. Solo unimpressione! Doveva essere stato il biancore delle pareti stesse ad avermela data, rimanendo sul fondo della retina e annullando la corporeit dei muri. Gi, i muri. Pensando che adesso non sarebbero serviti pi al mio scopo, li avevo eliminati dalla mia mente. Una mente senza muri pu spaziare ovunque, andare dovunque. Ma la mente deve anche dar conto al suo corpo. Ed quello che i muri racchiudono nello spazio. Cos anche la mente ha i suoi muri che non la lasciano libera. Libera nemmeno di pensare, di immaginare ... libera di Sbadigliai. 5

E se invece dei marchingegni che immaginavo, dei meccanismi, di mattoni che si spostano o quantaltro, ci fosse stata una chiave da qualche parte? Gi, una chiave. Ma dove? Pareti e pavimenti erano ben compatti e, esclusa la porta, non vedevo altro nella stanza dove potesse stare. Incredibile! Ero stanco. Questa volta gli occhi mi si chiudevano da soli. Palpebre tremolanti, davanti a un mondo che persiste, non vuole perdersi sparire Ciao Ciao, pap Ti aspettavo Non sono potuto venire prima. Avevo da fare Lo so da tanto che non ci vediamo Gi Ti sento lontano Non cos Distaccato Distaccato? Io? E allora? Continuo ad essere in pena per te ... Non dici nulla? Questa tua ansia mi ha sempre condizionato Non ansia E allora? cosa? Amore Anche lamore pu essere opprimente. E comunque, io lho sempre vissuto cos. Il tuo, quello di mamma Certamente ci saranno state delle volte che saremo stati opprimenti. Siamo esseri limitati e imperfetti; cos anche il nostro amore pu risultare limitato e imperfetto. Anche noi genitori abbiamo le nostre passioni, le nostre debolezze e i limiti, le nostre paure. Sbagliamo. Nessuno ci insegna a fare i genitori ... Mamma ti saluta. Ti vuole bene Vi vedete? Siamo sempre assieme Ho tanta voglia di abbracciarla Sar possibile un giorno Un giorno. Chiss quando Quando sar. Adesso devi pensare a te stesso, alla tua vita A me stesso. Gi! Chiuso, prigioniero in una stanza Una stanza pu essere anche un bellissimo giardino, una citt, il mondo intero ogni luogo angusto e infinito al tempo stesso. Dipende dal modo in cui noi lo viviamo Sta di fatto che in questa stanza ci sono chiuso davvero. E ti assicuro che non una cosa piacevole Posso immaginarlo. Ma, sei convinto di essere chiuso davvero?

Come chiameresti tu un luogo di pochi metri, la cui unica via duscita sia una porta, serrata a cento mandate?! Basta girare la chiave e uscire Pap, non cambi mai! Tu sei sempre quello che sa tutto. Ti sfugge solo che manca la chiave Ogni porta ha la sua chiave Talvolta le chiavi si perdono, pap Hai detto bene: si perdono. Non spariscono nel nulla. Si tratta solo di cercarle Cercarle? da quando mi trovo in questa maledetta stanza che la cerco! Evidentemente non nel modo giusto, Vedi, finch avremo un corpo, bisogna rimanere con i piedi per terra: quella la chiave che ci fa aprire tutte le porte Siamo alle solite! ... Dove, allora!? Dove!! Mi fai venire in mente quando eri ancora nella pancia di mamma: non ti si sentiva muovere quasi mai. Tua madre stessa, a volte, aveva paura che fossi morto. Poi, quando giunto il momento di nascere, lei ha dovuto faticare moltissimo per farti uscire. Non lhai aiutata per niente. Non spingevi. Era come se non avessi voglia di mettere piede nel mondo e preferissi stare nella sicurezza dellutero E questo cosa centra? La stanza, lutero materno, la mente sono solo dei punti di partenza. Chiusi l dentro, non abbiamo da confrontarci con lesterno, viviamo protetti. I nostri sensi non sono violentati da visioni raccapriccianti, da odori nauseabondi e sapori sgradevoli; le nostre orecchie non devono sopportare rumori assordanti e suoni fastidiosi, la nostra pelle non rischia di lacerarsi. La nostra mente pu rimanere innocente o, come pu pensare di s, incontaminata e pura. Ma uninnocenza infantile. Non possiamo rimanere bambini allinfinito. La nostra anima spinge a volerci fare crescere. E il mondo il palcoscenico dove questo pu accadere. Si tratta poi di non perdere la bussola e, per quanto ci si fermi ogni tanto per riposare, riprendere comunque il viaggio senza smarrire la via. Questo il nostro destino. Questa la strada della libert. Pensare che siano gli altri a negarci la libert, significa solo non mettersi in viaggio oppure fermarsi lungo la via. Rimandare la responsabilit a Dio che ha ingiunto ad Adamo ed Eva di non mangiare del frutto dellalbero proibito, significa negare lamore divino di averci creati liberi, capaci di scegliere. E sapessi quanto gli costato questo bisogno di libert! ... Quando dovevi nascere stata tua madre a spingerti fuori dalle pareti dellutero. Adesso devi essere tu a uscire dalle pareti della tua stanza Sapessi almeno come Dove c una porta, c sempre una chiave Dove!? Ma dove!! ... Dove!? Dimmi dove!! ... Dimmi dove! Pap, dimmi dove!!! Mi svegliai completamente bagnato di sudore, con le ossa della schiena a pezzi. Il mio cuore era un groviglio di amore e rabbia, paura e incertezza. Preoccupazione. La mia mente un subbuglio di parole. Era da molto tempo che non sognavo di mio padre. Quanto a mia madre, non era capitato nemmeno una volta. La cosa strana che per molto tempo avevo pensato di essere pi legato a lei che a lui ma, adesso che non cerano pi, li ricordavo entrambi con la stessa intensit di affetto, anche se in modo diverso. 7

Mi torn alla mente la sensazione che provai allindomani della scomparsa di mia madre; mio padre se nera andato cinque anni prima. Un senso di solitudine, quasi di precariet, come se solo in quel momento si fosse spezzato per sempre il cordone ombelicale ed io ormai potessi fare affidamento esclusivamente su me stesso. Eppure gi da anni ero andato via di casa, a vivere da solo. Avevo la mia vita anche se i miei genitori andavo a trovarli con una certa frequenza. Psicologicamente un genitore sempre una sicurezza, rappresenta un porto dove attraccare in qualunque momento. Anche se si vecchi. come avvertire la presenza di Dio: sentirlo presente come sentirsi protetti. Che sogno strano! Mio padre, comunque, era lo stesso anche in sogno, con quella sua presunzione, la sicurezza fastidiosa, come se avesse sempre da insegnare qualcosa. Mi alzai e cominciai a passeggiare per la stanza. Non riuscivo a non pensare a tutto il suo discorso. E non che non fossi daccordo con lui: era la sua categoricit che mi irritava. Mi aveva sempre irritato. Mi sovvenne una frase che diceva spesso: il saggio sa fare esperienza anche sulla pelle degli altri. Mi era sembrata sempre una frase un po cruda. E ogni tanto mi ripeteva che un giorno lavrei capita. Anche questo suo rimandare in un futuro ipotetico la mia capacit di comprensione mi irritava, quasi fossi stato un mezzo deficiente. Continuai ad andare avanti indietro. Pensavo alla chiave. Non capivo dove avrei potuto cercarla. Sarebbe stato troppo semplice con la chiave! Ma mio padre era fatto cos. E non si smentiva nemmeno da morto! O forse ero io che lavevo visto sempre a quel modo e adesso continuavo a proiettargli quelle caratteristiche. vero infatti che siamo portati a contestare qualsiasi verit ci venga da un familiare e accettare invece le stesse parole se ci vengono da un estraneo. Nessuno profeta in patria. Intanto continuavo ad andare su e gi per la stanza. Me ne accorsi che la mia mente, seguendo il sogno, si era come distaccata da quella condizione di prigionia. Fu proprio subito dopo quella riflessione che mi parve di sentire qualcosa sotto i piedi. Gi, sotto i piedi! Come avevo fatto a non pensarci prima?! La mia attenzione si era tutta concentrata sui muri, tralasciando il pavimento. Cominciai a toccare tutte le mattonelle, una per una, prima col piede, poi con i polpastrelli delle mani. Notai che facevo la cosa con una certa tranquillit, non pi teso come in precedenza. E qualcosa attir la mia curiosit. Una mattonella dava la sensazione di non essere del tutto ferma. Mi chinai e misi le unghie tra le fughe: non doveva essere cementata. Tentai di muoverla, di sollevarla. Non era facile, ci voleva qualcosa di sottile che riuscisse ad entrare tra le due mattonelle, fungendo da cuneo. Cosa? Bel problema in una stanza completamente vuota! Io non avevo nulla con me. Eccetto qualche moneta, giusto qualche centesimo in tasca. Ne presi una e cominciai a strofinarla lungo una fuga, avanti indietro, avanti indietro. Lentamente il cemento si consumava diventando polvere e la moneta pareva affondare nel solco. Continuai per parecchio tempo, e ogni tanto smettevo a causa del metallo che bruciava sotto le dita. Mi sar interrotto decine di volte prima di vedere un bel solco tra una mattonella e laltra. Cercai di inserire lunghia: non era possibile. Cos decisi che avrei dovuto fare lo stesso lavoro dagli altri lati: in questo modo avrei dato maggior movimento alla mattonella, un quadrato poco pi di un palmo per lato. Non saprei dire quanto tempo impiegai per portare a termine limpresa: la mia abitudine di non portare orologi si era rivelata, in questo frangente, poco opportuna. O forse era stato un bene. Talvolta non essere coscienti dello scorrere del tempo d meno ansia. E adesso? Aver liberato tutti e quattro i lati non mi permetteva tanto pi di prima. Avevo tre monete in tasca. A fatica riuscii a inserirne una per lato e provai con la punta delle dita a lavorare sullaltro. Era troppo difficile. Ci voleva qualcosa di pi sottile, pi lungo 8

La cintura! La sfilai dai passanti dei pantaloni e conficcai lardiglione vicino a uno spigolo della mattonella: si muoveva, con un po di pazienza avrei potuto farcela. Realizzai che dovevo togliere le monete: sarebbe stato pi agevole lavorare col ferretto. Furono parecchi i tentativi, ma alla fine ce la feci a sollevare di qualche millimetro la mattonella, riuscendo a tenerla premuta contro i polpastrelli. Da l, lentamente, la sollevai ancora di pi, finch potei afferrarla. Era fatta! Che fortuna. Una fortuna insperata. La chiave era proprio sotto, riposta nel cemento, dentro una scanalatura apposita. Una chiave come tante altre: un anello ovale e un cannello con i suoi scontri. Chiss quante volte ci ero passato sopra. Senza farci caso. Ma noi siamo in grado di vedere solo quando siamo pronti. Non mi sembrava vero. Avevo quasi timore di prenderla adesso, come se dovessi scoprire che quella chiave potesse appartenere a unaltra porta. Ma era solo una paura scaramantica: il destino non poteva essere cos crudele. E poi perch doveva esserci l una chiave se non aveva a che fare con quella porta!? La presi e la inserii nella toppa: non girava, oh Dio, no! Provai, provai ancora lavorando sulla lunghezza del cannello, cercando contemporaneamente di girare. Finalmente! Uno, due giri lo scatto! Abbassai la maniglia: la porta si lasci tirare. Docile. Una luce. Fu la prima cosa che venne da fuori. Cos intensa che i miei occhi non riuscirono a sostenerla. Dovetti coprirli con le conche delle mani. Battevo continuamente le palpebre per abituarmi, e intanto intravedevo ombre in mezzo a quel bagliore: qualcuna pure si muoveva, cos almeno mi sembr, senza che riuscissi a definirne i contorni. Venivano da quel chiarore anche suoni. Ovattati. Non riuscivo a capirne la natura: un miscuglio di rumori spezzati. Confusi. A momenti si accavallavano uno sullaltro: un frastuono. Non so dire con esattezza cosa mi aspettassi di trovare dallaltra parte. Era un problema che non mi ero posto. E adesso non mi rendevo conto nemmeno di dove potessi trovarmi. Rimasi dietro la porta semiaperta per un tempo che non saprei definire. Poi feci qualche passo indietro, tenendo gli occhi sempre rivolti verso quello spiraglio. Non ero ancora riuscito ad abituarmi al chiarore. Cos portavo spesso le mani agli occhi, cercando di guardare tra le fessure delle dita. Ma perch non uscivo? Perch me ne stavo l impalato davanti a quella porta, come inebetito? Rappresentava il passaggio dalla stanza al mondo esterno: ci per cui avevo lottato e sofferto tutto quel tempo. Non sapevo quantificarlo. Poteva essere un giorno. Probabilmente di pi. Eppure adesso stava accadendo qualcosa di insolito. Inaspettato. La stanza, da dove avevo cercato di fuggire, improvvisamente mi dava un senso di tranquillit e protezione. Era ci che stava al di l a mettermi ansia. Paura, quasi. Rimasi un bel pezzo in questo stato di confusa indecisione. Pensieri, i pi diversi, premevano. Disarticolati. Poi, mi avvicinai alla porta. La spalancai: la luce non era pi intensa, o forse ero io ad essermi abituato; e vedevo colori. E forme. Una strada, una normale strada di citt. Poteva essere anche la mia citt, anche se quella zona mi era sconosciuta. Persone camminavano sul marciapiede, macchine andavano sullasfalto. Non capivo dove fossi. Ma cosa importava adesso? Potevo uscire e chiedere a qualcuno. Tornare finalmente a casa. Al solo pensiero mi prese una sensazione di panico, di impotenza, come se non fossi capace di fare ci che avevo fatto fino a qualche giorno prima. Mi ritrassi nuovamente indietro. Mi avvicinai ancora, ma solo per chiudere la porta. Avevo bisogno di prendere fiato, capire meglio ci che mi stava succedendo. Una sensazione 9

indescrivibile di immobilismo, dettato dalla paura di affrontare il mondo fuori. Un blocco ai muscoli che mi impedivano di muovermi. Mi sedetti sul pavimento, spalle contro il muro, avambracci sulle ginocchia. Mi guardai attorno. Un senso di frustrazione cominci a prendermi lanimo, mentre un vuoto mi si apriva nello stomaco e la laringe mi occludeva il respiro. Dovetti farmi forza per non lasciarmi andare. Cercai di riflettere su quanto mi stava accadendo. Niente! La mia mente si rifiutava di fare analisi: i pensieri si scontravano, frantumandosi prima che io avessi il tempo di portarli a livello di coscienza. Cosa dovevo aspettarmi adesso? Cosa potevo aspettarmi? Non lo so. So solo che non cerano pi porte tra linterno e lesterno, la mente e lanima. Sicuramente non dovevo lasciarmi prendere dalla disperazione. Dovevo allontanare langoscia, lo sconcerto, lincredulit. Sarebbe bastato lo stupore. Lo stupore di non riuscire a fare un gesto cos semplice. Lo stupore si pu superare. Pi facilmente.

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