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MACROBIO

COM M ENTO AL SOGNO


DI' SCIPIONE
Testo latino a fronte

Saggio introduttivo di Tlaria Ramelli

Traduzione, bibliografia,
note e apparati di Moreno Neri

In appendice:

M arco Tullio C icerone, II Sogno di Scipione


(con testo latino a fronte)

M oreno Neri, Sogni e magnanimità nelle arti


(con iconografia scipioniana)

Paolo Antonio Rolli, Scipione

Pietro M etastasio, il Sogno di Scipione

B O M P IA N I
IL PENSIERO OCCIDENTALE
© 2 0 0 7 R . C . S . Libri S .p .A ., M ila n o
I edizione B o m p ia n i
II P ensiero O c c i d e n ta l e aprile 2 0 0 7
SAGGIO INTRODUTTIVO

di
Ilaria Ramelli
S o m m a rio a n a l i t i c o
d el C o m m e n t o d i M a c r o b io
al S o g n o d i S c ip io n e

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I
Preambolo: differenza e conformità tra la Repubblica di Platone e quel­
la di Cicerone. Perché essi hanno inserito in questi trattati, il primo,
l’episodio della rivelazione di Er; il secondo, quello del Sogno di
Scipione.

CAPITOLO II
Risposta alle critiche dell’epicureo Colote che pensa che a un filosofo sia
vietato ogni sorta di mito. Le diverse categorie dei miti in letteratu­
ra. I miti ammessi dalla filosofia e gli argomenti nei quali sono con­
sentiti.

CAPITOLO III
Tipologia dei sogni: i loro cinque generi. Quello di Scipione racchiude i
primi tre generi.

CAPITOLO IV
Natura e scopo del Sogno di Scipione.

CAPITOLO V
Breve riassunto del preambolo. Prima citazione del Sogno. Esposizione
aritmologica: la nozione di pienezza aritmetica. Benché tutti i
numeri siano perfetti, il sette e l’otto lo sono particolarmente. Virtù
del numero otto.

CAPITOLO VI
Virtù del numero sette. La combinazione di pari (otto) e di dispari
(sette). Le combinazioni che producono il sette, Uno più sei, virtù
dell’uno e virtù del sei. Due più cinque: virtù del due e virtù del cin­
que. Tre più quattro: capacità di legame di questi due numeri.
L’unione degli elementi secondo il Timeo di Platone. La doppia
capacità di legame del sette. Virtù specifiche del sette: ontologiche,
astronomiche (cicli lunari, solari e celesti), cicli delle maree, cicli
della vita umana (sviluppo dell’embrione, periodo post-natale,
infanzia e giovinezza, età adulta e vecchiaia), anatomia umana.
Conclusione dell’esposizione aritmologica. Le numerose proprietà
che fanno meritare al numero sette la qualifica di numero pieno.

CAPITOLO VII
Sulla divinazione. Ambiguità e mistero dei sogni e dei presagi relativi
alle avversità. In che modo racchiudano tuttavia circostanze che pos­
sono, comunque, condurre sulla strada della verità l ’investigatore
dotato di perspicacia.

CAPITOLO VIII
Sull’anima. Seconda citazione del Sogno. L e virtù filosofiche sono le
sole a dare la felicità? I quattro generi di virtù nel sistema di
Plotino: virtù politiche, virtù purificatrici, virtù dell’anima già puri­
ficata e virtù esemplari. Dato che la virtù costituisce la felicità e dato
che le virtù del primo genere appartengono a coloro che dirigono le
istituzioni politiche, ne consegue che le virtù politiche danno la feli­
cità.

CAPITOLO IX
La dimora celeste dell’anima. In che senso si deve intendere che i reg­
gitori delle istituzioni politiche sono scesi dal cielo e che lì ritorne­
ranno.

CAPITOLO X
Terza citazione del Sogno. Opinione degli antichi teologi sugli inferi e
quello che bisogna intendere, secondo essi, con vita o morte dell’a­
nima.
CAPITOLO X I
Opinione dei platonici sugli inferi e sulla loro dislocazione. In quale
modo concepiscono la vita o la morte dell'anima. La prima, la
seconda e la terza tesi platonica.

CAPITOLO X II
La strada che percorre l’anima, scendendo dalla parte più elevata del­
l’universo, attraverso le sfere celesti, verso la parte inferiore che noi
occupiamo.

CAPITOLO X III
Quarta citazione del Sogno. Sul suicidio. Suo divieto secondo Platone
e secondo Plotino. Vi sono per l’uomo due tipi d i morti: una ha
luogo quando l’anima lascia il corpo, la seconda, quando l’anima,
restando unita al corpo, rifiuta i piaceri dei sensi e compie la rinun­
cia ad ogni godimento e sensazione materiale. Quest’ultima morte
deve essere l’oggetto dei nostri voti; non dobbiamo affrettare la
prima, ma aspettare che Dio stesso rompa i vincoli che legano l’ani­
ma al corpo.

CAPITOLO XIV
Quinta citazione del Sogno. Natura dell’anima. Perché l’universo è
chiamato tempio di Dio. Delle diverse accezioni delle parole anima
e animus. L’emanazione delle ipostasi. La creazione delle anime
umane. Gli altri esseri viventi: animali e vegetali. Interpretazioni
allegoriche di Virgilio e di Omero (la catena aurea). Applicazione di
queste nozioni al testo di Cicerone e in che senso bisogna intendere
che la parte intelligente dell’uomo è della stessa natura di quella
degli astri. Diverse opinioni sulla natura dell’anima. Esposizione
astronomica e sua terminologia: in che cosa differisce una stella e un
astro; che cos’è una sfera, un cerchio, un circolo; da dove viene il
nome di corpo errante dato ai pianeti.

CAPITOLO XV
I circoli celesti: la Via Lattea; lo zodiaco; l’eclittica; i paralleli; i coluri;
il meridiano; l’orizzonte.
CAPITOLO XV I
Sesta citazione del Sogno. Le stelle: le stelle che non possiamo vedere
dell’emisfero australe; la loro dimensione in generale.

CAPITOLO XVII
Settima citazione del Sogno. L e sfere celesti. Sommario dell’esposizio­
ne. Perché il cielo si muove incessantemente e sempre in senso cir­
colare. La sfera stellata. In che modo va inteso chi sia il Dio supre­
mo. Se le stelle che si sono chiamate fisse hanno un movimento pro­
prio.

CAPITOLO XV III
Le sfere planetarie. Tesi da dimostrare: le stelle erranti hanno un movi­
mento propriocontrario a quello del cielo. Direzione dello sposta­
mento dei pianeti. Esempi del movimento della luna e di quello del
sole.

CAPITOLO X IX
Dell’opinione di Platone e di quella di Cicerone sul posto che occupa il
sole tra i corpi erranti. Della necessità in cui si trova la luna di pren­
dere in prestito la sua luce dal sole, in modo che illumini, ma non
riscaldi. Della ragione per la quale si dice che il sole non è esatta­
mente al centro, ma quasi al centro dei pianeti. Origine d ei nomi
dei pianeti. Le loro influenze astrologiche: perché vi sono dei piane­
ti che ci sono funesti e altri favorevoli.

CAPITOLO X X
Trattato sul sole: i differenti nomi del sole; le sue funzioni nell’univer­
so; la sua grandezza. M etodi fallaci per misurare il sole e il corretto
metodo “egiziano”. Il calcolo della circonferenza e la lunghezza del­
l’ombra della terra. Circonferenza e diametro terrestre. Lunghezza
dell’orbita solare. Misura del diametro solare.

CAPITOLO X X I
Lo zodiaco e i suoi segni. Perché si dice che i pianeti si spostino “nei”
segni dello zodiaco. Della causa della disuguaglianza di tempo nella
durata delle loro rivoluzioni. Dei mezzi che gli Egiziani hanno ado­
perato per dividere lo zodiaco in dodici parti. Perché l’Ariete è il
primo dei segni. I domicili zodiacali. Sommario degli ultimi cinque
capitoli. L ’aria: mondi supralunare e sublunare.

CAPITOLO X X II
Perché la terra è immobile al centro del mondo e perché tutti i corpi
gravitano verso di essa con il proprio peso. Dimostrazione: la cadu­
ta delle piogge.

LIBRO SECONDO

CAPITOLO I
Prima citazione del Sogno. Esposizione musicale. Princìpi dell’armonia
musicale: l'aria colpita emette un suono. Dell’armonia prodotta dal
movimento delle sfere. Mezzi adoperati da Pitagora per conoscere i
rapporti matematici dei suoni armonici. Dei valori numerici propri
agli accordi musicali e del numero di questi rapporti armonici.

CAPITOLO II
La musica delle sfere. In quale proporzione, secondo il Timeo di
Platone, Dio adoperò i numeri nella composizione dell’Anima del
Mondo. Preliminari: i solidi e i diversi corpi matematici. Da questa
organizzazione dell’anima universale risulta l’armonia dei corpi
celesti.

CAPITOLO III
Si possono apportare ancora altre prove e dare altre ragioni della neces­
sità dell’armonia delle sfere. Interpretazioni allegoriche: le Sirene;
le Muse; i riti religiosi; miti d ’Orfeo e d ’Amfione. Musica delle sfere
e intervalli planetari.

CAPITOLO IV
Descrizione dell’armonia che scaturisce dalle sfere planetarie. Della
causa per cui, tra le sfere celesti, ve ne sono alcune che danno dei
suoni bassi e altre dei suoni acuti. Larmonia celeste è costituita da
sette note. Limiti della presente esposizione musicale. Dei generi
deU’armonia. D el perché l’uomo non può sentire la musica delle
sfere.

CAPITOLO V
Seconda citazione del Sogno. Esposizione geografica e suo schema. Il
nostro emisfero è diviso in cinque zone. Zone terrestri e loro clima.
Delle fasce terrestri soltanto due sono abitabili (le zone temperate):
una di esse è occupata da noi, l’altra da uomini la cui specie ci è sco­
nosciuta. I nomi dei punti cardinali. I venti. L e zone abitate sulla
terra: l’emisfero opposto è simmetrico al nostro. Anche l’emisfero
australe è abitato dagli uomini. La teoria delle quattro regioni abi­
tate.

CAPITOLO VI
Della dimensione delle fasce della terra abitate e di quelle deserte.

CAPITOLO VII
Corrispondenza delle zone della terra e di quelle celesti. Il corso del
sole, cui dobbiamo il clima, ossia il caldo o il freddo, a seconda che
esso si avvicini o si allontani da noi, ha fatto immaginare queste dif­
ferenti zone.

CAPITOLO VIII
Dove si dà, per inciso, il modo d’interpretare un passo virgiliano delle
Georgiche, apparentemente sconcertante, che riguarda il circolo
dello zodiaco.

CAPITOLO IX
Il nostro globo è avvolto dall’oceano, non in un senso, ma in due diffe­
renti sensi. Oceano e regioni abitabili. La form a della parte che abi­
tiamo: ristretta verso ip o li e più larga verso il suo centro. Della scar­
sa superficie dell’oceano che ci sembra così grande e della terra.
CAPITOLO X
Terza citazione del Sogno. Esposizione astronomica: i cicli cosmici.
Benché il mondo sia eterno, l’uomo non può sperare di perpetuare,
tra i posteri, la sua gloria e la sua fam a; perché tutto ciò che contie­
ne questo mondo, la cui durata non avrà mai fine, è soggetto, come
dimostrano argomenti leggendari, storici e filosofici, a l periodico
alternarsi di distruzione e di riproduzione. La rinascita della civiltà.

CAPITOLO XI
Quarta citazione del Sogno. C’è più di un modo di valutare gli anni.
G li anni planetari. Hanno del mondo: sua definizione. Il grande
anno, l’anno veramente perfetto, comprende quindicimila dei nostri
anni.

CAPITOLO X II
Quinta citazione del Sogno. Il perché della citazione a questo punto del
Sogno. Esposizione metafisica: l’anima immortale è un dio; l’uomo
non è corpo, ma spirito. Dimostrazione della tesi sull’immortalità
dell’anima da parte di Plotino e opinione di Cicerone. In questo
mondo nulla muore, nulla si distrugge.

CAPITOLO X III
Sesta citazione del Sogno. L’anima autocinetica è immortale.
Definizione dell’immortalità e del movimento. Dei tre sillogismi
platonici che provano l’immortalità e l’autocinesi dell’anima.

CAPITOLO XIV
G li otto argomenti di Aristotele per dimostrare, contro il parere di
Platone, che l’anima non ha movimento di per sé. Prima obiezione.
Seconda obiezione. Terza obiezione. Quarta obiezione. Quinta obie­
zione. Sesta obiezione. Settima obiezione. Ottava obiezione.

CAPITOLO XV
Argomenti dei Platonici a favore del loro maestro per confutare
Aristotele. Metodo utilizzato dall’autore. Confutazione della prima
obiezione: dimostrazione dei platonici dell’esistenza di qualcosa che
si muove di per sé e che questa sostanza non è altro che l’anima.
Considerazioni grammaticali: l’attivo e il passivo. L e prove fornite
dai Platonici distruggono la prima obiezione di Aristotele.

CAPITOLO XVI
Nuovi argomenti dei platonici contro le altre sette obiezioni di
Aristotele. Conclusione generale della confutazione.

CAPITOLO XVII
Settima citazione del Sogno. Conclusioni: ricompensi e castighi dell'a­
nima dopo la morte; la pratica delle virtù assicura la felicità e i con­
sigli dell’Africano a suo nipote hanno avuto anche per oggetto le
virtù contemplative e le virtù attive. Il destino delle anime malva­
ge. Il Sogno di Scipione di Cicerone non ha trascurato nessuna
delle tre parti della filosofia: sua perfezione.
MACROBII AMBROSII TH EO D O SII
VIRI CLARISSIMI E T E T ILLVSTRIS

IN SOMNIVM SCIPIONIS

M ACROBIO AM BROGIO TEO D O SIO

COMMENTO
AL SOGNO DI SCIPIONE
1. 1. Inter Platonis et Ciceronis libros, quos de re publica
uterque constituit, Eustachi fili, uitae mihi dulcedo pariter et
gloria, hoc interesse prima fronte perspeximus quod ille rem
publicam ordinauit, hic retulit; alter qualis esse deberet, alter
qualis esset a maioribus instituta disseruit. 2 . In hoc tamen uel
maxime operis similitudinem seruauit imitatio quod, cum
Plato in uoluminis conclusione a quodam uitae reddito quam
reliquisse uidebatur indicari faciat qui sit exutarum corporibus
status animarum, adiecta quadam sphaerarum uel siderum non
otiosa descriptione, rerum facies non dissimilia significans a
Tulliano Scipione per quietem sibi ingesta narratur.
3. Sed quid uel illi commento tali uel huic tali somnio in his
potissimum libris opus fuerit, in quibus de rerum publicarum
statu loquebantur, quoue attinuerit inter gubernandarum
urbium constituta circulos orbes globosque describere, de stel­
larum modo de caeli conuersione tractare quaesitu dignum et
mihi uisum est et aliis fortasse uideatur, ne uiros sapientia prae­
cellentes nihilque in inuestigatione ueri nisi diuinum sentire
solitos aliquid castigato operi adiecisse superfluum suspice­
mur. De hoc ergo prius pauca dicenda sunt ut liquido mens
operis de quo loquimur innotescat.
4. Rerum omnium Plato et actuum naturam penitus inspi­
ciens aduertit in omni sermone de rei publicae institutione
proposito infundendum animis iustitiae amorem, sine qua non
solum res publica sed nec exiguus hominum coetus nec domus
quidem parua constabit. 5. Ad hunc porro iustitiae affectum
1. 1. Tra i due trattati sulla Repubblica, scritti uno da
Platone e l’altro da Cicerone, abbiamo in primo luogo consta­
tato, Eustazio, mio caro figlio, dolcezza e gloria insieme della
mia vita, la seguente differenza: l’organizzazione della repub­
blica del primo è ideale, quella del secondo è effettiva. Platone
discute su quali dovessero essere le istituzioni e Cicerone sul
modo in cui furono organizzate dai nostri antenati. 2 . C ’è tut­
tavia un punto in cui l’imitazione ha, senza dubbio, marcata-
mente mantenuto la somiglianza con il modello. Mentre
Platone, a conclusione del suo libro, si serve di un personag­
gio, richiamato alla vita che sembrava aver perduta, per fargli
indicare quale sia la condizione delle anime una volta liberate
dei loro corpi, con in più una descrizione non inutile delle sfere
celesti e degli astri, Cicerone fa raccontare al suo Scipione una
scena dello stesso genere, vista in sogno 1.
3. Ma, in quegli scritti dedicati alla politica, che necessità vi
era per Platone di una simile trovata e per Cicerone di un simi­
le sogno? E a che prò unire alle leggi fatte per governare le
società umane, quelle che determinano il cammino dei pianeti
nelle loro orbite e il sistema 2 delle stelle fisse, trascinate col
cielo in un movimento comune? La questione, che mi è parsa
degna d’indagine — e questo interesse sarà senza dubbio con­
diviso da altri — , assolverà due uomini, eminenti per sapienza
e che nella ricerca del vero non hanno avuto che ispirazioni
divine, dal sospetto d’avere aggiunto qualcosa di superfluo a
produzioni tanto perfette. Bisognerà prima di tutto dire alcune
cose, affinché risulti chiaro il succo dell’opera di cui si parla.
4. Osservatore profondo della natura di ogni cosa e del
movente delle azioni umane, Platone non perde mai l’opportu­
nità, in tutta l’esposizione che forma il codice della sua Re­
pubblica, di infondere nei nostri animi l’amore per la giustizia,
senza la quale non potrebbe esistere non solo lo Stato, ma
nemmeno la più piccola comunità di uomini, o addirittura reg­
gersi la più modesta famiglia3. 5. Giudicò dunque che il mezzo
pectoribus inoculandum nihil aeque patrocinaturum uidit
quam si fructus eius non uideretur cum uita hominis termina­
ri. Hunc uero superstitem durare post hominem qui poterat
ostendi nisi prius de animae immortalitate constaret? Fide
autem facta perpetuitatis animarum consequens esse anima-
duertit ut certa illis loca nexu corporis absolutis pro contem­
platu probi improbiue meriti deputata sint. 6 . Sic in Phaedone
inexpugnabilium luce rationum anima in ueram dignitatem
propriae immortalitatis adserta sequitur distinctio locorum
quae hanc uitam relinquentibus ea lege debentur quam sibi
quisque uiuendo sanxerunt. Sic in Gorgia post peractam pro
iustitia disputationem de habitu post corpus animarum morali
grauitate Socraticae dulcedinis admonemur. 7 . Idem igitur
obseruanter secutus est in illis praecipue uoluminibus quibus
statum rei publicae formandum recepit. Nam postquam prin­
cipatum iustitiae dedit docuitque animam post animal non
perire, per illam demum fabulam — sic enim quidam uocant
— quo anima post corpus euadat uel unde ad corpus ueniat in
fine operis adseruit ut iustitiae uel cultae praemium uel spretae
poenam animis quippe immortalibus subiturisque iudicium
seruari doceret.
8 . Hunc ordinem Tullius non minore iudicio reseruans
quam ingenio repertus est: postquam in omni rei publicae otio
ac negotio palmam iustitiae disputando dedit, sacras immorta­
lium animarum sedes et caelestium arcana regionum in ipso
consummati operis fastigio locauit indicans quo his peruenien-
dum uel potius reuertendum sit qui rem publicam cum pru­
dentia iustitia fortitudine ac moderatione tractauerint.
9. Sed ille Platonicus secretorum relator Er quidam nomine
fuit, natione Pamphylus, miles officio, qui cum uulneribus in
proelio acceptis uitam effudisse uisus duodecimo demum die
più efficace d’ispirarci nei petti questa inclinazione verso il giu­
sto fosse di persuaderci che i frutti della giustizia non hanno
termine con la vita umana. Ma chi era in grado di mostrare che
questo frutto sopravvive all’uomo, se non ci si fosse prima di
tutto resi conto dell’immortalità deH’anima? Una volta stabili­
ta l’eternità delle anime, Platone dovette assegnare, di conse­
guenza, delle dimore particolari alle anime liberate dai legami
del corpo, in ragione dei loro meriti o demeriti. 6 . Così, nel
Fedone, dopo avere dimostrato, alla luce di ragioni inconfuta­
bili, i diritti dell’anima al conseguimento dell’immortalità,
distingue le dimore, che saranno irrevocabilmente assegnate a
coloro che lasciano quest’esistenza, in funzione della legge che
ciascun individuo, secondo il modo in cui avrà vissuto, ha san­
cito per s é 4. Ancora del pari, nel Gorgia, dopo una dissertazio­
ne in favore della giustizia, prende a prestito la morale dolce e
grave di Socrate per esporci lo stato delle anime che hanno
lasciato il corpo 5. 7. Questo modo di procedere, che adotta
costantemente, si fa particolarmente notare in quei libri dedi­
cati all’organizzazione della repubblica. Comincia col dare alla
giustizia il primato tra le virtù, poi insegna che l’anima non
perisce con l’essere animato; poi, grazie a questo mito — è l’e­
spressione che adoperano certe persone — , determina, alla
fine del suo trattato i luoghi dove si reca l’anima dopo essere
uscita dal corpo e da dove venga quando viene ad abitarlo. Tali
sono i suoi mezzi per persuaderci che le nostre anime immor­
tali saranno giudicate, quindi ricompensate o punite, secondo
il nostro rispetto o il nostro disprezzo per la giustizia.
8. Cicerone, conservando quest’ordine, mostra un discerni­
mento non inferiore al genio, stabilendo dapprima, con una
ponderata discussione, che alla giustizia spetta la palma della
virtù, in ogni affare pubblico o privato dello Stato 6; poi collo­
ca nel punto culminante della sua opera che ha terminato 7 lo
sviluppo sulle sacre dimore delle anime immortali e sui miste­
ri delle regioni celesti, dove devono recarsi, o meglio ritornare,
le anime di coloro che hanno amministrato con prudenza, giù-
stizia, fortezza e temperanza 8.
9. Ma in Platone colui che racconta questi segreti è un uo-
mo di nome Er, pamfilo d’origine 9, soldato di mestiere; lascia­
to come morto in seguito alle ferite ricevute in combattimento,
inter ceteros una peremptos ultimo esset honorandus igne,
subito seu recepta anima seu retenta quicquid emensis inter
utramque uitam diebus egerat uideratue tamquam publicum
professus indicium humano generi enuntiauit. Hanc fabulam
Cicero licet ab indoctis quasi ipse ueri conscius doleat irrisam,
exemplum tamen stolidae reprehensionis uitans excitari narra­
turum quam reuiuiscere maluit.

2 . 1. Ac priusquam somnii uerba consulimus, enodandum


nobis est a quo genere hominum Tullius memoret uel irrisam
Platonis fabulam uel ne sibi idem eueniat non uereri. Nec enim
his uerbis uult inperitum uulgus intellegi sed genus hominum
ueri ignarum sub peritiae ostentatione quippe quos et legisse
talia et ad reprehendendum animatos constaret. 2. Dicemus
igitur et quos in tantum philosophum referat quandam censu­
rae exercuisse leuitatem, quisue eorum etiam scriptam relique­
rit accusationem et postremo quid pro ea dumtaxat parte quae
huic operi necessaria est responderi conueniat obiectis.
Quibus, quod factu facile est, eneruatis iam quicquid uel con­
tra Ciceronis opinionem etiam in Scipionis somnium seu iacu-
latus est umquam morsus liuoris seu forte iaculabitur dissolu­
tum erit.
3. Epicureorum tota factio aequo semper errore a uero
deuia et illa semper aestimans ridenda quae nesciat, sacrum
uolumen et augustissima irrisit naturae seria. Colotes uero,
inter Epicuri auditores loquacitate notabilior, etiam in librum
retulit quae de hoc amarius cauillatus est. Sed cetera quae iniu-
ria notauit — si quidem ad somnium de quo hic procedit
sermo non attinent — hoc loco nobis omittenda sunt: illam
calumniam persequemur quae nisi supplodetur manebit
Ciceroni cum Platone communis. 4. Ait a philosopho fabulam
nell’istante stesso in cui il suo corpo, disteso da dodici giorni 10
sul campo di battaglia, stava per ricevere gli ultimi onori della
pira, insieme a tutti gli altri suoi compagni con lui periti, all’im-
prowiso ricevette di nuovo o riprese la vita; e, come un araldo
incaricato di un rapporto ufficiale, riferì al genere umano tutto
quello che aveva fatto e veduto nei giorni trascorsi tra l’una e
l’altra esistenza. Ma Cicerone, che si duole nel vedere degli
ignoranti volgere in ridicolo questo mito 11 — consapevole,
però, della realtà delle cose — , non osò tuttavia consentir loro
stupidi commenti e preferì far risvegliare il suo narratore piut­
tosto che farlo resuscitare.

2. 1. Prima di commentare i termini del Sogno, dobbiamo


far conoscere la categoria di uomini che Cicerone segnala
come dileggiatori della finzione di Platone, e di cui non teme
per sé i medesimi sarcasmi. Infatti, con queste parole, egli non
ha in mente il volgo ignorante, bensì quel tipo di uomini che
non sono meno lontani della strada del vero, pur ostentando
competenza, in quanto risulta che hanno letto tali cose e sono
intenzionati a farne una critica spietata.
2. Diremo dunque chi, secondo Cicerone, abbia osato, con
superficialità, censurare un così grande filosofo, e chi, fra essi,
abbia lasciato anche per iscritto le sue critiche; infine diremo a
quali delle loro obiezioni occorre rispondere, essendo necessa­
rio confutarle anche nell’interesse solo di questo nostro lavoro.
Smantellate queste obiezioni — e lo saranno senza fatica — ,
tutto il veleno lanciato dall’invidia e quello che potrebbe anco­
ra scagliarsi, in contrasto con l’opinione di Cicerone 12, avrà
perso ogni sua efficacia.
3. La setta intera degli Epicurei, sempre costante nel suo
errore, allontanandosi dalla verità e prendendo come proprio
compito quello di ridicolizzare ciò che è sopra la sua portata,
si è beffata di un libro sacro e delle serie e maestosissime real­
tà della natura. 13 Colote 14 poi, il conversatore più brillante tra
i discepoli di Epicuro, ha lasciato in un libro un’aspra critica di
quest’opera. Devo qui tralasciare di confutare i suoi malevoli
cavilli, dato che il Sogno di Scipione non vi è interessato, ma
respingerò la calunnia, che se non verrà soffocata, essendo
diretta a Platone, raggiungerebbe Cicerone. 4. Sostiene Colote
non oportuisse confingi quoniam nullum figmenti genus ueri
professoribus conueniret. «Cur enim, inquit, si rerum caele­
stium notionem, si abitum nos animarum docere uoluisti, non
simplici et absoluta hoc insinuatione curatum est sed quaesita
persona casusque excogitata nouitas et composita aduocati
scaena figmenti ipsam quaerendi ueri ianuam mendacio pol­
luerunt?» 5. Haec quoniam, dum de Platonico Ere iactantur,
etiam quietem Africani nostri somniantis accusant — utraque
enim sub adposito argumento electa persona est quae accom­
moda enuntiandis haberetur — , resistamus urgenti et frustra
arguens refellatur, ut una calumnia dissoluta utriusque factum
incolumem, ut fas est, retineat dignitatem.
6 . Nec omnibus fabulis philosophia repugnat, nec omnibus
adquiescit; et ut facile secerni possit quae ex his a se abdicet ac
uelut profana ab ipso uestibulo sacrae disputationis excludat,
quae uero etiam saepe ac libenter admittat, diuisionum gradi­
bus explicandum est.
7. Fabulae, quarum nomen indicat falsi professionem, aut
tantum conciliandae auribus uoluptatis aut adhortationis quo­
que in bonam frugem gratia repertae sunt. 8 . Auditum mulcent
uel comoediae, quales Menander eiusue imitatores agendas
dederunt, uel argumenta fictis casibus amatorum referta, qui­
bus uel multum se Arbiter exercuit uel Apuleium non num-
quam lusisse miramur. Hoc totum fabularum genus quod solas
aurium delicias profitetur, e sacrario suo in nutricum cunas
sapientiae tractatus eliminat. 9, Ex his autem quae ad quandam
uirtutum speciem intellectum legentis hortantur fit secunda
discretio. In quibusdam enim et argumentum ex ficto locatur
et per mendacia ipse relationis ordo contexitur, ut sunt illae
Aesopi fabulae elegantia fictionis illustres, at in aliis argumen­
tum quidem fundatur ueri soliditate, sed haec ipsa ueritas per
quaedam composita et ficta profertur, et hoc iam uocatur nar-
che un filosofo deve vietarsi ogni specie di mito, perché non c ’è
nessun tipo d’invenzione che si addica a chi professa la verità.
«Perché infatti» aggiunge «se volevi darci una nozione dei
fenomeni celesti e rivelarci la natura dell’anima, non hai ado­
perato un’affermazione semplice e diretta? Perché escogitare
un personaggio, inventare una situazione straordinaria, la
messa in scena di una finzione presa da chissà dove, hanno
insozzato con la menzogna la porta stessa del tempio della veri­
tà?» 15 5. Poiché tali rimproveri, che hanno di mira l’Er di Pla­
tone, accusano nello stesso tempo il sognatore di Cicerone,
l’Africano, — entrambi, infatti, sono personaggi inseriti in una
trama adatta per enunciare una dottrina — , facciamo dunque
fronte all’assalto del nemico e respingiamo le sue vane argo­
mentazioni: ridurre al nulla d’un sol colpo la calunnia e rende­
re incolume una di queste invenzioni, restituirà entrambi i rac­
conti alla dignità che essi meritano.
6 . Vi sono miti che la filosofia rigetta, altri che accoglie.
Classificandoli nell’ordine che conviene loro, potremo più
comodamente distinguere quelli che esclude come cose profa­
ne dal vestibolo stesso dei venerabili soggetti di cui si occupa e
quelli che ammette spesso e volentieri16.
7. La favola, che è una falsità convenuta, come indica il suo
nome 17, fu inventata o per affascinare solamente i nostri orec­
chi o per esortarci al bene. 8 . Deliziano le orecchie degli ascol­
tatori, ad esempio, le commedie che Menandro e i suoi imita­
tori fecero rappresentare, cosi come quelle avventure romanze­
sche piene di vicende d’innamorati, su cui si è molto esercita­
to Petronio Arbitro e con cui talvolta si divertì, come leggiamo
stupiti, Apuleio 18. Tutte le finzioni di questo genere, il cui solo
scopo è dilettare chi le ascolta, sono bandite dal santuario della
filosofia e lasciate alle culle delle nutrici. 9. Invece di quelle che
offrono all’intelligenza del lettore una qualche immagine di
virtù, occorre farne due suddivisioni. Nella prima, metteremo
le favole in cui, oltre l’argomento che è immaginario, anche lo
sviluppo della narrazione è intessuto di menzogne: tali sono
quelle di Esopo, famose per l’eleganza dell’invenzione 19. Nella
seconda, porremo quelle il cui soggetto è fondato su una veri­
dica e solida base, anche se questa verità tuttavia si mostra
sotto una forma abbellita dall’immaginazione ed è perciò chia-
ratio fabulosa, non fabula, ut sunt cerimoniarum sacra, ut H e­
siodi et Orphei quae de deorum progenie actuue narrantur, ut
mystica Pythagoreorum sensa referuntur. 10. Ergo ex hac
secunda diuisione quam diximus, a philosophiae libris prior
species, quae concepta de falso per falsum narratur, aliena est.
Sequens in aliam rursum discretionem scissa diuiditur: nam
cum ueritas argumento subest solaque fit narratio fabulosa,
non unus repperitur modus per figmentum uera referendi. 1 1 .
Aut enim contextio narrationis per turpia et indigna numini­
bus ac monstro similia componitur, ut di adulteri, Saturnus
pudenda Caeli patris abscindens et ipse rursus a filio regno
potito in uincla coniectus — quod genus totum philosophi
nescire malunt — ; aut sacrarum rerum notio sub pio figmento­
rum uelamine honestis et tecta rebus et uestita nominibus
enuntiatur. Et hoc est solum figmenti genus quod cautio de
diuinis rebus philosophantis admittit. 12. Cum igitur nullam
disputationi pariat iniuriam uel Er index uel somnians Afri­
canus, sed rerum sacrarum enuntiatio integra sui dignitate his
sit tecta nominibus, accusator tandem edoctus a fabulis fabu­
losa secernere conquiescat.
13. Sciendum est tamen non in omnem disputationem phi­
losophos admittere fabulosa uel licita, sed his uti solent cum
uel de anima uel de aeriis aetheriisue potestatibus uel de cete­
ris dis locuntur. 14. Ceterum cum ad summum et principem
omnium deum, qui apud Graecos Tàya0òv, qui irpcòTov
aiT iov nuncupatur, tractatus se audet attollere, uel ad men­
tem, quem Graeci vouv appelant, originales rerum species,
quae 18éai dictae sunt, continentem, ex summo natam et pro­
fectam deo, cum de his inquam locuntur summo deo et mente,
nihil fabulosum penitus attingunt; sed, si quid de his adsigna-
mata racconto mitico e non favola: tra questi scritti collochere­
mo, ad esempio, i rituali sacri dei misteri, quello che Esiodo e
Orfeo narrano sulla genealogia e le imprese degli dèi o le arca­
ne massime dei Pitagorici20. 10. Di questa seconda divisione di
cui abbiamo detto, la prima specie, cioè le favole, quelle il cui
fondo non è meno immaginario della narrazione, è sconvenien­
te ai trattati di filosofia.
La seconda categoria vuole essere suddivisa ancora per con­
sentire un’ulteriore distinzione: infatti, quando la verità è alla
base di un soggetto e il solo sviluppo narrativo è favoloso, non
si riscontra un unico modo di esprimere la verità attraverso la
finzione. 11. Lo sviluppo del racconto può essere composto di
un tessuto d’azioni turpi e indegne degli dèi, di cose simili al
mostruoso, come quelle che ci rappresentano gli dèi adulteri,
Saturno che priva suo padre Cielo delle pudenda e lui stesso, a
sua volta, detronizzato e messo ai ferri da suo figlio — un gene­
re di cose che i filosofi preferiscono ignorare totalmente21. O p­
pure la nozione delle cose sacre può essere coperta da un casto
velo di invenzioni, protette e rivestite da nomi e fatti che non
fanno arrossire: è l’unico genere di invenzioni che la prudenza
permette al filosofo, quando si tratta di cose divine. 12. Ora, il
rivelatore Er e il sognatore Scipione, i cui nomi garantiscono,
anzi, un’intatta dignità nell’esposizione di dottrine sacre, non
offendono per niente l’argomento in discussione; così, l ’accu­
satore, che adesso deve aver imparato a distinguere tra favola
ed elemento mitico, deve soltanto starsene zitto.
13. E bene tuttavia sapere che i filosofi non ammettono
indistintamente in tutti gli argomenti l’elemento mitico, per
quanto esso sia lecito. E loro costume servirsene solamente in
quelli dove si tratta dell’Anima, delle potenze celesti o eteree e
di tutti gli altri d èi22. 14. Quando però, prendendo un volo più
ardito, si alzano fino alla divinità somma, sovrana universale,
chiamata dai Greci TàyaQòv [il Bene] e Ttpcorov a m o v [la
Causa Prima] 23, oppure all’intelletto, detto dai Greci vou$ 24,
che comprende in sé le forme originarie delle cose, dette iSéai
[Idee], Intelletto che è nato e proviene dalla divinità somma,
allora, come dicevo, quando parlano di questi argomenti, il
Dio Supremo e l’intelletto, evitano la benché minima finzione
e il loro genio, che si sforza di darci alcuni ragguagli su esseri
re conantur quae non sermonem tantummodo, sed cogitatio­
nem quoque humanam superant, ad similitudines et exempla
confugiunt. 15. Sic Plato cum de x à y a S cò loqui esset anima­
tus, dicere quid sit non ausus est, hoc solum de eo sciens, quod
sciri quale sit ab homine non possit, solum uero ei simillimum
de uisibilibus solem repperit, et per eius similitudinem uiam
sermoni suo attollendi se ad non comprehendenda patefecit.
16. Ideo et nullum eius simulacrum, cum dis aliis constitueren­
tur, finxit antiquitas, quia summus deus nataque ex eo mens,
sicut ultra animam, ita supra naturam sunt, quo nihil fas est de
fabulis peruenire.
17. De dis autem, ut dixi, ceteris et de anima non frustra se
nec ut oblectent ad fabulosa conuertunt, sed quia sciunt inimi­
cam esse naturae apertam nudamque expositionem sui, quae,
sicut uulgaribus hominum sensibus intellectum sui uario
rerum tegmine operimentoque subtraxit, ita a prudentibus
arcana sua uoluit per fabulosa tractari. 18. Sic ipsa mysteria
figurarum cuniculis operiuntur ne uel haec adeptis nudam
rerum talium se natura praebeat, sed, summatibus tantum uiris
sapientia interprete ueri arcani consciis, contenti sint reliqui ad
uenerationem figuris defendentibus a uilitate secretum. 19.
Numenio denique inter philosophos occultorum curiosiori
offensam numinum, quod Eleusinia sacra interpretando uul-
gauerit, somnia prodiderunt, uiso sibi ipsas Eleusinias deas
habitu meretricio ante apertum lupanar uidere prostantes, ad-
mirantique et causas non conuenientis numinibus turpitudinis
consulenti respondisse iratas ab ipso se de adyto pudicitiae
che la parola non può descrivere e che la stessa intelligenza
umana non può afferrare, è obbligato a ricorrere a immagini e
similitudini. 15. Questo è ciò che fa Platone: quando, trascina­
to dal suo argomento, vuole parlare del TàyocOòv, non osando
definirlo, si accontenta di dire che tutto ciò che sa di esso è sol­
tanto che è impossibile per l’uomo conoscere la sua essenza; e,
non trovando immagine più vicina di questo essere invisibile
del sole che illumina il mondo visibile 25, si servì di questa simi­
litudine per spiccare il volo verso le regioni più inaccessibili
della metafisica.
16. Gli antichi per questo non assegnarono alcun simulacro
ad esso, al contrario di quanto si faceva per gli altri dèi, dal mo­
mento che il dio supremo e l’intelletto nato da esso sono so­
stanze oltre l’anima e, di conseguenza, al di sopra della natu­
ra26: è perciò un sacrilegio awicinarvisi partendo dalla finzione.
17. Del resto, come stavo dicendo, quando si tratta
dell’Anima e degli altri dèi in sottordine, i filosofi ricorrono ad
elementi mitici non senza motivo, né coll’intenzione di diver­
tirsi, ma lo fanno sapendo bene che la natura detesta essere
esposta senza veli e nuda a tutti gli sguardi e che non solo essa
ama travestirsi con vari veli e coperture di cose per sfuggire ai
rozzi occhi degli uomini comuni, ma allo stesso modo esige dai
saggi che si occupino dei suoi segreti attraverso narrazioni sim­
boliche. 18. Ecco perché gli stessi misteri sono protetti dai
segreti meandri dei simboli, affinché neppure agli iniziati si
offra tutta nuda la natura di queste cose, ma affinché solo agli
uomini eminenti, in virtù dell’interpretazione fornita dalla
sapienza, possano giungere a conoscere l’arcano della verità,
mentre gli altri uomini devono accontentarsi di tributarle vene­
razione, perché le figure simboliche impediscono che il segre­
to possa diffondersi tra il volgo 27. 19. Si racconta a questo pro­
posito che Numenio 28, tra i filosofi uno dei più ardenti inve­
stigatori dell’esoterismo, si vide rimproverato in sogno di aver
offeso le divinità, avendo divulgato l’interpretazione dei miste­
ri eleusini. Sembrò al filosofo di vedere le stesse dee onorate ad
Eieusi rivestite dell’abito delle meretrici che si prostituivano
sulla soglia di un lupanare. Stupito, dopo aver chiesto loro la
ragione di un avvilimento così poco adatto alla loro divinità, si
sentì rispondere da esse, corrucciate, che lui stesso le aveva
suae ui abstractas et passim adeuntibus prostitutas. 2 0 . Adeo
semper ita se et sciri et coli numina maluerunt qualiter in uul-
gus antiquitas fabulata est, quae et imagines et simulacra for­
marum talium prorsus alienis, et aetates tam incrementi quam
diminutionis ignaris, et amictus ornatusque uarios corpus non
habentibus adsignauit. 2 1 . Secundum haec Pythagoras ipse
atque Empedocles, Parmenides quoque et Heraclitus de dis
fabulati sunt, nec secus Timaeus qui progenies eorum sicut tra­
ditum fuerat exsecutus est.

3 . 1 . His praelibatis antequam ipsa somnii uerba tractemus,


prius quot somniandi modos obseruatio deprehenderit, cum
licentiam figurarum quae passim quiescentibus ingeruntur sub
definitionem ac regulam uetustas mitteret, edisseramus, ut cui
eorum generi somnium quo de agimus adplicandum sit innote­
scat. 2 . Omnium quae uidere sibi dormientes uidentur quin­
que sunt principales et diuersitates et nomina. Aut enim est
òveipog secundum Graecos quod Latini somnium uocant, aut
est o p a jja quod uisio recte appellatur, aut est xpill-iocTicmos
quod oraculum nuncupatur, aut est èvùttviov quod insom­
nium dicitur, aut est cpavTaona quod Cicero quotiens opus
hoc nomine fuit uisum uocauit.
3. Vltima e x his duo cum uidentur, cura interpretationis
indigna sunt quia nihil diuinationis adportant, èvùttviov dico
et {pavxaotia.
4. Est enim èvùmnov quotiens cura oppressi animi corpo-
risue siue fortunae, qualis uigilantem fatigauerat, talem se inge­
rit dormienti: animi si amator deliciis suis aut fruentem se
uideat aut carentem, si metuens quis imminentem sibi uel insi­
diis uel potestate personam aut incurrisse hanc ex imagine
cogitationum suarum aut effugisse uideatur; corporis, si teme­
to ingurgitatus aut distentus cibo uel abundantia praefocari se
aestimet uel grauantibus exonerari, aut contra si esuriens
cibum aut potum sitiens desiderare quaerere uel etiam inuenis-
strappate dal santuario della loro pudicizia e le aveva prostitui­
te come donne pubbliche. 2 0 . Tanto è vero che le divinità
hanno sempre preferito essere conosciute e onorate sotto quel­
le forme che gli antichi avevano dato loro per rivelarle al volgo.
E per questa ragione che si prestarono immagini e simulacri di
forme ad esseri del tutto estranei a tali forme, ed età a chi non
conosceva né crescita né vecchiaia, e ricche vesti e ornamenti a
chi non aveva corpo. 2 1 . Sono su queste prime nozioni che
Pitagora ed Empedocle, Parmenide ed Eraclito hanno trattato
in forma mitica gli dèi e neppure Timeo, nella sua teogonia, si
è scostato da questa tradizione 29,

3. 1. Dopo questi preliminari, prima di passare all’analisi


del testo del Sogno, esponiamo la definizione dei vari generi di
sogni riconosciuti dall’Antichità, che ha posto regole e metodi
per interpretare tutte queste figure bizzarre e confuse che
vediamo dormendo. In questo modo ci sarà poi facile stabilire
in quale genere vada classificato il sogno che esaminiamo. 2 .
Tutto quello che ci sembra di vedere nel sonno, può essere
sistemato sotto cinque gruppi fondamentali, differenti per
genere e nom i30. Può trattarsi infatti di òveipos, come dicono
i Greci e che i Latini chiamano somnium [sogno], di òpa(ja
che può essere ben tradotto con visio [visione], di XP^W0 -
Tiopóg, ossia di oraculum [oracolo]; di èvùttviov, ossia di
insomnium {visione interna al sogno]; di cpàvTaoua che
Cicerone, ogni qual volta si trovò ad usare questo termine, tra­
dusse con visum [apparizione] 31.
3. I due ultimi generi, ossia I’èvùttviov e il <pàvTOcana,
quando si manifestano, non meritano di essere spiegati, perché
non si prestano alla divinazione.
4. L’évùttviov ha luogo, infatti, quando proviamo, dormen­
do, le stesse opprimenti ansie d’origine psichica, fisica ed ester­
na che ci assillano essendo svegli. Lo spirito è agitato nell’a­
mante che sogna di godere o di essere privato dell’oggetto
amato e anche in colui che, temendo le insidie o il potere di un
nemico, s’immagina sognando di incontrarlo inaspettatamente
o di sfuggire al suo inseguimento. Il corpo è agitato nell’uomo
che ha ecceduto nel vino o si è rimpinzato di cibo 32, quando
crede di provare dei soffocamenti o di sbarazzarsi di un fardel-
se uideatur; fortunae, cum se quis aestimat uel potentia uel
magistratu aut augeri pro desiderio aut exui pro timore. 5.
Haec et his similia, quoniam ex habitu mentis quietem sicut
praeuenerant ita et turbauerant dormientis, una cum somno
auolant et pariter euanescunt. Hinc et insomnio nomen est,
non quia per somnum uidetur — hoc enim est huic generi
commune cum ceteris — , sed quia in ipso somnio tantummo­
do esse creditur dum uidetur, post somnium nullam sui utilita­
tem uel significationem relinquit.
6. Falsa esse insomnia nec M aro tacuit:
sed falsa ad caelum mittunt insomnia manes,
caelum hic uiuorum regionem uocans quia sicut di nobis ita
nos defunctis superi habemur. Amorem quoque describens,
cuius curam semper secuntur insomnia, ait:
haerent infixi pectore uultus
uerbaque nec placidam membris dat cura quietem,
et post haec
Anna soror quae me suspensam insomnia terrent?
7. Oarimxana uero hoc est uisum, cum inter uigiliam et
adultam quietem in quadam, ut aiunt, prima somni nebula
adhuc se uigilare aestimans, qui dormire uix coepit, aspicere
uidetur irruentes in se uel passim uagantes formas a natura seu
magnitudine seu specie discrepantes uariasque tempestates
lo incomodo, o, al contrario, ha provato la fame o la sete e s’im­
magina di desiderare e di cercare cibo e bevande e anche di
trovare il mezzo per soddisfare i suoi bisogni. Si è turbati rela­
tivamente alle fortune esterne, quando, desiderando onori e
dignità, sogniamo che le nostre speranze si realizzino o che le
nostre paure di perderli si verifichino 33. 5. Questi tipi di agita­
zioni e altre simili, poiché derivano da uno stato della mente
che aveva preceduto e quindi turbato il riposo del dormiente,
spariscono con il sonno e svaniscono insieme ad esso. Donde il
nome d'insomnium e questo non è perché si veda qualcosa nel
sogno in un modo più particolare delle altre categorie enuncia­
te sopra, ma perché vi si dà credito soltanto per il tempo in cui
agisce su di noi: finito il sogno, esso non lascia alcuna traccia
d’interesse o di significato.
6 . La falsità di questo genere di sogni non è stata taciuta
neanche da Virgilio:
sed falsa ad caelum mittunt insommia manes,
[E di qui falsi sogni mandano i Mani su al c ie lo ]34

chiamando, qui, cielo la regione dei viventi, il poeta intende


che come gli dèi stanno sopra di noi, noi siamo sopra i defun­
ti. Anche quando descrive l’amore e le sue inquietudini sempre
seguite da insomnia, cioè da questi sogni, si esprime così:
haerent infixi pectore vultus
verbaque, nec placidam membris dat cura quietem,
[è fitto in cuore quel volto,
La voce: placido sonno non dà alle membra 0 tormento] 35

e in seguito:
Anna soror,
quae me suspensam insomnia terrent
[Anna, sorella,
Quali sogni mi han dato ansia e sgom ento!] 36

7. In quanto al 9 ÓVTaana, cioè l’«apparizione» 37, esso si


verifica in quegli istanti tra veglia e sonno profondo, nel
momento in cui, come si dice, si sta per cedere all’influenza dei
primi vapori soporiferi, quando il dormiente, che pensa di esse­
re ancora sveglio mentre invece ha appena cominciato a dormi­
re, si crede assalito da figure fantastiche le cui le forme e gran­
dezza non hanno niente d’analogo in natura o le vede errare qua
rerum uel laetas uel turbulentas. In hoc genere est etticiAtes ,
quem publica persuasio quiescentes opinatur inuadere et pon­
dere suo pressos ac sentientes grauare.
8 . His duobus modis ad nullam noscendi futuri opem
receptis, tribus ceteris in ingenium diuinationis instruimur.
Et est oraculum quidem cum in somnis parens uel alia sanc­
ta grauisue persona seu sacerdos uel etiam deus aperte euentu-
rum quid aut non euenturum, faciendum uitandumue denun­
tiat.
9. Visio est autem cum id quis uidet quod eodem modo quo
apparuerat eueniet. Amicum peregre commorantem quem non
cogitabat uisus sibi est reuersum uidere, et procedenti obuius
quem uiderat uenit in amplexus. Depositum in quiete suscepit
et matutinus ei precator occurrit mandans pecuniae tutelam et
fidae custodiae celanda committens.
10. Somnium proprie uocatur quod tegit figuris et uelat
ambagibus non nisi interpretatione intellegendam significatio­
nem rei quae demonstratur, quod quale sit non a nobis expo­
nendum est, cum hoc unus quisque ex usu quid sit agnoscat.
Huius quinque sunt species: aut enim proprium aut alienum
aut commune aut publicum aut generale est. 1 1 . Proprium est,
cum se quis facientem patientemue aliquid somniat, alienum
cum alium, commune cum se una cum alio; publicum est, cum
ciuitati foroue uel theatro seu quibuslibet publicis moenibus
actibusue triste uel laetum quid aestimat accidisse; generale
est, cum circa solis orbem lunaremue globum seu alia sidera
uel caelum omnesue terras aliquid somniat innouatum.
12. Hoc ergo quod Scipio uidisse se retulit et tria illa quae
sola probabilia sunt genera principalitatis amplectitur, et
e là intorno a sé, sotto situazioni diverse, ora liete ora turbolen­
te. L’ÉTnàÀTES [incubo] appartiene a questa categoria. Il volgo
è persuaso che s’impossessi di coloro che dormono e che gravi
col suo peso su di essi prostrandoli e facendoli soffrire 3S.
8 . Abbiamo detto che questi due generi di sogno non pos­
sono aiutarci a conoscere il futuro, ma gli altri tre ci offrono i
mezzi divinatori.
L'oracolo, in effetti, si manifesta quando ci appare durante
il sonno un parente o un personaggio venerabile ed importan­
te, come un sacerdote o una divinità stessa, per informarci di
ciò che ci accadrà o non ci accadrà e di ciò che dobbiamo fare
o dobbiamo evitare.
9. La visione ha luogo, quando le persone o le cose che
vedremo in realtà più tardi si sognano come saranno allora. Ho
un amico in viaggio in un paese straniero e al quale non penso
affatto; una visione me lo mostra di ritorno ed ecco che men­
tre passeggio sono davanti a lui che avevo visto in sogno e
cadiamo nelle braccia l’uno dell’altro. Mi sembra in sogno che
mi si affidi una somma in deposito ed ecco che la mattina una
persona viene a pregarmi di essere davvero depositario di una
somma di denaro che mette sotto la segreta salvaguardia della
mia lealtà 39.
1 0 . Il sogno propriamente detto nasconde ciò che ci comu­
nica sotto uno stile simbolico e velato di enigmi il cui significa­
to in comprensibile esige il soccorso dell’interpretazione 40.
Non ne definiremo le sue caratteristiche, perché non c’è nessu­
no che non le conosca per esperienza. Si suddivide in cinque
tipi, perché un sogno può essere particolare, estraneo, comune,
pubblico e universale. 1 1 . E personale, quando il sognatore si
vede mentre sta agendo o subendo; estraneo quando è un altro
a compiere o subire un’azione; comune, quando gli sembra che
altri condividano la sua stessa situazione; pubblico, quando
una città, il foro, il suo teatro, o qualche altra parte della sua
cinta o del suo territorio, ci sembrano essere il luogo della scena
di una disgrazia o di un lieto evento; è universale quando si
sogna qualcosa di nuovo che riguarda la sfera del sole o il globo
lunare, o altri corpi celesti o il cielo o tutta la Terra 41.
12. Ora, il sogno raccontato da Scipione comprende i soli
tre tipi di sognare da cui si possano trarre conseguenze proba'
omnes ipsius somnii species attingit. Est enim oraculum quia
Paulus et Africanus uterque parens, sancti grauesque ambo
nec alieni a sacerdotio, quid illi euenturum esset denuntiaue-
runt. Est uisio, quia loca ipsa in quibus post corpus uel qualis
futurus esset aspexit. Est somnium quia rerum quae illi narra­
tae sunt altitudo, tecta profunditate prudentiae, non potest
nobis nisi scientia interpretationis aperiri.
13. Ad ipsius quoque somnii species omnes refertur: est
proprium, quod ad supera ipse perductus est et de se futura
cognouit; est alienum, quod quem statum aliorum animae sor­
titae sint deprehendit; commune, quod eadem loca tam sibi
quam ceteris eiusdem meriti didicit praeparari; publicum,
quod uictoriam patriae et Carthaginis interitum et Capito­
linum triumphum ac sollicitudinem futurae seditionis agnouit;
generale, quod caelum caelique circulos conuersionisque con­
centum, uiuo adhuc homini noua et incognita, stellarum etiam
ac luminum motus terraeque omnis situm suspiciendo uel
despiciendo concepit.
14. Nec dici potest non aptum fuisse Scipionis personae
somnium quod et generale esset et publicum quia necdum illi
contigisset amplissimus magistratus, immo cum adhuc, ut ipse
dicit paene miles haberetur. Aiunt enim non habenda pro ueris
de statu duitatis somnia nisi quae rector eius magistratusue
uidisset, aut quae de plebe non unus sed multi similia somnias-
sent. 15. Ideo apud Homerum, cum in concilio Graecorum
Agamemnon somnium quod de instruendo proelio uiderat
publicaret, Nestor, qui non minus ipse prudentia quam omnis
iuuenta uiribus iuuit exercitum, concilians fidem relatis: «De
bili e, inoltre, è in relazione con tutte le cinque specie del sogno
propriamente detto. C ’è Yoracolo, poiché suo padre, Emilio
Paolo, e il suo avo, l’Africano, entrambi genitori di Scipione,
ambedue personaggi autorevoli e venerabili, tutti e due investi­
ti del sacerdozio 42, informano PEmiliano di ciò che gli acca­
drà. Vi si trova la visione, poiché gode della vista dei luoghi
stessi in cui dimorerà dopo aver lasciato il suo corpo e di quel­
la che sarà la sua condizione. C ’è il sogno, poiché l’altezza delle
cose narrate, protetta dalla profondità della prudenza, non ci
può essere svelata, senza la scienza dell’interpretazione.
13. In questo stesso sogno, inoltre, si trovano comprese le
cinque specie di cui abbiamo appena parlato. E personale, per­
ché il giovane Scipione è stato di persona trasportato nelle
regioni superiori e ha conosciuto il suo avvenire; è estraneo,
perché osserva la condizione delle anime di altri che non sono
più; è comune, perché apprende che i medesimi luoghi sono
destinati a lui così come ad altri di ugual merito; pubblico, poi­
ché la vittoria della patria e la distruzione di Cartagine sono
predette a Scipione, così come il suo trionfo in Campidoglio e
la sedizione successiva che gli causerà tante inquietudini 43 ;
universale, poiché il sognatore, sia alzando sia abbassando il
suo sguardo, comprese il cielo, le sfere e l’armonia della loro
rotazione — cose nuove e ignote ad un uomo ancora vivo — e
anche il moto delle stelle e dei luminari e la geografia della
Terra intera.
14. Non ci si obietterà che il sogno, essendo pubblico e uni­
versale, non possa convenire alla persona di Scipione, con il
pretesto che non aveva ancora rivestito la principale magistra­
tura e che, anzi, come egli stesso riferisce, il suo grado lo distin­
gueva appena da un semplice soldato 44. E vero che, secondo
l’opinione comune, non si possono considerare autorevoli quei
sogni, in rapporto alla condizione politica, se non quando sono
stati fatti dal capo dello stato o da un magistrato, o ancora
quando i sogni fatti non riguardano un semplice cittadino, ma
sono comuni a un gran numero di cittadini 45. 15. Effettiva­
mente, si legge in Omero che Agamennone avendo reso noto
ai Greci riuniti in consiglio il sogno che gli intimava l’ordine di
attaccare il nemico, Nestore, la cui prudenza non era meno
utile all’esercito della forza fisica dei suoi giovani guerrieri,
statu, inquit, publico credendum regio somnio, quod si alter
uidisset repudiaremus ut futile.» 16. Sed non ab re erat ut
Scipio, etsi necdum adeptus tunc fuerat consulatum nec erat
rector exercitus, Carthaginis somniaret interitum cuius erat
auctor futurus audiretque uictoriam beneficio suo publicam,
uideret etiam secreta naturae, uir non minus philosophia quam
uirtute praecellens.
17. His adsertis, quia superius falsitatis insomniorum Vergi­
lium testem citantes, uersus fecimus mentionem eruti de gemi­
narum somnii descriptione portarum, si quis forte quaerere
uelit cur porta ex ebore falsis et e cornu ueris sit deputata,
instruetur auctore Porphyrio, qui in commentariis suis haec in
eundem locum dicit ab Homero sub eadem diuisione descrip­
tum: 18. «Latet, inquit, omne uerum. Hoc tamen anima cum
ab officiis corporis somno eius paululum libera est, interdum
aspicit, nonnumquam tendit aciem nec tamen peruenit, et,
cum aspicit, tamen non libero et directo lumine uidet, sed inte-
riecto uelamine, quod nexus naturae caligantis obducit.» 19.
Et hoc in natura esse idem Vergilius asserit, dicens:
aspice — namque omnem quae nunc obducta tuenti
mortales hebetat uisus tibi et humida circum
caligat nubem eripiam ...

20. Hoc uelamen cum in quiete ad uerum usque aciem ani­


mae introspicientis admittit, de cornu creditur, cuius ista natu­
ra est ut tenuatum uisui peruium sit; cum autem a uero hebe­
tat ac repellit obtutum, ebur putatur, cuius corpus ita natura
densatum est ut ad quamuis extremitatem tenuitatis erasum
nullo uisu ad ulteriora tendente penetretur.

4. 1 . Tractatis generibus et modis ad quos somnium


Scipionis refertur, nunc ipsam eiusdem somnii mentem ipsum-
presta fede al racconto del re di Micene e dice: «Quando
riguarda la situazione pubblica, un sogno fatto dal re merita
ogni fiducia, ma se lo avesse fatto un altro sarebbe per noi di
poca importanza» 46. 16. Tuttavia si può supporre, senza con'
siderarlo assurdo, che Scipione, anche se non aveva ancora
ottenuto il consolato né era allora a capo dell’esercito, sognas­
se la distruzione di Cartagine di cui, più tardi, sarà artefice e
intendesse parlare della pubblica vittoria di cui Roma gli sarà
un giorno debitrice. Si può supporre anche che un personag­
gio così notevole per il suo sapere quanto per le sue virtù fosse
iniziato, durante il suo sonno, a tutti i segreti della natura.
17. Detto questo, ritorniamo al verso di Virgilio citato pre­
cedentemente a testimonianza dell’opinione del poeta sulla fal-
lacità degli imomnia e che abbiamo tratto dalla sua descrizio­
ne delle due porte che danno origine ai sogni47. Coloro che
fossero curiosi di sapere perché la porta d’avorio è riservata ai
sogni menzogneri e quella di corno ai sogni veritieri, possono
consultare Porfirio. Ecco ciò che dice nel suo Commento sullo
stesso passo di Omero 48 relativo a questa suddivisione: 18.
«Ogni verità si tiene nascosta. Tuttavia l’anima talvolta la intra­
vede, quando il corpo addormentato gli lascia più libertà; qual­
che volta l’anima vi tende lo sguardo, e tuttavia non riesce a
scoprirla, e quand’anche vi riesce, non la vede alla luce libera
e diretta, ma solamente dietro il velo che stende su di essa il
tessuto oscuro della natura» 49. 19. Tale è anche il sentimento
di Virgilio riguardo alla natura quando dice:
Guarda: tutta la nube che ti fascia la vista
E ottunde i tuoi occhi mortali e umida intorno
Vapora un velo di caligine, io toglierò... 50

20. Questo velo che, durante il sonno, lascia penetrare lo


sguardo dell’anima fin dentro la verità, è, si dice, della natura
del corno, materiale che può essere assottigliato fino alla tra­
sparenza; il velo, invece, che impedisce e respinge lo sguardo
verso la verità, si crede che sia della natura dell’avorio, talmen­
te opaco che, per quanto assottigliato sia, non si lascia mai
attraversare da nessuno sguardo che tenti di vedere oltre 51.

4. 1 . Abbiamo appena discusso le categorie e le specie di


sogni che rientrano in quello di Scipione. Cerchiamo adesso,
que propositum, quem Graeci okottóv uocant, antequam
uerba inspiciantur, temptemus aperire et eo pertinere proposi­
tum praesentis operis asseramus, sicut etiam in principio huius
sermonis adstruximus, ut animas bene de re publica merito­
rum post corpora caelo reddi et illic fruì beatitatis perpetuita­
te nos doceat.
2 . Nam Scipionem ipsum haec occasio ad narrandum som­
nium prouocauit, quod longo tempore se testatus est silentio
condidisse. Cum enim Laelius quereretur nullas Nasicae sta­
tuas in publico in interfecti tyranni remunerationem locatas,
respondit Scipio post alia in haec uerba: «Sed quamquam
sapientibus conscientia ipsa factorum egregiorum amplissimum
uirtutis est praemium, tamen illa diuina uirtus non statuas plum­
bo inhaerentes nec triumphos arescentibus laureis, sed stabiliora
quaedam et uiridiora praemiorum genera desiderat.» — «quae
tamen ista sunt?» inquit Laelius. 3. Tum Scipio: «Patimini me,
quoniam tertium diem iam feriati sumus,» et cetera quibus ad
narrationem somnii uenit, docens illa esse stabiliora et uiridio­
ra praemiorum genera quae ipse uidisset in caelo bonis rerum
publicarum seruata rectoribus, sicut his uerbis eius ostenditur:
4. «Sed quo sis, Africane, alacrior ad tutandam rem publicam, sic
habeto: omnibus qui patriam conseruarint, adiuuerint, auxerint,
certum esse in caelo definitum locum ubi beati aeuo sempiterno
fruantur.» E t paulo post hunc certum locum qui sit designans
ait: «Sed sic, Scipio, ut auus hic tuus, ut ego qui te genui, iusti-
tiam cole et pietatem quae cum magna in parentibus et propin­
quis tum in patria maxima est. Ea uita uia est in caelum et in
hunc coetum eorum qui iam uixere et corpore laxati illum inco­
lunt locum quem uides», significans y aX a^ia v .
5. Sciendum est enim quod locus in quo sibi uidetur esse
Scipio per quietem, lacteus circulus est, qui y a X a ^ ia s uoca-
tur, siquidem his uerbis in principio utitur: «Ostendebat autem
prima di esaminarne le parole, di farne conoscere lo spirito e il
proposito — quello che i Greci chiamano o k o ttós 52. Diciamo
chiaramente che questo scopo non è altro che quello già
annunciato al principio della nostra trattazione: insegnarci che
le anime dei benemeriti della cosa pubblica ritornano, una
volta abbandonato il corpo, in cielo per godervi una beatitudi­
ne eterna.
2 . Ciò è provato dalla circostanza stessa di cui approfittò
Scipione per narrare questo sogno di cui ci assicura di avere
custodito per lungo tempo il segreto. 53 A Lelio che si lamen­
tava che il popolo romano non avesse ancora innalzato in un
luogo pubblico una statua a Nasica per ricompensarlo d’aver
ucciso un tiranno54, Scipione alla fine gli rispose con le seguen­
ti parole 55: « f‘S ebbene i saggi trovino nella coscienza delle pro­
prie nobili azioni la più alta ricompensa per la loro virtù, nondi­
meno quella virtù, che è di origine divina, non aspira a statue dai
basamenti di vile piombo 56 né a trionfi in cui gli allori appassi­
scono, ma ad un genere di ricompense più stabile e più duratu­
ro." — “Ma quali sono?” domandò Lelio. 3. “Permettimi” ripre­
se allora Scipione “poiché siamo ancora liberi durante questo
terzo giorno di festa 57, di continuare la mia narrazione”». Pas­
sando quindi al racconto del sogno che aveva avuto, spiegò di
aver visto nel cielo quelle ricompense più stabili e durature,
riservate ai virtuosi reggitori della cosa pubblica. Ciò è mostra­
to dalle seguenti parole 58: 4. «Ma al fine, o Africano, d'ispirar-
ti maggior ardore nel difendere lo stato, sappi questo: per coloro
che avranno salvato, difeso, ingrandito la loro patria c’è nel cielo
un posto particolare e ben definito dove, beati, possono godere di
un eterna felicità» 59. Subito dopo per indicare chiaramente
quale fosse questo luogo, disse: «Orsù, Scipione, come questo
tuo avo, come me che ti ho generato, coltiva la giustizia e la pietà,
che come dev’essere grande verso i nostri genitori e parenti, così
soprattutto dev’essere grandissima verso la patria. Tale condotta
di vita è la strada che conduce al cielo e al consesso di quelli che
hanno già vissuto, e che, liberati dal corpo, abitano il luogo che
vedi» 60 intendendo con queste parole la y a X a ^ ia s [galassia].
5. Bisogna infatti sapere che il luogo in cui Scipione s’imma­
gina di essere durante il suo sogno era il circolo latteo, che
porta il nome di y a X a ^ ia s 61, poiché, all’inizio del racconto,
Carthaginem de excelso et pleno stellarum illustri et claro quo­
dam loco.» Et paulo post apertius dicit: «Erat autem is splendi­
dissimo candore inter flammas circus elucens, quem uos, ut a
Grais accepistis, orbem lacteum nuncupatis. Ex quo omnia mihi
contemplanti praeclara et mirabilia uidebantur.» Et de hoc qui­
dem y aA a^ig, cum de circulis loquemur, plenius disseremus.

5. 1. Sed iam quoniam, inter libros quos de re publica


Cicero quosque prius Plato scripserat, quae differentia, quae
similitudo habeatur expressimus, et cur operi suo uel Plato
Eris indicium uel Cicero somnium Scipionis adsciuerit, quidue
sit ab Epicureis obiectum Platoni uel quemadmodum debilis
calumnia refellatur, et quibus tractatibus philosophi admi­
sceant uel a quibus penitus excludant fabulosa retulimus, adie-
cimusque post haec necessario genera omnium imaginum quae
falso quaeque uero uidentur in somnis, ipsasque distinximus
species somniorum ad quas Africani somnium constaret refer­
ri, et si Scipioni conuenerit talia somniare, et de geminis som­
nii portis quae fuerit a ueteribus expressa sententia, super his
omnibus ipsius somnii de quo loquimur mentem propositum-
que signauimus, et partem caeli euidenter expressimus in qua
sibi Scipio per quietem haec uel uidisse uisus est uel audisse
quae rettulit, nunc iam discutienda nobis sunt ipsius somnii
uerba, non omnia, sed ut quaeque uidebuntur digna quaesitu.
2. Ac prima nobis tractandam se ingerit pars illa de nume­
ris in qua sic ait: «Nam cum aetas tua septenos octies solis
anfractus reditusque conuerterit, duoque hi numeri quorum uter­
que plenus, alter altera de causa habetur, circuitu naturali sum­
mam tibi fatalem confecerint, in te unum atque in tuum nomen
se tota conuertet ciuitas; te senatus, te omnes boni, te socii, te
Latini intuebuntur, tu eris unus in quo nitatur duitatis salus, ac,
ne multa, dictator rem publicam constituas oportet, si impias
propinquorum manus effugeris.»
viene detto: «Da un luogo elevato, cosparso di stelle e tutto
splendente di luce, mi mostrava poi Cartagine» 62. E, nel passo
che segue, si spiega ancor più chiaramente: «Vi era poi quel cir­
colo che risplende di luminosissimo candore tra i fuochi celesti, e
che voi, come avete appreso dai Greci, chiamate circolo latteo. Di
là, stendendo il mio sguardo sull’universo, mi si offrivano visio­
ni splendide e meravigliose» 63. Parlando dei circoli celesti, trat­
teremo più ampiamente della yaÀa£ta$. 64

5. 1 . Abbiamo fatto conoscere le differenze e le somiglianze


dei due trattati sulla Repubblica scritti da Cicerone e, prima di
lui, da Platone, così come il motivo per cui Platone, nella sua
opera, ha scelto la rivelazione di Er e Cicerone il sogno di
Scipione. Abbiamo poi riportato le obiezioni degli Epicurei
contro Platone e la confutazione di cui è suscettibile la loro
inconsistente critica; poi abbiamo detto quali sono gli scritti
filosofici che ammettono narrazioni favolose e quelli da cui
sono assolutamente bandite; di là siamo stati portati a definire
i diversi generi d’immagini che, vere o false, ci appaiono in
sogno, per riconoscere più comodamente le specie di sogni ai
quali appartiene quello dell’Africano. Abbiamo anche dovuto
discutere se conveniva prestare a Scipione un tale sogno ed
esporre il parere degli Antichi riguardo alle porte gemelle da
cui escono i sogni; infine, abbiamo sviluppato lo spirito e lo
scopo del sogno di cui qui si tratta, e determinato la parte del
cielo da cui Scipione, durante il sonno, ha visto e ha sentito
tutto ciò che riferisce. Adesso non ci resta che interpretare,
non la totalità di questo sogno, ma i passi che ci sembrano
avere un interesse ragguardevole. 65
2. Il primo che si presenta al nostro commento è quello rela­
tivo ai numeri 66 dove si dice: «Infatti, quando la tua età avrà per­
corso uno spazio di otto volte sette giri e ritorni del sole, e quando
il concorso di questi numeri, tutti e due reputati pieni ma per
ragioni differenti, avrà con questa rivoluzione naturale prodotto la
somma fatale che ti è assegnata, tutto lo stato si volgerà verso di te
e verso il tuo nome; verso di te il senato, i buoni cittadini, gli allea­
ti, i Latini volgeranno gli occhi, ti guarderanno come l’unico sul
quale possa appoggiarsi la salvezza dello Stato; in una parola, sarai
nominato dittatore e incaricato di riorganizzare la repubblica, se
riuscirai a sfuggire alle mani empie dei tuoi congiunti» 68.
3. Plenitudinem hic non frustra numeris adsignat. Pleni­
tudo enim proprie nisi diuinis rebus supernisque non conue-
nit, neque enim corpus proprie plenum dixeris quod, cum sui
sit inpatiens effluendo, aliena est appetens hauriendo. Quae si
metallicis corporibus non usu ueniunt, non tamen plena illa,
sed uasta dicenda sunt. 4. Haec est igitur communis numero­
rum omnium plenitudo, quod cogitationi a nobis ad superos
meanti occurrit prima perfectio incorporalitatis in numeris;
inter ipsos tamen proprie pleni uocantur, secundum hos
modos qui praesenti tractatui necessarii sunt, qui aut uim obti­
nent uinculorum [aut corpora rursus efficiuntur] aut corpus
efficiunt, sed corpus quod intellegendo, non sentiendo conci­
pias. Totum hoc, ut obscuritatis deprecetur offensam, paulo
altius repetita rerum luce pandendum est.
5. Omnia corpora superficie finiuntur et in ipsam eorum
pars ultima terminatur. Hi autem termini, cum sint semper
circa corpora quorum termini sunt, incorporei tamen intelle­
guntur. Nam quousque corpus esse dicetur, necdum terminus
intellegitur: cogitatio quae conceperit terminum corpus reli­
quit. 6 . Ergo primus a corporibus ad incorporea transitus
offendit corporum terminos, et haec est prima incorporea
natura post corpora, sed non pure nec ad integrum carens cor­
pore; nam licet extra corpus natura eius sit, tamen non nisi
circa corpus apparet. Cum totum denique corpus nominas,
etiam superficies hoc uocabulo continetur, de corporibus eam
tamen etsi non res sed intellectus sequestrat. 7. Haec superfi­
cies, sicut est corporum terminus, ita lineis terminatur, quas
suo nomine ypanneis Graecia nominauit. Punctis lineae
finiuntur, et haec sunt corpora quae mathematica uocantur, de
quibus sollerti industria geometriae disputatur.
8. Ergo haec superficies, cum ex aliqua parte corporis cogi­
tatur, pro forma subiecti corporis accipit numerum linearum.
3. È con ragione che Cicerone, in questo brano, attribuisce
ai numeri la pienezza. In effetti, la pienezza appartiene, per l’e­
sattezza, solo alle cose divine e di un ordine superiore, giacché
non si può propriamente dire che un corpo sia «pieno»: infat­
ti si mostra insieme insoddisfatto di sé lasciando sfuggire parte
della sua sostanza e avido di quella altrui assorbendola. E vero
che questo processo non si verifica nei corpi m etallici69, non si
può tuttavia dire che sono «pieni», ma semmai che sono «grez­
zi». 4. Ecco ciò in cui consiste la pienezza comune a tutti i
numeri indistintamente: alzandoci con il pensiero dalla natura
dell’uomo verso la natura degli dèi, i numeri ci offrono il primo
esempio di perfezione immateriale. Tuttavia tra i numeri che
presentano più propriamente il carattere di pienezza 70, secon­
do le modalità che dobbiamo attribuire qui nel trattato, vi sono
quelli che hanno la proprietà di legare insieme l ’uno con l ’altro
i corpi [o diventano nuovi corpi] oppure quelli che costituisco­
no un corpo che non cade sotto i sensi, ma che può essere con­
cepito soltanto con l’intelligibile 71. Ma, per evitare l’accusa di
essere oscuro, dobbiamo spiegarci chiaramente, riprendendo
le cose alla luce di semplici esempi.
5. Tutti i corpi sono delimitati da una superficie che serve
loro da limiti. E questi limiti, fissati immutabilmente intorno ai
corpi che delimitano, sono inoltre considerati come immateria­
li. Infatti, considerando un corpo, il pensiero può fare astrazio­
ne della sua superficie e reciprocamente può fare astrazione
del corpo. 6 . Perciò il primo passaggio della materia all’imma­
terialità incontra i limiti dei corpi e questa è la prima realtà di
natura incorporea dopo i corpi. Essa tuttavia non è assoluta né
interamente priva di corporalità: infatti, benché la natura del
corpo esista al suo esterno, essa si manifesta solamente intorno
al corpo. Per di più, non si può parlare di un corpo senza com­
prendere nella parola anche la sua superficie: dunque la loro
separazione non può essere effettuata realmente, ma solamen­
te per mezzo del pensiero 72. 7. Questa superficie, limite dei
corpi, è essa stessa limitata da linee che i Greci chiamarono
appunto y p an n ai. Le linee sono poi racchiuse dai punti 73.
Tali sono i corpi cosiddetti matematici su cui si esercita la saga­
ce tecnica della geometria 74.
8. Se consideriamo la superficie di una parte qualsiasi di un
corpo, il numero delle linee dipende dalla forma del corpo
Nam seu trium ut trigonum, seu quattuor ut quadratum, seu
plurium sit angulorum, totidem lineis sese ad extrema tangen­
tibus planities eius includitur. 9. H oc loco admonendi sumus
quod omne corpus longitudinis, latitudinis et altitudinis
dimensionibus constat. Ex his tribus in lineae ductu una
dimensio est: longitudo est enim sine latitudine. Planities uero,
quam Graeci èmcpaveiav uocant, longo latoque distenditur,
alto caret et haec planities quantis lineis contineatur expressi­
mus. Soliditas autem corporum constat cum his duabus addi­
tur altitudo: fit enim tribus dimensionibus impletis corpus soli­
dum quod OTEpeóu uocant, qualis est tessera quae kv(3os
uocatur.
1 0 . Si uero non unius partis, sed totius uelis corporis super­
ficiem cogitare, quod proponamus esse quadratum, ut de uno
quod exemplo sufficiet disputemus, iam non quattuor, sed
octo anguli colliguntur. Quod animaduertis si super unum
quadratum, quale prius diximus, alterum tale altius impositum
mente conspicias, ut altitudo quae illi plano deerat adiciatur
fiatque tribus dimensionibus impletis corpus solidum quod
OTepeóv uocant, ad imitationem tesserae quae KÙf3o$ uocatur.
11. Ex his apparet octonarium numerum solidum corpus et
esse et haberi. Si quidem unum apud geometras puncti locum
obtinet, duo lineae ductum faciunt quae duobus punctis, ut
supra diximus, coercetur; quattuor uero puncta aduersum se
in duobus ordinibus bina per ordinem posita exprimunt qua­
dri speciem, a singulis punctis in aduersum punctum eiecta
linea. Haec quattuor, ut diximus, duplicata et octo facta, duo
quadra similia describunt, quae sibi superposita additaque alti­
tudine formam cybi, quod est solidum corpus efficiunt.
12. Ex his apparet antiquiorem esse numerum superficie et
lineis ex quibus illam constare memorauimus formisque omni­
bus. A lineis enim ascenditur ad numerum tamquam ad prio-
considerato. Se questa parte di superficie è triangolare, è deli­
mitata da tre linee; da quattro, se è quadrata. Infine, il numero
di linee in cui è inclusa la superficie è uguale a quello dei suoi
angoli, e queste linee si toccano alle loro estremità. 9. D ob­
biamo ricordare qui al lettore che ogni corpo ha tre dimensio­
ni, lunghezza, larghezza e altezza. Di queste tre dimensioni,
quando si traccia una linea, se ne adopera solamente una: la
lunghezza, infatti, non ha larghezza. Il piano, che nella termi­
nologia dei Greci è étncpavEia, si estende in lunghezza e lar­
ghezza e manca dell’altezza (della quantità di linee da cui può
essere delimitato abbiamo appena parlato). La formazione di
un corpo solido esige, infine, oltre a queste due dimensioni,
l’aggiunta dell’altezza. Il corpo solido, infatti, è tale se si com­
pletano le tre dimensioni ed è chiamato OTEpeóv, tale ad esem­
pio è il dado da gioco, chiamato kù|3os 75.
10. Considerando la superficie non di una sola faccia, ma
quella del corpo intero — supponiamo di un quadrato (limi­
tando la discussione ad un solo corpo utilizzandolo come
esempio) — „ in esso troveremo otto angoli al posto di quattro.
E ciò si concepisce, se s’immagina di porre, sopra la superficie
quadrata di cui si è appena trattato, un’altra superficie identi­
ca affinché si aggiunga l’altezza che mancava al piano quadra­
to in modo che il corpo, riempite le tre dimensioni, divenga
allora un solido, chiamato OTepeóv, simile al dado detto
ku(3o s .
11. Ne deriva che il numero otto è ed è considerato un soli­
do. Difatti, presso gli studiosi di geometria, l’unità è il punto
geometrico; due unità permettono di tracciare la linea, che è,
come abbiamo detto, limitata da due punti. Quattro punti,
presi due a due e sistemati su due file, gli uni reciprocamente
di fronte agli altri a distanze uguali, diventano una superficie
quadrata, se da ciascuno di essi si traccia una linea che lo con­
giunga al punto opposto. Se, come abbiamo detto, si raddop­
piano questi quattro punti per farne otto, essi descrivono due
quadrati uguali che, sovrapposti e con l’aggiunta dell’altezza
adatta, realizzano il cubo, che è un corpo solido.
1 2 . Si vede con ciò che il numero è anteriore alla superficie
e alle linee da cui, come si è ricordato, si costituisce, così come
a tutte le figure76. Infatti bisogna risalire dalle linee al numero,
rem, ut intellegatur ex diuersis numeris linearum, quae formae
geometricae describantur. 13. Ipsam uero superficiem cum
lineis suis primam post corpora diximus incorpoream esse
naturam, nec tamen sequestrandam propter perpetuam cum
corporibus societatem. Ergo quod ab hac rursus recedit iam
pure incorporeum est; numeros autem hac superiores praece­
dens sermo patefecit. Prima est igitur perfectio incorporalitatis
in numeris; et haec est, ut diximus, numerorum omnium pleni­
tudo.
14. Seorsum illa, ut supra admonuimus, plenitudo est
eorum qui aut corpus efficiant aut uim obtineant uinculorum,
licet alias quoque causas quibus pleni numeri efficiantur esse
non ambigam.
15. Qualiter autem octonarius numeris solidum corpus effi­
ciat ante latis probatum est. Ergo singulariter quoque plenus
iure dicetur propter corporeae soliditatis effectum, sed et ad
ipsam caeli harmoniam, id est concinentiam, hunc numerum
magis aptum esse non dubium est, cum sphaerae ipsae octo
sint quae mouentur, de quibus secuturus sermo procedet.
16. Omnes quoque partes, de quibus constat hic numerus,
tales sunt ut ex earum compage plenitudo nascatur. Est enim
aut de his quae neque generantur neque generant, de monade
et septem, quae qualia sint suo loco plenius explicabitur; aut
de duplicato eo qui et generatur et generat id est quattuor —
nam hic numerus quattuor et nascitur de duobus et octo gene­
rat — ; aut conponitur de tribus et quinque, quorum alter pri­
mus omnium numerorum impar apparuit; quinarii autem
potentiam sequens tractatus adtinget. 17. Pythagorici uero
hunc numerum iustitiam uocauerunt, quia primus omnium ita
soluitur in numeros pariter pares, hoc est in bis quaterna, ut
nihilo minus in numeros aeque pariter pares diuisio quoque
ipsa soluatur, id est in bis bina. Eadem quoque qualitate con­
come ad una cosa preliminare, per determinare quale figura
geometrica sia stata rappresentata, specificandola dai diversi
numeri di linee. 13. Abbiamo tuttavia detto che la superficie
stessa con le sue linee è la prima realtà immateriale dopo i
corpi, ma che non la si può separare interamente dai corpi, a
causa della sua perpetua unione che ha con essi. Dunque, ciò
che a sua volta è al di sopra della superficie è già puramente
incorporeo. Ma abbiamo appena esposto che i numeri sono
anteriori alla superficie. Quindi la prima perfezione dell’imma-
terialità è nei numeri e questa è ciò che abbiamo chiamato la
pienezza di tutti i numeri.
14. Una cosa a parte è, come abbiamo osservato sopra, la
pienezza di quei numeri che realizzano un corpo o che hanno
il potere di legare i corpi insieme77, sebbene non si contesti che
esistano altre cause che consentono ai numeri di divenire
«pieni».
15. In quanto al modo, poi, in cui il numero otto genera un
solido, è stato provato con quanto addotto in precedenza 7S.
Questo numero, perciò, ha un particolare diritto ad essere
chiamato pieno, perché genera la solidità della materia.
Aggiungiamo che non c’è nessun numero che sia più adatto a
realizzare l’armonia, cioè l’accordo celeste, poiché sono otto le
sfere mobili, di cui parleremo in seguito.
16. Per di più, tutte le parti con cui l’otto si compone sono
tali che dalla loro unione nasce la pienezza 79. Si può, infatti,
formarlo dalla monade, o unità, e dal numero sette che non
sono né generatori né generati. Svilupperemo, a suo tempo 80,
la definizione e la proprietà di queste due quantità. Può essere
anche il risultato del raddoppiamento di quattro, numero che
è generatore e generato: questo numero, infatti, nasce dal due
e genera l ’otto. Può essere ancora la somma di tre e cinque;
uno di questi due componenti è il primo dei numeri dispari e
in quanto al numero cinque, le sue proprietà saranno dimostra­
te in seguito 81. 17. I Pitagorici definirono l’otto simbolo della
«giustizia» 82, perché questo numero è il primo fra tutti che si
scinde in due componenti parimenti pari 83, quattro più quat­
tro, che possono essere, a loro volta, scomposte in due quanti­
tà parimenti pari. Aggiungiamo che la sua ricomposizione può
avere luogo per mezzo della medesima proprietà, cioè moltipli-
texitur, id est bis bina bis. 18. Cum ergo et contextio ipsius pari
aequalitate procedat et resolutio aequaliter redeat usque ad
monadem, quae diuisionem arithmetica ratione non recipit,
merito propter aequalem diuisionem iustitiae nomen accepit;
et, quia ex supra dictis omnibus apparet quanta et partium sua­
rum et seorsum sua plenitudine nitatur, iure plenus uocatur.

6. 1. Superest ut septenarium quoque numerum plenum


iure uocitandum ratio in medio constituta persuadeat.
Ac primum hoc transire sine admiratione non possumus
quod duo numeri qui in se multiplicati uitale spatium uiri for­
tis includerent ex pari et impari constiterunt. Hoc enim uere
perfectum est quod ex horum numerorum permixtione gene­
ratur. Nam impar numerus mas et par femina uocatur. Item
arithmetici imparem patris et parem matris appellatione uene-
rantur.
2. Hinc et Timaeus Platonis fabricatorem mundanae ani­
mae deum partes eius ex pari et impari, id est duplari et tripla­
ri numero, intertexuisse memorauit, ita ut a duplari usque ad
octo, a triplari usque ad uiginti septem staret alternatio
mutuandi. 3. Hi enim primi cybi utrimque nascuntur, siquidem
a paribus bis bina, quae sunt quattuor, superficiem faciunt, bis
bina bis, quae sunt octo, corpus solidum fingunt, a dispari uero
ter terna, quae sunt nouem, superficiem reddunt, et ter terna
ter, id est ter nouena, quae sunt uiginti septem, primum aeque
cybum alterius partis efficiunt; unde intellegi datur hos duos
numeros, octo dico et septem, qui ad multiplicationem anno­
rum perfecti in re publica uiri conuenerunt, solos idoneos ad
efficiendam mundi animam iudicatos, qua nihil post auctorem
potest esse perfectius.
cando due volte due per due. 18. Un tale numero, la cui com­
posizione e scomposizione procede per fattori e divisori ugua­
li e pari fino alla monade, che non può essere aritmeticamente
scomposta, ottenne meritatamente, per questa uguaglianza
nella ripartizione, di essere considerato come emblema della
giustizia. E poiché, in conformità a ciò che abbiamo detto
sopra, risulta evidente la pienezza delle sue parti quanto quel­
la del suo intero, l’otto è a buon diritto definito «pieno».

6. 1 . Ci resta da provare i diritti del numero sette ad essere


definito numero «pieno» 84.
Ma innanzitutto non possiamo passare inavveduto, senza
meraviglia, il fatto che la durata della vita mortale di un illustre
personaggio sia stata espressa dal prodotto di due numeri, uno
pari e l’altro dispari. Il risultato dell’unione di questi due tipi
di numeri, infatti, è davvero perfetto. Il numero dispari è, in
effetti, detto «maschio», ed il pari «femmina». Allo stesso
modo gli studiosi di aritmetica venerano il numero dispari
sotto il nome di «padre» ed il numero pari sotto quello di
«madre».
2. Anche il Timeo di Platone ricorda che il dio artefice
dell’Anima del Mondo ne ha tessuto le parti con il numero pari
e con il numero dispari, vale a dire con numeri contenenti il
doppio e il triplo, alternando la duplicazione fino al numero
otto con la triplicazione fino al numero ventisette. 85 3. Ora
otto è il primo cubo della serie dei numeri pari e ventisette è il
primo dei dispari; perché tra i numeri pari due volte due, ossia
quattro, danno una superficie; due volte quattro, cioè otto, rea­
lizzano un solido 86; tra i numeri dispari poi tre volte tre, ossia
nove, fanno una superficie, e tre volte tre ripetuto tre volte,
cioè ventisette, formano similmente il primo cubo dell’altra
serie 87. Si può inferire da ciò perché questi due numeri —
intendo l’otto e il sette 88— che formano con il loro prodotto il
numero di anni dell’esistenza di un politico perfetto, sono stati
giudicati i soli adatti alla realizzazione della composizione
dell’Anima del Mondo, di cui non c’è niente di più perfetto se
non il suo autore.
2 3

4 9

16 27

Figg. 01 - 02 - 03 - 04
Alcuni esempi di raffigurazione dello schema a lambda o lambdo-
ma platonico.
Fig. 05
Altra illustrazione del lambda platonico. Frontespizio di Fran-
chinus Gafurius [Franchino Gaffuriol, Theorica musice, Milano,
1492.
4. Hoc quoque notandum est quod, superius adserentes
communem numerorum omnium dignitatem, antiquiores eos
superficie et lineis eius omnibusque corporibus ostendimus;
procedens autem tractatus inuenit numeros et ante animam
mundi fuisse, quibus illam contextam augustissima Timaei
ratio, naturae ipsius conscia testis, expressit. 5. Hinc est quod
pronuntiare non dubitauere sapientes animam esse numerum
se mouentem.
Nunc uideamus cur septenarius numerus suo seorsum
merito plenus habeatur; cuius ut expressius plenitudo nosca­
tur, primum merita partium de quibus constat, tum demum
quid ipse possit inuestigemus. 6 . Constat septenarius numerus
uel ex uno et sex, uel ex duobus et quinque, uel ex tribus et
quattuor. Singularum compagum membra tractemus, ex qui­
bus fatebimur nullum alium numerum tam uaria esse maiesta-
te fecundum.
7. Ex uno et sex compago prima conponitur. Vnum autem
quod monas, id est unitas, dicitur, et mas idem et femina est,
par idem atque impar, ipse non numerus sed fons et origo
numerorum. 8 . Haec monas, initium finisque omnium neque
ipsa principii aut finis sciens, ad summum refertur deum eius-
que intellectum a sequentium numero rerum et potestatum
sequestrat, nec in inferiore post deum gradu frustra eam desi-
deraueris. Haec illa est mens ex summo enata deo, quae, uices
temporum nesciens, in uno semper quod adest consistit aeuo,
cumque, utpote una, non sit ipsa numerabilis, innumeras
tamen generum species et de se creat et intra se continet. 9.
Inde quoque aciem paululum cogitationis inclinans, hanc
monadem reperies ad animam referri. Anima enim, aliena a
siluestris contagione materiae, tantum se auctori suo ac sibi
debens, simplicem sortita naturam, cum se animandae immen­
sitati uniuersitatis infundat, nullum init tamen cum sua unitate
diuortium. Vides ut haec monas, orta a prima rerum causa,
adusque animam ubique integra et semper indiuidua continua­
tionem potestatis obtineat.
4. Si può anche notare che, se, nel capitolo precedente,
mostrando l’eccellenza dei numeri in generale, abbiamo stabi­
lito che essi sono anteriori alla superficie e alle sue linee, così
come a tutti i co rp i89, proseguendo nella trattazione si è trova­
to che i numeri sono anche anteriori rispetto all’Anima del
Mondo, poiché è dalla loro tessitura che essa fu formata,
secondo la sublime testimonianza di Timeo, conoscitore dei
segreti della natura. 5. Perciò anche dei filosofi non esitarono
ad affermare che l’anima è un numero semovente 90.
Esaminiamo adesso perché il numero sette merita per virtù
propria di essere considerato «pieno». Per rendere più esplici­
ta questa pienezza, analizzeremo dapprima le proprietà delle
parti che lo compongono 91, poi le sue qualità specifiche. 6 . Il
numero sette è il risultato di uno e sei, di due e cinque, di tre e
quattro. Esaminando le parti di ciascuna di queste combinazio­
ni, ci convinceremo che nessun altro numero è tanto ricco di
proprietà diverse.
7. La prima coppia è quella dell’uno col sei. L’uno che è
chiamato pò va 9 , cioè unità, ed è allo stesso tempo maschio e
femmina 92, pari e dispari insieme 93, non è un vero e proprio
numero, ma la fonte e l’origine dei numeri. 8 . Questa monade,
principio e fine di tutte le cose e che non conosce di per sé
principio e fine, riconduce al Dio supremo e divide il suo intel­
letto dalla molteplicità delle cose e dalle potenze che lo seguo­
no e non la si cercherà invano se la si cerca immediatamente
dopo la divinità 94. E l’intelletto, nato dal Dio supremo, che,
affrancato dalle vicissitudini temporali, esiste sempre in un
presente unico, e quantunque non possa essere numerabile, in
quanto unità per sua natura, tuttavia genera da sé e contiene in
sé il numero indefinito delle specie di cose generate. 9. Riflet­
tendo un po’, si vedrà che la monade è in rapporto con l’Anima
universale. Difatti, questa Anima, esente dal contagio della
materia bruta, poiché dipende soltanto dal suo artefice e da se
stessa, dotata di una natura singola, quand’anche si espande
nell’immensità dell’universo che anima, non dà tuttavia luogo
ad alcuna separazione della sua unità. Così si vede come que­
sta monade, originata dalla causa prima delle cose, si conservi
sempre integra ed indivisibile fino all’Anima universale, senza
perdere niente delle sue proprietà 95.
10. Haec de monade castigatius quam se copia suggerebat.
Nec te remordeat quod, cum omni numero praeesse uideatur,
in coniunctione praecipue septenarii praedicetur: nulli enim
aptius iungitur monas incorrupta quam uirgini. 11. Huic
autem numero, id est septenario, adeo opinio uirginitatis ino-
leuit ut Pallas quoque uocitetur. Nam uirgo creditur quia nul­
lum ex se parit numerum duplicatus qui intra denarium coar­
tetur, quem primum limitem constat esse numerorum; Pallas
ideo quia ex solius monadis fetu et multiplicatione processit,
sicut Minerua sola ex uno parente nata perhibetur.
12. Senarius uero, qui cum uno coniunctus septenarium
facit, uariae ac multiplicis religionis et potentiae est, primum
quod, solus ex omnibus numeris qui intra decem sunt, de suis
partibus constat. 13. Habet enim medietatem et tertiam par­
tem et sextam partem, et est medietas tria, tertia pars duo,
sexta pars unum, quae omnia simul sex faciunt. Habet et alia
suae uenerationis indicia, sed, ne longior faciat sermo fasti­
dium, unum ex omnibus eius officium persequemur; quod
ideo praetulimus quia hoc commemorato non senarii tantum,
sed et septenarii pariter dignitas adstruetur.
14. Humano partui frequentiorem usum nouem mensium
certo numerorum modulamine natura constituit, sed ratio sub
adsciti senarii numeri multiplicatione procedens etiam septem
menses compulit usurpari. 15. Quam breviter absoluteque
dicemus. Duos esse primos omnium numerorum cybos, id est
a pari octo, ab impari uiginti septem, et esse imparem marem,
parem feminam superius expressimus. Horum uterque, si per
senarium numerum multiplicetur, efficiunt dierum numerum
qui septem mensibus explicantur. 16. Coeant enim numeri,
mas ille qui memoratur et femina, octo scilicet et uiginti sep­
tem, pariunt ex se quinque et triginta. Haec sexies multiplica­
ta creant decem et ducentos, qui numerus dierum mensem
septimum claudit. Ita est ergo natura fecundus hic numerus ut
10. Sulla monade siamo stati più succinti di quanto non
sembrava promettere l’abbondanza dell’argomento 96. Non
dispiacerà certo che ciò che sembra superiore ad ogni numero,
venga messo in rapporto soprattutto col numero sette; la
monade incorrotta si congiunge infatti con ciò che è vergine
nella maniera più conveniente. 1 1 . A questo numero sette si
addice a tal punto l’idea della verginità che ebbe anche l’appel­
lativo di «Pallade». E infatti ritenuto vergine perché se raddop­
piato non genera nessuno dei numeri compresi nella prima
decina, ritenuta primo limite dei numeri. In quanto al nome di
Pallade, gli viene per il fatto che procede per filiazione e mol­
tiplicazione dalla sola monade, come Minerva che si dice che
sia nata da un unico genitore 97.
12. Quanto al numero sei che, unito all’uno forma il sette, le
sue proprietà numeriche e sacre sono varie e molteplici, innan­
zi tutto perché è il solo dei numeri al di sotto del dieci che sia
il risultato delle proprie parti. 13. Infatti il suo mezzo, il suo
terzo e il suo sesto, ossia tre, due e uno, formano, sommati
insieme, il suo intero, cioè sei 98. Potremmo specificare pure
altre sue particolarità relative al culto che gli si rende; ma, per
timore di annoiare il lettore e per non dilungarci eccessivamen­
te " , parleremo di una sola di tutte le sue virtù. L’abbiamo pri­
vilegiata perché, una volta dimostrata, darà un’alta idea, non
solo della sua importanza, ma anche di quella del numero sette.
14. La natura ha stabilito, secondo un’armonia numerica
ben definita, il termine più ordinario della gestazione della
donna in nove mesi; ma, secondo una moltiplicazione che ha il
numero sei come fattore, questo termine può ridursi a sette
mesi. 15. Diremo ancora una volta qui, nella maniera più con­
cisa e completa, che i primi due cubi dei numeri, o pari o
dispari, sono otto e ventisette; e abbiamo detto in precedenza
che il numero dispari è maschio ed il numero pari femmina. Se
si moltiplicano per sei l’uno e l’altro di questi numeri, si ottie­
ne un prodotto equivalente al numero dei giorni contenuti in
sette mesi. 16. Infatti l’unione di questi numeri, ossia del
maschio con la femmina già menzionati, vale a dire del venti-
sette con l’otto, genera trentacinque. Questo numero moltipli­
cato per sei produce dueeentodieci, numero che è quello dei
giorni contenuti in sette mesi. Questo numero è dunque per
primam humani partus perfectionem, quasi arbiter quidam
maturitatis, absoluat. 17. Discretio uero sexus futuri, sicut
Hippocrates refert, sic in utero dinoscitur. Aut enim septuage­
simo aut nonagesimo die conceptus mouetur. Dies ergo motus,
qui cumque fuerit de duobus, ter multiplicatus aut septimum
aut nonum explicat mensem.
18. Haec de prima septenarii copulatione libata sint.
Secunda de duobus et quinque est. Ex his dyas, quia post
monada prima est, primus est numerus. Haec ab illa omnipo­
tentia solitaria in corporis intellegibilis lineam prima defluxit,
ideo et ad uagas stellarum et luminum sphaeras refertur quia
hae quoque ab illa quae ccrrXavris dicitur in numerum scissae
et in uarii motus contrarietatem retortae sunt. Hic ergo nume­
rus cum quinario aptissime iungitur, cum hic ad errantes, ut
diximus, ad caeli zonas ille referatur, sed ille ratione scissionis,
hic numero.
19. Illa uero quinario numero proprietas excepta potentiae
ultra ceteras eminentis euenit quod solus omnia quaeque sunt
quaeque uidentur esse complexus est (esse autem dicimus
intellegibilia, uideri esse corporalia omnia, seu diuinum corpus
habeant seu caducum. Hic ergo numerus simul omnia et supe­
ra et subiecta designat). 2 0 . Aut enim deus summus est aut
mens ex eo nata in qua rerum species continentur, aut mundi
anima quae animarum omnium fons est, aut caelestia sunt
usque ad nos, aut terrena natura est: et sic: quinarius rerum
omnium numerus impletur.
21. De secunda septenarii numeri coniunctione dicta haec
pro affectatae breuitatis necessitate sufficiant. Tertia est de tri­
bus et quattuor quae quantum ualeat reuoluamus.
2 2 . Geometrici corporis ab impari prima planities in tribus
lineis constat (his enim trigonalis forma concluditur); a pari
natura così fecondo, che, come se fosse arbitro del punto di
maturità del feto, completa il parto umano più precoce 10°. 17.
Ecco, secondo Ippocrate, come si può determinare, nell’utero,
il sesso del nascituro. Il feto si muove il settantesimo o il novan­
tesimo giorno della concezione: l’uno o l’altro di questi nume­
ri, moltiplicato per tre, darà un risultato equivalente al nume­
ro di giorni compresi in sette o nove mesi. 101
18. Tanto basti per le proprietà della prima combinazione
con cui si compone il numero sette. La seconda è quella forma­
ta da due e cinque. Occupiamoci della diade, che, poiché viene
subito dopo la monade, è il primo numero 102. Essa, scorrendo
dall’onnipotenza solitaria, passò per prima nella linea, che è
propria del corpo intelligibile 103. La sua relazione con le sfere
erranti dei pianeti e dei luminari è dunque evidente, poiché
anch’esse si sono separate, fino a formare un numero, dalla
sfera chiamata ànhavris [fìssa] e costrette ad ubbidire ad un
moto contrario, secondo la varietà dei loro moti 104. L’unione
di questo numero col cinque è di conseguenza ottima, visto,
come si è detto, i rapporti del primo con i corpi luminosi erran­
ti e quelli del numero cinque con le zone del cielo 105, questo
però, nel primo caso (il due), in funzione del processo di divi­
sione e, nel secondo (il cinque), in base al numero.
19. Tra le proprietà del numero cinque ce n’è una molto
importante: esso da solo abbraccia tutto ciò che esiste e tutto
ciò che sembra esistere (per ciò che esiste intendiamo tutte le
cose intelligibili e per ciò che sembra esistere tutto ciò che è
corporeo, che abbia un corpo divino o uno corruttibile). Ne
consegue che questo numero rappresenta l’insieme di tutte le
cose che esistono, sia superiori sia inferiori 106. 20. «Esistono»
infatti il Dio supremo, l’intelletto da lui generato che com­
prende tutte le idee delle cose, l’Anima del Mondo, fonte di
tutte le anime, le regioni celesti che giungono fino a noi e, infi­
ne, la natura terrestre: in questo modo si ottiene il numero cin­
que, che ingloba la totalità delle cose.
21. La concisione che ci siamo imposti come regola non ci
permette di dire altro rispetto a quello che abbiamo detto sulla
seconda coppia del numero sette 107. Passiamo ad esaminare il
potere della terza coppia, ossia dei numeri tre e quattro 108.
2 2 . La prima superficie di un corpo geometrico, a partire dal
numero dispari, è quella delimitata da tre linee (che racchiudo-
uero prima in quattuor inuenitur. 23. Item scimus secundum
Platonem, id est secundum ipsius ueritatis arcanum, illa forti
inter se uinculo conligari quibus interiecta medietas praestat
uinculi firmitatem. Cum uero medietas ipsa geminatur, ea quae
extima sunt non tenaciter tantum, sed etiam insolubiliter uin-
ciuntur. Primo ergo ternario contigit numero ut inter duo
summa medium quo uinciretur acciperet; quaternarius uero
duas medietates primus omnium nactus est.
24. Quas ab hoc numero deus mundanae molis artifex con-
ditorque mutuatus, insolubili inter se uinculo elementa deuin-
xit, sicut in Timaeo Platonis adsertum est, non aliter tam con-
trouersa sibi ac repugnantia et naturae communionem abnuen­
tia permisceri — terram dico et ignem — potuisse et per tam
iugabilem competentiam foederari, nisi duobus mediis aeris et
aquae nexibus uincirentur. 25. Ita enim elementa inter se
diuersissima opifex tamen deus ordinis oportunitate conexuit
ut facile iungerentur. Nam cum binae essent in singulis quali­
tates, talem unicuique de duabus alteram dedit ut in eo cui
adhaereret cognatam sibi et similem reperiret. 26. Terra est
sicca et frigida, aqua uero frigida et humecta est. Haec duo ele­
menta, licet sibi per siccum humectumque contraria sint, per
frigidum tamen commune iunguntur. Aer humectus et calidus
est, et cum aquae frigidae contrarius sit calore, conciliatione
tamen socii copulatur humoris. Super hunc ignis, cum sit cali­
dus et siccus, humorem quidem aeris respuit siccitate, sed
conectitur per societatem caloris. 27. Et ita fit ut singula quae­
que elementorum duo sibi hinc inde uicina singulis qualitati­
bus uelut quibusdam amplectantur ulnis: aqua terram frigore,
aerem sibi nectit humore; aer aquae humecto simili et igni calo­
re sociatur; ignis aeri miscetur ut calido, terrae iungitur siccità-
no, infatti, la forma triangolare); mentre la prima, sul versante
del numero pari, risulta di quattro linee 109. 23. Nondimeno
apprendiamo da Platone n0, cioè dagli arcani della verità stes­
sa, che quei corpi sono uniti tra essi da una potente catena,
quando la loro congiunzione si opera con l’aiuto di un medio
comune che funge da solida catena. Quando poi questo medio
è duplicato, quest’unione dei due estremi è non solamente
salda, ma indissolubile. Il numero tre è dunque il primo ad
aver ricevuto un elemento medio tra due estremi dal quale è
legato, invece il quattro è il primo di tutti i numeri ad essere
dotato di due medi.
24. E di questi due medi del numero quattro che fece uso
l’architetto e fondatore della massa del mondo per legare indis­
solubilmente gli elementi tra essi, come Platone afferma nel
suo Timeo. Mai, infatti, degli elementi così opposti, così discor­
danti e refrattari ad unirsi naturalmente — sto parlando della
terra e del fuoco — , si sarebbero potuti mescolare e avrebbe­
ro potuto costituire un rapporto proporzionale 111 tale da faci­
litarne l’unione, se non fossero state collegate da due nessi
intermedi come l’aria e l’acqua. 25. Infatti, elementi così diver­
si tra essi sono stati connessi dal dio artefice in un ordine che
facilitasse la loro congiunzione. Siccome ciascuno di essi era
dotato di due qualità proprie, il dio ha fatto in modo che si tro­
vasse nell’elemento col quale era in contatto una qualità affine
e simile ad una di queste sue due proprietà. 26. La terra è secca
e fredda, l’acqua, a sua volta, fredda ed umida. Questi due ele­
menti, benché siano incompatibili per il secco e l’umido, sono
uniti dal freddo che hanno in comune. L’aria è umida e calda
ed essendo quest’ultima proprietà in opposizione al freddo
dell’acqua, l’umidità è il punto di congiunzione di questi due
elementi. Al di sopra dell’aria è posto il fuoco che è secco e
caldo e quindi la sua secchezza e l’umidità dell’aria si respingo­
no reciprocamente, ma il caldo che condividono ne cementa
l’unione. 27. E così che ogni elemento dà per così dire il brac­
cio ai due vicini che lo affiancano attraverso una delle sue qua­
lità. L’acqua si unisce alla terra con il freddo, all’aria con l’umi­
dità; l ’aria si unisce all’acqua con l’umido, al fuoco con il calo­
re. Il fuoco si mette in contatto con l’aria con il caldo e si uni­
sce alla terra per la sua secchezza; infine, la terra che aderisce
te; terra ignem sicco patitur, aquam frigore non respuit. 28.
Haec tamen uarietas uinculorum, si elementa duo forent, nihil
inter ipsa firmitatis habuisset; si tria, minus quidem ualido, ali­
quo tamen nexu uincienda nodaret; inter quattuor uero inso­
lubilis conligatio est cum duae summitates duabus interiectio-
nibus uinciuntur.
Quod erit manifestius si in medio posuerimus ipsam conti­
nentiam sensus de Timaeo Platonis excerptam. 29. «Divini
decoris, inquit, ratio postulabat talem fieri mundum qui et
uisum pateretur et tactum. Constabat autem neque uideri ali­
quid posse sine ignis beneficio, neque tangi sine solido et soli­
dum nihil esse sine terra. 30. Vnde omne mundi corpus de igne
et terra instituere fabricator incipiens uidit duo conuenire sine
medio colligante non posse, et hoc esse optimum uinculum
quod et se pariter et a se liganda deuinciat; unam uero interlec­
tionem tunc solum posse sufficere cum superficies sine altitu­
dine uincienda est; at ubi artanda uinculis est alta dimensio,
nodum nisi gemina interiectione non necti. 31. Inde aerem et
aquam inter ignem terramque contexuit, et ita per omnia una
et sibi conueniens iugabilis competentia cucurrit, elemento­
rum diuersitatem ipsa differentiarum aequalitate consocians.»
32. Nam quantum interest inter aquam et aerem causa densita­
tis et ponderis, tantundem inter aerem et ignem est. Et rursus
quod interest inter aerem et aquam causa leuitatis et raritatis,
hoc interest inter aquam et terram. Item quod interest inter
terram et aquam causa densitatis et ponderis, hoc interest inter
aquam et aerem, et quod inter aquam et aerem, hoc inter
aerem et ignem. Et contra quod interest inter ignem et aerem
tenuitatis leuitatisque causa, hoc inter aerem et aquam est, et
quod est inter aerem et aquam, hoc inter aquam intellegitur et
terram. 33. Nec solum sibi uicina et cohaerentia comparantur,
al fuoco con il secco, non respinge l’abbraccio dell’acqua a
causa del freddo. 28. Eppure, se non ci fossero stati che due
elementi, questa diversità di legami non avrebbe apportato alla
loro unione alcuna solidità; se fossero stati tre, avrebbe certa­
mente allacciato un legame tra gli elementi da unire, ma meno
resistente; tra quattro elementi, invece, si forma un collega­
mento indissolubile, dal momento che le due estremità sono
legate dai due intermedi.
Tutto ciò apparirà più chiaramente se esamineremo il con­
tenuto stesso del pensiero attraverso un passo estratto dal
Timeo di Platone 112. 29. «La ragione della maestà divina» dice
questo filosofo «postulava la produzione di un mondo visibile
e tattile. Ora, senza il dono del fuoco, era evidente che niente
sarebbe stato visibile; senza la solidità che niente si sarebbe
potuto toccare e che senza la terra niente avrebbe potuto esi­
stere di solido. 30. Il demiurgo così, disponendosi a formare
l’intero corpo dell’universo per mezzo del fuoco e della terra,
vide che questi due elementi non si sarebbero potuti unire se
non con l’aiuto di un termine medio che facesse da legamento
e che il miglior vincolo sarebbe stato quello che tenesse uniti se
stesso e gli elementi da collegare. Quindi vide che un solo
intermedio sarebbe bastato a legare delle superfici senza altez­
za, ma che, occorrendo legare anche la dimensione dell’altez­
za, il legamento non sarebbe riuscito se non vi fossero stati due
intermedi. 31. Perciò, inserì l’aria e l’acqua tra il fuoco e la
terra; così quest’accostamento è percorso da un rapporto pro­
porzionale tra il tutto e le sue parti, che mantiene l’insieme di
elementi dissimili utilizzando l’uguaglianza stessa delle loro
differenze». 32. Difatti, c e tra l ’acqua e l ’aria la stessa differen­
za di peso e di densità che c’è tra l’aria e il fuoco. D ’altra parte,
tra l’aria e l’acqua esiste la stessa differenza di rarefazione e di
leggerezza che si ritrova tra l’acqua e la terra. Ugualmente, esi­
ste tra la terra e l’acqua una differenza di peso e di densità
uguale a quella che si trova tra l’acqua e l’aria, e, sotto questi
due aspetti, questa differenza è la stessa tra l’acqua e l’aria
come tra l’aria e il fuoco. All’opposto, la differenza che c ’è per
rarefazione e leggerezza tra il fuoco e l’aria è come quella tra
l’aria e l’acqua e la stessa differenza tra l’aria e l’acqua si rico­
nosce tra l’acqua e la terra. 33. Questi rapporti non si verifica-
sed eadem alternis saltibus custoditur aequalitas. Nam quod
est terra ad aerem, hoc est aqua ad ignem, et quotiens uerteris,
eandem reperies iugabilem competentiam. Ita ex ipso quo
inter se sunt aequabiliter diuersa sociantur.
34. Haec eo dicta sunt ut aperta ratione constaret neque
planitiem sine tribus neque soliditatem sine quattuor posse
uinciri. Ergo septenarius numerus geminam uim obtinet uin-
ciendi, quia ambae partes eius uincula prima sortitae sunt, ter­
narius cum una medietate, quaternarius cum duabus. Hinc in
alio loco eiusdem somnii Cicero de septenario dicit: «qui
numerus rerum omnium fere nodus est.»
35. Item omnia corpora aut mathematica sunt alumna geo­
metriae aut talia quae uisum tactumue patiantur. Horum prio­
ra tribus incrementorum gradibus constant. Aut enim linea
crescit ex puncto, aut ex linea superficies, aut ex planitie soli­
ditas. Altera uero corpora quattuor elementorum conlato teno­
re in robur substande corpulentae concordi concretione coale­
scunt. 36. Nec non omnium corporum tres sunt dimensiones:
longitudo, latitudo, profunditas; termini adnumerato effectu
ultimo, quattuor: punctum, linea, superficies et ipsa soliditas.
Item, cum quattuor sint elementa ex quibus constant cor­
pora — terra, aqua, aer et ignis — , tribus sine dubio interstitiis
separantur, quorum unum est a terra usque ad aquam, ab aqua
usque ad aerem sequens, tertium ab aere usque ad ignem. 37.
Et a terra quidem usque ad aquam spatium Necessitas a physi­
cis dicitur, quia uincire et solidare creditur quod est in corpo­
ribus lutulentum; unde Homericus censor, cum Graecis impre­
caretur: «uos omnes, inquit, in terram et aquam resoluamini»,
in id dicens quod est in natura humana turbidum, quo facta est
homini prima concretio. 38. Illud uero quod est inter aquam et
aerem Harmonia dicitur, id est apta et consonans conuenien-
tia, quia hoc spatium est quod superioribus inferiora conciliat
no soltanto tra gli elementi vicini e contigui, ma la stessa sim­
metria si mantiene anche negli elementi alterni. Il medesimo
rapporto di proporzione della terra nei confronti dell’aria è
come quello dell’acqua nei confronti del fuoco e, in senso
inverso, si otterrà la stessa proporzione che li collega tra loro.
In questo modo gli elementi risultano associati grazie alla sim­
metria delle loro differenze.
34. Quanto è appena stato detto, mostra chiaramente che
una superficie non può essere legata senza tre elementi, né un
solido senza quattro. Il numero sette ha in sé, perciò, una dop­
pia capacità coercitiva, perché i suoi due componenti sono
stati dotati per primi della facoltà di legare le loro parti, il tre
con un solo medio e il quattro con due. Per questo Cicerone in
un altro passo sempre del Sogno, dice, a proposito del sette:
«numero che è il nodo di quasi tutte le cose» 113.
35. Ugualmente tutti i corpi sono matematici, figli della
geometria, o tali da essere sensibili alla vista e al tatto. I primi
risultano da tre gradi d’incremento. La linea, infatti, proviene
dal punto, la superficie dalla linea e il solido dalla superficie U4.
Gli altri corpi invece, a causa della capacità coesiva dei quattro
elementi, si fondono con un assemblaggio coerente in una
sostanza saldamente corporea. 36. Inoltre, tutti i corpi hanno
tre dimensioni, lunghezza, larghezza e profondità; hanno quat­
tro limiti, ivi compreso il risultato finale: il punto, la linea, la
superficie ed il solido vero e proprio 115.
Similmente, essendo gli elementi costitutivi dei corpi in
numero di quattro — terra, acqua, aria e fuoco — , essi sono
certamente separati da tre interstizi: uno tra la terra e l’acqua,
un altro tra l’acqua e l’aria ed un terzo tra l’aria e il fuoco. 37.
Lo spazio che intercorre tra la terra e l’acqua ha ricevuto dai
fisici il nome di «Necessità», perché ha, si crede, la facoltà di
legare e di solidificare la componente fangosa dei corpi, donde
quelle parole del censore omerico, quando copriva i Greci
d’imprecazioni: «Che voi tutti possiate dissolvervi in terra e in
acqua!» 116 con ciò intendendo quanto nella natura umana vi è
di torbido, con cui fu fatta la prima concrezione dell’uomo. 38.
L’intervallo tra l’acqua e l’aria si chiama, invece, «Armonia»,
cioè accordo giusto e consonante, perché è lo spazio che con­
giunge gli elementi inferiori e quelli superiori e che mette in
et facit dissona conuenire. 39. Inter aerem uero et ignem
Oboedientia dicitur quia, sicut lutulenta et grauia superioribus
Necessitate iunguntur, ita superiora lutulentis Oboedientia
copulantur, Harmonia media coniunctionem utriusque prae-
stante.
40. Ex quattuor igitur elementis et tribus eorum interstitiis
absolutionem corporum constare manifestum est. Ergo hi duo
numeri, tria dico et quattuor, tam multiplici inter se cognatio­
nis necessitate sociati, efficiendis utrisque corporibus consen­
su ministri foederis obsequuntur. 41. Nec solum explicandis
corporibus hi duo numeri conlatiuum praestant fauorem, sed
quaternarium quidem Pythagorei, quem T E T p a K T Ù v uocant,
adeo quasi ad perfectionem animae pertinentem inter arcana
uenerantur, ut ex eo et iuris iurandi religionem sibi fecerint:
ànerépa v y v x à napaSóvTa t e t p o c k t ù v
o ù nòe t ò v
«per qui nostrae animae numerum dedit ipse quaternum».
42. Ternarius uero adsignat animam tribus suis partibus
absolutam, quarum prima est ratio quam À o y iO T iK Ó v appel­
lant, secunda animositas quam 0 U | ìik ó v uocant, tertia cupidi­
tas quae ÈTTi0upr)TiKÓu nuncupatur.
43. Item nullus sapientum animam ex symphoniis quoque
musicis constitisse dubitauit. Inter has non paruae potentiae
est quae dicitur S ia u a a c o v . Haec constat ex duabus, id est
8 ict TEooàpcov et S ia t t e v t e . Fit autem Sia t t e v t e ex hemio-
lio et fit Sia T E o o à p c o v ex epitrito; et est primus hemiolius
tria et primus epitritus quattuor. Quod quale sit suo loco pla­
nius exsequemur. 44. Ergo ex his duobus numeris constat Sta
T E a a à p c o v et Sia t t e v t e , ex quibus Sia i r a a c b v symphonia
generatur; unde Vergilius, nullius disciplinae expers plene et
per omnia beatos exprimere uolens ait:
o terque quaterque beati.
45. Haec de partibus septenarii numeri sectantes compen­
dia diximus. De ipso quoque pauca dicemus.
accordo le parti dissonanti. 39. Si chiama «Obbedienza» l’in­
terstizio tra l’aria e il fuoco; poiché, come i corpi pesanti e fan­
gosi e i corpi più leggeri sono uniti per mezzo della Necessità,
così i corpi superiori sono legati a quelli fangosi per O bbe­
dienza, mentre l’Armonia è il giusto mezzo che garantisce la
congiunzione tra gli uni e gli altri.
40. E dunque chiaro che la perfezione dei corpi esige il con­
corso dei quattro elementi e dei loro tre interstizi. 117 Perciò
questi due numeri — intendo il tre e il quattro — , uniti tra loro
per vincoli necessari così complessi, si prestano, accordandosi
su un patto d’assistenza, alla formazione di entrambi i tipi di
corpi 11S. 41. Non solo questi due numeri si aiutano vicende­
volmente nel formare i corpi, ma i Pitagorici venerano a tal
punto tra i misteri il quattro, che chiamano TETpaKTÙg 1iy,
come se quel numero fosse pertinente alla perfezione dell’ani­
ma, che basano su di esso la formula sacra del loro giuramen­
to così concepito:
où u à t ò v à | i E T É p a i f ' u x ? f r a p a S ó v T a t e t p o c k t ù v
«no, per colui che diede alla nostra anima il numero quattro». 120
42. Il numero tre, poi, designa l’anima il cui insieme si divi­
de nelle sue tre parti: la prima delle quali è la ragione, chiama­
ta XoyiaTiKÓu, la seconda l’irascibilità, detta QupiKÓv, la terza
la concupiscenza, detta è t t i G u i ì t ì t i k ó v m .
43. Allo stesso modo, nessuno fra i sapienti ha mai dubita­
to che l’anima consista di accordi musicali 122. Tra questi ha
non poca importanza quello chiamato Sia T t a a c o v [ottava]
che risulta da questi due: dal Sia T E o o à p c o v e dal Sia t t e v t e ,
[quarta e quinta]. Il Sia t t e v t e deriva poi dalTemiolio e il Sia
T E a a à p c o v dall’epitrito: il primo emiolio è tre, il primo epitri­
to quattro. Vedremo in seguito quale sia e in cosa consista que­
sto rapporto. 44. Il Sia T E o o à p c o v e il Sia t t e v t e che genera­
no l’armonia del Sia T r a a c ò v si costituiscono quindi da questi
due numeri. 123 Così Virgilio, cui nessuna scienza è estranea,
quando vuole parlare di uomini pienamente e completamente
felici, dice:
Oh tre fiate fortunati e quattro! 124
45. Abbiamo appena trattato sommariamente le parti del
numero sette; diremo adesso qualche parola sul numero in sé.
Hic numerus e t t t c is nunc uocatur, antiquato usu primae
litterae ; apud ueteres enim oetttc^ uocitabatur, quod Graeco
nomine testabatur uenerationem debitam numero. Nam primo
omnium hoc numero anima mundana generata est, sicut
Timaeus Platonis edocuit. 46. Monade enim in uertice locata,
terni numeri ab eadem ex utraque parte fluxerunt, ab hac
pares, ab illa impares; id est post monadem a parte altera duo,
inde quattuor, deinde octo, ab altera uero parte tria, deinde
nouem, et inde uiginti septem: ex his numeris facta contextio
generationem animae imperio creatoris effecit, 47. Non parua
ergo hinc potentia numeri huius ostenditur quia mundanae
animae origo septem finibus continetur, septem quoque uagan-
tium sphaerarum ordinem illi stelliferae et omnes continenti
subiecit artifex fabricatoris prouidentia, quae et superioris
rapidis motibus obuiarent et inferiora omnia gubernarent.
48. Lunam quoque, quasi ex illis septimam, numerus septe­
narius mouet cursumque eius ipse dispensat. Quod cum mul­
tis modis probetur, ab hoc incipiat ostendi: 49. luna octo et
uiginti prope diebus totius zodiaci ambitum conficit. Nam etsi
per triginta dies ad solem a quo profecta est remeat, solos
tamen fere uiginti octo in tota zodiaci circumitione consumit,
reliquis solem qui de loco in quo eum reliquit accesserat, con-
prehendit. 50. Sol enim unum de duodecim signis integro
mense metitur. Ponamus ergo, sole in prima parte Arietis con­
stituto, ab ipsius, ut ita dicam, orbe emersisse lunam, quod
eam nasci uocamus. Haec post uiginti septem dies et horas fere
octo ad primam partem Arietis redit. Sed illic non inuenit
solem: interea enim et ipse, progressionis suae lege, ulterius
accessit, et ideo ipsa necdum putatur eo unde profecta fuerat
reuertisse, quia oculi nostri tunc non a prima parte Arietis, sed
a sole eam senserant processisse. Hunc ergo diebus reliquis, id
Questo numero è ora chiamato èirras, essendo ormai
arcaico Fuso della prima lettera; fra gli antichi infatti esso era
chiamato o e t t t c c $, il cui nome greco testimonia appunto la
venerazione tributata a questo numero 125. Infatti, come inse­
gna il Timeo di Platone I26, è da questo numero, il primo fra
tutti, che fu generata l’Anima del Mondo. 46. Difatti, posta la
monade al vertice, vediamo discendere da entrambe le parti di
essa, tre numeri, da una parte i numeri pari e dall’altra i dispa­
ri, ossia, dopo la monade, da un lato il due, poi il quattro e
quindi l’otto, dall’altro lato il tre, poi il nove e quindi il venti­
sette. E dall’accostamento di questi numeri che, secondo l’or­
dine del demiurgo, si generò l ’Anima. 47. Il fatto che l’origine
dell’Anima del Mondo è racchiusa da sette limiti manifesta
dunque l’eminente potenza di questo numero. Vediamo anche
che la provvidenza costruttrice, diretta dall’eterno Architetto,
ha posto in un ordine reciproco, al di sotto del mondo stellife­
ro che contiene tutti gli altri, sette sfere erranti, col compito di
temperare la velocità dei movimenti della sfera superiore e di
governare tutti i corpi inferiori 127.
48. Anche la luna, che occupa il settimo rango tra questi
pianeti, è sottomessa all’azione del numero sette che regola il
suo corso. Se ne possono dare innumerevoli prove, ma comin­
ciamo la dimostrazione da questa: 49. la luna utilizza circa ven-
totto giorni per percorrere lo zodiaco. Perché, sebbene ritorni
solamente in congiunzione col sole alla fine di trenta giorni,
tuttavia impiega solo circa ventotto giorni per fare un giro
completo dello zodiaco, e nel tempo rimanente essa raggiunge
il sole, perché quest’astro non si ritrova più nel punto dove l’a­
veva lasciato. 50. Il sole, infatti, impiega un mese intero per
attraversare uno solo dei dodici segni. Supponiamo dunque
che, essendo il sole al primo grado dell’Ariete, la luna sia emer­
sa per così dire dal cerchio di questo, o che, come diciamo,
«nasca». Circa ventisette giorni e otto ore dopo 128, la luna
ritorna di nuovo in questo primo grado dell’Ariete. Ma non
ritrova più il sole che, nel frattempo, è andato oltre nella sua
orbita, secondo le leggi che ne regolano la progressione e se
non ci accorgiamo che la luna è tornata nel punto da cui era
partita, è perché allora i nostri occhi non l’avevano vista proce­
dere dal primo grado dell’Ariete, ma dal sole. Le occorrono
est duobus plus minusue, consequitur, et tunc, orbi eius denuo
succedens ac denuo inde procedens, rursus dicitur nasci. 51.
Inde fere numquam in eodem signo bis continuo nascitur, nisi
in Geminis, ubi hoc non numquam euenit, quia dies in eo sol
duos supra triginta altitudine signi morante consumit; rarissi­
mo in aliis, si circa primam signi partem a sole procedat. 52.
Huius ergo uiginti octo dierum numeri septenarius origo est.
Nam si ab uno usque ad septem quantum singuli numeri expri­
munt tantum antecedentibus addendo procedas, inuenies
uiginti octo nata de septem.
53. Hunc etiam numerum, qui in quater septenos aequa
sorte digeritur, ad totam zodiaci latitudinem emetiendam
remetiendamque consumit. Nam septem diebus ad extremita­
te septemtrionalis orae oblique per latum meando ad medieta­
tem latitudinis peruenit — qui locus appellatur eclipticus — ,
septem sequentibus a medio ad imum australe delabitur, sep­
tem aliis rursus ad medium obliquata conscendit, ultimis sep­
tem septentrionali redditur summitati. Ita isdem quater septe­
nis diebus omnem zodiaci et longitudinem et latitudinem cir­
cum perque discurrit.
54. Similibus quoque dispensationibus hebdomadum lumi­
nis sui uices sempiterna lege uariando disponit. Primis enim
septem usque ad medietatem uelut diuisi orbis excrescit, et
5 ixótoho$ tunc uocatur; secundis orbem totum renascentes
ignes colligendo iam complet, et plena tunc dicitur; tertiis
S ixotomos rursus efficitur cum ad medietatem decrescendo
contrahitur, quartis ultima luminis sui diminutione tenuatur.
55. Septem quoque permutationibus quas cpaosis uocant
toto mense distinguitur: cum nascitur, cum fit S ixotouoc;, et
cum fit cinqHKupTos, cum plena, et rursus ànqnKupxos, ac
dunque ancora i giorni che restano, pressappoco due giorni,
per seguirlo e ritornare, in quel momento, in congiunzione
all’orbita di esso, da dove procede di nuovo da questo, dicen­
dosi ancora una volta che «nasce». 51. Ne consegue che la luna
non «nasce» quasi mai due volte di seguito nello stesso segno,
se non talvolta nei Gemelli, perché, ritardato a causa dell’alto
punto d’elevazione di questo segno, il sole impiega due giorni
in più dei trenta 129; ma ciò si verifica assai raramente negli altri
segni, quando la luna si allontana dalla congiunzione col sole
nel primo grado del segno. 52. Il sette è dunque l’origine di
questo numero di ventotto giorni. Infatti, se nei numeri dall’u­
no al sette si somma progressivamente il valore numerico di
ognuno di essi a quello che segue, si ha per risultato che il ven­
totto nasce dal sette. 1J0
53. E ancora di questo numero, diviso in quattro parti ugua­
li del valore di sette, che la luna ha bisogno per attraversare
avanti e indietro l’intera estensione dello zodiaco. Infatti, par­
tita dal punto più settentrionale dell’orizzonte, arriva, dopo un
moto obliquo di sette giorni, nella metà di questo percorso, nel
punto chiamato eclittica. Continuando a scendere durante altri
sette giorni, dal punto medio raggiunge l’estremità australe più
bassa; di là, per una linea ascendente e sempre obliqua, nei
sette giorni successivi, guadagna il punto medio, e, infine, negli
ultimi sette giorni, si ritrova al limite settentrionale. Così, in
quattro volte sette giorni, ha percorso tutto lo zodiaco in lun­
ghezza e in larghezza, in circolo e di traverso m .
54. E anche con simile ripartizione di sette giorni che la lu­
na ci presenta le fasi della sua luce, con modificazioni che se­
guono una legge invariabile. Durante i primi sette giorni essa
cresce progressivamente e si mostra sotto forma della metà di
un cerchio diviso ed è quindi chiamata Si^ÓTopo^ [tagliato in
due]; nella seconda ebdomade, dopo aver raccolto i suoi fuo­
chi rinascenti, completa l’intero suo disco e la chiamiamo allo­
ra piena; dopo tre volte, ridiviene 5ixÓTopo$, in quanto decre­
scendo ridiventa metà; infine, nel quarto periodo, la sua luce
diminuisce ulteriormente e finisce per sparire ai nostri o cch i1,2.
55. Nel corso di un mese intero, conosce così sette aspetti
diversi, chiamati cpdaeis [fasi]: quando nasce, quando diventa
S ixótohos, quando diventa àncpiKupxoj [con due corni],
denuo 5 ixótoho$, et cum ad nos luminis uniuersitate priuatur.
56. ’AucpiKUpfos est autem cum supra diametrum dichotomi
antequam orbis conclusione cingatur uel de orbe iam minuens
inter medietatem ac plenitudinem insuper mediam luminis
curuat eminentiam.
57. Sol quoque ipse de quo uitam omnia mutuantur, septi­
mo signo uices suas uariat. Nam a solstitio hiemali ad aestiuum
solstitium septimo peruenit signo, et a tropico uerno usque ad
auctumnale tropicum septimi signi peragratione perducitur.
58. Tres quoque conuersiones lucis aetheriae per hunc
numerum constat. Est autem prima maxima, secunda media,
minima est tertia; et maxima est anni secundum solem, media
mensis secundum lunam, minima diei secundum ortum et
occasum. 59. Est uero una quaeque conuersio quadripartita, et
ita constat septenarius numerus, id est ex tribus generibus
conuersionum et ex quattuor modis quibus una quaeque
conuertitur. Hi sunt autem quattuor modi: fit enim prima
humida, deinde calida, inde sicca et ad ultimum frigida. 60. Et
maxima conuersio, id est anni, humida est uerno tempore, cali­
da aestiuo, sicca autumno, frigida per hiemem. Media autem
conuersio, mensis per lunam, ita fit ut prima sit hebdomas
humida, quia nascens luna humorem adsolet concitare; secun­
da calida, adolescente in eadem luce de solis aspectu; tertia
sicca, quasi plus ab ortu remota; quarta frigida, deficiente iam
lumine. Tertia uero conuersio, quae est diei secundum ortum
et occasum, ita disponitur quod humida sit usque ad primam
de quattuor partibus partem diei, calida usque ad secundam,
sicca usque ad tertiam, quarta iam frigida.
61. Oceanus quoque in incremento suo hunc numerum
tenet. Nam primo nascentis lunae die fit copiosior solito,
minuitur paulisper secundo, minoremque eum uidet tertius
quando è piena, viceversa quando ridiventa cxuqnKupTOj, e
quindi di nuovo SixÓTopos e, infine, quando non c’invia più
alcuna luce. 56. La si chiama cxnqnKupTos, quando, essendo
crescente, supera il diametro del dichotomos pur non essendo
ancora divenuta piena, o quando, nella sua fase già calante, tra
la metà e la pienezza, s’incurva con una parte illuminata mag­
giore della sua metà 133.
57. Anche il sole, da cui tutto trae vita, regola le sue varia­
zioni periodiche ad ogni settimo segno. Infatti è arrivato al set­
timo segno, quando il solstizio d’estate succede a quello d’in­
verno e parimenti, durante la rivoluzione del settimo segno, l’e­
quinozio di autunno prende il posto di quello di primavera.
58. Questo numero influisce anche sui tre cicli della luce
eterea. Il primo è quello massimo, il secondo è quello medio e
il terzo è il minimo. Quello massimo è annuale, secondo il
corso del sole; il secondo o medio è mensile e secondo il corso
della luna; il terzo, che è anche il minimo, è la rivoluzione diur­
na, dal sorgere al tramonto del sole. 59. D ’altra parte, ciascuno
di questi tre cicli è quadripartito e così risulta il numero sette,
ossia dalla somma dei tre tipi di ciclo e delle quattro fasi in cui
avviene ogni ciclo. Le quattro fasi sono queste: un ciclo è al
principio umido, poi caldo, quindi secco e, per ultimo, freddo.
60. Il ciclo massimo, cioè annuo, è umido in primavera, caldo
in estate, secco in autunno e freddo in inverno. La prima ebdo­
made del ciclo mensile, quello medio regolato dalla luna, è
umida, perché la luna nascente mette sempre in movimento le
sostanze acquose; la seconda settimana è calda, perché la luna
riceve allora dal sole una parte maggiore di luce; la terza è
secca, perché la luna, durante questo periodo, si trova nella
parte opposta a quella che l’ha vista nascere; infine, la quarta
settimana è fredda, perché la luce della luna comincia ormai a
scemare. In quanto al terzo ciclo, quello della rivoluzione diur­
na dall’alba al tramonto, esso è disposto in modo che la prima
delle quattro parti del giorno sia umida, calda durante il secon­
do quarto, secca durante il terzo e, infine, fredda durante l’ul­
timo quarto.
61. Anche l’oceano tiene nel debito conto il numero sette.
Infatti, le sue acque, giunto il giorno della luna nuova, sono più
copiose del solito, nel secondo giorno diminuiscono un po’, nel
quam secundus, et ita decrescendo ad diem septimum perue-
nit. Rursus octauus dies manet septimo par et nonus fit similis
sexto, decimus quinto, et undecimus fit quarto par tertioque
duodecimus, et tertius decimus similis fit secundo, quartus
decimus primo. Tertia uero hebdomas eadem facit quae prima;
quarta, eadem quae secunda.
62. Hic denique est numerus qui hominem concipi, forma­
ri, edi, uiuere, ali ac per omnes aetatum gradus tradi senectae
atque omnino constare facit. Nam ut illud taceamus quod ute­
rum nulla ui seminis occupatum hoc dierum numero natura
constituit uelut decreto exonerandae mulieris uectigali mense
redeunte purgari, hoc tamen praetereundum non est quia
semen, quod post iactum sui intra horas septem non fuerit in
effusionem relapsum, haesisse in uitam pronuntiatur.
63. Verum semine semel intra formandi hominis monetam
locato, hoc primum artifex natura molitur ut die septimo folli­
culum genuinum circumdet humori ex membrana tam tenui
qualis in ouo ab exteriore testa clauditur et intra se claudit
liquorem. 64. H oc cum a physicis deprehensum sit, H ippo­
crates quoque ipse, qui tam fallere quam falli nescit, experi­
menti certus adseruit, referens in libro qui De natura pueri
inscribitur tale seminis receptaculum de utero eius eiectum
quam septimo post conceptum die intellexerat. Mulierem
enim, semine non effuso, ne grauida maneret orantem impe-
rauerat saltibus concitari aitque septimo die saltum septimum
eiciendo cum tali folliculo qualem supra rettulimus suffecisse
conceptui. Haec Hippocrates.
terzo sono ancora minori del secondo e la diminuzione prose­
gue così di seguito fino al settimo giorno. Viceversa, queste
acque, alzandosi allora di nuovo, sono alla fine dell’ottavo gior­
no ciò che erano al principio del settimo, alla fine del nono
sono simili a ciò che erano al principio del sesto, al decimo
sono corrispondenti al quinto, l’undicesimo è uguale al quarto
e il dodicesimo al terzo, e il tredicesimo è simile al secondo, in
modo che alla fine del quattordicesimo giorno sono alla stessa
altezza in cui erano al primo giorno. Questo fenomeno ripete,
durante la terza ebdomade, quello che avviene durante la
prima, e durante la quarta lo stesso che nella seconda.
62. È infine secondo il numero sette che sono regolati gli
stadi della vita dell’uomo: il suo concepimento, la sua forma­
zione, la sua nascita, il suo sviluppo e tutti i gradi d’età fino alla
vecchiaia: insomma la sua esistenza 154. Non parleremo del
fatto che, per una legge della natura, l’utero che non è occupa­
to da un liquido seminale efficace impiega questo numero di
giorni stabiliti al volgere d’ogni mese per sbarazzarsi del tribu­
to al quale la donna è assoggettata come per decreto, tuttavia
una circostanza che non dobbiamo omettere è questa: quando
sono trascorse sette ore dall’eiaculazione del seme ed esso non
si è riversato fuori dall’utero, si dichiara che esso si sia impian­
tato per formare la vita.
63. Ma, una volta posto il seme all’interno della matrice che
serve a formare l’uomo, la natura artefice comincia prima di
tutto, il settimo giorno, ad avvolgere il liquido seminale di un
involucro fatto di una membrana tanto sottile quanto quella
che nell’uovo è racchiusa dal guscio esterno e contiene il liqui­
do. 64. A sostegno di questo fatto, noto a tutti i fisici, Ippo-
crate per parte sua, tanto incapace di ingannare quanto di sba­
gliarsi, ne ha dato una prova sperimentale riferendo, nel suo
trattato intitolato La natura del fanciullo 135, l’espulsione di un
simile embrione dall’utero di una donna che aveva riconosciu­
to incinta al settimo giorno dopo il concepimento. Infatti, sic­
come il seme non si era riversato fuori, e poiché la donna lo
pregava di evitargli una gravidanza, Ippocrate, allora, le ordi­
nò di saltare energicamente e racconta che sette giorni dopo, il
settimo salto fu sufficiente a far staccare l’ovulo dalla matrice,
col tegumento che abbiamo appena descritto. Tale è il raccon­
to di Ippocrate.
65. Straton uero Peripateticus et Diocles Carystius per sep­
tenos dies concepti corporis fabricam hac obseruatione
dispensant, ut hebdomade secunda credant guttas sanguinis in
superficie folliculi de quo diximus apparere, tertia demergi eas
introrsum ad ipsum conceptionis humorem, quarta humorem
ipsum coagulari ut quiddam uelut inter carnem ac sanguinem
liquida adhuc soliditate conueniat, quinta uero interdum fingi
in ipsa substantia humoris humanam figuram, magnitudine
quidem apis, sed ut in illa breuitate membra omnia et designa­
ta totius corporis liniamenta consistant. 66. Ideo autem adieri­
mus ‘interdum’ quia constat quotiens quinta hebdomade fingi­
tur designatio ista membrorum, mense septimo maturari par­
tum. Cum autem nono mense absolutio futura est, si quidem
femina fabricatur, sexta hebdomade membra iam diuidi; si
masculus septima.
67. Post partum uero, utrum uicturum sit quod effusum est,
an in utero sic praemortuum ut tantum modo spirans nascatur,
septima hora discernit. Vitra hunc enim horarum numerum,
quae praemortua nascuntur aeris halitum ferre non possunt.
Quem quisquis ultra septem horas sustinuerit, intellegitur ad
uitam creatus, nisi alter forte, qualis perfectum potest, casus
eripiat. 68. Item post dies septem iactat reliquias umbilici, et
post bis septem incipit ad lumen uisus moueri eius, et post sep­
ties septem libere iam et pupulas et totam faciem uertit ad
motus singulos uidendorum.
69. Post septem uero menses dentes incipiunt mandibulis
emergere, et post bis septem sedet sine casus timore. Post ter
septem sonus eius in uerba prorumpit, et post quater septem
65. Il peripatetico Stratone e Diocle di Caristo 136 organiz­
zano il modo di formazione del corpo, dopo il concepimento,
in periodi di sette giorni, sulla base delle osservazioni seguen­
ti: durante la seconda ebdomade pensano che appaiano sulla
superficie dell’embrione sopra menzionato delle gocce di san­
gue; nel corso della terza, penetrano nell’interno per congiun­
gersi al liquido del concepimento; lo stesso liquido si coagula
durante la quarta settimana per prendere una consistenza
intermedia tra la carne e il sangue, ancora per metà liquida e
per metà solida; ma, durante la quinta settimana, capita talvol­
ta che all’interno di questa stessa sostanza umorale si pronun­
ci una forma umana, la cui dimensione è allora quella di un’a­
pe, ma tale che si possano distinguere, pur in quella piccolez­
za, tutte le membra e i contorni ben disegnati del corpo
umano. 66. Se abbiamo qui aggiunto il termine «talvolta», è
perché è un fatto risaputo che ogni qual volta si delinea questa
configurazione precoce, nella quinta ebdomade, è il pronosti­
co del parto a sette mesi. Perché, nel caso di una gestazione di
nove mesi, la forma esterna delle membra si distingue bene
solamente verso la fine della sesta settimana, se l’embrione è
femmina, e alla fine della settima, se si tratta di un maschio.
67. Solo sette ore dopo il parto, si può stabilire se il neona­
to vivrà, o se, essendo già morto nell’utero, il suo primo soffio
è stato il suo ultimo respiro. Infatti, oltre a questo numero di
ore, è noto che gli esseri che sono venuti alla luce agonizzanti
non possono sopportare la pressione dell’aria. Chi la sopporta
oltre alle sette ore, mostra di essere fatto per vivere, salvo che
non lo porti via uno di quegli altri accidenti, sempre possibili
anche ad un bambino già completo. 68. E dopo il settimo gior­
no ancora che gli si staccano i resti del cordone ombelicale.
Dopo due volte sette giorni, i suoi occhi cominciano ad essere
sensibili all’azione della luce, e dopo sette volte sette giorni
volge infine liberamente le sue pupille e tutto quanto il suo
volto per seguire i diversi movimenti degli oggetti visibili.
69. A sette mesi compiuti, i suoi denti cominciano a spun­
tare dalle mandibole, e alla fine di due volte sette mesi si siede
senza timore di cadere. Dopo tre volte sette mesi, i suoni che
emette sono articolati in parole e, trascorsi quattro volte sette
mesi, il bambino non solo si tiene in piedi con sicurezza, ma
non solum stat firmiter, sed et incedit. Post quinquies septem
incipit lac nutricis horrescere, nisi forte ad patientiam longio­
ris usus continuata consuetudine protrahatur.
70. Post annos septem dentes qui primi emerserant aliis
aptioribus ad cibum solidum nascentibus cedunt, eodemque
anno, id est septimo, plene absoluitur integritas loquendi:
unde et septem uocales literae a natura dicuntur inuentae, licet
latinitas, easdem modo longas modo breues pronuntiando,
quinque pro septem tenere maluerit, apud quos tamen, si
sonos uocalium, non apices numeraueris, similiter septem
sunt.
71. Post annos autem bis septem ipsa aetatis necessitate
pubescit. Tunc enim moueri incipit uis generationis in mascu­
lis et purgatio feminarum. Ideo et tutela puerili quasi uirile iam
robur absoluitur, de qua tamen feminae, propter uotorum
festinationem, maturius biennio legibus liberantur.
72. Post ter septenos annos genas flore uestit iuuenta,
idemque annus finem in longum crescendi facit: et quarta
annorum hebdomas impleta in latum quoque crescere ultra
iam prohibet.
73. Quinta omne uirium, quantae inesse uni cuique pos­
sunt, complet augmentum, nulloque modo iam potest quis­
quam se fortior fieri. Inter pugiles denique haec consuetudo
seruatur ut, quos iam coronauere uictoriae, nihil de se amplius
in incremento uirium sperent, qui uero expertes huius gloriae
usque illo manserunt, a professione discedant.
74. Sexies uero septeni anni seruant uires ante collectas, nec
diminutionem nisi ex accidenti euenire patiuntur. Sed a sexta
usque ad septimam septimanam fit quidem diminutio, sed
occulta et quae detrimentum suum aperta defectione non pro­
dat. Ideo nonnullarum rerum publicarum hic mos est, ut post
sextam ad militiam nemo cogatur; in pluribus datur remissio
iusta post septimam.
anche i suoi passi sono decisi. Quando ha raggiunto cinque
volte sette mesi, il bimbo prova un principio di disgusto per il
latte della sua nutrice e se lo tollera per un più lungo periodo
di tempo è solamente per la forza dell’abitudine.
70. A sette anni compiuti, i suoi denti spuntati per primi
sono sostituiti da altri più adatti alla masticazione di cibi soli­
d i137 ed è anche a questa età, cioè nel settimo anno, che il
bimbo impara a parlare chiaramente. Ecco ciò che ha fatto dire
che le sette vocali sono state inventate dalla natura, sebbene il
numero sette si riduca a cinque tra i Latini che le pronunciano
ora brevi e ora lunghe. Tuttavia anche presso i Latini se ne tro­
verebbero sette, se si avesse riguardo al numero non delle let­
tere scritte, ma del suono delle vocali 138.
71. Alla fine di due volte sette anni, come la sua età esige, si
manifesta la pubertà. E allora, in effetti, che si mette in moto la
capacità di generare nel maschio e il flusso mestruale nella fem­
mina. E per ciò che questa forza, che è ormai quasi quella viri­
le, viene liberata dalla tutela della fanciullezza; ciononostante
le leggi hanno anticipato di due anni questa liberazione in favo­
re delle femmine, a causa della precocità in cui si sposano.
72. Compiuti tre volte sette anni, si vede la barba sostituire
la peluria sulle guance dei giovani che smettono, in quello stes­
so anno, anche di crescere in altezza e, compiuta la quarta
ebdomade in anni, non è più possibile crescere in robustezza.
73. La quinta ebdomade d’anni porta a termine la pienezza
della forza muscolare, ossia quella che può disporre un indivi­
duo, e in nessun modo può irrobustirsi ulteriormente. SÌ è
mantenuta tra i pugili questa consuetudine: quelli che la vitto­
ria ha incoronato non hanno la pretesa di diventare più robu­
sti e quelli che non sono stati ancora vincitori a quell’età
abbandonano questa professione.
74. Nei sei volte sette anni, si conserva la forza in preceden­
za accumulata e non vi è nessun declino, se non per accidente.
Ma, dalla sesta alla settima ebdomade, avviene un declino, in
un modo lento e impercettibile, tale da non rivelare aperta­
mente questa diminuzione di forze. Per questo c’è l’uso, in un
certo numero di stati, di non chiamare nessuno sotto le armi
dopo la sesta ebdomade, ma, in molte altre nazioni, non si
ottiene questo congedo se non dopo la settima ebdomade.
75. Notandum uero, quod, cum numerus septem se multi-
plicat, facit aetatem quae proprie perfecta et habetur et dicitur,
adeo ut illius aetatis homo, utpote qui perfectionem et adtige-
rit iam et necdum praeterierit, et consilio aptus sit nec ab exer­
citio uirium alienus habeatur.
76. Cum uero decas, qui et ipse perfectissimus numerus est
perfecto numero id est éirraSi, iungitur ut aut decies septeni
aut septies deni computentur anni, haec a physicis creditur
meta uiuendi, et hoc uitae humanae perfectum spatium termi­
natur. Quod quisquis excesserit, ab omni officio uacuus, soli
exercitio sapientiae uacat, .et omnem usum sui in suadendo
habet, aliorum munerum uacatione reuerendus: a septima
enim usque ad decimam septimanam, pro captu uirium quae
adhuc singulis perseuerant uariantur officia.
77. Idem numerus totius corporis membra disponit.
Septem sunt enim intra hominem quae a Graecis nigra mem­
bra uocitantur: lingua, cor, pulmo, iecur, lien, renes duo; et
septem alia, cum uenis ac meatibus quae adiacent singulis, ad
cibum et spiritum accipiendum reddendumque sunt deputata:
guttur, stomachus, aluus, uesica et intestina principalia tria,
quorum unum dissiptum uocatur, quod uentrem et cetera inte­
stina secernit, alterum medium, quod Graeci u e o e v x E p o v
dicunt, tertium, quod ueteres hiram uocarunt habeturque
praecipuum intestinorum omnium, et cibi retrimenta deducit.
78. De spiritu autem et cibo, quibus accipiendis, ut relatum
est, atque reddendis membra quae diximus cum meatibus sibi
adiacentibns obsequuntur, hoc obseruatum est quod sine hau­
stu spiritus ultra horas septem, sine cibi, ultra totidem dies uita
non durat.
79. Septem sunt quoque gradus in corpore qui dimensio­
nem altitudinis ab imo in superficiem complent, medulla, os,
neruus, uena, arteria, caro, cutis. Haec de interioribus.
75. Ma va qui osservato che quest’epoca della vita, prodot­
to di sette per sette, è la più perfetta di tutte e difatti l’uomo a
questa età ha raggiunto il più alto punto di perfezione di cui sia
suscettibile e le sue facoltà, non avendo ancora subito altera­
zioni, sono considerate mature nei ragionamenti, senza essere
ancora considerate inadatte all’azione fisica.
76. Ma quando la decade, numero esso stesso perfettissimo,
si congiunge ad un numero tanto perfetto, cioè l’ÉTrTas [ebdo­
made] , questo risultato di dieci volte sette o di sette volte dieci
anni, è, a giudizio dei fisici, il limite della nostra esistenza e il
numero che limita l’estensione perfetta della vita umana. Pas­
sata questa età, l’uomo è esonerato da ogni funzione pubblica
e si dedica esclusivamente all’esercizio della saggezza; tutto il
suo impegno sta nel convincere gli altri ed è onorato con l’e­
senzione da ogni altro dovere sociale. Infatti, dalla settima alla
decima ebdomade di anni, i compiti assegnati variano secondo
le forze fisiche di cui può disporre il singolo individuo.
77. Gli organi del corpo umano sono ugualmente ordinati
sulla base di questo numero. Vi sono, infatti, nell’interno del­
l’uomo, sette organi ‘neri’ come dicono i Greci, ossia: lingua,
cuore, polmone, fegato, milza e i due reni. Sette altri, compre­
so le vene e i canali attigui a ciascuno di essi, sono deputati a
ricevere ed espellere cibo e aria, cioè: gola, stomaco, ventre,
vescica e i tre principali intestini di cui uno si chiama dissiptum
[diaframma] e separa il ventre dal resto degli intestini, il secon­
do è il medium [intestino medio], chiamato dai Greci neaevre-
po$, il terzo è quello che gli antichi chiamarono hira [intestino
tenue] 139, considerato il più importante degli intestini che
espelle i residui dei cibi.
78. Al riguardo di aria e di cibo, di assorbimento e di espul­
sione dei quali, come abbiamo detto, sono adibiti gli organi in
precedenza menzionati con i condotti vascolari loro adiacenti,
si è osservato che, senza immissione d’aria, la vita non si pro­
lunga oltre le sette ore e che cessa anche quando il corpo è
stato privato di alimenti per un egual numero di giorni140.
79. Si contano ugualmente sette strati che formano lo spes­
sore del corpo dall’interno alla superficie e sono disposti nel
seguente ordine: midollo, ossa, nervi, vene, arterie, carne e
pelle. Questo quanto all’interno del corpo umano.
80. In aperto quoque septem sunt corporis partes, caput,
pectus, manus pedesque et pudendum. Item quae diuiduntur
non nisi septem compagibus iuncta sunt: ut in manibus est
humerus, brachium, cubitus, uola et digitorum nodi terni, in
pedibus uero femur, genu, tibia, pes ipse, sub quo uola est, et
digitorum similiter nodi terni.
81. Et quia sensus eorumque ministeria natura in capite
uelut in arce constituit, septem foraminibus sensuum celebran­
tur officia, id est oris ac deinde oculorum, narium et aurium
binis; unde non inmerito hic numerus, totius fabricae dispen­
sator et dominus, aegris quoque corporibus periculum sanita-
temue denuntiat. Immo ideo et septem motibus omne corpus
agitatur: aut enim accessio est aut recessio, aut in laeuam dex-
tramue deflexio, aut sursum quis seu deorsum mouetur aut in
orbem rotatur.
82. Tot uirtutibus insignitus septenarius, quas uel de parti­
bus suis mutuatur uel totus exercet, iure plenus et habetur et
dicitur. Et absoluta, ut arbitror, ratione iam constitit cur diuer-
sis ex causis octo et septem pleni uocentur. 83. Sensus autem
hic est: cum aetas tua quinquagesimum et sextum annum con-
pleuerit, quae summa tibi fatalis erit, spes quidem salutis
publicae te uidebit et pro remediis communis bonorum
omnium status uirtutibus tuis dictatura debebitur, sed si euase-
ris insidias propinquorum. Nam per «septenos octies solis
anfractus reditusque» quinquaginta et sex significat annos,
anfractum solis et reditum annum uocans: anfractum, propter
zodiaci ambitum, reditum, quia eadem signa per annos singu­
los certa lege metitur.
80. Quanto all’esterno del corpo, anche in esso si trovano
sette organi diversi: testa, tronco, mani, piedi e sesso. Si­
milmente gli organi che sono divisibili sono uniti da sette lega­
menti: nelle mani l’omero, il braccio, il gomito, il palmo e le tre
falangi; nei piedi, il femore, il ginocchio, la tibia, il piede stes­
so, sotto di cui si trova la pianta, e ugualmente le tre falangi.
81. E poiché la natura ha posto nella testa, come in una
rocca, i sensi e le loro funzioni, le operazioni dei sensi si svol­
gono attraverso sette orifizi: la bocca, i due occhi, le due nari­
ci e le due orecchie. E perciò meritatamente giusto che su que­
sto numero, governatore e signore di tutta la fabbrica del
corpo umano, si basino i pronostici dell’esito felice o funesto
delle malattie del corpo. Per di più, i movimenti esterni del
corpo umano sono in numero di sette: in avanti o indietro, a
destra o a sinistra, movimento dal basso verso l’alto o dall’alto
verso il basso, moto circolare 141.
82. Distinto da così tante proprietà, che trova nelle sue parti
o che esercita nella sua totalità, il sette è considerato e defini­
to, a buon diritto, numero «pieno». Credo che quanto detto, a
mio avviso, dimostri perfettamente perché, per motivi diversi,
l’otto e il sette siano chiamati «pieni». 83. Il senso del passo
citato è quindi questo: quando sarai giunto all’età di cinquan-
tasei anni, prodotto che ti porterà ad un inevitabile destino,
ogni speranza di salute pubblica sarà riposta in te e spetterà
alle tue virtù la dittatura affinché sia ristabilita la sicurezza del
bene generale, a condizione che tu riesca a sfuggire alle insidie
dei tuoi parenti. Difatti, «otto volte sette giri e ritorni del sole»
equivalgono a cinquantasei anni, poiché «giro e ritorno del
sole» designa l’anno: «giro» perché quest’astro fa il giro intero
dello zodiaco, «ritorno» perché è costretto, da una legge stabi­
lita, a percorrere ogni anno gli stessi segni.
Fig. 07
Incisione tratta dall’edizione la­ Diagramma ritraente i quattro
tina di Macrobius, In Somnium Sci­ elementi e le loro qualità, da M acro­
pionis, Angeli Britannici, Brixiae bius, Commentarii in Somnium Sci­
(Brescia), 1501. pionis (NKS 218 4°), manoscritto su
pergamena (ca, 1150, Francia m eri­
dionale?), particolare del fol. 3r,
Copenhagen, Det Kongelige Biblio-
tek.

E n orA O /L N Fig. 08
& Vili-Vini xn
Diagramma ritraente la tavola
mostrata dal giovinetto a Pitagora
nella Scuola d ’A tene di Raffaello,
tratto da Giovanni Battista Bellori,
Descrizione delle immagini dipinte
da Raffaello D ’Urbino. N el palazzo
Vaticano, e nella farnesina alla
Lungara, con alcuni ragionamenti in
onore delle sue opere, e della pittura,
e scultura , appresso gli eredi del q,
Gio. Lorenzo Barbiellini stampatori
e mercanti di libri a Pasquino, in
Roma, 1751,

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epogdoos

V..

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1 ]
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I 1 t

Fig. 09 Fig. 10
Particolare della Scuola d’A tene Diagramma dell’epogdo. In esso,
di Raffaello, 1509-1510, Roma, come si mostra con chiarezza nelle
Palazzo Vaticano, Stanza della Se­ figure precedenti, si propone la suddi­
gnatura. La lavagna nera che è visione tipicamente pitagorica dell’ot­
accanto a Pitagora mostra un dia­ tava, che prevede due intervalli di quar­
gramma con i rapporti musicali (dia- ta (tetracordi) separati da un tono detto
tessaron , diapente, diapason ) e con la tono di disgiunzione contrassegnato
cosiddetta tetraktys, cioè l’insieme con il piccolo arco nella parte superio­
dei numeri su cui doveva basarsi re. Il termine epogdoon indica in effetti
l’armonia dell’universo. il rapporto di 9/8 che caratterizza il
tono intero pitagorico. I numeri nella
parte superiore 6, 8, 9, 12 indicano la
forma in cui venivano caratterizzate nel
pitagorismo lottava, la quinta, la quar­
te e la fondamentale e com e variante ri­
spetto ai numeri 1, 2, 3,4, il cosiddetto
quaternario che viene proposto nella
forma simbolica della tetraktys traccia­
ta alla base del grafico.

Fig. I l e Fig. 12
Diagramma ritraente la monade
con la discesa dei numeri pari e dispari,
da Macrobius, Commentarii in Som­
nium Scipionis (NKS 218 4°), mano­
scritto su pergamena (ca. 1150, Francia
meridionale?), particolare del fol. 30v,
Copenhagen, Det KongeKge Bibliotek.
(in basso) Lo stesso diagramma
nell’incisione a stampa dell’edizione
latina di Macrobius, In Somnium Sci­
pionis, Angeli Britannici, Brixiae, 1501.
7. 1. Hic quidam mirantur quid sibi uelit ista dubitatio, «si
effugeris. .. ». Quasi potuerit diuina anima et olim caelo reddita
atque hinc maxime scientiam futuri professa nescire, possitne
nepos suus an non possit euadere! Sed non aduertunt hanc
habere legem omnia uel signa uel somnia, ut de aduersis obli­
que aut denuntient aut minentur aut moneant. 2. Et ideo quae­
dam cauendo transimus, alia exorando et litando uitantur.
Sunt ineluctabilia, quae nulla arte, nullo auertuntur ingenio.
Nam ubi admonitio est, uigilantia cautionis euaditur; quod
adportant minae, litatio propitiationis auertit; numquam
denuntiata uanescunt.
3. Hic subicies: unde igitur ista discernimus, ut possit
cauendumne an exorandum an uero patiendum sit deprehen­
di? Sed praesentis operis fuerit insinuare qualis soleat in diui-
nationibus esse affectata confusio, ut desinas de inserta uelut
dubitatione mirari; ceterum in suo quoque opere artificis erit
signa quaerere, quibus ista discernat, si hoc uis diuina non
inpedit. Nam illud:
... prohibent nam cetera Parcae
scire...

Maronis est ex intima disciplinae profunditate sententia.


4. Diuulgatis etiam docemur exemplis, quam paene semper,
cum praedicuntur futura, ita dubiis obserantur, ut tamen dili­
gens — nisi diuinitus, ut diximus, impeditur — subesse reppe-
riat apprehendendae uestigia ueritatis: ut ecce Homericum
somnium a Ioue, ut dicitur, missum ad conserendam futuro die
cum hostibus manum sub aperta promissione uictoriae spem
regis animauit; ille, uelut diuinum secutus oraculum, commis-
7. 1. Questa espressione dubitativa, «se riuscirai a sfuggire»,
è motivo di meraviglia per alcuni. Come concepire che un’ani­
ma divina, già da tempo ritornata al celeste soggiorno e di con­
seguenza con una perfetta conoscenza del futuro, potesse igno­
rare se suo nipote sarebbe riuscito a sfuggire o no alle insidie
dei suoi avversari! Ma costoro non prestano attenzione al fatto
che di regola tutti i presagi, segni e sogni annunciano, minac­
ciano o avvertono in forma equivoca quando si tratta di avver­
sità. 2. Per questo schiviamo alcuni pericoli, o stando in guar­
dia, o evitandoli con preghiere e offerte. Sono invece inelutta­
bili quelli che nessuna arte e nessuna astuzia riesce a stornare.
Difatti, se siamo avvertiti, una vigile circospezione ci può sal­
vare. Il pericolo arrecato dalle minacce può essere allontanato
con un sacrificio propiziatorio; ma le predizioni hanno sempre
il loro effetto.
3. Come distinguere dunque i segni, mi dirai allora, dai
quali possiamo riconoscere se bisogna stare in guardia o rende­
re gli dèi propizi o rassegnarci? Ma il nostro compito qui è di
fare cessare la meraviglia cui dà luogo l’ambiguità delle parole
comunemente e di proposito usata nelle profezie, dimostrando
che l’oscurità è, per così dire, intrinseca nella divinazione. Del
resto, in ogni opera del demiurgo saranno da ricercare quei
segni, che rendono possibile la soluzione degli enigmi, purché
la volontà divina non vi si opponga. Infatti questa espressione
di Virgilio:
... altro le Parche non vogliono
che sappia... 142

è una sentenza che appartiene alla più intima profondità della


dottrina.
4. Tuttavia non manchiamo d’esempi noti che c’insegnano
che, nel linguaggio equivoco della predizione del futuro, un
osservatore attento scopre quasi sempre le tracce che lo porta­
no alla strada della verità, a meno che, come abbiamo detto,
non sia ostacolato dal volere divino. Ricordiamoci quel sogno
che, in Omero, Giove inviò ad Agamennone, animandone le
speranze, affinché s’impegnasse a combattere i troiani il giorno
dopo, con un’esplicita promessa di vittoria. 143 Seguendo que­
st’oracolo che credeva divino, il re degli Achei attaccò batta-
so proelio, amissis suorum plurimis, uix aegreque in castra
remeauit. 5. Num dicendum est deum mandasse mendacium?
Non ita est, sed quia illum casum Graecis fata decreuerant,
latuit in uerbis somnii, quod animaduersum uel ad uere uin-
cendum uel ad cauendum saltem potuisset instruere. 6. Habuit
enim praeceptio ut uniuersus produceretur exercitus; at ille,
sola pugnandi hortatione contentus, non uidit quid de produ­
cenda uniuersitate praeceptum sit, praetermissoque Achille,
qui tunc recenti lacessitus iniuria ab armis cum suo milite feria­
batur, rex progressus in proelium et casum qui debebatur
excepit et absoluit somnium inuidia mentiendi non omnia de
imperatis sequendo.
7. Parem obseruantiae diligentiam Homericae per omnia
perfectionis imitator Maro in talibus quoque rebus obtinuit.
Nam apud illum Aeneas, ad regionem instruendo regno fatali­
ter eligendam satis abundeque Delio instructus oraculo, in
errorem tamen unius uerbi neglegentia relapsus est. 8. Non
quidem fuerat locorum quae petere deberet nomen insertum,
sed cum origo uetus parentum sequenda diceretur, fuit in uer­
bis, quod inter Cretam et Italiam, quae ipsius gentis auctores
utraque produxerant, magis ostenderet et, quod aiunt, digito
demonstraret Italiam. Nam cum fuissent inde Teucer, hinc
Dardanus, uox sacra, sic adloquendo «Dardanidae duri»,
aperte consulentibus Italiam, de qua Dardanus profectus esset,
obiecit, appellando eos parentis illius nomine, cuius erat origo
rectius eligenda.
9. Et hic certae quidem denuntiationis est quod de
Scipionis fine praedicitur, sed gratia conciliandae obscuritatis
inserta dubitatio dicto tamen quod initio somnii continetur
absoluitur. Nam cum dicitur «circuitu naturali summam tibi
fatalem confecerint», uitari hunc finem non posse pronuntiat.
glia, perse un gran numero dei suoi e ritornò di misura e a sten­
to nell’accampamento. 5. Accuseremo la divinità di menzo­
gna? Certamente no; ma siccome era nel decreto dei fati che
questa disfatta accadesse ai Greci, le parole del sogno doveva­
no offrire un senso nascosto che, se fosse stato afferrato bene,
li avrebbe resi vincitori, o almeno più circospetti. 6. Infatti nel­
l’ingiunzione che gli era stata fatta di riunire tutto il suo eserci­
to fuori dell’accampamento, il re vide solamente l’incoraggia­
mento a combattere e, invece di farlo con tutte le schiere del­
l’esercito, trascurò Achille che, offeso in quel tempo da un
affronto recente, aveva con i suoi soldati deposte le armi, non
prese alcuna parte ai movimenti del campo, e l’esito del com­
battimento per il re fu quello che doveva essere ed il sogno non
potè essere considerato come menzognero, poiché non era
stata seguita la totalità delle indicazioni ricevute 144.
7. Virgilio, non meno perfetto di Omero, suo modello 145, ha
mostrato un’osservanza altrettanto scrupolosa in questi argo­
menti. Presso di lui, infatti, Enea aveva ricevuto dall’oracolo di
Deio sufficienti ed esaurienti istruzioni sulla terra che gli aveva
assegnato il fato per fondare il suo regno, ma un’unica parola
trascurata lo fece cadere in errore. 8. Questa terra da raggiun­
gere, è vero, non era stata esplicitamente nominata dall’oraco­
lo; ma, siccome gli si era prescritto di tornare ai luoghi d’origi­
ne degli antenati, vi era in queste parole un indizio che, tra
Creta e l’Italia, le due terre, cioè, da cui provenivano i fondato­
ri della stirpe troiana, lasciava intendere di più e, come si dice,
«additava» l’Italia. Infatti, dei due fondatori Teucro proveniva
da Creta e Dardano era originario dell’Italia; la voce sacra, con
il dire «duri Dardanidi», suggeriva chiaramente a chi la consul­
tava l’Italia, da cui Dardano era partito; infatti, chiamandoli col
nome di quello dei loro antenati che era originario dell’Italia, si
designava evidentemente il paese da scegliere 146.
9. Parimenti, nel sogno di Scipione, la predizione della sua
fine gli è annunciata in modo chiaro e il dubbio, inserito per
lasciare alla predizione ciò che deve avere di oscuro, è sciolto
fin dal principio di questo sogno con una formula. Infatti con
le parole: «{.quando questi due numeri] avranno realizzato con il
loro naturale percorso la somma fatale a te assegnata», il sogno
annuncia chiaramente che quel termine era inevitabile. Così,
Quod autem Scipioni reliquos uitae actus sine offensa dubitan­
di per ordinem rettulit et de sola morte similis uisus est ambi­
genti, haec ratio est quod, siue dum humano uel maerori par­
citur uel timori, seu quia utile est hoc maxime latere, pronius
cetera oraculis quam uitae finis exprimitur; aut, cum dicitur,
non sine aliqua obscuritate profertur.

8. 1. His aliqua ex parte tractatis progrediamur ad reliqua:


«Sed quo sis, Africane, alacrior ad tutandam rem publicam, sic
habeto: omnibus, qui patriam conseruarint, adiuuerint, auxerint,
certum esse in caelo definitum locum ubi beati aeuo sempiterno
fruantur. Nihil est enim illi principi deo, qui omnem mundum
regit, quod quidem in terris fiat, acceptius quam concilia coetus-
que hominum iure sociati, quae duitates appellantur. Earum rec­
tores et seruatores hinc profecti huc reuertuntur.»
2. Bene et oportune, postquam de morte praedixit, mox
praemia bonis post obitum speranda subierit. Quibus adeo a
metu praedicti interitus cogitatio uiuentis erepta est ut ad
moriendi desiderium ultro animaretur maiestate promissae
beatitudinis et caelestis habitaculi. Sed de beatitate quae debe­
tur conseruatoribus patriae pauca dicenda sunt, ut postea
locum omnem, quem hic tractandum recepimus, resoluamus.
3. Solae faciunt uirtutes beatum, nullaque alia quisquam uia
hoc nomen adipiscitur: unde qui aestimant nullis nisi philoso-
phantibus inesse uirtutes, nullos praeter philosophos beatos
esse pronuntiant. Agnitionem enim rerum diuinarum sapien­
tiam proprie uocantes, eos tantummodo dicunt esse sapientes
qui superna et acie mentis requirunt et quaerendi sagaci dili­
gentia comprehendunt et, quantum uiuendi perspicuitas prae­
stat, imitantur; et in hoc sola esse aiunt exercitia uirtutum, qua-
nella rivelazione che a Scipione viene fatta degli altri avvenir
menti della sua vita, secondo l’ordine in cui avranno luogo,
senza dar luogo a dubbi, e se la sola espressione vaga è quella
relativa alla sua morte, la ragione è perché gli oracoli sono
inclini sì a rivelare ogni cosa, ma non la fine della vita, sia per
risparmiare all’uomo dolori e paure, sia perché è utile che
soprattutto ciò resti nascosto; oppure, nel caso che gli oracoli
ce l’annuncino, la predizione avviene non senza una qualche
oscurità.

8. 1. Dopo questo parziale commento, esaminiamo ora il


resto del discorso di Scipione: «Ma alfine, o Africano, d ’ispirar­
ti maggior ardore nel difendere lo stato, sappi questo: per coloro
che avranno salvato, difeso, ingrandito la loro patria c’è nel cielo
un posto particolare e ben definito dove, beati, possono godere di
un’eterna felicità. A l sommo dio che regge tutto l’universo, nulla
di ciò che accade in terra è infatti più caro delle comunità e aggre­
gazioni di uomini, legate sulla base del diritto, che vanno sotto il
nome di Stati. Coloro che li reggono e ne custodiscono gli ordi­
namenti come sono partiti di qui, così poi vi ritornano» 147.
2. Di proposito e al momento opportuno, fa immediata­
mente seguire alla predizione della morte quella delle ricom­
pense in cui devono sperare i buoni cittadini dopo il trapasso.
Questo produsse sul pensiero del vivente un tale effetto che,
lungi dal temere l’istante fatale predettogli, davanti all’immen­
sità della felicità promessa e del soggiorno celeste, arse sponta­
neamente del desiderio di morire. Ma la felicità riservata a chi
salva la patria merita alcune parole, che ci permetteranno in
seguito di dare al passo qui discusso tutto il suo sviluppo 148.
3. Non c’è felicità che nelle virtù e merita il nome di felice
solo chi non si scosta dalla via che gli tracciano: ecco perché
coloro che sono persuasi che la virtù appartenga solamente ai
filosofi, sostengono che nessuno, salvo i filosofi, è felice.
Riservando, infatti, il nome di sapienza alla conoscenza delie
cose divine, affermano che sono saggi solo coloro i quali ricer­
cano con l’acume dell’intelletto le realtà superne, giungono,
dopo una ricerca sagace e ostinata, a comprenderle e, per
quanto è dato agli uomini intravederle, le imitano; in ciò, dico­
no, risiede il solo modo di praticare le virtù, le cui funzioni si
rum sic officia dispensant. 4. Prudentiae esse mundum istum
et omnia quae in mundo insunt diuinorum contemplatione
despicere omnemque animae cogitationem in sola diuina diri­
gere; temperantiae, omnia relinquere, in quantum natura pati­
tur, quae corporis usus requirit; fortitudinis, non terreri ani­
mam a corpore quodam modo ductu philosophiae receden­
tem, nec altitudinem perfectae ad superna ascensionis horrere;
iustitiae, ad unam sibi huius propositi consentire uiam unius
cuiusque uirtutis obsequium. Atque ita fit ut, secundum hoc
tam rigidae definitionis abruptum, rerum publicarum rectores
beati esse non possint.
5. Sed Plotinus, inter philosophiae professores cum Platone
princeps, libro De uirtutibus gradus earum uera et naturali
diuisionis ratione conpositos per ordinem digerit. Quattuor
sunt, inquit, quaternarum genera uirtutum. Ex his primae poli­
ticae uocantur, secundae purgatoriae, tertiae animi iam purga­
ti, quartae exemplares. 6. Et sunt politicae hominis, qua socia­
le animal est. His boni uiri rei publicae consulunt, urbes tuen­
tur; his parentes uenerantur, liberos amant, proximos diligunt;
his ciuium salutem gubernant; his socios circumspecta proui-
dentia protegunt, iusta liberalitate deuinciunt: hisque
... sui memores alios fecere merendo.

7. Et est politici prudentiae ad rationis normam quae cogi­


tat quaeque agit uniuersa dirigere ac nihil praeter rectum uelle
uel facere, humanisque actibus tamquam diuinis arbitris proui-
dere; prudentiae insunt ratio, intellectus, circumspectio, proui-
dentia, docilitas, cautio; fortitudinis, animum supra periculi
metum agere nihilque nisi turpia timere, tolerare fortiter uel
aduersa uel prospera; fortitudo praestat magnanimitatem,
fiduciam, securitatem, magnificentiam, constantiam, toleran­
tiam, firmitatem; temperantiae, nihil adpetere paenitendum, in
distinguono nell’ordine che segue 149. 4. La prudenza consiste
nel disdegnare questo mondo e tutto ciò che vi è racchiuso,
grazie alla contemplazione del divino, e nel concentrare tutta la
riflessione dell’anima verso il solo divino; la temperanza vuole
che si abbandoni, per quanto lo permette la natura, tutto ciò
che i bisogni del corpo reclamano; la fortezza consiste nel non
avere timore se la nostra anima si separa, in qualche modo,
sotto gli auspici della filosofia, dal corpo e a non spaventarci
dell’altezza immensa di questa ascensione verso le regioni
superne; è compito della giustizia, seguendo la sola via che
conduce verso la meta proposta, realizzare l’obbedienza a cia­
scuna di queste virtù. Secondo questa rigida classificazione,
risulta evidente che i governanti non possono essere fe lic i150.
5. Ma Plotino, che è principe con Platone tra i filosofi, ci ha
lasciato un trattato Sulle virtù 151 in cui classifica i loro gradi
successivi, secondo un sistema di suddivisione più esatto e più
naturale. Ognuna delle quattro virtù, dice, si suddivide in
quattro generi. Il primo genere è costituito dalle cosiddette
virtù politiche, il secondo dalle virtù purificatrici, il terzo da
quelle dell’anima già purificata ed il quarto dalle virtù esempla­
ri. 6. Le virtù politiche sono proprie dell’uomo, in quanto ani­
male sociale. Sono esse che fanno sì che gli uomini onesti vegli­
no sullo Stato e proteggano le città; è grazie ad esse che essi
rispettano i genitori, amano i figli e vogliono bene ai parenti;
grazie ad esse assicurano la salute pubblica; grazie ad esse pro­
teggono gli alleati con accorta previdenza e li vincolano con
una giusta generosità; grazie ad esse
... lasciarono di sé buon ricordo agli altri ben oprando. 152

7. La prudenza politica consiste neU’indirizzare ogni pen­


siero e ogni azione secondo una norma razionale, a non volere
e a non fare niente che non sia giusto e a comportarsi in ogni
azione umana come se si fosse in presenza degli dèi; la pruden­
za comprende in sé la ragione, l’intelligenza, la circospezione,
la previdenza, la dolcezza di carattere e la cautela; la fortezza
consiste nell’elevare l’animo sopra il timore dei pericoli, a
temere solamente ciò che è vergognoso, a sostenere con un’e­
guale fermezza le prove deH’awersità e quelle della buona
sorte; la fortezza comporta magnanimità, fiducia in se stessi,
sicurezza, dignità d’animo, costanza, tolleranza e fermezza; la
nullo legem moderationis excedere, sub iugum rationis cupidi­
tatem domare; temperantiam secuntur modestia, uerecundia,
abstinentia, castitas, honestas, moderatio, parcitas, sobrietas,
pudicitia; iustitiae, seruare unicuique quod suum est; de iusti-
tia ueniunt innocentia, amicitia, concordia, pietas, religio,
affectus, humanitas. 8. His uirtutibus uir bonus primum sui
atque inde rei publicae rector efficitur, iuste ac prouide guber­
nans, humana non deserens.
Secundae, quas purgatorias uocant, hominis sunt qui diuini
capax est, solumque animum eius expediunt qui decreuit se a
corporis contagione purgare et quadam humanorum fuga solis
se inserere diuinis. Hae sunt otiosorum qui a rerum publica­
rum actibus se sequestrant. Harum quid singulae uelint, supe­
rius expressimus, cum de uirtutibus philosophantium dicere­
mus, quas solas quidem aestimauerunt esse uirtutes.
9. Tertiae sunt purgati iam defaecatique animi et ab omni
mundi huius aspergine presse pureque detersi. Illic prudentiae
est diuina non quasi in electione praeferre sed sola nosse, et
haec tamquam nihil sit aliud intueri; temperantiae, terrenas
cupiditates non reprimere, sed penitus obliuisci; fortitudinis,
passiones ignorare, non uincere, ut
nesciat irasci, cupiat n ih il...;

iustitiae, ita cum supera et diuina mente sociari ut seruet per­


petuum cum ea foedus imitando.
10. Quartae sunt quae in ipsa diuina mente consistunt,
quam diximus voOv uocari, a quarum exemplo reliquae omnes
per ordinem defluunt. Nam si rerum aliarum, multo magis uir-
tutum ideas esse in mente credendum est. Illic prudentia est
temperanza consiste nel non aspirare a niente di cui ci si possa
pentire, nel non superare i limiti della moderazione, nell’assog-
gettare le proprie passioni al giogo della ragione; la temperan­
za ha per corteo la modestia, la delicatezza dei sentimenti, l’a­
stinenza, la castità, l’onestà, la moderazione, la frugalità, la
sobrietà, il pudore; è compito della giustizia politica conserva­
re a ciascuno ciò che gli appartiene; dalla giustizia provengono
l’innocenza, l’amicizia, la concordia, la pietà verso i nostri geni­
tori e verso gli dèi, i sentimenti affettuosi e l’umanità. 8. E
applicando, dapprima, a se stesso l’uso di queste virtù che l’uo­
mo onesto riesce poi ad applicarle nell’uso degli affari pubbli­
ci, amministrando con giustizia e previdenza, senza trascurare
le cose umane. 153
Le virtù del secondo genere, dette purificatrici 154, sono
quelle dell’uomo giunto all’intelligenza del divino e convengo­
no solo all’animo di chi ha preso la risoluzione di purificarsi
dal contagio del corpo e di fuggire, se così si può dire, da ogni
cura umana per unirsi esclusivamente al divino. Questo stato è
proprio di chi ha escluso ogni impegno e si sottrae ad ogni
occupazione pubblica. Di quanto valga ciascuna di queste
virtù abbiamo parlato prima 155 ricordando quelle del filosofo,
le uniche che meritano questo nome, stando a quel che dicono.
9. Le virtù del terzo genere sono quelle dell’animo già puri­
ficato e libero, interamente e accuratamente ripulito da ogni
macchia di questo mondo 156. Qui la prudenza consiste non nel
preferire le cose divine come per effetto di una scelta, ma nel
conoscere e contemplare solamente esse, come se fossero le
uniche al mondo; la temperanza non nel reprimere le passioni
terrene, ma nell’obliarle completamente; la fortezza, non nel
vincerle, ma nell’ignorarle, in modo da
non conoscere né collera né desiderio 157;

infine, la giustizia consiste nell’unirsi all'intelletto supremo e


divino, per mantenere con esso il patto eterno che abbiamo
assunto imitandolo.
10. Le virtù del quarto genere sono quelle che risiedono
nello stesso Intelletto divino, che abbiamo detto chiamarsi
voù<r158; dal loro modello derivano, per ordine successivo e
graduato, tutte le altre virtù. Infatti, se l’intelletto contiene le
idee originarie di tutto ciò che è, a maggior ragione è da crede-
mens ipsa diuina; temperantia, quod in se perpetua intentione
conuersa est; fortitudo, quod semper idem est nec aliquando
mutatur; iustitia, quod perenni lege a sempiterna operis sui
continuatione non flectitur.
11. Haec sunt quaternarum quattuor genera uirtutum, quae
praeter cetera maximam in passionibus habent differentiam
sui. Passiones autem, ut scimus uocantur quod homines
...m etuunt cupiuntque, dolent gaudentque...

Has primae molliunt, secundae auferunt, tertiae obliuiscuntur,


in quartis nefas est nominari.
12. Si ergo hoc est officium et effectus uirtutum, beare, con­
stat autem et politicas esse uirtutes, igitur et politicis efficiun­
tur beati. Iure ergo Tullius de rerum publicarum rectoribus
dixit: «ubi beati aeuo sempiterno fruantur»\ qui, ut ostenderet
alios otiosis, alios negotiosis uirtutibus fieri beatos, non dixit
absolute nihil esse illi principi deo acceptius quam duitates,
sed adiecit: «quod quidem in terris fiat», ut eos qui ab ipsis cae­
lestibus incipiunt discerneret a rectoribus ciuitatum, quibus
per terrenos actus iter paratur ad caelum. 13. Illa autem defi­
nitione quid pressius potest esse, quid cautius de nomine ciui­
tatum? «Quam concilia, inquit, coetusque hominum iure socia­
ti, quae duitates appellantur». Nam et seruilis quondam et gla-
ditoria manus «concilia hominum et coetus» fuerunt, sed non
«iure sociati». Illa autem sola iusta est multitudo, cuius uniuer-
sitas in legum consentit obsequium.
re che contenga le idee delle virtù. Lo stesso Intelletto divino è
qui la prudenza; è la temperanza poiché con un’eterna atten­
zione è volto su se stesso; è la fortezza, poiché è sempre iden­
tico e non muta mai; è la giustizia per il fatto che, per una legge
eterna, non si discosta mai dalla perpetua continuazione della
sua opera.
11. Questi sono i quattro generi, di quattro virtù ciascuno;
generi che, oltre al resto, hanno effetti differenti soprattutto
riguardo alle passioni, Le passioni, poi, come sappiamo, sono
così chiamate, perché gli uomini
... temono e bramano, soffrono e godono... 159

Le prime leniscono queste passioni, le seconde le annientano,


quelle del terzo genere le fanno dimenticare, quelle del quar­
to è addirittura empio nominarle.
12. Se dunque è compito ed effetto delle virtù quello di ren­
derci felici, e si sa che esistono anche delle virtù politiche, è
chiaro che anche le virtù politiche conducono alla felicità.
Cicerone ha dunque ragione, quando, parlando dei governan­
ti della cosa pubblica, si esprime così: «dove da beati godono di
un’eterna felicità». Per farci capire che si può pretendere que­
sta felicità sia con le virtù attive e sia con le virtù contemplati­
ve, invece di dire in senso assoluto che niente è più gradito al
dio supremo delle comunità dei cittadini, aggiunge «nulla di
ciò che accade in terra», per stabilire con ciò una distinzione tra
coloro che cominciano dedicandosi proprio alle cose divine e
tra i governanti di stato che, con le azioni terrene, si preparano
una strada per il cielo. 13. Che cosa può esserci di più esatto e
di più preciso di questa definizione degli stati, che chiama
«comunità e aggregazioni di uomini, legate sulla base del dirit­
to»? Si sono viste, infatti, un tempo «comunità e aggregazioni di
uomini» che erano bande di schiavi e di gladiatori, ma esse non
erano «legate sulla base del diritto». Vi è giustizia solo in quel
gruppo di uomini che, nella sua totalità, presta il suo consenso
nell’obbedire alle leggi.
Fig. 13
13. Le Quattro virtù cardinali, miniatura, Commentarii in
Somnium Scipionis, Mss. lat. 6371, particolare del fol. 16, (IX sec.,
Scuola francese del Nord), Paris, Bibliothèque nationale de France.
9. 1. Quod uero ait: «harum rectores et seruatores hinc pro­
fecti huc reuertuntur», hoc modo accipiendum est. Animarum
originem manare de caelo inter recte philosophantes indubita­
tae constat esse sententiae: et animae, dum corpore utitur, haec
est perfecta sapientia ut, unde orta sit, de quo fonte uenerit,
recognoscat. 2. Hinc illud a quodam inter alia seu festiua seu
mordacia serio tamen usurpatum est:
de caelo descendit yvcù0i cjecxutov.
Nam et Delphici uox haec fertur oraculi. Consulenti ad beati-
tudinem quo itinere perueniret: «si te inquit agnoueris.» Sed et
ipsius fronti templi haec inscripta sententia est. 3. Homini
autem, ut diximus, una est agnitio sui: si originis natalisque
principii exordia prima respexerit, nec se
quaesiuerit extra.

Sic enim anima uirtutes ipsas conscientia nobilitatis induitur,


quibus post corpus euecta eo unde descenderat reportatur,
quia nec corporea sordescit uel oneratur eluuie, quae puro ac
leui fomite uirtutum rigatur, nec deseruisse umquam caelum
uidetur, quod respectu et cogitationibus possidebat.
4. Hinc anima, quam in se pronam corporis usus efficit
atque in pecudem quodam modo reformauit ex homine, et
absolutionem corporis perhorrescit et, cum necesse est, non
nisi
cum gemitu fugit indignata sub umbras.

5. Sed nec post mortem facile corpus relinquit, quia non


funditus <omnes>
corporeae excedunt pestes,

sed aut suum oberrat cadauer aut noui corporis ambit habita­
culum, non humani tantummodo, sed ferini quoque, electo
9. 1. Al riguardo della frase di Cicerone «coloro che reggo­
no gli Stati e ne custodiscono gli ordinamenti come sono partiti
di qui’ così poi vi ritornano» essa va interpretata in questo
modo. E opinione costante, tra i veri filosofi, che l ’anima trae
la sua origine dal cielo 160; la perfetta sapienza dell’anima, fin­
ché è unita al corpo, consiste nel riconoscere da dove sia nata
e da quale fonte è venuta. 2. Perciò un poeta, in un contesto di
detti allegri e satirici, ha inserito come sentenza seria la frase
seguente:
dal cielo discese il yvcòOi oectutóv. ^1

Questo responso fu dato, si dice, dall’oracolo di Delfi. A chi lo


consultava circa la strada che conduceva alla felicità, l’oracolo
rispose: «se avrai conosciuto te stesso». E questa massima fu
incisa anche sul frontone del tempio stesso. 3. L’uomo acquista
dunque, così come si è appena detto, la conoscenza di se stes­
so, volgendosi indietro ai primi luoghi della sua origine e della
sua nascita, e non
cercandosi al di fuori di sé 162.

Solo allora l’anima, avendo coscienza della sua nobiltà, s’im­


pregna delle virtù che, dopo l’uscita dal corpo, la fanno risali­
re da dove era discesa; l’anima, infatti, diviene pura di ogni
macchia materiale di cui si è liberata nel canale limpido delle
virtù, e torna al cielo, che sembra non aver mai abbandonato,
rimasto suo con la nostalgia e il pensiero.
4. Perciò l’anima, che la frequentazione del corpo ha reso
schiava dei suoi bisogni e, in un certo modo, ha trasformato
l’uomo in una bestia, freme all’idea di separarsi dal corpo e,
quando ciò diviene inevitabile, non senza un
gemito fugge angosciata fra l’ombre 1^ .

5. E neppure dopo la morte abbandona facilmente il corpo


perché
non <tutti> radicalmente
i contagi del corpo se n ’escono 164

ma, o continua a vagare intorno al suo cadavere, oppure cerca


un nuovo domicilio, che sia un corpo umano o quello di una
bestia poco gli importa, la sua scelta va verso una specie le cui
genere moribus congruo quos in homine libenter exercuit,
mauultque omnia perpeti, ut caelum, quod uel ignorando uel
dissimulando uel potius prodendo deseruit, euadat.
6. Ciuitatum uero rectores ceterique sapientes caelum
respectu, uel cum adhuc corpore tenentur, habitantes, facile
post corpus caelestem, quam paene non reliquerant, sedem
reposcunt. Nec enim de nihilo aut de uana adulatione uenie-
bat, quod quosdam urbium conditores aut claros in re publica
uiros in numerum deorum consecrauit antiquitas; sed
Hesiodus quoque, diuinae subolis adsertor, priscos reges cum
dis aliis enumerat, hisque exemplo ueteris potestatis etiam in
caelo regendi res humanas adsignat officium. 7. Et ne cui fasti­
diosum sit si uersus ipsos ut poeta Graecus protulit inseramus,
referemus eos ut ex uerbis suis in Latina uerba conuersi sunt:
Indigetes diui fato summi Iouis hi sunt:
quondam homines, m odo cum superis humana tuentes,
largi ac munifici, ius regum nunc quoque nacti.

8. H oc et Vergilius non ignorat, qui, licet argumento suo


seruiens heroas in inferos relegauerit, non tamen eos abducit a
caelo, sed aethera his deputat largiorem, et nosse eos solem
suum ac sua sidera profitetur, ut geminae doctrinae obserua-
tiones praestiterit et poeticae figmentum et philosophiae ueri-
tatem.
9. Et si secundum illum res quoque leuiores quas uiui exer­
cuerant, etiam post corpus exercent,
...quae gratia currum
armorumque fuit uiuis, quae cura nitentis
pascere equos, eadem sequitur tellure repostos,

multo magis rectores quondam urbium recepti in caelum


curam regendorum hominum non relinquunt.
10. Hae autem animae in ultimam sphaeram recipi credun­
tur quae àirÀavris uocatur, nec frustra hoc usurpatum est si
quidem inde profectae sunt. Animis enim necdum desiderio
corporis inretitis siderea pars mundi praestat habitaculum et
inclinazioni si avvicinano ai costumi che aveva prediletto quan-
d’era nell’uomo e l’anima si rassegna a soffrire tutto pur di
sfuggire al cielo, al quale ha rinunciato per ignoranza, per oblio
volontario, o piuttosto per tradimento 165.
6. Ma coloro che governano le nazioni insieme a tutti gli
altri saggi, quando sono ancora trattenuti dal corpo, abitano il
cielo con il pensiero rivolto ad esso e, pertanto, dopo la loro
morte, è per loro naturale aspirare al soggiorno celeste che non
avevano praticamente mai abbandonato. Non è senza motivo,
né per una vana adulazione, che l’Antichità ammise nel novero
degli dèi alcuni fondatori di città e altri uomini di stato illustri;
lo stesso Esiodo, autore della genealogia degli dèi, enumera re
arcaici, associandoli agli altri dèi, e conserva ad essi, anche in
cielo, la funzione, ispirata dal loro antico potere, di direzione
degli affari umani. 7. Per non tediare nessuno con una citazio­
ne nel testo di versi del poeta greco, li riporteremo qui dando­
ne la traduzione latina:
Questi sono, per volontà del sommo Giove, gli dèi indigeti:
un tempo mortali, adesso han cura assieme ai celesti degli affari umani,
generosi e munifici, esercitano anche ora il privilegio regale l66.

8. Neppure Virgilio ignorava tutto questo, ma conveniva al


suo soggetto che gli eroi fossero relegati negli inferi, tuttavia
non li esclude dal cielo, perché assegna ad essi un più vasto
etere e afferma che essi conoscono il loro sole e le loro stelle 167;
e così, rispettando le due dottrine, aveva soddisfatto tanto la
finzione poetica quanto la verità filosofica.
9. E sempre secondo Virgilio, anche dopo la morte, essi
mantengono quelle attività, anche le più futili, che esercitava­
no da vivi:
... quell’amore di carri,
d ’armi, ch’ebbero vivi, quella passione di pascere
puledri belli, ancora li segue, sotto terra ormai posti 168,

e a maggior ragione i reggitori delle città, una volta accolti in


cielo, non rinunciano alla cura del governo degli uomini.
10. Queste anime, a quanto si crede, sono accolte nell’ulti­
ma sfera, detta àirAavris [fissa], e questa opinione è fondata,
se è vero che è da là che provengono. Le anime, difatti, che non
sono ancora state intrappolate dal desiderio del corpo, sono
inde labuntur in corpora. Ideo his illo est reditio, qui meren­
tur. Rectissime ergo dictum est, cum in galaxia, quem
òtirAavris continet, sermo iste procedat: «hinc profecti huc
reuertuntur».

10. 1. Ad sequentia transeamus: «Hic ego etsi eram perterri­


tus, non tamen mortis metu quam insidiarum a meis, quaesiui
tamen uiueretne ipse et Paulus pater et alii quos nos extinctos
esse arbitraremur.»
2. Vel fortuitis et inter fabulas elucent semina infixa uirtu-
tum: quae nunc uideas licet ut e pectore Scipionis uel somnian­
tis emineant. In re enim una politicarum uirtutum omnium
pariter exercet officium. 3. Quod non labitur animo praedicta
morte perterritus, fortitudo est. Quod suorum terretur insidiis
magisque alienum facinus quam suum horrescit exitium, de
pietate et nimio in suos amore procedit; haec autem diximus
ad iustitiam referri, quae seruat uni cuique quod suum est.
Quod ea quae arbitratur non pro compertis habet, sed, spreta
opinione, quae minus cautis animis pro uero inolescit, quaerit
discere certiora, indubitata prudentia est. 4. Quod cum perfec­
ta beatitas et caelestis habitatio humanae naturae, in qua se
nouerat esse, promittitur, audiendi tamen talia desiderium fre­
nat, temperat et sequestrat ut de uita aui et patris interroget,
quid nisi temperantia est? Vt iam tum liqueret Africanum per
quietem ad ea loca quae sibi deberentur abductum.
5. In hac autem interrogatione de animae inmortalitate trac­
tatur. Ipsius enim consultationis hic sensus est: nos, inquit,
arbitramur animam cum fine morientis extingui nec ulterius
esse post hominem. Ait enim: «quos extinctos esse arbitrare­
mur». Quod autem extinguitur, esse iam desinit. Ergo uelim
dicas, inquit, si et pater Paulus tecum et alii supersunt. 6. Ad
ospitate in quella zona siderea dell’universo ed e da lì che scen­
dono nei corp il69. E lassù, dunque, che vi ritornano quelle che
se ne sono rese degne. Ora, dato che il colloquio tra i due Sci-
pioni ha luogo nella yaX a^ia, che è contenuta neU’àTTÀa-
vris 170, è del tutto esatto dire: «come sono partiti di qui, così poi
vi ritornano».

10.1. Passiamo al brano successivo: «a questo punto, benché


fossi rimasto atterrito non tanto dal timore della morte, quanto
dall’idea delle insidie dei miei parenti, gli chiesi tuttavia se fos­
sero ancora in vita lui stesso, mio padre Paolo e gli altri che noi
ritenevamo estinti»171.
2. In eventi fortuiti e nelle stesse finzioni narrative, i semi
della virtù in noi piantati emergono 172: vedi con quale fulgore
spuntano dal cuore di Scipione anche quando sogna! Una sola
circostanza gli dà l’opportunità di sviluppare simultaneamente
le funzioni di tutte le virtù politiche. 3. Si mostra fermo in
quanto non si perde d’animo e non si spaventa per la predizio­
ne della sua morte, dando prova di fortezza. Teme le insidie dei
suoi parenti e trema più per il crimine altrui che per la propria
morte: è l ’effetto della pietà e del suo estremo affetto verso i
suoi. Ora, queste disposizioni derivano, come abbiamo detto,
dalla giustizia che assicura a ciascuno ciò che gli appartiene.
Non considerando le sue opinioni come certezze e incurante
dell’opinione che a spiriti meno prudenti apparirebbe come
veridica, cerca una conoscenza più sicura, dando una prova
incontestabile della sua prudenza. 4. Non mostra forse la sua
temperanza 173, quando, moderando, reprimendo e facendo
tacere il desiderio che ha di saperne di più sulla perfetta felici­
tà e sulla dimora celeste promesse a quel genere d’uomini cui
sapeva di appartenere, s’informa se il suo avo e suo padre vivo­
no ancora? Era ormai chiaro che l’Africano, durante il suo son­
no, era stato condotto in quei luoghi che gli erano destinati.
5. D ’altronde il suo interrogativo riguarda l’immortalità del­
l ’anima. Infatti il senso della domanda è questo: noi, dice Sci­
pione, pensiamo che l’anima si estingua al termine dell’agonia
e che niente sopravviva all’uomo. E infatti usa questa espres­
sione: «che noi ritenevamo estinti». Ora ciò che è estinto, impli­
ca l’idea di un annientamento totale. Vorrei dunque che tu mi
dica, chiede al suo avo, se mio padre Paolo e tutti gli altri con-
hanc interrogationem, quae et de parentibus ut a pio filio, et de
ceteris ut a sapiente ac naturam ipsam discutiente processit,
quid ille respondit? «Immo uero, inquit, hi uiuunt, qui e corpo­
rum uinclis tamquam e carcere euolauerunt: uestra uero quae
dicitur esse uita mors est.» 7. Si ad inferos meare mors est et
uita est esse cum superis, facile discernis quae mors animae,
quae uita credenda sit, si constiterit qui locus habendus sit
inferorum, ut anima, dum ad hunc truditur, mori, cum ab hoc
procul est, uita frui et uere superesse credatur. 8. Et quia totum
tractatum, quem ueterum sapientia de inuestigatione huius
quaestionis agitauit, in hac latentem uerborum paucitate repe-
ries, ex omnibus aliqua, quibus nos de rei quam quaerimus
absolutione sufficiet admoneri, amore breuitatis excerpsimus.
9. Antequam studium philosophiae circa naturae inquisitio­
nem ad tantum uigoris adolesceret, qui per diuersas gentes
auctores constituendis sacris caerimoniarum fuerunt, aliud
esse inferos negauerunt quam ipsa corpora, quibus inclusae
animae carcerem foedum tenebris horridum sordibus et cruo­
re patiuntur. 10. Hoc animae sepulcrum, hoc Ditis concaua,
hoc inferos uocauerunt, et omnia, quae illic esse credidit fabu­
losa persuasio, in nobismet ipsis et in ipsis humanis corporibus
adsignare conati sunt, obliuionis fluuium aliud non esse adse-
rentes quam errorem animae obliuiscentis maiestatem uitae
prioris qua, antequam in corpus truderetur, potita est, solam-
que esse in corpore uitam putantis. 11. Pari interpretatione
Phlegethontem ardores irarum et cupiditatum putarunt, Ache­
rontem quidquid fecisse dixisseue usque aci tristitiam humanae
uarietatis more nos paenitet, Cocytum quidquid homines in
luctum lacrimasque compellit, Stygem quidquid inter se huma­
nos animos in gurgitem mergit odiorum.
dividono con te la sopravvivenza. 6, A questa domanda, che è
quella di un figlio pio a proposito della sorte dei suoi genitori
e di un saggio indagatore della natura stessa a proposito della
sorte degli altri, che cosa risponde il suo avo? «Anzi» fu la
risposta «sono costoro i veri vivi, coloro che sono sfuggiti con un
colpo d’ala 174 dai vincoli del corpo come da una prigione, men­
tre la vostra, che ha nome vita, è in realtà una morte» 175. 7. Se
la morte consiste nell’essere relegati negli inferi e se la vita è
stare insieme ai Superi, è facile capire che cosa vada considera­
to come la morte e come la vita dell’anima; occorrerà determi­
nare solamente che cosa si deve intendere per regioni infere
nelle quali l’anima che vi è cacciata muore, mentre quella che
si tiene lontana da questi luoghi gode di tutta la pienezza della
vita e realmente sopravvive. 8. E poiché il risultato di tutte le
ricerche, che la saggezza degli Antichi ha consacrato nel risol­
vere questo problema, lo troverai dissimulato in queste poche
parole di Scipione, così noi, per amore di concisione, abbiamo
tratto da tutto questo insieme alcuni elementi sufficienti a
risolvere il problema che ci siamo p o sti176.
9. Prima che gli studi di filosofia sui problemi della natura
si sviluppassero fino a raggiungere quel vigore che gli è pro­
prio, coloro che s’incaricarono di organizzare i sacri rituali, tra
le diverse nazioni, affermarono che gli inferi non erano altro
che gli stessi corpi umani, in cui le anime, trattenute, patisco­
no un carcere 177 che le tenebre rendono spaventoso, il fetore e
il sangue, orribile. 10. Davano a questo corpo i nomi di «sepol­
cro dell’anima» 178, «cavità di Dite» 179, «inferi», e si sforzava­
no di attribuire a noi stessi e ai nostri stessi corpi umani tutto
ciò che le credenze nei miti ritiene esistere laggiù, sostenendo
che il fiume dell’oblio 180 non era altro che l’errore dell’anima,
che ha obliato la maestà della sua vita precedente, quella di cui
godeva prima di essere gettata nel corpo, e che si è convinta
che la sola vita sia quella in un corpo. 11. Un’uguale interpre­
tazione faceva loro ritenere che il Flegetonte rappresentasse gli
ardori delle collere e delle passioni; l’Acheronte, tutto ciò che,
secondo quell’incostanza tipicamente umana, rimpiangiamo
d ’aver fatto o detto fino a produrre la tristezza; il Cocito, tutti
gli avvenimenti che spingono l’uomo al lutto e alle lacrime; lo
Stige, infine, era creduto che rappresentasse tutto ciò che
inghiotte gli animi umani nel gorgo degli odi reciproci 181.
12. Ipsam quoque poenarum descriptionem de ipso usu
conuersationis humanae sumptam crediderunt, uulturem iecur
immortale tondentem nihil aliud intellegi uolentes quam tor­
menta conscientiae, obnoxia flagitio uiscera interiora rimantis,
et ipsa uitalia indefessa admissi sceleris admonitione laniantis,
semperque curas, si requiescere forte temptauerint, excitantis
tamquam fibris renascentibus inhaerendo, nec ulla sibi misera­
tione parcentis, lege hac qua «se iudice nemo nocens ab solui-
tur», nec de se suam potest uitare sententiam. 13. Illos aiunt,
epulis ante ora positis, excruciari fame et inedia tabescere,
quos magis magisque adquirendi desiderium cogit praesentem
copiam non uidere; et, in affluentia inopes, egestatis mala in
ubertate patiuntur, nescientes parta respicere, dum egent
habendis. 14. Illos radiis rotarum pendere districtos qui, nihil
consilio praeuidentes, nihil ratione moderantes, nihil uirtuti­
bus explicantes, seque et actus omnes suos fortunae permitten­
tes, casibus et fortuitis semper rotantur. 15. Saxum ingens
uoluere inefficacibus laboriosisque conatibus uitam terentes;
atram silicem lapsuram semper et cadenti similem illorum
capitibus imminere qui arduas potestates et infaustam ambiunt
tyrannidem, numquam sine timore uicturi, et, cogentes subiec-
tum uulgus odisse dum metuat, semper sibi uidentur exitium
quod merentur excipere.
16. Nec frustra hoc theologi suspicati sunt. Nam et Diony­
sius aulae Siculae inclementissimus incubator, familiari quon­
dam suo solam beatam existimanti uitam tyranni uolens, quam
perpetuo metu misera quamque inpendentium semper pericu­
lorum plena esset ostendere, gladium uagina raptum et a capu-
12. Erano persuasi che la descrizione dei castighi fosse
desunta dall’esperienza stessa delle relazioni umane e volevano
che «l’avvoltoio che divora il fegato immortale» 182 non fosse
altro che l’immagine dei tormenti della coscienza, che scava
nelle viscere più profonde dell’anima del colpevole di azioni
vergognose, e la lacera negli organi vitali col ricordo instanca­
bile del crimine commesso, ridestando senza posa gli affanni,
per poco che tentassero di trovar requie, restando avvinta
come «alle fibre che rinascono» 183 e non mostrandosi indul­
gente verso se stessa per un sentimento di pietà, in conformità
a quella legge per cui «nessun colpevole è assolto se egli stesso
è suo giudice» 184, né può sottrarre se stesso alla sua propria
sentenza. 13. Coloro che, avendo di fronte agli occhi tavole
imbandite di pietanze, sono tormentati dalla fame e si consu­
mano d’inedia, sono gli uomini, dicono, cui l’ansia di un sem­
pre maggior guadagno non fa vedere i beni presenti: indigenti
nell’abbondanza, soffrono in mezzo all’opulenza tutti i mali
dell’indigenza, non considerando ciò che hanno, perché non
hanno tutto ciò che desidererebbero avere. 185 14. Coloro i
quali stanno «legati appesi ai raggi delle ruote» 186, sono gli
uomini che non prevedono alcunché col giudizio, nulla
dispongono con la ragione, nulla risolvono con le virtù, abban­
donando al caso se stessi e la cura dei loro affari: il caso e il for­
tuito li tiene in balia d’una rotazione perpetua. 15. Sono
costretti incessantemente a rotolare «un masso enorme» colo­
ro che consumano la loro vita in imprese faticose e infruttuo­
se 187; la nera pietra, sempre sul punto di scivolare e che sem­
pre minaccia e sembra pronta ad abbattersi, è sospesa sul capo
degli ambiziosi che brigano per ottenere ardui incarichi e fune­
ste tirannidi 188, destinati a non vivere mai privi di paura; e
costringono la massa dei loro sudditi «ad odiarli purché li
tema» 189, avendo sempre l’impressione di stare per subire
quella fine che meritano.
16. Queste congetture dei teologi sono fondate. Infatti,
anche Dionigi, il più crudele degli usurpatori di palazzo della
Sicilia, volendo un giorno disilludere uno dei suoi cortigiani190
che credeva la vita del tiranno l’unica felice e dargli invece un’i­
dea giusta di quanto quell’esistenza fosse infelice per il conti­
nuo timore e sempre piena di pericoli incombenti, sguainata
lo de filo tenui pendentem mucrone demisso iussit familiaris
illius capiti inter epulas imminere; cumque ille et Siculas et
tyrannicas copias praesentis mortis periculo grauaretur, «Talis
est» inquit Dionysius «uita quam beatam putabas: sic semper
mortem nobis imminentem uidemus. Aestima quando esse
felix poterit qui timere non desinit.»
17. Secundum haec igitur quae a theologis adseruntur, si
uere
quisque suos patim ur manes

et inferos in his corporibus esse credimus, quid aliud intelle­


gendum est quam mori animam cum ad corporis inferna
demergitur, uiuere autem cum ad supera post corpus euadit?

11. 1. Dicendum est quid his postea ueri sollicitior inquisi­


tor philosophiae cultus adiecerit. Nam et qui primum
Pythagoram et qui postea Platonem secuti sunt, duas esse mor­
tes, unam animae, animalis alteram prodiderunt, mori animal
cum anima discedit e corpore, ipsam uero animam mori adse-
rentes cum a simplici et indiuiduo fonte naturae in membra
corporea dissipatur. 2. Et quia una ex his manifesta et omnibus
nota est, altera non nisi a sapientibus deprehensa, ceteris eam
uitam esse credentibus, ideo hoc ignoratur a plurimis cur eun­
dem mortis deum modo Ditem, modo immitem uocemus, cum
per alteram, id est animalis mortem, absolui animam et ad
ueras naturae diuitias atque ad propriam libertatem remitti
faustum nomen indicio sit; per alteram uero, quae uulgo uita
existimatur, animam de inmortalitatis suae luce ad quasdam
tenebras mortis inpelli uocabuli testemur horrore. 3. Nam ut
constet animal, necesse est ut in corpore anima uinciatur. Ideo
corpus 5éuas, hoc est uinculum, nuncupatur, et acopa, quasi
dal fodero una spada e fattala appendere per 11 pomo ad un
sottile filo con la punta rivolta in basso, comandò di sospen­
derla al di sopra della testa del cortigiano durante un festino; e
siccome questi, pur avendo di fronte a sé tutta l’abbondanza
della Sicilia e della tirannia, non l’apprezzava a causa dell’in­
combenza del pericolo mortale, Dionigi gli disse: «Tale è la vita
che credevi così felice: vediamo sempre la morte a noi vicina.
Pensa perciò quanto possa essere felice chi non può mai smet­
tere di temere!».
17. Quindi, secondo queste asserzioni dei teologi, se è vero
che
ognuno i Mani suoi soffre 191
e se crediamo che gli inferi siano in questo corpo, che cosa
bisogna intendere per morte deH’anima, se non la sua immer­
sione negli inferi del corpo, e, per sua vita, il suo ritorno alle
regioni superne, dopo che è uscita dal corpo?

11. 1. Alle opinioni appena esposte, va aggiunta quella for­


mulata successivamente dalla ricerca filosofica, più scrupolosa
nell’investigazione della verità. I discepoli di Pitagora, infatti, e
poi quelli di Platone hanno sostenuto che esistano due morti,
quella dell’anima e quella dell’essere animato, dichiarando che
l’essere animato muore quando l’anima esce dal corpo, ma che
l’anima muore quando abbandona la fonte unica e indivisibile
della natura per distribuirsi nelle membra del corpo. 2. La
prima asserzione è evidente e nota a tutti, l’altra non è cono­
sciuta se non dai sapienti, perché gli altri s’immaginano che
questa morte costituisca la vita; perciò la maggior parte delle
persone ignora perché il dio dei morti sia invocato talora sotto
il nome di Dite 192 e talora sotto quello di «Crudele». Non
sanno che il primo epiteto, di felice augurio, indica che la
prima morte, quella dell’essere animato, libera l ’anima e la
restituisce alle vere ricchezze della natura e alla propria liber­
tà; quanto alla seconda morte — quella che il volgo ritiene vita
— , usando un termine terrificante, testimoniamo che essa
strappa l’anima dalla luce splendente dell’immortalità per pre­
cipitarla, per così dire, nelle tenebre della morte. 3. Infatti,
affinché un essere animato esista, occorre che l’anima sia inca­
tenata nel corpo. Per questo il corpo è chiamato SÉ[ìoc$, cioè
quoddam ofjpa, id est animae sepulcrum. Vnde Cicero, pari­
ter utrumque significans, corpus esse uinculum, corpus esse
sepulcrum, quod carcer est sepultorum, ait: «qui e corporum
uinclis tamquam e carcere euolauerunt.»
4. Inferos autem Platonici non in corporibus esse, id est non
a corporibus incipere, dixerunt, sed certam mundi istius par­
tem Ditis sedem, id est inferos, uocauerunt; de loci uero ipsius
finibus inter se dissona publicarunt et in tres sectas diuisa sen­
tentia est.
5. Alii enim mundum in duo diuiserunt, quorum alterum
facit, alterum patitur; et illud facere dixerunt quod, cum sit
immutabile, alteri causas et necessitatem permutationis inpo-
nit, hoc pati quod permutationem uariatur. 6. Et immutabilem
quidem mundi partem a sphaera, quae ànÀavris dicitur,
usque ad globi lunaris exordium, mutabilem uero a luna ad
terras usque dixerunt; et uiuere animas dum in immutabili
parte consistunt, mori autem cum ad partem ceciderint permu­
tationis capacem; atque ideo inter lunam terrasque locum mor­
tis et inferorum uocari; ipsamque lunam uitae esse mortisque
confinium; et animas inde in terram fluentes mori, inde ad
supera meantes in uitam reuerti nec immerito aestimatum est.
A luna enim deorsum natura incipit caducorum: ab hac animae
sub numerum dierum cadere et sub tempus incipiunt. 7.
Denique illam aetheriam terram physici uocauerunt, et habita­
tores eius lunares populos nuncuparunt. Quod ita esse pluri­
mis argumentis, quae nunc longum est enumerare, docuerunt.
Nec dubium est quin ipsa sit mortalium corporum et auctor et
conditrix, adeo ut nonnulla corpora sub luminis eius accessu
patiantur augmenta et hac decrescente minuantur. Sed ne de re
manifesta fastidium prolixa adsertione generetur, ad ea quae
de inferorum loco alii definiunt transeamus.
8. Maluerunt enim mundum alii in elementa ter quaterna
diuidere, ut in primo numerentur ordine terra, aqua, aer, ignis,
«catena», e acopa, che ha molta analogia con orina, vale a dire
«sepolcro dell'anima». Ecco perché Cicerone, volendo espri­
mere insieme l’una e l’altra cosa, ossia che il corpo è una cate­
na e un sepolcro, essendo la tomba la prigione dei morti 193,
parla di «coloro che sono sfuggiti con un colpo d’ala dai vincoli
del corpo come da una prigione».
4. Tuttavia Ì Platonici dissero che gli inferi non si trovano
nei corpi, cioè che non cominciavano dai corpi; essi chiamaro­
no «dimora di Dite», cioè inferi, una parte ben definita del
mondo, ma non furono concordi tra loro sui confini di questo
luogo e si ebbero, su questo argomento, tre scuole diverse.
5. Infatti alcuni194 divisero il mondo in due parti, una atti­
va e l’altra passiva, e definirono come parte attiva quella che,
essendo immutabile, impone all’altra la necessità e le cause del
mutamento, mentre la parte passiva è quella soggetta al muta­
mento. 6, Sostennero che la parte immutabile del mondo si
distende dalla sfera detta àiTÀavris fino all’inizio del globo
lunare, mentre la seconda, soggetta al mutamento, va dalla
luna fino alla terra 195; è solamente finché restano nella parte
immutabile che le anime possono vivere e muoiono nel
momento in cui cadono nella parte idonea al mutamento; e
dunque la regione tra la luna e la terra fu chiamata «luogo di
morte e degli inferi»; la luna stessa è la frontiera tra la vita e la
morte e non a torto si credette che le anime che da lassù scen­
dono in terra muoiano, mentre quelle che da lassù risalgono
verso le regioni superne ritornino in vita. Difatti, nello spazio
sublunare, comincia la zona abitata dagli esseri perituri: qui le
anime cominciano ad essere soggette alla misura del tempo e al
numero dei giorni. 7. Infine, i fisici hanno dato alla luna il
nome di «terra eterea» 196 e ai suoi abitanti quello di «popoli
lunari» 197. Insegnano tutto questo basandosi su vari argomen­
ti che qui sarebbe troppo lungo enumerare. Non si può dubi­
tare poi che la luna è autrice e cooperatrice dei corpi mortali,
al punto che alcuni di essi aumentano o diminuiscono, a secon­
da che la sua luce cresca o decresca. Ma ora, per non generar
fastidio con una prolissa discussione su una materia nota, pas­
siamo alle altre definizioni circa l’area degli inferi.
8. Altri m , infatti, preferirono dividere il mondo in tre ordi­
ni di quattro elementi, inserendo nella prima serie la terra, l’ac­
qui est pars liquidior aeris uicina lunae: supra haec rursum toti-
dem numero, sed naturae purioris elementa, ut sit luna pro
terra, quam aetheriam terram a physicis diximus nominatam,
aqua sit sphaera Mercurii, aer Veneris, ignis in sole, tertius
uero elementorum ordo ita ad nos conuersus habeatur ut ter­
ram ultimam faciat, et, ceteris in medium redactis, in terras
desinat tam ima quam summa postremitas, igitur sphaera
Martia ignis habeatur, aer Iouis, Saturni aqua, terra uero
cxTrXavris, in qua Elysios esse campos puris animis deputatos
antiquitas nobis intellegendum reliquit. 9. De his campis
anima, cum in corpus emittitur, per tres elementorum ordines
trina morte ad corpus usque descendit. Haec est inter
Platonicos de morte animae, cum in corpus truditur, secunda
sententia.
10. Alii uero — nam tres esse inter eos sententiarum diuer-
sitates ante signauimus — in duas quidem et ipsi partes, sicut
primi faciunt, sed non isdem terminis diuidunt mundum. Hi
enim caelum, quod cxTrAavrig sphaera uocitatur, partem unam,
septem uero sphaeras quae uagae uocantur et quod inter illas
ac terram est terramque ipsam, alteram partem esse uoluerunt.
11. Secundum hos ergo, quorum sectae amicior est ratio, ani­
mae beatae, ab omni cuiuscumque contagione corporis liberae,
caelum possident. Quae uero appetentiam corporis et huius
quam in terris uitam uocamus, ab illa specula altissima et per­
petua luce despiciens, desiderio latenti cogitauerit, pondere
ipso terrenae cogitationis, paulatim in inferiora delabitur. 12.
Nec subito a perfecta incorporalitate luteum corpus induitur,
sed sensim, per tacita detrimenta et longiorem simplicis et
absolutissimae puritatis recessum, in quaedam siderei corporis
incrementa turgescit. In singulis enim sphaeris quae caelo sub-
iectae sunt aetheria obuolutione uestitur, ut per eas gradatim
qua, l’aria e il fuoco, che è la parte più limpida dell’aria vicina
alla luna; sopra quest’ordine ce n ’è un altro, con lo stesso
numero di elementi ma di natura più pura, cosicché la luna
rappresenta la terra — che i fisici denominarono, come abbia­
mo detto, «terra eterea» — , l’acqua è la sfera di Mercurio,
viene poi Venere o l’aria, e il fuoco è nel sole; nel terzo ordine
la serie degli elementi si ritiene che sia inversa rispetto a noi,
nel senso che la terra occupa l’ultima regione e, con il raggrup­
pamento degli altri elementi nelle aree intermedie, essi termi­
nano con la terra alle due estremità inferiore e superiore; così
si considera che la sfera di Marte è il fuoco, quella di Giove l’a­
ria, quella di Saturno l’acqua ed infine l’cxTrXavrjs è la terra,
che racchiude i Campi Elisi, riservati alle anime pure, secondo
quanto ci ha trasmesso la tradizione dell’Antichità. 9. L’anima
che lascia questi campi per essere inviata in un corpo discende
dunque attraverso tre ordini di elementi subendo una triplice
morte. Tale è l’opinione del secondo gruppo di Platonici
riguardo alla morte dell’anima esiliata in un corpo.
10. Altri ancora 199— come abbiamo segnalato in preceden­
za esistono tre diverse scuole — dividono, come quelli del
primo gruppo, il mondo in due parti, ma non con gli stessi con­
fini. Difatti sostengono che una parte sia costituita dal cielo, la
sfera detta ccTrXavris, e che la seconda sia costituita dalle sette
sfere cosiddette erranti, da tutto ciò che esiste tra esse e la terra,
oltre la terra stessa. 11. Secondo costoro, che appartengono alla
setta cui la ragione è più amica, le anime beate, liberate da ogni
contaminazione materiale, possiedono il cielo. Ma quelle che,
sotto l’effetto di un segreto desiderio, da quella dimora vertigi­
nosa e da quella luce perpetua hanno gettato uno sguardo in
basso verso i corpi e verso ciò che chiamiamo quaggiù la vita si
sono a poco a poco trascinate verso le regioni inferiori, per il
solo peso di questo pensiero terreno. 12. Quando abbandona lo
stato di perfetta immaterialità, questa vestizione del corpo fan­
goso non è tuttavia, per l’anima, improvvisa, ma graduale, ed
essa si impoverisce impercettibilmente e con un lento degrado
dalla sua purezza uniforme e assoluta, mentre s’ingrossa con
certi accrescimenti di sostanza siderale. Infatti, in ciascuna delle
sfere situate al di sotto del cielo, l’anima si riveste di un involu­
cro etereo 200, di modo che attraverso tali involucri si adatta,
societati huius indumenti testei concilietur, et ideo, totidem
mortibus quot sphaeras transit, ad hanc peruenit quae in terris
ulta uocitatur.

12, 1. Descensus uero ipsius, quo anima de caelo in huius


uitae inferna delabitur, sic ordo digeritur.
Zodiacum ita lacteus circulus obliquae circumflexionis
occursu ambiendo complectitur ut eum qua duo tropica signa,
Capricornus et Cancer, feruntur, intersecet. Has solis portas
physici uocauerunt, quia in utraque obuiante solstitio ulterius
solis inhibetur accessio, et fit ei regressus ad zonae uiam cuius
terminos numquam relinquit. 2. Per has portas animae de
caelo in terras meare et de terris in caelum remeare creduntur.
Ideo hominum una, altera deorum uocatur: hominum, Cancer,
quia per hunc in inferiora descensus est; Capricornus, deorum,
quia per illum animae in propriae inmortalitatis sedem et in
deorum numerum reuertuntur. 3. Et hoc est quod Homeri
diuina prudentia in antri Ithacensis descriptione significat.
Hinc et Pythagoras putat a lacteo circulo deorsum incipere
Ditis imperium, quia animae inde lapsae uidentur iam a supe­
ris recessisse. Ideo primam nascentibus offerri ait lactis alimo­
niam, quia primus eis motus a lacteo incipit in corpora terrena
labentibus. Vnde et Scipioni de animis beatorum ostenso lac­
teo dictum est: «hinc profecti huc reuertuntur.»
4. Ergo descensurae cum adhuc in Cancro sunt, quoniam
illic positae necdum lacteum reliquerunt, adhuc in numero
sunt deorum. Cum uero ad Leonem labendo peruenerint, illic
condicionis futurae auspicantur exordium. Et quia in Leone
sunt rudimenta nascendi et quaedam humanae naturae tiroci-
progressivamente, ad unirsi a questo nostro rivestimento di
sostanza terrena e pertanto, per un numero di morti pari a quel­
lo delle sfere che attraversa, l’anima perviene a quello stato che
quaggiù in terra è chiamato vita,

12. 1. Quanto alla vera e propria discesa, nel corso della


quale l’anima si lascia cadere dal cielo fino alle regioni inferna­
li di questa vita, ecco l’ordine del suo svolgimento.
Il circolo latteo abbraccia talmente lo zodiaco con l’orbita
obliqua che ha nei cieli, che lo interseca in due punti, là dove
si muovono i due segni tropicali, il Capricorno e il Cancro 201.
I fisici chiamano questi due segni le «porte del Sole», perché,
nell’uno e nell’altro, il punto solstiziale impedisce al sole, sbar­
randogli la strada, di proseguire il suo corso e ne provoca il
ritorno sui suoi passi verso la zona di cui non abbandona mai i
confini. 2. È attraverso queste porte, si crede, che le anime
scendono dal cielo sulla terra e risalgono verso il cielo dalla
terra. Una, perciò, è chiamata «porta degli uomini» e l’altra
«porta degli dèi»: la «porta degli uomini» è il Cancro, poiché
la discesa verso le regioni inferiori avviene attraverso di essa; la
«porta degli dèi» è il Capricorno, perché attraverso di esso le
anime risalgono verso la sede della loro propria immortalità e
nel novero degli dèi. 3. E questo è quanto Omero con la sua
divina sapienza ha voluto simboleggiare nella descrizione del­
l ’antro d ’Itaca 202. Così anche Pitagora pensa che l’impero di
Dite cominci al di sotto del circolo latteo: perché le anime,
cadendo di là, sembrano ormai essersi scisse dalle regioni
superne. Questo spiega, secondo lui, perché il primo alimento
che si offre ai neonati sia il latte: perché il primo movimento
che spinge le anime verso i corpi terreni parte dal circolo lat­
teo. Perciò, anche a Scipione, mostrandogli il circolo latteo,
viene detto parlando delle anime dei beati «come sono partite
di qui, così poi vi ritornano» 203.
4. Così quelle che sono destinate a scendere, finché sono nel
Cancro, non hanno ancora lasciato il circolo latteo e di conse­
guenza sono ancora nel novero degli dèi. Ma quando sono
scese fino al Leone, entrano nell’apprendistato della loro con­
dizione futura. Nel Leone 204, infatti, comincia il noviziato della
loro nascita e in un certo senso il tirocinio della natura umana;
nia, Aquarius autem aduersus Leoni est et illo oriente mox
occidit, ideo, cum sol Aquarium tenet, Manibus parentatur,
utpote in signo quod humanae uitae contrarium uel aduersum
feratur.
5. Illinc ergo, id est a confinio quo se zodiacus lacteusque
contingunt, anima descendens a tereti, quae sola forma diuina
est, in conum defluendo producitur, sicut a puncto nascitur
linea et in longum ex indiuiduo procedit, ibique a puncto suo,
quod est monas, uenit in dyadem, quae est prima protractio. 6.
Et haec est essentia quam indiuiduam eandemque diuiduam
Plato in Timaeo, cum de mundanae animae fabrica loqueretur,
expressit. Animae enim, sicut mundi, ita et hominis unius,
modo diuisionis repperientur ignarae, si diuinae naturae sim­
plicitas cogitetur, modo capaces cum illa per mundi, haec per
hominis membra diffunditur.
7. Anima ergo, cum trahitur ad corpus, in hac prima sui
productione siluestrem tumultum, id est ,uA,r|v influentem sibi,
incipit experiri, et hoc est quod Plato notauit in Phaedone, ani­
mam in corpus trahi noua ebrietate trepidantem, uolens
nouum potum materialis alluuionis intellegi, quo delibuta et
grauata deducitur. 8. Arcani huius indicium est et Crater Liberi
patris ille sidereus, in regione quae inter Cancrum est et
Leonem locatus, ebrietatem illic primum descensuris animis
euenire silua influente significans, unde et comes ebrietatis,
obliuio, illic animis incipit iam latenter obrepere. 9. Nam si
animae memoriam rerum diuinarum, quarum in caelo erant
consciae, ad corpora usque deferrent, nulla inter homines foret
de diuinitate dissensio; sed obliuionem quidem omnes descen­
dendo hauriunt, aliae uero magis, minus aliae. Et ideo in terris
uerum cum non omnibus liqueat, tamen opinantur omnes,
quia opinionis ortus est memoriae defectus. 10. Hi tamen hoc
invece siccome l ’Acquario è in opposizione al Leone e subito
tramonta quando quello si leva, perciò si sacrifica ai Mani 205
quando il sole occupa l’Acquario e cioè durante un segno, con­
siderato come contrario e avverso alla vita umana 206.
5. Da lì dunque, cioè dal confine in cui lo zodiaco e il circo­
lo latteo si toccano, l’anima che scende passa allungandosi da
una forma sferica, la sola divina 207, a una forma conica, come
la linea nasce dal punto e procede dall’entità indivisibile alla
lunghezza e qui dal suo punto, che è emblema della monade,
diventa, con la sua prima estensione, diade208. 6. Tale è l’essen­
za a cui Platone, nel Timeo 209, dà insieme i nomi di indivisibi­
le e di divisibile, quando parla della formazione dell’Anima del
Mondo. Infatti le anime, tanto quella del mondo come quella
del singolo uomo, risultano non essere suscettibili di divisione,
quando si considera solamente l’unicità della natura divina, ma
talvolta ne sembrano suscettibili, quando si diffondono e si
dividono, l’una nelle membra del mondo, l’altra in quelle del­
l’uomo.
7. Quando pertanto l ’anima è trascinata verso il corpo, in
questo suo primo prolungamento comincia a sperimentare il
tumulto silvestre, cioè l’vÀ.ri210 che affluisce in essa. E ciò che
ha osservato Platone nel Fedone 211, quando descrive l’anima
trascinata nel corpo che vacilla per un’ebbrezza mai prima
sperimentata, volendo con ciò alludere all’inusitato flusso di
materia corporea che la impregna e l’appesantisce nel corso
della sua discesa. 8. Un simbolo di questo mistero è anche «il
Cratere del Padre Libero», costellazione che si vede collocata
tra il Cancro e il L eone212, che designa lo stato d’ebbrezza che
lassù, per la prima volta, sotto l’influsso della materia, s’impos­
sessa delle anime che devono scendere quaggiù; ne consegue
anche che l’oblio, compagno dell’ebbrezza, comincia ad insi­
nuarsi surrettiziamente nelle anime. 9. Infatti se le anime
recassero giù fin nei corpi la memoria delle cose divine, di cui
nel cielo erano a conoscenza, non vi sarebbe tra gli uomini nes­
sun disaccordo a proposito della Divinità; 213 ma tutte, discen­
dendo, bevono alla coppa dell’oblio, chi più e chi meno. Ne
deriva che, anche se sulla terra la verità non è comprensibile a
tutti, tutti nondimeno possiedono un’opinione, giacché l’opi­
nione sorge dal difetto di memoria. 10. Tuttavia quanto meno
magis inueniunt qui minus obliuionis hauserunt, quia facile
reminiscuntur quod illic ante cognouerint. Hinc est quod,
quae apud Latinos lectio, apud Graecos uocatur repetita
cognitio, quia, cum uera discimus, ea recognoscimus quae
naturaliter noueramus, priusquam materialis influxio in corpus
uenientes animas ebriaret.
11. Haec est autem hyle, quae omne corpus mundi quod
ubicumque cernimus, ideis inpressa, formauit. Sed altissima et
purissima pars eius, qua uel sustentantur diuina uel constant,
nectar uocatur et creditur esse potus deorum, inferior uero
atque turbidior potus animarum, et hoc est quod ueteres
Lethaeum fluuium uocauerunt.
12. Ipsum autem Liberum Patrem Orphaici vo vv ùXikóv
suspicantur intellegi, qui ab illo indiuiduo natus in singulos
ipse diuiditur. Ideo in illorum sacris traditur Titanio furore in
membra discerptus et frustis sepultis, rursus unus et integer
emersisse quia U0O5, quem diximus mentem uocari, ex indiui­
duo praebendo se diuidendum, et rursus ex diuiso ad indiui-
duum reuertendo et mundi implet officia et naturae suae arca­
na non deserit.
13. Hoc ergo primo pondere de zodiaco et lacteo ad subiec-
tas usque sphaeras anima delapsa, dum et per illas labitur, in
singulis non solum, ut iam diximus, luminosi corporis amicitur
accessu, sed et singulos motus, quos in exercitio est habitura,
producit: 14. in Saturni ratiocinationem et intellegentiam,
quod ÀoyicmKÓv et 6ecopr|TiK0v uocant; in Iouis, uim agen­
di, quod TTpaTiKÓv dicitur; in Martis, animositatis ardorem,
quod 0u |_ukóv nuncupatur; in Solis, sentiendi opinandique
naturam, quod aia0r(TiK0v et (pavTccoTiKÓv appellant; desi­
derii uero motum, quod éui0u|ir)TiKÓv uocatur, in Veneris;
pronuntiandi et interpretandi quae sentiat, quod èpuqueu-
l’uomo ha bevuto l’oblio tanto più la verità gli è manifesta,
perché facilmente si rammenta ciò che lassù ha conosciuto
anteriormente. Questa facoltà dell’anima, che i Latini chiama­
no lectio [apprendimento], presso i Greci si dice «conoscenza
ritrovata»214, perché, nel momento in cui apprendiamo delle
verità, riconosciamo quanto sapevamo naturalmente, prima
che il flusso della materia ubriacasse le anime discendenti nei
corpi.
11. E questa la «hyle» [materia], che, con la segnatura delle
idee, ha formato ogni corpo dell’universo, fra quanti ci è dato
scorgere. Ma la parte più elevata e più pura di questa sostanza,
quella che nutre e costituisce gli esseri divini, è chiamata netta­
re e si reputa che sia la bevanda degli dèi 215; mentre la parte
inferiore e più torbida si crede che sia la bevanda delle anime
ed è ciò che gli Antichi hanno designato sotto il nome di fiume
L ete216.
12. Con lo stesso Padre Libero gli Orfici simboleggiano il
vous ù Àikós [la mente materiale], che nato dall’uno indivisibi­
le si divide in singole parti. Perciò nei loro sacri riti si traman­
da che questo dio, straziato dai Titani furiosi che seppellirono
poi i brani del suo corpo, rinacque unico ed integro; il che
significa che il voùs — che dicemmo chiamarsi anche intellet­
to — suscitando la modifica del suo stato di indivisibilità verso
la divisione e, successivamente, ritornando dalla divisione
all’indivisibile, compie i suoi uffici nel mondo e non abbando­
na i misteri della sua natura 217.
13. L’anima, quindi, trascinata giù, sotto questo primo peso,
dallo zodiaco e dal circolo latteo fino alle sfere sottostanti,
mentre passa tra quest’uldme, non solo prende in ognuna di
esse, come s’è detto in precedenza, nuove vesti della materia
del corpo luminoso 218, ma riceve anche le differenti facoltà che
dovrà poi mettere in pratica: 14. acquista, nella sfera di
Saturno, il raziocinio e l’intelligenza, o ciò che si chiama Aoyi-
o t i k ó v e 0 e c o p r )T iK Ó v ; riceve da Giove la forza d’agire, o T r p a -
t i k ó v ; Marte gli dà l’ardore d’animo, detto O u u i k ó v ; riceve dal
Sole le facoltà senzienti e dell’immaginazione, chiamate
aia0r]TiKÓv e < p a v T a c m K Ó v ; nella sfera dì Venere, il moto dei
desideri, detto è t t i 0 u |j t ì t i k Ó v ; nella sfera di Mercurio prende
la facoltà di esprimere e di interpretare ciò che sente, detta
T tK Ó vdicitur, in orbe Mercurii; q n rriK Ó v uero, id est naturam
plantandi et augendi corpora, in ingressu globi lunaris exercet.
15. Et est haec, sicut a diuinis ultima, ita in nostris terrenisque
omnibus prima. Corpus enim hoc, sicut faex rerum diuinarum
est, ita animalis est prima substantia.
16. Et haec est differentia inter terrena corpora et supera,
caeli dico et siderum aliorumque elementorum, quod illa qui­
dem sursum arcessita sunt ad animae sedem, et immortalitatem
ex ipsa natura regionis et sublimatis imitatione meruerunt. Ad
haec uero terrena corpora anima ipsa deducitur et ideo mori
creditur, cum in caducam regionem et in sedem mortalitatis
includitur. 17. Nec te moueat quod de anima, quam esse
immortalem dicimus, mortem totiens nominamus. Et enim sua
morte anima non extinguitur, sed ad tempus obruitur, nec tem­
porali demersione beneficium perpetuitatis eximitur, cum rur­
sus e corpore, ubi meruerit contagione uitiorum penitus elima­
ta purgari, ad perennis uitae lucem restituta in integrum reuer-
tatur.
18. Plene, ut arbitror, de uita et morte animae definitio
liquet, quam de adytis philosophiae doctrina et sapientia Cice­
ronis elicuit.

13. 1. Sed Scipio per quietem, et caelo, quod in praemium


cedit beatis, et promissione immortalitatis animatus, tam glo­
riosam spem tamque inclitam magis magisque firmauit uiso
patre, de quo utrum uiueret, cum adhuc uideretur dubitare,
quaesiuerat. 2. Mortem igitur malle coepit, ut uiueret, nec fles­
se contentus uiso parente quem crediderat extinctum, ubi
loqui posse coepit, hoc primum probare uoluit, nihil se magis
desiderare quam ut cum eo iam moraretur. Nec tamen apud se
quae desiderabat facienda constituit ante quam consuleret:
quorum unum prudentiae, alterum pietatis adsertio est.
ÉpuTlVGUTiKÓv; infine, all’ingresso del globo lunare, l’anima
acquista il (puriKÓv, cioè la capacità di generare e di far cresce­
re i corpi.219 15. Quest’ultima facoltà 220, come è più distante
dagli dèi così è la prima in noi e in tutti i corpi terreni. Il corpo
infatti com’è la feccia delle cose divine, così si trova ad essere
la prima sostanza animale.
16. La differenza tra i corpi terreni e quelli superni — inten­
do quelli del cielo, delle stelle e degli altri elementi — consiste
nel fatto che quelli di lassù sono attirati in alto verso la sede
dell’anima, ove hanno guadagnato l’immortalità grazie alla
natura stessa di quella regione di cui imitano la sublimità che
vi regna. I corpi terreni, invece, vedono l’anima stessa raggiun­
gerli in basso e perciò si ritiene che muoia quando viene confi­
nata in una regione caduca, sede della mortalità. 17. E non ti
sorprenda il fatto che a proposito dell’anima, che, come abbia­
mo detto, è immortale, si sia parlato così spesso di morte.
L’anima non è annientata da questa sua morte, è solamente
prostrata per un certo periodo di tem po221, e questo tempora­
neo seppellimento non la priva affatto delle prerogative dell’e­
ternità, poiché, abbandonato di nuovo il corpo, dopo avere
meritato di esserne purificata, appena liberatasi completamen­
te dal contagio dei vizi, essa è restituita allo splendore della vita
eterna e ristabilita nella sua integrità.
18. Abbiamo ora, mi sembra, determinato chiaramente il
senso di questa distinzione, vita e morte dell’anima, che la dot­
trina e la sapienza di Cicerone hanno tratto dai penetrali della
filosofia.

13. 1. Ma nel suo sonno Scipione, esaltato dalla prospettiva


del cielo che tocca in premio ai beati e dalla promessa dell’im­
mortalità, raffermò ancor più la sua speranza così brillante e glo­
riosa alla vista del padre, di cui aveva chiesto perché sembrava
ancora dubitarne, se era ancora in vita. 2. Si mise dunque a pre­
ferire la morte, al fine di vivere, e lungi dal trattenere le lacrime
che gli arrecava la vista del genitore, che aveva creduto morto,
appena potè di nuovo parlare, volle, innanzi tutto, esprimergli il
suo desiderio più caro di poter restare insieme a lui. E tuttavia
non determinò nel suo intimo di dar compimento al suo deside­
rio senza prima aver ascoltato i consigli del padre: bella dimo­
strazione di prudenza da una parte e di pietà filiale dall’altra.
Nunc ipsa uel consulentis uel praecipientis uerba tracte­
mus, 3. « “Quaeso”, inquam, “pater sanctissime atque optime,
quoniam haec est uita, ut Africanum audio dicere, quid moror in
terris? Quin huc ad uos uenire propero?” — "Non est ita” inquit
ille. “Nisi enim cum deus is, cuius hoc templum est omne quod
conspicis, istis te corporis custodiis liherauerit, huc tibi aditus
patere non potest. 4. Homines enim sunt hac lege generati qui
tuerentur illum globum, quem in templo hoc medium uides,
quae terra dicitur, hisque animus datus est ex illis sempiternis
ignibus, quae sidera et stellas uocatis, quae, globosae et rotundae,
diuinis animatae mentibus, circulos suos orbesque conficiunt
celeritate mirabili. Quare et tibi, Publi, et piis omnibus retinen­
dus animus est in custodia corporis nec iniussu eius, a quo ille est
uobis d a tu se x hominum uita migrandum est, ne munus adsi-
gnatum a deo defugisse uideamini.”»
5. Haec secta et praeceptio Platonis est, qui in Phaedone
definit homini non esse sua sponte moriendum. Sed in eodem
tamen dialogo idem dicit mortem philosophantibus adpeten-
dam et ipsam philosophiam meditationem esse moriendi. Haec
sibi ergo contraria uidentur, sed non ita est. Nam Plato duas
mortes hominis nouit. Nec hoc nunc repeto, quod superius
dictum est, duas esse mortes, unam animae, animalis alteram.
Sed ipsius quoque animalis, hoc est hominis, duas adserit mor­
tes, quarum unam natura, uirtutes alteram praestant. 6. Homo
enim moritur cum anima corpus relinquit solutum lege natu­
rae. Mori etiam dicitur cum anima, adhuc in corpore constitu­
ta, corporeas illecebras philosophia docente contemnit, et
cupiditatum dulces insidias reliquasque omnes exuitur passio­
nes. Et hoc est quod superius ex secundo uirtutum ordine,
quae solis philosophantibus aptae sunt, euenire signauimus. 7.
Hanc ergo mortem dicit Plato sapientibus esse adpetendam,
illam uero quam omnibus natura constituit cogi uel inferri uel
Ma adesso analizziamo le parole stesse di chi si consiglia e
di chi raccomanda. 3. « “Tiprego" dissi “padre mio santissimo e
ottimo: se qui è la vita, a quanto sento dire dall’Africano, perché
mai indugio sulla terra? Perché invece non mi affretto a raggiun­
gervi quassù?” — “Non è così” rispose il padre “Se non ti avrà
liberato da questi legami corporei quel dio che governa tutto il
tempio celeste che vedi, non può accadere che a te sia permesso
l’accesso quassù. 4. Gli uomini sono infatti generati in base a
questa legge: che veglino su quel globo, chiamato terra, che tu
scorgi al centro di questo tempio celeste; ad essi viene fornita
un’anima presa dai fuochi sempiterni cui voi date nome di astri
e stelle, quei solidi sferici che, animati da intelligenze divine,
compiono le loro circonvoluzioni e orbite con un ammirevole
velocità. Anche tu, perciò, Publio, come tutti gli uomini pii, devi
conservare l’anima sotto la custodia del corpo, né è permesso
abbandonare la vita umana senza il consenso di colui che ve l’ha
data, perché non sembri che intendiate sottrarvi al compito asse­
gnatovi dalla divinità”» 222.
5. Tale è la dottrina e l’insegnamento di Platone che stabili­
sce, nel Fedone, che l’uomo non deve morire di sua volontà 223.
Ma, nello stesso dialogo, dice anche che i filosofi devono desi­
derare la morte e che la stessa filosofia è una meditazione a
morire 224. Queste due asserzioni sembrerebbero contradditto­
rie, ma non lo sono. Infatti Platone distingue nell’uomo due
tipi di morte. Non sto qui a ripetere quanto ho detto prima,
ossia che esistono due morti, una dell’anima e l’altra dell’esse­
re animato 225. Ma trattandosi dell’essere animato stesso, cioè
dell’uomo, Platone asserisce che esistono due morti, di cui una
è causata dalla natura e l’altra è risultato delle virtù. 6. L’uomo,
infatti, muore quando l’anima abbandona il corpo, da cui si
scioglie per una legge di natura. Si dice però che muoia, altre­
sì, quando l’anima, ancora installata nel corpo, ligia all’insegna­
mento della filosofia, rinuncia alle lusinghe del corpo e si spo­
glia delle dolci insidie dei piaceri e di tutte le altre passioni.
Questo stato si verifica per effetto della seconda serie di virtù,
segnalate in precedenza 226, che sono appannaggio dei soli filo­
sofi. 7. Ecco il tipo di morte cui, secondo Platone, i saggi devo­
no aspirare; quanto all’altra, cui tutti siamo assoggettati per
una legge naturale, egli vieta che sia ottenuta per forza, provo-
accersiri uetat, docens expectandam esse naturam, et has cau­
sas huius aperiens sanctionis quas ex usu rerum quae in coti­
diana conuersatione sunt mutuatur. 8. Ait enim eos qui pote­
statis imperio truduntur in carcerem non oportere inde diffu­
gere prius quam potestas ipsa quae clausit abire permiserit:
non enim uitari poenam furtiua discessione, sed crescere. Hoc
quoque addit nos esse in dominio dei, cuius tutela et prouiden-
tia gubernamur; nihil autem esse inuito domino de his quae
possidet ex eo loco in quo suum constituerat auferendum; et
sicut qui uitam mancipio extorquet alieno, crimine non care-
bit, ita eum qui finem sibi domino necdum iubente quaesiue-
rit, non absolutionem consequi sed reatum.
9. Haec Platonicae sectae semina altius Plotinus exsequitur.
Oportet, inquit, animam post hominem liberam corporeis pas­
sionibus inueniri. Quam qui de corpore uiolenter extrudit,
liberam esse non patitur. Qui enim sibi sua sponte necem com­
parat, aut pertaesus necessitatis aut metu cuiusquam ad hoc
descendit aut odio, quae omnia inter passiones habentur. Ergo
etsi ante fuit his sordibus pura, hoc ipso tamen quod exit
extorta sordescit.
Deinde mortem debere ait animae a corpore solutionem
esse, non uinculum; exitu autem coacto animam circa corpus
magis magisque uinciri. 10. Et re uera ideo sic extortae animae
diu circa corpus eiusue sepulturam uel locum in quo iniecta
manus est peruagantur, cum contra illae animae, quae se in hac
uita a uinculis corporis philosophiae morte dissoluunt, adhuc
extante corpore caelo et sideribus inserantur. Et ideo illam
solam de uoluntariis mortibus significat esse laudabilem, quae
comparatur, ut diximus, philosophiae ratione, non ferro; pru­
dentia, non ueneno.
11. Addit etiam illam solam esse naturalem mortem ubi cor­
pus animam, non anima corpus relinquit. Constat enim nume-
cata o cercata; ci insegna che occorre lasciar agire la natura e ci
spiega le ragioni di questa interdizione con esempi mutuati dal­
l ’esperienza concreta di tutti i giorni. 8. Dice infatti che coloro
che sono detenuti in carcere per ordine di un’autorità, non
devono uscire di là, se non prima che il potere stesso, che li ha
rinchiusi, non li autorizzi ad andarsene: infatti non si evita un
castigo con una furtiva evasione, ma lo si aggrava solamente.
Per di più, aggiunge che noi siamo sotto il dominio della divi­
nità, la cui tutela e provvidenza ci governano; inoltre, non si
deve sottrarre al proprio signore, contro la sua volontà, alcun-
ché di quello che possiede fuori di quel luogo dove egli lo ha
posto; e allo stesso modo in cui si sarà dichiarati criminali ucci­
dendo uno schiavo altrui, è evidente che chi si è dato la morte,
senza l’ordine del suo signore, non otterrà l’assoluzione, bensì
una condanna.
9. Questi principi della scuola platonica sono stati ancor più
approfonditi da Plotino 227. E necessario, dichiara, che l’anima,
lasciando il corpo, si trovi liberata dalle passioni del corpo. Chi
scaccia l’anima dal corpo con violenza, non le permette di esse­
re libera. Infatti, chi si procura spontaneamente la morte è con­
dotto a far ciò o perché stanco delle costrizioni dell’esistenza,
o per effetto di qualche paura, o per odio, tutte cose che si
annoverano fra le passioni 228. Anche se l’anima fosse stata in
precedenza pura di queste sozzure, per il fatto stesso che la si
fa uscire forzatamente dal corpo, diviene sudicia.
La morte, continua, deve quindi essere per l’anima uno
scioglimento dal corpo, non una catena; l’anima, invece, per la
sua uscita forzata, resta ancor più legata intorno al corpo. 10.
E veramente, perciò, le anime strappate così violentemente
vagano a lungo intorno al corpo o alla sua tomba, o nei luoghi
in cui si è perpetrato il suicidio; al contrario, quelle che in que­
sta vita si sciolgono dalle catene del corpo con la morte filoso­
fica, sono ammesse in cielo e nelle stelle, pur esistendo ancora
il corpo. Per questo Plotino dichiara che, tra le morti volonta­
rie, Tunica degna d’elogi è quella che si realizza, come abbia­
mo detto, con le armi della filosofia, non con il ferro, con la
saggezza, non con il veleno 229.
11. Aggiunge anche che l’unica morte naturale è quella in cui
il corpo abbandona l’anima, e non quando l’anima lascia il
rorum certam constitutamque rationem animas sociare corpo­
ribus. Hi numeri dum supersunt, perseuerat corpus animari;
cum uero deficiunt, mox arcana illa uis soluitur qua societas
ipsa constabat, et hoc est quod fatum et fatalia uitae tempora
uocamus. 12. Anima ergo ipsa non deficit quippe quae immor­
talis atque perpetua est, sed inpletis numeris corpus fatiscit;
nec anima lassatur animando, sed officium suum deserit cor­
pus cum iam non possit animari. Hinc illud est doctissimi
uatis:
...explebo numerum reddarque tenebris.

13. Haec est igitur naturalis uere mors, cum finem corporis
solus numerorum suorum defectus adportat, non cum extor­
quetur uita corpori adhuc idoneo ad continuationem ferendi.
Nec leuis est differentia uitam uel natura uel sponte soluendi.
14. Anima enim, cum a corpore deseritur, potest in se nihil
retinere corporeum, si se pure, cum in hac uita esset, instituit.
Cum uero ipsa de corpore uiolenter extruditur, quia exit rupto
uinculo, non soluto, fit ei ipsa necessitas occasio passionis, et
malis uinculi, dum rumpit, inficitur.
15. Hanc quoque superioribus adicit rationem non sponte
pereundi: cum constet, inquit, remunerationem animis illic
esse tribuendam pro modo perfectionis ad quam in hac uita
una quaeque peruenit, non est praecipitandus uitae finis cum
adhuc proficiendi esse possit accessio. 16. Nec frustra hoc dic­
tum est. Nam in arcanis de animae reditu disputationibus fer­
tur in hac uita delinquentes similes esse super aequale solum
cadentibus, quibus denuo sine difficultate praesto sit surgere;
animas uero ex hac uita cum delictorum sordibus recedentes
aequandas his qui in abruptum ex alto praecipitique delapsi
sint, unde numquam facultas fit resurgendi. Ideo ergo uten­
dum concessis uitae spatiis ut sit perfectae purgationis maior
facultas.
corpo 230. È difatti risaputo che è un rapporto numerico preciso
e determinato che associa le anime ai corpi231. Finché sussisto­
no questi numeri, il corpo continua ad essere animato, ma quan­
do questi fanno difetto, subito si dissolve quell’arcana forza che
tiene in vita quest’associazione stessa: è ciò a cui diamo il nome
di «fato» o «momento fatale per la vita». 12. L’anima in sé, quin­
di, non viene mai meno, essendo immortale e sempiterna, ma il
corpo si dissolve quando si compie il ciclo dei numeri; non è l’a­
nima che si stanca di animarlo, è il corpo, bensì, che abbando­
na il suo compito, quando non può ormai più essere a lungo ani­
mato. Donde l’espressione del sapientissimo vate:
... compirò il numero, scomparirò nelle tenebre. 232

13. Tale è dunque la vera morte naturale: quando l’esauri­


mento dei numeri, ed esso solo, arreca la fine del corpo, e non
quando si strappa la vita ad un corpo ancora capace di conti­
nuare a sopportarla. Né la differenza è lieve tra lo scioglimen­
to naturale e quello volontario. 14. L’anima, infatti, quando è
abbandonata dal corpo, non può conservare in sé niente di
materiale, se, in questa vita, si è comportata con purezza. Ma
quando è espulsa violentemente dal corpo, poiché esce rom­
pendo le catene invece di scioglierle, la necessità subita divie­
ne per essa causa di passione e l’anima si contamina dei mali
Ìnsiti nella catena fin dall’istante in cui la spezza.
15. A queste considerazioni precedenti, Plotino aggiunge
un altro argomento, dicendo: poiché, com’è risaputo, le ricom­
pense promesse all’anima sono lassù attribuite in proporzione
ai gradi di perfezione a cui ognuno è pervenuto in questa vita,
non è il caso di affrettare la fine della nostra vita, poiché si pos­
sono ancora fare dei progressi 233. 16. Ciò non è stato detto
invano. Infatti, nelle dispute esoteriche sul ritorno dell’ani­
ma234, si trova l’idea che le anime che si macchiano di colpe in
questa vita siano paragonabili a coloro i quali, cadendo su un
terreno uniforme, possono rialzarsi prontamente e senza diffi­
coltà; le anime che invece lasciano questa vita con le sozzure
delle loro colpe sono assimilabili a coloro i quali, piombati da
un luogo elevato e scosceso in un precipizio, non hanno più la
possibilità di sollevarsene. Per questo motivo va adoperato
tutto lo spazio della vita che ci è concesso, affinché sia maggio­
re la possibilità di una perfetta purificazione.
17. Ergo, inquies, qui iam perfecte purgatus est, manum
sibi debet inferre, cum non sit ei causa remanendi, quia profec­
tum uJterius non requirit qui ad supera peruenit. Sed hoc ipso
quo sibi celerem finem spe fruendae beatitatis accersit, inreti-
tur laqueo passionis, quia spes, sicut timor, passio est, sed et
cetera quae superior ratio disseruit incurrit. 18. Et hoc est
quod Paulus filium spe uitae uerioris ad se uenire properantem
prohibet ac repellit, ne festinatum absolutionis ascensionisque
desiderium magis eum hac ipsa passione uinciat ac retardet,
nec dicit quod nisi mors naturalis aduenerit «emori non pote­
ris», sed «huc uenire non poteris». 19. «i\Vi/ enim cum deus»
inquit, «istis te corporis custodiis liberauerit, huc tibi aditus pate­
re non potest», quia scit, iam receptus in caelum, nisi perfectae
puritati caelestis habitaculi aditum non patere. Pari autem con­
stantia mors nec ueniens per naturam timenda est, nec contra
ordinem cogenda naturae.
20. Ex his quae Platonem quaeque Plotinum de uoluntaria
morte pronuntiasse rettulimus, nihil in uerbis Ciceronis quibus
hanc prohibet remanebit obscurum.

14. 1 . Sed illa uerba quae praeter hoc sunt inserta repeta­
mus. «Homines enim sunt hac lege generati qui tuerentur illum
globum, quem in templo hoc medium uides, quae terra dicitur;
hisque animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera
et stellas uocatis; quae globosae et rotundae, diuinis animatae
mentibus, circos suos orbesque conficiunt celeritate mirabili.»
2. De terra cur globus dicatur in medio mundo positus, ple­
nius disseremus cum de nouem sphaeris loquemur. Bene
autem uniuersus mundus dei templum uocatur, propter illos
17. Allora, dirai, chi si è ormai perfettamente purificato,
deve uccidersi, poiché non ha più motivi per restare sulla terra,
perché chi ha già raggiunto uno stato superiore non può aspi­
rare a un ulteriore miglioramento. Ma il fatto stesso di darsi
una fine rapida nella speranza di assaporare la beatitudine, lo
avvince alla trappola della passione, giacché la speranza, come
il timore, è nondimeno una passione; perciò ne consegue che
questo uomo va incontro agli altri inconvenienti di cui si è fatto
sopra menzione. 18. Ecco perché Paolo Emilio dissuade e
respinge il figlio che, nella speranza di una vita più autentica,
ha fretta di raggiungerlo: non vuole che questo prematuro
desiderio di liberazione e di ascensione lo incateni o lo tratten­
ga ancor di più per questa stessa passione. Non dice, inoltre, a
Scipione che, «a meno che non sopravvenga una morte natura­
le, non potrà morire», ma gli dice che senza di essa «non potrà
essere ammesso in quel luogo». 19. «Se non ti avrà liberato da
questi legami corporei quel dio che governa tutto il tempio cele­
ste che vedi, non può accadere che a te sia permesso l’accesso
quassù», dice perché egli sa, per essere già stato ricevuto in
cielo, che l’accesso a questa dimora celeste non è aperto se non
alla perfetta purezza. Con uguale fermezza, non bisogna teme­
re la morte che sopraggiunge secondo natura, né si deve farla
venire forzatamente, contro l’ordine naturale.
20. Grazie a ciò che abbiamo appena esposto delle dottrine
di Platone e di Plotino sul suicidio, nessuna delle espressioni
con cui Cicerone lo proibisce resterà oscura.

14. 1 . Ma ritorniamo alle parole che seguono immediata­


mente il brano appena esaminato: «Gli uomini sono infatti
generati in base a questa legge: che veglino su quel globo, chia­
mato terra, che tu scorgi al centro di questo tempio celeste; ad
essi viene fornita un’anima presa dai fuochi sempiterni cui voi
date nome di astri e stelle, quei solidi sferici che, animati da
intelligenze divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con
un’ammirevole velocità» 235.
2. Perché la terra sia considerata come un globo posto al
centro dell’universo, lo discuteremo con maggior completezza,
quando tratteremo delle nove sfere 236. E ben appropriato asse­
gnare il nome di tempio di Dio a tutto quanto l’universo 237,
qui aestimant nihil esse aliud deum nisi caelum ipsum et caele­
stia ista quae cernimus. Ideo ut summi omnipotentiam dei
ostenderet posse uix intellegi, numquam uideri, quidquid
humano subicitur aspectui templum eius uocauit qui sola
mente concipitur, ut qui haec ueneratur ut templa, cultum
tamen maximum debeat conditori, sciatque quisquis in usum
templi huius inducitur ritu sibi uiuendum sacerdotis; unde, et
quasi quodam publico praeconio, tantam humano generi diui-
nitatem inesse testatur ut uniuersos siderei animi cognatione
nobilitet.
3. Notandum est quod hoc loco animum et ut proprie et ut
abusiue dicitur posuit. Animus enim proprie mens est, quam
diuiniorem anima nemo dubitauit; sed non numquam sic et
animam usurpantes uocamus. 4. Cum ergo dicit: «hisque ani­
mus datus est ex illis sempiternis ignibus», mentem praestat
intellegi, quae nobis proprie cum caelo sideribusque commu­
nis est. Cum uero ait: «retinendus animus est in custodia corpo­
ris», ipsam tunc animam nominat, quae uincitur custodia cor­
porali, cui mens diuina non subditur.
5. Nunc qualiter nobis animus, id est mens, cum sideribus
communis sit secundum theologos disseramus. 6 . Deus, qui
prima causa et est et uocatur, unus omnium quaeque sunt
quaeque uidentur esse princeps et origo est. Hic superabun-
danti maiestatis fecunditate de se mentem creauit. Haec mens,
quae vo 0 $ uocatur, qua patrem inspicit, plenam similitudinem
seruat auctoris, animam uero de se creat posteriora respiciens.
7. Rursum anima patrem qua intuetur, induitur, ac paulatim
regrediente respectu in fabricam corporum incorporea ipsa
degenerat. Habet ergo et purissimam ex mente, de qua est
nata, rationem quod ÀoyiKÓv uocatur, et ex sua natura accipit
praebendi sensus praebendique incrementi seminarium, quo-
seguendo in ciò l’opinione di coloro che credono che nient’al­
tro sia Dio se non il cielo stesso e i corpi celesti che vediamo.
E dunque per farci capire che l’onnipotenza del dio supremo
può essere solo a stento intelligibile e mai visibile, che Paolo ha
designato tutto ciò che lo sguardo umano vede «tempio dell’es­
sere che solo l’intelletto concepisce», affinché chi venera que­
ste cose come templi debba tuttavia il massimo culto al loro
fondatore e affinché chiunque è ammesso a frequentare i privi­
legi rituali di questo «tempio» sappia che deve vivere come un
sacerdote. In questo brano si afferma dunque, a mo’ di pubbli­
co proclama, che nel genere umano è insita una parte di Divi­
nità, tale da nobilitare l’umanità intera grazie alla parentela con
l’anima astrale.
3. Notiamo che, in questo passo, Cicerone adopera la paro­
la animus nel suo senso proprio e figurato, \lanimus infatti è
esattamente l’intelletto, che nessuno ha mai dubitato che fosse
più divino del soffio vitale, sebbene talvolta, con un uso impro­
prio, designiamo con la stessa parola anche il soffio vitale
[anima], 4. Così con l’espressione: «ad essi viene fornita un’a­
nima presa dai fuochi sempiterni» si deve comprendere che si
tratta di quell’intelletto che noi, in particolare, abbiamo in
comune col cielo e gli astri. Ma quando dice: «conservare l’ani­
ma [animus] sotto la custodia del corpo» allude allora al vero e
proprio soffio vitale [anima] incatenato nella prigione corpo­
rea, a cui l ’intelletto divino non è sottoposto 238.
5. Vediamo adesso come noi possediamo l’animo, cioè l ’in­
telletto, in comune con gli astri, secondo i teologi 239. 6 . Il Dio,
che è ed è chiamato causa prima, è il principio e l’origine di
tutto ciò che esiste e sembra esistere. Ha generato da sé, grazie
alla fecondità sovrabbondante della sua maestà, l’intelletto.
Questo Intelletto, che chiamano voù$, in quanto contempla il
padre, conserva una completa somiglianza con il suo autore;
ma, guardando indietro, produce di per sé l’Anima. 7. L’Ani­
ma, a sua volta, in quanto guarda suo padre, riveste tutti i suoi
tratti, ma a poco a poco, volgendo il suo sguardo, degenera, da
incorporea qual è, fabbricando i corpi. Perciò essa prende
dall’intelletto, da cui è nata, la ragione perfettamente pura che
si chiama ÀoyiKÓv, inoltre, dalla sua natura, riceve le prime
facoltà di percezione sensoriale e di crescita dei corpi, rispetti-
rum unum aia0r|TiKÓv, alterum cpimKÓv nuncupatur. Sed ex
his primum, id est ÀoytKÓv, quod innatum sibi ex mente
sumpsit, sicut uere diuinum est, ita solis diuinis aptum; reliqua
duo, aio0r|TiKÓv et cpuTiKÓv, ut a diuinis recedunt, ita conue-
nientia sunt caducis.
8 . Anima ergo, creans sibi condensque corpora — nam ideo
ab anima natura incipit quam sapientes de deo et mente voOv
nominant — ex illo mero ac purissimo fonte mentis, quem
nascendo de originis suae hauserat copia, corpora illa diuina
uel supera — caeli dico et siderum — quae prima condebat,
animauit, diuinaeque mentes omnibus corporibus quae in for­
mam teretem, id est in sphaerae modum, formabantur, infusae
sunt; et hoc est quod, cum de stellis loqueretur, ait: «quae diui­
nis animatae mentibus.» 9. In inferiora uero ac terrena degene­
rans, fragilitatem corporum caducorum deprehendit meram
diuinitatem mentis sustinere non posse, immo partem eius uix
solis humanis corporibus conuenire, quia et sola uidentur erec­
ta, tamquam quae ad supera ab imis recedant, et sola caelum
facile, tamquam semper erecta, suspiciunt, solisque inest uel in
capite sphaerae similitudo, quam formam diximus solam men­
tis capacem. 1 0 . Soli ergo homini rationem, id est uim mentis,
infudit, cui sedes in capite est, sed et geminam illam sentiendi
crescendique naturam, quia caducum est corpus, inseruit.
11. Et hinc est quod homo et rationis compos est et sentit
et crescit, solaque ratione meruit praestare ceteris animalibus,
quae, quia semper prona sunt et ex ipsa quoque suspiciendi
difficultate a superis recesserunt nec ullam diuinorum corpo­
rum similitudinem aliqua sui parte meruerunt, nihil ex mente
sortita sunt et ideo ratione caruerunt, duoque tantum adepta
vamente dette ocic0r|TiKÓv e cpuxiKÓv 240. Ma la prima di esse,
cioè il ÀoyiKÓv, in quanto tratto innato che ha assunto
daH’Intelletto, siccome è assolutamente divino, così conviene
solamente agli esseri divini. In quanto alle altre due facoltà,
l’aioQriTiKÓv e il cpuTiKÓv, siccome si allontanano dal divino,
così si addicono agli esseri effimeri.
8 . L’Anima dunque, creando per sé ed organizzando i corpi
— ecco perché si fa cominciare dall’Anima quella natura, che
i sapienti che si occupano di Dio e dell’intelletto chiamano
V0 O5 — attingendo a questa fonte dell’intelletto, di una purez­
za assoluta e schietta, in cui aveva bevuto alla sua nascita, e
prendendosi la responsabilità della sovrabbondanza della sua
origine, ha animato quei corpi divini o superni — intendo dire
il cielo e gli astri — che per primi aveva prodotto; e gli intellet­
ti divini furono infusi in tutti i corpi di forma rotonda e, cioè,
sferici. Ecco perché, parlando delle stelle, dice che sono «ani­
mate da intelligenze divine». 9. Ma degenerando per guadagna­
re le regioni inferiori e terrene, l’Anima constata che la fragili­
tà dei corpi caduchi non può sostenere la divinità pura
dell’intelletto e, anzi, che i soli corpi umani gli paiono meritar­
ne una parte, perché li vede i soli dotati della posizione eretta,
come per allontanarsi, in qualche modo, dalle regioni inferiori
e tendere verso ciò che è in alto, perché solo essi, in quanto
sempre eretti241, alzano facilmente lo sguardo al cielo e perché
solo essi possiedono una testa a immagine di una sfera, la sola
forma che è, come abbiamo detto, adatta a ricevere l’intellet­
to 242. 1 0 . Solo nell’uomo, dunque, essa ha infuso la ragione,
cioè la forza dell’intelligenza, la cui sede è nella testa, ma ha
anche introdotto in lui, poiché il suo corpo è effimero, le due
facoltà della percezione sensoriale e della crescita.
11. E per questo che l’uomo è dotato di ragione, sente e cre­
sce e per cui, grazie esclusivamente alla ragione, merita d’esse­
re superiore agli altri animali. Questi, dato che sono sempre
proni, proprio perché questa difficoltà a levare il loro sguardo
verso il mondo di lassù 243 li ha allontanati dalle cose superne e
poiché non hanno meritato in alcuna loro parte di somigliare
ai corpi divini, così non hanno potuto ottenere neanche una
minima porzione dell’intelletto e perciò sono dunque privi di
ragione e hanno ottenuto solo due facoltà, sentire e crescere244.
sunt, sentire uel crescere. 12. Nam si quid in illis similitudinem
rationis imitatur, non ratio sed memoria est, et memoria non
illa ratione mixta, sed quae hebetudinem sensuum quinque
comitatur; de qua plura nunc dicere, quoniam ad praesens
opus non adtinet, omittemus.
13. Terrenorum corporum tertius ordo in arboribus et her­
bis est, quae carent tam ratione quam sensu, et quia crescendi
tantummodo usus in his uiget, hac sola uiuere parte dicuntur.
14. Hunc rerum ordinem et Vergilius expressit. Nam et
mundo animam dedit et, ut puritati eius adtestaretur, mentem
uocauit. Caelum enim, ait, et terras et maria et sidera
spiritus intus alit...

id est anima sicut alibi pro spiramento animam dicit:


quantum ignes animaeque ualent...

Et ut illius mundanae animae adsereret dignitatem, mentem


esse testatus est:
mens agitat m olem ...

Nec non ut ostenderet ex ipsa anima constare et animari


uniuersa quae uiuunt, addidit
inde hominum pecudum que genus...

et cetera; utque adsereret eundem esse in anima semper uigo-


rem, sed usum eius hebescere in animalibus corporis densita­
te, adiecit:
.. .quantum non noxia corpora tardant

et reliqua.
15. Secundum haec ergo, cum ex summo deo mens, ex
mente anima sit, anima uero et condat et uita compleat omnia
quae sequuntur, cunctaque hic unus fulgor illuminet et uniuer-
sis appareat, ut in multis speculis per ordinem positis uultus
12. Giacché se in essi vi è alcunché che sembra presentare
qualche somiglianza con la ragione, non di essa si tratta, ma di
memoria, e non di quella mescolata alla ragione, ma di memo­
ria che si accompagna all'ottusità dei cinque sensi. Ma qui non
aggiungiamo altro, perché esula dal nostro argomento.
13. La terza categoria dei corpi terrestri è quella delle pian­
te e dei vegetali che, privi sia della ragione sia della percezione,
dispongono soltanto della facoltà di crescere e per questa sola
parte dell’anima si dice che vivano.
14. E questa stessa gerarchia degli esseri anche Virgilio l’ha
evocata. Egli infatti attribuì l ’anima al mondo e, per affermar­
ne la purezza, la chiamò intelletto. Infatti dice che il cielo, le
terre, i mari e gli astri
vivifica l’intimo soffio ,. 245

vale a dire l’anima, come anche altrove chiama anima il soffio


vitale:
... per quanto fuochi e anime valgano... 246

E per ben mostrare la maestà dell’anima del mondo, afferma


che essa è intelletto:
l’intelletto muove tutta la mole del m o n d o ... 247

e aggiunge, per far vedere che tutto ciò che esiste risulta da
questa stessa anima e ne è animato:
di qui la razza degli uomini e gli arm enti... 248

e tutto quanto il resto; infine, per affermare che nell’anima è


presente sempre la stessa energia vivificatrice, ma che la sua
capacità di esercizio è limitata negli animali a causa della den­
sità del loro corpo, aggiunge:
se non che la ritarda il corpo ostile 249

e così via.
15. Di conseguenza, poiché, in base a questa ipotesi, l’intel­
letto procede dal Dio supremo e l’Anima dall’intelletto e poi­
ché, inoltre, l’Anima organizza e riempie di vita l’insieme degli
esseri che vengono dopo di essa e poiché quest’unico splendo­
re le illumina tutte e si riflette in questo insieme, come un’uni­
ca figura sembra moltiplicarsi in una serie di specchi 250 posti
unus, cumque omnia continuis successionibus se sequantur
degenerantia per ordinem ad imum meandi, inuenietur pres­
sius intuenti a summo deo usque ad ultimam rerum faecem
una mutuis se uinculis religans et nusquam interrupta conexio;
et haec est Homeri catena aurea, quam pendere de caelo in ter­
ras deum iussisse commemorat.
16. His ergo dictis, solum hominem constat ex terrenis
omnibus mentis, id est animi, societatem cum caelo et sideri­
bus habere communem. Et hoc est quod ait: «hisque animus
datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stellas uoca-
tis.» 17. Nec tamen ex ipsis caelestibus et sempiternis ignibus
nos dicit animatos — ignis enim ille, licet diuinum, tamen cor­
pus est, nec ex corpore quamuis diuino possemus animari —
sed unde ipsa illa corpora, quae diuina et sunt et uidentur, ani­
mata sunt, id est ex ea mundanae animae parte quam diximus
de pura mente constare. 18. Et ideo postquam dixit: «hisque
animus datus est ex illis sempiternis ignibus, quae sidera et stel­
las uocatis», mox adiecit: «quae diuinis animatae mentibus», ut
per sempiternos ignes corpus stellarum, per diuinas uero men­
tes earum animas manifesta discretione significet, et ex illis in
nostras uenire animas uim mentis ostendat.
19. Non ab re est ut haec de anima disputatio in fine sen­
tentias omnium qui de anima uidentur pronuntiasse contineat.
Platon dixit animam essentiam se mouentem, Xenocrates
numerum se mouentem, Aristoteles èvteàéxeiocv, Pythagoras
et Philolaus apuoviav, Posidonius ideam, Asclepiades quin­
que sensuum exercitium sibi consonum, Hippocrates spiritum
tenuem per corpus omne dispersum, Heraclides Ponticus
lucem, Heraclitus physicus scintillam stellaris essentiae, Zenon
concretum corpori spiritum, Democritus spiritum insertum
uno dietro l’altro per ripeterne l’immagine, e poiché tutto si
sussegue in una sequenza non interrotta di esseri, che vanno
degradandosi sempre di più discendendo verso il basso, si sco­
prirà, osservando più attentamente, che, a partire dal Dio
supremo fino alla più infima feccia dell’universo, tutto si tiene,
si unisce e si abbraccia con legami vicendevoli ed indissolubi­
li. E la catena aurea di Omero che il dio ha ordinato di far pen­
dere dal cielo alla terra, come narra il poeta 251.
16. Da questa esposizione risulta dunque che l ’uomo è il
solo essere sulla terra a condividere col cielo e con gli astri l’in­
telletto, cioè l’«animo». E ciò che fa dire a Paolo le seguenti
parole: «ad essi viene fornita un’anima presa dai fuochi sempi­
terni cui voi date nome di astri e stelle» 252. 17. Questo modo di
parlare non significa tuttavia che noi siamo animati «da» que­
gli stessi fuochi celesti e sempiterni — perché il fuoco, benché
divino, è pur sempre un corpo, e noi non possiamo essere ani­
mati da alcun corpo, per quanto divino — , ma bisogna inten­
dere con ciò che abbiamo ricevuto l’anima «da là dove» quei
corpi stessi, che sono e appaiono divini, hanno preso la loro,
cioè da quella parte dell’Anima cosmica che abbiamo detto
essere costituita di puro intelletto. 18. Per questo, dopo le
parole: «ad essi viene fornita un’anima presa dai fuochi sempi­
terni cui voi date nome di astri e stelle», aggiunge: «animati da
intelligenze divine», volendo così, attraverso questa chiara
distinzione, designare con fuochi sempiterni, i corpi delle stelle
e, con intelligenze divine, le loro anime, e mostrare che il pote­
re dell’intelletto di cui dispongono le nostre anime emana da
queste ultime 253.
19. Non è inopportuno in questa dissertazione sull’anima,
terminare con le teorie di tutti coloro che, a quanto è risaputo,
hanno trattato questo argomento. Platone ha affermato che l’a­
nima è un’essenza automoventesi 254; Senocrate 255, un numero
automoventesi; Aristotele la chiama èvteàéxeicx 256; Pitagora e
Filolao 257 la chiamano àpuovia; è un’idea, secondo Posido­
nio 258; Asclepiade 259 dice che è l’esercizio armonioso dei cin­
que sensi; per Ippocrate 260 è un soffio sottile diffuso in tutto il
corpo; l’anima, a detta di Eraclide Pontico 261, è una luce;
secondo Eraclito 262 il fisico, è una scintilla dell’essenza stella-
re; Zenone 263 la ritiene un soffio condensatosi nel corpo; De-
atomis hac facilitate motus ut corpus illi omne sit peruium, 2 0 .
Critolaus Peripateticus constare eam de quinta essentia, Hip­
parchus ignem, Anaximenes aera, Empedocles et Critias san­
guinem, Parmenides ex terra et igne, Xenophanes ex terra et
aqua, Boethos ex aere et igne, Epicurus speciem ex igne et aere
et spiritu mixtam. Obtinuit tamen non minus de incorporalita­
te eius quam de immortalitate sententia.
2 1 . Nunc uideamus quae sint haec duo nomina quorum
pariter meminit, cum dicit: «quae sidera et stellas uocatis».
Neque enim hic res una gemina appellatione monstratur, ut
ensis et gladius, sed sunt stellae quidem singulares, ut erraticae
quinque, ut ceterae quae non admixtae aliis solae feruntur;
sidera uero, quae in aliquod signum stellarum plurium compo­
sitione formantur, ut Aries, Taurus, ut Andromeda, Perseus uel
Corona, et quaecumque uariarum genera formarum in caelum
recepta creduntur. Sic et apud Graecos à o T r i p et à a T p o v
diuersa significant, et à c n f | p stella una est, a c r r p o v signum
stellis coactum, quod nos sidus uocamus.
2 2 . Cum uero stellas globosas et rotundas dicat, non singu­
larium tantum exprimit speciem, sed et earum quae in signa
formanda conueniunt. Omnes enim stellae inter se, etsi in
magnitudine aliquam, nullam tamen habent in specie differen­
tiam. Per haec autem duo nomina solida sphaera describitur,
quae nec ex globo, si rotunditas desiteretur, nec ex rotundita­
te, si globus desit, efficitur, cum alterum forma, alterum solidi­
tate corporis deseratur.
23. Sphaeras autem hic dicimus ipsarum stellarum corpora,
quae omnia hac specie formata sunt. Dicuntur praeterea
sphaerae et ÓTTÀavris illa, quae maxima est, et subiectae sep­
tem, per quas duo lumina et uagae quinque discurrunt.
mocrito ZM, un soffio inserito negli atomi e dotato di una mobi­
lità che gli consente d’insinuarsi in ogni corpo; 2 0 il peripateti­
co Critolao 265 ha sostenuto che essa era composta d’una quin­
tessenza; Ipparco la vede composta di fuoco 266; Anassime-
ne267, d’aria; Empedocle 268 e Crizia 269, di sangue; Parmeni-
de270, un composto di terra e di fuoco; Senofane 271, di terra e
d’acqua; Boeto 272, d’aria e di fuoco; è, secondo Epicuro 273,
una forma mista, composta di fuoco, aria e spirito. Tuttavia l’o ­
pinione che è prevalsa la ritiene non meno immateriale che
immortale.
21. Consideriamo adesso 274 i due termini che Cicerone
menziona insieme quando dice: «cui voi date nome di astri e
stelle». Non si tratta, infatti, qui di una sola e medesima cosa
designata con due sinonimi, come «spada» e «gladio» 275.
Infatti, le stelle sono a sé stanti, come i cinque pianeti e come
tutti gli altri corpi erranti che si muovono solitariamente senza
essere in combinazione con altri; gli astri, invece, sono quelli
disposti in modo da formare qualche costellazione con il rag­
gruppamento di più stelle, come l’Ariete e il Toro, come An­
dromeda, Perseo e la Corona 27é, e tanti altri tipi di figure di­
verse, che si crede siano state accolte in cielo. Così anche pres­
so i Greci cxoTrip e àoTpov hanno un diverso significato: oc-
OTTjp indica una sola stella, à o T p o v un segno formato dall’ac­
costamento di più stelle, che noi chiamiamo costellazione 277.
2 2 . Denominando le stelle come solidi sferici, il padre di
Scipione non intende soltanto la forma delle stelle isolate, ma
anche di quelle che si uniscono per formare i segni. Tutte le
stelle, infatti, anche se differiscono un po’ tra loro per grandez­
za, hanno tutte la stessa forma. Queste due qualifiche designa­
no invece il solido di forma sferica, che non può essere defini­
to semplicemente con la parola «solido» se manca la sfericità,
né dalla parola «sferico» se manca la solidità, perché nel primo
caso mancherebbe al corpo la forma, e, nell’altro, la consisten­
za del corpo.
23. Diamo dunque qui il nome di «sfere» ai corpi delle stel­
le stesse, che sono tutte formate con questa figura. Sono poi
indicate col termine «sfera», la sfera à T T À c c v ris , che è la più
grande di tutte, e le sette sfere interiori ad essa 278, dove percor­
rono la loro corsa i due luminari 279 e i cinque pianeti erranti.
24. Circi uero et orbes duarum sunt rerum duo nomina; et
his nominibus quidem alibi aliter est usus. Nam et orbem pro
circulo posuit, ut «orbem lacteum», et orbem pro sphaera, ut
«nouem tibi orbibus uel potius globis». Sed et circi uocantur qui
sphaeram maximam cingunt, ut eos sequens tractatus inueniet;
quorum unus est lacteus, de quo ait: «inter flammas circus elu­
cens». 25. Sed hic horum nihil neque circi neque orbis nomine
uoluit intellegi, sed est orbis in hoc loco stellae una integra et
peracta conuersio, id est ab eodem loco post emensum sphae­
rae per quam mouetur ambitum in eundem locum regressus.
Circus est autem hic linea ambiens sphaeram ac ueluti semitam
faciens per quam lumen utrumque discurrit, et intra quam
uagantium stellarum error legitimus coercetur.
26. Quas ideo ueteres errare dixerunt quia et cursu suo
feruntur et contra sphaerae maximae, id est ipsius caeli, impe­
tum contrario motu ad orientem ab occidente uoluuntur. Et
omnium quidem par celeritas, motus similis, et idem est modus
meandi, sed non omnes eodem tempore circos suos orbesque
conficiunt. 27. E t ideo est celeritas ipsa mirabilis quia, cum sit
eadem omnium nec ulla ex illis aut concitatior esse possit aut
segnior, non eodem tamen temporis spatio omnes ambitum
suum peragunt. Causam uero sub eadem celeritate disparis
spatii aptius nos sequentia docebunt.

15. 1. His de siderum natura et siderea hominum mente


narratis, rursus filium pater ut in deos pius, ut in homines
iustus esset hortatus, praemium rursus adiecit, ostendens lac­
teum circulum uirtutibus debitum et beatorum coetu refer­
tum, cuius meminit his uerbis: «erat autem is splendidissimo
candore inter flammas circus elucens, quem uos, ut a Grais acce­
pistis, orbem lacteum nuncupatis.»
24. Quanto a «circoli» e «orbite» sono due nomi che espri­
mono due cose diverse e Cicerone ne fa un uso che varia da
caso a caso. Infatti adopera «orbita» per «circolo» quando scri­
ve di «orbita lattea» e «orbita» in luogo di «sfera» come in
«nove orbite, o piuttosto globi» 280. Ma dà anche il nome di «cir­
coli» a quelli che cingono la sfera più grande, come vedremo
nel seguito del trattato; uno di essi è quello latteo che definisce
come «il circolo che risplende tra i fuochi celesti» 281. 25. Ma qui
con i termini di «circolo» e «orbita» non ha voluto intendere
nessuno di questi significati; in questo brano, «orbita» si appli­
ca all’intera e completa rivoluzione di una stella, cioè al suo
ritorno nello stesso punto da cui è partita, dopo aver descritto
tutto il giro della sfera su cui si muove. Il «circolo» è invece,
qui, la linea che circonda la sfera e che, a mo' di sentiero, segna
i limiti del percorso dei due luminari e all’interno del quale è
contenuta la regolare erranza 282 dei pianeti.
26. E se gli Antichi hanno usato per i pianeti il termine
«errare», è perché si muovono lungo un loro percorso partico­
lare e procedono in senso contrario al moto della sfera più
grande, cioè al cielo stesso, da occidente ad oriente. Tutte que­
ste stelle hanno una velocità uguale, un moto simile e anche un
identico modo di spostarsi 283; ma non tutte descrivono i loro
cerchi e le loro orbite nel medesimo tempo. 27. Per questo la
loro stessa velocità è definita «ammirevole», perché, pur iden­
tica per tutte e pur non potendo nessuna di queste stelle esse­
re più rapida o più lenta, tutte tuttavia non percorrono nello
stesso lasso di tempo il loro percorso. La ragione del perché,
con la stessa velocità, lo spazio di tempo è ineguale, ce lo inse­
gneranno con più precisione le pagine seguenti 284.

1 5 .1 . Dopo questa esposizione sulla natura degli astri e sul­


l’origine astrale dell’intelletto umano, il padre, avendo esorta­
to di nuovo suo figlio alla pietà verso gli dèi e alla giustizia
verso i suoi simili, aggiunse, ancora una volta, una ricompensa,
mostrandogli il circolo latteo, soggiorno dovuto alle virtù e
colmo dei beati che vi si raccolgono, che evoca in questi termi­
ni: «vi era poi quel circolo che risplende di un abbagliante can­
dore tra i fuochi celesti e che voi avete appreso dai Greci a chia­
mare circolo latteo» 285.
2. Orbis hic idem quod circus in lactei appellatione signifi­
cat. Est autem lacteus unus e circis qui ambiunt caelum. Et
sunt praeter eum numero decem, de quibus quae dicenda sunt
proferemus, cum de hoc competens sermo processerit. Solus
ex omnibus hic subiectus est oculis, ceteris circulis magis cogi­
tatione quam uisu conprehendendis.
3. De hoc lacteo multi inter se diuersa senserunt, causasque
eius alii fabulosas, naturales alii protulerunt; sed nos, fabulosa
reticentes, ea tantum quae ad naturam eius uisa sunt pertinere
dicemus. 4. Theophrastus lacteum dixit esse compagem qua de
duobus hemisphaeriis caeli sphaera solidata est, et ideo ubi
orae utrimque conuenerant, notabilem claritatem uideri. 5.
Diodorus, ignem esse densetae con cretaeque naturae in unam
curui limitis semitam discretione mundanae fabricae coace-
ruante concretum, et ideo uisum intuentis admittere, reliquo
igne caelesti lucem suam nimia subtilitate diffusam non sub-
iciente conspectui. 6 . Democritus, innumeras stellas breuesque
omnes, quae spisso tractu in unum coactae, spatiis quae angu­
stissima interiacent opertis, uicinae sibi undique et ideo passim
diffusae lucis aspergine, continuum iuncti luminis corpus
ostendunt. 7. Sed Posidonius, cuius definitioni plurium con­
sensus accessit, ait lacteum caloris esse siderei infusionem,
quam ideo aduersa zodiaco curuitas obliquauit ut, quoniam sol
numquam zodiaci excedendo terminos expertem feruoris sui
partem caeli reliquam deserebat, hic circus, a uia solis in obli­
quum recedens, uniuersitatem flexu calido temperaret. Quibus
autem partibus zodiacum intersecet, superius iam relatum est.
Haec de lacteo.
8 . Decem autem alii, ut diximus, circi sunt, quorum unus
est ipse zodiacus, qui ex his decem solus potuit latitudinem
hoc modo quem referemus adipisci. 9. Natura caelestium cir-
2. Qui il termine orbis, con l’aggettivo lacteus, ha la stessa
accezione di circus, cioè «circolo». Vi è infatti un solo circolo
latteo tra quelli che cingono il cielo. Oltre ad esso, ve ne sono
dieci m \ di cui riveleremo ciò che c’è da dire quando la nostra
esposizione sarà opportunamente venuta in tema. E il solo che
si offra all’occhio umano, gli altri circoli si intuiscono più con
il pensiero che con lo sguardo.
3. Riguardo questo circolo latteo vi sono state opinioni
molto diverse e alcuni hanno proposto spiegazioni mitiche,
altri spiegazioni naturali; quanto a noi, passando sotto silenzio
le interpretazioni favolose, ci atterremo solamente a quelle che
sembrano pertinenti alla sua natura 287 . 4 . Teofrasto 288 disse
che il circolo latteo era la sutura con cui la sfera celeste, forma­
ta da due emisferi, è stata riunita: per questo motivo il punto
in cui i bordi, da una parte e dall’altra, sono stati congiunti,
appare d’una brillantezza notevole. 5. Diodoro 289 asserì che si
trattasse di un fuoco di una natura densa, concentrato in un
sentiero unico di forma curvilinea, e che si accumula sulla linea
di demarcazione della struttura cosmica: questa la ragione per
cui è visibile, mentre il resto del fuoco celeste sottrae alla vista
la sua luce, troppo rarefatta e tenue. 6 . Democrito 290 ritiene
che si tratti d’innumerevoli piccole stelle che, concentrate in
uno spazio così esiguo che gli intervalli ridottissimi che le sepa­
rano si trovano occultati, essendo tra di loro contigue, e per
questa ragione, diffondendo in tutte le direzioni la loro asper­
sione di luce, offrono allo sguardo l’aspetto di un unico corpo
dalla luminosità ininterrotta. 7. Posidonio 291, la cui opinione
ha ottenuto la maggioranza dei consensi, sostiene invece che la
Via Lattea sia un travaso del calore astrale, la cui curvatura,
opposta allo zodiaco, è su un piano obliquo; di modo che, poi­
ché il sole non esce mai dai limiti dello zodiaco, lasciando le
regioni restanti del cielo prive del suo calore, questo circolo,
allontanandosi obliquamente dal tragitto del sole, riscalda l’u­
niverso con la sua calda curva. Quanto ai punti in cui il circo­
lo latteo interseca lo zodiaco, lo si è già indicato in preceden­
za 292. Questo è quanto occorre sapere sulla Via Lattea.
8 . Vi sono, come abbiamo detto, altri dieci circoli, uno dei
quali è lo zodiaco stesso e che è l’unico di questi dieci che abbia
potuto giungere ad avere una larghezza, nel modo che spieghe­
remo. 9. I circoli celesti sono per natura linee immateriali, che
culorum incorporalis est linea, quae ita mente concipitur ut
sola longitudine censeatur, latum habere non possit; sed in
zodiaco latitudinem signorum capacitas exigebat.
10. Quantum igitur spatii lata dimensio porrectis sideribus
occupabat, duabus lineis limitatum est; et tertia ducta per
medium ecliptica uocatur, quia, cum cursum suum in eadem
linea pariter sol et luna conficiunt, alterius eorum necesse est
euenire defectum: solis, si ei tunc luna succedat; lunae, si tunc
aduersa sit soli. 11. Ideo nec sol umquam deficit nisi cum tri­
cesimus lunae dies est, et nisi quinto decimo cursus sui die
nescit luna defectum. Sic enim euenit ut aut lunae contra solem
positae ad mutuandum ab eo solitum lumen sub eadem inuen-
tus linea terrae conus obsistat, aut soli ipsa succedens obiectu
suo ab humano aspectu lumen eius repellat. 1 2 . In defectu
ergo sol ipse nil patitur, sed noster fraudatur aspectus, luna
uero circa proprium defectum laborat non accipiendo solis
lumen, cuius beneficio noctem colorat. Quod sciens Vergilius,
disciplinarum omnium peritissimus, ait:
defectus solis uarios lunaeque labores.

Quamuis igitur trium linearum ductus zodiacum et claudat


et diuidat, unum tamen circum auctor uocabulorum dici uoluit
antiquitas.
13. Quinque alii circuli paralleli uocantur. Horum medius
et maximus est aequinoctialis, duo extremitatibus uicini atque
ideo breues, quorum unus septentrionalis dicitur, alter austra­
lis. Inter hos et medium duo sunt tropici maiores ultimis,
medio minores, et ipsi ex utraque parte zonae ustae terminum
faciunt.
14. Praeter hos alii duo sunt coluri, quibus nomen dedit
inperfecta conuersio. Ambientes enim septentrionalem uerti-
cem atque inde in diuersa diffusi, et se in summo intersecant,
vengono concepite mentalmente come aventi la sola lunghezza
e mancanti d’ampiezza; ma, nel caso dello zodiaco, il fatto che
contenesse i segni esigeva che avesse una larghezza 293.
10. Si è dunque delimitato lo spazio occupato in larghezza
da questo circolo con le sue vaste costellazioni con due linee;
inoltre una terza linea, condotta attraverso il mezzo, è chiama­
ta eclittica 294, perché c’è eclissi di sole o di luna tutte le volte
che questi due astri compiono il loro percorso nello stesso
tempo lungo questa medesima linea: se la luna è in congiunzio­
ne, c’è eclissi di sole; quando è in opposizione, c’è eclissi di
luna. 1 1 . Ne consegue che il sole non può avere eclissi se non
quando la luna finisce la sua rivoluzione di trenta giorni e che
la luna non può subire un’eclissi se non nel quindicesimo gior­
no del suo corso. Difatti, in quest’ultimo caso, la luna, opposta
al sole da cui chiede in prestito la sua consueta luce, si trova
oscurata dal cono d’ombra 295 della terra che si trova sulla
medesima linea; o, nel primo caso, nel passare sotto al sole, la
sua interposizione tra la terra e il sole ci priva della vista della
luce di quest’ultimo. 1 2 . Quindi, durante un’eclissi, il sole non
perde nessuno dei suoi attributi, ma siamo noi ad essere priva­
ti della sua luce; mentre la luna, al momento della sua eclissi,
soffre nel non ricevere la luce del sole grazie al quale dà colo­
re alle nostre notti. Sapendo ciò, Virgilio, dottissimo in ogni
scienza, dice:
le molte eclissi del sole e le fasi della luna. 296

Sebbene lo zodiaco sia delimitato e diviso da tre linee,


l ’Antichità, inventrice di tutti i vocaboli, volle che se ne parlas­
se come di un circolo solo.
13. Cinque altri circoli sono chiamati paralleli. Quello di
mezzo che è anche il più grande è il circolo equinoziale; due
sono vicini ai poli e perciò piccoli; uno di essi è chiamato cir­
colo settentrionale e l’altro australe. Tra questi e quello di
mezzo vi sono i due tropici, più ampi dei circoli estremi e più
piccoli di quello mediano; essi servono da limite da una parte
e dall’altra alla zona torrida 297.
14. Oltre a questi, ce sono altri due, i coluri, il cui nome
deriva dal fatto che descrivono una circonferenza incompleta.
Infatti, cingendo il polo settentrionale e allontanandosi in dire­
zioni opposte, s’intersecano al vertice e determinano su ciascu-
et quinque parallelos in quaternas partes aequaliter diuidunt,
zodiacum ita intesecantes ut unus eorum per Arietem et
Libram, alter per Cancrum atque Capricornum meando decur­
rat; sed ad australem uerticem non peruenire creduntur.
15. Duo qui ad numerum praedictum supersunt, meridia­
nus et horizon, non scribuntur in sphaera, quia certum locum
habere non possunt, sed pro diuersitate circumspicientis habi-
tantisue uariantur.
16. Meridianus est enim quem sol, cum super hominum
uerticem uenerit, ipsum diem medium efficiendo designat. Et
quia globositas terrae habitationes omnium aequales sibi esse
non patitur, non eadem pars caeli omnium uerticem despicit;
et ideo unus omnibus meridianus esse non poterit, sed singulis
gentibus super uerticem suum proprius meridianus efficitur.
17. Similiter sibi horizontem facit circumspectio singulo­
rum. Horizon est enim, uelut quodam circo designatus, termi­
nus caeii quod super terram uidetur. Et quia ad ipsum uere
finem non potest humana acies peruenire, quantum quisque
oculos circumferendo conspexerit, proprium sibi caeli quod
super terram est terminum facit. 18. Hic horizon, quem sibi
unius cuiusque circumscribit aspectus, ultra trecentos et sexa-
ginta stadios longitudinem intra se continere non poterit.
Centum enim et octoginta stadios non excedit acies contra
uidentis; sed uisus, cum ad hoc spatium uenerit, accessu defi­
ciens in rotunditatem recurrendo curuatur, atque ita fit ut hic
numerus, ex utraque parte geminatus, trecentorum sexaginta
stadiorum spatium quod intra horizontem suum continetur
efficiat, semperque, quantum ex huius spatii parte postera pro­
cedendo dimiseris, tantum tibi de anteriore sumetur; et ideo
horizon semper quantacumque locorum transgressione muta­
tur. 19. Hunc autem, quem diximus, admittit aspectum aut in
terris aequa planities aut pelagi tranquilla libertas, qua nullam
oculis obicit offensam. Nec te moueat quod saepe in longissi-
no dei cinque circoli paralleli quattro parti uguali, intersecan­
do lo zodiaco così da incontrare nel loro tracciato, uno PAriete
e la Bilancia e l’altro il Cancro e il Capricorno; ma non si crede
che giungano fino al polo australe 298.
15. I due ultimi circoli che rimangono per completare il
numero annunciato, il meridiano e l’orizzonte, non sono iscrit­
ti sulla sfera celeste, perché non possono avere una posizione
fissa, ma sono variabili secondo le differenti posizioni dell’os­
servatore o dell’abitante.
16. Il meridiano è, infatti, il circolo determinato dal sole,
quando è giunto sulla perpendicolare della testa di ciascuno e
segna esattamente il mezzogiorno. E poiché la sfericità della
terra si oppone al fatto che l’aspetto dei luoghi sia lo stesso
ovunque e che sopra le teste degli uomini vi sia la stessa parte
di cielo, ne consegue che non ci potrà essere uno stesso meri­
diano allo zenit, ma ogni persona avrà allo zenit un proprio
meridiano 299.
17. Allo stesso modo è lo sguardo circolare d’ogni individuo
che definisce per esso l’orizzonte. L’orizzonte, infatti, è il limi­
te, sotto forma di una sorta di circolo, della porzione di cielo
visibile sopra la terra. E siccome l’occhio umano non può vera­
mente raggiungerne il limite, l’estensione che comprende
quanto ciascuno riesce ad osservare volgendo attorno il pro­
prio sguardo, fissa per ciascuno di noi la linea di confine per­
sonale della porzione di cielo che sovrasta la terra 30°. 18.
Quest’orizzonte, che lo sguardo di ognuno circoscrive per pro­
prio conto, non potrà superare la distanza di trecentosessanta
stadi301. Infatti, quando si guarda dritto di fronte a sé, la vista
non va aldilà di centottanta stadi 302; ma, una volta giunti a que­
sta distanza, la vista, che non può andare oltre sulla rotondità
terrestre, ritorna indietro e si curva 303, di modo che questo
numero, raddoppiato poiché vi sono due parti, realizza una
lunghezza di trecentosessanta stadi, ossia lo spazio contenuto
all’interno dell’orizzonte individuale; e non possiamo procede­
re, guadagnando in avanti dello spazio, senza vederlo accor­
ciarsi nella stessa proporzione in quello che ci è retrostante;
perciò l’orizzonte si modifica continuamente in funzione dei
nostri spostamenti. 19. Ma questa estensione della vista che ho
descritto può avere luogo solo nel mezzo di una vasta pianura,
o sulla superficie di un mare calmo, quando nessun ostacolo si
mo positum montem uidemus aut quod ipsa caeli superna
suspicimus. Aliud est enim cum se oculis ingerit altitudo, aliud
cum per planum se porrigit et extendit intuitus, in quo solo
horizontis circus efficitur.
Haec de circis omnibus quibus caelum cingitur dicta suffi­
ciant.

16. 1 . Tractatum ad sequentia transferamus: «Ex quo mihi


omnia contemplanti praeclara cetera et mirabilia uidebantur.
Erant autem eae stellae quas numquam ex hoc loco uidimus, et
eae magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus,
ex quibus erat ea minima, quae ultima a caelo, citima terris luce
lucebat aliena: stellarum autem globi terrae magnitudinem faci­
le uincebant.»
2. Dicendo: «ex quo mihi omnia contemplanti», id quod
supra rettulimus adfirmat: in ipso lacteo Scipionis et parentum
per somnium contigisse conuentum. Duo sunt autem praeci­
pua quae in stellis se admiratum refert, aliquarum nouitatem et
omnium magnitudinem. Ac prius de nouitate, post de magni­
tudine disseremus.
3. Plene et docte adiciendo: «quas numquam ex hoc loco
uidimus», causam cur a nobis non uideantur ostendit. Locus
enim nostrae habitationis ita positus est ut quaedam stellae ex
ipso numquam possint uideri, quia ipsa pars caeli, in qua sunt,
numquam potest hic habitantibus apparere. 4. Pars enim haec
terrae, quae incolitur ab uniuersis hominibus — quos quidem
scire nos possumus — , ad septentrionalem uerticem surgit, et
sphaeralis conuexitas australem nobis uerticem in ima demer­
git. Cum ergo semper circa terram ab ortu in occasum caeli
sphaera uoluatur, uertex hic qui septentriones habet, quo-
quouersum mundana uolubilitate uertatur, quoniam super nos
est, semper a nobis uidetur ac semper ostendit
Arctos Oceani metuentes aequore tingui.
frappone ai nostri occhi. Non deve influenzarti il fatto che
spesso noi vediamo la distante cima di un’alta montagna o
leviamo lo sguardo alla superna volta celeste. Una cosa infatti
è quando si presenta alla vista un’altitudine, un’altra quando la
vista si protende e si estende su un terreno piano, perché è solo
quest’ultimo caso che costituisce il circolo dell’orizzonte.
Ma a questo punto pensiamo di aver parlato abbastanza dei
circoli di cui il cielo è cinto.

16. 1. Passiamo al commento del brano seguente: «Da quel


luogo, mentre contemplavo tutto l’universo, tutto mi appariva
magnifico e meraviglioso. C’erano, tra l’altro, certe stelle che da
qui non abbiamo mai visto e tutte erano di una grandezza che
non avremmo mai pensato possibile; fra esse la più piccola, che è
la più lontana dalla volta celeste e la più vicina alla terra, brilla­
va di luce riflessa: i globi stellari, poi, superavano nettamente la
grandezza della terra» 304.
2. Dicendo «da quel luogo, mentre contemplavo tutto l’uni­
verso» si conferma quanto abbiamo segnalato sopra: è proprio
nella Via Lattea che ebbe luogo, nel sogno, il colloquio di
Scipione con i suoi avi 305. Due cose suscitano in particolare la
sua ammirazione: di alcune stelle la novità nel vederle, di tutte
la loro grandezza. Cominciamo parlando di queste nuove stel­
le, in seguito ci occuperemo della grandezza degli astri.
3. Con l’aggiungere l’esatta ed esauriente precisazione: «che
da qui non abbiamo mai visto» mostra il motivo per cui questi
astri non ci sono visibili. Infatti il luogo da noi abitato occupa
una posizione tale che alcune stelle non possono mai essere visi­
bili, perché la regione del cielo in cui si trovano non può mai
offrirsi ai nostri sguardi. 4. Questa parte della terra, abitata dal­
l’insieme degli uomini — quelli almeno che c’è dato conosce­
re 306 — , si volge difatti verso il polo settentrionale e per noi la
convessità della sfera inabissa in profondità il polo australe.
Quindi, siccome il movimento della sfera celeste intorno alla ter­
ra ha luogo sempre da oriente ad occidente 307, questo polo che
comprende i «sette buoi» 308, qualunque sia la direzione verso la
quale lo volge il movimento rotatorio cosmico, trovandosi sopra
di noi, è sempre visibile e sempre presente al nostro sguardo
le Orse che temono d’immergersi nell’acqua delTOceano. 309
5. Australis contra quasi semel nobis pro habitationis
nostrae positione demersus, nec ipse nobis umquam uidetur
nec sidera sua, quibus et ipse sine dubio insignitur, ostendit. Et
hoc est quod poeta naturae ipsius conscius dixit:
hic uertex nobis semper sublimis; at illum
sub pedibus Styx atra uidet Manesque profundi.

6. Sed cum hanc diuersitatem caelestibus partibus uel sem­


per uel numquam apparendi terrae globositas habitantibus
faciat, ab eo qui in caelo est omne sine dubio caelum uidetur,
non impediente aliqua parte terrae, quae tota puncti locum pro
caeli magnitudine uix obtinet. 7. Cui ergo australis uerticis stel­
las numquam de terris uidere contigerat, ubi circumspectu
libero sine offensa terreni obicis uisae sunt, iure quasi nouae
admirationem dederunt, et quia intellexit causam propter
quam eas numquam ante uidisset, ait: «erant autem eae stellae
quas numquam ex hoc loco uidimus», hunc locum demonstra-
tiue terram dicens in qua erat dum ista narraret.
8 . Sequitur illa discussio, quid sit quod adiecit: «et eae
magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus».
Cur autem magnitudines quas uidit in stellis numquam homi­
nes suspicati sint, ipse patefecit addendo: «stellatum autem
globi terrae magnitudinem facile uincehant». 9. Nam quando
homo, nisi quem doctrina philosophiae supra hominem, immo
uere hominem fecit, suspicari potest stellam unam omni terra
esse maiorem, cum uulgo singulae uix facis unius flammam
aequare posse uideantur? Ergo tunc earum uere magnitudo
adserta credetur, si maiores singulas quam est omnis terra esse
constiterit. Quod hoc modo licet recognoscas.
5. Il polo australe, invece, che per noi è, in un certo senso,
sommerso una volta per sempre, a causa della posizione del
luogo da noi abitato, sfugge in permanenza al nostro sguardo,
né ci mostra i suoi astri che pure, senza dubbio, possiede.
Questo è quanto esprime il poeta, sapiente conoscitore della
natura, nei seguenti versi:
questo vertice settentrionale è sempre immanente su di noi; ma quello
antipode è visibile soltanto al tetro Stige e ai profondi Mani. 310

6 . Ma siccome la diversità che fa sì che alcune parti del cielo


siano sempre visibili e altre sempre invisibili è dovuta, per i
suoi abitanti, alla sfericità della terra, non c’è dubbio che per
chi si trova in cielo la volta celeste è interamente visibile, senza
che s’interponga alcuna parte della terra, la cui totalità occupa
solamente lo spazio di un punto 311, a paragone dell’immensità
del cielo. 7. Si comprende dunque perché a chi non era mai
stato dato di vedere dalla terra le stelle del polo australe, e che,
gettando liberamente uno sguardo circolare senza incontrare
l’ostacolo della terra, le ha vedute, sia stato preso da ammira­
zione di fronte a queste stelle che erano per lui nuove, e per­
ché, riconoscendo allora il motivo per cui non le aveva mai
scorte in precedenza, dice: «C ’erano, tra l’altro, certe stelle che
da qui non abbiamo mai visto», intendendo indicare con «qui»
la terra in cui si trovava mentre narrava il suo sogno.
8 . Resta adesso da esaminare che cosa significhi l’espressio­
ne che segue: «tutte erano di una grandezza che non avremmo
mai pensato possibile». Il motivo per cui gli uomini non aveva­
no mai potuto sospettare le dimensioni che ha constatato, lo
rivela egli stesso, aggiungendo: «i globi stellari, poi, superavano
nettamente la grandezza della terra»3I2. 9. Effettivamente, quan­
do mai un uomo — se non quello che la conoscenza della filo­
sofia abbia elevato al di sopra dell’umanità, o meglio non l’ab­
bia reso un vero uomo — può supporre che una sola stella
possa essere più grande di tutta la terra, dal momento che agli
occhi del volgo le stelle possono a malapena uguagliare la fiam­
ma di una sola face 313? L’affermàzione della loro reale gran­
dezza potrà essere creduta solo se si dimostrerà che ciascuna di
esse è maggiore di tutta quanta la terra. Lo si può dimostrare
nel seguente modo.
10. Punctum dixerunt esse geometrae quod ob incompre­
hensibilem breuitatem sui in partes diuidi non possit, nec
ipsum pars aliqua, sed tantummodo signum esse dicatur.
Physici terram ad magnitudinem circi per quem sol uoluitur
puncti modum obtinere docuerunt. Sol autem quanto minor
sit circo proprio, deprehensum est. Manifestissimis enim
dimensionum rationibus constitit mensuram solis ducentesi­
mam sextam decimam partem habere magnitudinis circi per
quem sol ipse discurrit. 1 1 . Cum ergo sol ad circum suum pars
certa sit, terra uero ad circum solis punctum sit, quod pars esse
non possit, sine cunctatione iudicii solem constat terra esse
maiorem, si maior est pars eo quod partis nomen nimia sui
breuitate non capiat.
1 2 . Verum solis circo superiorum stellarum circos certum
est esse maiores, si eo quod continetur id quod continet maius
est, cum hic sit caelestium sphaerarum ordo, ut a superiore una
quaeque inferior ambiatur. Vnde et lunae sphaeram, quasi a
caelo ultimam et uicinam terrae, minimam dixit, cum terra ipsa
in punctum quasi uere iam postrema deficiat. 13. Si ergo stel­
larum superiorum circi, ut diximus, circo solis sunt grandiores,
singulae autem huius sunt magnitudinis ut ad circum una
quaeque suum modum partis obtineant, sine dubio singulae
terra sunt ampliores, quam ad solis circum qui superioribus
minor est, punctum esse praediximus.
De luna, si uere luce lucet aliena, sequentia docebunt.

17. 1 . Haec cum Scipionis obtutus non sine admiratione


percurrens ad terras usque fluxisset et illic familiarius haesis­
set, rursus aui monitu ad superiora reuocatus est, ipsum a caeli
10. Gli studiosi di geometria hanno definito il punto come
ciò che, a causa della sua inimmaginabile piccolezza, non può
essere diviso in parti; né esso stesso si può dire una parte, ma
lo definiscono semplicemente un segno. I fisici ci hanno inse­
gnato che la terra equivale ad un punto, se la si paragona alla
grandezza dell’orbita solare 314. Si è poi riusciti a determinare
di quanto il sole sia più piccolo della sua orbita. Secondo i cal­
coli più esatti di misurazione, si è infatti dimostrato che la
grandezza del sole equivale alla duecento sedicesima parte
della lunghezza della sua orbita . 315 11. Perciò se il sole, rappor­
tato alla sua orbita, rappresenta una frazione di quest’ultima e
se la terra, in rapporto all’orbita del sole, è solamente un
punto, cioè non può essere una frazione, se ne conclude senza
esitazioni che il sole è più grande della terra, in quanto la fra­
zione è più grande di ciò che, per la sua eccessiva piccolezza,
non ammette il nome di frazione.
12. Ora è evidente che le orbite delle stelle superiori sono
più grandi dell’orbita del sole, secondo l’assioma che ciò che
contiene è più grande del contenuto, poiché l’ordine delle
sfere celesti è tale che ogni sfera inferiore è avvolta da quella
che le è superiore. E per questo che Scipione afferma anche
che la sfera lunare, essendo situata nel punto più lontano dalla
sfera celeste e nel punto più vicino alla terra, è «la più picco­
la», mentre la terra stessa, in quanto è l’ultima, sembra quasi
svanire in un punto. 13. Se, dunque, le orbite delle stelle supe­
riori sono, come abbiamo detto, più grandi di quella del sole e
se, d’altra parte, la grandezza di ciascuna di queste stelle è tale
da potersi considerare una parte in rapporto alla misura del­
l’orbita che descrive, è incontestabile che uno qualsiasi di que­
sti corpi luminosi è più grande della terra che, come abbiamo
già detto, è solamente un punto in confronto all’orbita solare,
più piccola essa stessa delle orbite superiori.
Se è vero che la luna brilli di luce altrui, lo sapremo tra poco
nelle pagine che seguono 316.

17. 1 . Scipione, dopo avere fatto vagare il suo sguardo, non


senza ammirazione, su tutte queste meraviglie, lo indirizzò fino
alla terra e si attardò su quello spettacolo a lui famigliare, ma il
suo avo lo ammonì di nuovo richiamandolo alle realtà superne
exordio sphaerarum ordinem in haec uerba monstrantis: 2 .
«Nouem tibi orbibus uel potius globis conexa sunt omnia, quo­
rum unus est caelestis extimus, qui reliquos omnes conplectitur,
summus ipse deus, arcens et continens ceteros, in quo sunt infixi
illi qui uoluuntur stellarum cursus sempiterni. 3. Huic subiecti
sunt septem qui uersantur retro contrario motu atque caelum. E
quibus unum globum possidet illa quam in terris Saturniam
nominant; deinde est hominum generi prosperus et salutaris ille
fulgor qui dicitur Iouis; tum rutilus horribilisque terris quem
Martium dicitis; deinde de septem mediam fere regionem sol
obtinet, dux et princeps et moderator luminum reliquorum,
mens mundi et temperatio, tanta magnitudine ut cuncta sua luce
lustret et compleat. Hunc ut comites consecuntur Veneris alter,
alter Mercurii cursus; in infimoque orbe luna radiis solis accensa
conuertitur. 4. Infra autem eam nihil est nisi mortale et cadu­
cum, praeter animos munere deorum hominum generi datos;
supra lunam sunt aeterna omnia. Nam ea quae est media et
nona, tellus, neque mouetur et infima est et in eam feruntur
omnia nutu suo pondera.»
5. Totius mundi a summo in imum diligens in hunc locum
collecta descriptio est, et integrum quoddam uniuersitatis cor­
pus effingitur, quod quidem xò ttcxv, id est omne, dixerunt;
unde et hic dicit: «conexa sunt omnia». Vergilius uero
«magnum corpus» uocauit:
... et magno se corpore miscet.

6 . Hoc autem loco Cicero, rerum quaerendarum iactis


seminibus, multa nobis excolenda legauit. De septem subiectis
globis ait: «qui uersantur retro contrario motu atque caelum». 7.
Quod cum dicit, admonet ut quaeramus si uersatur caelum, et
si illi septem et uersantur et contrario motu mouentur, aut si
e gli svelò, cominciando dalla volta stellata, l’ordine stesso
delle sfere, in questi termini: 2. «Davanti a te tutto l'universo è
compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse
è la sfera celeste, la più estrema, che abbraccia tutte le altre, essa
stessa divinità suprema che racchiude e contiene in sé tutte le
restanti sfere, in cui sono confitti i sempiterni moti circolari delle
stelle. 3. A questa sfera sottostanno sette sfere che ruotano in
direzione opposta, con moto contrario all’orbita del cielo. Di tali
sfere un globo è quel pianeta chiamato sulla terra Saturno; quin­
di si trova quella fulgida stella — propizia e salutare per il gene­
re umano — che è detta Giove; poi, rutilante e terrificante per la
terra, c’è il pianeta che chiamate Marte; sotto, ecco, il Sole che
occupa la regione a un dipresso nel mezzo: è guida, sovrano e
regolatore di tutti gli altri astri, mente e moderatore dell’univer­
so, di tale grandezza che colma con la sua luminosità ogni cosa.
Gli vanno appresso, come compagni di viaggio, ciascuno secondo
il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell’orbita più bassa
ruota la Luna, illuminata dai raggi del Sole. 4. A l di sotto di essa,
poi, non c’è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le
anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra
della Luna tutto è eterno. La sfera che è centrale e nona, ossia la
Terra, non è infatti soggetta a movimento, rappresenta la zona
più bassa delle sfere e verso di essa sono attratti tutti i gravi, per
una forza che è loro propria» M7.
5. Ecco condensata in questo brano una descrizione accu­
rata di tutto quanto l’universo, dal punto più elevato fino alla
regione più bassa; è, in qualche modo, l’effige dell’intero corpo
dell’universo, che alcuni hanno chiamato t ò ttcxv , vale a dire
«il tutto» 318. Per questo anche l ’Africano dice «tutto l’univer­
so è compaginato», mentre Virgilio lo chiama «il grande
corpo»;
... e al grande corpo s’unisce. 319

6 . In questo brano Cicerone, dopo aver gettato Ì semi di ciò


che si offre alle nostre ricerche, ci ha lasciato numerosi campi
da coltivare. Parlando dei sette globi sottostanti dice «che ruo­
tano in direzione opposta, con moto contrario all’orbita del
cielo». 7. Con questa affermazione Cicerone ci invita ad indaga­
re sul movimento di rotazione del cielo e se i sette pianeti giri­
no e quest’ultimo movimento abbia luogo in senso contrario;
hunc esse sphaerarum ordinem quem Cicero refert Platonica
consentit auctoritas, et si uere subiectae sint; quo pacto stellae
earum omnium zodiacum lustrare dicantur, cum zodiacus et
unus et in summo caelo sit; quaeue ratio in uno zodiaco alia­
rum cursus breuiores, aliarum faciat longiores — haec enim
omnia in exponendo earum ordine necesse est adserantur — ;
et postremo, qua ratione in terram ferantur, sicut ait, «omnia
nutu suo pondera».
8 . Versari caelum mundanae animae natura et uis et ratio
docet, cuius aeternitas in motu est, quia numquam motus relin­
quit quod uita non deserit, nec ab eo uita discedit in quo uiget
semper agitatus. Igitur et caeleste corpus, quod mundi anima
futurum sibi immortalitatis particeps fabricata est, ne umquam
uiuendo deficiat, semper in motu est et stare nescit, quia nec
ipsa stat anima qua impellitur. 9. Nam cum animae, quae incor­
porea est, essentia sit in motu, primum autem omnium caeli
corpus anima fabricata sit, sine dubio in corpus hoc primum
ex incorporeis motus natura migrauit, cuius uis integra et
incorrupta non deserit quod primum coepit mouere.
1 0 . Ideo uero caeli motus necessario uolubilis est quia, cum
semper moueri necesse sit, ultra autem locus nullus sit quo se
tendat accessio, continuatione perpetuae in se reditionis agita­
tur. Ergo in quo potest uel habet, currit; et accedere eius reuo-
lui est, quia sphaerae spatia et loca complectentis omnia unus
est cursus, rotari. Sed et sic animam sequi semper uidetur, quae
in ipsa uniuersitate discurrit. 11. Dicemus ergo quod eam
numquam reperiat, si semper hanc sequitur? Immo semper
eam reperit, quia ubique tota, ubique perfecta est. Cur ergo, si
quam quaerit reperit, non quiescit? Quia et illa requietis est
inscia. Staret enim, si umquam stantem animam reperiret; cum
se l’autorità di Platone si accorda con l’ordine delle sfere rife­
rito da Cicerone 32°; se esse occupano veramente una posizio­
ne inferiore; in qual modo si dica che le stelle di tutte queste
sfere percorrano lo zodiaco, mentre lo zodiaco è insieme unico
e nel più alto del cielo; per quale legge, in un unico zodiaco, il
tragitto di alcune stelle sia più lungo e di altre più breve —
giacché tutte queste cose sono necessariamente implicate nel-
l’esporre l’ordine delle sfere — ; infine per quale legge «tutti i
gravi, per una forza che è loro propria» siano attratti verso la
terra, come afferma Cicerone321.
8. La natura, l’essenza e la ragione dell’Anima del Mon­
do 322, la cui eternità è nel movimento, c’insegnano che il cielo
si muove in senso circolare, poiché il movimento non lascia
mai ciò che la vita non abbandona, e la vita non si allontana
mai da ciò che è sempre animato. Così, anche il corpo celeste
che l’Anima cosmica ha foggiato affinché potesse partecipare
della sua immortalità, per non cessare mai di vivere, è sempre
in movimento e non può star mai fermo, perché neppure
l’Anima stessa che lo sospinge resta immobile 323. 9. Difatti,
l’essenza dell’Anima, che è incorporea, essendo insita nel
movimento e avendo quest’ultima senza dubbio foggiato,
primo fra tutte le cose, il corpo del cielo, è indiscutibile che, in
questo corpo, per prima migrò dalle sostanze immateriali la
natura del moto, la cui potenza integra e incorruttibile non
abbandona ciò che per primo ha cominciato a muovere.
10. Questo movimento del cielo è perciò necessariamente
un movimento circolare; perché, siccome è necessario che si
muova senza sosta e siccome non esiste per di più alcun punto
verso cui possa dirigersi, il cielo è continuamente animato da
un movimento continuo di perpetuo ritorno su se stesso 324.
Dunque corre dove può e dove trova posto; e di conseguenza
il suo procedere è un ruotare all’indietro, perché il moto rota­
torio è l’unico tragitto possibile per una sfera che contiene tutti
gli spazi e tutti i luoghi. Sembra così seguire sempre l’Anima
che percorre l’universo intero. 11. Dovremo allora dire, se la
segue continuamente, che non la trova mai? Tutt’altro, la trova
sempre, perché essa è in ogni luogo, nella sua totalità e nella
sua perfezione. Ma perché allora, se trova ciò che cerca, non si
ferma? Perché quello non sa cosa sia la quiete. Infatti si ferme-
uero illa ad cuius appetentiam trahitur, semper in uniuersa, se
fundat, semper et corpus se in ipsam et per ipsam retorquet.
Haec de caelestis uolubilitatis arcano pauca de multis
Plotino auctore reperta sufficiant.
12. Quod autem hunc iste extimum globum, qui ita uolui-
tur, summum deum uocauit, non ita accipiendum est, ut ipse
prima causa et deus ille omnipotentissimus aestimetur, cum
globus ipse, quod caelum est, animae sit fabrica, anima ex
mente processerit, mens ex deo, qui uere summus est, procrea­
ta sit. 13. Sed summum quidem dixit ad ceterorum ordinem,
qui subiecti sunt, unde mox subiecit: «arcem et continens cete­
ros»', deum uero, quod non modo immortale animal ac diui-
num sit et plenum inditae ex illa purissima mente rationis, sed
quod et uirtutes omnes, quae illam primae omnipotentiam
summitatis secuntur, aut ipse faciat aut ipse contineat. 14.
Ipsum denique Iouem ueteres uocauerunt, et apud theologos
luppiter est mundi anima. Hinc illud est:
ab Ioue principium, Musae, Iouis omnia plena,

quod de Arato poetae alii mutuati sunt, qui, de sideribus locu­


turus, a caelo, in quo sunt sidera, exordium sumendum esse
decernens, ab Ioue incipiendum esse memorauit. 15. Hinc et
luno soror eius et coniunx uocatur. Est autem luno aer; et dici­
tur soror, quia isdem seminibus quibus caelum etiam aer pro­
creatus est; coniunx, quia aer subiectus est caelo.
16. His illud adiciendum est quod, praeter duo lumina et
stellas quinque quae appellantur uagae, reliquas omnes alii
infixas caelo nec nisi cum caelo moueri, alii, quorum adsertio
uero proprior est, has quoque dixerunt suo motu, praeter
quod cum caeli conuersione feruntur accedere; sed propter
rebbe, se trovasse in qualche luogo l’Anima immobile; invece
quella, alla cui ricerca esso tende interamente, si spande conti­
nuamente nell’universalità degli esseri, e sempre il corpo si
rivolge ad essa, per essa 325.
Sul mistero della rotazione celeste, questa breve esposizio­
ne, tra le molte di cui è autore Plotino, sarà sufficiente.
12. Ma il fatto che questa più lontana sfera, animata da una
tale rotazione, sia chiamata da Cicerone «divinità suprema»,
non deve far pensare che essa vada intesa come la causa prima
e la divinità onnipotentissima in persona: infatti la sfera, in
altre parole il cielo, è opera dell’Anima, l’Anima procede
dall'intelletto e l’intelletto è generato da quello che è realmen­
te il Dio «supremo» 326. 13. E in questo senso che la sfera cele­
ste viene detta «suprema», vale a dire in relazione solamente
alla sua posizione che domina tutti gli altri globi, come testimo­
niano le parole che Cicerone aggiunge subito dopo: «che rac­
chiude e contiene in sé tutte le restanti sfere»; e l’ha detta «divi­
nità» non solo perché è un essere vivente immortale e divino,
pieno di una ragione che proviene dall’intelletto purissimo, ma
anche perché realizza o contiene essa stessa tutte le virtù che
sono gli attributi dell’onnipotenza della sommità prima. 14.
Tanto è vero che gli Antichi chiamarono la sfera celeste G io­
ve 327 e, presso i teologi 328, Giove è l’Anima del Mondo. Donde
l’espressione:
da Giove è il principio, o Muse: tutto è pervaso da Giove 329,

ripresa da altri poeti e che deriva da Arato, il quale, accingen­


dosi a parlare degli astri e stabilendo che il cielo, cui essi sem­
brano affìssi, doveva fornire l’esordio, ricordò che si doveva
cominciare da Giove 33°. 15. Di qui viene che Giunone è detta
sua sorella e sua sposa. Giunone rappresenta poi l ’aria 331 ed è
detta sorella, perché l’aria è stata generata dagli stessi semi del
cielo, sposa, perché l’aria sta sotto il cielo.
16. Ci resta da aggiungere che alcuni affermano che tutte le
stelle, eccetto i due luminari e i cinque corpi celesti chiamati
erranti, sono infisse nel cielo e non hanno altro movimento se
non quello con il cielo 332, e altri, la cui opinione sembra più
prossima alla verità, che, oltre alla rivoluzione del cielo cui è
associato il loro spostamento, anche questi astri avanzino con
un loro movimento proprio 333; ma che, data l ’immensità della
inmensitatem extimi globi excedentia credibilem numerum
saecula in una eas cursus sui ambitione consumere, et ideo nul­
lum earum motum ab homine sentiri, cum non sufficiat huma­
nae uitae spatium ad breue saltem punctum tam tardae acces­
sionis deprehendendum. 17. Hinc Tullius, nullius sectae
inscius ueteribus approbatae, simul attigit utramque senten­
tiam dicendo «in quo sunt infixi illi qui uoluuntur stellarum
cursus sempiterni»: nam et infixos dixit et cursus habere non
tacuit.

18. 1. Nunc utrum illi septem globi qui subiecti sunt con­
trario, ut ait, quam caelum uertitur motu ferantur, argumentis
ad uerum ducentibus requiramus.
2. Solem ac lunam et stellas quinque quibus ab errore
nomen est, praeter quod secum trahit ab ortu in occasum caeli
diurna conuersio, ipsa suo motu in orientem ab occidente pro­
cedere, non solis literarum profanis, sed multis quoque doctri­
na initiatis, abhorrere a fide ac monstro simile iudicatum est;
sed apud pressius intuentes ita uerum esse constabit ut non
solum mente concipi, sed oculis quoque ipsis possit probari. 3.
Tamen ut nobis de hoc sit cum pertinaciter negante tractatus,
age, quisquis tibi hoc liquere dissimulas, simul omnia quae uel
contentio tibi fingit detractans fidem, uel quae ipsa ueritas sug­
gerit, in diuisionis membra mittamus.
4. Has erraticas, cum luminibus duobus, aut infixas caelo,
ut alia sidera, nullum sui motum nostris oculis indicare, sed
ferri mundanae conuersionis impetu, aut moueri sua quoque
accessione dicemus. Rursus, si mouentur, aut caeli uiam secun-
tur ab ortu in occasum, et communi et suo motu meantes, aut
sfera più esterna 334, impiegano un numero di secoli che supe­
ra ogni nostra immaginazione per ritornare nel punto da cui
sono partiti; ed è ciò che fa sì che il loro movimento non possa
essere percepito dall’uomo, la cui intera vita non gli è sufficien­
te a cogliere nemmeno il più leggero spostamento di una prò-
gressione così lenta 335. 17. Perciò Cicerone, che non ignora
nessuna dottrina approvata dagli Antichi, ha accennato insie­
me ad entrambe le opinioni, quando dice «in cui sono confitti
i sempiterni moti circolari delle stelle»-, in questo modo afferma
che sono fisse e tuttavia non tace il fatto che abbiano un loro
movimento.

18. 1. Cerchiamo adesso di stabilire, con argomentazioni


che conducano alla verità, se le sette sfere sottostanti abbiano,
come si dice nel Sogno, un movimento retrogrado rispetto alla
sfera celeste 336.
2. La tesi secondo la quale il sole, la luna e i cinque astri, il
cui nome deriva dal loro errare 337, procedono con un loro pro­
prio movimento da occidente ad oriente, oltre a quello della
rotazione diurna della sfera celeste che li trascina con essa da
oriente ad occidente 338, è stata giudicata incredibile e come
mostruosa non solo dai profani ignoranti, ma anche da molte
persone iniziate alla dottrina; ma, tra quanti lo esamineranno
più da vicino, si constaterà che il fatto è talmente vero che non
solo si riesce a concepire col pensiero, ma che si può verificare
anche con gli occhi. 3. Ciononostante, per discutere dell’argo-
mento con uno che nega tutto questo con tenacia, consentici,
tu, chiunque tu sia, che rifiuti di vedere ciò che è evidente 339,
di esaminare, articolandoli, tutti gli argomenti, quelli che
inventano gli avversari della tesi per toglierle credibilità e quel­
li che la verità stessa suggerisce.
4. Di questi corpi erranti, con due luminari, diremo o che,
infissi nel cielo come le altre costellazioni, non rivelano ai
nostri occhi alcun movimento proprio, ma sono trascinati dallo
slancio della rotazione cosmica, oppure che essi si muovono
anche con una progressione propria. In quest’ultimo caso, se si
muovono o seguono il tragitto del cielo da oriente ad occiden­
te, spostandosi insieme con un movimento comune e con un
movimento proprio, oppure, seguendo una direzione opposta
contrario recessu in orientem ab occidentis parte uersantur.
Praeter haec, ut opinor, nihil potest uel esse uel fingi. Nunc
uideamus quid ex his poterit uerum probari.
5. Si infixae essent, numquam ab eadem statione discede­
rent, sed in isdem locis semper, ut aliae, uiderentur. Ecce enim,
de infixis, Vergiliae: nec a sui umquam se copulatione disper­
gunt, nec Hyadas, quae uicinae sunt, deserunt aut Orionis pro­
ximam regionem relinquunt. Septentrionum compago non
soluitur; Anguis, qui inter eos labitur, semel circumfusum non
mutat amplexum. 6 . Hae uero modo in hac, modo in illa caeli
regione uisuntur, et saepe, cum in unum locum duae pluresue
conuenerint, et a loco tamen in quo simul uisae sunt et a se
postea separantur. Ex hoc eas non esse caelo infixas oculis
quoque approbantibus constat. Igitur mouentur, nec negare
hoc quisquam poterit quod uisus adfirmat.
7. Quaerendum est ergo utrum ab ortu ad occasum an in
contrarium motu proprio reuoluantur. Sed et hoc quaerentibus
nobis non solum manifestissima ratio, sed uisus quoque ipse
monstrabit. Consideremus ergo signorum ordinem quibus
zodiacum diuisum uel distinctum uidemus, et ab uno signo
quolibet ordinis eius sumamus exordium. 8 . Cum Aries exori­
tur, post ipsum Taurus emergit. Hunc Gemini secuntur, hos
Cancer, et per ordinem reliqua. Si istae ergo in occidentem ab
oriente procederent, non ab Ariete in Taurum, qui retro loca­
tus est, nec a Tauro in Geminos, signum posterius, uolueren-
tur, sed a Geminis in Taurum, et a Tauro in Arietem recta et
mundanae uolubilitatis consona accessione prodirent. 9. Cum
uero a primo in signum secundum, a secundo in tertium, et
inde ad reliqua, quae posteriora sunt, reuoluantur, signa autem
infixa caelo <cum c a e lo ferantur, sine dubio constat has stel­
las non cum caelo, sed contra caelum moueri.
all’orbita del cielo, si muovono da occidente ad oriente. Oltre
a queste possibilità, penso che non esista e non se ne possa
immaginare nessuna 340. Adesso vediamo quale tra esse potrà
essere dimostrata come vera.
5. Se questi astri fossero fissi, non si allontanerebbero mai
dalla stessa posizione, ma sarebbero sempre visibili negli stessi
punti del cielo, così come gli altri. Prendiamo, infatti, ad esem­
pio, tra le stelle fisse, le Virgilie [Pleiadi]: non si allontanano
mai dal loro gruppo, e anzi non si scostano dalle vicine Iadi, né
abbandonano la zona adiacente ad Orione. La compagine delle
due Orse non si scioglie mai; il Serpente [Dragone], che scivo­
la tra queste due costellazioni, avviluppatosi intorno ad esse
una volta per sempre, non muta il suo abbraccio . 341 6 . Ma, al
contrario, i pianeti sono visibili ora in una regione del cielo e
ora in un’altra e spesso, quando due o più di essi entrano in
congiunzione in uno stesso luogo, poi si allontano contempo­
raneamente dal punto in cui erano visibili insieme e dalle loro
reciproche posizioni. Ciò dimostra, e la testimonianza oculare
lo prova, che quei pianeti non sono infissi nel cielo. Dunque si
muovono, giacché nessuno potrà negare ciò che conferma l’e­
sperienza visiva.
7. C ’è quindi da chiedersi se il moto particolare di questi
pianeti si operi dal sorgere al tramontare del sole, o viceversa.
Orbene, risolverà la questione non solo un ragionamento irre­
futabile, ma anche l’osservazione stessa. Consideriamo infatti
la serie dei segni che divide o contraddistingue lo zodiaco,
cominciando da uno qualunque di essi. 8 . All’ascendente
dell’Ariete, dopo di esso emerge il Toro. È seguito dai Gemelli
che sono sostituiti dal Cancro, e così via. Se dunque queste
stelle mobili eseguissero il loro movimento da oriente ad occi­
dente, esse non si recherebbero dall’Ariete nel Toro, situato
dietro al primo, né dal Toro nella costellazione seguente dei
Gemelli; ma passerebbero dai Gemelli nel Toro e dal Toro
nell’Ariete, con una progressione diretta e conforme alla rota­
zione cosmica. 9. Ma, poiché la loro rivoluzione li riporta dalla
prima alla seconda costellazione, dalla seconda alla terza e
quindi verso tutte le altre che seguono e siccome, d’altra parte,
i segni infissi nel cielo si spostano <insieme ad esso>, non si
può dubitare che questi astri si muovano non con il cielo, ma
con un movimento contrario a quello della sfera celeste.
Hoc ut plene liqueat, astruamus de lunae cursu, quia et cla­
ritate sui et uelocitate notabilior est. 1 0 . Luna, postquam a sole
discedens nouata est, secundo fere die circa occasum uidetur,
et quasi uicina soli quem nuper reliquit; postquam ille demer­
sus est, ipsa caeli marginem tenet, antecedenti superoccidens.
Tertio die tardius occidit quam secundo, et ita cotidie longius
ab occasu recedit, ut septimo die circa solis occasum in medio
caelo ipsa uideatur. Post alios uero septem cum ille mergit,
haec oritur. 11. Adeo media parte mensis dimidium caelum, id
est unum hemisphaerium, ab occasu in orientem recedendo
metitur. Rursus post septem alios circa solis occasum latentis
hemisphaerii uerticem tenet, et huius rei indicium est quod
medio noctis exoritur. Postremo, totidem diebus exemptis, so­
lem denuo comprehendit, et uicinus uidetur ortus amborum,
quamdiu, soli succedens, rursus nouetur et rursus recedens
paulatim semper in orientem regrediendo relinquat occasum.
1 2 . Sol quoque ipse non aliter quam ab occasu in orientem
mouetur, et, licet tardius recessum suum quam luna conficiat,
quippe qui tanto tempore signum unum emetiatur quanto
totum zodiacum luna discurrit, manifesta tamen et subiecta
oculis motus sui praestat indicia. 13. Hunc enim in Ariete esse
ponamus, quod, quia aequinoctiale signum est, pares horas
somni et diei facit. In hoc signo cum occidit, Libram, id est
Scorpii chelas, mox oriri uidemus, et apparet Taurus uicinus
occasui: nam Vergilias et Hyadas, partes Tauri clariores, non
multo post solem mergentes uidemus. 14. Sequenti mense sol
in signum posterius, id est in Taurum, recedit, et ita fit ut
neque Vergiliae neque alia pars Tauri illo mense uideatur.
Affinché il fatto sia assolutamente evidente, basiamoci sul
corso della luna, la più facile da osservare per la sua luminosi­
tà e la sua velocità 342. 10. La luna, dopo essersi rinnovata
abbandonando il sole, dopo circa due giorni è visibile verso il
tramonto e quasi a ridosso di quest’astro che ha appena lascia­
to; dopo il tramonto del sole, la stessa luna occupa il bordo del
cielo e tramonta proprio dopo questo che la precede. Il terzo
giorno essa tramonta più tardi del secondo, e così ciascuno dei
seguenti giorni si allontana sempre più dal tramonto, cosicché
il settimo giorno la luna, a un dipresso del tramonto del sole, è
visibile nel mezzo del cielo. Sette giorni dopo, essa si alza nel­
l’istante in cui il sole tramonta. 11. In questo modo ha adope­
rato la metà di un mese per percorrere la metà del cielo, ossia
un emisfero, retrocedendo da occidente ad oriente. Viceversa,
dopo altri sette giorni, occupa, verso il tramonto del sole, il
punto più basso dell’emisfero nascosto e indizio di ciò è che
essa nasce nel mezzo della notte. Infine, passato un identico
numero di giorni, essa ritorna in congiunzione col sole ed
entrambi si vedono sorgere in prossimità luna dell’altro, fin­
ché, venendo dopo il sole, la luna ritorna nuova ancora una
volta e, ancora una volta, spostandosi un po’ per volta con un
tragitto sempre retrogrado in direzione dell’oriente, abbando­
na l’occidente.
1 2 . Anche lo stesso sole non si sposta altrimenti che da occi­
dente a levante e, sebbene completi la sua retrogradazione più
lentamente della luna — poiché per attraversare un segno ci
mette lo stesso tempo che la luna impiega per percorrere tutto
quanto lo zodiaco — offre tuttavia chiare e osservabili prove
del suo movimento. 13. Supponiamo che il sole si trovi
nell’Ariete, che, poiché è un segno equinoziale, rende le ore del
giorno uguali a quelle della notte. Appena esso tramonta in
questo segno, vediamo subito nascere nella regione opposta
dell’emisfero la Bilancia, o piuttosto le Chele dello Scorpio­
n e 343, ed il Toro si fa vedere nelle vicinanze del punto dove il
sole è tramontato: si vedono le Pleiadi e le Iadi, brillante cor­
teo del Toro, sparire non molto tempo dopo il sole. 14. Il
seguente mese, il sole retrograda nel segno seguente, cioè nel
Toro, e così accade che né le Virgilie [Pleiadi] né un’altra parte
del Toro siano visibili in questo mese. Infatti un segno, che
Signum enim quod cum sole oritur et cum sole occidit semper
occulitur, adeo ut et uicina astra solis propinquitate celentur.
15. Nam et Canis tunc, quia uicinus Tauro est, non uidetur,
tectus lucis propinquitate. Et hoc est quod Vergilius ait:
candidus auratis aperit cum cornibus annum
Taurus et aduerso cedens Canis occidit astro.
Non enim uult intellegi, Tauro oriente cum sole, mox in occa­
sum ferri Canem, qui proximus Tauro est, sed occidere eum
dixit Tauro gestante solem, quia tunc incipit non uideri sole
uicino. 16. Tunc tamen occidente sole, Libra adeo superior
inuenitur ut totus Scorpius ortus appareat, Gemini uero uicini
tunc uidentur occasui. Rursus, post Tauri mensem, Gemini
non uidentur, quod in eos solem migrasse significat. Post
Geminos recedit in Cancrum, et tunc, cum occidit, mox Libra
in medio caelo uidetur. 17. Adeo constat solem tribus signis
peractis, id est Ariete et Tauro et Geminis, ad medietatem
hemisphaerii recessisse. Denique, post tres menses sequentes,
tribus signis quae secuntur emensis — Cancrum dico, Leonem
et Virginem — , inuenitur in Libra, quae rursus aequat noctem
diei, et dum in ipso signo occidit, mox oritur Aries, in quo sol
ante sex menses occidere solebat. 18. Ideo autem occasum
magis eius quam ortum elegimus proponendum, quia signa
posteriora post occasum uidentur, et, dum ad haec quae sole
mergente uideri solent solem redire monstramus, sine dubio
eum contrario motu recedere quam caelum mouetur ostendi­
mus.
19. Haec autem quae de sole ac luna diximus, etiam quin­
que stellarum recessum adsignare sufficient. Pari enim ratione
in posteriora signa migrando semper mundanae uolubilitati
contraria recessione uersantur.
nasce e tramonta contemporaneamente al sole, è sempre occul­
tato, al punto che anche gli astri vicini sono celati dalla prossi­
mità del sole. 15 Infatti in quel momento anche il Cane 344, poi­
ché è vicino al Toro, non è visibile: la prossimità della luce lo
copre. Parlando di questo fenomeno, Virgilio si esprime così:

quando, splendente per l’oro delle sue corna, apre Tanno


il Toro e il Cane tramonta cedendo all’astro che l’affronta. 345

Il poeta non vuol dire che, mentre il Toro sorge insieme al


sole, il Cane, che è accanto al Toro, si trovi a occidente; il
poeta dice che il Cane «tramonta» quando il Toro ospita il
sole perché in quel momento esso comincia a non essere più
visibile a causa della prossimità del sole. 16. In quel momento
tuttavia, al tramonto del sole, la Bilancia viene a trovarsi così
in alto che tutto quanto lo Scorpione ormai sorto appare,
quanto ai Gemelli sono allora visibili vicino aH’occidente. A
loro volta, passato il mese del Toro, i Gemelli diventano invi­
sibili, il che significa che il sole è migrato nel loro segno. Dai
Gemelli recede nel Cancro e allora, quando tramonta, la
Bilancia è subito visibile in mezzo al cielo. 17. Ciò prova
appunto che il sole, dopo aver percorso tre costellazioni —
FAriete, il Toro e i Gemelli — , si è riportato verso la metà del­
l’emisfero. Alla fine del trimestre seguente e percorsi i segni
successivi — intendo il Cancro, il Leone e la Vergine — , il sole
è accolto nella Bilancia che di nuovo rende la notte uguale al
giorno, e mentre il sole tramonta in questo segno, subito sorge
l’Ariete, nel quale il sole, sei mesi prima, tramontava. 18.
Abbiamo scelto di riferirci al tramonto del sole piuttosto che
al suo sorgere, perché i segni che lo seguono sono immediata­
mente visibili dopo il tramonto e mostrando che il sole ritor­
na verso quelli che sono visibili nel momento in cui cala, pro­
viamo, senza il minimo dubbio, che il suo movimento è retro­
grado rispetto a quello del cielo 346.
19. Ciò che abbiamo appena detto del sole e della luna
basterà a provare anche il moto retrogrado dei cinque piane­
ti. Con un processo eguale, passando nei segni che seguono,
compiono sempre una rivoluzione contraria alla rotazione
cosmica 347.
19. 1 . His adsertis, de sphaerarum ordine pauca dicenda
sunt, in quo dissentire a Platone Cicero uideri potest, cum hic
solis sphaeram quartam de septem, id est in medio locatam,
dicat, Plato a luna sursum secundam, hoc est inter septem a
summo locum sextum tenere commemoret. 2. Ciceroni
Archimedes et Chaldaeorum ratio consentit, Plato Aegyptios,
omnium philosophiae disciplinarum parentes, secutus est, qui
ita solem inter lunam et Mercurium locatum uolunt ut ratio­
nem tamen et deprehenderint et edixerint cur a non nullis sol
supra Mercurium supraque Venerem esse credatur: nam nec
illi qui ita aestimant a specie ueri procul aberrant. Opinionem
uero istius permutationis huius modi ratio persuasit.
3. A Saturni sphaera, quae est prima de septem, usque ad
sphaeram Iouis, a summo secundam, interiecti spatii tanta
distantia est ut zodiaci ambitum superior triginta annis, duode­
cim uero annis subiecta conficiat. Rursus tantum a Ioue sphae­
ra Martis recedit ut eundem cursum biennio peragat. 4. Venus
autem tanto est regione Martis inferior ut ei annus satis sit ad
zodiacum peragrandum. Iam uero ita Veneri proxima est stel­
la Mercurii, et Mercurio sol propinquus, ut hi tres caelum
suum pari temporis spatio, id est anno plus minusue, circu­
meant. Ideo et Cicero hos duos cursus comites solis uocauit,
quia in spatio pari longe a se numquam recedunt. 5. Luna
autem tantum ab his deorsum recessit ut, quod illi anno, uigin-
ti octo diebus ipsa conficiat. Ideo neque de trium superiorum
ordine, quem manifeste clareque distinguit inmensa distantia,
neque de lunae regione, quae ab omnibus multum recessit,
inter ueteres aliqua fuit dissensio. Horum uero trium sibi pro­
ximorum, Veneris, Mercurii et solis, ordinem uicinia confudit,
sed apud alios: nam Aegyptiorum sollertiam ratio non fugit,
quae talis est.
19. 1 . Dimostrata questa tesi, bisogna ora esporre in poche
parole l'ordine delle sfere 348; qui l’opinione di Cicerone sem­
bra differire da quella di Platone, poiché il primo dà alla sfera
del Sole il quarto posto dei sette, vale a dire che la pone al cen­
tro, mentre Platone sostiene che essa è la seconda verso l’alto a
partire dalla Luna, cioè occupa il sesto posto scendendo. 2 .
Cicerone ha dalla sua Archimede 349 e i calcoli dei Caldei, men­
tre l’opinione di Platone segue quella degli Egizi, padri di tutte
le discipline che formano la filosofia; secondo essi, il Sole è
posto tra la Luna e Mercurio 35°, pur comprendendo e spiegan­
do perché alcuni ritengono che il sole si trovi sopra Mercurio
e Venere: infatti anche coloro che così opinano non sono lungi
dalla verosimiglianza. Ciò che li ha persuasi a prestar fede a
questo scambio di posizione che essi compiono, è il genere di
ragionamento che segue 351.
3. Dalla sfera di Saturno, che è la prima delle sette, fino alla
sfera di Giove, la seconda a partire dall’alto, la distanza inter­
corrente è tale che il pianeta superiore adopera trent’anni per
completare il circuito dello zodiaco, mentre il pianeta inferio­
re non ne impiega che dodici. La sfera di Marte è, a sua volta,
così distante da Giove che questo pianeta finisce il medesimo
percorso in un biennio. 4. Venere, poi, è talmente al di sotto
della regione di Marte che un anno gli basta per percorrere lo
zodiaco. Invece, la stella di Mercurio è così vicina a Venere e il
Sole così prossimo a Mercurio, che tutti e tre percorrono il loro
giro celeste in un periodo di tempo uguale, cioè pressappoco
un anno 352. Cicerone ha così chiamato questi due pianeti nella
loro corsa «compagni» del sole perché, percorrendo una
distanza uguale, non si allontanano mai troppo l’uno dall’al­
tro 353. 5. Quanto alla Luna si trova tanto più in basso rispetto
a questi ultimi che effettua in ventotto giorni 354 il tragitto che
essi compiono in un anno. Per questo motivo né sull’ordine dei
tre pianeti superiori, reso chiaro ed evidente dalla prodigiosa
distanza che li separa, né sulla posizione della luna, che è tal­
mente al di sotto degli altri, c’è mai stato alcun dissenso tra gli
Antichi. Invece nel caso dei tre che sono vicinissimi tra loro —
Venere, Mercurio e il Sole — , la reciproca vicinanza ha getta­
to confusione nella loro disposizione, ma solo presso alcuni:
infatti la vera spiegazione, che è la seguente, non sfuggì alla
solerte sagacia degli Egizi.
6. Circulus per quem sol discurrit a Mercurii circulo ut infe­
rior ambitur; illum quoque superior circulus Veneris includit,
atque ita fit ut hae duae stellae, cum per superiores circulorum
suorum uertices currunt, intellegantur supra solem locatae,
cum uero per inferiora commeant circulorum, sol eis superior
aestimetur. 7. Illis ergo qui sphaeras earum sub sole dixerunt,
hoc uisum est ex illo stellarum cursu, qui nonnumquam, ut
diximus, uidetur inferior, qui et uere notabilior est quia tunc
liberius apparent. Nam, cum superiora tenent, magis radiis
occuluntur; et ideo persuasio ista conualuit, et ab omnibus
paene hic ordo in usum receptus est.
8, Perspicacior tamen obseruatio ueriorem ordinem depre­
hendit, quem praeter indaginem uisus haec quoque ratio com­
mendat quod lunam, quae luce propria caret et de sole mutua­
tur, necesse est fonti luminis sui esse subiectam. 9. Haec enim
ratio facit lunam non habere lumen proprium, ceteras omnes
stellas lucere suo, quod illae, supra solem locatae, in ipso puris­
simo aethere sunt, in quo omni quicquid est, lux naturalis et
sua est, quae tota cum igne suo ita sphaerae solis incumbit, ut
caeli zonae quae procul a sole sunt perpetuo frigore oppressae
sint, sicut infra ostendetur. 10. Luna uero, quia sola ipsa sub
sole est et caducorum iam regioni luce sua carenti proxima,
lucem nisi de superposito sole, cui resplendet, habere non
potuit. Denique quia totius mundi ima pars terra est, aetheris
autem ima pars luna est, lunam quoque terram, sed aetheriam
uocauerunt. 11. Immobilis tamen, ut terra, esse non potuit,
quia in sphaera quae uoluitur nihil manet inmobile praeter
centrum; mundanae autem sphaerae terra centrum est; ideo
sola immobilis perseuerat.
12. Rursus terra accepto solis lumine clarescit tantummodo,
non relucet, luna speculi instar lumen quo illustratur emittit,
6. L’orbita lungo la quale il Sole si muove si trova inscritta
all’interno del circolo di Mercurio, al di sotto del quale si trova;
questo, a sua volta, è racchiuso dal circolo di Venere, che è più
alto; di conseguenza quando questi due pianeti descrivono i
vertici superiori delle loro orbite, si considera che si situino al
di sopra del sole, ma quando si spostano negli estremi inferio­
ri del loro circolo, è al sole che si attribuisce la posizione supe­
riore. 7. Quelli che sostennero che le loro sfere sono più in
basso del Sole ricavarono quest’impressione dall’orbita dei due
pianeti che, come abbiamo detto, talora sembra più bassa; e
queste orbite si osservano maggiormente in quanto allora i due
pianeti appaiono più liberamente. Infatti quando occupano la
posizione superiore, i raggi solari li mascherano di più 355; e per
questo motivo questa opinione divenne più forte e da quasi
tutti fu adottato l’ordine che vuole il sole al centro dei pianeti.
8. Un’osservazione più perspicace fa tuttavia intuire l’ordi­
ne più vero 356 dei pianeti, che, oltre l’indagine visiva fa valere
il fatto che la luna, che manca di luce propria e la prende a pre­
stito dal sole, deve necessariamente essere al di sotto della sua
sorgente di luce 357 . 9. La ragione che fa sì che la luna non
abbia luce propria, mentre tutte le altre stelle brillano della
loro, è che, situate al di sopra del sole, si trovano nell’etere
purissimo, in cui ogni cosa, qualunque sia, ha luce naturale e
propria; questa luce, tutta quanta, col suo fuoco grava sulla
sfera del Sole di modo che le zone del cielo che sono lontane
dal sole sono oppresse da un freddo perpetuo, come si mostre­
rà tra poco 358. 1 0 . Ma poiché la Luna è l’unica a trovarsi sotto
il Sole ed è già prossima alla regione corruttibile priva di luce
propria, non ha potuto ricevere altra luce che quella del sole
che le sta immediatamente sopra e di cui riflette lo splendore.
Infine, siccome la terra è la parte più bassa di tutto quanto l’u­
niverso e la luna occupa la parte più bassa dell’etere, anche la
Luna è stata chiamata «terra eterea» 359. 1 1 . Tuttavia la Luna
non ha potuto essere immobile come la Terra, perché in una
sfera in rotazione niente rimane immobile tranne il centro e
siccome la terra è il centro della sfera del mondo essa sola rima­
ne immobile 36°.
12. La terra a sua volta è soltanto illuminata dalla luce che
riceve dal sole, ma non può rinviarla; mentre la luna ha la pro­
prietà di uno specchio, cioè quella di riflettere la luce da cui
quia illa aeris et aquae, quae per se concreta et densa sunt, faex
habetur et ideo extrema uastitate densata est, nec ultra super­
ficiem quauis luce penetratur; haec licet et ipsa finis sit, sed
liquidissimae lucis et ignis aetherii, ideo, quamuis densius cor­
pus sit quam cetera caelestia, ut multo tamen terreno purius, fit
acceptae luci penetrabile, adeo ut eam de se rursus emittat,
nullum tamen ad nos perferentem sensum caloris: 13. quia
lucis radius, cum ad nos de origine sua, id est de sole, perue-
nit, naturam secum ignis de quo nascitur deuehit; cum uero in
lunae corpus infunditur et inde resplendet, solam refundit cla­
ritudinem, non calorem. Nam et speculum, cum splendorem
de se ui oppositi eminus ignis emittit, solam ignis similitudi­
nem, carentem sensu caloris, ostendit.
14. Quem soli ordinem Plato dederit uel eius auctores, quo-
sue Cicero secutus quartum locum globo eius adsignauerit, uel
quae ratio persuasionem huius diuersitatis induxerit et cur
dixerit Tullius «in infimoque orbe luna radiis solis accensa
conuertitur», satis dictum est; sed his hoc adiciendum est cur
Cicero, cum quartum de septem solem uelit, quartus autem
inter septem non fere medius, sed omni modo medius et sit et
habeatur, non abrupte medium solem, sed «fere» medium
dixerit his uerbis: «deinde de septem mediam fere regionem sol
optinet».
15. Sed non uacat adiectio qua haec pronuntiatio tempera­
tur. Nam sol quartum locum optinens mediam regionem tene­
bit numero, spatio non tenebit. Si inter ternos enim summos et
imos locatur, sine dubio medius est numero, sed, totius spatii
quod septem sphaerae occupant dimensione perspecta, regio
viene illuminata. La terra, difatti, è considerata come un sedi­
mento d’aria e d’acqua, elementi in sé spessi e densi 361, e di
conseguenza, sulla sua vasta estensione esterna, si è solidifica­
ta, e aldilà della sua superficie è impermeabile a qualsivoglia
luce; la luna, poi, è sicuramente un limite, ma il limite della
luce più pura e del fuoco etereo; così, pur essendo un corpo
più denso di tutti gli altri corpi celesti, è tuttavia assai più pura
della terra e perciò può essere a tal punto penetrata dalla luce
che riceve da rinviarla a sua volta. La luna non può però tra­
smetterci la sensazione del caldo: 13. questa prerogativa appar­
tiene solamente al raggio di luce che, partito dalla sua fonte,
cioè il sole, per arrivare fino a noi, trasporta con sé la natura
del fuoco dal quale è nato; ma quando penetra nel corpo della
luna e si trova riflesso da esso, restituisce soltanto il chiarore e
non il calore 562. E come uno specchio che riflette lo splendore
della potenza di un fuoco acceso di fronte a qualche distanza:
questo specchio offre soltanto l’immagine del fuoco, ma que­
sta immagine non è in grado di riprodurne il calore.
14. Il posto che hanno attribuito al sole Platone, o piuttosto
le sue fonti, gli autori cui attinse Cicerone per assegnare a que­
sto globo la quarta posizione, le considerazioni che hanno fatto
sorgere questa diversità di opinioni, il perché Cicerone scrisse
« nell’orbita più bassa ruota la Luna, illuminata dai raggi del
Sole», sono state sufficientemente esposte; ma dobbiamo anco­
ra aggiungere la spiegazione del perché Cicerone consideri il
sole il quarto dei sette pianeti; ora, in una serie di sette, il quat­
tro si trova e viene considerato trovarsi assolutamente nel
mezzo e non «a un dipresso»-, eppure Cicerone non ha detto
chiaramente che il sole era posto in mezzo, ma ha detto che era
«a un dipresso» nel mezzo, usando questa espressione: «ecco il
Sole che occupa la regione a un dipresso».
15. Ma questo elemento aggiuntivo, che tempera l’afferma­
zione, non è superfluo. Il sole, infatti, può occupare, numeri­
camente parlando, il quarto posto tra i pianeti 363, senza per
questo essere il punto centrale dello spazio nel quale essi si
muovono. Se ha al di sopra tre di questi corpi e tre ne ha di
sotto, è senza dubbio in una posizione mediana sotto il profilo
numerico; ma se si considera l’intera estensione dello spazio
occupato dalle sette sfere, la zona del sole non si trova colloca-
solis non inuenitur in medio spatio locata, quia magis a summo
ipse, quam ab ipso recessit ima postremitas: quod sine ulla
disceptationis ambage compendiosa probabit adsertio.
16. Saturni stella, quae summa est, zodiacum triginta annis
peragrat, sol medius anno uno, luna ultima uno mense non
integro. Tantum ergo interest inter solem et Saturnum quan­
tum inter unum et triginta, tantum inter lunam solemque
quantum inter duodecim et unum. 17. Ex his apparet totius a
summo in imum spatii certam ex media parte diuisionem solis
regione non fieri. Sed quia hic de numero loquebatur, in quo
uere qui quartus et medius est, ideo pronuntiauit quidem
medium, sed propter latentem spatiorum dimensionem uer-
bum quo hanc definitionem temperaret adiecit.
18. Notandum quod esse stellam Saturni et alteram Iouis,
Martis aliam, non naturae constitutio sed humana persuasio
est, quae
... stellis numeros et nomina fecit.
Non enim ait illa «quae Saturnia est» sed «quam in terris
Saturniam nominant» et «ille fulgor qui dicitur Iouis», et «quem
Martium dicitis»-, adeo expressit in singulis nomina haec non
esse inuenta ex natura, sed hominum commenta significationi
distinctionis accommoda.
19. Quod uero fulgorem Iouis humano generi prosperum et
salutarem, contra Martis rutilum et terribilem terris uocauit,
alterum tractum est ex stellarum colore — nam fulget Iouis,
rutilat Martis — , alterum ex tractatu eorum qui de his stellis ad
hominum uitam manare uolunt aduersa uel prospera. Nam
plerumque de Martis stella terribilia, de Iouis salutaria euenire
definiunt.
ta nel mezzo di questo spazio, perché esso è più distante dalla
sommità della sfera celeste di quanto non disti dal sole stesso il
limite inferiore. E ciò che proveremo succintamente e senza
dover ricorrere a tortuose dimostrazioni.
16. La stella di Saturno, che è la più alta, impiega trentan­
ni a percorrere lo zodiaco; il sole, che è nel mezzo, adopera un
anno per descrivere la sua orbita e la luna, che occupa l’estre­
mità inferiore, termina la sua corsa in poco meno d’un mese.
Così la distanza tra il sole e Saturno è la stessa che c’è fra uno
e trenta e quella tra la luna e il sole corrisponde a quella tra uno
e dodici 364. 17. Risulta da ciò che tutto quanto lo spazio, dalla
sommità fino al basso, non è diviso esattamente nel mezzo
dalla regione del sole. Ma, siccome nel passo esaminato Cice­
rone si riferiva al numero delle sette sfere e, siccome in termi­
ni numerici, davvero, la quarta sfera è nel mezzo, così ha giu­
stamente utilizzato l’espressione «nel mezzo», ma, essendo
implicita la distanza degli spazi dei sette corpi celesti, ha
aggiunto altre parole per riportare alle giuste dimensioni la sua
affermazione.
18. Va qui osservato che se tale stella è di Saturno, l’altra di
Giove, l’altra ancora di Marte, questo non ha niente a che fare
con la loro natura, ma è stata la credenza umana, che
numerò e nominò le stelle. 365
Ecco perché l’avo di Scipione, invece di dire «la stella
Saturno», adopera queste espressioni: «quel pianeta chiamato
sulla terra Saturno», «quella fulgida stella ... che è detta Giove»,
«il pianeta che chiamate Marte», con ciò esprimendo per ogni
singolo pianeta che le denominazioni non sono state rinvenute
nella natura, ma sono definizioni arbitrarie degli uomini, che
servono a distinguerli 366.
19. Se d’altronde Cicerone definisce lo splendore di Giove
«propizio e salutare per il genere umano» e, per contro, quello di
Marte «rutilante e terrificante per la terra», allude da una parte
al colore di queste stelle — quello di Giove è un biancore splen­
dente, quello di Marte è tinto di rosso — , dall’altra all’opinione
espressa nei trattati da coloro che pensano che queste stelle
influiscano, nel bene o nel male, sugli eventi della vita umana.
Secondo essi, generalmente è da Marte che provengono terribi­
li disgrazie e da Giove gli avvenimenti più favorevoli.
20. Causam si quis forte altius quaerat unde diuinis maliuo-
lentia, ut stella malefica esse dicatur, sicut de Martis et Saturni
stellis existimatur, aut cur notabilior benignitas louis et Veneris
inter genethlialogos habeatur, cum sit diuinorum una natura,
in medium proferam rationem, apud unum omnino, quod
sciam lectam. Nam Ptolomaeus in libris tribus quos De harmo­
nia conposuit patefecit causam, quam breuiter explicabo.
2 1 . Certi sunt numeri per quos inter omnia quae sibi conue-
niunt, iunguntur, aptantur, fit iugabilis conpetentia, nec quic-
quam potest alteri nisi per hos numeros conuenire. Sunt autem
hi epitritus, hemiolius, epogdous, duplaris, triplaris, quadru­
plus. 22. Quae hoc loco interim quasi nomina numerorum
accipias uolo; in sequentibus uero, cum de harmonia caeli
loquemur, quid sint hi numeri quidue possint oportunius ape­
riemus. Modo hoc nosse sufficiat quia sine his numeris nulla
colligatio, nulla potest esse concordia,
23. Vitam uero nostram praecipue sol et luna moderantur.
Nam cum sint caducorum corporum haec duo propria, sentire
uel crescere, a ìa 0 r|TiKÓv, id est sentiendi natura, de sole,
cpuTiKÓv autem, id est crescendi natura, de lunari ad nos glo­
bositate perueniunt. Sic utriusque luminis beneficio haec nobis
constat uita qua fruimur, 24. Conuersatio tamen nostra et
prouentus actuum tam ad ipsa duo lumina quam ad quinque
uagas stellas refertur; sed harum stellarum alias interuentus
numerorum quorum supra fecimus mentionem cum luminibus
bene iungit ac sociat, alias nullus applicat numeri nexus ad
lumina. 25. Ergo Veneria et Iouialis stella per hos numeros
lumini utrique sociantur, sed Iouialis soli per omnes, lunae
uero per plures, et Veneria lunae per omnes, soli per plures
numeros aggregatur. Hinc licet utraque benefica credatur,
louis tamen stella cum sole accommodatior est et Veneria cum
20. Se si ha la curiosità di conoscere meglio la causa che ha
fatto attribuire un carattere di malignità a degli esseri divini —
tale è l ’opinione che si ha di Marte e di Saturno — e che ha
meritato a Giove e a Venere questa particolare reputazione di
benignità da parte dei compilatori di oroscopi genediaci 3é7,
mentre la natura degli esseri divini è unica, ne farò vedere la
ragione, così come la si legge in un autore tra quelli a me noti.
E Tolomeo, nel suo trattato Sull'armonia in tre libri, che ne ha
rivelato la causa e che mi accingo a spiegare brevemente. 368
21. Esistono determinati numeri che permettono di stabili­
re un rapporto di proporzione 569 tra tutte le cose che concor­
dano, sono unite e ben disposte fra loro e niente può accordar­
si a qualcos’altro senza l’intermediazione di questi numeri. Essi
sono l’epitrito [4:3], l’emiolio [3:2], l’epogdo [9:8], la doppia
[2:1], la tripla [3:1] e la quadrupla [4:1]. 2 2 . Questi rapporti,
qui, e per il momento, desidero che tu l’intenda nel loro signi­
ficato numerico; nel prosieguo 370, parlando dell’armonia cele­
ste, avrò occasione di fare conoscere più adeguatamente la loro
natura e le loro proprietà. Basti, per il momento, sapere che
senza questi numeri non ci può essere né unione né armonia.
23. Certamente la nostra vita è principalmente influenzata
dal sole e la luna. Infatti, essendo la capacità sensoriale e la cre­
scita le due qualità inerenti a tutti gli esseri mortali, la prima,
l’aiaSriTiKÓv, cioè la facoltà di sentire, ci proviene dal sole, e
la seconda, il cpu T iK Ó v 371, vale a dire la facoltà di crescere, dal
globo lunare. Dobbiamo dunque a questi due luminari il bene­
ficio su cui si fonda la vita che godiamo. 24. Tuttavia il nostro
comportamento e i risultati delle nostre azioni dipendono
tanto dai due luminari stessi quanto dai cinque pianeti; ma fra
questi ultimi, alcuni sono convenientemente uniti e associati ai
luminari attraverso l’intervento mediatore dei numeri di cui ho
fatto sopra menzione; mentre altri non hanno alcun legame
numerico che li colleghi ai luminari. 25. Gli astri di Venere e
Giove sono dunque uniti da questi numeri all’uno e all’altro
luminare: Giove al sole per mezzo di tutti i rapporti numerici
e alla luna per maggior parte di essi; l’associazione di Venere
alla luna è garantita da tutti i rapporti numerici, e quella al sole
per buona parte di essi. Per questo entrambi Ì pianeti si sono
ritenuti benefici; tuttavia il pianeta di Giove ha più affinità col
luna, atque ideo uitae nostrae magis commodant, quasi lumini­
bus uitae nostrae auctoribus numerorum ratione concordes.
26. Saturni autem Martisque stellae ita non habent cum lumi­
nibus competentiam, ut tamen aliqua uel extrema numerorum
linea Saturnus ad solem, Mars adspiciat ad lunam. Ideo minus
commodi uitae humanae existimantur, quasi cum uitae aucto­
ribus arta numerorum ratione non iuncti. Cur tamen et ipsi
nonnumquam opes uel claritatem hominibus praestare credan­
tur, ad alterum debet pertinere tractatum, quia hic sufficit ape­
ruisse rationem cur alia terribilis, alia salutaris existimetur.
27. Et Plotinus quidem, in libro qui inscribitur Si faciunt
astra, pronuntiat nihil ui uel potestate eorum hominibus eueni-
re, sed ea quae decreti necessitas in singulos sancit, ita per
horum septem transitum, stationem recessumue monstrari, ut
aues, seu praeteruolando seu stando, futura pennis uel uoce
significant nescientes. Sic quoque tamen iure uocabitur hic
salutaris, ille terribilis, cum per hunc prospera, per illum signi-
ficentur incommoda.
sole e Venere con la luna e, quindi, influiscono più favorevol­
mente sulla nostra vita, accordati come sono in base ad una
relazione numerica con i luminari responsabili della nostra esi­
stenza. 26. Quanto ai pianeti di Saturno e di Marte non hanno
affatto rapporto con i due luminari, sebbene un legame nume­
rico 372, per quanto labile, faccia guardare Saturno verso il sole
e Marte verso la luna. Pertanto sono considerati meno propizi
alla vita umana, poiché si può dire che non siano legati da una
stretta relazione numerica con gli autori della nostra vita.
Quanto al perché si crede talvolta che anch’essi dispensino
potere e gloria agli uomini, dev’essere riservato a un altro trat­
tato 373, perché qui ci si deve accontentare della spiegazione
che abbiamo appena dato sul perché alcuni pianeti siano rite­
nuti temibili e altri salutari.
27. Plotino, comunque, nel suo trattato intitolato Hanno gli
astri un’influenza? 374, afferma che niente accade agli uomini
per loro influenza o potere: quello che una legge necessaria
rende per gli individui irrevocabile è sancito dal transito dei
sette pianeti, dalla loro stazione e dalla loro retrogradazione,
allo stesso modo in cui gli uccelli, che passano in volo o si posa­
no, annunciano con il loro piumaggio o con il loro canto il
futuro che essi stessi ignorano 375. E in questo senso che un pia­
neta merita il soprannome di benefico e un altro di funesto,
poiché il primo ci pronostica la felicità e l’altro la sventura.

Fig. 14 (nella pagina accanto)


Il modello di universo di Eraclide Pontico.
20. 1. In his autem tot nominibus quae de sole dicuntur,
non frustra nec ad laudis pompam lasciuit oratio, sed res uerae
uocabulis exprimuntur. «Dux et princeps», ait, «et moderator
luminum reliquorum, mens mundi et temperatio».
2 . Plato in Timaeo, cum de octo sphaeris loqueretur, sic ait.
«Vt autem per ipsos octo circuitus celeritatis et tarditatis certa
mensura et sit et noscatur, deus in ambitu supra terram secun­
do lumen accendit quod nunc solem uocamus». 3. Vides ut
haec definitio uult esse omnium sphaerarum lumen in sole; sed
Cicero, sciens etiam ceteras stellas habere lumen suum, solam-
que lunam, ut saepe iam diximus, proprio carere, obscuritatem
definitionis huius liquidius absoluens et ostendens in sole
maximum lumen esse, non solum ait «dux», sed «et princeps et
moderator luminum reliquorum». Adeo et ceteras stellas scit
esse lumina, sed hunc ducem et principem quem Heraclitus
fontem caelestis lucis appellat. 4. «Dux» ergo est, quia omnes
luminis maiestate praecedit; «princeps», quia ita eminet ut
propterea, quod talis solus appareat, sol uocetur; «moderator
reliquorum» dicitur, quia ipse cursus eorum recursusque
moderatur. 5. Nam certa spatii definitio est ad quam cum una­
quaeque erratica stella, recedens a sole, peruenerit, tamquam
ultra prohibeatur accedere, agi retro uidetur, et rursus, cum
certam partem recedendo contigerit, ad directi cursus consue­
ta reuocatur. Ita solis uis et potestas motus reliquorum lumi­
num constituta dimensione moderatur.
6. «Mens mundi» ita appellatur ut physici eum cor caeli
uocauerunt, inde nimirum quod omnia quae stata ratione per
caelum fieri uidemus, diem noctemque et migrantes inter
utrumque prolixitatis breuitatisque uices et certis temporibus
20 . 1 . 1 numerosi nomi con cui viene chiamato il sole, non
sono un abuso di parole, né una lode pomposa di cui Cicerone
si compiace; questi titoli sono, invece, l’espressione vera degli
attributi di questo astro. «Guida, sovrano — dice Cicerone —
e regolatore di tutti gli altri astri, mente e moderatore dell’uni­
verso» 376.
2. Ecco ciò che ha detto Platone nel suo Timeo 377, parlan­
do delle otto sfere: «Affinché esistesse e fosse conosciuta attra­
verso queste otto orbite una misura esatta della loro velocità e
della loro lentezza, il Dio, nella seconda regione circolare sopra
la terra, accese un lume che noi ora chiamiamo sole». 3. Vedi
come questa definizione implica che la luce di tutte le altre
sfere dipende dal sole. Ma Cicerone, sapendo che anche tutte
le altre stelle brillano di luce propria e che la luna sola, come
abbiamo detto più volte, ne è priva, e volendo dare un senso
più chiaro all’oscurità dell’enunciato di Platone e far capire
nello stesso tempo che nel sole si trova la luce più forte, non
solo dice che è «guida», ma anche «sovrano e regolatore di tutti
gli astri». Queste parole mostrano che sa che anche gli altri pia­
neti sono luminosi, ma che la loro guida e sovrano è l’astro che
Eraclito chiama «fonte della luce celeste» 378. 4. E dunque loro
«guida», perché il suo maestoso splendore gli assegna tra tutti
il rango più distinto; è il loro «sovrano», perché eccelle a tal
punto che, essendo il «solo» [solus] 379 a offrirsi in tal modo
allo sguardo per questo motivo è chiamato «sole» [sol] ; è detto
«regolatore dì tutti gli altri astri», perché fissa i loro moti diret­
ti e retrogradi. 5. Difatti, vi è un limite ben determinato nello
spazio: quando ogni pianeta l’ha raggiunto, al suo massimo
allontanamento del sole, dà l’impressione, come se gli fosse
vietato di superarlo, di retrocedere, e, viceversa, quando è
giunto al limite fissato per il suo movimento retrogrado,
riprende di nuovo la sua abituale traiettoria diretta. Così il
potere e l’influenza del sole regolano i movimenti degli altri
pianeti in funzione di misure stabilmente definite 38°.
6. E denominato « mente dell’universo» alla stregua della
denominazione di «cuore del cielo», assegnatagli dai fisici
indubbiamente perché tutti quei fenomeni che vediamo nel
cielo seguire delle leggi immutabili — questa vicissitudine dei
giorni e delle notti, la loro rispettiva durata, alternativamente
aequam utriusque mensuram, dein ueris clementem teporem,
torridum Cancri ac Leonis aestum, mollitiem auctumnalis
aurae, uim frigoris inter utramque temperiem, omnia haec solis
cursus et ratio dispensat. Iure ergo cor caeli dicitur, per quem
fiunt omnia quae diuina ratione fieri uidemus. 7. Est et haec
causa propter quam iure cor caeli uocetur, quod natura ignis
semper in motu perpetuoque agitatu est; solem autem ignis
aetherii fontem dictum esse retulimus; hoc est ergo sol in
aethere quod in animali cor, cuius ista natura est, ne umquam
cesset a motu; aut breuis eius quocumque casu ab agitatione
cessatio mox animal interimat. 8 . Haec de eo quod mundi
mentem uocauit.
Cur uero et «temperatio» mundi dictus sit, ratio in aperto
est. Ita enim non solum terram, sed ipsum quoque caelum,
quod uere mundus uocatur, temperari sole certissimum est, ut
extremitates eius, quae a uia solis longissime recesserunt, omni
careant beneficio caloris et una frigoris perpetuitate torpe­
scant. Quod sequentibus apertius explicabitur.
Restat ut et de magnitudine eius, quam uerissima praedica­
tione extulit, pauca et non praetereunda dicamus. 9. Physici
hoc maxime consequi in omni circa magnitudinem solis inqui­
sitione uoluerunt, quanto maior possit esse quam terra, et Era-
tosthenes in libris dimensionum sic ait: «mensura terrae septies
et uicies multiplicata mensuram solis efficiet»; Posidonius
multo multoque saepius, et uterque lunaris defectus argumen­
tum pro se aduocat. 10. Ita cum solem uolunt terra maiorem
probare, testimonio lunae deficientis utuntur, cum defectum
lunae conantur adserere, probationem de solis magnitudine
mutuantur, et sic euenit ut, dum utrumque de altero adstruitur,
più lunga o più breve, la loro perfetta uguaglianza in certi
periodi dell’anno e poi il mite tepore della primavera, la torri­
da arsura del Cancro e del Leone, la dolce brezza dei venti
autunnali, il freddo intenso che divide le due stagioni tempera­
te — tutto questo è il risultato della marcia regolare di un esse­
re intelligente. A buon diritto, dunque, si è chiamato «cuore
del cielo» l’astro grazie al quale si producono tutti i fenomeni
che vediamo improntati dalla ragione divina 381. 7. Questa
denominazione di «cuore del cielo» ha un’altra causa in quan­
to è nella natura del fuoco essere sempre in movimento e in
perpetua agitazione. Noi, poi, abbiamo detto in precedenza
come il sole abbia ricevuto il nome di «fonte del fuoco etereo»;
dunque il sole è per l’etere ciò che è per gli esseri animati il
cuore, la cui natura è di non smettere mai di essere in movi­
mento e, se per un caso qualunque, sospende anche per un
solo istante questo movimento, causa immediatamente la
morte dell’essere animato. 8 . Questo è quanto si può dire per
la qualifica di «mente dell’universo» adoperata da Cicerone.
Quanto al motivo per il quale è stato chiamato anche
«moderatore» dell’universo, è palese. Infatti è così certo che
non solo la terra, ma anche il cielo, chiamato giustamente
mondo 382, siano temperati dal sole, che le sue estremità, che
sono le più lontane dal tragitto del sole, sono totalmente prive
del beneficio del suo calore e languiscono in un continuo stato
di freddo torpore. Questo argomento sarà spiegato più esau­
rientemente in seguito 383.
Ci resta inoltre da dire qualche indispensabile parola sulla
grandezza del sole, sottolineata da Cicerone con un’esattissima
formulazione. 9. In tutte le ricerche sulla grandezza del sole, i
fisici hanno cercato innanzi tutto di conoscere quanto esso
fosse più grande della terra ed Eratostene, nei suoi libri Sulle
dimensionii84, così si esprime: «la dimensione della terra mol­
tiplicata per ventisette dà quella del sole»; Posidonio utilizza
un moltiplicatore di gran lunga maggiore; entrambi si appog­
giano, ognuno perla sua ipotesi, sull’eclissi di luna 385. 10. Così,
volendo dimostrare che il sole è più grande della terra, chiama­
no in causa l’eclissi lunare; ma tentando di spiegare l’eclissi di
luna, ricavano la loro dimostrazione dalla grandezza del sole;
di modo che, di queste due proposizioni che si fondano reci-
neutrum probabiliter adstruatur, semper in medio uicissim
nutante mutuo testimonio. 11. Quid enim per rem adhuc pro­
bandam probetur?
Sed Aegyptii, nihil ad coniecturam loquentes, sequestrato
ac libero argumento nec in patrocinium sibi lunae defectum
uocante, quanta mensura sol terra maior sit probare uoluerunt,
ut tum demum per magnitudinem eius ostenderent cur luna
deficiat. 1 2 . Hoc autem nequaquam dubitabatur, non posse ali­
ter deprehendi nisi mensura et terrae et solis inuenta, ut fieret
ex collatione discretio. Et terrena quidem dimensio oculis
rationem iuuantibus de facili constabat. Solis uero mensuram
aliter nisi per mensuram caeli per quod discurrit inueniri non
posse uiderunt. Ergo primum metiendum sibi caelum illud, id
est iter solis, constituerunt, ut per id possent modum solis
agnoscere.
13. Sed, quaeso, si quis umquam tam otiosus tamque ab
omni erit serio feriatus ut haec quoque in manus sumat, ne
talem ueterum promissionem, quasi insaniae proximam, aut
horrescat aut rideat. Et enim ad rem quae natura inconprehen-
sibilis uidebatur uiam sibi fecit ingenium, et per terram, qui
caeli modus sit reppererunt. Vt autem liquere possit ratio com­
menti, prius regulariter pauca dicenda sunt, ut sit rerum
sequentium aditus instructior.
14. In omni orbe uel sphaera, medietas centron uocatur,
nihilque aliud est centron nisi punctum quo sphaerae aut orbis
medium certissima obseruatione distinguitur. Item ducta linea
de quocumque loco circuli qui designat ambitum in quamcum-
que eiusdem circuli summitatem, orbis partem aliquam diuidat
necesse est. 15. Sed non omni modo medietas est orbis quam
separat ista diuisio. Illa enim tantum linea in partes aequales
orbem medium diuidit, quae a summo in summum ita ducitur
procamente una sull’altra, nessuna delle due si trova dimostra­
ta pienamente, restando sempre indecisa e oscillante a metà
strada per siffatta reciproca testimonianza 386. 11. Infatti, cosa
si può dimostrare con l’aiuto di un dato ancora da dimostrare?
Ma gli Egizi, che non si accontentavano mai di congetture,
hanno voluto, con una prova a sé stante e indipendente, senza
chiamare in aiuto l’eclissi di luna, verificare quanto fosse più
grande la dimensione del sole rispetto alla terra, in modo da
dimostrare, soltanto in un secondo tempo, servendosi di que­
sta grandezza, perché la luna s’eclissa. 12. Ora, non c’era dub­
bio che questo fenomeno non poteva essere compreso senza
aver prima scoperto le misure della terra e del sole, in modo
che il loro confronto divenisse decisivo. La misura della terra,
certamente, poteva essere determinata comodamente dal cal­
colo, aiutato dal senso della vista. Ma la dimensione del sole
non poteva essere scoperta con il calcolo che tramite la misura
dello spazio di cielo che esso percorre. Stabilirono dunque,
dapprima, di misurare questo spazio celeste, cioè il tragitto del
sole, per giungere, partendo da questa stima, alla conoscenza
di quella del sole.
13. Ma, se ci sarà mai un uomo abbastanza disimpegnato e
libero da qualsiasi occupazione seria per prendere in mano
queste ricerche, lo prego di non indignarsi né di ridere di fron­
te a una tale pretesa degli Antichi, dicendo che sfiora la follia.
Infatti il loro ingegno seppe aprirsi la strada verso ciò che sem­
brava incomprensibile per natura e giunsero a scoprire, per
mezzo della terra, la misura del cielo. Ma affinché il loro modo
di ragionare possa apparire chiaro, s’impongono di buona
regola poche nozioni preliminari che metteranno in grado di
facilitare la comprensione di quanto verrà detto in seguito.
14. In ogni cerchio o sfera il punto di mezzo si chiama cen­
tro, e questo centro non è altro che il punto che, con assoluta
precisione, serve a determinare la metà della sfera o del cer­
chio. Inoltre, ogni linea condotta da un punto qualsiasi della
circonferenza del cerchio ad un altro punto di questa stessa cir­
conferenza divide necessariamente il cerchio in due parti. 15.
Ma questa divisione non sempre divide il cerchio a metà. Il cer­
chio è diviso a metà in due parti uguali, soltanto dalla linea
tracciata da un punto della circonferenza al punto opposto,
ut necesse sit eam transire per centron; et haec linea quae
orbem sic aequaliter diuidit diametros nuncupatur. 16. Item
omnis diametros cuiuscumque orbis, triplicata cum adiectione
septimae partis suae, mensuram facit circuli quo orbis includi­
tur; id est, si uncias septem teneat diametri longitudo, et uelis
ex ea nosse quot uncias orbis ipsius circulus teneat, triplicabis
septem, et faciunt uiginti unum; his adicies septimam partem,
hoc est unum, et pronuntiabis uiginti et duabus unciis huius
circuli esse mensuram cuius diametros septem unciis extendi­
tur. 17. Haec omnia geometricis euidentissimisque rationibus
probare possemus, nisi et neminem de ipsis dubitare arbitrare­
mur et caueremus iusto prolixius uolumen extendere.
18. Sciendum et hoc, quod umbra terrae quam sol post
occasum in inferiore hemisphaerio currens sursum cogit emit­
ti, ex qua super terram fit obscuritas quae nox uocatur, sexa­
gies in altum multiplicatur ab ea mensura quam terrae diame­
tros habet, et hac longitudine ad ipsum circulum per quem sol
currit erecta, exclusione luminis tenebras in terram refundit.
19. Prodendum est igitur quanta diametros terrae sit, ut con­
stet quid possit sexagies multiplicata colligere; unde, his prae­
libatis, ad tractatum mensurarum, quas promisit, oratio reuer-
tatur.
20. Euidentissimis et indubitabilibus dimensionibus consti­
tit uniuersae terrae ambitum, quae ubicumque uel incolitur a
quibuscumque uel inhabitabilis iacet, habere stadiorum milia
ducenta quinquaginta duo. Cum ergo tantum ambitus teneat,
sine dubio octoginta milia stadiorum uel non multo amplius
diametros habet, secundum triplicationem cum septimae par­
tis adiectione, quam superius de diametro et circulo regulariter
diximus. 2 1 . Et quia ad efficiendam terrenae umbrae longitu­
dinem non ambitus terrae, sed diametri mensura multiplican­
da est — ipsa est enim quam sursum constat excrescere —
sexagies multiplicanda tibi erunt octoginta milia, quae terrae
passando necessariamente dal centro e questa linea, che divide
in tal modo il cerchio in parti uguali, è chiamata diametro. 16.
Inoltre, ogni diametro di un cerchio qualunque che si moltipli­
chi per tre, con l’aggiunta del settimo di questo stesso diame­
tro, dà la misura della circonferenza del cerchio. Vale a dire
che, se supponiamo di sette pollici la lunghezza di un diame­
tro, e si vuole dedurre da questo dato di quanti pollici sia la cir­
conferenza dello stesso cerchio, si moltiplicherà sette per tre, il
cui prodotto è ventuno; si aggiungerà a questo prodotto un set­
timo [di sette pollici], vale a dire uno, e si dirà che la misura
della circonferenza il cui diametro è di sette pollici è di venti-
due pollici. 17. Potremmo provare tutte queste affermazioni
con dimostrazioni geometriche assolutamente inconfutabili 387,
se non fossimo persuasi che nessuno può metterle in dubbio, e
se non temessimo di dilungarci oltremodo nelle dimensioni di
questo libro.
18. Occorre inoltre sapere che l’ombra della terra — ombra
che il sole, quando si sposta dopo il tramonto nell’emisfero
inferiore, proietta verso l’alto e che sparge sulla nostra terra
quell’oscurità che si chiama notte — misura in altezza il diame­
tro della terra moltiplicato per sessanta 388 e siccome questa
lunghezza le fa raggiungere l’altezza dell’orbita solare, que­
st’ombra impedisce ogni passaggio alla luce e spande le tene­
bre sulla terra. 19. Bisogna dunque determinare quale sia la
lunghezza del diametro terrestre, per conoscere quello che si
ottiene moltiplicandolo per sessanta: quindi, dopo questi pre­
liminari, la mia trattazione ci ricondurrà alle misure che ci era­
vamo ripromessi.
20. Stime assolutamente sicure e indubitabili hanno stabili­
to che la circonferenza della terra intera, ivi comprese le sue
regioni da chiunque abitate e le distese inabitabili, è di duecen-
tocinquantaduemila stadi 389. Così, data una tale circonferenza,
il suo diametro è, evidentemente, di ottantamila stadi o poco
più, in funzione della moltiplicazione per tre con l’addizione di
un settimo, secondo la regola che ho già menzionato sopra a
proposito del diametro e della circonferenza. 2 1 . E siccome,
per ottenere la lunghezza dell’ombra terrestre, non è la misura
della circonferenza terrestre, ma quella del diametro che si
deve moltiplicare — perché è questa, com’è noto, che si esten-
diametros habet, quae faciunt quadragies octies centena milia
stadiorum esse a terra usque ad solis cursum, quo umbram ter­
rae diximus peruenire.
22. Terra autem in medio caelestis circuli per quem sol cur­
rit ut centron locata est; ergo mensura terrenae umbrae medie­
tatem diametri caelestis efficiet, et si ab altera quoque parte
terrae par usque ad eundem circulum mensura tendatur, inte­
gra circuli per quem sol currit diametros inuenitur. 23.
Duplicatis igitur illis quadragies octies centenis milibus, erit
integra diametros caelestis circuli nonagies sexies centenis mili­
bus stadiorum, et inuenta diametros facile mensuram nobis
ipsius quoque ambitus prodit. 24. Hanc enim summam, quae
diametron fecit, debes ter multiplicare, adiecta parte septima,
ut saepe iam dictum est; et ita inuenies totius circuli per quem
sol currit ambitum stadiorum habere trecenties centena milia
et insuper centum septuaginta milia.
25. His dictis, quibus mensura quam terrae uel ambitus uel
diametros habet, sed et circuli modus per quem sol currit uel
diametri eius ostenditur, nunc quam solis esse mensuram uel
quem ad modum illi prudentissimi deprehenderint indicemus.
Nam sicut ex terrena umbra potuit circuli per quem sol meat
deprehendi magnitudo, ita per ipsum circulum mensura solis
inuenta est, in hunc modum procedente inquisitionis ingenio.
26. Aequinoctiali die, ante solis ortum, aequabiliter locatum
est saxeum uas, in hemisphaerii speciem cauata ambitione
curuatum, infra per lineas designato duodecim diei horarum
numero quas stili prominentis umbra cum transitu solis prae­
tereundo distinguit. 27. Hoc est autem, ut scimus, huius modi
uasis officium, ut tanto tempore a priore eius extremitate ad
alteram usque stili umbra percurrat quanto sol medietatem
caeli ab ortu in occasum, unius scilicet hemisphaerii conuersio-
ne, metitur. Nam totius caeli integra conuersio diem noctem -
que concludit, et ideo constat quantum sol in circulo suo, tan­
tum in hoc uase umbram meare. 28. Huic igitur aequabiliter
de verso l’alto — , dovrai moltiplicare per sessanta gli ottanta­
mila stadi che costituiscono il diametro della terra, il che fa un
prodotto di quattromilaottocento stadi dalla terra fino all’orbi­
ta solare, a cui giunge, come abbiamo detto, l’ombra della
terra.
22. Ora la terra, situata nel mezzo del circolo celeste percor­
so dal sole, gli fa da centro; dunque la misura dell’ombra ter­
restre darà la metà del diametro di tale circolo celeste e se si
conduce una lunghezza uguale, dall’altro lato della terra, fino
a questo medesimo circolo celeste, si ottiene il diametro totale
dell’orbita solare. 23. Di conseguenza, moltiplicando per due
questi quattromilaottocento stadi, il diametro totale dell’orbita
celeste sarà di novemilaseicento stadi e, una volta trovato que­
sto diametro, è facilmente determinata anche la misura della
circonferenza. 24. Infatti la cifra ottenuta, che rappresenta il
diametro, dev’essere moltiplicata per tre, con l ’addizione di un
settimo, come ho già detto più volte, e così troverai che la cir­
conferenza dell’orbita intera è di 30.170.000 stadi.
25. Una volta esposti i calcoli che fanno conoscere la circon­
ferenza o il diametro della terra, ma anche la lunghezza dell’or­
bita solare o del suo diametro, ora spiegheremo qual è la misu­
ra che questi uomini assennatissimi hanno attribuito al sole e il
modo in cui lo hanno fatto. Infatti, come l’ombra della terra
potè far scoprire le dimensioni dell’orbita solare, è grazie alla
misura di quest’orbita medesima che si scoprì la misura del
sole: ecco quale fu l’ingegnoso procedimento della ricerca . 390
26. Il giorno dell’equinozio, prima del sorgere di quest’a­
stro, si dispose su un piano perfettamente orizzontale un vaso
di pietra, di forma emisferica e concavo . 391 Sul fondo s’indicò
con delle linee il numero delle dodici ore diurne, segnate dal­
l’ombra di uno stilo prominente la cui ombra si spostava con il
passaggio del sole. 27. Tale è, come si sa, la funzione di questo
tipo di vaso: l ’ombra dello stilo lo percorre da un’estremità
all’altra in altrettanto tempo di quello che occorre al sole, dalla
sua alba fino al suo tramonto, per percorrere la metà del cielo,
ovvero con la rivoluzione di un solo emisfero 392. Infatti la rivo­
luzione completa del cielo intero comprende un giorno e una
notte, ed è chiaro che lo spostamento dell’ombra in questo
vaso corrisponde a quello del sole sulla sua orbita. 28. Dunque,
collocato, circa tempus solis ortui propinquantis, inhaesit dili­
gens obseruantis obtutus, et cum, ad primum solis radium,
quem de se emisit prima summitas orbis emergens, umbra de
stili decidens summitate, primam curui labri eminentiam con­
tigit, locus ipse, qui umbrae primitias excepit, notae inpressio-
ne signatus est, obseruatumque, quamdiu super terram ita solis
orbis integer appareret, ut ima eius summitas adhuc horizonti
uideretur insidere. 29. Et mox locus, ad quem umbra tunc in
uase migrauerat, adnotatus est, habitaque dimensione inter
ambas umbrarum notas, quae integrum solis orbem, id est dia­
metrum, natae de duabus eius summitatibus metiuntur, pars
nona reperta est eius spatii, quod a summo uasis labro usque
ad horae primae lineam continetur. 30. Et ex hoc constitit
quod in cursu solis unam temporis aequinoctialis horam faciat
repetitus nouies orbis eins accessus, et quia conuersio caelestis
hemisphaerii, peractis horis duodecim, diem condit, nouies
autem duodeni efficiunt centum octo, sine dubio solis diame­
tros centesima et octaua pars hemisphaerii aequinoctialis est.
Ergo totius aequinoctialis circuli ducentesima sexta decima
pars est.
31. Ipsum autem circulum habere stadiorum trecenties cen­
tena milia et insuper centum et septuaginta milia antelatis pro­
batum est. Ergo, si eius summae ducentesimam sextam deci­
mam consideraueris partem, mensuram diametri solis inuenies.
Est autem pars illa fere in centum quadraginta milibus.
Diametros igitur solis centum quadraginta fere milium stadio­
rum esse dicenda est; unde paene duplex quam terrae diame­
tros inuenitur. 32. Constat autem geometricae rationis exami­
ne, cum de duobus orbibus altera diametros duplo alteram
uincit, illum orbem, cuius diametros dupla est, orbe altero
octies esse maiorem. Ergo ex his dicendum est solem octies
terra esse maiorem. Haec de solis magnitudine breuiter de
multis excerpta libauimus.

21. 1 . Sed quoniam septem sphaeras caelo diximus esse


subiectas, exteriore quaque quas interius continet ambiente,
longeque et a caelo omnes et a se singulae recesserunt, nunc
su questo vaso collocato su un piano perfettamente orizzonta­
le, verso il momento in cui il sole era in prossimità di sorgere,
un osservatore attento fissò attentamente il suo sguardo e, non
appena il primo raggio fu emesso dal primo lembo emergente
del cerchio solare, allorché l’ombra, cadendo dalla punta dello
stilo, venne a toccare l’estremità dell’orlo arrotondato del vaso,
si contrassegnò il punto che l’ombra aveva cominciato a colpi­
re marcandovi un segno, e si osservò quanto tempo impiegava
il disco solare per apparire tutto intero al di sopra del suolo, in
modo che la parte inferiore del disco solare sembrasse ancora
toccare l’orizzonte. 29. Poi si contrassegnò il punto fino al
quale l’ombra in quel momento si era spostata nel vaso e, una
volta misurato lo spazio che separava i due segni delle ombre,
i quali, scaturiti dai due bordi del disco solare, misuravano la
sua totalità, cioè il diametro del sole, esso risultò uguale alla
nona parte della distanza che separava il bordo superiore del
vaso e la linea della prima ora 393. 30. Il risultato deH'operazio­
ne fu che nello spostamento del sole, una progressione di nove
volte il suo disco equivale ad un’ora equinoziale; e siccome la
rivoluzione dell’emisfero celeste, che si compie in dodici ore,
corrisponde al giorno, e che nove moltiplicato per dodici è
uguale a cento otto, è evidente che il diametro del sole è la cen­
tesima ottava parte dell’emisfero equinoziale. Quindi la due­
cento sedicesima parte dell’intera orbita equinoziale 394.
31. Ora è già stato dimostrato che tale orbita misura
3 0 . 170.000 stadi 395; dunque, se si prende la duecento sedicesi­
ma parte di questa cifra, si troverà la lunghezza del diametro
del sole. Tale frazione è circa centoquarantamila stadi; occorre
dunque dire che il diametro del sole è di circa centoquaranta­
mila stadi, cioè all'incirca il doppio del diametro della terra. 32.
Ed è noto poi, grazie a un principio geometrico, che per due
sfere di cui una ha un diametro doppio dell’altro, quella il cui
diametro è doppio è otto volte più grande3%. Si conclude dun­
que che il sole è otto volte più grande della terra. Queste nozio­
ni sulla grandezza del sole sono solo un estratto, molto conci­
so, di un gran numero di trattati su questa materia.

21. 1 . Ma poiché abbiamo detto che al di sotto del cielo vi


sono sette sfere, ognuna delle quali avvolge quella che contie­
ne internamente 397, e che tutte quante si trovano al tempo stes-
quaerendum est, cum zodiacus unus sit et is constet caelo side­
ribus infixis, quemadmodum inferiorum sphaerarum stellae in
signis zodiaci meare dicantur. Nec longum est inuenire ratio­
nem quae in ipso uestibulo excubat quaestionis.
2 . Verum est enim neque solem lunamue neque de uagis
ullam ita in signis zodiaci ferri ut eorum sideribus misceantur,
sed in illo signo esse una quaeque perhibetur, quod habuerit
super uerticem, in ea quae illi subiecta est circuli sui regione
discurrens, quia singularum sphaerarum circulos in duodecim
partes aeque ut zodiacum ratio diuisit, et quae in eam partem
circuli sui uenerit, quae sub parte zodiaci est Arieti deputata,
in ipsum Arietem uenisse conceditur, similisque obseruatio in
singulas partes migrantibus stellis tenetur. 3. Et quia facilior ad
intellectum per oculos uia est, id quod sermo descripsit uisus
adsignet.
Esto enim zodiacus circulus, cui adscriptum est A. Intra
hunc septem alii orbes locentur, et zodiacus ab A per ordinem
adfixis notis, quibus adscribentur litterae sequentes, in partes
duodecim diuidatur, sitque spatium quod inter A et B claudi­
tur Arieti deputatum, quod inter B et C Tauro, quod inter C et
D Geminis, Cancro quod sequitur, et reliquis per ordinem
cetera. 4. His constitutis, iam de singulis zodiaci notis et litte­
ris singulae deorsum lineae per omnes circulos ad ultimum
usque ducantur: procul dubio per omnes singulos duodenas
partes diuidet transitus linearum. In quocumque igitur circulo
seu sol in illo seu luna uel de uagis quaecumque discurrat, cum
ad spatium uenerit, quod inter lineas clauditur ab A et B notis
et litteris defluentes, in Ariete esse dicetur, quia illic constituta
spatium Arietis in zodiaco designatum super uerticem, sicut
descripsimus, habebit. Similiter in quamcumque migrauerit
partem, in signo sub quo fuerit esse dicetur.
so distanziate dal cielo e le une dalle altre, bisogna ora esami­
nare, poiché lo zodiaco è unico ed è formato di costellazioni
infisse nel cielo, come si può dire che gli astri delle sfere infe­
riori si spostino «nei» segni dello zodiaco. Non ci vuole molto
a trovarne la spiegazione, che monta la guardia fin dal vestibo­
lo 398 della questione.
2. E ben vero che né il sole, né la luna, né alcuno dei pianeti
può spostarsi nei segni dello zodiaco in modo da mescolarsi con
le loro costellazioni di cui i suoi segni sono composti; ma si dice
che ciascuno di questi astri si trova «nel» segno che ha sopra di
sé quando attraversa quell’arco di cerchio sottostante al segno
stesso; infatti il calcolo ha diviso l’orbita di ciascuna sfera in
dodici parti, come ha fatto per lo zodiaco, e quando un astro è
arrivato sulla porzione d’orbita situata sotto la parte dello
zodiaco attribuito all’Ariete, si dice che è giunto nell’Ariete
stesso. Un’osservazione simile si applica ai pianeti per ognuna
delle porzioni che attraversano. 3. E poiché attraverso la vista è
più facile la via verso la comprensione, si affida la teoria espo­
sta ad una rappresentazione per mezzo di una figura.
Sia il cerchio dello zodiaco designato da A. Poniamo all’in­
terno le altre sette orbite, e, partendo da A, dividiamo lo zodia­
co in dodici parti, con una serie di segni fissi designati dalle let­
tere seguenti: lo spazio tra A e B sia attribuito all’Ariete, quel­
lo tra B e C al Toro, lo spazio compreso tra C e D ai Gemelli,
il successivo al Cancro, e così di seguito. 4. Una volta fatto que­
sto, a partire da ciascun dei punti e lettere dello zodiaco, si
traccino, dall’alto verso il basso, altrettante linee che attraver­
seranno tutte le orbite concentriche fino all’ultima: è chiaro
che queste linee di intersezione lungo ciascuna delle orbite
divideranno ogni cerchio in dodici parti. Quindi, qualunque
sia il cerchio percorso dal sole, o dalla luna, o da qualunque
altro pianeta, quando l’astro giunge all’arco di cerchio che cor­
risponde simmetricamente a quello le cui due estremità sono
contrassegnate dai punti e dalle lettere A e B, si dirà che si
trova «nel» segno dell’Ariete, perché in quella posizione avrà
direttamente sopra di sé la porzione di zodiaco attribuita
all’Ariete, come abbiamo spiegato. Allo stesso modo, qualun­
que sia la parte di cielo nella quale si sarà spostato, si dirà che
è «nel» segno sotto il quale si trova.
5. Atque haec ipsa descriptio eodem compendio nos doce­
bit cur eundem zodiacum eademque signa aliae tempore lon­
giore, aliae breuiore percurrant. Quotiens enim plures orbes
inter se locantur, sicut maximus est ille qui primus est et mini­
mus qui locum ultimum tenet, ita de mediis qui summo pro­
pior est, inferioribus maior, qui uicinior est ultimo breuior
superioribus habetur. 6 . Et inter has igitur septem sphaeras,
gradum celeritatis suae singulis ordo positionis adscripsit. Ideo
stellae quae per spatia grandiora discurrunt, ambitum suum
tempore prolixiore conficiunt, quae per angusta, breuiore.
Constitit enim nullam inter eas celerius ceteris tardiusue pro­
cedere, sed, cum sit omnibus idem modus meandi, tantam eis
diuersitatem temporis sola spatiorum diuersitas facit. 7. Nam
ut de mediis nunc praetermittamus, ne eadem saepe repetan­
tur, quod eadem signa Saturnus annis triginta, luna diebus
uiginti octo ambit et permeat, sola causa in quantitate est cir­
culorum, quorum alter est maximus, alter est minimus. Ergo et
ceterarum singulae pro spatii sui modo tempus meandi aut
extendunt aut contrahunt.
8 . Hoc loco diligens rerum discussor inueniet quod requi­
rat. Inspectis enim zodiaci notis, quas monstrat in praesidium
fidei aduocata descriptio, «quis uero», inquiet, «circi caelestis
duodecim partes aut inuenit aut fecit, maxime cum nulla ocu­
lis subiciantur exordia singularum?» Huic igitur tam necessa­
riae interrogationi historia ipsa respondeat, factum referens,
quo a ueteribus et temptata est tam difficilis et effecta diuisio.
9. Aegyptiorum enim retro maiores, quos constat primos
omnium caelum scrutari et metiri ausos, postquam, perpetuae
apud se serenitatis obsequio caelum semper suspectu libero
5. Questo medesimo diagramma ci farà comprendere altret­
tanto rapidamente la ragione per cui questi pianeti percorrono
questo stesso zodiaco e questi stessi segni in un tempo, alcuni
più lungo e altri più breve. Infatti, in un numero qualsiasi di
cerchi concentrici, come il più grande è il primo, e il più pic­
colo quello che occupa l’ultima posizione, così per i cerchi
intermedi, quello che è più prossimo al cerchio superiore è
ritenuto maggiore di quelli che sono al di sotto di esso, e quel­
lo che è più vicino all’ultimo cerchio, minore di quelli al di
sopra di esso. 6 . Ne consegue che, anche fra queste sette sfere,
ognuna ha avuto il suo grado di velocità, determinato dalla sua
relativa posizione. Questo è il motivo per cui i pianeti che
hanno una maggiore orbita impiegano più tempo per descrive­
re la loro rivoluzione e quelli che ne hanno una piccola ne
impiegano di meno. E infatti noto che nessuno di essi procede
più velocemente o più lentamente degli altri; siccome hanno
tutti lo stesso modo di spostarsi, la considerevole differenza nei
tempi impiegati dipende solamente dalla differenza degli spazi
da percorrere. 7. Infatti, lasciando da parte i pianeti intermedi,
per evitare di ripeterci di continuo, la ragione per la quale
Saturno impiega trent’anni e la luna ventotto giorni 399 per fare
il giro dei medesimi segni e percorrerli è unicamente dovuta
alla dimensione delle loro orbite, delle quali una è la più gran­
de e l’altra la più piccola. Ciò significa che il tempo impiegato
anche da ciascuna delle altre sfere nel descrivere la sua rivolu­
zione aumenta o diminuisce in rapporto alla distanza da per­
correre.
8 . Qui l’attento osservatore troverà materia su cui interro­
garsi. Infatti, dopo aver esaminato i segni tracciati sullo zodia­
co nella figura richiamata per facilitare la comprensione del­
l’argomento trattato, ci domanderà: «sì, ma chi ha scoperto o
ha potuto stabilire queste dodici partizioni del circolo celeste,
soprattutto in considerazione del fatto che nulla segnala alla
vista dove ciascuna cominci?» La storia stessa s’incaricherà di
rispondere ad una domanda che non è certo fuori luogo, rife­
rendo l’operazione per mezzo della quale gli Antichi tentarono
e realizzarono una divisione così difficile.
9. Infatti, nel passato, gli antenati degli Egizi che, com’è
noto, furono i primi fra tutti che abbiano osato cimentarsi nel­
l’osservazione e nella misurazione del cielo, si accorsero, per-
intuentes, deprehenderunt, uniuersis uel stellis uel sideribus
infixis caelo solas cum sole et luna quinque stellas uagari, 1 0 .
nec has tamen per omnes caeli partes passim ac sine certa erro­
ris sui lege discurrere, numquam denique ad septentrionalem
uerticem deuiare, numquam ad australis poli ima demergi, sed
intra unius obliqui circi limitem omnes habere discursus, nec
omnes tamen ire pariter ac redire, sed alias aliis ad eundem
locum peruenire temporibus, rursum ex his alias accedere,
retro agi alias, uiderique stare non numquam; 1 1 . postquam
haec, inquam, inter eas agi uiderunt, certas sibi partes decreue-
runt in ipso circo constituere et diuisionibus adnotare, ut certa
essent locorum nomina, in quibus eas morari uel de quibus
exisse ad quaeue rursus esse uenturas et sibi in uicem nuntia­
rent et ad posteros noscenda transmitterent.
12. Duobus igitur uasis aeneis praeparatis, quorum alteri
fundus erat in modum clepsydrae foratus, illud quod erat inte­
grum uacuum subiecerunt, pleno aquae altero superposito, sed
meatu ante munito, et quamlibet de infixis unam clarissimam
stellam lucideque notabilem orientem obseruauerunt. 13.
Quae ubi primum coepit emergere, mox, munitione subducta,
permiserunt subiecto uasi aquam superioris influere, fluxitque
in noctis ipsius et secuti diei finem, atque in id noctis secundae,
quam diu eadem stella ad ortum rursus reuertitur. 14. Quae
ubi apparere uix coepit, mox aqua quae influebat amota est.
Cum igitur obseruatae stellae itus ac reditus integram significa­
ret caeli conuersionem, mensuram sibi caeli in aquae de illo
fluxu susceptae quantitate posuerunt.
15. Hac ergo in partes aequas duodecim sub fida dimensio­
ne diuisa, alia duo huius capacitatis procurata sunt uasa ut sin­
gula tantum singulas de illis duodecim partibus ferrent, tota-
ché col favore del loro perpetuo bel tempo potevano levare lo
sguardo liberamente verso il cielo, che mentre tutte le stelle o
costellazioni erano fisse nel cielo, cinque stelle, sole, erravano
nello spazio con il sole e la luna; 1 0 . eppure queste stelle non
circolavano a caso attraverso il cielo intero e senza che alcuna
legge dirigesse la loro erranza, infine, mai deviavano verso il
polo settentrionale, mai scendevano verso le profondità del
polo australe; ma la loro corsa, per tutte, si trovava contenuta
entro il limite di un circolo obliquo 40°; e ciononostante le loro
marce dirette o retrograde non erano isocrone, ma giungevano
nel medesimo punto in momenti diversi; d’altra parte alcune di
esse avanzavano, altre indietreggiavano, e sembravano talvolta
immobilizzarsi; 1 1 . dopo che, come dico, ebbero osservato tra
esse questi fenomeni, giudicarono conveniente dividere il cer­
chio stesso in regioni precise e contrassegnarle tramite delle
sezioni, con lo scopo di assegnare dei nomi particolari ai luo­
ghi in cui questi astri dimoravano, a quelli da cui erano usciti e
a quelli a cui, all’inverso, stavano per avvicinarsi, di comunicar­
si vicendevolmente le loro osservazioni e di trasmetterle alla
posterità401.
12. Avendo dunque preparato due vasi di bronzo, uno dei
quali col fondo forato come una clessidra, posero al di sotto
quello intatto e vuoto, e misero l’altro vaso sopra di esso, riem­
pito d’acqua ma con l’orifizio per il momento chiuso; spiarono
il sorgere di una qualsiasi delle stelle fisse più osservabili per il
loro chiarore e molto brillanti. 13. Appena la stella cominciò
ad emergere, stapparono il turacciolo affinché l’acqua del vaso
superiore potesse scendere nel vaso inferiore, ed essa colò per
il resto della notte e del giorno seguente, e fino all’istante della
seconda notte in cui la medesima stella ricominciò a sorgere.
14. Non appena cominciò ad apparire, fermarono lo scolo del­
l’acqua. Quindi, dato che l’apparizione e il ritorno dell’astro
osservato indicava una rivoluzione celeste completa, conside­
rarono che la misura del cielo corrispondeva alla quantità d’ac­
qua colata e raccolta.
15. Quindi, dopo aver diviso la quantità d’acqua in dodici
parti uguali con un procedimento sicuro, si procurarono altri
due vasi di capacità uguale e tale che ciascuno di essi potesse
contenere una sola di queste dodici parti; la totalità dell’acqua
que rursus aqua in uas suum pristinum, foramine prius cJauso,
refusa est; et de duobus illis capacitatis minoris alterum subie-
cerunt pleno, alterum iuxta expeditum paratumque posuerunt.
16. His praeparatis, nocte alia, in illam iam caeli partem, per
quam solem lunamque et quinque uagas meare diuturna obse-
ruatione didicerant quamque postea zodiacum uocauerunt,
ascensurum obseruauerunt sidus, cui postea nomen Arietis
addiderunt. 17. Huius incipiente ortu, statim subiecto uasi
superpositae aquae fluxum dederunt. Quod ubi completum
est, mox eo sublato effusoque, alterum simile subiecerunt, cer­
tis signis obseruanter ac memoriter adnotatis inter eius loci
stellas qui oriebatur cum primum uas esset impletum, intelle­
gentes quod, eo tempore quo totius aquae duodecima pars flu­
xit, pars caeli duodecima conscendit. 18. Ab illo ergo loco quo
oriri incipiente aqua in primum uas coepit influere usque ad
locum qui oriebatur cum idem primum uas impleretur, duode­
cimam partem caeli, id est unum signum, esse dixerunt. 19.
Item secundo uase impleto ac mox retracto, illud simile, quod
olim effusum parauerant, iterum subdiderunt, notato similiter
loco qui emergebat, cum secundum uas esset impletum, et a
fine primi signi usque ad locum qui ad secundae aquae finem
oriebatur, secundum signum notatum est. 20. Atque ita uicis-
sim uasa mutando, et per singulas influentis aquae partes sin­
gulos sibi ascendentium caeli partium limites adnotando, ubi
consummata iam omni per duodecim partes aqua, ad primi
signi exordia peruentum est, sine dubio iam diuisas certisque
sibi obseruationibus et indiciis adnotatas duodecim caeli par­
tes tantae compotes machinationis habuerunt.
21. Quod non nocte una, sed duabus effectum est, quia
omne caelum una nocte non uoluitur, sed per diem uertitur
fu poi riversata nel vaso che la conteneva originariamente e di
cui si era avuto cura di chiudere l’orifizio; e, prendendo uno
dei due vasi di minor capacità, lo posero sotto il vaso pieno e
posero il secondo accanto ad esso, a portata di mano e tenuto
pronto.
16. Terminati questi preparativi, durante un’altra notte, nella
regione del cielo in cui una lunga osservazione aveva loro inse­
gnato che si muovevano il sole, la luna e i cinque pianeti, e che
in seguito chiamarono zodiaco, spiarono il sorgere imminente
dell’astro che poi chiamarono Ariete. 17. Nell’istante stesso in
cui sorgeva, fecero subito colare l’acqua del vaso superiore nel
vaso inferiore. Non appena quest’ultimo fu pieno, subito lo
rimossero e lo svuotarono, quindi lo sostituirono con l’altro
vaso simile, osservando e memorizzando alcuni segni precisi tra
le stelle della regione celeste che stava per sorgere proprio nel­
l’istante in cui il primo vaso si trovava colmo, con l’idea che nel
momento in cui tutta l’acqua era defluita, la dodicesima parte
del cielo era sorta. 18. A partire dunque dal punto che comin­
ciava a sorgere mentre l’acqua cominciava a defluire nel primo
vaso fino al punto in cui stava sorgendo quando questo stesso
primo vaso finiva di riempirsi, affermarono che si estendeva la
dodicesima parte di cielo, in altre parole un segno. 19. Allo stes­
so modo, quando il secondo vaso fu riempito e quindi tolto, gli
Egizi misero di nuovo al suo posto l’altro vaso simile, che era
stato svuotato in precedenza e tenuto pronto; dopo aver ugual­
mente annotato il luogo del cielo che emergeva nell’istante in
cui il secondo vaso si trovava colmo, considerarono come
secondo segno la sezione di cielo che si estendeva al limite del
primo al punto del cielo che appariva nel momento in cui si
completava la seconda porzione d’acqua. 20. E così, alternando
i vasi, e annotando ogni volta i limiti delle parti di cielo che
vedevano salire mentre defluiva ogni singola porzione d’acqua,
quando, consumata tutta l’acqua, dodicesimo per dodicesimo,
si ritrovarono all’inizio del primo segno, stabilirono con assolu­
ta certezza, attraverso la padronanza di questo notevole inge­
gnoso espediente, la divisione del cielo in dodici parti, definita
da osservazioni e segni precisi 402.
21. Ciò non fu fatto in una notte, ma in due, perché il cielo
intero non opera la sua rivoluzione in una notte, bensì la metà
pars eius media, et medietas reliqua per n o ctem . Nec tamen
caelum omne duarum sibi proximarum noctium diuisit inspec­
tio, sed diuersorum temporum nocturna dimensio utrumque
hemisphaerium paribus aquae uicibus adnotauit. 2 2 . Et has
ipsas duodecim partes signa appellari maluerunt, certaque sin­
gulis uocabula gratia significationis adiecta sunt; et quia signa
Graeco nomine £cp8 ia nuncupantur, circum ipsum signorum
zodiacum, quasi signiferum uocauerunt.
23. Hanc autem rationem iidem illi, cur Arietem, cum in
sphaera nihil primum nihilque postremum sit, primum tamen
dici maluerint, prodiderunt. Aiunt enim incipiente die illo qui
primus omnium luxit, id est quo in hunc fulgorem caelum et
elementa purgata sunt, qui ideo mundi natalis iure uocitatur,
Arietem in medio caelo fuisse, et quia medium caelum quasi
mundi uertex est, Arietem propterea primum inter omnes
habitum, qui ut mundi caput in exordio lucis apparuit.
24. Subnectunt etiam causam cur haec ipsa duodecim signa
adsignata sint diuersorum numinum potestati. Aiunt enim in
hac ipsa genitura mundi, Ariete, ut diximus, medium caeli
tenente, horam fuisse mundi nascentis, Cancro gestante tunc
lunam. Post hunc sol cum Leone oriebatur, cum Mercurio
Virgo, Libra cum Venere, Mars erat in Scorpio, Sagittarium
Iuppiter obtinebat, in Capricorno Saturnus meabat. 25. Sic
factum est ut singuli eorum signorum domini esse dicantur, in
quibus, cum mundus nasceretur, fuisse creduntur. Sed duobus
quidem luminibus singula tantum signa, in quibus tunc fue­
rant, adsignauit antiquitas, Cancrum lunae, soli Leonem.
Quinque uero stellis, praeter illa signa, quibus tunc inhaere­
bant, quinque reliqua sic adiecit uetustas ut in adsignandis a
fine prioris ordinis ordo secundus inciperet. 26. Superius enim
diximus in Capricorno Saturnum post omnes fuisse. Ergo
di essa durante il giorno e la restante metà durante la notte.
Ciononostante è l’osservazione di due notti susseguenti che
permise di dividere l’intero cielo: per stabilire dei segni nei
due emisferi occorsero, con un’eguale successione di quantità
d’acqua, alcune misurazioni notturne in stagioni diverse. 403
22. Scelsero di chiamare «segni» queste dodici parti e, per
poterli distinguere, attribuirono ad ognuno un nome partico­
lare; e, poiché in greco i segni sono detti £có8 ia, chiamarono
il circolo stesso dei segni «zodiaco», quasi fosse un «porta-
insegne» 404.
23. Sono ancora essi, che fecero conoscere il motivo per cui
scelsero di assegnare all’Ariete il primo posto su una sfera che
non può offrire né primo né ultimo posto. Dicono, infatti, che
nell’alba del giorno che fu il primo di tutti a brillare, quello in
cui il cielo e gli elementi purificati presero il loro splendore
attuale e che per ciò viene detto giustamente «natale del
mondo», l’Ariete si trovasse nel mezzo del cielo, e siccome il
punto di mezzo del cielo è, in qualche modo, la cuspide dell’u­
niverso, l’Ariete viene considerato come il primo di tutti, per­
ché apparve come la testa del mondo nell’istante in cui appar­
ve per la prima volta la luce 405.
24. Essi forniscono anche la ragione per la quale questi do­
dici segni sono posti sotto l’influenza di divinità diverse. Dico­
no, infatti, che, nel preciso istante della generazione del
mondo, l’ora della nascita del mondo coincise, come abbiamo
detto, con il passaggio dell’Ariete nel medio cielo, con il Can­
cro recante la luna. Dopo di esso apparve il sole con il Leone,
la Vergine con Mercurio, la Bilancia con Venere; Marte era
nello Scorpione, Giove occupava il Sagittario, Saturno si muo­
veva nel Capricorno 406. 25. Donde il fatto che si dà a ognuno
il nome di signori dei segni in cui si crede che si trovassero alla
nascita del mondo. Ma ad ognuno dei due luminari, l’Antichità
non attribuisce che un segno, quello in cui si trovavano origi­
nariamente, il Cancro alla luna e per il sole il Leone. Ai cinque
astri, in compenso, oltre ai segni con cui erano allora in contat­
to, gli Antichi ne assegnarono in aggiunta cinque altri, ricomin­
ciando, con questa distribuzione, una seconda serie a partire
dalla precedente. 26. Prima, infatti, abbiamo detto che Satur­
no, domiciliato nel Capricorno, era l’ultimo di tutti i pianeti.
secunda adiectio eum primum fecit qui ultimus fuerat: ideo
Aquarius, qui Capricornum sequitur, Saturno datur; Ioui, qui
ante Saturnum erat, Pisces dicantur; Aries Marti, qui praeces­
serat Iouem, Taurus Veneri, quam Mars sequebatur, Gemini
Mercurio, post quem Venus fuerat, deputati sunt.
27. Notandum hoc loco quod in genitura mundi uel ipsa
rerum prouidentia uel uetustatis ingenium hunc stellis ordi­
nem dedit quem Plato adsignauit sphaeris earum, ut esset luna
prima, sol secundus, super hunc Mercurius, Venus quarta,
hinc Mars, inde Iuppiter, et Saturnus ultimus. Sed sine huius
tamen rationis patrocinio abunde Platonicum ordinem prior
ratio commendat.
28. E x his, quae de uerbis Ciceronis proxime praelatis
quaerenda proposuimus, qua licuit breuitate, a summa sphae­
ra, quae ccTTXavris dicitur, usque ad lunam, quae ultima diui-
norum est, omnia iam ut opinor absoluimus. 29. Nam et cae­
lum uolui, et cur ita uoluatur, ostendimus, septemque sphaeras
contrario motu ferri ratio indubitata patefecit, et de ipso
sphaerarum ordine quid diuersi senserint uel quid inter eos
dissensionem fecerit, quaeue magis sit sequenda sententia,
tractatus inuenit. 30. Nec hoc tacitum est cur inter omnes stel­
las sola sine fratris radiis luna non luceat, sed et quae spatio­
rum ratio solem ab his quoque, qui eum inter septem quartum
locarunt, non tamen abrupte medium sed fere medium dici
coegerit publicatum est. 31. Quid significent nomina quibus
ita uocatur ut laudari tantum putetur innotuit; magnitudo quo­
que eius sed et caelestis per quem discurrit circuli, terraeque
pariter quanta sit uel quem ad modum deprehensa monstra­
tum est. 32. Subiectarum sphaerarum stellae quemadmodum
in zodiaco, qui supra omnes est, ferri dicantur, uel quae ratio
diuersarum faciat seu celerem seu tardum recursum, sed et
La seconda attribuzione, questa volta, lo rese il primo da ulti­
mo che era; perciò l’Acquario che segue il Capricorno è asse­
gnato a Saturno; a Giove, che si trovava davanti a Saturno, si
consacrarono i Pesci; l’Ariete fu dato a Marte, che precedeva
Giove; il Toro toccò a Venere, che seguiva Marte; i Gemelli a
Mercurio, che precedeva Venere. 407
27. Va qui notato, a proposito della nascita del mondo che
sia la stessa provvidenza all’origine delle cose sia l’ingegnosità
degli Antichi hanno dato ai pianeti l’ordine che Platone asse­
gnò alle loro sfere e che fa della luna la prima, del sole la secon­
da, con sopra Mercurio, di Venere la quarta, poi vengono
Marte, quindi Giove e per ultimo Saturno. Ma persino senza il
patrocinio di questo sistema, le precedenti considerazioni con­
fermano abbondantemente l’ordine stabilito da Platone 408.
28. Di tutte le questioni, suscitate dall’ultima citazione di
Cicerone, che c’eravamo proposti di esaminare, dalla sfera più
alta detta àuÀavris fino alla luna, ultimo dei corpi divini,
credo di aver assolto per intero, e con ogni possibile brevità,
l’impegno. 29. Abbiamo dimostrato la rotazione del cielo e la
sua causa; un ragionamento inconfutabile ha messo in eviden­
za il movimento retrogrado delle sette sfere; quindi, in merito
all’ordine stesso delle sfere, il nostro trattato ha fatto conosce­
re la diversità di teorie, la ragione dei disaccordi e quale sia l’o­
pinione più degna d’essere seguita. 30. Non abbiamo neppure
tralasciato di spiegare la ragione per la quale la luna è l’unica
tra tutte le stelle a non brillare affatto in assenza di raggi frater­
ni; abbiamo anche svelato quale sia il calcolo delle distanze che
obbliga coloro che hanno fatto del sole il quarto dei sette astri
a dire che si trova «a un dipresso nel mezzo» e non esattamen­
te «nel mezzo». 31. Il significato dei nomi che gli vengono dati
e che s’immagina siano semplicemente elogiativi è divenuto
chiaro; si è ugualmente fatto conoscere allo stesso tempo la sua
grandezza, ma anche quella dell’orbita celeste lungo la quale si
muove, quindi ugualmente quella della terra e il metodo ado­
perato per determinare queste misure. 32. È stato anche detto
in che senso bisogna intendere che i pianeti delle sfere inferio­
ri si spostano «nello» zodiaco che si trova al di sopra di tutti, e
abbiamo spiegato per quale ragione ancora impieghino un
tempo maggiore o minore per completare le loro rispettive
ipse zodiacus in duodecim partes qua ratione diuisus sit, cur-
que Aries primus habeatur, et quae signa in quorum numinum
dicione sint, absolutum est.
33. Sed omnia haec, quae de summo ad lunam usque perue-
niunt, sacra, incorrupta, diuina sunt, quia in ipsis est aether,
semper idem nec umquam recipiens inaequalem uarietatis
aestum. Infra lunam et aer et natura permutationis pariter inci­
piunt, et sicut aetheris et aeris, ita diuinorum et caducorum
luna confinium est. 34. Quod autem ait nihil infra lunam esse
diuinum «praeter animos munere deorum hominum generi
datos», non ita accipiendum est animos hic esse ut hic nasci
putentur. Sed sicut solem in terris esse dicere solemus, cuius
radius aduenit et recedit, ita animorum origo caelestis est, sed
lege temporalis hospitalitatis hic exulat. Haec ergo regio diui­
num nihil habet ipsa, sed recipit; et quia recipit, et remittit.
Proprium autem habere diceretur si ei semper tenere licuisset.
35. Sed quid mirum si animus de hac regione non constat, cum
nec corpori fabricando sola suffecerit? Nam quia terra, aqua et
aer infra lunam sunt, ex his solis corpus fieri non potuit quod
idoneum esset ad uitam, sed opus fuit praesidio ignis aetherii,
qui terrenis membris uitam et animam sustinendi commodaret
uigorem, qui uitalem calorem et faceret et ferret.
36. Haec et de aere dixisse nos satis sit. Restat ut de terra,
quae sphaerarum nona et mundi ultima est, dictu necessaria
disseramus.
rivoluzioni, ma anche il metodo utilizzato per dividere lo
zodiaco in dodici parti, abbiamo detto anche perché l’Ariete si
ritenga il primo dei segni e quali sono i segni sotto il dominio
di questa o quella divinità 409.
33. Tutti gli esseri compresi tra la sommità del cielo e la luna
sono sacri, incorruttibili e divini, perché in essi vi è l’etere, che
è sempre immutabile e mai soggetto al flusso irregolare del
cambiamento. Sotto la luna, tutto, a cominciare dall’aria, sub­
isce delle trasmutazioni e siccome la luna è il confine tra l’ete­
re e l’aria, è similmente il confine tra il divino e l’effimero 41°.
34. Quanto a ciò che afferma Cicerone che al di sotto della
luna non c’è «nulla» di divino «eccetto le anime, assegnate per
dono degli dèi al genere umano», non va compreso che ci siano
delle anime quaggiù nel senso che siano nate su questa terra 411.
Come siamo abituati a dire che il sole «è» sulla terra perché il
suo raggio qua giunge e di qua ritorna, così l’origine delle
anime è celeste, ma, per una legge che ne fa ospiti di passaggio,
si trovano quaggiù in esilio. La nostra regione quindi non ha in
sé niente di divino, se non ciò che riceve, e lo riceve solamen­
te per renderlo. Potrebbe considerarlo come sua proprietà solo
se le fosse permesso di conservarlo in eterno. 35. C ’è, del resto,
da meravigliarsi che l’anima non dipenda da questa regione,
quando questa, da sola, non è neppure in grado di formare un
corpo? Difatti, la terra, l’aria e l’acqua, essendo al di sotto della
luna, non hanno potuto, da loro sole, produrre un corpo adat­
to alla vita; c’è stato bisogno del concorso del fuoco etereo 412
per conferire alle membra terrestri la forza per sostenere la vita
e il soffio vitale, per creare e mantenere il calore vitale.
36. Basti ciò che abbiamo detto sull’aria. Ci resta ora da
esporre qualche necessaria precisazione sulla terra, nona e ulti­
ma sfera dell’universo.
Fnodptédcc& ll

(Fig. 15) (Fig. 16)


Schema dello zodiaco pre­ Ancora la figura dello zodia­
sente nella maggior parte dei co, incisione tratta dall’edizione
manoscritti. latina di Macrobius, in Somnium
Scipionis, Angeli Britannici,
Brixiae, 1501.

(Fig. 17) (Fig. 18)


Il medesimo diagramma Ancora lo stesso diagramma
dello zodiaco, illustrazione tratta in una pagina tratta da un codice
dall’edizione di Ludwig von Jan del X II secolo; Macrobius, Com­
del Commentarium in somnium mentarius in Somnium Scipionis.
Scipionis, Gottfried Bass, Qued-
linburg - Leipzig, 1848.
(Fig. 19)
L’universo, con la terra
al centro circondata dai
sette pianeti con i segni
zodiacali, sostenuto da
quattro figure gigantesche
in una pagina del M acro­
bius, Commentarii in Som­
nium Scipionis (NKS 218
4°), manoscritto su perga­
mena (ca. 1150, Francia
meridionale?), fol. 25r, Co­
penhagen, Det Kongelige
Bibliotek.

(Fig. 20)
Modello delle sfere ci­
ceroniane del Somnium Sci­
pionis, tratto da Das Som­
nium Scipionis und Platons
ER-Mythos, a cura di Doro-
thea Kintz (2000):
www.gottwein.de/Lat/cic_
rep/ ref06_somn01.htm.
22. 1. «Nam ea quae est media et nona, tellus, inquit, neque
mouetur et infima est et in eam feruntur omnia nutu suo pondera.»
2 . Illae uere insolubiles causae sunt, quae mutuis in uicem
nexibus uinciuntur, et dum altera alteram facit ac uicissim de
se nascuntur, numquam a naturalis societatis amplexibus sepa­
rantur. Talia sunt uincula quibus terram natura constrinxit.
Nam ideo in eam feruntur omnia quia ut media non mouetur;
ideo autem non mouetur quia infima est; nec poterat infima
non esse in quam omnia feruntur. Horum singula, quae insepa­
rabiliter inuoluta rerum in se necessitas iunxit, tractatus expe­
diat.
3. «Non mouetur», ait. Est enim centron. In sphaera autem
solum centron diximus non moueri, quia necesse est ut circa
aliquid immobile sphaera moueatur.
4. Adiecit: «et infima est». Recte hoc quoque. Nam quod
centron est, medium est. In sphaera uero hoc solum constat
imum esse quod medium est. Et si terra ima est, consequitur ut
uere dictum sit in eam ferri omnia. Semper enim pondera in
imum natura deducit: nam et in ipso mundo, ut esset terra, sic
factum est. 5. Quicquid ex omni materia, de qua facta sunt
omnia, purissimum ac liquidissimum fuit, id tenuit summita­
tem et aether uocatus est; pars, cui minor puritas et inerat ali­
quid leuis ponderis, aer extitit et in secunda delapsus est; post
haec, quod adhuc quidem liquidum, sed iam usque ad tactus
offensam corpulentum erat, in aquae fluxum coagulatum est.
6 . Iam uero quod de omni siluestri tumultu uastum, inpenetra­
bile, densetum, ex defaecatis abrasum resedit elementis, haesit
in imo; quod demersum est stringente perpetuo gelu, quod eli­
minatum in ultimam mundi partem longinquitas solis coace-
22 . 1 . «La sfera che è centrale e nona, ossia la Terra, non è
infatti soggetta a movimento, rappresenta la zona più bassa delle
sfere e verso di essa sono attratti tutti i gravi, per una forza che è
loro propria» 413.
2. Veramente indissolubili sono le cause legate da connes­
sioni mutue e reciproche; per il fatto che l’una genera l’altra e
che si generano reciprocamente l’una dall’altra, esse non sono
mai separate dalla stretta della loro unione naturale. Tali sono
i vincoli coi quali la natura tenne stretta la terra. Infatti, se tutti
i corpi gravitano su di essa, è perché, essendo situata nel
mezzo, è immobile; se è immobile, è perché occupa la parte più
bassa; e non potrebbe non essere nella parte più bassa, poiché
tutti i corpi sono attratti verso di essa. Queste proprietà, che la
necessità dell’universo, avvolta su se stessa, ha legato indissolu­
bilmente, analizziamole una per una nella nostra esposizione.
3. «Non è soggetta a movimento», dice Cicerone. Ed infatti
è il centro. E in una sfera, come abbiamo detto, solo il centro
resta immobile, perché è necessario che si muova intorno ad
un punto fisso 414.
4. Aggiunge: «rappresenta la zona più bassa». Niente di più
giusto. Perché il centro sta nel mezzo. Ora si sa che in una sfera
ciò che sta assolutamente in basso è nel mezzo 415. Se dunque
la terra è la sfera più bassa, di conseguenza Cicerone ha avuto
ragione a dire che tutti i corpi gravitano su di essa. Infatti la
natura dirige sempre i corpi pesanti verso il basso: è anche ciò
che è accaduto nell’universo stesso, perché ci fosse la terra. 5.
Ciò che c’era, nell’insieme della materia, di cui sono fatte tutte
le cose, di più puro e di più limpido guadagnò la regione più
alta e fu chiamato etere; una parte, di un grado minore in
purezza e di un peso leggero, divenne l’aria e scivolò nella
seconda regione; poi, quello che era ancora trasparente, ma
aveva abbastanza densità per essere percepita dal senso del
tatto, si condensò nel flusso acqueo. 6 . Infine, tra tutta questa
materia tumultuosamente agitata, tutta quella parte che grezza,
impenetrabile, spessa, fu, al momento della loro decantazione,
tratta dagli elementi e si depositò, tutto questo sedimento restò
in fondo; quanto fu inghiottito nella stretta di un gelo perpe­
tuo, quanto, rigettato nell’ultima regione del mondo, si trovò
accumulato a causa della lontananza dal sole, quanto dunque
ruauit, quod ergo ita concretum est, terrae nomen accepit. 7.
Hanc spissus aer et terreno frigori propior quam solis calori
stupore spiraminis densioris undiqueuersum fulcit et continet,
nec in recessum aut accessum moueri eam patitur uel uis cir-
cumuallantis et ex omni parte uigore simili librantis aurae uel
ipsa sphaeralis extremitas, quae si paululum a medio deuiaue-
rit, fit cuicumque uertici propior et imum relinquit, quod ideo
in solo medio est, quia ipsa sola pars a quouis sphaerae uertice
pari spatio recedit.
8 . In hanc igitur, quae et ima est, quasi media, et non moue­
tur, quia centron est, omnia pondera ferri necesse est, quia et
ipsa in hunc locum quasi pondus relapsa est. Argumento sunt,
cum alia innumera, tum praecipue imbres qui in terram ex
omni aeris parte labuntur. Nec enim in hanc solam quam habi­
tamus superficiem decidunt, sed et in latera quibus in terra
globositas sphaeralis efficitur; et in partem alteram, quae ad
nos habetur inferior idem imbrium casus est. 9. Nam si aer, ter­
reni frigoris exhalatione densetus, in nubem cogitur et ita
abrumpit imbres, aer autem uniuersam terram circumfusus
ambit, procul dubio ex omni aeris parte, praeter ustam calore
perpetuo, liquor pluuialis emanat, qui undique in terram, quae
unica est sedes ponderum, defluit. 1 0 . Quod qui respuit, supe-
rest ut aestimet extra hanc unam superficiem quam incolimus,
quidquid niuium imbriumue uel grandinum cadit, hoc totum
in caelum de aere defluere. Caelum enim ab omni parte terrae
aequabiliter distat et, ut a nostra habitatione, ita et a lateribus
et a parte quae ad nos habetur inferior pari altitudinis immen­
sitate suspicitur. Nisi ergo omnia pondera ferrentur in terram,
imbres qui extra latera terrae defluunt non in terram, sed in
caelum caderent, quod uilitatem ioci scurrilis excedit.
11. Esto enim terrae sphaera cui ascripta sunt A B C D,
circa hanc sit aeris orbis cui ascripta sunt E F G L M, et utrum-
in questo modo si solidificò, tutta questa concrezione ricevette
il nome di «terra». 7. Un’aria compatta, più prossima al freddo
terrestre che al calore del sole, la sostiene e la rinserra da ogni
parte grazie al torpore di un soffio particolarmente denso e le
è impedito ogni movimento, o diretto o retrogrado, sia dalla
forza dell’atmosfera che la circonda e la tiene in equilibrio da
ogni parte con eguale energia, sia dalla sua medesima forma
sferica, che, se essa deviasse un poco dal mezzo, si avvicinereb­
be a un punto qualsiasi del vertice e abbandonerebbe il fondo,
il quale non può occupare che il mezzo dato che è la sola parte
equidistante da qualsiasi punto della superficie della sfera.
8 . È dunque verso la più bassa delle sfere, in quanto collo­
cata nel mezzo del mondo, e che, come centro, è immobile, che
è inevitabile che siano attratti tutti i gravi; anch’essa stessa,
come un peso, è relegata sul fondo. 416 Tra gli innumerevoli
fatti che lo provano, ci sono principalmente le piogge che
cadono da tutti i punti dell’aria sulla terra. Infatti non s’abbat­
tono solamente su quella parte di terra che abitiamo, ma anche
su tutte le altre parti che danno alla terra la sua convessità sfe­
rica; e sull’altra parte, quella che rispetto a noi è considerata
inferiore, si producono le medesime cadute di pioggia. 9.
Infatti, se l’aria, ispessita dai vapori freddi esalati dalla terra, si
condensa in nuvole e, in questo modo, prorompe in piogge, e
se, inoltre, l’aria ci avvolge e ci abbraccia da ogni lato, è incon­
testabile che la pioggia proviene da ogni regione dell’aria,
eccetto che da quella che brucia d’un calore perpetuo; e que­
st’acqua scorre ovunque sulla terra, unico punto in cui si stabi­
lizzano i gravi. 1 0 . Chi rifiuta questa teoria, deve per forza pen­
sare che tutte le piogge, le nevi o le grandini che cadono al di
fuori di quest’unica superficie che abitiamo, scorrano tutte
quante dall’aria nel cielo. Infatti il cielo è equidistante da ogni
punto della terra, e, che lo si osservi dal luogo da noi abitato o
dai lati o dalla parte considerata rispetto a noi inferiore, è per
i nostri sguardi di una vertiginosa estensione in altezza. Di con­
seguenza, se tutti i gravi non fossero attratti verso la terra, le
piogge che scorrono all’esterno dei lati della terra, non cadreb­
bero su quest’ultima ma nel cielo: asserzione più mediocre di
una facezia da buffone.
11. Rappresentiamo con un cerchio la sfera terrestre su cui
indichiamo i punti A B C D, intorno ad esso poniamo il globo
que orbem, id est terrae et aeris, diuidat linea ducta ab E usque
ad L: erit superior ista quam possidemus et illa sub pedibus.
12. Nisi ergo caderet omne pondus in terram, paruam nimis
imbrium partem terra susciperet ab A usque ad C; latera uero
aeris, id est ab F usque ad E et a G usque ad L, umorem suum
in aerem caelumque deicerent; de inferiore autem caeli hemi­
sphaerio pluuia in exteriora et ideo naturae ignota deflueret,
sicut ostendit subiecta descriptio. 13. Sed hoc uel refellere
dedignatur sermo sobrius, quod sic absurdum est ut sine argu­
mentorum patrocinio subruatur.
Restat ergo ut indubitabili ratione monstratum sit in terram
ferri «omnia nutu suo pondera». Ista autem quae de hoc dicta
sunt opitulabuntur nobis et ad illius loci disputationem quo
antipodas esse commemorat. Sed hic, inhibita continuatione
tractatus, ad secundi commentarii uolumen disputationem
sequentium reseruemus.

Fig. 21
Schema raffigurante la sfera dell’aria e della terra e il cerchio dell’at­
mosfera allo scopo di dimostrare l’assurdità della caduta della pioggia
se i gravi non fossero attratti dal centro dell'universo, ossia la terra. Tra
quelle qui proposte è la più precisa e soprattutto Tunica coerente con il
testo di Macrobio. Illustrazione tratta dal manoscritto delViri Somnium
Scipionis (seconda metà del IX sec., Corbie), Paris Lat. n. a. 454.
dell’aria, rappresentato da E F G L M; dividiamo entrambi i
globi, quello della terra e quello dell’aria, con una linea traccia­
ta da E a L: la parte superiore sarà quella che noi abitiamo, l’al­
tra quella che si trova sotto i nostri piedi. 1 2 . Se dunque tutti i
gravi non cadessero sulla terra, quest'ultima riceverebbe tra A
e C una parte davvero piccola delle piogge, mentre le parti del­
l’aria, da F a E e da G a L, dirigerebbero la loro acqua nell’a­
ria o verso il cielo; quanto alla pioggia proveniente dall’emisfe­
ro inferiore del cielo scorrerebbe in regioni esterne e perciò
cadrebbe non si sa dove, come mostra lo schema. 13. Ma un
discorso di buon senso disdegna persino di confutare questa
ipotesi così assurda da essere accantonata senza l’ausilio di
argomentazioni. 417
In conclusione si è dimostrato con un ragionamento indu­
bitabile che «tutti i gravi» sono attirati sulla terra «per una forza
che è loro propria». Tutte le osservazioni fatte in proposito ci
serviranno anche quando discuteremo il brano che evoca l’esi­
stenza degli antipodi. Ma adesso, interrompendo la continua­
zione del nostro trattato, riserviamo al volume del secondo
commentario la discussione dei brani seguenti.

M
Fig. 22
Ancora lo stesso diagramma. Come in molti manoscritti questo
schema riempie con il tratteggio, rappresentante la pioggia, l’insieme
della sfera dell’aria, compreso l’emisfero inferiore della terra, in con­
traddizione, perciò, con la dimostrazione per assurdo tentata da Ma­
crobio. Incisione tratta dall’edizione latina di Macrobius, In Som­
nium Scipionis, Angeli Britannici, Brixiae, 1501.
Fig. 23
Il medesimo diagramma, dove la pioggia diversamente dal prece­
dente schema non cade nell’emisfero inferiote, ma, in compenso,
resta confinata nella sfera dell’aria senza «cadere» anche verso il cielo
come vuole il testo di Macrobio. Illustrazione tratta dall’edizione del
Commentarium in somnium Scipionis di Ludwig von Jan, Gottfried
Bass, Quedlinburg - Leipzig, 1848.
Fig. 24
Ancora lo stesso diagramma della pioggia che cade sulla terra in
una pagina del Macrobius, Commentarii in Somnium Scipionis (NKS
218 4°), manoscritto su pergamena (ca. 1150, Francia meridionale?),
fol. 28r, Copenhagen, Det Kongelige Bibliotek.
1. 1. Superiore commentario, Eustathi luce mihi dilectior
fili, usque ad stelliferae sphaerae cursum et subiectarum sep­
tem sermo processerat. Nunc iam de musico earum modulami­
ne disputetur.
2 . « “Quid hic’, inquam, “quis est qui complet aures meas tan­
tus et tam dulcis sonus? “Hic est”, inquit, “ille qui interuallis
disiunctus imparibus sed tamen pro rata parte ratione distinctis,
impulsu et motu ipsorum orbium efficitur, et, acuta cum grauibus
temperans, uarios aequabiliter concentus efficit. Nec enim silen­
tio tanti motus incitari possunt, et natura fert ut extrema ex alte­
ra parte grauiter, ex altera autem acute sonent. 3. Quam ob cau­
sam summus ille caeli stellifer cursus, cuius conuersio est conci­
tatior, acute excitato monetur sono, grauissimo autem hic lunaris
atque infimus. Nam terra, nona, immobilis manens, una sede
semper haeret, complexa mundi medium locum. Illi autem octo
cursus in quibus eadem uis est duorum, septem efficiunt distinc­
tos interuallis sonos: qui numerus rerum omnium fere nodus est.
Quod docti homines neruis imitati atque cantibus aperuerunt
sibi reditum in hunc locum”.»
4. Exposito sphaerarum ordine motuque descripto, quo
septem subiectae in contrarium caelo feruntur, consequens est
ut qualem sonum tantarum molium impulsus efficiat hic requi­
ratur. 5. Ex ipso enim circumductu orbium sonum nasci neces-
se est, quia percussus aer, ipso interuentu ictus, uim de se fra­
goris emittit, ipsa cogente natura, ut in sonum desinat duorum
corporum uiolenta conlisio. Sed is sonus, qui ex qualicumque
aeris ictu nascitur, aut dulce quiddam in aures et musicum
defert, aut ineptum et asperum sonat. 6 . Nam si ictum obse-
1. 1. Eustazio, figlio a me più caro della luce, ti ricorderai
che, nel precedente commentario, l’esposizione era giunta alle
rivoluzioni della sfera stellata e delle altre sette sfere inferiori.
Adesso è arrivato il momento di parlare della loro modulazio­
ne armonica l.
2 . « “Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che
riempie le mie orecchie?” dissi. “E il suono” rispose “che separa­
to in funzione d’intervalli ineguali2 eppure distinti da una razio­
nale proporzione, è cagionato dalla spinta e dal moto delle sfere
stesse e che, temperando i toni acuti con i bassi, realizza varie e
proporzionate armonie. Del resto, movimenti così grandiosi non
potrebbero svolgersi in silenzio e natura esige che le estremità
risuonino di toni bassi l’una, acuti l’altra. 3. Ecco perché l’orbita
stellare suprema, la cui rotazione è la più veloce, si muove con
suono più acuto e concitato, mentre questa sfera lunare, la più
bassa, produce il suono più grave. La Terra, infatti, nono globo,
poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un’unica sede,
occupando il centro dell’universo. Le rimanenti otto orbite, poi,
all’interno delle quali due hanno la medesima velocità, produco­
no sette suoni distinti dai loro intervalli 3, il cui numero è, per
così dire, il nodo di tutte le cose. 1 dotti che hanno saputo imita­
re quest’armonia per mezzo delle budelle dei loro strumenti e
con i canti si sono aperti la via del ritorno in questo luogo”» 4.
4. Dopo aver fatto conoscere l’ordine in cui sono disposte
le sfere e spiegato il moto retrogrado delle sette sfere inferiori,
in opposizione a quello del cielo, è ora nostro compito interro­
garsi sul suono prodotto dall’impulso di queste potenti masse5.
5. Infatti il suono nasce necessariamente dalla rotazione stessa
delle sfere, perché l’aria, quando viene colpita, emette, per
intervento del colpo stesso, un forte fragore, com’è nella natu­
ra, in quanto la violenta collusione tra due corpi si risolve in un
suono 6. Ma questo suono, nato da una qualunque percussione
dell’aria 1, o si trasmette all’orecchio come qualcosa di dolce e
musicale o risuona discordante e aspro. 6 . Se il colpo avviene
ruatio numerorum certa moderetur, compositum sibique con­
sentiens modulamen educitur; at cum increpat tumultuaria et
nullis modis gubernata conlisio, fragor turbidus et inconditus
offendit auditum. 7. In caelo autem constat nihil fortuitum,
nihil tumultuarium prouenire, sed uniuersa illic diuinis legibus
et statuta ratione procedere. Ex his inexpugnabili ratiocinatio­
ne collectum est musicos sonos de sphaerarum caelestium
conuersione procedere, quia et sonum ex motu fieri necesse
est, et ratio quae diuinis inest fit sono causa modulaminis.
8 . Haec Pythagoras, primus omnium Graiae gentis homi­
num, mente concepit, et intellexit quidem compositum quid­
dam de sphaeris sonare, propter necessitatem rationis quae a
caelestibus non recedit. Sed quae esset illa ratio, uel quibus
obseruanda modis, non facile deprehendebat, cumque eum
frustra tantae tamque arcanae rei diuturna inquisitio fatigaret,
fors obtulit quod cogitatio alta non repperit. 9. Cum enim casu
praeteriret in publico fabros ignitum ferrum ictibus mollientes,
in aures eius malleorum soni certo sibi respondentes ordine
repente ceciderunt, in quibus ita grauitati acumina consona­
bant ut utrumque ad audientis sensum statuta dimensione
remearet, et ex uariis impulsibus unum sibi consonans nasce­
retur. 10. Hic occasionem sibi oblatam ratus, deprehendit ocu­
lis et manibus quod olim cogitatione quaerebat. Fabros adit et
imminens operi curiosius intuetur, adnotans sonos qui de sin­
gulorum lacertis conficiebantur. Quos cum ferientium uiribus
adscribendos putaret, iubet ut inter se malleolos mutent.
Quibus mutatis, sonorum diuersitas, ab hominibus recedens,
malleolos sequebatur. 1 1 . Tunc omnen curam ad pondera
eorum examinanda conuertit, cumque sibi diuersitatem pon­
deris quod habebatur in singulis adnotasset, aliis ponderibus in
secondo una legge numerica precisa, ne scaturisce un accordo
ben strutturato e armonico; ma quando il suono risulta da un
urto accidentale e senza essere governato da alcuna misura, un
rumore confuso offende sgradevolmente l’udito. 7. Ora, è sicu­
ro che in cielo niente avviene di fortuito o di accidentale, per­
ché lassù tutto procede secondo leggi divine e un piano stabi­
lito 8. Un ragionamento inattaccabile ha fatto trarre la conclu­
sione che il movimento circolare delle sfere celesti produce dei
suoni armoniosi, poiché da una parte è inevitabile che dal
moto si produca il suono e dall’altra la ragione insita nei corpi
divini implica l’armonia dei suoni.
8 . Pitagora fu il primo di tutti gli uomini di stirpe greca che
comprese questi fenomeni e capì che dalle sfere proveniva un
suono composito, a causa della necessità della ragione che non
fa mai difetto alle cose celesti. Ma non gli fu facile scoprire
quale fosse la natura di questa ragione e in che modo potesse
essere osservata; dopo essersi invano affaticato in lunghe e pro­
fonde meditazioni su un argomento di tal mole e così arcano,
un caso fortunato gli offrì ciò che fino allora si era negato alle
sue ostinate ricerche. 9. Passava per caso davanti ad una forgia
all’aperto in cui gli operai erano occupati a battere un ferro
incandescente per renderlo malleabile, quando improvvisa­
mente le sue orecchie furono colpite dai suoni dei martelli, che
rispondevano ad un certo ordine. In esso i suoni più acuti si
accordavano con quelli più gravi in modo che ciascuno dei due
toni ritornava a scuotere il nervo auditivo secondo un interval­
lo musicale uguale e risultava da questi diversi colpi un insie­
me armonico.9 10. Afferrando l’opportunità che gli si offriva,
Pitagora comprese, grazie al senso della vista e a quello del
tatto, ciò su cui da tempo indagava con la riflessione. Si avvici­
nò ai fabbri e scrutò attentamente tutti i procedimenti dell’o­
perazione, prendendo nota dei suoni prodotti dai colpi di ogni
singolo operaio. Persuaso dapprima che la differenza d’inten­
sità di quei suoni fosse da attribuirsi alla differenza di forze dei
martellatori, volle che i fabbri si scambiassero fra loro i martel­
li. Ma, una volta compiuto lo scambio, la diversità di suoni non
dipendeva dagli uomini, ma corrispondeva ai martelli. 11. Al­
lora tutte le sue osservazioni si diressero sulla pesantezza rela­
tiva ai martelli e dopo aver annotato la differenza di peso che
maius minusue excedentibus fieri malleos imperauit, quorum
ictibus soni nequaquam prioribus similes nec ita sibi conso­
nantes exaudiebantur. 1 2 . Tunc animaduertit concordiam
uocis lege ponderum prouenire, collectisque numeris, quibus
consentiens sibi diuersitas ponderum continebatur, ex malleis
ad fides uertit examen, et intestina ouium uel boum neruos
tam uariis ponderibus inligatis tetendit qualia in malleis fuisse
didicerat, talisque ex his concentus euenit qualem prior obse-
ruatio non frustra animaduersa promiserat, adiecta dulcedine
quam natura fidium sonora praestabat. 13. Hic Pythagoras,
tanti secreti compos, deprehendit numeros ex quibus soni sibi
consoni nascerentur, adeo ut, fidibus sub hac numerorum
obseruatione compositis, certae certis aliaeque aliis conuenien-
tium sibi numerorum concordia tenderentur, ut, una impulsa
plectro, alia, licet longe posita sed numeris conueniens, simul
sonaret.
14. Ex omni autem innumera uarietate numerorum pauci et
numerabiles inuenti sunt qui sibi ad efficiendam musicam
conuenirent. Sunt autem hi sex omnes: epitritus, hemiolius,
duplaris, triplaris, quadruplus, et epogdous.
15. Et est epitritus cum, de duobus numeris, maior habet
totum minorem et insuper eius tertiam partem, ut sunt quat­
tuor ad tria. Nam in quattuor sunt tria et tertia pars trium, id
est unum. Et is numerus uocatur epitritus, deque eo nascitur
symphonia quae appellatur Sta Teaaapcov. 16. Hemiolius est
cum, de duobus numeris, maior habet totum minorem et insu­
per eius medietatem, ut sunt tria ad duo. Nam in tribus sunt
duo et media pars eorum, id est unum. Et ex hoc numero, qui
hemiolius dicitur, nascitur symphonia quae appellatur 8 ià
t t é v t e . 17. Duplaris numerus est cum, de duobus numeris,

minor bis in maiore numeratur, ut sunt quattuor ad duo. Et ex


caratterizzava ciascuno di questi strumenti, si fece fare degli
altri martelli di peso differente, pili o meno pesanti; ma i suoni
prodotti dai loro colpi non erano per niente simili a quelli dei
precedenti, né più così consonanti fra loro. 1 2 . Pitagora allora
s’avvide che l’armonia del suono era regolata dai pesi e, dopo
aver rilevato i numeri che definivano la varietà armonica pro­
dotta dai diversi pesi, abbandonò i martelli e volse la sua inda­
gine agli strumenti a corda: mise in tensione budella di pecore
o nervi di buoi attaccandovi pesi differenti, identici a quelli che
aveva scoperto nei diversi martelli e ne risultò proprio il gene­
re d’accordo che la non inutile precedente osservazione aveva
fatto sperare; vi si aggiunse quella dolcezza che è conferita
dalla naturale sonorità degli strumenti a corda. 13. Padrone di
un così gran segreto, determinò allora i numeri da cui nasceva­
no i suoni di un accordo in modo che, utilizzando uno stru­
mento a corda la cui struttura si conformava a queste leggi
numeriche, determinate corde fossero tese secondo numeri
determinati e altre secondo altri numeri, rispettando la concor­
danza dei numeri che governavano l’armonia, cosicché, quan­
do una corda era fatta vibrare con un plettro, un’altra, che
poteva anche essere lontana dalla prima ma in accordo nume­
rico con essa, suonava contemporaneamente l0.
14. Tuttavia, da questa innumerevole gamma di numeri se
ne trovarono una quantità limitata e poco numerosa adatta a
formare degli accordi per produrre della musica. Questi si
riducono a sei e sono: l’epitrito, Pemiolio, la doppia, la tripla,
la quadrupla e l’epogdo u .
15. L’epitrito esprime il rapporto di due numeri di cui il
maggiore contiene tutto quanto il minore e inoltre la sua terza
parte, o che sono tra essi come quattro rispetto a tre. Infatti,
nel quattro c ’è il tre e il terzo di tre, ossia uno. Questo nume­
ro si chiama epitrito e genera l’accordo chiamato 8 i à t e a -
oàpcov [quarta]. 16. L’emiolio è il rapporto di due numeri di
cui il maggiore contiene interamente il minore e in più la sua
metà; per esempio tre rispetto a due. Infatti, nel tre c’è il due e
la sua metà, ossia uno. E da questo numero, detto emiolio, che
nasce l’accordo che si chiama Btòc t t e v t e [quinta]. 17. La dop­
pia è il rapporto di due numeri, di cui il maggiore contiene due
volte il minore, o che sono tra essi come quattro rispetto a due.
hoc duplari nascitur symphonia cui nomen est Sia Ttaocov.
18. Triplaris autem cum, de duobus numeris, minor ter in
maiore numeratur, ut sunt tria ad unum. Et ex hoc numero
symphonia procedit quae dicitur Sta T T aocov tca'i Sia TrévTe.
19. Quadruplus est cum, de duobus numeris, minor quater in
maiore numeratur, ut sunt quattuor ad unum. Qui numerus
facit symphoniam quam dicunt 815 Sia uaacòv. 2 0 . Epogdous
est numerus qui intra se habet minorem et insuper eius
octauam partem, ut nouem ad octo, quia, in nouem, et octo
sunt et insuper octaua pars eorum, id est unum. Hic numerus
sonum parit quem t ó v o v musici uocauerunt.
21. Sonum uero tono minorem ueteres quidem semitonium
uocitare uoluerunt. Sed non ita accipiendum est ut dimidius
tonus putetur, quia nec semiuocalem in litteris pro medietate
uocalis accipimus. 2 2 . Deinde tonus per naturam sui in duo
diuidi sibi aequa non poterit. Cum enim ex nouenario numero
constet, nouem autem numquam aequaliter diuidantur, tonus
in duas diuidi medietates recusat. Sed semitonium uocitaue-
runt sonum tono minorem, quem tam paruo distare a tono
deprehensum est quantum hi duo numeri inter se distant, id
est ducenta quadraginta tria et ducenta quinquaginta sex. 23.
Hoc semitonium Pythagorici quidem ueteres S ieoiv nomina­
bant, sed sequens usus sonum semitonio minorem Sieaiv con­
stituit nominandum. Plato semitonium AeTnwa uocitauit.
24. Sunt igitur symphoniae quinque id est Sta Teaaapcov,
Sia t t é v t e , Sta T T a a c ó v , Sia TTaacòv K a ì Sta t t é v t e , xai Sis
Sia T T a a c o v . Sed hic numerus symphoniarum ad musicam per­
tinet quem uel flatus humanus intendere uel capere potest
humanus auditus. Vitro autem se tendit harmoniae caelestis
accessio, id est usque ad quater Sta T t a a c ó v Kai Sia t t é v t e .
Nunc interim de his quas nominauimus disseramus. 25.
Symphonia Sia TEOaapcov constat de duobus tonis et hemito-
Tale doppia genera l’accordo che porta il nome di Sia T r a o c ò v
[ottava]. 18. La tripla, poi, è il rapporto che si verifica tra due
numeri quando il maggiore contiene esattamente tre volte il
minore, o che stanno l'uno all’altro come tre rispetto a uno. È
da questo rapporto che proviene l’accordo denominato Sia
Traocòv k cù Sia t t é v t e [ottava più quinta]. 19. La quadrupla
è il rapporto che si ha quando, dati due numeri, il maggiore
contiene quattro volte il minore, come quattro rispetto a uno.
Questo rapporto costituisce l’accordo che si chiama 8 \g Sia
Traocòv [doppia ottava]12. 20. L’epogdo è un numero che con­
tiene un numero minore e in più l’ottava parte di quest’ultimo;
tale è il rapporto di nove rispetto ad otto, perché nel nove c’è
l’otto e l’ottava parte di otto, ossia uno. Questo numero gene­
ra un intervallo che i musici designarono con il nome di TÓvos
[tono] 13.
2 1 . Gli Antichi vollero inoltre chiamare semitono il suono
inferiore al tono 14. Ma guardiamoci bene dal credere che si
tratti della metà di un tono, come del resto, in grammatica, non
consideriamo la semivocale come la metà di una vocale 15. 2 2 .
E poi il tono per sua natura non potrà essere diviso in due parti
uguali, poiché ha per base il numero nove, e il nove non è divi­
sibile per due; quindi il tono rifiuta la divisione in due. Ciò che
fu chiamato semitono, è l’intervallo, inferiore al tono, che si è
dimostrato essere così poco distante dal tono quanto lo sono
l’uno dall’altro i due numeri duecentoquarantatre e duecento-
cinquantasei. 16 23. Gli antichi Pitagorici chiamavano questo
semitono S i E O i g [diesis], ma l’uso posteriore stabilì di chiama­
re Sieois l’intervallo inferiore al semitono. Platone chiamò il
semitono Aerina [limma]. 17
24. Vi sono pertanto cinque accordi, vale a dire: Sia t e o -
a à p c o v [quarta], Sia t t é v t e [quinta], Sia Traocòv [ottava],
Sia Traocòv K a i Sia t t é v t e [ottava più quinta], Sì$ Sia
Traocòv [doppia ottava]. Ma questo numero d’accordi riguar­
da solo la musica che la voce umana può produrre o che l’orec­
chio umano può afferrare. 18 L’armonia celeste, però, va ben di
là da questi limiti, poiché giunge fino a quattro volte il Sia
Traocòv K a i Sia t t é v t e [quattro ottave più una quinta]. 19
Per adesso analizziamo gli accordi che abbiamo nominato.
25. L’accordo Sia T E o o à p c o v [di quarta] consta in due toni e
2. 1. Hinc Plato, postquam et Pythagoricae successione
doctrinae et ingenii proprii diuina profunditate cognouit nul­
lam esse posse sine his numeris iugabilem competentiam, in
Timaeo suo mundi animam per istorum numerorum contextio­
nem ineffabili prouidentia dei fabricatoris instituit. Cuius sen­
sus, si huic operi fuerit adpositus, plurimum nos ad uerborum
Ciceronis, quae circa disciplinam musicae uidentur obscura,
intellectum iuuabit. 2 . Sed ne quod in patrocinium alterius
expositionis adhibetur ipsum per se difficile credatur, pauca
nobis praemittenda sunt quae simul utriusque intellegentiam
faciant lucidiorem.
3. Omne solidum corpus trina dimensione distenditur.
Habet enim longitudinem, latitudinem, profunditatem, nec
potest inueniri in quolibet corpore quarta dimensio, sed his tri­
bus omne corpus solidum continetur. 4. Geometrae tamen alia
sibi corpora proponunt quae appellant mathematica, cogitatio­
ni tantum subicienda, non sensui. Dicunt enim punctum cor­
pus esse indiuiduum in quo neque longitudo, neque latitudo,
nec altitudo deprehendatur, quippe quod in nullas partes diui­
di possit. 5. Hoc protractum efficit lineam, id est corpus unius
dimensionis. Longum est enim, sine lato, sine alto, et duobus
punctis ex utraque parte solam longitudinem terminantibus
continetur. 6 . Hanc lineam si geminaueris, alterum mathemati­
cum corpus efficies, quod duabus dimensionibus aestimatur,
longo latoque, sed alto caret. Et hoc est quod apud illos super­
ficies uocatur. Punctis autem quattuor continetur, id est per
singulas lineas binis. 7. Si uero hae duae lineae fuerint duplica­
tae, ut subiectis duabus duae superponantur, adidetur profun­
ditas, et hinc solidum corpus efficitur, quod sine dubio octo
angulis continebitur: quod uidemus in tessera, quae Graeco
nomine KÙ(3og uocatur.
8. His geometricis rationibus adplicatur natura numero­
rum, et monas punctum putatur, quia sicut punctum, corpus
non est, sed ex se facit corpora: ita monas numerus esse non
dicitur, sed origo numerorum. 9. Primus ergo numerus in duo­
bus est, qui similis est lineae de puncto sub gemina puncti ter-
2. 1. Poi Platone, che aveva riconosciuto, grazie al retaggio
della dottrina pitagorica e alla divina profondità del suo genio,
che, senza questi numeri, non ci può essere alcun rapporto di
proporzione 21, nel suo Timeo formò l’Anima del Mondo attra­
verso la composizione di questi numeri grazie all'ineffabile
provvidenza del divino demiurgo 22. Il suo pensiero, se sarà
applicato a quest’opera, ci gioverà notevolmente nella com­
prensione dei termini di Cicerone, che, per quanto riguarda la
parte teorica della musica, sembrano oscuri. 2. Ma, per evitare
che quanto allegato a chiarimento dell’altra esposizione non sia
di per sé considerato difficile, dobbiamo premettere qualche
breve spiegazione che serva a renderli entrambi e contempora­
neamente più chiari.
3. Ogni solido si estende in tre dimensioni: lunghezza, lar­
ghezza e profondità. 23 Non c’è alcun corpo solido in natura
che possa presentare una quarta dimensione, ma ogni corpo
solido è compreso in queste tre. 4. Tuttavia i geometri ipotizza­
no altri corpi che chiamano matematici e che, non cadendo
sotto i sensi, appartengono solamente all’intelligibile 24. Infatti
essi dicono che il punto è un corpo indivisibile, in cui, per il
fatto che è impossibile dividerlo in parti, non si riscontrano né
lunghezza, né larghezza, né altezza 25. 5. Il prolungamento del
punto forma la linea, cioè un corpo a una dimensione: infatti
questo corpo si estende soltanto in lunghezza, senza larghezza
né altezza, ed è contenuto fra due punti che delimitano alle due
estremità la sola lunghezza. 6 . Se tracciate una seconda linea
contigua alla prima, avrete un altro corpo matematico, misura­
bile secondo due dimensioni, lunghezza e larghezza, ma privo
di profondità: lo si chiama, presso i geometri, superficie. Essa
è compresa tra quattro punti, due per ciascuna linea. 7. Se si
raddoppiano queste due linee in modo da porre due altre linee
sopra le due sottostanti, ne risulterà la profondità e si otterrà
così un solido, limitato, evidentemente, da otto angoli, come si
vede nel dado che in greco è chiamato ku (3o $ [cu b o]26.
8. La natura dei numeri si applica a queste relazioni geome­
triche e la monade diviene il punto, perché, come il punto, non
è un corpo ma realizza a partire da sé i corpi: così si dice che la
monade non è un numero, bensì l’origine dei numeri 27. 9. Il
primo numero, quindi, è il due, che è simile alla linea, prodot-
minatione productae. Hic numerus duo geminatus de se efficit
quattuor, ad similitudinem mathematici corporis, quod sub
quattuor punctis longo latoque distenditur. 10. Quaternarius
quoque ipse geminatus octo efficit, qui numerus solidum cor­
pus imitatur, sicut duas lineas diximus duabus superpositas
octo angulorum dimensione integram corporis soliditatem
creare; et hoc est quod apud geometras dicitur bis bina bis cor­
pus esse iam solidum. 1 1 . Ergo a pari numero accessio usque
ad octo soliditas est corporis; ideo inter principia huic numero
plenitudinem deputauit.
Nunc oportet ex impari quoque numero quem ad modum
idem efficiatur inspicere. 1 2 . Et quia tam paris quam imparis
numeri monas origo est, ternarius numerus prima linea esse
credatur. Hic triplicatus nouenarium numerum facit, qui et
ipse quasi de duabus lineis longum latumque corpus efficit,
sicut quaternarius, secundus de paribus, effecit. Item nouena-
rius triplicatus tertiam dimensionem praestat. Et ita a parte
imparis numeri in uiginti septem, quae sunt ter terna ter, soli­
dum corpus efficitur, sicut in numero pari bis bina bis, qui est
octonarius, soliditatem creauit. 13. Ergo, ad efficiendum utro-
bique solidum corpus, monas necessaria est et sex alii numeri,
id est terni a pari et impari: a pari quidem duo, quattuor, octo,
ab impari autem tria, nouem, uiginti septem.
14. Timaeus igitur Platonis, in fabricanda mundi anima
consilium diuinitatis enuntians, ait illam per hos numeros fuis­
se contextam, qui et a pari et ab impari cybum, id est perfec­
tionem soliditatis, efficiunt, non quia aliquid significaret illam
habere corporeum, sed, ut possit uniuersitatem animando
penetrare et mundi solidum corpus implere, per numeros soli­
ditatis effecta est.
15. Nunc ad ipsa Platonis uerba ueniamus. Nam, cum de
deo animam mundi fabricante loqueretur, ait: «Primam ex
omni fermento partem tulit; hinc sumpsit duplam partem prio­
ris, tertiam uero secundae hemioliam, sed primae triplam, et
quartam duplam secundae, quintam tertiae triplam, sextam
ta dall’estensione del punto e doppiamente delimitata da un
punto. Il numero due, raddoppiato, dà il numero quattro, che
si può assimilare al corpo matematico limitato da quattro punti
che si estende in lunghezza e in larghezza. 1 0 . Raddoppiando
il quattro, si ottiene il numero otto che può essere paragonato
al solido poiché, come abbiamo già detto, due linee sovrappo­
ste a due altre linee producono un corpo solido completo,
compreso tra otto angoli; è ciò che esprimono i geometri
dicendo che due volte due volte due formano ormai un corpo
solido. 1 1 . La solidità di un corpo risulta dunque da una pro­
gressione, a partire dal numero pari, fino all’otto; così, Cice­
rone attribuì a questo numero la pienezza tra i primi2S.
Occorre adesso vedere come la medesima cosa si realizzi
partendo dal numero dispari. 12. Poiché la monade è l’origine
tanto del numero pari che del numero dispari29, il numero tre
va considerato come la prima linea. Triplicandolo, si ottiene
nove; e questo a sua volta, com’era nel caso delle due linee, pro­
duce un corpo lungo e largo, allo stesso modo del quattro che
è il secondo dei numeri pari. Parallelamente il nove moltiplica­
to per tre fornisce la terza dimensione. Così, tra i numeri di­
spari, si ottiene un corpo solido con ventisette, che è tre volte
tre volte tre, come nel numero pari due volte due volte due,
ossia otto, crea un corpo solido30. 13. Ne consegue dunque che
per produrre, in ciascuna serie, un corpo solido è necessaria la
monade e sei altri numeri, tre tra i pari e tre tra Ì dispari: per i
pari, due, quattro e otto, per i dispari, tre, nove e ventisette31.
14. Così, quando il Timeo 32 di Platone ci spiega il criterio
seguito dalla divinità nel procedere alla formazione dell’Anima
del Mondo, dice che fu tessuta di quei numeri che dal pari e
dal dispari formano il cubo, cioè la perfezione della solidità.
Non perché volle significare che l’Anima ha qualcosa di corpo­
reo, bensì che, affinché possa compenetrare l’universo animan­
dolo e riempiendo il corpo solido del mondo, l’Anima è stata
costituita per mezzo di numeri che conferiscono la solidità.
15. Veniamo ora alle parole stesse di Platone. Infatti, par­
lando del dio occupato a fabbricare PAnima del Mondo, dice:
«Tolse la prima parte da questo caotico fermento, poi una
parte doppia della prima; ne tolse quindi una terza, emiolio
della seconda ma tripla rispetto alla prima; una quarta parte,
primae octuplam et septimam uicies septies a prima multipli­
catam. Post hoc spatia, quae inter duplos et triplos numeros
hiabant, insertis partibus adimplebat, ut binae medietates sin­
gula spatia colligarent, ex quibus uinculis hemiolii et epitriti et
epogdoi nascebantur».
16. Haec Platonis uerba ita a non nullis excepta sunt ut pri­
mam partem monada crederent; secundam, quam dixi duplam
prioris, dualem numerum esse confiderent; tertiam, ternarium
numerum, qui ad duo hemiolius est, ad unum triplus; et quar­
tam, quattuor, qui ad secundum, id est ad duo, duplus est;
quintam, nouenarium, qui ad tertium, id est ad tria, triplus est;
sextam autem, octonarium, qui primum octies continet; at
uero pars septima in uiginti et septem fuit, quae faciunt, ut
diximus, augmentum tertium imparis numeri. 17. Alternis
enim, ut animaduertere facile est, processit illa contextio, ut
post monadem, quae et par et impar est, primus par numerus
poneretur, id est duo; deinde sequeretur primus impar, id est
tria; quarto loco secundus par, id est quattuor; quinto loco
secundus impar, id est nouem; sexto loco tertius par, id est
octo; septimo loco tertius impar, id est uiginti et septem, ut,
quia impar numerus mas habetur et par femina, ex pari et
impari, id est ex mare et femina, nasceretur, quae erat uniuer-
sa paritura, et ad utriusque soliditatem usque procederet, quasi
solidum omne penetratura.
18. Deinde ex his numeris fuerat componenda, qui soli con­
tinent iugabilem competentiam, quia omni mundo ipsa erat
iugabilem praestatura concordiam. Nam duo ad unum dupla
sunt: de duplo autem 8 ià iraacòv symphoniam nasci iam dixi­
mus; tria uero ad duo hemiolium numerum faciunt: hinc oritur
8 ià t t e v t e ; quattuor ad tria epitritus numerus est: ex hoc com­
ponitur 5 tà T E aaàp cov; item quattuor ad unum in quadrupli
ratione censentur, ex quo symphonia 615 8 ià Ttaocov nascitur.
19. Ergo mundi anima, quae ad motum hoc quod uidemus
uniuersitatis corpus impellit, contexta numeris musicam de se
creantibus concinentiam, necesse est ut sonos musicos de motu
quem proprio impulsu praestat efficiat, quorum originem in
doppia delia seconda; una quinta, tripla della terza, una sesta,
ottupla della prima, e una settima, ventisette volte moltiplicata
la prima. 33 Dopo di ciò riempì gli intervalli che lasciavano tra
essi i numeri doppi e tripli, inserendovi delle parti in modo che
i singoli intervalli si trovassero legati da due medietà; questi
legami generarono gli emioli, gli epitriti e gli epogdoi 34».
16. Queste espressioni di Platone sono state interpretate da
parecchie persone nel modo seguente: la prima parte è la
monade; la seconda — che Platone disse doppia della prima —
è il numero due; la terza è il numero tre, emiolio di due e tri­
plo dell’unità; la quarta è il numero quattro, doppio di due; la
quinta è il nove, triplo di tre; la sesta è l’otto che contiene otto
volte l’unità; la settima parte è infine il numero ventisette, che,
come si è detto, è il terzo aumento nella serie dispari. 17. Come
è facile capire, in questa tessitura, i numeri pari si alternano coi
dispari; dopo la monade, che è insieme pari e dispari, viene il
due, primo numero pari; poi il tre, primo dispari; al quarto
posto il quattro, secondo pari; in quinta posizione il nove,
secondo dispari; al sesto posto l’otto, terzo pari; al settimo
posto segue il ventisette, terzo dispari; così, poiché il numero
dispari è ritenuto maschio ed il numero pari femmina, l’Anima
nasceva dal pari e dal dispari, cioè dal maschile e dal femmini­
le, poiché era destinata a generare l’universo e in ciascuna di
queste due serie giungeva alla solidità, destinata com’era a
compenetrare ogni corpo solido.
18. Occorreva, per di più, che fosse formata dei soli nume­
ri implicanti un rapporto di proporzione, essendo destinata ad
offrire un’armonia unificante all’universo intero. Infatti, due è
il doppio di uno: ora, il doppio, come abbiamo già indicato,
genera l’accordo Sia iraacóv [l’ottava]; il tre forma con due
un rapporto emiolio, che fa nascere il Sia t t é v t e [la quinta];
quattro e tre danno un rapporto epitrito, da cui si forma il Sia
TEooàpcov [la quarta]; allo stesso modo si misura tra il quat­
tro e l’uno un rapporto quadruplo, da cui scaturisce l’accordo
5ì$ 5 là Traacóv [la doppia ottava]. 19. Così l’Anima del
Mondo, che spinge al moto il corpo dell’universo come noi lo
vediamo, è stata intessuta per mezzo di numeri che generano
da se stessi l’armonia musicale, in modo da realizzare, dal
movimento al quale imprime il proprio impulso, dei suoni
fabrica suae contextionis inuenit. 2 0 . Ait enim Plato, ut supra
rettulimus, auctorem animae deum, post numerorum inter se
imparium contextionem, hemioliis, epitritis et epogdois et lim­
mate hiantia interualla supplesse.
21. Ideo doctissime Tullius in uerbis suis ostendit Platonici
dogmatis profunditatem. « “Quid hic”, inquam, “quis est qui
complet aures meas tantus et tam dulcis sonus?” “Hic est”,
inquit, “ille qui interuallis disiunctus imparibus sed tamen pro
rata parte ratione distinctis, impulsu et motu ipsorum orbium
efficitur”». 22. Vides ut interualla commemorat, et haec inter se
imparia esse testatur, nec diffitetur rata ratione distincta, quia
secundum Timaeum Platonis imparium inter se interualla
numerorum ratis ad se numeris, hemioliis scilicet, epitritis et
epogdois hemitoniisque distincta sunt, quibus omnis canora
ratio continetur. 23. Hinc enim animaduertitur quia haec
uerba Ciceronis numquam profecto ad intellectum paterent
nisi hemioliorum, epitritorum et epogdoorum ratione praemis­
sa, quibus interualla distincta sunt, et nisi Platonicis numeris,
quibus mundi anima est contexta, patefactis, et ratione prae­
missa cur ex numeris musicam creantibus anima intexta sit. 24.
Haec enim omnia et causam mundani motus ostendunt, quem
solus animae praestat impulsus, et necessitatem musicae conci-
nentiae, quam motui a se facto inserit anima innatam sibi ab
origine.
armoniosi, la cui origine ha trovato nel modo di composizione
della propria opera. 20. Dice infatti Platone, come abbiamo
appena riferito, che il dio autore dell’Anima, dopo aver intes­
suto tra essi dei numeri ineguali, colmò gli intervalli rimasti
vuoti con emioli, epitriti, epogdoi e semitoni.
21. Perciò il dottissimo Tullio Cicerone, nelle sue parole,
mostra la profondità della somma dottrina platonica: « “Ma che
suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le mie
orecchie?” dissi. “È il suono”, rispose, “che separato in funzione
d’intervalli ineguali, eppure distinti da una razionale proporzio­
ne, è cagionato dalla spinta e dal moto delle sfere stesse"». 2 2 .
Come vedi fa menzione degli intervalli e attesta che questi sono
ineguali tra essi, senza per altro contestare che siano caratteriz­
zati da un sistema razionale, perché, secondo il Timeo di
Platone, gli intervalli tra i numeri ineguali sono distinti da rap­
porti numerici proporzionali, quali gli emioli, gli epitriti, gli
epogdoi e i semitoni, che costituiscono l’insieme di ogni tipo di
armonia. 23. Si capisce bene da questo passo che sarebbe stato
impossibile comprendere il valore delle espressioni di Cice­
rone, se non le avessimo fatte precedere da una discussione sul
sistema degli emioli, gli epitriti e gli epogdoi, che distinguono
gli intervalli, e non si fossero spiegati i numeri che, secondo
Platone, sono entrati nella composizione dell’Anima del
Mondo e se non avessimo fatto conoscere la ragione per la
quale la struttura dell’Anima è stata ordita con Ì numeri che
creano la musica. 24. L’insieme di queste spiegazioni, infatti, ci
dà un’idea precisa sia della causa del moto dell’universo, dovu­
to al solo impulso dell’Anima, sia della necessità dell’armonia
musicale che l’Anima imprime al movimento nato da essa,
armonia che era in sé innata, fin dall'origine.

Fig. 26
Diagramma nell'incisione a stampa dell’edizione latina di
Macrobius, In Somnium Scipionis, Angeli Britannici, Brixiae, 1501.
3. 1. Hinc Plato in Re publica sua, cum de sphaerarum cae­
lestium uolubilitate tractaret, singulas ait Sirenas singulis orbi­
bus insidere, significans sphaerarum motu cantum numinibus
exhiberi. Nam Siren ‘deo canens’ Graeco intellectu ualet.
Theologi quoque nouem Musas octo sphaerarum musicos
cantus et unam maximam concinentiam, quae confit ex omni­
bus, esse uoluerunt. 2 . Vnde Hesiodus in Theogonia sua
octauam Musam Vraniam uocat, quia post septem uagas, quae
subiectae sunt, octaua stellifera sphaera superposita proprio
nomine caelum uocatur; et, ut ostenderet nonam esse et maxi­
mam, quam conficit sonorum concors uniuersitas, adiecit:
KaXAió-mn 0’n Sri T rp o c p E p E O T cc rT i è o t 'iv cmaaÉcov,

ex nomine ostendens ipsam uocis dulcedinem nonam Musam


uocari, nam KaÀÀióirri optimae uocis' Graeca interpretatio
est; et, ut ipsam esse quae confit ex omnibus pressius indicaret,
adsignauit illi uniuersitatis uocabulum : fj 5ri TTp0 <pEp£0 TCCTT|
Èot'iv àfraoscov. 3. Nam et Apollinem ideo Mouar}yÉTr)v
uocant, quasi ducem et principem orbium ceterorum, ut ipse
Cicero refert: «dux et princeps et moderator luminum reliquo­
rum, mens mundi et temperatio». 4. Musas esse mundi cantum
etiam Etrusci sciunt, qui eas ‘Camenas’, quasi ‘Canenas’ a
canendo dixeruut.
Ideo canere caelum etiam theologi comprobantes sonos
musicos sacrificiis adhibuerunt, qui apud alios lyra uel cithara,
apud non nullos tibiis aliisue musicis instrumentis fieri sole­
bant. 5. In ipsis quoque hymnis deorum, per stropham et anti-
stropham metra canoris uersibus adhibehantur, ut per stro­
pham rectus orbis stelliferi motus, per antistropham diuersus
uagarum regressus praedicaretur, ex quibus duobus motibus
3. 1. Per questo Platone, nella sua Repubblica, dove tratta
della rivoluzione delle sfere celesti, dice che su ciascuna di esse
c ’è una sirena che vi ha sede, volendo dire con ciò che il movi­
mento delle sfere produce un canto agli dèi. 35 Infatti la parola
sirena è, nell’accezione greca, l’equivalente di colei che canta
per la divinità. 36
Anche i teologi hanno inteso con le nove Muse gli accenti
melodiosi delle otto sfere celesti con il supremo accordo unico
che risulta dal tutto. 37 2 . Ecco perché Esiodo, nella sua
Teogonia, dà all’ottava musa il nome di Urania38: perché, dopo
le sette sfere erranti, che sono poste di sotto a essa, l’ottava, la
sfera stellare che sta loro di sopra, è il cielo propriamente
detto; e, per farci intendere che ce n’è una nona, più grande di
tutte, che risulta dall’unione di tutte le armonie assieme,
aggiunge:
KaXXióiTTì 0’f| Sri T rp c x p E p E O T c n T i è c j t i v àiraoécov ,
[Calliope: è questa fra tutte egregia] 39

significando con questo nome che la nona Musa è designata


dalla dolcezza stessa della voce: Calliope significa infatti, in
greco, «dotata di bellissima voce» 40; e per indicare espressa-
mente che è un insieme armonico risultante da tutte le altre, il
poeta le assegna un’espressione che indica l’universalità: 8 r]
TrpocpspEOTCCTT) ècrrìv cxttocoecov [è fra tutte egregia]. 3. E in
seguito a ciò che Apollo ha ricevuto il nome di Mouarj-
yÉTTjs41, considerandolo come guida e signore di tutte le altre
sfere, perché è, come riferisce lo stesso Cicerone: «guida,
sovrano e regolatore di tutti gli astri\ mente e moderatore dell’u­
niverso» 42.
4. Che le Muse rappresentino il canto dell’universo, lo
sanno anche gli Etruschi, che le chiamarono Camene, come a
dire «Canene», derivante dal verbo canere [cantare] . 43
Per questo motivo i teologi ancora 44, confermando l’idea
che il cielo canta, introdussero nei sacrifici della musica, che
era solita accompagnarli, presso alcuni, con la lira o la cetra, e,
presso altri, con delle tìbie 45 o altri strumenti a fiato. 5. Anche
in questi inni in onore degli dèi i metri erano applicati per stro­
fe ed antistrofe, a versi cantati, con la strofe che celebrava il
movimento diretto del cielo delle stelle fisse e l’antistrofe la
varietà dei movimenti retrogradi dei corpi erranti: da questi
primus in natura hymnus dicandus deo sumpsit exordium. 6 .
Mortuos quoque ad sepulturam prosequi oportere cum cantu
plurimarum gentium uel regionum instituta sanxerunt, persua­
sione hac, qua post corpus animae ad originem dulcedinis
musicae, id est ad caelum, redire credantur.
7. Nam ideo in hac uita omnis anima musicis sonis capitur,
ut non soli qui sunt habitu cultiores, uerum uniuersae quoque
barbarae nationes cantus, quibus uel ad ardorem uirtutis ani­
mentur, uel ad mollitiem uoluptatis resoluantur, exerceant,
quia in corpus defert memoriam musicae cuius in caelo fuit
conscia, et ita delenimentis canticis occupatur ut nullum sit
tam immite, tam asperum pectus, quod non oblectamentorum
talium teneatur affectu. 8 . Hinc aestimo et Orphei uel
Amphionis fabulam, quorum alter animalia ratione carentia,
alter saxa quoque trahere cantibus ferebantur, sumpsisse prin­
cipium, quia primi forte gentes uel sine rationis cultu barbaras,
uel saxi instar nullo affectu molles, ad sensum uoluptatis
canendo traxerunt.
9. Ita denique omnis habitus animae cantibus gubernatur,
ut et ad bellum progressui et item receptui canatur, cantu et
excitante et rursus sedante uirtutem.
Dat somnos adim itque...,

nec non curas et immittit et retrahit, iram suggerit, clementiam


suadet, corporum quoque morbis medetur, nam hinc est quod
aegris remedia praestantes praecinere dicuntur. 10. Et quid
mirum si inter homines musicae tanta dominatio est, cum aues
quoque, ut lusciniae, ut cygni aliaeue id genus, cantum ueluti
quadam disciplina artis exerceant, nonnullae uero uel aues uel
terrenae seu aquatiles beluae, inuitante cantu, in retia sponte
decurrant, et pastoralis fistula pastum progressis quietem
imperet gregibus? Nec mirum. 1 1 . Inesse enim mundanae ani­
mae causas musicae, quibus est intexta, praediximus. Ipsa
due movimenti ebbe inizio nella natura il primo inno consacra­
to alla Divinità. 46 6 . Le istituzioni di parecchie nazioni e reli­
gioni sancirono altresì che i defunti dovessero essere accompa­
gnati alla sepoltura col canto 47: nella convinzione che le anime,
all’uscita dal corpo, ritornassero, come credevano, all’origine
della dolcezza musicale, ossia al cielo.
7. E difatti, in questa vita ogni anima è preda dei suoni musi­
cali; tanto che non solo gli uomini civilizzati, ma anche tutte
quante le popolazioni barbare ricorrono a canti per stimolare
l’ardore del loro coraggio e per abbandonarsi ai languori della
voluttà: è perché l’anima porta nel corpo il ricordo della musi­
ca che ha conosciuto in cielo e si lascia talmente impadronire
dalle seduzioni del canto che non c’è cuore così feroce, così
rozzo che tali delizie non colmino d’emozione. 8 . E ciò, a mio
giudizio, che ha dato adito ai miti di Orfeo o di Amfione 48 che
con i loro canti, come si racconta, traevano a loro, il primo gli
animali privi di ragione, l’altro persino le pietre: è probabile che
siano stati i primi che, con la musica, indussero ad un sentimen­
to di piacere genti barbare, estranee all’uso della ragione, oppu­
re fino ad allora incapaci di emozione come la pietra.
9. Ogni disposizione della nostra anima, effettivamente,
obbedisce ai canti a tal punto che in guerra si suona l’ordine
d’attacco e, ugualmente, quello della ritirata, perché il canto
stimola e, al contrario, acquieta l’ardore guerriero 49.
Dà il sonno e lo toglie... ^

ma apporta anche o allontana le preoccupazioni, attizza la col­


lera e persuade alla clemenza, cura perfino le malattie del
corp o51: infatti da qui nasce l’utilizzo del verbo praecinere per
indicare l’attività di chi presta cure ai malati, cominciando con
gli incantesimi. 52 10. D ’altronde, ci si deve meravigliare del
grande potere che la musica esercita sull’uomo, quando si
vedono anche uccelli come gli usignoli, i cigni53 e altri di que­
sta specie, mettere una certa arte nel praticare il canto, quan­
do, tra gli animali che vivono nell’aria, nell’acqua e sulla terra,
alcuni vengono a gettarsi spontaneamente nelle reti, attratti dai
suoni, quando la zampogna del pastore mantiene in tranquilli­
tà le greggi che si recano ai pascoli? Non c’è niente di sorpren­
dente. 1 1 . Come abbiamo detto le cause della musica, infatti,
sono innate nell’Anima del Mondo, di cui intessono la struttu-
autem mundi anima uiuentibus omnibus uitam ministrat:
Hinc hominum pecudumque genus uitaeque uolantum
E t quae marmoreo fert monstra sub aequore pontus.

Iure igitur musica capitur omne quod uiuit, quia caelestis


anima, qua animatur uniuersitas, originem sumpsit ex musica.
1 2 . Haec, dum ad sphaeralem motum mundi corpus impellit,
sonum efficit qui «interuallis» est «disiunctus imparibus sed
tamen pro rata parte ratione distinctis», sicut a principio ipsa
contexta est. Sed haec interualla, quae in anima, quippe incor­
porea, sola aestimantur ratione, non sensu, quaerendum est
utrum et in ipso mundi corpore dimensio librata seruauerit.
13. Et Archimedes quidem stadiorum numerum deprehendis­
se se credidit quibus a terrae superficie luna distaret, et a luna
Mercurius, a Mercurio Venus, sol a Venere, Mars a sole, a
Marte Iuppiter, Saturnus a Ioue; sed et a Saturni orbe usque ad
ipsum stelliferum caelum omne spatium se ratione mensum
putauit. 14. Quae tamen Archimedis dimensio a Platonicis
repudiata est, quasi dupla et tripla interualla non seruans; et
statuerunt hoc esse credendum, ut, quantum est a terra usque
ad lunam, duplum sit a terra usque ad solem; quantumque est
a terra usque ad solem, triplum sit a terra usque ad Venerem;
quantumque est a terra usque ad Venerem, quater tantum sit a
terra usque ad Mercurii stellam; quantumque est ad
Mercurium a terra, nouies tantum sit a terra usque ad Martem;
et quantum a terra usque ad Martem est, octies tantum sit a
terra usque ad Iouem; quantumque est a terra usque ad Iouem,
septies et uicies tantum sit a terra usque ad Saturni orbem.
15. Hanc Platonicorum persuasionem Porphyrius libris
inseruit quibus Timaei obscuritatibus nonnihil lucis infudit,
aitque eos credere ad imaginem contextionis animae haec esse
in corpore mundi interualla, quae epitritis, hemioliis, epogdois,
hemitoniisque complentur et limmate, et ita prouenire concen­
tum cuius ratio, in substantia animae contexta, mundano quo-
ra. La stessa Anima del Mondo provvede poi alla vita di tutti
gli esseri viventi:
Di qui la razza degli uomini e gli armenti e gli uccelli
E i mostri che genera il mare sotto la marmorea distesa. 54

A buon diritto, tutto deve essere, dunque, soggiogato al


potere della musica, poiché l’Anima celeste, che tutto anima,
deve la sua origine alla musica. 1 2 . Quando imprime al corpo
dell’universo un movimento sferico, l’anima produce un suono
che è «separato in funzione d'intervalli ineguali, eppure distinti
da una razionale proporzione», come essa stessa fu da principio
intessuta. Ma questi intervalli, che, nell’Anima, in quanto
incorporea, sono soltanto intelligibili e non sensibili, bisogna
cercare di capire se una dimensione equilibrata li ha conserva­
ti anche nel corpo del mondo. 13. Archimede 55, è vero, crede­
va di avere scoperto il numero di stadi che separano la luna
dalla superficie terrestre, come Mercurio dalla luna, Venere da
Mercurio, il sole da Venere, Marte dal sole, Giove da Marte e
Saturno da Giove; ma anche tutto lo spazio che si estende dal­
l’orbita di Saturno fino al cielo stellato e s’immaginò di averlo
misurato con il calcolo. 14. La misurazione di Archimede fu
tuttavia respinta dai Platonici perché non rispettava gli inter­
valli doppi e tripli56; essi stabilirono che si dovesse credere che
la distanza dalla terra al sole è il doppio di quella dalla terra alla
luna; che la distanza dalla terra a Venere è il triplo di quella
dalla terra al sole; che quella dalla terra alla stella di Mercurio
è quadrupla rispetto a quella dalla terra a Venere; che la distan­
za dalla terra a Marte è uguale a nove volte quella dalla terra a
Mercurio; che la distanza della terra a Giove è otto volte quel­
la dalla terra a Marte; e, infine, che la distanza intercorrente
dalla terra all’orbita di Saturno è uguale a ventisette volte quel­
la dalla terra a Giove 57.
15. Porfirio 58 inserì questa convinzione dei Platonici nei
suoi trattati in cui gettò qualche luce sui punti oscuri del
Timeo. Egli dice che sono convinti che vi siano, a immagine
della struttura dell’Anima del Mondo, nel corpo del mondo gli
intervalli che sono riempiti dagli epitriti, dagli emioli, dagli
epogdoi e dai semitoni e dal limma59, che da ciò nasca l’armo­
nia il cui rapporto, inerente alla sostanza dell’anima, si trova
così inserito nel corpo del mondo, che è messo in movimento
que corpori, quod ab anima mouetur, inserta est. 16. Vnde ex
omni parte docta et perfecta est Ciceronis adsertio, qui «inte-
ruallis imparibus sed tamen pro rata parte ratione distinctis»
caelestem sonum dicit esse disiunctum.
dalTAnima 60. 16. Perciò l’affermazione di Cicerone è dotta e
perfetta in tutte le sue parti quando dichiara che il suono cele­
ste è separato «da intervalli ineguali, eppure distinti da una
razionale proporzione».

Fig. 27
Diagramma del cosmo con le indicazioni degli intervalli musicali
corrispondenti alle distanze tra i corpi celesti e alle loro diverse velo­
cità di rotazione: Terra-Luna, un tono intero; Luna-Mercurio-
Venere, un semitono ciascuno; Venere-Sole, tre semitoni; Sole-Marte,
un tono intero; M arte-Giove-Saturno, un semitono ciascuno;
Saturno-Stelle fisse, tre toni interi. Collezione di manoscritti astrono­
mici, Salzburg, ca. 820.
4. 1 . Nunc locus admonet ut de grauitate et acumine sono­
rum diuersitates quas adserit reuoluamus: «Et natura fert ut
extrema ex altera parte grauiter, ex altera autem acute sonent.
Quam ob causam summus ille caeli stellifer cursus, cuius conuer­
sio est concitatior, acute excitato mouetur sono, granissimo
autem hic lunaris atque infimus».
2 . Diximus numquam sonum fieri nisi aere percusso. Vt
autem sonus ipse aut acutior aut grauior proferatur, ictus effi­
cit qui, dum ingens et celer incidit, acutum sonum praestat, si
tardior lentiorue, grauiorem. 3. Indicio est uirga quae, dum
auras percutit, si impulsu cito feriat, sonum acuit; si lentiore, in
grauius frangit auditum. In fidibus quoque idem uidemus,
quae, si tractu artiore tenduntur, acute sonant, grauius laxio­
res. 4. Ergo et superiores orbes, dum pro amplitudine sua
impetu grandiore uoluuntur, dumque spiritu, ut in origine sua,
fortiore tenduntur, propter ipsam, ut ait, concitatiorem
conuersionem, «acute excitato mouentur sono, granissimo
autem hic lunaris atque infimus», quoniam spiritu, ut in extre­
mitate languescente iam uoluitur, et propter angustias, quibus
penultimus orbis artatur, impetu leniore conuertitur.
5. Nec secus probamus in tibiis, de quarum foraminibus
uicinis inflantis ori sonus acutus emittitur, de longinquis autem
et termino proximis, grauior; item, acutior per patentiora fora­
mina, grauior per angusta. Et utriusque causae ratio una, quia
spiritus, ubi incipit, fortior est, defectior ubi desinit, et quia
maiorem impetum per maius foramen impellit, contra autem
in angustis contingit et eminus positis.
4. X. Questo passo c’induce adesso a ritornare sulle diffe­
renze tra i suoni bassi e i suoni acuti di cui Cicerone assicura:
«E la natura esige che le due estremità risuonino di toni bassi
l’una, acuti l’altra. Ecco perché l’orbita stellare suprema, la cui
rotazione è la più veloce, si muove con suono più acuto e conci­
tato, mentre questa sfera lunare, la più bassa, produce il suono
più grave» 61.
2 . Abbiamo detto che non ci può essere suono se l’aria non
viene percossa 62. Ora, la maggior gravità o la maggior acutez­
za dei suoni dipende dal modo in cui l’aria è sferzata; se il
colpo che riceve è potente e rapido, il suono sarà acuto; sarà
grave, se il colpo vibrato è lento e debole. 3. L’esempio è quel­
lo di una bacchetta che colpisce l’aria; se le s’imprime un movi­
mento veloce, produrrà suono acuto; un movimento vibrato
più lentamente, colpirà l’udito con un tono più basso. Anche
nelle corde sonore constatiamo lo stesso fenomeno: tese molto
strettamente, emettono un suono acuto; con una tensione
meno forte, hanno una sonorità più grave. 4. Quindi anche le
orbite superiori, avendo uno slancio rotatorio più potente 63 in
quanto hanno più massa ed essendo governate da un soffio più
vigoroso in quanto più vicino alla sua origine64, a causa di que­
sta loro stessa rivoluzione più rapida come dice Cicerone «si
muovono con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera
lunare, la più bassa, produce il suono più grave», innanzi tutto
perché la rotazione obbedisce ad un soffio ormai indebolito in
quanto si trova giunto all’estremità e anche perché la sua rivo­
luzione è sottomessa ad uno slancio più lento, a causa degli
stretti limiti in cui è confinata dalla sua orbita che occupa la
penultima posizione. 65
5. Le tibie ci offrono assolutamente le stesse particolarità:
dai fori più vicini all’imboccatura provengono dei suoni acuti,
mentre i fori più lontani e vicini all’altra estremità, emettono
un suono più grave; allo stesso modo dai fori più ampi esce un
suono più acuto, da quelli più stretti se ne trae un suono più
basso. In entrambi i casi la spiegazione è la stessa: il soffio è più
forte appena emesso, mentre s’indebolisce al suo termine, e,
inoltre, esce con maggior impeto attraverso fori più ampi, men­
tre accade il contrario se il soffio esce da fori stretti e posti lon­
tano dall’imboccatura. 66
6 . Ergo orbis altissimus, et ut in immensum patens, et ut
spiritu eo fortiore quo origini suae uicinior est incitatus, sono­
rum de se acumen emittit; uox ultimi et pro spatii breuitate et
pro longinquitate iam frangitur. 7. Hinc quoque apertius
adprobatur spiritum, quanto ab origine sua deorsum recedit,
tanto circa impulsum fieri leniorem, ut circa terram, quae ulti­
ma sphaerarum est, tam concretus, tam densus habeatur, ut
causa sit terrae in una sede semper haerendi, nec in quamlibet
partem permittatur moueri, obsessa undique circumfusi spiri­
tus densitate; in sphaera autem ultimum locum esse qui medius
est, antecedentibus iam probatum est.
8. Ergo uniuersi mundani corporis sphaerae nouem sunt.
Prima, illa stellifera, quae proprio nomine caelum dicitur et
ÒTTÀavris apud Graecos uocatur, «arcens et continens ceteras».
Haec ab oriente semper uoluitur in occasum; subiectae sep­
tem, quas uagas dicimus, ab occidente in orientem feruntur;
nona, terra, sine motu. 9. Octo sunt igitur quae mouentur, sed
septem soni sunt qui concinentiam de uolubilitate conficiunt,
propterea quia Mercurialis et Venerius orbis, pari ambitu
comitati solem, uiae eius tamquam satellites obsequuntur, et
ideo a nonnullis astronomiae studentibus eandem uim sortiti
existimantur. Vnde ait: «Illi autem octo cursus in quibus eadem
uis est duorum, septem efficiunt distinctos interuallis sonos: qui
numerus rerum omnium fere nodus est».
10. Septenarium autem numerum rerum omnium nodum
esse plene, cum de numeris superius loqueremur, expressimus;
ad illuminandam, ut aestimo, obscuritatem uerborum Cice­
ronis de musica, tractatus succinctus a nobis qua licuit breuita­
te sufficiet. 11. Nam netas et hypatas aliarum que fidium uoca-
bula percurrere, et tonorum uel limmatum minuta subtilia, et
quid in sonis pro littera, quid pro syllaba, quid pro integro
6 . Perciò l’orbita più elevata, d’immense dimensioni e che
compie la sua rivoluzione spinta da un soffio tanto più forte
quanto è più vicino alla sua origine, emette il più acuto dei
suoni, mentre invece la nota emessa dall’ultima sfera, sia per la
ristrettezza dello spazio che per la lontananza, è la più flebile.
7. Possiamo quindi constatare anche con maggior chiarezza
che il soffio, nella sua spinta, quanto più si allontana dalla sua
origine, tanto più s’indebolisce, al punto che, intorno alla terra,
ultima delle sfere, è così spesso e denso, che, per tal ragione, la
terra resta sempre immobile nella stessa sede e non le è conces­
so muoversi da alcuna parte, oppressa com’è da ogni lato dalla
densità del soffio che la circonda; ora in una sfera il punto più
basso si trova al suo centro, come è stato dimostrato in un capi­
tolo precedente 67.
8. Le sfere dell’intero corpo dell’universo sono dunque
nove. La prima è quella stellata, che chiamiamo propriamente
«cielo» e che tra i Greci prende il nome di cxTTÀavris [immo­
bile], «che rinserra e contiene tutte le altre» 68. Si muove sem­
pre da oriente ad occidente. Le sette sfere collocate sotto di
essa, che chiamiamo «erranti», ruotano da occidente ad orien­
te; la nona, la terra, è senza movimento 69. 9. Otto sono dun­
que le sfere in movimento, ma vi sono solo sette suoni nell’ar­
monia prodotta dalla loro rotazione, perché le orbite di
Mercurio e di Venere, compagni di viaggio del sole in un tra­
gitto d’eguale velocità, seguono i suoi spostamenti come delle
guardie del corpo; perciò, secondo parecchi studiosi d’astro­
nomia, sembrano aver ricevuto la medesima velocità70. Donde
l’affermazione di Cicerone; «le rimanenti otto orbite-, poi, all’in­
terno delle quali due hanno la medesima velocità, producono
sette suoni distinti dai loro intervalli, il cui numero è, per così
dire, il nodo di tutte le cose» 71.
10. Il fatto che il numero sette sia il nodo di tutte le cose è
stato pienamente dimostrato, quando abbiamo parlato in pre­
cedenza dei numeri; 72 per chiarire, a mia opinione, l’oscurità
dei termini ciceroniani riguardanti la musica, la nostra breve
esposizione, concisa quanto era possibile, basterà. 11. Passare
in rassegna le ne te e le hypate 73 e i termini indicanti le altre
corde sonore, come le minute sottigliezze relative ai toni e ai
semitoni, esporre ciò che nei suoni corrisponde alla lettera, alla
nomine accipiatur adserere ostentantis est, non docentis. 12.
Nec enim quia fecit in hoc loco Cicero musicae mentionem,
occasione hac eundum est per uniuersos tractatus qui possunt
esse de musica, quos, quantum mea fert opinio, terminum
habere non aestimo, sed illa sunt persequenda quibus uerba,
quae explananda receperis, possint liquere, quia, in re natura­
liter obscura, qui in exponendo plura quam necesse est super­
fundit addit tenebris, non adimit densitatem.
13. Vnde finem de hac tractatus parte faciemus, adiecto
uno quod scitu dignum putamus, quia, cum sint melodiae
musicae tria genera, enarmonium, diatonum et chromaticum,
primum quidem propter nimiam sui difficultatem ab usu
recessit, tertium uero est infame mollitie, unde medium, id est
diatonum, mundanae musicae doctrina Platonis adscribitur.
14. Nec hoc inter praetereunda ponemus, quod musicam
perpetua caeli uolubilitate nascentem ideo clare non sentimus
auditu, quia maior sonus est quam ut humanarum aurium reci­
piatur angustiis. Nam si Nili Catadupa ab auribus incolarum
amplitudinem fragoris excludunt, quid mirum si nostrum
sonus excedit auditum, quem mundanae molis impulsus emit­
tit? 15. Nec enim de nihilo est quod ait «qui complet aures meas
tantus et tam dulcis sonus», sed uoluit intellegi quod, si eius qui
caelestibus meruit interesse secretis completae aures sunt soni
magnitudine, superest ut ceterorum hominum sensus munda­
nae concinentiae non capiat auditum.

5. 1 . Sed iam tractatum ad sequentia conferamus. « Vides


habitari in terra raris et angustis locis, et in ipsis quasi maculis
uhi habitatur uastas solitudines interiectas} eosque qui incolant
terram non modo interruptos ita esse ut nihil inter ipsos ab aliis
ad alios manare possit, sed partim obliquos, partim transuersos,
sillaba o ad una parola intera 74, si addice a chi vuole mettersi
in mostra e non insegnare. 1 2 . Non è perché Cicerone, in que­
sto passo, ha fatto menzione della musica, che si debba appro-
fittare di questa opportunità per addentrarci in tutti i trattati di
musica esistenti, che, credetemi, sono a non finire. Dobbiamo
limitarci alle nozioni suscettibili di chiarire le espressioni che ci
siamo ripromessi di spiegare: dire più del necessario in simili
argomenti per loro natura oscuri, è ispessire le tenebre invece
di dissiparne la densità.
13. Quindi termineremo questa parte del trattato, aggiun­
gendo solamente una precisazione che, secondo noi, merita di
essere conosciuta: vi sono tre generi di armonia musicale, l’e­
narmonico, il diatonico ed il cromatico: il primo, in realtà, è
caduto in disuso, a causa della sua estrema difficoltà, il terzo
poi è venuto in discredito per la sua fiacchezza: è quello di
mezzo, ossia il genere diatonico, che la dottrina di Platone
assegna alia musica cosmica 75.
14. Una cosa ancora che non dobbiamo dimenticare di dire
è il fatto che se non udiamo distintamente la musica prodotta
dal perpetuo movimento rotatorio del cielo, è a causa dell in-
tensità del suono superiore a quello che può essere percepito
dalle limitate possibilità del nostro orecchio. E difatti, se il
grande frastuono delle cateratte 76 del Nilo resta escluso alle
orecchie degli abitanti vicini, c’è da stupirsi che il rimbombo
prodotto dal movimento della massa cosmica oltrepassi le
nostre facoltà auditive 77 ? 15. Non è dunque senza intenzione
che Scipione dice: «Ma che suono è questo, così intenso e armo­
nioso, che riempie le mie orecchie?». Ha voluto far capire che,
se le orecchie di chi meritò d’essere ammesso a partecipare ai
segreti celesti si trovano riempite dalla grandezza del suono 7S,
indubbiamente la percezione degli altri uomini non può affer­
rare con l’udito l’armonia universale.

5 . 1 . Ma passiamo adesso al commento delle parole seguen­


ti: « Vedi che sulla terra i luoghi abitati sono rari e angusti e che
questa sorta di macchie in cui si risiede è inframmezzata da enor­
mi solitudini e che, inoltre, gli abitanti della terra non solo sono
separati al punto che, tra di loro, nulla può propagarsi dagli uni
agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto a voi, in posizione
partim etiam aduersos stare uobis, a quibus expectare gloriam
certe nullam potestis. 2 . Cernis autem eandem terram quasi qui­
busdam redimitam et circumdatam cingulis, e quibus duos maxi­
me inter se diuersos et caeli uerticibus ipsis ex utraque parte sub­
nixos obriguisse pruina uides, medium autem illum et maximum
solis ardore torreri. 3. Duo sunt habitabiles, quorum australis
ille, in quo qui insistunt aduersa uobis urgent uestigia, nihil ad
uestrum genus; hic autem alter subiectus aquiloni quem incolitis
cerne quam tenui uos parte contingat. Omnis enim terra quae
colitur a uobis, angusta uerticibus, lateribus latior, parua quae­
dam est insula, circumfusa illo mari quod Atlanticum, quod
Magnum, quem Oceanum appellatis in terris; qui tamen tanto
nomine quam sit paruus uides».
4. Postquam caelum quo omnia continentur, et subiectarum
sphaerarum ordinem motumque, ac de motu sonum caelestis
musicae modos et numeros explicantem, et aerem subditum
lunae, Tullianus sermo, per necessaria et praesenti operi apta
ductus, ad terram usque descripsit, ipsius iam terrae descrip­
tionem uerborum parcus, rerum fecundus absoluit. 5. Et enim
maculas habitationum ac de ipsis habitatoribus alios interrup­
tos aduersosque, obliquos etiam et transuersos alios nominan­
do, terrenae sphaerae globositatem tantum non coloribus pin­
xit. 6 . Illud quoque non sine perfectione doctrinae est, quod
cum aliis nos non patitur errare qui terram semel cingi oceano
crediderunt. Nam si dixisset «omnis terra... parua quaedam est
insula circumfusa illo mari...», unum oceani ambitum dedisset
intellegi; sed adiciendo «quae colitur a uobis...», ueram eius
diuisionem, de qua paulo post disseremus, nosse cupientibus
intellegendam reliquit.
7. De quinque autem cingulis ne quaeso aestimes duorum
Romanae facundiae parentum, Maronis et Tullii, dissentire
obliqua, altri trasversale, altri ancora si trovano addirittura
all’opposto. Da essi, non potete di certo attendere alcuna gloria!
2. Nota, d’altro canto, che questa stessa terra è in un certo senso
avvolta e cinta da fasce: due di esse, le più lontane possibili l’una
dall’altra e poste sotto gli stessi poli opposti del cielo, sono asse­
diate-, come vedi, dal ghiaccio e dalla galaverna, mentre la fascia
centrale, la più estesa, è arsa dalla vampa del sole. 3. Due sono le
zone abitabili: di esse l’australe, nella quale gli abitanti lasciano
impronte opposte alle vostre, non ha nulla a che fare con la
vostra razza. Quanto a quest’altra, invece, esposta ad Aquilone,
che abitate voi, guarda in che minima misura vi appartiene.
Infatti tutta la terra che è da voi abitata, stretta ai vertici e più
larga ai lati, è per così dire un isolotto circondato da quel mare
che sulla terra chiamate Atlantico, Mare Magno o Oceano, ma
che, a dispetto del nome altisonante, vedi bene quanto sia minu­
scolo» 79.
4. Cicerone, dopo averci descritto il cielo che avvolge il
mondo intero, l’ordine e il moto delle sfere inferiori, cosi come
il suono dovuto a questo moto, che produce i modi e i numeri
di questa musica celeste, l’aria sottostante la luna, si trova
necessariamente condotto a prendere in esame la descrizione
della terra 80; l’esposizione ciceroniana ci offre una descrizione
della stessa terra81, tanto parca di parole quanto ricca d’imma­
gini. 5. Infatti, quando ci parla delle macchie formate dalle
zone abitate, di questi abitanti separati gli uni dagli altri e
viventi in una posizione diametralmente opposta alla nostra o
che hanno rispettive posizioni sia oblique sia trasversali, dipin­
ge, della sfericità della terra, un quadro al quale non mancano
che i colori82. 6 . Ci rivela ancora la perfezione della sua dottri­
na non permettendoci di cadere, con altri, nell’errore consi­
stente nel credere che terra è avvolta da una sola cinta oceani­
ca 83. Infatti, se avesse detto semplicemente: «tutta la terra . . . è
per così dire un isolotto circondato da quel mare» avrebbe dato
ad intendere che l’oceano faceva il giro di essa una sola volta;
ma aggiungendo «da voi abitata... », ci dà la vera divisione del
globo terrestre, di cui tratteremo oltre 84, e che lascia intende­
re a coloro che sono desiderosi d’istruirsi.
7. Riguardo alle cinque fasce, non credere, ti prego, che le
dottrine dei due grandi padri dell’eloquenza romana, Virgilio e
doctrinam, cum hic ipsis cingulis terram redimitam dicat, ille
isdem quas Graeco nomine zonas uocat adserat caelum teneri.
Vtrumque enim incorruptam ueramque nec alteri contrariam
retulisse rationem procedente disputatione constabit.
8 . Sed ut omnia quae hoc loco explananda recepimus lique­
re possint, habendus est primum sermo de cingulis, quia, situ
eorum ante oculos locato, cetera erunt intellectui proniora.
Prius autem qualiter terram coronent, deinde quemadmodum
caelum teneant explicandum est,
9. Terra nona et ultima sphaera est. Hanc diuidit horizon, id
est finalis circulus de quo ante rettulimus. Ergo medietas cuius
partem nos incolimus sub eo caelo est quod fuerit super ter­
ram, et reliqua medietas sub illo quod, dum uoluitur, ad ea loca
quae ad nos uidentur inferiora descendit: in medio enim loca­
ta ex omni sua parte caelum suspicit. 10. Huius igitur ad cae­
lum breuitas, cui punctum est, ad nos uero immensa globosi­
tas, distinguitur locis inter se uicissim pressis nimietate uel fri­
goris uel caloris, geminam nacta inter diuersa temperiem. 1 1 .
Nam et septemtrionalis et australis extremitas perpetua obri­
guerunt pruina, et hi uelut duo sunt cinguli quibus terra redi­
mitur, sed ambitu breues quasi extrema cingentes. Horum
uterque habitationis impatiens est, quia torpor ille glacialis nec
animali nec frugi uitam ministrat: illo enim aere corpus alitur
quo herba nutritur. 12. Medius cingulus, et ideo maximus,
aeterno adflatu continui caloris ustus, spatium, quod et lato et
ambitu prolixius occupauit nimietate feruoris facit inhabitabi­
le uicturis. Inter extremos uero et medium, duo maiores ulti­
mis, medio minores, ex utriusque uicinitatis intemperie tempe­
rantur, in hisque tantum uitales auras natura dedit incolis car­
pere.
Cicerone, differiscano a questo proposito per il fatto che il
secondo assicura che queste fasce cingono la terra, mentre il
primo asserisce che esse, da lui designate col nome greco di
zone, occupano il cielo. Il seguito della discussione stabilirà che
entrambi hanno presentato una teoria irreprensibile e vera e
non contraddittoria l’una con l’altra 85.
8 . Ma per rendere più facili da capire tutti i passi che abbia­
mo deciso di commentare, dobbiamo cominciare col parlare
delle fasce, giacché, una volta che avremo chiara davanti ai
nostri occhi la loro posizione, il resto diventerà più comprensi­
bile. Spieghiamo prima di tutto come coronano la terra; dire­
mo poi in che modo occupano il cielo.
9. La terra è la nona e l’ultima sfera. L’orizzonte, o il circo­
lo delimitante di cui si è già trattato 86, la divide in due parti
uguali. Così l’emisfero di cui occupiamo una parte si trova
sotto quella parte di cielo che è sopra la terra; l’altra metà è
sotto quella parte di cielo che, nel suo movimento di rotazione,
discende in direzione delle regioni che rispetto a noi sembrano
inferiori, perché, collocata al centro della sfera universale, la
terra guarda il cielo da ogni sua parte. 1 0 . Nella sua piccolezza
in confronto al cielo — è solamente un punto insignificante 87
— , ma nella sua immensità sferica rispetto a noi, essa si divide
alternativamente in regioni oppresse da un eccesso o di freddo
o di calore, disponendo, in mezzo ad esse, di due contrade
temperate. 1 1 . Le estremità settentrionali e australi sono, infat­
ti, gelate da ghiacci perenni e sono come due fasce che circon­
dano la terra, di piccole dimensioni, però, perché cingono le
estremità del globo. Entrambe queste terre non hanno abitan­
ti, perché il torpore glaciale non dà vita agli animali, né ai vege­
tali; perché lo stesso clima che nutre il corpo alimenta la vege­
tazione. 12. La fascia centrale, e conseguentemente la più gran­
de, arroventata dal perpetuo spirare di un calore incessante, è
venuta ad occupare, tanto in larghezza quanto in circonferen­
za, la zona più vasta che la sua temperatura eccessiva rende ina­
bitabile agli eventuali esseri viventi 88. Ma tra le fasce estreme
e quella centrale ve ne sono due, maggiori di quelle estreme e
più piccole di quella di mezzo, che godono di una temperatu­
ra che modera le sregolatezze delle due fasce adiacenti; sono le
sole in cui la natura ha accordato agli abitanti di godere di aure
vivificanti 89.
13. Et quia animo facilius inlabitur concepta ratio descrip­
tione quam sermone, esto orbis terrae cui adscripta sunt A B C
D; et circa,A, adscribantur N et L; circa B autem M et K; et
circa C, G et I; et circa D, E et F; et ducantur rectae lineae a
signis ad signa quae dicimus, id est a G in I, ab M in N, a K in
L, ab E in F. 14. Spatia igitur duo aduersa sibi, id est unum a
C usque ad lineam quae in I ducta est, alterum a D usque ad
lineam quae in F ducta est, intellegantur pruina obriguisse per­
petua: est enim superior septentrionalis, inferior australis
extremitas. Medium uero, ab N usque in L, zona sit torrida.
Restat ut cingulus ab I usque ad N de subiecto calore et supe­
riore frigore temperetur, rursus ut zona quae est inter L et F
accipiat de superiecto calore et subdito rigore temperiem. 15.
Nec excogitatas a nobis lineas quas duximus aestimetur: circi
sunt enim, de quibus supra rettulimus, septentrionalis et
australis et tropici duo. Nam aequinoctialem hoc loco quo de
terra loquimur non oportet adscribi, qui opportuniore loco
rursus addetur.
16. Licet igitur sint hae
... duae mortalibus aegris
munere concessae diuum

quas diximus temperatas, non tamen ambae zonae hominibus


nostri generis induitae sunt, sed sola superior, quae est ab I
usque ad N, incolitur ab omni quale scire possumus hominum
genere, Romani Graeciue sint uel barbari cuiusque nationis.
17. Illa uero ab L usque ad F sola ratione intellegitur quod
propter similem temperiem similiter incolatur; sed a quibus,
neque licuit umquam nobis nec licebit agnoscere: interiecta
enim torrida utrique hominum generi commercium ad se
denegat commeandi.
18. Denique de quattuor habitationis nostrae cardinibus
oriens, occidens et septentrio suis uocabulis nuncupantur, quia
ab ipsis exordiis suis sciuntur a nobis; nam etsi septentrionalis
extremitas inhabitabilis est, non multo tamen est a nobis remo-
13. Siccome un sistema concettuale penetra più facilmente
nello spirito con l’aiuto di una figura 90 che con una descrizio-
ne verbale, sia il globo terrestre un cerchio rappresentato dalla
lettere A B C D , S’iscrivano da parti opposte rispetto ad A i
punti N e L, da parti opposte rispetto a B i punti M e K, rispet­
to a C, G e I, rispetto a D, E e F e si traccino delle linee rette
da un punto all’altro di quelli detti, cioè da G a I, da M a N,
da K a L, da E a F. 1 4 . 1 due spazi alle estremità, il primo com­
preso tra il punto C e la linea che va fino a I e il secondo tra D
e la linea che va fino a F, rappresentano le zone rese gelate da
un ghiaccio perenne: si tratta infatti dell’estremità superiore,
quella settentrionale, e di quella inferiore, l’australe. Nel
mezzo, da N a L, si trova la zona torrida. Risulta quindi che la
fascia tra I e N è temperata dal calore di quella inferiore e dal
freddo della fascia superiore e, viceversa, che la zona tra L e F
deve il suo clima temperato al calore della zona superiore e al
freddo di quella inferiore. 15. Non bisogna credere che queste
linee che abbiamo appena tracciato siano una nostra invenzio­
ne; raffigurano effettivamente i due circoli polari di cui si è in
precedenza parlato, il settentrionale e l’australe, e i due tropi­
ci. Non occorre qui, a proposito della terra, occuparci del cir­
colo equinoziale, su cui ritorneremo fra poco in un contesto
più adatto 91.
16. Sebbene queste regioni che abbiamo chiamato temperate
ai miseri mortali furono concesse, per dono degli dei 92,

agli uomini della nostra stirpe non è stato tuttavia concesso il


possesso di entrambe, ma solo la zona superiore che occupa lo
spazio tra I e N è abitata da tutto il genere umano che ci è dato
conoscere: Romani, Greci e barbari di tutte le nazioni. 17. In
quanto alla zona situata tra L e F, che ha un clima uguale, il
ragionamento solo ci fa supporre che anch’essa sia abitata. Ma
non sappiamo e non potremo mai sapere da chi sia abitata, per­
ché la zona torrida che si trova in mezzo impedisce agli abitan­
ti delle due zone reciproci contatti,
18. Infine, dei quattro punti cardinali della sfera terrestre
da noi abitata, tre solamente, oriente occidente e settentrione,
conservano le loro proprie denominazioni, per la ragione che
possiamo determinare i luoghi dove hanno origine; perché, per
quanto i confini settentrionali siano del tutto inabitabili, non
ta. 19. Quarto uero nostrae habitationis cardini causa haec
alterum nomen dedit, ut meridies, non australis uocaretur, quia
et ille est proprie australis qui de altera extremitate procedens
aduersus septentrionali est, et hunc meridiem iure uocitari
facit locus, de quo incipit nobis; nam quia sentiri incipit a
medio terrae in qua est usus diei, ideo tamquam quidam medi-
dies, una mutata littera meridies nuncupatus est.
20. Sciendum est autem quod uentus qui per hunc ad nos
cardinem peruenit, id est auster, ita in origine sua gelidus est ut
apud nos commendabilis est blando rigore septentrio; sed quia
per flammam torridae zonae ad nos commeat, admixtus igni
calescit et qui incipit frigidus, calens peruenit. 2 1 . Neque enim
uel ratio uel natura pateretur ut ex duobus aequo pressis rigo­
re cardinibus dissimili tactu flatus emitterentur. Nec dubium
est nostrum quoque septentrionem ad illos qui australi adia-
cent propter eandem rationem calidum peruenire, et austrum
corporibus eorum genuino aurae suae rigore blandiri.
22. Eadem ratio nos non permittit ambigere quin per illam
quoque superficiem terrae, quae ad nos habetur inferior, inte­
ger zonarum ambitus quae hic temperatae sunt eodem ductu
temperatus habeatur, atque ideo illic quoque eaedem duae
zonae a se distantes similiter incolantur. 23. Aut dicat quisquis
huic fidei obuiare mauult quid sit quod ab hac eum definitio­
ne deterreat. Nam si nobis uiuendi facultas est in hac terrarum
parte quam colimus, quia, calcantes humum, caelum suspici­
mus super uerticem, quia sol nobis et oritur et occidit, quia cir­
cumfuso fruimur aere cuius spiramus haustu, cur non et illic
aliquos uiuere credamus ubi eadem semper in promptu sunt?
sono tuttavia molto lontani da noi. 19. Riguardo al quarto
punto cardinale della nostra parte abitata, gli è stato invece
dato un altro nome; lo si chiama mezzogiorno e non australe,
perché è definito propriamente australe il punto che, situato
all’altra estremità, è diametralmente opposto al settentrione; e
ciò fa sì che si utilizzi per esso, a buon diritto, il termine di
mezzogiorno, che è il punto in cui per noi comincia. Poiché si
comincia a percepire a partire dalla parte di mezzo della terra
in cui si gode la luce del giorno, considerandolo come una
sorta di medidies [metà giornata], lo si è chiamato, con uno
scambio di lettera, meridies [mezzogiorno] 93.
20. Dobbiamo inoltre sapere che il vento che ci viene da
questo punto cardinale, l’Austro, è gelido al momento della
sua origine, così come, quando arriva nelle nostre contrade, il
vento di settentrione si raccomanda per il suo gradevole refri­
gerio; ma, forzato per la sua direzione ad attraversare l’aria
arroventata della zona torrida, l’Austro mescolandosi col fuoco
si riscalda ed il suo soffio, poc’anzi freddo, ci giunge caldo. 2 1 :
D ’altra parte, né la ragione né la natura permetterebbero che
due punti cardinali, oppressi da un egual freddo, emettessero
dei venti così sensibilmente dissimili. Non possiamo dubitare,
per la stessa ragione, che anche il nostro vento di settentrione
non giunga caldo agli abitanti delle zone adiacenti al polo
australe e che l’Austro rechi sollievo ai loro corpi col suo sof­
fio originariamente freddo.
22. Questo stesso ragionamento non ci permette di dubita­
re che, anche per quella parte di superficie terrestre, che rite­
niamo sia sotto di noi, l’intero perimetro delle zone che da quel
lato sono temperate non debba ritenersi temperato con il
medesimo tracciato; e, di conseguenza, che si ritrovino laggiù
due zone, distanti tra esse, e ugualmente abitate. 23. O allora,
se c’è qualcuno che preferisce opporsi a questa convinzione,
che ci dica che cosa gli fa respingere la nostra affermazione . 94
Infatti, se la nostra esistenza ci è possibile in questa parte della
terra in cui abitiamo, perché, calpestando il suolo, vediamo il
cielo sopra le nostre teste, perché il sole sorge e tramonta per
noi, perché godiamo dell’aria che ci circonda e la respiriamo
inalandola, perché non dovremmo credere che non esistano
laggiù altri abitanti che hanno a disposizione sempre le stesse
condizioni 95?
24. Nam qui ibi dicuntur morari eandem credendi sunt spi­
rare auram, quia eadem est in eiusdem zonalis ambitus conti­
nuatione temperies; idem sol illis et obire dicetur nostro ortu
et orietur cum nobis occidet; calcabunt aeque ut nos humum,
et super uerticem semper caelum uidebunt; 25. nec metus erit
ne de terra in caelum decidant, cum nihil umquam possit ruere
sursum. Si enim nobis, quod adserere genus ioci est, iusum
habetur ubi est terra et susum ubi caelum, illis quoque susum
erit quod de inferiore suspicient, nec aliquando in superna
casuri sunt. 26. Adfirmauerim quoque et apud illos minus
rerum peritos hoc aestimare de nobis, nec credere posse nos in
quo sumus loco degere, sed opinari, si quis sub pedibus eorum
temptaret stare, casurum. Numquam tamen apud nos quis­
quam timuit ne caderet in caelum, ergo nec apud illos quis­
quam in superiora casurus est, sicut «omnia nutu suo pondera »
in terram ferri superius relata docuerunt. 27. Postremo quis
ambigat in sphaera terrae ea quae inferiora dicuntur superiori­
bus suis esse contraria, ut est oriens occidenti? Nam in utraque
parte par diametros habetur. Cum ergo et orientem et occiden­
tem similiter constet habitari, quid est quod fidem huius quo­
que diuersae sibi habitationis excludat?
28. Haec omnia non otiosus lector in tam paucis uerbis
Ciceronis inuenìet. Nam cum dicit terram cingulis suis «redi­
mitam atque circumdatam», ostendit per omne terrae corpus
eandem temperatorum cingulorum continuatam esse tempe­
riem; et cum ait in terra maculas habitationum uideri, non eas
dicit quae in parte nostrae habitationis non nullis desertis locis
interpositis incoluntur. 29. Non enim adiceret «in ipsis maculis
uastas solitudines interiectas », si ipsas solitudines diceret, inter
24. Infatti si deve ritenere che i suddetti abitanti di laggiù
respirino la stessa aria, poiché lo stesso clima temperato regna
nelle loro zone su tutta la lunghezza dell’identica circonferen­
za; hanno lo stesso sole, di cui si dirà per loro che tramonta
quando sorge per noi e che sorgerà quando deve tramontare
per loro; come noi calcheranno il suolo e sopra la loro testa
vedranno sempre il cielo; 25. né avranno timore di cadere dalla
terra nel cielo, perché niente può mai cadere verso l’alto.
Infatti, se da noi si ritiene il basso là dov’è la terra e l’alto là
dov’è il cielo (cosa che per noi soltanto dirla è ridicola), anche
per loro l’alto sarà ciò verso il quale dal basso levano lo sguar­
do, né mai potranno cadere nelle regioni a loro soprastanti. 26.
Arriverei ad affermare che anche quelli meno istruiti tra loro
pensano lo stesso a proposito di noi e non possono credere che
noi possiamo vivere nel luogo dove siamo, convinti che se qual­
cuno provasse a stare in piedi nella regione sotto di loro, fini­
rebbe per cadere. Nessuno di noi, ciò nonostante, ha mai
temuto di cadere nel cielo: dunque neppure presso di loro
qualcuno è destinato a cadere verso l’alto 96; perché verso la
terra «sono attratti tu tti i gravi, per una forza che è loro pro­
pria» 97, come ha dimostrato un precedente ragionamento 98.
27. Inoltre, ci si contesterà che nella sfera terrestre le regioni
che sono dette inferiori siano all’opposto di quelle che le sono
superiori, come è l’oriente rispetto all’occidente? Infatti un
diametro, da qualunque parte sia tracciato, è sempre uguale.
Essendo dunque provato che l’oriente e l’occidente sono
entrambi abitati, quale ragione vi è per escludere che vi sia una
sede abitata, diametralmente opposta a questa 99?
28. Tutto ciò che ho appena detto un lettore diligente lo
può trovare nelle righe così concise 100 di Cicerone. Infatti
dicendo che la terra è «avvolta e cinta da» sue «fasce», in effet­
ti mostra che un identico clima mite proprio alle fasce tempe­
rate regna senza discontinuità su tutto quanto il corpo della
terra; e quando dice che le parti abitate sulla terra sembrano
formare delle macchie, non si riferisce alle parti popolate del
globo che abitiamo con, intervallate, alcune aree desertiche.
29. Infatti non aggiungerebbe: «questa sorta di macchie in cui si
risiede è inframmezzata da enormi solitudini », se volesse riferir­
si solamente a questi spazi desertici, in mezzo ai quali si distin-
quas certae partes macularum instar haberentur, sed quia
maculas dicit has quattuor quas in duobus terrae hemisphaeriis
binas esse ratio monstrauit, bene adiecit «interiectas solitudi­
nes».
30. Nam sicut pars quae habitatur a nobis multa solitudi­
num interiectione distinguitur, credendum est in illis quoque
tribus aliis habitationibus similes esse inter deserta et culta
distinctiones. 31. Sed et quattuor habitationum incolas et rela­
tione situs et ipsa quoque standi qualitate depinxit. Primum
enim ait alios praeter nos ita incolere terram ut a se interrupti
nullam commeandi ad se habeant facultatem, et uerba ipsa
declarant non eum de uno hominum genere loqui in hac super­
ficie a nobis solius torridae interiectione diuiso. Sic enim magis
diceret: «ita interruptos ut nihil ab illis ad uos manare possit»;
sed dicendo: ita «interruptos ut nihil inter ipsos ab aliis ad alios
manare possit », qualiter inter se illa hominum genera sint diui-
sa significat. 32. Quod autem uere ad nostram partem referre­
tur, adiecit, dicendo de illis qui et a nobis et a se in uicem diui-
si sunt: «partim obliquos, partim transuersos, partim etiam
aduersos stare» nobis.
Interruptio ergo non unius generis a nobis, sed omnium
generum a se diuisorum refertur, quae ita distinguenda est. 33.
Hi quos separat a nobis perusta, quos Graeci c c v t o ik o u s
uocant, similiter ab illis qui inferiorem zonae suae incolunt
partem, interiecta australi gelida separantur; rursus illos ab
antoecis suis, id est per nostri cinguli inferiora uiuentibus, inte­
rlectio ardentis sequestrat, et illi a nobis septentrionalis extre­
mitatis rigore remouentur. 34. Et quia non est una omnium
adfinis continuatio, sed interiectae sunt solitudines ex calore
uel frigore mutuum negantibus commeatum, has terrae partes
quae a quattuor hominum generibus incoluntur ‘maculas habi-
gue un certo numero di parti considerate al pari di macchie.
Ma siccome intende parlare di queste quattro macchie che sap­
piamo per ragionamento essere in numero di due su ogni emi­
sfero terrestre101, di proposito usa questa espressione: «infram­
mezzata da enormi solitudini».
30. Difatti, se la zona che abitiamo è caratterizzata dalla fre­
quente interposizione d’immense solitudini, è verosimile che
anche nelle altre tre regioni abitate vi siano simili divisioni tra
terre deserte e popolate. 31. Cicerone ha inoltre descritto gli
abitanti di queste quattro regioni, sia riguardo al luogo dove
vivono, sia in base alla posizione che li caratterizza. Comincia
col dire che altri uomini, oltre a noi, popolano la terra ma, iso­
lati gli uni dagli altri, non hanno possibilità di intrattenere rela­
zioni; ed il modo in cui si esprime mostra che non parla di un
gruppo umano unico che, sul nostro emisfero, sarebbe da noi
diviso dalla barriera della zona torrida. In questo caso, infatti,
avrebbe detto piuttosto che questi uomini «sono separati al
punto che nulla può propagarsi fino a noi», ma dicendo che
«sono separati al punto che, tra d i loro, nulla può propagarsi
dagli uni agli altri», indica sufficientemente il genere di separa­
zione esistente tra questi gruppi umani. 32. Per ciò che riguar­
da precisamente la nostra parte, Cicerone aggiunge poi, par­
lando di quei popoli che sono separati da noi e tra essi, che
«sono disposti, in posizione obliqua, altri trasversale, altri anco­
ra si trovano addirittura all’opposto » rispetto a noi m .
La separazione non è quindi tra una sola razza e noi, ma tra
tutte le razze, divise tra di loro e tale separazione va distinta nel
seguente modo. 33. Coloro da cui ci separa la zona torrida, che
i Greci chiamano ó c v t o ik o i [antecì] 103, sono similmente sepa­
rati da coloro che abitano la parte inferiore della loro zona per
l’interposizione della zona glaciale australe; questi, a loro volta,
sono isolati dai loro propri anteci, cioè da coloro i quali vivo­
no nella parte inferiore della nostra fascia, dalla barriera della
zona torrida, e questi ultimi sono tenuti a distanza da noi dal
freddo glaciale dell’estremità settentrionale. 34. E poiché non
esiste una sola soluzione di continuità di prossimità tra tutte
queste popolazioni, ma vi sono inframmezzate distese deserti­
che dove una temperatura cocente o fredda impedisce una
reciproca comunicazione, Cicerone dà il nome di «macchie in
tationum’ uocauit. 35. Quemadmodum autem ceteri omnes
uestigia sua figere ad nostra credantur, ipse distinxit, et austra­
les quidem aperte pronuntiauit aduersos stare nobis, dicendo
«quorum australis ille, in quo qui insistunt aduersa uobis urgent
uestigia»-. et ideo aduersi nobis sunt quia in parte sphaerae
quae contra nos est morantur. 36. Restat inquirere quos tran-
suersos et quos obliquos nobis stare memorauerit, sed nec de
ipsis potest esse dubitatio quin transuersos nobis stare dixerit
inferiorem zonae nostrae partem tenentes, obliquos uero eos
qui australis cinguli deuexa sortiti sunt.

c c

Fig. 28 Fig. 29
Schema delle fasce terrestri, Raffigurazione delle fasce del
tratto dai manoscritti Parisinus globo terrestre nell’incisione a
Latinus 6370 (Tours?, inizi IX stampa dell’edizione latina di
sec.); Parisinus Latinus 16677 Macrobius, In Somnium Scipio­
(Fleury?, IX sec.) e Coloniensis, nis, Angeli Britannici, Brixiae,
Dombibl. 186 (Germania?, IX 1501.
sec.).
cui si risiede» alle parti della terra occupate dai quattro gruppi
umani, 35. Quanto al modo in cui si pensa che gli abitanti delle
altre tre zone poggino i loro piedi rispetto a noi, lo ha persino
precisato e ha formulato chiaramente che gli abitanti dell’emi­
sfero australe stanno nella posizione opposta alla nostra dicen­
do: «{la fascia) australe, nella quale gli abitanti lasciano impron­
te opposte alle vostre »; e perciò sono opposti a noi poiché risie­
dono nella parte della sfera terrestre che è opposta a noi m . 36.
Resta da chiedersi quali siano coloro per i quali, rispetto a noi,
ha menzionato una posizione trasversale e una obliqua; ma su
di essi non possono esserci dubbi: quelli che dice di stare di
traverso rispetto a noi occupano la parte inferiore della nostra
zona e in quanto a quelli che ci sono obliqui posseggono la
zona declinante della fascia australe.

Fig. 30 Fig. 31
La medesima raffigurazione La stessa “carta a zone” in
delle fasce del globo terrestre Ambrosius Theodosius Macro­
nell’illustrazione tratta dall’edi­ bius, Commentarii in Somnium
zione del Commentarium in som­ Scipionis, MS Strozzi, 74, fol. 63,
nium Scipionis di Franciscus (XII secolo), Firenze, Biblioteca
Eyssenhardt, B. G. Teubner, Medicea Laurenziana.
Leipzig, 18932.
Fig. 32 Fig. 33
Ancora la rappresentazione Il diagramma delle cinque
dell’emisfero celeste, proiezione zone della terra in una pagina del
reciproca di quello terrestre, in Macrobius, Commentarii in Som­
un manoscritto del Commento al nium Scipionis (NKS 218 4°), ma­
Sogno di Scipione di Macrobio, noscritto su pergamena (Francia
Parisinus Latinus 6371, XI seco­ meridionale?, ca. 1150), fol. 34r,
lo, Paris, Bibliothèque nationale Copenhagen, Det Kongelige
de France. Bibliotek.

Fig. 34
Il diagramma delle cinque zone della terra di Macrobio in una pa­
gina di Lambert of St. Omer, Liber Floridus, (Lille e Ninove, 1460),
MS KB, 72 A 23 particolare del fol. 15v, Aia, Koninklijke Biblio-
theek.
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Fig. 35 ■■■ •ni&#w -V,
«i'iinneum uèMMtMr'J'AerA*■«*;vt-
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Il diagramma delle cinque «H btttlKS f a m f * u t r A m f • 7«». n w n 1 _ -m*i 1 »■•#

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rtwoMm- dnutt^fì^M dtftuiitu' etnnf"^nrm- tp* *
una pagina del manoscritto
T i r a w - H M . 'i ' M l . l ' F i i n v 'v n i M T , w r t l r « < l - - t N i w « J « *
76.33, fol. 47r, secolo XI, Fi­
renze, Biblioteca Medicea Lau-
renziana.

Fig. 36 Fig. 37
Ricostruzione del globo ter­ Esempio d’inclinazione di un
restre di Cratete di Mallo (180- modello della terra abitata sull’o­
150 a.C.). Illustrazione tratta da rizzonte di Rodi, punto abituale
James Oliver Thomson, History degli antichi geografi (a 36° di lati­
of Ancient Geography, University tudine nord), in cui la nostra
Press, Cambridge, 1948, p. 203. regione abitata si trova nel qua­
drante situato al di sopra dell’oriz­
zonte con le rispettive posizioni
degli antoeci, transversi e obliqui.
6. 1. Superest ut de terrae ipsius spatiis, quanta habitationi
cesserint, quanta sint inculta referamus, id est quae sit singulo­
rum dimensio cingulorum. Quod ut facile dinoscas, redeun­
dum tibi est ad orbis terrae descriptionem quam paulo ante
subiecimus, ut per adscriptarum litterarum notas ratio dimen­
sionum lucidius explicetur,
2 . Omnis terrae orbis, id est circulus qui uniuersum ambi­
tum claudit, cui adscripta sunt A B C D, ab his qui eum ratio­
ne dimensi sunt in sexaginta diuisus est partes. 3. Habet autem
totus ipse ambitus stadiorum ducenta quinquaginta duo milia.
Ergo singulae sexagesimae extenduntur stadiis quaternis mili­
bus ducenis. Et sine dubio medietas eius, quae est a D per
orientem, id est per A usque ad C, habet triginta sexagesimas
et stadiorum milia centum uiginti sex. Quarta uero pars, quae
est ab A usque ad C, incipiens a medio perustae, habet sexage­
simas quindecim et stadiorum milia sexaginta et tria. Huius
quartae partis mensura relata, constabit totius ambitus plena
dimensio.
4. Ab A igitur usque ad N, quod est medietas perustae,
habet sexagesimas quattuor, quae faciunt stadiorum milia
sedecim cum octingentorum adiectione. Ergo omnis perusta
sexagesimarum octo est, et tenet stadiorum milia triginta tria et
sexcenta insuper. 5. Latitudo autem cinguli nostri qui tempe­
ratus est, id est ab N usque ad I, habet sexagesimas quinque,
quae faciunt stadiorum milia uiginti unum; et spatium frigidae,
ab I usque ad C, habet sexagesimas sex, quae tenent stadiorum
uiginti quinque milia ducenta. 6 . Ex hac quarta parte orbis ter­
rarum, cuius mensuram euidenter expressimus, alterius quar­
tae partis magnitudinem, ab A usque ad D, pari dimensionum
distinctione cognosces. Cum ergo quantum teneat sphaerae
superficies quae ad nos est in omni sua medietate cognoueris,
de mensura quoque inferioris medietatis, id est a D per B
usque ad C, similiter instrueris. 7. Modo enim quia orbem ter­
rae in plano pinximus, in plano autem medium exprimere non
possumus sphaeralem tumorem, mutuati sumus altitudinis
intellectum a circulo qui magis horizon quam meridianus uide-
6. 1. Ci rimane adesso da precisare, a proposito delle regio­
ni della terra, di quante siano abitate e quante siano inagibili,
cioè della dimensione di ciascuna delle fasce. Per capire tutto
ciò più facilmente, devi riferirti alla raffigurazione della sfera
terrestre, che abbiamo proposto poco fa lft5: i segni forniti dalle
lettere che vi figurano faranno seguire più chiaramente il rap­
porto delle dimensioni.
2. L’intero giro della terra, ossia il cerchio che racchiude
l’intera circonferenza, rappresentata dai punti A B C D, è stata
divisa, da coloro che ne hanno calcolato le dimensioni, in ses­
santa parti. 3. Ora l’intera circonferenza è di duecentocinquan-
taduemila sta d i10é. Ne consegue che ogni sessantesimo misura
quattromiladuecento stadi. Senza dubbio la semicirconferenza,
che da D, andando verso oriente, passando per A arriva a C,
comprende trenta sessantesimi e misura centoventiseimila
stadi. La quarta parte, poi, che va da A a C, iniziando dalla
metà della zona torrida, è quindici sessantesimi e sessantatre-
mila stadi. Una volta nota la misura di questa quarta parte di
circonferenza, si avrà l’insieme delle misure della circonferen­
za intera.
4. Dunque, da A a N, la metà della zona torrida, occupa
quattro sessantesimi, che fa sedicimilaottocento stadi. Così la
zona torrida intera è di otto sessantesimi e si estende su trenta-
tremilaseicento stadi. 5. L’ampiezza, invece, della nostra fascia
temperata, che va da N fino a I, occupa cinque sessantesimi,
che corrispondono a ventunmila stadi e la parte glaciale, com­
presa da I a C, occupa sei sessantesimi, che si estendono su
venticinquemiladuecento stadi. 6 . Da questa quarta parte della
circonferenza terrestre, la cui misura abbiamo appena stabilito
chiaramente, ricaverai, per mezzo di uguali divisioni spaziali, la
grandezza dell’altra quarta parte, che va da A a D 107. Quindi,
una volta nota la dimensione dell’intera metà della superficie
della sfera che abitiamo, adopererai lo stesso procedimento per
misurare anche la metà inferiore 108, che si estende da D a C
passando per B. 7. Soltanto che, a causa del fatto che abbiamo
raffigurato il globo terrestre su una superficie piana, non
abbiamo potuto rappresentare sul piano la convessità mediana
della sfera, ma, per cercare di dare un’idea del volume, ci
siamo serviti, per la nostra dimostrazione, di un circolo che
tur. Ceterum uolo hoc mente percipias ita nos hanc protulisse
mensuram tamquam a D per A usque ad C pars terrae superior
sit cuius partem nos incolimus, et a D per B usque ad C pars
terrae habeatur inferior.

7. 1. Hoc quoque tractatu proprium sortito finem, nunc


illud quod probandum promisimus adseramus: hos cingulos et
bene Maronem caelo et bene terrae adsignasse Ciceronem, et
utrumque non discrepantia, sed consona eademque dixisse. 2 .
Natura enim caeli hanc in diuersis terrae partibus temperiem
nimietatemque distinxit, et qualitas uel frigoris uel caloris,
quae cuilibet aetheris parti semel inhaesit, eadem inficit par­
tem terrae quam despicit ambiendo. 3. Et quia has diuersitates,
quae certis finibus terminantur, cingulos in caelo uocauerunt,
necesse est totidem cingulos etiam hic intellegi, sicut in breuis-
simo speculo cum facies monstratur ingens, tenent in angusto
membra uel liniamenta ordinem quem sua in uero digesserat
amplitudo. Sed hic quoque adserendi quod dicitur minuemus
laborem oculis subiciendo picturam.
4. Esto enim caeli sphaera A B C D, et intra se claudat
sphaeram terrae, cui adscripta sunt S X T V; et ducatur in caeli
sphaera circulus septentrionalis ab I usque in O, tropicus
aestiuus a G in P, et aequinoctialis a B in A, et tropicus hiema­
lis ab F in Q, et australis ab E in R; sed et zodiacus ducatur ab
F in P; rursus, in sphaera terrae, ducantur idem limites cingu­
lorum quos supra descripsimus, in N, in M, in L, in K. 5. His
depictis, sine difficultate constabit singulas terrae partes a sin­
gulis caeli partibus super uerticem suurn positis qualitatem
circa nimietatem uel temperiem mutuari. Nam quod est susum
a D usque ad R, hoc despicit terram ab S usque ad K: et quod
est in caelo ab R usque ad Q, hoc inficit terram a K usque ad
L: et quod in caelo est a Q usque in P, tale facit in terra ab L
sembra più un orizzonte che un meridiano . 109 Del resto, voglio
che tu abbia bene in mente il modo in cui abbiamo ottenuto
questa misurazione: come se lo spazio da D a C, attraverso A,
fosse l ’emisfero superiore di cui occupiamo una parte e lo spa­
zio da D a C, passando per B, fosse da considerare l’emisfero
inferiore.

7. 1. Giunta alla fine sua propria anche questa trattazione,


adempiamo adesso l’impegno che ci eravamo presi di dimo­
strare che non c’è discrepanza tra Virgilio Marone e Cicerone
e che entrambi hanno avuto ragione nell’attribuire queste fasce
il primo al cielo ed il secondo alla terra e che hanno detto cose
concordanti n0. 2. La natura del cielo, infatti, ha arrecato alle
diverse parti della terra questo clima temperato o eccessivo, e
il freddo e il caldo, qualità inerenti fin da principio a una qua-
lunque parte dell’etere, che permea corrispondentemente la
parte della terra che vede sotto di sé nel suo roteare m . 3. E sic­
come queste diverse regioni, delimitate da confini precisi 112,
hanno ricevuto nel cielo il nome di «fasce», è necessario ipotiz­
zare, anche qui sulla terra, altrettante «fasce», come una gran­
de figura che, riflettendosi in un piccolissimo specchio, ci rin­
via, in scala ridotta, tutte le sue parti e i suoi lineamenti nelle
stesse proporzioni che si osservano nella loro grandezza natu­
rale. Ma anche in questo caso ridurremo la fatica di farci capi­
re proponendo qui di seguito la vista di uno schema.
4. Sia, infatti, la sfera celeste A B C D, racchiudente dentro
di sé la sfera terrestre, indicata dalle lettere S X T V; sulla sfera
celeste tracciamo il circolo settentrionale da I a O; il tropico
estivo da G a P, il circolo equinoziale da B a A, il tropico inver­
nale da F a Q e il circolo australe da E a R; e tracciamo poi lo
zodiaco da F a P; e sulla sfera terrestre si traccino parallela-
mente le stesse demarcazioni delle fasce, che abbiamo sopra
descritto con N, M, L e K 113. 5. Tracciata questa figura, si con­
staterà facilmente che ciascuna delle divisioni della terra riceve
dalla parte di cielo posta sopra di essa il clima eccessivamente
caldo o freddo e il clima temperato. Infatti, l’arco celeste che
va da D a R domina la parte terrestre che va da S a K; l’arco
celeste da R a Q influenza quello terrestre da K a L; il tratto in
cielo che va da Q a P dà un effetto simile in terra a quello che
usque ad M; qualeque est desuper a P usque ad O, tale in terra
ab M usque ad N: et quale illic ab O usque ad C, tale hic est
ab N usque ad T. 6 . Sunt autem in aethere extremitates ambae,
id est a D usque ad R et a C usque ad O, aeterno rigore dense-
tae: ideo in terra idem est ab S usque ad K et a T usque ad N.
Rursus in caelo a Q usque ad P nimio calore fernet: ideo in
terra quoque ab L usque ad M idem feruor est. Item sunt in
caelo temperies, ab O usque ad P, et a Q in R: ideo hic quoque
sunt temperatae, ab N in M, et ab L in K. Aequinoctialis enim
circulus, qui ab A usque ad B ductus est, mediam secat peru­
stam.
7. Et ipsum autem scisse Ciceronem, quod terreni cinguli
caelestibus inficiantur, ex uerbis eius ostenditur. Ait enim: « e
quibus duos maxime inter se diuersos et caeli uerticibus ipsis ex
utraque parte subnixos obriguisse pruina uides». Ecce testatur
finale frigus esse de caelo. 8 . Idem quoque de feruore medio
dicit: «medium autem illum et maximum solis ardore torreri».
Cum ergo manifeste et rigorem de caeli uerticibus et feruorem
de sole in terrae cingulos uenire signauerit, ostendit prius in
caelo hos eosdem cingulos constitisse.
9. Nunc quoniam constitit easdem in caelo et in terra zonas
esse uel cingulos — haec enim unius rei duo sunt nomina —
iam dicendum est quae causa in aethere hanc diuersitatem qua­
litatis efficiat.
10. Perusta duobus tropicis clauditur: id est a G in P,
aestiuo, et ab F in Q, hiemali. Ab F autem in P zodiacum
describendo perduximus; ergo signum P tropicus ille Cancer
habeatur, et signum F Capricornus. Constat autem solem
neque sursum ultra Cancrum neque ultra Capricornum deor­
sum meare, sed, cum ad tropicorum confinia peruenerit, mox
reuerti: unde et solstitia uocantur. 11. Et quia aestiuus tropicus
temperatae nostrae terminus est, ideo, cum sol ad ipsum finem
uenerit, facit nobis aestiuos calores, de uicino urens sensu
maiore subiecta. Illo denique tempore australi generi reuerti
va da L a M; quello che avviene in cielo da P a O trova la sua
corrispondenza in terra in quello da M a N e ciò che avviene
lassù da O a C, si verifica anche quaggiù da N a T. 6 . Le due
estremità dell’etere, da D a R e da C a O, sono poi coperte da
un freddo eterno e la medesima cosa accade in terra da S a K
e da T a N. La regione del cielo che va da Q a P, a sua volta,
arde per l’eccessivo calore ed anche sulla terra, da M a L, regna
la stessa arsura. Analogamente le regioni temperate del cielo si
estendono d a O a P e d a Q a R e anche quaggiù le zone tem­
perate sono situate da N a M e da L a K. Infine, il circolo equa­
toriale, tracciato da A a B, taglia nel mezzo la zona torrida.
7. Lo stesso Cicerone sapeva certamente che le fasce terre­
stri sono influenzate da quelle celesti, come dimostrano le sue
parole. Infatti dice: «due di esse, le più lontane possibili l’una
dall’altra e poste sotto gli stessi poli opposti del cielo, sono asse­
diate, come vedi, dal ghiaccio e dalla galaverna». Afferma con
ciò che il freddo dei poli proviene dal cielo. 8 . E ancora dice la
stessa cosa riguardo alla zona torrida centrale: «la fascia centra­
le, la più estesa, è arsa dalla vampa del sole ». Sottolineando
quindi chiaramente che il freddo giunge dai poli del cielo e il
caldo si comunica dal sole fino alle fasce terrestri, egli mostra
che queste stesse corrispondenti fasce esistono originariamen­
te in cielo.
9. Adesso che è stato dimostrato che in cielo e in terra esi­
stono le medesime zone o fasce — dato che questi due nomi
indicano la stessa cosa 114— , è ora di dire qual è la causa che
provoca questa diversità di temperatura nell’etere.
10. La zona torrida è compresa tra i due tropici 115, quello
estivo, da G a P, e quello invernale, da F a Q. Abbiamo raffigu­
rato lo zodiaco con la linea che collega F a P; dunque il punto
P sta ad indicare il tropico del Cancro e il punto F quello del
Capricorno. È noto, altresì, che il sole non oltrepassa mai, in
alto, il Cancro e non discende mai, in basso, oltre il Capricorno,
ma che, arrivato ai limiti dei tropici, ritorna sui suoi passi; per
questo motivo i tropici sono chiamati anche solstizi n6. 1 1 .
Poiché il tropico estivo segna la frontiera della nostra zona tem­
perata, il sole perciò, giunto a questo confine, ci dà la calura
estiva, infiammando da vicino, con più forza, le regioni sotto­
stanti. Non si può dubitare quindi che, in quello stesso periodo
hiemem non potest ambigi, quia tunc ab illis sol omni uiae suae
spatio recedit. Rursus cum ad F signum, id est ad Capricor­
num, uenerit, facit nobis hiemem recessu suo et illis uicinitate
reducit aestatem.
12. Hic notandum est de tribus tantum cardinibus in quam-
cumque aedem ingredi solem, de quarto numquam. Nam et ab
ortu et ab occasu fenestra solem recipit, quippe quem orientem
obeuntemque prospectet; recipit et a meridie, quia omne iter
solis in nostro meridie est, ut instruit uisum antelata descriptio.
Numquam uero solem fenestra septentrionis admittit, quia
numquam a P signo ad O sol accedit, sed a P semper retroce­
dendo numquam fines poli septentrionalis adtingit, et ideo
numquam per hunc cardinem radius solis infunditur.
13. Eiusdem rei probationem umbra quoque cuiuslibet cor­
poris sufficiet adstruere. Nam et in occasum cadit oriente sole,
et in ortum cum sit occiduus; medio autem die, quia sol meri­
diem tenet, in septentrionem umbra depellitur. In austrum
uero circa nostram habitationem impossibile est umbram
cuiuslibet corporis cadere, quia semper in aduersam soli par­
tem umbra iactatur. Aduersus autem austro apud nos sol esse
non poterit, cum numquam fines septentrionales attingat.
14. Sane quoniam pars illa perustae quae temperatae uicina
est admittit habitantes, illic, id est trans tropicum, quaecumque
habitantur spatia umbram mittunt, in austrum eo tempore quo
sol Cancrum tenet. Tunc enim fit eis sol septentrionalis cum
tropicum tenet, quod ab illis ad septentrionem recedit. 15.
Ciuitas autem Syene, quae prouinciae Thebaidos post superio­
rum montium deserta principium est, sub ipso aestiuo tropico
constituta est; et eo die quo sol certam partem ingreditur
Cancri, hora diei sexta, quoniam sol tunc super ipsum inueni-
tur uerticem ciuitatis, nulla illic potest in terram de quolibet
di tempo, le regioni australi tornino ai rigori dell’invemo, per­
ché è il momento in cui il sole è al suo punto più lontano da
esse. E, viceversa, quando il sole entra nel punto F, cioè nel Ca­
pricorno, col suo allontanamento ci porta l’inverno e a quelle
regioni riporta l’estate con la sua prossimità.
12. Va qui osservato che il sole penetra in un edificio qua­
lunque giungendo da soli tre punti cardinali e mai dal quarto.
Infatti, una finestra riceve la luce del sole da oriente e da occi­
dente, a seconda che guardi al suo sorgere o al suo tramonto,
e la riceve anche da mezzogiorno, perché l’intero cammino del
sole è a mezzogiorno rispetto a noi, come è ben visibile grazie
allo schema precedente. Una finestra esposta a settentrione,
invece, non riceve mai la luce del sole, perché il sole non oltre­
passa mai P in direzione di O, ma retrocede sempre muoven­
dosi da P e non raggiunge mai i limiti del polo settentrionale
ed ecco perché nessun raggio di sole ci viene mai da questo
punto cardinale.
13. Per apportare la prova di questo medesimo fatto, baste­
rà far riferimento anche all’ombra di un qualsiasi oggetto 117.
Infatti, al levar del sole l’ombra si estende verso occidente ed è
volta verso oriente quando comincia a tramontare; a metà del
giorno, poi, il sole, quando è a sud, proietta l’ombra verso
nord. Nella zona da noi abitata, è altresì impossibile che l’om­
bra di un qualsivoglia corpo cada verso sud, poiché quest’om­
bra è sempre proiettata nella parte opposta alla luce del sole.
Nel nostro emisfero, il sole non potrà mai stare in posizione
opposta al sud, giacché non tocca mai i limiti della zona setten­
trionale.
14. Certamente, poiché quella parte della zona torrida, limi­
trofa a quella temperata, è abitabile 11S, laggiù, cioè oltre il tro­
pico, le parti abitate proiettano un’ombra orientata verso il sud
durante il periodo in cui il sole occupa il Cancro. Infatti, in
quel momento, quegli abitanti hanno il sole a nord quando si
trova nel tropico, poiché si allontana da loro nella direzione del
settentrione. 15. La città di Siene, che si trova all’inizio della
provincia della Tebaide, dopo i deserti degli altopiani montuo­
si, è situata proprio sotto il tropico estivo e, il giorno in cui il
sole entra in un determinato grado del Cancro, alla sesta ora,
trovandosi allora il sole esattamente allo zenit della città, nes-
corpore umbra iactari, sed nec stilus hemisphaerii monstrantis
horas, quem gnomona uocant, tunc de se potest umbram crea-
re. 16. Et hoc est quod Lucanus dicere uoluit, nec tamen plene
ut habetur absoluit. Dicendo enim
a tq u e umbras n u m q u a m flec ten te Syene,

rem quidem attigit, sed turbauit uerum. Non enim numquam


flectit, sed uno tempore, quod cum sua ratione rettulimus.
17. His relatis constat solem numquam egredi fines peru­
stae, quia de tropico in tropicum zodiacus obliquatus est.
Manifesta est igitur causa cur haec zona flammis sit semper
obnoxia, quippe quam sol totius aetheriae flammae et fons et
administrator numquam relinquat. 18. Ergo ambae partes ulti­
mae, id est septentrionalis et australis, ad quas numquam calor
solis accedit, necessario perpetua premuntur pruina; duas
uero, ut diximus, temperat hinc atque illinc uicinia caloris et
frigoris.
19. Denique in hac ipsa zona quam incolimus, quae tota
dicitur temperata, partes tamen quae perusto cingulo uicinae
sunt ceteris calidiores sunt, ut est Aethiopia, Arabia, Aegyptus
et Libya, in quibus calor ita circumfusi aeris corpus extenuat,
ut aut numquam aut raro cogatur in nubes, et ideo nullus
paene apud illos usus est imbrium. 2 0 . Rursus quae ad frigidae
fines pressius accedunt, ut est palus Maeotis, ut regiones quas
praeterfluunt Tanais et Hister omniaque super Scythiam loca,
quorum incolas uetustas Hyperboreos uocauit, quasi originem
boreae introrsum recedendo transissent, adeo aeterna paene
premuntur pruina ut non facile explicetur quanta sit illic frigi­
dae nimietatis iniuria. 21. Loca uero quae in medio temperata
sunt, quoniam ab utraque nimietate longum recedunt, ueram
tenent salutaremque temperiem.
sun corpo può laggiù proiettare dell'ombra sulla terra e neppu­
re lo stilo di una meridiana — ciò che chiamano «gnomone» —
può in quel momento creare ombra. 119 16. E ciò che ha volu­
to dire Lucano, senza peraltro rendere con esattezza il fenome­
no qual è. Infatti, dicendo
e Siene, dove le ombre mai ruotano 120
toccò l’argomento, ma intorbidò la realtà. Infatti non è «mai»,
ma in un solo intervallo di tempo che Siene non fa ruotare
l’ombra, come abbiamo riferito dandone la spiegazione.
17. Dalle nostre osservazioni risulta che il sole non supera
mai i limiti della zona torrida, perché lo zodiaco si estende in
obliquo da un tropico all’altro. E dunque evidente la causa per
cui questa zona è sempre esposta alle fiamme: il sole, fonte e
regolatore di tutta quanta la fiamma eterea, non l’abbandona
mai. 18. Dunque, le due regioni estreme, cioè la settentrionale
e l’australe, nelle quali non arriva mai il calore del sole, sono
necessariamente coperte da un gelo perenne; ma ce ne sono
due, come abbiamo detto, che godono di una temperatura
media, dovuta da un lato alla vicinanza del caldo e dall’altro
alla vicinanza del freddo 121.
19. Infine, in questa stessa zona che abitiamo e che è detta
interamente temperata, le parti vicine alla fascia torrida sono
tuttavia più calde di altre, come accade all’Etiopia, all’Arabia,
all’Egitto e alla Libia, dove il calore rarefà talmente l’atmosfe­
ra, che mai o raramente si condensa in nuvole 122, al punto che,
presso le loro popolazioni, la pioggia quasi non esiste. 20. Per
la ragione contraria, le regioni limitrofe alla zona fredda, come
la Palude Meotide, le contrade bagnate dal Tanai e dall’Istro e
infine tutte quelle che si trovano al di sopra della Scizia (terra
Ì cui abitanti hanno ricevuto dagli Antichi il nome d’iperborei,
come se, ritirandosi verso l’interno, avessero oltrepassato i luo­
ghi d’origine della borea), sono così oppresse da un gelo quasi
eterno che non è facile descrivere quanto sia intensa l’ingiuria
del freddo 123. 2 1 . Ma i paesi temperati che si trovano nel
mezzo, essendo lontani da entrambi questi eccessi, godono di
un clima veramente temperato e salubre.
Fig. 38
Rappresentazione del mondo secondo Cratete di Mallo (180-150
a.C.). Immagine tratta da Cartography in Prehistoric, Ancient, and
Medieval Europe and thè Mediterranean, voi, 1, p, 163, Chicago —
London, 1987.
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Fig. 39 Fig. 40
Schema delle fasce celesti e Ancora il medesimo diagram­
fasce terrestri, tratto dal mano­ ma raffigurante la sfera celeste
scritto Coloniensis, Dombibl. racchiudente la sfera terrestre
186 (Germania?, IX sec.). nelTincisione a stampa dell’edi­
zione latina di Macrobius, In
Somnium Scipionis, Angeli Bri­
tannici, Brixiae, 1501.
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Fig. 41 Fig. 42
Lo stesso diagramma tratto Il diagramma delle cinque
dall’edizione del Commentarium zone del cielo su quelle della
in somnium Scipionis di Franci- terra con l'eclittica in una pagina
scus Eyssenhardt, B. G. Teubner, del Macrobius, Commentarii in
Leipzig, 18932. Somnium Scipionis (NKS 218
4°), manoscritto su pergamena
(ca. 1150, Francia meridionale?),
particolare del fol. 36v, Copen­
hagen, Det Kongelige Bibliotek.
8. 1. Locus nos admonet ut — quoniam diximus rem quae
a nullo possit refelli, utrumque tropicum circum zodiaco ter­
minos facere, nec umquam solem alterutrum tropicum excede­
re posse uel sursum uel deorsum meando, trans zodiacum uero
circum, id est trans ustam quae tropicis clauditur ex utraque
parte, incipere temperatas — quaeramus quid sit quod ait
Vergilius, quem nullius umquam disciplinae error inuoluit:
duae mortalibus aegris
munere concessae diuum, et uia secta per ambas
obliquus qua se signorum uerteret ordo.
2 . Videtur enim dicere his uersibus zodiacum per tempera­
tas ductum, et solis cursum per ipsas fieri; quod nec opinari fas
est, quia neutrum tropicum cursus solis excedit. Num igitur
illud attendit quod diximus: et intra tropicum in ea perustae
parte quae uicina est temperatae habitatores esse? 3, Nam
Syene sub ipso tropico est, Meroe autem tribus milibus octin­
gentis stadiis in perustam a Syene introrsum recedit, et ab illa
usque ad terram cinnamomi feracem sunt stadia octingenta; et
per haec omnia spatia perustae, licet rari, tamen uita fruuntur
habitantes, ultra uero iam inaccessum est propter nimium solis
ardorem. 4. Cum ergo tantum spatii ex perusta uitam mini­
stret, et sine dubio circa uiciniam alterius temperatae, id est
antoecorum, tantumdem spatii habere perustae fines pari man­
suetudine non negetur — paria enim in utraque parte sunt
omnia —, ideo credendum est per poeticam tubam, quae
omnia semper in maius extollit, dixisse uiam solis sectam per
temperatas, quoniam ex utraque parte fines perustae in eo sunt
similes temperatis, quod se patiuntur habitari?
5. An forte poetica licentia particulam pro simili paene par­
ticula posuit et pro «sub ambas» dicere maluit «per ambas»?
8. 1. Poiché abbiamo posto come fatto incontestabile che
entrambi i circoli tropicali segnano i limiti dello zodiaco e che
il sole, procedendo sia verso l’alto sia verso il basso, non può
mai superare l’uno o l’altro tropico, ma che, al di là del circo­
lo dello zodiaco, o se si vuole al di là della zona torrida delimi­
tata da una parte e dall’altra dai tropici, cominciano le zone
temperate, è il momento di interrogarci sul motivo che fa dire
a Virgilio, mai travolto dall’errore nelle sue descrizioni scienti­
fiche:
due zone ai miseri mortali,
furono concesse per dono dagli dèi, e per entrambe fu tracciata una via
lungo la quale si volge inclinata la schiera dei segni zodiacali. 124
2. In questi versi sembra infatti dire che lo zodiaco è trac­
ciato attraverso le zone temperate e che il corso del sole le
attraversa; cosa che non è lecitamente ammissibile, giacché il
corso del sole non oltrepassa nessuno dei due tropici. Virgilio
alluderebbe forse a ciò che abbiamo detto 125, ossia al fatto che
anche all’interno del tropico, in quella parte di zona torrida
che rasenta quella temperata, vi sono abitanti? 3. Difatti, Siene
è esattamente sotto il tropico, Meroe si trova, rispetto a Siene,
a tremilaottocento stadi verso l’interno in direzione della zona
torrida e tra essa e la terra del cinnamono la distanza è di otto­
cento stadi 126; e lungo tutti questi tratti della zona torrida esi­
stono tuttavia degli abitanti, seppur rari; ma al di là il paese
diviene inaccessibile a causa dell’eccessivo ardore del sole.
4. Poiché dunque un così largo tratto della zona torrida
consente la vita e poiché, senza dubbio, nelle vicinanze dell’al­
tra zona temperata, vale a dire quella degli anteci, è innegabile
che Ì confini della zona torrida presentino su un’estensione
altrettanto grande una temperatura ugualmente mite — tutto,
infatti, è simmetrico da una parte e dall’altra — bisogna crede­
re che Virgilio, attraverso la poesia epica 127, che esagera sem­
pre tutto, abbia affermato che il cammino del sole sia tracciato
attraverso le zone temperate, per la ragione che da entrambe le
parti Ì confini della zona torrida sono assimilabili alle zone
temperate per il fatto di avere degli abitanti?
5. A meno che forse, per una licenza poetica, non abbia
sostituito ad una preposizione un’altra quasi simile e abbia pre­
ferito dire per ambas (per entrambe) invece che sub ambas
Nam re uera ductus zodiaci «sub ambas» temperatas ultro
citroque peruenit, non tamen «per ambas»; scimus autem et
Homerum ipsum et in omnibus imitatorem eius Maronem
saepe tales mutasse particulas.
6 . An, quod mihi uero propius uidetur, «per ambas» pro
«inter ambas» uoluit intellegi? Zodiacus enim inter ambas
temperatas uoluitur, non per ambas. Familiariter autem «per»
pro «inter» ponere solet, sicut alibi quoque:
Circum perque duas in morem fluminis Arctos.
7. Neque enim Anguis sidereus Arctos secat, sed dum et
amplectitur et interuenit, circum eas et inter eas uoluitur, non
per eas. Ergo potest constare nobis intellectus si «per ambas»
pro «inter ambas», more ipsius poetae, dictum existimemus.
8 . Nobis aliud ad defensionem ultra haec quae diximus non
occurrit. Verum quoniam in medio posuimus quos fines num­
quam uia solis excedat, manifestum est autem omnibus quid
Maro dixerit, quem constat erroris ignarum, erit ingenii singu­
lorum inuenire quid possit amplius pro absoluenda hac quae­
stione conferri.

9. 1. His quoque, ut arbitror, non otiosa inspectione tracta­


tis, nunc de Oceano quod promisimus adstruamus: non uno,
sed gemino eius ambitu terrae corpus omne circumflui. Cuius
uerus et primus meatus est qui ab indocto hominum genere
nescitur. Is enim, quem solum Oceanum plures opinantur, de
sinibus ab illo originali refusis secundum ex necessitate ambi­
tum fecit. 2. Ceterum prior eius corona per zonam terrae cali­
dam meat, superiora terrarum et inferiora cingens, flexum circi
aequinoctialis imitata. Ab oriente uero duos sinus refundit,
(sotto entrambe)? Infatti, in realtà, il tracciato dello zodiaco
arriva, al di là ed al di qua, sotto entrambe le zone temperate,
ma non attraverso entrambe; sappiamo, del resto, che anche
per lo stesso Omero e quindi anche per Virgilio, suo imitatore
in tutto, tali preposizioni sono spesso intercambiabili.
6 . O forse, il che mi sembra più verosimile, Virgilio ha volu­
to dare alle parole per ambas (per entrambe) il senso di inter
ambas (tra entrambe)? Infatti lo zodiaco compie la sua rivolu­
zione tra le due zone temperate e non attraverso di esse. Ma
Virgilio è solito adoperare abitualmente per (attraverso) in
luogo di inter (entro), come in questo altro passo:
circum perque duas in morem fluminis Arctos.
[allo stesso modo di un fiume intorno e attraverso le Orse] 128
7. Infatti, la costellazione del Serpente [Dragone] non taglia
affatto le due Orse; ma, dato che le abbraccia e vi s’interpone
sinuosamente, si sviluppa «intorno» (circum ) e «tra» {inter)
esse, non «attraverso» {per) esse. Il significato può dunque
risultarci comprensibile, se consideriamo che l’espressione per
ambas (attraverso esse) sostituisce inter ambas (tra esse), secon­
do l’uso abituale del nostro poeta 129.
8 . Non ci occorre altro da aggiungere a ciò che abbiamo
appena detto a giustificazione di Virgilio. Ma, poiché abbiamo
mostrato quali sono i confini che il percorso del sole non supe­
ra mai, è, alla fine, chiaro a tutti quello che ha detto Virgilio
Marone, che, com’è noto, non conosce errore: apparterrà
all’ingegnosità di ognuno scoprire altri argomenti in grado di
risolvere questo problema.

9. 1. Trattati anche questi argomenti con un esame, credo,


non inutile, adesso, così come abbiamo promesso, dimostrere­
mo, a proposito delTOceano, che tutta quanta la terra è circon­
data, non da un solo giro di esso, ma da due. Il suo vero e
primo corso è ignoto al volgo incolto. 130 Infatti, la maggior
parte degli uomini crede che il solo Oceano sia quello che in
realtà è il secondo braccio circolare, che deriva necessariamen­
te da golfi riversatisi dall’Oceano originale. 2 . Del resto, la sua
prima corona passa attraverso la zona calda della terra, cingen­
done le parti inferiori e superiori delle terre, imitando la curva­
tura del circolo equinoziale. Da oriente, poi, si riversa in due
unum ad extremitatem septentrionis, ad australis alterum, rur-
susque ab occidente duo pariter enascuntur sinus, qui, usque
ad ambas quas supra diximus extremitates refusi, occurrunt ab
oriente demissis. 3. Et dum ui summa et impetu immaniore
miscentur in uicemque se feriunt, ex ipsa aquarum collisione
nascitur illa famosa Oceani accessio pariter et recessio, et ubi­
cumque in nostro mari contingit idem, uel in angustis fretis uel
in planis forte litoribus, ex ipsis Oceani sinibus quos Oceanum
nunc uocamus, eueniunt, quia nostrum mare ex illis influit.
4. Ceterum uerior, ut ita dicam, eius alueus tenet zonam
perustam, et tam ipse, qui aequinoctialem, quam sinus ex eo
nati, qui horizontem circulum ambitu suae flexionis imitantur,
omnem terram quadrifidam diuidunt et singulas, ut supra dixi­
mus, habitationes insulas faciunt. 5. Nam inter nos et australes
homines means ille per calidam totamque cingens et rursus
utriusque regionis extrema sinibus suis ambiens, binas in supe­
riore atque inferiore terrae superficie insulas facit. 6 . Vnde
Tullius, hoc intellegi uolens, non dixit «omnis terra parua
quaedam est insula», sed «omnis terra quae colitur a uobis
parua quaedam est insula », quia et singulae de quattuor habita­
tionibus paruae quaedam efficiuntur insulae, Oceano bis eas,
ut diximus, ambiente. 7. Omnia haec ante oculos locare potest
descriptio substituta, ex qua et nostri maris originem, quae
totius una est, et Rubri atque Indici ortum uidebis, Caspium-
que mare unde oriatur inuenies, licet non ignorem esse non
nullos qui ei de Oceano ingressum negent. Nec dubium est in
illam quoque australis generis temperatam mare de Oceano
similiter influere, sed describi hoc nostra attestatione non
debuit, cuius situs nobis incognitus perseuerat.
8. Quod autem nostram habitabilem dixit angustam uertici­
bus, lateribus latiorem, in eadem descriptione poterimus
aduertere. Nam quanto longior est tropicus circulus septen-
golfi di cui uno scorre verso l’estremità settentrionale e l’altro
verso l’estremità australe e, simmetricamente, da occidente,
nascono allo stesso modo due corsi, che dopo essersi divisi diri­
gendosi verso le due estremità, come abbiamo appena detto,
vanno incontro a quelli che sono partiti da oriente. 3. La vio­
lenza estrema e l’immane energia con cui si mescolano e si
scontrano questi corsi, per l’urto stesso delle acque danno adito
al fenomeno così noto del flusso e riflusso dell’Oceano e
dovunque, in tutta la superficie del nostro mare, si produce
quest’identico fenomeno ed esso si manifesta sia negli stretti
canali, come, talora, lungo le coste pianeggianti, perché si trat­
ta di un movimento che proviene dagli stessi corsi dell’Oceano,
ai quali diamo ora il nome d ’Oceano, dato che il nostro mare
affluisce da essi. 1314. Per altro, il suo letto più autentico, se così
si può dire, occupa la zona torrida e tanto quest’ultimo, che
segue il tracciato dell’equatore, quanto i corsi nati da esso, che
nel loro curvarsi si dirigono verso l’orizzonte, dividono tutta
quanta la terra in quattro parti e creano, come abbiamo detto
sopra 132, altrettante isole abitate. 5. Infatti, scorrendo tra noi e
gli uomini delle regioni australi attraverso la zona calda e cir­
condandola per intero, e, ancora, abbracciando con i suo golfi
le estremità delle due regioni, l’Oceano forma due isole nell’e­
misfero superiore e due nell’emisfero inferiore. 6 . E ciò che
vuol intendere Tullio Cicerone, quando invece di dire: «tutta la
terra è per così dire un isolotto», dice: «tutta la terra che è da voi
abitata è per così dire un isolotto», dato che ognuna delle quat­
tro zone abitate forma una sorta di piccola isola, perché, come
si è spiegato, l’Oceano cinge la terra in due sensi diversi. 7. La
figura seguente può dare un’idea di tutto questo : 133 in essa
vedrai l’origine del nostro mare, che è solamente una parte di
tutto l’Oceano, ed anche quella del Mar Rosso e dell’Oceano
Indiano e troverai da dove nasce il Mar Caspio, sebbene non
ignori che alcuni neghino che esso sia in comunicazione con
l’Oceano 134, Non c’e dubbio poi che anche nella zona tempe­
rata dell’emisfero australe scorra similmente un mare creato
dall’Oceano, ma nella nostra testimonianza non c’è obbligo di
descriverlo, dato che la sua posizione ci rimane sconosciuta.
8. Riusciremo a comprendere perché Cicerone ha descritto
la nostra zona abitabile come « stretta ai vertici e più larga ai
lati», sempre verificandolo sulla summenzionata figura 135.
trionali circo, tanto zona uerticibus quam lateribus angustior
est, quia summitas eius in artum extremi cinguli breuitate con­
trahitur, deductio autem laterum cum longitudine tropici ab
utraque parte distenditur. Denique ueteres omnem habitabi­
lem nostram extentae chlamydi similem esse dixerunt.
9. Item quia omnis terra, in qua et Oceanus est, ad quemuis
caelestem circulum quasi centron puncti obtinet locum, neces­
sario de Oceano adiecit: «qui tamen tanto nomine quam sit
paruus uides». Nam licet apud nos Atlanticum mare, licet
magnum uocetur, de caelo tamen despicientibus non potest
magnum uideri, cum ad caelum terra signum sit, quod diuidi
non possit in partes. 10. Ideo autem terrae breuitas tam dili­
genter adseritur ut parui pendendum ambitum famae uir for­
tis intellegat, quae in tam paruo magna esse non poterit.

Fig. 43
Diagramma raffigurante le zone della terra nell’incisione a stam­
pa deiredizione latina di Macrobius, In Somnium Scipionis, Angeli
Britannici, Brixiae, 1501. Entro un cerchio, attraversato da un ampio
tratto di mare (Alveus Oceani) sono raffigurati i tre continenti cono­
sciuti (Europa, Asia, Africa) che occupano l’emisfero superiore, men­
tre nella zona inferiore si distende un continente sconosciuto
('Temperata antipodum nobis incongnita). Il globo è poi suddiviso
nelle 5 fasce climatiche: le due ghiacciate vicino ai poli (a nord sono
indicate anche i misteriosi Monti Ripei), una zona torrida a cavallo
dell’equatore e le due zone temperate, le sole abitabili.
Infatti quanto il circolo tropicale è più lungo del circolo setten­
trionale, tanto questa zona è più stretta alle estremità che non
ai lati, poiché la sua sommità è contratta dall’esiguità della
fascia più estrema, mentre lo sviluppo dei lati si estende da
ambedue le parti per tutta la lunghezza del tropico. Gli antichi,
infine, hanno paragonato l’insieme della nostra zona abitabile
ad una clamide spiegata 136.
9. In modo analogo, poiché la terra tutta intera, ivi compre­
so anche l’Oceano, rispetto ad un qualunque circolo celeste
occupa, come un centro, il posto di un punto, Cicerone ha
dovuto aggiungere, a proposito dell’Oceano: «a dispetto del
nome altisonante, vedi bene quanto sia minuscolo». Infatti,
anche se lo chiamiamo Mare Atlantico, anche se lo chiamiamo
Mare Magno, non può sembrare grande a chi l’osserva dal
cielo, poiché la terra, rispetto al cielo, è un punto che non può
essere diviso in parti. 10. Ecco perché la piccolezza della terra
è sostenuta con tanta insistenza: per far capire a quell’uomo
valoroso che va attribuita poca importanza alla diffusione della
fama, che in un mondo così piccolo non potrà essere grande.

Fig. 44
Lo stesso diagramma tratto dall’edizione del Commentarium in
somnium Scipionis di Franciscus Eyssenhardt, B. G. Teubner,
Leipzig, 18932.
fvf *■t *•*

Fig. 45 della zona equatoriale e si ricolle­


ga con un altro che fluisce da
Lo stesso diagramma in un
nord a sud. Leggendo da destra a
manoscritto francese del XII
sinistra sotto il nord, la zona geli­
secolo dei Commentarium in
da, inabitabile (inhabitabilis) c’è
somnium Scipionis.
il Mar Caspio, sotto di esso
l’Oceano Indiano, subito dopo a
Fig. 46
sinistra c’è una figura che indica
Lo stesso diagramma delle il Mar Nero e accanto ad esso la
zone della terra in un manoscrit­ Grecia (non specificata), quindi
to del IX secolo del Commen­ l’Italia (Italia) e una protuberan­
tarium in somnium Scipionis, za che rappresenta la Spagna.
particolare del fol. 70v, Harley Sotto tutto questo una striscia
MS 2772, (inchiostro e tempera orizzontale che rappresenta il
su pergamena), London, British Mediterraneo e sotto una L che
Library. Anche in essa si ritrova­ forma il Mar Rosso. A sinistra,
no le cinque zone: le due gelate, con la forma di un approssimati­
le due temperate e quella torrida vo triangolo con un grande cer­
intorno all’Equatore. Un grande chio nel mezzo, vi sono le favolo­
oceano scorre lungo la metà se isole Or cadi [Orcades).

Fig. 47
La stessa mappa, illustrante le
zone climatiche, nell’edizione
Ambrosius Macrobius, In som­
nium Scipionis. Lib II, Saturna­
liorum, Lib. VII, loannnes
Gryphius, Venezia, 1574?
Fig. 48 Fig. 49
Ancora la stessa mappa, illu­ Sempre la stessa mappa, illu­
strante le zone climatiche, con strante le zone climatiche, anco­
qualche leggera variante in un’e­ ra con qualche leggera variante
dizione Ioannes Gryphius, Lio­ in un’edizione Antonius Gry­
ne, 1560, p . 144. phius, Lione, 1585.

Fig. 50 Fig. 51
La mappa della terra in una Ancora la stessa carta del
pagina del Macrobius, Com­ mondo in un manoscritto su per­
mentarii in Somnium Scipionis gamena (Tours, circa 820), Mss.
(NKS 218 4°), manoscritto su Latin 6370, fol. 20v, Paris, Bi-
pergamena (ca. 1150, Francia bliothèque nationale de France.
meridionale?), particolare del
fol. 38v, Copenhagen, Det Kon-
gelige Bibliotek.
w
Fig. 52 Fig. 53
La mappa del mondo degli La carta dell’Oceano e delle
incunaboli rinascimentali in Car- regioni abitate tratta dal mano­
tes et Figures de la Terre, 1984. scritto Londinensis, British
Questa mappa appare in non me­ Library, Harleianus 2772 + Mo-
no di cento edizioni dei Commen­ nacensis Clm 23486 (Germania,
tarii, con qualche leggera variante XI sec.), riproduzione dell'im­
(qui ad es. appare la scritta Tepe- magine del manoscritto del IX
rata antipodum nobis incongnita secolo.
invece di Temperata antipodum
nobis incongnita, in altre invece
che Perusta zona appare la scritta
Pusta zona, come nell'illustrazione
dell’edizione teubneriana ripro­
dotta in p. 433 (= Fig. 44).

Fig. 54 Fig. 55
Mappa Mundi a zone detto di L’Ecumene secondo Macrobio,
Macrobio, Ms. D ’Orville 77, fol. Ms. Vat. Lat. 4200, particolare del
100, Oxford, Bodleian Library. fol. 93r (XII-XIII sec.), Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana.
pfwwsflc f&pttw

Fig. 56
Mappa Mundi detta di o-MfotaiSua
2 9 tvwtcmii itali*
f*tUlif«Libcdi i>v'CTV*p; nManota fiatili
.fokwawqyh.’* ÉMp»’

Macrobio in una pagina di fcpMUtf i2-r


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giae iudicialis de accidentibus *r ifrbsuKtHifcUeiJ &Awclti-
Af «4teWi £-flfItfAty-KUrfiiM** !&
roS ctuunio^firanf & frml inaura» (?« ik u

ptwiii.btdintjstoft^fdjQjPHTO^ksw-ar.uM
mundi, quae anglicana vulgo val^atw^Nwii-wwim flsatwi pirone
*pw A i» <Ofc« te i ttìiiortpec Gl
«unuu-ihì»» J"«t>tj >
B*nJ«.sjtt»tt^{.datrafci3tì54
nuncupatur, ]ohannis Eschuid icttmft: ftfaccnitJaumi&gwwiapttiiSL
nbjfei aililmt fll:l*ei:s(fn*»fcrit*HSicaii(prt
piiianripSiHwiaéfpEfcgwsT^Ì'iJt frfwdw
k i*w* jk:(Mtwni»M^luu<nttr i;(icu*«<3 nE-
8 4 /
<H»il«i r F*nKtt*Js;}tò%tfiBatatt Hwtet PK^f^t^lMWipiidBW^ÙlH'^ V*
viri anglici eiusdem scientiae èiiti|Mfi>lnuli«nni n ir r rn p u m ifl& fu lp jia
V«t'&&£t<&UK:*tr'8Hfekfc&W
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W*» tu a ff&faffcfc tpatfin tS f& itffili faaf $ « W
tatti <wMli4a :& dityettr Ou5t»jU*
ferita fimpLtt* & fin» «*#& u ".•<{»(»pwiAi *atóf«jigw<»nhi$:h»hw!as
astrologiae peritissimi, Johann nctxWi Mietuti (liuti! ■CTPwtESiatdhu» 4n *
ua»CRfijsi<d;!i tefetftntoftr& PiftiM tnfttim
Imtixkpkkii^KAnMliaroijrftMMScnti^H
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sco Bollano, Venezia, 1489. naturi ttjfim pbaw » tòte* difpo<2B>ji«<


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«HlBlH|e%iu(keiaj£ iiwii # ti»^i nd»/

Fig. 57 Fig. 58
Ancora la carta del mondo in L’edizione in piccolo 8°
una miniatura, Commentarii in dell’Ambrosius Macrobius, In
Somnium Scipionis, Mss. lat. somnium Scipionis, Sebastianus
6371, fol. 20v (IX sec., Scuola Gryphius, Lione, 1556, aperta
francese del Nord), Paris, Biblio- sulla pagina 154 recante la
thèque nationale de France. mappa del mondo.
AiVtuìe
Tallii»hoc mtdOUginolo» nòdcntiomnu terra paruaqiwclaeft tfula:
ckquaauor Ha&c^nibus patux quadam efficuìwiifufxicksano bis
asardirirrun ambiéce, Omnizhai anceoculoslocsrtpautl defcnp'
no £ubftitua:e)c qiu&noftrìinamongwéquaE totius un»eft:& tabù
■■ .....- ” ------------J‘ — “ •—-“ slitet

mvw>nenfriiajuiunuus uuana' *, .
im itteogmruspofeuerat. Quodau/ *9
acrip'
muse poterimus adultere. Nam
ffiona iongiot eft tropicus «tus
uptaunmdi diaftaatosonaaci'
ticjbtts ^ laceribusanguftiar fc quia ;
fumilaas «fas ia xtébum extimi :
nttulibncuitatecontrahitur. Deduci
lia itittm la«rum tum iangumixne
tiupittib utraq; parte dsftenimir,
Denl9 uerares omne habitabilem
noftram «tentai clamidi finultm ,
effeckjterunr.Itoji quia omnis tma
owimloram:ntceltarioi t oceano a&edt. Qui (arc tanto nomine cj
Fig. 59
Particolare di una pagina <id\ editio princeps dell’Ambrosius Macro­
bius Theodosius, In Somnium Scipionis Ciceronis expositio; Saturnalia,
Venezia, Nicolas Jenson, 1472. La maggior parte delle superstiti copie
di questo incunabolo sono prive di illustrazioni e recano delle parti in
bianco. Le edizioni successive, dal 1483 in poi, comprenderanno inve­
ce delle illustrazioni incise con matrice di legno nello stesso testo. Que­
sta copia è molto insolita: ha un’illustrazione disegnata a mano fissata
alla pagina. Vi sono le stesse parole usate nelle illustrazioni situate in
questo punto del libro nelle edizioni successive (ma con molti errori: ad
es. teperata invece di temperata, ecc.). L’illustrazione risale verosimil­
mente al XV sec., ma le scritte a mano sono sicuramente di un periodo
più tardo: l’annotazione fig. 5 non sarebbe stata usata prima della metà
del XVII sec. Il disegno illustra l’antico modello della sfera di Cratete.
Nel centro si vede la terra conosciuta e la sua copia dell’emisfero meri­
dionale. L’Oceano, più scuro, circonda l’Equatore e scorre intorno ad
un grande cerchio attraverso i due poli. Muovendosi verso il bordo del
disegno si osserva in realtà, oltre il bordo, il lato opposto del globo. A
sinistra in alto si vede una parte del continente che è sul lato estremo (la
costa orientale dell’America del Nord, per usare la terminologia moder­
na) e in alto a destra vediamo la punta opposta dello stesso continente.
Nella parte inferiore si vedono le due parti meridionali del continente.
Fig. 60 Fig. 61
Illustrazione nel manoscritto lati­ Una seconda mappa mundi è
no della Philosophia Mundi di Gu­ presente nel fol. 15r dello stesso
glielmo di Conches, derivata dalla manoscritto. A nch’essa mostra un
sezione cosmologica del commento di globo con l’est in alto e con il mondo
Macrobio (Francia, seconda metà del circondato e diviso dall’Oceano.
XII sec.), fol 13r, Ms ljs384, Univer­ Qui, però, la massa della terra è divi­
sity o f Pennsylvania Library. Il mondo sa nelle consuete cinque zone: le
è illustrato con un cerchio, con l’o ­ regioni fredde ai poli, le zone tem pe­
riente nella parte in alto, circondato e rate in ciascun emisfero e la zona
diviso in due emisferi dall’Oceano. Le torrida al centro divisa dall’oceano
didascalie esterne alla circonferenza equatoriale. La geografia dell’emi­
spiegano l ’azione delle maree. L’emi­ sfero settentrionale è espressa in
sfero meridionale è completamente maniera molto dettagliata. L’Asia a
vuoto, mentre in quello settentrionale est è separata dall’Europa dai fiumi
sono indicati l’Europa e l’Africa, sepa­ Tanai e Nilo, mentre il Mediterraneo
rate dal Mediterraneo. Anche le divide l’Europa dall’Africa.
Colonne d ’Èrcole e le montagne afri­
cane dell’Adante sono indicate, anche
se non molto accuratamente.

Fig. 62
L’Ecumene in una pagina di un
manoscritto, secolo XV, Ottob.Lat.
1137, fol. 54v, Vaticano, Biblioteca
Apostolica Vaticana.
10. 1.Quod doctrinae propositum non minus in sequenti­
bus apparebit: «quin etiam si cupiat proles futurorum hominum
deinceps laudes uniuscuiusque nostrum acceptas a patribus
posteris prodere, tamen propter eluuiones exustionesque terra­
rum, quas accidere tempore certo necesse est, non modo non
aeternam sed ne diuturnam quidem gloriam adsequi possumus».
2. Virtutis fructum sapiens in conscientia ponit, minus per­
fectus in gloria; unde Scipio, perfectionem cupiens infundere
nepoti, auctor est ut, contentus conscientiae praemio, gloriam
non requirat. 3. In qua appetenda quoniam duo sunt maxime
quae praeoptari possint, ut et quam latissime uagetur et quam
diutissime perseueret, postquam superius de habitationis
nostrae angustiis disserendo totius terrae, quae ad caelum
puncti locum obtinet, minimam quandam docuit a nostri gene­
ris hominibus particulam possideri, nullius uero gloriam uel in
illam totam partem potuisse diffundi, si quidem Gangen tran-
snare uel transcendere Caucasum Romani nominis fama non
ualuit, spem quam de propaganda late gloria ante oculos
ponendo nostri orbis angustias amputauit, uult et diuturnitatis
auferre, ut plene animo nepotis contemptum gloriae compos
dissuasor insinuet. 4. Et ait nec in hac ipsa parte, in quam
sapientis et fortis uiri nomen serpere potest, aeternitatem
nominis posse durare, cum modo exustione, modo eluuione
terrarum diuturnitate rerum intercedat occasus.
5. Quod quale sit disseremus. In hac enim parte tractatus
illa quaestio latenter absoluitur, quae multorum cogitationes
de ambigenda mundi aeternitate sollicitat. 6 . Nam quis facile
mundum semper fuisse consentiat, cum et ipsa historiarum
fides multarum rerum cultum emendationemque uel ipsam
inuentionem recentem esse fateatur, cumque rudes primum
homines et incuria siluestri non multum a ferarum asperitate
dissimiles meminerit uel fabuletur antiquitas, tradatque nec
10. 1. Questa proposizione dottrinale non sarà meno evi-
dente nelle seguenti parole: «E anche nel caso che le future
generazioni umane desiderassero a loro volta tramandare ai
posteri le lodi d i uno d i noi, dopo averle ricevute dai loro padri\
tuttavia, a causa dei diluvi e degli incendi delle terre, che devono
inevitabilmente prodursi in certe epoche, non saremo in grado di
conseguire una gloria non dico eterna, ma neppure duratura» 137.
2 . Il saggio pone il frutto della virtù nella sua coscienza; Può-
mo meno perfetto nella gloria 138; e per questo Scipione, desi'
deroso d’infondere nel nipote la perfezione, insiste affinché
questi, accontentandosi del premio della sua coscienza, non
ambisca alla gloria. 3. Siccome nell’aspirare ad essa sono prin­
cipalmente due le cose che più si vorrebbero — che si diffon­
da nel modo più ampio possibile e che duri il più a lungo pos~
sibile —, e poiché, in precedenza, parlando dell’esiguità della
parte da noi abitata, Scipione ha spiegato che di tutta quanta la
terra, che è solamente un punto rispetto al cielo 139, solo una
minuscola particella è abitata dagli uomini della nostra specie
!40 e che di nessuno la gloria può diffondersi anche soltanto in
tutta questa parte, se è vero che la fama del nome di Roma non
è riuscita ad attraversare il Gange né a superare il Caucaso 141,
in questo modo gli ha tolto ogni speranza di una gloria ampia­
mente diffusa, mettendo sotto gli occhi dell’Emiliano il quadro
angusto del nostro globo, e adesso vuole anche cancellare l’idea
della sua durata, insinuando pienamente nell’animo del nipote
il disprezzo della gloria, da cui, pur possedendola, lo dissuade.
4. Scipione aggiunge che anche in questa stessa parte del
mondo nella quale può serpeggiare la fama del saggio, questa
fama non può durare in eterno, poiché, o per una conflagrazio­
ne o per un’inondazione cataclismica, interviene il tramonto
anche della lunga esistenza delle cose.
5. Spieghiamo in che modo ciò avvenga. Questa parte del
trattato, infatti, dà implicitamente una risposta alla controver­
sa questione sull’eternità del mondo che, per molte persone, è
stimolo di riflessioni. 6 . Chi, infatti, può facilmente concepire
che questo mondo sia sempre esistito, quando l’autorità stessa
della storia riconosce che lo sviluppo della maggior parte delle
cose, il loro perfezionamento, la loro stessa invenzione sono
del tutto recenti? Quando l’antichità tramanda o favoleggia dei
hunc eis quo nunc utimur uictum fuisse, sed glande prius et
bacis altos, sero sperasse de sulcis alimoniam, cumque ita exor­
dium rerum et ipsius humanae nationis opinemur, ut aurea pri­
mum saecula fuisse credamus, et inde natura, per metalla uilio-
ra degenerans, ferro saecula postrema foedauerit?
7. Ac ne totum uideamur de fabulis mutuari, quis non hinc
aestimet mundum quandoque coepisse et nec longam retro
eius aetatem, cum abhinc ultra duo retro annorum milia de
excellenti rerum gestarum memoria ne Graeca quidem extet
historia? Nam supra Ninum, a quo Semiramis secundum quo­
sdam creditur procreata, nihil praeclarum in libros relatum est.
8 . Si enim ab initio, immo ante initium fuit mundus, ut philo­
sophi uolunt, cur, per innumerabilem seriem saeculorum, non
fuerat cultus quo nunc utimur inuentus, non litterarum usus,
quo solo memoriae fulcitur aeternitas? Cur denique multarum
rerum experientia ad aliquas gentes recenti aetate peruenit, ut
ecce Galli uitem uel cultum oleae Roma iam adolescente didi­
cerunt, aliae uero gentes adhuc multa nesciunt quae nobis
inuenta placuerunt? 9. Haec omnia uidentur aeternitati rerum
repugnare, dum opinari nos faciunt certo mundi principio
paulatim singula quaeque coepisse.
Sed mundum quidem fuisse semper philosophia auctor est,
conditore quidem deo, sed non ex tempore, si quidem tempus
ante mundum esse non potuit, cum nihil aliud tempora nisi
cursus solis efficiat.
Res uero humanae ex parte maxima saepe occidunt manen­
te mundo, et rursus oriuntur, uel eluuione uicissim uel exustio-
rozzi uomini primitivi, non molto dissimili nella loro selvaggia
incuria dalla selvatichezza ferina e che, come si racconta, non
avevano un’alimentazione somigliante a quella nostra attuale,
ma si nutrivano inizialmente di ghiande e bacche e fu solo
molto più tardi che sperarono di trarre il loro nutrimento dai
solchi della terra? Quando, per raffigurarci l’inizio delle cose e
l’esordio dello stesso genere umano, crediamo che vi sia stata
dapprima l’età dell’oro e che in seguito la natura, degenerando
attraverso metalli più vili, ha reso oscuri questi ultimi secoli
con l’età del ferro 142?
7. Ma, per non sembrare di trarre ogni cosa dalle leggende,
chi non crede che il mondo abbia avuto inizio ad un certo
momento e che la sua età non sia poi cosi tanto remota, dal
momento che la storia greca, che perpetua la memoria degli
avvenimenti più gloriosi, non risale più in là di duemila anni?
Infatti, prima di Nino, che alcuni ritengono il padre di Semi­
ramide 143, i libri non riferiscono alcun avvenimento notevole.
8 . Se questo mondo è esistito dall’inizio o, meglio, prima del­
l’inizio dei tempi, come vogliono i filosofi 144, com’è possibile
che, durante questa serie d ’innumerevoli secoli, non sia stato
inventato il grado di civiltà di cui noi oggi usufruiamo, né l’uso
della scrittura, che solo assicura l’eternarsi della memoria?
Infine, perché la pratica di molte cose in diverse nazioni è giun­
ta solo in età recente, come attestano i Galli che hanno cono­
sciuto la viticoltura e la coltivazione dell’olivo solo quando
Roma era già nel suo pieno sviluppo, per non parlare di molte
altre popolazioni che ancora ignorano tante scoperte che sono
per noi dei benefici? 9. Tutto ciò sembra in contraddizione con
l’eternità delle cose, facendoci supporre che il mondo abbia
avuto un determinato inizio in seguito al quale ogni singola
innovazione si è prodotta a poco a poco 145.
Ma la filosofia ci assicura che il mondo è certamente sem­
pre esistito, prodotto sì da un dio, ma non dal tempo 146, se è
vero che il tempo non è potuto esistere prima del mondo, dato
che nient’altro realizza i momenti del tempo se non il corso del
sole 147.
Quanto alle cose umane spesso periscono in massima
parte 148 mentre il mondo rimane e poi di nuovo ritornano in
vita per l’effetto delTalternarsi d’inondazioni e di conflagrazio-
ne redeunte. 1 0 . Cuius uicissitudinis causa uel necessitas talis
est. Ignem aetherium physici tradiderunt humore nutriri, adse-
rentes ideo sub zona caeli perusta, quam uia solis, id est zodia­
cus, occupauit, Oceanum, sicut supra descripsimus, a natura
locatum, ut omnis latitudo, quam sol cum quinque uagis et
luna ultro citroque discurrunt, habeat subiecti humoris alimo­
niam. 11. Et hoc esse uolunt quod Homerus, diuinarum
omnium inuentionum fons et origo, sub poetici nube figmenti
uerum sapientibus intellegi dedit, Iouem cum dis ceteris, id est
cum stellis, profectum in Oceanum, Aethiopibus eum ad epu­
las inuitantibus. Per quam imaginem fabulosam Homerum
significasse uolunt hauriri de humore nutrimenta sideribus,
qui ob hoc Aethiopas reges epularum caelestium dixit, quo­
niam circa Oceani oram non nisi Aethiopes habitant, quos
uicinia solis usque ad speciem nigri coloris exurit.
12. Cum ergo calor nutriatur humore, haec uicissitudo con­
tingit ut modo calor, modo humor exuberet. Euenit enim ut
ignis, usque ad maximum enutritus augmentum, haustum uin-
cat humorem ac sic aeris mutata temperies licentiam praestet
incendio, et terra penitus flagrantia immissi ignis uratur; sed
mox, impetu caloris absum pto, paulatim uires reuertuntur
humori, cum magna pars ignis, incendiis erogata, minus iam de
renascente humore consumat. 13. Ac rursus longo temporum
tractu ita crescens humor altius uincit ut terris infundatur
eluuio, rursusque calor post hoc uires resumit, et ita fit ut,
manente mundo inter exuberantis caloris humorisque uices,
terrarum cultus cum hominum genere saepe intercidat, et
reducta temperie rursus nouetur.
14. Numquam tamen seu eluuio seu exustio omnes terras
aut omne hominum genus uel omnino operit uel penitus exu­
rit. Aegypto certe, ut Plato in Timaeo fatetur, numquam nimie-
ni 149. 10. La causa o la necessità di questo alternarsi è la
seguente. I fisici hanno insegnato che il fuoco etereo si nutre di
liquido 150, asserendo come sotto la zona torrida del cielo, occu­
pata dalla rotta del sole, cioè dallo zodiaco, la natura abbia
posto l’Oceano, come abbiamo descritto sopra 151, proprio
affinché l’intera sua larghezza, che percorrono nell’uno e nel­
l’altro senso il sole con i cinque pianeti e la luna, trovi il liqui­
do sottostante che l’alimenta 152. 1 1 . Dicono che è questa veri­
tà che Omero, fonte e origine di tutte le invenzioni divine,
diede a comprendere ai saggi, sotto il velo della finzione poeti­
ca, quando dice che Giove, accompagnato dagli altri dèi, cioè
dai pianeti, discese nell’Oceano, perché fu invitato a banchetto
dagli Etiopi. Attraverso questa immagine allegorica, assicurano
che Omero abbia indicato che il nutrimento degli astri è attin­
to dal liquido e che per questa ragione ha descritto gli Etiopi
come «re dei banchetti dei celesti»153, perché sulle sponde
dell’Oceano non abitano altri che gli Etiopi 154, la cui pelle,
bruciata dalla vicinanza del sole, ha una tinta quasi nera 155.
12. Dal momento, quindi, che il caldo trae nutrimento dal
liquido, ne risulta un’alternanza tale per cui ora prevale il
caldo, ora l’umido. Accade infatti che il fuoco, giunto al mas­
simo del nutrimento, trionfi sul liquido che ha assorbito e, in
questo modo, la mutata temperatura dell’aria lascia libero
corso a un incendio e la terra incandescente fino alle viscere
per il fuoco che vi è penetrato, s’incendia, ma ben presto, con­
sumatasi l’intensità del calore, l’umidità recupera gradatamen­
te le sue forze; perché il fuoco, di cui una gran parte si è con­
sumata nell’incendio, assorbe ormai in minor misura l’umido
che va ricostituendosi. 13. E a sua volta, dopo un lungo inter­
vallo di tempo, l’elemento umido, accumulandosi, prevale a tal
punto che un’inondazione sommerge le terre; viceversa, il calo­
re riacquista di nuovo le proprie forze: ecco come, pur rima­
nendo il mondo nell’alterna supremazia tra caldo e umido, la
civiltà terrestre spesso vien distrutta insieme al genere umano
e, quando l’equilibrio è ristabilito, si ricostituisce di nuovo.
14. Ciononostante non accade mai che un’inondazione o
una conflagrazione inghiotta del tutto o consumi fino in fondo
tutta la terra o tutta la specie umana. Quel che è certo è che
all’Egitto, come ci assicura Platone nel Timeo , non nocque mai
tas uel humoris nocuit uel caloris; unde et infinita annorum
milia in solis Aegyptiorum monumentis librisque releguntur.
15. Certae igitur terrarum partes, internecioni superstites, se­
minarium instaurando generi humano fiunt; atque ita contingit
ut non rudi mundo rudes homines et cultus inscii, cuius me­
moriam intercepit interitus, terris oberrent et, asperitatem pau-
latim uagae feritatis exuti, conciliabula et coetus, natura insti-
tuente, patiantur, sitque primum inter eos mali nescia et adhuc
astutiae inexperta simplicitas, quae nomen auri primis saeculis
praestat. 16. Inde quo magis ad cultum rerum atque artium
usus promouet, tanto facilius in animos serpit aemulatio, quae
primum bene incipiens in inuidiam latenter euadit, et ex hac
iam nascitur quicquid genus hominum post sequentibus saecu­
lis experitur. Haec est ergo quae rebus humanis pereundi
atque iterum reuertendi incolumi mundo uicissitudo uariatur.

1 1 . 1 . «... Praesertim cum apud eos ipsos, a quibus audiri


nomem nostrum potest, nemo unius anni memoriam consequi
possit. 2. Homines enim populariter annum tantummodo solis,
id est unius astri, reditu metiuntur; re ipsa autem, cum ad idem
unde semel profecta sunt cuncta astra redierint, eandemque
totius caeli descriptionem longis interuallis retulerint, tum ille
uere uertens anuus appellari potest, in quo uix dicere audeo
quam multa hominum saecula teneantur. 3. Namque, ut olim
deficere sol hominibus extinguique uisus est cum Romuli animus
haec ipsa in templa penetrauit, quandoque ab eadem parte sol
eodemque tempore iterum defecerit, tum, signis omnibus ad
idem principium stellisque reuocatis, expletum annum habeto.
Cuius quidem anni nondum uicesimam partem scito esse conuer-
sam».
4. Idem agere perseuerat, instans dissuasioni gloriae deside­
randae. Quam cum locis artam nec in ipsis angustiis aeternam
l’eccessivo prevalere di acqua o di caldo e perciò gli avveni­
menti d'infiniti millenni si conservano unicamente nei monu­
menti e nei libri egizi156. 15. Alcune parti della terra, sfuggen­
do alla distruzione, divengono quindi vivai che servono a rin­
novare il genere umano; ed ecco come, in un mondo che non
è nuovo, uomini nuovi e ignari di una civiltà, il cui ricordo si è
perso per un cataclisma, vagano sulla terra e, liberandosi gra­
dualmente di una vita errabonda allo stato selvaggio, sotto
l’impero della legge di natura accettino di riunirsi e di vivere in
gruppo; tra essi vige, in un primo tempo, una semplicità che
ignora il male e ancora estranea alle furbizie 157; che fa dare a
questi primi secoli il nome d’età dell’oro. 16. In seguito, quan­
to più l’esperienza incrementa la civilizzazione e le arti, tanto
più facilmente s’insinua negli animi la rivalità e questo senti­
mento, così benefico da principio, sfocia subdolamente nell’in­
vidia, da cui nasce ormai quello che il genere umano sperimen­
terà nei secoli a venire. Tale è dunque l’alternanza di distruzio­
ne e di rinascita delle cose umane, senza che il mondo subisca
mutamenti. 158

11. 1. «... A maggior ragione perché presso questi stessi, da


cui può essere udito il nostro nome, nessuno può raccogliere di sé
un ricordo che duri più di un anno. 2 . G li uomini, infatti\ misu­
rano ordinariamente l ’anno soltanto dopo il ritorno del sole, cioè
di un unico astro; è quando, invece, tu tti quanti gli astri saranno
ritornati nell’identico punto da cui una prima volta sono partiti
e avranno nuovamente tracciato, dopo lunghi intervalli di
tempo, l’identico disegno d i tutta quanta la volta celeste, che solo
allora si potrà parlare, a ragione, del volgersi d i un anno, nel
quale a fatica oso dire quante generazioni d i uomini v i siano con­
tenute. 3. Come un tempo, infatti, il sole sembrò agli uomini
venir meno e spegnersi, allorché l’anima di Romolo entrò nelle
nostre sacre dimore, così, quando di nuovo, dallo stesso lato del
cielo e nel medesimo istante, il sole verrà meno, allora, una volta
che saranno ricondotte al loro punto iniziale tutte le costellazio­
ni e le stelle, considera compiuto l’anno. Sappi, comunque, che di
un tale anno, non è ancora trascorsa la ventesima parte» 159.
4. L’Africano continua ad insistere sui motivi che devono
dissuadere l’Emiliano dal desiderare la gloria. Gli ha appena
supra docuisset, nunc non solum perpetuitatis expertem, sed
nec ad unius integri anni metas posse propagari docet. Cuius
adsertionis quae sit ratio dicemus.
5. Annus non is solus est quem nunc communis omnium
usus appellat, sed singulorum seu luminum seu stellarum,
emenso omni caeli circuitu, a certo loco in eundem locum redi­
tus annus suus est. 6 . Sic mensis lunae annus est, intra quem
caeli ambitum lustrat. Nam et a luna mensis dicitur, quia
Graeco nomine luna nr|vr) uocatur. Vergilius denique, ad
discretionem lunaris anni qui breuis est, annum qui cursu solis
efficitur significare uolens, ait
interea magnum sol circumuoluitur annum,
annum magnum uocans solis comparatione lunaris. 7. Nam
cursus quidem Veneris atque Mercurii paene par soli est;
Martis uero annus fere biennium tenet — tanto enim tempore
caelum circumit — , louis autem stella duodecim et Saturni tri­
ginta annos in eadem circumitione consumit.
8. Haec de luminibus ac uagis, ut saepe relata, iam nota
sunt. Annus uero qui mundanus uocatur, qui uere uertens est,
quia conuersione plenae uniuersitatis efficitur, largissimis sae­
culis explicatur. Cuius ratio talis est. 9. Stellae omnes et sidera
quae infixa caelo uidentur, quorum proprium motum num­
quam uisus humanus sentire uel deprehendere potest, mouen-
tur tamen, et praeter caeli uolubilitatem, qua semper trahun­
tur, suo quoque accessu tam sero promouentur, ut nullius
hominum uita tam longa sit quae obseruatione continua fac­
tum de loco permutationem, in quo eas primum uiderat,
deprehendat. 10. Mundani ergo anni finis est cum stellae
omnes omniaque sidera, quae cnrAavTis habet, a certo loco ad
eundem locum ita remeauerint ut ne una quidem caeli stella in
dimostrato che questa è limitata in un ambito ristrettissimo e
non può essere eterna neppure in un ambito così circoscritto,
ora mostra che essa è ben lungi dal partecipare all’eternità e
non può nemmeno arrivare alle estremità 160 di un solo intero
anno. Affermazione, quest’ultima, di cui diremo la ragione.
5. L’anno non è solo quello che viene adesso così chiamato
da tutti nell’accezione comune; ma ad ogni singolo luminare o
pianeta, che, dopo aver percorso tutta la circonferenza del
cielo, ritorna nello stesso identico punto del cielo da cui era
partito, corrisponde un anno che gli è proprio 161. 6 . Così per
la luna l’anno è il mese nel quale compie la sua rivoluzione
celeste. Perciò la parola latina mensis (mese) prende il suo
nome dalla luna, che in greco è chiamata ur|vr|. 162 Virgilio
volendo quindi esprimere l’anno che si realizza con il corso del
sole, per differenziarlo dall’anno lunare, che è breve, dice
Intanto un grande anno compie il sole girando 163

chiamando «grande anno» quello del sole rispetto a quello


lunare. 7. Quanto alla rivoluzione di Venere e di Mercurio, è
pressappoco uguale a quella del sole; l’anno di Marte invece
impiega a un dipresso un biennio — questo è infatti il tempo
che gli occorre per tracciare la sua orbita celeste —, il pianeta
di Giove invece ne impiega dodici per compiere la medesima
rivoluzione e quello di Saturno trent’a n n i164.
8. Tutte queste nozioni sui luminari e i pianeti, in quanto
spesso riferite, sono ormai note. Ma l’anno detto «del mondo»,
che è, a ragione, il vero ciclo, perché risulta dalla rotazione del­
l’universo nel suo insieme, si realizza su lunghissimi secoli.
Eccone la ragione. 165 9. Tutte le stelle e tutte le costellazioni
che sembrano infisse nella volta celeste e delle quali l’occhio
umano non può mai vedere né percepire il movimento pro­
prio, eppure si muovono e, in aggiunta alla rotazione del cielo
che le trascina continuamente, realizzano anche un loro movi­
mento, così lento che non vi è uomo che viva abbastanza a
lungo per riconoscere, osservandole assiduamente, che esse
hanno lasciato il punto in cui aveva cominciato a scorgerle la
prima volta. 166 10. L’anno del mondo è dunque compiuto
quando tutte le stelle e tutte le costellazioni che contiene
l’ccrTAavris sono ritornate da un dato punto nella medesima
posizione da cui erano partite, in modo tale che neppure una
alio loco sit quam in quo fuit cum omnes aliae ex eo loco motae
sunt ad quem reuersae anno suo finem dederunt, ita ut lumina
quoque cum erraticis quinque in isdem locis et partibus sint in
quibus incipiente mundano anno fuerunt.
11 . H oc autem, ut physici uolunt, post annorum quindecim
milia peracta contingit. Ergo sicut annus lunae mensis est, et
annus solis duodecim menses, et aliarum stellarum hi sunt anni
quos supra rettulimus, ita mundanum annum quindecim milia
annorum quales nunc computamus efficiunt. 12. Ille ergo uere
annus uertens uocandus est, quem non solis, id est unius astri,
reditu metimur, sed quem stellarum omnium, quae in quocum­
que caelo sunt, ad eundem locum reditus sub eadem caeli
totius descriptione concludit, unde et mundanus dicitur quia
mundus proprie caelum uocatur.
13. Igitur sicut annum solis non solum a kalendis Ianuariis
usque ad easdem uocamus, sed et a sequente post kalendas die
usque ad eundem diem, et a quocumque cuiuslibet mensis die
usque in diem eundem reditus annus uocatur, ita huius mun­
dani anni initium sibi quisque facit quodcumque decreuerit, ut
ecce nunc Cicero a defectu solis qui sub Romuli fine contigit
mundani anni principium sibi ipse constituit. 14. Et licet iam
saepissime postea defectus solis euenerit, non dicitur tamen
mundanum annum repetita defectio solis implesse, sed tunc
implebitur cum sol deficiens in isdem locis et partibus et ipse
erit, et omnes caeli stellas omniaque sidera rursus inueniet in
quibus fuerant cum sub Romuli fine deficeret.
15. Igitur a discessu Romuli post annorum quindecim milia,
sicut adserunt physici, sol denuo ita deficiet ut in eodem signo
qualsiasi di queste stelle si trovi in cielo in un punto diverso da
quello in cui si trovava quando tutte le altre si mossero da quel
punto in cui il loro ritorno ha messo fine al loro anno e in
modo tale che i luminari e i cinque pianeti abbiano ritrovato le
posizioni e Ì gradi in cui erano all’origine dell’anno del mondo,
11. Questa restituzione perfetta degli aspetti si avvera, come
ritengono i fisici, alla fine di quindicimila anni. 167 Quindi, così
come l’anno lunare dura un mese, l’anno solare dodici mesi e
gli anni degli altri pianeti il tempo che abbiamo sopra riferito,
allo stesso modo, per costituire l’anno del mondo, occorrono
quindicimila degli anni che noi normalmente computiamo. 1 2 .
Si può dunque veramente chiamare rivoluzione annuale non
l’anno che si misura sulla rivoluzione del sole, vale a dire di un
solo astro, ma quello che si conclude, con il completo ritorno
siderale, in qualunque parte del cielo si trovino le stelle, nel
coincidente punto di partenza, con la stessa configurazione in
tutto il cielo; per questa ragione è definito anche mundanus
[universale!, perché il cielo è, per l’esattezza, chiamato mundus
[universo] 168.
13. Quindi come chiamiamo anno solare non solo il perio­
do che va dalle calende di gennaio fino alle stesse calende suc­
cessive, ma chiamiamo anno anche il periodo che va dal secon­
do giorno che segue queste calende fino al ritorno del medesi­
mo giorno o, infine, il periodo che va da un qualsiasi altro gior­
no di un mese qualsiasi fino al giorno corrispondente di quel­
lo stesso mese, così ciascuno è libero di determinare dove
vuole l’inizio di questo anno del mondo, come, ad esempio, fa
Cicerone con lo stabilire, nel suo caso, il principio dell’anno
del mondo cominciandolo dall’eclissi di sole che segnò il
momento della morte di Romolo. 14. Sebbene dopo di allora si
siano verificate numerosissime eclissi di sole, Cicerone, tutta­
via, non afferma che il ripetersi di questo fenomeno abbia com­
pletato l’anno del mondo; si compirà solamente quando il sole
stesso, nel momento della sua eclissi, si troverà e vedrà tutte le
altre stelle celesti così come tutte le altre costellazioni ritrovar­
si nelle stesse parti del cielo e offrire gli stessi aspetti in cui
erano quando il sole si eclissò alla morte di Romolo 169.
15. Dunque, dopo quindicimila anni dal decesso di Romolo
— come affermano i fisici — , il sole si eclisserà di nuovo in
eadem que parte sit, ad idem principium in quo sub Romulo
fuerat stellis quoque omnibus signisque reuocatis. 16. Peracti
autem fuerant, cum Scipio in Africa militaret, a discessu
Romuli anni quingenti septuaginta et tres. Anno enim ab Vrbe
condita sexcentesimo septimo hic Scipio deleta Carthagine
triumphauit; ex quo numero annis remotis triginta duobus
regni Romuli et duobus qui inter somnium et consummatum
bellum fuerunt, quin genti septuaginta tres a discessu Romuli
ad somnium usque remanebunt. 17. Ergo rationabiliter uere-
que signauit necdum mundani anni uicesimam partem esse
conuersam. Nam uicesimae parti quot anni supersint a fine
Romuli ad Africanam militiam Scipionis, quos diximus annos
fuisse quingentos septuaginta tres, quisquis in digitos mittit
inueniet.

12. 1. «Tu uero enitere et sic habeto non esse te mortalem, sed
corpus hoc. Nec enim tu is es quem forma ista declarat, sed mens
cuiusque is est quisque, non ea figura quae digito demonstrari
potest. Deum te igitur scito esse, si quidem est deus qui uiget, qui
sentit, qui meminit, qui prouidet, qui tarn regit et moderatur et
mouet id corpus cui praepositus est quam hunc mundum ille
princeps deus; et ut ille mundum quadam parte mortalem ipse
deus aeternus, sic fragile corpus animus sempiternus mouet».
2 . Bene et sapienter Tullianus hic Scipio circa institutionem
nepotis ordinem recte docentis impleuit. Nam, ut breuiter a
principio omnem operis continentiam reuoluamus, primum
tempus ei mortis et imminentes propinquorum praedixit insi­
dias, ut totum de hac uita sperare dedisceret, quam non diutur­
nam comperisset; dein, ne metu praedictae mortis frangeretur,
ostendit sapienti et bono ciui in immortalitatem migrandum;
modo da essere nello stesso segno e nello stesso grado rispetto
al punto di partenza in cui era all’epoca di Romolo e anche
tutte le stelle e costellazioni saranno nell’identica posizione ori­
ginaria. 16. Ora, al tempo della campagna militare del secondo
Scipione in Africa, erano trascorsi cinquecentosettantatre anni
dalla scomparsa di Romolo. Infatti, nell’anno seicentosette
dalla fondazione di Roma il nostro Scipione celebrò il trionfo
per la distruzione di Cartagine; sottraendo da questo numero i
trentadue anni del regno di Romolo e i due anni intercorsi tra
il sogno e la fine della terza guerra punica, ne resteranno cin­
quecentosettantatre, tra la scomparsa di Romolo e l’epoca del
sogno. 17. Cicerone osservò dunque, in seguito a un calcolo e
in modo esatto, che la ventesima parte dall’anno del mondo
non era ancora trascorsa. Infatti, per trovare la differenza d ’an­
ni che c’è, per fare un ventesimo, tra la fine di Romolo e la cam­
pagna africana di Scipione, basta saper contare sulle dita 170.

12. 1 . «Impegnati dunque e tieni sempre per certo che non tu


sei mortale, ma lo è questo tuo corpo. Tu, infatti, non sei questa
form a sensibile apparente, ma l'essere d i ciascuno d i noi è la
mente, non certo la figura esteriore che si può indicare col dito.
Sappi, dunque, che tu sei un Dio, se davvero è un Dio colui che
ha forza, percepisce, ricorda, provvede, colui che regge, regola e
muove il corpo cui è preposto, così come il Dìo supremo fa con
questo universo; e negli stessi term ini in cui quel Dio eterno dà
movimento all’universo, mortale sotto un certo aspetto, così l’a­
nima sempiterna muove il fragile corpo» 171.
2. Con buon senso e saggiamente, lo Scipione di Marco
Tullio Cicerone, per condurre a termine l’istruzione del nipo­
te, segue un ordine secondo il metodo di un bravo maestro.
Infatti, se riesaminiamo brevemente da principio tutto il con­
tenuto dell’opera, Publio, prima di tutto, ha predetto al giova­
ne Scipione il momento della sua morte e le insidie che lo
minacciavano da parte dei suoi parenti con lo scopo di inse­
gnargli a non sperare tutto da questa vita terrena, una volta
avvertito che non è di lunga durata; poi, per non scoraggiarlo
col timore di una morte annunciata, gli ha mostrato che al sag­
gio e al buon cittadino era promesso il passaggio dalla morte
all’immortalità e, poiché questa speranza d ’immortalità aveva
cumque eum ultro spes ista traxisset ad moriendi desiderium,
succedit Pauli patris oportuna dissuasio, accensam filii festina­
tionem ab appetitu spontaneae mortis excludens. 3. Plene igi­
tur in animo somniantis utrimque plantata sperandi expectan-
dique temperie, altius iam circa erigendum nepotis animum
Africanus ingreditur, nec prius eum terram patitur intueri
quam caeli ac siderum naturam, motum ac modulamen agno­
scat, et haec omnia sciat praemio cessura uirtutum. 4. Ac post­
quam mens firmata Scipionis alacritate tantae promissionis eri­
gitur, tum demum gloria, quae apud indoctos magnum uirtutis
praemium creditur, contemni iubetur, dum ostenditur ex terra­
rum breuitate uel casibus arta locis, angusta temporibus.
5. Africanus igitur, paene exutus hominem et, defaecata
mente, iam naturae suae capax, hic apertius admonetur ut esse
se deum nouerit. Et haec sit praesentis operis consummatio, ut
animam non solum immortalem, sed deum esse clarescat. 6 .
Ille ergo, qui fuerat iam post corpus in diuinitatem receptus,
dicturus uiro adhuc in hac uita posito «deum te scito esse», non
prius tantam praerogatiuam committit homini quam qui sit
ipse discernat, ne aestimetur hoc quoque diuinum dici quod
mortale in nobis et caducum est.
7. Et quia Tullio mos est profundam rerum scientiam sub
breuitate tegere uerborum, nunc quoque miro compendio tan­
tum includit arcanum quod Plotinus, magis quam quisquam
uerborum parcus, libro integro disseruit, cuius inscriptio est
‘quid animal quid homo’.
8 . In hoc ergo libro Plotinus quaerit cuius sint in nobis
uoluptates, maerores metusque ac desideria et animositas uel
dolores, postremo cogitationes et intellectus: utrum merae ani­
mae an uero animae utentis corpore? Et post multa quae sub
copiosa rerum densitate disseruit, quae nunc nobis ob hoc
spontaneamente acceso in lui il desiderio di morire, è giunto
opportunamente Paolo, suo padre, per dissuaderlo e per disto­
gliere suo figlio, acceso dalla brama di affrettare questo istan­
te, da una morte volontaria. 3. Dopo che nell’animo del sogna­
tore fu ben radicata da entrambi i suoi una giusta proporzione
di speranza e di attesa, l’Africano interviene allora per elevare
ancora più in alto l’animo del nipote e non permette che egli
diriga il suo sguardo verso la terra prima di aver conosciuto la
natura, il movimento e l’armonia del cielo e delle stelle e prima
di aver saputo che tutte queste cose saranno concesse come
premio alla virtù. 4. E, dopo che la mente di Scipione, resa più
sicura e forte per l’entusiasmo di una così gran promessa, ha
ripreso coraggio, allora finalmente il nonno lo esorta a disprez­
zare la gloria, considerata dagli uomini ignoranti come la più
degna ricompensa della virtù, mostrando come essa sia confi­
nata nello spazio e limitata nel tempo, a causa dell’esiguità e
degli accidenti della terra. 172
5. Così, quasi spogliato della sua condizione umana e con la
mente purificata 173, ormai in possesso della propria natura, il
giovane Africano è allora ammesso ad un importante segreto:
sapere di essere un dio . 174 Questo ci conduce al punto culmi­
nante della presente opera: chiarire che l’anima non è solo
immortale, ma che è un dio. 6 . Il primo Africano, dunque, che,
dopo l’uscita dal corpo, era stato ammesso alla condizione divi­
na, preparandosi a dire ad un uomo ancora su questa terra:
«sappi che tu sei un D io », attende, per fargli questa sublime
confidenza, che questi abbia ben compreso chi egli veramente
sia, affinché non pensi che l’attributo di divino si applichi
anche a ciò che c’è in noi di mortale e di caduco.
7. E poiché per regola Tullio Cicerone nasconde nel minor
numero di parole possibili la profonda conoscenza degli argo­
menti trattati, anche ora, con consumata concisione, sintetizza
un così grande arcano che Plotino, più d ’ogni altro autore
parco di parole 175, trattò in un libro intero che ha per titolo
Che cos’è l’essere animato, che cos’è l ’uom oì 176
8 . In questo libro, dunque, Plotino si domanda da cosa
dipendano in noi piaceri, dolori, timori e desideri, animosità o
risentimenti, e, infine, pensieri e intelletto, per vedere se appar­
tengano all’anima pura e semplice o all’anima che si serve del
corpol77. Poi, dopo una lunga e densa dissertazione che affron-
solum praetereunda sunt ne usque ad fastidii necessitatem
uolumen extendant, hoc postremo pronuntiat: animal esse cor­
pus animatum. 9. Sed nec hoc neglectum uel non quaesitum
relinquit, quo animae beneficio, quaue uia societatis animetur.
Has ergo omnes quas praediximus passiones adsignat animali;
uerum autem hominem ipsam animam esse testatur. Ergo qui
uidetur, non ipse uerus homo est; sed uerus ille est a quo regi­
tur quod uidetur. 10. Sic, cum morte animalis discesserit ani­
matio, cadit corpus regente uiduatum: et hoc est quod uidetur
in homine mortale. Anima autem, qui uerus homo est, ab omni
condicione mortalitatis aliena est, adeo ut in imitationem dei
mundum regentis regat et ipsa corpus, dum a se animatur. 1 1 .
Ideo physici mundum magnum hominem, et hominem breuem
mundum esse dixerunt. Per similitudines igitur ceterarum
praerogatiuarum, quibus deum anima uidetur imitari, animam
deum et prisci philosophorum et Tullius dixit.
12. Quod autem ait «mundum quadam parte mortalem»,
ad communem opinionem respicit, qua mori aliqua intra mun­
dum uidentur, ut animal exanimatum uel ignis extinctus uel
siccatus humor. Haec enim omnino interisse creduntur. 13.
Sed constat secundum uerae rationis adsertionem, quam et
ipse non nescit nec Vergilius ignorat dicendo
nec morti esse locum

constat, inquam, nihil intra uiuum mundum perire, sed eorum


quae interire uidentur solam mutari speciem, et illud in origi­
nem suam atque in ipsa elementa remeare, quod tale quale fuit
esse desierit.
14. Denique et Plotinus alio in loco, cum de corporum
absumptione dissereret et hoc dissolui posse pronuntiaret
quicquid effluit, obiecit sibi: cur ergo elementa, quorum fluxus
in aperto est, non similiter aliquando soluuntur? Et breuiter
tantae obiectioni ualideque respondit: ideo elementa, licet
ta un gran numero d ’argomenti, e che tralasceremo per il solo
motivo di non ampliare il nostro libro fino a inevitabilmente
annoiare il lettore, Plotino alla fine dichiara: l’animale è un
corpo animato 178. 9. Tuttavia non tralascia né lascia inesplora­
to il problema dei benefici che l’anima offre al corpo e del
modo attraverso cui si realizza l’unione 179 che lo anima. Que­
sto filosofo attribuisce, dunque, tutte le passioni che abbiamo
sopra enunciato, all’essere animale 180, ma afferma, d ’altra
parte, che il vero uomo è l’anima stessa. Di conseguenza l’uo­
mo visibile non è il vero uomo; il vero uomo è quello che
governa la forma visibile 1S1. 10. Così, quando alla morte del­
l’essere animato si allontana la forza animatrice, il corpo, pri­
vato di ciò che lo governava, crolla: e questo, ciò che è visibile,
che è mortale nell’uomo. L’anima, invece, che è il vero uomo,
è talmente aliena da ogni condizione di mortalità che, ad imi­
tazione del D io che regge quest’universo, regge anch essa il
corpo per tutto il tempo in cui lo anima. 11. Perciò i fisici defi­
nirono l’universo un grande uomo e l’uomo un m icrocosm o . 182
Quindi, per le analogie di tutte le altre prerogative con le quali
l’anima sembra imitare la Divinità, gli antichi filosofi e Cice­
rone dissero che l’anima era un Dio.
12. Se quest’ultimo, d’altronde, parla di un «universo, mor­
tale sotto un certo aspetto», è per conformarsi all’opinione
comune che s’immagina che alcune cose all’interno del mondo
muoiano, come l’essere animato privato della vita o il fuoco
che si è spento o la sostanza liquida che si è asciugata. Cose,
queste, infatti, che si crede siano totalmente perite. 13. Ma
risulta, in base alla vera dottrina, che certo Cicerone conosce e
che lo stesso Virgilio non ignora quando dice
non c e posto per la morte, 183
risulta, dicevo, che niente perisce all’interno dell’universo
vivente, ma che solo muta l’apparenza degli esseri che sembra­
no perire 184 e che ciò che ha cessato di essere com’era ritorna
al suo stato originario e agli elementi di cui era composto.
14. Infine, anche Plotino, in un altro passo 185, in cui tratta
della distruzione dei corpi e afferma che tutto ciò che fluisce
può dissolversi, si pone questa obiezione: perché mai gli ele­
menti, la cui dissoluzione è così evidente, non finiscono allo
stesso modo per dissolversi 186? A un’obiezione così valida
fluant, numquam tamen solui quia non foras effluunt. 15. A
ceteris enim corporibus quod effluit recedit; elementorum flu­
xus numquam ab ipsis recedit elementis; ergo in hoc mundo
pars nulla mortalis secundum uerae rationis adserta.
16. Sed quod ait eum «quadam parte mortalem », ad com­
munem, ut diximus, opinionem paululum inclinare se uoluit.
In fine autem ualidissimum immortalitatis animae argumen­
tum ponit: quia ipsa corpori praestat agitatum.

13. 1. Quod quale sit ex ipsis uerbis Ciceronis quae secun-


tur inuenies: «Nam quod semper mouetur, aeternum est, quod
autem motum adfert alicui quodque ipsum agitatur aliunde,
quando finem habet motus, uiuendi finem habeat necesse est.
Solum igitur quod se ipsum mouet, quia numquam deseritur a se,
numquam ne moueri quidem desinit; quin etiam ceteris quae
mouentur hic fons, hoc principium est mouendi. 2 . Principii
autem nulla est origo. Nam e principio oriuntur omnia, ipsum
autem nulla ex re alia nasci potest: nec enim esset id principium
quod gigneretur aliunde. 3. Quod si numquam oritur, ne occidit
quidem umquam. Nam principium extinctum nec ipsum ab alio
nascetur, nec ex se aliud creabit, si quidem necesse est a principio
oriri omnia. 4. Ita f it ut motus principium ex eo sit quod ipsum
a se mouetur. Id autem nec nasci potest nec mori, uel concidat
omne caelum omnisque natura, et consistat necesse est, nec uim
ullam nanciscatur, qua a primo impulsu moneatur. 5. Cum pateat
igitur aeternum id esse quod ipsum se moueat, quis est qui hanc
naturam animis esse tributam neget? Inanimum est enim omne
quod pulsu agitatur externo; quod autem est animal, id motu cie­
tur interiore et suo. Nam haec est propria natura animi atque uis;
quae si est una ex omnibus quae se ipsa moueat, neque nata certe
est et aeterna est».
risponde con poche ma efficaci parole: gli elementi, sebbene
fluiscano, non si dissolvono mai, perché non fluiscono verso
l’esterno 187. 15. Infatti, ciò che fluisce via dagli altri corpi se ne
allontana, mentre il flusso degli elementi non si allontana mai
dagli elementi stessi 188; quindi in questo universo, secondo la
vera dottrina, nessuna parte può essere definita mortale.
16. Ma Cicerone con l’espressione «mortale sotto un certo
aspetto », ha voluto, come abbiamo detto, fare soltanto una par­
ziale concessione all’opinione comune. Alla fine della sua
opera, d’altronde, pone un’argomentazione validissima in
favore dell’immortalità dell’anima: il fatto che fornisce al corpo
il suo movimento.

13. 1. Troverai quest’argomentazione proprio nelle seguen­


ti parole di Cicerone: «Infatti ciò che sempre si muove è eterno,
ciò che, invece, trasmette il movimento ad altro e a sua volta trae
impulso da una forza esterna, quando il movimento ha un term i­
ne, deve avere necessariamente una cessazione di vita. Pertanto,
solo ciò che si muove per se stesso-, in quanto non può mai esse­
re abbandonato da se stesso, non cessa mai neppure di muoversi;
anzi, per tutte le altre cose che si muovono > è la fonte, è il prin­
cipio del movimento. 2 . Non v i è origine, poi, per un principio.
Infatti, dal principio sì generano tutte le cose, mentre esso non
può essere generato da nessun altra cosa: se fosse generato da
qualcos’altro non potrebbe, infatti, essere un principio. 3. E come
non è mai generato, così non muore mai. Infatti, un principio
estinto non rinascerà da un’altra cosa e non ne genererà un’altra
da se stesso, se è inevitabile che ogni cosa si generi da un princi­
pio. 4. Ne consegue che il principio del movimento consiste in ciò
che si muove da sé. Non può, quindi, né nascere né morire, altri­
m enti sarebbe inevitabile che tutto il cielo crolli e che tutta la
natura si ferm i e che non si trovi più alcuna forza per dare al loro
movimento l ’impulso iniziale. 5. Siccome, quindi, risulta dimo­
strato che ciò che muove se stesso è eterno, chi potrebbe negare
che le anime abbiano ricevuto questa natura in retaggio? E ina­
nimato, effettivamente, tutto ciò che è mosso da un impulso
esterno; ciò che invece è un essere animato si muove per un moto
interno e proprio. Tale è infatti la natura peculiare dell’anima,
tale la sua essenza; e se, tra tu tti gli esseri, è l’unica a muoversi
da sé, non è stata certamente generata ed è eterna » 189.
6. Omnis hic locus de Phaedro Platonis ad uerbum a
Cicerone translatus est, in quo ualidissimis argumentis animae
immortalitas adseritur, et haec est argumentorum summa, esse
animam mortis immunem quoniam ex se mouetur.
7. Sciendum est autem quod duobus modis immortalitas
intellegitur. Aut enim ideo est immortale quid, quia per se non
est capax mortis, aut quia procuratione alterius a morte defen­
ditur. Ex his prior modus ad animae, secundus ad mundi
immortalitatem refertur. Illa enim suapte natura a condicione
mortis aliena est, mundus uero animae beneficio in hac uitae
perpetuitate retinetur.
8 . Rursus semper moueri dupliciter accipitur. Hoc enim
dicitur et de eo quod ex quo est semper mouetur, et de eo
quod semper et est et mouetur; et secundus modus est quo ani­
mam dicimus semper moueri,
9. His praemissis, iam quibus syllogismis de immortalitate
animae diuersi sectatores Platonis ratiocinati sunt oportet ape­
riri. Sunt enim qui per gradus syllogismorum ad unum finem
probationis euadunt, certam sibi propositionem sequentis ex
antecedentis conclusione facientes. 10. Apud quos hic prior
est: «Anima ex se mouetur. Quicquid autem ex se mouetur
semper mouetur. Igitur anima semper mouetur». Secundus ita,
qui nascitur ex prioris fine: «Anima semper mouetur. Quod
autem semper mouetur immortale est. Igitur anima immortalis
est». Et ita in duobus syllogismis duae res probantur, id est et
semper moueri animam, ut in priore, et esse immortalem, ut
colligitur de secundo. 1 1 . Alii uero usque ad tertium gradum
ita argumentando procedunt: «Anima ex se mouetur. Quod
autem ex se mouetur principium motus est. Igitur anima prin­
cipium motus est». Rursus ex hac conclusione nascitur propo­
sitio: «Anima principium motus est. Q uod autem principium
motus est natum non est. Igitur anima nata non est». Tertio
loco: «Anima nata non est. Quod natum non est immortale est.
6. Tutto questo brano di Cicerone è la traduzione, parola
per parola, del Fedro di Platone 19°, dove, con solidissimi argo­
menti, si asserisce l’immortalità dell’anima e queste argomen­
tazioni culminano con il concetto che l’anima è immune dalla
morte, perché si muove da sé.
7. Si deve poi sapere che «immortalità» può intendersi in
due modi. Infatti, un essere è immortale o perché di per sé non
è capace di morte o perché un intervento esterno lo mette al
riparo dalla morte. Il primo di questi modi si applica all’im-
mortalità dell’anima e il secondo all’immortalità dell’universo.
Essa, infatti, per la sua stessa natura, è estranea alla condizione
mortale; l’universo, invece, è conservato per merito dell’anima
in questa perpetua condizione di vita.
8 . A sua volta, l’espressione «muoversi sempre» può inten­
dersi in due accezioni. Si dice così, infatti, sia con riferimento
a quanto è mosso da ciò che è eterno, sia con riferimento a ciò
che è insieme eterno e in movimento; questa seconda accezio­
ne è quella che noi riferiamo al moto eterno dell’anima.
9. Fatte queste premesse, è ormai necessario esporre i sillo­
gismi utilizzati da diversi seguaci di Platone per dimostrare
l’immortalità dell’anima m . Ve ne sono, infatti, alcuni che, con
una concatenazione di sillogismi, arrivano ad una conclusione
unica, per cui la conclusione dedotta dalle prime due parti del
sillogismo precedente diviene la prima proposizione del sillogi­
smo seguente. 10. Ecco il loro primo sillogismo: «L’anima si
muove da sé. Ma ciò che si muove da sé si muove sempre. Dun­
que l’anima si muove sempre». 192 II secondo, che sorge dalla
conclusione del primo, è il seguente: «L’anima si muove sem­
pre. Ma ciò che si muove sempre è immortale. Dunque l’anima
è immortale». 193 E così, per mezzo di due sillogismi, si prova­
no due cose: una, che l’anima si muove sempre, conseguenza
del primo ragionamento; l’altra, che è immortale, come si rica­
va dal secondo. 1 1 . Altri, poi, si spingono fino al terzo grado del
sillogismo argomentando in questo modo: «L’anima si muove
da sé. Ciò che si muove da sé è il principio del moto. Dunque
l’anima è il principio del moto». A sua volta, da questa conclu­
sione nasce la seguente proposizione: «L’anima è il principio del
moto. Ma ciò che è principio del movimento non è nato.
Dunque l’anima non è nata». In terzo luogo: «L’anima non è
Igitur anima immortalis est». 1 2 , Alii uero omnem ratiocinatio­
nem suam in unius syllogismi compendium redegerunt:
«Anima ex se mouetur. Quod ex se mouetur principium motus
est. Quod principium motus est natum non est. Quod natum
non est immortale est. Igitur anima immortalis est».

14.1. Sed harum omnium ratiocinationum apud eum potest


postrema conclusio de animae immortalitate constare, qui pri­
mam propositionem, id est ex se moueri animam non refellit;
hac enim in fide non recepta, debilia fiunt omnia quae sequun­
tur. 2 . Sed huic Stoicorum quidem accedit adsensio. Aristoteles
uero adeo non adquiescit, ut animam non solum ex se non
moueri, sed ne moueri quidem penitus conetur adserere. Ita
enim callidis argumentationibus adstruit nihil ex se moueri ut,
etsi aliquid hoc facere concedat, animam tamen hoc non esse
confirmet.
3. «Si enim anima», inquit, «principium motus est, doceo
non posse principium motus moueri». Et ita diuisionem suae
artis ingreditur, ut primum doceat in rerum natura esse aliquid
immobile, deinde hoc esse animam temptet ostendere. 4.
«Necesse est», inquit, «aut omnia quae sunt immobilia esse,
aut omnia moueri, aut aliqua ex his moueri, aliqua non moue­
ri. Item si damus», ait, «et motum et quietem, necesse est aut
alia semper moueri et alia numquam moueri, aut omnia simul
nunc quiescere, nunc moueri. De his», inquit, «quid magis
uerum sit requiramus. 5. Non esse omnia immobilia aspectus
ipse testimonio est, quia sunt quorum motum uidemus. Rursus
non moueri omnia uisus docet, quo immota cognoscimus. Sed
nec omnia dicere possumus modo motum pati, modo esse sine
motu, quia sunt quorum perpetuum motum uidemus, ut de
caelestibus nulla dubitatio est. Restat igitur», ait, «ut sicut ali­
qua semper mouentur, ita sit aliquid semper immobile».
nata. Ma ciò che non è nato è immortale. Dunque l’anima è
immortale». 12. Altri, infine, hanno compendiato in un unico
sillogismo tutto il loro ragionamento: «L’anima si muove da sé.
Ciò che si muove da sé è il principio del movimento. Ciò che è
il principio del movimento non è nato. Ciò che non è nato è
immortale. Dunque l’anima è immortale» 194.

14. 1. Ma la conclusione finale di tutti questi sillogismi circa


l’immortalità dell’anima può restar certa presso chi non respin­
ge la prima proposizione, ossia che l’anima si muove da sé; ma
se ad essa non si dà credito, tutte le altre conseguenze risultano
fragili. 2 . Gli Stoici, invero, danno la loro adesione a questa pro­
posizione 195. Aristotele, invece, non vi presta fede al punto di
cercare di dimostrare che non solo l’anima non si muove da sé,
ma che semplicemente non si muove neppure 196. Si serve infat­
ti di argomentazioni così artificiose per sostenere che niente si
muove da sé 197 che, pur dovendo ammettere che qualcosa si
muove da sé, ciononostante afferma che non può essere l’anima.
3. «Se, infatti», dice questo filosofo «l’anima è il principio del
moto, io sostengo che il principio del moto non può essere
mosso» 198. Così Aristotele introduce la sua ingegnosa suddivi­
sione che lo conduce a sostenere, in primo luogo, che nella natu­
ra c’è qualche cosa d’immobile, cercando di dimostrare, in
seguito, che questo qualcosa è l’anima. 4. Ecco cosa dice: «E
necessario o che tutte le cose che esistono siano immobili o che
si muovano tutte o che qualcuna tra esse si muova e qualcun’al-
tra no. Ugualmente» afferma «se ammettiamo insieme sia il
moto sia l’immobilità, è necessario o che alcune cose si muova­
no sempre e altre mai, oppure che tutte, al tempo stesso, ora
siano immobili e ora in movimento. Esaminiamo» dice «quale di
queste ipotesi è la più vera. 5. Lo sguardo stesso ci è testimone
che non tutte le cose sono immobili, poiché di alcune ne vedia­
mo il movimento. D ’altra parte la nostra vista ci indica che non
tutte le cose si muovono, poiché ne conosciamo d’immobili. Ma
non possiamo neanche dire che tutte le cose ora sono soggette
al movimento ed ora ne sono prive, perché ce ne sono alcune il
cui movimento è visibilmente incessante, come i corpi celesti
per Ì quali non vi è dubbio. Per cui si deve concludere» conti­
nua Aristotele «che come ci sono alcune cose che si muovono
sempre, così c’è anche qualcosa che è sempre immobile» 199.
6. Ex his ut collectum sit esse aliquid immobile, nullus
obuiat uel refellit. Nam et uera diuisio est, et sectae Platonicae
non repugnat. Neque enim siquid est immobile, sequitur ut
hoc sit anima, nec qui dicit animam ex se moueri, iam moueri
uniuersa confirmat, sed modum adstruit quo anima mouetur.
Si quid uero est aliud immobile, nihil ad hoc quod de anima
adstruitur pertinebit.
7. Quod et ipse Aristoteles uidens, postquam docuit esse
aliquid immobile, hoc esse animam uult docere, et incipit adse-
rere nihil esse quod ex se moueri possit, sed omnia quae
mouentur ab alio moueri. Quod si uere probasset, nihil ad
patrocinium Platonicae sectae relinqueretur. Quemadmodum
enim credi posset ex se moueri animam si constaret nihil esse
quod ex se possit moueri? In hac autem Aristotelica argumen­
tatione huius modi diuisionis ordo contexitur: 8 . «Ex omnibus
quae mouentur», inquit, «alia per se mouentur, alia ex acciden­
ti. Et ex accidenti», inquit, «mouentur quae, cum ipsa non
moueantur, in eo tamen sunt quod mouetur, ut in naui sarcina
seu uector quiescens, aut etiam cum pars mouetur quiescente
integritate, ut si quis stans pedem manumue uel caput agitet. 9 .
Per se autem mouetur quod neque ex accidenti neque ex parte,
sed et totum simul mouetur, ut cum ad superiora ignis ascen­
dit. Et de his quidem quae ex accidenti mouentur, nulla dubi­
tatio est quin ab alio moueantur: probabo autem», inquit,
«etiam ea quae per se mouentur ab alio moueri.
10. Ex omnibus enim», ait, «quae per se mouentur, alia
causam motus intra se possident, ut animalia, ut arbores, quae
sine dubio ab alio intelleguntur moueri, a causa scilicet quae in
ipsis latet, nam causam motus ab eo quod mouetur ratio
6. In base a questi ragionamenti, l’uitima asserzione sull’e­
sistenza di qualcosa d’immobile non incontra alcuna obiezione
o alcuna confutazione. Questa distinzione logica è esatta e non
è assolutamente in contrasto con la scuola platonica. E, infatti,
se esiste qualcosa d’immobile, non ne consegue che si tratti
dell’anima 200; e chi dice che l’anima si muove da sé non ne
inferisce che tutte quante le cose si muovono, ma si indica sola­
mente il modo in cui l’anima si muove. Se poi c’è qualcos’altro
d ’immobile, esso non avrà relazione alcuna con ciò che si è
indicato dell’anima.
7. Lo stesso Aristotele, che si rendeva conto di ciò, dopo
aver stabilito che c’è qualcosa d’immobile, vuol spiegare che si
tratta dell’anima e comincia ad affermare che non c’è niente che
si può muovere di per sé, ma che tutto ciò che si muove è mosso
da qualcos’altro 201. Se fosse riuscito veramente a provare ciò,
non resterebbe nessun mezzo di difesa alla scuola platonica.
Come si potrebbe credere, infatti, che l’anima si muova da sé,
se fosse certo che non esiste niente che si può muovere da sé?
In questa argomentazione aristotelica s’intreccia una serie di
suddivisioni disposte in questo modo; 8 . «Tra tutte le cose che
si muovono» afferma «alcune si muovono di per sé, altre per
accidente. E per accidente» dice «si muovono quelle cose che,
senza muoversi esse stesse, si trovano tuttavia su qualcosa in
movimento: ad esempio, in una nave, il carico o il navigante a
riposo; o anche il caso in cui una parte si muove mentre l’insie­
me è fermo: ad esempio se, stando fermi, si muove il piede o la
mano o la testa 202. 9. Invece, si muove di per sé ciò che non si
muove né per accidente, né in parte, ma si muove compieta-
mente e contemporaneamente: ad esempio il fuoco che sale
verso l’alto 203. E riguardo alle cose che si muovono per acciden­
te, non c’è alcuno dubbio che siano mosse da qualcos’altro; tut­
tavia», dice Aristotele «proverò che anche quelle cose che si
muovono di per sé sono mosse da qualcos’altro.
10. Infatti» afferma «tra tutte le cose che si muovono di per
sé, alcune possiedono in sé la causa del loro movimento, come
gli animali, come gli alberi, di cui ben si capisce che sono sicu­
ramente mossi da qualcos’altro, vale a dire da una causa che è
interna ad essi, perché la ragione distingue sempre la causa del
movimento da ciò che è mosso; altre, invece, sono visibilmen-
sequestrat; alia uero aperte ab alio mouentur, id est aut ui aut
natura. 11. Et ui moueri dicimus omne iaculum, quod, cum de
manu iaculantis recessit, suo quidem motu ferri uidetur, sed
origo motus ad uim refertur. Sic enim non numquam et terram
sursum et ignem deorsum ferri uidemus, quod alienus sine
dubio cogit impulsus. 12. Natura uero mouentur uel grauia
cum per se deorsum, uel leuia cum sursum feruntur; sed et
haec dicendum est ab alio moueri, licet a quo habeatur incer­
tum. 13. Ratio enim», ait, «deprehendit esse nescio quid quod
haec moueat. Nam si sponte mouerentur, sponte etiam starent,
sed nec unam uiam semper agerent, immo per diuersa moue­
rentur si spontaneo ferrentur agitatu. Cum uero hoc facere
non possint, sed leuibus semper ascensus, et descensus graui-
bus deputatus sit, apparet eorum motum ad certam et consti­
tutam naturae necessitatem referri».
14. Haec sunt et his similia quibus Aristoteles omne quod
mouetur ab alio moueri probasse se credidit. Sed Platonici, ut
paulo post demonstrabitur, argumenta haec arguta magis
quam uera esse docuerunt.
15. Nunc sequens eiusdem iungenda diuisio est qua non
posse animam ex se moueri, etiamsi hoc alia res facere posset,
laborat ostendere. Et huius rei primam propositionem ab illis
mutuatur quae sibi aestimat constitisse. 16. Sic enim ait: «Cum .
igitur omne quod mouetur constet ab alio moueri, sine dubio
id quod primum mouet, quia non ab alio mouetur (neque enim
haberetur iam primum si ab alio moueretur), necesse est»,
inquit, «ut aut stare dicatur aut se ipsum mouere. 17. Nam si
ab alio moueri dicatur, illud quoque quod id mouet dicetur ab
alio moueri et illud rursus ab alio, et in infinitum inquisitio ista
te mosse da qualcos’altro, ossia da una forza o dalla natura 204.
1 1 . E diciamo mosso da una forza ogni giavellotto, che, stacca­
tosi dalla mano di chi lo lancia, sembra essere spinto da un pro­
prio movimento, ma l’origine del moto va riferita a una forza.
È così, infatti, che vediamo qualche volta la terra dirigersi
verso l’alto e il fuoco verso il basso, movimento senza dubbio
determinato da un impulso esterno. 1 2 . E invece per natura
che i corpi pesanti si muovono verso il basso e i corpi leggeri
verso l’alto quando sono sospinti di per sé; anche in tal caso,
tuttavia, occorre dire che sono mossi da qualcos’altro, anche se
non si è certi di che cosa si tratti. 13. La ragione, infatti», dice
Aristotele «si rende conto che vi è un qualcosa che li muove.
Difatti, se si muovessero spontaneamente, si fermerebbero
anche spontaneamente e non andrebbero sempre neppure
nella stessa direzione; anzi, si muoverebbero in differenti dire­
zioni, se fossero sospinti da un impulso spontaneo. Ma sicco­
me non possono farlo, perché ai corpi leggeri è sempre asse­
gnato un movimento ascendente e ai corpi pesanti un movi­
mento discendente, è evidente che il loro movimento è subor­
dinato ad una certa e determinata necessità naturale» 205.
14. E con questi argomenti e altri simili che Aristotele ha
creduto di aver dimostrato che tutto ciò che si muove è mosso
da qualcos’altro. Ma i Platonici, come fra poco vedremo,
hanno dimostrato che queste argomentazioni sono più capzio­
se che vere 206.
15. Va ora aggiunta la successiva procedura per divisione di
Aristotele, con la quale si adopera per dimostrare che l’anima
non può muoversi da sé, se anche a qualche altra cosa fosse pos­
sibile muoversi da sé. La prima proposizione che avanza in pro­
posito è mutuata da conclusioni che reputa come incontestabi­
li. 16. Così infatti, dice: «Poiché è dunque stabilito che tutto ciò
che si muove è mosso da qualcos’altro, senza dubbio ciò che
per primo muove, non essendo mosso da qualcos’altro (altri­
menti non lo si considererebbe più come primo se fosse mosso
da qualcos’altro), deve necessariamente» esordisce Aristotele
«o dirsi immobile o mobile per se stesso. 17. Infatti, se si affer­
ma che il movimento gli è trasmesso da qualcos’altro, anche ciò
che lo muove si dirà che è mosso da qualcos’altro che, a sua
volta, ha ricevuto l’impulso da qualcos’altro, e così via, prò-
casura est numquam exordia prima reperiens, si semper aliud
ea quae putaueris prima praecedit. 18. Restat igitur», inquit,
«ut si quod primum mouet non dicatur stare, ipsum se moue-
re dicatur. Et sic erit in uno eodemque aliud quod mouet, aliud
quod mouetur, si quidem in omni», ait, «motu tria haec sint
necesse est, id est quod mouet, et quo mouet, et quod moue­
tur. 19. Ex his quod mouetur tantum mouetur, non etiam
mouet, cum illud quo fit motus et moueatur et moueat; illud
uero quod mouet non etiam mouetur, ut ex tribus sit commu­
ne quod medium, duo uero sibi contraria intellegantur. 2 0 .
Nam sicut est quod mouetur et non mouet, ita est», inquit,
«quod mouet et non mouetur; propter quod diximus quia,
cum omne quod mouetur ab alio moueatur, si quod mouet et
ipsum mouetur, quaeremus semper motus huius nec umquam
inueniemus exordium. 21 . Deinde siquid se mouere dicatur,
necesse est», inquit, «ut aut totum a toto, aut partem a parte,
aut partem a toto, aut totum a parte existimemus moueri; et
tamen motus ille, seu a toto seu a parte procedat, alterum sui
postulabit auctorem».
2 2 . E x his omnibus in unum Aristotelica ratiocinatio tota
colligitur hoc modo: «Omne quod mouetur ab alio mouetur.
Quod igitur primum mouet, aut stat aut ab alio et ipsum moue­
tur. Sed si ab alio, iam non potest hoc primum uocari, et sem­
per quod primum moueat requiremus. Restat ut stare dicatur.
Stat igitur quod primum mouet». 23. Contra Platonem ergo,
qui dicit animam motus esse principium, in hunc modum com­
ponitur syllogismus: «Anima principium motus est. Princi­
pium autem motus non mouetur. Igitur anima non mouetur».
Et hoc est quod primo loco uiolenter obiecit, nec eo usque per­
suadere contentus animam non moueri, aliis quoque rationi­
bus non minus uiolentis perurget.
traendosi questa ricerca all’infinito, senza mai trovare i primi
princìpi, se qualcos’altro precede sempre quelle cose che si
erano ritenute come prime. 18. Dunque resta appurato che»,
dice Aristotele «se il primo motore non è detto immobile, è
detto muoversi da sé 207. E così ci sarà, in un’unica e medesima
cosa, un motore da una parte ed un mobile da un’altra, se è vero
che ogni movimento» dice «esige il concorso di tre cose: ciò che
muove, ciò che permette il movimento e ciò che è mosso. 19.
Tra queste tre cose, il mobile è mosso soltanto e non può anche
essere motore, ciò che permette il movimento è mosso e muove,
mentre invece il motore non può anche essere mosso; conse­
guentemente, in queste tre cose, è comune quella intermedia,
mentre le due altre sono identificate come contrarie tra esse. 2 0 .
Infatti, come c’è qualcosa che si muove e non muove, così»
afferma lo Stagirita «c’è qualche cosa che muove e non si
muove, per la ragione che ci ha fatto dire che, essendo tutto ciò
che si muove mosso da qualcos’altro, se ciò che muove è mosso
anch’esso, si cerca di risalire indefinitamente al principio del
suo movimento, senza poterlo trovare m ai208. 21. Per di più, se
qualcosa è detto muovere se stesso, è necessario pensare che»
dice Aristotele «o il tutto è mosso dal tutto, o la parte dalla
parte, o la parte dal tutto, o il tutto dalla parte; ciononostante
questo movimento, sia che venga dal tutto sia che proceda dalla
parte, postulerà un altro che ne sia l’origine» 209.
22. Tutte queste argomentazioni di Aristotele si riducono a
quest’unico seguente ragionamento: «Tutto ciò che si muove è
mosso da qualcos’altro. Dunque ciò che è il principio del moto
o resta immobile, o è mosso anch’esso da qualcos’altro. Ma, nel
caso sia mosso da qualcos’altro, non si può più dire primo e
dovremo cercare all’infinito un primo motore. Non rimane che
concludere che esso è immobile. Dunque il primo motore è
immobile» 210. 23. In antagonismo a Platone, per il quale l’ani­
ma è il principio del movimento, il sillogismo è costruito nel
seguente modo: «L’anima è il principio del movimento. Ma il
principio del movimento non è mosso. Dunque l’anima non si
muove» 2U. Ciò è quanto obietta così recisamente, in primo
luogo, e, non contento di avere cercato di persuadere fino a tal
punto che l’anima non si muove, incalza ancora il suo avversa­
rio con altri ragionamenti non meno energici.
24. «Nullum», inquit, «initium idem potest esse ei cuius est
initium. Nam apud geometras principium lineae punctum dici­
tur esse, non linea; apud arithmeticos principium numeri non
est numerus. Item causa nascendi ipsa non nascitur. Et ipsa
ergo motus causa uel initium non mouetur. Ergo anima quae
initium motus est non mouetur».
25. Additur hoc quoque: «Numquam», inquit, «fieri potest
ut circa unam eandemque rem uno eodemque tempore contra-
rietates ad unum idemque pertinentes eueniant. Scimus autem
quia mouere facere est et moueri pati est. Ei igitur quod se
mouet simul euenient duo sibi contraria, et facere et pati, quod
impossibile est. Anima igitur non potest se mouere».
26. Item dicit: «Si animae essentia motus esset, numquam
quiesceret a motu. Nihil est enim quod recipiat essentiae suae
contrarietatem: nam ignis numquam frigidus erit nec nix spon­
te umquam calescet. Anima autem non numquam a motu ces­
sat: non enim semper corpus uidemus agitari. Non igitur ani­
mae essentia motus est cuius contrarietatem receptat».
27. Ait etiam: «Anima si aliis causa motus est, ipsa sibi
causa motus esse non poterit. Nihil est enim», inquit, «quod
eiusdem rei sibi causa sit, cuius est alii: ut medicus, ut exerci­
tor corporum, sanitatem uel ualentiam, quam ille aegris, hic
luctatoribus praestat, non utique ex hoc etiam sibi praestant».
28. Item dicit: «Omnis motus ad exercitium sui instrumen­
to eget, ut singulorum artium usus docet. Ergo uidendum ne et
animae ad se mouendum instrumento opus sit. Quod si impos­
sibile iudicatur, et illud impossibile erit ut anima ipsa se
moueat».
29. Item dicit: «Si mouetur anima, sine dubio cum reliquis
motibus et de loco et in locum mouetur. Quod si est, modo
corpus ingreditur, modo rursus egreditur, et hoc frequenter
exercet. Sed hoc uidemus fieri non posse. Non igitur moue­
tur».
24. «Nessun principio» dice «può essere identico a ciò di
cui è principio. Infatti, per i geometri, non è la linea, ma è il
punto ad essere detto principio della linea; per gli aritmetici, il
principio del numero non è il numero 212. Allo stesso modo la
causa generativa non nasce di per sé. Dunque la causa stessa o
principio del movimento non è in movimento. Quindi l ’anima,
principio del movimento, non si muove» 213.
25. Aristotele continua aggiungendo: «Non può mai acca­
dere» afferma «che i contrari abbiano in comune una sola e
stessa cosa, in un solo e medesimo tempo, riguardo ad un
unico e medesimo fatto. Ora sappiamo che muovere è agire e
che essere mosso è subire quest’azione. Così a ciò che si muove
accadranno nello stesso istante due situazioni tra esse contra­
rie, agire e subire, il che è impossibile. L’anima perciò non può
muoversi» 214.
26. Analogamente dice: «Se l’essenza dell’anima fosse il
movimento, essa non passerebbe mai dal movimento alla quie­
te. Non c’è nulla, infatti, che ammetta il contrario della sua
essenza: mai il fuoco sarà freddo, mai la neve si riscalderà di
sua spontanea volontà. L’anima tuttavia talvolta cessa il pro­
prio movimento: vediamo infatti che il corpo non è sempre in
movimento. Dunque il movimento non è l’essenza dell’anima,
poiché quest’ultima è suscettibile del suo contrario» 215.
27. Aristotele afferma ancora: «Se l’anima è causa di movi­
mento per le altre cose, essa non potrà essere causa di movi­
mento per sé. Infatti» dice «non c’è niente che sia di per sé
causa dell’identica cosa di cui è causa per un’altra: ad esempio,
un medico, un allenatore non procurano certamente a se stes­
si la salute o la vigoria fisica con quella cura con cui l’uno rende
la salute ai malati e l’altro la forza agli atleti» 216.
28. E così pure dice: «Per attuarsi, ogni movimento necessi­
ta di uno strumento, come insegna la pratica nelle singole arti.
Perciò non bisogna perdere di vista che anche l’anima ha biso­
gno di uno strumento per muoversi. Se ciò è giudicato impossi­
bile, sarà anche impossibile che l’anima stessa si muova» 217.
29. E ugualmente afferma: «Se l’anima si muove, senza dub­
bio si muove insieme ai suoi altri movimenti e di luogo in luogo.
Se ciò accade, essa ora entra in un corpo, ora nuovamente ne
esce, e ciò deve accadere frequentemente. Ma noi vediamo che
ciò non può accadere. Dunque l’anima non si muove» 218.
30. His quoque addit: «Si anima se mouet, necesse est ut ali­
quo motus genere se moueat. Ergo aut in loco se mouet, aut se
ipsam pariendo se mouet aut se ipsam consumendo, aut se
augendo aut se minuendo; haec sunt enim», ait, «motus gene­
ra. 31. Horum», inquit, «singula quemadmodum possint fieri
requiramus. Si in loco se mouet, aut in rectam lineam se mouet
aut sphaerico motu in orbem rotatur. 32. Sed recta linea infini­
ta nulla est: nam quaecumque in natura intellegitur linea quo­
cumque fine sine dubio terminatur. Si ergo per lineam termi­
natam anima se mouet, non semper mouetur: nam cum ad
finem uenitur et inde rursus in exordium reditur, necesse est
interstitium motus fieri in ipsa permutatione redeundi. 33. Sed
nec in orbem rotari potest, quia omnis sphaera circa aliquid
immobile quod centron uocamus mouetur. Si ergo et anima sic
mouetur, aut intra se habet quod immobile est, et ita fit ut non
tota moueatur, aut si non intra se, sequetur aliud non minus
absurdum, ut centron foris sit, quod esse non poterit. Constat
ergo ex his», ait, «quod in loco se non moueat. 34. Sed si ipsa
se parit, sequitur ut eandem et esse et non esse dicamus; si uero
se ipsa consumit, non erit immortalis. Quod si se aut auget aut
minuit, eadem simul et maior se et minor reperietur». 35. Et ex
his talem colligit syllogismum: «Si anima se mouet, aliquo
motus genere se mouet. Nullum autem motus genus quo se
moueat inuenitur. Non igitur se mouet».

15.1. Contra has tam subtiles et argutas et ueri similes argu­


mentationes accingendum est secundum sectatores Platonis,
qui inceptum, quo Aristoteles tam ueram tamque ualidam defi­
nitionem magistri sauciare temptauerat, subruerunt. 2. Neque
30. A questi argomenti aggiunge anche: «Se l’anima si
muove, è necessario che essa si muova secondo un movimento
di un certo genere. Perciò, o si muove nello spazio oppure si
muove generando se stessa o consumando se stessa oppure
accrescendosi o diminuendosi: tali sono infatti» sostiene Ari­
stotele «i generi del movimento. 31. Esaminiamo» dice «in
quale modo ciascuno di questi movimenti può aver luogo. Se
l ’anima si muove all’interno di uno spazio, o si muove in linea
retta, o con moto circolare compie una rotazione. 32. Ma non
esiste nessuna linea retta che sia infinita, perché, qualunque
linea si concepisca in natura, essa è senza dubbio delimitata da
una qualche estremità. Dunque, se l’anima si muove lungo una
linea finita, essa non si muove sempre: infatti, una volta giunta
a un’estremità e da lì nuovamente ritornata all’inizio, è costret­
ta ad un’interruzione del moto nel momento preciso in cui
cambia direzione per ritornare al punto di partenza. 33. Ma
non può muoversi neanche roteando su se stessa, per la ragio­
ne che ogni sfera si muove intorno ad un punto immobile che
chiamiamo centro. Se, dunque, anche l’anima si muove in que­
sto modo, oppure ha dentro di sé qualcosa che è immobile, e
così non si muove tutta intera, oppure se non ha questo punto
dentro di sé, ne deriva un’altra conseguenza non meno assur­
da, ossia che il suo centro sia all’esterno, cosa impossibile. Da
ciò, dunque, deriva» sostiene Aristotele «che l’anima non si
muove all’interno di uno spazio. 34. D ’altronde se l ’anima si
genera da sé, ne deriva l’affermazione che contemporaneamen­
te è e non è la medesima; se poi consuma se stessa, allora non
sarà immortale. Se invece si accresce o si diminuisce, sarà, nello
stesso tempo, o più grande o più piccola di se stessa». 35. Da
queste argomentazioni Aristotele deduce un sillogismo simile:
«Se l’anima si muove, si muove con un qualche genere di movi­
mento. Non si trova, però, alcun genere di movimento con il
quale si muova. Dunque non si muove» . 219

15. 1. Contro queste argomentazioni così sottili, ingegnose


e verosimili, abbiamo il dovere di armarci schierandoci a fian­
co dei seguaci di Platone, che hanno scosso fin dalle fonda-
menta il tentativo intrapreso da Aristotele di abbattere la defi­
nizione, così esatta e così solida, del maestro. 2. Tuttavia non
uero tam immemor mei aut ita male animatus sum ut ex inge­
nio meo uel Aristoteli resistam uel adsim Platoni, sed, ut quis­
que magnorum uirorum qui se Platonicos dici gloriabantur aut
singula aut bina defensa ad ostentationem suorum operum
reliquerunt, collecta haec in unum continuae defensionis cor­
pus coaceruaui, adiecto siquid post illos aut sentire fas erat aut
audere in intellectum licebat. 3. Et quia duo sunt quae adsere-
re conatus est, unum quo dicit nihil esse quod ex se moueatur,
alterum quo animam hoc esse non posse confirmat, utrique
resistendum est, ut et constet posse aliquid ex se moueri et ani­
mam hoc esse clarescat.
4. In primis igitur illius diuisionis oportet nos cauere prae­
stigias, in qua enumerans aliqua quae ex se mouentur et osten­
dens illa quoque ab alio moueri, id est a causa interius latente,
uidetur sibi probasse omnia quae mouentur, etiamsi ex se
moueri dicantur, ab alio tamen moueri. 5. Huius enim rei pars
uera est, sed est falsa conclusio. Nam esse aliqua quae, cum ex
se moueri uideantur, ab alio tamen constet moueri, nec nos dif­
fitemur. Non tamen omnia quae ex se mouentur hoc sustinent,
ut ab alio ea moueri necesse sit. 6 . Plato enim, cum dicit ani­
mam ex se moueri, id est cum o c ù t o k iv t ìt o v uocat, non uult
eam inter illa numerari quae ex se quidem uidentur moueri,
sed a causa quae intra se latet mouentur, ut mouentur anima­
lia, auctore quidem alio sed occulto (nam ab anima mouentur),
aut ut mouentur arbores, quarum etsi non uidetur agitator, a
natura tamen eas interius latente constat agitari. Sed Plato ita
animam dicit ex se moueri ut non aliam causam, uel extrinse­
cus accidentem uel interius latentem, huius motus dicat aucto­
rem. Hoc quemadmodum accipiendum sit instruemus.
sono così dimentico dei miei limiti né tanto presuntuoso da
contare sul mio talento per oppormi ad Aristotele e schierarmi
a difesa di Platone, però, dato che ciascuno degli uomini illu­
stri che si gloriavano di essere definiti Platonici, ha lasciato un
argomento difensivo o due per dar rilievo alle sue proprie
opere, li ho raccolti e riuniti in un unico corpus d’ininterrotta
difesa 22°, aggiungendovi per parte mia quel che era permesso
osservare o tentare di congetturare. 3. E poiché due sono le
proposizioni che Aristotele si è sforzato di asserire come vere
— la prima, che sostiene che non esiste niente che si muove da
sé 221, l’altra che ribadisce che se ci fosse non potrebbe trattar­
si dell’anima — dobbiamo restar saldi contro entrambe, facen­
do risultare chiaramente che può esistere qualcosa che può
muoversi da sé e che l’anima è questo qualcosa 222.
4. Dunque, prima di tutto, occorre stare in guardia verso i
giochi di prestigio223 di questa procedura per divisione nel
corso della quale l’avversario di Platone, elencando alcune
cose che si muovono da sé e dimostrando che anch’esse sono
mosse da qualcos’altro, cioè da una causa interna e latente,
considera come provato che tutto ciò che si muove, anche se
sembra muoversi da sé, risulta tuttavia mosso da qualcos’al­
tro 224. 5. Ciò è in parte vero, ma la conclusione è falsa. Anche
noi, infatti, conveniamo che ci siano delle cose il cui il movi­
mento proprio è solo apparente. Ma da ciò non ne consegue
che tutto ciò che sembra muoversi da sé abbia la caratteristica
di essere necessariamente mosso da qualcos’altro. 6 . Quando
Platone, infatti, dice che l’anima si muove da sé, cioè quando
la definisce aÙTOKi'vrjTOj 225, non intende inserirla nel novero
di quelle cose che sembrano, sì, muoversi da sé e invece sono
mosse da una causa invisibile all’interno di esse: com’è il caso
degli animali che sono mossi da qualche agente estraneo, ma
nascosto (sono mossi, infatti, dall’anima) o come, ad esempio,
sono mossi gli alberi i quali, anche se non vediamo chi provo­
ca il loro moto, è tuttavia evidente che è la natura che opera
misteriosamente in essi 22b. Platone, però, dice che l’anima si
muove da sé nel senso che non attribuisce la responsabilità di
questo movimento a nessun’altra causa che sia esterna e acci­
dentale o interna e invisibile. Stabiliremo ora in che modo vada
compresa questa tesi.
7. Ignem calidum uocamus, sed et ferrum calidum dicimus;
et niuem frigidam et saxum frigidum nuncupamus, mei dulce,
sed et mulsum dulce uocitamus. Horum tamen singula de
diuersis diuersa significant. 8 . Aliter enim de igne, aliter de
ferro calidi nomen accipimus, quia ignis per se calet, non ab
alio fit calidus, contra ferrum non nisi ex alio calescit. Vt nix
frigida, ut mei dulce sit non aliunde contingit; saxo tamen fri­
gus uel mulso dulcedo a niue uel meile proueniunt. 9. Sic et
‘stare’ et ‘moueri’ tam de his dicitur quae ab se uel stant uel
mouentur, quam de illis quae uel sistuntur uel agitantur ex alio.
Sed quibus moueri ab alio uel stare contingit, haec et stare
desinunt et moueri. Quibus autem idem est et esse et moueri,
numquam a motu cessant, quia sine essentia sua esse non pos­
sunt, sicut ferrum amittit calorem, ignis uero calere non desi­
nit. 10. Ab se ergo mouetur anima, licet et animalia uel arbores
per se uideantur moueri; sed illis, quamuis interius latens, alia
tamen causa, rd est anima uel natura, motum ministrat. Ideo et
amittunt hoc quod aliunde sumpserunt. Anima uero ita per se
mouetur ut ignis per se calet, nulla aduenticia causa uel illum
calefaciente uel hanc mouente. 11. Nam cum ignem calidum
dicimus, non duo diuersa concipimus, unum quod calefacit,
alterum quod calefit, sed totum calidum secundum naturam
suam uocamus; cum niuem frigidam, cum mei dulce appella­
mus, non aliud quod hanc qualitatem praestat, aliud cui prae­
statur accipimus. 12. Ita et cum animam per se moueri dici­
mus, non gemina consideratio sequitur mouentis et moti; sed
in ipso motu essentiam eius agnoscimus, quia, quod est in igne
7. Noi diciamo del fuoco che è caldo, ma diciamo anche che
un ferro è caldo, designiamo la neve fredda e fredda la pietra e,
abitualmente, definiamo dolce il miele e con la stessa espressio­
ne designiamo il vino melato. Ma ciascuno di questi epiteti ha,
tuttavia, una diversa accezione, in quanto attribuito ad una cosa
diversa. 8 . Infatti assumiamo il significato della parola «caldo»
in un senso se riferita al fuoco, e in un altro per il ferro, perché
il fuoco è caldo di per sé e non deve il suo caldo a qualcos’altro,
mentre il ferro, al contrario, non diviene caldo se non per un
intervento esterno 227. La freddezza della neve, la dolcezza del
miele non proviene da un’influenza esterna; in compenso, la
pietra riceve dalla neve la sua freddezza ed il vino melato è debi­
tore al miele della sua dolcezza. 9. Allo stesso modo si dicono
“essere immobili” e “essere in movimento” sia quelle cose che
stanno ferme o si muovono da sé, sia quelle che sono tenute
immobili o sono mosse da qualcos’altro 228. Ma, in queste ulti­
me, cui accade di star ferme o di muoversi per un intervento
estraneo, sia la quiete sia il movimento cessano; mentre le
prime, il cui moto coincide con l’essenza, non smettono mai di
muoversi, perché non possono esistere senza la loro essenza: il
ferro, per esempio, può perdere il suo calore, mentre il fuoco
non smetterà mai d’essere caldo 229. 10. Dunque l’anima si
muove da sé, anche se gli animali o le piante sembrano pure
muoversi da sé; ma essi ricevono l’impulso al moto da un’altra
causa, interna e latente, che è l’anima o la natura 230. Questi,
perciò, possono perdere una facoltà che hanno preso altrove.
Non è così per l’anima che si muove di per sé o per il fuoco che
è caldo di per sé, poiché non esiste nessuna causa avventizia che
scaldi quest’ultimo o faccia muovere la prima. 11. Difatti, quan­
do diciamo che il fuoco è caldo, questa espressione non ci fa
concepire due diverse entità, una che scalda e un’altra che è
scaldata, ma lo definiamo caldo nella sua interezza, in conside­
razione della sua natura; quando definiamo la neve fredda e il
miele dolce, non facciamo alcuna distinzione tra ciò che confe­
risce questa qualità e ciò che la riceve. 12. Ugualmente, quando
diciamo che l’anima si muove di per sé, questo non implica che
consideriamo due cose, ciò che muove e ciò che è mosso, ma
riconosciamo nel movimento stesso l’essenza dell’anima, per­
ché, allo stesso modo in cui al fuoco si applica il nome di
nomen calidi, in niue uocabulum frigidi, appelatio dulcis in
meile, hoc necesse est de anima autocineti nomen intellegi,
quod Latina conuersio significat «per se moueri».
13. Nec te confundat quod moueri passiuum uerbum est;
nec, sicut secari cum dicitur, duo pariter considerantur, quod
secat et quod secatur, itemque cum teneri dicitur, duo intelle­
guntur, quod tenet et quod tenetur, ita hic moueri duarum
rerum significationem putes, quae mouet et quae mouetur. 14.
Nam secari quidem et teneri passio est; ideo considerationem
et facientis et patientis amplectitur. Moueri autem cum de his
quidem dicitur quae ab alio mouentur, utramque consideratio­
nem similiter repraesentat; de eo autem quod ita per se moue­
tur, ut sit auTOKivrjTov, cum moueri dicitur, quia ex se, non ex
alio mouetur, nulla potest suspicio passionis intellegi. 15. Nam
et stare, licet passiuum uerbum non esse uideatur, cum de eo
tamen dicitur quod stat alio sistente, ut
stant terrae defixae hastae,

significat passionem. Sic et moueri, licet passiuum sonet, quan­


do tamen nihil inest faciens, patiens inesse non poterit. 16. Et
ut absolutius liqueat non uerborum sed rerum intellectu pas­
sionem significari, ecce ignis: cum fertur ad superna, nihil pati­
tur; cum deorsum fertur, sine dubio patitur, quia hoc nisi alio
impellente non sustinet; et cum unum idemque uerbum profe­
ratur, passionem tamen modo inesse, modo abesse dicemus.
17. Ergo et moueri idem in significatione est quod calere, et
cum ferrum calere dicimus uel stilum moueri, quia utrique hoc
aliunde prouenit, passionem esse fateamur. Cum uero aut ignis
calere aut moueri anima dicetur, quia illius in calore et in motu
«caldo», alla neve il vocabolo di «freddo», al miele l’attributo di
«dolce», è necessario, a proposito dell’anima, intendere in que­
sto modo l’attributo di autocinetico, che in traduzione latina
significa per se moveri [che si muove di per sé].
13. Non farti confondere dal fatto che moveri 231 sia un
verbo passivo; infatti, così come dicendo secari s’intendono
contemporaneamente due cose, ciò che taglia e ciò che è taglia­
to 232, e ugualmente come quando diciamo teneri si implicano
due cose, ciò che tiene e ciò che è tenuto, così, qui, è da crede­
re che moveri significhi due cose, ciò che muove e ciò che è
mosso 233. 14. Senz’altro, i verbi secari e teneri indicano passi­
vità e quindi comprendono sia l’agente sia l’oggetto dell’azio­
ne. Moveri, poi, pur essendo utilizzato per definire quelle cose
che sono mosse da qualcos’altro, presenta ugualmente entram­
bi i significati; ma riguardo a ciò che si muove di per se stesso,
tale da essere aÙTOKivriTOs, l’attribuzione del verbo moveri,
essendo data a ciò che si muove da sé e non per qualcos’altro,
non può far sorgere alcun sospetto di passività. 15. Anche il
verbo stare non dà l’impressione di essere un verbo passivo;
eppure quando lo si adopera per qualcosa costretto a star
fermo da qualcos’altro, come in questo esempio:
infisse stanno le aste al suolo 234

esprime tuttavia un senso di passività 235. Non diversamente il


verbo moveri, anche se suona come passivo, poiché tuttavia
non contiene niente di attivo, non potrà contenere niente di
passivo. 16. E affinché risulti più chiaramente che la passività è
espressa non dalle parole, ma dai concetti, prendiamo ora que­
st’esempio del fuoco: quando “si porta” verso l’alto, non subisce
alcuna azione; quando “si porta” verso il basso, senza dubbio
ne riceve una, poiché esso non prende quest’ultima direzione
se non cedendo alla forza di un agente esterno; e tuttavia, pur
utilizzando sempre un unico e identico verbo per indicare que­
sti due modi d’essere, diciamo che in un caso la passività è pre­
sente e nell’altro è assente. 17. Così, anche moveri è un verbo
dello stesso tipo di calere [esser caldo] e quando diciamo che
un ferro “è caldo” [calerei o che uno stilo “è mosso” [moverti,
poiché in entrambi i casi l’azione proviene dall’esterno, dobbia­
mo riconoscervi un’idea di passivo. Ma quando si dice che il
fuoco è caldo 236 o che l’anima si muove, poiché l’uno ha la sua
huius essentia est, nullus hic locus relinquitur passioni, sed ille
sic calere sicut moueri ista dicetur.
18. Hoc loco Aristoteles, argutam de uerbis calumniam sar­
ciens, Platonem quoque ipsum duo, id est quod mouet et quod
mouetur, significasse contendit dicendo «solum igitur quod se
ipsum mouet, quia numquam deseritur a se, numquam ne
moueri quidem desinit». Et aperte illum duo expressisse pro­
clamat his uerbis «quod mouet» et «moueri». Sed uidetur mihi
uir tantus nihil ignorare potuisse, sed in exercitio argutiarum
talium coniuentem sibi operam sponte lusisse.
19. Ceterum quis non aduertat, cum quid dicitur se ipsum
mouere, non duo intellegenda? Sicut et cum dicitur ‘heauton
timoroumenos’, id est «se puniens», non alter qui punit, alter
est qui punitur; et cum ‘se perdere’, ‘se inuoluere’, ‘se liberare’
quis dicitur, non necesse est unum facientem, alterum subesse
patientem. Sed hoc solum intellectu huius elocutionis exprimi­
tur, ut qui se punit aut qui se liberat non ab alio hoc accepisse,
sed ipse sibi aut intulisse aut praestitisse dicatur. Sic et de
aÙTOKivTìTcp cum dicitur «se ipsum mouet», ad hoc dicitur ut
aestimationem alterius mouentis excludat. 2 0 . Quam uolens
Plato de cogitatione legentis eximere, his quae praemisit
expressit. «Nam quod semper», ait, «mouetur aeternum est,
quod autem motum adfert alicui quodque ipsum mouetur
aliunde, quando finem habet motus, uiuendi finem habeat
necesse est». 21. Quid his uerbis inuenietur expressius, clara
significatione testantibus non aliunde moueri quod se ipsum
mouet, cum animam ob hoc dicat aeternam quia se ipsam
mouet et non mouetur aliunde? Ergo ‘se mouere’ hoc solum
significat, non ab alio moueri; nec putes quod idem moueat
essenza nel calore e l ’altra nel movimento, qui non c’è assoluta-
mente posto per la passività, ma si dirà allo stesso modo che
esso è caldo così come essa si muove.
18. A questo punto Aristotele, rabberciando un abile raggi­
ro intorno alle parole di Platone, gli fa sostenere che anche lui
abbia voluto alludere a due significati, cioè «che muove» e che
«è mosso», quando questi dice: «l’essere che si muove da sé
\_quod se ipsum movet], poiché non manca mai a se stesso, è
dunque il solo che non cessa mai di muoversi [moveri]» 237. Su
queste parole il primo proclama a gran voce che Platone ha
voluto esplicitamente intendere due cose diverse con le espres­
sioni quod movet [che muove] e moveri [muoversi]: «una
sostanza non può allo stesso tempo essere mossa e muoversi
spontaneamente». Mi sembra, però, che un uomo della gran­
dezza di Aristotele, non potesse peccare d’ignoranza in propo­
sito, ma che, nell’esercizio di tali cavilli, abbia voluto delibera­
tamente chiudere gli occhi nel proprio interesse.
19. Del resto, chi non capisce che, quando si dice «muove­
re se stesso», non s’intendono due cose? Allo stesso modo, nel­
l’espressione heauton timorumenos, cioè punitore di se stes­
so 238, non s’intendono due persone, una che punisce, l’altra
che è punita; e quando si dice «rovinarsi», «avvolgersi», «libe­
rarsi», non è sottinteso il concorso di uno che agisce e di un
altro che subisce. Ma il significato di questi modi di esprimer­
si non fa intendere altro se non che chi si punisce o chi si libe­
ra non lo deve a un’altra persona, ma che egli stesso se la sia
inflitta o procurata da sé. Così anche quando si parla di
aÙT0 Kivr)T0 $, se ipsum movet, lo si dice per escludere l’idea di
un motore estraneo. 20. Ed è per allontanare questa possibili­
tà dalla mente del lettore che Platone sviluppa la precedente
citazione in questi termini: «Infatti quello che si muove sem­
pre», dice «è eterno, quello che invece trasmette il movimento
a qualcosa ed è mosso esso stesso dall’esterno, necessariamen­
te cessa di vivere, quando il moto cessa». 21. Può trovarsi qual­
cosa di più esplicito di tale formulazione, che attesta con chia­
ro significato che ciò che si muove da sé non riceve il suo movi­
mento da nessun’altra parte, poiché Platone dichiara che l’a­
nima è eterna proprio perché si muove da sé e non è mossa da
nient’altro? «Muoversi» [se movere'] ha dunque un solo signi­
ficato: non essere mosso da qualcos’altro; e non devi credere
idemque moueatur, sed moueri sine alio mouente ‘se mouere’
est.
22. Aperte ergo constitit quia non omne quod mouetur ab
alio mouetur. Ergo aÙT 0 Kivr)T0 i> potest non ab alio moueri;
sed ne a se quidem sic mouetur ut in ipso aliud sit quod mouet,
aliud quod mouetur, nec ex toto nec pro parte, ut ille propo­
nit; sed ob hoc solum se ipsum mouere dicitur ne ab alio
moueri existimetur.
23. Sed et illa de motibus Aristotelica diuisio quam supra
rettulimus, subripienti magis apta est quam probanti, in qua ait
«sicut est quod mouetur et non mouet, ita est quod mouet et
non mouetur». 24. Constat enim quod omne quicquid moue­
tur mouet alia, ut dicitur aut gubernaculum nauim aut nauis
circumfusum sibi aerem uel undas mouere. Quid autem est
quod non possit aliud dum ipsum mouetur, impellere? Ergo si
uerum non est ea quae mouentur alia non mouere, non constat
illud ut aliquid quod moueat nec tamen moueatur inuenias. 25.
Illa igitur magis probanda est in decimo de legibus a Platone
motuum prolata diuisio. «Omnis motus», inquit, «aut et se
mouet et alia, aut ab alio mouetur et alia mouet». Et prior ad
animam, ad omnia uero corpora secundus refertur. Hi ergo
duo motus et differentia separantur et societate iunguntur.
Commune hoc habent quod et prior et secundus mouent alia.
Hoc autem differunt, quod ille a se, hic ab alio mouetur.
26. Ex his omnibus, quae eruta de Platonicorum sensuum
fecunditate collegimus, constitit non esse uerum omnia quae
mouentur ab alio moueri. Ergo nec principium motus ad
deprecandam alterius mouentis necessitatem stare dicetur,
quia potest se ipsum, ut diximus mouere alio non mouente. 27.
Eneruatus est ergo syllogismus quem praemissa uaria et multi-
che sia la stessa cosa ciò che muove e insieme ciò che è mosso:
«muoversi» è muovere se stesso senza essere mosso da qualco­
s’altro.
22 . E risultato, quindi, in modo chiaro, che non tutto quello
che si muove è mosso da qualcos’altro. Quindi, quello che è
aÙT0 Kivr|T0 S può non essere mosso da qualcos’altro; ma se è
mosso da sé, questo non implica nemmeno che in esso vi sia una
cosa che muove e un’altra che è mossa, né in tutto né in parte,
come pretende Aristotele 239; ma si dice che muova se stesso so­
lamente perché non lo si crede che sia mosso da qualcos’altro.
23. Ma anche quella distinzione aristotelica relativa ai movi­
menti, che abbiamo sopra riportato, è più adatta a chi vuole
sottrarsi con l’inganno più che dimostrare qualcosa, dato che
egli afferma: «come c ’è qualcosa che è mosso e non muove,
così c’è qualcosa che muove e non è mosso» 240. 24. Infatti, è
evidente che tutto ciò che si muove muove altre cose: così si
dice che il timone muove la nave o che la nave muove l’aria cir­
costante o l’onda che solca. Esiste qualcosa che non possa
sospingere qualcos’altro, mentre muove se stessa? Perciò, se
non è vero che le cose che si muovono non ne muovono altre,
risulta impossibile trovare qualcosa che muove e, ciò nonostan­
te, non sia mossa. 25. E, dunque, più degna d’approvazione la
distinzione sui movimenti, che Platone propone nel decimo
libro delle Leggi. «Ogni movimento» dice il filosofo «o muove
se stesso e muove altre cose, o è mosso da qualcos’altro e
muove altre cose» 241. Il primo caso è quello dell’anima, men­
tre il secondo si riferisce a tutti i corpi 242. Questi due tipi di
movimento sono, quindi, divisi da una differenza e uniti da
un’analogia. Di comune hanno ciò: il primo come il secondo
muovono altre cose. Differiscono per il fatto che uno è mosso
di per sé, mentre l’altro da qualcos’altro.
26. Da questo insieme d’osservazioni che abbiamo raccolto,
estratte dal genio fecondo dei Platonici, risulta che non è vero
che tutto ciò che si muove sia mosso da qualcos’altro. Non si
dirà dunque, per evitare la difficoltà di ricorrere ad un altro
motore, che il principio del movimento è immobile, perché,
come abbiamo appena provato, esso può muoversi di per sé,
senza che altro lo muova. 27. E perciò svigorito questo sillogi­
smo d’Aristotele, ricavato da varie premesse e da una moltepli-
plici diuisione collegerat, id est: «Anima principium motus est;
principium autem motus non mouetur; igitur anima non
mouetur».
Restat ut, quia constitit posse aliquid per se moueri alio non
mouente, animam hoc esse doceatur; quod facile docebitur, si
de manifestis et indubitabilibus argumenta sumamus. 28.
Homini motum aut anima praestat aut corpus aut de utroque
permixtio. Et quia tria sunt de quibus inquisitio ista procedit,
cum neque a corpore neque a permixtione praestari hoc posse
constiterit, restat ut ab anima moueri hominem nulla dubitatio
sit.
29. Nunc de singulis ac primum de corpore loquamur.
Nullum inanimum corpus suo motu moueri, manifestius est
quam ut adserendum sit. Nihil est autem quod, dum immobi­
le sit, aliud possit mouere. Igitur corpus hominem non mouet.
30. Videndum ne forte animae et corporis ipsa permixtio
hunc sibi motum ministret. Sed quia constat motum corpori
non inesse, si nec animae inest, ex duabus rebus motu carenti­
bus nullus motus efficitur, sicut nec ex duabus dulcibus amari­
tudo nec ex duabus amaris dulcedo proueniet, nec ex gemino
frigore calor aut frigus ex gemino calore nascetur. Omnis enim
qualitas geminata crescit; numquam ex duplicatis similibus
contrarietas emergit. Ergo nec ex duabus immobilibus motus
erit. Hominem igitur permixtio non mouebit. 31. Hinc inexpu­
gnabilis syllogismus ex confessarum rerum indubitabili luce
colligitur: «Animal mouetur. Motum autem animali aut anima
praestat aut corpus aut ex utroque permixtio. Sed neque cor­
pus neque permixtio motum praestat. Igitur anima motum
praestat». 32. Ex his apparet animam initium motus esse.
Initium autem motus tractatus superior docuit per se moueri.
Animam ergo aÙT0 Kivr|T0 v esse, id est per se moueri, nulla
dubitatio est.
cita di distinzioni, ossia: «L’anima è il principio del movimen­
to; ma il principio del movimento non si muove, dunque l’ani­
ma non si muove» 243.
Poiché è incontestabile che una cosa possa muoversi da sé
senza esser mossa da qualcos’altro, resta da dimostrare che
questa cosa è l’anima; dimostrazione che sarà facile, a condi­
zione di trarre le nostre argomentazioni da fatti chiari e incon­
futabili. 28. Il movimento dell’uomo si deve o all’anima o al
corpo o alla combinazione di entrambi. Date queste tre possi­
bilità per l’indagine, poiché risulta evidente che questo movi­
mento non può essere fornito né dal corpo né dalla combina­
zione, non resta alcun dubbio che l’uomo sia mosso daH’anima.
29. Parliamo ora delle singole possibilità e, prima di tutto, del
corpo. Nessun corpo inanimato si muove di moto proprio: la co­
sa è troppo evidente perché ci sia bisogno di dimostrarla. D ’al­
tra parte non esiste niente che, mentre è immobile, possa muo­
vere qualcos’altro. Dunque non è il corpo che muove l’uomo.
30. Occorre vedere se, per caso, non sia proprio la mesco­
lanza stessa dell’anima e del corpo a procurare il movimento ad
essa. Ma, poiché è chiaro che nel corpo non è insito il movi­
mento, se non c’è neppure nell’anima, da due cose prive di
moto non può prodursi alcun movimento; allo stesso modo l’a­
maro non proviene della mistura di due sostanze dolci, né il
sapore dolce da due sostanze amare; così come una doppia sor­
gente di freddo non può procurare il calore, né una doppia
sorgente di calore può generare il freddo. Infatti, ogni qualità
sensibile, una volta aggiunta a se stessa, può solo aumentare;
ma dall’amalgama di due sostanze le cui le proprietà sono simi­
li, mai può sortire qualcosa di contrario. Dunque il movimen­
to non deriverà da due cose immobili. Così tale miscuglio non
potrà dare il movimento aU’uomo 244 . 31. Da ciò, all’indubita­
bile luce di quanto dimostrato, si forma un sillogismo inespu­
gnabile: «L’essere animato si muove. Ma, a fornire il movimen­
to all’essere animato o è l’anima o è il corpo o, infine, la com­
binazione di entrambi. Ma né il corpo né la combinazione con­
feriscono il movimento. Dunque è l’anima che fornisce il movi­
mento». 32. Da ciò risulta che l’anima è l’origine del movimen­
to. Ma l’inizio del movimento si muove da sé, così come una
precedente trattazione ci ha insegnato. Dunque l’anima è
aÙT0 Kivr|T0 s, cioè si muove da sé: non ci sono dubbi 245.
16. 1. Hic ille rursus obloquitur et alia de initiis disputatio­
ne confligit. Eadem enim hic soluendo repetemus quae supra
in ordinem obiecta digessimus.
«Non possunt», inquit, «eadem initiis suis esse quae inde
nascuntur; et ideo animam, quae initium motus est, non moue­
ri, ne idem sit initium et quod de initio nascitur, id est ne motus
ex motu processisse uideatur».
2. Ad haec facilis et absoluta responsio est, quia, ut principia
et haec quae de principiis prodeunt iu aliquo non numquam
inter se differre fateamur, numquam tamen ita sibi possunt esse
contraria ut aduersa sibi sunt stare et moueri. 3. Nam sic albi ini­
tium nigrum uocaretur, et siccum esset humoris exordium,
bonum de malo, ex amaro initio dulce procederet. Sed non ita
est, quia usque ad contrarietatem initia et sequentia dissidere
natura non patitur. Inuenitur tamen inter ipsa non numquam
talis differentia qualis inter se origini progressionique conueniat,
ut est hic quoque inter motum quo mouetur anima et quo mouet
cetera. 4. Non enim animam Plato simpliciter motum dixit, sed
motum se mouentem. Inter motum ergo se mouentem et motum
quo mouet cetera quid intersit in aperto est: siquidem ille sine
auctore est, hic aliis motus auctor est. Constitit ergo neque adeo
posse initia ac de initiis procreata differre ut contraria sibi sint,
nec tamen hic moderatam differentiam defuisse. Non igitur sta­
bit principium motus, quod ille artifici conclusione collegit.
5. His tertia, ut meminimus, successit obiectio: «Vni rei
contraria simul accidere non posse; et quia contraria sibi sunt
mouere et moueri, non posse animam se mouere ne eadem et
moueatur et moueat».
Sed hoc superius adserta dissoluunt, siquidem constitit in
animae motu duo non intellegenda, quod moueat et quod

Fig, 63
Miniatura della E iniziale della / *
frase Ex his omnibus...colligimus,
(«Da questo insieme d’osservazioni _; ‘ .
che abbiamo raccolto») nel capitolo i „
15 del Libro II, in forma di un uomo & i ‘ ~ ‘
che scrive e probabilmente rappre- ->
sentante lo stesso Macrobio, in una pagina del Macrobius, Commentarii in
Somnium Scipionis (NKS 2 184°), manoscritto su pergamena (ca, 1150, Francia
meridionale ?), particolare del fol. 46v, Copenhagen, Det Kongeìige Bibliotek.
16. 1 . A questo punto Aristotele controbatte di nuovo Pla­
tone e polemizza con lui con un’altra disputa concernente le
origini. Nel replicare ripeteremo qui le stesse obiezioni nell’or­
dine in cui sono state esposte sopra.
«Non possono» dice Aristotele «essere identiche alle pro­
prie origini le cose che da esse nascono; perciò l’anima, che è
l’origine del movimento, non si muove, affinché non vi sia iden­
tità tra l ’origine e ciò che nasce dall’origine, vale a dire affinché
non sembri che il movimento derivi da un movimento» 246.
2. La risposta a questa obiezione è facile e perentoria, perché,
anche se ammettiamo che possono esistere delle differenze tra i
princìpi e le loro conseguenze, questa differenza, tuttavia, non
arriva mai fino al contrario, così come fino all’antagonismo che
si nota tra “essere immobile” e “muoversi”. 3. In questa manie­
ra, infatti, l’origine del bianco si chiamerebbe il nero, il princi­
pio dell’umido sarebbe il secco, il bene nascerebbe del male e il
dolce da un amaro iniziale. Ma non è così, perché non è nella
natura delle cose che i principi e le loro conseguenze siano com­
pletamente divergenti. Nondimeno talvolta si trova tra essi una
differenza compatibile con il rapporto tra l’origine e ciò che da
essa deriva, come, anche in questo caso, tra il movimento col
quale si muove l’anima e quello col quale essa muove tutto il
resto. 4. Platone, infatti, non definì semplicemente l’anima come
movimento, bensì come movimento automoventesi 247. Tra il
moto automoventesi ed il moto col quale l’anima muove tutte le
altre cose, la distinzione è dunque palese: il primo movimento
non ha artefice, l’altro è artefice del movimento per tutte le altre
cose. E dunque evidente sia che gli inizi e le conseguenze che ne
derivano non possono differire al punto di essere opposti, sia
che, nel caso di cui si tratta, una piccola differenza non è esclu­
sa. Il principio del moto non sarà dunque immobile, come pre­
tende Aristotele con un’artificiosa conclusione.
5. A queste obiezioni ne vien dietro, come abbiamo ricor­
dato, una terza: «In una cosa unica, non possono esserci simul­
taneamente stati contrari e, poiché muovere e essere mossi
sono dei contrari, l’anima non può muovere se stessa, per evi­
tare che allo stesso tempo sia mossa e muova» 248.
Ma quanto abbiamo in precedenza affermato annulla que­
sto argomento: non va infatti intesa una dualità nel movimen-
moueatur, quia nihil est aliud ab se moueri quam moueri alio
non mouente. Nulla est ergo contrarietas ubi quod fit unum
est, quia fit non ab alio circa alium, quippe cum ipse motus ani­
mae sit essentia.
6. Ex hoc ei, ut supra rettulimus, nata est occasio quarta
certaminis. «Si animae essentia motus est», inquit, «cur inter­
dum quiescit, cum nulla alia res contrarietatem propriae
admittat essentiae? lignis, cuius essentiae calor inest, calere
non desinit, et quia frigidum niuis in essentia eius est, non nisi
semper est frigida; et anima igitur eadem ratione numquam a
motu cessare deberet». Sed dicat uelim quando cessare ani­
mam suspicatur? 7. «Si mouendo se», inquit, «moueat et cor­
pus necesse est, utique, quando non moueri corpus uidemus,
animam quoque intellegimus non moueri».
Contra hoc in promptu est gemina defensio. 8 . Primum
quia non in hoc deprehenditur motus animae si corpus agite­
tur; nam et cum nulla pars corporis moueri uidetur, in homine,
tamen ipsa cogitatio aut in quocumque animali auditus, uisus,
odoratus et similia, sed et in quiete ipsa spirare, somniare,
omnia haec motus animae sunt. 9. Deinde quis ipsum corpus
dicat immobile, etiam dum non uidetur agitari, cum incremen­
ta membrorum, aut, si iam crescendi aetas et tempus excessit,
cum saltus cordis cessationis impatiens, cum cibi ordinata
digeries naturali dispensatione inter uenas et uiscera sucum
ministrans, cum ipsa collectio fluentorum perpetuum corporis
testetur agitatum? Et anima igitur aeterno et suo motu, sed et
corpus, quamdiu ab initio et causa motus animatur, semper
mouetur.
Hinc eidem fomes quintae ortus est quaestionis. 10. «Si
anima», inquit, «aliis causa motus est, ipsa sibi causa motus
to dell’anima tra ciò che muove e ciò che è mosso, poiché esse­
re mosso di per sé equivale a muoversi senza il soccorso di un
altro motore. Non c’è dunque nessun antagonismo laddove c’è
unità d’azione; perché, quanto accade, non proviene da una
cosa per riguardarne un’altra, dato che il movimento stesso è
l’essenza dell’anima. 249
6. Quest’ultimo punto, come abbiamo sopra ricordato,
offre ad Aristotele l’opportunità di sollevare una quarta dispu­
ta: «Se l’essenza dell’anima è il movimento» dice Aristotele
«perché mai l’anima ogni tanto è immobile? Il fuoco, la cui
essenza è il calore, non cessa d’esser caldo; poiché il freddo
della neve è incluso nella sua essenza, essa non può che essere
sempre fredda; è dunque l’anima, per la stessa ragione, non
dovrebbe mai cessare di essere in movimento» 250. Ma vorrei
proprio che Aristotele ce lo dicesse: in quale circostanza sup­
pone che l’anima smetta di muoversi? 7. «Se muovendosi» dice
questo filosofo «è inevitabile che muova anche il corpo, in ogni
caso, quando vediamo non muoversi il corpo, comprendiamo
che anche l’anima non si muove».
Contro una tale argomentazione si dispone di una duplice
forma di difesa. 8 . In primo luogo, il moto dell’anima non si
deduce dal fatto che il corpo sia agitato; infatti, anche quando
sembra che nessuna parte del corpo, nell’uomo 251, si muova,
tuttavia il pensiero stesso, o, in qualunque essere animato, l’u­
dito, la vista, l’olfatto e altre simili sensazioni e perfino, duran­
te il sonno, il respirare e il sognare 252, tutte queste cose, insom­
ma, sono moti dell’anima. 9. In secondo luogo, chi sosterrà che
il corpo è immobile, quand’anche non sembra muoversi, dato
che lo sviluppo delle membra, o, se l’età e il momento della
crescita sono già trascorsi, il battito incessante del cuore, il
regolare processo della digestione, che per un sistema naturale
di ripartizione distribuisce il succo nutritivo tra le vene e le
viscere, e perfino la funzione stessa dell’escrezione attestano la
continua attività del corpo? L’anima, dunque, si muove con un
suo movimento eterno e proprio, ma anche il corpo, per tutto
il tempo che è animato da ciò che è l’origine e la causa del
movimento, si muove sempre 253.
Aristotele trova qui l’esca per dar piglio alla sua quinta
obiezione. 10. «Se l’anima» dice «è causa di movimento delle
esse non poterit, quia nihil est quod eiusdem rei et sibi et aliis
causa sit».
Ego uero, licet facile possim probare plurima esse quae eiu­
sdem rei et sibi et aliis causa sint, ne tamen studio uidear omni­
bus quae adserit obuiare, hoc uerum esse concedam, quod et
pro uero habitum ad adserendum motum animae non nocebit.
11. Etenim animam initium motus et causam uocamus. De
causa post uidebimus. Interim constat omne initium inesse rei
cuius est initium; et ideo quicquid in quamcumque rem ab ini­
tio suo proficiscitur, hoc in ipso initio reperitur. Sic initium
caloris non potest non calere. Ignem ipsum, de quo calor in
alia transit, quis neget calidum?
12. «Sed ignis», inquit, «non se ipse calefacit, quia natura
totus est calidus». Teneo quod uolebam! Nam nec anima ita se
mouet ut sit inter motum mouentemque discretio, sed tota ita
suo motu mouetur ut nihil possis separare quod moueat. Haec
de initio dicta sufficient.
13. De causa uero, quoniam spontanea coniuentia concessi­
mus, nequid eiusdem rei et sibi et aliis causa sit, libenter
adquiescimus ne anima, quae aliis causa motus est, sibi causa
motus esse uideatur. His enim causa motus est quae non moue-
rentur nisi ipsa praestaret. Illa uero ut moueatur non sibi ipsa
largitur, sed essentiae suae est quod mouetur.
14. Ex hoc quaestio quae sequitur iam soluta est. Tunc enim
forte concedam ut ad motus exercitium instrumenta quaeran­
tur, quando aliud est quod mouet, aliud quod mouetur. In
anima uero hoc nec scurrilis iocus sine damno uerecundiae
audebit expetere, cuius motus est in essentia, cum ignis, licet
altre cose, non potrà essere causa di moto per se stessa; perché
non c’è niente che sia causa del medesimo effetto per se stessa
e per le altre cose» 254.
Mi sarebbe facile dimostrare l’esistenza di parecchie cose
che sono causa per se stesse e per le altre del medesimo effet­
to; comunque sia, affinché non si creda che voglia contrastare
con troppo zelo ogni affermazione di Aristotele, anche ammet­
tendo come vero ciò che si considera come tale, questa conces­
sione non nuocerà all’affermazione del movimento dell’anima.
1 1 . Abbiamo infatti definito l’anima principio e causa del
movimento. Sulla causa ritorneremo in seguito. È nondimeno
evidente che ogni inizio è immanente alla cosa di cui è inizio;
perciò tutto quello che, in una qualunque cosa, deriva dal suo
principio, è reperibile in questo stesso principio. Così l’inizio
del caldo non può che essere caldo. Chi dirà che il fuoco stes­
so, da cui parte il calore per passare in altre cose, non è caldo?
12. «Ma il fuoco» dice Aristotele «non scalda se stesso, poi­
ché per natura è caldo nel suo insieme» 255. E qui che lo vole­
vo! Infatti neppure l’anima si muove in modo tale che ci sia
distinzione tra moto e azione motrice, ma essa si muove tutta
quanta per movimento proprio in modo che non è assoluta-
mente possibile separare ciò che la muove. Ciò che ho appena
detto riguardo al problema dell’origine è sufficiente.
13. Quanto alla causa, poi, siccome abbiamo ammesso,
chiudendo spontaneamente un occhio, che nessuna cosa è
causa per sé e per altre cose del medesimo effetto, converremo
volentieri che l’anima, che è causa del movimento per altre
cose, non sembra essere causa di moto per se stessa. Essa,
infatti, è causa di moto per quelle cose che non avrebbero
movimento, se essa stessa non glielo conferisse. Ma essa, per
muoversi, non ha bisogno di accordare il movimento a se stes­
sa, perché il muoversi è proprio della sua essenza. 256
14. In base a ciò l’obiezione che segue è già risolta 257. Si
potrebbe allora ammettere, a rigore, che per l’esercizio del
movimento siano richiesti degli strumenti, quando una cosa è
il motore e un’altra cosa è ciò che è messo in movimento. Ma
nemmeno per volgare beffa si oserà pretenderlo senza offesa
alla dignità nel caso dell’anima, il cui movimento è nella sua
essenza, perché, se è vero che il fuoco si muove per una causa
ex causa intra se latente moueatur, nullis tamen instrumentis
ad superna conscendat; multoque minus haec in anima quae­
renda sint, cuius motus essentia sua est.
15. In his etiam quae secuntur uir tantus et alias ultra cete­
ros serius similis cauillanti est. «Si mouetur», inquit, «anima,
inter ceteros motus etiam de loco in locum mouetur. Ergo
modo», ait, «corpus egreditur, modo rursus ingreditur, et in
hoc exercitio saepe uersatur. Quod fieri non uidemus. Non igi­
tur mouetur».
16. Contra hoc nullus est qui non sine haesitatione respon­
deat non omnia quae mouentur etiam de loco in locum moue­
ri. Aptius denique in eum similis interrogatio retorquenda est,
«Moueri arbores dicis?» Quod cum, ut opinor, annuerit, pari
dicacitate ferietur: «Si mouentur arbores, sine dubio, ut tu
dicere soles, inter alios motus etiam de loco in locum mouen­
tur. Hoc autem uidemus per se eas facere non posse. Igitur
arbores non mouentur». 17. Sed ut hunc syllogismum addita­
mento serium facere possimus, postquam dixerimus: «Ergo
arbores non mouentur», adiciemus: «Sed mouentur arbores.
Non igitur omnia quae mouentur etiam de loco in locum
mouentur». Et ita finis in exitum sanae conclusionis euadet:
«Si ergo arbores fatebimur moueri quidem, sed apto sibi motu,
cur hoc animae negemus, ut motu essentiae suae conueniente
moueatur?» 18. Haec et alia ualide dicerentur etiam si hoc
motus genere moueri anima non posset. Cum uero et corpus
animet accessu et a corpore certa constituti temporis lege
discedat, quis eam neget etiam in locum, ut ita dicam, moueri?
19. Quod autem non saepe sub uno tempore accessum
uariat et recessum, facit hoc dispositio arcana et consulta natu­
rae, quae ad animalis uitam certis uinculis continendam tan-
in sé latente, senza aver bisogno di strumenti per salire verso
l’alto, a maggior ragione questi strumenti non andranno cerca­
ti quando si tratta dell’anima, che ha il movimento come sua
essenza 258.
15. Anche nelle seguenti obiezioni, questo illustre filosofo,
ben più serio di altri in altre occasioni, è simile ad uno in cerca
di cavilli. «Se l’anima si muove» dice «deve, tra tutti i suoi altri
movimenti, avere anche quello di muoversi da luogo a luogo.
Deve quindi» continua «ora uscire dal corpo, ora successiva­
mente rientrarvi e compiere frequentemente quest’azione. Ma
non vediamo accadere ciò. Dunque non si muove» 259.
16. Contro tale argomentazione non c’è nessuno che, senza
esitare, gli risponderà che non tutte le cose dotate di movimen­
to si muovono anche di luogo in luogo. Una simile domanda va
più convenientemente ritorta contro di lui. «Dici che gli alberi
si muovono?». Quando avrà, come penso, risposto di sì, con
egual spirito mordace lo si attaccherà dicendo: «Se gli alberi si
muovono, è chiaro che, secondo quanto sei solito dire, oltre ai
loro altri movimenti, devono avere la facoltà di muoversi da
luogo a luogo. Ma vediamo che ne sono incapaci di per se stes­
si. Dunque gli alberi non si muovono». 17. Ma per giungere,
completandolo, a dare un tono di serietà a questo sillogismo,
dopo aver detto «Dunque gli alberi non si muovono», aggiun­
geremo: «Invece gli alberi si muovono. Dunque non tutto ciò
che si muove si muove anche da luogo a luogo». E così, alla
fine, si perviene all’esito di questa logica conclusione: «Se dun­
que riconosciamo che gli alberi si muovono, ma con un movi­
mento adeguato a loro, perché negare all’anima la proprietà di
muoversi di un movimento conforme alla sua essenza?». 18.
Questo argomento e altri ancora si potrebbero efficacemente
avanzare, anche se l’anima non potesse muoversi con un movi­
mento di questo genere. Ma, dal momento che essa va ad ani­
mare il corpo e poiché esce dal corpo secondo una legge pre­
cisa ad un’epoca determinata 260, chi può negare che essa si
muova anche, per così dire, in un luogo?
19. E vero che l’anima varia l’entrata e l’uscita dal corpo
spesso in circostanze irregolari, ma ciò accade in virtù di un
decreto misterioso e dei voleri della natura che, per trattenere
la vita dell’essere animato in sicure catene, ha ispirato all’ani-
tum animae iniecit corporis amorem, ut amet ultro quo uincta
est, raroque contingat ne finita quoque lege temporis sui mae­
rens et in uita discedat.
20. Hac quoque obiectione, ut arbitror, dissoluta, ad eas
interrogationes quibus nos uidetur urguere ueniamus. «Si
mouet», inquit, «se anima, aliquo motus genere se mouet.
Dicendumne est igitur animam se in loco mouere? Ergo ille
locus aut orbis aut linea est. An se pariendo seu consumendo
mouetur? Sene auget an minuit? Aut proferatur», ait, «in
medium aliud genus motus quo eam dicamus moueri».
21. Sed omnis haec interrogationum molesta congeries ex
una eademque defluit male conceptae definitionis astutia.
Nam quia semel sibi proposuit omne quod mouetur ab alio
moueri, omnia haec motuum genera in anima quaerit in quibus
aliud est quod mouet, aliud quod mouetur, cum nihil horum
cadere in animam possit, in qua nulla discretio est mouentis et
moti.
2 2 . «Quis est igitur», dicit aliquis, «aut unde intellegitur
animae motus, si horum nullus est?» Sciet hoc quisquis nosse
desiderat uel Platone dicente uel Tullio: «quin etiam ceteris
quae monentur hic fons hoc principium est mouendi». 23.
Quanta sit autem uocabuli huius expressio, quo anima fons
motus uocatur, facile reperies, si rei inuisibilis motum sine auc­
tore atque ideo sine initio ac sine fine prodeuntem et cetera
mouentem mente concipias; cui nihil similius de uisibilibus
quam fons potuerit reperiri, qui ita principium est aquae, ut,
cum de se fluuios et lacus procreet, a nullo nasci ipse dicatur;
nam si ab alio nasceretur, non esset ipse principium. 24. Et
sicut fons non semper facile deprehenditur, ab ipso tamen qui
funduntur aut Nilus est aut Eridanus aut Hister aut Tanais, et
ut, illorum rapacitatem uidendo admirans et intra te tantarum
aquarum originem requirens, cogitatione recurris ad fontem, et
ma un tale amore per il corpo, che essa lo ama anche oltre il
tempo in cui i legami devono trattenerla, e non di rado accade
che essa, al termine del tempo concessole dalla legge, lasci il
suo posto con rammarico e controvoglia. 261
20. Dopo aver eliminato, come credo, anche questa obiezio­
ne, passiamo ai quesiti con i quali Aristotele sembra metterci
alle strette. «Se l’anima si muove» dice «si muove di un movi­
mento di qualche genere. Bisogna dunque dire che l’anima si
muove all’interno di uno spazio? Questo spazio è dunque o un
cerchio o una linea. Si muove generando se stessa o consuman­
dosi? Accresce o diminuisce se stessa? Altrimenti ci si presen­
ti» afferma «un altro genere di movimento per mezzo del quale
possiamo dire che essa si muova» 262.
2 1 . Ma tutta questa pedantesca congerie di domande deri­
va da un solo e unico argomento capzioso tratto da una mal
concepita definizione 263. Infatti, poiché si è prefissato una
volta per tutte che tutto ciò che si muove è mosso da qualco­
s’altro, ricerca nell’anima tutti i generi di movimento nei quali
una cosa è ciò che muove e un’altra è ciò che è mosso, mentre
niente di tutto ciò può applicarsi all’anima, nella quale non c’è
alcuna distinzione tra motore e mobile.
22. «Ma qual è dunque» mi si dirà «il movimento dell’ani­
ma o a cosa attribuirlo, se non è nessuno di questi ultimi?». Lo
saprà chiunque desideri venirne a conoscenza, ascoltando le
parole di Platone o di Cicerone: «anzi, per tutte le altre cose che
si muovono, è la fonte, è il principio del movimento» 2M. 23.
Quanto poi sia importante l’espressione «fonte del movimen­
to», con cui si qualifica l’anima, lo scoprirai facilmente, se
immagini il moto di un essere invisibile che procede senza arte­
fice e, perciò, senza inizio e senza fine, e che muove tutte le
altre cose 265; di tutte le cose visibili non si saprebbe trovare
nessuna migliore analogia di quella di una fonte, che è a tal
punto principio dell’acqua che, quando produce da sé fiumi e
laghi, non si dice che nasca da qualcosa, perché se nascesse da
qualcosa, non sarebbe essa stessa principio 266. 24. Come la
fonte non sempre è facile da scoprire e nondimeno da essa sca­
turiscono o il Nilo, o l’Eridano, o l’Istro, o il Tanai 267 e quan­
do, ammirando lo spettacolo dell’impetuosità del corso di que­
sti fiumi e chiedendoti nell'intimo l’origine dell’abbondanza
hunc omnem motum intellegis de primo scaturriginis manare
principio, ita, cum corporum motum, seu diuina seu terrena
sint, considerando quaerere forte auctorem uelis, mens tua ad
animam quasi ad fontem recurrat, cuius motum etiam sine cor­
poris ministerio testantur cogitationes, gaudia, spes, timores.
25. Nam motus eius est boni malique discretio, uirtutum amor,
cupido uitiorum, ex quibus effluunt omnes inde nascentium
rerum meatus; motus enim eius est quicquid irascimur et in
feruorem mutuae collisionis armamur, unde paulatim proce­
dens rabies fluctuat praeliorum; motus eius est quod in deside­
ria rapimur, quod cupiditatibus alligamur. Sed hi motus, si
ratione gubernentur, proueniunt salutares, si destituantur, in
praeceps et rapiuntur et rapiunt.
26. Didicisti motus animae, quos modo sine ministerio cor­
poris, modo per corpus exercet. Si uero ipsius mundanae ani­
mae motus requires, caelestem uolubilitatem et sphaerarum
subiacentium rapidos impetus intuere, ortum occasumue solis,
cursus siderum uel recursus, quae omnia anima mouente
proueniunt. Immobilem uero eam dicere quae mouet omnia,
Aristoteli non conuenit, qui quantus in aliis sit probatum est,
sed illi tantum quem uis naturae, quem ratio manifesta non
moueat.

17. 1. Edocto igitur atque adserto animae motu, Africanus


qualiter exercitio eius utendum sit in haec uerba mandat et
praecipit: 2. «Hanc tu exerce optimis in rebus; sunt autem opti­
mae curae de salute patriae, quibus agitatus et exercitatus ani­
mus uelocius in hanc sedem et domum suam peruolabit; idque
ocius faciet, si iam tum cum erit inclusus in corpore, eminebit
foras, et ea quae extra erunt contemplans quam maxime se a cor­
pore abstrahet. 3. Namque eorum animi qui se corporis uolupta-
tibus dediderunt, earumque se quasi ministros praebuerunt,
delle loro acque, corri col pensiero alla loro fonte e compren­
di che tutto questo movimento emana dal primo principio
della scaturigine; allo stesso modo, quando tu, osservando il
movimento dei corpi, o divini o terrestri, vuoi, per avventura,
risalire al suo autore, la tua mente deve ricorrere, come ad una
fonte, all’anima il cui movimento, anche senza l’impiego del
corpo, è testimoniato dai pensieri, dalle gioie, dalle speranze,
dai timori. 25. Infatti il suo movimento consiste nella distinzio­
ne del bene e del male, nell’amore per le virtù, in una smania
verso i vizi, da cui scaturiscono tutti i flussi delle azioni che da
essi nascono; il suo movimento è ciò che ci fa andare in colle­
ra e armarci l’un contro l’altro nel fervore del conflitto, da cui
fluisce, a poco a poco, il furore ribollente dei combattimenti; il
suo movimento è ciò che ci trascina nei desideri, ciò che c’in­
catena alle passioni. Ma questi movimenti, se la ragione li
governa, divengono salutari; se lasciati a se stessi, precipitano e
ci precipitano nell’abisso 268.
26. Conosci ormai i movimenti che l’anima esegue talvolta
senza l’impiego del corpo e talvolta esercita per mezzo di esso.
Ma se adesso vuoi davvero conoscere i movimenti dell’Anima
del Mondo, osserva la rivoluzione celeste e l’impetuosa spinta
delle sfere sottostanti, il sorgere e il tramontare del sole, i corsi
e i ricorsi delle stelle, cose tutte provenienti dal movimento
dell’Anima. Pretendere che sia immobile, ella che tutto muove,
non può essere permesso ad Aristotele, la cui grandezza si è
manifestata in altre occasioni; ma si addice soltanto a chi non è
animato né dal potere della natura, né dall’evidenza della
ragione.

17. 1. Dopo avere quindi spiegato e asserito il movimento


dell’anima, l’Africano descrive e prescrive in questi termini il
modo di farne uso: 2 . «Tu esercitala nelle azioni più nobili;
orbene, le occupazioni più nobili riguardano la salute della
patria; l’anima, stimolata ed esercitata da esse, trasvolerà più
rapidamente verso questa sede e dimora a lei propria; e lo farà
con velocità ancor maggiore, se, già da quando sarà chiusa nel
corpo, si eleverà al di fuori e, mediante la contemplazione dell’al­
dilà, si distaccherà il più possibile dal corpo. 3. Infatti per coloro
che si sono abbandonati ai piaceri del corpo, che si sono offerti
impulsuque lubidinum uoluptatibus oboedientium deorum et
hominum iura uiolauerunt, corporibus elapsi circum terram
ipsam uolutantur, nec hunc in locum nisi multis exagitati saecu­
lis reuertuntur».
4. In superiore huius operis parte diximus alias otiosas, alias
negotiosas esse uirtutes, et illas philosophis, has rerum publi­
carum rectoribus conuenire, utrasque tamen exercentem face­
re beatum. Hae uirtutes interdum diuiduntur, nonnumquam
uero miscentur, cum utrarumque capax et natura et institutio­
ne animus inuenitur. 5. Nam si quis ab omni quidem doctrina
habeatur alienus, in re publica tamen et prudens et temperatus
et fortis et iustus sit, hic a feriatis remotus, eminet tamen actua­
lium uigore uirtutum, quibus nihilo minus caelum cedit in
praemium. 6 . Si quis uero insita quiete naturae non sit aptus ad
agendum, sed solum optima conscientiae dote erectus ad supe­
ra, doctrinae supellectilem ad exercitium diuinae disputationis
expendat, sectator caelestium, deuius caducorum, is quoque
ad caeli uerticem otiosis uirtutibus subuehetur. 7. Saepe tamen
euenit ut idem pectus et agendi et disputandi perfectione sub­
lime sit, et caelum utroque adipiscatur exercitio uirtutum. 8 .
Romulus nobis in primo genere ponatur, cuius uita uirtutes
numquam deseruit, semper exercuit; in secundo Pythagoras,
qui, agendi nescius, fuit artifex disserendi et solas doctrinae et
conscientiae uirtutes secutus est; sit in tertio ac mixto genere
apud Graecos Lycurgus et Solon, inter Romanos Numa,
Catones ambo, multique alii qui et philosophiam hauserunt
altius et firmamentum rei publicae praestiterunt; soli enim
sapientiae otio deditos, ut abunde Graecia tulit, ita Roma
nesciuit.
quasi come loro complici e che, sotto la spinta delle libidini obbe­
dienti ai piaceri, violarono le leggi divine e umane, una volta sci­
volate fuori dai corpi, si aggirano in volo intorno alla terra e non
ritorneranno in questo luogo, se non dopo aver peregrinato per
molti secoli» 269.
4. Nella prima parte di quest’opera abbiamo detto che ci
sono delle virtù appartenenti alla vita contemplativa e delle
virtù proprie della vita attiva, e che le prime si addicono ai filo­
sofi e le seconde a chi dirige la cosa pubblica, e che, attraverso
l’esercizio delle une come delle altre, si può giungere alla feli­
cità. Queste virtù sono talvolta separate; talvolta, invece, si tro­
vano riunite insieme, quando l’anima, per natura e per educa­
zione, risulta in grado di pervenire a entrambe. 5. Infatti se uno
è considerato estraneo a ogni genere di scienza, ma nell’ammi­
nistrazione della cosa pubblica è prudente, temperato, forte e
giusto 270, questi, per quanto lontano sia dalle virtù contempla­
tive, si distingue tuttavia per la sua energia nelle virtù pratiche,
per le quali, non meno che per le altre, è riservato come pre­
mio il cielo. 6 . Se invece qualcun altro, per quiete insita nella
sua natura, non ha attitudine all’azione, ma, teso com’è dall’ot­
tima coscienza verso le cose superiori, presta solo il bagaglio
che gli fornisce la scienza nell’esercizio della discussione del
divino, frequentando assiduamente il mondo celeste e tenen­
dosi lontano dal mondo delle cose effimere 271, anche costui
sarà trasportato alla sommità del cielo per le virtù della vita
contemplativa. 7. Tuttavia non è raro che accada che un mede­
simo spirito si libri in alto per la perfezione sia nell’agire sia nel
filosofare e guadagni il cielo per l’esercizio di entrambe le
virtù. 8 . Va posto nella prima categoria di persone il nostro
Romolo 272, che, in vita, non abbandonò mai le virtù, ma con­
tinuamente le esercitò; metteremo nella seconda categoria
Pitagora che, pur incapace d’azione, fu però abile nell’arte
della riflessione e seguì soltanto le virtù della filosofia e della
coscienza; nella terza categoria, quella delle virtù miste, si por­
ranno, presso i Greci, Licurgo e Solone 2J), Numa e i due
Catoni tra i Romani 274 e molti altri che attinsero profondamen­
te ai principi della filosofia e, nello stesso tempo, diedero soli­
di sostegni allo stato: infatti di uomini dediti alla sola contem­
plazione filosofica, la Grecia ne ha avuti in gran numero, men­
tre Roma non ne ha conosciuti 275.
9. Quoniam igitur Africanus noster, quem modo auus prae­
ceptor instituit, ex illo genere est quod et de doctrina uiuendi
regulam mutuatur et statum publicum uirtutibus fulcit, ideo ei
perfectionis geminae praecepta mandantur,
10. Sed ut in castris locato ac sudanti sub armis primum uir­
tutes politicae suggeruntur his uerbis: «Sunt autem optimae
curae de salute patriae, quibus agitatus et exercitatus animus
uelocius in hanc sedem et domum suam peruolabit».
11. Deinde quasi non minus docto quam forti uiro philoso­
phis apta subduntur, cum dicitur: «Idque ocius faciet, si iam
tunc cum erit inclusus in corpore, eminebit foras, et ea quae extra
erunt contemplans quam maxime se a corpore abstrahet». 1 2 .
Haec enim illius sunt praecepta doctrinae quae illam dicit mor­
tem philosophantibus appetendam; ex qua fit ut, adhuc in cor­
pore positi, corpus ut alienam sarcinam, in quantum patitur
natura, despiciant.
Et facile nunc atque oportune uirtutes suadet, postquam
quanta et quam diuina praemia uirtutibus debeantur edixit.
13. Sed quia inter leges quoque illa imperfecta dicitur in qua
nulla deuiantibus poena sancitur, ideo in conclusione operis
poenam sancit extra haec praecepta uiuentibus; quem locum
Er ille Platonicus copiosius exsecutus est, saecula infinita dinu­
merans, quibus nocentum animae, in easdem poenas saepe
reuolutae, sero de Tartaris permittuntur emergere et ad natu­
rae suae principia, quod est caelum, tandem impetrata purga­
tione remeare.
14. Necesse est enim omnem animam ad originis suae
sedem reuerti; sed quae corpus tamquam peregrinae incolunt,
cito post corpus uelut ad patriam reuertuntur, quae uero cor-
9. Poiché, dunque, il nostro Africano, che è stato appena
istruito dal suo avo precettore, appartiene a quella categoria di
uomini che ricava dalla dottrina la sua regola di vita e con le
sue virtù sorregge lo stato, si vede perciò trasmettere i precetti
riguardanti questa duplice perfezione.
1 0 . Ma siccome si trova in un accampamento e suda sotto
le armi, innanzi tutto gli sono suggerite le virtù politiche con
queste parole: «Orbene, le occupazioni più nobili riguardano la
salute della patria; l’anima, stimolata ed esercitata da esse, tra­
svolerà più rapidamente verso questa sede e dimora a lei pro­
pria».
11. In seguito, come indirizzandosi a un uomo non meno
dotto che coraggioso, si sottopongono alla sua attenzione le
raccomandazioni che si addicono al filosofo, con le seguenti
parole: «E lo farà con velocità ancor maggiore, se, già da quando
sarà chiusa nel corpo, si eleverà al di fuori e, mediante la contem­
plazione dell’aldilà, si distaccherà il più possibile dal corpo». 1 2 .
Tali sono infatti i precetti della dottrina secondo la quale colo­
ro che sono imbevuti di filosofia devono aspirare a quella sorta
di morte 276 per cui, quando essi sono ancora all’interno del
corpo, riescono a disprezzare questo corpo quasi fosse un far­
dello estraneo, per quanto la natura lo consente.
Per l’Africano è ora facile e opportuno consigliare le virtù,
una volta che ha reso noto quante e quali ricompense divine
sono assegnate a queste virtù. 13. Ma poiché anche tra le leggi
vien detta imperfetta quella che non sancisce alcuna pena per
chi trasgredisce 277, per questo motivo Cicerone, a conclusione
dell’opera, stabilisce la pena per chi vive al di fuori di questi
precetti; è un punto su cui si è diffuso ampiamente anche il
personaggio platonico di Er, enumerando gli infiniti secoli che
devono trascorrere prima che alle anime dei colpevoli, ricadu­
te a più riprese nelle medesime pene, sia permesso, dopo un
lungo soggiorno, di uscire dal Tartaro e di ritornare alle origi­
ni della loro natura, cioè in cielo, dopo aver finalmente conse­
guito la purificazione 278.
14. E infatti necessario che ogni anima ritorni alla sua sede
d’origine; ma quelle che abitano il corpo come se vi fossero di
passaggio, dopo averlo abbandonato, non tardano a rivedere,
per così dire, la loro patria 279, mentre quelle che mettono radi-
porum illecebris ut suis sedibus inhaerent, quanto ab illis uio-
lentius separantur, tanto ad supera serius reuertuntur.
15. Sed iam finem somnio cohibita disputatione faciamus,
hoc adiecto quod conclusionem decebit, quia, cum sint totius
philosophiae tres partes, moralis et naturalis et rationalis, et sit
moralis quae docet morum elimatam perfectionem, naturalis
quae de diuinis corporibus disputat, rationalis cum de incor­
poreis sermo est quae mens sola complectitur, nullam de tribus
Tullius in hoc somnio praetermisit. 16. Nam illa ad uirtutes
amoremque patriae et ad contemptum gloriae exhortatio quid
aliud continet nisi ethicae philosophiae instituta moralia? Cum
uero uel de sphaerarum modo uel de nouitate siue magnitudi­
ne siderum deque principatu solis et circis caelestibus cingulis-
que terrestribus et Oceani situ loquitur et harmoniae superum
pandit arcanum, physicae secreta commemorat. At cum de
motu et immortalitate animae disputat, cui nihil constat inesse
corporeum cuiusque essentiam nullus sensus sed sola ratio
deprehendit, illic ad altitudinem philosophiae rationalis ascen­
dit. 17. Vere igitur pronuntiandum est nihil hoc opere perfec­
tius, quo uniuersa philosophiae continetur integritas.
ce alle lusinghe dei corpi come fossero le loro vere dimore,
quanto più violentemente si separano da esse, tanto più tempo
impiegano per risalire alle regioni superne 280.
15. Ma è giunto il tempo di mettere fine al sogno fissando
un limite alla nostra dissertazione, dopo aver aggiunto la
seguente osservazione, che sarà un’appropriata conclusione:
l ’insieme della filosofia si divide in tre parti, morale, naturale e
razionale, essendo la morale la parte che ha come scopo di
insegnare l’assoluta perfezione dei costumi, la naturale quella
che tratta dei corpi divini e la razionale quella che ha per ogget­
to gli esseri immateriali comprensibili soltanto con l’intelletto;
ebbene, Marco Tullio Cicerone, nel Somnium, non ha trascura­
to nessuna delle tre 281. 16. Infatti, l’esortazione alle virtù, all’a-
mor di patria, allo sprezzo della gloria, che cos’altro contiene
se non gli insegnamenti morali della filosofia etica? Quando
poi Scipione parla delle norme che regolano le sfere o della
straordinarietà o della magnitudine degli astri e della sovranità
del sole e dei circoli del cielo, delle fasce della terra e della
posizione che occupa l’Oceano e quando rivela l’arcano del­
l’armonia dell’empireo, egli evoca i segreti della fisica 282. E
quando tratta del movimento e dell’immortalità dell’anima,
che, per opinione generale, non ha niente di materiale e la cui
essenza non può essere afferrata da nessuno dei sensi, ma sola­
mente dall’intelletto, qui Cicerone ascende al vertice della filo­
sofia razionale. 17. Va, dunque, veramente proclamato a gran
voce che niente è più perfetto di quest’opera che contiene tutti
gli elementi della filosofia 283.
Diagramma delle eclissi sola­
re e lunare contenute neH’ultimo
capitolo in una pagina del
M acrobius, Commentarii in
Somnium Scipionis (NKS 218
4°), manoscritto su pergamena
(ca. 1150, Francia meridionale?),
particolare del fol. 49v, Copen­
hagen, Det Kongelige Bibliotek.

Fig. 65 Fig, 66
Diagramma di soggetto non Diagrammi della terra, del
identificato nel Macrobius, Com­ cielo e delle fasi lunari in M acro­
mentarii in Somnium Scipionis bius, Commentarii in Somnium
(NKS 218 4°), manoscritto su Scipionis (NKS 218 4°), mano­
pergamena (ca. 1150, Francia scritto su pergamena (ca. 1150,
meridionale?), fol. 50r, Copen­ Francia meridionale?), fol. 50v,
hagen, Det Kongelige Bibliotek. Copenhagen, Det Kongelige
Bibliotek,
N ote e A p p e n d ic i
N ote a l testo

A p p e n d ic e I. I l S o g n o d i S c i p i o n e d i M.T. C i c e r o n e
A p p e n d ic e II. S c i p i o n e : s o g n i e m a g n a n im it à n e l l e a r ti
A p p e n d ic e III. S c i p i o n e d i P a o l o A n t o n io R o l l i
A p p e n d ic e IV. I l s o g n o d i S c i p i o n e d i P ie t r o M e t a s t a s io
N o t e al t e st o

1 II raffronto è tra il mito di E r in Platone {Repubblica, X 614 b - 621 b)


e il sogno di Scipione Emiliano nel VI libro del De Republica di Cicerone,
grandioso dialogo sullo stato giuntoci solo parzialmente. Il medesimo para­
gone si ritrova ugualmente nell’altro commento che possediamo, la
Disputatio de somnio Scipionis di Favonio Eulogio, retore cartaginese con­
temporaneo di Agostino. Come il Sogno di Scipione fa da «pendant» al mito
di Er, così la Repubblica di Cicerone è l’equipollente della Repubblica di
Platone. Da un lato Platone è il filosofo ispirato per antonomasia, i cui scrit­
ti promanano dalla «divina profondità del suo genio» (Commento al Sogno di
Scipione II, 2, 1 ). Tanto l’uno quanto l’altro, il filosofo greco come il pensa­
tore latino, sono, come dichiara Macrobio nel seguente § 3, «uomini eminen­
ti per sapienza e che nella ricerca del vero non hanno avuto che ispirazioni
divine». Nella forma breve e sintetica del Sogno, vi si trova incastonata la
Verità senza tempo grazie a Cicerone, il nuovo Platone (cfr. Commento al
Sogno di Scipione II, 12, 7 nonché II, 5, 28).
2 Modo è la lezione unanime dei manoscritti. A partire da Zeunius (Aur.
Theodosii Macrobii,... Opera, cum notis integris Isacii Fontani, Jo. Meursii, Jac.
Gronovii, quibus adjunxit et suas Jo. Car. Zeunius, Impensis G. Theophili
Georgi, Lipsiae, 1774), seguito da Eyssenhardt e Willis e da tutti gli editori,
eccetto Armisen-Marchetti, si è preferito correggere in motus («corso,
moto»). Tuttavia la congettura va respinta e va invece accolta la lectio difici-
lior che, come fa notare la studiosa francese, si ritrova in I 14, 26 in un con­
testo simile.
3 Cfr. Repubblica, I 351 a - 352 a. Secondo Proclo (Commento alla
Repubblica di Platone, Dissertazione 1 ,7, 9 - 8, 6), molti commentatori hanno
sostenuto che l’argomento del trattato platonico fosse la giustizia e che, inve­
ce, la discussione sulla forma di governo migliore fosse accessoria rispetto al
vero scopo del trattato. Lo stesso Socrate dichiara più volte che la ricerca è
rivolta in vista della giustizia (Repubblica, I 336 e; II 368 e; IX 588 b).
4 Cfr, Fedone, 107 d - 114 c.
5 Cfr. Gorgia, 523 a - 527 a.
6 II terzo libro della Repubblica di Cicerone, pervenutoci soltanto molto
frammentariamente, doveva trattare fondamentalmente della giustizia, la
virtù politica per eccellenza. Furio Filo riferiva le argomentazioni di
Cameade contro l’esistenza di un fondamento naturale della giustizia. I
popoli dominatori fondano il loro impero sulla sopraffazione dei più deboli
e non sulla giustizia. Lelio assumeva la difesa della giustizia naturale soste­
nendo la legittimità morale dell’impero di Roma. Secondo Agostino {La Città
di Dio, II 21) Scipione dimostrava che, indipendentemente dalla forma
assunta dalla res publica (monarchia, oligarchia, democrazia), essa andava
amministrata bene ac iuste.
7 Nell’originale, in ipso consummati operis fastigio locavit, «pose il fasti­
gio all’opera che aveva terminato». Il riferimento è, ovviamente al Sogno di
Scipione (Repubblica VI, 9-29) che coronava il dialogo di Cicerone. L’utilizzo
della metafora muratoria per indicare la parte conclusiva di un’intera opera
0 di uno stato o grado di vita è un topos nella letteratura latina, che ricorre in
Cicerone, Cornelio Nepote, Tacito, Livio e molti altri autori. Il fastigium è,
infatti, la parte superiore di un edificio, o quella acuta del tetto o quella alta
anteriore della facciata dove si ponevano le iscrizioni.
8 Prudentia, iustitia, fortitudo e moderatio (o temperantia) sono le quattro
virtù cardinali, su cui Macrobio in seguito (I, 8, 4 sg.) si diffonderà estesa­
mente.
9 L’Er, figlio di Armenio, della Panfilia (regione dell’Asia Minore tra la
Licia e la Cilicia, corrispondente all’area della riva meridionale dell’odierna
Turchia nella zona dell’attuale golfo di Antalya), è noto soltanto dalla fonte
platonica. Cosa che fa propendere che il mito, diventato fin dall’antichità tra
1 più celebri, col suo contenuto e il suo significato sia schietta invenzione di
Platone.
10 In Platone, Repubblica, X 614 b, la raccolta dei cadaveri ormai decom­
posti avviene dopo dodici giorni e non dieci come indicato da Macrobio, il
quale, evidentemente, non aveva una conoscenza diretta e completa dell’o­
pera di Platone, ma soltanto attraverso compilazioni antologiche,
11 II passo qui ricordato da Macrobio in cui Cicerone, nella sua
Repubblica, menzionava il mito di Er è andato perduto. La sua esistenza è
anche testimoniata da Favonio Eulogio (Disputatio de somnio Scipionis I, 1)
e da Agostino {La Città di Dio, X X II 28). Tra coloro che avevano commen­
tato il mito di Er, Proclo {Commento alla Repubblica di Platone XVI, 96, 10-
15) menziona Numenio, Albino, Gaio, Massimo di Nicea, Harpocratio,
Euclide e Porfirio.
12 Pur ritenendo Cicerone che il suo espediente del sogno attribuito a
Scipione non rischiasse di essere sottoposto agli stessi sarcasmi del mito pla­
tonico di Er (supra, I, 2, 1 ) questo non implica che non potesse essere
anch’esso criticato, anche se di ciò non restano tracce.
15 Anche Favonio Eulogio {op. cit. I, 1) fa un rapido accenno alla polemi­
ca degli Epicurei contro il mito di Er (fabulas incredibiles, quas Epicurei deri­
dent). Pur non esistendo più, al tempo di Macrobio e di Favonio Eulogio, la
scuola epicurea, di essa, altrettanto lontana dal platonismo quanto dal cristia­
nesimo, restava un vivo ricordo attraverso gli autori che ne avevano riporta­
to il pensiero e che l’avevano combattuta.
14 II filosofo Colote di Lampsaco (III sec. a.C.), discepolo e pupillo di
Epicuro, scrisse libri polemici contro Platone, attaccando il mito di E r della
Repubblica, il Liside e YEutidemo. Di essi ci rimangono soltanto frammenti
tra i papiri di Ercolano (208 e 1032), Fu anche autore di una celebre opera,
scritta intorno al 263 a.C. e anch’essa andata perduta, in cui si criticava l’uso
dei miti da parte di Platone e si confutavano le dottrine elaborate dalle altre
scuole filosofiche. Intitolata Non è possibile vivere secondo le dottrine degli
altrifilosofi suggerì a Plutarco un opuscolo di replica dal titolo Contro Colote
in difesa degli altri filosofi, risalente all’incirca al 100 d.C. e che occupa il
74esimo posto tra i Moralia, noto anche con il titolo di Neppur felicemente si
può vivere seguendo Epicuro. La critica di Colote del mito di E r ci è nota
attraverso Proclo (Commento alla Repubblica di Platone XVI, 105, 23-106,
14) che riporta anche la confutazione di Porfirio nel suo perduto Commento
alla Repubblica di Platone. L’esposizione di Macrobio presenta così numero­
se convergenze con quella di Proclo da far pensare che fonte di entrambe sia
stato il perduto commentario porfiriano sulla Repubblica di Platone.
15 Obiezione riportata da Proclo, Commento alla Repubblica di Platone
XVI, 105, 23-26. Le altre due obiezioni erano che Platone, che altrove con­
danna le favole dei poeti sull’Ade, si contraddice e che i miti sono inutili, in
quanto inadatti al volgo che non li comprende così come ai saggi che non ne
hanno bisogno. Gli oratori e grammatici romani, da Cicerone e dal Retore
ignoto che inviò il suo piccolo libro ad un certo Gaio Erennio, fino ad
Isidoro di Siviglia, sono più o meno concordi coi greci, almeno con quelli che
proponevano una tripartizione tra historia, pithanón e menzogna. I Romani
proponevano una tripartizione affine dei racconti, tra historia (ciò che è acca­
duto veramente), argumentum (ciò che non è accaduto ma che è verosimile)
e fabula (muthikón) (ciò che non è accaduto ed è inverosimile). E quindi
sempre il grado di verità (o di finzione) che differenzia i tre generi — essen­
do il mito {fabula) il più distante dalla verità e dal realismo. Allo stesso
tempo, queste tre categorie sono coordinate ai generi letterari, historia alla
storia, argumentum al dramma e, più tardi, al romanzo, fabula alla poesia,
soprattutto epica. Si tratta di una categorizzazione che introduce una valuta­
zione abbastanza semplicistica ma che sarà soprattutto gradita ai cristiani:
misurato dal contenuto di verità, il mito, la fabula, è rigettato come pura
menzogna. La fama di Cicerone, dì Quintiliano e di Isidoro garantiscono la
trasmissione di questa definizione, con la sua valutazione negativa, nel
Medioevo e fino ai moralisti dell’età dei Lumi.
Oltre alla tradizione retorica, vi è il sistema ancora più complesso e inte­
ressante qui proposto, in questo capitolo, da Macrobio — un testo che non
può essere sottovalutato, per la posizione dell’autore, a cavallo tra le tradizio­
ni filosofiche antiche, greche soprattutto, e quelle dell’erudizione medievale.
Macrobio comincia da un’etimologia di fabula che lo fa saldamente congiun-
gere all’opinione generale che aveva costituito già il punto di partenza della
retorica ellenistica: fabulae, quarum nomen indicat falsi professionem («la
favola che è una falsità convenuta, come indica il suo nome» — essendo il
sostantivo fabula apparentato al verbo fa-lere, come aveva pensato già
Varrone su cui cfr. infra nota 17); quindi, propone una teoria sull'origine che
è, al tempo stesso, una teoria sulla funzione dei miti: le favole sono state
inventate (repertae) o per il piacere o per la comunicazione di qualcosa di
utile. Questa bipartizione di fabula — racconto solamente piacevole e rac­
conto utile — è seguita da una spiegazione: le favole puramente piacevoli
sono quelle di Menandro e dei suoi imitatori (latini, si può lecitamente ipo­
tizzare e dunque Terenzio innanzitutto) e di Petronio e di Apuleio: si tratta
perciò, in maniera abbastanza sorprendente, della commedia greco-romana
e de] romanzo. Nell’ambito delle favole utili, Macrobio introduce una secon­
da bipartizione. Ci sono delle fabulae che sono delle pure finzioni e ce ne
sono altre che sono fondate sul reale ma che sono sviluppate in modo fanta­
stico. Ciò sembra, a prima vista, riprendere le teorie greche sui mùthoi che
sono o «totalmente fittizi» o «fittizi ma degni di credito», ma Macrobio li
comprende diversamente: le fabulae puramente fittizie sono le favole di
Esopo («famose per l’eleganza dell’invenzione»), mentre quelle fondate sul
reale e che bisognerebbe chiamare non fabulae ma narrationes fabulosae,
«racconti favolosi», sono i rituali sacri (caerimoniarum sacra), le teogonie di
Esiodo e di Orfeo, infine le massime (mysticae) dei Pitagorici. Tra questi due
generi, la filosofia accetta solamente il secondo, in cui bisogna introdurre
ancora una bipartizione — esistono delle narrazioni favolose che velano la
verità sotto le turpitudini (per esempio tutta la mitologia di Saturno) e altre
sotto un aspetto devoto e puro, come il mito di E r di Platone o quello di
Scipione di Cicerone, — è solamente questo l’unico modo che sia degno
della filosofia e di cui la filosofia fa immediato uso ove tratta di cose che «la
parola non può descrivere e che la stessa intelligenza umana non può affer­
rare». Tutta questa elaborazione termina quindi nella distinzione tra una
mitologia poetica che non è degna di un filosofo e una mitologia filosofica
esercitata già da Platone per esporre concezioni che superano la portata dei
normali mezzi dialettici.
Questo passo contiene dunque, alla fine dell’antichità, una sorta di rias­
sunto del pensiero antico sul mito, mùthos, fabula. Come si è accennato (cfr.
nota precedente) il suo argomento generale proviene dal commentario (per­
duto) di Porfirio sulla Repubblica platonica in cui Porfirio aveva replicato
alle critiche di Colote, bellicoso discepolo di Epicuro, ed è quindi qui rifles­
sa la tradizione del neoplatonismo greco; molti dettagli tuttavia si accordano,
come si vede, con la tradizione dei retori e dei grammatici.
Di questo riassunto, occorre ancora una volta sottolineare i tratti salien­
ti: 1 °) la fabula è una finzione, inventata da un autore; la sua superficie nar­
rativa è falsa, ma vela una verità più profonda - è anche il parere dei retori,
da Teone ad Aftonio (nel IV secolo) e fino ai suoi commentatori tardivi; 2°)
la fabula comprende una serie di racconti che, nella concezione moderna, si
ha l’abitudine di tenere ben distinti l’uno dall’altro:
a) le favole di animali (che alcuni pensano essere i migliori miti perché
non velano che leggermente una verità moralizzatrice);
b) i miti eziologici che illustrano i rituali (sottolineatura abbastanza sor­
prendente e che non trova affatto paralleli nella letteratura antica);
c) i miti teogonici e cosmogonici di Esiodo e di Orfeo, come pure le istru­
zioni mitologiche, anch’esse cosmologiche, dei Pitagorici;
d) infine i miti filosofici, invenzioni e artifizi recenti di Platone e dei suoi
successori ed imitatori.
Si vede bene come le suddivisioni antiche siano differenti dalle nostre
correnti. Per la concezione moderna, di tutto questo insieme chiamato o
fabula / mùthos o narratio fabulosa / diégesis muthiké, il termine mito ricopre
solamente: a) i racconti eziologici e b) la Teogonia di Esiodo, mentre esclu­
diamo ormai i poemi di Orfeo e di Pitagora, per non parlare di Menandro,
Petronio, Esopo e Platone. Ed anche se seguiamo più Macrobio (e la sua
fonte greca), separando le narrationes fabulosae dalle fabulae, dai mùthoì pro­
priamente detti, la suddivisione non riesce a essere tuttavia la nostra: dalla
parte dei màthoi, Macrobio sistema le opere poetiche di Menandro, di
Petronio e di Esopo, mentre mette i racconti eziologici, teogonici e filosofici
da quella della diégesis muthiké. Il criterio di Macrobio è quello della relazio­
ne con la realtà, mentre il nostro è l’invenzione poetica: i racconti eziologici
e i poemi esiodei — i soli miti per noi — non sono inventati dai loro autori,
ma sono un adattamento e un’articolazione di una tradizione anteriore di cui
portano il marchio incontestabile. Separiamo inoltre le fabulae dai muthoi,
non prendendo i due termini come interamente equivalenti, anche perché
etimogicamente esprimono cose contrarie: mentre favola ha che fare con fal-
leri, parlare, il mito designa invece il silenzio e il mistero. Il secondo ha sem­
pre il compito di trasmettere un’istruzione, mentre la favola mira piuttosto a
piacere, essendo quasi sempre sprovvista di ogni significato reale e profondo
e altrettanto spesso di ogni simbolismo.
Comunque sia, la tradizione retorica da Cicerone ad Isidoro da un lato e
la lettura filosofica di Macrobio dall’altro perpetuarono questa nozione di
fabula / mito come invenzione poetica che è o riprovevole e condannabile o
che ha bisogno di una lettura allegorica. Il Commento al Sogno di Scipione fu
un libro molto importante durante quasi tutto il Medioevo, da Beda fino al
XIII secolo. Dal passo macrobiano sulle fabulae, Giovanni Scoto Eriugena
derivò la sua confutazione della dottrina sulla trasmigrazione delle anime
presentata dallo stesso Macrobio; e lo stesso passo costituì la base, presso i
filosofi della scuola di Chartres (Guglielmo di Conches, Bernardo di Tours e
Alano di Lilla), per formulare una teoria sull’allegoresi, sugli indumenta delle
fabulae che bisogna svelare per ritrovarvi sotto la verità nascosta; Guglielmo
spiegò la verità contenuta nei miti eziologici — le narrationes fabulosae che
trattano, secondo Macrobio, i caerimoniarum sacra — con un’interpretazio­
ne allegorica dei riti bacchici che trae la sua origine da contenuti cristiani. Il
mito, da quest’ultimo esempio, finirà per divenire niente altro che un orna­
mento letterario più o meno trascurabile, una rappresentazione convenzio­
nale con un’intenzione unicamente morale e sentimentale e non più un’in­
venzione di una ispirazione sopra-umana.
16 L’argomento riecheggia la risposta di Porfirio alla seconda obiezione di
Colote: Platone non ha bandito ogni mito, ma ha solamente censurato i miti
immorali di Omero ed Esiodo e, quando utilizza il mito a proposito dell’Ade,
è per trasmettere un insegnamento sull’ingiustizia (cfr. infatti Platone,
Repubblica II, 378 d-e).
17 Cfr. Varrone, Lingua Latina VI, 55, che fa risalire la voce latina fabula,
come falsum e fallacia, ad una famiglia di parole riconducibili al verbo fari,
che significa profetare, pronunziare e, più genericamente, dire, parlare, rac­
contare. Ma, se la prima etimologia è esatta, falsum e fallacia derivano inve­
ce dal verbo fallere, che significa far sdrucciolare, far porre il piede in fallo.
Cfr. anche Teone, Progymnasmata, III, citato da Franz Cumont (Symbolisme
funéraire, p. 3: MO0ós èoti À ó y o s vyeuSf); e ì k o v i £ g o v àAr)0eiav (il mito è
un discorso mendace raffigurante la verità).
18 L’ateniese Menandro (342 ca. - 291 ca. a.C.) fu autore di 105 comme­
die, quasi tutte andate perdute. La fortuna di Menandro, considerato lo
stato lacunoso della sua opera, vive soprattutto attraverso la commedia lati­
na, specialmente attraverso Terenzio, a cui si riferisce Macrobio con l’espres­
sione imitatores. Petronio, morto a Cuma nel 66 d.C. è l’autore del famoso
Satyricon. Nel testo originale Macrobio lo chiama semplicemente Arbitro
(così Mario Vittorino, Diomede, san Girolamo, ecc.), diversamente da altri
autori che lo chiamavano unicamente con il nome di Petronio (Onorato
Servio, Mario Mercatore, Pompeo, Giovanni Lido, Boezio, Prisciano,
Lattanzio, Mario Sergio, Isidoro di Siviglia, ecc.); solo Fulgenzio e
Terenziano lo chiamano talvolta Petronio e talvolta Petronio Arbitro.
Apuleio (125 ca. - dopo 170 d.C.), da Macrobio messo a confronto con il
primo, oltre a scrivere opere filosofiche, retoriche o di raffinata difesa come
il De magia, è di gran lunga più noto per l’unico romanzo della letteratura
latina pervenutoci integralmente, le Metamorfosi, conosciuto presso gli anti­
chi anche con il nome di Asino d'oro. Macrobio mostra stupore che un filo­
sofo platonico come Apuleio (e come tale lodato e menzionato da Macrobio
in Saturnali VII, 3, 24) si sia abbassato a scrivere un romanzo. Il genere
romanzesco apparve in epoca molto tarda (al principio della nostra era), fu
poco coltivato in Grecia e a Roma ed ebbe sempre un carattere secondario,
lontano com’era dai canoni classici: si trattava di un genere di pura evasio­
ne, adatto solo a un pubblico che cercava il divertimento come spiega
Macrobio.
19 II corpus delle favole di Esopo, circa 500, costituiva, presso gli antichi
una delle prime letture scolastiche, assieme ad Omero ed Esiodo. Schiavo di
origine frigia vissuto, si diceva, tra il VII e il VI secolo a.C. all’epoca dei Sette
Saggi, è considerato l’inventore della favola e della sua vita, non diversamen­
te da Omero, conosciamo soltanto i tratti mitici tramandati dalla tradizione.
20 I riferimenti sono rispettivamente la Teogonia di Esiodo (Vili - VII
a.C.), la Teogonia rapsodica e gli iepoi Xóyoi. Mentre, com’è noto, l’opera
esiodea ci è rimasta, della seconda, il poema orfico in esametri, ci resta qual­
che brano, conservatoci nelle opere dei filosofi neoplatonici e, più recente­
mente, in parte di un commento databile al VI-V sec. a.C. presente nel più
antico dei papiri greci conosciuti, il Papiro di Derveni, scoperto nel 1962 e
pubblicato nel 1982. Degli ultimi, i Discorsi sacri, attribuiti a Pitagora, ma
redatti probabilmente dopo la sua morte durante il periodo crotoniate (ini­
zio del V secolo a.C.), Armand Delatte (Études sur la Littérature pythagori-
cienne, Paris, 1915) ha potuto ricostruire un certo numero di versi; detti
anche acusmata, erano i precetti rituali e pratici della vita pitagorica, illustra­
ti da Porfirio nel suo omonimo libro.
21 Cfr. Repubblica, II ò l i b - 379 d, in cui Platone sottolinea il carattere
diseducativo per i giovani del comportamento che Esiodo (Teogonia, 164
sgg. e 453 sgg.) attribuisce ad Urano e della punizione effettuata dal figlio
Crono, versioni greche, rispettivamente, di Cielo e Saturno.
22 L’Anima è la terza ipostasi plotiniana; le potenze dell’aria e dell’etere
sono i dèmoni, entità intermedie tra gli dèi e gli uomini; quanto agli «altri
dèi» sono le divinità tradizionali della mitologia pagana e delle religioni
orientali.
23 Si tratta della prima ipostasi della suprema triade neoplatonica (Uno,
Intelletto, Anima). AI principio supremo, l’Uno, Plotino ha in particolare
consacrato il trattato II Bene o l’Uno (Enneadi VI, 9).
24 II voùs, mente, intelletto, è la seconda ipostasi e sarà più diffusamen­
te trattata nel capitolo 14 del Libro Primo.
25 Cfr, Platone, Repubblica, VI 508 a - 509 b. L’immagine è ripresa da
Plotino, Enneadi 1, 1, 1.
26 Inanima mundi, terza ipostasi della suprema triade neoplatonica, diver­
samente dalle prime due, può venir rappresentata perché più prossima al
mondo sensibile che è una sua emanazione.
27 L’associazione tra conoscenza e iniziazione ai misteri è presente in
diversi dialoghi platonici (Gorgia 493 a-b; Simposio 210 a; Fedro 248 b, 249
c, 250 b-e, 251 a). Il concetto di filosofia come iniziazione che porta l’uomo
dalle tenebre dell’ignoranza alla luce della conoscenza ebbe anche molta for­
tuna presso gli stoici (Cleante, Crisippo, Seneca). Anche Plotino, iniziato ai
misteri isiaci, ricorre all’analogia dei riti misterici per simboleggiare l’ascesa
versola contemplazione del Bene (Enneadi I, 6, 7; VI, 9, 11). L’istituzione di
un’analogia tra il percorso filosofico e spirituale e quello misterico — le cui
prime fasi consistono in purificazione e iniziazione — è tipica del neoplato­
nismo, ma è già compiutamente presente in Platone, Fedone, 69 c-d: « ... la
verità autentica non è se non una purificazione da tutte quelle cose, e la tem­
peranza, la giustizia, la fortezza e la saggezza medesima non sono altro che
una sorta di purificazione. E con ogni probabilità non furono uomini da
poco coloro che istituirono per noi i misteri, ma hanno davvero rivelato per
enigmi che colui il quale arriva all’Ade senza avere avuto parte ai misteri e
senza essere stato iniziato, giacerà in mezzo al fango; invece, colui che si è
purificato e si è iniziato, giungendo colà, abiterà con gli dèi. Infatti, gli inter­
preti dei misteri dicono che “i portatori di ferule sono molti, ma i Bacchi
sono pochi”. E costoro, a mio modo di vedere, altri non sono se non coloro
che praticano rettamente la filosofia». Si è parlato (A.-J. Festugière) di sosti­
tuzione dei mystères cultuels con i mystères littéraires (cfr. Auguste Diès,
Autour de Platon, Paris, 1927).
28 Numenio di Apamea (nei pressi dell’odierna Hims, in Siria), vissuto
nella seconda meta del sec. II d.C., filosofo greco, esponente del periodo di
passaggio dal platonismo classico al cosiddetto neoplatonismo, fuse le dottri­
ne platoniche con il pitagorismo e con idee teologiche di origine orientale,
esprimendo un’autentica esigenza di universalismo. Delle sue opere (Del
bene, Delle dottrine segrete di Platone, Dei numeri), ci restano solo frammen­
ti. Come medioplatonico, per la sua sintesi tra idealismo platonico e pitago­
rico e sistemi orientali è considerato all’origine del neoplatonismo e, come
Porfirio attesta (Vita di Plotino 14 e 17), ebbe una grande influenza su
Plotino, che, nelle sue lezioni, leggeva i suoi commentari e che fu perciò
accusato di plagiarlo. II sogno che qui Macrobio gli attribuisce non è attesta­
to altrove.
29 Per Pitagora vedi sopra n. 20. Quanto ad Empedocle, Parmenide ed
Eraclito i frammenti superstiti non recano traccia di racconti mitologici.
Anzi, di Empedocle è nota la sua polemica contro le rappresentazioni popo­
lari delle divinità e i miti dei poeti intorno agli dèi raffigurati sotto forme
umane: «Né è provvisto di una testa umana sulle membra né due braccia si
allungano dal suo dorso, non piedi, né veloci ginocchia né pelosi organi ses­
suali, ma è soltanto mente sacra e ineffabile, che con i suoi pensieri veloci si
slancia per tutto il cosmo» (31 B 134 Diels-Kranz). Anche Eraclito non è
meno tenero con i mitografi: «Omero è degno di essere scacciato dagli agoni
e di essere frustato, ed egualmente Archiloco» (45 Diels-Kranz). Si può
anche pensare alla critica di Platone, indirizzata fra gli altri a Parmenide e ad
Empedocle (Sofista 242 c), a proposito delle loro teorie sull’essere: «Mi sem­
bra che ciascuno ci racconti una specie di favola, come se fossimo dei ragaz­
zini». L’osservazione di Macrobio si riferisce quasi certamente al fatto che
questi filosofi hanno identificato le nozioni essenziali delle loro dottrine
impersonificandole sotto il nome di diverse divinità. Empedocle nel Poema
fisico sostenne che gli elementi da cui derivano tutte le cose sono quattro,
ovvero fuoco, terra, aria ed acqua e le identificò con quattro divinità: Zeus,
Era, Edoneo e Nesti, soggette alle opposte influenze di Philia e Neilos (ossia
Amore e Odio). Parmenide nel proemio del suo poema Sulla natura per
descrivere l’accesso alla conoscenza ricorre alla forma di un mito, con versi
di grande potenza descrittiva, in cui si narra di un uomo di notevole espe­
rienza, il quale, in un viaggio favoloso su un carro solare guidato dalle figlie
di Hèlios, è condotto fuori della città, dopo aver oltrepassato le porte celesti
guardate da Dike, verso il palazzo della dea, che gli darà chiarimenti sulla
verità dell’essere, il sistema degli astri e la generazione dell’universo, descrit­
to sul modello di una teogonia. Il pitagorico Timeo ci è noto attraverso l’o­
monimo dialogo di Platone, nel quale espone una genealogia degli dèi, con­
forme alle tradizioni orfiche, perché «conoscerne l’origine è impresa superio­
re alle nostre capacità, e bisogna prestare fede a quanti ne hanno parlato in
un tempo precedente, in quanto erano, come dicevano, discendenti degli dèi,
e conoscevano perfettamente i loro antenati» (Timeo 40 d - 41 b).
30 La parte dedicata ai sogni è una delie parti più significative del com­
mentario di Macrobio. Da essa il Medioevo (Giovanni di Salisbury, Alberto
Magno) attinse la tipologia antica del sogno e i suoi moduli interpretativi, tra­
mandandoli nelle epoche successive fino a Freud. La popolarità di questa
parte del trattato è dimostrata anche dall’epiteto di oniriocensis (probabile
deformazione di oneirocrites, «interprete di sogni») attribuito a Macrobio in
molti manoscritti medievali, o, con un ancor più irsuto latino scolastico-
medioevale, quello di ormicretes, hoc est sompniorum index vel interpres,
come reca un Prologo a Macrobio, di ignoto autore, in un manoscritto della
Biblioteca Malatestiana di Cesena (S.XII.6). Il primo trattato di onirocritica
risale alla seconda metà del II secolo d.C. per opera di Artemidoro di Daldi,
definito da Freud «l’elaborazione più ricca e attenta della interpretazione dei
sogni secondo le credenze vulgate nel mondo greco-romano». Ad esso, se
non direttamente, attraverso opere di Porfirio andate perdute fa riferimento
questa parte del testo di Macrobio, oppure sia Artemidoro sia Macrobio
hanno come fonte comune un qualche libro sui sogni, anch’esso perduto,
forse di Posidonio. Sugli Onirocritica vedi Artemidoro, Il libro dei sogni, a
cura di Dario Del Corno, Milano, 1994, 4a ed.
31 Le stesse cinque categorie di sogno compaiono nell’opera citata di
Artemidoro. Invece nel Commentario al Timeo (256) di Calcidio (IV sec. d.
C.) vengono proposte cinque categorie di sogni: somnium (di origine psichi­
ca o fisica), visum (per virtù divina), admonitio (per bontà delle potenze divi­
ne verso l’uomo), spectaculum (che appare anche durante la veglia e offre
all’uomo la visione del futuro per volontà celeste), reuelatio (il sogno generi­
co che può rivelare il futuro). In Cicerone (Della divinazione I, 64) si fa risa­
lire a Posidonio una tripartizione dei sogni che sorgono per impulso divino:
« ... nel primo, perché l’anima prevede da sé, essendo unita da parentela con
gli dèi; nel secondo, perché l’aria è piena di anime immortali, nelle quali i
segni della verità appaiono, per così dire, chiaramente impressi; nel terzo,
perché gli dèi stessi parlano coi dormienti». La stessa tripartizione posidonia-
na si ritrova nel De somniis di Filone di Alessandria (20 a.C. - 50 d.C.).
32 Cfr. Cicerone, Della divinazione I, 60: « “Ma molti sogni son falsi.”
Piuttosto, forse, sono per noi di difficile comprensione. Ma ammettiamo che
ve ne siano di falsi: contro quelli veri che cosa diremo? E risulterebbero veri
molto più spesso se ci disponessimo al sonno in perfette condizioni. Ora,
ripieni di cibo e di vino, vediamo in sogno cose alterate e confuse. Rammenta
le parole di Socrate nella Repubblica di Platone. Egli dice: “Poiché nel sonno
quella parte dell’anima che appartiene alla sfera razionale è assopita e debo­
le, quella invece in cui risiede un istinto ferino e una rozza violenza è abbrut­
tita dal bere e dal cibo eccessivo, questa si sfrena e si esalta smoderatamente
mentre dormiamo. Ad essa, perciò, si presentano visioni d’ogni genere, prive
di senno e di ragionevolezza: si ha l’impressione di unirsi carnalmente con la
propria madre o con qualsiasi altro essere umano o divino, spesso con una
bestia; di trucidare addirittura qualcuno e di macchiarsi empiamente le mani
di sangue; di fare molte altre cose impure e orrende, senza ritegno né pudo­
re”». La citazione è la traduzione ciceroniana di Platone, Repubblica IX, 571
c. Cfr. ancora op. cit. 115: «E poiché l’anima esiste da sempre e ha avuto rap­
porti con altre innumerevoli anime, vede tutto ciò che esiste nell’universo,
purché, grazie a un cibo leggero e a bevande modiche, si trovi nella condi­
zione di essere essa desta mentre il corpo è immerso nel sonno».
33 Cfr. Artemidoro, Il libro dei sogni I, 1 , dove l’èuùuviov è definito allo
stesso modo e vi sono quasi gli stessi esempi.
34 Virgilio, Eneide VI, 896.
35 Virgilio, Eneide IV, 4-5.
36 Virgilio, Eneide IV, 9.
37 Artemidoro, op. cit. I, 2, diversamente da Macrobio che considera
rèvÙTtviov e il (póvTaona come due categorie distinte, considera il secon­
do come una specie del primo.
38 L’ÉTnàXTES è il demone incuho responsabile del sogno morboso chia­
mato appunto con questo nome. Gli antichi spesso lo assimilavano a Pan
(Artemidoro, op. cit. I, 2) o ai fauni (Plinio, Storia Naturale XXV, 29; X X X ,
84). Per Artemidoro rèniàÀTE^ può fornire messaggi divinatori.
L’atteggiamento medievale nei confronti di «incubi» e «succubi» fu influen­
zato da Macrobio. Tuttavia Macrobio descrivendo il <pàvTaaua, cioè
l’«apparizione» vista nel momento «tra veglia e sonno profondo» e afferman­
do che il sognatore «si crede assalito da figure fantastiche» ne ha già eviden­
ziato il contenuto immaginario e ha quindi, su questo tipo di sogni, un lato
scettico che i suoi lettori medievali furono inclini ad ignorare, permeati
com’erano dalla concezione demonologica dei Padri della Chiesa.
39 Lo stesso esempio in Artemidoro, op. cit. I, 2. Un esempio di visio, con
caratteristiche di somnium, che richiede cioè un’interpretazione e in cui il
sogno sembra sovrapporsi e sostituirsi alla realtà, è quello fornito da Petrarca
nella sezione De sompnis (IV, 58) dei Rerum memorandum libri: un tale per
dimostrare la vanità del sogno che aveva fatto, di essere morso da un leone
di marmo, compie il gesto ridendo davanti ai compagni e viene mortalmen­
te punto da uno scorpione nascosto nella gola della statua.
40 Artemidoro (ibidem), diversamente da Macrobio, suddivide l’ccveipos
(in Macrobio somnium) in (oraculum) e o p an a (visio).
Inoltre divide gli óvEpoi in sogni «teorematici» (il cui messaggio è diretto) e
«allegorici» (simbolici, che richiedono un’interpretazione). Quest’ultima
duplice suddivisione si riscontra anche in Macrobio nell 'oraculum che parla
aperte (§ 8) e nella visio, in cui ciò che si sogna si realizzerà nel modo identi­
co, che sono implicitamente sogni «teorematici», mentre il somnium, che uti­
lizza dei simboli (§ 10) corrisponde alla specie «allegorica» di Artemidoro.
41 La stessa suddivisione in cinque specie si riscontra in Artemidoro (ibi­
dem), applicata al sogno «allegorico», su cui vedi nota precedente.
42 Paolo Lucio Emilio (228P-160 a.C.), figlio dell’omonimo console peri­
to a Canne e padre di Scipione Emiliano, fu augure dal 192 sino alla sua
morte. Scipione, il primo Africano, nonno adottivo di Scipione Emiliano,
apparteneva al Collegio dei Salii.
43 Nel 146 a.C. Scipione Emiliano distrusse Cartagine e fu portato in
trionfo, ricevendo a sua volta il soprannome di Africano. Con la sedizione si
allude alle agitazioni che contrassegnarono il tribunato di Tiberio Gracco e
condussero alla sua morte nel 133 a.C., su cui vedi infra nota 54.
44 Le capacità militari dimostrate sia in Spagna sia in Africa, portarono
Scipione Emiliano al consolato, nel 147 a.C., quando ancora non ne aveva
maturato il diritto (durante la Repubblica l’età minima per l’elezione a con­
sole era di 40 anni per i patrizi e di 42 per i plebei e allora Scipione aveva sol­
tanto 38 anni). In quel periodo era in corso la terza guerra punica e il popo­
lo, a dispetto deU’opposizione del Senato, vide in lui l’uomo giusto per risol­
verla a favore di Roma. Nel 149, all’inizio della guerra, Scipione Emiliano fu
inviato come tribuno militare in Africa; di qui l’espressione, con una certa
enfasi, per indicare il suo grado militare, di paene miles (Repubblica VI, 11 =
Sogno 2, 1 ). Una volta sbarcato ad Utica, si recò a far visita a Massinissa, re
della Numidia, grande amico del nonno dell’Emiliano, il primo Africano.
Essi rimasero fino a notte inoltrata a discutere circa le imprese gloriose del
valoroso e ormai scomparso Africano Maggiore e, probabilmente, fu per
questo motivo che la stessa notte l’Africano Minore vide in sogno il nonno
che gli parlava dall’alto della Via Lattea, sede degli eroi. Il «come egli stesso
riferisce» si spiega per il fatto che il Sogno è interamente raccontato da
Scipione Emiliano.
45 Artemidoro (ibidem) spiega questa restrizione con il fatto che il sogno
deve realizzarsi rispetto al sognatore: una persona qualunque perciò non può
avere un sogno «pubblico» che non sarebbe in grado di realizzare. In com­
penso, numerose persone rappresentano il popolo e questo, protagonista
della vita pubblica, può realizzare il sogno.
46 Omero, Iliade, II, 56-83. Artemidoro (ibidem) offre lo stesso esempio,
sempre citando la risposta di Nestore.
47 Virgilio, Eneide VI, 893-896. Cfr. supra § 6 e nota 34.
48 Si tratta di Odissea, X IX , 562-567 (cfr. Virgilio, Eneide VI, 893-896),
dove Penelope descrive le due porte da cui escono i sogni: attraverso quella
d’avorio passano i sogni falsi, quelli che ingannano, attraverso la porta di
corno i sogni veri, quelli che si avverano.
49 Della citazione, in traduzione latina, di Porfirio non c ’è riscontro in
alcun frammento greco rimastoci. La fonte, verosimilmente, è da individuar­
si nelle perdute Questioni omeriche. Macrobio cita solo due volte Porfirio:
qui e in II, 3, 15.
50 Virgilio, Eneide II, 604-606.
51 Dei versi di Virgilio, Eneide VI, 893-896: sunt geminae Somni portae,
quarum altera fertur / cornea, qua ueris facilis datur exitus umbris, / altera can­
denti perfecta nitens elephanto, / sed falsa ad caelum mittunt insomnia Manes
{«due sono le porte del sonno, e di queste si dice / cornea la prima, facile qui
all’ombre vere l’uscita. / Splende l’altra, che è tutta d’avorio bianchissimo; e di
qui falsi sogni mandano i Mani su al cielo») Servio nel suo Commentario dà
un’interpretazione del tutto diversa da quella di Macrobio. L’interpretazione
del grammatico Mauro Servio Onorato (370 ca.- dopo 410 d.C.) è «fisiologi­
ca»: la porta cornea significa gli occhi, che sono del color del corno e che
sono i più robusti fra tutte le parti del corpo, perché non sentono il freddo,
la porta elefantina, cioè d’avorio, rappresenta i denti, ossia la bocca. Mentre
dalla bocca escono le parole che possono essere ingannevoli, quello che
vediamo attraverso gli occhi è indubbiamente vero. Orazio, parlando dei
sogni, dice a Galatea, che voleva distogliere dal progetto di un viaggio: An
vitiis carentem / Ludit imago / Vana, quae porta fugiens eburna / Somnium
ducit? [OdiIII, 27, 39-42). E anche Properzio, nella sua Elegia a Cinzia, men­
ziona le porte: Nec tu speme piis venientia somnia portis / Cum pia venerunt
somnia, pondus habent {Elegie IV, 7, 87-88). A questo proposito, particolar­
mente ricca, simbolicamente e allegoricamente, è un’immagine rinascimenta­
le presente nell’opera di Vincenzo Cartari Le Imagini de i dei de gli antichi
(Venezia, 1556), dedicata alla rappresentazione del Sonno e della Notte, lar­
gamente ispirata al testo di Macrobio su cui vedi in Appendici Fig. 51. La
distinzione dei sogni in quelli veraci e quelli fallaci che parte dall’immagine
delle due porte d’accesso omeriche, ripresa da Virgilio, sarà la base per altri
prestiti in tempi più recenti, come da parte di Nerval: Le rève est une secon­
de vie. ]e n ’ai pu percer sans frémir ces portes d’ivoire ou de come qui nous
séparent du monde invisible (Aurélia).
52 Scopo, proposito.
53 II riferimento è alla parte oggi perduta del De Republìca di Cicerone,
immediatamente precedente al Somnium Scipionis che qui Macrobio riassu­
me. Si ritiene che Scipione racconti il suo sogno di circa vent’anni prima sol­
tanto nel 129 a.C.
54 Lelio è Caio Lelio Sapiente, console nel 140 a.C., amico inseparabile
di Scipione e suo interlocutore nella Repubblica di Cicerone. La loro amici­
zia fu così memorabile che Cicerone gli dedicò anche il breve opuscolo, in
forma dialogata, intitolato Lelio: l’amicizia. Con il «tiranno» si fa qui riferi­
mento all’uccisione del giovane tribuno Tiberio Gracco, avvenuta nel 133
a.C., per opera del suo stesso cugino Publio Cornelio Scipione Nasica e di un
gruppo di senatori dopo il suo tentativo di ridistribuzione delle terre delIV
ger publicus, che non ottenne il sostegno dell’altro tribuno Marco Ottavio
Cecina. La proposta di destituire quest’ultimo, apertamente incostituziona­
le, come pure la sua candidatura per la seconda volta al tribunato della plebe,
suonò come una sfida al Senato che ritenne il suo operato radicale ed eversi­
vo. Lo stesso congiunto Scipione l’Emiliano, che perdipiù ne aveva sposato
la sorella Sempronia, ritenne, come si vede, giusto l’assassinio, in quanto
degno di morte il solo sospetto di usurpazione dei poteri dello Stato.
L’osservazione attribuita a Lelio, in questo passo, è un po’ in contraddizione
rispetto a quanto riferisce Plutarco ( Tiberio e Caio Gracco 8, 5) circa la sua
moderazione durante questo drammatico episodio che gli valse il suo sopran­
nome: «Caio Lelio, l’amico di Scipione, cercò di risanare tale situazione, ma,
dinanzi all’opposizione dei potenti, per timore di tumulti desistette, e perciò
fu soprannominato “Saggio” o “Prudente”: il termine sapiens sembra infatti
avere entrambi questi significati».
55 Seguono da ora in poi, per tutti e due i libri del trattato di Macrobio,
citazioni letterali dei capitoli del VI del De Republica di Cicerone, scritto tra
il 55 e il 51 a.C. e pubblicato prima che l’autore partisse come proconsole per
la Cilicia. L’unica parte del VI e ultimo libro, non mutila, è appunto il cosid­
detto Somnium Scipionis.
56 Le statue venivano fissate in origine su un basamento cui aderivano
con una colata in piombo.
57 I dies feriati erano i giorni dedicati al culto nell’antica Roma. Erano
considerati giorni nefasti, nei quali non potevano svolgersi attività lavorative
e giudiziarie per rispetto alla divinità cui erano consacrati. Erano divise in
festività statiuae (fisse) e indictiuae (mobili), proclamate anno per anno (con-
ceptiuae) o in occasione di eventi straordinari (imperatiuae). In questo passo
ci si riferisce alle feriae latinae in onore di Giove: duravano tre giorni, erano
una festività mobile la cui data veniva stabilita dai consoli ed erano state isti­
tuite dall’ultimo Tarquinio per ricordare la federazione tra Romani e Latini e
anticamente si svolgevano sul Mons Albanus (oggi Monte Cavo).
58 Sono le parole dell’Africano Maggiore rivolte al nipote adottivo
Scipione Emiliano, il futuro Africano. Poiché il racconto del sogno è fatto da
quest’ultimo, Macrobio gli attribuisce le parole anche degli altri interlocuto­
ri, come appunto qui il nonno per adozione Africano Maggiore e nella cita­
zione seguente il padre per sangue Paolo Emilio (ego qui te genmt).
59 Cicerone, Repubblica VI, 13 = Sogno di Scipione 3, 1.
60 Cicerone, Repubblica VI, 16 = Sogno di Scipione 3, 5.
61 Galassia. Letteralmente «lattea», ma nell’uso di Plutarco, Diodoro
Siculo, Luciano e Manetone è sempre sottinteso KÙKÀ05, quindi «via lattea».
62 Cicerone, Repubblica VI, 11 = Sogno di Scipione 2, 1 .
63 Cicerone, Repubblica VI, 16 = Sogno di Scipione 3, 6-7.
64 Cfr. infra I, 1, 15, 1-7.
65 Qui Macrobio procede esattamente come Proclo nel suo Commento al
Timeo di Platone (I, 9, 25-31). Entrambi, dopo aver riassunto i capitoli intro­
duttivi, dichiarano che passeranno ad esaminare in maniera più particolareg­
giata il testo che commentano. Dato che Proclo, come Macrobio, s’ispira al
perduto Commento al Timeo di Porfirio è stato ipotizzato che questo passo
sia un reperto dell’opera porfiriana.
66 Comincia da qui la lunga esposizione di aritmologia, che parte dall’e­
same dei numeri 7 e 8 il cui prodotto dà l’età della morte di Scipione
Emiliano e che occuperà il seguito di questo capitolo e il successivo e lungo
capitolo 6. Anche Favonio Eulogio nella sua Disputatio de somnio Scipionis
dedica tutto il suo libro I a considerazioni aritmologiche. Il termine «aritmo­
logia» è stato proposto per la prima volta da Armand Delatte (op. cit., p. 139)
per indicare le corrispondenze pitagoriche stabilite «sulla formazione, il
valore e l’importanza dei dieci primi numeri». In essa il numero ha una fun­
zione simbolica che non dipende dall’aritmetica ma da una matematica meta­
fisica, scienza sacra riservata ai soli iniziati che non si occupa di contare, ma
di svelare i rapporti tra i numeri, i fenomeni naturali e le entità morali e di
conoscere la struttura del cosmo.
67 Altri traducono, non letteralmente, con «perfetti». Ma, trattandosi di
un brano ispirato alle teorie numeriche di origine pitagorica,