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c.

Il popolo (o` lao,j)


Il terzo gruppo distinto che fa parte degli uditori del DP, molto significativo per Luca, è "il popolo"
(o` lao,j).1 Luca aggiunge liberamente o` lao,j alla sua fonte marciana e spesso lo utilizza nel
materiale preso dalla sua fonte speciale.
Sia nel Vangelo di Luca che negli Atti degli Apostoli, questa categoria ha un significato molto più
teologico che negli altri scritti del NT. Il termine o` lao,j viene usato in riferimento: a Israele (Lc 1,16-
17; 2,32; At 4,10.27; 13,24), alla casa di Davide (Lc 1,68-69) e al popolo del Signore (Lc 1,77; 2,32;
At 7,34). Il termine ha anche espressioni equivalenti, come "uomini d'Israele" (a;ndrej VIsrahli/tai; At
3,12), "figli della famiglia di Abramo" (ui`oi. ge,nouj Vabraa,m; At 13,26) e la "tenda di Davide" (h` skhnh.
Daui,d; At 15,16). È anche utilizzato per caratterizzare i principali ascoltatori della predicazione di
Giovanni Battista (Lc 3,15.18.21; cf. anche Lc1,17), di Gesù (Lc 6,17; 7,1.29; 20,1.9; 21,38) e degli
apostoli (At 3,12; 4,1; 5,20; 13,15). Il "popolo" è il testimone delle grandi opere di Gesù e degli
apostoli, e loda Dio continuamente (Lc 7,16; 18,43; At 2,47; 3,9; 4,21; 5,12). Questo gruppo è spesso
associato al tempio e alla sinagoga (Lc 1,10; 20,1; At 5,20.25; 13,14.17; 21,30.36).
C'è anche una distinzione molto chiara tra i capi del popolo e il popolo stesso. Luca presenta il
primo gruppo come gli avversari di Gesù e degli apostoli, mentre il secondo non è considerato
responsabile della crocifissione di Gesù e della persecuzione degli apostoli. Di volta in volta, Luca
menziona che i leader avrebbero arrestato Gesù o avrebbero fatto del male agli apostoli, ma non
l'hanno fatto perché temevano il popolo (Lc 20,19; 22,2; At 5,26; 23,10). Il popolo non è contro
Gesù, né esige la sua crocifissione, come in Matteo (Mt 27,22.25). In Luca sono i sommi sacerdoti
e i governanti a richiedere la crocifissione di Gesù (Lc 23,13-23). Il popolo, d'altra parte, segue
Gesù sulla via della croce (Lc 23,27) e lo guarda quando viene crocifisso (Lc 23,35).
In Lc 6,17, Luca ridefinisce il significato teologico di lao,j includendo la gente, proveniente sia
dal territorio ebraico (Giudea, da Gerusalemme) che non-ebraico (Tiro e Sidone). Di conseguenza,
i pagani sono inclusi nel termine lao,j. Inoltre, Luca sottolinea la moltitudine del popolo utilizzando
un sostantivo qualificativo plh/qoj polu, (un gran numero, moltitudine), il suo termine preferito.2
3.2.3. Due verbi significativi: ascoltare ed essere guariti
Due verbi importanti si ripetono nel discorso e nel suo contesto, sono "sentire" e "guarire". Mentre
la gente viene ad “ascoltare” Gesù e ad “essere guariti dalle loro malattie”, Gesù prima li guarisce
e poi li affronta. Esiste uno schema chiastico nei v. 18 e vv. 19-20a.

6,18: ascoltare (avkou/sai) essere guariti (ivaqh/nai)

6,19-20a: guariva (ivato) diceva (e;legen)

1
Dei 142 casi del termine lao,j, 84 sono nell’opera lucana (36 nel Vangelo e 48 negli Atti); in Matteo si verifica 14
volte e 2 volte in Marco.
2
Il termine plh/qoj appare 24 nell’opera lucana (8 volte nel Vangelo e 16 volte negli Atti); non appare mai in Matteo
e appare 2 volte in Marco e Giovanni, e una volta ciascuna in Eb, Gc e 1 Pt.
17

Entrambi i verbi (guarire ed ascoltare) hanno una funzione specifica nel discorso. Il verbo "guarire"
funziona come un leitmotif in Lc 6,17-20a, in cui appare tre volte: iva,omai (v. 18a.19), qerapeu,w
(v. 18b). Inoltre, le guarigioni riprendono subito dopo il discorso (Lc 7,2-17). Pertanto, l'attività di
guarigione di Gesù è una delle dimensioni più importanti del suo ministero profetico.
Il verbo “ascoltare” (avkou,w) prima funziona come preludio al DP e poi lo permea. Compare 5 volte
nel DP e nel suo contesto narrativo: Lc 6,17.27.47.49; 7,1 (h` avkoh,); cf. anche Lc 6,46.
L'atteggiamento di "ascoltare", dunque, è una qualità essenziale del discepolo che costantemente
"impara" dal Maestro, allo stesso modo l’azione di “parlare” (le,gw; vv.20a.27a.39a.46) è
indispensabile per il profeta Gesù.
Rafforzando questi due verbi, l'evangelista attira l'attenzione sulla persona di Gesù come guaritore
e maestro. Guarigione e predicazione sono intrinsecamente collegati altrove nel Vangelo e in Atti
(Lc 9,2.6.11; 10,9; At 3,1-26).
3.2.4. La forza di guarigione
Nel sommario narrativo (Lc 6,17-19), Luca racconta che la gente “cercava di toccarlo” perché “da
lui usciva un potere (du,namij) che guariva tutti”. Seguendo Marco, Luca menziona il desiderio
della gente di toccare Gesù (cf. Mc 6,10). Tuttavia, la menzione dell’uscita del potere da Gesù è
propria della redazione di Luca.
Sebbene il sostantivo du,namij sia abbastanza comune nel NT, è poco usato in relazione alla
guarigione. Il suo significato primario è limitato alle grandi opere o agli atti di potere (ad esempio,
Mt 13,58; Mc 9,39), al potere divino e all’autorità divina (ad esempio, Mt 22,29; Mc 12,24; Lc
22,69), ed è associato alla gloria (ad esempio, Mt 24,30; Mc 13,26; Lc 21,27). Tuttavia, molto
spesso in Luca è legato alla potenza di guarigione inerente a Gesù.3
In Lc 5,17, l’inserimento redazionale lucano: “e la potenza (du,namij) del Signore era con lui”
funziona come preambolo alla guarigione del paralitico (Lc 5,18-26 // Mc 2,1-12 // Mt 9,1-8).
Nella storia della guarigione della donna che aveva perdite di sangue (Lc 8,43-48 // Mc 5,25-34 //
Mt 9,20-22), in Marco, Gesù percepisce semplicemente che la potenza era uscita da lui (Mc 5,30),
mentre, in Luca, Gesù afferma espressamente, “ho sentito che una forza è uscita da me” (Lc 8,46).
Matteo omette questa parte della storia. Nella pericope della missione dei dodici (Lc 9,1-6 // Mc
6,7-13 // Mt 10,1-14), è solo Luca che cita espressamente che Gesù da a loro “forza e potere su
tutti i demoni e di guarire le malattie”. Mentre Marco non parla del "potere" e non menziona
“guarire le malattie", Matteo conserva la frase “guarire ogni malattia”, ma omette “potere”.4
L’opinione di alcuni studiosi che il desiderio della gente di toccare Gesù sia superstizioso non è
sostenibile.5 È un desiderio di un vero e proprio contatto fisico nato dalla grande fede in Gesù il
guaritore. La gente ha testimoniato l'attività di guarigione di Gesù (Lc 4,31-41; 5,12-25; 6,6-11).

3
E. MAY, “ ‘…For Power went forth from Him…’ (Luke 6,19)”, CBQ 14/2 (1952) 93-103.
4
Anche negli Atti degli Apostoli ci sono riferimenti in cui il "potere" è associato alla guarigione; cf. At 3,12; 4,7.
5
Si vedano, ad esempio, G. ROSSÉ, Il Vangelo di Luca. Commento esegetico e teologico (Roma 1992) 207;
MARSHALL, Luke, 243.
18

Egli ha già toccato le persone e le ha guarite (Lc 5,13), ed ora anche queste altre persone vogliono
toccarlo, per essere guarite.
Di conseguenza, la potenza che esce da Gesù è la stessa potenza del Signore operante in lui già dal
suo concepimento (Lc 1,17.35). È la stessa potenza che lo porta in Galilea (Lc 4,14), in modo che
egli possa annunciare il suo programma messianico. Con il potere e l'autorità egli scaccia gli spiriti
immondi (Lc 4,36). Lo stesso potere del Signore gli permette di guarire gli infermi (Lc 5,17), ora
continua ad uscire da lui, guarendo tutte le persone.
Come la forza esce da Gesù e guarisce le persone, così anche le sue parole sono piene di potenza.
Nell'episodio della guarigione dell’indemoniato nella sinagoga (Lc 4,33-37 // Mc 1,23-28), Gesù
esercita la sua autorità sul mondo demoniaco “rimproverando” (evpeti,mhsen auvtw/|) lo spirito
immondo. La reazione della folla è lo stupore (qa,mboj) alla “parola” (lo,goj) di Gesù, che ha
“l'autorità e il potere” (evxousi,a kai. du,namij). Anche se Luca conserva questo episodio di Marco,
lo,goj e du,namij sono proprie della sua redazione. Nella guarigione del servo del centurione (Lc
7,2-10 // Mt 8,5-13), il centurione crede nella "parola" (lo,goj) di Gesù. Di conseguenza, la
redazione di Luca nel contesto del discorso è quella di "mettere insieme le parole e le azioni del
Messia".6
3.2.5. Alzati gli occhi
Il gesto di Gesù mentre fa il discorso è diverso in Matteo e in Luca. Matteo dà una introduzione
solenne (Mt 5,1-2): Gesù sale sulla montagna (avne,bh eivj to. o;roj), si siede (kaqi,santoj), apre la
bocca (avnoi,xaj to. sto,ma auvtou/) e comincia insegnare (evdi,dasken) ai discepoli. In Luca, invece,
Gesù alza gli occhi (evpa,raj tou.j ovfqalmou.j auvtou/) ed inizia il discorso. Mentre Matteo richiama
l'attenzione sul ruolo di Gesù come maestro, l'enfasi di Luca è sul suo ruolo profetico.7 Sarebbe
vantaggioso capire le sfumature di questo termine.
Nella Bibbia ebraica, si trova l'espressione “alzare gli occhi” (nśʾ ʿyn) una cinquantina di volte,
nel materiale narrativo e nella letteratura profetica e poetica. Dal punto di vista linguistico, ci sono
due forme diverse. Il primo tipo è l'espressione "alzare gli occhi e vedere" (nśʾ ʿyn wyr), seguita
dall'oggetto del verbo. Questa è un'espressione idiomatica semitica che indica il semplice atto del
vedere.8 Il secondo tipo ha solo il primo verbo “alzare gli occhi”, ed è seguito dalle preposizioni
ʾel o ʿal,9 ed esprime intenzionalità.10
La LXX traduce la prima espressione ebraica (cioè, nśʾ ʿyn wyr) in tre modi diversi: avnable,pein
toi/j ovfqalmoi/j, ai;rein tou.j ovfqalmou,j e evpai,rein tou.j ovfqalmou,j. Mentre le prime due espressioni

6
BOVON, Luke. I, 179.
7
W. WIEFEL, Das Evangelium nach Lukas (THNT; Berlin 1988) 131.
8
Ci sono espressioni analoghe nella Bibbia ebraica, come “alzare i piedi e camminare” (Gn 29,1), “alzare la voce e
piangere" (Gn 27,38).
9
Ci sono 11 ricorrenze di questo tipo; con ʾel: Gn 39,7; Sal 121,1; 123,1; Is 51,6; Ez 18,6.12.15; 23,27; 33,25; con
ʿal: 2 Re 19,22; Is 37,23. Es 14,10 e Gb 2,12 non appartengono a nessuno di questi tipi, ma trasmettono lo stesso
significato come il primo tipo di espressione ebraica.
10
Per esempio, in Gn 39,7, la moglie di Potifàr "alzò gli occhi” (mise gli occhi) su Giuseppe; in 2 Re 19,22 e Is 37,23,
c'è una menzione ad "alzare gli occhi" contro il Santo di Dio; in Ez 18,6.12.15, la persona giusta viene descritta come
colui che non "alza gli occhi sugli idoli".
19

sono abbastanza ben distribuite nella LXX, l'ultima è molto rara, appare solo quattro volte.11 La
seconda espressione ebraica (cioè, nśʾ ʿyn) seguita dalle preposizioni ʾel o ʿal, è tradotta spesso
con l’espressione ai;rein tou.j ovfqalmou,j con una preposizione, come pro,j, evpi, o eivj, seguita
dall’accusativo. L’espressione evpai,rein tou.j ovfqalmou,j, presente in Luca 6,20, viene usata solo
una volta (cf. Ez 18,6). Tuttavia, questa espressione (evpai,rein tou.j ovfqalmou,j), che è una
traduzione letterale dell’espressione ebraica, è molto particolare, non avendo paralleli nel greco
classico, visto che quest’ultimo utilizza evpai,rein in riferimento alle mani e alla preghiera. Reif
osserva che questo secondo tipo di espressione comporta un’emozione come quella di Gn 39,7.12
Nel NT, si trova l’espressione evpai,rein tou.j ovfqalmou,j 8 volte e soltanto nei Vangeli. 13 Di queste,
4 sono simili al primo tipo di espressione ebraica (cioè, nśʾ ʿyn wyr).14 L'espressione "alzò gli
occhi" (h=ren tou.j ovfqalmou.j a;nw) in Gv 11,41, con l'avverbio a;nw, è molto insolita, non è attestata
da nessuna parte nella LXX e nel NT. Altre 3 sono utilizzate con la preposizione eivj e un accusativo
(Lc 6,20; 18,13; Gv 17,1).
In Gv 17,1, il contesto è la preghiera sacerdotale di Gesù. Alla fine del lungo discorso dopo la
lavanda dei piedi, Gesù alza gli occhi verso il cielo (evpa,raj tou.j ovfqalmou.j auvtou/ eivj to.n ouvrano,n)
e prega. Attraverso l'articolazione del gesto fisico di “alzare gli occhi al cielo”, si esprime un
elemento emotivo di intimità e di unione al Padre.
Nella parabola della preghiera del fariseo e il pubblicano (Lc 18,13), mentre il fariseo sta in piedi
e prega (Lc 18,11), il pubblicano invece non osa nemmeno "alzare gli occhi verso il cielo" (ouvk
h;qelen ouvde. tou.j ovfqalmou.j evpa/rai eivj to.n ouvrano,n). L'emozione in questione qui è un sentimento
d’indegnità e di peccato.
In entrambi i casi sopra citati, il gesto di “alzare gli occhi” presuppone un rapporto più profondo
con Dio. Un tale rapporto sembra essere indicato anche nel contesto del DP. Il gesto di Gesù di
“alzare gli occhi verso i suoi discepoli” (Lc 6,20) indica un rapporto profondo con loro. Come
abbiamo ormai visto nella nostra ricerca del termine maqhth,j, la menzione dei discepoli è
significativa qui. Siccome hanno deciso di seguire Gesù, hanno un rapporto di “discepolo-maestro”
con lui in qualità di “studenti”.
Marshall osserva che l'espressione “alzare gli occhi” è un’invito a prendere nota di qualcuno o
qualcosa e, nel contesto del discorso, suggerisce che le istruzioni che seguono sono pensate
specificamente per i discepoli.15 Secondo Topel, il gesto “specifica coloro ai quali il Gesù di Luca
rivolge in primo luogo il discorso: i discepoli della propria comunità, la cui esperienza viene qui
descritta e il cui universo simbolico permette loro di comprendere l'etica del discorso”.16

11
Gn 39,7; Gdc 19,17; 2 Sam 18,24; 1 Cr 21,16; cf. Nm 24,2.
12
S.C. REIF, “A Root to Look up? A Study of the Hebrew nśʾ ʿyn”, Congress Volume Salamanca 1983 (ed. J.A.
EMERTON) (Leiden 1985) 244.
13
Mt 17,8; Lc 6,20; 16,23; 18,13; Gv 4,35; 6,5; 17,1.
14
Mt 17,8; Lc 16,23; Gv 4,35; 6,5.
15
MARSHALL, Luke, 247; si veda anche M.M. CULY – M.C. PARSONS – J.J. STIGALL, Luke. A Handbook on the Greek
Text (Texas 2010) 194.
16
TOPEL, Children, 61.
20

Nel contesto più ampio del suo ministero in Galilea (Lc 4,16–9,50), Gesù, dopo aver fatto
conoscere il suo progetto messianico attraverso il discorso programmatico in Lc 4,16-30, compie
diverse guarigioni (Lc 4,33-40; 5,12-26; 6,6-11). Egli chiama anche i primi discepoli (Lc 5,1-
11.27-28). Mentre, attraverso questi racconti, Luca dimostra già un legame tra Gesù e i discepoli,
nei versetti immediatamente precedenti del discorso (Lc 6,17-19), egli dà un’ulteriore sintesi delle
guarigioni di Gesù e del desiderio del popolo di toccarlo. Alla luce delle osservazioni sopra citate,
quindi, Gesù inizia il discorso con un gesto profondo, “alzando gli occhi” su coloro che hanno
“lasciato tutto” (Lc 5,11.28) e l’hanno seguito.