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ETICA SECONDO WITTGENSTEIN

ANDREA CANGIALOSI, TEORIA DEI LINGUAGGI DELLA MENTE (AA 2010/11)

1
«Tutto il mio compito consiste nello spiegare l’essenza della proposizione»
2
«[...]I nostri problemi sono non astratti, ma forse i più concreti che vi siano [...]»
«Noi sentiamo che, persino nell'ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non
3
sono ancora neppure sfiorati. [...]»
«Essenziale alla nostra ricerca è [...] il fatto che con essa non vogliamo apprendere nulla di nuovo. Vogliamo comprendere qualcosa
4
che sta già davanti ai nostri occhi. [...]»
«L’essenziale, credo, è che l’attività del chiarire deve essere svolta con CORAGGIO: se questo manca, essa diventa un puro gioco
5
d’intelligenza.»

SOMMARIO

Premessa ............................................................................................................................................................................................... 2
Introduzione .......................................................................................................................................................................................... 2
0. La proposizione: il retroterra teorico .......................................................................................................................................... 2

Frege e Wittgenstein ........................................................................................................................................................................ 2

1. Spazio all’etica............................................................................................................................................................................. 4

Wittgenstein vs Wittgenstein ........................................................................................................................................................... 4


Troppa “dottrina” e poca “attività”? ................................................................................................................................................ 4

2. Il “senso etico” ............................................................................................................................................................................ 5

L’importanza “di tutto quello che non ho scritto” ............................................................................................................................ 5


La “scala” e i “valori” ........................................................................................................................................................................ 6
Con te ho salito milioni di pioli, e ora che non c’è più la scala... ....................................................................................................... 7
Quando l’uomo fraintende la sua natura: “la nostra logica del linguaggio” ..................................................................................... 7
Immaginare il senso del “senso etico”.............................................................................................................................................. 8

1
L. Wittgenstein, Quaderni 1914-1916 (d’ora in poi semplicemente “Q”), (vedi nota seguente) 22.1.15.
2
Id., Tractatus Logicus-Philosophicus (d’ora in poi semplicemente “TLP”) e Quaderni 1914-1916, Einaudi (2006), 5.5563.
3
TLP, 6.52.
4
Id., Ricerche filosofiche, Einaudi (1983), 89.
5
Id., Pensieri diversi, Adelphi (1988), pp.47-48.
Premessa

6
Per l’elaborazione di questo scritto si è adoperato ampiamente il saggio di Piergiorgio Donatelli Wittgenstein e l’etica , a tal punto da
affiancare alle parti di questo scritto le pagine dello stesso, giusto per segnalare il più possibile correttamente il contributo – con
7
delle virgolette caporali quando questo è testuale. Inoltre, vengono citati alcuni passi contenuti nelle Lezioni e conversazioni del
filosofo, nonché dai Quaderni e dal TLP, principalmente, ed altre opere.

Introduzione

Sarà superfluo affermare che, al fine di trattare l’autore viennese sotto questo aspetto specifico, si è convinti che sia presente «una
precisa analisi della natura teorica del pensiero morale.» *IX+ È opportuno, invece, arrivare alla trattazione dell’etica, passando per la
sua natura linguistica, con particolare riguardo alle caratteristiche del significato proprio della comprensione morale: dal Tractatus
ad agli scritti posteriori.
Di fatti, notiamo un rapporto tra filosofia ed etica, per due ordini di connessioni:

1. nel loro statuto teorico, giacché area riflessiva, e non dottrinaria;


2. nell’analisi del pensiero morale derivata dall’analisi del pensiero, ovverosia in quanto esame della comunicazione e
comprensione, nella sua unità proposizionale.

La tesi sostenuta in WE è che «secondo Wittgenstein, il significato morale non corrisponde all’individuazione di un contenuto,
descrittivo, emotivo, o sui generis, ma al modo complessivo di guardare alle cose, alla qualità della coscienza individuale». [X] Questa
verrà sottoposta al vaglio, nella consapevolezza che sarà difficile da identificare, invero «le osservazioni di Wittgenstein sull’etica
vengono gradualmente a scomparire nella riflessione matura»; soltanto «la Conferenza sull’etica, permette di guadagnare una
prospettiva sulla direzione di sviluppo dell’etica filosofica di Wittgenstein». *XI+

0. La proposizione: il retroterra teorico

Frege e Wittgenstein

Come si configura il pensiero di Wittgenstein, al crocevia del percorso ereditato da Frege e Russell? Nel periodo dello scritto Note
sulla logica del 1913, questi obietta a Russell:

«Quando diciamo: A giudica che ecc., allora dobbiamo menzionare un’intera proposizione giudicata da A. Non possiamo limitarci a
menzionare solo i costituenti della proposizione, o i costituenti e la forma di essa, ma non nell’ordine giusto. Ciò mostra che una
proposizione deve occorrere essa stessa nell’affermazione che essa è giudicata» L. Wittgenstein, Note sulla logica, in appendice a
TLP, p. 249

Sembra mostrarsi una prospettiva molto vicina alla ricerca fregeana, in particolare l’imprescindibilità del contesto: egli infatti rifiuta
di considerare l’analisi della proposizione in costituenti, indipendenti dalla proposizione, come spiegazione del giudizio. In secondo
luogo, inoltre, respinge l’idea stessa di fornire una teoria del giudizio.

«Giudizio, domanda e comando stanno tutti sullo stesso livello. Ciò che interessa alla logica è unicamente la proposizione non
asserita» Ivi, p. 248

Ciò che si deve offrire è una chiarificazione della natura della proposizione, il resto appartiene alla psicologia: il russelliano intervento
del soggetto è qui visto come un’innecessaria ingerenza nel «campo della logica».[21]
Vediamo ora come Wittgenstein s’impegni nello spiegare in che modo una proposizione sia in grado di esprimere un senso. E un
tributo a Frege è riscontrabile proprio nella proposizione 3.3 del TLP. Wittgenstein, però, prende le distanze dalla rinuncia fregeana di
fondare la logica e ricercarne le leggi – se non in maniera insensata. Egli sviluppa la propria posizione rispondendo con forza al «suo
8
limite ineffabilista» .[22]

«La logica deve curarsi di se stessa.


Un segno possibile deve anche poter designare. Tutto ciò che nella logica è possibile è anche legittimo [...]» TLP, 5.473;

6
P. Donatelli, Wittgenstein e l’etica (d’ora in poi semplicemente “WE”), Laterza (1998).
7
L. Wittgenstein, Lezioni e conversazioni: sull’etica, l’estetica, la psicologia e la credenza religiosa (d’ora in poi semplicemente “LC ”), Bompiani (1987).
8
Con WE noi riportiamo la seguente affermazione di Frege: «”Conchiuso” ed “insaturo” sono solo espressioni figurate, ma qui io non voglio e non
posso far altro che fornire dei cenni» G. Frege, Concetto e oggetto, cit., p. 386 (corsivo mio).

2
«Frege dice: Ogni proposizione legittimamente formata non può non avere un senso; ed io dico: Ogni possibile proposizione è
formata legittimamente, e, se non ha un senso, è solo perché noi non abbiamo dato un significato ad alcune delle sue parti
costitutive.
(Anche se crediamo d’averlo fatto.)
Così “Socrate è identico» non dice nulla, perché alla parola “identico” quale aggettivo noi non abbiamo dato alcun significato [...]»
TLP, 5.4733 (corsivi miei)

Non potendo così formare proposizioni illegittime avremo: o proposizioni, o nulla. L’inciso, inoltre, il “crediamo”, riguarda la sfera
psicologica del soggetto, e non tange quindi la logica. Wittgenstein intende superare l’impasse dell’inesprimibilità, sostenendo che
l’insensatezza nasconda piuttosto un contenuto, di là dell’impossibilità stessa d’esprimerlo linguisticamente.*23+
L’atteggiamento che emerge qui è quello – ancor una volta fregeano – del “prendere l’aritmetica formalistica sul serio, vuol dire
9
superare [Überwinden+ l’aritmetica formalistica” ; ovvero portare una linea di pensiero alle estreme conseguenze, fino ad assistere al
suo collasso – qualcosa che sarà esemplificato dall’intero TLP.
Nonostante l’espressione linguistica a cui si perviene risulti necessariamente insensata, essa appare comunque «insensata in maniera
riconoscibile»: ci si rende conto di «un tradimento del pensiero», del linguaggio; qualcosa colto ma inesprimibile sensatamente. «La
diagnosi di Wittgenstein è che ciò accade poiché noi confondiamo e sovrapponiamo la parte sensibile della proposizione, il segno,
con la parte sensibile di una proposizione genuina che noi associamo ad essa».[24]
La nostra aspettativa riguarda solo la psicologia, un’«attesa» di trovar qualcosa che esprima la predicazione intorno Socrate,
empiendo il vuoto lasciato da “identico” come aggettivo. Questa, «aiutata dall’immaginazione, riempie di senso l’enunciato, ma ci
rendiamo conto a questo punto che un tale riempimento» è logicamente nullo. “Crediamo”, appunto, “d’averlo fatto”: «dare un
significato ad un segno non è questione di associare ad esso una certa idea», ma dipende dalle «capacità espressive di tale segno che
sono connesse al contributo che il simbolo in questione offre alla proposizione nel suo complesso».[25]

«L’espressione ha significato solo nella proposizione. Ogni variabile può concepirsi quale variabile proposizionale» TLP, 3.314.

Wittgenstein impugna le stesse armi di Frege, la distinzione fra logica e psicologia. Inoltre spiega le ragioni dell’occorrenza di un
nonsenso, ovvero «dell’aver operato una costruzione illegittima». Ricapitolando, pare che nel momento stesso in cui «vi possa essere
qualcosa come un simbolo illegittimo», ciò significa che è «possibile riconoscere la struttura segnica dell’enunciato
indipendentemente dal senso».
Ciò implica anche «sostenere che i costituenti della proposizione sono identificabili indipendentemente dal contributo che essi
offrono al senso della proposizione». Wittgenstein accompagna Frege sin al ciglio delle sue teorie, per poi gettarlo nell’abisso della
contraddizione.
Ancora una volta, con WE affermiamo che il TLP, nella sua interezza, sia «un modo di mostrare che il linguaggio è di per sé
espressivo».[26] Il linguaggio non è un segno necessitante «un contributo esterno al suo operare per essere in grado di esprimere
sensi, e quindi parlare di fatti. Il linguaggio ha per sua natura tale capacità espressiva, e se non vi è tale espressività, allora non vi è
neppure linguaggio.»[26-27]

«Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: Tutto ciò che può essere detto, si può dire chiaramente; e su ciò di cui
non si può parlare, si deve tacere.
Il libro vuole, dunque, tracciare al pensiero un limite, o piuttosto – non al pensiero stesso, ma all’espressione dei pensieri *...+.
Il limite non potrà, dunque, venire tracciato che nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite sarà semplicemente un nonsenso [einfach
Unsinn]» TLP, Prefazione

Si mostra qui l’opposizione tra linguaggio e nonsenso, nell’ultimo rigo citato, la «distinzione tra ciò che si può dire e pensare, e ciò
che non si può né dire né pensare». Ma “per tracciare un limite al pensiero, noi dovremmo *...+ pensare quel che pensare non si
può”, scrive giusto nel rigo precedente.
L’idea che vi sia qualcosa che «si può dire e qualcosa che non si può dire» potrebbe spingerci a supporre che il filosofo viennese «si
prefigga di tracciare al pensiero un limite attraverso la delineazione dei fondamenti della “logica del nostro linguaggio”, da cui
derivare ciò che è permesso fare e ciò che non lo è». E questo coinvolgerebbe inevitabilmente il contenuto stesso del parlare.[27]

« Per riconoscere il simbolo nel segno se ne deve considerare l’uso munito di senso» TLP, 3.326

I sensi sono «derivati dall’applicazione delle regole della sintassi logica alla formazione degli enunciati». Secondo quest’immagine noi
«non riconosciamo il simbolo nel segno, ma deriviamo per inferenza la presenza del simbolo dal riconoscimento della struttura

9
G. Frege, Fondamenti dell’aritmetica, cit. II, § 139.

3
sintattica del segno». Da qui la possibilità di riconoscere indipendentemente «l’articolazione logica della proposizione» dal senso che
questa «esprime».[28]
Ritornando sempre alla prefazione, si tratta di “tracciare un limite”, che infine avremo, da una parte «le strutture segniche dotate di
senso», e dall’altra una «regione» contenente le «strutture prive di senso». Ma questo se fosse possibile, «circoscrivere una regione
inesistente», «si dissolve[rebbe] interamente il progetto di fornire una demarcazione tra linguaggio sensato e insensato». Se l’una è
inesistente, l’altra non è identificabile: resta un’”espressione figurata”, quella che additavamo come “logica del nostro
linguaggio”.*29+

1. Spazio all’etica

Wittgenstein vs Wittgenstein

Cerchiamo ora di seguire il percorso del TLP: questo si apre con una serie di affermazioni che riguardano l’ontologia – «il mondo, la
sostanza del mondo, i fatti, gli oggetti ecc. –, e procede lungo la sua rotta fino a includere il linguaggio e la relazione che intrattiene
con il mondo».[33] Effettivamente sembrerebbero esserci elementi a sufficienza – sintassi logica, ontologia formale (mondo, oggetti
e formazione di complessi) – tali da concludere che Wittgenstein voglia qui esporre una «teoria del significato e «contribuisce
paradossalmente a sostenere l’idea opposta che non si tratti affatto di un’opera di questo tipo».[34] Al principio della Prefazione
ritroviamo “Questo libro, forse, lo comprenderà solo colui che già a sua volta abbia pensato i pensieri ivi espressi – o, almeno,
pensieri simili –. Esso non è dunque un manuale [Lehrbuch+”. Nulla di strano, dunque, nei passi:

«La filosofia non è una dottrina *Lehre+, ma un’attività» TLP, 4.112


«La logica non è una dottrina, ma un’immagine speculare del mondo» Ivi, 6.13

La forte lettura suggestionata da WE ci intima la seguente: «non cerchiamo una teoria, se non cerchiamo una soluzione a un
problema, ma siamo pronti a trovarci di fronte a una dissoluzione del problema»; ebbene, «allora leggeremo in modo affatto
differente le affermazioni che compongono l’opera».*35+

«Il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che il metodo di formulazione [Fregestellung] di questi problemi si fonda sul
fraintendimento della logica del nostro linguaggio» TLP, Prefazione (nostro corsivo)

«Non sembra molto difficile leggere il Tractatus in questo modo, se facciamo valere il tipo di comprensione che di tali questioni ci ha
consegnato Frege (o almeno una linea di pensiero rintracciabile in questo filosofo)». Se leggiamo il Tractatus dopo quella lezione di
Frege, sembra chiaro che Wittgenstein non voglia «fornire una soluzione (costruttiva) al problema di come comporre la proposizione
da elementi pre-poposizionali – di come disegnare il contorno della sensatezza dall’esterno – ma mostrare che questa formulazione
del problema – che vi siano elementi pre-poposizionali con cui costruire la proposizione –»; e, inoltre che tutto ciò nasca da «un
fraintendimento della logica del nostro linguaggio».[36]

«Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: Nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque, proposizioni della
scienza naturale - dunque qualcosa che con la filosofia nulla a che fare –, e poi, ogni volta che un altro voglia dire qualcosa di
metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe
insoddisfacente per l'altro - egli non avrebbe la sensazione che noi gli insegniamo filosofia –, eppure esso sarebbe l'unico metodo
rigorosamente corretto» Ivi, 6.53

Troppa “dottrina” e poca “attività”?

Percorso dalla Prefazione alle dottrine sull’ontologia e sulla natura della proposizione, non resta che dedicarci al finale. La
proposizione 6.54, con tutte le sue problematiche e assonanze al modus cogitandi fregeano, ha dato ampio spazio di gioco alla
critica. Questo è quanto scrive il contemporaneo Russell, nell’Introduzione:

«Wittgenstein, nonostante tutto, riesce a dire molte cose intorno a ciò che non può essere detto, suggerendo così al lettore scettico
che vi possa essere una qualche scappatoia[...].
Tutta la materia dell’etica, ad esempio, è da Wittgenstein ubicata nella regione mistica, inesprimibile. E, tuttavia, egli riesce a
comunicare le proprie opinioni etiche. Wittgenstein potrebbe difendersi replicando che ciò, che egli chiama il Mistico, può essere
mostrato, pur non potendo essere detto. Può essere una difesa plausibile. Tuttavia, io non possono non confessare che essa mi lascia
con una sensazione di disagio intellettuale»

4
Questo basti, per il momento, come contradditorio. La linea principale di critica, generalizzando, ritiene che Wittgenstein affermi che
il compito del TLP sarà raggiunto quando avremo «compreso le sue proposizione e le avremo riconosciute come insensate».[49]

«Le mie proposizioni illuminano così: Colui che mi comprende, infine le riconosce insensate» (corsivi nostri)

Quel che dobbiamo comprendere è l’autore, le sue intenzioni nello scrivere questo libro, tenere strette fra le mani tutte le
proposizioni, finché – arrivati a 6.54 – ci accorgeremo di stringere solo fumo. Non si tratta di inventare nuove forme di
comprensione, «ma tenerci saldamente attaccati all’unica forma di comprensione» che poi è anche «il desiderio
di sostenere che la forma di comprensione è l’unica possibile» (il regno della sensatezza): tutto ciò, appare alla
fine insensato.[51] L’atteggiamento del lettore va rivolto nei confronti di sé, della propria vita: “la volontà è una
presa di posizione del soggetto verso il mondo” (Q 4.11.16) e quindi la vita – dato che “il mondo e la vita sono
tutt’uno” (5.621).
Diego Marconi ha posto questo fertile interrogativo:

«Com’è possibile operando col linguaggio – parlando, scrivendo – cambiare il nostro punto di vista sul linguaggio senza che ciò
significhi formulare una “teoria del linguaggio”?» D. Marconi, Wittgenstein e la filosofia, Introduzione a F, pp.VII-XXXVII, alla p. XXI

Forse proprio seguendo il percorso suggerito dal filosofo: «farle in primo luogo nostre immaginativamente e quindi a non sentirle più
come nostre, e cioè (ed è la stessa cosa) a non riuscire più a leggere in esse alcun senso». Resta aperta la possibilità di qualcosa come
“visione giusta”, anche se non esprimibile e ciò è connesso «innanzitutto alla mancata risposta alla richiesta di Wittgenstein di
überwinden le proposizioni del Tractatus, cioè di lasciarle dietro di sé», come la “scala” che si getta via.*53+
Wittgenstein riprende «l’oscillazione per quanto concerne la natura di tali espressioni figurate» fregeana: da una parte richiedenti
immedesimazione psicologica, dall’altra sentore di un pensiero celato. Egli «risolve nettamente nella prima direzione»: le espressioni
filosofiche sono insensate «e non si tratta di comprenderle, ma solo di usarle in un esercizio immaginativo per superare il bisogno di
sicurezza che ci porta a richiedere una garanzia esterna per la logica del nostro linguaggio».[54]
Seguendo «la linea di pensiero di Frege saremo inclini a ritenere che Wittgenstein mostri come la necessità di affermare una tale
distinzione», tra senso e non senso, e la sua necessità, «è il frutto di un’esigenza di sicurezza a cui si deve porre riparo altrimenti –
non cambiando la logica, ma cambiando gli esseri umani».[55]

2. Il “senso etico”

L’importanza “di tutto quello che non ho scritto”

È celebre, ma forse non abbastanza, il contenuto di una lettera che Wittgenstein scrisse all’editore della rivista «Brenner» cui si era
rivolto ai fini della pubblicazione del Tractatus.

«*...+dalla lettura *...+ non ne tirerà fuori un granché. Difatti Lei non lo capirà; l’argomento Le apparirà del tutto estraneo. In realtà,
però, *...+ il senso del libro è un senso etico. *...+Ad opera del mio libro, l’etico viene delimitato, per così dire, dall’interno; e sono
convinto che l’etico è da delimitare rigorosamente solo in questo modo. In breve, io credo di aver fissato nel mio libro, appunto in
quanto ne taccio, tutto ciò di cui molti oggi parlano a sproposito» L. Wittgenstein, Briefe an Ludwig von Ficker (1969), p.35, trad. it.
Lettere a Ludwig von Ficker (1974)

Vediamo, quindi, come tutta la trattazione wittgensteiniana inerente alla proposizione non sia altro che “l’etico delimitato”
dall’interno per far spazio all’etica. Su questo egli stesso scrive, nella Prefazione del TLP:

«*...+ ritengo, dunque, d’aver definitivamente risolto nell’essenziale i problemi. *...+ Il valore di quest’opera consiste allora, in secondo
luogo, nel mostrare a quanto poco valga l’essere questi problemi risolti»

Dalla proposizione 6.4 alla 6.522: è in questo modestissimo spazio che il filosofo viennese ritaglia il resto della ricerca non
prettamente logica. Eppure «vi sono molti indizi» che «spingono a ritenere che l’indagine etica non sia ristretta» a queste
proposizioni conclusive.[67] La posizione di queste, di commento alla sesta proposizione principale, denota la connessione dell’etica
«alla natura della proposizione».
Anche queste costituiscono, però, assieme alle proposizioni sulla logica, pioli della «scala che dobbiamo gettare, se abbiamo
compreso l’intenzione dell’autore»?*68+

5
La “scala” e i “valori”

Ci destreggeremo ora rapidamente fra alcune interpretazioni della critica. Abbiamo delle «elaborazioni» presentate «in linea» con
Wittgenstein, quali quelle, per quanto assimilabili, di Carnap – emotivista – ed Ayer: «o l’etica è riconducibile a descrizioni di fatto, e
allora non è etica, oppure non è riconducibile ad esse, e allora è insensata».[70]

«Il senso del mondo dev’essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene, non v’è in esso alcun valore –
né, se vi fosse, avrebbe un valore.
Se un valore che abbia valore v’è, esso dev’esser fuori d’ogni avvenire ed essere-così. Infatti, ogni avvenire ed essere-così è
accidentale.
Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale [..]». TLP, 6.41
«Né, quindi, vi possono essere proposizioni dell’etica.
Le proposizioni non possono esprimere nulla di ciò che è più alto.» TLP, 6.42

L’argomento portato avanti qui «appare analogo a quello di Carnap», eppure v’è una netta distinzione tra “fatti“ e “valori”. I primi
10
sono “accidentali” *zufällig] e sono il mondo (vedasi TLP, 1). Ciò che non lo è, sta fuori, invece, come la logica. Sta qui l’analogia
fornita in TLP alla 6.13.[73] Eppure, la carnapiana demarcazione tra senso e nonsenso – simbolo ben formato e malformato – non è il
risultato a cui approdiamo leggendo il Tractatus con ben in mente la Prefazione:

«Il limite non potrà, dunque, venire tracciato nel linguaggio, e ciò che è oltre il limite sarà semplicemente un nonsenso».

Non troviamo dunque quel «superamento della metafisica» o «critica dell’etica e della teologia» radicalmente emotivista. Abbiamo
piuttosto una caratterizzazione del valore come «un modo per vedere le cose, dall’alto» “sub specie aeterni” (TLP, 6.45), sulla
condizione della vita, dell’esistenza e della felicità (TLP, 6.43 e 6.41), che arriva a coinvolgere il senso stesso del mondo e della vita
(TLP, 6.41 e 6.521).[74-75]
Se indaghiamo intorno al concetto di “soggetto metafisico” (TPL, 5.6-5.641) troviamo delineata una sorta di «relazione etica col
mondo da una parte», distinta da quella «conoscitiva».[78] Questo soggetto intrattiene con il mondo una relazione che lo muta
completamente, «di modo che non è più possibile scomporre il contributo offerto dal soggetto da quello offerto dal mondo» – e
viceversa.[76]

«[...]In breve, il mondo allora deve perciò divenire un altro mondo. Esso deve, per così dire, decrescere o crescere in toto.
Il mondo del felice è un altro mondo che quello dell’infelice» TLP, 6.43

Vi sono inoltre proposizioni (TLP, 6.522) inerenti al “Mistico” che hanno suscitato delle interpretazioni ineffabiliste: queste vogliono
«stabilire il carattere contenutistico», e l’importanza «rispetto alle altre aree del pensiero umano», dell’etica. Eppure, stando a
quanto detto nella lettera a von Ficker, non v’è altro che il libro stesso, nessun contenuto da «afferrare indipendentemente dalla
forma», qualcosa di rivelato «oltre la manifesta insensatezza dell’espressione linguistica».*77+ Un importante riscontro si ha anche
nella lettera al traduttore inglese Ogden.

«Sono veramente molto dispiaciuto di non poterle mandare i supplementi. Non vi può essere alcuna ragione di stamparli. [...] I
supplementi sono esattamente ciò che non deve essere stampato. A parte che NON CONTENGONO VERAMENTE ALCUNA
DELUCIDAZIONE [...]» L. Wittgenstein, Letters to C.K. Ogden with Comments on the English translation (1973), pp. 46-47

Se sosteniamo che il Tractatus «basti a se stesso», troveremo quindi solo cenni, e non «una dottrina etica sostantiva».[78] Potrebbe
comunque restare aperta l’interpretazione mistica: non conoscenza, la quale dice «che qualcosa è come un’altra», bensì piuttosto
«l’identificazione con un certo contenuto», intuizione [Anschauung] (vedi TLP, 6.45). Intorno a questo tema si sono espressi Schlick,
in Forma e contenuto, e Russell, con il saggio Misticismo e logica.[79] Quest’ultimo caratterizza «l’esperienza mistica» in: 1)
«intuizione in opposizione al pensiero o alla ragione»; 2) «unità di fondo del mondo»; 3) «negazione della realtà del tempo»; 4)
11
negazione «dell’opposizione tra bene e male» .[80]
Anche ammettendo che il Tractatus, come poi le Ricerche Filosofiche, metta «in atto un processo di superamento della filosofia»,
questo resta «filosofico», senza abbandonare quindi il «piano della riflessione».[81] Come interpretare quindi, allontanandoci da una
lettura à la McGuinness, le proposizioni che sollevano questioni sull’etica e sulla bontà? Di sicuro non attraverso la scienza naturale,
e nemmeno la psicologia – più volte esclusa nel TLP, come nelle Conferenze sull’etica.

10
In particolare, è usato in merito alla distinzione delle proprietà delle capacità espressive del linguaggio (vedi TLP, 3.34).
11
B. Russell, Mysticism and Logic (1914), in Mysticism and Logic and Other Essays, London (1918), pp.1-32, tra. it. Misticismo e Logica e altri saggi,
Milano (1974), pp. 3-32, alla p.12.

6
«[...] secondo me, uno stato mentale – intendo per esso un fatto passibile di descrizione – in un senso etico, non è né buono né
cattivo. Se[..] leggiamo la descrizione di un delitto, compresi i particolari fisici e psicologici, la pura descrizione di questi fatti non
conterrà nulla che potremmo chiamare una proposizione etica» LC, p.10

Le esperienze citate, nei loro aspetti, «non servono allo scopo di Wittgenstein, che è invece quello di mostrare come il senso etico
delle cose abbia un carattere radicalmente differente da qualsiasi esperienza».[83]

Con te ho salito milioni di pioli, e ora che non c’è più la scala...

Stando ad autori come Janik e Toulmin, compiuta l’aspirazione – riconducibile a Hertz, Boltzmann, Mach, oltre che i filosofi analitici –
di «fornire una teoria del linguaggio capace di mostrare come le proposizioni del linguaggio naturale riescano a rappresentare gli
stati di cose», il risultato raggiunto «gli consente di usare questa elaborazione come trampolino da cui lanciare la sua concezione del
mondo».[88-89]
Quindi, a meno di immaginare la scala wittgensteiniana come una di quelle impossibili, frutto del genio di Escher, che riportano al
punto di partenza, bisogna veramente capire cosa – seguendo l’ultima istruzione – ci lasciamo alle spalle. Ma anche, e soprattutto,
dove siamo giunti.
In qualche maniera, l’eredità di Schopenhauer, Kierkegaard e forsanche Tolstoj sta proprio nell’idea che «il significato della vita, i
valori etici ed estetici, non sono questione di giustificazione intellettuale o di fondazione scientifica»: in questo anche l’atmosfera
culturale in cui il filosofo visse, suggerisce l’influsso di Karl Kraus, di Engelmann, ad esempio.[89] Al contempo, qui, non si afferma
che l’intero contenuto filosofico del Tractatus non è che preambolo alla dottrina etica, tutt’altro. Ma il ruolo di un ambito non
esclude l’altro: «la concezione etica (come la concezione logica) non costituisce lo scopo dell’opera, ma un suo passaggio
intermedio».*94+Poiché queste sono connesse, come scrisse a von Ficker, «l’etica viene illuminata attraverso la comprensione dei
limiti del linguaggio»: il superamento delle dottrine etiche si dovrà mostrare similmente alla comprensione di questi limiti. Il lavoro
sulla logica «deve esibire alla fine del percorso un aspetto etico».[95]
Che non vi siano proposizioni etiche implica che l’«uso etico» di queste non ha a che fare con le caratteristiche interne
dell’espressione. Crolla ciò che era valido «per comprendere una proposizione», quando bastava comprendere «in virtù delle
caratteristiche linguistiche». Quindi, se il linguaggio può «comunicare un senso etico» questo è possibile solo in virtù «dell’uso che
noi ne facciamo». Entra prepotentemente in gioco il soggetto: come per Frege, non possiamo più prescindere «l’associazione di
immagini mentali alle parole». Il modo di «legare quelle parole al nostro io», prescinde dalle caratteristiche interne di quelle.[97]
L’intero Tractatus è la riprova «di come sia possibile fare un uso immaginativo del linguaggio».[98]
Diverse versioni dell’ineffabilismo presentavano «diverse concezioni del modo in cui il soggetto entra in relazione con il contenuto
ineffabile (l’esperienza mistica, l’intuizione, ecc.)»; lo sforzo richiesto da Wittgenstein, è di tutt’altra fattura: «non possiamo citare
l’insensatezza», confrontandoci con questa dall’esterno, «ma possiamo cercare di immaginarci cosa voglia dire crederci anche
noi».[98-99+ L’esercizio – immaginativo – di delucidazione, di «affinamento della visione», coinvolge il pensiero morale in un
cambiamento personale «connesso all’attiva coltivazione della propria sensibilità», piuttosto che essere «indirizzato a impossessarsi
di qualche verità». L’unico modo per la logica di potersi prendere cura di sé (TLP, 5.473), è che gli esseri umani si prendano cura
d’«essi stessi».*101+
Una volta messa in difficoltà ogni proposizione, l’autore può farsi comprendere e portare il lettore “se è asceso per esse – su esse –
oltre esse”, altrove. Ma dove? Crediamo che ciò che «Wittgenstein ha inaugurato» con la sua opera sia «un programma di studio non
psicologico dell’etica», dove l’Io depsicologizzato (TLP, 5.641 e 4.1121), valga «sia per la mente cognitiva sia per la mente
morale».[100]

Quando l’uomo fraintende la sua natura: “la nostra logica del linguaggio”

«[...]il solipsismo, svolto rigorosamente, coincide con il realismo puro. L’Io del solipsismo si contrae in un punto inesteso e resta la
realtà ad esso coordinata» TLP, 5.64
«La vita fisiologica naturalmente non è ‘la vita’. E nemmeno quella psicologica. La vita è il mondo» Q, 24.7.16

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Come WE ha giustamente tributato a parte della critica – Cora Diamond ed altri –, bisogna «leggere il Tractatus come
un’illustrazione logica della mente non significa che vi sia qualcosa come la mente che deve essere investigata». Ricordiamo ancora
una volta il TLP «come un’opera che deve essere interamente uberwindet» e arriveremo a scorgere «una trattazione logica della
mente». Nel senso del carattere logico del mentale: «certe fondamenta di un palazzo di cui abitiamo i piani superiori», ma da ciò
segue che «si abbandonino le stesse espressioni “la mente”, “il carattere logico del mentale” in quanto necessariamente
insensate».[105] Proseguendo su questa linea, diremo che le insensatezze filosofiche (ed etiche) sono «intenzionalmente insensate».
V’è un’insicurezza di fondo, che è poi il problema centrale tematizzato nel TLP: «la confusione logica che prende la forma dello

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Cfr. C. Diamond, Ethics, Imagination and the Method of Wittgenstein’s «Tractatus» (1991) e J. Conant, Throwing Away the Top of the Ladder (1991).

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scambiare il nonsenso per il senso»; le insicurezze verso la propria condizione umana di vita riflessiva che fanno l’insensatezza della
filosofia.[106]
Wittgenstein va a rimettere tutto “saldamente a posto”, come scriveva a von Ficker, “semplicemente col tacerne”: non più
«esprimere insensatezze nell’illusione di parlare sensatamente», piuttosto «vincere questo bisogno», liberarci da false fantasie, è
questo il “cambiamento”, e nella sensibilità e nel carattere etico.*107-108]
Sono illusioni quelle di poterci situare fuori dalla logica e del mondo «(fuori di noi stessi)» (TLP, 4.12-4.121) oppure di ritenere che sia
possibile «guardare noi stessi – la nostra condizione umana – nello stesso modo in cui guardiamo i fatti del mondo»: l’etica come
fosse scienza naturale.[108-109]

«Per vivere felice devo essere in armonia con il mondo. [...] Allora io sono, per così dire, in armonia con quella volontà estranea dalla
quale sembro dipendente.» (Q, 8.7.16)

«Riteniamo a questo proposito, che il numero esiguo di osservazioni sull’etica sia indicativo di un’intenzione dell’autore di dire
quanto meno possibile sull’etica, affinché risulti chiaro che tutto ciò che è importante dire è già stato detto nelle affermazioni che
concernono la logica».*110+ Anche se riscontriamo l’uso della «fraseologia schopenhaueriana», ciò non basta per cercare al di fuori
dell’opera il fine di questi passaggi. Il ruolo svolto è quello di «fornire immagini» che hanno «speciale attrattiva sul lettore»: starà qui
la difficoltà di molti, nel mollare questi pioli filosofici, una volta aggrappativisi.[113]
La volontà è presentata «come un esercizio attivo della mente: essa trasforma il mondo e questa trasformazione è connessa a un
certo sentire, a una condizione affettiva». Si esclude l’«immagine della volontà (elemento soggettivo)» come «modificazione del
mondo (elemento oggettivo)».[114] Rigettate anche queste proposizioni, però, cosa resta?
L’etica come «esercizio immaginativo»: non è possibile porsi dall’alto, sull’etica, ma piuttosto «immaginare di entrarci dentro,
sebbene non vi sia in realtà nessun dentro (nessun contenuto ineffabile)».[115] Ciò non ha di certo un contenuto descrittivo, ma
sicuramente “illumina”, portando a «modificare e fare progredire (o regredire) l’interiorità»; di qui il “cambiamento personale”,
«attraverso l’uso del linguaggio»![117]

«Qual è il carattere oggettivo della vita felice, armonica? Anche qui è chiaro che non può esservi un tale carattere, che si possa
descrivere. Questo non può essere un carattere fisico, ma solo un carattere metafisico, trascendente» Q, 30.7.16

La «qualità della nostra percezione della realtà», la possibilità di «vedere il mondo sotto un’altra luce», sono le stesse immagini
utilizzate nella sezione su premio e castigo etico (TLP, 6.422), ancora una volta con uso «delucidativo».[118-119] Noi possiamo fare
un «uso etico» di un comando, ma questo non è «allo steso livello dell’asserzione», perciò non può esprimere ciò che è più
“alto”.*120+

Immaginare il senso del “senso etico”

La «negazione della discorsività», che propone Wittgenstein riguardo l’etica, è proprio la maniera di illuminarla, «per come egli la
intende, e che considera come una tendenza fondamentale dell’animo umano».*122+ Quando tratta nozioni d’uso ordinario, non
sembra «volersi disfare», ma «solo analizzarle logicamente»

«Il linguaggio comune è una parte dell’organismo umano, e non meno complicato di questo*...+» (TLP, 4.002)

In particolare, non essendovi proposizioni dell’etica, questa «assume una forma sensibile, potremmo dire, nell’uso intenzionalmente
insensato che si fa di certi segni linguistici». La delucidazione sta nel problema che l’autore ritiene centrale per «la natura riflessiva
degli esseri umani», non dell’«esperienza morale in quanto tale».*123+ Simile è la forma che «assume il problema della filosofia»: il
«metodo per arrivare alla soluzione è lo stesso poiché si tratta di un medesimo esercizio immaginativo» – così come lo erano i
“cenni” di Frege.
Possiamo affermare, sempre con WE «che il libro ha un senso etico poiché esso vuole raggiungere una consapevolezza di sé, un
superamento dei fraintendimenti filosofici che rendono oscura a se stessa la nostra interiorità: che non fanno della nostra vita una
“vita di conoscenza” (Q, 13.8.16)». Il fine del TLP è dunque un’«azione etica», che poi è lo stesso dell’azione di “delimitazione
dell’etico” – il proposito confidato a von Ficker.*124+ “Parlare a vanvera” è segno di «un’inquietudine etica», ma d’altronde ogni
tentativo di risolvere questa con una «fondazione» dell’etica, si «mostrerebbe d’essere vittima del medesimo
fraintendimento».[125]