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S OFI S TI CA N D O

Da: S OFI S TI CA N D O R. Magritte: il tentativo dell’impossibile , 1928

R. Magritte: il tentativo dell’impossibile, 1928

IL PITTORE

Era famoso per dipingere l’aria. Era tutta la sua vita. Ogniqualvolta aveva bisogno di un arnese, un oggetto, qualcosa da mettere in bocca, oppure andare in un posto o provare un’esperienza, si armava di colori e pennelli e cominciava a dar forma ai suoi desideri: un martello, una sedia, una mela, un giardino lussureggiante, una donna Diceva che la sua ultima opera sarebbe stata quella di raffigurare il Creatore nell’atto di prenderlo nella sua luce. Per sempre. Ma prima avrebbe voluto provare qualunque emozione e fare qualunque esperienza la vita potesse offrirgli. Così un giorno cominciò a tratteggiare le alte erbe e gli alberi sparsi della savana, uccelli nel cielo sgombro di nuvole, un gruppo di gazzelle intente ad abbeverarsi in una pozza d’acqua, una leonessa in procinto di assalire gli agili ed eleganti antilopi. Col pennello prese poi a dar forma a un leone possente: lo ritrasse con lo sguardo torvo e

affamato, impressionante nella sua folta criniera. Non appena diede l’ultimo tocco fulvo, fu un attimo: il felino gli balzò addosso, gli afferrò il braccio, serrandolo nelle poderose tenaglie dei denti e coi canini cominciò a lacerargli le carni. Pochi secondi e l’uomo perse i sensi, muto in un dolore straziante. Nell’aria dipinta rimasero pochi resti a seccare sotto la calura del sole. Era famoso per dipingere l’aria. Tutta la sua vita.

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F. Botero: la stanza da bagno , 1993 DUE PAROLE Quella mattina si alzò con

F. Botero: la stanza da bagno, 1993

DUE PAROLE

Quella mattina si alzò con un pensiero fisso. La notte non era stata tranquilla: incubi, sudori, affanno, un voltolarsi continuo nel letto avevano accompagnato il suo sonno, al limite della coscienza. E adesso rimaneva la domanda con la quale aveva aperto gli occhi. Un dubbio martellante, inchiodato, che sembrava non volerlo lasciare: “Chi sono?”. Gli pareva una domanda stupida, banale, assurda. Cosa poteva mai rispondere se non quello che appariva evidente? Una persona, un essere umano, un uomo … cos’altro? Eppure nulla di ciò bastava più adesso. Era come se quelle due parole avessero impresso un movimento a un meccanismo sconosciuto e incontrollato, mettendo in crisi ogni lapalissiana certezza. Chi sono? Entrò in bagno e si guardò allo specchio. «Chi sei?» sussurrò, fissandosi negli occhi. L’immagine riflessa rimase muta, immobile, fissandolo a sua volta, come se fosse lei ad aspettare da lui una risposta. Non ci fu. Da nessuna parte. Poteva mai pretendersi che fosse altrimenti? Era come dire che l’immagine allo specchio fosse altro da lui.

Altro da lui. Già!… E se anche lui …? Se anche lui fosse

stato tale? Una semplice immagine, il riflesso di qualcosa?… un essere, un’essenza, un pensiero?… Un’idea troppo forte da accettare e digerire. Lui, un riflesso! Un riflesso che si vedeva riflesso ed era comunque in grado di riflettere sia sul riflesso allo specchio che sulla cosa che si era riflessa, riflettendosi in lui. E ancora, sulla sua riflessione. Un bel rompicapo!

Si avvicinò al water per i bisogni mattutini. Tanto bastò perché l’immagine sparisse. Liberò la

vescica e tornò davanti allo specchio: eccola di nuovo! Ma era lei? Era la stessa? Pensò un attimo. Lui non era lo stesso di un minuto fa, quanto meno per il semplice fatto che aveva svuotato la

vescica e ciò sicuramente aveva prodotto in lui un mutamento, pure se minimo e impercettibile. Dunque anche l’immagine di adesso allo specchio non poteva essere uguale a quella di prima. E allora? Levandosi dallo specchio aveva eliminato l’immagine; tornando, ne aveva prodotto una nuova. Era come dare vita e morte.

Di nuovo si allontanò dallo specchio … la morte. Tornò … la nascita. Andò via … la morte …

Era dunque quella l’esistenza? Il passaggio fugace di un’immagine allo specchio? E lui? Un’immagine labile, inconsistente e precaria? Il risultato di un capriccio, perfino? Continuò a guardare la sua immagine. Adesso aveva quasi paura di allontanarsi dallo specchio:

un senso di responsabilità, un rispetto fraterno per la vita.

Quel giorno lo attesero invano in ufficio. E pure il giorno successivo. E i giorni a seguire. Quando entrarono in casa, dopo una settimana, lo trovarono disteso per terra, ai piedi del lavandino, in bagno. Mai si seppe la causa di quel decesso, né lui tornò per dare risposte. Non la diede neppure l’ombra di un’immagine allo specchio.

A sottilizzare troppo si finisce per essere così sottili da diventare evanescenti.

V. Kandinskij: tormento interiore, 1925
V. Kandinskij: tormento interiore, 1925

IL DUBBIO

Dubitava di tutto. All’infuori del dubbio non c’era nulla di sicuro per lui. Ma anche l’esistenza del dubbio non era un fatto accertato, altrimenti che dubbi avrebbe potuto avere sul suo dubbio! Così metteva in dubbio ogni cosa. Per lui nulla era mai del tutto vero o falso, certo o incerto. Di mattina si svegliava e dubitava di essersi svegliato; faceva colazione e metteva in dubbio che stesse mangiando. «Non vedi che hai appena messo un pezzo di pane in bocca?» gli diceva l’unico amico che aveva. Ma lui subito a dubitare che si trattasse di pane, che ce l’avesse in bocca e che fosse stato lui a mettercelo. «E se fosse solo il prodotto del nostro cervello?» gli rispondeva. «Se fosse un’immagine illusoria? l’appendice materializzata di quanto la nostra mente vuol vedere?» Alla fine dubitava anche che stesse parlando con l’amico, che quello davvero fosse lì con lui, e così dubitava perfino di dubitare. Viveva in una realtà intangibile, evanescente, come la stessa sua vita, popolata di spettri e allucinazioni. Ectoplasmi. Una volta che l’avevano bastonato scambiandolo per un altro, dubitò di averle prese e di aver sentito perfino dolore. Anche allora, naturalmente, dubitò di dubitare.

Dubitava perfino di esistere. Poi, un giorno, l’amico gli parlò di un certo Cartesio e con lui sembrò che avesse trovato un attimo di respiro. Si era fatto una massima: “Dubito, ergo sum” che lo induceva in qualche modo a dubitare di dover dubitare. Ben presto, però, nemmeno quella gli diede la sicurezza di essere: dubitò che si trattasse di un filosofo, che si chiamasse Cartesio e che fosse perfino esistito. Così concluse con un “dubito,

ergo dubito” che lo lasciò nel dubbio se la frase potesse avere un senso. Morì. Fu quella l’unica volta che non dubitò: fuor d’ogni dubbio, non ne ebbe il modo né il tempo.

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