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Hermann Bausinger, Vicinanza estranea.

Cultura popolare fra globalizzazione e patria, Pisa,


Pacini, 2008
Hermann Bausinger, Cultura dello sport, Roma, Armando, 2008

Hermann Bausinger rappresenta, almeno dai primissimi anni sessanta, una figura fondamentale
della ricerca sulla cultura popolare in Germania. Fondatore a Tubinga del Ludwig-Uhland-Institut
fur Empirische Kulturwissenschaft, si è rivelato un forte innovatore del settore, stimolando e
approfondendo prospettive di ricerca sulle forme della cultura quotidiana nella società di massa.
Autore prolifico e difficilmente classificabile per uno stile del tutto personale lontano da mode e
scritture gergali, paga, per un evidente ritardo nelle traduzioni, la poca influenza sul dibattito
internazionale. Un percorso di avvicinamento e di conoscenza intorno alle sue ricerche è iniziato in
Italia con la traduzione nel 2005 di Cultura popolare e mondo tecnologico (ed. Guida), l’opera più
classica e pionieristica di Bausinger, la cui prima edizione risale al 1961. È un lavoro che smonta il
luogo comune secondo il quale il progresso tecnologico, economico e sociale distrugge la cultura
popolare. Bausinger mostra come quest’ultima si adegui e si ricostituisca costantemente attorno al
processo di modernizzazione. Nella sua lettura, la modernità consiste in un movimento di
“espansione” degli orizzonti esistenziali, sul piano spaziale, temporale e sociologico. Laddove il
modello classico degli studi confina il folklore ad ambiti circoscritti, al villaggio, alla trasmissione
orale e ad un delimitato status sociale dei soggetti agenti, attraverso la modernizzazione questi
confini si dissolvono: ma resta ben operante il meccanismo della creazione culturale, che da questa
accresciuta disponibilità di risorse plasma mondi addomesticati - sempre in qualche modo locali.
Questo assunto apre allo studio della cultura popolare come cultura contemporanea e non come
residuo arcaico: un terreno – quello appunto di una “Scienza empirica della cultura” - che avvicina
la scuola di Tubinga a quanto nei paesi anglosassoni viene definito “Studi culturali”.
È in questa cornice che si collocano i due volumi pubblicati nel 2008 (assieme ad un terzo, Tipico
tedesco, Pisa, ETS, che non tratterò in questa sede). Vicinanza estranea (trad. di V. Martella,
edizione a cura di P. Clemente, F. Dei e L. Renzi) è una raccolta di saggi che attraversano un
periodo di venti anni - dal 1987 di Sfide e sogni mediatici quotidiani al 2006 di Sport: un modello
culturale universale? - affrontando questioni di forte attualità. Il filo conduttore del libro è il
rapporto che a livello delle azioni quotidiane si viene a creare fra dimensioni culturali globali e
reinterpretazioni più eminentemente locali: nella lettura di Bausinger, ciò che la globalizzazione
porta da mondi “altri” e lontani viene sistematicamente “addomesticato” ad uso e consumo delle
“patrie” locali. Lo sguardo di Bausinger si posa sul turismo, sulle tecnologie dei media, sul telefono,
sul ruolo della televisione nelle famiglie, sullo sport: tutti aspetti di una fenomenologia della vita
quotidiana dominati dalla tensione che l’ossimoro del titolo ben esprime. Nell’esaminare questi
fenomeni, l’autore non insiste sul loro presunto effetto omologante, bensì sulla loro capacità di
creare ed esprimere nuove differenze (o di esprimere vecchie differenze in modo nuovo). Quello
che conta, ci sembra suggerire, è il modo in cui le pratiche di uso dei prodotti standardizzanti sono
in realtà adattate al livello locale del consumo.
L’aspetto forse più provocatorio del volume è la reintroduzione del concetto di “patria” (Heimat)
come correlativo a quello di “globalizzazione” (nel saggio che apre la raccolta, uscito in originale
nel 2002, e che appunto si intitola “Globalizzazione e patria”). Bausinger mette qui in guardia da
letture semplicistiche della globalizzazione. “Il discorso sulla globalizzazione ci fa dimenticare
facilmente il fatto che le conquiste moderne sono accessibili solo a una piccola parte di umanità e
che…lo rimarranno probabilmente ancora per molto tempo” (p.27), afferma. Ma soprattutto, il suo
intento è mostrare come l’ampia accessibilità di risorse culturali che la globalizzazione consente
non implichi affatto la distruzione dei mondi culturali locali. Internet, ad esempio, consente certo di
comunicare in modo istantaneo con tutto il mondo: eppure, di fatto, le ricerche dimostrano che la
gran parte delle email e dei messaggi sono scambiati all’interno di cerchie sociali e territoriali molto
ristrette. Nel mondo globale la gente continua a vivere per lo più in mondi locali, in “patrie
culturali”: un concetto che richiama quello analogo di Ernesto de Martino e, per altri versi, il Geertz
di Mondo globale, mondi locali. Prospettive di orientamento fenomenologico che sottolineano
l’autonomia del piano culturale e il ruolo cruciale delle differenze – contro gli indirizzi che si
focalizzano invece sulle dinamiche universaliste e omologanti del Sistema.
Tutto ciò richiede una “etnografia intensiva di microcontesti di vita quotidiana”, che i saggi del
volume tentano in scenari diversi e talvolta inconsueti. Si passa dalle considerazioni sul telefono
come “medium “ritardante”, che serve a guadagnare tempo…una sorta di licenza per non entrare
più a fondo nelle relazioni” [p.123], all’analisi della televisione come ingrediente fondamentale
della domesticità, marcatore degli spazi e dei tempi della famiglia, nonché costitutivo di quello
“spazio di certezza e di indubitabilità garantito dalla routine quotidiana”, che famiglie e persone
tendono incessantemente a ricreare [p.107]. Il saggio sullo sport che compare in Vicinanza
estranea è ripreso e largamente ampliato nell’altro volume qui segnalato, La cultura dello sport
(trad. di Antonella Patini, con un’interessante e vasta introduzione di A. Simonicca che ha anche
curato l’edizione. Partiamo proprio dall’introduzione, che evidenzia l’importanza dell’approccio
etnografico allo sport come metodo per la comprensione dei comportamenti e della cultura
“popolare”. Afferma Simonicca che “è stato l’inestricabile intersecarsi dello sport con le questioni
di quegli anni Ottanta/Novanta – la razza, l’etnicità, le donne, il potere, la diseguaglianza sociale – a
fare di tale fenomeno un elemento, e insieme e in maggior misura, una espressione tanto delle
strutture di lunga durata di una società che del cambiamento storico” [p.10].
Non si tratta dunque di un volume sullo sport ma anzi sulla “cultura sportiva”. Talmente tante le
voci che vi si inscrivono che si può ben dire che “lo sport è, insomma, una famiglia di attività, segni
e pratiche che tessono le relazioni fra chi lo pratica e chi vi assiste” [p.27]. I saggi del volume,
anche questi articolati lungo un ventennio circa dalla fine degli anni ’80, sono raccolti in tre parti:
Nella prima, lo sport è analizzato come parte della vita quotidiana: fortemente evocativa la
situazione descritta a ridosso dell’immediato dopoguerra, quando “l’attività sportiva non era una
fuga dalla quotidianità. Rappresentava l’inizio di una riconquista del quotidiano” [p.63]. Si prenda
il saggio Piccole festività nella vita quotidiana: l’amore per il calcio del popolo tedesco,
convalidato (dopo una breve premessa critica nei confronti di Adorno e la sua critica dei grandi
numeri che fanno opinione ma non verità) dai numeri che segnalano quella passione, è tale che il
calcio stesso “…è come una piccola festa che supera i gesti e le attese abituali…” [p.101].
Dalla raffinatezza etnografica che disquisisce di calciatori come se si trattasse di feste, epifanie di
gesti tecnici incommensurabili, si giunge al week-end tipo della famiglia K. che è la storia di piccoli
compromessi per gustarsi la partita, per goderne l’attesa in televisione, padre e figli, tutti insieme -
famiglia che “è una costruzione…una famiglia che non dà nell’occhio, che rientra nella media”
[p.110]. E’ invece di sport osservato sotto la lente della storia e della storia sociale che si parla nella
seconda parte, della lenta ma costante evoluzione del linguaggio dello sport, tanto che di colpo ci
troviamo a discutere di rendimento e di prestazioni, e di quanto quei significati siano
profondamente cambiati: “nelle leggende…il parametro più diffuso era la capacità di sopportare il
dolore più estremo…” [p.146] così come poi le prestazioni lavorative e la capacità di mangiare; poi
la prestazione diventa sportiva e tutti a guardare l’eroe che con i suoi potenti muscoli travalica
confini segnati dalle lancette del tempo. E il traguardo umano consiste criticamente nel fare della
prestazione un esempio “apparentemente innocuo…che legittima una società basata sulla
prestazione” [p.151]. Infine la terza parte, Lo sport globalizzato. È ancora il calcio al centro
dell’attenzione, perché di etnologia europea si tratta, e in Europa comanda il pallone: ed i confini
perdono senso, e “nell’Aprile 2001 quando il FC Energie Cottbus giocò contro il Wolfsburg…nella
squadra non risultava nemmeno un tedesco” [p.208]. Casi limite che testimoniano la labilità del
senso di appartenenza, che passa anche per le passioni sportive. A Bausinger non sfugge
l’importanza che queste rivestono per la costruzione del sentimento di identità: esamina giochi di
identità nella società frammentata, - in senso metaforico niente descrive meglio il paradossale
rapporto che si instaura fra una squadra di calcio, con passioni fortemente radicate nel territorio, e i
suoi tifosi, quando quella stessa squadra non possiede nessun giocatore che possa essere ricondotto
per nascita o cultura entro quegli stessi territori - così come il difficile percorso dell’integrazione
attraverso lo sport, per chiedersi, infine, se lo sport stesso possa essere “un modello culturale
universale” [p.214]. Al riguardo, e in conclusione, Bausinger sembra suggerirci una possibile
doppia funzione dello sport: da un lato ritiene che la capacità di ricreare ambientazioni domestiche
sia possibile anche laddove l’origine del prodotto importato lascerebbe pensare piuttosto a
considerazioni esotiche. La storia dello sport è quella di pratiche importate che sono poi riassorbite
in orizzonti domestici e divengono costitutivi di patrie culturali. D’altro canto assegna allo sport
“qualche possibilità” di creare un livello di comunicazione internazionale, poiché “…valori come
l’uguaglianza, la solidarietà e la lealtà,” che appartengono strettamente alla sfera dello sport
“benché in sé non universali, sono però valori che riescono a far comunicare reciprocamente tutte le
culture” [p.225]

Giovanni Luca Mancini