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Maurizio Marcheselli

Il profilo narrativo del personaggio


‘i giudei’ in Gv 1–12

Nel Quarto Vangelo (= QV), gli usi di ἰουδαῖος al maschile sono settanta, distribuiti
tra 1,19 e 20,19:1 67x il termine compare al plurale e 3x al singolare (3,25; 4,9a; 18,35).2 Il
plurale ha normalmente l’articolo – con l’unica eccezione di 4,9b –, mentre il singolare
ne è sempre privo. Il termine è presente in tutti i capitoli dal primo al ventesimo, salvo
che nel contesto dell’addio (capp. 13–17), dove ricorre unicamente in 13,33.
La stragrande maggioranza degli usi è da parte della voce narrante (58x). Tra i
personaggi che popolano il racconto, la samaritana (4,9a), i discepoli (11,8), Pilato
(18,33.35.39), i soldati (19,3) e i sommi sacerdoti dei giudei (19,21a.21b) usano il vo-
cabolo complessivamente otto volte. Gesù lo impiega le restanti quattro volte: in dia-
logo con la samaritana (4,22), rivolgendosi ai discepoli all’inizio dei discorsi di addio
(13,33), davanti ad Anna (18,20) e davanti a Pilato (18,36).3 Nella prima grande parte
del vangelo (1,19–12,50) abbiamo solo due contesti in cui il termine si trova in bocca
a un personaggio interno al racconto, incluso Gesù stesso: il dialogo al pozzo di Gia-
cobbe (4,9a.22: la samaritana e Gesù) e l’introduzione al segno di Lazzaro (11,8: i disce-
poli). Ciò si verifica, invece, più di frequente nel racconto di passione e morte (capp.
18–19): nell’interrogatorio davanti ad Anna (18,20: Gesù), nel processo davanti a Pilato
(18,33.35.39: Pilato; 18,36: Gesù), in occasione degli scherni dei soldati (19,3: i soldati) e
dell’iscrizione posta sopra la croce (19,21a.21b: i sommi sacerdoti).
Tre espressioni, in particolare, sono impiegate con una certa frequenza: una fe-
sta “dei giudei” (6x: 2,13; 5,1; 6,4; 7,2; 11,55; 19,42); “il re dei giudei” (6x: 18,33.39;
19,3.19.21bis); “la paura dei giudei” (3x: 7,13; 19,38; 20,19; cf. anche 9,22). Il primo sin-
tagma connota soprattutto i capp. 1–12; gli altri due sono piuttosto tipici della seconda
parte del vangelo.

1 
In 3,22 lo si trova al femminile con γῆ, per indicare la regione geografica della Giudea; con lo stesso
significato, troviamo il femminile sostantivato ἡ Ἰουδαία in altri sei casi (4,3.47.54; 7,1.3; 11,7).
2 
Lo usano una volta ciascuno il narratore (3,25), la samaritana (4,9a) e Pilato (18,35), riferendolo di
volta in volta a un soggetto diverso: un personaggio anonimo, Gesù, Pilato stesso.
3 
Il dialogo con la samaritana e quello con Pilato sono accomunati da alcune peculiarità: in entrambi gli
episodi fanno uso del vocabolo – oltre al narratore – tanto Gesù quanto il suo interlocutore; in entrambi i casi
troviamo un riferimento – diretto (la samaritana) o indiretto (Pilato) – all’identità giudaica di Gesù stesso.
Maurizio Marcheselli

In questo contributo in onore di Frédéric Manns, che – esaminando ripetutamen-


te e da molteplici prospettive i rapporti tra Gv e il giudaismo – ha pubblicato anche
sul tema specifico dei “giudei” nel QV uno studio significativo,4 indaghiamo la fun-
zione narrativa di questo personaggio in Gv 1–12 (dove il termine si trova comples-
sivamente ben 46x), concentrandoci su una scelta di passi in cui è la voce narrante a
usare il vocabolo (che in totale lo impiega 43x): lasciamo, cioè, da parte i casi in cui è
un personaggio del racconto a usare il termine (3x: 4,9a.22; 11,8), ma anche quelli in
cui esso serve semplicemente al narratore a qualificare una delle feste liturgiche che
punteggiano il suo racconto (5x: 2,13; 5,1; 6,4; 7,2; 11,55). Ci proponiamo di tracciare
un profilo del personaggio esclusivamente a partire da ciò che esso compie nel rac-
conto e dalle parentele che si stabiliscono tra i giudei e altri gruppi attivi sulla scena;5
la scelta di restringere l’indagine alla prima grande parte del vangelo è dettata dalla
convinzione che l’adesione di una parte dei giudei a Gesù costituisca uno degli ele-
menti che preparano il punto di svolta della narrazione giovannea, che si attua con
la fine del cap. 12.

1. La manifestazione del messia a Israele (1,19–2,12)

Nel suo insieme, la prima sezione narrativa del QV è caratterizzata dalla presenza
di “israeliti” (1,47) e racconta la manifestazione del messia a “Israele” (1,31.49): dal
gruppo degli israeliti provengono i primi discepoli di Gesù (cf. 1,41.45.49).6 Prima degli
israeliti entrano, però, in scena “i giudei”, che sono menzionati un’unica volta – nel
versetto iniziale – come personaggi attivi sulla scena: “E questa è la testimonianza
di Giovanni, quando i giudei da Gerusalemme gli inviarono sacerdoti e leviti a inter-
rogarlo: «Chi sei, tu?»” (1,19). Non c’è per il momento ancora nessun contatto tra i
giudei e Gesù: la delegazione è inviata a Giovanni e Gesù farà il suo ingresso in scena
soltanto al v. 29. Questa prima apparizione del personaggio οἱ Ἰουδαῖοι è connotata da
un atteggiamento inquisitorio: la delegazione svolge un vero e proprio interrogatorio

4 
Manns, “Les Juifs”.
5 
La nostra impostazione si avvicina, in parte, a quella di Tolmie, “The Ἰουδαῖοι”; questo studio, però,
prende in considerazione tutto il vangelo. Si veda anche Salvatore, “Avete per Padre”, 153-158: per questo
autore i giudei sono un personaggio collettivo e trasversale, eterogeneo e difficile da individuare, quasi sfu-
mato; se (in una prospettiva sincronica) non si può negare che l’effetto finale della presentazione giovannea
sia chiaramente negativo, il QV tuttavia non è completamente privo di una caratterizzazione positiva dei
giudei nonché di una loro caratterizzazione “provocatoria”.
6 
Marcheselli, “Avete qualcosa?”, 215-219.

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di carattere forense.7 Gli Ioudaioi appaiono inoltre legati a Gerusalemme e, in ragione


del v. 24, mostrano un collegamento con i farisei.8 Se, infatti, il v. 24 si traduce “Ed
erano stati mandati dai farisei”, allora i medesimi invianti sono qualificati prima come
giudei (v. 19) e poi come farisei (v. 24); se, invece, si preferisce tradurre “Ed erano stati
inviati alcuni farisei”, allora abbiamo il caso di giudei che inviano, assieme a sacerdoti
e leviti (v. 19), anche dei farisei (v. 24). Nonostante la difficoltà d’interpretazione del
v. 24, un legame tra i due gruppi è nondimeno attestato fin dall’inizio.
L’indicazione di 2,6 (“sei giare di pietra per la purificazione dei giudei”), che evoca
i giudei come personaggi assenti, esplicita un legame che è già implicitamente sugge-
rito dalla domanda risuonata in 1,25: “Perché dunque battezzi, visto che tu non sei il
Cristo né Elia né il profeta?”.9 C’è, insomma, un nesso tra gli Ioudaioi e la purificazione,
che ritroveremo esplicitamente anche in 3,25: gli Ioudaioi sono particolarmente inte-
ressati ai riti di purificazione (2,6), tra cui va annoverato anche il battesimo impartito
da Giovanni (1,25).

2. Il ministero itinerante di Gesù sullo sfondo della prima Pasqua (2,13–4,54)

All’interno di questa lunga sezione abbiamo quattro distinti episodi in cui l’espres-
sione “i giudei” è usata dal narratore per riferirsi a un personaggio coinvolto nel rac-
conto: 2,14-22 (2x); 2,23–3,21 (1x); 3,22–4,3 (1x); 4,4-42 (1x). In due casi si tratta di un
singolo individuo: Nicodemo in 3,1 e un personaggio anonimo in 3,25.
La prima volta in cui Gesù incontra direttamente i giudei è in occasione della cosid-
detta purificazione del tempio (2,14-22). Siamo a Gerusalemme; gli Ioudaioi si mostra-
no decisamente sospettosi nei riguardi di Gesù e hanno verso di lui un atteggiamen-
to non favorevole. Essi chiedono che l’azione di Gesù nel tempio sia sostenuta da un
segno di accreditamento (v. 18) e le misteriose parole da lui pronunciate sulla futura
ricostruzione del tempio stesso provocano in loro una reazione sarcastica (v. 20).
Subito dopo l’episodio ambientato nel tempio, preparato dal sommario di 2,23-25
fa il suo ingresso in scena il personaggio di Nicodemo. Come già in 1,19.24, ritroviamo
accostati, in riferimento a questo personaggio, Ioudaioi e farisei (3,1): Nicodemo è “un
uomo dei farisei” e “un capo dei giudei”. Nel corso del dialogo, Gesù applicherà a lui

7 
È abbastanza normale parlare di contesto forense per caratterizzare questa prima apparizione degli
Ioudaioi: è l’avvio del tema giovanneo del processo.
8 
Sui problemi posti dal v. 24, cf. Devillers, La fête, 225-228.
9 
La domanda sul battesimo di 1,25 tradisce un interesse al tema della purificazione: il battesimo, infat-
ti, altro non è che un rito di purificazione. Anche se si ritiene che tale domanda sia posta dai farisei del v. 24,
resta il fatto che questi farisei sono in qualche modo collegati ai giudei del v. 19.

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anche la terminologia di “Israele”: “Tu sei il maestro d’Israele” (3,10). Si deve poi pro-
babilmente dire che, nell’incontro con Nicodemo, prosegue in modo indiretto anche
il tema della purificazione: le parole che Gesù dice in 3,5, infatti, non possono essere
che un riferimento di tipo battesimale (cioè, un rimando a un rito di purificazione).
Questo fariseo / giudeo di nome Nicodemo non porta a compimento il suo itinerario
all’interno del primo episodio che lo vede protagonista. Sulla base soltanto di 3,1-21
sarebbe molto difficile valutare l’esito della sua ricerca notturna di Gesù. I due episodi
successivi che lo vedono protagonista (7,50-52 e 19,39-42) favoriscono, però, la lettura
del personaggio in termini di una positiva evoluzione verso la piena adesione di fede
in Gesù.10 Complessivamente si può pertanto identificare Nicodemo come figura para-
digmatica di un giudeo che finisce per aderire compiutamente a Gesù.
La disputa tra i discepoli di Giovanni e un giudeo verte sulla purificazione (3,25).
Anche in questo caso, come già in 1,19, non c’è alcun contatto tra i giudei e Gesù: in
1,19 la delegazione inviata dai giudei interrogava Giovanni, in 3,25 il giudeo anonimo
discute con i discepoli di Giovanni. Anche dal punto di vista dei contenuti, c’è un lega-
me con la prima sezione narrativa, dove abbiamo già trovato l’interesse dei giudei per
la purificazione (1,25; 2,6). Il καθαρισμός di cui si discute in 3,25 è indubbiamente legato
alla prassi battesimale di Giovanni (3,23), che ora apprendiamo essere adottata anche
da Gesù (3,22.26; 4,1-2). Questo battesimo di purificazione è probabilmente da inten-
dersi come un rito d’ingresso nel gruppo dei discepoli: “Gesù fa e battezza più discepoli
di Giovanni” (4,1). Se i discepoli di Giovanni sembrano preoccupati del fatto che Gesù
guadagni adepti in maggior numero del loro maestro, i giudei – tanto in 1,25 quanto in
3,25 – sembrano vedere in questa prassi battesimale un atto propriamente messianico
di ammissione nella comunità escatologica mediante un bagno di purificazione.
Del passaggio in Samaria riteniamo soltanto l’indicazione che i giudei “non hanno
relazioni coi samaritani” o “non usano i medesimi oggetti dei samaritani”: l’espressio-
ne di 4,9b si può infatti tradurre in questi due modi diversi.11 In questo secondo caso,
affiorerebbe di nuovo un interesse a collegare i giudei con il tema della purità rituale,
già emerso in precedenza in connessione col tema delle abluzioni con acqua e dei riti
battesimali. Questi giudei non sono propriamente presenti sulla scena, ma la nota-
zione serve a spiegare lo stupore della donna in rapporto al comportamento di quel
giudeo concreto che è Gesù: egli, pur essendo un giudeo, mostra un atteggiamento
distonico rispetto a quanto ci si aspetterebbe in forza di tale appartenenza.

10 
Cf. Auwers, “La nuit”; Vignolo, Personaggi, 100-128.
11 
Per il significato generale è Schneider, “συγχράομαι”; per quello specifico Meier, “The Historical
Jesus”, 229, con la nota 54.

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Alla domanda “Cosa fanno i giudei in questa sezione, di cosa s’interessano?” si deve
pertanto rispondere in modo articolato. La preoccupazione per i riti di purificazione
(deducibile già da 1,25) pare costituire un tratto caratteristico di questo personaggio.
Per quanto riguarda il loro comportamento verso Gesù se, da un lato, essi assumo-
no un atteggiamento chiaramente ostile in occasione della purificazione del tempio,
dall’altro, essi (nella persona di Nicodemo) sono profondamente attratti dall’insegna-
mento di questo rabbi, oltre che dai segni che egli compie (3,2). Ci sono, dunque, dei
giudei che si lasciano interpellare dai gesti e dalle parole di Gesù.

3. La guarigione dell’infermo a Gerusalemme (cap. 5)

Ci sono quattro usi di Ioudaioi in Gv 5 riferiti a un personaggio presente sulla sce-


na. Essi si concentrano ovviamente nella parte propriamente narrativa del capitolo
(vv. 10.15.16.18), prima che inizi il lungo monologo di Gesù (5,19-47). Il gruppo entra in
scena solo a un certo punto (v. 10), dopo che l’opera di guarigione dell’infermo ha avuto
luogo e nel momento in cui Gesù è uscito (temporaneamente) di scena. Si tratta dell’u-
nico altro personaggio attivo nel racconto, oltre a Gesù e all’infermo, e il grande discor-
so di rivelazione sull’opera vivificante del Figlio è rivolto precisamente a loro. Siamo
di nuovo a Gerusalemme e il gruppo così qualificato appare decisamente ostile a Gesù.
Cosa fanno e di cosa s’interessano i giudei in Gv 5? Essi sono preoccupati dell’os-
servanza del sabato (vv. 10.16) e perseguitano Gesù proprio perché ritengono che egli
non rispetti il riposo sabbatico (v. 16). Essi percepiscono quale portata abbia la riven-
dicazione da lui avanzata di godere di un rapporto unico con Dio, che egli chiama
Padre (v. 17), e per questo non solo lo perseguitano, ma vogliono ucciderlo (v. 18). C’è
una ripresa e un’intensificazione rispetto all’episodio del tempio, narrato in 2,18-22:
adesso l’ostilità esplode in modo palese e si fa proposito omicida.
Il rapporto che lega i giudei all’infermo contiene elementi di ambiguità non facil-
mente risolvibili. Siamo, tuttavia, tra coloro che ritengono non si possa parlare di una
denuncia da parte dell’infermo guarito. Resta tuttavia incerto se questo infermo possa
essere ascritto al gruppo chiamato “i giudei”.

4. Il pane di vita (cap. 6)

In tutto il vangelo i giudei sono, di norma, legati geograficamente alla Giudea, sal-
vo che in Gv 6 dove troviamo dei giudei in Galilea. Questa è una vera crux interpretum:
da un lato, se ne potrebbe ridurre l’impatto, ipotizzando che si tratti di un capitolo
inserito successivamente al momento della seconda edizione del vangelo, dall’altro,

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occorre però spiegare come mai l’ultimo redattore non avvertisse il problema. Si ag-
giunga poi che questo passo non è propriamente l’unico a indicare la presenza di Iou-
daioi in Galilea: già da 2,6 risulta una connessione dei giudei con la Galilea (i giudei
che usano le giare di pietra di Cana non possono essere abitanti della Giudea!). Se si
trovano dei giudei in Galilea significa che l’elemento geografico non è quello decisivo
per definire l’identità del gruppo.
In 6,41.52 i giudei sono interlocutori ostili verso Gesù. Nel contesto del discorso
sul pane della vita, gli Ioudaioi vanno tenuti distinti dalla folla: la peculiare struttura
dei loro interventi, completamente diversi da quelli della folla, mostra che il narra-
tore non confonde i due personaggi. Nel caso della folla (le prime quattro domande:
vv. 25.28.30-31.34), l’introduzione narrativa è lineare, senza note particolari; per gli
ultimi due interventi (vv. 41-42.52), essa presenta un crescendo d’intensità negativa:
cf. la prima parola del v. 41 (“mormoravano”) e del v. 52 (“litigavano”).12 Mentre le
domande della folla e le risposte di Gesù interpellano direttamente l’interlocutore, il
modo in cui i giudei reagiscono alle parole di Gesù è strutturato in maniera comple-
tamenta diversa: (a) una discussione degli interlocutori tra di loro sfocia in (b) una
obiezione non rivolta direttamente a Gesù, a cui segue (c) una risposta di Gesù che
interpella direttamente i suoi interlocutori.
Da cosa nasce questa ostilità? Dalla pretesa origine celeste di Gesù (6,41-42) e
dall’urtante realismo del “mangiare la carne” (6,52). Se la questione dell’origine mo-
stra un chiaro contatto con il cap. 5 (la rivendicazione di stare davanti a Dio nello status
di un Figlio uguale a Lui), quella del mangiare la carne resta un tratto peculiare di Gv 6.
Non ritroveremo altrove questo tipo di difficoltà da parte dei giudei giovannei.

5. La prima parte della sezione delle capanne: le dispute dei capp. 7–8

Da 7,1 in poi, tutte le menzioni dei giudei nel QV sono collegate a Gerusalemme e
alla Giudea. Nella descrizione che il narratore fa degli Ioudaioi in 7,1–8,59, certamente
non manca la dimensione negativa. Almeno in sei casi gli Ioudaioi esprimono un at-
teggiamento di rifiuto nei riguardi di Gesù: questo tratto di ostilità forma una sorta
d’inclusione, perché compare all’inizio del cap. 7 e alla fine del cap. 8. Per due vol-
te, all’inizio della sezione delle capanne, viene ricordato che gli Ioudaioi cercano Gesù
(ζητέω: 7,1.11): si tratta di una ricerca ostile, come è chiaramente indicato al v. 1 (“i

12 
Il verbo μάχομαι potrebbe anche suggerire una divisione interna al gruppo, ma questa lettura non
è supportata da nessun altro indizio; piuttosto l’evangelista vuole sottolineare la maggiore intensità della
reazione ostile verso Gesù.

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giudei lo cercavano per ucciderlo”).13 L’indicazione di 7,13 va nella medesima direzio-


ne: le folle a Gerusalemme hanno di Gesù un’opinione non omogenea, ma nessuno osa
esprimersi su di lui pubblicamente, perché i giudei – che lo cercano con intenzione
ostile – incutono timore alle folle. All’estremo opposto di questa sottosezione, gli ulti-
mi tre interventi dell’infuocata controversia del cap. 8 sono tutti decisamente ostili e
tutti formulati dagli Ioudaioi (8,48.52.57). Il soggetto che in 8,59 tenta di lapidare Gesù
non è espresso, ma si può ritenere che si tratti di questi stessi giudei, menzionati espli-
citamente poco prima (v. 57). Un proposito omicida (7,1) e un tentativo di lapidazione
(8,59) da parte dei giudei incorniciano, pertanto, le accesissime dispute dei capp. 7–8.
Per due volte in questi capitoli i giudei incappano in un fraintendimento, di fronte
alla medesima parola di Gesù (7,33-36; 8,21-22): ciò che essi fraintendono è una miste-
riosa dichiarazione con cui egli annuncia la propria morte imminente. Equivocare le
parole di Gesù non è tuttavia un tratto esclusivo di questo personaggio; anche i disce-
poli di Gesù incorrono in continui qui pro quo (cf. 4,31-34; 11,11-14).
Ci sono poi un paio di casi in cui il personaggio assume caratteri non immediata-
mente negativi: in 7,15 ci viene detto che gli Ioudaioi si stupiscono (θαυμάζω) davanti
all’insegnamento di Gesù e in 8,31 che essi hanno creduto (πιστεύω) a Gesù. Il narratore
usa θαυμάζω ancora soltanto in 4,27, a proposito dei discepoli. Troviamo, invece, non di
rado il verbo in bocca a Gesù (3,7; 5,20.28; 7,21). Anche il cieco guarito fa uso di questo
lessico (cf. τὸ θαυμαστόν in 9,30). Pur sottolineando a volte una certa distanza tra Gesù
e il suo interlocutore (3,7; 4,27; 5,28; 7,21), questo vocabolario non esprime necessa-
riamente uno stupore incredulo (5,20; 9,30). Se, in ogni caso, il giudizio sul valore di
θαυμάζω resta incerto, non v’è dubbio che πιστεύω indichi un atteggiamento positivo
in Gv: la costruzione col dativo, che si trova impiegata in 8,31, non indica probabilmen-
te la fede vera e propria, ma soltanto il dar credito alla testimonianza; essa nondimeno
descrive un atteggiamento ricettivo.14 Il problema interpretativo maggiore per 8,31 na-
sce dal fatto che non c’è un seguito coerente rispetto a questo iniziale atteggiamento
ben disposto. Si deve, però, fare attenzione a liquidare troppo rapidamente questo pas-
saggio sulla fede iniziale di un gruppo di giudei: esso ha un precedente nel racconto di
Nicodemo e, come vedremo, avrà un seguito notevole nelle sezioni successive.15

13 
In 7,11 il motivo della ricerca non è più specificato, ma va supplito sulla base di 7,1. Devillers, La fête,
235-236, vorrebbe vedere in ζητέω un’espressione a doppio livello di significato: esso esprime la ricerca
ambigua di cui Gesù è fatto oggetto.
14 
Cf. Simoens, “L’évangile”, 86. Il v. 31 si riferisce a giudei che entrano nel cerchio ravvicinato dei cre-
denti, per quanto a un primo livello di fede soltanto. Certo, un primo livello di fede non basta: credere a Gesù ≠
credere in Gesù. L’argomentazione che segue cercherà, infatti, di far entrare nella relazione tra Figlio e Padre.
15 
Anche Beutler, L’Ebraismo, 152-154, coglie l’importanza di questo tema.

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In questa sottosezione, i giudei non sono completamente distinguibili rispetto ai


farisei,16 il che non significa che i due gruppi si identifichino sic et simpliciter. I farisei
sono menzionati dal narratore per due volte da soli (7,32 e 7,47) e per due volte assie-
me ai sommi sacerdoti (7,32 e 7,45),17 ma soltanto in 8,13 sono presenti per la prima
(e unica) volta nel primo piano del racconto, trovandosi nel medesimo luogo in cui si
trova Gesù.18 Abbiamo visto come il problema del tipo di relazione che esiste tra questi
due gruppi si pone fin dalla prima menzione dei giudei nel QV ed è presente anche nel
caso di Nicodemo. Ebbene, in 8,13-30, farisei e giudei paiono essere narrativamente in-
tercambiabili. In effetti, l’intervento di Gesù in 8,21 è introdotto dal narratore con un
πάλιν (“disse loro di nuovo”): s’intende “di nuovo” rispetto alle parole presentate nei
versetti precedenti (8,14-20), che erano rivolte ai farisei (8,13). Eppure il gruppo che
reagisce a esse è adesso presentato come “i giudei”: pare almeno doversi ammettere
che quello che Gesù dice agli uni (farisei) è ascoltato anche dagli altri (giudei) o forse,
più radicalmente, che i due gruppi sono in parte sovrapponibili.19

6. La seconda parte della sezione delle capanne:


l’episodio del cieco nato e il discorso sul buon pastore (9,1–10,21)

In questa sottosezione i giudei sono ricordati quattro volte: per tre volte
(vv. 18.22a.22b) nella scena dell’interrogatorio dei genitori del cieco guarito (9,18-23) e
un’ultima volta in 10,19, dove si parla di uno scisma tra i giudei. Ancora più chiaramente
che nei capp. 7–8 i due gruppi degli Ioudaioi e dei farisei appaiono qui intercambiabili.
Dopo la guarigione del cieco a livello fisico (9,1-7) e un informale scambio di battu-
te tra lui e i vicini (9,8-12), il racconto evolve con un primo interrogatorio ufficiale del
cieco da parte dei farisei (9,13-17), a cui segue un interrogatorio dei suoi genitori da
parte dei giudei (9,18-23); il secondo interrogatorio ufficiale a cui è sottoposto il cieco
non fornisce alcuna indicazione sul soggetto interrogante (9,24-34). Nelle due brevi
scene conclusive, Gesù, dopo aver incontrato personalmente il cieco guarito (9,35-38),
affronta direttamente i suoi oppositori che vengono ora nuovamente identificati come
farisei (9,39-41). Gli avversari di Gesù in Gv 9 sono dunque chiamati Φαρισαῖοι in occa-
sione del primo interrogatorio del cieco guarito (9,13.15.16) e nella scena conclusiva

16 
Il sintagma οἱ Φαρισαῖοι si trova cinque volte al cap. 7 e una volta al cap. 8.
17 
In 7,48, i farisei associano se stessi ai capi.
Lungo tutto il cap. 7, i farisei appaiono piuttosto come i registi dietro le quinte (con o senza i sommi
18 

sacerdoti) e non incontrano mai direttamente Gesù: il loro braccio operativo sono le guardie e, laddove c’è
un confronto diretto con Gesù, sono piuttosto i giudei a essere coinvolti.
19 
Sempre che non si voglia optare per soluzioni di critica letteraria.

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Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

(9,40); sono invece chiamati Ἰουδαῖοι in occasione dell’interrogatorio dei genitori del
cieco (9,18.22bis). I giudei sono menzionati in modo esplicito soltanto nel quadretto
centrale (9,18-23): si deve pensare che siano loro a procedere all’interrogatorio suc-
cessivo (9,24-34) oppure essi, dopo aver interrogato i genitori, scompaiono di scena e
coloro che interrogano per la seconda volta il cieco sono quelli che già lo interroga-
rono per primi (cioè i farisei)? L’ipotesi che gli oppositori di Gesù nell’insieme di Gv 9
debbano essere identificati con i farisei, con una presenza soltanto fugace dei giudei
in 9,18-23, non regge a una verifica accurata dell’intera sottosezione 9,1–10,21. In 10,19
si dice, infatti, che di nuovo ci fu divisione tra i giudei, con un chiaro riferimento a
9,16 dove, però, la divisione si era prodotta tra i farisei! Il v. 18, per il contenuto e per
il nesso grammaticale οὖν, suggerisce che non è un gruppo totalmente distinto dal
precedente (i farisei dei vv. 13-17) quello che procede all’interrogatorio dei genitori (i
giudei dei vv. 18-23). Il soggetto inespresso di 9,24, dove si dice che “essi” chiamarono
per la seconda volta l’uomo che era stato cieco, va pertanto identificato in riferimento
ai giudei (ultimo soggetto esplicitamente indicato in 9,18.22bis): i due interrogatori
del cieco non sono però in nessun modo ascrivibili a due diversi agenti, anche se tale
gruppo è prima identificato come farisei e poi come giudei. Il fatto che in 9,27 il cieco
si rifiuti di ripetere un racconto che ha già fatto, suppone evidentemente l’identità tra
gli interroganti della terza (i farisei) e della quinta scena (i giudei). Per quanto non si
possa affermare in senso assoluto che si tratti di sinonimi, in questi capitoli farisei e
giudei agiscono come un unico personaggio sulla scena del racconto.
In questa sottosezione si trova per due volte il tema della divisione degli interlocu-
tori (9,16 e 10,19-21).20 Il preludio a queste due spaccature è l’episodio narrato in 7,45-
52, dove già sono emerse posizioni opposte e inconciliabili all’interno del gruppo dei
farisei (e dei sommi sacerdoti): non solo le guardie, infatti, si sono mostrate refrattarie
rispetto al punto di vista dei farisei (7,45-49), ma soprattutto Nicodemo (un fariseo
/ giudeo, secondo 3,1) ha osato aprire la bocca per esprimere un parere discordante
rispetto a quello dei suoi colleghi farisei (7,50-52). Al cap. 9 i farisei / giudei si confron-
tano – e si dividono – proprio nella lettura della guarigione del cieco: “è un peccatore”
contro “ha fatto un segno” (9,16). In 9,16 questa divisione è presentata come divisione
tra i farisei, ma abbiamo appena mostrato che, in questo racconto, farisei e giudei
non possono essere completamente distinti. Mentre il gruppo che in 9,16a adotta una
posizione ostile a Gesù è costantemente attivo fino al termine del racconto, quei fari-
sei / giudei che propenderebbero per credere al segno avvenuto (9,16b), scompaiono

20 
In tutto il QV il sostantivo σχίσμα (“divisione”) si trova unicamente tre volte: in 7,43 per la folla; in
9,16 per i farisei; in 10,19 per i giudei.

161
Maurizio Marcheselli

repentinamente dalla scena: il loro posto è, però, preso dal cieco guarito, il quale svi-
luppa la sua argomentazione precisamente a partire dal segno che lo ha riguardato e
da ciò che esso rivela quanto ai rapporti tra Gesù e Dio (cf. specialmente i vv. 24-34).
Si può dire che il cieco rappresenti il gruppo non ostile a Gesù di 9,16b, scomparso
momentaneamente dalla scena. La prima persona plurale da lui impiegata in 9,31 è
un modo per dichiarare implicitamente la sua appartenenza al medesimo ambiente di
quelli che lo interrogano: “Noi giudei sappiamo bene che…”.21 Egli, cioè, rappresenta
quella parte di giudei che ritengono di poter dare credito a Gesù. Le ultime parole di
Gesù ai farisei / giudei (9,41) si prolungano nella similitudine del pastore (10,1-18): dal
punto di vista redazionale non c’è soluzione di continuità tra il cap. 9 e il cap. 10. Al
termine del discorso complesso di 9,41–10,18 appare di nuovo un gruppo di giudei che
crede al segno compiuto da Gesù (10,21): è, cioè, ricomparso quel gruppo che in 9,16b
era favorevole a Gesù, le cui istanze sono state interpretate magistralmente dal cieco
guarito, prototipo del giudeo che legge correttamente i segni di Gesù.22 La situazione
che si è venuta a creare al termine della festa delle capanne è pertanto che, tra i giudei,
ce ne sono alcuni che credono che Gesù abbia aperto gli occhi di un cieco nato e sono
assolutamente ben disposti nei suoi confronti.23
Il filo rosso dei giudei che sono attratti da Gesù e hanno verso di lui un atteggia-
mento non ostile è cominciato con Nicodemo (uomo dei farisei e capo dei giudei), è
proseguito in modo altalenante con quelli che, in 8,31, hanno dato credito a Gesù per
poi tornare sui propri passi e si è notevolmente ingrossato nella sezione delle capan-
ne: la seconda apparizione di Nicodemo (7,50-52) fa da preludio a due episodi (9,16
e 10,19-21) in cui il narratore racconta come il gruppo dei farisei / giudei si spacchi
davanti a Gesù, non riuscendo a formulare un giudizio unanime sul suo operato.

7. La controversia in occasione della festa della dedicazione (10,22-39)

Questo episodio (10,22-39) costituisce una sorta di appendice al lungo racconto


delle capanne; in esso i giudei sono l’unico personaggio menzionato accanto a Gesù.
Ciò che sta al centro dell’interesse dei giudei in questa breve sezione è l’identità mes-
sianica di Gesù; la richiesta da cui prende le mosse tutta la controversia è infatti: “Se

21 
Di parere opposto è Devillers, La fête, 136.
Abbiamo esposto dettagliatamente altrove la nostra lettura della figura del cieco: cf. Marcheselli,
22 

“Peccato”.
23 
Il modo sintetico in cui Devillers descrive il funzionamento narrativo del personaggio dei giudei in
questi capitoli del QV ci trova sostanzialmente d’accordo: cf. Devillers, La saga, 216.

162
Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

tu sei il Cristo, dillo chiaramente”. Si parla qui per tre volte dei giudei (vv. 24.31.33),
sempre in chiave d’incapacità a comprendere Gesù e di aperta ostilità. Per la seconda
volta essi tentano di lapidarlo (10,31; cf. 8,59) e, al termine dell’acceso dibattito, cer-
cano di catturarlo (10,39; cf. 7,30; 8,20). In questa sezione compare, pertanto, solo il
gruppo ostile a Gesù, quello menzionato per primo in 9,16 e in 10,19-21; degli altri si
sono perse per il momento le tracce.

8. Il segno compiuto su Lazzaro (10,40–11,54)

I tre riferimenti ai giudei in 11,19.31.33 mostrano innanzitutto una notevole vici-


nanza tra questo personaggio e le sorelle di Lazzaro: la partecipazione degli Ioudaioi al
lutto di Marta e Maria per la morte del fratello si esprime nel desiderio di consolare le
due sorelle (11,19.31) e nella partecipazione al pianto di Maria (11,33). Si può dedurre
che la famiglia di Lazzaro provenga dalle fila dei giudei? La menzione dei giudei nel
contesto del racconto della rianimazione di Lazzaro conferma poi il legame privilegia-
to che esiste tra questo gruppo e Gerusalemme: la loro presenza presso le due sorelle di
Lazzaro è spiegata, infatti, dal narratore per la vicinanza di Betania alla città (11,18-19).
Questi giudei presenti in casa delle due sorelle, nell’intento di consolarle per la
perdita di Lazzaro, seguono Maria quando ella si alza per andare incontro a Gesù
(11,31) e Gesù rimane profondamente scosso dal loro pianto, che si associa a quello
di Maria (11,33). La divergenza di opinioni che il narratore registra tra questi giudei
(11,36-37) nel momento in cui essi reagiscono al pianto di Gesù (11,35) non ha nulla
a che vedere con le divisioni che si sono prodotte già due volte in precedenza (9,16
e 10,19-21) e che erano caratterizzate dalla presenza del termine σχίσμα. Un primo
gruppo di giudei (11,36) ricava dal pianto di Gesù la misura del suo amore per Lazzaro:
“Guarda come lo amava”. Un secondo gruppo (11,37) lamenta che Gesù avrebbe, però,
potuto evitare che Lazzaro morisse, usando quel potere d’intercessione già mostrato
in occasione della guarigione del cieco: “Non poteva costui, che ha aperto gli occhi
del cieco, far sì che anche questi non morisse?”. La reazione di questo secondo grup-
po non contrasta con quella del primo: è proprio perché Gesù lo amava così tanto
(v. 36) che riesce difficile spiegarsi perché non abbia preservato Lazzaro dalla morte
(v. 37). Inoltre, questi giudei mostrano di credere che Gesù ha aperto gli occhi al cieco
nato: non è possibile, pertanto, classificarli come ostili a Gesù.24 Piuttosto, essi fanno

24 
Come fa, per esempio, Moloney, “The Faith”, 480-489. A nostro giudizio, la reazione di questi giudei
esprime semplicemente lo stesso imbarazzo che ha provato il lettore in 11,5-6, accresciuto da 11,14-15: è
sconcertante il fatto che questo Gesù, che ama Lazzaro e le sue sorelle, decida di attendere due giorni in
modo tale che – lui assente – Lazzaro muoia.

163
Maurizio Marcheselli

parte di quei giudei che hanno creduto al segno compiuto sull’uomo cieco (cf. 9,16b
e 10,21): l’uno (11,36) e l’altro (11,37) dei due gruppi presenti a Betania esprimono il
medesimo atteggiamento favorevole a Gesù già ricordato in 9,16b e in 10,21. In questo
passaggio (11,36-37) non troviamo, pertanto, la classica divisione dell’uditorio in due
tendenze opposte: i due gruppi di giudei qui presentati non hanno su Gesù un’opinio-
ne diversa da quella delle due sorelle di Lazzaro. Da un lato, infatti, essi riconoscono
che Gesù amava Lazzaro: il “Guarda come lo amava” (ἴδε πῶς ἐφίλει αὐτόν) del v. 36
riprende esattamente le parole che l’inviato di Marta e Maria rivolge a Gesù in 11,3
“Guarda, colui che ami è infermo” (ἴδε ὃν φιλεῖς ἀσθενεῖ); dall’altro, essi riconoscono
implicitamente che la presenza di Gesù avrebbe potuto preservarlo dalla morte (v. 37),
ripetendo così la stessa dichiarazione risuonata prima sulla bocca di Marta (v. 21) e
poi di Maria (v. 32). I giudei che sono realmente presenti a Betania (quelli del v. 8
sono semplicemente evocati dai discepoli) sono, pertanto, del tutto simili a quelli di
9,16b e 10,21: essi credono che Gesù ha guarito un uomo cieco dalla nascita (11,37) e,
dopo aver visto il segno compiuto su Lazzaro, crederanno in lui al massimo livello di
profondità possibile per l’evangelista (11,45: πιστεύειν εἰς αὐτόν). La notizia del v. 45
non può essere sbrigativamente liquidata: la fede di cui si parla qui è indicata con la
costruzione sintattica più impegnativa del lessico giovanneo (“credere” seguito da εἰς
e l’accusativo); si tratta cioè di autentica fede cristologica. Molti dei giudei che erano
venuti da Maria arrivano alla fede in Gesù, sulla base di ciò che hanno veduto: la vista
del segno che Gesù ha compiuto su Lazzaro risulta decisiva per la piena adesione di
fede, perché essi avevano già una positiva disposizione verso Gesù.
Nella seconda parte del racconto dell’ultimo segno del ministero pubblico (11,17-46)
i giudei rivestono un ruolo che vari commentatori giudicano sorprendente rispetto alle
precedenti apparizioni del personaggio:25 si tratta, in realtà, della ripresa e intensificazio-
ne di quel filo rosso dei giudei che credono, che ha preso corpo attraverso il personaggio
di Nicodemo (nelle sue due apparizioni in 3,1-21 e in 7,50-52) e che, passando attraverso
il problematico 8,31, è venuto ingrossandosi soprattutto nel corso dell’episodio del cieco
nato (9,1–10,21).26

25 
Questa posizione è esemplificata da Brown, Giovanni, 554: l’apparente inconciliabilità è da lui risolta
diacronicamente.
26 
Questo aspetto è colto bene anche da Tolmie, “The Ἰουδαῖοι”, 395-397: mentre normalmente gli Iou-
daioi non credono, dal cap. 8 appare anche un altro aspetto e, col cap. 11, l’elemento di instabilità è rimosso: ci
sono Ioudaioi che credono! Il fatto che gli Ioudaioi non credano in Gesù riceve, però, nell’insieme di Gv, un’enfasi
molto maggiore. Anche Simoens, “L’évangile”, 99-100, dichiara che non è possibile accettare l’opinione secon-
do cui i capp. 7–12 sanzionano l’incredulità giudaica; essi descrivono piuttosto un movimento popolare che
guadagna un gran numero di giudei. Di diverso parere è Busse, “Die Rolle”, 302-304, per il quale i giudei sono,
dal punto di vista della fiction, un’importante figura di identificazione per l’autore del vangelo: insieme ai fari-

164
Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

Come valutare la notizia di 11,46? Essa ripropone ancora una volta l’esistenza di un
legame speciale tra giudei e farisei. Alcuni dei giudei che sono giunti alla fede riferi-
scono l’accaduto ai farisei (v. 46), che – insieme ai sommi sacerdoti – decidono la morte
di Gesù (vv. 47-53). Si può stabilire una sorta di parallelismo tra 5,15 e 11,46: l’infermo
divenuto sano informa i giudei (5,15) // i giudei divenuti credenti informano i farisei
(11,46).27 In nessuno dei due casi si tratta di delazione. L’indicazione di 11,46 è stata
variamente interpretata, ma la sua lettura in termini di denuncia ci pare insostenibile
nel contesto: più avanti troveremo, infatti, che la folla di giudei che ha visto il segno
compiuto su Lazzaro addirittura “rende testimonianza” (12,17: μαρτυρεῖν). Chi vuole
sostenere una lettura in termini di denuncia per 11,46 deve fare i conti con l’orienta-
mento complessivo del racconto: niente autorizza a pensare che i giudei presenti alla
risurrezione di Lazzaro siano ostili a Gesù; essi, anzi, diventeranno suoi testimoni. In
ogni caso, ammesso e non concesso che il v. 45 indichi una reazione positiva di ade-
sione credente e il v. 46 una reazione negativa di denuncia alle autorità, la decisione
del sinedrio (11,47-53) è, comunque, legata al fatto che proprio degli Ioudaioi stanno
cominciando a credere in Gesù!
L’ultima menzione di giudei in 10,40–11,54 (cf. 11,54) è l’unica (a parte il riferimento
ai giudei contenuto nelle parole dei discepoli in 11,8) che abbia connotazione negativa:
dopo che è stata presa la decisione di toglierlo di mezzo, Gesù non cammina più in pub-
blico “tra i giudei”. Questi giudei sembrano rappresentare per lui una minaccia.

9. Verso l’ultima Pasqua (11,55–12,19)

Al cap. 12 ritroviamo il gruppo di quelli che si lasciano positivamente interpel-


lare da Gesù (vv. 9.11): continua, pertanto, il tema degli Ioudaioi che hanno creduto.
Da un lato, le menzioni esplicite dei giudei come personaggio presente sulla scena
sono due: in 12,9 si parla di una “grande folla di giudei”;28 al v. 11 di “molti giudei”.
Dall’altro, la nostra interpretazione del racconto giovanneo dell’ingresso messiani-
co in Gerusalemme (12,12-19) scorge la presenza di queste figure in un raggio più
ampio: ci sono, cioè, altri due raggruppamenti di persone che potrebbero essere
composti da giudei.

sei, essi assumono fin dall’inizio un ruolo centrale di opposizione a Gesù. I giudei diventano figure letterarie,
dal cui comportamento crescentemente sleale, il lettore dovrebbe imparare a valutare la sua propria posizio-
ne; la loro caratterizzazione li etichetterebbe come anti-paradigmi di un autentico discepolato (ibid., 323).
27 
I due passaggi hanno in comune il verbo ἀπέρχομαι e il verbo ποιέω riferito a Gesù (Ἰησοῦς).
28 
Una “folla di giudei (ὄχλος […] ἐκ τῶν Ἰουδαίων)”: la terminologia non è la medesima del cap. 7, dove
gli Ioudaioi e la folla (ὄχλος) non coincidevano affatto.

165
Maurizio Marcheselli

All’inizio della sezione, il narratore si limita a introdurre un personaggio colletti-


vo, privo di una precisa identificazione: egli ne sottolinea semplicemente le notevoli
dimensioni (11,55: πολλοί). Questo insieme ampio è formato da gente salita a Gerusa-
lemme per la Pasqua.29 Due tronconi di questa moltitudine escono in momenti succes-
sivi dalla città santa per andare da Gesù, a motivo di Lazzaro.30
(1) Un primo sottoinsieme s’incontra ai vv. 9-11: costoro si recano da Gerusa-
lemme a Betania a motivo di Gesù, ma anche per vedere Lazzaro (11,9). Essi vengo-
no menzionati per due volte in questo breve passaggio, come “la grande folla dei
giudei” ([ὁ] ὄχλος πολὺς ἐκ τῶν Ἰουδαίων: 12,9) e come “molti dei giudei” (πολλοὶ
τῶν Ἰουδαίων: 12,11).31 L’identificazione di questo primo gruppo come un gruppo di
giudei è pertanto assolutamente esplicita. Non solo questi giudei non obbediscono
al comando dato da sommi sacerdoti e farisei di indicare dove si trovi Gesù per faci-
litarne l’arresto (11,57), ma addirittura credono in Gesù a motivo di Lazzaro risusci-
tato dai morti (12,11).32
(2) Un’altra parte dei molti saliti a Gerusalemme per la festa (11,55) è costituita da
coloro che, “il giorno dopo”, escono da Gerusalemme incontro a Gesù, che sta a sua
volta venendo verso la città santa (12,12-13a): la ragione di questa uscita è pure il se-
gno di Lazzaro, come è detto chiaramente in 12,18 (“Per questo, appunto, la folla gli era
andata incontro, perché avevano udito che egli aveva fatto questo segno”).33 Questo
secondo sottoinsieme che si muove incontro a Gesù, mentre egli sale verso la città, è
descritto dapprima come “la gran folla venuta per la festa” (12,12) e poi semplicemen-
te come “la folla” (12,18). Manca, pertanto, in questo caso un’identificazione esplicita
della folla come composta da giudei; ci pare, però, che tale identificazione sia per lo
meno suggerita dal contesto. È poi interessante rilevare come questa folla di giudei,
nella sua acclamazione messianica, impieghi la terminologia di Israele: “Osanna! Be-
nedetto nel nome del Signore colui che viene, il re d’Israele” (12,13). Come nel caso di

29 
Questo personaggio è soggetto di alcune azioni (vv. 55-56): “salirono per purificarsi”; “cercavano Gesù”;
“dicevano stando nel tempio: «Gesù verrà?»”. Pare che il comando dato dai capi riguardi proprio questa mol-
titudine ancora indefinita (v. 57): “Se uno sapeva dove fosse, lo segnalasse, di modo che potessero prenderlo”.
30 
Lazzaro risulta, pertanto, essere il motivo tanto della prima uscita, indicata in 12,9-11, quanto della
seconda, indicata ai vv. 12-13.18: a motivo di Lazzaro la folla va a Betania (v. 9) e – sempre a motivo di Lazzaro
– la folla va incontro a Gesù sulla strada che sale a Gerusalemme (v. 18).
31 
Si noti la ripresa di πολύς: usato una prima volta come aggettivo sostantivato in 11,55, si ritrova sia
in 12,9 che 12,11. Πολύς è detto pure del secondo troncone di folla: cf. 12,12.
32 
In 12,11 troviamo πιστεύειν con εἰς e l’accusativo, esattamente come in 11,45.
33 
La folla (ὁ ὄχλος) di 12,18 è chiaramente la stessa di 12,12-13a (ὁ ὄχλος πολὺς ὁ ἐλθὼν εἰς τὴν ἑορτήν):
è la folla che esce dalla città santa incontro a Gesù. È evidente, infatti, la ripresa lessicale di 12,13a (ἐξῆλθον
εἰς ὑπάντησιν αὐτῷ) in 12,18 (ὑπήντησεν αὐτῷ).

166
Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

Nicodemo, troviamo accostate per il medesimo personaggio le due terminologie, che


nel primo capitolo erano invece presentate come distinte: questi giudei riconoscono
Gesù come il re d’Israele e si svelano pertanto, almeno indirettamente, come israeliti.
(3) La presenza di un terzo gruppo di folla è svelata in 12,17. In 12,17-18, il narratore
spiega che la ragione dell’uscita raccontata in 12,12-13a non è direttamente il segno di
Lazzaro (a cui evidentemente queste persone non hanno assistito), quanto piuttosto la
testimonianza (μαρτυρέω) resa al segno di Lazzaro da quanti erano presenti all’evento.
Il personaggio che rende tale testimonianza è presentato in 12,17 come “la folla che era
con lui [Gesù] quando aveva chiamato Lazzaro fuori dal sepolcro e lo aveva risuscitato dai
morti”: ora, nel racconto del segno di Lazzaro, abbiamo udito che coloro che assistono al
segno sono esplicitamente identificati come giudei.34 D’altro canto, che ci possa essere
“una folla di giudei” è attestato da 12,9. Possiamo pertanto dire che la folla che era con
lui quando chiamò Lazzaro dal sepolcro e lo risuscitò dai morti (12,17), questa folla che
rende a Gesù una testimonianza capace di provocare l’uscita osannante della moltitudine
venuta a Gerusalemme per la festa (12,18; cf. vv. 12-13), questa folla è certamente com-
posta di giudei.

10. Bilancio

Il nostro studio sui giudei nel QV si è posto fin dall’inizio dei limiti piuttosto precisi.
Per quanto riguarda i capp. 1–12, i dati raccolti andrebbero, in un eventuale prolun-
gamento dell’indagine, integrati con l’esame del senso che riveste la formula relativa
alle feste “dei giudei” e soprattutto con la verifica degli usi di ἰουδαῖος / ἰουδαῖοι da
parte dei personaggi interni al racconto giovanneo. Se il riferimento ai giudei da parte
dei discepoli in 11,8 non sembra aggiungere nulla di particolare a quanto abbiamo già
potuto vedere, la presenza del termine in Gv 4, prima in bocca alla samaritana (4,9a) e
poi in bocca a Gesù (4,22), sembra spingere la riflessione verso un orizzonte qui del tutto
inesplorato: il dato dell’appartenenza di Gesù agli Ioudaioi e della valutazione che Gesù
stesso dà del legame tra giudei e salvezza. L’indagine, poi, dovrebbe essere estesa ai capp.
13–20, dove s’incontrano ancora ventiquattro occorrenze del sintagma. In ogni caso,
quanto è emerso in questo percorso in Gv 1–12 costituisce una cornice da cui ogni ulte-
riore riflessione sul significato che hanno gli Ioudaioi per il QV non potrà prescindere.

34 
Già dall’analisi interna al cap. 11 si ricava l’esistenza di “una folla di giudei”. Nella preghiera davanti alla
tomba di Lazzaro, Gesù dichiara che davanti a lui sta una folla (ὄχλος: 11,42): questa folla coincide con i giudei che
sono stati indicati precedentemente (11,36-37) e che verranno menzionati anche subito dopo (11,45-46). Anche
se i giudei non vengono esplicitamente ricordati come tali nei vv. 38-44, la loro presenza al segno è evidentemen-
te supposta: è questa “folla di giudei” che sta dietro i plurali usati da Gesù in 11,39a.44 e dal narratore in 11,41.

167
Maurizio Marcheselli

La connotazione del personaggio nei capp. 1–12 può essere ricapitolata attorno ai
seguenti tratti caratterizzanti.35 (a) I giudei sono interessati alle pratiche di purifica-
zione con acqua, compresi i riti battesimali compiuti da Giovanni (e da Gesù). (b) Il loro
ambiente consueto è Gerusalemme e la Giudea, ma non c’è dubbio che essi siano pre-
senti anche in Galilea: la collocazione geografica non costituisce, pertanto, un tratto
esclusivo e discriminante. (c) I giudei del QV mostrano fin dal loro primo apparire un
legame speciale coi farisei. Questo tratto affiora ripetutamente, anche se il legame tra
i due personaggi collettivi sfugge a una definizione troppo precisa: mentre in alcuni
casi i due gruppi restano nettamente distinti, in altri arrivano praticamente a sovrap-
porsi.36 (d) L’altro personaggio con cui i giudei giovannei si intersecano sono gli isra-
eliti.37 Se la terminologia Israele / israelita è di segno assolutamente positivo, il fatto
che il medesimo personaggio possa essere connotato secondo i due registri mostra che
ἰουδαῖος / ἰουδαῖοι non costituisce un’etichetta uniformemente negativa. (e) I giudei
nel QV sono presentati per lo più come un personaggio collettivo, ma una precisazione
adeguata del loro profilo esige che si tenga conto del fatto che esistono anche dei sin-
goli personaggi qualificati come Ioudaios. In alcuni casi tale identificazione è esplicita,
in altri è soltanto implicitamente deducibile (a diversi gradi di probabilità). Il caso di
Nicodemo non è equivoco: la sua appartenenza al gruppo degli Ioudaioi è dichiarata
sin dall’inizio. La questione si pone però anche per altre figure: possiamo assegnare il

35 
Anche per Manns, “Les Juifs”, 181, il termine non ha un senso univoco a livello del racconto giovan-
neo: a seconda dei contesti esso può indicare un amalgama che comprende le autorità, i sommi sacerdoti e i
farisei; dei circoli doceti ostili alla comunità; il popolo dell’alleanza. Per Casalegno, “I personaggi”, 107-115,
la caratterizzazione dei giudei in Gv può essere così riassunta: “I Giudei del Quarto Vangelo, attivi in Giudea
e a Gerusalemme, senza escludere altre regioni, sono quindi rigorosi sostenitori della Legge, convinti mono-
teisti, legati al tempio, ammiratori del Battista, desiderosi di fare proseliti in diaspora, pronti a rivendicare
il loro orgoglio nazionalista e a difendere la purezza della loro fede allontanando gli eretici con misure con-
crete”; il tema della paura dei giudei aggiunge il motivo di un potere repressore. Per Castello, “La Legge”,
128-131, da un punto di vista strettamente testuale la narrazione giovannea prende in seria considerazione
la natura specificamente religiosa dell’opposizione a Gesù: il termine “i giudei” va inteso alla maniera di
coloro che non sono più in grado di intendere nel giusto senso quanto indicato dalle Scritture, di coloro che
hanno potere e influenza sufficienti da poter parlare per conto di tutti gli altri giudei radicando tale autorità
proprio sulla interpretazione delle Scritture.
36 
Cf. Casalegno, “I personaggi”: i giudei potrebbero esprimere un atteggiamento di tipo farisaico, an-
che se non possono essere completamente identificati coi farisei. Anche Wengst, Giovanni, 20, rileva come
all’interno del racconto giovanneo le stesse persone compaiano, in un medesimo contesto, prima come “i
farisei” e poi come “i giudei”. La spiegazione storica che Wengst dà di questo fenomeno è largamente condi-
visa dagli autori: questo singolare modo sommario di parlare di giudei e farisei si spiega se presupponiamo
che Gv sia stato scritto dopo il 70 d.C. mentre il giudaismo assume sempre più un’impronta farisaica.
37 
Anche Manns, “Les Juifs”, 168-171, esaminando i sinonimi del termine Ioudaioi, studia i tre passi dei
capp. 1, 3 e 12 in cui le due terminologie (“Israele” e “i giudei”) si affiancano. A Tolmie pare piuttosto di po-
ter concludere che, nel QV, gli Ioudaioi vengono accostati, da un lato, alla folla e, dall’altro, ai farisei: Tolmie,
“The Ἰουδαῖοι”, 394-395.

168
Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

cieco guarito, nonché le due sorelle di Lazzaro (Marta e Maria), al gruppo dei giudei?
Almeno nel primo caso, ci pare che si debba rispondere affermativamente.38 (f) Ci sono
giudei che non rifiutano Gesù. L’aspetto dell’ostilità verso Gesù collega certamente un
buon numero di passi: essa è adombrata in 1,19, conosce una prima debole manifesta-
zione in 2,18.20 ed esplode dal cap. 5 in avanti. Non è, però, questa l’unica connotazio-
ne degli Ioudaioi giovannei: fin dall’apparizione di Nicodemo e poi, in modo sempre più
evidente, nel contesto della festa delle capanne, del segno di Lazzaro e dei giorni che
precedono l’ultima Pasqua il racconto ci fa incontrare dei giudei positivamente dispo-
sti verso Gesù e l’evangelista appare fortemente interessato a mostrare che è possibile
che dei giudei credano e rendano testimonianza.
Il QV è strutturato in due grandi parti (1,19–12,50; capp. 13–20), precedute da
un prologo (1,1-18) e seguite da un epilogo (cap. 21). Il racconto della rivelazione al
mondo dell’inviato di Dio (1,19–12,50) si sviluppa secondo un crescendo di tensione
narrativa, che culmina con l’arrivo dell’ora della glorificazione (12,23). L’avvicinarsi
del punto di svolta nella narrazione è segnalato dall’evangelista attraverso una serie
di indicatori che concorrono insieme a preparare il grido di Gesù: “L’ora è giunta”
(12,23). Tra gli indicatori del turning point del racconto giovanneo ricordiamo innan-
zitutto proprio i riferimenti a “l’ora di Gesù”. Tutta la prima parte del vangelo è posta
sotto il segno dell’ora non ancora arrivata (2,4; 7,30; 8,20); l’ultimo episodio narrativo
del ministero pubblico coincide con l’arrivo dell’ora (12,23.27); nei capitoli che seguo-
no, l’ora è regolarmente presentata come venuta (13,1; 17,1; 19,27). Anche il motivo
della luce che sta per finire svolge un’importante funzione drammatica di preparazione
del punto di svolta. Nelle fasi che preparano gli ultimi due segni (il cieco e Lazzaro),
Gesù usa per due volte l’immagine della luce del giorno che volge al termine (9,4-5;
11,9-10). Al cap. 12 si trovano ancora due impieghi dell’immagine (12,35-36a; 12,45-
46), che rappresentano l’ultima autopresentazione di Gesù nei termini di luce del
mondo. L’indicazione narrativa di 12,36b veicola l’idea che nel momento in cui Gesù si
nasconde, la luce cessa. È arrivata la notte (cf. 13,30). (c) Anche il modo con cui l’evan-
gelista introduce le citazioni bibliche contribuisce a configurare in modo più preciso
le due grandi parti in cui si struttura il suo vangelo: il tema del compimento (πληρόω)
è introdotto soltanto in 12,38, per poi svilupparsi lungo tutta la seconda parte del
vangelo. Tra questi elementi che segnalano l’avvicinarsi di una svolta decisiva va an-
noverato anche il motivo dei giudei che credono in Gesù: il crescere del loro numero
appartiene ai segnali che il momento della glorificazione è ormai incombente.39 L’ora

38 
Cf. Marcheselli, “Peccato”; per la nostra lettura del personaggio di Marta, cf. Id., “Morte”.
39 
La lettura proposta da Theobald del motivo giovanneo dei giudei che credono non ci persuade:

169
Maurizio Marcheselli

della glorificazione giunge non solo perché dei greci esprimono il desiderio di vedere
Gesù (12,20-22), ma anche perché molti tra i giudei aderiscono a lui nella fede, pro-
vocando così la decisione del sinedrio di sbarazzarsi di un personaggio divenuto per
questo troppo pericoloso.

Maurizio Marcheselli
Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, Bologna

cf. Theobald, “Das Johannesevangelium”. La formula “molti credettero in lui / nel suo nome” si trova
sette volte in Gv (2,23; 7,31; 8,30; 10,42; 11,45; 12,11; 12,42). Theobald compone i tre passi in cui essa è
riferita esplicitamente a dei giudei (8,30-31; 11,45; 12,11) con le altre quattro occorrenze, ritenendo di
poter costruire un quadro unitario: per lui questi sette passi raffigurano un gruppo omogeneo, con un
suo specifico sviluppo all’interno della trama del vangelo. Non si tratta, però, di un “terzo” gruppo, tra
gli oppositori di Gesù e i suoi discepoli: questi giudei credenti fanno semplicemente parte degli Ioudaioi;
essi, infatti, sono sempre presentati con una riserva, formulata col massimo della chiarezza proprio in
occasione della loro prima apparizione (2,23-25). Essi sarebbero figure di un giudeo-cristianesimo che
continua a guardare al giudaismo sinagogale e che per questo è a rischio di allontanarsi dalla retta fede
cristologica.

170
Il profilo narrativo del personaggio ‘i giudei’ in Gv 1–12

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