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3 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento

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PREFAZIONE

Abbiamo ricevuto, in questi pochi anni, tanti attestati di simpatia, suggerimenti e, per fortuna, correzioni,
che ci hanno gratificati per il lavoro svolto ed incentivati a dare il meglio.
Lasciamo perciò che siano alcune delle tante mail ricevute a presentare queste pagine.

Complimenti vivissimi per il vostro sito, specie i detti latini!


Grazie,

Complimenti vivissimi (da estendere a Catia e Luca) per il vostro sito. Specialmente per la parte dedicata
alle locuzioni e citazioni latine.
…lavoro all'estero dove la lingua ufficiale é l'inglese e anche quando parliamo fra noi italiani la nostra
lingua é continuamente farcita di inglesismi. Ho comunque notato che anche in Italia la situazione non é
diversa, tutti ci ingegnamo a scimmiottare l'inglese.

Mi è piaciuto lo spirito col quale curate S.P.Q.R.Vorrei proporvi un piccolo contributo che nasce da una
frase che uso negli incontri con gli studenti per richiamarli alla responsabilità.
Incontro spesso i giovani in assemblee scolastiche e sono stanco di sentirmi proporre provocazioni sulla
liberalizzazione delle droghe. Quando la contrapposizione diventa non superabile con discorsi razionali
butto la palla nel campo dei giovani con la frase:“faber est suaequisqe fortunae" attribuita al console
Appius Claudius Caecus. Purtroppo al giorno d’oggi, anche al liceo classico, devo subito tradurla perché
non mi capiti come con una giovane psicologa del mio centro che tentavo di rincuorare con la frase “per
aspera ad astra”. Mi ha risposto: “non capisco l’inglese, al liceo ho studiato francese!”. Mantenetevi così,
buon lavoro. Che bella cosa che avete fatto!

Appena potrò verrò a visitare il paese.


Grazie a voi per i minuti di intelligente svago che mi avete regalato
F.S. (già docente di latino e greco al liceo Beccaria di Milano)

Buongiorno a Voi,Vi scopro per caso dalla lontana Ginevra e...che piacere leggerVi.

Mi fa una tale invidia vedere tanta, apparente, semplicità unita a cultura, buon gusto e rispetto del
prossimo....
E' stato bello incontrarvi

"Os stulti contritio eius" (la voce dello stolto è il suo castigo) ..
Vi segnalo questa massima che, se vorrete, potrete aggiungere al vostro bel sito.
Ad maiora

Volevo ringraziarvi per la ricchezza del sito sulle espressioni latine, è fatto molto bene.
Sono incuriosita da Pieve di Revigozzo, che non conosco...quanti bei posti d´Italia non si conoscono, non
basta una vita per viaggiare nel nostro paese!

Segnalo che nel commentare "Nomen Omen" appare un errore: non è stato Benedetto XVI a dire "Se
sbaglio mi corrigerete" bensì Giovanni Paolo II nel giorno della proclamazione. In ogni caso voglio
esprimere tutti i miei complimenti per il bellissimo lavoro da voi fatto!

I vostri detti latini sono meravigliosi. Grazie!


Volevo chiedervi lumi sull'espressione "numquam servavi"… Grazie!
A proposito...dove si trova Pieve di Revigozzo?

Credo che "obtorto collo" sia stato coniato quando i romani furono costretti ad inchinarsi passando sotto
un giogo di lance dei sanniti. I sanniti avevano vinto la guerra ed era una costrizione simbolica che
significava l'assoggettamento dei romani ai loro vincitori.
Credo sia stata la prima occasione dell' "obtorto collo".
4 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Mal traducendo il proverbio inglese " spare the rod and spoil the child " con " il medico pietoso fa la
piaga purulenta ", ho trovato che deriverebbe dall'originario motto latino" Qui parcit virgae odit filium
suum ". Non ho trovato tale proverbio tra i vostri. Come mai ?

Ho scoperto per caso, mentre cercavo delle citazioni latine, il vostro sito : carino !
E la gente che sta dietro al sito sembra veramente simpatica.
Complimenti. Spero di poter tornare a visitarvi ogni tanto.

Questa brevissima e-mail per dire che il sito è veramente meraviglioso. Non parlo di effetti speciali su cui
molti siti fanno ormai affidamento per “sembrare più che per essere”, ma del cuore e dell’amore che
traspira in ogni vostra pagina. Sono un autodidatta in molte cose, e da sempre sento un fascino irresistibile
verso il latino… aver incontrato il vostro sito e la vostra bella “fatica”, mi ha stimolato ancor di più verso la
lingua dei nostri padri.
E’ bello notare che il gruppo che avete formato per realizzare questo sito è molto variegato e creativo.
Ognuno è bravo in qualcosa. La creatività e l’amore sono tuttuno, così come Dio e l’Infinito…
Un abbraccio colmo di gratitudine.

Bello il vostro sito!


“Grosso modo” è erroneamente ritenuta una locuzione italiana, ma è latina e non compare nel vostro
elenco.

Salve,innanzitutto complimenti per il lavoro eccellente svolto per il vostro sito.


Sono qui per chiedervi aiuto, è da un po' di tempo che cerco informazioni su una particolare 'sentenza' di
Publilio Siro...

A proposito della citazione "Nunc est bibendum" (è una curiosità e non so se può interessare)
Michelin (nome completo Manufacture Française des Pneumatiques Michelin) una delle principali aziende
mondiali produttrici di pneumatici, ha come simbolo aziendale l'omino Michelin "Bibendum". Creato nel
1898 dall'artista francese O'Galop (pseudonimo di Marius Rossillon)è rappresentato rappresentato
mentre solleva una coppa piena di chiodi e dice : "nunc est bibendum".
Sempre nel manifesto, oltre alla citazione latina vi è scritto : c'est - a - dire : " a Votre Santè le pneu
Michelin boit l'obstacle ! " .

Passo spesso in moto dalle vostre parti ma non sono mai passato a Revigozzo.
Spero di riuscire a farlo presto.
Complimenti per il sito: semplice, ben fatto, pieno di passione, completo.

Buongiorno, chiedo cortesemente se potete tradurmi questa frase: "non grave sit vobis dicere mater
ave".
Grazie mille

Sono giornalista pubblicista e quando scrivo i corsivi, o le opinioni, faccio spesso uso e ricorso a citazioni
classiche latine e greche che fanno da sfondo al mi sottofondo culturale di maestro elementare.
Ho avuto piacere di incrociare il tuo sito e sapere che esistono ancora persone impegnate a mantenere viva
la cultura classica.

Vobis salutem dico!


Ego, cui nomen elettronicum est "prodomomea", in agro Athestino apud Euganeas gentes vivo. Vestro situ
forte invento, velim mittere internautarum orationem in Brasilianorum linguam conversam. Auctor eius
filius meus est. Utinam velitis urbi et orbi proferre! Gratias vobis ago!
Ave!
5 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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A
Ab absurdo:
Dall'assurdo.
L'espressione, usata dai filosofi scolastici, indica un procedimento logico con cui si dimostra la verità di
una affermazione provando l'assurdità dell'affermazione contraria. Molto amata da Euclide, da cui i filosofi
scolastici la mutuarono, la "dimostrazione per assurdo" altro non è che uno schema logico con il quale
anziché dimostrare una tesi, si dimostra che il contrario negherebbe la prima ipotesi fatta. Risulta usata
specialmente in geometria, dove si fanno spesso dimostrazioni "ab absurdo" provando le conseguenze false
che derivano da ipotesi o premesse erronee.

Ab aeterno:
Da tutta l'eternità, da tempo immemorabile (Antico Testamento, Proverbi 8, 23).
Libro essenzialmente didattico quello dei "Proverbi" è stato scritto con l'intento di offrire ammaestramenti
di vita pratica. Il passo da cui è stata derivata l'espressione è un inno ed un elogio della Sapienza
connaturata all'essenza del Dio creatore e come Lui eterna:"ab aeterno ordita sum et ex antiquis antequam
terra fieret" (= da sempre sono stata costituita e dai tempi antichi ancor prima che la terra fosse).
L'espressione si trova frequentemente italianizzata nella forma: "Ab eterno".

Ab antiquo:
Dall'antichità.
Espressione usata, anche nella forma italianizzata "ab antico", per indicare cose o avvenimenti di tempi
assai remoti.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Ab assuetis non fit passio:


Le cose comuni (abituali) non fanno impressione.
Così dicevano gli antichi; quando ci si abitua a qualche cosa, cessa l'entusiasmo, ed è solo l’imprevisto che
suscita la meraviglia. Esperienza insegna che passate le prime emozioni, l'entusiasmo diminuisce; il piacere
che dura troppo a lungo, genera indifferenza e noia. Si tratta di un principio filosofico d’uso piuttosto
frequente, che ha riscontro nella sentenza di Aristotele: "Quod consuetum est, velut innatum est" (=ciò che
è consueto è come istintivo).

Abiit, excessit, evasit, erupit :


(Catilina )se ne è andato, è uscito, è fuggito, si è precipitato via (Cicerone, Catilinarie, II, 1).
Espressione spesso usata per spiegare una figura retorica conosciuta come "climax" consistente in un
graduale passaggio da un concetto all'altro con intensità crescente. Un esempio che trovo bellissimo viene
dal cap XI de "I promessi sposi" per bocca di don Rodrigo che rivolto al Griso ordina: “... voglio saper
dove sono. Non ho pace. A Pescarenico, subito, a sapere, a vedere, a trovare...” .

Ab imis (fundamentis):
Dalle più profonde fondamenta (Vitruvio Pollione De architectura libro III 1,2 - Francis Bacon
"Instauratio magna").
"Instauratio ab imis fundamentis" Con questa espressione latina, Francesco Bacone, spiega come sia
indispensabile una riconversione generale di tutta la conoscenza umana... come unico mezzo per scoprire le
nascoste possibilità della natura. "Thus an "instauratio ab imis fundamentis" of all human knowledge is
necessary ... as a means of discovering the hidden possibilities of nature". Nell'uso quotidiano acquista il
significato di rinnovamento generale usato in frasi come: riformare un Istituto, rinnovare
un’amministrazione "ab imis".

Ab imo pectore:
Dal profondo del cuore (Virgilio Eneide VI v. 55).
"Funditque preces rex pectore ab imo" (=E il re (Enea) dal profondo del cuore lasciò sgorgare le
preghiere). Sono le parole che il poeta usa per esprimere l'accorato atteggiamento dell'eroe troiano nell'atto
di rivolgere la sua invocazione al dio Apollo al quale chiederà di poter cominciare una nuova vita nella
nuova patria. L'espressione si trova sovente in Virgilio, ad indicare il profondo dolore che sembra far
sgorgare le lacrime, i gemiti e le parole dal più profondo del cuore. E' facile trovare anche la sola
espressione: "imo pectore".
6 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ab intestato:
Senza testamento (Brocardo).
Espressione giuridica utilizzata per indicare una eredità in assenza di testamento. Sarà quindi compito della
legge intervenire per indicare come i beni dovranno essere distribuiti tra i legittimi eredi.

Ab Iove principium generis:


Discendenti dal dio Giove (Virgilio Eneide libro VII v. 219).
Per quanto simile a quello che segue questo detto, è messo sulla bocca di Ilioneo capo degli ambasciatori
Troiani, ad indicare la discendenza divina della stirpe troiana; Dardano infatti, secondo la mitologia, era
figlio di Giove e di Elettra. Raramente usato come motto di casata ; si corre il rischio di essere considerati
non poco megalomani ma, sempre per restare in tema..., "de gustibus..."!

Ab Iove principium (Musae, Iovis omnia plena...):


Cominciamo da Giove ( o Muse, di Giove ogni cosa è piena). (Virgilio, Egloghe. III, v. 60).
Con queste parole il pastore Dameta inizia la sfida musicale con l'amico Menalca. Vedi anche:"Amant
alterna camenae". Si usa normalmente simile espressione sia ad indicare che per dare un spiegazione logica
alla vita bisogna incominciare dall'origine di ogni cosa e cioè da Dio, sia che le cose di maggior importanza
devono avere la precedenza su quelle secondarie.

Ablue peccata non solum faciem:


Oltre alla faccia lava anche i tuoi peccati.
Traduzione in latino di una iscrizione greca posta a Costantinopoli, sul battistero della basilica di santa
Sofia e nella chiesa di Nostra Signora delle vittorie a Parigi.

Ab ovo:
Dall'uovo, dalle origini (Orazio Ars poetica, 147).
Il poeta invita a non voler prendere le cose troppo alla lontana, ed esemplifica il concetto spiegando che
dovendo parlare della guerra di Troia sarebbe inutile iniziare il racconto da Leda che, amata da Giove
trasformatosi in cigno, partorì 2 uova da cui nacquero i Dioscuri , Clitennestra ed Elena causa quest'ultima
della guerra di Troia: "Nec gemino bellum Troianum orditur ab ovo " (=Nè che la guerra di Troia ha avuto
inizio dall'uovo gemello). Altrove (Satire, 1, 3) il Poeta usa anche l'espressione: “Ab ovo usque ad mala”
(=Dall’uovo fino alle mele), in pratica: dall’antipasto alla frutta, ossia dal principio alla fine alludendo
all'usanza romana di iniziare i pranzi con le uova e le immancabili olive ascolane per terminare con le mele.
Nel linguaggio comune si suole citare quando qualcuno incomincia a raccontare una storia molto alla
lontana, risalendo ... ad Adamo ed Eva.

Absentem laedit, cum ebrio qui litigat:


Offende una persona assente chi litiga con un ubriaco (Publilio Sirio Sententiae 12).
Ricordo un compaesano che sedendosi a tavola nei giorni di festa esclamava: "salutiamoci ora perchè alla
fine non riconoscerò nessuno". Quasi astemio, era solo un simpatico modo di dire, ben conscio che le
eccessive libagioni portano l'individuo ad una perdita progressiva, direttamente proporzionale ai bicchieri
scolati, del dominio sulla parola e sulla capacità di intendere e volere. Come non ricordare la famosa
"spranghetta" di Renzo al capitolo XV de "I Promessi Sposi", tanto ubriaco da far "litigare le dita co'
bottoni de' panni che non s'era ancora potuto levare?”.

Absit invidia verbo:


Possano le mie parole non essere fraintese. (Tito Livio, Ab Urbe Condita Liber IX cap.19).
Della frase di Tito Livio "Absit invidia verbo et civilia bella sileant" Possano le mie parole non essere
fraintese e tacciano le guerre civili, è stata presa solamente la prima parte e modificata nella versione più
conosciuta e usata: "absit iniuria verbo" o "absit iniuria verbis" mantenendo comunque lo stesso
significato di scusa quando si teme che le nostre parole o i nostri scritti , possano in qualche modo
offendere chi ci ascolta o ci legge.

Ab tam tenui initio tantae opes sunt profligatae:


Da così modesto inizio furono sconfitte ricchezze così grandi (Cornelio Nepote, Liber de excellentibus
ducibus exterarum gentium, Pelopidas, lI).
Spesso la virtù, che alberga anche nell’uomo povero e modesto, è superiore alle ricchezze, ed ha il
sopravvento su di esse.
7 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ab uno disce omnis:
Da uno conosci tutti gli altri (Virgilio, Eneide, II, 65).
E' questa l'amara considerazione di Enea ricordando le ingannevoli parole di Sinone. Il rumore sordo
causato dalla lancia scagliata da Laocoonte sul ventre del cavallo di legno sta per svelare l'inganno , ma le
astute parole del greco riescono a suscitare in Anchise pietà e benevolenza e a convincere i troiani della
veridicità del suo racconto. Dalla disonestà di un solo individuo, dice l'eroe troiano alla regina Didone,
impara a conoscere gli altri della stessa specie. E' facile trovare testi latini dove anzichè "omnis" viene
utilizzato "omnes" ovviamente con identico significato.

Ab urbe condita:
Dalla fondazione di Roma
Per i Romani l' Urbe per eccellenza era Roma, (caput mundi.) e anche la numerazione degli anni sembra
venisse fatta in funzione della data della sua fondazione che generalmente si fa coincidere con il 21 aprile
dell’anno 753 o 754 A.C. Anche Tito Livio usò simile espressione "Ab Urbe condita libri" per definire la
sua opera storica la cui narrazione appunto iniziava con la fondazione di Roma operata, come leggenda
vuole, da Romolo.

Abusus non tollit usum:


L'abuso non vieta l'uso
Lo stesso concetto viene epresso anche da quest'altra espressione:"Ab abusu ad usum non valet
consequentia" (=L'abuso di una cosa non è valido argomento contro l'uso della medesima). Si tratta di
Massime di diritto. Significa che una cosa si può usare, anche se può esservi chi ne faccia abuso. Es: il fatto
che alcuni abusino del vino, non significa che il suo uso moderato non sia legittimo.

A cane non magno saepe tenetur aper:


Spesso il cinghiale viene catturato da un piccolo cane (Ovidio Remedia amoris 422).
Si racconta sia stata la risposta data dai bolognesi all'imperatore Federico II quando intimò loro di liberare
il figlio Enzo fatto prigioniero a Fossalta. Anche al gigante Golia, (1° Re 17, 4-50), che stando alla
descrizione biblica doveva essere un marcantonio alto più di tre metri (6 cubiti e un palmo), con una
corazza di 80kg (5000 sicli) e una lancia di quasi dieci (600 sicli), bastò per passare a miglior vita un sasso
scagliato dalla fionda di Davide. (1 cubito ebraico = 55cm ca. e siclo ebraico = 16 gr. ca).
Vedi anche "Parva necat morsu spatiosum vipera taurum" (= La piccola vipera uccide con il morso il
possente toro).

Accessit:
Si è avvicinato
Usato nel linguaggio scolastico per indicare un candidato che ha ottenuto voti sufficienti per passare ad una
classe superiore, ha anche il significato di... "premio di consolazione". L'espressione è infatti utilizzata per
indicare, in un concorso, i premi che verranno assegnati ad alcuni dei partecipanti le cui opere, pur non
ottenendo il primo premio, sono ritenute di livello superiore a tutte le altre presentate.

Accidere ex una scintilla incendia passim:


A volte da una sola scintilla scoppia un incendio (Lucrezio, De rerum natura libro V).
Sarebbe bello poter citare questa frase quando la scintilla viene fatta scoccare da Cupido e due colombi si
innamorano, ma troppo spesso viene citata nei libri di storia quando piccole scintille sono causa di guerre e
di distruzioni: ricordiamo, ad esempio, che i colpi di pistola sparati a Sarajevo il 28 giugno 1914, contro l’
erede al trono d’Austria hanno dato origine alla prima guerra mondiale causando circa 10 milioni di morti.

Accipe coronam ducalem ducatus Venetiarum:


Ricevi la corona ducale del ducato di Venezia.
Usata per la prima volta nel 1259 per la incoronazione del doge Riniero Zeno, divenne usuale ad ogni
incoronazione negli anni successivi. All'inizio della scalinata del Palazzo Ducale, il più giovane dei 41
elettori poneva in testa al neo eletto la veta e il più anziano il camauro berretto ducale vero e proprio
accompagnando il gesto con la espressione citata.

Accipe pileum pro corona:


Ricevi il berretto che ha valore di una corona regale.
Formula usata nel conferimento di una laurea al momento della imposizione del "tocco" il copricapo
simbolo del dottorato.
8 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ac per hoc servare:
Conservare a questo scopo (Giustiniano Liber I, 3 De iure personarum).
Tenerli in vita per poterli utilizzare come schiavi: era questo il motivo per cui i prigionieri di guerra non
venivano uccisi ma condotti a Roma e venduti. "... imperatores captivos vendere iubent ac per hoc servare
nec occidere solent". A seguito delle innumerevoli conquiste fatte dall'esercito romano il numero degli
schiavi a Roma fu in costante aumento. Occorre d'altra parte considerare che in mancanza di qualsiasi
forma di automazione ogni attività veniva svolta manualmente e se poi la mano d'opera era gratuita, come
in questo caso, tanto meglio.

Acta Apostolicae Sedis :


Atti della Sede Apostolica.
Sono per la Santa Sede e la Città del Vaticano l'equivalente della nostra "Gazzetta Ufficiale" sulla quale
compaiono tutti i documenti ufficiali del papa e dei massimi organismi della Santa Sede.

Acta est fabula:


La commedia è terminata (Svetonio?)
Vedi anche "Plaudite cives". Con questa espressione nell’antico teatro si annunziava la fine della
rappresentazione e normalmente il povero attore aggiungeva: "Plaudite cives" (=applaudite o cittadini)
abbassandosi a richiedere agli stessi anche gli applausi di cui generalmente erano avari. Sembra che
l'imperatore Augusto la pronunciasse sul letto di morte dopo essersi fatto truccare come un attore di teatro
quasi ad indicare che tutta la vita altro non è che una finzione ed augurandosi di averla interpretata al
meglio chiedeva una ovazione.

Actio personalis moritur cum persona:


Ogni atto legale nei confronti di una persona cessa con la morte della stessa.
Concetto giuridico che afferma come la morte di una delle due parti, l'accusato o l'accusatore, interrompa
l'azione legale.

Actore non probante, reus absolvitur:


Se l'attore non prova i fatti, il reo viene assolto.
Principio giuridico per cui se l'accusatore non riesce a portare la prova dei fatti a fondamento della sua
azione legale, la controparte non viene ritenuta colpevole e quindi deve essere assolta.

Actor sequitur forum rei:


L'attore segue il foro del convenuto.
Principio giuridico che mira a tutelare i diritti del convenuto stabilendo la competenza territoriale del
giudice in base al luogo in cui il convenuto ha la residenza.

Ad abundantiam:
In aggiunta. in più, come se non bastasse quello che già abbiamo.
Viene dal linguaggio giuridico in cui indica prove che si aggiungono ad altre che sarebbero, di per sé, già
sufficienti.

Ad audiendum verbum:
Ad ascoltare la parola.
Espressione utilizzata quando si viene convocati da qualche capo per ricevere direttive o istruzioni, ma in
senso più maligno quando alla chiamata si sa che seguirà una richiesta di giustificazione del proprio
operato ed in questo caso si va "ad audiendum verbum " per un "redde rationem". Se la spiegazione fornita
non è ritenuta accettabile, il tutto si conclude con una sonora "reprimenda” (=lavata di capo).

Ad augusta per angusta:


Alle cose eccelse si arriva solo attraverso le difficoltà.
La gloria e il successo difficilmente si conseguono se non si è disposti ad accettare i sacrifici e superare le
difficoltà che incontriamo ogni giorno, esattamente come uno scalatore che potrà godere del panorama
dall'alto della montagna che ha scalato con tanta fatica e pericolo.
9 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Addenda:
Cose da aggiungere.
Espressione che nei libri elenca le eventuali omissioni avvenute nella composizione del testo. Nella
eventualità che in questo elenco siano comprese anche correzioni da apportare si usa l'espressione
"addenda et corrigenda" (=cose da aggiungere e da correggere).

Ad eundum quo nemo ante iit:


Andare coraggiosamente dove nessuno mai ha messo piede.
Credo che nessun altro uomo sia stato affascinato dall'ignoto quanto Ulisse ma, se le sue avventure altro
non sono che canto di poeti , ben diverso merito va a quanti, scienziati, esploratori, navigatori, astronauti
hanno esplorato terre sconosciute o nuove frontiere scientifiche spinti da quel desiderio di conoscenza a cui
Ulisse invita i suoi compagni di avventura per convincerli a superare le Colonne d'Ercole considerate il
limite ultimo per i mortali "Considerate la vostra semenza:fatti non foste a viver come bruti ma per seguir
virtute e conoscenza"(Dante A., La divina commedia, Inferno, canto XXVI, vv.118-120).

Adferte mihi gladium:


Portatemi una spada (Antico Test. III Re 3,24).
Chi non ricorda la scena delle due donne che contendondosi un figlio, chiedono al re Salomone di essere
giudice imparziale. Questi, forte della sua proverbiale capacità di giudizio: "adferte mihi gladium -dixit
ergo rex - cumque adtulissent gladium coram rege, dividite - inquit - infantem vivum in duas partes et date
dimidiam partem uni et dimidiam partem alteri" (= Portatemi una spada - disse il re - ed avutala soggiunse:
dividete il bambino in due parti e datene metà a una e metà all'altra). Una delle due donne subito si dice
soddisfatta della... "salomonica sentenza" mentre l'altra, disposta a rinunciare al bambino purchè non gli
venga fatto del male, dimostra di esserne la vera madre.

Ad hoc:
(Esclusivamente) per questo.
Creato "ad hoc", pensato "ad hoc", soluzione "ad hoc" pubblicazioni "ad hoc" sono alcuni dei tanti modi di
dire in cui possiamo trovare usata questa citazione latina, contesto in cui diviene quasi sinonimo di
personalizzazione, di cosa fatta o pensata per un ristretto gruppo di appassionati o di utenti. Nell'arte
oratoria invece, un esempio, un paragone o la citazione di una frase che vengono "ad hoc" acquistano il
significato di chiarimento, in senso positivo o negativo, per l'argomento che si sta dibattendo.

Ad hominem:
Contro la persona.
Si usa tale espressione quando si prende a prestito dall'avversario le armi per combatterlo: confutarne le
affermazioni utilizzando parole da lui dette o azioni da lui compiute.

Ad honorem:
Per l'onore, gratuitamente.
Lavorare "ad honorem", significa lavorare senza profitto, gratuitamente. Equivale all'espressione: lavorare
per la gloria. Ricordiamo questo detto ogni qualvolta volta guardiamo le nostre mogli o compagne e a
quanto, con tanto amore, fanno per noi e la famiglia tutta, spesso dopo una faticosa giornata di lavoro.

Ad horas:
A ore, senza indugi, immediatamente.
Espressione che in questi ultimi mesi è diventata di comune utilizzo a proposito e a sproposito in tutti i
giornali e telegiornali ad indicare che una certa cosa va fatta a tambur battente.

Adhuc sub iudice lis est:


La lite è ancora presso il giudice, ossia la sentenza non è ancora stata emessa (Orazio, Ars poetica, 78).
Si cita nelle questioni controverse, sulle quali non si riesce a conseguire un accordo.

Adhuc tua messis in herba est:


Il tuo raccolto è ancora in erba (Ovidio, Heroides XVII, v.263).
L'espressione è tratta da una lettera che Ovidio immagina scritta da Elena a Paride. La donna dopo aver
spiegato al bel troiano che lui è certo più coraggioso come cacciatore di sottane che come guerriero
continua dicendo "Adhuc tua messis in herba est"(=sei un immaturo) se credi che Menelao e gli Achei
resterebbero con le mani in mano se io cedessi alle tue lusinghe. Il detto può anche essere utilizzato per
indicare ad aver pazienza, a saper attendere l'occasione buona.
10 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ad interim:
Frattanto,(provvisoriamente).
Vedi "interim"

Ad instar:
Proprio come..., a somiglianza di...
Espressione curiale per indicare chi ricopre una carica a titolo onorifico ma senza alcun potere esecutivo.

A divinis:
Dai ministeri divini.
La sospensione "a divinis" è una pena di carattere giuridico che viene comminata ai sacerdoti per mancanze
ritenute molto gravi e consiste nell'interdizione a svolgere le funzioni ministeriali sacre come la
Celebrazione della Messa o l'amministrazione dei Sacramenti quali la Confessione, la Comunione, il
Battesimo e l'Unzione degli Infermi.

Ad Kalendas graecas:
Alle calende greche (Svetonio Divus Augustus 87).
La frase "ad kalendas graecas soluturos" viene attribuita all'imperatore Augusto che la pronunciava
ricordando qualche debito che non sarebbe mai stato onorato. Nel calendario romano le"kalendae, le nonae
e le Idi" erano le 3 uniche date fisse di ogni mese e servivano per determinare i restanti giorni. Poichè le
"kalendae" (il 1° di ogni mese) esistevano solo nel calendario romano e non in quello greco tale espressione
equivaleva a "mai"!

Ad libitum:
A piacere, a volontà.
Secondo il proprio capriccio, la propria voglia, la propria sensibilità artistica. La si trova infatti come
indicazione nelle ricette quando la dose non è esattamente determinata, negli spartiti musicali quando il
ritornello può essere ripetuto una o più volte o quando un passaggio vuole essere lasciato alla sensibilità
dell'interprete o in tutte le occasioni nelle quali la quantità non è prefissata.

Ad limina Apostolorum:
Alle soglie degli Apostoli
Espressione del codice di diritto canonico che risale al Concilio di Trento. Indica la visita che ogni vescovo
deve compiere, ogni cinque anni a Roma per onorare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, rendere
omaggio di ossequio e obbedienza al papa e per render conto della propria diocesi. Antesignano di questa
consuetudine fu l'Apostolo Paolo. Nella lettera ai Galati parlando della sua conversione e del suo cammino
verso l’apostolato per i pagani, scrive infatti: “In seguito venni a Gerusalemme per consultare Pietro, e
rimasi presso di lui quindici giorni ...”Galati 1,18-19). “Dopo 14 anni andai di nuovo a Gerusalemme ...
esposi loro il Vangelo, che io predico per i pagani ... per non trovarmi nel rischio di correre o di aver corso
invano” (Galati 2, 1-2).

Ad litteram:
Alla lettera
Si utilizza specialmente parlando di traduzioni o citazioni. Una traduzione può essere fatta "ad litteram",
oppure "ad sensum" (=a senso). Nella traduzione "ad litteram" prevale la necessità di mantenersi il più
possibile aderenti al testo che si va traducendo accettando quindi una perdita di immediatezza e
comprensibilità privilegiate, invece, nella traduzione "ad sensum" .

Ad maiora!:
A successi ancor più grandi!
Formula, ancora attuale, di augurio usata normalmente nei brindisi "inter pocula" per augurare al
festeggiato ulteriori successi nel lavoro, nella scuola o nella carriera.

Ad maiorem Dei gloriam:


Per la grande gloria di Dio.
Motto dei Gesuiti il cui acronimo "A. M. D. G." contrassegnava la maggior parte dei libri editi dalla
"Compagnia di Gesù".
11 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ad metalla:
Alle miniere.
(Vedi damnatio ad...)

Ad multos annos!:
Ancora per molti anni.
Frase augurale usata da vari autori, che sottintende: sii felice. Usata normalmente in occasione di
compleanni o anniversari ed equivale al nostro proverbio: cento di questi anni!.

Ad patres:
Ritornare agli antenati (Antico Testam. Gn. XV, 15).
"Ire ad patres", eufemistica circonlocuzione usata per evitare di pronunciare la parola "morire". Il testo
completo del versetto sarebbe "Tu autem ibis ad patres tuos in pace, sepultus in senectute bona" (=Quanto
a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice). Si usa dire spesso: é tornato
"ad patres", il suo medico l'ha spedito "ad patres". Dalla corruzione di questa biblica espressione deriva il
simpatico detto:"andare a Patrasso" per indicare la morte di un individuo ma soprattutto il fallimento di
una impresa.

Ad perpetuam rei memoriam:


A perenne ricordo dell'avvenimento.
Sono le prime parole che spesso figurano sulle "Bolle pontificie", riportanti le sentenze emesse dalla Santa
Sede su argomenti dottrinali. Il termine "Bolla" deriva del nome del sigillo in piombo (bulla) che
convalidava il documento. Si suole incidere sulle medaglie commemorative, su monumenti, lapidi, ecc. Si
utilizza anche ironicamente per fatti di nessuna importanza che ad ogni costo si vuole che vengano
ricordati.

Ad personam:
Solo per (la) persona.
Espressione usata per indicare qualsiasi cosa non direttamente rivolta alla comunità, ma solo ad una
persona ben precisa o ad una determinata categoria di persone. Alcuni esempi chiariranno il concetto:
l'assegno "ad personam" compete solo al lavoratore che..., le leggi "ad personam" fatte approvare dal
governo sono quanto di più immorale..., il comune fornirà il servizio di assistenza "ad personam" per i
disabili...

Ad referendum:
Con l'obbligo di riferire.
Detta anche "convocatio ad referendum" è la convocazione degli elettori perchè si pronuncino o esprimino
un'opinione su singole questioni. Possono essere di vario tipo: propositivi, consultivi, confermativi,
abrogativi, deliberativi e legislativi. In Italia il 2 giugno 1946, gli italiani furono chiamati a scegliere con un
referendum tra repubblica e monarchia. Con gli attuali governi, e non parlo solo degli ultimi, le decisioni
referendarie degli italiani sono state, spesso, disattese con leggi che aggiravano il responso. Cito come
esempio quello dei finanziamenti pubblici ai partiti.

Ad rem:
Alla cosa.
Direttamente, categoricamente, senza tergiversare, senza titubanza, andare direttamente al cuore del
problema, al nocciolo della questione cioè: ad rem.

Ad reprimendam audaciam Aquilanorum:


Per reprimere l'audacia degli Aquilani.
Sembra che il motto fosse scolpito sull'ingresso del forte fatto costruire dal vicerè spagnolo don Pedro da
Toledo nel 1534 a perenne monito degli abitanti della città dell'Aquila che si erano ribellati al dominio
spagnolo.

Ad unguem:
Fino all'unghia, alla perfezione (Orazio, Satire, I, 5, 32).
Il detto deriva dall'abitudine degli antichi scultori che per valutare la levigatezza delle loro opere vi
passavano sopra l'unghia per riscontrarvi anche la minima imperfezione. L'espressione pertanto significa
finire un lavoro e portarlo alla maggior perfezione possibile. D'altra parte per meglio comprendere il senso
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del detto, guardiamo con quanta cura le nostre mogli, fidanzate o compagne affilano le... armi che madre
natura ha loro fornito.

Ad usum Delphini:
Ad esclusivo uso del Delfino.
Con questa locuzione venivano contrassegnate le edizioni purgate dei classici latini edite "ad hoc" per il
figlio del Re Sole. Si cita ironicamente per qualsiasi cosa che venga falsata a sostegno di qualche tesi.

Ad utrumque paratus:
Sempre pronto sia per una cosa che per l'altra (Virgilio, Eneide, Libro II,) .
"Ad utrumque parati" (= sempre pronti a cambiare schieramento politico) sono stati tanti nostri ministri in
questi ultimi tempi, non mossi da spirito italico ma dalle prebende loro promesse e concesse dimostrando
così di essere dei veri figli del troiano Enea ma Virgilio, venti secoli fa, scrivendo queste parole certo non
pensava a costoro. Siamo infatti sulla spiaggia di Ilio dove dei pastori hanno trascinato il greco Sinone
offertosi volontario e "in utrumque paratus, seu versare dolos seu certae occumbere morti" (= pronto ad
ambedue le cose o a portare a termine l'inganno o soccombere di morte certa). In fondo devo dire che un
minimo di dignità almeno a lui era rimasta: se gli fosse andata male sarebbe stato ucciso ai nostri invece
tutt'al più gli viene dato un ministero di minor importanza.

Ad valorem:
In funzione del valore.
L'I.V.A. (imposta valore aggiunto) è un'imposta "ad valorem", in quanto è proporzionale al valore degli
oggetti acquistati o venduti.

A.E.I.O.U.:
Vedi: Austriae Est Imperare Orbi Universo.

Aegris nihil movisse salus rebus:


In certe situazioni difficili la salvezza viene dal non fare nulla (Silio Italico, Punica 7, vv. 395,396).
Anche i governi italiani di questi ultimi anni devono aver sperato che l'inazione politica che li ha
caratterizzati potesse risolvere i problemi della nazione ma così non è stato. Sarà perchè, non rispettando
alla lettera il detto e continuando nel solito malcostume italiano, che negli ultimi lustri si è evoluto in forme
sempre più camaleontiche, qualche cosa hanno fatto: "I loro interessi!"?

Aequat quadrata rotundis; facit de albo nigrum; falsum in verum mutat:


Eguaglia il quadrato al cerchio, rende il bianco simile al nero (Brocardo).
Con queste tre suggestive espressioni i romani affermavano che nessuna sentenza passata in giudicato
avrebbe mai potuto tornare ad essere oggetto di discussione o contestazione tra le parti rispetto a qualunque
futuro processo.
Detto segnalato da Sara

Aequo animo esto:


Stai tranquillo - su con il morale - coraggio (Antico testam., Giuditta 11,1: 11,3).
Si tratta delle parole che Oloferne usa per tranquillizzare Giuditta recatasi nel suo accampamento con
l'intenzione di ucciderlo. Sempre nello stesso libro al cap. 7,30 troviamo "Aequo animo estote" (=Coraggio,
state tranquilli) incoraggiamento rivolto dal profeta Ozia agli abitanti di Betulia assediata da Oloferne.

Aequo pulsat pede:


(La morte) colpisce con piede imparziale (Orazio, Odi, I, 4, 13).
La morte non fa distinzione fra monarchi e sudditi, fra ricchi e poveri, fra giovani e vecchi. "Pallida mors
aequo pulsat pede pauperum tabernas regumque turres" (= la pallida morte con piede imparziale bussa alle
stamberghe dei poveri e ai palazzi dei re). Effettivamente, come dice la saggezza popolare, di fronte alla
morte siamo tutti uguali.

Aere perennius:
Più duraturo del bronzo (Orazio, Odi, III, 30, 1).
Il poeta dice d’aver eretto un monumento, con i suoi poemi, che nei secoli sarà più duraturo del bronzo e ne
renderà immortale fama e memoria. La frase completa era: "Exegi monumentum aere perennius".
13 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Aes triplex:
Triplo bronzo (triplo strato di bronzo) Orazio (lib. I, ode III, v. 9).
Il poeta immagina ed esalta il coraggio del primo navigatore che, sprezzante di ogni pericolo, affida la
propria vita ad una fragile imbarcazione: "Illi robur et aes triplex circa pectus erat, qui fragilem truci
commisit pelago ratem primus..." (=Aveva il cuore foderato di quercia e triplo strato di bronzo colui che
per primo affidò il suo fragile legno al torvo mare...).

Aeternum tenet per saecula nomen:


Manterrà il nome eterno nei secoli (Virgilio Eneide Libro VI v. 235).
La frase è indirizzata a Miseno, trombettiere dell'esercito Troiano, ucciso da un Tritone invidioso per la sua
bravura nel suonare la tromba. Bruciato il corpo su una pira, come da tradizione, e riposte le sue ceneri in
un'urna, viene sepolto ai piedi di un monte, che, come afferma Enea, nei secoli continuerà a portare il suo
nome ricordandolo in eterno.

Aeternum vale:
Addio per sempre (Virgilio Eneide libro XI,98)
E' l'affettuoso e accorato saluto che Enea fa alle spoglie di Pallante figlio di Evandro re degli Arcadi ed
alleato dei Troiani. Turno, re dei Rutuli in un duello aveva ucciso il giovane e si era impadronito della sue
armi. Saranno proprio queste armi la causadella morte di Turno. Nel duello finale infatti, dove Enea ha la
meglio sull'avversario, vedendogliele addosso lo uccide.

Affirmanti incumbit probatio:


La prova di una affermazione spetta a chi afferma (Brocardo).
Di identico senso è anche l'espressione che incontriamo nel Digesto (22, 3, 2) "Ei incumbit qui dicit, non
qui negat" (=spetta a chi dice, non a chi nega).

A fortiori:
A più forte (ragione).
La frase completa infatti è "a fortiori ratione" (=a maggior ragione). Argomento portato in una discussione
per rafforzare una tesi già di per sè valida ed accettata.

Age quod agis:


Fa bene quanto stai facendo.
Vedi anche "bene omnia fecit". Suggerimento a mettere il massimo impegno, evitando ogni superficialità,
in ogni occupazione anche quelle di secondaria importanza. Ritengo possa essere un sano e saggio
principio non solo di vita ma anche aziendale; dirigenti e maestranze dovrebbero far propria questa
massima e operare al meglio ricordando che, in funzione di come ognuno avrà svolto il proprio compito, le
ripercussioni su quanti vengono coinvolti dal nostro operato saranno positive o negative .

Aggressus non tenet in manu stateram:


L'aggredito non tiene in mano la bilancia.
Espressione usata ed abusata da chi, a torto o a ragione, sentendosi minacciato da un avversario
istintivamente reagisce in maniera sproporzionata alla minaccia o al torto subito.
Vedere "Par pari refertur".

Agnosco veteris vestigia flammae:


Conosco i sintomi dell'antico amore (Virg., Eneide, IV, 23).
Didone vedova di Sicheo, confessando alla sorella il suo amore per Enea, afferma di provare per lui la
stessa passione che aveva nutrito per il marito defunto.

Agnus Dei:
Agnello di Dio (Nuovo Testamento S. Giovanni, I. 29).
L’ Apostolo parla di Gesù Cristo raffigurato sotto le forme dell’agnello, per insegnarci la mansuetudine.
Queste parole ricorrono nella liturgia della Messa

Agrum... manibus suis colebat:


Coltivava il campo con le proprie man ( Eutropio, Breviario, 1, 17).
È l’elogio che lo storico fa a L. Quinzio Cincinnato che, da quanto raccontano, passava con naturalezza
dalle fatiche dei campi a quelle di condottiero e viceversa.
14 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Aio te, Aeacida, Romanos vincere posse:
Io dico che tu o figlio di Eaco potrai vincere i Romani, oppure Io dico che i Romani vinceranno te o figlio
di Eaco. (Quinto Ennio Annali libro IV fragmenta 174).
Responso dato dall'oracolo di Delfo a Pirro che lo interrogava sull'esito della sua avventura in Italia che,
come tutti sappiamo, non è poi finita troppo bene. Si tratta di un classico esempio di predizione che, come
si vede dalla traduzione, consente una doppia interpretazione.

A latere:
Al fianco...Presso a ..
Termine tecnico che indica i due giudici che stanno al fianco del presidente del tribunale e con lui formano
il collegio giudicante. Si dice anche dei cardinali scelti dal Papa per missioni diplomatiche.

Albo notanda lapillo:


Giorno da contrassegnare con un sassolino bianco.
Allude alla abitudine dei Romani di segnare i giorni felici (fasti) con un sassolino bianco; i giorni infelici
(nefasti) con uno nero.

Alea iacta est:


Il dado è tratto.(Svetonio, Cesare, 32).
Alcuni riportano il detto nella versione "alea iacta esto" (=il dado sia tratto). Noi abbiamo scelto la dizione
scelta da "The latin library" del George Mason University. E' la storica frase di Cesare al passaggio del
Rubicone, fiume che non poteva essere superato in direzione di Roma da generali romani alla testa di un
esercito . Si usa esclamarlo quando, dopo lunghe e complicate discussioni si prende una decisione
risolutiva, che non ammette ripensamenti.

Alias (vices)
Alias (dictus):
In altre circostanze
Altrimenti detto (Espressione giuridica).
Usato quasi esclusivamente nel secondo significato di altro nome o pseudonimo. Quando una persona o una
cosa può essere identificata in modo diverso dal suo nome si ricorre all'uso di "alias": esempio ne sono
cantanti o attori come Fernand Contandin "alias" Fernandel.

Alibi:
Altrove
I film polizieschi e la cronaca nera ci hanno abituati all'uso di questo ternine. Per estensione del termine
"alibi" è diventato sinonimo di attenuante, di giustificazione.

Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt:


Abbiamo davanti agli occhi i vizi degli altri, mentre i nostri ci stanno dietro (Seneca De rerum natura
Libro II , XXVIII).
Raccontata con altre parole è la riedizione della famosa favola di Fedro in cui si racconta che Giove ha
messo sulle spalle di ognuno due bisacce. Quella sul petto, in cui è possibile guardare dentro con facilità,
contiene i difetti degli altri, mentre quella dietro, che non possiamo vedere, è piena dei nostri. Vedi anche
"Peras imposuit Iuppiter nobis duas". Concetto analogo viene espresso nel passo evangelico dove siamo
invitati a... invertire le due bisacce per meglio permetterci di guardare in quella nostra: "quid autem vides
festucam in oculo fratris tui trabem autem quae in oculo tuo est non consideras? (=Perchè guardi la
pagliuzza che è nell'occhio di tuo fratello e non badi alla trave che hai nel tuo?)(Nuovo Test. Lc. 6,41)".

Aliquando et insanire iucundum est:


Di tanto in tanto è piacevole fare qualche pazzia (Seneca De tranquillitate animi Libro XVII, 10).
Dalle parole che introducono simile espressione sembra che Seneca abbia preso l'espressione da un poeta
greco "Nam, sive graeco poetae credimus: aliquando..." (=infatti sia che diamo retta al poeta greco quando
sostiene che di tanto in tanto...).
15 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Aliquis latet error:
C'è sotto un qualche imbroglio ( Virgilio, Eneide, Libro II, v.48).
Sono le parole pronunciate da Laocoonte sulla spiaggia di Ilio guardando il cavallo ideato da Ulisse.
Vedi anche "Timeo Danaos et dona ferentes" (=Temo i Greci anche quando portano doni).

Alium silere quod voles, primus sile:


Non raccontare tu per primo quello che vuoi che un altro non racconti (Seneca, Fedra 876).
Sano principio che certo non aveva preso in considerazione il barocciaio a cui fra Cristoforo aveva affidato
Lucia e Agnese. Scrive Manzoni al capitolo XI de "I promessi sposi" che "Una delle consolazioni di questa
vita è l'amicizia e una delle consolazioni dell'amicizia è quell'avere a cui confidare un segreto". "... Il buon
uomo da cui erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitré, col suo baroccio, a
Pescarenico, s'imbatté, prima di arrivare a casa, in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza,
l'opera buona che aveva fatta ..." dando al Griso l'opportunità di venire a capo di tutto in meno di due ore.

Alleluia:
Lode al Signore.
Espressione di gioia e lode che S. Girolamo derivò dall’ebraico "Halal" (=Lodare) e "Jah" (=Signore) e
introdusse nella liturgia cristiana. Nella chiesa cattolica vengono sospese le preghiere o i canti con simile
espressione durante la quaresima per il carattere penitenziale che questo periodo rappresenta.

Alma mater:
Madre fertile (Virgilio, passim).
D’ uso molto frequente presso i poeti, che chiamano la terra fertile, considerandola come madre di ogni
essere vivente, animale e vegetale.

Alter ego:
Un altro me stesso.
Lo si dice normalmente di chi gode della totale fiducia del mandante con piena facoltà di parlare ed agire a
suo nome.

Alterius non sit qui suus esse potest:


Non appartenga a un altro chi può appartenere a se stesso (Cicerone).
Questa frase di Cicerone era stata scelta come motto da Philippus Aureolus Teophrastus Bombastus von
Hohenheim meglio conosciuto come "Paracelso" nato in Svizzera nel 1493 e morto nel 1541. Fu
professore alla università di Basilea medico alchimista e mago.

Ama et quod vis fac :


Ama e poi quello che vuoi fallo (Attribuita a sant' Agostíno ).
Ritengo che questo invito di sant'Agostino sia stato male interpretato dagli ultimi nostri politici. Il santo di
Ippona non parlava di amanti, escort , bunga bunga, serate a luci rosse e non era certo questo tipo di amore
(a pagamento) che successivamente autorizzava le varie leggi e leggine "ad personam".

Amant alterna camenae:


(Le muse) amano i canti alternati (Virgilio, egloghe. III, v. 59).
Due pastori, Dameta e Menalca, si sfidano al flauto ed eleggono come giudice il pastore Palemone che dice
loro: Cominciate, ora che ci siamo seduti sulla molle erbetta, e ora che ogni campo, ora che ogni albero
produce, ora che le selve fioriscono, ora che la stagione bellissima. Comincia, o Dameta, tu, o Menalca,
attaccherai dopo. Canterete alternativamente: le Camene amano i canti alterni. "Alternis dicetis ; amant
alterna Camenae".

Ambitiosa recidet ornamenta:


Toglierà gli ornamenti suggeriti dall'ambizione (Orazio Ars poetica, v. 447).
Il poeta traccia il ritratto di un critico severo ma giusto che dovrà eliminare i versi inutili, addolcire quelli
troppo duri, eliminare gli inutili orpelli
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Amen:
Prestar fede, credere.
Termine aramaico (lingua parlata da Gesù) che deriva del verbo"aman" il cui significato primitivo è "aver
trovato un punto di riferimento (nel deserto), una roccia come riparo nella notte...". Per traslato lo stesso
termine indica il "rendere sicuro, stabile, l'avere fiducia". Nella religione cristiana, pronunciato al termine
di ogni preghiera, non vuole esserne la formula di chiusura ma una autentica e completa professione di
fede. Nell'uso corrente indica rassegnata accettazione di quanto non è in nostro potere cambiare o la
rapidità con cui una determinata azione viene compiuta (sono arrivato in un "amen"), anche se in
quest'ultimo impiego resta più indicata l'espressione "fiat".

Amice, ad quid venisti?:


Amico per quale motivo sei venuto (Nuovo testamento Mt.26, 50).
Con atteggiamento scherzoso si indirizza simile domanda a chi, inaspettatamente , viene a farci visita. Ben
altro senso invece avrebbe se consideriamo l'occasione in cui è effettivamente stata pronunciata. Come
scrive l'evangelista Matteo, infatti, è la domanda che Gesù fa all'Apostolo Giuda nel momento in cui questi
lo bacia. Aveva infatti convenuto con i principi dei Sacerdoti:"quemcumque osculatus fuero ipse est tenete
eum" (=chi bacerò è lui, pigliatelo).

Amicis et, ne paucis pateat, etiam fictis:


Questa porta è aperta agli amici e, affinchè non siano pochi, anche ai falsi amici.
Cosi l'avvocato Francesco Leo, patriota uomo di governo e poeta, fece scrivere sulla porta della propria
villa di campagna dove, in volontario esilio, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza.
La segnalazione è del pronipote Eduardo. Personalmente ho trovato interessante il libro da lui scritto e
pubblicato in rete che segnalo ai visitatori: I Leo di Chiaromonte

Amicitia inter pocula contracta, plerumque est vitrea:


Un'amicizia avvenuta tra i bicchieri è spesso fragile come il vetro (Ignoto).
Certo il vino libera la persona dai freni inibitori e la invoglia ad aprirsi più facilmente agli altri, ma da qui a
stringere amicizia, intesa come il sentimento che lega quasi indissolubilmente due o più persone, con i
compagni di bevuta ne passa di differenza! Vedi anche "inter pocula".

Amicitia semper prodest, amor aliquando etiam nocet:


L'amicizia è sempre utile, l'amore a volte può anche nuocere (Seneca Lettere a Lucilio Libro IV - 35 &
Publio Syro, Sententiae falso inter publilianas receptae v. 20).
L'amicizia è conseguenza di un atteggiamento normalmente razionale nei confronti di un'altra persona
mentre l'amore, coinvolgendo la sfera affettiva e irrazionale è difficilmente controllabile dalla ragione e
quindi può risultare deleterio se spinto all'eccesso.
Detto segnalato da Alberto Di S.

Amicus Plato, sed magis amica veritas:


Sono sì amico di Platone, ma ancora più della verità (Ammonio, Vita d’Aristotele).
Sentenza che significa doversi a volte sacrificare anche le amicizie personali, se contrarie alla verità, e alla
giustizia.

Amittit merito proprium qui alienum appetit:


Perde giustamente il proprio chi desidera l'altrui (Fedro, Favolòe, Libro I, 4,1).
È la morale della favola: "il cane che porta la carne attraverso il fiume". L'animale, per afferrare l’ombra
più grande riflessa nell’acqua, finì col perdere anche il pezzo di carne che teneva tra i denti.

Amore more ore re:


Dall'amore, dal comportamento, dalla bocca e dalla cosa. Autore ignoto... almeno per me).
Anche i romani si divertivano, sempre che il detto non sia stato pensato, in secoli più recenti, da qualche
bontempone che voleva mettere in difficoltà gli studenti. Vorrebbe essere, almeno a prima vista un
esercizio stilistico per dare al lettore l'impressione di risentire nelle parole che legge il riecheggiare delle
ultime lettere pronunciate. "Verus amicus amore more ore re cognoscitur" (=Il vero amico si riconosce
dall'amore, dal comportamento, dalle parole e dalle azioni).
17 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Amor descendit:
L'amore si trasmette.
E' questa l'interpretazione data dal padre di Alberto di S. che ci ha segnalato il detto. L'amore dei genitori
passa ai figli in un ciclo ininterrotto. Troviamo un' analoga espressione in uno scritto di sant'Agostino
"Omnis amor aut ascendit, aut descendit." che potrebbe estendere il concetto dell'amore "umano":
nell'ambito famigliare si amano prima genitori, poi il coniuge, poi i figli, i nipoti estendendo sempre più
questo "allargarsi" agli altri come i cerchi sull'acqua.
Per il santo di Ippona, che non parla di amore "umano" ma "divino", il significato è però completamente
diverso. "Omnis amor aut ascendit, aut descendit. Desiderio enim bono levamur ad Deum, et desiderio
malo ad ima praecipitamur" (=Ogni tipo di amore è diretto verso l'alto o verso il basso. Veniamo infatti
elevati verso Dio dai buoni desideri ma precipitati verso il basso da quelli cattivi).
Detto segnalato da Alberto di S.

Amor et deliciae humani generis:


Amore e delizia del genere umano (Eutropio, Breviario. VII. 21).
Soprannome che l’imperatore Tito Vespasiano meritò per la sua bontà e benevolenza verso i sudditi.
Accorgendosi un giorno di non aver beneficato alcuno, disse addolorato: “Amici, hodie diem perdid”i.
(=amici, oggi ho sprecato un giorno).

Anathema sit:
Sia scomunicato (Nuovo Testamenteo Gal. 1,8).
"Sed licet nos aut angelus de caelo evangelizet vobis praeterquam quod evangelizavimus vobis, anathema
sit!" (=Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi
abbiamo predicato, sia anàtema!).
Con questa espressione di san Paolo iniziano tutti gli atti del Concilio di Trento (1545 - 1563) che
condannano le varie eresie e dottrine non accettate dalla Chiesa cattolica.

Angulus ridet:
Quest'angolo di terra mi rende felice (Orazio, Odi, Il, 6, 13).
La frase completa é: ”ille terrarum mihi praeter omnis angulus ridet” (=questo angolo di mondo mi piace
più di qualsiasi altro). Si dice delle cose piccole e graziose, dei luoghi appartati nei quali, lontano dal caos,
si ritrova la felicità. Come scritto sulla Home page del sito di Pieve di Revigozzo, è stato proprio l’affetto e
l’attacamento che provo per quell’angolo di mondo ad invogliarmi a parlarne.

Animos nil magnae laudis egentes:


Animi schivi di gloria (Virgilio Eneide Libro V v 751).
Sono le parole con le quali il poeta stigmatizza quanti non intendono partire con Enea verso i lidi a cui il
Fato li ha destinati. I Troiani sono in Sicilia e stanno celebrando i giochi in onore di Anchise quando le
donne, stanche di peregrinare di terra in terra, incendiano le navi per evitare una nuova partenza. A questo
punto Enea, consigliato da Acate e dal padre Anchise, apparsogli in sogno, decide di riprendere il mare con
i pochi coraggiosi che hanno deciso di seguirlo per raggiungere la terra assegnata loro dal destino.

Animus meminisse horret:


L'animo inorridisce nel ricordare. (Virg., Eneide, II, 12).
Sono le parole di Enea quando incomincia a raccontare la grande tragedia della guerra di Troia.

An nescis longas regibus esse manus?:


Non sai che i re hanno le mani lunghe? (Ovidio, Heroides, XVII v. 166).
Elena, in una immaginaria lettera a Paride, ospite nel suo palazzo ed innamorato di lei cerca di convincerlo
a dimenticarla. E' pur vero che Menelao suo marito in questo momento è lontano dal palazzo ma ai
domestici non sono certo sfuggiti i loro sguardi languidi e la notizia della tresca potrebbe giungere alle
orecchie del marito e, pur se fuggissero a Ilio, la punizione sarebbe comunque certa perchè i re hanno il
potere di colpire anche lontano.

An Petrus fuerit Romae, sub iudice lis est. Simonem Romae nemo fuisse negat:
Sul fatto che Pietro sia stato a Roma possono esserci dubbi. Che ci sia stato Simone ne siamo certi (Owen
Epigr. I, 8).
Epigramma con il quale nel '600 si accusava (disgraziatamente non a torto) la Chiesa Romana di simonia.
Attribuito a John Owens, (1615-1683), teologo inglese che venne da Cromwell nominato decano della
Christ Church of Oxford.
18 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ante ferit quam flamma micet:
Colpisce ancor prima che se ne veda la fiammata (Filippo III Duca di Borgogna 1396-1467).
Sembra che tale espressione sia stata coniata osservando gli effetti delle armi da fuoco che in quell'epoca
cominciavano a fare la loro comparsa sui campi di battaglia. Sempre lo stesso Filippo III, istituendo nel
1429 l'ordine cavalleresco del Toson d'oro, volle che venisse riportata sullo stemma.

Ante litteram:
Prima della lettera cioè della "didascalia".
Si tratta della prova di stampa eseguita per verificare la bontà del risultato ancor prima che venga apposta la
didascalia.
In senso figurato significa precorrere, anticipare i tempi con le proprie idee o intuizioni.

Ante lucrum nomen:


La reputazione prima del guadagno.
Potrà accadere che sugli scaffali dei supermercati troviate qualche prodotto sulla cui scatola appare questo
motto che con traduzione meno letterale significa :"La soddisfazione del cliente viene prima del
guadagno". Alla fine degli anni 80 il nostro sistema industriale ha dovuto rapportarsi "obtorto collo" a
quello che i giapponesi avevano sviluppato da una decina di anni. Rovesciando il modello occidentale dove
efficienza e qualità erano visti come due concetti in contrapposizione, in quanto quest'ultima riducendo
l'efficienza produttiva diminuiva il profitto, posero la qualità, non più vista come solo controllo del
processo produttivo, alla base di ogni loro comportamento aziendale.
La soddisfazione del cliente era l’obiettivo alla base di questa nuova strategia di gestione conosciuta come
"Company-wide Quality Control" o più semplicemente in italiano "Qualità Totale".

Antiquam exquirite matrem:


Ricercate l'antica madre (Virgilio Eneide libro III v. 96)
Fuggito dalla Tracia dopo aver conosciuto la tragica fine di Polidoro Enea, non appena i venti glielo
consentono, si reca a Delo per chiedere all'oracolo dove dirigersi. Alla richiesta dell'eroe Troiano il dio
Apollo risponde di cercare l'antica Madre, cioè lo invita a recarsi in quella terra da dove è arrivato il
fondatore della città di Troia. Interpretando in modo erroneo simile responso Enea si reca a Creta, isola
dalla quale era venuto Teucro. Solo successivamente gli verrà rivelato che la sua futura patria è l'Italia, terra
da cui è arrivato Dardano l'altro capostipite dei Troiani.

Appellatio ad Caesarem:
Appellarsi a Cesare.
Al governatore Porzio Festo, che per ingraziarsi i Giudei, aveva intentato un processo nei suoi confronti,
san Paolo, facendosi forte del suo diritto di cittadino romano di poter ricusare qualsiasi tribunale ed
appellarsi direttamente all'imperatore disse: "Caesarem appello! " e al governatore "obtorto collo" non
restò che rispondere: "Caesarem appellasti ad Caesarem ibis" (Atti degli Apostoli 25,11) (=ti sei appellato
a Cesare a a Cesare andrai). La cittadinanza romana, per i benefici che comportava, era a volte anche
comprata a caro prezzo come, sempre a san Paolo, confessa un tribuno che lo aveva fatto imprigionare "ego
multa summa civitatem hanc consecutus sum" (=ho pagato tanto per poterla avere) e a lui Paolo risponde
"ego autem et natus sum"(Atti degli Apostoli 22,28) (=io invece sono nato con tale diritto.

Aperietur vobis:
Vi sarà aperto.
Parole tratte dal Vangelo: Chiedete e vi sarà dato, ... bussate e vi sarà aperto.

Apertis verbis:
Con parole chiare.
Dire quanto si deve dire senza troppe circonlocuzioni, andando dritto al problema.

A posteriori:
Da ciò che è dopo (Partire dalle conseguenze).
Il ragionamento "a posteriori" partendo dal dato empirico risale col metodo induttivo ai principi generali.

A priori:
Da ciò che è prima.
Il ragionamento "a priori" parte da un dato assodato ed arriva, con il metodo deduttivo, alle estreme
conclusioni.
19 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Aquae furtivae dulciores sunt et panis in abscondito suavior:
Le acque furtive sono dolci e il pane preso di nascosto è più gustoso (Antico Testam., Prov. 9,17).
Il dolce ed allettante sapore delle cose proibite non ha paragone con quanto può essere fatto alla luce del
sole iniziando da Eva che ruba la mela per terminare col ragazzino che ruba la marmellata... in casa (chi di
noi non l'ha fatto?).
L' autore della frase citata ricorda che l'uomo nella sua vita è invitato a due banchetti e deve scegliere se
accettare il piacere che le offre la clandestinità intesa come stoltezza o sedere alla tavola della sapienza.

Aquila non capit muscas:


L'aquila non va a caccia delle mosche.
Significa che non si può pretendere che persone altolocate s’interessino a controversie o a fatti di nessuna
importanza.

Arbiter elegantiae:
Arbitro di raffinatezza.
Così era definito Gaio Petronio. Possiamo considerare tale un uomo di buon gusto, raffinato nei piaceri: un
esteta, un signore che gode dei piaceri rari e non può sopportare le persone grossolane.

Arbores felices - Arbores infelices:


Alberi felici (di buon augurio) - Alberi infelici (di cattivo augurio).
Popolo contadino i romani vissero per anni legati alla terra. Alla morte di Anco Marzio con l'avvento al
trono di un personaggio di origine etrusca, tale Tarquinio Prisco, la politica interna ed estera, le credenze
religiose ed il diritto subirono una serie di cambiamenti mutuati da questa civiltà decisamente più evoluta
della loro. Per gli Etruschi esisteva una distinzione tra alberi portafortuna e alberi portaiella. Il fico dai frutti
neri, ad esempio era considerato, proprio per il colore dei sui frutti che ricordavano la notte, un albero
infelice. A questa seconda categoria di alberi si usava a quei tempi legare il condannato a morte e rispedirlo
al creatore a colpi di verga: certo che per lui quello non poteva definirsi un giorno "albo notanda lapillo".

Arcades ambo:
Arcadi tutti e due.(Virg., Egloghe, VII, 4).
Virgilio parla di due pastori, ambedue d’Arcadia, quindi esperti nel canto. Presso di noi si usa riportar la
frase con significato satirico, alludendo a due persone che fanno il paio per malvagità o difetti.

Arena sine calce:


Sabbia senza calce oppure Stadio senza righe.
Sono doverose due parole di spiegazione per questa duplice traduzione e, se è inutile spiegare che la sabbia
senza un legante quale calce o cemento si sbriciola tra le dita facendo crollare l’edificio, per comprendere
la seconda occorre ricordare che il vocabolo arena significa sia sabbia sia stadio dove la calce, come ancor
oggi nei campi da calcio, veniva usata per delimitare l’area in cui avveniva la competizione o quant’altro
potesse essere utile allo svolgimento della stessa.
Si racconta (Svetonio?) che con questa lapidaria e sarcastica sentenza l'imperatore Caligola definisse lo
stile letterario di Seneca. Troppo ben abituato alla lettura delle opere di Cesare e di Cicerone questo
imperatore giudicava questi scritti oltre che tacitiani “ante litteram” per i nessi logici impliciti con
l'omissione delle congiunzioni subordinanti, l'ellissi del verbo o di altre parti del discorso, anche
disorganici, privi di sistematicità sia singolarmente che nella disposizione della raccolta dove spesso risulta
difficile individuare un piano logico, con frasi aventi ciascuna un valore autonomo, condensate in forma di
sentenza.
Lascio ai lettori la scelta della traduzione che meglio può rappresentare il pensiero di Caligola.

Argumentum ad antiquitatem:
Argomentazione basata sulla tradizione.
Ragionamento che si sviluppa affermando che qualcosa è giusto o valido soltanto perché è vecchio, o
perché "è come è sempre stato".

Argumentum ad auctoritatem:
Argomentazione basata sull'autorità.
Sofisma che appoggia la validità del ragionamento sull'autorità indiscussa di qualche noto personaggio.
20 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Argumentum ad baculum:
Argomentazione basata sul potere,il potere ha sempre ragione.
Si tratta di una argomentazione spesso utilizzata in politica e in religione per suggestionare la massa.

Argumentum ad crumenam:
Argomentazione basata sui soldi.
Ritenere che il denaro sia il criterio per stabilire la giustizia: quelli che hanno più denaro hanno più
probabilmente ragione degli altri.

Argumentum ad hominem:
Argomentazione contro la persona dell'avversario.
Invece di dimostrare la falsità delle affermazioni dell'avversario, questo tipo di argomentazione è rivolta
"contro la persona"

Argumentum ad ignorantiam:
Argomentazione basata sulla non conoscenza.
Questa argomentazione afferma che una tesi è vera solo per il fatto che non è stata provata la sua falsità o
viceversa.

Argumentum ad Lazarum:
Argomentazione basata sulla povertà.
Sostenere che qualcuno, per il fatto che è più povero, è anche più sano o più virtuoso di qualcun altro che è
ricco.

Argumentum ad misericordiam:
Argomentazione che fa leva sulla pietà.
Far leva sulla pietà dell'uditorio è un modo per sviare psicologicamente l'attenzione rispetto alla tesi
sostenuta ed ottenere così il consenso.

Argumentum ad nauseam:
Argomentazione basata sulla continua ripetione.
Consiste nella costante ripetizione di una affermazione e si basa sulla credenza che una tesi diventi tanto
più vera quanto più viene comunicata.

Argumentum ad novitatem:
Argomentazione che fa leva sulla novità.
Qualcosa è giusto o valido soltanto perché è nuovo, o più nuovo di qualsiasi altra cosa.

Argumentum ad numerum:
Argomentazione basata sulla quantità.
Con quesa forma di sofisma si afferma che quante più persone sostengono una certa tesi tanto più questa
tesi è vera.
Argumentum ad populum:
Equivale al "vox populi vox Dei" (=voce del popolo voce di Dio).
Si basa sul fatto che la tesi esposta è condivisa da un grande numero di persone.

Argumentum ad verecundiam:
Argomentazione basata sul rispetto.
Molto simile all' "Argumentum ad auctoritatem" Forma di argomentazione molto persuasiva ed utilizzata
nel vivere quotidiano.

Arrectis auribus:
Con le orecchie attente ( Virgilio Eneide, Libro II, v.303).
E' Enea, a cui in sogno è apparso Ettore esortandolo a fuggire, che svegliatosi e salito sul punto più alto
della casa tende l'orecchio per individuare l'origine del frastuono e del fragore d'armi. Una bellissima
immagine di "orecchie attente" la troviamo al cap. XI dei Promessi Sposi. "Il Griso... ...camminava come il
lupo, che spinto dalla fame... ...scende da' suoi monti, dove non c'è che neve, s'avanza sospettosamente nel
piano, si ferma ogni tanto, con una zampa sospesa, dimenando la coda spelacchiata... ...rizza gli orecchi
acuti, e gira due occhi sanguigni, da cui traluce insieme l'ardore della preda e il terrore della caccia”.
21 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Potrebbe essere anche un invito ai nostri governanti a tenere le orecchie dritte se non fosse che come i
Troiani sono da decenni immersi in sonno comatoso.

Ars aemula naturae:


L'arte emula la natura (Lucio Apuleio Metamorfosi Libro II,4).
"Sub extrema saxi margine poma et uvae faberrime politae dependent, quas ars aemula naturae veritati
similes explicuit" (= Dagli orli alti del sasso frutti ed uve pendevano, di squisita fattura, simili in tutto al
vero, avendo l'arte emulato la natura).

Ars longa, vita brevis:


L'arte è lunga, la vita è breve.
Sentenza che derivata da un aforisma di Ippocrate. Il senso è questo: in tutte le arti, la vita di un uomo è
insufficiente per raggiungere la perfezione, che suppone l’esercizio progressivo di più generazioni.

Asinus asinum fricat:


L'asino accarezza l'asino.
È un motto che ricorre spesso alla mente quando si vedono atti continui di mutua incensazione fra due
persone di scarsa intelligenza. E' l'equivalente del nostro detto: “Dio li fa e poi li accoppia”.

Asinus portans mysteria:


Un asino che porta i misteri.
Locuzione derivata dalla vita dei primitivi Cristiani che, costretti a celare alla curiosità dei pagani le Sacre
Specie, venivano così definiti. Si applica alle persone saccenti che si arrogano la missione di illuminare il
mondo e che si mostrano gelose ed orgogliose dei loro segreti scientifici o professionali.

Assem habeas, assem valeas; habes habeberis:


Se possedi un asse vali un asse; possiedi e sarai stimato( Petronio Satirycon LXXVIII, v.6).
Di identico significato troviamo in Orazio, Satire, libro I, satira I, verso 62 "nil satis est, inquit, quia tanti
quantum habeas sis" (=Non basta mai niente, disse, perché sei ciò che possiedi).

Assidua stilla saxum excavat:


La goccia continua scava la roccia (Erasmo da Rotterdam Adagia).
Si tratta di una reinterpretazione di un concetto di Ovidio. Vedi "Gutta cavat lapidem, consumitur annulus
usu"

Attrectare nefas:
Non è lecito toccare ( Virgilio Eneide libro II v. 718).
La religione pagana vietava a chiunque avesse le mani macchiate di sangue di toccare arredi sacri o statue
delle divinità. Era obbligo in simili occasioni lavare prima le mani con acqua attinta ad una fonte.
Nel linguaggio comune si usa per invitare qualcuno a non allungare troppo le mani su cose delicate o a lui
non destinate

Audacter calumniare, semper aliquid haeret:


Calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre attaccato (Francesco Bacone, De dignitate et augmentis
scientiarum).
Amara considerazione: in questi ultimi anni, indipendentemente dalle idee e dagli schieramenti, tutti i
nostri politici, hanno fatto largo uso di questo detto spandendo a piene mani letame sul partito avverso.
Ero a conoscenza della versione francese attribuita a Voltaire, ma non sapevo ne esistesse una latina di
Francesco Bacone (filosofo inglese, 1561-1626) vissuto quasi un secolo prima di Voltaire.
Detto segnalato da Paolo M.

Audax Iapeti genus:


L'audace progenie di Giapeto (Orazio, Od. I, 3).
Il poeta parla qui di Prometeo, il dio del fuoco; ma la citazione si riferisce al genere umano, che con le sue
attuali e continue scoperte, ne giustifica appieno l’applicazione.
22 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Audendum est, fortes adiuvat ipsa Venus:
Bisogna osare, la stessa Venere aiuta i forti (Tibullo Elegie libro I eleg. II v.16).
Effettivamente la stessa Venere ha sempre cercato di dare il buon esempio (o cattivo? decidete voi!). Sposa
del dio Vulcano, che zoppo e sempre sporco di morchia per il lavoro che svolgeva non doveva essere
troppo attraente come pure non dovevano essere dei belloni con quell'unico occhi in mezzo alla fronte i
Ciclopi suoi collaboratori, non disdegnò la compagnia di Marte, il prestante dio della guerra, di Anchise, di
Bute e Adone, tutti giovani, bellocci e nerboruti tanto per ricordare i più noti. Perfino "donna Prassede" (I
Promessi Sposi cap XVII) parlando del costume delle giovani diceva: "quando hanno nel cuore uno
scapestrato (ed è lì che inclinano sempre), non se lo staccan più. Un partito onesto... ...son subito
rassegnate; ma un rompicollo, è piaga incurabile".

Audentes fortuna iuvat:


La fortuna aiuta gli audaci. (Virgilio., Eneide libro X, 284).
Sono le parole con cui Turno incita i Rutuli alla battaglia contro i Troiani. Per bocca di questo impavido
personaggio che nessuna situazione, per quanto imprevista, riesce a turbare, Virgilio raccomanda di non
lasciarsi abbattere dai colpi avversi di fortuna, ma di andare sempre avanti con coraggio e con maggiore
audacia. Con lo stesso significato si trova anche l'espressione "Audaces Fortuna iuvat, timidosque repellit"
(=La Fortuna aiuta gli audaci e respinge i timorosi) della quale normalmente viene usata sola la prima
parte.
Detto segnalato da Maurizio B.

Audi alteram partem:


Ascolta anche l'altra parte.
"Ascolta anche l'altra campana" diciamo anche noi oggi quando ci vengono riportati pettegolezzi e
maldicenze.

Audistine modo de Carneade?:


Hai sentito recentemente su Carneade? (Cicerone, Rethorica, De Finibus, Libro V).
A chi, leggendo queste parole di Cicerone, non torna alla mente il "Carneade! Chi era costui" incipit del
capitolo VIII dei Promessi Sposi? L'espressione è diventata oggi di comune uso per indicare meraviglia di
fronte ad un perfetto sconosciuto quale infatti era il filosofo per don Abbondio. Anche sant'Agostino ebbe
occasione, dopo Cicerone, di parlare del filosofo di Cirene (213-129 a.C.) nel dialogo "Contra
Academicos" (Libro I, 3.7) ed è proprio dal dialogo tra Licenzio e Trigezio che certi commentatori del
romanzo ritengono che l'autore abbia preso ispirazione. "Tum Licentius: Carneades, inquit, tibi sapiens non
videtur?. Ego, ait, graecus non sum, nescio Carneades iste qui fuerit!" (= Allora Licenzio chiese: non ti
sembra che Carneade fosse sapiente?. Io, rispose (Trigezio), non sono greco e non so chi sia questo
Carneade) .

Auferre, trucidare, rapere, falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem
appellant:
Rubano, massacrano, rapinano, e con falso nome lo chiamano impero (nuovo ordine) e laddove creano
desolazione, quella chiamano pace (Cornelio Tacito, De vita et moribus Iulii Agricolae, 30).
L'espressione, spesso parafrasata con "desertum fecerunt et pacem appellaverunt", (=fecero un deserto e lo
chiamarono pace) è diventata una citazione quasi obbligata nelle contestazioni degli imperialismi moderni.
Violentemente critica nei confronti dell'azione imperialista di Roma la frase viene da Tacito attribuita al
comandante caledone Calcago nel discorso alle truppe prima della battaglia del Monte Graupio (83 d.C.).
Meno di un secolo prima (29-19 a.C) ben diverso era l'atteggiamento romano se Virgilio nell'Eneide
scriveva: "Tu regere imperio populos Romane memento: haec tibi erunt artes...”.
(vedi "Parcere subiectis et debellare superbos")
Detto segnalato e commentato da Franco C.

Aura popularis:
Il vento popolare.
Dopo il vento che cosa c'è di più incostante del "favore del popolo" voltabandiera e voltagabbana?

Aurea mediocritas:
Mediocrità aurea (Orazio, Odi, Il, 10, 5).
Nel contesto oraziano significa che la condizione media, deve essere preferita ad ogni altra.
23 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Auri sacra fames!:
Esecrabile desiderio dell'oro (Virgilio Eneide libro III, 57).
A cosa non spingi tu gli animi umani o deprecabile desiderio di ricchezza! "Quid non mortalia pectora
cogis, auri sacra fames?" E' l'accorata esclamazione di Polidoro che, ucciso dal cognato Polimnestore per
depredarlo delle sue ricchezze, lamenta come l'animo umano, se non è guidato dalla ragione, può essere
portato ad azioni e obbiettivi opposti a quelli per qui è stato creato. Lo stesso concetto circa la debolezza
della natura umana che facilmente è preda delle tentazioni e delle passioni viene ripreso da Dante al Canto
XII v. 95 del Purgatorio quando esclama: "O gente umana per volar sù nata, perchè a poco vento così
cadi?”.

Aurum tolosanum:
Oro di Tolosa (Gellio, Noctes Atticae,3,9).
Si racconta che quando il console Quinto Cepione saccheggiò la città di Tolosa nella Gallia, tutti coloro che
toccarono l'oro, trafugato in gran quantità dai templi, morissero di morte cruenta.

Ausculta, o fili, praecepta magistri et inclina aurem cordis tui:


Ascolta o figlio gli insegnamenti del maestro e apri l'orecchio del tuo cuore. ( San Benedetto ).
E' il noto "incipit" che incontriamo nel prologo della Regola monastica di San Benedetto. Scritta attorno
all'anno 530 è ritenuta la regola per eccellenza, modello e stile di vita anche di altri ordini monastici che si
riconosceranno in essa. Vedi anche "ora et labora" motto programmatico erroneamente attribuito a san
Benedetto che da sempre ha delineato la figura e l'importanza dell'opera spirituale a pratica del
monachesimo in Europa. In modo tanto più prosaico si usa questa espressione per invitare le persone a
prestarci attenzione e a seguire i nostri suggerimenti.

Auspicia ad patres redeunt:


Ritornare ai senatori il diritto di interrogare gli dei.
Occorre ricordare che già nell'età monarchica, alla morte del re, il potere e la possibilità di consultare gli
dei per conoscere quale atteggiamento tenere nella nomina del futuro monarca ritornava al senatus
"auspicia ad patres redeunt" i senatori lo esercitavano a turno, sino alla scelta del nuovo rex. Condizione
essenziale per aspirare ad una carica di comando era quindi la capacità di poter interpretare, da una serie di
segni, il volere degli dei. Ne consegue ovviamente che l'espressione "auspicia ponere" (=deporre gli
auspici) significava dare le dimissioni dalla carica di magistrato avendo questi il diritto di prendere gli
auspici. Consideriamo poi che sul campo di battaglia solamente il comandante supremo era autorizzato a
prendere gli auspici il termine, per traslato, assume anche il significato di "comando, direzione
dell'esercito".

Austriae Est Imperare Orbi Universo:


E' compito dell'Austria comandare su tutto il mondo (Federico III di Asburgo)
Il detto, passato alla storia nella sua forma schematica delle cinque vocali A.E.I.O.U., sintetizza la politica
dell'imperatore Federico III: trascorse infatti i 53 anni del suo lungo regno combinando matrimoni di
interesse in ossequio all'altro detto: "Bella gerant alii, tu felix Austria nube" (=Gli altri facciano pure la
guerra tu, Austria felice, pensa ai matrimoni).

Aut Caesar aut nihil:


O Cesare o nulla .
Figlio del futuro papa Alessandro VI e noto come "il Valentino" per essere duca di Valentinois sposando
Carlotta d'Albret fu personaggio politico di sfrenata ambizione. A lui è attribuito il motto citato e ad esso
improntò tutta la sua vita e il suo "modus operandi". Le sue idee politiche, il modo spregiudicato per
attuarle e la spietata amoralità nella gestione del potere indussero il Machiavelli, che l'aveva incontrato a
Imola e a Urbino nell'ottobre 1502, a prenderlo ad esempio nelle pagine de "Il Principe".

Aut regem aut fatuum nasci oportet:


O si nasce re o pazzo per poter fare quello che si vuole (Seneca Apocolocyntosis I).
Seneca riporta simile espressione citandolo come proverbio dei suoi tempi. L'opera da cui è tratta è una
feroce satira nei confronti dell'imperatore Claudio che dal '41 al '49 lo aveva allontanto da Roma. La
traduzione del titolo della satira corrisponde all'espressione:"divinizzazione di una zucca".
24 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ave, Caesar, morituri te salutant:
Salve Cesare, coloro che stanno per morire ti salutano (Svetonio, Claudio, 21).
Sembra che i primi giochi gladiatori fossero da collegare ad un rituale funerario e che solo in seguito la
pratica degenerò e il combattimento fu visto unicamente come spettacolo. Vennero aboliti, almeno sulla
carta, con l’editto di Berito del 325 d.C. da Costantino. Sempre con questo editto la "damnatio ad gladium"
(=condanna a morte da espiarsi in combattimento nell'arena) venne sostituita dalla "damnatio ad metalla"
(=quella dei lavori forzati in miniera). La storiografia recente considera infondato che il motto citato fosse
l'estremo saluto rivolto dai combattenti all'imperatore passando davanti alla tribuna che lo ospitava.
Secondo alcune fonti (non controllate) la si ritiene pronunciata prima del combattimento da un gruppo di
condannati a morte con l'intento di ingraziarsi l'imperatore Claudio che sempre immerso nei suoi pensieri di
studioso rispose semplicemente: Si, si... intanto adesso combattete!!!

Ave Marine libertatis conditor, salvam fac rempublicam tuam:


Salute o Marino, datore di libertà salva la tua repubblica.
Frase scolpita sotto la statua di san Marino posta all'angolo del vecchio Palazzo Comunale dell'omonima
repubblica.
Detto segnalato da Vinicia P. coautrice del sito http://www.libertas.sm

Avia pervia:
Le cose difficili diventano facili (Giovanni Maria Barbieri).
Si tratta del motto dello stemma di Modena. Compare per la prima volta nel 1599 e sembra sia stato coniato
appunto dal letterato Barbieri che, a quei tempi, ricopriva la carica di Cancelliere.

B
Barbaque erat promissa:
La barba era lunga (Cornelio Nepote, De viris illustribus - Datames, Cap. XIV.4).
L'opera da cui è stato preso questo detto è forse quella di maggior respiro di questo scrittore latino.
Vengono narrate le vite di uomini romani e stranieri tra cui condottieri, storici, poeti e grammatici. A noi
comunque è giunto solo il libro che tratta delle vite dei generali stranieri raccogliendo le biografie di ben 22
di essi. ...E il giorno dopo arrivò Tuis (principe ribelle), uomo di grande corporatura e terribile aspetto,
"quod et niger et capillo longo barbaque erat promissa" (=era nero, con i capelli lunghi e la barba fluente).
Si usa citare la frase con riferimento a discorsi, conferenze o altre cose noiose che... hanno fatto crescere la
barba.

Barbarus hic ego sum, quia non intellegor ulli:


Qui sono straniero perchè nessuno mi capisce ( Ovidio, Tristia, Libro V, X, 37).
Questo verso scritto da Ovidio a Tomi sul Mar Nero ove era stato relegato racconta l'amarezza del poeta
per la estraneità e la repulsione che prova per il popolo tra cui si trova costretto a vivere. Da Jean-Jacques
Rousseau venne scelto come motto per contrassegnare il manoscritto: "Discours sur les avantages des
sciences et des arts" (= Discorso sui pregi delle scienze e delle arti).

Beata solitudo, sola beatitudo:


Beata solitudine, sola beatitudine (Saint Bernard de Clairvaux).
La frase attribuita al santo fondatore di tanti monasteri in Europa ed in Italia (abbazia di Chiaravalle) si
legge nel chiostro del convento dei frati francescani nell'isoletta di san Francesco del Deserto che si trova
nella laguna di Venezia tra sant'Erasmo e Burano.

Beati pacifici (quoniam filii Dei vocabuntur):


Beati gli operatori di pace perchè saranno chiamati figli di Dio. (S. Matteo, V, 9).
Adoperarsi per la pace, non aver paura di gridare al mondo le ingiustizie che quotidianamente vengono
fatte contro i più deboli e i più poveri, fino ad arrivare al sacrificio della vita nella difesa di questi ideali:
sono costoro gli operatori di pace di cui parla Gesù. Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela, madre
Teresa di Calcutta, Raul Follerau, E. Schweizer non sono che alcuni dei più noti ed attuali di questi
operatori di pace!
25 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Beati pauperes spiritu!:
Beati i poveri di spirito (S. Matteo, V, 3).
La povertà in spirito di cui parla Gesù è la coscienza del bisogno dei doni di Dio ed è quindi un
atteggiamento interiore non legato necessariamente ad una condizione sociale o economica. La frase viene
spesso citata falsandone il senso, quasi volesse dire: beati gli ingenui, i sempliciotti...

Beati qui lugent (quoniam ipsi consolabuntur):


Beati quelli che piangono perchè saranno consolati (S. Matteo, V, 5).
La beatitudine è rivolta ai sofferenti in modo particolare nello spirito, a quanti piangono per la mancanza di
libertà religiosa e civile. Ironicamente si dice di chi ha le lacrime in tasca.
Vedi anche "Spina etiam grata est, ex qua spectatur rosa".

Beati qui non viderunt et crediderunt:


Beati coloro che credettero senza vedere (Nuovo testam. Gv. 20, 24).
La frase completa indirizzata all'apostolo Tommaso è:"Dicit ei Iesus: quia vidisti me credidisti beati qui
non viderunt et crediderunt" (=Gli disse Gesù: hai creduto perchè hai veduto (Tommaso) ma beati coloro
che hanno creduto senza vedere).

Beatus ille qui procul negotiis:


Beato colui che sta lontano dagli affari (Orazio, Epodi, ode 2a).
Fa ricordare la frase del Manzoni, (cap. XXXVIII dei Promessi Sposi): "Son quei benedetti affari che
imbrogliano gli affetti". Si cita il detto a proposito di chi ama uno stile di vita tranquilla e raccolto.

Bella gerant alii, tu felix Austria nube:


Gli altri facciano pure la guerra tu, Austria felice, pensa ai matrimoni.
L’abilità degli Asburgo nel contrarre matrimoni, è immortalata in questo celebre esametro.
Inizia con Massimiliano a cui il padre da in sposa Maria di Borgogna, continua 20 anni dopo con Filippo il
Bello che sposa Giovanna la Pazza. Questa portava in dote la Spagna, Napoli, la Sicilia , la Sardegna e tutte
le nuove terre che via via venivano scoperte nel nuovo mondo, impero che verrà poi ereditato da Carlo V
che potrà esclamare a ragione che "sul suo imnpero non tramontava mai il sole".

Bella matribus detestata:


Guerre detestate dalle madri (Orazio, Odi, 1, 1, 24).
Frase che sintetizza gli orrori della guerra. Ovviamente la frase è indirizzata tanto alle madri quanto ai
padri, anche se la scelta della figura femminile è preferita dal poeta per ciò che "l'essere madre" ha sempre
significato. Esiste un detto attribuito ad Erodoto che più o meno suona così: nei periodi di pace i figli
sotterrano i padri mentre durante le guerre sono i padri a sotterrare i figli.

Bellerophontis tabellae:
Tavolette di Bellorofonte (Plauto , Le Bacchidi, Atto IV, VII, v.810-811).
"Aha, Bellorophontem tuos me fecit filius: egomet tabellas tetuli ut vincirer. Sine" (= Aha, tuo figlio ha
fatto di me Bellerofonte: io stesso ho portato le tavolette sulle quali c'è scritto che devo essere fatto schiavo.
Lascia perdere!) sono le parole che il servo Crisalo rivolge al vecchio Nicobulo padre di Mnesiloco autore
delle tabelle.
Con simile espressione o anche "Bellerophontis literae" (= Lettere di Bellerofonte), si definiscono infatti
quelle lettere di "raccomandazione" apparenti dove i latori stessi diventeranno portatori della proprie future
disgrazie come accadde appunto al mitico Bellerofonte. Narra la vicenda che l'eroe, accusato ingiustamente
dalla moglie di re Preto di aver tentato di sedurla, fu mandato dallo stesso presso Iobate, re di Licia, latore
di alcune tavolette commendatizie , nelle quali chiedeva non di ospitare il giovane ma di metterlo a morte.
Immagino l'ecatombe che colpirebbe l'Italia se per magia tutte le raccomandazioni si trasformassero per
incanto in "Bellerophontis literae".

Bene curris, sed extra viam:


Corri bene ma lo fai fuori dalla strada stabilita (Attribuita a sant' Agostino).
Se osserviamo il comportamento umano ci accorgiamo di quanto sia vera simile affermazione anche nei
nostri comportamenti quotidiani: quante energie vengono sprecate sul lavoro, in famiglia, con gli amici per
puntiglio, orgoglio o desiderio di apparire fine a se stesso. Non parliamo poi dei nostri amici (parola grossa)
parlamentari, di ogni ordine, grado e colore politico. Parlando di loro si potrebbe aggiungere per meglio
spiegare il concetto "Melior claudus in via quam cursor extra viam" (=E' preferibile uno zoppo sulla strada
giusta di un corridore sulla strada sbagliata).
26 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Bene dixisti (scripsisti) de me Thoma:
Hai detto (hai scritto) bene di me Tommaso.
Una leggenda vuole che un crocifisso pronunciasse simile elogio parlando con san Tommaso d'Aquino,
filosofo e Dottore della Chiesa cattolica. Soprannominato dai contemporanei "Doctor Universalis e Doctor
Angellicus" per la sua enorme cultura, è considerato il fondatore della Filosofia Scolastica conosciuta anche
come Aristotelico-Tomistica per aver operato l'innesto della cultura cristiana sulle teorie filosofiche di
Aristotele e Platone.

Beneficia in commune collata omnes accipiunt et nemini gratificantur:


Del bene fatto in comune ne godono tutti e a nessuno si dice grazie (Da "Proverbi Sardi" di Giovanni
Spano e cura di Giulio Angioni).
Sembra che il proverbio sia scolpito sul campanile di Decimo fatto erigere da un popolano che aveva pure
provveduto a farvi mettere un orologio ad uso della popolazione

Bene omnia fecit!:


Ha fatto bene tutte le cose! (Nuovo Testamento Mc. 7,37).
Vedi anche "age quod agis" E' questo il più bell'elogio che la folla fece di Gesù: non lo ritenne eccezionale
nelle cose straordinarie ma nelle ordinarie e comuni. Di ognuno di noi dovrebbero poter dire che nella
nostra vita non abbiamo compiuto azioni eclatanti ma solo che "abbiamo fatto bene ogni cosa": ritengo
possa rappresentare il più bel ricordo di una persona.

Bene qui latuit bene vixit:


Ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto (Ovidio, Tristia, III, el. 4 v.25).
Ancora non conosciamo con certezza quale sia stata la causa per cui nell'inverno dell'8 d.C. il poeta venne
relegato a Tomi sul Mar Nero dove rimase fino alla morte nonostante le continue e pressanti richieste fatte
agli amici e alla terza moglie, rimasti a Roma, di intercedere presso l'imperatore Augusto. Anche nella vita
quotidiana il detto è sempre di grande attualità. Il mettersi in mostra, il dichiararsi capaci implicano un
successivo impegno mentre, il restare defilati in attesa che altri "levino le castagne dal fuoco" al posto
nostro, ci permette di partecipare al risultato finale senza rischiare.
Ricordo che era il motto fatto stampare sul suo stemma nobiliare dal grande matematico, filosofo e uomo
d'arme René Descartes Seigneur du Perron molto più semplicemente da noi conosciuto come Cartesio per
l'abitudine a quei tempi di latinizzare i nomi stranieri e ricordato più per il postulato "cogito ergo sum" che
sarà fondamento della filosofia razionalista degli anni a venire che non per la citazione di cui sopra.

Biblia pauperum:
Bibbia dei poveri (Ignoto).
Con questa espressione vengono indicati quei libri devozionali con scene raffiguranti la vita di Cristo.
Godettero di larga diffusione nei secoli XII e XIII soprattutto in Germania e Francia; in Italia se ne conosce
un solo esemplare di poco anteriore al 1500. Sembra che l'espressione sia stata coniata da Papa Gregorio
VII per indicare l'utilità didattica delle raffigurazioni nelle Chiese dove, i vari dipinti, permettevano anche
agli analfabeti di conoscere la storia della salvezza attraverso scene dell'antico e nuovo testamento.

Bina iugera:
Due iugeri.
Lo iugero era una misura agraria usata dai romani e corrispondeva, grosso modo ad un quarto di ettaro.
Pertanto 2 iugeri non superavano i 5.000 mq. poca cosa per chi, con i frutti di questo appezzamento, ci deve
sfamare una famiglia. Questa poca terra era comunque sufficiente per poter entrare, in qualità di...
possidenti, nei congressi riservati a quanti, per potervi partecipare, dovevano disporre di una proprietà
agricola ancorchè così piccola. Narra la leggenda che il popolo di Roma per dimostrare la sua gratitudine
ad Orazio Coclite che con il proprio valore aveva salvato la città dagli etruschi del re Porsenna gli dedicò
una statua e gli donò un appezzamento di terreno in base a quanto ne poteva arare in un intero giorno con
due paia di buoi... praticamente circa 2500 mq.! Come sono cambiati i romani da allora!!!!

Bis dat qui cito dat:


Da due volte chi da presto.
Soccorrere con sollecitudine il bisognoso, equivale a raddoppiare il bene fatto. Diciamo che potrebbe
essere, nei confronti del bisognoso, un'altra interpretazione del noto proverbio: "é preferibile un uovo oggi
(per chi ha fame) ad una gallina domani ".
27 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Bis peccare in bello non licet:
In guerra non ci si può conceder il lusso di commettere due volte lo stesso errore.
Possiamo ricordare quel grande condottiero che fu Annibale. Sconfitti i Roani a Canne avrebbe potuto
marciare su Roma e modificare in modo determinante la storia, invece portò i suoi soldati nella ricca Capua
dove tra ozi e divertimenti dimenticarono di essere quei valorosi soldati che avevano attraversato le Alpi e
sconfitto a più riprese gli eserciti di Roma.

Bis repetita placent:


(Le cose utili) ripetute due volte piacciono (Orazio, Ars poetica).
Vedi "Repetita iuvant", al "placent" infatti alcuni sostituiscono “iuvant” (=giovano)

Bonae mentis soror est paupertas:


Il genio ha come sorella la povertà (Petronio Satyricon LXXXIV).
Da questo detto si potrebbe supporre che il poeta veda nella povertà di un individuo la molla che lo spinge
a sfruttare al meglio le disposizioni, le capacità e l'intelligenza che la natura gli ha dato.
Prendendo invece in esame il contesto in cui è posta: "Nescio quo modo bonae mentis soror est paupertas"
(=Non capisco perché l'intelligenza debba sempre essere sorella della povertà) scopriamo che Petronio si
chiede per quale motivo il genio debba morire di fame. Sempre dello stesso autore (Satyricon LXXXIII)
troviamo: "Amor ingenii neminem unquam divitem fecit" (=La passione per la cultura non ha mai reso ricco
nessuno) .

Boni pastoris esse tondere pecus, non deglubere:


E' compito del buon pastore tosare il gregge e non scorticarlo (Svetonio Vita dei Cesari Tiberio, 32).
Ai suoi esattori, inviati nelle province dell'impero a riscuotere i tributi, l'imperatore Tiberio sente il dovere
di ricordare che non devono comportarsi come predoni spogliando i contribuenti di ogni loro avere ma
come il buon pastore, che tosa con estrema delicatezza le sue pecorelle senza causare loro ferite e
permettere così che la lana continui a crescere per essere nuovamente tosata.

Bononia docet:
Bologna insegna.
Con la Sorbona di Parigi, l'università di Bologna era la più importante di tutta Europa: basti pensare che
accorrevano studenti da ogni dove per studiar diritto pagando di tasca propria i professori.

Bonum certamen certavi:


Ho combattuto una buona battaglia (Nuovo testamento Atti degli Apostoli 2Tm 4,7).
Timoteo, convertitosi al Cristianesimo, fu spesso compagno di san Paolo nei suoi viaggi apostolici. Si
ritiene sia stata scritta attorno all'anno 67 durante la seconda prigionia a Roma e poco prima che san Paolo
venisse martirizzato. Con l'espressione "bonum certamen certavi cursum consummavi fidem servavi" (=ho
combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede) esprime tutta la sua fiducia
nel Signore che, giusto giudice, saprà ricompensarlo.

Bonus malus:
Bene male.
Tutti ne conosciamo il significato dalle polizze automobilistiche: In caso di incidenti in cui l’assicurato
risulta coinvolto ed è colpevole (malus) il premio e cioè la cifra che si paga, aumenta (tanto) mentre se si ha
la fortuna di non causarne o comunque, pur essendovi coinvolti, di non essernene responsabili (bonus)
diminuisce (poco).
Abituati ad usare il vocabolo "premio" come una ricompensa, dono conferito per meriti, indennità speciale
in funzione di un obbiettivo raggiunto ci chiediamo per quale strano motivo la lingua italiana lo utilizzi per
indicare la "quota che il cliente deve all'assicuratore". Il vocabolo deriva dal latino "praemium" e risulta
composto dalla preposizione "prae" (=in anticipo)e dal verbo "emo" (=prendere, comprare dietro
pagamento). E' quindi corretto che venga definito "premio" la cifra che sborsiamo "in anticipo" per
assicurare l'auto o quant'altro si desideri. Solo successivamente il termine è passato ad indicare un
guadagno o una ricompensa che si ottiene a preferenza d'altri.
28 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Bovi clitellas imponere:
Mettere il basto al bue (Cicero, De finibus, 2, 28, 90).
Il basto è una bardatura a forma di sella appoggiata sul dorso di muli o asini per il trasporto di carichi. Il
detto quindi è riferito a quanti ambiscono fare cose impossibili o vogliono costringere altri a dedicarsi a
lavori per i quali non sono adatti: il bue infatti non è adatto a portare carichi sulla schiena ma sviluppa la
propria forza nel traino.

Brevi manu:
Con mano breve.
Nell'uso normale significa fare una consegna di qualche cosa personalmente, al di fuori dei canali preposti:
posta, corrieri...Il termine da il nome anche al "breve pontificio" lettere usate per comunicare nomine,
dispensare indulgenze...

Brevis esse laboro, obscurus fio:


Cerco di essere breve, ma divento oscuro (Orazio, Arte poetica. 25).
Locuzione che, in altre parole, significa esser spesso la brevità causa di minor chiarezza. Non è comunque
un invito ad essere logorroici o ripetitivi: spesso le tante parole servono a mascherare la non conoscenza
dell'argomento.
Vedi "rem tene verba sequentur".

Busillis:
Difficoltà, problema di non facile soluzione.
"...Aqui està el busillis; Dios nos valga!" (=Qui sta la difficoltà, Dio ci aiuti). Sono le parole che Antonio
Ferrer (Promessi Sposi cap.XIII) dice tra sé e sé mentre cerca un modo di salvare il vicario di provvisione
dalla folla inferocita che lo vuole giustiziare. Come nasce "busillis" vocabolo inesistente ma da tutti usato?
Si racconta che uno studente, forse non troppo versato nella lingua di Cicerone, scrivendo sotto dettatura un
brano tratto dal Vangelo, divise la frase "in diebus illis" (=in quei giorni) in "in die busillis" rendendosela
intraducibile e passando alla storia.

C
Caeli enarrant gloriam Dei:
I cieli annunciano la gloria di Dio ( Antico Testamento, Salmo XVIII, 1).
I salmi, da cui questa espressione è presa, rappresentano, per religione ebraica, l'inno per eccellenza che il
credente rivolge a Jahvé. L'argomento può essere la preghiera, il ringraziamento, il pentimento, la lode, la
supplica per l'invio dell'atteso Messia. Storicamente si data l'inizio di questa raccolta all'anno 1000, sotto il
regno di re Davide, mentre le ultime composizioni risalgono al II secolo a.C. L'impiego dei salmi nei vari
momenti di preghiera, è stato ripreso anche nella liturgia cristiana.

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt:


Cambiano cielo non animo coloro che corrono al di là del mare (Orazio, libro I, lett. XI, ).
Vedi anche: "Vulpem pilum mutare, non mores". Con questa immagine poetica il poeta afferma che il
carattere di un individuo difficilmente cambia con il mutare delle situazioni.

Caesarem vehis eiusque fortunam:


Porti Cesare e il suo destino. (Di incerta attribuzione. Per alcune fonti Web è di Plutarco e per altre di
Cornelio Nepote).
Frase con la quale Cesare, durante una burrasca, esortò il capitano che pilotava la nave su cui viaggiava a
non aver paura. Spesso la si può trovare nelle forma "Perge audacter, Caesarem vehis Caesarisque
fortunam" (=Continua con coraggio, porti Cesare e il destino di Cesare). Ricordo che per il romani il
temine "fortuna" indicava il destino, il caso, la sorte... che se era propizia si chiamava "fortuna secunda o
prospera" mentre quando ci girava le spalle era detta "fortuna adversa". Si usa per incoraggiare quanti
lavorano per una causa giusta e nobile e spronarli a non temere le difficoltà .
29 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Caesar non supra grammaticos:
Tu Cesare non hai potere sopra i grammatici.
Si danno due spiegazioni come origine di simile espressione. La prima, tramandata da Svetonio, racconta
che Tiberio utilizzasse, in un discorso, un vocabolo inesistente. Ci fu chi propose di introdurlo nel novero
dei termini della lingua latina, ma si oppose il grammatico Marco Pomponio Marcello eclamando: "Tu enim
Caesar civitatem dare potes hominibus, verbo non potes" (=Tu Cesare puoi dare la citttadinanza agli
uomini ma non ai vocaboli).
La seconda spiegazione di epoca posteriore ci porta al Concilio di Costanza quando l’imperatore
Sigismondo coniugò un sostantivo neutro come se fosse femminile. Al cardinale che con delicatezza gli
fece presente la svista rispose: "Ego sum Rex Romanus et super grammaticam".

Canis timidus vehementius latrat quam mordet:


Il cane codardo abbaia con maggior foga di quanto morda (Curzio Rufo De Rebus Gestis Alexandri Magni
7 ,4,13).
Forse da questa espressione nasce il nostro proverbio "can che abbaia non morde" ed ogni volta che lo
sento citare mi domando se anche il cane ne sia al corrente. Troviamo un concetto analogo al cap. XI dei
Promessi sposi "Che diavolo" disse don Rodrigo" tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena
di avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e
non si sente d'allontanarsi”. Riportando il detto all'uso quotidiano notiamo quanto spesso una persona
timida alzi la voce, insulti, minacci sfracelli ma non reagisca.

Cantabit vacuus coram latrone viator:


Il viandante che non ha nulla passerà cantando davanti al ladrone (Giovenale, sat. X v. 22).
Pensiero costante degli uomini sono i soldi. Chi vive con questa ossessione avrà sempre timore di essere
derubato, mentre chi soldi non ne possiede....vabbè però come dicevano i romani "in medio stat virtus"
(=c'è sempre una via di mezzo)!

Captatio benevolentiae:
Accattivarsi la simpatia.
Espressione usata per indicare l'atteggiamento di chi con belle parole, raggiri, blandizie, cerca di
guadagnarsi un'atteggiamento benevolo o condiscendente da parte di determinate persone. Nell'ambiente
lavorativo e con termine anglosassone, colui che della "captatio benevolentiae" ha fatto una scelta di vita,
viene chiamato "yes man".

Caput imperare, non pedes:


A comandare è la testa, non i piedi.( C. Tacito Historia Augusta, Vita Taciti Imperatoris).
Il detto fa parte di una serie di acclamazioni e piaggerie tributate dal senato all'imperatore di turno
ricordando i pregi e i meriti di quanti l'hanno preceduto sul trono. Arrivati a Settimio Severo per ben trenta
volta ripetono "dixerunt tricies" che il suo motto preferito era appunto questo "caput imperare non pedes".

Caput orbis:
Capitale del mondo. (Tito Livio Ab urbe condita I, 16 - XXI, 30).
"Abi, nuntia Romanis, caelestes ita velle ut mea Roma caput orbis terrarum sit" (=Và e annuncia ai
Romani che la volontà degli dei celesti è che la mia Roma diventi la capitale del mondo). Cosi scrive nella
sua storia Tito Livio che viene ritenuto il primo ad utilizzare simile espressione per definire il destino della
Città Eterna. La troviamo successivamente ripresa da altri autori tra cui Ovidio nei "Tristia e nelle
Metamorfosi".

Caput mortuum:
Testa morta.
L'espressione è l'equivalente nostro del termine "scoria". Venivano infatti definite "caput mortuum" dagli
alchimisti i residui solidi risultanti dai loro esperimenti di distillazione.

Carmina non dant panem:


Il ... ... non da l'agiatezza e tanto meno la ricchezza.
Chiedo scusa per i puntini e la mancata traduzione della parola "carmina". Il vocabolo deriva del verbo
"cano" (=cantare, suonare) ma con il tempo ha assunto altri significati tra cui quello di poesia, racconto
epico o cavalleresco cantato da aedi e menestrelli e non ultimo quello di responso, vaticinio, formula
magica, incantesimo. Ritengo il detto vero solo per i tempi in cui è stato coniato. Non esistendo in passato
il diritto di autore, al cantore, al poeta o allo scrittore oltre alla gloria ben poco altro ne veniva. La storia ci
30 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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ricorda numerosi esempi di mecenatismo per cui gli artisti, pur non diventando ricchi, potevano godere, a
volte, di una certa agiatezza. Tornando ai giorni nostri direi che i nostrani aedi non possono lamentarsi dei
lauti compensi che i virtuosismi canori procurano loro ma neppure gli scrittori, parolieri, romanzieri
soffrono la fame. Che dire poi dei tanti cartomanti, maestri di vita che affollano il variegato sottobosco
dell'imbroglio forti del detto: "Vulgus vult decipi" (=il popolo vuole essere imbrogliato)?

Carpe diem:
Approfitta del giorno presente (Orazio, Odi, I,II.8).
Si può intendere in senso epicureo: Divertiamoci oggi allegramente, senza preoccuparci del domani, oppure
in senso positivo: Approfittiamo delle buone occasioni che oggi ci si presentano, senza aspettare quelle
future che forse non verranno.

Carpent tua poma nepotes:


I nipoti raccoglieranno i tuoi frutti (Virgilio, Egloghe, IX, 50).
Si può intendere nel significato che altri mieteranno dove noi abbiamo seminato, ed anche nel senso meno
egoistico che l’uomo non deve lavorare solo per sè stesso, ma anche per le generazioni future.

Carpe viam, mihi crede,comes !:


Dammi retta, mettiti in cammino con me (Orazio, Satire, libro II sat.6 , v. 93)
Vedi anche "dente superbo". Il topo di città vedendo le schifezze di cui il topo di campagna si ciba lo invita
a seguirlo nella casa signorile in cui lui abitualmente vive e poiché, spiega, non possiamo sottrarci alla
morte, fino a che ci è concesso, viviamo felici tra le cose piacevoli. Finalmente anche il topo campagnolo
può gustare, sdraiato non più sulla paglia ma su uno straccio di porpora, una sontuosa cena quando
all'improvviso... Continua a: "haud mihi vita est opus hac, valeas".

Castigat ridendo mores:


Corregge i costumi deridendoli (Jean de Santeuil).
Questa iscrizione, dovuta al poeta latinista francese sopra citato, su richiesta dell'Arlecchino bolognese
Domenico Biancolelli venne apposta al busto di Arlecchino situato sul proscenio della "Comédie
Italienne". La commedia e la satira, spargendo il ridicolo sui vizi e difetti umani, sono un apporto
importante per la riforma dei costumi.

Casus belli:
Causa di discordia.
Propriamente è un atto grave che provoca la dichiarazione di guerra fra due nazioni. Ironicamente, per
estensione, si dice di cose minuscole che, per l’esagerazione delle persone interessate, diventano altrettanti
"casus belli".

Casusne? Deusne?:
Fu il caso? Fu il volere divino ( (Virglilio Eneide Libro XII, v.321).
Mentre Enea esorta i suoi e tenta di far rispettare i patti nei confroti dei latini, una freccia lo colpisce ad una
gamba. Mai nessuno ne rivendicherà la paternità e quindi Virgilio si chiede se sarà stato il caso o il volere
divino a guidare la freccia: sarà questa l'occasione infatti per riprendere la guerra e sconfiggere Turno. Una
tradizione vuole che la pronunciasse Goffredo di Buglione all'assedio di Gerusalemme. Vedendo tre uccelli
su una torre riuscì ad infilzarli tutti e tre con un unico tiro di freccia. Quando qualche cosa ci riesce bene,
difficilmente ci gratificano con un "bravo" e sempre il risultato viene attribuito al famoso fattore "C". Da
oggi usate l'espressione citata, farete un figurone!

Catus amat pisces, sed non vult tingere plantas:


Al gatto piacciono i pesci ma non vuole bagnarsi le zampe per pescarli.
Sembra invece che nei pressi del Lago di Van, in Anatolia, ci sia una varietà di gatto d'angora che dovendo
fare di necessità virtù ha dovuto "obtorto collo" (=suo malgrado) imparare a nuotare per coniugare,
pescando, il pranzo con la cena.

Causa patrocinio non bona, maior erit:


Una causa cattiva risulta essere più difficile da difendere (Ovidio-Tristia libro 1, 1, 26).
E' possibile trovare anche l'espressione "Causa patrocinio non bona, peior erit" (=Una cattiva causa
peggiora se la si difende). Il significato è analogo e ricorda il proverbio dialettale veneto: "Pezo el tacòn del
buso" (=Il rammendo è peggio dello strappo).
31 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Caveant consules:
I consoli stiano attenti.
Inizio d’una raccomandazione che il Senato romano faceva ai consoli quando lo Stato era in pericolo, e
continuava: “ne quid respublica detrimenti capiat” (=affinchè la repubblica non riceva danno); ma
generalmente si citano solo le due prime parole, per dire: " Provveda chi è alla testa; se la sbrighi chi
comanda!"

Cave a signatis:
Guardati dai segnati.
I segnati nella immaginazione popolare erano tutti coloro con un difetto fisico, storpi, ciechi, zoppi, nani e
le loro lesioni erano ritenute una punizione divina che poteva essere anche tramndatadi padre in figlio e la
deformità esteriore era vista come un riflesso della cattiveria o del peccato interiore. Scrive il Levitico
(Antico Testam. Lv. 21,21) "Omnis, qui habuerit maculam de semine Aaron sacerdotis, non accedet offerre
incensa Domini nec panem Dei sui" (=Nessun uomo della stirpe del sacerdote Aronne, con qualche
deformità, dovrà accostarsi ad offrire le vittime consumate dal fuoco in onore del Signore nè il pane del suo
Dio). Troviamo un accenno a questa credenza anche nel Vangelo (Gv. 9,2) nel racconto della guarigione
del cieco quando i discepoli di Gesù chiedono:"Rabbì, quis peccavit, hic aut parentes eius, ut caecus
nasceretur?" (= Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perchè egli nascesse cieco?).

Caveat:
Si faccia attenzione, non si superino i limiti imposti.
Troviamo il verbo "caveo" (=fare attenzione) in espressioni usuali quali "cave canem", "caveant consules",
"caveat emptor" ecc... ma, da alcuni mesi, lo si incontra anche in un contesto per me inusuale. Sia i giornali
che il governo, con riferimento al nostro contingente militare dislocato in Afghanistan, utilizzano tale
vocabolo per indicare le limitazioni di impiego dei militari in quei territori, limitazioni che non ne
consentono l'impiego al di fuori dall'area loro assegnata. Solamente in caso di estrema necessità il comando
Nato può richiedere una deroga che, solo il governo di competenza, può a sua discrezione concedere.
Anche la lingua inglese si è appropriata di simile espressione latina assegnandole sia il significato di
“avvertimento, atteggiamento di cautela, ammonimento" che di "preavviso legale” ad un giudice o un
pubblico ufficiale a sospendere un certo procedimento fino a quando il notificante non sia stato ascoltato.
Fino al 1909, sempre negli Stati Uniti, il "caveat" era un documento legale inviato alla United States Patent
Office con il quale si "avvertiva" tale l'ente che, entro 12 mesi, sarebbe stata presentata una richiesta di un
determinato brevetto.

Caveat emptor:
Il compratore stia attento ( a non farsi infinocchiare).
Nelle transazioni commerciali in assenza di un chiara garanzia sul contratto di acquisto l'acquirente compra
a suo rischio e pericolo.

Cave canem:
Attenti al cane
Ringrazio Elia C. per avermi segnalato tale dimenticanza. Ritengo la frase piuttosto nota, soprattutto perchè
immortalata in innumerevoli documentazioni musive ricuperate negli scavi di Pompei e raffiguranti un cane
alla catena con la scritta di cui stiamo parlando.
Detto segnalato da Elia C.

Cave, cave Dominus videt:


Fai attenzione, fai attenzione, il Signore ti vede (Hieronymus Bosch 1450-1516).
Pittore olandese. Firmò alcuni dei suoi dipinti con Bosch (pronunciato come Boss in Olandese). In
spagnolo viene spesso chiamato El Bosco; in italiano è talvolta designato come Bosco di Bolduc (da Bosch
e Bois le Duc, traduzione francese di 's-Hertogenbosch (= Bosco Ducale), città natale di Bosch). Troviamo
la scritta nell' iride centrale del dipinto conosciuto come i "I sette peccati capitali".

Cave ne cadas:
Attento a non cadere.
Nell'antica Roma "l'imperator" (=comandante di un esercito), che al termine di una guerra vittoriosa avesse
ucciso almeno 5000 nemici, media spesso ricorrente, otteneva dal Senato l'onore del trionfo. Sul cocchio
che lo portava verso il Campidoglio si trovava anche uno schiavo con il duplice incarico: reggere la corona
al vincitore e, pulce nell'orecchio, sussurrargli: "cave ne cadas" (=ricordati che sei un uomo, attento a non
cadere nelle tante tentazioni che la gloria ti offre).
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Cedant arma togae:
Le armi lascino posto alle toghe (Cic., De off., I, 22).
Frase pronunciata da Cicerone in memoria del suo consolato. Si cita la frase come auspicio per esprimere il
desiderio che il governo militare, simboleggiato nelle armi, faccia posto al governo civile, rappresentato
nella toga. Troviamo questa espressione usata ne I Promessi Sposi" al cap. XIII. “Era veramente il caso di
dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero
state parole buttate via, perchè l'ufiziale non conosceva il latino”.

Cedo bonis:
Rinuncio ai miei beni.
Quando ancora la giustizia si amministrava facendo in modo che la pena dovesse essere scontata (non come
oggi che più nessuno paga) il commerciante insolvente o che dichiarava bancarotta doveva, in pubblico,
durante un giorno di mercato battere per tre volte le natiche nude su una apposita pietra cosparsa di
trementina ripetendo ogni volta "cedo bonis" e questo per tre mercati consecutivi.

Censui et in eam ivi sententiam:


Dopo attenta valutazione ho decretato che... (A. Manzoni I promessi Sposi cap. V).
Sono le parole che il dottor Azzeccagarbugli pronuncia lodando la bontà del vino offerto dal suo anfitrione:
don Rodrigo. Ben più abituato a comportarsi da parassita che non da avvocato soprattutto quando dovrebbe
mettersi contro dei potenti. Il detto può anche essere tradotto con "dico, proferisco e sentenzio" espressione
usata per concludere una discussione su cui non si intende più tornare.

Cerebrum non habet:


Non ha cervello (Fedro, Favole, Libro I, 7,2).
È l’esclamazione della volpe che, avendo trovata una maschera teatrale, la trova molto bella ma... priva di
cervello. Corrisponde ai nostri proverbi: "L’abito non fa il monaco" oppure "Le apparenze ingannano".

Cetera desunt:
Il resto manca (Ovidio Metamorfosi Libro V, v. 528).
Espressione usata da letterati, studiosi per indicare che certi testi non sono completi per parti mancanti o
illeggibili.

Ceteris paribus:
A parità di tutte le altre circostanze.
La frase è d’uso frequente nei paragoni, quando si vuoi stabilire una base comune di uguaglianza fra due
oggetti, e far risaltare il punto di divergenza, oppure nelle leggi e nei contratti per fissare le condizioni. Si
trova anche nei Promessi Sposi al cap. XXVII.

Chorda qui semper oberrat eadem:


Colui che sbaglia sempre la stessa corda (Orazio, Ars poetica v. 366).
Vedi anche "Errare humanum est". Forse vi sarà capitato di vivere in un condominio dove abita un
musicista che ogni giorno, per ore ed ore, ripete allo strumento lo stesso difficile passaggio. Ora finalmente,
quando siete stanchi di sentirlo, potete suonare alla sua porta ed esclamare nella lingua di Cicerone:"Eheu!
chorda semper oberras eadem" (= Però! caschi sempre nello stesso errore).

Cibi condimentum esse famem:


La fame è il condimento del cibo (Cicerone "De finibus bonorum et malorum II")
Anche il nostro oratore per bravo che fosse non disdegnava appropriarsi di detti altrui, sempre
rimasticandoli però. La paternità della frase è da attribuirsi al filosofo Socrate e tradotta in latino suonava
così "cibi condimentum esse famem, potionis sitim" (=La fame rende gustoso ogni cibo, la sete ogni
bevanda).

Cicero pro domo sua:


Cicerone in difesa della sua casa (Cicerone).
Titolo di un’ orazione tenuta dal sommo oratore per riavere l’area e i fondi per rifabbricare la sua casa,
confiscatagli durante l’esilio. Si cita volentieri all’indirizzo di chi difende con fervore una causa propria, o
di chi si esalta nel far valere le proprie ragioni.
33 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Circumlegentes devenimus Rhegium:
Costeggiando giungemmo a Reggio Calabria (Nuovo test. Atti 28,13).
Iscrizione posta sul frontone del duomo di Reggio Calabria per ricordare che nel 60 l'apostolo Paolo, dopo
una tormentata traversata, vi approdò prima di essere condotto a Roma per essere giudicato dall'imperatore
a cui, come cittadino romano, si era appellato.

Civis Romanus sum:


Sono cittadino romano (Cicerone, In Verrem 11, V, 62).
Frase ripetuta con orgoglio da vari personaggi latini, per far valere i privilegi che loro erano concessi dalla
cittadinanza Romana. Anche ai prigionieri che potevano vantare tale prerogativa veniva riservato un
trattamento di favore.

Claudite iam rivos, pueri, sat prata biberunt:


Chiudete i ruscelli o fanciulli, i prati hanno bevuto a sufficenza (Virgilio, Egloghe, III, 111).
Si cita per invitare qualcuno a tacere dopo un lungo discorso, o a finire qualche noiosa o laboriosa
occupazione.

Coactus volui:
Volli, ma costretto.(Giustiniano Digesto libro IV).
"Quia quamvis si liberum esset noluissem, tamen coactus volui" (=Poiché per quanto fossi libero e non lo
volessi, tuttavia costretto lo volli). Con tale principio l'imperatore Giustiniano non ammette l’ ”actio
metus", cioè l'effetto paura come giustificazione per un'azione compiuta ancorché contro la propria volontà.

Coelo tonantem credidimus Iovem regnare:


Abbiamo creduto che Giove regnava in cielo quando lo abbiamo sentito tuonare (Orazio, Odi, III, 5, 1).
La massima si applica a coloro che diventano religiosi solo quando si trovano in qualche necessità, come si
dice dei marinai che fanno voti durante la burrasca: promesse da marinaio!

Cogito, ergo sum:


Penso, dunque esisto ( René Descartes).
È la massima fondamentale del sistema filosofico che da Descartes prese il nome di cartesianismo,
sintetizzato in questo principio: "Per raggiungere la verità, bisogna almeno una volta nella vita disfarsi di
tutte le opinioni ricevute e ricostruire di nuovo e dalle fondamenta, tutti i sistemi delle proprie
conoscenze".

Cominus et eminus:
(Combatto) da vicino e da lontano.
Stava scritto sullo stemma di Luigi d'Orleans dove era raffigurato un porcospino: era credenza popolare che
tale animale si difendesse lanciando gli aculei contro i nemici.

Compelle intrare:
Fate entrare a forza.
Frase tratta dal Vangelo: Nella parabola Gesù parla di un banchetto a cui il padrone di casa invita gli amici
più cari, ma essi, anzichè presentarsi, lo snobbano accampando le più svariate scuse per non partecipare.
Sdegnato dice ai servi: Andate agli angoli delle strade e "compelle intrare" (=costringete ad entrare) quanti
troverete fino a che la sala del festino sia piena.

Compertum ego habeo:


So perfettamente (Sallustio, Bellum Catilinae 58).
"Compertum ego habeo, milites, verba virtutem non addere, neque ex ignavo strenuum neque fortem ex
timido exercitum oratione imperatoris fieri" (=So perfettamente, o soldati, che le parole non sono in grado
di accrescere il valore e che le esortazioni del comandante in capo non posson trasformare un esercito di
vigliacchi in uno di coraggiosi né di pusillanimi in uno di uomini intrepidi). E' in questo discorso che
troviamo, a conclusione, un bellissimo eufemismo per descrivere e rendere meno dolorosa una eventuale
sconfitta "si virtuti vostrae fortuna inviderit" (=se la fortuna negherà la vittoria al vostro valore) che ci fa
pensare come sia possibile e facile ingannare il popolo rendendo meno cruda la realtà .
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Compos sui:
Pienamente padrone di sè (Seneca De tranquillitate animi XVII,10).
"Frustra poeticas fores compos sui pepulit" (=Invano chi è padrone di sé bussa alla porta della poesia).

Concordia parvae res crescunt, discordia maximae dilabuntur:


Con la concordia crescono le piccole cose, con la discordia vanno in malora anche le più grandi
(Sallustio, Bellum Iugurtinum, 10, 19-20).
Il discorso di Micipsa è un piccolo trattato di arte politica. La massima infatti che "con la concordia i
piccoli stati diventano potenti mentre con la discordia anche i più grandi rovinano" rimase proverbiale .
Racconta Seneca (Lettera a Lucilio XCIV, 47) che Vispanio Agrippa "dicere solebat multum se huic debere
sententiae" (=dichiarava di aver molto imparato da quel suggerimento). Può essere che il re di Numidia in
punto di morte non abbia mai pronunciato simili parole, ma era abitudine degli storici inventare discorsi per
meglio evidenziare il carattere di un personaggio.
Tito Livio nelle sue Storie ripete sotto altra forma il medesimo concetto: "Duas ex una civitate discordia
facit (Il, 24)" (=La discordia divide la città in due), e "Nihil concordi collegio firmius ad rempublicam
tuendam (X, 22)" (=Non vi è niente di più sicuro per la tutela d’uno Stato, che un consiglio di governanti
concorde).

Consanguineus lethi sopor:


Il sonno è fratello della morte (Virgilio , Eneide, libr. VI, v. 278).
L'espressione che sembra sia stata usata per primo da Omero, la ritroviamo sia nell'Eneide che in
sant'Agostino nel libro IV "de anima et eius origine" e nella lettera 140 "De gratia novi testamenti liber".

Consequitur quodcumque petit:


Ottiene ogni cosa desideri (Ovidio Metamorfosi Libro VII V.683).
Era il motto di Diana di Poitiers (1499-1566). Aveva circa 20 anni più del suo amante, il re di Francia
Enrico II ma doveva essere ben conscia... dei mezzi che la natura le aveva messo a disposizione!

Consilia qui dant prava cautis hominibus, et perdunt operam et deridentur turpiter:
Quelli che danno cattivi consigli a uomini prudenti perdono il tempo e sono oggetto di derisione (Fedro).
Un coccodrillo vedendo un cane dissetarsi, correndo, alle acque del Nilo, gli disse di fermarsi e di bere con
tutta tranquillità. Il cane gli rispose: Lo farei, se non sapessi quanto ti piaccia la mia carne. Vi corrisponde il
proverbio: Guardati da chi ti consiglia a scopo di bene...

Consuetudo concinnat amorem:


La consuetudine concilia l'amore (Lucrezio De rerum natura libro VI).
Spiega L'autore che spesso la donna , col suo fare,con i modi compiacenti e con la cura del corpo , riesce ad
abituarti facilmente alla possibilità di trascorrere la vita con lei.
Del resto, la consuetudine fa nascere l'amore; giacché ciò che per un lungo periodo è percosso da colpi
continui, anche se lievi, prima o poi cede.

Consuetudo pro lege servatur:


La consuetudine si osserva come legge.
In Italia infatti oggi risulta (quasi) istituzionalizzata l'evasione fiscale, il furto, soprattutto quello perpetrato
da amministratori dello stato, il falso in bilancio, il pizzo, le mazzette, il voto di scambio... azioni ormai
considerate talmente comuni che nessuno più si scandalizza o si indigna qualunque cosa accada.

Consule Planco:
Sotto il consolato di Planco (Orazio Odi libro III, XIV v.29).
L'espressione che conclude l'Ode "...non ego hoc ferrem calidus iuventa, consule Planco" (=ardente di
gioventú non l'avrei sopportato, al tempo in cui Planco era console), equivale a... "tanti anni fa, quando ero
giovane".

Consummatum est:
Tutto è compiuto (Nuovo Testamento, Gv 19, 30).
Sono le ultime parole del Redentore sulla croce. Con la sua morte si compiva l'opera di salvezza affidatagli
dal Padre portando a termine il disegno divino come preannunciato nelle Scritture. L'espressione spesso
viene tradotta anche: "tutto è proprio finito" e si cita a proposito di un grande dolore, della morte d’un caro
parente, di un governo giunto al capolinea.
35 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Conticuere omnes, intentique ora tenebant:
Ammutolirono tutti e attenti atteggiavano la bocca (Virgilio Eneide libro II v.I).
Immagino l'intima soddisfazione di qualsiasi conferenziere, oratore o arruffapopoli se potesse vantarsi che
le sue parole sono riuscite a creare nell'uditorio l'atteggiamento illustrato nel detto. Con queste parole
Virgilio dipinge l'atmosfera di attesa e di silenzio creatasi nel gruppo dei Cartaginesi nello stesso momento
in cui Enea si appresta a raccontare la storia della tragedia di Troia.

Contra factum non datur argumentum:


Di fronte al fatto non servono argomentazioni.
"Nessun argomento è sufficientemente probante da confutare il fatto stesso". Scegliamo un argomento
certamente amato dalla maggioranza degli Italiani: il calcio. Per tutto il campionato si discute se la miglior
squadra sia il Milan piuttosto che l'Inter o la Juventus. Ultima domenica, prendiamo una squadra a caso: l'
Inter vince il campionato, inutile continuare a raccontarci al bar che le migliori erano le altre due, la più
forte resta quella che ha vinto.

Contra hostes fidei semper pugnavit Amalphis:


Amalfi sempre combattè contro i nemici della fede.
La città di Amalfi fu la prima delle Repubbliche marinare. Nell'849 una sua flotta al comando del console
Cesario sconfisse, presso Ostia, gli arabi che assediavano Roma. Fu da allora che si fregiò con simile
espressione.

Contra potentes nemo est munitus satis:


Nessuno è abbastanza difeso contro i potenti (Fedro, Favole, Libro II, 6,1).
Sentenza quasi parafrasata dal Manzoni nel cap. VII dei Promessi Sposi: “ Le parole dell’iniquo che è
forte, penetrano e sfuggono. Può adirarsi che tu mostri sospetto di lui, e, nello stesso tempo farti sentire
che quello che tu sospetti è certo: può insultare e chiamarsi offeso, schernire e chieder ragione, atterrire e
lagnarsi, essere sfacciato e irreprensibile”.

Contraria contrariis curantur:


La malattie si curano con i rimedi contrari.
È un principio della così detta medicina allopatica o classica; mentre quello della omeopatica suona:
"Similia similibus curantur" (=Le malattie si guariscono con rimedi simili).

Contritionem praecedit superbia:


La superbia precede il pentimento (Antico Test. Proverbi 16, 18).
Il superbo cioè viene punito per questo suo peccato. Questo brano dei "Proverbi" inizia con la bellissima
frase: "E' meglio possedere la sapienza che l'oro, il possesso dell'intelligenza è preferibile all'argento" e
termina con una verità che dovremmo considerare più spesso: "Nel grembo si getta la sorte, ma la
decisione dipende tutta dal Signore".

Convoco, signo, noto, debello, concino, ploro/Arma, dies, horas, nubila, laeta, rogos:
Raduno le truppe, conto i giorni, suono le ore, allontano i temporali, celebro le feste, piango i morti.
Iscrizione su campane. Se ne trova una anche sulla più grande campana di Trevi in Umbria.

Coram populo:
Davanti a tutto il popolo (Orazio, Ars Poetica, 185).
In pubblico, alla presenza dì tutti. Troviamo nel Vangelo (Mt. 27,24) "Pilatus...accepta aqua lavit manus
coram populo..." (=Pilato...presa dell'acqua si lavò le mani davanti a tutto il popolo). Mai avrebbe
immaginato che questo gesto pubblico avrebbe consegnato alla storia il suo nome. Lo si usa quando si
vuole indicare che una notizia, deve essere proclamata ai quattro venti.

Coram Sanctissimo:
Alla presenza del Santissimo , cioè alla presenza del santo Padre.
Espressione curiale usata nel codice di diritto canonico. Troviamo un esempio nel Codice di diritto
Canonico (Art.III can.2112) "Congregatio generalis habetur coram Sanctissimo, assistentibus Patribus
Cardinalibus Sacrae Congregationis..." (=la riunione generale avverrà con la presenza del Santo (Padre) e
con l'assistenza dei padri Cardinali della Sacra Congregazione...)
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Corda fratres:
Cuori fratelli.
Nome di una associazione internazionale di studenti fondata nel 1898 dal torinese Efisio Giglio-Tos. Ne
fecero parte Giovanni Pascoli e Guglielmo Marconi. Voleva essere un tentativo di rinnovare, in ambito
internazionale, i legami di solidarietà e fratellanza che da sempre uniscono gli studenti degli Atenei

Cor magis tibi Sena pandit:


Siena ti apre un cuore più grande...(della porta che stai attraversando).
Si tratta di una iscrizione scolpita sull'arco della porta Camollia in onore di Ferdinando I dei Medici e oggi
divenuta simbolo dell'ospitalità senese. Vuole la leggenda che prenda il nome dal condottiero romano
Camulio che vi pose il suo accampamento. Nel corso degli anni il nome fu trasformato in Camollia. Per la
sua posizione verso Firenze, era la più controllata e difesa tra tutte le porte della Città.

Corpus delicti:
Corpo del delitto.
E' corpo del delitto tutto ciò che è prova inconfutabile di un fatto delittuoso. (tanto per intenderci avrebbe
potuto essere "corpus delicti" quella che il cow-boy Bush definiva "pistola fumante" e cioè l'esistenza di
depositi di gas tossici in Iraq! .

Corruptio optimi pessima:


La cosa peggiore è la corruzione dei migliori.
Espressione applicabile alla vita di ogni giorno ed alle nostre esperienze personali.

Corruptissima re publica plurimae leges:


In uno stato stravolto dalla corruzione, le leggi si moltiplicano (Tacito, Annali, Libro III, 27).
"Iamque non modo in commune sed in singulos homines latae quaestiones, et corruptissima re publica
plurimae leges" (=Ormai dunque i principi affermati nei processi non miravano all'interesse comune ma a
colpire i singoli e in uno stato stravolto dalla corruzione le leggi si moltiplicavano).
Sembra che la corruzione venga da lontano ma noi europei di ceppo latino siamo tra i massimi esponenenti
e geniali esportatori di questa piaga. Almeno ai tempi dei romani, "quei Romani" ancora non erano stati
inventati i decreti "mille proroghe" e le tante leggi "ad personam" tanto care ai nostri ultimi governi.

Cor unum et anima una:


Un cuore ed un'anima sola (Atti degli Apostoli , 4.32-33).
Scrive l'Evangelista Luca negli "atti degli Apostoli" : E la moltitudine dei credenti era un cuor solo e
un'anima sola; nè alcuno c'era che considerasse come suo quel che possedeva, ma avevano tutto in comune.

Cras amet qui numquam amavit; quique amavit cras amet:


Ami domani chi mai amò e chi amò ami anche domani (Anonimo, dal Pervigilium Veneris).
Il "Pervigilium Veneris" (=La veglia di Venere) è un componimento di epoca imperiale romana dedicato a
Venere. D'autore anonimo e datazione incerta, celebra la figura di Venere signora della vita e della
rinascita. La frase citata rappresenta il ritornello del carme.

Cras credo, hodie nihil :


Ti faccio credito domani, oggi no. (M.T.Varrone, Satire Menippee, Frammento 78/79).
Le Satire Menippee, raccolte in centocinquanta libri dei quali non possediamo che circa seicento
frammenti, furono scritte tra l'80 e il 46 a.C. Il detto equivale al cartello che ancora si vede esposto in certi
negozi con la scritta: “Oggi non si fa credito, domani sì”. Deve quindi arrivare da lontano l'abitudine di
andare a credito e... pagare alle calende greche.

Crede mihi, militat omnis amans!:


Credimi, ogni innamorato è un soldato (Ovidio Amores libro I - Elegia 9 v. 2).
Ho tradotto "amans" con innamorato ma quasi certamente Ovidio voleva proprio dare a questo termine il
significato di "amante". L'elegia è comunque un simpatico parallelismo tra fatiche amatorie e fatiche
militari. Le operazioni militari quali le veglie, il sopportare l'inclemenza del tempo, l'assedio una città, il
sorprendere l'avversario, fare la guardia sono paragonate dal poeta alle stesse azioni che, certo con maggior
soddisfazione, compie un innamorato.
37 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Crede ratem ventis, animam ne crede puellis; namque est feminea tutior unda fides:
Affida la nave ai venti ma non il cuore alle fanciulle; è infatti più sicuro affidarsi all'onda che a una donna.
Come sempre accade la storia non è maestra di vita.

Credo quia absurdum:


Io credo perchè è assurdo.
La frase viene attribuita a Tertulliano, apologeta del secondo secolo: I dogmi della religione cristiana vanno
sostenuti con convinzione tanto maggiore quanto meno sono comprensibili dalla ragione umana.

Crescit occulto velut arbor aevo (fama Marcelli):


Cresce, invisibile nel tempo, come un albero (il nome di Marcello) (Orazio libro I, ode XII v. 45).
In questa Ode considerata un inno di lode agli dei e agli uomini, i padri e gli eroi che hanno fatto grande
Roma con la loro onestà e valore, da Romolo a Camillo, da Attilio Regolo a Fabrizio, da Marcello alla
"Gens Iulia", ed è proprio al console Marco Claudio Marcello che viene indirizzato simile l'elogio.

Crimen laesae (maiestatis):


Delitto di lesa maestà.
Motto giuridico per designare il massimo dei delitti. Spesso si adopera ironicamente per cose da nulla,
ingrandite tanto dagli altri da farne un "crimen laesae maiestatis".

Crucifige:
Crocifiggilo (Nuovo Testamento Mc 15,13).
Alla folla che chiedeva la libertà di Barabba, Pilato chiese che cosa doveva fare di Gesù e la risposta, a
distanza di una settimana in cui la stessa lo aveva osannato mentre faceva il suo ingresso in Gerusalemme,
fu: "crucifige eum". Questo a dimostrazione di come sempre le folle sono facilmente influenzabili.

Cui bono?:
A vantaggio di chi ? (Cicerone, Pro Roscio Amerino, 84).
Cicerone nell'80 a.C. assunse la difesa di Sesto Roscio Armerino il cui padre era stato ucciso su mandato di
due suoi parenti, d'accordo con Lucio Cornelio Crisogono, potente favorito e liberto di Silla. Crisogono
aveva fatto inserire il nome dell'ucciso nelle liste di proscrizione per poterne acquistare all'asta, a un prezzo
irrisorio, le proprietà terriere.
Gli assassini cercarono di sbarazzarsi del figlio dell'ucciso accusandolo di parricidio ma Cicerone svelò le
responsabilità di Crisogono, con l'orazione Pro Roscio Amerino convincendo i giurati che l'assassinio
favoriva (...cui bono...) gli accusatori e non l'accusato.
Da questo processo, in cui ebbe l'ardire di opporsi ad un potente appoggiato da Silla, ma senza inimicarsi il
dittatore, inizio' la fama e la carriera politica di Cicerone.
Il significato è pressochè identico al detto : "Is fecit cui prodest" (=il colpevole è colui che da questo ne
trarrà vantaggio).
Detto commentato da Renato C.

Cui prodest?:
A chi reca vantaggio? (Seneca, Medea, v. 500).
"Cui prodest scelus, is fecit" fa dire Seneca a Medea: ne deriva che quando un delitto manca di movente,
manca pure di autore. Possiamo applicare il detto anche alle tante leggi o provvedimenti che vengono varati
e che non presentano utilità alcuna per la cittadinanza se non per una ristretta cerchia di... utenti
legalizzando anche il furto o l'arricchimento illecito. Sono quelle leggi che con un termine latino vengono
definite:"ad personam".

Cuique suum:
A ciascuno il suo.
Si usa anche l'espressione "Unicuique suum". Aforisma della legislatura romana. Concorda con il precetto
evangelico: "Reddite Caesari quae sunt Caesaris, et quae sunt Dei Deo" (=Rendete a Cesare quello che è
di Cesare, ed a Dio quello che è di Dio).
38 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Cuius cura non est, recedat:
Chi non ha nulla a che fare in questo luogo si allontani (Formula ecclesiastica).
Si trattava di una formula rituale usata in certe cerimonie ecclesiastiche per invitare i profani o i non
interessati alla cerimonia, che nel luogo sacro si svolgeva, ad allontanarsi. Direi che il detto ben si applica a
tutti i curiosi perditempo che troppo spesso si interessano ai fatti altrui, più portati alla critica negativa fine
a se stessa che a quella costruttiva.

Cuius regio, eius et religio:


Tale governo tale religione.
Principio in base al quale, identificandosi la religione con il potere politico, i sudditi dovevano professare la
religione dell'autorità politica cui erano sottomessi pena l'espulsione dal paese o peggio. Da qualche anno il
detto è tornato di attualità considerando la massiccia immigrazione da paesi con religione, usi e costumi
tanto diversi dal nostro. Corrisponde al nostro proverbio: Paese che vai usanze che trovi ma, alla lettera,
vorrebbe significare che lo straniero deve adottare la religione della nazione in cui si trova.

Culpam poena premit comes:


Il castigo segue come compagna la colpa (Orazio, Odi, 1V, 5).
Cioè, o presto o tardi ogni delitto ha il suo castigo.

Cum aspexeris quot te antecedant, cogita quot sequantur:


Quando consideri il numero di quanti ti precedono, pensa a quanti ti seguono (Seneca, Lettera a Lucilio,
libro II, XV-10).
Potremmo tradurre il tutto con la nota espressione "Non lamentarsi di gamba sana".

Cum finis est licitus, etiam media sunt licita:


Quando il fine è lecito anche i mezzi per ottenerlo lo sono (Hermann Busembaum - Medulla theologiae
moralis).
Hermann Busenbaum fu un gesuita vissuto in Germania attorno al 1650. Come ammisero lealmente anche i
suoi lettori più critici e ben lontani dalle sue idee nella sua opera appare chiaro che l'autore ammetta solo
l'uso di mezzi indifferenti o buoni in sé e non affatto di quelli in se stessi cattivi.
L'espressione "il fine giustifica i mezzi" ha finito per sintetizzare grossolanamente il pensiero di
Machiavelli, che alla figura evocata dal Principe associa un individuo privo di scrupoli, di un cinismo
estremo e nemico della libertà. La parola "giustifica" evoca sempre un criterio morale, mentre Machiavelli
non vuole "giustificare" nulla, vuole solo valutare, in base ad un altro metro di misura.

Cum grano salis:


Con un granello di sale.
"Addito salis grano" (=Con l'aggiunta di un granello di sale - Naturalis Historia Libro XXIII, 20) così
scriveva Plinio il Vecchio per indicare un contravveleno che agiva soltanto se preso "con un grano di sale".
Con il tempo, l'espressione variata in "cum grano salis", è venuta ad assumere il significato di : "con un
pizzico di buon senso".

Cum Laude:
Con onore.
Espressione latina che in ambito universitario indica la buona qualificazione di uno studente nel corso di
laurea. Nella eventualità di risultati particolarmente apprezzabili si parla di "Magna cum laude" che diventa
"Summa cum laude" in presenza di valutazione eccezionale.

Cum notis variorum:


Con note di vari scrittori.
L'espressione completa è: "Editio cum notis variorum" (=Edizione con note di vari scrittori). Si tratta di
espressione che designa certe edizioni di classici molto apprezzate dagli studiosi.

Cum quibus:
Con i quali...
Popolare ed espressivo modo per indicare i soldi senza i quali non è possibile fare nulla.
39 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Cum sis in mensa, primo de paupere pensa: cum pascis eum, pascis, amice, Deum:
Quando sei a mensa pensa prima al povero: mentre nutri il povero, o amico, nutri Dio.
Troviamo un analogo concetto espresso da Albertano da Brescia (anche noto come Albertanus causidicus
Brixiensis) nell'opera "De amore et dilectione Dei": "Quisquis es, in mensa primum de paupere pensa; nam
dum pascis eum pascis amice Deum; pauperis in specie nam latet ipse Deus" (=Chiunque tu sia, a mensa
per prima cosa pensa al povero; mentre infatti mentre lo nutri, amico, nutri Dio, nell’immagine del povero,
infatti è nascosto Dio stesso).

Cunctando restituit rem:


Temporeggiando salvò lo stato (Cicerone Epistulae Ad Atticum II - 19 - Cato Maior De Senectute IV - 10).
Il testo completo è "Unus homo nobis cunctando restituit rem" (=Uno solo....) con riferimento a Quinto
Fabio Massimo che combattendo contro Annibale preferì quella che oggi definiremmo "tattica di
guerriglia" a scontri diretti. La storia infatti lo ricorda come "cunctator" (= il temporeggiatore).

Cuncta supercilio moventis:


Muove tutte le cose con un muovere di ciglia (Orazio, Odi, III, I).
Cioè con l’aggrottare delle sopracciglia. Orazio la riferisce a Giove, padre degli dèi, di cui esalta
l’onnipotenza. Si adatta anche a persone che, costituite in qualche carica, si danno arie superiori alla loro
condizione.

Cupio dissolvi:
Desidero morire (Filippesi 1.23-24)
La frase completa di san Paolo è “Coartor autem ex his duobus: desiderium habens dissolvi et cum Christo
esse, multo magis melius; permanere autem in carne, magis necessarium est propter vos.” (=Sono messo
alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con
Cristo, il che sarebbe assai meglio; d`altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne).
“Cupio dissolvi” rappresenta per san Paolo il desiderio del completo abbandono in Cristo per potersi
finalmente annullare in lui, mentre spesso il detto si cita per indicare il raggiungimento di un tale livello di
sopportazione da trovare nell'annullamento della morte l'unica via di scampo.

Curae acuunt mortalia corda:


Le preoccupazioni aguzzano l'ingegno dei mortali.
Troviamo un identico concetto espresso nelle Georgiche (Virgilio Libro I v. 123): "Curis acuens mortalia
corda"(=aguzzando l'ingegno mortale con le preoccupazioni).

Curia romana non petit ovem sine lana: dantes exaudit, non dantibus ostia claudit:
La curia romana non vuole pecore senza lana: ascolta chi da e, a chi non da, chiude la porta in faccia.
Sembra che simile espressione sia stata coniata al tempo di papa Leone X quando, a corto di denaro non
disdegnò di vendere arcivescovadi o indulgenze, per mantenere la curia romana e portare a termine i lavori
iniziati in Roma. Considerando comunque il comportamente di certi papi i destinatari potrebbero essere
tanti.

Currenti calamo:
Con penna veloce.
Cioè scritto in gran fretta. Si allega la frase per chiedere perdono di errori eventualmente sfuggiti nella
fretta dello scrivere, a causa della quale spesso si cade in qualche "lapsus calarni" (=errore dovuto alla
penna, cioè una semplice svista).

Curriculum vitae:
Corso della vita.
Oggi possiamo tradurre questa espressione come resoconto biografico, insieme delle esperienze lavorative
o elenco delle principali vicende di una vita". Si utilizza spesso anche la forma abbreviata "curriculum" o le
sole iniziali maiuscole "CV". Praticamente su un CV vengono elencati i dati sugli studi effettuati, sui lavori
precedentemente svolti, sulla cultura generale, e quant'altro necessario per giudicare l' idoneità o meno all'
assunzione di un candidato. Ricordo che il termine essendo equiparato ad una parola straniera come tale è
indeclinabile e pertanto deve essere inserito in un testo italiano al singolare: I curriculum inviati verranno
valutati... e non i curricula inviati...!
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Cursus honorum:
Corso di onori, carriera.
Con questa espressione si indicava la carriera politica dei giovani romani. Sopravvissuti ad almeno dieci
anni di vita militare potevano finalmente pensare di mettersi in politica. Accettata la sua candidatura
dall'Assemblea Centuriata se eletto accedeva al primo gradino come "questore" dove restava in carica un
anno. Se gli elettori si ritenevano soddisfatti del suo operato, veniva eletto "edile", e poteva l'anno
successivo e sempre per la durata di un anno concorrere alla carica di “pretore”. A questo punto poteva
aspirare alla "censura" carica che durava 5 anni e successivamente al “consolato”.

D
Damnatio:
ad bestias, ad metalla, ad viarum munitiones, in crucem:
Condanna a morte per mezzo delle bestie feroci nel circo, ai lavori forzati, a morte per via breve, alla
costruzione di strade, alla croce.
Ai tempi in cui, "absit iniuria verbo" alle parole seguivano i fatti e le condanne venivano scrupolosamente
eseguite, con l'espressione "Damnato esto ad... "(=che tu sia condannato a...) il giudice comunicava al
condannato la pena da scontare. Inutile dire che con la condanna a morte nel circo o con altri mezzi spicci
(decapitati, trafitti da frecce, crocifissi... ) si concludeva la vita terrena del condannato.
Quando invece si trattava di condanna ai lavori forzati da scontare nelle miniere, nella costruzione di strade
o sulle galere (a proposito chissà come si definiva quest'ultima pena in latino) , il cittadino veniva privato di
ogni diritto civile. La perdita dello "status libertatis" ne comportava, inoltre, la confisca dei beni.
Solamente con l'avvento dell'imperatore Giustiniano (535 d.C.) la legge venne modificata e la condanna ai
lavori forzati cessò di comportare tale perdita.
Modificato dall'originale in seguito a preziosi suggerimenti di Franco C.

Date obolum Belisario:


Fate l'elemosina a Belisario.
Frase celebre che, pur avendo sapore di leggenda come ritengono i critici, viene attribuita al grande
generale colpito dalla cattiva sorte. Narra una leggenda che fatto accecare dall'imperatore Giustiniano I alla
stregua di mendicante chiedeva l'elemosina ai viandanti presso Porta Pinciana a Roma. A testimonianza di
questo esisteva una lapide sulla quale era appunto incisa la frase: "Date obolum Belisario".

Datur omnibus:
Si da a tutti.
Scritta che si legge sulla porta di qualche monastero ad indicare che la carità di Cristo abbraccia
indistintamente tutti, ricchi e poveri. Ricorda le parole di fra Galdino (I Promessi Sposi cap. III) che
concludono il racconto del miracolo delle noci: "...perchè noi siamo come il mare che riceve acqua da tutte
le parti e le torna a distribuire a tutti i fiumi."

Dat veniam corvis, vexat censura columbas:


La censura (la critica) risparmia i corvi, e tormenta le colombe (Giovenale, Satire, II, 63).
Sentenza che viene spontaneo applicare quando si vedono perseguitati gli innocenti mentre restano impuniti
i malvagi.

Dat virtus quod forma negat:


Il valore da tutto quello che la bellezza ci nega (Bertand du Guesclin).
Bertand du Guesclin fu un condottiero francese del XIV secolo. Nato da una famiglia della piccola nobiltà
bretone, fin dall'infanzia si distinse per un fisico sgraziato, tarchiato e nerboruto, forza sorprendente e
carattere estremamente ostinato ma indomito guerriero.Era il motto che ornava il suo stemma sul quale era
rappresentato un rinoceronte che proprio tanto bello non è!!!

Da ubi consistam:
Dammi un punto di appoggio.
Abbreviazione del motto di Archimede: "Da mihi ubi consistam, et terram caelumque movebo" (=Datemi
un punto di appoggio e solleverò il mondo), alludendo alla proprietà della leva. Si cita quando si
domandano i mezzi necessari a intraprendere qualche grande impresa.
41 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Davus sum, non Oedipus:
Sono Davo, non Edipo (Terenzio, Andria, 2, 24).
"Davo"qui significa un povero schiavo ingenuo; "Edipo" invece, il re di Tebe, persona sublime ed
intelligente come dimostra l'esser riuscito a risolvere l'enigma postadalla sfinge. Ci si trincera dietro questa
sentenza quando si vuol addurre la propria debolezza come scusa per non assumere o compiere incarichi
troppo alti o difficili.

De auditu:
Per sentito dire.
Espressione giuridica con la quale si indica una testimonianza resa al giudice in base alla conoscenza che il
teste ha di un fatto ma solo per averne sentito parlare. Si tratta quindi di una testimonianza fatta per quanto
sentito “de auditu” e non per quanto visto “de visu”.

Debellare superbos:
Abbattere i superbi. (Virgilio, Eneide, VI, 853).
(vedi anche "Parcere subiectis et debellare superbos")
Verso che il poeta mette in bocca ad Anchise, il quale spiega ad Enea la futura missione del popolo
Romano.

Debemur morti nos nostraque:


Siamo votati alla morte noi e tutte le nostre cose. (Orazio, Ars poetica, 63).
Il concetto è ripreso anche da Ovidio (In Liviam, 359). “Tendimus huc omnes: metam properamus ad
unam; Omnia sub leges mors vocat atra suas” (=Tutti tendiamo a questo fine, tutti ci affrettiamo ad
un’unica mèta; la tenebrosa morte chiama tutte le cose sotto le sue leggi).

Decet imperatorem stantem mori:


L' imperarore deve morire in piedi.
Espressione spesso usata in sostuituzione di quella che Svetonio mette in bocca all'imperatore Vespasiano.
"Imperatorem stantem mori oportere" (=L'imperatore deve morire in piedi) (Svetonio, Vita dei XII Cesari,
vita Divi Vesapasiani, p. 320).

Decipimur specie recti:


Siamo ingannati dall'apparenza del bene.(Orazio, Ars poetica, 25).
Veramente Orazio pretende parlar solo dei poeti; ma la sua morale, in questo caso, è di applicazione
universale.

De cuius (hereditate agitur):


(Il defunto) di cui (stiamo trattando l'eredità).
Espressione notarile con cui viene definito il defunto all'atto della lettura del testamento.

De facto:
Di fatto.
Con questa espressione si indica una situazione "di fatto" cioè non riconosciuta dall'ordinamento giuridico,
ma accettata dalle parti in causa.

Deficit:
Manca (Giovenale Satita VII v.129).
La citazione "Pedo conturbat, Matho deficit" (=Pedone va in rovina e Matone fallisce) di Giovenale, è una
delle tante trovate navigando in internet. Il vocabolo non ha bisogno di spiegazione alcuna considerando
che, per noi italiani da tanti anni, ci sta incollato come una maledizione. L'utilizzo risale al 1500 quando
inizialmente indicava gli ammanchi di materiale negli inventari ma che con il passare degli anni ha
acquistato l'attuale significato di disavanzo.

De gustibus non est disputandum:


Non bisogna discutere sui gusti.
Proverbio che si fa risalire agli scolastici del Medioevo. Non si tratta di una espressione aulica, ma è
certamente tanto conosciuto ed usato che non si può non citare. Il fatto che ognuno abbia le proprie
preferenze è ciò che rende il mondo diverso, interessante, stimolante. Di identico significato è il nostro
proverbio: "non è bello ciò che è bello, ma ciò che piace"!.
42 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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De iure:
Di diritto.
Tutto ciò che si compie in forza di legge, basandoci cioè su quella che la legge ordina di fare. Ovviamente è
l'opposto dell'espressione "de facto".

De lana caprina:
Discutere della lana delle capre. (Orazio, Epist., I, 18, 15).
Il motto ricordato da Orazio invita a non dare importanza alle cose che non ne hanno. La lana delle capre
infatti è universalmente riconosciuta di natura scadente e per il poeta risulta tempo perso discuterne. La
frase si riferisce a questioni di poca o nessuna importanza, ad argomentazioni capziose quando, come si usa
dire, si va cercando il pelo nell’uovo.

Delenda Carthago:
Cartagine deve essere distrutta (Floro, Storia romana, lI, 13).
Era il ritornello consueto di Catone che sempre terminava i suoi discorsi, su qualunque argomento li tenesse
con la frase: "Ceterum censeo Carthaginem esse delendam" (=Quanto al resto , penso che Cartagine debba
essere distrutta), ritenendo che i nemici, o bisogna renderseli amici, o bisogna schiacciarli se le forze lo
consentono e, nel caso di Cartagine come già era avvenuto per la civiltà etrusca, questa seconda era l’unica
soluzione. La frase si usa per esprimere l’idea fissa di qualcuno che torna insistentemente sul medesimo
argomento.

Deliberando saepe perit occasio:


Stando a pensare, spesso perdi un’occasione (Publilio Sirio Sententiae 140).
La capacità di prendere decisioni rapide dicono sia una delle prerogative dei più grandi condottieri da
Alessandro Magno ad Annibale, da Cesare a Napoleone. Un tentennamento può decidere una battaglia o
addirittura il corso della storia. Ricordiamo l'indecisione di Annibale dopo la battaglia di Canne che fece
esclamare a Maarbale "Vincere scis Hannibal, victoria uti nescis". Se avesse marciato su Roma, ormai
indifesa, non ci sono dubbi che la nostra storia sarebbe stata scritta in modo ben diverso. Esiste un detto
milanese che cerco di rendere in italiano: Meglio un "vado" che cento "andrò".

De minimis non curat praetor:


Il pretore non si occupa di cose di ordinaria amministrazione.
La carica di pretore istituita attorno all'anno 366 a.C. ed alla quale erano ammessi solamente i patrizi
comportava, per chi la ricopriva, notevoli responsabilità che andavano dall'amministrazione della giustizia
alla responsabilità di governo quando i consoli erano assenti da Roma. Il "Praetor urbanus"
successivamente venne affiancato da un collega chiamato "Praetor peregrinus". Normalmente si usa il
detto per spiegare all'interlocutore che chi ricopre alte cariche non può occuparsi anche delle inezie. Non
stona neppure quando lo si usa per colpire la negligenza di qualche superiore che, oltre le cose piccole, non
cura nemmeno le grandi.

Deminutio capitis:
Diminuzione di diritti.
Si usa questa espressione per indicare il cambiamento, in peggio, delle condizioni di una persona, o una
riduzione di potere sia sul posto di lavoro che in politica. Per gli antichi romani significava la perdita di
certi diritti civili. Esistevano tre diversi gradi di "Deminutio capitis", che rispettivamente comportavano la
schiavitù o la condanna a morte "maxima", la perdita della cittadinanza romana "media" o la perdita
dell'adozione "minima".

Demissa voce locuta est:


Parlò a voce bassa (Virgilio Eneide libro III v 320 ).
Assistiamo al racconto del dramma di Andromaca moglie di Ettore. Dopo aver visto il marito ucciso da
Achille, aver assistito alla distruzione di Troia ed all'uccisione del figlio Astianatte scagliato dalle mura di
Troia da Pirro, dello stesso figlio di Achille è costretta a diventar moglie. Ora in terra straniera, dopo tante
sventure, rimpiange la sorte della cognata Polissena che, pur uccisa dallo stesso Pirro sulla tomba del padre
Achille, non aveva sopportato come lei condizioni così umilianti.
43 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Demissos animos et tacitos vitare memento:
Ricordati di evitare quelli che fingono umiltà e parlano poco (Disthica Catonis, Libro IV, XXXI).
Il distico completo sarebbe: "Demissos animo ac tacitos vitare memento: Qua flumen placidum est, forsan
latet altius unda". (=Ricordati di evitare quelli che fingono umiltà e parlano poco: dove il fiume scorre più
tranquillo forse si nasconde l'onda più alta).

De mortuis nihil nisi bonum:


Dei morti si deve dire solo bene (Chilone?).
La tradizione, rifacendosi a Diogene Laerzio, ne assegna la paternità a Chilone (VI sec. a.C.) uno dei sette
saggi della Grecia ed indipendentemente dall'autore tutti noi sappiamo quanto sia vera questa affermazione.
Non so dalle vostre parti ma dalle mie non esiste morto di cui, quando se ne parla, non si premetta
l'espressione:"la buonanima di xxxx" e, sempre in tema di defunti, altra espressione abusata, qualunquista e
spudoratamente falsa che non accetto è :"sono sempre i migliori che se ne vanno!". Significa che noi che
restiamo siamo la feccia? Sarò cinico ma essere tra i peggiori non mi disturba in queste occasioni.

Dente lupus, cornu taurus petit:


Il lupo assale con i denti, il toro con le corna. (Orazio, Satire, Il, 1, 52).
Scrive il poeta che ciascuno si difende con i propri mezzi, usando le capacità e le armi fornitegli da natura.
Infatti se il lupo e il toro usano rispettivamente i denti e le corna, Sceva lo scialaquatore non si macchierà le
mani del sangue della madre troppo longeva, ma la ucciderà con la cicuta avvelenandole il miele.

Dente superbo:
Con dente sdegnoso. (Orazio, Satire, libro II sat.6 , v. 87).
E' la descrizione dell'atteggiamento tenuto dal topo di città alla mensa frugale del topo di campagna.
Quest'ultimo che in onore dell'ospite aveva dato fondo a tutte le sue riserve alimentari: ceci, avena, acini di
uva passa, pezzetti di lardo mangiucchiati nel tentativo di vincere con l'abbondanza e la varietà delle portate
l'atteggiamento sdegnoso dell'amico si sente chiedere: "quid te iuvat amice, praerupti nemoris patientem
vivere dorso?" (=Che ci trovi a vivere in miseria su questo dirupo tra i boschi?). Continua a: "carpe viam,
mihi crede,comes!".

Deo gratias!:
Sia ringraziato Dio.
Era la risposta che il ministrante dava al sacerdote che con "Ite, missa est" (=andate, siete congedati)
congedava l'assemblea. Questa espressione liturgica è divenuta comune nel linguaggio familiare per
esprimere la soddisfazione di un buon successo, della partenza di un rompiscatole, della fine d’una
conferenza noiosa.

Deo ignoto:
Al dio sconosciuto (Atti degli Apostoli,XVI I, 22).
Iscrizione letta da S. Paolo su un tempio di Atene, durante il suo ministero apostolico. Ne prese lo spunto
per far conoscere il Dio dei Cristiani.
La frase s’usa talora per indicare che un libro, un’opera. un monumento, non si sa a chi siano dedicati.

De omni re scibili et quibusdam aliis:


Di tutto lo scibile e di tanto altro ancora.
Era il motto di Pico della Mirandola che per capacità mnemonica e cultura riteneva essere il migliore tra gli
uomini del suo tempo. Si usa per designare in modo ironico quanti si ritengono ..."tuttologi".

De plano:
Facilmente, senza alcuna formalità.
Locuzione del linguaggio giuridico. Alcuni esempi possono chiarire il concetto : Il tribunale può
provvedere "de plano" e senza garanzia... ...Penso sia sfuggito a coloro che sono intervenuti, che la
richiesta non va accolta "de plano" e che non è possibile ottenere "sic et simpliciter" ...la previsione del
procedimento "de plano" troverebbe ragione nel fatto che... ...Come si evince "de plano" dalle censure
appena esposte.

De profundis:
Dal profondo (dell'abisso) (Liturgia, Salmo 129).
È l’ inizio del noto salmo che si recita o si canta nella liturgia dei defunti. Si usa parlando di persona che si
crede spacciata: gli si può cantare il "De profundis".
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Derideri merito potest qui, sine virtute, vanas exercet minas:
Può giustamente essere deriso chi, privo di valore, minaccia inutilmente. (Fedro, Favole, libro III, 6, 10-
11).
È tratta dalla favola "La mosca e mula". Per incitare la mula a correre, l' insetto minaccia di pungerla, ma
questa risponde dicendole che teme solo il morso e la briglie messe dall’uomo. Il testo completo sarebbe:
“Hac derideri fabula merito potest qui, sine virtute, vanas exercet minas” (= Questa favola serve a
ridicolizzare chi, senza averne i mezzi, muovono inutili minacce.).

Descende, descende, per saecula damnande!:


Lascia il trono pontificio, lascialo, tu che sei destinato ad essere dannato nei secoli (Enrico IV, 1050-
1106).
Siamo al tempo delle lotte per le investiture quando Papato e Impero nei secoli XI e XII si contendevano la
prerogativa nella scelta e nell’ordinazione dei vescovi.
Enrico IV dichiara decaduto il papa Gregorio VII ritenendo la sua nomina irregolare avendo lui come re dei
Romani il diritto di intervenire nell'elezione del successore di Pietro, con un messaggio che conteneva la
seguente frase: “ Heinricus Dei gratia rex cum omnibus episcopis nostris tibi dicimus: Descende,
descende, per saecula damnande!” (= Noi Enrico, re per grazia di Dio con tutti i nostri vescovi ti
ordiniamo: Lascia il trono pontificio, lascialo, tu che sei destinato ad essere dannato nei secoli). A questa
imposizione Gregorio VII rispose con la famosa scomunica che portò l’imperatore a Canossa nell’inverno
del 1077 per implorarne la revoca.

Desiderata:
Cosa di cui si avverte la mancanza.
A volte nelle biblioteche, negli ospedali, negli studi medici si trovano registri dove il pubblico può
esprimere la propria richiesta (desiderata) per cose di cui avverte la mancanza e che avrebbe piacere
trovare.

Desine fata deum flecti sperare precando:


Non sperare che il destino cambi pregando il dio (Virgilio Eneide Libro VI v 376).
Per gli antichi il destino era immutabile dominando tutta la vita umana inesorabilmente e senza speranza
alcuna di riscatto. Enea sceso nell'Ade incontra lo spirito di Palinuro costretto a vagare senza pace perchè il
destino, come lui stesso racconta, gli ha negato anche il conforto di una tomba. Alla richiesta di ricoprire il
suo corpo di terra o ancora meglio di aiutare il suo spirito ad attraversare le acque dello Stige "eripe me his,
invicte, malis" ponendo così fine al suo peregrinare la Sibilla, che accompagnava l'eroe troiano, risponde
che nessuna delle due cose sarà possibile da parte di Enea perchè il destino ha predisposto diversamente.

Desine meque tuis incendere teque querellis:


Smetti di angosciare sia me che te con i tuoi lamenti (Virgilio Eneide Libro IV v 360).
Enea sembra non comprendere lo sgomento e il dolore di Didone. Era stato accolto, lui e la sua gente, come
amico e per lui la regina di Cartagine era venuta meno alla promessa di eterna fedeltà fatta a Sicheo, il
precedente marito. Didone non lamenta il fatto che Enea lascerà lei e Cartagine, ma l'aver scoperto che lui
in realtà non l'ha mai amata e la frase che infatti pronuncia ne è la prova!.

Desinit in piscem:
Termina a coda di pesce. (Orazio, Ars poetica, 4).
Allusione ad un verso dell’ Ars poetica nel quale l’opera d’arte senza unità è paragonata ad un busto di
bella donna che termina con la coda di pesce. Desinit in piscem, mulier formosa superne
Si dice delle cose il cui fine non corrisponde al principio, iniziate bene e finite male.

Desipere in loco:
Dimenticare la saggezza nel tempo opportuno. (Orazio, Odi, 1V, 12, 28).
Il poeta qui consiglia Virgilio a mescolare alla sapienza un grano di pazzia. Vi si trova una qualche
analogia con il detto: "Semel in anno licet insanire" (= (almeno una volta all’anno è lecito impazzire).
Potrebbe intendersi che anche nello studio e nel lavoro sono necessari intervalli di riposo.

Desponsamus te, mare, in signum veri perpetuique dominii:


Noi ti sposiamo, o mare, in segno di vero e perpetuo dominio.
Era la frase che il doge, a bordo del Bucintoro, ogni anno, all'Ascensione, pronunciava buttando nel mare
un anello per celebrare il rito dello sposalizio tra Venezia ed il Mare.
45 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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De stercore Ennii:
Dall'immondezzaio di Ennio(Virg.).
Virgilio afferma d’aver preso delle gemme fra l’immondezzaio di Ennio, per scusarsi dell'accusa di plagio
d’alcuni suoi versi.La citazione ricorre, nell’ uso corrente, con significato spregiativo, per stigmatizzare le
origini di qualche fatto volgare.

De te fabula narratur :
E' di te che si parla in questa favola. (Orazio, Satire, I, 1, 69).
Il poeta, dopo aver dipinta la pazzia dell’ avaro, si rivolge al suo ipotetico interlocutore. L’espressione si
usa per richiamare alla realtà qualcuno che, mentre si parla dì lui, fa "l’indiano". E’ analoga al detto:
"Lupus in fabula" (=Il lupo di cui si parla nella favola è qui presente).

Deus creavit Linnaeus disposuit:


Dio creò e Linneo li mise in ordine.
Le malelingue sostenevano che fosse stato lo stesso Linneo a crearsi il detto. Carlo Linneo (1707-1778)
biologo e scrittore svedese è considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi
viventi.

Deus dedit, Deus abstulit: sit nomen Domini benedictum!:


Dio me l'ha dato, Dio me lo ha tolto: sia benedetto il suo nome!(Giobbe 1, 21-22)
Sono le parole pronunciate da Giobbe, uomo felice e di vita intemerata, quando i servi gli annunciano le
gravissime sventure piombate all'improvviso sulla sua famiglia: quanto possedeva, buoi, asini, pecore,
cammelli, servi e figli sono tutti morti. La frase viene citata per comprendere, in funzione di un disegno
divino, le disgrazie della vita.

Deus, ecce deus:


Il Dio, ecco il Dio.(Virgilio, Eneide, VI, 46).
Esclamazione della Sibilla Cumana quando si sentiva invasata dall’influenza profetica di Apollo. Nell’uso
corrente simboleggia l’ispirazione poetica: "Deus, ecce deus!" (=Ecco l’ispirazione, ecco l’estro poetico!).

Deus ex machina:
Un dio sceso dalla macchina.
Locuzione relativa al teatro greco , nel quale al culmine dell’azione, interveniva la divinità, fatta discendere
dal cielo per mezzo di complicati meccanismi , a sciogliere tutti i nodi del dramma.
La frase si suoi applicare alle persone che, in affari arruffati, in situazioni quasi disperate, sanno,
all’improvviso, trovare una soluzione.

Deus mare, Batavus litora fecit:


Dio ha creato il mare e gli Olandesi i lidi.
L'espressione, che alcuni considerano un motto di origine olandese, corrisponde bene alla realtà. E' infatti
ad una natura ostile che gli abitanti di queste regioni hanno dovuto disputare lo spazio che era loro
indispensabile per vivere e prosperare

Deus nobis haec otia fecit:


Un dio ci ha donato questi ozi. (Virgilio, Egloghe, I, 6).
È un elogio della vita campestre, ritirata, tranquilla. Si legge anche sui portoni d’ingresso di qualche casa di
campagna usata per trascorrevi le ferie.

Deus vult:
Dio lo vuole.
Grido di incitamento che la tradizione vuole venisse pronunciato da Pietro l'eremita per spronare i Cristiani
a partire per liberare i luoghi sacri. Si trova spesso anche storpiato in "Deus lo vult, Deus lo volt” oppure
“Deus le volt".
Considerando il totale fallimento di due secoli di crociate (Concilio di Clermont 1095- Caduta di Acri
1291) l'espressione viene comunemente usata in senso ironico nel momento in cui si è costretti ad azioni
sulle quali già in anticipo si nutrono dubbi di fattibilità e di utilità.
46 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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De visu:
Con i propri occhi.
Chi non ricorda il comportamento dell'apostolo Tommaso? Per credere alla resurrezione di Gesù pretese di
mettere il dito nel posto dei chiodi e mettere la mano nel suo costato. Si usa questa espressione ogni
qualvolta si vuole rimarcare che quanto si afferma è dovuto non al racconto di altri ma alla diretta visione
dell'avvenimento.

Diaboli virtus in lumbis est :


La forza del demonio sta nella lussuria (Hieronymus, Epistulae, 22,11 - Ad Eustochium - De virginitate
servanda) e prosegue: "Omnis igitur adversus viros diaboli virtus in lumbis est: omnis in umbilico contra
feminas fortitudo." (=Pertanto relativamente agli uomini la forza del demonio risiede nei loro genitali
mentre nei confronti delle donne nel loro utero). L'espressione usata da san Gerolamo è presa dall'Antico
Testamento (Giobbe 40,16) "Fortitudo eius in lumbis eius, et virtus illius in umbilico ventris eius" (=La sua
forza (del demonio) è nei suoi lombi e il suo vigore nel suo ventre). E' frequente nella Bibbia incontrare
"lombi, femore, ombelico" utilizzati per indicare rispettivamente i genitali maschili o femminili.

Dicamus bona verba, venit natalis, ad aras;quisquis ades vir mulierque fave:
Pronunciamo parole di augurio, il dio dei natali si avvicina all'altare: tutti i presenti, uomo o donna
tacciano (Tibullo, Elegie, Libro II, II v. 1,2).
Il componimento è indirizzato all'amico Cornuto in occasione del suo compleanno. Certo che l'amico non
chiederà in dono terre o perle preziose ma l'amore fedele della moglie, il poeta augura che il loro legame sia
duraturo e che il dio "Natale" li possa trovare dopo tanti anni, pur con le rughe e i capelli bianchi,
circondati da una schiera di nipoti che giocano ai loro piedi.
Detto segnalato da Pier Antonio G.

Dictum factum:
Cosa detta, cosa fatta (Terenzio Il punitore di se stesso atto V v. 940).
L'espressione è passata senza alcuna modifica di significato nella lingua italiana. Ha un ampio impiego in
tutte le occasioni e necessità: ti serve una informazione? Apri internet e ... “dictum, factum”.

Diem perdidi!:
Ho perso la giornata. (Svetonio, Vita Divi Titi, 8 - Eutropio Breviario libro VII , 21).
Parole attribuite all'imperatore Tito, addolorato per avere trascorso una giornata senza essere riuscito a
compiere alcuna buona azione.

Dies irae:
Il giorno dell'ira (Liturgia, Sequenza dei morti).
Sono le due prime parole della nota Sequenza che la Chiesa Cattolica recita o canta sulle spoglie dei suoi
fedeli defunti e nel giorno dei Morti: Sequenza che fa un vivissimo quadro della fine del mondo e del
Giudizio Universale.

Difficile est longum subito deponere amorem:


È difficile mettere fine di colpo ad un lungo amore (Catullo Carmina n° 76).
L'aggettivo "lungo" tenderebbe ad escludere i primi innamoramenti e le prime cotterelle: sembrano eterni
ma non lo diventano fino a che non si trova l'anima gemella e poi, anche qui, ci sarebbe da fare qualche
distinguo! A proposito di coppie innamorate ricordiamo Filemone e Bauci, che non volendo sopravvivere
l'uno all'altro chiesero a Giove di poter morire entrambi nello stesso momento perchè neppure la morte
potesse mettere fine al loro amore e nessuno dei due avesse a soffrire per la mancanza dell'altro, e
altrettanto saldo era il sentimento di Orfeo nei confronti della sposa Euridice se, come narra la mitologia,
scese nell'Ade per riportarla sulla terra.

ifficile est satiram non scribere:


E' difficile non esprimersi con la satira (Walter di Châtillon, Carmina moralia, carmen IV v. IV).
Conosciuto anche come Gualterus de Castellione visse in Francia attorno al XII secolo. Fu teologo e
scrittore in lingua latina. Sembra che alcune sue composizioni gogliardiche, composte quando ancora era
studente all'università di Parigi, siano confluito nei "Carmina Burana".
47 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Difficiles nugae:
Cretinate difficili. (Marziale, Epigrammi, Il, 86).
Il Poeta parla delle persone che pur mancando di capacità comica cercano, peggiorando spesso la
situazione, di rendersi ben accette con atteggiamenti spiritosi. In questi giorni che precedono le elezioni
assistiamo, da destra e da sinistra, ad esempi cretini di "vis comica" dove si arriva a gabellare le offese più
incredibili come battutine... ironiche!

Difficilius ab honestate quam sol a cursu suo averti potest:


E' più difficile allontanarlo dall'onestà, che far recedere il sole dal suo cammino.(Eutropio, Breviario, Il,
14).
Elogio che Eutropio mette sulla bocca di Pirro all’indirizzo di Caio Fabrizio Luscinio, il generale romano
che non riuscì nè a vincere nè a corrompere. Di questo personaggio, esempio di onestà , di disprezzo delle
ricchezze e di incredibile parsimonia, ne tesse altresì l'elogio Dante (Purgatorio canto XX vv 25-27):
"Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, con povertà volesti anzi virtude che gran ricchezza posseder con
vizio".

Digitus Dei est hic:


Qui vi è il dito di Dio. (Esodo, VIII, 19).
Espressione pronunciata dai maghi del Faraone quando le piaga delle zanzare colpì la terra d'Egitto.
Tentarono di imitare con i loro incantesimi il gesto di Aronne che percuotendo la terra aveva trasformato la
sabbia in zanzare, ma non riuscendovi riconobbero l'esistenza di un potere divino superiore alla loro magia.
Si usa normalmente quando ci si trova di fronte ad avvenimenti che la ragione o la scienza non riescono a
spiegare.

Dii lanatos pedes habent:


Gli dei hanno i piedi fasciati di lana (Petronio Satyricon 44).
Gli dei raggiungono i colpevoli in silenzio. Con identico significato troviamo anche (Antico Testam.,
Ecclesiastico 5,4 ) "Altissimus est patiens redditor" (= L'Altissimo è un pagatore paziente). Altra
espressione molto simile è attribuita a Macrobio "Deos iratos laneos pedes habere" (= Gli dei irati hanno i
piedi protetti dalla lana). Tutte praticamente equivalgono al nostro proverbio: "Dio non paga il sabato". Il
castigo può essere procrastinato ma non all'infinito e quando meno lo si aspetta ci colpirà.

Dii, talem terris avertite pestem:


O dei, allontanate dalla terra tale flagello (Virgilio Eneide Libro III v.620).
Sono le parole pronunciate da Achemenide, compagno sventurato di Ulisse e da lui dimenticato sull'isola
dei Ciclopi durante la sua precipitosa fuga. La si può tranquillamente usare per quasi tutti i nostri attuali
Uomini politici

Diligite iustitiam qui iudicatis terram:


Amate la giustizia, voi che siete giudici in terra. (Antico Testam., Sap., I, 1).
Sono le parole con cui inizia il libro della Sapienza, attribuito al re Salomone: monito divino ai reggitori dei
popoli.

Di meliora piis:
Che gli dei concedano (tempi) migliori agli uomini pii. (Virgilio, Georg.. III, 513).
Virgilio fa questa invocazione dopo la descrizione delle miserie prodotte dalla peste.
Nell’uso corrente lo si indirizza alle persone colpite da qualche lutto, o provate dalla sventura, per augurare
loro tempi migliori.

Dimidiatus Menander:
Un Menandro a metà.
Sintetica espressione usata da Giulio Cesare per definire l'arte del commediografo Terenzio. Il Menandro
chiamato in causa era considerato a quei tempi il miglior commediografo greco e a lui si ispiravano
traducendone le opere ed adattandole agli avvenimenti di casa loro i primi commediografi romani da Livio
Andronico a Nevio , da Quinto Ennio a Plauto. Afro Publio Terenzio schiavo di origine cartaginese,
affrancato in considerazione delle sue capacità di scrittore, è forse quello che, come stile, più si avvicina
allo stile di Menandro, ma mentre Cicerone ne parla come di uno dei maggior poeti della Repubblica,
Cesare, che come scrittore non era secondo a nessuno, ne riconosceva il perfetto stile letterario, ma non ne
apprezzava la capacità di scenografo: da qui la definizione.
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Dimidium facti, qui coepit, habet:
Chi comincia è a metà dell'opera (Orazio, Epist., I, 2, 40).
Per gli antichi in generale e per i Romani in particolare, abituati a pianificare nei minimi dettagli ogni
operazione militare, ogni opera pubblica o privata, non era necessario aggiungere anche l'avverbio "bene"
come noi invece, più portati al pressapochismo, abbiamo fatto rendendo la frase in italiano:"Chi ben
comincia, è a metà dell’opera". Spesso in Italia si comincia un'opera, si intascano i soldi e ci si da alla
latitanza senza preoccuparsi, il più delle volte di terminarla!

Dis aliter visum:


Gli dei hanno giudicato diversamente. (Virgilio, Eneide, Il, 428).
Il commento di Virgilio è diretto al troiano Riféo considerato giovane giusto ed estremamente rispettoso
degli dei, ma nonostante questo gli stessi non impedirono che venisse ucciso. L'uso che si fa della
espressione latina è comunque simile a quello del proverbio italiano: "L'uomo propone e Dio dispone".

Discite iustitiam moniti, et non temnere divos:


Imparate a vivere rettamente e a non disprezzare gli dei. (Virgilio, Eneide, VI. 620).
Flegias, secondo la mitologia, avendo saccheggiato il tempio di Delfo, fu da Apollo precipitato nel Tartaro
e condannato a gridare senza tregua questo ammonimento.

Dis Manibus Sacrum:


Sacro agli Dei Mani.
Si tratta di una iscrizione funeraria. si trova spesso anche l'acronimo "D.M.S" oppure solamente "D.M."

Divide et impera:
Dividi e comanda.
Fu la logica perseguita dal senato romano: il modo migliore per evitare che popoli sottomessi si
coalizzassero e si ribellassero all'invasore era far sì che rivaleggiassero tra di loro concedendo a chi un
privilegio e a chi un altro. La paura di perdere questi previlegi li spingeva a combattere l'un contro l'altro e
non contro l'oppressore comune.

Diviserunt sibi vestimenta mea:


Si sono divise le mie vesti. (Salmo XXI, 19).
Allusione alle vesti del Redentore che, alla sua morte, furono sorteggiate fra i soldati sotto la croce. La
frase si adopera, nell’uso comune, per indicare spogliazioni o ruberie di cui alcuno è stato vittima, quasi per
dire: "M’hanno rubato anche la camicia"!

Divitiae meae sunt, tu autem divitiarum es:


Le mie ricchezze sono mie, tu invece sei loro chiavo (Seneca De vita beata 22).
Seneca riprende un analogo concetto espresso da Orazio in una lettera all'amico Aristio Fusco (Epistolae I,
10 v.47-48). Elogiando la vita della campagna contrapposta a quella della città, che l'amico preferisce,
scrive: "Imperat aut servit collecta pecunia cuique, tortum digna sequi potius quam ducere funem" (=Il
troppo denaro è servo e padrone: dovrebbe seguire le redini, non impugnarlei). Fuor di metafora Orazio
spiega che il saggio domina il denaro solamente se ne fa buon uso diversamente si lascia dominare da
quello poi, prendendo a prestito l'immagine dell'animale legato ad una fune e condotto a mano dal
contadino, spiega che se l'animale è docile e mansueto si lascia tirare sottomesso ma in caso contrario è
quest'ultimo che tira fune e contadino.

Divum Domus:
Casa degli dei (Virgilio Eneide Libro, II, v.241).
Con questa epressione presa a prestito dall'Eneide i Romani definivano la città di Roma. Il testo completo
sarebbe "O patria, o divum domus Ilium et inclita bello moenia Dardanidum!" (=O patria, o Ilio sacra casa
degli dei e mura di Troia eccelse in guerra).

Dixi!:
Ho detto
Motto con il quale si fanno terminare discorsi, ragionamenti, ecc
49 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Docendo discitur:
Insegnando s'impara.
L'espressione è ripresa da Seneca che nelle Lettere Morali a Lucilio libro I, VII scrive: "Homines dum
docent discunt" (=Gli uomini mentre insegnano imparano).

Doctor in utroque (iure) :


Dottore nell'uno e nell'altro (diritto).
Si dice di persona che ha ottenuto il dottorato sia nel diritto civile che nel diritto canonico.

Doctum doces:
Insegni a uno che già sa (Maccio Tito Plauto Poenulus scena 4.2 vers.800).
"Stai perdendo il tuo tempo dice il servo Sincerasto a Milfione", "perchè mai?" chiede quest'ultimo, Perché
"doctum doces" risponde il servo. Verrebbe da pensare ad un detto italiano che suona così: Chi sa fa e chi
non sa...insegna!

Doctus cum libro:


Sapiente con un libro davanti.
Espressione usata per indicare persone incapaci di esprimere una idea propria e che si appoggiano a quanto
altri hanno già detto o scritto.

Dolus an virtus quis in hoste requirat?:


Astuzia o coraggio, che importanza ha contro il nemico? (Virgilio, Eneide, lib.II, ).
E' la frase che Corebo, giovane guerriero innamorato di Cassandra, pronuncia la notte in cui Troia viene
espugnata: avendo ucciso con facilità una pattuglia di soldati greci che nell'oscurità li hanno scambiati per
commilitoni, esorta i compagni a fingersi soldati greci indossando le loro armature per meglio combatterli.

D.O.M. :
A Dio Ottimo Massimo
Quante volte ci sarà capitato di leggere sul frontone di una chiesa queste tre lettere. Altro non sono che
l'acronimo di "Deo Optimo Maximo".

Domus Dei et porta caeli :


La casa di Dio è la porta del cielo (Antico Testam. Gn 28,17).
Sono le parole pronunciate da Giacobbe dopo la visione avuta in sogno mentre era in viaggio per il paese di
Labano fratello di sua madre Rebecca. "Quam terribilis est, inquit, locus iste! Non est hic aliud nisi domus
Dei et porta caeli” (= Quanto è terribile questo luogo disse ! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la
porta del cielo).

Domum servavit, lanam fecit:


Custodì la propria casa, filò la lana.
Iscrizione funeraria di Claudia, matrona romana. Il massimo elogio rivolto dai Romani alla donna, vista
come moglie e madre era infatti: "Casta fuit, lanam fecit, domum servavit" (= Fu fedele al marito, filò la
lana custodì la propria casa). Elogi in uso fino ai nostri tempi. Senza scomodare i romani, ricordo infatti
che, anche nel piccolo cimitero di Pieve di Revigozzo, troviamo una lapide con la seguente curiosa e
simpatica iscrizione: "Qui riposa Maria Rocca morta a 86 anni. Fu donna profondamente cristiana abile
nei lavori donneschi, spesso chiamata dalle famiglie. Morì quasi dimenticata lasciando alle nubili preclari
esempi di virtù. Requiescat in pace".

Donec corrigatur:
Fino a quando non sarà corretto.
Espressione di condanna temporanea che compariva sui frontespizi dei libri ritenuti non conformi alla
ortodossia teologica e morale della Chiesa cattolica dalla "Sacra Congregazione dell'indice". L' "indice" di
questi libri proibiti venne abolito con il Concilio Vaticano II.

Donec eris felix, multos numerabis amicos, tempora si fuerint nubila, solus eris:
Finchè sarai felice avrai molti amici,ma se il tempo ti si oscurerà rimarrai solo. (Ovidio, Tristia, I, 1, vers.
39-40).
Questo frase si cita nei casi di improvvise disgrazie, ma soprattutto nelle frequenti delusioni prodotte dall'
amicizia. E' comprensibile come Ovidio, condannato dall'imperatore Tiberio a Tomi sul Mar Nero dove
morirà senza rivedere Roma, soffra vedendosi, ora caduto in disgrazia, abbandonato da tutti.
50 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Do ut des:
Io do affinchè tu dia.
Il vero dono consiste nel consegnare un bene nelle mani di qualcuno senza attendersi in cambio alcunchè, il
dare per essere ricambiati denota una certa dose di egoismo.

Ducere dona iube!:


Ordina di portare i premi (Virgilio Eneide Libro V v.385).
E' la richiesta che il pugile Darete, sperando in una vittoria a tavolino come si dirà tanti secoli dopo, fa ad
Enea. Siamo in Sicilia, e si stanno svolgendo i giochi funebri in onore di Anchise. Nessuno dei presenti osa
sfidare Darete nella gara di pugilato ed egli, stanco di aspettare, si rivolge ad Enea pretendendo il premio
anche senza aver combattuto. Per conoscere il seguito andare a: "Procumbit humi bos".

Ducunt volentem fata, nolentem trahunt:


Il fato accompagna chi acconsente, trascina chi resiste. (Seneca, Epistulae Morales Ad Lucilium - Libro
XVII-XVIII ,CVII, 11).
In altre parole il destino è irrevocabile e non può mutarsi. E' una visione della vita comune agli scrittori
pagani.

Dulce et decorum est pro patria mori:


E' bello e dolce morire per la patria. (Orazio, Odi, III, 2, 13).
Con questo celebre verso Orazio stimola i giovani Romani ad imitare le virtù e l’eroismo guerriero dei loro
antenati.

Dulces moriens reminiscitur Argos:


Morendo ricorda la dolce Argo (Virgilio, Eneide, lib. X).
La frase ricorda la morte dello sfortunato Antore che partito da Argo s'era unito ad Evandro, fermandosi in
Italia. Abbattuto da un colpo di lancia destinato ad Enea in punto di morte ripensa alla sua dolce patria che
non rivedrà mai più.

Dulcia linquimus arva:


Noi abbandoniamo gli amati campi. (Virgilio, Egloghe. I, 3).
Nostalgico rimpianto alla vita salubre dei campi, che il Poeta mette in bocca a Melibeo, il quale, esule dopo
la battaglia di Filippi, rievoca appassionatamente i suoi fertili poderi.

Dum fata sinunt iungamus amores:


Finché la sorte ce lo consente uniamo i nostri amori (Tibullo Elegie Libro I-1-69).
Il pensiero della vecchiaia e della morte, che trova nell'amore un unico rifugio, è comune ad altri poeti,
troviamo infatti tra i contemporanei (Properzio Elegie Libro II -XV- 23) "oculos satiamus amore"
(=riempiamoci di amore gli occhi) e (Catullo Carmina, Carme 64, v.372) "coniungite amores" (=amatevi).

Dum nihil habemus maius, calamo ludimus:


Quando non dobbiamo fare cose di maggior importanza, giochiamo con la penna. (Fedro, Favole, Libro
IV, 2,2).
Gli argomenti di poca importanza di cui parla l’autore citato, sono appunto le favole che corrono sotto il
suo nome; cosa giocosa e leggera a prima vista, ma sature di alti e reconditi significati e d’una moralità che
si può dire comune a tutti i tempi ed a tutti i luoghi.

Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur:


Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata. (Tito Livio, Storie, XXI, 7).
Si usa citare l'espressione nei confronti di quanti perdono giornate intere in consultazioni senza prendere
una decisione efficace. Narra Tito Livio che alla morte di Asdrubale, pugnalato in circostanze mai chiarite
nel 221 a.C., i soldati acclamarono come loro comandante Annibale. Questi completò in due anni la
conquista di tutta la Spagna a sud del fiume Ebro che per un precedente trattato tra le due emergenti
potenze rappresentava il confine tra i territori romani e quelli cartaginesi e, per ultimo, pose l'assedio a
Sagunto, città alleata di Roma ma situata a sud dell'Ebro e quindi al di fuori del territorio Romano.
L'assedio, durato otto mesi, terminò nel 219 a.C. con la conquista della città mentre Roma, impegnata su
altri fronti, si limitò a sterili proteste verbali presso Cartagine, che declinò le proprie responsabilità
addossandole ad Annibale.
51 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Dum sumus in corpore peregrinamur:


Finchè rimaniamo nel corpo siamo come dei pellegrini (san Paolo 2Cor 5,6).
Bellisssimo esempio di doppia interpretazione di frase latina. Avulsa dal contesto potrebbe essere un
bellissimo slogan pubblicitario per una azienda di... turismo ma ben diverso era il significato voluto da
Paolo di Tarso. "...audentes igitur semper et scientes quoniam dum sumus in corpore peregrinamur a
Domino..." (=...facendoci pertanto coraggio e sapendo che finchè rimaniamo prigionieri del nostro corpo
camminiamo lontani dal Signore...). La citazione è presa infatti dalla seconda lettera ai Corinzi, scritta da
san Paolo attorno all'anno 57 mentre si trovava in Macedonia, trovandosi nella necessità di difendere, nei
confronti di quella comunità, il proprio ministero dalle accuse di incostanza e orgoglio che gli venivano
mosse da alcuni cristiani convertiti dal giudaismo.

Dum vitant stulti vitia in contraria currunt:


Gli stolti, per evitare i vizi, cadono nell'errore contrario. (Orazio, libro I, sat. II.).
La frase si può applicare a persone prese, come si usa dire, fra due fuochi, quando per evitare un male
cadono in uno maggiore. Corrisponde al nostro proverbio: Dalla padella nella brace.

Dura lex, sed lex!:


La legge è dura ma è legge.
In altri termini: anche se la legge importa gravosi sacrifici, bisogna sottomettervisi, poichè tutte le leggi,
essendo un freno, comportano un onere.

Durum hoc est sed ita lex scripta est:


E' duro da accettare ma così è scritto nella legge.
Troviamo anche l'espressione con identico significato: "Dura lex, sed lex" (= La legge è dura da accettare
ma va osservata).

Dux agminis:
Comandante dell'esercito (Livio Ab Urbe Condita Libro II - 13).
Ai romani, almeno a quelli di allora, sembrava bello e didatticamente utile, per le generazioni a venire,
inventarsi "primo esempio di propaganda di guerra" atti di coraggio e di amor patrio soprattutto in
occasione di clamorose sconfitte. Clelia, giovane romana consegnata come ostaggio a Porsenna con altre
dieci ragazze, convince le compagne a fuggire e, come racconta Tacito, "dux agminis virginum inter tela
hostium Tiberim tranavit" (=alla testa di questa schiera di vergini, sotto una pioggia di frecce nemiche,
attraversò il Tevere a nuoto).

Dux femina facti:


Donna guida dell'impresa (Virgilio Eneide I v.364 ).
Non si tratta dell'elogio fatto ad una donna da un femminista "ante litteram" però, forse per "par condicio"
con le eroine romane Virgilio non può non mettere in risalto il coraggio di Didone . A lei il marito Sicheo,
ucciso dal cognato Pigmalione, appare in sogno e le ordina di imbarcarsi con tutti coloro che, come lei,
hanno in odio il tiranno. Molto attuale il detto. Ai nostri giorni fortunatamente non mancano personaggi
femminili di grande rilievo in ogni settore sia della vita pubblica che privata.

E
Ecce ancilla Dei (o Domini):
Ecco la serva del Signore.(S. Luca, I, 38).
Sono le note parole di risposta che la Vergine diede all’angelo dell’ Annunciazione.
Nell’uso comune si cita per dichiararsi sottomessi a qualsiasi ordine dei superiori.

Ecce lignum crucis, in quo salus mundi pependit :


Ecco il legno della croce da cui dipende la salvezza del mondo.
Espressione tratta dalla liturgia del Venerdì Santo. Per i cristiani la morte di Cristo in croce rappresenta la
più grande dimostrazione di amore di un Dio verso l'umanità. Solo un Dio ha la possibilità di donare la vita
dopo la morte.
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Ecce homo:
Ecco l'uomo. (S. Giovanni, XIX, 5).
Parole pronunziate da Pilato nel presentare Gesù Cristo, flagellato e coronato di spine, al popolo. Sono
divenute anche il titolo di vari quadri raffiguranti tale soggetto. Nell’uso corrente si ripetono per qualche
persona ridotta male in arnese: Poveretto! sembra proprio un "Ecce homo"!

Ecce iterum Crispinus!:


Ecco di nuovo Crispino. (Giovenale, IV, 1).
Ossia, ecco di nuovo l’importuno, il noiosissimo Crispino. La frase si adopera unicamente in cattivo senso,
cioè quando si tratta di persona fastidiosa, seccante.

Edamus, bibamus, gaudeamus:


Mangiamo, beviamo, godiamo. (Ignoto... fortunatamente)
Come proclama di vita lo ritengo molto riduttivo della dignità umana. E' pur vero che, come recitava
Lorenzo il Magnifico, se accettiamo una visione edonistica e materialistica e pagana della notra vita, "del
doman non v'è certezza" ma questo non significa che si debba ridurre l'uomo ad un semplice... tubo.

Editio princeps:
Edizione principale.
Con queste parole si indica la prima e, si suppone, la più autentica edizione di un libro o di un'opera.

Ego nolo Caesar esse:


Non vorrei essere Cesare (Anneo Floro).
Sono le prime parole di un epigramma che il poeta invia all'imperatore Adriano in cui esprime il suo
dispiacere per le fatiche che in quel momento sta sopportando lontano da Roma: "Ego nolo Caesar esse,
ambulare per Britannos, latitare per Germanos, Scythicas pati pruinas" (=Non desidero essere Cesare,
girare tra i Britanni, nasconderti tra i Germani e patire gli inverni della Scizia.) Forse con queste parole
pensava di suscitare invidia nell'imperatore , ma questi a... stretto giro di posta rispose: "Ego nolo Florus
esse...".

Ego nolo Florus esse:


Non vorrei essere Floro ( Imperatore Adriano).
A Floro, in risposta ad alcuni versi che gli erano stati da lui inviati, l'imperatore Adriano così rispose: "Ego
nolo Florus esse, ambulare per tabernas, latitare per popinas, culices pati rotundos" (=Non desidero
essere Floro, girare tra i tuguri, nascondermi nelle osterie e patire (i morsi) di grasse pulci!). Adriano pur
lontano da Roma sempre era imperatore con tutti gli agi e gli onori che questo comportava e, nel aimpatico
scambio di battute sembra rimarcare tale concetto.

Ego sum alpha et omega, principium et finis:


Io sono l'alfa e l'omega, il principio e la fine.(Nuovo Testam. Apocalisse, 1,8).
"Alfa e omega" sono rispettivamente la prime a l'ultima lettera dell'alfabeto greco e sono usate in senso
figurato per indicare l'inizio e la fine di ogni cosa. Nell' Apocalisse troviamo simile espressione usata
dall'evangelista Giovanni per spiegare come Dio sia l'inizio e la fine di tutto. Nella iconografia tombale è
piuttosto comune trovare le due lettere greche presso le due date più significative del defunto:nascita e
morte.
Detto segnalato da Sara.

Ego sum Pastor bonus:


Io sono il buon pastore (Nuovo Testam., Gv. 10, 11 e 14).
Nel Vangelo di Giovanni troviamo simile espressione pronunciata da Gesù ben due volte: "Ego sum pastor
bonus; bonus pastor animam suam ponit pro ovibus" (=Io sono il buon pastore, il buon pastore offre la vita
per le pecore) "Ego sum pastor bonus et cognosco meas, et cognoscunt me meae" (=Io sono il buon pastore,
conosco le mie pecore e loro conoscono me). E' altresì un mottetto del musicista Waclaw z Szamotulski
noto anche con il nome latino di Venceslaus Samotulinus e, con l'altro mottetto "In te Domine speravi" (=In
te Signore ho sperato ) sempre dello stesso autore, vanta il primato di essere stata le prima composizione
musicale polacca stampata all'estero.
53 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ego sum qui sum:
Io sono colui che sono (Antico Testam. Esodo 3, 14.).
A Mosè, che gli chiede quale definizione deve dare di Lui al popolo ebreo in attesa, Dio risponde con
questa frase che sintetizza la grandezza di un essere superiore che non può essere né descritto né definito.
Solamente chi è eterno può utilizzare il verbo "essere, esistere" al presente .
Nell'uso quotidiano viene presa a prestito per spiegare al nostro interlocutore che dobbiamo essere accettati
così come siamo, con i nostri pregi e difetti.

Ego te amata capio:


Io prendo te mia amata.
Con queste parole il Pontefice Massimo consacrava le Vestali, sacerdotesse della dea Vesta. Da questo
momento esse servivano nel tempio la dea per almeno trentanni impegnandosi a non venir meno al voto di
castità fatto, pena essere murate vive in una stanza sotterranea.

Eheu! Fugaces, Postume, Postume, labuntur anni:


Ahimè! Caro Postumo, gli anni scorrono velocemente. (Orazio, Odi, Il, 14, 1).
Volano gli anni, o Postumo, e viene la vecchiaia e la morte contro le quali non c'è rimedio. Dovrai separarti
da tutto quello che ti sta a cuore ed il tuo erede, certo più saggio di te, si godrà i vini da te gelosamente
custoditi. Il concetto del tempo che inevitabilmente scorre con le conseguenze appena raccontate viene
ripreso anche da Virgilio (Georgiche, Libro III, 284): "Fugit, interea, fugit inreparabile tempus" (= Il
tempo scorre irrimediabilmente) da Ovidio (Fasti, Libro VI, 771): "Tempora labuntur, tacitisque
senescimus annis et fugiunt freno non remorante dies" (= Il tempo passa ed invecchiamo senza
accorgercene e i giorni fuggono senza che alcun freno li rallenti), da Dante (Purgatorio, Libro IV, 9):
"Vassene il tempo e l'uom non se ne avvede" per terminare con una anonima scritta su meridiane che
ribadisce analogo concetto: "Ruit hora" (= l’ora precipita).

Eiusdem furfuris:
Della medesima crusca.
Epiteto che si dà, sempre in cattivo senso, a due soci che si rassomigliano perfettamente per vizi, malvagità
e difetti. Si usa anche l’espressione "eiusdem farinae" (=della stessa farina).

Emitur sola virtute potestas:


Il potere si compra solo con il valore (Claudio Claudiano, De tertio consulatu Honorii, 188).
Claudiano nacque ad Alessandria d'Egitto (circa 370 d.C.) e attorno al 395 si trasferì a Roma. Fu alla corte
di Onorio di cui nel 404 ne recitò il panegirico per il consolato.

Emunctae naris:
Di naso fine (di buon fiuto). (Orazio, Satire, I, 4, 8).
Dicesi di uomo che ha, come si suol dire, "un buon naso", cioè intelligenza acuta e pronta, intuizione rapida
e sicura, che sa prevedere gli avvenimenti.

Ense et aratro:
Con la spada e l'aratro.
"E' l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende" così declamava la propaganda fascista per
bocca di Benito Mussolini: mi auguro che mai più nessuno possa sentire parole simili.

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem:


Gli elementi non sono da moltipicare oltre il necessario.
Ogni soluzione più semplice è sempre la migliore e ha maggiori possibilità di essere corretta. Tale
principio, alla base del pensiero scientifico moderno, nella sua forma più semplice suggerisce l'inutilità di
formulare più assunzioni di quante strettamente necessarie per spiegare un dato fenomeno.

Epicuri de grege porcum:


Porco del gregge di Epicuro (Orazio, Epist. I, 4, 10).
Parrebbe impossibile che il gaudente Orazio arrivi a darsi questo... eufemismo! Ma si resta dubbiosi se egli
abbia inteso proprio dare del porco a sè stesso, o trattare come tali i suoi egregi commensali epicurei.
La frase è rimasta, in senso tutt’altro che benevolo, per indicare gli uomini avidi solo dei piaceri dei sensi.
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E pluribus unum:
Da tanti uno (attribuito a P. Virgilio Marone).
Equivale al nostro proverbio: l'unione fa la forza. Come motto è universalmente noto per essere stampato
sul dollaro americano e precisamente sul nastro che l'aquila tiene nel becco. Il primo utilizzo che la neonata
nazione americana fece di questa espressione latina fu nel 1776 quando la scelse come motto da apporre
allo stemma della prima confederazione dei tredici stati indipendenti che concorsero a formare il primo
nucleo degli Stati Uniti d'America e tutt'ora ricordati, nella bandiera statunitense, dalle tredici strisce
bianche e rosse.

Equus Seianus:
Cavallo di Seio (Gellio, Noctes Atticae, 3 - 9).
Modo di dire applicato a chi era perseguitato dalla sfortuna. Sembra si trattasse di un bellissimo cavallo che
portava disgrazia a chiunque ne diventasse lo sfortunato possessore. Gneo Seio infatti, primo proprietario,
venne condannato a morte da Marco Antonio. Quest'ultimo, entrato in possesso dell'animale, dopo che
dello stesso ne furono proprietari sia il console Cornelio Dolabella che Caio Cassio, pure essi colpiti da
morte violenta, ebbe la sorte che tutti conosciamo.

Erga omnes:
Nei confronti di tutti.
Qualsiasi norma, decreto, contratto che senza eccezione alcuna vengono applicati ad intere categorie di
persone si usa dire che sono validi "erga omnes". Il significato risulta quindi essere l'opposto del detto "ad
usum delphini" e cioè per una ristretta cerchia di persone.

Ergo:
Perciò.
Parola usata a conclusione di un sillogismo nelle dispute della filosofia scolastica.

Eripe me his, invicte, malis:


Strappami. o invitto, da queste sofferenze. (Virgilio, Eneide, VI, 365).
È la preghiera che Palinuro fa ad Enea incontrandolo all' Inferno, ove era sceso con la Sibilla. Per gli
antichi lo spirito di un corpo rimasto insepolto vagava per 100 anni senza pace prima di poter oltrepassare
lo Stige ed entrare nel regno dei morti. Se non è possibile dare al mio corpo il conforto di una tomba
permettendomi così di riposare da morto, "da dextram misero, et tecum me tolle per undas" (=porgimi la
mano destra a me misero e portami con te oltre queste acque).

Eripuit caelo fulmen sceptrumque tyrannis:


Strappò il fulmine dal cielo e lo scettro ai tiranni. (Anne Robert Jacques Turgot, barone di Laulne (1727-
1781).
E' l'iscrizione dettata dall'economista Turgot e incisa sul monumento dedicato dalla città di Filadelfia a
Beniamino Franklin. Come tutti sanno infatti fu l'inventore del parafulmine ed uno dei padri della
Costituzione americana.

Eritis sicut dii:


Sarete come dei (Genesi, 3,4-5).
Sono le parole che il serpente dice ad Eva per invogliarla a disobbedire a Dio mangiando il frutto proibito.
Ma il serpente disse alla donna: "no davvero che non morirete. Dio però sa che in qualunque giorno ne
mangerete, vi si apriranno gli occhi e sarete come dei, sapendo il bene e il male."

Errare humanum est:


E' nella natura dell'uomo sbagliare.
Assioma filosofico con il quale si cerca d’attenuare una colpa, un errore, una caduta morale. Livio (Storie,
VIII, 35) dice che: "Venia dignus est humanus error" (=Ogni errore umano merita perdono), e Cicerone
asserisce che: "Cuiusvis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare" (=È cosa comune
l’errare; è solo dell’ ignorante perseverare nell' errore).
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Errata corrige:
Correggi gli errori.
Locuzione talmente diffusa che avevamo dimenticato di pubblicarla. Senza paura di essere smentito credo
di poter affermare che il primo errore di stampa può essere datato 1457 d.C. anno in cui Gutemberg stampò
il primo libro. Consiste in una o più paginette con la segnalazione degli errori contenuti nel volume con la
richiesta al lettore di operare la rettifica manualmente.
Detto segnalato da Andrea

Error communis facit ius:


Un errore comune fa la legge.
Broccardo* che spiega come dal momento in cui tutti sbagliano, nessuno sbaglia o, meglio ancora
quell'errore viene codificato come legge.
* (regola giuridica in forma concisa).

Est! Est!! Est!!!:


E'! E'!! E'!!!
Nome di un eccellente vino bianco prodotto nei comuni dell'alta Tuscia. Una leggenda fa risalire la
notorietà ed il nome di questo vino ai primi anni del XII secolo. Al seguito di Enrico V che si recava a
Roma per essere incoronato imperatore si trovava un vescovo amante del buon vino che, per non perdere
tempo nella ricerca di buone osterie, mandava in avanscoperta il suo coppiere Martino con il compito di
segnalare le migliori. Il segno distintivo che Martino doveva apporre sulle porte era "EST!" per il vino
buono e "EST! EST!!" per un vino ritenuto eccellente.
Giunto a Montefiascone trovò così buono il vino che non esitò a ripetere, sulla porta dell'osteria, per ben tre
volte il segnale convenuto rafforzando il messaggio con l’aggiunta di sei punti esclamativi.
La leggenda continua raccontando che, al ritorno da Roma, il vescovo decise di stabilirsi a Montefiascone
dove morì per le eccessive libagioni. Sepolto nella chiesa di San Flaviano sulla sua tomba venne incisa la
frase: "Per il troppo EST! qui giace morto il mio signore Johannes Defuk".

Est locanda:
Si affitta.
Nel mercato immobiliare romano è una formula piuttosto comune per indicare una casa sfitta in
sostituzione del più noto "Affittasi". Da qualche decina d'anni a questa parte potrebbe essere il motto della
nostra Repubblica Italiana.

Est modus in rebus:


In ogni cosa c'è una misura. (Orazio, Satire, I, 1, 106).
L'espressione oraziana, derivata da Plauto é la condanna di ogni esagerazione. Il seguito della frase infatti:
"sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum" dice che "esistono confini al di qua
e al di la dei quali non può esservi rettitudine”. Sotto altra forma, potrebbe tradursi: Ogni eccesso è
vizioso. Seneca scrive: "Quidquid excessit modum, Pendet instabili loco (Edipo, 930)” (=Tutto ciò che
oltrepassa la misura, è in equilibrio instabile). Vedi anche "In medio stat virtus"

Et campos ubi Troia fuit:


E i campi dove si trovava Troia (Virgilio, Eneide, libro. III).
Mentre Troia brucia ai superstiti, riuniti attorno a lui, Enea dice "Abbandoniamo i patri lidi, il porto
ospitale e i campi dove sorgeva Troia" L'eroe troiano incarna il dolore di ogni popolo cacciato dalla sua
patria.

Et cetera:
E quant'altro.
Nella lingua italiana l'espressione è resa con eccetera o con l'abbreviazione ecc. ma spesso si trova anche
usata la forma latina et cetera con la relativa abbreviazione etc.! Viene usata in uno scritto o in un discorso
per dare al lettore o all'ascoltatore l'impressione di concludere l'enunciazione di un elenco che diversamente
risulterebbe impossibile concludere.

Et facere et pati fortia romanum est:


E' da romano compiere e soffrire cose forti. (Tito Livio. Storie, 11).
Espressione che riassume tutta la grandezza della virtù romana.
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Et formosos saepe inveni pessimos, et turpi facie multos cognovi optimos:
Ho trovato spesso persone belle ma pessime; e molte ne ho trovato di ottime, sebbene avessero brutto volto
(Fedro).
È la solita storia delle apparenze, cioè che l’abito non fa il monaco, nè la corda l’impiccato.

Etiam capillus unus habet umbram suam:


Anche un solo capello ha la sua ombra (Publilio Sirio).
Credo che al di là della ovvietà del detto, Publilio Siro volesse ricordarci che anche le cose più
insignificanti lasciano una traccia della loro esistenza. Anche un capello, nonostante le sue minuscole
dimensioni, riesce a fare ombra come oggetti più grandi e importanti.
Detto segnalato da Alberto Di S.

Etiam periere ruinae:


Sono state distrutte perfino le rovine. (Lucano, Fars., IX, 969).
Si allude alla frase detta da Giulio Cesare visitando le rovine di Troia. Il motto si usa per indicare una
distruzione totale, completa.

Etiamsi omnes, ego non:


Anche se tutti, io non. (Matteo 26, 33-34).
"Quando anche tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò" sono le parole pronunciate
dall'apostolo Pietro quando Gesù predice ai discepoli il loro abbandono prima di recarsi nell'orto del
Getsemani a pregare. E questo l'atteggiamento che si dovrebbe avere verso gli amici anche nelle avversità
della vita.

Et iterum dico vobis facilius est camelum per foramen acus transire quam divitem intrare in regnum
caelorum:
E inoltre vi dico che è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno
dei cieli. (Nuovo testam. Mt. 19,24).
Non tutti concordano su questo significato. Che relazione c'è tra un cammello e la cruna di un ago? Questi a
sostegno della loro tesi spiegano come San Gerolamo, autore della vulgata della Bibbia, nella traduzione
dal greco al latino abbia tradotto la parola "kamelos" come "cammello" e non come "gomena" (grossa fune
usata per l'ormeggio delle navi la cui circonferenza variava da 20 a 60 cm.). Sia come sia il monito è
evidente!

Et nunc ille Paris, cum semiviro comitatu:


Ed ora quel Paride con il suo seguito di mezzi uomini (Virgilio Eneide Libro IV v 215).
E' la definizione sprezzante che Jarba, re di Getulia e pretendente alla mano di Didone, da di Enea
lamentandosi con il padre Giove. Paragona l'eroe Troiano all'effeminato Paride lamentando che come lui è
arrivato a Cartagine per rubare la donna di altri. Didone da parte sua, totalmente presa da Enea dimentica
anche i suoi doveri di regina.

Et quae lanigero de sue nomen habet:


Colei che ha nome da una scrofa per metà pelosa (Sidonio Apollinare VII, 17).
Non sono in grado di garantire l'autore di simile espressione usata per indicare la citta di Milano anche se
alcuni testi ed il Web lo assegnano allo scrittore latino cristiano suindicato. Nato a Lione nel 431 ca.
all’attività letteraria associò una brillante carriera politica e nel 471, assurse anche alla carica di vescovo di
Clermont-Ferrand dove morì nel 486, .
L'etimologia di Milano è incerta. C'è chi la fa risalire ad un certo Belloveso capo dei Galli, chi ne deriva il
nome dal tedesco Mayland e chi, come cita il detto riportato, da un mostro, un porco mezzo coperto di lana,
che si vide nel luogo in cui la citta di Milano sarebbe stata edificata.

Et quasi cursores, vitae lampada tradunt:


E come i corridori essi passano la fiaccola della vita. (Lucrezio, lib. II,).
E' una staffetta metaforica. Certamente ai tempi di Lucrezio i genitori potevano dire di passare ai figli, non
solo in senso naturale, la fiaccola della vita. Oggi, nel terzo millennio, non sappiamo quanto "della
fiaccola" i figli siano disposti ad accettare dai genitori!!!
57 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Eureka:
Ho trovato.
Non è una parola latina, ma greca: l'abbiamo pronunciata tutti almeno una volta nella vita quando, dopo
tanto pensare, la soluzione del problema si è presentata alla nostra mente. Anche Archimede quando intuì la
legge della spinta idrostatica sui corpi provò non poca soddisfazione se, dando per vero quanto si racconta,
uscì dalle "Terme" senza rivestirsi tornando a casa nudo.

Ex abrupto:
Improvvisamente.
Si usa spesso a proposito di un oratore che esordisce senza preparazione alcuna, improvvisando lì per lì. Ai
miei tempi, anche le interrogazioni scolastiche, erano fatte "ex abrupto" e ne conseguiva che era
indispensabile essere sempre preparati diversamente da quanto succede ormai da anni che le stesse
risultano programmate.

Ex absurdo sequitur quodlibet:


Da proposizioni assurde ne può derivare ogni cosa.
E’ possibile trovare, con analogo significato, anche “Ex falso quodlibet” (= da una premessa falsa se ne
può derivare ogni conclusione). Si tratta di una affermazione coniata ed usata, molto probabilmente, dai
logici medievali, gli scolastici. Riparafrasandola in termini di pura logica si potrebbe tradurre con: "data
una premessa assurda, qualsiasi conseguenza è possibile", e in questo senso ben si addice anche ad un
certo modo di fare comunicazione ed infomazione proprio dei nostri giorni!
Detto segnalato e commentato da Pietro V.

Ex abundantia cordis:
Dalla pienezza del cuore (Mt 12, 33-35).
La frase completa è: "ex abundantia cordis os loquitur", la bocca parla dalla pienezza del cuore. L'uomo
buono cava fuori dal buon tesoro cose buone...

Ex aequo:
A parità di merito, alla pari.
Formula usata soprattutto per indicare un punteggio pari nello sport.

Ex ante:
Da prima.
Con effetto retroattivo. Usato anche come aggettivo relativamente ad un valore economico programmato o
previsto, come ad esempio un risparmio “ex ante”.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Ex cathedra:
Dalla cattedra.
Frase molto frequente nell’uso ecclesiastico, specialmente per ricordare che il Papa, quando parla "ex
cathedra" cioè come Dottore universale della Chiesa Cattolica, è infallibile. La frase si usa ironicamente
all’indirizzo di coloro che si danno arie di sapienti.

Excellens in arte non debet mori:


Chi eccelle in un'arte non merita la morte.
Con simile espressione venivano invocati o giustificati atti di clemenza nei confronti di artisti rei di aver
compiuto qualche crimine. Sia ben chiaro che i nostri politici non debbano aspettarsi alcun sconto di pena
in quanto proprio non eccellono in alcuna arte sempre che, non si ritenga tale, il furto legalizzato e
l'incapacità a governare.

Excelsior!:
Più in alto!.
E' il titolo della famosa poesia di Henry Wadsworth Longfellow, che ripete ad ogni strofa tale ritornello.
Poeta americano (1807-1882) fu compositore di raccolte di poesia tra le quali "Voci nella notte" e "Ballate
ed altre poesie"; quest'ultima comprende anche il famoso Excelsior .
58 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Exceptis excipiendis:
Fatte le debite eccezioni.
Frase d’uso corrente nelle comparazioni, nelle enumerazioni, ecc. Si aggiunge alla fine del ragionamento
quasi per ricordare, a chi ascolta, che le eccezioni non intaccano, anzi confermano la regola.

Excidat illa dies aevo!:


Si perda anche la memoria di questo giorno (Publio Papinio Stazio, Silvae, V, v. 88).
Urla un figlio all'indirizzo della madre scoprendo il suo tentativo di avvelenarlo. Troviamo simile concetto
anche nella Tebaide, sempre dello stesso poeta, quando maledice il giorno che fu testimone del sacrilego
combattimento tra i due fratelli Eteocle e Polinice.

Excitare fluctus in simpulo:


Scatenare una tempesta in un bicchier d'acqua.
La frase ripresa da Cicerone ( De legibus, Libro III, XVI, 36) è attribuita, dallo stesso, al proprio nonno che
di questo Gratidio ne aveva sposato la sorella. "Excitabat enim fluctus in simpulo ut dicitur Gratidius, quos
post filius eius Marius in Aegaeo excitavit mari" (= Gratidio infatti, come egli era solito dire, sollevava
tempeste in un bicchiere, quelle tempeste che poi suo figlio Mario sollevò nel mar Egeo).
Il "simpulum" era un piccolo vaso rotondo con un lungo manico usato nei sacrifici per versare il vino dal
cratere nel vaso del sacrificio.

Ex commodo:
Con comodità; senza fretta.
Cioè senza preoccupazioni con serenità e senza fretta: si tratta insomma di occupazioni che non hanno
urgenza.

Excusatio non petita accusatio manifesta:


Una scusa non richiesta è una chiara autoaccusa.
Quanti si giustificano o cercano di mostrare la propria innocenza senza che nessuno li accusi in qualche
modo, fanno pensare che siano realmente colpevoli di qualcosa.

Ex dono:
Regalato; proveniente da un dono.
Con questa frase si contrassegnano nei musei le opere d’arte o altri oggetti avuti in dono da persone
munifiche, facendo seguire alla frase (in genitivo) il nome dell’ offerente. Si trova specialmente su libri dati
in dono a biblioteche.

Exegi monumentum aere perennius:


Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo.
Vedere: Aere perennius.

Exempli gratia:
Per esempio.
Alcune volte si usa anche la frase Verbi gratia, che ha lo stesso significato. Nelle poesie e talvolta nel
discorso ha un leggero sapore ironico.

Exequatur:
Venga eseguito, abbia corso.
Prima della firma dei Patti Lateranensi, "l'Exequatur" era il visto con cui lo stato italiano dava validità ed
efficacia ai decreti della Santa Sede. Nel diritto internazionale è l'atto con cui uno stato riconosce la nomina
di un console straniero sul suo territorio.

Ex falso quodlibet:
Accettando come vere affermazioni contradditorie si può concludere tutto ed il contrario di tutto.
Come scritto a proposito di "nego maiorem" la base della veridicità in un sillogismo è l'accettazione della
proposizione iniziale come vera ma, nel momento in cui questa, pur falsa o contradditoria viene accettata
come vera , si può arrivare a qualsiasi conclusione.
Detto segnalato da Davide De A.
59 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ex genere Achillis:
Della dinastia di Achille. (Eutropio, Breviario, II, 11).
Elogio che lo scrittore fa di Pirro, re dell’Epiro, che si diceva discendere dal famoso eroe della guerra
troiana, rimasto come simbolo di forza, di valore e di lealtà.
Si cita alludendo a qualche nobile personaggio.

Exigua est virtus praestare silentia rebus at contra gravis est culpa tacenda loqui:
E’ una piccola virtù il saper mantenere il silenzio sulle cose, ma è invece una grave colpa il parlare di
quelle che dovevano essere taciute (Ovidio. Ars amat, 11, 603).

Exigui numero, sed bello vivida virtus:


Pochi, ma valorosi in guerra (Virgilio Eneide Libro V, v. 754).
Enea partendo dalla Sicilia diretto la foce del Tevere, nella terra che il Fato gli ha assegnato, lascia
sull'isola quanti non hanno il coraggio di affrontare nuove prove dopo sette anni di sacrifici e di continuo
peregrinare. Prende con sè i più coraggiosi, pochi ma valorosi cioè, come diremmo oggi usando una
popolare espressione, pochi ma buoni.
Vedi anche "Animos nil magnae laudis egentes".

Exitus illustrium virorum:


La fine degli uomini illustri, (Plinio il Giovane, Lettere, Libro VIII, XII,).
Simile espressione si rifà ad un filone letterario che, assimilando la morte di personaggi illustri, vittime
dell'oppressione imperiale, a quella di Catone e di Socrate, esaltava il suicidio come "dipartita onorevole
da questo mondo". Il suicidio, per i Romani non era considerato un atto immorale e la scuola filosofica
Stoica lo appoggiava apertamente se fondato su una decisione razionale o per evitare una vergogna.
Leggendo le "Lettere" di Plinio conosciamo anche il nome di due personaggi che avevano coltivato tale
filone letterario: Titinio Capitone (I, 17, e VIII, 12) e Caio Fannio (V,5). Certo è che in quei tempi e con
certi imperatori non è che ci fossero troppe alternative ed una uscita spettacolare era sempre preferita ad
una pugnalata alle spalle.

Ex libris:
Dai libri.
Con simile locuzione ci si riferisce ad una etichetta, normalmente ornata di figure e motti, che si applica su
un libro o per indicarne il proprietario o come contrassegno, ad indicare l'appartenenza ad una biblioteca
privata. Possiamo immaginare che siano nati con la diffusione dei testi stampati. Alla fine del secolo XIX
gli "ex libris" conoscono poi un’evoluzione sia qualitativa che quantitativa con lo sviluppo del
collezionismo a livello internazionale.

Ex me natam relinquo pugnam Leuctricam:


Io (alla patria) lascio la mia figlia, la battaglia di Leuttra. (Cornelio Nepote, Epaminonda, X).
Frase detta da Epaminonda a Pelopida che lo rimproverava di aver mal servito la patria, non avendole dato
alcun figlio. Epaminonda sapendo che Pelopida aveva un figlio perverso gli rispose: Guarda, che tu non
abbia da servirla peggio lasciandole tal figlio, e aggiunse la frase sopra citata.

Ex nihilo nihil (fit):


Dal nulla non si ricava nulla.
Nel significato in cui l’ usavano Lucrezio ed Epicuro, che dal niente non nasce cosa, cioè tutto ciè che
esiste è eterno, è falso. Nel significato invece che gli attribuisce la fisica moderna, che cioè tutte le
trasformazioni fisiche e chimiche presuppongono un substrato, una materia preesistente, è vero ed
indiscutibile.

Ex novo :
Di nuovo, daccapo, di sana pianta.
Un lavoro malfatto va rifatto “ex novo”.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Ex ore parvulorum veritas:


Dalla bocca dei fanciulli (esce) la verità.
Vuol dire che il fanciullo non sa ancora mentire, e che le sue parole sono dettate dalla ingenuità e
semplicità della sua anima. Si porta come argomento incontrovertibile quando si cita l’ autorità di un
bambino.
60 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor!:
Che nasca un giorno dalle mie ceneri un vendicatore. (Virgilio, Eneide, IV, 625).
Imprecazione di Didone nel gettarsi sul rogo, perché abbandonata da Enea. Il vendicatore sarà poi
Annibale, il terribile nemico di Roma che, a dodici anni, aveva giurato su gli altari patrii odio eterno contro
i Romani.
La frase si cita quasi sempre in significato amichevole, per minacciare ad un amico delle vendette che
faranno la fine di Annibale.

Expende Hannibalem:
Pesa Annibale. (Giovenale, Satire, LX, 147).
Cioè pesa i grammi di cenere che rimangono di questo grande e celebre capitano. In altre parole vuoI dire
che tutti i trionfi, tutte le glorie e le potenze di questa terra si riducono ad un pugno di cenere.

Experto crede Ruperto:


Credi all'esperienza di Roberto. (A. Arena).
Cioè abbi fiducia in quelli che hanno lunga esperienza della vita. Si cìta per indurre qualcuno ad aver
fiducia in noi, nella nostra pratica.

Expertus metuit :
Colui che ha esperienza teme (Orazio Lettere libro I - XVIII - 87).
Essere temerari non significa essere coraggiosi e solo la conoscenza del pericolo consiglia di essere
prudenti. Proprio per questo motivo prima di ogni impresa occorre essere in grado di valutare le condizioni
a favore e quelle a sfavore con piena oggettività.

Ex professo:
Con cognizione di causa; con competenza.
Si dice di persona che conosce perfettamente la sua arte o scienza, il proprio soggetto...

Ex tempore:
Subito, improvvisamente.
Parlare “ex tempore” significa parlare all’improvviso, senza preparazione e a sproposito, in chiara
contrapposizione a “ex professo” (= Con competenza).
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Extra Ecclesiam nulla salus:


Al di fuori della Chiesa non esiste salvezza.(San Cipriano vescovo?)
Assioma attribuito a san Cipriano e vincolante, secondo la dottrina della Chiesa Cattolica, per quanti hanno
avuto la possibilità di conoscere l'annuncio evangelico. Quanto sopra non significa che tutti coloro, che
senza loro colpa non hanno potuto partecipare a questa conoscenza, non abbiano alcuna possibilità di
salvezza, infatti "Dio, attraverso le vie che lui solo conosce può portare gli uomini che senza loro colpa
ignorano il Vangelo" alla fede necessaria e alla salvezza (Dal doc. conciliare Ad Gentes).

Extra formam:
Al di fuori di ogni formalità (I Promessi Sposi cap.XV).
Quando uno nasce disgraziato..., così pensa il notaio che dopo aver arrestato Renzo all'Osteria della "Luna
Piena" e credendolo, dal suo comportamento, disposto a collaborare e confessare così "extra formam"
accademicamente, in via di discorso amichevole, quel che uno volesse, si trova a dover fare i conti con la
folla inferocita.

Extra moenia:
Fuori dalle mura.
Riporto un esempio di utilizzo dell'espressione citata: ...cosicché i medici legati al S.S.N. da un rapporto
d’impiego, mentre possono esercitare l’attività libero-professionale fuori dell’orario di lavoro "intra
moenia" (=all’interno) o "extra moenia" (=all’esterno) delle strutture sanitarie, non possono farlo in una
struttura privata convenzionata o accreditata con lo stesso S.S.N...

Extra omnes:
Uscite tutti (Formula ecclesiastica).
Con queste parole il maestro delle cerimonie pontificie, prima di chiudere e sigillare le porte della Cappella
Sistina per dare inizio al conclave per la elezione del nuovo pontefice, allontana tutte le persone non
61 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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interessate all'elezione. Con identico significato troviamo, sempre per invitare i perdigiorno a levarsi dai
piedi, anche "cuis cura non est recedat" (= Chi non ha nulla a che fare in questo luogo si allontani).

Extra Urbem:
Fuori della città.
Nota come espressione curiale vaticana indicava i Camerieri d'onore e i Cappellani Segreti d'onore del
pontefice. Queste e tante altre cariche vennero abolite da Papa Paolo VI con la lettera apostolica Motu
Proprio "Pontificalis Domus" (=La dimora del Pontefice).

Extremum fato quod te alloquor hoc est:


L'ultima predizione che ti faccio è questa (Virgilio Eneide Libro VI v. 466).
Sono le parole che Enea, sceso nell'Ade con la Sibilla Cumana, rivolge a Didone dicendole che lui non
potrà mai più tornare nei campi del Pianto dove lei ora si trova. L'espressione potrebbe ben figurare sulle
labbra di Cassandra stanca di non essere creduta dai suoi concittadini. Ricordo infatti che l'espressione
"essere una Cassandra" significa profetizzare cose vere ma non essere creduti. Sarà pur vero che
Cassandra dai suoi concittadini era giudicata portatrice di sventura però la storia ci ricorda che ci azzeccava
sempre! Nell'errato uso comune si utilizza, invece, simile espressione per definire una persona pessimista e
iellatrice dimenticando che la verità è per sua natura oggettiva: solo le azioni che ne conseguono possono
avere una connotazione positiva o negativa in funzione delle scelte fatte. Possiamo applicare a questa
ultima considerazione il noto broccardo "Error communis facit ius".

Ex ungue leonem:
Il leone (si riconosce) dalle unghie.
Il prepotente si riconosce dalle sue rapine; oppure, in senso buono, da poche linee si riconosce la mano
d’un grande artista. Ha una certa affinità col proverbio italiano: " Dai frutti si conosce l’albero".

Ex voto:
A seguito di un voto.
Si tratta di una pratica comune a molte religioni."Ex voto suscepto" per voto fatto: E' un impegno che il
credente assume nei confronti della divinità purchè la stessa ne esaudisca le richieste non quindi un "do per
avere" ma solamente un "do se tu mi darai".

F
Faber est suae quisque fortunae:
Ciascuno si forgia il proprio destino (Pseudo Sallustio, Epistulae ad Caesarem Senem de re publica Ep.
I,I,2).
I critici moderni sono propensi ad assegnare la paternità delle "Epistulae ad Caesarem senem de re
pubblica", e della "Invectiva in Ciceronem", non al grande storico Sallustio ma a qualcuno di epoca
posteriore, a cui viene dato il nome di "Pseudo Sallustio". Viene attribuita al console Appio Claudio Cieco
"res docuit verum esse, quod in carminibus Appius ait, fabrum esse suae quemque fortunae" (=La realtà ha
insegnato che risponde al vero ciò che nei suoi carmi dice Appio, che ciascuno è l'artefice del proprio
destino). L'espressione, molto cara all'Umanesimo, al Rinascimento e all'Illuminismo viene spesso usata
per spronare l'interlocutore a non essere succubo del destino ma di piegarlo al proprio volere con ogni
messo disponibile. E' possibile anche trovare espresso lo stesso concetto con "homo faber fortunae suae"
(=L'uomo è artefice del suo destino), come segnalato da Beppe S.

Faciamus experimentum in corpore vili:


Facciamo un esperimento in un corpo vile.
Motto attribuito generalmente ai medici che, secondo l’opinione popolare, facevano le loro esperienze sui
corpi di persone di poco valore. Il motto si riporta spesso citando solo le ultime parole: “In corpore vili”.

Facilis descensus Averni:


E' facile discendere al Tartaro. (Virgilio, Eneide, VI, 126).
Si cita intendendo che è cosa facile imbarcarsi in qualche affare imbrogliato, ma che è difficile uscirne,
spesso infatti a parole tutto sembra facile, ma le difficoltà vengono dopo quando cioè, come scriveva Dante,
occorre uscire a riveder le stelle. In altre parole se la discesa è facile, è la salita difficile come dice anche il
noto proverbio italiano: “Nella discesa, tutti i Santi aiutano”.
62 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Facit indignatio versum:
Lo sdegno ispira i versi. (Giovenale, Satire, I, 79).
Ne abbiamo esempi nei nostri migliori poeti: Carducci, Foscolo, ecc.ma specialmente in Dante quando si
sdegna contro le ingiustizie dei suoi concittadini e le avversità della sua sorte di esiliato.

Factotum:
Fai tutto.
“E, a dirtela, .... senza vantarmi: lui il capitale, e io quella poca abilità. Sono il primo lavorante, sai? e
poi, a dirtela, sono il factotum”. Così dice Bortolo a Renzo quando gli si presenta nel filatoio dopo i "fatti
di Milano". ( I Promessi Sposi cap. XVII ). La parola deriva dall'unione di fac (= fai) e totum (=tutto)
Normalmente il termine si usa per indicare quanti vorrebbero fare ogni cosa per mettersi in vista pur non
avendone, a volte, le capacità.

Fallacia alia aliam trudit:


Un inganno tira l'altro (Terenzio).
Sembra di rileggere la storia della Monaca di Monza come viene presentata dal Manzoni. Ogni sì,
pronunciato da Gertrude, altro non era che la conseguenza di quanti era stata costretta già a dire fino al
momento della professione religiosa , "al momento in cui si conveniva o dire un no più strano, più
inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripetè e fu monaca per sempre" (I
Promessi Sposi cap. X).

Fama crescit eundo:


La fama, andando, diventa più grande.
Ricorda l'immagine di una valanga la cui forza aumenta durante il percorso. Anche la fama acquista sempre
maggior forza via via che si propaga.

Fama volat:
La fama vola. (Virgilio, Eneide, III, 121).
E' noto l'espediente usato da Don Abbondio per diffondere qualche notizia senza sembrare di esserne
l'autore: raccontarla a Perpetua raccomandandole la massima segretezza.

Favete linguis:
Favorite con le lingue. (Fate silenzio!!!) (Orazio, Odi, III, 1, 2).
Durante le cerimonie religiose era assolutamente proibito parlare e gli astanti dovevano partecipare alla
cerimonia in religioso silenzio per non allontanare il favore degli dei. All'inizio quindi di ogni sacrificio ne
veniva fatta la richiesta con questa formula di rito da uno dei littori curiazi. Per evitare inoltre di essere
disturbato durante la cerimonia anche il sacerdote mentre compiva il rito copriva il capo con un velo rosso .
È, nell’uso corrente, un modo per domandare ad un’assemblea un silenzio... quasi religioso.

Feci quod potui, faciant meliora potentes:


Ho fatto tutto quello che ho potuto, facciano cose migliori coloro che le possono fare. (Anton Cechov "Le
tre sorelle")
Meno usata la versione "Feci quam potui, faciant meliora potentes" dove l'avverbio "quam" interpretato
"come meglio ho potuto" indica quasi un atteggiamento di modestia rapportato al "quod", "tutto quello che
ho potuto". La frase viene pronunciata da Kulygin nell'atto di regalare alla sorella Irina, nel giorno del suo
onomastico, un libretto da lui scritto: Desidero offrirti, come regalo, questo piccolo libro. Si tratta della
storia della nostra scuola negli ultimi 50 anni scritta da me. ...In questo libretto troverai la lista di coloro che
hanno finito il corso nel nostro ginnasio durante questi 50 anni. "Feci quod potui, faciant meliora potentes."
conclude quasi scusandosi mentre consegna il libro alla sorella. Scritto in russo sarebbe: "V etoi knige ti
naidesh spisok vseh konchivshih kurs v nashey gimbazii za poslednie pyatdesyat let. Feci quod potui,
faciant meliora potentes".
Detto segnalato da Sara.

Felix qui potuit rerum cognoscere causas:


Felice colui che ha potuto penetrare nell’essenza delle cose. (Virgilio, Georgiche, lI, 489).
Virgilio chiama beato chi sa elevarsi oltre la mentalità ed i pregiudizi del volgo, spaziando in un’atmosfera
superiore. La vera sapienza viene infatti definita: "cognitio rei per causas" (Conoscenza della cosa
attraverso le cause)
63 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Feminea tutior unda fide:
L'onda è più sicura della parola di una donna. (Attribuita a Petronio).
Vedi anche:"Crede ratem ventis, animum ne crede puellis; namque est feminea tutior unda fide".

Fervet opus:
Ferve il lavoro. (Virgilio, Georgiche, IV, 169).
Il Poeta adopera la frase per illustrare la laboriosità delle api, e altrove (Eneide, I, 436) per i lavori della
costruzione di Cartagine.

Fert:
Sopporta, Porta.
Si tratta del motto di Casa Savoia ma, nonostante gli sforzi fatti dagli storici e i tanti tentativi di spiegarne il
significato, non esistono documenti certi sulla sua origine. Sembra che nell'aprile 1364 Amedeo VI di
Savoia, più noto come il Conte Verde, in occasione di un torneo tenuto a Chambery facesse preparare da un
orefice quindici collari per sé e per i cavalieri della sua squadra riportanti la scritta "Fert"e tre lacci
intrecciati. La scritta esortava i Cavalieri a "sopportare", in onore della propria dama, le prove cui erano
sottoposti mentre i lacci ricordavano l'indissolubilità del vincolo amoroso.

Festina lente:
Affrettati lentamente.
Il Motto può sembrare un paradosso, ma nasconde una verità assodata: chi vuole arrivare ad una meta non
deve agire precipitosamente, ma con prudenza e ponderazione.

Fiat:
Sia fatto!
Non si tratta ovviamente... dell'acronimo di una nota casa automobilistica. L'allegorico e poetico racconto
della creazione fatto dalla Bibbia nel libro della Genesi mostra la grandezza di Dio che, con una semplice
parola, dà inizio al suo progetto di creazione del mondo: un "fiat lux" e "fiat firmamentum" cancellano le
tenebre del caos iniziale e creano l'universo nella sua immensità. Anche noi... nel nostro piccolo usiamo
simile espressione, per cose certo meno importanti ma realizzate a tempo di record.

Fiat lux:
Sia fatta la luce. (Genesi, I, 3).
Frase biblica, pronunciata dal Creatore dell’Universo quando creò la luce. La si usa per invocare maggiori
chiarimenti in questioni controverse, oscure, dibattute...

Fiat voluntas tua:


Sia fatta la tua volontà. ( Nuovo Testamento Mt 5,10).
È una delle richieste del "Pater noster". Si usa ogni volta che, pur non concordando con quanto il nostro
interlocutore, "obtorto collo" ma "pro bono pacis" accettiamo quanto ci va proponendo oppure, ed è peggio,
quando ci troviamo nella situazione di trangugiare un boccone amaro

Fidus Achates:
Fido Acate (Virgilio, Eneide, VI, 158).
Era uno dei più fidati amici di Enea: l’altler ego dell’eroe troiano. La frase è usata per indicare un amico
indivisibile.

Filii, relinquo vos liberos utroque homine:


Figli vi lascio liberi dall'una e dall'altra autorità (cioè imperatore e papa).
Frase significativa sul piano storico, messa in bocca a san Marino al momento della morte. Compare sul
libro che il santo, che diede il nome alla repubblica sul monte Titano, tiene in mano, nella raffigurazione
del Retrosi. L'immagine troneggia nella Sala del Consiglio Grande e Generale che è il parlamento dello
Stato di San Marino.
Detto segnalato e commentato da Vinicia P. coautrice del sito http://www.libertas.sm

Finis coronat opus:


La fine è quella che corona l'opera.
Non sono le cose solo incominciate che riescono utili, ma quelle condotte a buon fine: con la tela di
Penelope non si fanno vestiti.
64 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Finis Poloniae!:
E' la fine della Polonia.
Motto storico attribuito comunemente al generale Kosciusko quando il 10 ottobre 1794, ferito e prigioniero,
vedendo i suoi polacchi sconfitti dai russi condotti dal Suvaroff, capì che la sua patria sarebbe stata presto
smembrata. La frase si cita per indicare una grande catastrofe, oppure per tempeste in un bicchier d’acqua.

Flagellum Dei:
Flagello di Dio.
Soprannome dato ad Attila per la sua ferocia. Divenuto re degli Unni nel 434 negli 8 anni del suo governo
fu uno dei più temibili nemici dell'impero romano che la storia ricordi e ispirò un tale terrore che ancora
oggi il suo nome è simbolo di morte e distruzione. Assediò Costantinopoli costringendo l'imperatore
d'oriente a pagare un tributo, si spinse nella Gallia distruggendo ogni cosa sul suo cammino, rase al suolo la
città di Aquileia nell'intendo di conquistare Roma. La storia/leggenda narra come venisse fermato da papa
Leone I che lo convinse a ritornare in Pannonia l'attuale Ungheria.

Flavit Iehovah et dissipati sunt:


Dio soffiò ed essi furono dispersi.
Scritta apposta su un medaglione coniato per commemorare la vittoria della flotta inglese sull’Invincibile
Armata, avvenuta nel 1588. Sulla medaglia appare anche la stessa frase in ebraico.

Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo:


Se non potrò commuovere gli dèi celesti, moverò Acheronte. (Virgilio, Eneide, VII, 312).
Esprime la risoluzione di giungere, con qualsiasi mezzo, ad uno scopo. È la teoria del Machiavelli, che il
fine giustifica i mezzi.

Fluctuat nec mergitur:


Pur agitata dalle onde, non fà naufragio
Motto della città di Parigi che porta nello stemma una nave sballottata dalle onde.
La frase ricorre per imprese che, anche se ostacolate e contrariate, si spera di poter condurre finalmente in
porto.

Foedera aequa/ iniqua:


Trattato equo / iniquo.
Il termine "Foedera" definiva i trattati stipulati da Roma con i popoli e le città conquistate. Ricordando che
i Romani di quei tempi non concedevano sconti a nessun nemico, basti pensare agli Etruschi e ai
Cartaginesi dei quali cancellarono tutto, compresa la storia, piuttosto che di trattati equi stipulati dovremmo
parlare di trattati meno iniqui di quelli considerati tali. Mai come in in questi casi la tecnica del "divide et
impera" fu attuata con astuzia sopraffina concedendo alle varie città forme di autonomia diverse affinchè
venisse a mancare una comunanza di interessi ed ogni città aspirasse ad incrementare, a danno delle altre, il
numero dei propri privilegi. Tra quelli più desiderati ricordiamo lo "ius commercii" possibilità di
commerciare con Roma che ne tutelava i diritti, lo "jus conubii" e cioè il diritto di sposare cittadini o
cittadine romane e lo "ius migrandi" che, "dulcis in fundo" concedeva a chi si trasferiva nell'urbe la cosa
che era per quei tempi l"optimum" e cioè la cittadinanza romana.

Foenum habet in cornu:


Ha il fieno sulle corna. (Orazio, Satire, I, 4, 33).
Il poeta allude all’uso dei suoi tempi di rivestire le corna dei buoi o dei tori più feroci, con fieno o paglia.
Metaforicamente mette in guardia contro i critici, che hanno le corna aguzze e dove colpiscono lasciano la
piaga.

Foliis tantum ne carmina manda:


Non dare i responsi solo con le foglie (Virgilio Eneide libro VI v. 75).
Oggi diremmo "verba volant, scripta manent" ma a quei tempi le cose andavano diversamente.
Consuetudine della Sibilla Cumana, nel dare responsi, era di scriverli su un certo numero di foglie e poi
lasciarle volare in balia del vento con il risultato che ognuno può immaginare. Proprio per questo motivo
Enea consigliato da Eleno prega la Sibilla di dare i medesimi responsi a voce "ipsa canas, oro".
65 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Forma mentis:
Forma della mente.
Disposizione mentale che in funzione dell'educazione ricevuta, della personale cultura e delle influenze
esterne a cui veniamo sottoposti ci porta a giudicare cose e persone ed a interpretare la realtà quotidiana in
un determinato modo.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit:


Forse un giorno la memoria di questi avvenimenti ci sarà gradita. (Virgilio, Bneide, I, 203).
Parole con le quali Enea faceva coraggio ai compagni nelle avversità della sorte e nei pericoli.

Fortunam criminis pudeat sui:


Si vergogni la fortuna del suo delitto. (Fedro, Favole. Libro II, Epilogo v.19).
La fortuna dovrebbe vergognarsi di essere favorevole ai malvagi e contraria ai buoni. Si vede che ai tempi
del Poeta la fortuna faceva gli stessi scherzi che ai nostri giorni. Quindi come scrive T.Livio, Storie, XXX,
30: "Maximae cuique fortunae minime credendum est." (=Non bisogna fidarsi mai della fortuna, ancorchè
massima).

Fortuna multis dat nimis, satis nulli:


La fortuna a molti da troppo , a nessuno abbastanza (Marziale, Epigrammi, Libro XII, ep X).
Riporto per intero l'epigramma: "Habet Africanus miliens, tamen captat. Fortuna multis dat nimis, satis
nulli" (=Africano è ricco sfondato, ma continua ad andare a caccia di testamenti. La fortuna a molti da
troppo, a nessuno abbastanza).

Fortuna spondet multa multis, praestat nemini:


La fortuna promette molto a molti, mantiene a nessuno (dall'epitaffio di Prima Pompea I / II sec. a.C.).
La iconografia rappresenta la fortuna come una bellissima donna bendata, e nella lingua italiana esiste il
detto che la Fortuna è cieca in quanto dispensa i propri favori senza preferenza alcuna. Ricordo solamente
un personaggio a cui la fortuna sempre arride ma fa parte del mondo dei fumetti ed è Gastone cugino dello
sfortunatissimo Paperino. A tutti gli altri questa capricciosa dea da e toglie con la stessa facilità. Al tavolo
verde si può vincere una fortuna in pochi attimi e sempre in un batter d'occhi si può perdere tutto.
Ricordiamo invece Giobbe che affidandosi non alla fortuna ma a Dio nelle disgrazie diceva: "Deus dedit,
Deus abstulit...sit nomen Domini benedictum".

Fortunate senex!:
O vecchio fortunato. (Virgilio, Egloghe, I, 46).
L’ esclamazione è rivolta a Titiro, felice per aver conservato il suo campicello. La si ripete ai nonni
circondati dai nipotini. Mi da l'impressione di una pacca sulla spalla a noi vecchietti.

Fortunatus et ille deos qui novit agrestes!:


Beato colui che conobbe i dei della campagna! (Virgilio, Georgiche, libro II, v. 493).
Virgilio proveniva da un villaggio nei pressi di Mantova: "Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc
Parthenope, cecinit pascua, rura, duces" (Mantova mi generò, mi rapì la Calabria, ora mi tiene Napoli,
cantai i pascoli, la campagna e i condottieri) come affermerà egli stesso riassumendo in queste poche parole
la sua vita. Nato in campagna ricorderà in ogni sua opera, con tanta nostalgia, i rumori, i profumi, i
paesaggi e la tranquillità che solo la campagna era stata in grado di donargli.

Frangar, non flectar:


Mi spezzo, ma non mi piego. (Orazio, Odi, III, 3).
Frase che significa la fermissima e incrollabile adesione ai propri principi. Orazio la applica all’uomo di
carattere. A chi invece si presenta in una palestra di Judo si insegna che la frase deve essere modificata in :
"flectar ne frangar" (Mi piego per non essere spezzato)

Fronde super viridi:


Sopra le verde frasche (Virgilio, Egloghe libro 1, v. 80). .
Canto di due pastori Titiro e Melibeo: contrasto tra la situazione del primo, che può conservare il proprio
podere continuando una vita tranquilla, e quella del secondo costretto ad allontanarsi dalle proprie terre e
abbandonando quanto gli sta caro. A lui Titiro dice: "fermati con me questa notte, potrai riposare su verdi
frasche” (Fronde super viridi), “ho frutti maturi” (mitia poma sunt nobis...).
66 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Frustra:
Inutilmente.
Vocabolo da cui deriva un termine italiano molto in voga: "frustrato" con tutti i suoi derivati

Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora:


Inutilmente si fa complicato ciò che è semplice.
Con analogo significato troviamo anche "Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem" (=Gli
elementi non sono da moltipicare oltre il necessario).
Detto segnalato da Franco C.

Fugit irreparabile tempus:


Il tempo fugge in modo irreparabile. (Virgilio, Georgiche, III, 284).
Il tempo fugge irrimediabilmente.
Vedi anche "Eheu! fugaces labuntur anni"

Fuimus Troes:
Fummo Troiani! (Virgilio Eneide II v. 324-325).
E' il grido disperato di chi comprende che ogni cosa è perduta. Troia sta bruciando e Panto, sacerdote del
dio Apollo, giunge alla casa di Enea per portare in salvo gli arredi sacri e i simulacri degli dei ormai vinti.
Ad Enea che chiede informazioni sulla situazione risponde che non ci sono più possibilità di salvezza nè
per loro nè per la città "Fuimus Troes, fuit Ilium" (=Fummo Troiani ed esistette una città di nome Ilio).

Furor arma ministrat:


Il furore procura le armi. (Virgilio, Eneide, I, 150).
Ossia il furore e l’ira fanno trovare i mezzi di difesa e di offesa. E' quella che si chiama la forza della
disperazione.

Furor Teutonicus:
Furore tedesco (M. A. Lucano Pharsalia).
Troviamo per la prima volta simile espressione nella Farsalia di Lucano dove contrappone allo stile di vita
delle popolazioni germaniche la "virtus" romana (coraggio disciplinato) e pone le basi di un mito destinato
a sopravvivere ancor oggi.

G
Genus irritabile vatum:
La stirpe dei poeti è irritabile.(Orazio, Epist.. Il, 2, 102).
Forse Orazio parilava per propria esperienza, quando chiamava i suoi colleghi poeti. "stirpe nevrastenica”.
Basta una inezia, infatti, per urtare la suscettibilità dei letterati.

Gladiator in arena consilium capit:


Il gladiatore decide le sue mosse nell'arena (Seneca, Epistulae Morales Ad Lucilium - Libro III, XXII, 1).
Il detto viene citato da Seneca come un proverbio in uso a Roma ai suoi tempi: "Vetus proverbium est
gladiatorem in arena capere consilium: aliquid adversarii vultus, aliquid manus mota, aliquid ipsa
inclinatio corporis intuentem monet (=Dice un vecchio proverbio che il gladiatore decide le sue mosse
nell'arena: gliele suggeriscono il volto dell'avversario, i movimenti delle mani, l'inclinazione stessa del
corpo, che egli studia attentamente). Inutile fasciarsi la testa prima di esserla rotta.

Gloria in excelsis Deo:


Gloria a Dio nel più alto dei cieli. ( Vangelo, S. Luca, Il, 14).
Saluto degli angeli ai pastori, alla nascita del Redentore, e inno nella liturgia della Messa.

Gloria victis!:
Gloria ai vinti.
Al vinto si deve gloria se ha combattuto per una causa giusta. È l'opposto del famoso "Vae victis!" che si
vuole pronunciato da Brenno contro i Romani che protestavano per le frodi usate nel pesare l’oro da essi
versato per il riscatto.
67 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Graecia capta ferum victorem cepit:
La Grecia conquistata (dai Romani), conquistò il feroce vincitore. (Orazio, Epist.. Il, 1, 156).
Roma conquistò la Grecia con le armi, ma questa con le sue lettere ed arti riuscì ad incivilire il feroce
conquistatore, rozzo e incolto. Si cita per esaltare la potenza ed efficacia delle belle lettere o degli studi
nella civilizzazione dei popoli.

Grammatici certant, et adhuc sub iudice lis est:


I Grammatici discutono, e la contesa non è ancora finita. (Orazio, Ars poetica,78).
Allusione alle interminabili controversie grammaticali, sempre all'ordine del giorno, e che spesso si scopre
essere questioni di lana caprina.

Grande mortalis aevi spatium:


Grande spazio della vita mortale. (Tacito, Agric., III).
Il tempo della vita umana è brevissimo ma se si considera questo periodo in rapporto ai frutti, alle
conseguenze durature che ne possono derivare, si può giustamente, in qualche caso, chiamarlo lungo e
grande

Gratis et amore (Dei):


Gratuitamente e per amore (di Dio).
Locuzione usata nel linguaggio familiare, quando si dà o si riceve qualche cosa senza che l’acquirente sia
legato da alcuna obbligazione verso il donatore. Si trova riportata al cap. XIV dei Promessi Sposi, detto da
Renzo mentre mostrava un pane raccattato da terra dopo il saccheggio dei forni.

Grosso modo:
Approssimativamente, ad occhio e croce (Ignoto).
Riporto questa espressione di uso quotidiano anche se, inizialmente, ho avuto qualche perplessità
sull'esistenza del vocabolo "grossus" e, di conseguenza, sull'utilizzo che dello stesso ne viene fatto.
L'aggettivo "grossus" non risulta né nel Georges-Calonghi né nel Campanini-Carboni stampati, il primo nel
1938 ed il secondo, "grosso modo", nello stesso periodo mentre viene riportato, come voce di tardo latino,
sia nelle recenti edizioni del Castiglioni-Mariotti che del già citato Campanini-Carboni.
Non si tratta certo di latino aulico ma pur sempre di latino si tratta e come tale merita di essere ricordato. La
ricerca fatta, inoltre, mi ha permesso di conoscere l'esistenza di un "latinus grossus" nato attorno all'anno
1000 che può essere considerato il precursore del latino maccheronico fiorito nel tardo '400 e di cui il più
noto esponente è Teofilo Folengo (1491-1544).
Questo "latinus grossus" era una sorta di lingua che ai vocaboli aulici del latino, sempre più prerogativa
delle sole persone istruite, mescolava termini di uso comune e comprensibili dal popolo privo di istruzione.
Detto segnalato da Cristina.

Gutta cavat lapidem:


La goccia scava la pietra. (Ovidio, Ex Ponto, III, 10).
La frase ben si adatta a rompiscatole petulanti. Vale come esortazione pedagogica per ricordare che con una
ferrea volontà si possono conseguire obbiettivi altrimenti impossibili. La frase completa è: "Gutta cavat
lapidem, consumitur annulus usu" (La goccia scava la pietra; l’anello si consuma con l’uso).

H
Habeas corpus:
Ci sia il corpo, ci sia documentato motivo (Dall'Abeas corpus Act)
Nel diritto inglese è l'ordine con cui il magistrato, per tutelare dagli arresti illegali, ordina a chi detiene un
prigioniero di dichiarare quando e perchè lo ha arrestato: prende nome dalle parole iniziali dell'atto
“Habeas corpus ad suspiciendum”.

Habemus confitentem reum:


Abbiamo il reo confesso. (Cicerone Pro Ligario,I,2).
La confessione dell'imputato ha un valore decisivo riguardo al verdetto del giudice. Nulla può essere più
allettante per un pubblico ministero quanto un un reo confesso. Ricorda l'atteggiamento del notaio al Cap.
XV de "I Promessi Sposi" che sottovalutando Renzo sperava di poterlo portare in prigione facendo
confessare così "extra formam" tutte le supposte malefatte. Talora invece si adduce come attenuante per il
colpevole che ha confessato.
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Habemus Pontificem:
Abbiamo il Pontefice.
Parole con le quali viene annunziata al popolo, dalla Loggia del Vaticano, l’elezione del nuovo Papa.

Habent insidias hominis blanditiae mali:


Le carezze dell'uomo malvagio nascondono insidie. (Fedro, Favole, Libro I, 19,1).
Si può riassumere anche nel proverbio: "Chi t’accarezza più di quel che suole, o ti ha ingannato o ingannar
ti vuole".

Habent sua fata libelli:


Anche i libri hanno il loro destino. (Terenziano Mauro, De Literis, 258).
Alcuni libri, come gli uomini, nascono morti; altri incominciano a morire dal giorno della nascita; pochi,
infine, hanno in sorte dal Fato una vita prospera e duratura.

Habitat:
Egli abita.
Si usa per indicare il complesso di fattori che caratterizzano l'ambiente in cui un a specie animale o
vegetale trova le condizioni ideali per vivere.

Habitus:
L'abito.
Si usa normalmente tale espressione per indicare una abitudine quasi fosse un abito che si porta addosso.
L' “habitus” è la nostra seconda natura.

Haec mutatio dexterae Excelsi:


Questa conversione è opera della mano di Dio (Antico Testam. Salmo 76, v.11).
Il versetto completo "Et dixi: Hoc vulnus meum: mutatio dexterae Excelsi” (=E ho detto: Questo è il mio
tormento: è mutata la destra dell`Altissimo") esprime la pena del salmista nel vedere come sia cambiata la
condotta di Dio nei suoi confronti vedendosi, ora, abbandonato da lui. L'espressione si usa per indicare ogni
cambiamento sia in meglio che in peggio, quando non se ne conoscono le cause.
Il Manzoni al cap. XXIII de "I Promessi Sposi" la mette sulle labbra del cappellano crocifero del Card.
Borromeo, annunciando la conversione dell' Innominato. -Lui, con la bocca tuttavia aperta, col viso ancor
tutto dipinto di quell'estasi, alzando le mani, e movendole per aria, disse: "signori! signori! haec mutatio
dexterae Excelsi". E stette un momento senza dir altro-.

Haeret lateri lethalis arundo:


Il dardo mortale resta attaccato al suo fianco. (Virgilio Eneide, libro IV, v. 73).
Paragona Didone, che cerca di combattere la sua passione per Enea, ad una cerva ferita da una freccia che
inutilmente cerca di sfuggire al cacciatore . Eccovi la traduzione di Annibal Caro: qual ne' boschi di Creta
incauta cerva d'insidïoso arcier fugge lo strale che l'ha già colta; e seco, ovunque vada, lo porta al fianco
infisso. Inutile dire che ben si addice agli innamorati quando la ragione viene sopraffatta dal sentimento.

Hannibal ad portas!:
Annibale è alle nostre porte. (Cicerone, De finibus, IV, 9. e Tito Livio, XXIII, 16).
È il disperato grido dei Romani dopo la battaglia di Canne, quando s’ aspettavano di vedere il grande
nemico alle porte della Città Eterna. Si usa ripetere in occasione d’ un grande pericolo imminente, o
all’arrivo di qualche grande personaggio che ha intenzioni poco favorevoli.

Haud mihi vita est opus hac, valeas:


Stammi bene, questa non è la vita che fa per me (Orazio, Satire, libro II sat.6 , v. 115).
Vedi anche "Carpe viam, mihi crede,comes !" Nel bel mezzo delle gozzoviglie i due topi, quello di città e
quello di campagna, vengono spaventati dai latrati dei molossi e, con il cuore in gola impauriti e tremanti
fuggono per paura di essere uccisi. E' a questo punto che il topo di campagna, andandosene, saluta l'amico
che resta in città con la frase soprariportata aggiungendo che la sicurezza della sua tana nel bosco è buona
ricompensa del suo umile cibo.

Heu fuge, nate dea , teque his - ait - eripe flammis:


Fuggi , nato da dea - disse - e salva te e i tuoi dalle fiamme (Virgilio Eneide libro II v 289-290).
Parole che lo spirito di Ettore rivolge ad Enea dormiente invitandolo a svegliarsi e fuggire da Troia in
fiamme salvando sè stesso i suoi cari ed i Penati.
69 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Heus ! Etiam mensas consumimus:
Accidenti! Stiamo mangiando anche le mense (Virgilio Eneide Libro VII v. 116).
Secondo una profezia Anchise i Troiani avrebbero finalmente trovato la terra a loro assegnata dagli dei il
giorno che per sfamarsi sarebbero stati costretti a divorare anche le mense. Enea ed i suoi compagni
finalmente approdati alle rive del Tevere, stanchi ed affamati pongono su sottili focacce il poco cibo
rimasto. Il poco cibo e l'appetito gagliardo fanno si che mangino anche le focacce facendo esclamare a Iulo
"Heus ! Etiam mensas consumimus", al che Enea capisce di essere finalmente arrivato.

Hic:
Qui.
Ai primordi della carta stampata i lettori di un libretto manoscritto o stampa, mettevano spesso sul bordo
come segnalibro il monosillabo “hic” sottintendendo “hic sistendum” oppure “hic advertendum” (=Qui
occorre fermarsi, qui occorre fare attenzione). "Qui sta l' Hic", esclama l'oratore quando desidera
richiamare l'attenzione dell'assemblea su un particolare punto o argomento che per la sua importanza merita
un approfondimento.

Hic et nunc:
Qui e ora.
Si usa questa espressione per indicare che una cosa non ammette proroghe nella sua attuazione.

Hic iacet:
Qui giace.
Come ben sappiamo si tratta di una iscrizione tombale. Tutto quello che credavamo di essere, tutto quanto
ci siamo sforzati di possedere e di costruire si riduce, come in un famoso racconto ad una tomba di due
metri quadri e ad un epitaffio di due parole ”Hic iacet" Qui giace.
Hic optime manebimus:
Qui rimarremo ottimamente(Tito Livio Ab urbe condita Periocha V).
La frase completa è "Sta, miles, hic optime manebimus !" (=Fermati soldato , qui staremo benissimo). Anno
390 a.C., i Galli stanno per conquistare Roma ed i senatori vorrebbero fuggire a Veio. A Furio Camillo, che
invano tentava di convincerli a desistere da questo proposito, venne in provvidenziale aiuto l'esclamazione
di questo centurione rivolta ai suoi soldati. Nel film "Don Camillo e l'onorevole Peppone" la frase viene
pronunciata da Fernandel quando Gino Cervi gli ordina di allontanarsi dal ponte che aveva appena minato.
Oggi, e non facciamo nomi, l'espressione è usata da chi non ha la minima intenzione di abbandonare la
sedia che occupa anche se le circostanze sonog sfavorhevoli.

Hic Rhodus, hic saltus:


Immagina di essere a Rodi e ripeti qui il salto (Esopo).
Fu questa la risposta che un passante diede ad uno sbruffone che, tornando da Rodi, raccontava di aver fatto
un salto talmente alto da superare il Colosso. Si trova spesso usata anche l'espressione: "Hic Rhodus hic
salta" (=Immagina di essere a Rodi e mostrami la tua bravura nella danza). "Salta" è infatti imperativo del
verbo "salto-as" (intensivo di salio) con il significato appunto di danzare, ballare, rappresentare danzando,
mentre "saltus" (=salto) deriva da "salio-is" (=saltare, saltellare, balzare).
Normalmente la prima variante viene utilizzata per smontare vanterie inutili o incitare ad un maggior
impegno nella vita o sul lavoro, la seconda invece, pur forzandone leggermente il significato, quando siamo
posti di fronte ad una scelta obbligata. L'attuale capufficio non ti piace? "Sorry, Hic Rodus, hic salta"
(=anche se la musica che suonano non ti piace continua a ballare!).

Hic sunt leones:


In questa zona ci sono leoni.
Era la frase con la quale i romani indicavano sulle mappe geografiche le regioni inesplorate dell'Africa: si
usa normalmente per indicare che un dato argomento ci risulta totalmente sconosciuto.

Hic victor caestus artemque repono:


Qui vincitore depongo l'arte e il cesto (Virgilio Eneide Libro V v. 484).
Potrebbe essere una bella frase che corona una carriera sportiva ricca di vittorie. Qui è il vecchio Entello
che, vinto l'incontro di pancrazio contro il troiano Darete e sacrificato il toro, vinto nell'incontro, ad Erice
suo maestro, decide di appendere, da vincitore, i guantoni al chiodo.
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Hi in curribus et hi in equis:
Questi confidano nei carri e gli altri nei loro cavalli ( Ant. Test. Salmo 19, 8).
Il salmo 19 attribuito al re David è conosciuto come: Preghiera del re prima della battaglia ed inizia con la
frase: “Exaudiat te Dominus in die tribulationis” (il Signore ti esaudisca nel giorno dell'angustia) e
continua dicendo che mentre i nemici confidano nei carri e nei cavalli noi nel Signore Dio nostro
invochiamo la vittoria.

His ego nec metas rerum nec tempora pono:


A questi non pongo limite né di cose né di tempo (Virglio Eneide libro I v. 278).
La dea Venere piuttosto contrariata per le ingerenze di Giunone nella vita del figlio e dei profughi troiani se
ne lamenta con Giove. A lei, il re degli dei, risponde che il Fato ha già deciso tutto indipendentemente dai
vari tentativi fatti di modificare il corso del destino. Iulo, infatti, figlio di Enea sarà il capostipite di un
popolo al quale non verrano posti limiti né di opere né di tempo per costruire un regno che verrà ricordato
in eterno per la sua potenza, civiltà, capacità nell'educare e nell'unire popoli differenti.

His fretus:
Confidando in queste cose.
Cioè, appoggiato a queste ragioni, ecc. Un esempio tipico, in cui è usato in significato ironico, si ha nel
capitolo XXXVIII dei Promessi Sposi quando l’ enciclopedico don Ferrante vuol dimostrare che la peste
non si propaga per contatto, ma per influsso delle stelle.

Historia est magistra vitae:


La storia è maestra di vita (Cicerone, De oratore, Liber II, Cap. IX, 35).
"Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis" (=La storia
infatti è testimone del tempo, luce di verità, maestra di vita, messaggera del passato). La curiosità di
conoscere i grandi fatti della storia ed il bisogno di tramandarli risalgono ai tempi dei tempi e credo si possa
dire che seguirono il nascere della coscienza nei popoli e ne rappresentano l'inizio della loro civiltà. Certo
non sarà possibile ricavare dalle tante vicende storiche leggi universali e perpetue; l'imponderabile e
l'imprevedibile, infatti, hanno sempre una gran parte nella vita umana ma, pur non potendo il passato
dettare norme certe di comportamento per il futuro, credo che il passato meriti un occhio di riguardo per
evitare almeno quegli errori che da secoli si ripetono.
Nella speranza di non essere frainteso ma solo per spiegare in parte il concetto ricordo che i nostri "martiri
del Risorgimento" per gli Austriaci erano... "terroristi" e, quelli che noi oggi definiamo "terroristi" sono
considerati da altri... martiri.

Hoc caverat mens provida Reguli:


Questo temette e previde il cuore di Regolo (Orazio, Carmina, Libro III, 5, 14-15).
Narra la storia, e ricordiamo che sono sempre i vincitori a scriverla, *che M. A. Regolo console nel 255 ,
fatto prigioniero dai Cartaginesi con 500 soldati romani fu inviato a Roma con il compito di tratta la quace
o quanto meno il riscatto dei soldati prigionieri. Come tutti ricordiamo il suo discorso in Senato fu di totale
chiusura alle trattative per le conseguenze negative che avrebbero causato. Riporto, sempre tratte dalla
stessa ode, alcune colorite espressione usate per rendere il concetto: "Auro repensus, scilicet acrior miles
redibit?" (=Credete che il soldato ricomprato a peso d'oro ritornerà a combattere con maggior
accanimento?). "Flagitio additis damnum" (=Al disonore aggiungete il danno). "Amissos colores lana
refert medicata fuco nec vera virtus cum semel excidit" (=La lana tinta di rosso non riprende il colore di
prima e il valore una volta caduto non torna).
L'espressione si usa a proposito di personaggi che ad opera finita con un "io l'avevo detto" si atteggiano ad
indovini e salvatori della patria.
*Sembra che la vicenda di Attilio Regolo sia una delle tante invenzioni propagandistiche dei romani. Lo
storico Polibio che romano non era (Grecia 206-124 a.C.) e in fatto di avvenimenti storici contemporanei
non era secondo a nessuno, di questo episodio, celebrato pure da Cicerone, neppure ne parla.

Hoc erat in votis:


Questo era il mio desiderio. (Orazio, Satire, Libro II, sat. VI, v. 1).
Il sogno del poeta di avere una casetta circondata da un campicello, una fonte di acqua viva, e un bosco per
cercarvi quella quiete che non trovava nella rumorosa Roma fu più che appagato quando Mecenate gli
regalò la villa sui monti Sabini. La frase si usa , mutando a volte il verbo erat in est, per esprimere un
desiderio o un auspicio.
71 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Hoc opus, hic labor:
Ecco la difficoltà, ecco ciò che v’ha di faticoso. (Virgilio, Eneide, VI, 129).
È la Sibilla Cumana che ricorda ad Enea le difficoltà di ritornare dall’ Averno. La frase va messa in
relazione con quella citata: “Facilis descensus Averni”. Si usa per dire dove sta il nocciolo della difficoltà.

Hoc volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:


Io lo voglio, io lo comando, la mia volontà tenga le veci della ragione (Giovenale, Satire, VI, 223).
Giovenale mette la sentenza sulle labbra d’una donna capricciosa e prepotente; ma nel fatto molti la fanno
propria.
È il motto del Leone della favola di Fedro, che avendo catturato con la mucca, la capra e la pecora un
grande cervo, nel momento di fare le parti disse: la prima parte mi spetta perchè sono il leone, la seconda
perchè sono il più forte, la terza perchè sono il più importante, e se qualcuno tocca la quarta gli faccio un
mazzo così..

Hodie mihi, cras tibi:


Oggi a me domani a te.
È il monito d’oltretomba che par di leggere su ogni lapide del Cimitero. Nel linguaggio ordinario, però,
s’indirizza a persone che dovranno passare per le stesse difficoltà nelle quali qualcuno attualmente si trova.
Si usa in senso ironico in occasione di onorificenze o ricompense straordinarie

Homo doctus in se semper divitias habet:


L’uomo dotto ha sempre seco le sue ricchezze. (Fedro, Favole, Libro IV, 22, 1).
La sentenza si trova nella favola di Simonide che, fatto con altri naufragio, per il suo sapere ottenne vesti,
denari, servi ed onori, mentre gli altri naufraghi, perdute le ricchezze che avevano, rimasero al verde.

Homo homini lupus:


L’uomo è un lupo per l’uomo (Plauto, Asinaria, Il, 4, 88).
Cioè l’uomo è nemico dei suoi simili, fa loro del male. Fortunatamente è solo l’egoista al quale va attribuita
la sentenza perchè come ricorda Erasmo da Rotterdam, che del detto dà una diversa interpretazione
modificandolo come segue: "Homo homini aut deus aut lupus" (= l'uomo per il suo simile può essere simile
a un dio o simile a un lupo.)

Homo in periclum simul ac venit callidus, reperire effugium quaerit alterius malo:
L’uomo astuto, quando si trova in qualche pericolo, suole uscirne con danno degli altri. (Fedro).
Fedro lo conferma con la favola della Volpe caduta nel pozzo, cui il Caprone dall’orlo domandò di che
sapore fosse l’acqua. Tanto dolce, rispose la Volpe, che non riesco a saziarmene. Calatosi quello nel pozzo,
la volpe, arrampicandosi sulle sue corna, riuscì a fuggire, lasciandolo sul fondo.

Homo longus raro sapiens; at si sapiens, sapientissimus:


L'uomo alto raramente è sapiente però, nell'eventualità che, (nonostante l'altezza), sia sapiente sarà di
sapienza eccezionale. (???).
"Relata refero". Pur non concordando con quanto sostenuto, ritengo corretto segnalare il detto. Non credo
che l'essere più o meno alti possa favorire o negare la capacità di giudicare il corso degli avvenimenti ed il
valore delle cose. Simile trovata sembra il tentativo di rivalsa di un piccoletto nei confronti di chi è più
prestante. Tante sono le massime consolatorie coniate "ad hoc" per crearsi un alibi psicologico: Piove ad un
matrimonio... sposa bagnata sposa fortunata! Ad una ragazza spunta qualche pelo di troppo... donna baffuta
è sempre piaciuta, donna pelosa donna virtuosa... e pensare che loro, poverine, ne farebbero volentieri a
meno. La prima parte del detto ha una corrispondenza nel proverbio italiano: "Albero grande fa più ombra
che frutto".
Detto segnalato da Massimo

Homo militaris:
Veterano, vecchio soldato (Sallustio, Bellum Catilinae, 59,20).
Sinonimo di "veteranus" era colui che aveva percorso tutti i gradi della carriera militare, iniziando spesso
dalla gavetta. I più alti gradi della carriera erano il "tribunus militum" ufficiale di grado superiore al quale
spettava il comando di legione, il "praefectus" da "praeficio" (=essere a capo) che poteva essere
"praefectus equitum" (=comandante della cavalleria), "praefectus fabrum" (=Comandante del genio)...
Veniva poi il "legatus" capo di stato maggiore del comandante dell'esercito ed in caso di necessità sostituto
nel comando: normalmente i legati erano due e comandavano le ali.
72 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Il comandante supremo in un primo tempo era detto "praetor" (=guida, capo, colui che va avanti) da
"praeitor" che a sua volta deriva dal verbo "prae-ire" (=guida, capo, colui che va avanti). Successivamente
venne sostituito con il termine di "imperator" (=comandante in capo).
Il ricordo dell'antica parola rimase in "praetorium" (=tenda del comandante) e in "cohors praetoria"
(=guardia del comandante).

Homo natus de muliere brevi vivens tempore, repletur multis miseriis:


L'uomo nato da donna ha vita corta ed è ricolmo di molte miserie.
Il concetto è una rielaborazione di quanto scritto nel libro di Giobbe (Giobbe, 14, 1-2) "Homo natus de
muliere, brevi vivens tempore, commotione satiatur. Qui quasi flos egreditur et arescit et fugit velut umbra
et non permanet" (= L`uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e
avvizzisce, fugge come l`ombra e mai si ferma).

Homo novus:
Uomo nuovo (Sallustio, Bellum Iugurthinum, 4).
Con questo termine venivano definiti quei cittadini che, primi della loro famiglia erano riusciti a conseguire
le magistrature curuli, considerate titolo di nobiltà, pur non appartenendo ai "nobiles" o ai "patricii". Era
pur vero che nel 445 a.C. la legge Canuleia abolendo, almeno sulla carta, il divieto di unione tra patrizi e
plebei consentiva a questi ultimi di accedere a cariche pubbliche ma questo raramente capitava. "Nobiles"
erano detti quelli che avevano esercitato le magistrature curuli e che godevano ereditariamente dello "ius
imaginum" ma di ben altri lombi erano gli appartenenti alla "gens". Era, questa, la nobiltà più alta ed antica
formata da un gruppo di "familiae" risalenti ad uno stesso "pater" e "patricii" si chiamarono i discendenti
delle più antiche "gentes", cioè di coloro che secondo la tradizione avevano fatto parte del primo senato
(consiglio dei "patres") istituito da Romolo.
Se nell'antica Roma "Homines novi" furono Cicerone , Caio Mario, Catone il censore, Sallustio... oggi
potremmo definire tale il lavoratore dipendente, non figlio del titolare dell'azienda, che della stessa ne
diventa direttore o addirittura proprietario.

Homo sine pecunia est imago mortis :


L'uomo senza soldi è l'immagine della morte.
Diciamo tutti che i soldi non fanno la felicità... però una mano a migliorare la vita la danno sicuramente!

Homo sum, nihil humani a me alienum puto:


Io sono uomo e nulla di ciò che è proprio dell’umanità, mi è estraneo (Terenzio Il punitore di se stesso atto
I v. 77).
Il severo Meneremo, costringe il figlio Clinia ad arruolarsi come soldato per separarlo da Antìfila, ragazza
innamorata ma povera. Pentitosi dell'errore, per autopunirsi, vende i suoi beni e si ritira in campagna,
sottoponendosi a lavori massacranti. Cremète, che possiede un campo vicino al suo, notando il
comportamento del vecchio lo invita ad aprirsi con lui, contribuendo con il suo atteggiamento a
modificarne lo scontroso carattere.
In questa commedia dove si affronta il problema pedagogico del rapporto fra genitori e figli, è proprio il
vecchio Cremete a pronunciare tale frase. Terenzio sente tutta la nobiltà della solidarietà umana e le gioie e
i dolori dei suoi simili lo toccano profondamente. In generale, però, si cita la sentenza deturpandone il
significato: "Sono uomo, e come tale sono soggetto a tutte le miserie dell’umana natura; quindi
compatitemi se talvolta cado in errori o in difetti".
Detto segnalato da Marina M.

Honori et commodo fidelium agricolarum:


A ringraziamento e per comodità dei fedeli agricoltori (Francesco IV duca di Mantova).
Iscrizione posta sulla facciata del Foro Boario di Modena.
Voluto dal Duca Francesco IV e progettato dall’architetto Francesco Vandelli se ne iniziò la costruzione nel
1833. Si tratta di una struttura destinata al piano terra al mercato bovino e ai piani superiori
all'immagazzinamento di prodotti agricoli da utilizzare come scorte alimentari per eventuali carestie.
La dedica suggerita dal Duca e indirizzata ai "fedeli agricoltori" suona come presa in giro infatti in una
cronaca dell’epoca si legge: "Nell'opera manuale si impiegarono a preferenza quelli tra la gente della
campagna, i quali eransi fatti ascrivere alle volontarie milizie poco prima create, e quel lavoro che a
comodo principalmente della classe agricola era destinato, venia da gente della campagna costruito"..
73 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Honoris causa:
Per meriti speciali.
Termine tecnico con cui si indica che ad una persona o ad un gruppo viene riconosciuto per meriti speciali
un premio o un riconoscimento extra. Spesso usato nell'espressione "laurea honoris causa" indica il
conferimento da parte di un ateneo di una laurea a titolo onorifico e senza sostenere esami a persone
appartenenti al mondo dello spettacolo o della cultura ritenute meritevoli per meriti speciali. Equivalente è
la laurea "Ad honorem" (=a titolo di onore) conferita soltanto a persone che, per opere compiute o per
pubblicazioni fatte, siano venute in meritata fama di singolare perizia nelle discipline della Facolta' o
Scuola per cui e' concessa.

Honos alit artes:


L'onore da vita alle arti.(Cicerone, Tusc., I, 2, 4).
Non c'è peggior nemico degli artisti che l’indifferenza e la non riconoscenza dei loro meriti; mentre la stima
meritata e la considerazione altrui mettono loro le ali ai piedi.

Horas non numero nisi serenas:


Non conto che le ore serene.
Iscrizione a doppio senso posta sulle meridiane: perché lo gnomone, com’è naturale, non può segnare le ore
se non con il sole, ossia con il sereno, si auspica che anche al padrone della meridiana le ore siano serene.
Se ne può leggere anche una analoga: “Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae“ (Le ore sono lente per
chi è addolorato, veloci per chi è felice).

Horresco referens:
Inorridisco nel ricordare. (Virgilio, Eneide, Il, 204).
È la frase pronunciata da Enea nel ricordare la spaventosa fine di Laocoonte e dei suoi due figli, divorati
dai serpenti venuti dal mare. La frase si riporta con significato umoristico e satirico.

Horror vacui:
Orrore del vuoto.
Frase che esprime un concetto fondamentale della fisica aristotelica, che in polemica con la fisica
democritea, asseriva l’inesistenza di spazi vuoti; si ripete per indicare la tendenza a eliminare ogni spazio
vuoto in creazioni artistiche, nell’arredamento e, per estensione, in opere letterarie.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Hortus conclusus:
Giardino chiuso (A.T. Cantico dei Cantici 4,12).
Un giardino chiuso tu sei, sorella mia sposa, un giardino chiuso, una fonte sigillata... con simili espressioni
poetiche l'autore di questo libro parla della sposa. In senso traslato si usa per indicare personaggi che
ritengono di essere al centro di tutto, o relativamente ad ambienti esclusivi aperti a pochi eletti.

Hosti non solum dandam esse viam ad fugiendum, sed etiam munienda:
Al nemico non solo bisogna concedere una via per scappare, ma anche rendergliela sicura (Frontino
Strategemata liber IV de variis consiliis).
Frontino ne assegna la paternità a Scipione l'Africano. Ricorda il nostro adagio "a nemico che fugge ponti
d'oro".
Il nemico, quando scopre che "una salus victis, nullam sperare salutem" e cioè non ha più nulla da perdere
se non la propria vita si rivolta con il coraggio della disperazione contro l'inseguitore.

Hostis humani generis:


Nemico del genere umano(Eutropio, Breviario, VIII, 15).
È una specie di lapide d’infamia che lo storico appone alla memoria di L. Antonino Commodo, imperatore
Romano, che in vita ed in morte si attirò, per i suoi vizi bestiali, l’esecrazione universale.

Humanitati qui se non accommodat, plerumque poenas oppetit superbiae:


Chi non si adatta alla gentilezza, per lo più paga il fio della propria superbia. (Fedro).
Massima tratta dalla favola della Cicala e della Civetta: La Cicala dava noia insopportabile alla civetta di
giorno con il suo frinire. Pregata di starsene zitta, si mise a gridare sempre più. Allora la Civetta, dicendole
che ne ammirava la voce, l’ invitò a bere il nettare donatole da Pallade. La Cicala si recò alla dimora della
Civetta, che uscita dalla sua buca, la fece tacere per sempre, uccidendola.
74 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Humilemque vidimus Italiam:
Vedemmo l’umile Italia (Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945).
"Questa era l’umile Italia, come appariva ai conquistatori asiatici, quando sulle navi di Enea doppiavano
il capo di Calabria." Così Carlo Levi, confinato in Lucania dal regime fascista, nel suo romanzo “Cristo si
è fermato a Eboli”, parafrasa il senso del detto attribuito agli antichi greci quando dalle loro navi
osservavano le coste italiche, per descrivere la condizione di vita rassegnata, insensibile agli eventi esterni
ed immutabile, dei contadini della Basilicata che lo scrittore incontra durante il suo soggiorno forzato.
L'espressione infatti "umile Italia" che già troviamo nella Divina Commedia "Di quella umile Italia fia
salute per cui morì la vergine Cammilla, Eurialo e Turno e Niso di ferute".- (Inferno I, vv.106-107) e alla
quale anche Carlo Levi, come già fece Dante, poeticamente assegna un senso morale, è derivata dalla
Eneide pur se, nel contesto, Virgilio usa tale espressione in senso corografico alludendo alla conformazione
piatta della costa avvistata. Scrive infatti (Eneide Libro III vv. 521-524): "Iamque rubescebat stellis Aurora
fugatis cum procul obscuros collis humilemque videmus Italiam. Italiam primus conclamat Achates:
Italiam laeto socii clamore salutant (= E già l’Aurora, vinte le stelle, rosseggiava, quando lontano
scorgiamo le alture evanescenti come ombre e le basse coste dell'Italia. Italia grida per primo Acate: Italia
salutano con urla di gioia i suoi compagni).
Detto segnalato e commentato da Pietro V.

Humiles laborant, ubi potentes dissident:


Sono gli umili che soffrono, quando quelli che comandano sono in discordia.(Fedro, Favole, Libro I, 30,
1).
Simile al motto di Orazio: Quidquid delirant reges, plectuntur Achivi. Fedro illustra la sentenza coll’
episodio delle rane che, vedendo i tori in furibonda lotta per la supremazia sull’ armento, cominciarono a
gemere sulla propria disgrazia, sapendo che il toro sconfitto sarebbe venuto a cercar riparo nei nascondigli
della palude, schiacciandole.

Humus:
Terra.
Termine usato per indicare i vari costituenti organici del terreno, derivati in massima parte da detriti di
organismi vegetali ed animali. In senso figurato si intende quell'insieme di condizioni politiche, morali,
religiose o economiche che, quasi terreno fertile, favoriscono il sorgere di determinate dottrine o fenomeni
sociali.

I
Iam proximus ardet Ucalegon:
Brucia già il vicino palazzo di Ucalegonte. (Virgilio, Eneide, Il, 311).
È il grido di Enea quando, svegliandosi di soprassalto, vede Troia in un mare di fuoco e le fiamme già
vicine alla sua casa. La frase viene a proposito quando si parla d’un pericolo grave, imminente.

Iam victi vicimus:


Già sconfitti, vinciamo! (Plauto - Casina).
Finale di Champions League Milan Liverpool ad Istanbul 25 maggio 2005. Primo tempo , il Milan vince 3
a 0. Secondo tempo il Milan pareggia 3 a 3. Ai rigori il Liverpool si aggiudica la finale: chissà se i giocatori
avranno esclamato: "Iam victi vicimus".

Ibi deficit orbis:


Qui termina il mondo.
Per gli antichi il mondo finiva con le "Colonne d'Ercole" nome dato dagli antichi greci ai due promontori
che delimitano lo stretto di Gibilterra. Secondo la leggenda erano due colonne che Ercole stesso, in ricordo
delle sue imprese, aveva eretto d'ambo le parti dello Stretto, a Ceuta e, sull'opposta sponda, nei pressi di
Gibilterra per indicare il limite invalicabile delle terre allora conosciute.

Ibidem:
Nello stesso posto.
Si usa nelle citazioni bibliografiche per non ripetere un riferimento già fatto.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.
75 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ibis redibis numquam peribis:
Andrai tornerai non morirai.
Oscuro responso della Sibilla citato in tutte le scuole. In funzione infatti di dove si pone la virgola il senso
cambia da:"andrai, tornerai, non morirai" in: "andrai, non tornerai, morirai". Come i nostri attuali politici
la Sibilla poteva dimostrare di avere sempre raccontato la verità o comunque di essere stata fraintesa.
Il famoso detto "per un punto Martin perse la cappa" prende origine da un errore di punteggiatura e verrà
spiegato al detto: Porta, patens esto, nulli claudaris honesto! Ricordiamo che, come segnalatoci,
relativamente a questo detto esiste anche la versione: "Ibis redibis non morieris in bello". In funzione della
virgola possiamo tradurre "andrai, tornerai, non morirai in guerra" oppure "andrai, non tornerai, morirai
in guerra".
Segnalazione fatta da Massimo S.

I, decus, i, nostrum: melioribus utere fatis:


Va nostro orgoglio, va: avvalendoti dei migliori destini (Virgilio Eneide Libro VI v 546).
Sono le parole che Deifobo, figlio di Priamo, rivolge ad Enea incontrandolo nell'Ade. Nessun popolo come
i romani ha saputo essere grande soprattutto nelle sconfitte. Basta ricordare gli oltre trecentomila soldati
caduti e le centinaia di cittadine distrutte durante le due guerre puniche. Nonostante tutto questo, quasi
fossero veramente consci del compito loro affidato, hanno lasciato nella storia un'impronta incancellabile.

Ignorantia legis non excusat:


La non conoscenza della legge non scusa.
Quando gli antichi romani coniarono questo detto certamente non pensavano che la "Patria del Diritto"
sarebbe diventata la... "Patria del... pastrocchio" con una infinità di leggi, leggine, modifiche, rettifiche,
aggiornamenti, spiegazioni, precisazioni in una giungla impossibile da ricordare e tale da farci rimpiangere
le "tante grida" di manzoniana memoria.

Ignoti nulla cupido:


Non si desidera ciò che non si conosce. (Ovidio, Ars amatoria, III, 397).
In altre parole: non si desiderano che le cose che hanno fatto impressione sui nostri sensi. E' il principio su
cui si basa il consumismo.

Ignoto militi:
Al soldato sconosciuto.
È la nota epigrafe incisa sulla tomba del Milite ignoto, simbolo dei 650.000 caduti italiani nella prima
guerra mondiale. La salma di un combattente sconosciuto, nel novembre del 1921, fu trasportata da
Aquileja a Roma e tumulata nel monumento a Vittorio Emanuele Il, sotto l’ Altare della Patria. L'incarico
della scelta l'ebbe una madre, la triestina Maria Bergamas, il cui figlio Antonio disertando dall'esercito
austriaco si arruolò volontario fra le truppe italiane e morì in combattimento senza che il suo corpo potesse
essere identificato.

Iliacos intra muros peccatur et extra:


Si pecca sia entro le mura di Troia che fuori di esse. (Orazio, Epist., I, 2).
Cioè si pecca da tutti, e in tutti i luoghi, perchè tutti siamo impastati con la creta di Adamo. Per questo
Ovidio con una punta d’ironia afferma che se Giove dovesse scagliare i suoi fulmini ogni volta che uno
pecca, presto ne rimarrebbe privo.

Illic stetimus et flevimus, cum recordaremur Sion:


Là ci sedemmo e piangemmo ricordando Sion. (A.Test. Salmo 136 v.1)
E' il lamento dell'esule che ricorda la patria lontana. Il versetto tratto dal salmo che inizia "Super flumina
Babylonis hic stetimus et flevimus... " rappresenta un momento di intenso lirismo della poesia ebraica tale
da ispirare musicisti quali Pier Luigi da Palestrina e Giuseppe Verdi. Sulle note di "Va pensiero", che
segnano un momento epico di intensa commozione Giuseppe Verdi presenterà il dramma di questo popolo
come tragedia corale di scontro tra popoli e classi sociali.

Illis revertor hostis qui me laeserunt:


Sono nemica solo di coloro che mi hanno recato offesa (Fedro)
Vedi anche "Solet a despectis par referri gratia". Si tratta della conclusione della favola: "La Pantera e i
pastori". Caduta in una fossa ed impossibilitata a difendersi da alcuni contadini viene colpita con pietre e
da altri rifocillata. Messasi in salvo durante la notte, nei giorni seguenti uccide i suoi lapidatori
risparmiando invece quanti avevano avuto compassione, dicendo loro :"Memini qui me saxo petierit, qui
76 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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panem dederit: vos timere absistite; illis revertor hostis, qui me laeserunt" (=Riconosco chi mi ha preso a
sassate e chi mi ha rifocillato: voi non abbiate timore, sono nemica solo di coloro che mi hanno recato
offesa).

Immodica ira gignit insaniam:


Un'ira esagerata genera pazzia (Seneca Epistulae Morales ad Lucilium Libro II, XVIII, v. 14).
La stessa espressione la troviamo in Fedro come morale della favola di Esopo "il cavallo ed il cinghiale". Il
cavallo, a cui un cinghiale aveva intorbidito l'acqua dello stagno, irato chiede aiuto all'uomo per vendicare
l'offesa. Lo prende in groppa e lo porta allo stagno dove questi, con una freccia, uccide il cinghiale.
Tornando verso casa l'uomo scopre quanto possa tornargli utile il cavallo, gli mette sella e briglie e lo
assoggetta ai suoi voleri. Sconsolato l'animale esclama: "volevo solo una piccola vendetta, ma l'uomo non
solo si è impadronito del cinghiale ma anche della mia vita..." e Fedro conclude: "Fabula Aesopus
iracundos monet: immodica ira insaniam gignit, insania saepe exitii est causa." (=Esopo con questa favola
da questo ammonimento:un'ira esagerata porta alla pazzia e la pazzia è spesso causa di morte). Da uomo
della strada posso suggerire, a corollario di questo detto, che non è sensato evirarsi per ripagare la moglie di
un tradimento.

Immota manet:
Non risulta facile dare un'interpretazione a questo motto che campeggia sullo stemma della città dell'Aquila
da almeno 6 secoli soprattutto se lo si considera alla luce del trigramma "PHS" a cui ancor oggi si tenta
dare una spiegazione. Cosa vogliono dire? Il motto “Immota manet” di per sè significa “Resta ferma, ben
salda” ed alla luce dei tanti terremoti (1315 - 1349 - 1456- 1461 - 1498 - 1646 - 1702 - 1703 - 1796 - 1813
- 1958 - 2009) che hanno colpito e spesso distrutta questa città potrebbe intendersi il desiderio e la capacità
dei suoi abitanti di risorgere dalla distruzione e dalle macerie, ma il "PHS" resta comunque un vero mistero.
In mancanza di argomenti validi per sostenere una versione a scapito delle altre mi limito ad elencare le
varie interpretazioni lasciando ad ognuno libertà di scelta.
"Immota Pubblica Hic Salus manet" o anche nella versione "Immota Pubblica His Salus manet": Resta
salda a difesa del pubblico interesse.
Altri considerano il trigramma un errore di trascrizione del noto IHS "Iesus Hominum Salvator" (=Gesù
Salvatore degli Uomini) di san Bernardino da Siena riportato sullo stemma per onorare il santo che in
questa città morì nel maggio del 1440 e pertanto l'interpretazione sarebbe "Immota Per Hoc Signum
manet": Resta salda grazie a questo segno.
Detto segnalato da Franco C.

Impavidum ferient ruinae:


Invano lo colpiranno le rovine. (Orazio, Odi, III, 3, 8).
Il poeta parla dell’uomo di carattere, retto e tutto d’un pezzo, che, anche se le rovine del mondo intero gli
cadessero addosso, rimarrebbe impavido e stretto al suo dovere, alle sue opinioni.

Impedit ira animum ne possit cernere verum:


L'ira annebbia la mente im modo di non farle più discernere la verità (Albertanus Brixiensis, Liber de
doctrina dicenfi et tacendi pag. 4).
Albertano da Brescia (... - Brescia 1270) giudice a Brescia, ambasciatore della città presso la Lega
Lombarda e consigliere del Podestà di Genova (1243) attribuisce il detto al Siracide ma nonostante le
ricerche e riletture non ne ho trovato traccia.

lmperium in imperio:
Uno Stato nello Stato.
Locuzione antica per significare qualche ceto o classe di cittadini esenti dalle leggi di uno Stato nel quale si
trovano.

Imprimatur:
Si stampi.
La frase completa è "Nihil obstat quominus imprimatur" (Non c'è nulla che impedisca che si stampi): con
questa espressione veniva infatti autorizzata dall'autorità religiosa la stampa di libri. Il termine
"Imprimatur" viene normalmente utilizzato nel senso di autorizzazione a fare qualche cosa...ho ottenuto
l'imprimatur dal capo.
77 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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In albis (vestibus):
In bianche (vesti).
Per la chiesa cattolica la prima domenica dopo Pasqua viene detta "Domenica in Albis". Ai primi tempi
della Chiesa il battesimo veniva amministrato la notte di Pasqua ed i battezzandi indossavano una tunica
bianca che portavano poi per tutta la settimana fino alla prima domenica dopo Pasqua detta perciò
"Domenica in bianche vesti".

In alto loco:
In luogo alto.
In senso generale serve ad indicare: "dove si comanda, nella stanza dei bottoni".Cercare contatti in alto
loco, avere protettori in alto loco, le sue malefatte vengono nascoste in alto loco,cercare favori e protezioni
in alto loco...

In Apolline:
In quella di Apollo.
Licinio Lucullo, ottimo generale e console romano è ricordato, oltre che per aver portato in occidente la
pianta del ciliegio e dell'albicocco, per i suoi sontuosi banchetti da cui è mutuato l'aggettivo "luculliano"
per indicare un pranzo abbondante e delizioso. Sembra che nelle sue splendide ville avesse numerose sale
da pranzo contraddistinte con nomi di divinità e che, per ognuna di queste, avesse un menù predefinito per
portate, varietà e abbonzanza di cibo. Imbandire la tavola nella sala da pranzo di Apollo, che sembra fosse
la più rinomata, equivaleva ad avere, da simile anfitrione, un trattamento regale.

In articulo mortis:
All'atto della morte.
Locuzione presa dal frasario ecclesiastico, che s’adopera per indicare le azioni che uno compie quando è in
pericolo di vita, ossia sul letto tu morte.

In camera caritatis:
In camera di carità, in confidenza, tra di noi...
Espressione usata per indicare un'azione fatta "in privato" evitando che altri, oltre all'interessato, ne
vengano a conoscenza: fare ad un collaboratore una osservazione "in camera caritatis" per non metterlo in
difficoltà nei confronti dei colleghi, oppure un discorso confidenziale fatto a pochi intimi: Ora "in camera
caritatis" vi racconto che cosa succede nel consiglio di amministrazione... Con identico significato viene
usato anche il più noto "inter nos" (= detto tra noi).

In caritate pauper est dives, sine caritate omnis dives est pauper:
Facendo la carità il povero è ricco, non facendola ogni ricco è povero.
Espressione ripresa da sant'Agostino (Sermone 350, 3) che così esprime il concetto: "Sectamini caritatem,
dulce ac salubre vinculum mentium, sine qua dives pauper est, et cum qua pauper dives est" (=Esercitate la
carità, dolce e salutare vincolo delle anime: senza di essa il ricco è povero; con essa il povero è ricco).

In cauda venenum:
Nella coda sta il veleno.
Allusione alla natura dello scorpione che porta il veleno all’ estremità della coda. Il detto si ripete per certe
lodi che incominciano con un "bene, ottimamente..." e finiscono con un "ma...". Oppure per certi discorsi
elogiativi che finiscono con una richiesta di danaro, o simili: è la morale della favola di Fedro, in cui la
Volpe loda il candore del Corvo e la sua bella voce, per strappargli di bocca il formaggio.

Incidis in Scyllam, cupiens vitare Charybdin:


Se cerchi di evitare Cariddi, cadrai in Scilla (Gualtier de Lille, Alessandreide, V, 5, 301).
Scilla e Cariddi sono un vortice ed uno scoglio un tempo ritenuti pericolosissimi presso lo Stretto di
Messina. La frase si applica a persone prese, come si suol dire, fra due fuochi, quando per evitar un male
cadono in uno maggiore. Corrisponde al nostro proverbio: Dalla padella nella brace.

In cimbalis:
Con i cembali (Antico testam. Salmi 150,5).
Il termine cembalo dal latino "cymbalum-i" indicava inizialmente uno strumento musicale a percussione.
Per indicarli veniva usato il plurale perchè, come i piatti, venivano battuti a due a due l'uno contro l'altro.
Nei secoli successivi il vocabolo è passato ad indicare anche strumenti a corde pizzicate o percosse quali il
clavicembalo, il salterio, il cimbalom ungherese...
78 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Oltre che nel salmo citato "Laudate eum in cymbalis benesonantibus, laudate eum in cymbalis iubilationis"
(=Lodatelo con cembali sonori, lodatelo con cembali squillanti), numerosi passi della Bibbia ricordano
l'uso di questo strumento nelle danze sia religiose che di gioia.
Nel linguaggio comune lo si usa per indicare una persona "fuori di testa" per incontrollate eccessive ed
euforiche manifestazioni di gioia. Mi sono chiesto che relazione possa esserci tra uno strumento musicale e
ritengo che l'unica spiegazione plausibile possa essere l'atteggiamento disinibito e fuori dagli schemi tenuto
dai danzatori.

Incipit:
Inizio.
Espressione usata per indicare le prime parole di un documento pontificio ( es. la Enciclica "Rerum
novarum" di Leone XIII o la "Ut unum sint" di papa Giovanni Paolo II"). Molto più semplicemente sta ad
indicare le prime parole di un qualunque testo. Nella eventualità si tratti di un romanzo è bravura dell'autore
attirare l'attenzione del lettore già dalle prime righe.

In claris non fit interpretatio:


Non è ammesso interpretare l'evidenza. (Brocardo).
Nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso se non quello quello proprio delle sue parole
secondo la connessione di esse e della intenzione del legislatore.
Quando il testo contrattuale appare chiaro e non ci sono elementi che lo mettano in dubbio è fatto obbligo
limitarsi alla interpretazione letterale e solo nel caso in cui la norma da interpretare sia ritenuta non chiara o
equivocabile deve avvenire la ricerca dell'effettiva "mens legis".
Detto segnalato da Franco C.

In corpore vili:
Vedi "Faciamus experimentum in corpore vili".

In crastinum differo res severas:


Differisco a domani gli affari importanti. (Cornelio Nepote, Pelopida, III).
E' la massima del gaudente che vorrebbe non aver mai preoccupazioni gravi e che si arresta davanti alle più
piccole difficoltà.

Inde irae:
Da questo (provengono) le ire. (Giovenale, Satire, I, 168).
Si cita la frase per accennare al motivo che provoca lo sdegno, la collera.

In diebus illis:
In quei giorni.
Così incominciavano molti brani dei Vangeli quando la Messa era celebrata in latino. Altri iniziavano con
"In illo tempore" (In quel tempo); ma ambedue le formule non appartengono al latino classico in cui quell’
"in", con l’ablativo del complemento di tempo non è da usare.

In die perniciosum, in hebdomada utile, in mense necessarium:


Fatto tutti i giorni è dannoso, una volta alla settimana è utile, una volta al mese è necessario (????).
Si direbbe che l'autore non avendo certo il sesso al centro dei suoi pensieri ma ritenendolo una necessità,
abbia deciso di praticare quanto attribuito a Celso (enciclopedista e medico romano 14 a.C. - 37 d.C.):
"semen retentum venenum est" (= Il seme trattenuto è veleno), d'altra parte, come recita il proverbio... Chi
si accontenta gode!

Indocti discant et ament meminisse periti:


Imparino gli ignoranti e, quelli che sanno, amino di ricordare. (Charles-Jean-Hénault, storico francese
1685-1770).
Verso notissimo d’autore poco conosciuto. Di tutta la sua opera "Nuovel Abrégé chronologique de l'
histoire de France jusqu'a la morte de Louis XIV" non rimane che questo verso riportato in moltissimi
trattati di cultura generale, in enciclopedie, in libri scolastici, ecc.
79 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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In dubio pro reo:
Nel dubbio (decidi) a favore dell'imputato.
Questo principio impone alla pubblica accusa di provare la colpevolezza dell'imputato e non a quest'ultimo
di dimostrare la sua innocenza e che, in mancanza di prove certe, è preferibile assolvere un colpevole
piuttosto che condannare un innocente.

In exitu Israel de Aegypto:


All'uscita di Israele dall'Egitto (Antico Testam., Salmo CXIII).
È il canto della liberazione dopo il passaggio del Mar Rosso, compiuto dagli Ebrei sotto la guida di Mosè.
Nel linguaggio familiare “cantar l’ In exitu" equivale a cantar vittoria, ad aver, cioè, superata qualche
difficoltà.

In extremis:
All'ultimo momento.
Fare una cosa solo all'ultimo momento: Rinviata in extremis la conferenza stampa, fare testamento in
extremis, negli Usa, fermate in extremis due esecuzioni capitali.

In facie Ecclesiae:
Dinnanzi alla chiesa.
Ossia riguardo alla Chiesa. D’uso frequente in gergo ecclesiastico.

Infandum, regina, iubes renovare dolorem:


Tu mi costringi, o regina, a rinnovare un indicibile dolore. (Virgilio, Eneide, Il, 3).
Sono le parole rivolte da Enea a Didone, quando essa vuoi sentir dalla sua voce la narrazione della caduta
di Troia. Dalla notte della fuga erano passati ormai sette anni, tutti trascorsi errando da una terra all'altra
alla ricerca di una nuova terra da eleggere come patria , ma il ricordo della prima vera patria distrutta dai
greci, degli affetti e degli amici perduti in quella tragica notte non può che rinnovare in Enea un grande
dolore. Ritroviamo analoga espressione messa da Dante (Inferno XXXIII vv.4-6) in bocca al conte
Ugolino: "Tu vuo' ch'io rinovelli disperato dolor che 'l cor mi preme già pur pensando, pria ch'io ne
favelli”.

In fieri:
In divenire.
Termine usato per indicare tutto quanto ancora non è completato ma in fase realizzativa.

In flagrante delicto:
Nel momento in cui si compie il delitto.
Cogliere una persona in flagranza di delitto, come spesso si legge, significa essere presente nel momento
stesso in cui il reato viene consumato. Equivale alla espressione italiana "cogliere sul fatto" .

In folio:
In folio.
Termine tecnico dell'editoria: si intende indicare un libro i cui fogli di stampa sono stati piegati una sola
volta in modo da avere quattro facciate. Le dimensioni in altezza della pagina possono variare da 30,49 cm
e 38,1 cm. La tiratura, per l'alto costo che il libro presenta, è normalmente limitata a pochi esemplari.

In foro conscientiae:
Nel tribunale della propria coscienza.
Espressione del Diritto Canonico, insieme delle norme giuridiche formulate dalla Chiesa cattolica, con la
quale viene data al confessore ampia facoltà di assolvere il penitente da quei peccati o scioglierlo da quei
vincoli di voto che un tempo erano prerogativa del Vescovo o della Santa Sede.
A suo giudizio e retta coscienza il confessore dovrà valutare caso per caso la penitenza più adeguata al
peccatore non intesa come castigo ma come aiuto nel suo cammino di pentimento.

In girum imus nocte et consumimur igni:


Andiamo in giro durante la notte e ci consumiamo nel fuoco.
Nota frase palindroma latina, cioè può essere letta anche procedendo da destra verso sinistra. E' il titolo di
un film girato nel 1978 dal regista francese Guy Debord nato nel 1931 e morto suicida nel 1994. Potrebbe
anche essere il motto delle falene che, attratte nella notte dalla luce, vengono uccise dal calore della
lampada.
80 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes:
Patria ingrata non avrai neppure le mie ossa (Valerio Massimo - Factorum et Dictorum Memorabilium
Libri Novem, Libro V, 3.2).
Narra lo storico che Publio Cornelio Africano volle che la frase venisse scolpita sulla sua tomba a perenne
ricordo della ingratitudine di Roma. Accusato di corruzione e disgustato per il comportamento dei suoi
cittadini, il vincitore di Annibale a Zama e successivamente conquistatore dell'Asia Minore e della Grecia,
si era ritirato in volontario esilio a Liternum in Campania dove morì a soli 52 anni.

In hoc signo vinces:


Con questo segno vincerai.
Sono le profetiche e misteriose parole che la tradizione dice esser apparse in cielo a Costantino, contornanti
una croce, mentre si accingeva a marciare contro Massenzio; parole che fece poi dipingere sui suoi vessilli.
Nello stile familiare si cita per dire che con questo o quel mezzo si riuscirà a superare qualche difficoltà.

In illo tempore:
In quel tempo.
Espressione dei Vangeli usata per introdurre episodi narrativi, e che si ripete scherzosamente per indicare
tempi remoti. Come "In diebus illis" (= In quei giorni) altra espressione tratta dai Vangeli si ritiene non
totalmente corretta la traduzione in quanto il complemento di tempo determinato vorrebbe l'ablativo
semplice e quindi senza la particella "in". Per contro alcune grammatiche spiegano che, nella eventualità lo
scrittore più che il tempo voglia mettere in evidenza le circostanze speciali che accompagnano l'azione, è
possibile trovare "In coll'ablativo" come nel nostro caso.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Iniqua numquam regna perpetuo manent:


Gli imperi iniqui non durano mai in eterno (Seneca Medea atto II scena II v. 196).
Sono le parole che Medea rivolge a Creonte re di Corinto e padre di Creusa che Giasone ha sposato dopo
averla abbandonata. Vivendo circa 20 secoli dopo Seneca, autore di questa massima messa sulla bocca di
Medea, possiamo col senno di poi considerare come tutti i regni esistiti fino ad ora e scomparsi o erano
iniqui o è destino degli stessi scomparire dopo un periodo di grande splendore. Alcuni imperi furono
meteore che non sopravvissero al loro fondatore come accadde a quello Macedone , altri come quello
mongolo durarono a malapena 200 anni, alcuni resistettero addirittura 3/4000 anni come l'impero Egiziano
ma anche di questo non restano che rovine. Neppure Roma ebbe migliore fortuna, per quanto forse sia
l'unico impero che sopravvive ancora oggi nelle lingue neolatine, nel diritto ed in mille altre espressioni
proprio come predisse Virgilio: "His ego nec metas rerum nec tempora pono".

In itinere:
Durante il persorso.
Con questo termine si indica tutto ciò avviene durante un percorso sia in senso figurato che reale: Durante
il Corso vengono svolte diverse prove in itinere... L'orientamento in itinere offre agli studenti ...
L'infortunio in itinere consiste nell’infortunio occorso al lavoratore durante il...

Iniurias accipiendo et gratias agendo:


Ricevendo offese e ringraziando (Seneca, De ira, Libro II, 33).
Si racconta fosse la risposta data dal filosofo a chi gli chiedeva come riuscisse a barcamenarsi negli intrighi
di corte. Certamente questo atteggiamento non fu sufficiente considerando che Nerone approfittò della
Congiura dei Pisoni (65 d.C.) per ordinargli di togliersi la vita.

In manus tuas ...:


Nelle tue mani... (Nuovo testam. Lc 23, 46).
"In manus tuas Domine commendo spiritum meum" sono le ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce
prima di spirare. E' la parola che chiude il mistero della Passione e apre il mistero della liberazione
attraverso la morte, che si realizzerà nella Risurrezione. In senso figurato l'espressione viene usata quando
si accetta di fare la volontà altrui o, capovolgendo il significato originale, ci si affida a persone di cui non
abbiamo eccessiva stima.

In medias res:
Nel mezzo della cosa (Orazio, Arte poetica, v. 148).
Espressione antitetica a "Ab ovo". Viene usata infatti per indicare che senza alcun preambolo si desidera
entrare nel vivo del discorso, del racconto, dell'azione senza troppi scenari storici e fantasiosi.
81 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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In medio stat virtus :
La virtù sta nel mezzo.
È una sentenza dei filosofi scolastici medievali, già espressa da Orazio, nella sua classica forma:"Est modus
in rebus” In altre parole è il proverbio: “L’ ottimo è nemico del bene”.

In memoriam :
In memoria.
Espressione che ricorre in iscrizioni sepolcrali; talvolta usata in tono scherzoso, a proposito di cose di
scarsa importanza.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

In mente Dei:
Nella mente di Dio.
Essere "in mente Dei" significa non essere ancora nato, non esistere, non essere realizzabile se non a grande
distanza di tempo o rimanere addirittura un pio desiderio.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas:


Nelle cose indispensabili occorre essere uniti, in quelle dubbie liberi e in tutte caritatevoli (Peter
Meiderlin).
L'autore di questa massima conosciuto anche come Petrus Meuderlinus o Rupertus Meldenius fu un teologo
luterano vissuto a cavallo del 1500.

In odium auctoris:
Per odio verso l'autore.
L'espressione viene usata per indicare la messa al bando di certe opere, letterarie, pittoriche,
cinematografiche, televisive... non gradite al regime politico o alle autorità religiose. Senza voler
pronunciare giudizi si potrebbe dire che uno dei massimi esempi di questo "odium" sia stato per secoli
l'"Indice" dei libri proibiti, creato da papa Paolo IV nel 1558 e soppresso dal Concilio Ecumenico Vaticano
II nel 1966.

Inops, potentem dum vult imitari, perit:


Il debole, quando vuole imitare il potente,va in rovina. (Fedro, Favole, Libro I, 24,1).
È la morale della notissima favoletta esopiana: La Rana crepata e il Bue. La frase concorda con un’analoga
sentenza di Publilio Siro: "Ubi coepit ditem pauper imitari, perit" (= Quando il povero vuoi fare il passo
del signore, va certamente in rovina).

In ore duorum vel trium stat veritas:


La verità sta nella bocca di due o tre (testimoni)
Le dichiarazioni concordanti di due o tre testimoni, secondo questo principio giuridico, erano sufficienti per
incriminare un accusato. Valga per tutti l'esempio che troviamo nell'Antico Testamento nel libro di Daniele
(Dn 13 vv 1-64). Due anziani giudici, respinti da Susanna, l'accusano di avere avuto rapporti con un
giovane e, per la condanna alla pena capitale come prevede la legge mosaica, basterebbe la loro
testimonianza. Verrà salvata dall'intervento di Daniele che, interrogando separatamente i due accusatori,
dimostrerà la loro malafede. Ovviamente in base a questo principio risultava nulla la testimonianza resa da
un solo teste infatti a conferma del detto citato troviamo anche "testis unus, testis nullus" (= Un solo
testimone nessun testimone).
Detto segnalato da Sara.

In pace leones, in proelio cervos:


In pace leoni, in battaglia cervi!
Giornale "la Repubblica" 3 giugno 2005. Cito: ...il giorno dopo il disastro della seconda bocciatura
costituzionale (da parte di Francia e Olanda ndr) al tavolo europeo tutti alzano la voce. E più sono deboli
e più mostrano il viso delle armi e battono i pugni. Il governo italiano spicca in questo genere di esibizione
muscolare. Nel volgere di ventiquattr'ore, il ministero dell'Economia ha respinto...." Speriamo che questi
"leoni" li spediscano presto allo...zoo!
82 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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In partibus infidelium:
Nelle regioni degli infedeli.
Frase usata per designare un titolo onorifico, privo però di ogni giurisdizione. Espressione Curiale utilizzata
per indicare quei Vescovi ai quali veniva assegnata una sede tra le popolazioni pagane senza obbligo di
residenza. Ironicamente lo si appioppa a funzionari messi a riposo.

In pectore:
Nel petto, nel segreto del cuore.
Nato come termine "curiale" per indicare un cardinale, che il papa annuncia di avere creato, ma di cui si
riserva di rendere noto il nome, successivamente, per traslato, passa ad indicare cosa che si tiene nascosta,
che non si rivela o designazione non ancora ufficiale ad un incarico.

In praetoris leones, in castris lepores:


Nei consigli di guerra leoni, negli accampamenti lepri. (Caio Sollio Modesto Apollinare Sidonio Ep. 5, 7,
5).
Chissà se già al tempo di Sidonio Apollinare, scrittore latino cristiano (Lione 431 ca. - Clermont-Ferrand
486) che per luogo di origine quasi poteva essere "padano" i maggiorenti dell'Impero Romano dicevano
tante p......te come quelli attuali!. Leggete quanto scritto per: “In pace leones, in proelio cervos” ed
auguriamoci per il loro bene che le lepri siano tanto agili e camaleontiche da sfuggire ai cacciatori e ai
cervi non capiti quanto riferito da Fedro:
Vedi: Laudatis utiliora, quae contempseris, saepe inveniri... asserit narratio!

In primis:
Soprattutto.
Si usa quando, fra varie cose, se ne vuol mettere in evidenza una di particolare importanza, oppure, in un
ragionamento, quando si mette un argomento come base di tutti gli altri.

In principatu commutando saepius nil, praeter domini nomen, mutant pauperes:


Nei mutamenti di governo i poveri spesso non cambiano che il nome del padrone. (Fedro, Favole, Libro I,
15, 1-2).
Conseguenza tratta dalla favola L’ Asino e il pastore: Un pastore che pascolava un asinello, atterrito dalle
grida dei ladri sopravvenienti, consigliò al paziente animale di fuggire.- Forse - domandò l’asino mi
metteranno due basti? - Oh, no! - E allora che m’ importa di cambiar padrone?

In rerum natura:
Nella natura delle cose.
Un fatto si verifica in rerum natura quando avviene secondo il consueto svolgersi degli avvenimenti, senza
cioè alterare l’ordine delle cose naturali. Il motto è tanto comune, che lo adoperò anche il letterato don
Ferrante, al cap. XXXVII dei Promessi Sposi.

In sacris:
Negli Ordini sacri.
Frase del linguaggio ecclesiastico designante una persona già legata a Dio con i vincoli derivanti dagli
Ordini sacri. Qualche volta si adopera semplicemente con significato opposto a "in profanis".

In saecula saeculorum:
Per i secoli dei secoli.
Espressione liturgica cristiana con la quale terminano preghiere o invocazioni. In modo figurato significa
una cosa che si trascina a tempo indeterminato e di cui non se ne prevede il termine.

Insalutato hospite:
Senza salutare il padrone di casa.
Il termine "hospes" indicava, per i romani, sia la persona ospitata o l'invitato sia il padrone di casa, cioè
l'ospitante. Sono tanti i modi di esprimere un concetto ed un comportamento diffuso in tutto il mondo e che
già a Roma era ben noto: Andarsene alla chetichella, filarsela all'inglese, congedarsi alla francese !
L'espressione viene normalmente usata nella forma più corrente "insalutato hospite".
83 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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In se magna ruunt:
La grandezza precipita su se stessa (M. A. Lucano, De bello civili sive Pharsalia, Libro I, v.82).
Per meglio comprendere il senso della frase la riporto nella sua completezza: "In se magna ruunt :laetis
hunc numina rebus crescendi posuerunt modum" (= La grandezza crolla su se stessa:questo è il limite che
gli dei hanno posto al crescere della prosperità). Per Lucano, Roma e il suo impero sono talmente cresciuti,
arricchiti, da essere incapaci di reggere il proprio peso. Gli sconvolgimenti politici che costituiscono la
materia del poema, pur essendo piccole cose di questo mondo, vengono dal poeta paragonate a una futura e
certa dissoluzione dell'universo. Considerando la nostra attuale condizione economica e situazione politica
direi che da allora nulla sia cambiato.

In silvam non ligna feras insanius:


Non esser così insensato da portar legna in una foresta. (Orazio, Satire, I, 10, 34).
Vuoi dire: non far una cose inutili. In italiano abbiamo vari proverbi analoghi: "Noctuas Athenas afferre"
(=Portar civette ad Atene), portare vasi a Samo , portare acqua al mare ... Ma il frasario moderno è
cambiato e simili auliche espressioni sono state sostituite da: “Non siamo qui a pettinare le bambole, a
smacchiarei giaguari...!

In solo vivendi causa palato est:


La ragione del loro vivere sta nel palato (Giovenale, Satira XI, 11).
"Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa della gola, come tu vedi, alla pioggia mi fiacco"
(Dante, Inferno, Libro VI, 52-54).

Instar montis equum:


Cavallo enorme come una montagna. (Virgilio, Eneide, lib. II, v. 15).
Enea parla del famoso cavallo di legno che Ulisse, ispirato da Atena, aveva suggerito di costruire per
introdurre i guerrieri achei all'interno delle mura di Troia, talmente alto che per farlo entrare in città
vennero demolite le porte Scee.

Instaurare omnia in Christo:


Rinnovare ogni cosa in Cristo (Motto di san Pio X).
Il motto, preso dalla lettera di san Paolo agli Efesini (Ef. 1,10) e che in realtà suona "Recapitulare omnia in
Christo" è contenuto nell'Enciclica "E supremi apostolatus cathedra" del 1903 con la quale il papa san Pio
X annunciava il programma del suo pontificato.

Instrumentum laboris:
Strumento di lavoro.
Con simile espressione non si indica lo "strumento" nell'accezione normale del termine quale potrebbe
essere la pialla per il falegname o il cacciavite per il meccanico, ma una bozza, una traccia utile a quanti
partecipano ad un incontro, ad una tavola rotonda. Ancora più propriamente viene così definito il
documento risultante da una serie di incontri e fornito come strumento di lavoro ai collaboratori. Noto
"instrumentum laboris" nelle aziende è il Manuale della Qualità che fornisce un quadro d'insieme di come è
costituita e come opera l'azienda. Dovrebbe essere, il condizionale è d'obbligo, l' unico riferimento
operativo ad uso interno valido e accettato da tutte le funzioni interessate ed è altrettanto ovvio che affinchè
questo avvenga se ne devono capire a fondo e condividerne i contenuti.
Vedi anche "ante lucrum nomen".

In sudore vultus tui ovesceris pane:


Ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte (Antico testam. Genesi 3, 19).
Sono le parole con cui Dio condanna Adamo per avergli disobbedito.
"In sudore vultus tui ovesceris pane donec revertaris ad terram de qua sumptus es quia pulvis es et in
pulverem reverteris"(= Con il sudore della fronte ti guadagnerai il pane fino al giorno in cui non tornerai
alla terra dalla quale sei stato tratto poichè sei polvere ed in polvere ritornerai).

In te Domine speravi:
In te o Signore ho creduto (Antico Testam, Salmi, LXX, 1).
Questo versetto, che nella sua completezza suona così "In te Domine speravi, non confundar in aeternum"
(=In te ho creduto Signore, ch`io non resti confuso in eterno) era il motto di papa Bebedetto XV ed è anche
il versetto che conclude l'inno del "Te Deum ".
Vedi "Te Deum".
84 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Integer vitae scelerisque purus:
Integro di vita e puro da colpe (Orazio, Odi, Libro I, XXII, 1).
Chi ha la coscienza pura non teme nulla, racconta il poeta in questa ode. Racconta infatti che mentre
assorto nei suoi pensieri poetici vaga oltre i confini dei suoi poderi, un enorme lupo, benchè Orazio fosse
indifeso, anzichè assalirlo fugge.

Intellegisne me esse philosophum?:


Hai capito che io sono un filosofo?
Raccontano che un sedicente filosofo pronunciasse simili parole al cospetto di Boezio che argutamente
rispose: "Intellexeram si tacuisses" (=L'avrei capito se tu fossi stato zitto).
Vedi anche con identico significato: "Video barbam et pallium, philosophum nondum video" (= Scorgo la
barba e il mantello ma non il filosofo).

Intelligenti pauca:
All'intelligente (basta) poco.
A chi contesta un discorso o una relazione, esaustivi e soddisfacenti, ma in cui il relatore, senza inutili giri
di frase dice solo l'indispensabile si può tranquillamente spiegare che: intelligenti pauca. Equivale al nostro
proverbio: "A buon intenditor poche parole".

In tempestate securitas:
Sicurezza nella tempesta.
Motto abbbastanza comune che può essere letto sia su monete che medaglie. E' visibile pure su una
meridiana ad Imperia sulla facciata della Capitaneria di Porto-Guardia Costiera.

In templo quid facit aurum?:


In una chiesa che ci fa l'oro? (Persio, Satira I, 70).
Pur essendo più conosciuta come sopra riportata la frase corretta sarebbe, pur con identico significato : "In
sancto quid facit aurum?". Troviamo un riferimento, a questa citazione di Persio, nel Quaresimale del
gesuita padre Sigismondo Nigrelli. A chi faceva notare l'eccessiva e smodata quantità di cose preziose nelle
chiese cattoliche così rispondeva: "Dite che c'è troppo lusso oggi nelle Chiese e che sarebbe preferibile
farne tanta elemosina per i poveri? Vi scandalizzate nel vedere tante cose preziose sugli altari delle
chiese? Perchè non vi scandalizzate nel vedere tanto oro sulle gualdrappe dei cavalli o nelle ruote della
carrozza che corre nel fango? E' accettabile vedere l'oro sul fango e non sugli altari?... “.

In tenui labor, at tenuis non gloria:


Lavoro di modesto contenuto, ma non di modesta gloria. (Virgilio, Georgiche, libro. IV, v. 6).
Nel quarto libro delle Georgiche parla delle api e del loro lavoro che, pur sembrando insignificante, dona
all'uomo un prodotto eccelso come il miele.

Interdicere aqua et igni:


Proibire l'uso dell'acqua e del fuoco.
Espressione questa che equivaleva all'esilio, pena questa che implicava la "capitis deminutio" cioè la
perdita dei diritti e la confisca dei beni. Differente da questa era la "relegatio" pena che venne inflitta ad
Ovidio Nasone relegato appunto a Tomi sul mar Nero. Fu tuttavia una pena crudele sia per il luogo
inospitale e barbaro agli estremi confini dell'impero sia in rapporto al temperamento del poeta
assolutamente inadatto alla vita solitaria.

Inter Divos relatus est:


Fu annoverato tra gli dei. (Eutropio, Breviario, VII, 22 e passim).
È il panegirico finale che lo storico fa a Tito, soprannominato deliciae humani generis, e ad altri imperatori
o re, benemeriti dello Stato e del genere umano. La frase si cita a proposito di persone costituite in alte
cariche.

Interim:
Frattanto, (provvisoriamente).
Questo avverbio latino viene utilizzato normalmente per indicare una funzione provvisoria che una persona
assume, nell'attesa che venga nominato il titolare. Da questo vocabolo deriva anche il termine "interinale".
Introdotto anche in Italia nel 1997 con la legge "norme per la promozione dell'occupazione", conosciuta
come legge Treu il "lavoro interinale" è diventato solamente sinonimo di precarietà!!!
85 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Intermissus enim fit labor ipse levis:
La fatica diventa lieve se interrotta da pause (Guarino Veronese).
Guarino Guarini, noto come Guarino Veronese per essere nato a Verona nel 1374, improntò con il proprio
metodo di insegnamento la scuola di tutta Europa. Nella frase citata sostiene la necessità di alternare lo
studio con lo svago prescrivendo agli allievi, che frequentavano la sua celebre scuola, passeggiate in
campagna, caccia, danza ed esercizi fisici.
Morì a Ferrara nel 1460.

Inter nos:
Fra di noi, in confidenza, confidenzialmente.
Corrisponde in certo qual modo all'altra espressione "in camera caritatis" ma, a differenza di quest'ultima,
"inter nos" presenta un utilizzo più comune.

Inter pocula:
Tra i bicchieri.
Nulla è più conviviviale di un bicchiere di vino buono (ovviamente per i non astemi)! Un appellativo di
Bacco era "Lieo" che significa "Liberatore", infatti l' uso esagerato del vino libera dalle pastoie delle
convenzioni, creando un'atmosfera confidenziale altrimenti impossibile: una delle più celebri "vittime
letterarie" del vino è Renzo Tramaglino il giorno della sommossa di Milano. (I promessi Sposi cap. XIV).

Inter tela hostium:


Tra le frecce dei nemici (Livio Ab Urbe Condita Libro II - 13).
Vedi "Dux agminis". Si usa simile espressione per raccontare con una certa enfasi qualche nostra giovanile
avventura.

Inter utrumque tene, medio tutissimus ibis:


Resta tra le due, nel centro viaggerai sicuro. (Ovidio Metam. libro II vers.137-140)
A Fetonte era stato insinuato da Epafo di non essere figlio di Apollo. Il padre per dissipare ogni dubbio gli
consente di guidare il carro del sole fornendogli le ultime indicazioni: “..medio tutissimus ibis. Neu te
dexterior tortum declinet ad Anguem, neve sinisterior pressam rota ducat ad Aram, inter utrumque tene!
...” (= nel centro viaggerai sicuro. Il percorso non deve piegare troppo a destra verso la costellazione del
Serpente, nè portare la ruota troppo a sinistra verso la bassa costellazione dell'Ara: rimani tra le due). Tutti
sappiamo com'è finita l’avventura!!!. A Fetonte si paragona Dante nel Canto XVII del Paradiso che, tra
l'altro, è stato argomento di tema all'esame di maturità il 22 giugno 2005.

Intra moenia:
Dentro le mura.
Vedi "Extra moenia"

In tranquillo esse quisque gubernator potest:


Quando il mare è calmo, ognuno può fare da timoniere. (Publilio Siro "Sentenze").
Quando non esistono ostacoli ognuno è in grado di fare il lavoro altrui, anzi è proprio questo il momento in
cui si scopre che il lavoro del vicino è tanto più facile del proprio.

Intus et in cute:
Dentro e sotto la pelle ( Persio Flacco, sat. III, v. 30).
L'espressione completa sarebbe "Ego te intus et in cute novi" (Io ti ho conosciuto dentro e fuori della pelle)
anche se comunemente si usa la forma abbrevviata. Si applica il detto a quanti cercano in tutti i modi di
nasconderci la loro vera natura. Occorre sempre ricordare loro che anche se il lupo si traveste da agnello
sempre lupo rimane e non ci inganna con un diverso modo di apparire perchè lo conosciamo "intus et in
cute".

Intus Nero, foris Cato:


Dentro Nerone, fuori Catone (San Girolamo, Lettere, 125,).
Con analogo significato, ad indicare che, come scrive Seneca (De Beneficiis, Libro IV, 34), spesso
"Fallaces sunt rerum species" (= l'apparenza inganna) troviamo anche Orazio (Lettere, Libro I, XVI, 45)
"Introrsum turpis, speciosus pelle decora" (= Ignobile dentro e splendido fuori per la bellezza della pelle)
ancora Seneca (De clementia, Libro I, 1) "Nemo potest personam diu ferre" (= Nessuno può portare la
maschera per troppo tempo), Varrone (= De re rustica, Libro II, I, 3) "Non omnes qui habent citharam sunt
citharoedi" (= Non tutti quelli che posseggono una cetra sono citaredi) anche se la più nota resta quella di
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Fedro (Favole, Libro I, VII, 2) : "O quanta species!... Cerebrum non habet" (= Quanta apparenza!... Ma
non ha cervello).

I, nunc, ingratis offer te, inrise, periclis:


Va ora e offriti, deriso e non ricompensato, ai pericoli. (Virgilio Eneide Libro VII v. 425).
Parole che la furia Aletto dice in sogno a Turno, apparendogli con le sembianze di Calibe, sacerdotessa di
Giunone, per convincerlo a combattere contro i troiani. Nonostante egli abbia combattuto per difendere il
regno di Latino e gli sia stata promessa la figlia Lavinia in sposa ora, con l'arrivo dell'eroe troiano, i suoi
meriti e le promesse fatte verranno dimenticati.
Sono le parole che viene spontaneo pronunciare nei confronti di amici o colleghi ai quali i meriti non solo
non vengono ricompensati ma neppure riconosciuti.

In utroque iure:
Nell'uno e nell'altro Diritto.
Dicesi dei Dottori laureati in Diritto Civile e in Diritto Canonico. Il motto vien spesso riportato negli Atti
vescovili e curiali.

Invenit calvus forte in trivio pectinem:


Un uomo calvo trovò per caso ad un incrocio un pettine. (Fedro).
È la favola dei due calvi che, avendo trovato un pettine, stabiliscono di dividere il tesoro a metà,
ringraziando ironicamente gli dei, per questo dono inutile. È come la grazia che arriva all’impiccato appena
morto.
In verba magistri:
Sulle parole del maestro
Vedi "iurare in verba magistri"

In verbo autem tuo laxabo retia:


Tuttavia sulla tua parola butterò le reti (Nuovo testam. Lc,5,5).
Dopo una lunga notte di fatica trascorsa sul lago di Genésaret le reti dei pescatori erano rimaste vuote.
Immaginiamo ora l'espressione dell'apostolo Pietro a cui Gesù chiede di buttare ancora una volta le reti in
acqua: certo di grande fiducia se risponde con la frase citata. Quante volte, nel nostro piccolo, certamente
con un interlocutore ben meno importante e, pur non convinti di quanto ci veniva richiesto, ci siamo,
"obtorto collo", trovati ad esclamare: "In verbo autem tuo domine laxabo retia".

Invidia gloriae comes est:


L'invidia si accompagna alla gloria (Cornelio Nepote, Liber de excellentibus ducibus exterarum gentium
Cabria, III).
L'invidia è inseparabile dalla gloria esattamente come l'ombra è inseparabile dal nostro corpo.

In vino veritas:
Nel vino la verità.
E' il seguito del detto precedente "inter pocula" quando all'ancor accettabile libagione (inter pocula) segue
uno smodato consumo di vino. Riporto un sillogismo attribuito ad un monaco tedesco non certo astemio:
"Qui bene bibit bene dormit, qui bene dormit non peccat, qui non peccat vadit in caelum, ergo qui bene
bibit vadit in caelum!" (=Chi beve bene dorme bene, chi dorme bene non pecca, chi non pecca va in cielo,
ergo chi beve bene va in cielo!).

Invita Minerva:
Contro la volontà di Minerva. (Orazio, Ars poet., 385).
Essendo Minerva la dea della Sapienza, scrivere "invita Minerva" significa mancar d’estro, d’ispirazione.
In senso più lato si dice di tutti quelli che si dedicano a studi o ad arti per le quali non hanno disposizioni
naturali.

In vitro:
Sotto vetro.
Si usa per indicare fenomeni biologici riprodotti in provetta e non nell'organismo vivente. Oggi tutti
parlano di fecondazione "in vitro, di culture in vitro, di biotecnologie in vitro".
87 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ipsa silentia terrent:
Gli stessi silenzi atterriscono (Virgilio Eneide libro II v 755).
Mentre Troia è in fiamme Enea va alla ricerca della moglie Creusa. Vaga disperato in una città dove non
solo i rumori non famigliari ma anche il troppo silenzio procura terrore. Stessa sensazione viene ben
descritta dal Manzoni al capitolo XVII de "I Promessi Sposi" Riporto alcune frasi riferite al
comportamento di Renzo mentre dal paese di Gorgonzola si sta dirigendo verso il fiume Adda "... s'accorse
d'entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi... più che s'inoltrava, più il ribrezzo
cresceva... più ogni cosa gli dava fastidio...”.

Ipse dixit:
Lo ha detto lui (Cicerone. De natura Deorum, Libro I, 10).
Ne fu un grande sostenitore l'arabo Abû al-Walîd Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Ahmad ibn
Ahmad ibn Rushd meglio noto come Averroè. Nato nel 1126 a Cordova e morto a Marrakech fu il più
importante studioso arabo di Aristotele. Secondo una sua interpretazione il filosofo di Stagira afferma in
forma scientifica le stesse verità esposte nel Corano, e pertanto il pensiero aristotelico non va interpretato
ma accettato perchè: “ipse dixit!” Simile modo di presentare la verità viene definita dagli Scolastici
"sophisma auctoritatis" in quanto si vuol fare accettare una tesi solo in funzione dell'autorità di chi la
presenta. L'espressione trova la sua applicazione nel confutare o non accettare supinamentele opinioni altrui
unicamente basate su quanto detto o scritto da persone ritenute autorità in materia o solamente eccezionali
manipolatori.

Ipso facto:
Per il fatto medesimo - Nel medesimo istante.
Locuzione ecclesiastica molto in uso nel Codice di Diritto Canonico, nel quale vi sono diverse pene nelle
quali si incorre "ipso facto", cioè nell’istante in cui si compie il reato, senza bisogno che intervenga il
giudice o una sentenza di condanna.

Ipso iure:
Per la stessa legge.
Espressione che afferma come un atto giuridico acquisti efficacia per il solo fatto che sussistano
determinate condizioni, ovviamente previste e regolate dalla legge. Esempio: Il rapporto processuale, si
estingue "ipso iure" al momento della morte dell'imputato. In questo preciso caso si dice anche che cessa
"ex tunc" cioè da subito.

Ira furor brevis est:


L’ira è un furore breve - cioè una passeggera follìa. (Orazio, Epist. I, 2, 62).

Ire pedibus in sententiam:


Esprimere il proprio voto camminando.
Nella Roma repubblicana per molto tempo l'appartenenza al Senato fu appannaggio dei soli patrizi (termine
derivato da "patres") e cioè dei discendenti di coloro che si gloriavano d'essere tra i primi fondatori di
Roma. Successivamente, quando anche agli "equites" e ad una minima parte di plebei furono costretti
"obtorto collo" a concedere l'ammissione a questa ristretta cerchia, cercarono con ogni mezzo di renderli
inoffensivi non concedendo loro nè il diritto di parola nè il diritto di voto, ma consentendo solo di spostarsi
camminando verso il gruppo dei favorevoli o dei contrari. Riuscite ad immaginare come sarebbero snelle le
riunioni di condominio?.

I, sequere Italiam ventis, pete regna per undas:


Va, fatti portare in Italia dai venti, cerca il tuo regno solcando le onde (Virgilio Eneide Libro IV 381).
Invettiva di Didone verso Enea quando questi le comunica la sua intenzione di abbandonarla per seguire la
strada che il destino gli ha tracciato. Agli occhi della regina cartaginese Enea sembra un visionario perso
dietro al suo inutile sogno.

Is fecit cui prodest:


Ha commesso (il delitto) colui al quale (il delitto) è utile. (Cicerone, Pro Milone).
Assioma di Diritto che spesso mette la Giustizia sulla vera pista per la ricerca del reo, ma va presa "cum
granu salis".
88 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ite, missa est:
Andate, la messa è finita.
Con la formula lapidaria dell' "Ite, missa est" la Chiesa, dai primi secoli del cristianesimo al Concilio
Vaticano II (1962 - 1965), congedava i fedeli esortandoli a non esaurire il proprio dovere con la nuda
osservanza del precetto festivo ma ad iniziare da quel momento la loro missione col diffondere tra i fratelli
la parola di Dio.
Nella traduzione fatta dal Concilio Vaticano II la formula di congedo è diventata: "La messa è finita andate
in pace" ad indicare che ora possiamo uscire dalla chiesa per ricominciare la vita di tutti i giorni, con i suoi
problemi, i suoi affanni ma anche le sue gioie; è proprio questa vita di tutti i giorni, con tutti i suoi pesi e
fatiche che va affrontata “nel nome del Signore” da chi ha ascoltato la sua parola.
Per sensibilizzare i fedeli su questo tema ed evitare che il congedo finale suoni come un: "andate e
trascorrete una buona giornata" la Chiesa Cattolica, nella ristampa della “tertia editio typica emendata”
del Messale latino, ha integrata l'attuale formula di congedo con tre altre possibili e precisamente: “Ite ad
Evangelium Domini annuntiandum” (=Andate ad annunziare la parola del Signore) oppure “Ite in pace,
glorificando vita vestra Dominum”(=Andate in pace rendendo gloria a Dio con il vostro esempio) oppure
"Ite in pace" (=Andate in pace).

Iter legis:
Cammino della legge.
Termine ancor'oggi usato per indicare i tempi tecnici che intercorrono tra la presentazione di una legge ed i
vari passaggi tra gli organi competenti prima che essa venga definitivamente approvata. L' "Iter legis" per i
romani iniziava con la "promulgazio" (=esposizione al pubblico), seguivano poi tre periodi di 8 giorni
cadauno detti "trinundinum" di discussioni del progetto di legge. Fissato il giorno della votazione era
solamente consentito approvarla "uti rogas" (=come chiedi) o rifiutarla "antiqua probo" (= approvo quella
esistente).

Iudei et omnia sua regis sunt:


I giudei ed ogni loro cosa sono proprietà del re ( Edoardo ultimo re degli anglosassoni dal 1042 al 1066).
Troviamo questa espressione tra i provvedimenti giuridici emanati da re Edoardo che rappresentano il
primo "corpus" di riferimento del diritto inglese.
Ricordo che, a far data dall'anno 132 d.C. che comunemente viene considerato l'inizio della "Diaspora" per
arrivare ai nostri giorni, il popolo ebreo non ha mai avuto vita facile nei vari paesi europei in cui si era
disperso.
Il testo della legge diceva: "Sciendum est, quia omnes Iudei, quocumque regno sint, sub tutela et defensione
regis ligie debent esse; neque aliquis eorum potest se subdere alicui diviti sine licentia regis, quia ipsi
Iudei et omnia sua regis sunt." (=Sappiate che ogni giudeo, in qualsiasi parte del regno si trovi, risulta
essere sotto la tutela del re; nessuno di loro può alienare parte delle proprie ricchezze senza l'autorizzazione
del re, perchè i giudei stessi e ogni loro cosa son del re). Ritengo che nessun popolo sia mai stato calpestato
nei propri diritti quanto quello ebreo. La legge citata, infatti, li equiparava ad animali o a cose e, come tali,
furono spesso considerati.

Iura novit curia:


Il giudice conosce le leggi.
Principio giuridico in virtù del quale si afferma che spetta al giudice determinare quale deve essere la logica
interpretazione di una legge in base alla conoscenza che il magistrato stesso deve avere relativamente alle
vigenti norme e alla loro applicabilità. Ricordiamo che nel diritto romano erano le parti contendenti a citare
davanti al giudice consuetudini o precedenti che per analogia potevano suffragare la loro tesi.
Detto segnalato da Sara.

Iura, periura, secretum prodere noli:


Giura e spergiura se vuoi, ma non rivelare il segreto (sant'Agostino dalla lettera 237).
La frase che sant'Agostino cita faceva riferimento agli insegnamenti dei Priscilliani, setta di eretici (sec. IV-
VI) che rifiutava l'esistenza della SS Trinità e la Resurrezione di Cristo.
Già tra i cristiani di quell'epoca sembra non ci fossero idee troppo chiare circa l'esatto significato di
menzogna o spergiuro arrivando a sostenere che in certi casi la menzogna fosse quasi obbligatoria.
Nella sua opera "Contra mendacium" sant'Agostino spiega invece, respingendo l'errore dei Priscilliani, che
la menzogna è condannata dalla Chiesa come peccato perché intrinsecamente viziosa.
89 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Iurare in verba magistri:
Giurare sulle parole del maestro. (Orazio, Epist., I, 1, 14).
Nelle antiche scuole dei Greci e dei Romani era tanta l’autorità del maestro, che i discepoli consideravano e
veneravano le sue parole come un dogma di fede.

Iuravi lingua, mentem iniuratam gero:


Ho giurato con la lingua, ma la mente è libera da ogni giuramento (Cicerone De Officiis Libro III 108).
Cicerone mette in bocca ad Euripide simile espressione spiegando che spergiurare non significa giurare il
falso, ma non mantenere quanto si è giurato "secondo la nostra coscienza". La verità resta quindi un fatto
esclusivamente personale e soggettivo in nessun modo correlata alle parole dette.

Ius commerci:
Diritto al commercio.
Vedi: "Foedera aequa/iniqua" Concessione fatta ai "Latini" di concludere affari con i Romani ed essere in
queste transazioni tutelati dalle loro stesse leggi.

Ius connubii:
Diritto a sposare.
Vedi: "Foedera aequa/iniqua". Diritto concesso ai "Latini" di sposare un cittadino/a romani pur non
avendone la cittadinanza.

Ius gentium:
Il diritto delle genti.
Lo "ius gentium" concerneva sia le norme legali per le relazioni tra stati indipendenti (corrispondendo
all'odierno diritto internazionale), sia il complesso di regole giuridiche che, attraverso il contatto con altri
popoli, arricchirono il diritto romano. Mentre lo "ius civile" deriva da leggi scritte, lo "ius gentium" ha la
sua fonte del diritto nell'agire che resta invariato nel tempo, e diventa legittima prassi. Non riguarda,
tuttavia, la tradizione di un popolo, ma le abitudini comuni agli uomini di ogni luogo e tempo, che si
possono quindi ritenere connaturate con l'uomo e legittime.

Ius honorarium:
Diritto dei pretori
Lo "ius honorarium" o "ius praetorium" comprendeva le leggi introdotte dai magistrati (in particolare
pretori) per interpretare, correggere o ampliare lo "ius civile", costituito anche dalla legislazione promulgata
dai comizi (leges), dai concilia plebis (plebiscita), dal senato (senatus consulta) e, in età imperiale, dalle
“constitutiones”.

Ius imaginum:
Diritto di detenere ritratti.
Si trattava di un diritto ereditario riconosciuto e disciplinato del patriziato romano (patricii) di tenere in
casa ritratti dei propri avi e di cui rimase prerogativa finché fu il solo ad essere ammesso alle magistrature
ordinarie. Successivamente venne esteso ai plebei che vantavano discendenze patrizie ed infine a tutti i
discendenti di magistrati curuli (nobiles). Modellate in cera, le maschere di questi antenati che avevano
esercitato magistrature curuli, venivano custodite in armadietti (armaria) posti negli atrii e portate in
processione nelle cerimonie funebri.
Scrive Sallustio (Bellum Iugurthinum cap.4, 16-17) "cum maiorum imagines intuerentur, vehementissime
sibi animum ad virtutem accendi" (=Nel guardare le immagini dei loro antenati si sentivano spinti col più
vivo ardore alla virtù).

Ius italicum:
Diritto italico.
Concessione fatta a particolari città o paesi che li equiparava, dal punto di vista giuridico, a Roma. A loro
veniva consentito una maggiore autonomia ed una serie di privilegi. I nati in queste città acquisivano
automaticamente la cittadinanza romana e, come tali, erano in grado di acquistare e vendere proprietà ed
esentati dal "tributum soli" (=tassazione fondiaria).

Ius migrandi:
Diritto a trasferirsi
Vedi: "Foedera aequa/iniqua". Diritto concesso ai "Latini" ad acquistare la cittadinanza romana
trasferendosi a Roma.
90 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Ius murmurandi:
Diritto di mormorare.
E' questo l'unico diritto che in uno stato totalitario il cittadino può vantare, non potendo infatti dichiarare
pubblicamente la propria disapprovazione, esprime l'avversione al regime con con battute acide e
barzellette satiriche sussurrate agli amici di provata fede. Esempio ne è il soprannome di Italo Balbo
quando era governatore della Libia: Sciupone l'Africano!!!

Ius osculi:
Diritto di bacio.
Diritto concesso ai parenti più stretti di baciare le donne di famiglia. Non si pensi però ad una
manifestazione di affetto, perchè in realtà il gesto aveva la funzione di controllare che la donna non avesse
bevuto vino. Una legge, che lo storico Dionigi di Alicarnasso, faceva risalire a Romolo, vietava loro, nel
modo più assoluto, il consumo del vino e chi contravveniva a questa regola, in base allo "ius occidendi"
poteva essere messa a morte dal marito anche con forme di giustizia sommaria anche se normalmente
venivano condannate a morire di inedia. Si racconta comunque di un certo Ignazio Mecennio che, con il
consenso di Romolo, avesse ucciso a bastonato la moglie, rea di aver bevuto vino.

Ius postulandi:
Diritto a rappresentare (Detto giuridico).
Diritto o la facoltà di proporre domande in giudizio per il proprio patrocinato e cioè
diritto di cui si avvale ogni persona, quando delegata da altri, nel perorare le altrui cause.
Detto segnalato e commentato da William C.

Ius primae noctis:


Diritto della prima notte.
Con simile espressione si indica il diritto del feudatario , in occasione del matrimonio di un proprio servo,
di trascorrere la prima notte di nozze con la sposa. Tale comportamento sembra ormai universalmente
ritenuto una fantasiosa invenzione risalente al '400. Storicamente si sa solo di una consuetudine per la quale
i vassalli o i servi che contraevano matrimonio offrivano al feudatario doni in natura o tributi in denaro.

Ius Quiritium:
Diritto dei Padri.
Vedi : "Mores maiorum".

Ius sanguinis, Ius soli:


Diritto genealogico , diritto per luogo di nascita.
Con simile espressione si indicano i due principali sistemi di attribuzione ai nascituri della cittadinanza.
Lo “jus sanguinis” utilizza come criterio la semplice appartenenza genealogica: nasce cittadino di un certo
paese solo chi discende da cittadini di quel paese.
Lo “jus soli” utilizza come criterio il luogo di nascita pertanto automaticamente il nascituro diventa
cittadino del paese in cui vede la luce.
In Italia vige il sistema di “jus sanguinis” piuttosto restrittivo: il figlio di stranieri, nato in Italia, deve
attendere il diciottesimo compleanno per farne richiesta e deve esercitare il diritto entro il diciannovesimo
compleanno dimostrando di aver risieduto in Italia senza lunghe interruzioni.
Negli Stati Uniti invece, come in molte nazioni del Nuovo Mondo, vige una forma di “jus soli” quasi pura:
Chi nasce sul suolo americano è per diritto americano.

Ius summum saepe summa est malitia :


Il diritto estremo è spesso un estremo torto (Terenzio, Heauton Timorumenos, 796).
L'Heauton timorumenos, in greco "Il punitore di se stesso", è un'opera rielaborata dall'omonima commedia
di Menandro.
Vedi anche: “Homo sum, nihil humani a me alienum puto”

Iustum ac tenacem propositi virum:


Uomo giusto e fermo nel suo proposito (Orazio Odi libro III 3 vers.1).
Così inizia quest' Ode di Orazio in cui si fa l'elogio dell'uomo retto che nessuna avversità potrà impensierire
o impaurire.
91 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ius vitae ac necis:
Diritto di vita e di morte.
I romani in queste cose non scherzavano: nella vita pubblica erano assoggettati al potere del rex ed in
quella privata al potere del paterfamilias... ma il risultato non cambiava. Il rex in pace e in guerra aveva il
diritto di vita e di morte sui cittadini , a seconda dei casi, sudditi o soldati, mentre il "paterfamilias"
esercitava lo stesso diritto su moglie, figlie/figli, servi, animali e quant'altro si muovesse nella sua dimora.

L
Labor omnia vincit improbus:
Una fatica tenace supera ogni difficoltà. (Virgilio, Georgiche, I, 144).
Bella sentenza illustrata da innumerevoli scrittori e poeti.

Lacrima Christi:
Lacrima di Cristo.
Narra una leggenda che dalle lacrime di Cristo spuntassero tralci che producevano grappoli di uva di
inimitabile dolcezza e profumo, e il vino che se ne ottenne venne chiamato "Lacrima Christi ".

Lapsus calami:
Errore dovuto alla penna.
Ossia commesso dallo scrivente per distrazione o per fretta quando si scrive "Currenti calamo"

Lapsus linguae:
Errore di lingua.
Facile nelle persone distratte. Si tratta sempre di parole pronunciate senza intenzione, che talvolta, tuttavia,
possono aver tristi conseguenze, perchè, come dice il Metastasio: "Voce dal sen fuggita poi richiamar non
vale; non si trattien lo strale quando dall’arco uscì".

Latet anguis in herba:


Nell'erba sta nascosta una serpe. (Virgilio, Egloghe, III, 93).
È frase comune per richiamar l’attenzione del prossimo contro qualche pericolo nascosto.

Latos vastant cultoribus agros:


Gli immensi campi sono privati dei coltivatori (Virgilio Eneide libro VIII v. 8).
Le guerre lasciano al loro passaggio desolazione e morte. Sottrae ai campi le energie dei giovani chiamati
alle armi che difficilmente ritornano al loro podere: ricordiamo le centinaia di migliaia di morti delle guerre
puniche parlando dei romani, e i milioni di ragazzi morti nella prima e seconda guerra mondiale in tempi
troppo recenti. Tornando ai soldati romani quando la fortuna gli consentiva di tornare, dopo anni di
campagne militari vivi al paesello, scoprivano che boscaglia, rovi e gramigna ne erano i nuovi padroni.

Laudabiliter se subiecit et opus reprobavit:


Si sottomise in modo lodevole e ripudiò l'opera.
Per comprendere questa espressione occorre risalire a papa Paolo IV che nel lontano 1559 pubblicò il
primo "Index librorum prohibitorum" (=elenco dei libri proibiti). Negli anni a venire varie furono le
riedizioni di questo lungo elenco di opere proibite dalla Chiesa Cattolica che per aggiornarlo aveva pure
istituita la "Congregazione dell'indice". Tornando alla nostra espressione latina altro non era che la formula
di rito che indicava la sottomissione dell'autore condannato all' "Indice" all'autorità della Chiesa Cattolica.
Dopo quattro secoli di storia venne definitivamente abolito nel 1966, con il Concilio Vaticano II , da papa
Paolo VI.

Laudatis utiliora, quae contempseris, saepe inveniri... asserit narratio:


La favola insegna che spesso si scopre esser più utili le cose da noi disprezzate che quelle apprezzate
(Fedro, Favole, Libro I, 12,1).
Un cervo specchiandosi alla fonte, ammirava le proprie corna ramose disprezzando invece le gambe perchè
troppo magre, nel fuggire poi dai cani si accorse dell’utilità di queste ultime e, quando trattenuto dalle
corna impigliate nei rami, finì miseramente, constatò a sue spese la veridicità di questa frase
92 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Laudato ingentia rura, exiguum colito:
Loda i campi grandi, ma coltivane uno piccolo (Catone Libri ad Marcum framm. 9- Virgilio, Georgiche,
Libro II, v.412-13).
Marco Porcio Catone viene ricordato soprattutto per l'avversione per Cartagine, per il suo accanito
antifemminismo, per essere morto a 85 anni, età per quei tempi da Guinnes dei primati e, non ultimo, per
essersi inimicata quasi tutta la Roma che contava. Figlio di contadini, sembra il suo nome derivi dall'attività
di allevatori dei genitori e sempre considerò l'agricoltura attività da preferire al commercio. La frase rivolta
al figlio è un invito non a cercare di possedere tanti terreni, quanto piuttosto a coltivare con intelligenza ed
in modo intensivo il poco che si possiede.

Laudator temporis acti:


Nostalgico del tempo passato (Orazio, Arte poet., 173).
Il poeta scrisse la frase parlando dei vecchi che, non potendo far retrocedere gli anni passati, vi ritornano
volentieri con la memoria.

Lavabo inter innocentes:


Laverò tra gli innocenti le mie mani.(Antico Test. Salmo 25 v.6).
La frase presa dal salmo 25 veniva recitata dal sacerdote al momento dell'Offertorio mentre si lavava le
mani per poter celebrare, purificato dei suoi peccati, l'Eucaristia. In senso molto più prosaico si usa oggi per
indicare, nuovi Pilato, coloro che non vogliono essere coinvolti in casi spiacevoli.

Lectio facilior/difficilior:
Interpretazione più facile/più difficile.
Nell'edizione critica di un testo con l'espressione "lectio facilior" si indica l'interpretazione più semplice e
più correntemente accettata di un passo controverso. Viceversa l'accettazione della forma meno corrente, e
quindi con più probabilità di essere autentica è detta "lectio difficilior".

Lectio magistralis:
Lezione tenuta da un maestro.
Con simile espressione si indica una lezione tenuta da un esperto della materia di cui si andrà a trattare.
Espressione piuttosto comune in ambito accademico-universitario.

Levius fit patientia quidquid corrigere est nefas:


Con la pazienza si rende più tollerabile ciò che non si riesce a correggere. (Orazio, Odi, I, 24, 19).
In altre parole, quando non si può raggiungere l’ottimo, bisogna contentarsi del bene. Cioè i pesi che non si
possono allontanare, rimuovere, si sopportano più facilmente se uno vi si sottomette con rassegnazione e
pazienza.

Libera me Domine:
Liberami o Signore.
Responsorio recitato o cantato durante una cerimonia funebre per chiedere a Dio di essere liberati dalla
morte eterna. Nella versione "Libera nos Domine" (=Liberaci Signore) è l'invocazione nella recita delle
litanie dei Santi. Si usa in modo improprio per chiedere di essere liberati da un rompiscatole o da una cosa
spiacevole.

Libido rixandi:
Discutere per il gusto di farlo (Abelardo, Theologia summi boni, Libro II, 2.5.)
Si tratta del "desiderio di discutere, fine a se stesso". E' l'atteggiamento dei nostri politici negli ultimi anni:
non importa la correttezza dell'assunto, importante è fornire argomentazioni che, pur errate, vengano
recepite come corrette dagli ascoltatori. Il sofisma, è un esempio di questa "libido rixandi": apparentemente
sembra un ragionamento logico, ma la sua coerenza è solamente formale.
Vedi i vari "Argumentum ad" .

Licet superbus ambules pecunia, fortuna non mutat genus:


La dea Fortuna non cambia la tua origine anche se cammini superbo per le tue ricchezze (Orazio, Epodi,
IV, vv.5,6).
Orazio raccota di uno schiavo affrancato che mette spudoratamente in mostra le sue ricchezze. "Appiam
mannis terit sedilibusque magnus in primis eques Othone conyempto sedet" (=Percorre l'Appia con i suoi
cavalli e, cavaliere superbo, siede in prima fila in barba alla legge di Otone). Equivale al nostro proverbio:
93 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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"Signori si nasce, ricchi si diventa!".

Lilia non laborant neque nent:


I gigli non lavorano nè filano (Nuovo Testam., Mt. 6,28 e Lc. 12,27).
"Considerate lilia agri quomodo crescunt: non laborant neque nent". (=Osservate come crescono i gigli del
campo: non lavorano e non filano). Si tratta di un passo del Vangelo che condanna l'ansia tormentosa per le
necessità materiali e, pur se ogni uomo prudente dovrà farsi lecitamente le domande “Quid
manducabimus?”, aut: “Quid bibemus?”, aut: “Quo operiemur?” (= Che cosa mangeremo?, o: Che cosa
berremo?, o: Che cosa indosseremo?), non dovrebbe mai dimenticare che sopra alle vicende umane c'è la
provvidenza di Dio.

Linquenda tellus et domus et placens uxor:


Occorre lasciare la terra, la casa e l'amata moglie (Orazio, Odi, Libro II, XIV).
Il poeta ovviamente non si riferisce ai migranti che da secoli si spostano alla ricerca di una vita migliore per
loro e per i propri familiari, ma alla morte che prima o poi, annunciata dalle rughe e dalla vecchiaia,
arriverà per tutti. Morire è quasi una colpa e l'erede, che festeggia con un vino pregiato, "Absumet heres
Caecuba dignor servata centum clavibus" (=L'erede si approprierà, e se lo merita, del Cecubo che tu hai
custodito con cento chiavi) non si comporta in questo modo perchè la morte l'ha fatto ricco ma perchè è
vivo.

Lippis (notum) et tonsoribus:


(Cosa conosciuta) dai miopi e dai barbieri. (Orazio, Satire, 1, 7).
Si dice di cosa più nota della luce del sole. La frase si suol citare con le sole parole "Lippis et tonsoribus".
Per esempio: Bella novità! Lippis et tonsoribus!.

Locus sigilli:
Punto in cui va apposto il sigillo.
Con l'abbreviazione “L.S.” viene indicato, su un documento, il punto in cui deve essere apposto il sigillo
notarile. Secondo alcune interpretazioni il significato corretto sarebbe "Locus signi" ma il significato non
varia essendo "sigillum" diminutivo di "signum".

Locatio ventris:
Ventre in affitto.
"Ante litteram" altro non è che quanto noi conosciamo come "utero in affitto". Troviamo, che già nella
Bibbia, (Gn. 16. 2,3) Sarai, moglie di Abramo, non potendo dare un figlio al marito gli consiglia di unirsi
alla schiava Agar "Ecce conclusit me Dominus, ne parerem; ingredere ad ancillam meam, si forte saltem ex
illa suscipiam filios” (=Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole, unisciti alla mia schiava, forse da lei
potrò avere figli). Anche nell'antica Grecia era piuttosto diffusa, a causa della differenza di età tra marito e
moglie, l'usanza di concedere quest'ultima a giovani belli e forzuti per generare figli sani e robusti atti a
difendere la patria e pure tra i romani esisteva uno scambio di mogli fertili. Cito solo come esempio
Ortensio Ortalo , contemporaneo di Cicerone ed uno dei più noti oratori ed avvocati del suo tempo il quale,
non potendo avere figli dalla moglie sterile, chiese a Catone l'Uticense che gli concedesse in sposa la figlia
Porzia già felicemente accasata con Bibulo ma avendoglielo Catone negato chiese sempre allo stesso in
moglie Marzia che di Catone era la legittima consorte e questi gliela concesse. Marzia diede ad Ortensio
due figli e, dopo la sua morte, tornò dal precedente marito.

Longa manus:
Lunga mano.
Detto che si spiega in modo esauriente con l'immagine del burattinaio che tira i fili dei personaggi. Lo si
usa normalmente per indicare in politica personaggi o enti che agiscono per conto di altri che intendono
restare nell'ombra.

Longo sed proximus intervallo:


Dopo, ma ben distanziato (Virgilio, Eneide, libro V, v. 320).
Ai giochi funebri in memoria di Anchise partecipa la migliore gioventù troiana. Nella gara della corsa
trionfa Niso, mentre “proximus huic, longo sed proximus intervallo, insequitur Salius; spatio post deinde
relicto tertius Euryalus” (=secondo ma ben distanziato insegue Salio; dietro, lasciata una distanza, Eurialo
terzo). Possiamo usare il detto ad ogni fine campionato per... le squadre del cuore, ovviamente le prime tre!
94 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Lucidus ordo:
Ordine limpido e chiaro (Orazio, Arte poet., 41).
Il poeta elenca questa dote fra quelle essenziali ad uno scrittore. Spiega in che cosa consista quest’ordine:
conoscere quali parti nella trattazione vanno prima e quali dopo; che cosa si deve omettere, cosa trattare più
a lungo e soprattutto quale sia l’uso corretto di vocaboli. La frase si cita genericamente per richiamare
all’ordine, ed è considerata più classica dell'espressione di scuola medioevale: "Serva ordinem et ordo
servabit te" (=Tieni le cose in ordine e l'ordine delle cose ti salverà).

Ludus animo debet aliquando dari, ad cogitandum melior ut redeat tibi:


Di tanto in tanto bisogna dar riposo all’animo, affinchè poi sia più sveglio nel pensare. (Fedro, Favole,
Libro III. 14, 12-13).

Lupo agnum eripere postulant:


Pretendono di strappare l'agnello al lupo (Plauto, Poenulus, Atto III.V, 776).
Con queste parole si potrebbe benissimo riassumere l'atteggiamento dello stato italiano che non riesce,
(=che non vuole) estirpare il malaffare, la corruzione, l'evasione fiscale e quant'altro che, da quando sono
nato è rimasto nelle pie intenzioni di tutti i governi che si sono avvicendati senza mai nulla risolvere. Esiste
un solo modo di strappare l'agnello dalla bocca del lupo: la certezza di una pena certa, commisurata al
danno ed immediata. Quando poi il malaffare si annida nelle stesse istituzioni che dovrebbero combatterlo
non ci resta che esclamare, prendendo a prestito l'espressione di Giovenale (Satira VI vv. 347,348) che, pur
se pronunciata in un diverso contesto, risulta essere valida soprattutto per quelli ai quali è stato demandato
il compito istituzionale di far leggi oneste e non "ad personam" e di farle rispettare "Quis custodiet ipsos
custodes?" (=Chi sorveglierà i sorveglianti?) senza mai dimenticare il noto brocardo che così recita
"Malitia crescente et poena crescere debet" (=Se aumenta la malvagità deve aumentare in proporzione
anche la pena o quest'altro " Maleficium iteratum gravius est" (= Il danno reiterato è una aggravante).

Lupo ovem commisisti:


Hai affidato la pecora al lupo (Terenzio, Eunuchus. Atto V.I, 835).
E' una storia che si ripete spesso anzi, se si deve credere a quanto scritto sui giornali e raccontato in
televisione, sembra che simile gesto sia stato compiuto anche recentemente da qualche nostro parlamentare,
sempre che lo stesso, abituato com'è ad essere frainteso, anche questa volta non abbia travisato le parole
con le quali Gesù indica ai discepoli la loro missione: "Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum;
estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae" (Nuovo Testam. Mt. 10,16) (=Ecco: io vi
mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe).

Lupus et agnus:
Il lupo e l'agnello. (Fedro, Favole, Libro I, 1).
È la nota favola di Esopo, riportata da Fedro, nella quale sì prova che la ragione del più forte è sempre
quella che prevale. Fra due che litigano, diceva il Manzoni, volete sapere da che parte sta il torto? Da quella
del litigante che grida più forte.

Lupus in fabula:
Il lupo nella favola.
Frase popolarissima il cui significato è questo: La persona di cui si sta parlando, eccola qui. Si usa appunto
al comparire improvviso di chi è l’oggetto del discorso.

Lux veritatis:
(La storia) è la luce di verità. (Cicerone, De Oratore, lI).
La Storia finisce sempre col mettere nella loro luce i meriti o demeriti degli uomini.

M
Macte animo!:
Coraggio!.
L'espressione, usata spesso anche da Voltaire, è un invito a superare ogni difficoltà senza farci abbattere. Si
ritiene derivata dall'Eneide (Libro IX, 641) dove Virgilio scrive "Macte nova virtute, puer, sic itur ad
astra" (=Coraggio, fanciullo, è così che si arriva alla gloria). Si tratta della lode e dell'esaltazione che
Apollo fa della Gens Iulia attraverso Iulo, figlio di Enea, che nello scontro con i Rutuli ha appena ucciso
Remolo.
Ringrazio Antonio che dal Brasile ha segnalato l'esatta fonte della citazione.
95 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Magister dixit:
Il maestro ha detto.
Vedi anche "Ipse dixit" o "iurare in verba magistri".

Magistra vitae:
Maestra di vita.(Cicerone, De Oratore, Il).
È un epiteto che si dà alla Storia, la quale, con gli ammaestramenti del passato insegna come regolarci per
l’avvenire.

Magna Charta (libertatum):


La Gran Carta (delle libertà).
Testo fondamentale dei diritti di libertà inglese emanato nel 1215 da re Giovanni senza terra e rappresenta
la più antica costituzione inglese. Con esse a tutti i cittadini liberi venivano concesse previlegi inamissibili
per quai tempi quali poter commerciare fuori e dentro l'Inghilterra, godere dell'integrità fisica e poter
transitare ovunque, essere sottoposti a imposizioni penali o fiscali nell'ambito del giusto o della legge...!
Nella sola forma "Magna Charta" viene usata , in senso figurato, per indicare ogni documento di notevole
importanza.

Magna comitante caterva:


Accompagnato da un gran numero di persone (Virgilio, Eneide libro II v.40).
La scena ricorda il comportamento dei nostri attuali politici... non viaggiano mai soli: Quardaspalle
nerboruti e palestrati, portaborse, lacchè e quant'altri all'ombra del potente di turno sperano di ottenenere
favori e far soldi senza troppa fatica ed essere mantenuti a vita esattamente come accadeva a Roma (la
storia non insegna mai nulla!!!) tra il "patronus" ed i numerosi "clientes" . Solo lo scopo finale è diverso e,
mentre Laoocoonte scendeva alla spiaggia per difendere Troia, loro corrono per difendere le poltrone!
"Primus ibi ante omnis magna comitante caterva Laocoon ardens summa decurrit ab arce et procul, o
miseri, quae tanta insania, cives?"(=Davanti a tutti gli altri, accompagnato da una gran folla,
Laocoonte infuriato discende della rocca e da lontano grida: "Disgraziati, che follia è mai la vostra?).

Magnae spes altera Romae:


Seconda speranza della grande Roma. (Virgilio, Eneide, XII, 167).
Il verso allude ad Ascanio o Iulo, figlio di Enea, astro nascente di Roma, considerato il capostipite della
gente Giulia. Si applica a persone che gerarchicamente occupano il secondo posto dopo il capo.

Magna Graecia:
La grande Grecia.
Con l'espressione "Megále Hellás" i Greci designavano l'insieme delle colonie da loro fondate, a partire dal
VIII secolo A.C., nell'Italia meridionale, dalla Sicilia alla Calabria alla Lucania e parte della Campania. Gli
abitanti di queste colonie vennero chiamati dagli scrittori antichi "Italioti" per distinguerli dagl'indigeni
chiamati "Itali".

Magna pars:
Gran parte.
Espressione riferita a chi è stato il principale organizzatore o esecutore di qualcosa.
Vedi anche "Quorum pars magna fui"
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Magna Phaselus:
Il grande vascello
Nome dato alla città di Cremona per la sua pianta a forma di grande vascello dove il torrazzo ne ricordava
l'albero maestro e i tetti la tolda. Una storpiatura di simile espressione ha portato ad un gioco di parole che
ha procurato ai cremonesi il soprannome di "mangiafagioli" dal dialetto "magna-fasoeu". Troviamo un
riferimento a tale soprannome già ne " La secchia rapita" del Tassoni (Canto VI, 63).
A manca man dove un torrente stagna, con quattromila suoi mangiafagioli stava Bosio Duara a la
campagna, né seco aveva i Cremonesi soli...!
96 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Magna res est vocis et silentii temperamentum:
E' gran cosa saper parlare e tacere al momento giusto (Seneca, De institutione morum, 74).
ll detto, attribuito a Seneca lo troviamo in un testo di dubbia paternità conosciuto anche come "De
Moribus". Spesso viene citato anche nella diversa versione, ma di identico significato, che citiamo "Magna
res est vocis et silentii tempora nosse".

Magna servitus est magna fortuna:


Una grande fortuna è una gran schiavitù (Seneca, De Consolatione, ad Polibium, 6).
Scrivendo dall'esilio a Polibio, liberto dell'imperatore Claudio, ed elogiandone le capacità che lo hanno
portato a godere dei favori dell'imperatore gli ricorda che proprio a causa di questo non gli è più permesso
quanto rende piacevole il vivere quotidiano: dormire fino a giorno inoltrato , rifugiarsi nella pace della
campagna o organizzare la giornata a suo piacere e conclude con l'espressione citata:"Multa tibi non licent,
quae humillimis et in angulo iacentibus licent: magna servitus est magna fortuna" (=Non ti sono permesse
molte cose lecite anche alle persone più umili, confinate nel loro cantuccio): una grande fortuna è una
grande schiavitù.

Magnificat:
(L'anima mia) Magnifica (Nuovo Test. Lc1,46-48).
E' la prima parole dell'inno di ringraziamento e di gioia che Maria, scelta da Dio come madre del Salvatore
del mondo, pronuncia rispondendo al saluto della cugina Elisabetta. La frase completa é: "Magnificat
anima mea Dominum..." (=L'anima mia magnifica il Signore...). L'espressione viene normalmente usata
quando desideriamo condividere qualche momento felice della nostra vita.

Magni nominis umbra:


L'ombra di un grande nome. (Lucano, Fars., I. 135).
La frase è allusiva a Pompeo che, sotto la toga, aveva perduto le sue virtù belliche. Comunemente si cita a
proposito di persone che hanno avuto il loro quarto d’ora di gloria, ma che al presente riposano su gli allori
passati.

Magnis itineribus:
A marce forzate.
Con questa espressione venivano definite le marce estenuanti di avvicinamento al nemico compiute
dall'esercito romano. Cicerone dice, nella "Pro Marcello", che mentre gli eserciti solitamente marciavano
quello guidato da Cesare correva. Sembra infatti che in assetto di guerra (scudo, lancia, gladio e
vettovaglie) la fanteria riuscisse a percorrere 35/45 chilometri al giorno quando la media di quei tempi non
superava i 10 chilometri e narra Svetonio che sempre Cesare riuscì a percorrere a cavallo in un solo giorno
circa 150 chilometri. Tutto questo era reso possibile dalla eccezionale rete stradale che, come una ragnatela,
attraversava i territori della Repubblica prima e dell'impero poi. Rete stradale che, costruita grazie alla
lungimiranza di alcuni consoli quali Emilio Lepido, Aurelio Cotta, Appio Claudio e di altri di cui queste
strade ancor oggi portano il nome, si rivelò con i suoi tracciati rimasti insuperati fino all'avvento delle
autostrade, strumento indispensabile per le conquiste romane.

Magnos homines virtute metimur, non fortuna:


I grandi uomini non si misurano dalla fortuna, ma dalla virtù.(Cornelio Nepote, Eumene, I).
Così dovrebbe essere, ma nella realtà della vita si avvera il rovescio della medaglia

Maiora premunt:
Ci sono cose più importanti che urgono.
Si dice a chi si sente trascurato da un nostro atteggiamento: serve a fargli capire che la questione che lo
interessa non può, al momento, avere la nostra attenzione perché sono intervenuti problemi più importanti
da risolvere.

Maior dignitas est in sexu virili:


Il sesso maschile ha più dignità di quello femminile (Corpus juris Justiniani-Digesto 1.9.1. De
senatoribus).
Per Aristotele (De generatione et corruptione 2,3) la donna era un "mas occasionatus" (=uomo mancato) e,
pur comprendendo quanto fosse difficile anche per personaggi del calibro di san Paolo, Tertulliano,
Sant'Agostino, san Tommaso contraddire simile filosofo resta il fatto che ancor oggi per la Chiesa,
nonostante i tanti proclami, nutre nei confronti del sesso, sempre visto con ottica maschilista, un
atteggiamento punitivo dimenticando che i comandamenti dati a Mosè non solo solo due, il sesto e il nono,
97 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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ma ben dieci di cui il quinto (non uccidere), il settimo e il decimo (non rubare) vengono bellamente spesso
ignorati o non spiegati ai fedeli e ai contribuenti con la stessa passione.
Di Tertulliano dottore della Chiesa riporto, solo per cultura, un passo piuttosto significativo (De cultu
foeminarum, Libro I, 1) "Evam te esse nescis? Vivit sententia Dei super sexum istum in hoc saeculo: vivat
et reatus necesse est. Tu es diaboli ianua; tu es arboris illius resignatrix; tu es divinae legis prima
desertrix; tu es quae eum suasisti, quem diabolus aggredi non valuit; tu imaginem Dei, hominem, tam
facile elisisti; propter tuum meritum, id est mortem, etiam filius Dei mori habuit." (= Non sai che tu sei
Eva? Dura ancor oggi la condanna di Dio verso il tuo sesso; la tua colpa rimane ancora. Tu sei la porta del
demonio! Tu hai svelato il segreto di quell'albero! Tu per prima hai disobbedito alla legge divina! Tu sei
quella ha convinto Adamo perchè il demonio non ne aveva la capacità! Tu con estrema facilità hai distrutto
l’immagine di Dio, l’uomo! A causa della morte che ci hai donato anche il Figlio di Dio è stato costretto a
morire).

Maior e longinquo reverentia:


La lontananza aumenta il prestigio. (Tacito, Annali, I, 47).
È il complemento della frase: "nemo propheta in patria"; spesso le persone sono stimate e apprezzate in
lontananza.. Si vede che anche ai tempi di Tacito, tutto il mondo era paese... come adesso.

Maiores pennas nido:


Ali più grandi del nido. (Orazio, Epist., I, 20)
Frase che, come Orazio diceva della sua vita, si applica a quelli che hanno aspirazioni superiori alla loro
condizione mediocre.

Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam:


Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla.
Storica frase attribuita a Giordano Bruno l'8 febbraio 1600 dopo aver ascoltato la sentenza di condanna a
morte per rogo.

Mala tempora currunt:


Viviamo brutti momenti (Autore ignoto).
L'espressione viene usata normalmente per lamentarci di come stiano peggiorando le cose al giorno d'oggi
rapportandole ai nostri tempi. Non occorre essere "Laudatores tempori acti" (= Nostalgici del tempo che
fu) per trovarci spesso d'accordo con simile espressione pur senza aggiungere, come fanno i più pessimisti
"atque peiora premunt" (= e ne stanno arrivando di peggiori).
Detto segnalato da Michele S.

Male irato ferrum committitur:


È un errore affidare la spada ad un uomo in collera (Seneca, De ira, Libro I , XIX, 8).
"Haec cui expendenda aestimandaque sunt, vides quam debeat omni perturbatione liber accedere ad rem
summa diligentia tractandam, potestatem vitae necisque: male irato ferrum committitur." (=È evidente che
la persona, cui compete il soppesare e valutare queste situazioni, deve essere assolutamente libera da ogni
turbamento, quando s’accinge a questo compito, che deve essere svolto con la massima diligenza: il
decidere su vita e morte. È un errore affidare la spada ad un uomo in collera).

Male parta male dilabuntur:


Malamente acquistato malamente svanisce. (Cicerone).
Equivale al proverbio italiano : La farina del diavolo va tutta in crusca. Con questo adagio la sapienza
popolare ci ricorda che il furto e l'imbroglio non sono i mezzi più idonei per arricchire, anche se certamente
i più veloci e che sovente, quanto ottenuto con simili modi illeciti, viene altrettanto velocemente dilapidato.

Malesuada fames:
La fame cattiva consigliera. (Virgilio, Eneide, VI, 883).
Il poeta mette la fame fra i mostri che sorvegliano l’ingresso dell’ Inferno. Anche in italiano vi sono
proverbi analoghi, per es.: "La fame caccia il lupo dal bosco".

Malo quam bene olere, nihil olere:


Preferisco non avere alcun odore piuttosto che essere profumato (Marziale, Epigrammi, Libro VI, 55, 5).
Sembra che Marziale avesse il dente avvelenato con quanti, nemici dell'acqua, cercavano di coprire il
propri odori sgradevoli con profumi. Troviamo infatti lo stesso concetto nel Libro II, 12, 3-4: "Hoc mihi
suspectum est, quod oles bene, Postume, semper: Postume, non bene olet qui bene semper olet " (=Mi
98 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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sorge un dubbio o Postumo: tu hai sempre un buon odore: non ha un buon odore chi ha sempre un buon
odore).

Malum est, malum est, dicit omnis emptor:


"Robaccia robaccia", dice ogni compratore (Antico Testam. Proverbi XX v.14).
e continua "et cum recesserit tunc gloriabitur" (=e non appena si ritira si vanta della propria astuzia). Le
origini della contrattazione e della richiesta di sconto, come si vede, si perdono nella notte dei tempi.
L'acquirente spesso crede di aver fatto un vantaggioso affare, dimenticando che sovente il venditore ha già
praticato un congruo aumento prevedendo una richiesta di sconto. Ognuno ne è consapevole, ma in questo
gioco delle parti non c'è soddisfazione se non c'è... contrattazione!

Malum est mulier sed necessarium malum:


La donna è una disgrazia, ma una disgrazia necessaria (Aulo Gellio, Notti Attiche, I, 6).
Se diamo per scontato questo giudizio si dovrebbe pensare che quasi tutti gli uomini considerando
l'ostinazione e la cabarbietà con cui, da che mondo è mondo, sono al costante inseguimento di questo
(piacevole) male, siano o dei masochisti o dei "minus habens" ; pensiamo, tanto per non prendere ad
esempio i recenti fatti di casa nostra, alla guerra di Troia, al ratto delle Sabine (anche se si tratta di
invenzioni poetiche o storiche), a re, imperatori, papi e personaggi di ogni ceto: tutti alla disperata ricerca
di simile disgrazia! Gli scrittori romani non ci sono andati certo leggeri con i loro giudizi sulla donna:
Publilio Siro, Cicerone, Ovidio, Terenzio, Marziale, Catone, Giovenale che fu forse il più acceso misogino
dell'Urbe con una intera satira, sono alcuni dei rappresentanti di questo occidente progressista non troppo
diverso dall'oriente più intransigente, almeno a giudicare da certe pagine della Bibbia o del Corano.

Manet alta mente repostum:


Rimane nascosto nell'alta mente (Virgilio, Eneide, libro I, v. 26).
Siamo all'inizio del poema e Virgilio ci parla dell'ira di Giunone. La dea ancora non ha dimenticato
l'affronto fattole da Paride assegnando a Venere, anziché a lei, l'ambito premio della "mela d'oro"
consacrandola così "Miss Olimpo" e dando inizio a quei concorsi di bellezza di cui ancor oggi non ce ne
siamo liberati. Il testo completo è "Manet alta mente repostum iudicium Paridis spretaeque iniuria formae"
(=Sta riposto nel fondo dell'anima il giudizio di Paride e del torto fatto alla sua bellezza disprezzata).

Mane, thecel, phares:


Pensato, contato, diviso. (Lib. di Daniele, cap. V).
Sono le terribili parole registrate nella Bibbia (non però di origine latina) che una mano misteriosa scrisse
su una parete del salone ove Baldassarre celebrava la sua ultima orgia, mentre Ciro assaliva Babilonia.
Nell’uso comune si riferiscono a persone già giudicate e condannate.

Manibus date lilia plenis:


Versate gigli a piene mani. (Virgilio, Eneide, VI, 883).
Splendido verso, che viene talora inciso su lapidi mortuarie di bambini, recisi nella primavera della vita.

Manibus pedibusque:
Con le mani e con i piedi (Terenzio Afro, Andria, Atto I, 161).
Troviamo anche con analogo significato "velis remisque" (= con i remi nonostante le vele) e "remis
ventisque" (= con i remi nonostante il venti a favore) per indicare all'interlocutore che si sta facendo il
massimo per poter raggiungere l'obbiettivo prefissato.

Manu militari:
Con l'aiuto della forza militare
Locuzione del linguaggio giuridico, che significa usare la forza armata per risolvere determinate situazioni.
Si usa a proposito di azioni compiute con l’intervento dell’esercito o in generale con la forza: la città fu
occupata "manu militari".
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Manus habent et non palpabunt:


Hanno le mani ma non possono toccare. (Antico Test. Salmo 113 v.7)
Il detto si riferisce agli idoli dei pagani, che contrariamente al Dio degli Ebrei, sono solamente statue che
seppur fuse in materiali nobili quali l'oro o l'argento sono sempre fatte dalla mano dell'uomo, incapaci di
vedere, di parlare, di sentire, toccare...!
99 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Manus manum lavat:
Una mano lava l'altra (Lucio Anneo Seneca)
Nato il 4 a.C. e morto nel 65 d.C. Oltre che filosofo e scrittore è noto per essere stato maestro di Nerone:
Accusato di essere uno dei promotori della congiura capeggiata da Pisone, fu costretto dallo scolaro ad
uccidersi tagliandosi le vene. Già a quei tempi certi studenti potevano permettersi... tanta mancanza di
rispetto! Nell'uso comune l'espressione equivale come significato a "do ut des" intendendo con entrambe un
mutuo scambio di aiuti o favori.

Mare magnum:
Mare grande.
Massa estesa e confusa: il mare magnum delle pratiche burocratiche.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Mare nostrum:
Il nostro mare.
I Romani, quando ancora non immaginavano che secoli più tardi saremmo diventati un popolo di
"navigatori santi e poeti" ai legni traballanti sull'acqua hanno sempre preferito la terraferma, tant'è che la
vera prima battaglia navale ( 260 a.C. tra la flotta cartaginese e quella romana) venne vinta da quest'ultimi
grazie a ponti volanti d'abbordaggio trasformando la battaglia navale in battaglia terrestre. Divenuti in
seguito (nonostante il mal di mare) padroni di tutte le coste bagnate dal Mediterraneo consideravano queste
acque come la piscina di casa pur non uscendo mai verso l'oceano oltre le colonne d'Ercole.

Margaritas ante porcos:


La pietre preziose ai porci. (S. Matteo, VII, 6).
L’apostolo intende che non bisogna profanare le cose spirituali dandole in pasto a persone materiali e
scettiche.

Maria montisque polliceri:


Promettere mari e monti (Sallustio, Bellum Catilinae, 23).
Espressione ancora popolare in italiano. E' l'atteggiamento che lo storico attribuisce al congiurato Quinto
Curio. A Fulvia, sua amante, che si è stancata di lui perchè, privo di mezzi, non può più elarglirle denaro e
regali, svela la congiura di Catilina di cui egli fa parte e che gli darà nuovamente ricchezza e potenza che
gli permetteranno di riconquistare il suo l'amore perduto. Fulvia, donna accorta, si fa raccontare dall'amico i
particolari della congiura e, più interessata ai soldi che all'amore, non si fa problemi a divulgare la notizia.

Mars quoque deprensus fabrilia vincula sensit:


Anche Marte, scoperto, provò le catene del fabbro (Ovidio Amores libro I - Elegia 9 v. 39).
Mi domando come abbia potuto Venere la più bella dell'Olimpo sposare Vulcano che proprio un Adone
non era ma come dice il proverbio "de gustibus...". A volte mi viene da pensare che tra tanti "dei"
nullafacenti il fabbro Vulcano, titolare di un'attività in proprio, era forse l'unico che poteva garantire una
certa tranquillità economica: succede ancora oggi!!! Comunque la mitologia racconta che Venere, stanca
del marito cui unico difetto era lavorare notte e giorno, accetta la corte del dio Marte. Ancora non
esistevano le agenzie investigative e Vulcano con le abili mani forgia una invisibile rete d'oro che
imprigiona i due colombi colti sul fatto. Inutili le giustificazioni dei due: "contra factum non datur
argumentum".

Mater certa est, pater numquam:


La madre è sempre certa, il padre no!
Tutto questo capitava ancor prima della fecondazione eterologa, ma a quei tempi il risultato lo si otteneva
con sistemi tradizionali.

Materiam superabat opus:


Il lavoro vinceva la materia. (Ovidio, Metamorfosi, Il, 5).
Si dice di tutte quelle opere, specialmente dell’ ingegno nelle quali, l’argomento trattato, è superato dalla
finezza e dall’arte con cui si eseguisce il lavoro stesso. Si può dire degli innumerevoli capolavori di pittura,
di scultura e di letteratura sparsi nella nostra nazione.
100 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Matrimonium inter invitos non contrahitur:
Il matrimonio tra persone non consenzienti non è valido (Celso, Digesta 23.2.22).
Simile norma giuridica mi ha riportato alla mente la filastrocca in esametri snocciolata da don Abbondio a
Renzo (I promessi sposi cap.II): "Error, conditio, votum, cognatio, crimen, Cultus, disparitas, vis, ordo,
ligamen, honestas" (=Errore di persona, errore sulla condizione della persona, aver contratto un voto,
consanguineità, delitto che contrasti con il legame matrimoniale, differenza di credo, assenza di libero
consenso, ordine sacro, vincolo matrimoniale precedente, motivi di onestà) .
Nel tentativo di prender tempo e procrastinare il giorno delle nozze il parroco si accusa di non aver
verificato, ovviamente per la sua troppa bontà e sollecitudine, "antequam matrimonium denunciet" (=prima
di aver fatto le pubblicazioni) gli "impedimenta dirimentia" (=impedimenti dirimenti), i vari motivi, cioè,
che potrebbero impedire o invalidare il matrimonio del povero Renzo, impedimenti codificati dal Concilio
di Trento (1563) avvenuto 65 anni prima della storia raccontata dal Manzoni.

Mature fieri senem, si diu velis esse senex:


Inizia a vivere da vecchio presto, se desideri rimanerlo a lungo ( Cicerone, Cato maior De senectute 32).
Viene a proposito una storiella che racconto spesso agli amici. Mi reco un giorno dal medico chiedendo
cosa posso fare per vivere a lungo. La risposta lapidaria "niente vino, niente fumo e... niente donne!!!" mi
lascia perplesso ma per vivere una lunga e beata vecchiaia si può anche accettare qualche sacrificio.
“Vabbè -chiedo- ammesso e non concesso che io sia disposto a fare quanto richiesto mi assicura una lunga
vita"? "No" mi risponde "però una cosa assicuro: "La vita ti sembrerà talmente lunga e insopportabile che ti
augurerai di morire quanto prima"!

Maxima debetur puero reverentia:


Al fanciullo si deve il massimo rispetto. (Giovenale, Satire, XIV, 47).
Questa sentenza è divenuta celebre e forma il motto di varie organizzazioni e società filantropiche aventi
per scopo la cura e protezione del fanciullo.

Maximum:
Il massimo.
L'espressione latina è sinonimo di "tariffa massima". Denominazione che al capitolo XXVIII de "I
Promessi Sposi" il Manzoni definisce ironicamente celeberrima. Particolarmente diffusa al tempo della
Rivoluzione francese, veniva usata a larga mano nei trattati di economia di quell'epoca.

Mea culpa:
Per mia colpa.
Parole che fanno parte del "confiteor" (io confesso) preghiera con cui si chiede perdono a Dio riconoscendo
le proprie colpe. Nel quotidiano si usa l'espressione per scusarsi di qualche errore ammettendo il proprio
sbaglio.

Mea vulnera restant:


Restano solo le mie ferite (Virgilio Eneide Libro X v. 29).
Contrariamente all'uso che ne fa Venere, il detto indica il disappunto di chi non vede riconosciute le proprie
capacità e come un combattente alla fine di una battaglia persa, unico modo per dimostrare il proprio valore
è ricordare le ferite subite. Per la bella Venere, invece, si trattava di lacrime versate per intenerire il padre
Giove. Chiede infatti che intervenga con la sua autorità obbligando Giunone a non sostenere i nemici del
figlio Enea. Le raccomandazioni hanno radici lontane!!! "Equidem credo, mea vulnera restant et tua
progenies mortalia demoror arma" ( Pertanto manca solo che sia ferita anch'io e che la tua discendenza
venga uccisa da armi mortali).

Mecum facile redeo in gratiam:


Mi riconcilio facilmente con me stesso (Fedro, Favole, Libro V, 3).
L'intento didattico di simile espressione, nel contesto della favola citata, sarebbe quello di spingere a
concedere il perdono a chi sbaglia senza premeditazione e, viceversa, a giudicare degno di ogni castigo chi
volutamente causa danno ma, avulsa dal contesto e senza far alcun torto al poeta, potrebbe ricordarci,
sempre di Fedro, la favola delle due famose bisacce (Fedro, Favole, Libro IV, 10, 2) “Peras imposuit
Iuppiter nobis duas; Propriis repletam vitiis post tergum dedit, alienis ante pectus suspendit gravem."
(=Giove ci diede due bisacce; quella dei nostri vizi che portiamo sulla schiena e quella dei vizi altrui, che
portiamo dinnanzi). I difetti altrui restano sempre bene in vista ed ingigantiti, mentre i nostri posti sulla
schiena sia perchè non sono visibilili o perchè a volte anche piacevoli risultano facilmente perdonabili.
101 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Medice, cura te ipsum:
Medico curo te stesso. (Nuovo Testam., Luca, 4,23).
È citata, questa frase, nel Vangelo di S. Luca, ma è di data più antica e di uso universale. Ricorre spontanea
quando qualcuno vuol correggere negli altri i difetti di cui abbonda egli stesso, o vuol dar consigli, che
dovrebbe metter egli in pratica per primo. È il caso della gamberessa che rimproverava la figlia perché
camminava a ritroso

Medio tutissimus ibis:


Nel mezzo camminerai sicurissimo. (Ovidio, Metam., lI, 137).
È il consiglio dato da Febo a Fetonte, suo figlio, che si accingeva a guidar il carro del Sole. In senso più
generale si intende che la via di mezzo, lontana da ogni estremo, è la più sicura, ma ovviamente il figlio
ignorò il consiglio, con le conseguenze che tutti conoscono.

Melioribus annis:
Negli anni più felici. (Virgilio, Eneide, VI, 649).
Nostalgico rimpianto di tempi migliori. Per quanto sia felice il presente, ciascuno ha nel suo passato
qualche giornata serena, qualche ora di serenità, alla quale il pensiero ritorna volentieri, specialmente nelle
angustie e nei tumulti della vita.

Melius abundare quam deficere:


Meglio abbondare che scarseggiare.
Si consiglia di suggerire questo motto al proprio datore di lavoro in previsione di una regalia in denaro.

Melius est demensum holerum cum caritate quam vitulus saginatus cum odio:
Un piatto di verdura offerto con amore è meglio di un bue grasso servito con odio (Antico Testam., 15,17).
Mentre nell'antico Israele l'alimentazione quotidiana era rappresentata da pane con o senza lievito, legumi,
verdure varie, frutta e formaggio, la carne in genere e "Il vitello grasso" in particolare, simbolo di potere e
opulenza, venivano serviti quasi esclusivamente alle mense dei re o delle classi più elevate ed abbienti e
solamente in particolari occasioni. Ricordo la parabola del Padre misericordioso, quella meglio conosciuta
come parabola del Figliol prodigo quando il padre, per festeggiare il ritorno del figlio ordina ai servi
"adducite vitulum saginatum, occidite et manducemus et epulemur" (=Portate il vitello grasso,
ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa). Di identico significato sempre ripreso dall'Antico Testamento
(Proverbi, 17, 1) troviamo "Melior est buccella sicca cum gaudio quam domus plena victimis cum iurgio"
(=Meglio un tozzo di pane secco in allegria che una casa piena di appetitose pietanze in discordia) anche se
nell'uso si cita solo la prima parte "Melior est buccella sicca cum gaudio".

Me, me adsum qui feci:


Io, sono io che l'ho fatto. (Virgilio, Eneide, IX, 426).
È il grido disperato con cui Niso scopre sè stesso per stornare i colpi dal suo carissimo Eurialo. La frase
può servire per confessare una colpa e per proclamarsi reo, ma più spesso si cita in senso familiare o
satirico.

Memento audere semper:


Ricordati di osare sempre.
Spogliando questo motto di ogni velleità militare o politica possiamo applicarlo ad Ulisse la cui avventura è
un esempio di coraggio e di desiderio di conoscere e vincere l'ignoto. Di Gabriele D'Annunzio sembra
essere l'acronimo M.A.S. (Motoscafo Anti Sommergibile).

Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris:


Ricordati uomo che sei polvere, ed in polvere ritornerai (Antico testamento Gn. 3,19).
La seconda parte di questo monito "quia pulvis es et in pulverem reverteris" è tratta dal libro della Genesi e
sono le parole di condanna con cui Dio esclude Adamo dal Paradiso Terrestre dopo la colpa del Peccato
Originale. La frase riportata nella chiesa cattolica viene pronunciata dal sacerdote imponendo un pizzico di
cenere sulla fronte dei fedeli, il primo giorno di quaresima: tale giorno per la Chiesa cattolica di "rito
romano" è detto infatti " Mercoledì delle Ceneri" e segue l'ultimo giorno del Carnevale.
102 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Memento mori:
Ricordati che devi morire.
La frase veniva sussurrata ai generali durante il trionfo per ricordar loro, proprio nei momenti di gloria, il
carattere provvisorio della vita e della buona sorte.
Ricordo che "memento mori" oltre ad essere il motto dei frati trappisti è anche la definizione di nature
morte nell'arte olandese del XVII secolo: tale particolare mi è assai più chiaro, se contestualizzato da altre
occorrenze di tale sintagma che ho ritrovato in letteratura e siti di matrice protestante.
Fondamentalmente, la cultura protestante e la sua spiritualità son sempre state assai austere, e soprattutto
tese, in specie in quel periodo, a evidenziare mediante la rappresentazione di teschi, orologi, lampade
spente.., nelle nature morte, sia la precarietà della vita - nelle tele definite "vanitates", in ossequio anche
all'Ecclesiaste -, sia la caducità dell'esistenza umana, nelle tele chiamate appunto "memento mori".
Detto segnalato e commentato da Maria A.

Memento novissimorum:
Ricordati delle ultime cose (Antico Testamento, Siracide, 28,6).
L'aggetivo "novus" in latino ha il significato di nuovo ma al superlativo "novissimus" sta ad indicare
"estremo, ultimo". Nella tradizione catechistica cristiana, con il termine novissimi (nel senso di "cose
ultime") si indicano quattro parole chiave del destino finale dell'uomo: Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso.
La Morte vista come ultima cosa che accade nella vita terrena, il Giudizio di Dio come ultimo esame a cui
verremo sottoposti avendo come conclusione l'Inferno inteso come definitiva auto-esclusione dalla
comunione con Dio o il Paradiso per quanti muoiono invece nella sua nella sua grazia e amicizia.

Memoria beneficiorum fragilis est, iniuriarum tenax:


La memoria è labile nel ricordare i benefici, ma tenace nel ricordare i torti (Seneca Proverbi 128).
"Multi sunt obligandi, pauci sunt offendendi: nam memoria beneficiorum fragilis est, iniuriarum tenax"
(= Molti dobbiamo rendere a noi obbligati e pochi offendere: infatti la memoria è labile nel ricordare i
benefici ma tenace nel ricordare i torti). Questa è la teoria ma poi in pratica, almeno noi italiani, in fatto di
memoria siamo labili anche nel ricordare i torti, almeno certi torti, se mai ci ricordiamo di non rivotare gli
stessi politici ladri, faccendieri, grassatori, di ogni colore politico essi siano e che, ad ogni legislatura,
ricompaiono sulla scena politica. Sforziamoci di seguire il suggerimento di Cicerone (De Senectute 7, 21)
perché "Memoria minuitur nisi eam exerceas" (=La memoria diminuisce se non la tieni in esercizio).
Esercitiamoci, esercitiamoci!.

Mens agitat molem:


Lo spirito vivifica la materia. (Virgilio, Eneide, VI, 727).
È una concezione panteistica secondo la quale l’universo sarebbe animato da un principio intrinseco che
darebbe forma e moto agli enti. Ma oggi si adopera con significato sostanzialmente diverso, per esprimere
la supremazia e le vittorie dello spirito sulla materia bruta.

Mens divinior:
Il soffio divino (Orazio, libro I, satira IV v. 43)
Nella sua finta umiltà Orazio sostiene di volersi defilare dal novero dei veri poeti, non ritenendo sia
sufficiente saper concludere un verso per essere considerati tali. Solamente a chi dimostra vero genio, "il
soffio divino" e una voce capace di suoni sublimi è possibile dare questo nome.

Mens sana in corpore sano:


Mente sana in corpo sano. (Giovenale, Satire, X, 356).
Nell’intenzione del poeta, l’uomo non dovrebbe aspirare che a questi due beni: sanità dell’anima e del
corpo. Ma nell’uso quotidiano, si attribuisce alla frase il senso che, per aver sane le facoltà dell’anima,
bisogna aver sane anche quelle fisiche.

Metiri se suo modulo ac pede :


Ognuno deve misurarsi con il proprio piede (Orazio, Epistole, Libro I, VII,98).
L'espressione completa di Orazio è: "Metiri se quemque suo modulo ac pede verum est" (=E' vero che
ognuno deve misurarsi con il prorprio piede). Occorre essere contenti del proprio stato. Non bisogna fare il
passo più lungo della gamba.
103 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Metui demens credit honorem:
Lo stolto crede che sia di vanto l'essere temuto.
Il testo originale tratto da un'opera di Silio Italico (Punica, Libro I, 149) è "Metui demens credebat
honorem" (= Lo stolto credeva che fosse un vanto l'essere temuto) e stigmatizza il feroce comportamento di
Asdrubale in Spagna.

Minus habens:
Che ha meno.
È un ’espressione biblica, usata da Daniele nell’interpretare a Baldassarre le tre misteriose parole: Mane,
thecel, phares, per indicargli che nella bilancia della giustizia divina il suo peso era scarso; nel significato
corrente vuol dire persona tocca nel cervello, poco intelligente.

Mirabile dictu:
Cosa incredibile a dirsi!
Si usa normalmente per indicare qualche cosa che mai e poi mai avremmo creduto potesse accadere: Hai
smesso di fumare?: "mirabile dictu!".

Mirabile visu:
Cosa incredibile a vedersi!
Viene usato in alternativa a "mirabile dictu".

Miratur moles Aeneas, magalia quondam:


Enea guarda meravigliato le immense costruzioni un tempo tuguri (Virgilio Eneide Libro I v. 421).
Si potrebbe prendere a prestito il famoso "fervet opus". E' così che ad Enea appare la città di Cartagine, un
unico grande cantiere dove persone che hanno già trovato la loro nuova patria con grande entusiasmo vi
stanno ricostruendo anche le loro case.

Misera contribuens plebs:


Il povero popolo che paga (Stefano Verboczi - Giurista ungherese - Opus tripartium).
Non credo che ci sia troppo da spiegare su questo detto perchè prendendo a prestito l'espressione di Renzo
Tramaglino (I promessi Sposi cap. VI) è proprio il caso di dire che "L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno".
Si succedono i governi ma il modo di far cassa resta sempre lo stesso con l'ovvia conseguenza che i ricchi
diventano sempre più ricchi e i poveri più poveri.

Miserere:
(Signore) abbi pietà. (Antico Testam. Salmo L).
È l’”incipit” del Salmo detto "della penitenza" perchè in esso il peccatore esprime il suo pentimento e
invoca la misericordia divina. Nel gergo popolare si dice di persona ridotta agli estremi: "Si può cantargli il
Miserere".

Missa solemnis:
Messa solenne .
Forse oggi questa espressione richiama alla mente dei giovani musicofili solamente un' opera di musica
sacra ma ricordo che prima del Concilio Vaticano II, il momento religioso culminante di una giornata
festiva, particolarmente importante, era questa messa definita "solenne" perchè animata da una "schola
cantorum" ed officiata da tre sacerdoti che rivestivano rispettivamente il ruolo di celebrante, diacono e
suddiacono. Per questo motivo veniva detta dai fedeli anche "messa in terza", espressione popolare che ne
definiva il carattere di estrema solennità.

Mitto tibi navem prora puppique carentem:


Ti invio una nave senza prora e senza poppa. (Attribuita a Cicerone anche se nutro seri dubbi).
Si tratta di un gioco di parole che non sfigurerebbe su una rivista di enigmistica. Il vero significato infatti è:
"Ti saluto". Ricordando che a quei tempi quando si salutava si diceva :"Ave" se da "navem" togliamo la "n"
che è la parte iniziale (la prora) e la "m" che è la parte finale (la poppa) otteniamo appunto "ave".

Mobilitate viget:
Il movimento ne accresce (il vigore) (Virgilio, Eneide libro. IV, v. 175).
"(Fama) mobilitate viget virisque adquirit eundo" La fama si accresce con il movimento, e andando
acquista le forze. Ricorda l'immagine di una valanga la cui forza aumenta durante il percorso. Anche la
fama acquista sempre maggior forza via via che si propaga.
104 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Modus operandi:
Modo di operare, modalità operativa.
Espressione usata in moltissimi contesti per specificare appunto il modo di operare di una certa persona o di
un certo ente in un dato contesto. Viene spesso utilizzato in ambiente giuridico per indicare la modalità con
cui l'autore (vero o presunto) di un crimine si pensa che abbia agito nel portare a termine la sua opera
criminale.
Detto segnalato e commentato da Luca S.

Modus vivendi:
Modo di vivere.
Locuzione del linguaggio diplomatico, che indica le transazioni, la maniera di vivere adottata
transitoriamente fra due Stati che non hanno ancora conchiuso un trattato di alleanza, o che si tollerano a
vicenda. Nel linguaggio usuale significa l’andamento della vita familiare, il modo di sbarcare il lunario.

Molle atque facetum:


Dolcezza e grazia (Orazio, libro I, satira. X, v. 44).
Morbidezza e grazia (hanno accordato a Virgilio le Camene che amano la campagna).

Monitoribus asper:
Ribelle ai consigli. (Orazio Ars poetica, v. 168).
In due parole viene tracciato il carattere di un adolescente il cui spirito ribelle rifugge dall'accettare i
consigli delle persone anziane.

Mons parturibat... :
Un monte stava per partorire.(Fedro, Favole, Libro IV, XXIV, 1).
È l' inizio della favola in cui si narra la grande attesa in tutta la terra per le mirabolanti promesse del monte,
che andò completamente delusa al nascere di un topolino! Collima coll’oraziano: "Parturiunt montes,
nascetur ridiculus mus (Ars poet., 139)".

Monstrum horrendum, informe, ingens:


Mostro orribile, deforme, colossale. (Virgilio, Eneide, III, 658).
È la descrizione del ciclope Polifemo; ma nel linguaggio corrente si suol citare la frase scherzosamente per
burlarsi di qualche enormità detta o fatta da qualcuno.

More nobilium:
Secondo l'usanza dei nobili.
Con questa espressione venivano indicate le esequie celebrate secondo uno speciale cerimoniale riservato,
per antica tradizione, ai membri delle famiglie nobili. La bara, anziché sul catafalco, come avviene nelle
comuni esequie, veniva posta sul nudo pavimento della chiesa.

Mores maiorum:
Il modo di comportarsi degli antenati.
Correva l'anno 451 a.C. quando dopo lunghe lotte la plebe ottenne che venisse redatto ed esposto al
pubblico il primo codice di diritto romano che prese il nome di "Legge delle Dodici Tavole". Fino ad allora
si giudicava con riferimento a quanto precedentemente fatto secondo la tradizione, chiamata appunto
"mores maiorum" o anche "ius Quiritium". Custodi di queste norme , inizialmente tramandate a voce e
successivamente trascritte ma gelosamente tenute segrete, erano i sacerdoti che solo al momento opportuno
ne annunciavano l'interpretazione con le conseguenze che ognuno può immaginare.

More solito:
Secondo il costume solito - Come sempre.
Usata quasi esclusivamente quando si vuol riprovare qualche biasimevole abitudine. Sempre di grande
attualità quando si parla degli ultimi governi italiani a qualsiasi colore politico appartengano o siano
appartenuti.
" More solito" l'on. Xxxxx se le cose non vanno come spererebbe accusa le toghe rosse o i comunisti
massimalisti.
"More solito" Il partito Yxxx, che che con l'on. Yyyyy da anni urla "Roma ladrona", si aggreppia con i
predatori che infestano la capitale e rapinano la nazione e patetici sono i "penultimatum" "more solito"
sempre dello stesso onorevole.
105 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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"More solito" l'on. Zzzzz dichiara di essere "radicalmente contro questa politica economica, se mai ce n’è
stata una, contro i contenuti ingiusti di questa manovra, spudoratamente classista, che colpisce la povera
gente con tasse su tasse” e dimentica di aver chiesto pochi giorni prima al partito, di cui è segretario,
l'astensione alla Camera sull'abolizione delle Province proposta dall' XYZ che forse ci avrebbe evitato
qualche tassa e qualche spreco di troppo.
Concludo ricordando che ogni manovra economica non riduce i previlegi della Casta ma "more solito"
taglia fondi alla sanità, alle pensioni, interviene sui risparmi, aumenta le accise sulla benzina... un governo,
"more solito" da Robin Hood alla rovescia che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Parafrasando don Abbondio
(I promessi sposi - capitolo XXIV): Come finiscono queste faccende? I colpi cascano sempre all'ingiù; i
cenci vanno all'aria... “more solito”!!!
Detto segnalato da Carlo T.

More uxorio:
A modo di moglie.
Usata per lo più in unione al verbo vivere o convivere, con riferimento a due persone che, pur non essendo
coniugate, convivono come marito e moglie.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Moriatur anima mea cum Philisthim!:


Che io muoia con i Filistei (Antico Testam. Giudici 16,30).
Nota espressione usata per indicare la determinazione di una persona nel compiere una azione di vendetta o
di punizione nei confronti di terzi pur sapendo che dalla stessa alla fine pure a lui ne deriverà un danno. La
Bibbia racconta che sia stata pronunciata da Sansone nel momento in cui, facendo crollare la casa in cui era
stato condotto, causò la morte di tutti i 3000 Filistei che vi si erano radunati rimanendovi ucciso egli stesso.
Ricordiamo in tempi più recenti, correva l'anno 1706, l'analogo comportamento del minatore Pietro Micca.
Non possedeva certamente i bicipiti di Sansone, ma la polvere da mina, di cui era un abile manipolatore, li
sostituì egregiamente. Sacrificando la propria vita fece saltare in aria la Cittadella salvando Torino
dall'assedio dei francesi. Esiste un’espressione che ben spiega il detto: “Evirarsi... per punire la moglie che
ti tradisce!”

Mors acerba:
Morte prematura. (Cornelio Nepote, Cimone, IV).
La morte è sempre dolorosa in qualunque momento della vita colpisca!

Mors et fugacem persequitur virum:


La morte raggiunge anche l'uomo che fugge (Orazio Odi Libro III C.II v.14)
Vedere anche "Dulce et decorum est pro patria mori" di cui queste parole sono il completamento. Sembra
quasi che il nostro buon Orazio abbia dimenticato quanto scritto nel secondo libro delle Odi: quel "relicta
non bene parmula" che ben esprime il suo comportamento poco coraggioso durante la battaglia di Filippi.
E' pur vero che nessuno può sfuggire alla morte ma certamente si campa più a lungo se non si cercano le
occasioni per passare a... miglior vita.

Mors omnia solvit:


La morte scioglie tutto.
Nella legislazione romana solo la morte concludeva il matrimonio. Successivamente la sentenza è passata
ad essere applicata ad ogni altro tipo di controversia o impegno contrattuale. Banalmente indica che la
morte mette fine a tutto.

Mors tua vita mea:


La tua morte è la mia vita.
Al di là del senso letterale che suona così drammatico, si usa quando in una competizione o nel tentativo di
raggiungere un traguardo ci sarà un solo vincitore. "Mors tua vita mea" significa in sostanza che la tua
sconfitta equivale alla mia vittoria, quindi me la auguro senza rimorsi.

Mors ultima linea rerum est:


La morte è l’ultima linea di tutte le cose. (Orazio, Epist., I, 16. 79).
Ossia, più cristianamente, è la fine dì tutte le cose terrene.
106 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Mors ultima ratio:
La morte è la ragione finale (di ogni cosa).
Vedere sopra: “Mors ultima linea rerum est”. Frase che equivale al noto ed egoistico proverbio: “Morto
me, morto il mondo”: Inutili quindi tanti affari, preoccupazioni...

Mortui non mordent:


I morti non mordono.
Ovviamente l’espressione è da intendersi esclusivamente i senso metaforico: Chi è morto dentro non
reagisce ad alcun stimolo esterno.

Motu proprio:
Di propria iniziativa.
Locuzione d’origine ecclesiastica: si dicono atti di “Motu proprio” del Papa, quei decreti, Bolle, ecc., che
egli emana esclusivamente da parte sua, senza che siano suggeriti o presentati da cardinali, ecc. In seguito
la frase passò nello stile popolare, ad indicare qualsiasi azione fatta di propria iniziativa, senza aver
consultato altri in proposito.

Motus in fine velocior:


Il moto è più veloce verso la fine.
È un detto antico che ha varie applicazioni. Si può intendere della caduta dei gravi che aumentano
progressivamente la velocità. Può anche applicarsi alle arti in genere, le quali esercitano la mano
dell’artefice, in modo che verso il fine dell’opera, è più spedita e veloce. Può riferirsi alla vita umana, che
verso la fine sembra proprio precipitare. ;

Mulieres in ecclesiis taceant:


Le donne in chiesa (nelle adunanze, nei pubblici uffici) stiano zitte (Nuovo Testam. 1Cor 14, 34).
“Mulieres in ecclesiis taceant, non enim permittitur eis loqui; sed subditae sint, sicut et Lex dicit. Si quid
autem volunt discere, domi viros suos interrogent; turpe est enim mulieri loqui in ecclesia” (= Le donne
nelle assemblee tacciano infatti non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la
legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una
donna parlare in assemblea).

Multa paucis:
Molte cose in poche parole.
Espressione tacitiana che inneggia alla concisione sia nella carta stampata che nei discorsi. Molto spesso
occorrerebbe convertire il detto in "pauca multis" e cioè pochi concetti con tante parole!

Multa renascentur quae iam cecidere:


Molte cose morte rinasceranno (Orazio Ars poetica vv.70-71).
Nulla, quanto la moda è soggetta a questa affermazione di Orazio. Prendiamo un capo di abbigliamento a
caso: la gonna. Alla caviglia, al polpaccio, due dita sotto il ginocchio, due dita sopra, mini mozzafiato..
nuovamente due dita sopra... due dita sotto... un bel 3/4 ... e si ricomincia! Per quanto già ai tempi di Orazio
i romani non fossero secondi a nessuno in fatto di "mode" la frase è stata scritta con altro significato:
"Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque quae nunc sunt in honore vocabula" Molti vocaboli già
desueti torneranno in auge e viceversa tanti, ora attuali, scompariranno.
Detto segnalato da Sara.

Multi sunt vocati, pauci vero electi:


Molti sono chiamati, ma pochi eletti. (Nuovo Testam., Matteo, XXII, 14).
L’apostolo parla della Patria celeste; ma l’uso quotidiano dà alla frase un significato più terra terra,
applicandola ad ogni sorta di circostanze: cariche, concorsi, posti da coprire, ecc., e in questo senso
significa che molti incominciano le loro imprese, ma pochi le conducono a termine.

Mutatis mutandis:
Fatti i necessari cambiamenti.
Frase di largo uso sia nel linguaggio, legale, che in quello volgare e comune.
107 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Mutato nomine, de te fabula narratur:
Cambiando nome, è di te che si parla nella favola. (Orazio, Satire, I, 69).
Un concetto analogo si trova spesso anche in Fedro. Si cita con ironia o per scherzo quando si parla con
persona che non si accorge o finge di non accorgersi d’esser l’oggetto del discorso e, più spesso, della
critica.

N
Nam Polydorus ego!:
Io sono Polidoro (Virgilio Eneide libro III, 44)
Il corpo di Polidoro, figlio di Priamo, ucciso dal cognato Polimnestore re della Tracia per sottrargli le
ricchezze che aveva portato da Troia, viene dalla dea Venere tramutato in mirto pianta a lei sacra . Ad
Enea, che ignaro di tutto questo, strappa alcuni rami di questa pianta e inorridito ne vede sgorgare gocce di
sangue, così il giovane troiano si rivela e dice:"Heu fuge crudeles terras, fuge litus avarum! Nam
Polydorus ego!" Fuggi da queste terre crudeli, abbandona questo lido inospitale! Sono io Polidoro che ti sto
parlando. Simile espressione, in senso meno drammatico, si usa nell'intento di convincere un amico o un
collega a seguire un nostro consiglio che all'apparenza può sembrare di non immediata comprensione se
non si è a conoscenza dei precedenti.

Nascimur uno modo, multis morimur:


Nasciamo in un solo modo, ma moriamo in molti (Anneo Seneca Controversie libro VII 1,9).
E continua:"laqueus, gladius, praeceps locus, venenum, naufragium, mille aliae mortes insidiantur huic
miserrimae animae". (=impiccagione, spada, in un dirupo, col veleno, in un naufragio e mille altri modi di
morire insidiano la nostra miserevole esistenza)! Di diverso pensiero è invece il re Salomone che, pur
concordando sull'unico modo con cui si viene al mondo (Antico Test. Sap. 7, 5.6), esclama:"nemo enim ex
regibus aliud habuit nativitatis initium, unus ergo introitus est omnibus ad vitam et similis exitus" (Nessun
re ebbe mai altro principio di nascita, e pertanto è identico per tutti il modo di nascere e di morire).
Proprio in seguito a questa considerazione il figlio del re Davide chiedeva a Dio la Sapienza da preferirsi ad
ogni altra cosa terrena.

Natura abhorret a vacuo:


La natura ha orrore del vuoto.(Cartesio).
Massima cui si ricorreva ai tempi del Descartes e anche in seguito, per spiegare alcuni fenomeni naturali,
come l’impossibilità d’ottenere il vuoto assoluto, l’innalzarsi dell’acqua in un tubo producendo la
rarefazione dell’aria soprastante, ecc. Nello stile burlesco si cita per dire che lo stomaco vuoto ha bisogno
di alimento, o che il borsellino ha bisogno di danari.

Naturam expellas furca, tamen usque recurret:


Anche se caccerai la natura con la forca, essa ritornerà. (Orazio, Epist., I, 10, 24).
Significa che non vi è cosa più difficile che spogliarsi delle proprie abitudini naturali. In certo senso
corrisponde al proverbio: Il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

Natura non facit saltus:


La natura non fa salti. (Leibniz, Nuovi Saggi, IV, 16).
Nella natura tutto è progressivo ed ordinato, e fra i vari generi e le varie specie non v’è un taglio netto e
assoluto, ma vi è sempre un essere intermediario che forma come l’anello di congiunzione nella catena
umana.

Naufragium in portu facere:


Naufragare in porto, perdersi in un bicchier d'acqua.
L'espressione è derivata dalla frase di Quintiliano che troviamo nelle Declamationes maiores, (Declamatio
maior XII.23) che riportimo integralmente: "In portu naufragium fecimus et frumentum ad ancoras
perdidimus" (=Siamo naufragati nel porto e all'attracco abbiamo mandato a fondo le granaglie trasportate).

Navigare necesse, vivere non necesse:


E' indispensabile mettersi in mare ma non è indispensabile vivere (Plutarco, Vite parallele, Agesilao e
Pompeo 50,2).
Gloria al Latin che disse: "Navigare è necessario; non è necessario vivere". A lui sia gloria in tutto il
Mare. (Gabriele D'Annunzio, Maya, Pleiadi, Libro I). Il "Latin" citato dal poeta è Gneo Pompeo a cui
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Plutarco mette sulle labbra tale incitamento rivolto ai suoi marinai che, a causa del mare in tempesta,
rifiutavano di imbarcarsi alla volta di Roma per rifornirla di grano. Viene usato come stimolo a vivere in
modo eroico anteponendo il bene comune alla stessa salvaguardia della propria vita.
"Obtorto collo" fu per secoli il motto di tutte le città che si affacciavano sul mare: dalle nostre repubbliche
marinare alle città della lega Anseatica. Gli scambi commerciali attraverso questa via di comunicazione
erano, condizioni del tempo e pirateria permettendo, meno costosi e più veloci di quelli effettuati via terra. I
romani, nati contadini, si trovarono costretti a diventare emuli di Ulisse e divennero così bravi da
sconfiggere la più grande potenza navale contemporanea del mediterraneo: i Cartaginesi. Vedi anche "mare
nostrum".

Ne avertas oculos a fulgure huius sideris si non vis obrui procellis:


Non distogliere gli occhi dalla luce di questa stella se non vuoi essere sopraffatto dalla tempesta.
La frase è scolpita ai piedi di una statua della Madonna posta in una cappella votiva sull'isola di Losinj
(Croazia nel golfo del Quarnaro). Sembra si tratti di un "ex voto" di un gruppo di marinai scampati ad una
tempesta per intercessione della Madonna.

Nec deus intersit, nisi dignus vindice nodus inciderit:


Che un dio non intervenga se il nodo non è degno di essere sciolto (Orazio, Ars poetica, v. 191).
La trama intrigante, la situazione sentimentale o comica, i dialoghi serrati devono tenere incollato lo
spettatore alla poltrona in teatro. L'intervento soprannaturale, il famoso "deus ex machina" che dall'alto
risolve ogni situazione deve essere eliminato e, se proprio non è possibile, l'argomento deve essere di tale
interesse da giustificare l'intervento di un dio.

Nec digna nec utilis:


Né meritevole né adatta (Ovidio Tristia LibroIV-X-v.69).
Simile espressione era indirizzata dal poeta alla prima moglie della quale scrive non era né meritevole né
adatta soprattutto considerando che "paene mihi puero uxor est data, quae tempus perbreve nupta fuit" (=
Quasi ancora bambino mi venne data una moglie né meritevole né adatta, che per brevissimo tempo mi fu
sposa) né fu più fortunato il secondo matrimonio, da cui sembra ebbe una figlia. Solo al terzo tentativo si
suppone abbia trovato l'anima gemella se la loro unione resistette anche alla tragedia dell'esilio. Facile da
ricordare nella vita quotidiana e di significato facilmente comprensibile si può suggerire a quanti
insistentemente offrono servizi scadenti e di nessuna utilità.

Nec domo dominus, sed domino domus honestanda est:


Non è la casa che deve conferir decoro al padrone, ma il padrone alla casa (Cicerone, Retorica, De
Officiis Liber Primus v. 139).
Simile espressione, che ben si addiceva all'antico popolo romano sempre in giro per il mondo a conquistare
nuove terre, sta un po' stretta a Cicerone e ai suoi contemporanei. Vorrei ricordare che il nostro principe del
foro, predicando bene e razzolando male, possedeva ville ad Arpino, a Pompei e a Pozzuoli, oltre a due
tenute agricole una a Formia l'altra a Tuscolo e un principesco palazzo sul Palatino dal valore di 3.500.000
sesterzi e che dovendo recarsi da Roma a Pompei ogni sera poteva sostare in una delle tante ville di
proprietà dislocate lungo il cammino. Considerando poi il pessimo rapporto con la moglie Terenzia che,
stando a quanto si legge, gli avvelenò la vita ci si domanda come potesse il nostro simpatico avvocato
riprendere simile concetto anche nella lettera Ad familiares, 4.8 "sin qualemcumque locum, quae est
domestica sede iucundior?" espressione spesso modificata in "Nullus est locus domestica sede iucundior".
(=Non esiste altro luogo più piacevole della propria casa) ma forse era sottinteso:"Terentia vacante"
(=quando la moglie è in... vacanza). Sempre su questo argomento troviamo anche un anonimo ma molto
espressivo "nullus (locus) instar domus" (=non esiste luogo più piacevole della propria casa).
Detti segnalati da Gerry V.

Nec equi caeca condemur in alvo:


Nè ci nasconderemo nel buio ventre di un cavallo (Virgilio Eneide libro IX v 152).
Sono parole di derisione pronunciate da Turno all'indirizzo dei Greci che dopo dieci anni di guerra,
solamente con l'inganno del famoso cavallo erano riusciti a conquistare Troia. Lui, il futuro re del Lazio,
per ributtare a mare quegli straccioni di Troiani capeggiati da Enea non dovrà ricorrere ad alcun inganno,
ma gli basterà la spada e il coraggio. Si dice di persone che non intendono avvalersi di alcun sotterfugio per
far valere il proprio punto di vista.
109 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Necesse est enim ut veniant scandala:
E' inevitabile che avvengano gli scandali (Nuovo Test. Mt.18, 7).
E' possibile trovare con analogo significato anche "Impossibile est ut non veniant scandala (Nuovo Test. Lc.
17,1) e "Oportet ut scandala eveniant (ignoto)".
Il termine "scandalo" che troviamo usato nel tardo latino deriva dal greco "skàndalon" nel significato di
inciampo, impedimento e in senso figurato di errore o peccato. Nelle parole di Gesù inevitabile non è
sinonimo di fatalità, e se pur il mondo è segnato dal peccato non si deve accettare tale situazione con
atteggiamento passivo e rassegnato. La partecipazione alla vita sociale, l'impegno politico a favore dei più
deboli e degli emarginati, è dovere di ogni cristiano.
Detto segnalato da Sara.

Necesse est multos timeat quem multi timent:


Chi da molti è temuto deve per forza temere molti (Decimo Laberio -106 - 43 a.C.)
La frase riportata da Macrobio e attribuita a Laberio cavaliere romano ed autore di satire si ritiene fosse
diretta a Giulio Cesare che in quel periodo stava assumendo a Roma poteri dittatoriali: “Porro, quirites,
libertatem perdimus... Necesse est multos timeat quem multi timent” (=Ormai, o quiriti, perdiamo la libertà!
Però chi da molti è temuto deve per forza temere molti). Laberio visse abbastanza per vedere confermata,
con l'uccisione di Cesare da parte dei congiurati (Idi di marzo 44 a.C.) la sua profezia!

Nec mortale sonans:


(Voce che) non ha l’accento di quella dei mortali. (Virgilio, Eneide, VI, 50).
Il Poeta parla della Sibilla invasata dallo spirito profetico. La frase si usa per elogiare grandi oratori o poeti
che con alate parole hanno elettrizzato gli uditori.

Nec pluribus impar:


Non inferiore ai più.
Motto scelto da Luigi XIV come stemma accompagnato all'immagine del sole che illumina con i suoi raggi
la terra, volendo indicare che anche lui come il sole era al sopra di tutti e di tutto.

Nec plus ultra:


Non più avanti.
Iscrizione scolpita da Ercole, secondo la mitologia, sui monti Calpe ed Abila, creduti i limiti estremi del
mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mortali. Nell’uso comune la frase, modificata in "Non
plus altra", serve ad indicare il limite estremo, cioè il massimo, della perfezione, dell’eleganza, dell’arte
con cui si è finito qualche lavoro.

Nec prius amissam, respexi:


Né a lei perduta, prima guardai (Virgilio Eneide Libro II v 741).
Nel racconto che fa della notte in cui venne distrutta Troia troviamo un Enea che si preoccupa del vecchio
Anchise, del figlio Iulo, dei Penati e dei pochi soldati che è riuscito a raccogliere attorno a sé per portarli
lontano dalla città in fiamme, ma non si preoccupa della moglie Creusa ben sapendo che a lei non sarebbe
servito aiuto alcuno. Uccisa dai soldati greci gli apparirà come ombra chiedendogli di non preoccuparsi per
lei, cui la sorte aveva vietato di seguirlo, perchè un'altra sposa gli era destinata.

Nec spe nec metu:


Né con speranza, né con paura.
Direi che è un invito a vivere la vita con oggettività e serenità accettando la buona e la cattiva sorte senza
confidare troppo nella fortuna e senza angosciarci per le avversità ricordando che "sufficit diei malitia sua".

Ne extra oleas:
Non andate al di là degli ulivi.
Si tratta di un invito a non varcare i confini imposti. Sembra derivi dal fatto che attorno allo Stadio di Atene
fossero piantati dei filari di ulivi che non dovevano essere oltrepassati dagli atleti.

Neglectis urenda filix innascitur agris:


Nei campi abbandonati cresce solo la felce, buona per essere bruciata (Orazio Satire Libro I, 3 v.37).
Viva rappresentazione dell'origine del latifondo. Come ricorda Sallustio (Bellum Iugurthinum 41) "Interea
parentes aut parvi liberi militum, uti quisquis potentiori confinis erat, sedibus pellebantur" (=pertanto i
genitori o figli piccoli dei soldati, a seconda che ciascuno confinava con uno più potente, venivano cacciati
dalle loro case) quando gli uomini atti alle armi si trovavano in guerra molte terre, per mancanza di braccia,
110 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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restavano incolte e riusciva facile ai proprietari più forti e più ricchi costringere i vecchi genitori a cedere le
terre per un tozzo di pane. I prigionieri di guerra ridotti schiavi e comprati a basso prezzo dai ricchi
proprietari erano mandati a sostituire i liberi lavoratori che si inurbavano e, terminati i pochi soldi,
ingrossavano le file del proletariato.

Ne gloriari libeat alienis bonis:


Affinché qualcuno non si vanti dei meriti altrui.(Fedro, Favole, Libro I,3,1.)
È il primo verso della favola: La Cornacchia superba e il Pavone. La Cornacchia, vestitasi con le penne del
Pavone, quando venne riconosciuta fu rifiutata sia dai Pavoni che dalle altre Cornacchie.

Nego maiorem:
Nego la prima parte, nego la premessa maggiore.
L'espressione si usa per confutare un ragionamento negando la veridicità dell'assunto iniziale. Nella sua
forma più semplice il sillogismo e' un ragionamento in base al quale da una premessa detta maggiore ed
accettata come universalmente vera e da una detta minore se ne deduce una conclusione. Negando la
premessa maggiore cade tutto il ragionamento.

Ne laterum laves:
Non perder tempo a lavare il mattone ( Terenzio, Phormio I, IV, 9).
Espressione latina che invita a non fare cose inutili e che trova la sua vera traduzione nel nostro detto
"pestar l'acqua nel mortaio o cercare di svuotare il mare con un cucchiaio" per non correre il rischio di
dire con Plauto (Poenulus, atto I) dopo aver tanto faticato : "Oleum et operam perdidi" (=Ci ho rimesso
l'olio e la fatica!).

Nemini teneri:
Non essere schiavi di nessuno.
Motto che gli abitanti della Repubblica di san Marino attribuiscono al santo che a questa rebblica ha dato il
nome. La tradizione vuole fosse un tagliapietre venuto dalla Dalmazia negli ultimi decenni del 200 Giunto
nella zona del monte Titano in cerca di pietre da lavorare, restò affascinato dal maestoso monte e vi si
stabilì lavorando e convertendo gli abitanti al cristianesimo.
Unico Santo fondatore di uno Stato e patrono della Repubblica che porta il suo nome venne sepolto nella
chiesa da lui stesso eretta.
Detto segnalato da Vinicia P. coautrice del sito http://www.libertas.sm

Nemo me impune lacessit:


Nessuno mi provoca impunemente.
Motto dell'Ordine del Cardo e di 3 reggimenti scozzesi del British Army. Fu usato come ammonimento per
i falsari e tutela contro la tosatura nel contorno delle prime monete prodotte meccanicamente sotto Carlo I.
Attualmente è ancora utilizzato sul contorno delle monete da 1 sterlina.

Nemo, nisi victor, pace bellum mutavit:


Nessuno se non il vincitore cambiò la guerra con la pace (Sallustio, Bellum Catilinae,58).
Solamente vincendo si diventa arbitri della pace. Sapienza antica quanto il mondo. Come scrive sempre
Sallustio nel Bellum Iugurthinum "omne bellum sumi facile" (= ogni guerra la si intraprende senza
difficoltà) ma la difficoltà sta nel concludere la pace. Non è chi la inizia, infatti che ha anche il potere di
concluderla perché è solo del vincitore a farlo "non in eiusdem poteste initium eius et finem esse" (=non è
potere dello stesso che l'ha iniziata porvi fine). Ricordo comunque, e non per contraddire Sallustio, che
anche dai vincitori la pace è riacquistata a prezzo di infinite pene ed il sacrificio dei più valorosi come bene
scrive Tacito (Historiae, Liber IV, 69) "Sumi bellum etiam ab ignavis, strenuissimi cuiusque periculo geri"
(=alla guerra vanno anche i vili, ma che a condurla ci vuole gente di grande valore che sappia rischiare).

Nemo potest duobus dominis servire:


Nessuno può servire due padroni. (Nuovo Test. Mt. 6,24)
La frase continua: "aut enim unum odio habebit et alterum diliget... non potestis Deo servire et mamonae"
(= odierà infatti l'uno e amerà l'altro... così anche voi non potete servire Dio e il danaro).
Credo che pochissimi dei nostri attuali e passati parlamentari conoscano o applichino questo detto
evangelico considerando la velocità con cui si aggiogano a carri politici fino a pochi giorni prima detestati,
ben sapendo che quando "una sedia" vacilla occorre sostituirla in tempo con un'altra se offre maggiori
garanzie di stabilità.
111 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Nemo propheta in patria:
Nessuno è profeta nella sua patria (Nuovo Testamento Mt 13,57-58).
E' l'amaro sfogo di Gesù per la freddezza e indifferenza con cui nella sinagoga di Nazareth i suoi
concittadini accolgono il suo messaggio. Ancor oggi simile espressione viene usata da coloro che vedono il
proprio operato non apprezzato da chi ci sta più vicino, familiari, colleghi, amici...!

Nemo Romanorum pacis mentionem habere dignatus est:


Nessuno dei Romani si degnò far menzione della pace. (Eutropio, Breviario, III, 10).
Frase che dimostra tutta la grandezza dei Romani antichi, quando, dopo la disfatta di Canne, non vi fu un
solo Romano che osasse parlare di pace, ma tutti, solidali, si prepararono virilmente e romanamente alla
riscossa.

Nemo sua sorte contentus:


Nessuno è mai soddisfatto della sua condizione. (Orazio, Satire, I, 1).

Ne, pueri, ne tanta animis adsuescite bella:


No, o ragazzi, non abituate i vostri animi a simili guerre.(Virgilio Eneide Libro VI v. 832).
Esortazione indirizzata agli spiriti di Cesare e di Pompeo. Al figlio Enea, recatosi con la Sibilla nell'Ade per
incontrarlo, Anchise mostra gli spiriti di quanti, rinascendo alla vita renderanno, con le loro imprese,
grande e immortale il nome di Roma. La rassegna inizia con Silvio figlio dell'eroe e di Lavinia. Il lungo
"escursus" storico continua poi con re, consoli, generali che non hanno esitato a sacrificarsi per difendere
Roma e la libertà, fino ad arrivare ai due a cui la frase è indirizzata: Cesare e Pompeo che lotteranno tra
loro in sanguinose guerre fratricide.
Vedi anche " tuque prior, tu parce, genus qui ducis Olympo,"

Neque semper arcum tendit Apollo:


Apollo non sempre tende il proprio arco. (Orazio, Odi, lI, 10, 19).
Cioè non scaglia sempre contro gli uomini le sue frecce come contro gli Achei. Ma il significato corrente
che si dà alla frase è che anche Apollo ogni tanto si riposa, cioè che anche i più robusti, i più acculturati
hanno bisogno di riposo.

Ne quid nimis:
(Mai) nulla di eccessivo.
Norma comportamentale scolpita sul frontone del tempio di Apollo a Delfi ed attribuita a Apollo, Omero,
Chilone, Pittaco, Solone... ed a chissà quant'altri. Equivale al detto di Orazio "est modus in rebus". Ne
viene fatto un bellissimo impiego al cap. XXII de "I Promessi Sposi". Descrivendo la vita del cardinal
Federico Borromeo l'autore racconta come "ebbe a combattere co' galantuomini del ne quid nimis, i quali,
in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star ne' limiti, cioè ne' loro limiti". Galantuomini sono, per il Manzoni
in questo contesto, quanti credono di nascondere il proprio egoismo dichiarandosi nemici di ogni
esagerazione.

Nescio vos:
Non vi conosco. (Nuovo Testam. Mt. 25, 12).
È la risposta dello sposo alle vergini sprovvedute che arrivano troppo tardi. Si usa per rifiutare qualche
favore o il concorso della propria borsa a qualche amico scocciante, ma quasi sempre in tono di scherzo.

Nescit vox missa reverti:


La parola, una volta pronunciata, non si può più richiamare.. (Orazio, Ars poetica, 390).
Per questo il Poeta consiglia lo scrittore a riflettere bene prima di inviare alle stampe le proprie opere. Ma
generalmente si cita per indicare i danni d’ una lingua incauta.

Ne varietur:
Che non si cambi.
Espressione usata per indicare edizioni che presentano il testo nella sua forma definitiva o, nel linguaggio
giuridico, per vietare ogni variazione in atti amministrativi o legali.

Nigro notanda lapillo:


(Giorno) da segnare con una pietruzza nera.
Allusione all’uso dei Romani di segnare i giorni felici con sassolini bianchi, e quelli avversi con pietruzze
nere.
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Nihil actum reputans si quid superesset agendum:
Ritenendo che nulla fosse stato fatto se restava ancora qualche cosa da compiere.(Marco Anneo Lucano
"Pharsalia")
In questo poema la figura di Giulio Cesare domina a lungo la scena con la sua malefica grandezza di
tiranno. Il riferimento alla sua frenetica attività ed energia non vuole essere un elogio al dittatore quanto
piuttosto una accusa ritenendo infatti che la smodata brama di potere di Cesare fosse la principale
responsabile della catastrofe che porterà Roma alla rovina.

Nihil admirari:
Non stupirsi di cosa alcuna. (Orazio, Epist., I, 6, 1).
Massima che, secondo gli stoici, sarebbe la base della felicità.

Nihil de principe, parum de Deo:


Parlare poco di Dio e per nulla del principe.
Antica massima di cui il popolo ha sempre fatto buon uso per scansar grattacapi e sperare di morir di
vecchiaia. Si tratta infatti di un invito a non mettersi nei guai con i potenti limitando al minimo le
discussioni religiose ed evitando qualsiasi critica all'autorità civile. Con un Dio misericordioso potevano
sperare di cavarsela ma non un principe offeso.

Nihil est dictu facilius:


Nulla è più facile della parola (Publio Terenzio Afro 195-159 a.C. "Phormio v. 300").
E' la frase che il servo Geta dice a Demifone padre di Antifonte. Molto simile il concetto espresso dal
nostro proverbio italiano: più facile a dirsi che a farsi, anche se Terenzio intende rimarcare che parlare è
certamente più facile che agire.

Nihil conscire sibi, nulla pallescere culpa:


Non avere nulla da rimproverarsi, non dovere impallidire al ricordo di qualche colpa. (Orazio, Epistole
Libro I, lett. I, v. 61).
Bellissima massima che se riuscissimo a mettere in pratica ci permetterebbe di dormire... tra due guanciali.

Nihil mortalibus arduum est:


Nulla è impossibile ai mortali (Orazio, libro. I, ode III, v. 37).
In questa ode indirizzata all'amico Virgilio al quale augura una felice traversata in occasione di un viaggio
di quest'ultimo ad Atene, il poeta si scaglia contro gli uomini "audax Japeti genus" per non essersi mai
fermati di fronte ad alcun ostacolo. L'uomo ha costruito fragili imbarcazioni per solcare i mari, con Dedalo
ha cercato di solcare i cieli, con Ercole ha violato i confini dell'oltretomba...

Nihil obstat quominus imprimatur:


Non esiste alcun impedimento al fatto di venire stampato.
Vedi "imprimatur". Dalle prime due parole di questa frase deriva l'espressione italiana "nullaosta",
documento con cui l'autorità preposta dichiara non esserci impedimenti a compiere una determinata azione.

Nihil sub sole novum:


(Non v'è) nulla di nuovo sotto il sole. (Ecclesiaste, cap. I, 10).
Cioè sulla terra tutte le vicende, liete o tristi, si ripetono. .

Nihil unquam peccavit, nisi quod mortua est:


Nihil unquam peccavit, nisi quod mortuus est:
Non commise sbaglio alcuno se non quello di morire.
Lo si dovrebbe quasi desiderare come epitaffio se ormai non fosse troppo tardi per gloriarsene!
Sembra che l'espressione sia stata ripresa da quanto scrisse Cicerone per la figlia Tullia andata sposa a P.
Cornelio Dolabella e morta di parto. "Tulliola filia mea unica quae nunquam peccavit nisi quod mortua fuit
infelix pater posuit. M.T. Cicero" (=Per la piccola Tullia, mia unica figlia, il cui unico errore fu quello di
morire, l'infelice padre pose. M. T. Cicerone).

Nil satis nisi optimum:


Nulla è sufficente se non l'ottimo.
Motto del Genio Militare , Rep. sminatori segnalato da un visitatore che di quel corpo ha fatto parte. Nel
paese del "pressapochismo", del "ma sì, tanto va bene!" del "tanto chi lo vede?" o del "non tocca a me" ed
in considerazione del menefreghismo imperante questa espressione dovrebbe essere succhiata con il latte
113 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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della mamma sempe che i genitori l'abbiano loro stessi assimilata. Riporto una perla di saggezza che un
vecchio collega mi trasmise e che, pur con fatica, ho sempre cercato di mettere in pratica non solo nel
lavoro ma anche nel passatempo e che ho cercato di trasmettere a colleghi e collaboratori: "Ricordati di
fare ogni cosa immaginando di essere quello che dopo di te prenderà in consegna quel lavoro per
completarlo o utilizzarlo".
Detto segnalato da Roberto T.

Nimium ne crede colori:


Non fidarti troppo del colore. (Virgilio, Bucoliche, Egl. II).
Cioè non bisogna credere alla prima impressione, alle apparenze. Molte volte è il caso di ripetere
l’esclamazione della volpe di Fedro alla maschera:"O quanta species!... cerebrum non habet". Quindi è
necessario usare prudenza nel giudicare.

Nisi caste saltem caute:


Se non vuoi agire onestamente vedi di farlo almeno con furbizia.
Massima antica di autore ignoto. La troviamo già citata da san Bernardo di Chiaravalle (1090-1153) nel
"Proemium ad Mattheum episcopum albanensem". Commentando il racconto evangelico del fattore
disonesto (Luca 16,1 e segg.) quello per intenderci del "redde rationem villicationis tuae" il santo scrive:
"enim prudenter egit, qui quae reddere non potuit, ne super his argueretur furto, caute celavit, et secundum
cujusdam verba dicentis: "Si non caste, saltem caute"... (=Ha infatti agito in modo accorto nascondendo
con destrezza, per non essere accusato di furto, quanto non poteva restituire, esattamente come dice il
proverbio: se non (puoi comportarti) onestamente (comportati) almeno in modo furbo". Ricordo che
"castus", da cui l'avverbio "caste" deriva, significa onesto, disinteressato nei confronti degli averi altrui e,
solo in second'ordine, puro e illibato riferito alla moralità.
Anche san Tommaso d'Aquino (1225-1274) nel commento "Super Epistolam B. Pauli ad Ephesios lectura
cap.5,6" assegna al detto un significato utilitaristico pur se in senso morale: "sapientis oculi in capite eius:
stultus in tenebris ambulat. Quidam dicunt: si non caste, tamen caute. Sed sic non accipit apostolus..." (=il
saggio ha gli occhi sul capo, mentre lo stolto cammina tra le tenebre. Taluni affermano: non importa come,
quello che conta è cavarsela. Ma non è così che intende l'apostolo...).
Ritengo a questo punto erroneo farne un motto demonizzatore del sesso e assegnarne, come fanno alcuni, la
paternità alla congregazione dei Gesuiti fondata nel 1540 da sant'Ignazio di Loyola (1491?-1556). Credo
che da sempre, invece, l'espressione abbia avuto una sua valenza in campo politico. Nessuno infatti già dai
tempi di Roma ha mai preteso che le promesse fatte in ambito elettorale venissero tutte onorate, ma almeno
che gli argomenti per ricuperare soldi alla fine non fossero sempre gli stessi: tasse sul sale, sulla farina e su
quant'altro fosse di prima necessità allora e sulla benzina sanità e pensioni negli ultimi decenni... oddio, non
dimentichiamo un intermezzo di quindici secoli in cui barbari, arabi, francesi, signorotti italiani, spagnoli e
austriaci depredarono a piene mani senza neppur promettere o chiedere!

Nisi caves, iacebis:


Se non stai attento morirai ( Gellio Notti Attiche III 8)
Sembra una battuta ovvia valida per ogni occasione quando un eccesso di rischio può mettere a repentaglio
una vita. Scrive Quinto C. Quadrigario, che Gellio cita, che ai romani in difficoltà durante le guerre contro
Pirro persone vicine al re si offrirorono di tradirlo ed ucciderlo dietro lauto compenso.
Il Senato romano inviò una lettera a Pirro raccontando il fatto e spiegando come essi non intendessero
combatterlo con la corruzione o l'inganno e concludevano la missiva con la raccomandazione di fare
attenzione agli amici perchè: "Tu nisi caves, iacebis".

Nitimur in vetitum semper cupimusque negata:


Aspiriamo sempre a ciò che è proibito e desideriamo le cose che sono negate. (Ovidio, Amor., III, 4, 17).
È una legge di natura che rimonta alla progenitrice del genere umano che per una mela...!

Noctuas Athenas afferre:


Portare civette ad Atene (attribuita ad Aristofane)
L'espressione usata per indicare una attività superflua sembra derivare dal fatto che attorno agli anni 420-
400 a.C. la città di Atene fosse invasa dalle... civette.
Non invasione in senso reale ma solo metaforico. L'immagine di questo simpatico pennuto notturno, sacro
alla dea Athena protettrice della città, era infatti incisa su un lato di una moneta in argento, moneta che in
quel periodo era così abbondante nella grassa e ricca Atene da ritenere superfluo ogni afflusso di altro
denaro.
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Si racconta che dopo il saccheggio di Atene del 404 a.C Lisandro, comandante della flotta spartana. affidò
il bottino a Gilippo, comandante spartano, affinchè lo consegnasse agli efori a Sparta. Questi ne rubò una
parte nascondendola in casa sua ma uno schiavo lo tradì raccontando ai destinatari del bottino che le
"civette" si nascondevano a mucchi sotto il tetto del suo padrone.

Nocturna versate manu, versate diurna:


Sfogliateli di notte, sfogliateli di giorno (Orazio, Ars poetica, v. 269).
Mi ricorda Vittorio Alfieri con il suo celebre motto "volli sempre volli fortissimamente volli", che lo portò a
farsi tagliare la chioma fluente cosa impensabile a quei tempi per un nobile e a farsi legare alla sedia per
poter "digerire" in un tempo relativamente breve, all'età di 27 anni, una vera e propria montagna di libri
riuscendo a formarsi quella solida cultura classica che tutti ben conosciamo.

Noli adfectare quod tibi non est datum, delusa ne spes ad querelam recidat:
Non aspirare a ciò che non ti è stato dato, affinché la tua speranza delusa non abbia motivo di lamentarsi.
(Fedro).
Il Pavone invidioso dell’Usignolo che lo superava nel canto, se ne lamentò con Giunone. Ma la dea gli
rispose che a tutti era stato elargito un privilegio particolare:a chi la bellezza e a chi il canto...

Noli me tangere:
Non mi toccare (Nuovo Test. Gv. 20,17-18).
Secondo il racconto dell'evangelista Giovanni, sono le parole (non mi toccare perchè non sono ancora salito
al Padre mio) che Gesù rivolse alla Maddalena quando le si mostrò dopo essere risorto.
Esiste una pianta medicinale della famiglia delle Balsaminacee detta comunemente "Erba impazienza,
barsamina, noli me tangere" la cui singolare caratteristica, se toccata, è di "sparare" i semi, nel terreno
circostante.

Nolite mittere margaritas ante porcos:


Non gettate perle ai porci.(Nuovo Test. Mt. 7, 6) Vedi "margaritas ante porcos"

Noli, obsecro, istum disturbare:


Ti scongiuro, non rovinare questo.
La leggenda vuole siano state le parole indirizzate da Archimede al soldato romano che stava per ucciderlo.
Secondo altre fonti, invece, sembra che il matematico, tutto intento nei sui calcoli matematici abbia
esclamato:"Noli turbare circulos meos" (=Non guastare i miei cerchi, le mie figure geometriche).

Nomen omen:
Il destino è nel nome.
La frase significa che nel nome sta racchiuso l'essere della persona. Presso i popoli antichi si riteneva che il
nome non fosse un puro suono, ma quasi l'anima della persona che lo portava. La cosa assumeva
importanza ancor più grande quando si trattava di un Dio: rammentiamo tutti il divieto presso il popolo
ebreo di pronunciare il nome di Javhé.

Nomina sunt consequentia rerum:


I nomi sono corrispondenti alle cose (Giustiniano, Institutiones, libro II, 7, 3).
Vedi "nomen omen".

Non amo nimium diligentes:


Non amo le persone troppo zelanti (Charles François Lhomond (1727-1794, De viris illustribus urbis
Romae a Romulo ad Augustum, Tertium Bellum Punicum).
Sembrano siano le parole rivolte ironicamente da Scipione l'Africano ad un centurione che si scusava di
non aver partecipato alla battaglia per restare a guardia dell'accampamento.

Non bis in idem:


Non due volte per la medesima cosa.
Equivale al "nec bis in idem" Principio del diritto in forza del quale un accusato non può essere punito due
volte per lo stesso delitto. Nella vita di tutti i giorni la frase viene usata come monito a non ripetere due
volte lo stesso errore.
115 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Non causa pro causa:
Una non causa per causa.
Identificare qualcosa o qualcuno come causa di un fatto anche se risulta materialmente impossibile provare
che ne sia veramente la causa reale.

Non compos sui:


Non completamente padrone di se stesso.
Con lo stesso significato è possibile trovare anche "non compos mentis" (=Non totalmente padrone della
propria mente). Ricordo che i Romani, riferendosi ad una persona con una limitata o nulla capacità di agire,
usavano l'espressione "captus mente" (= insensato, fuori di testa) da cui deriva il termine italiano
mentecatto.

Non cuivis homini contingit adire Corinthum:


Non a tutti è dato di andare a Corinto (Orazio , Epistole, Libro I, 17, 36).
Se dobbiamo dar credito al poeta la città di Corinto doveva essere la capitale del vizio e neppure troppo a
buon mercato se pochi potevano permettersi di recarvisi.

Non desinis oculos mihi aperire:


Non cessi di aprirmi gli occhi (M. Cornelio Frontone Epistulae ad Caesarem 3.19).
La frase completa di ringraziamento che l'imperatore Marco Aurelio fa al proprio maestro Frontone suona
così: "et quom cotidie in viam me veram inducere et oculos aperire, ut volgo dicitur" poiché non ti stanchi
ogni giorno di indicarmi la giusta strada e, come si usa dire, aprirmi gli occhi". Tutte le opere di Frontone
che ci sono pervenute sono state ritrovate nel monastero di Bobbio (PC).

Nondum matura est, nolo acerbam sumere:


Non è ancora matura, non voglio mangiarla acerba. (Fedro, Favole, LIbro IV, 3, 4).
Tratta dalla famosa favola della Volpe e dell’uva. Si cita di frequente solo la seconda parte:"Nolo acerbam
sumere".

Non erat hic locus:


Non era qui il suo luogo. (Orazio, Ars poetica, 19).
Il poeta parla delle disgressioni che si fanno fuori d’ argomento. Viene a taglio tutte le volte che si fa o si
dice una cosa a sproposito, cioè fuori luogo.

Non est bonum esse hominem solum:


Non è cosa buona che l'uomo sia solo (Antico Test. Gn. 2,18).
ed aggiunse "Faciam ei adiutorium simile sui" (=gli farò un aiuto simile a lui) e ci riuscì anche bene. Certo
l'esperienza fatta con Adamo ed il maggior tempo a disposizione, gli sono stati di grande aiuto!!!
==== Sono trascorsi alcuni giorni dalla prima parte del commento e mi sono trovato a ripensare a quanto
scritto. Non che ne sia pentito, anzi, solo vorrei fare un appunto al creatore. Ha voluto farle troppo perfette
direi quasi... tecnologiche e non ha tenuto conto delle possibili complicazioni. Mi spiego con un esempio
preso dal campo automobilistico che spero aiuti a chiarire il mio pensiero. Avete mai letto del Raid Pechino
Parigi (10 giugno 1907) e della Ford modello T?.
Nel primo caso fu l'Itala, macchina italiana, a vincere con ben 20 giorni di distacco dal secondo concorrente
mentre per la Ford abbiamo, con questo modello, il record di macchine prodotte: ben 15 007 033 dal 1908
al 1927. Quale era il segreto? La semplicità del mezzo. Tecnologia minimale e quindi riparabile da
chiunque ed ovunque, anche con mezzi di fortuna... !
Quasi un secolo dopo le auto vengono disegnate nella galleria del vento per migliorarne l'aerodinamica,
hanno dotazioni tecnologiche da navicella aerospaziale: airbag, servosterzo, servofreno, accensione
elettronica, ABS, ESP, EBD, ASR, consumi contenuti, aria condizionata, cambio automatico e cento altre
diavoleriia che effettivamente le rendono... appetibili pur se, per cambiare una lampadina o sostituire le
candele, occorre essere un meccanico del team Ferrari !
Anche le donne accettiamole così: con questa tecnologia che non possiamo controllare!!!
116 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Non est in toto sanctior orbe locus:
Non esiste al mondo un luogo più santo.
Iscrizione posta sopra il "Sancta Santorum" in San Giovanni in Laterano, prima basilica cristiana fatta
edificare dall'imperatore Costantino. Il palazzo del Laterano fu sede del Papato all'incirca fino al 1377
quando si trasferì in Vaticano dove si trova tuttora.
Nel contesto di Palazzo Laterano, il "Sancta Santorum", ritenuto ancora oggi uno dei luoghi più sacri del
mondo come dice appunto la frase citata, era la Cappella privata dei Papi. Per lungo tempo è rimasta
accessibile soltanto agli stessi e a pochi altri privilegiati.

Non est in toto sanctior orbe mons:


Non esiste al mondo un monte più santo.
La frase, che troviamo all'ingresso dell'eremo francescano della Verna, sintetizza l'importanza che il luogo
rappresenta per i discepoli di san Francesco. Su questo monte remoto e silenzioso, ricevuto in dono dal
conte Cattani e adatto per vivere in un'austera e ascetica solitudine, il 14 settembre del 1224 san Francesco
ricevette le Stimmate.

Non expedit:
Non conviene (Espressone curiale).
L'uso di questa espressione risale al 1868 quando, con disposzione della santa Sede, ai cattolici italiani
venne suggerito di non partecipare, in modo attivo, alla vita politica. Il concetto fu ribadito sia nel 1870 che
nel 1874 in una nota ai vescovi e, sempre sotto il pontificato di papa Pio IX ancora nel 1877. Con papa
Leone XIII nel 1886 si arrivò ad un intervento ben più rigido espresso con la formula "non expedit
prohibitionem importat" (= la non convenienza implica il divieto).

Non ignara mali, miseris succurrere disco:


Conoscendo io stessa il dolore, so venire in aiuto agli infelici. (Virgilio, Eneide, I, 630).
Sono parole di Didone, nel ricevere Enea ed i suoi compagni di sventura. In realtà nessuno è più sensibile
alle sventure altrui di chi ha provato le stesse sofferenze.

Non laudis amor nec gloria :


Non per desiderio di lode o per la gloria (Virgilio Eneide V v. 394).
Sembra un proclama decubertiniano "ante litteram". Il pugile Entello, ormai avanti negli anni, accetta la
sfida al pancrazio del troiano Darete, giovane atleta che interpreta la competizione sportiva solamente in
funzione del premio. Entello spiega al re Alceste che la sua titubanza ad accettare la sfida non è dovuta alla
paura di non vincere ma solamente alla vecchiaia che gli intorpidisce le membra, e continua:"Se ancora
possedessi la giovinezza che costui vanta, già da tempo sarei lì a combattere e non lo farei per il premio in
palio "nec dona moror".

Non lex sed faex:


Non legge ma pattume.
Il Dizionario delle sentenze latine e greche a cura di Renzo Tosi, rifacendosi a Luca da Penne ( grande
giurista Abruzzese del 1300) ne assegna la paternità ad Uguccione da Pisa. L'espressione nasce dal
confronto tra il diritto romano e quello longobardo: quest'ultimo considerato appunto faex (=immondizia),
indegno di un popolo civile.
Antagonista del ben più noto ''dura lex sed lex'' e cugino del ''summum ius summa inuria'' il detto, nel
linguaggio odierno, esorta ad esser critici di fronte alle leggi e, a rifiutare, quelle ingiuste. Afferma il diritto
alla ribellione di fronte all'ingiustizia legale e legalizzata e la priorità del soggetto sulla norma.
Detto segnalato e commentato da Andrea D'Emilio

Non liquet:
Non si scioglie (Espressione giuridica).
Così dicevano i giudici romani quando un caso non arrivava a soluzione, quando cioè il nodo non si
scioglieva.

Non multa sed multum:


Non molte cose, ma molto (bene) (Quintiliano, Instit., X, I, 59).
Proverbio già conosciuto dagli antichi Romani, che in sostanza vuol dire non esser conveniente studiar
molte cose, ma poche e bene. Il detto si estende in genere a tutte le azioni umane, nelle quali la perfezione
non sta nel verbo fare, ma nell’ avverbio bene.
117 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Non omne quod licet honestum est:
Non tutto quello che è lecito è onesto (Paolo Giulio II sec. d.C. Fragm. 144 50,17).
Non sempre diritto e morale viaggiano sugli stessi binari e non sempre ciò che è legalmente consentito è
anche moralmente condivisibile. Concetto analogo viene espresso anche al capitolo XXXVIII de "I
Promessi Sposi" a proposito dell'atteggiamento di Renzo nei confronti di quanti criticavano Lucia "Non già
che trattasse proprio contro il galateo; ma sapete quante belle cose si posson fare senza offender le regole
della buona creanza: fino sbudellarsi". Paolo giurista romano e prefetto del pretorio al tempo
dell'imperatore Alessandro Severo viene ricordato per i suoi commenti ad opere di diritto pervenute dalla
Roma repubblicana.
Dopo Ulpiano, di cui fu contemporaneo, risulta essere l’autore più consultato nella compilazione del
"Corpus iuris civilis" voluto dall'imperatore Giustiniano con la citazione di passi tratti dalle sue 86 opere in
319 libri.

Non omnia possumus omnes:


Non tutti possiamo fare ogni cosa. (Virgilio, Egloghe, VIII, 83).
Cioè non abbiamo tutti le stesse doti, la stessa capacità, ma, come dice il Vangelo: "divisiones gratiarum
sunt", ciascuno ha i suoi doni, i suoi particolari privilegi.

Non omnibus dormio:


Non dormo per tutti (Cicerone, Epistulae ad familiares, VII, 24).
Lo storico Plutarco nel "Liber amatorius XVI,22" narra che un tizio al termine di una cena alla quale aveva
come invitato Mecenate fingesse di addormentarsi per consentire all'amico di intrattenersi con la propria
moglie ma, scorgendo un servo a rubare del vino, esclamasse: "Non dormo per tutti ma solo per
Mecenate!".

Non omnis moriar:


Non morirò interamente. (Orazio, Odi, III, 30, 6).
Qualcuno vorrebbe riconoscervi una testimonianza, anche in bocca di un pagano, dell’ immortalità
dell’anima. Ma Orazio parlava dell’opera sua poetica, che sarebbe sopravvissuta alla sua morte.

Non nobis Domine, non nobis sed tuo nomini da gloriam:


Non a noi Signore, non a noi, ma al tuo nome da gloria (Antico testam. Salmo 113,9).
Fu il motto adottato dai cavalieri Templari.

Non passibus aequis:


Con passi disuguali (Virgilio , Eneide libro II, v.724).
E' la descrizione che Enea, raccontando a Didone la fuga da Troia con il vecchio padre Anchise e la moglie
Creusa, fa del figlio Ascanio che troppo piccolo per tenere il loro passo segue i fuggitivi con passi ineguali
ora accelerando e ora rallentando, ignaro di quanto sta succedendo.

Non plus ultra:


Non più in là.
Tutto quello che allo stato dell'arte rappresenta in ogni campo il massimo si dice che è il "non plus ultra"

Non posse bene geri rempublicam multorum imperiis:


Non si può governare bene uno Stato sotto il comando di molti. (Cornelio Nepote, Dione, VI).
In ogni situazione il numero di coloro che comandano dovrebbe sempre essere dispari ed inferiore a due!

Non possumus:
Non possiamo.(Nuovo Test. Atti degli Apostoli, 4,19-20)
Ai principi dei sacerdoti che volevano loro impedire di predicare il Vangelo, gli Apostoli Pietro e Giovanni
risposero: "Si iustum est in conspectu Dei vos potius audire quam Deum, iudicate; non enim possumus nos,
quae vidimus et audivimus, non loqui ” (=Giudicate voi stessi se sia giusto dinnanzi a Dio ubbidire a voi
anziché a Lui. Quanto a noi non possiamo non parlare di quanto abbiamo visto ed udito). La frase è passata
poi nel linguaggio pontificio per indicare un rifiuto nell'accettare leggi in contrasto con quelle divine o
canoniche e, nella sua storia, la Chiesa ha pronunciato diversi "non possumus" ogni volta le si chiedeva un
atteggiamento contrario alla sua dottrina o alle sue tradizioni. Papa Pio IX, usò la formula per rispondere ai
tentativi del Regno d'Italia di confrontarsi con il Vaticano nella soluzione della questione romana. Poichè la
Legge delle Guarentige, promulgata il 13 maggio 1871 dallo Stato italiano, stabiliva unilateralmente i diritti
ed i doveri dell'autorità papale, il 21 agosto dello stesso anno Pio IX scrisse a re Vittorio Emanuele II
118 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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esprimendo le ragioni per cui non poteva accettarla e, fino alla sua morte, continuò a definirsi "prigioniero
dello Stato italiano".

Non profecturis litora bubus aras:


Stai arando la spiaggia con buoi che non ne hanno voglia (Ovidio - Heroides V, vv. 115-118).
La ninfa Enone, abbandonata da Paride per Elena esprime, in questa lettera, il suo dolore e rammarico per
simile tradimento che già a suo tempo Cassandra le aveva vaticinato con queste parole:"Quid facis,
Oenone? quid harenae semina mandas? non profecturis litora bubus aras. Graia iuvenca venit, quae te
patriamque domumque perdat! io prohibe! Graia iuvenca venit!". (= Cosa fai Enone? Perché affidi semi
alla sabbia? Ari inutilmente la spiaggia coi buoi! È in arrivo una fanciulla greca che rovinerà te, la tua
patria e la tua famiglia. Ahimè! Impediscilo! Sta per arrivare una giovane greca!". Strano destino quello
della spiritata figlia di Priamo, profetessa inascoltata che pur annunciando eventi drammatici che
puntualmente si avveravano, non veniva creduta. La traduzione di "iuvenca" con "fanciulla o con giovane"
è corretta dal punto di vista etimologico ma non oso immaginare quali fossero i pensieri di Enone in quel
momento nei confronti di chi le rubava il marito anche alla luce di: "Nulla reparabilis arte laesa pudicitia
est: deperit illa semel".

Non scholae sed vitae discimus:


Non studiamo per la scuola, ma per la vita.
Massima che dovrebbe essere il motto di tutti gli insegnanti e di tutti gli scolari. La frase si trova riportata
spesso nel frontespizio di opere scolastiche.Vedi anche:"Non vitae sed scholae discimus"

Non semper ea sunt, quae videntur:


Le cose non sono sempre come si mostrano (Fedro, Libro IV, fav.2).
La frase completa è: "Non semper ea sunt, quae videntur, decipit frons prima multos: rara mens intelligit
quod interiore condidit cura angulo" (=Le cose non sono sempre come si mostrano, il loro primo aspetto
inganna molti: di rado la mente scopre che cosa è nascosto nel loro intimo).
Fedro prova la veridicità del suo asserto con la favola della Donnola che ormai incapace di inseguire i topi
per i tanti acciacchi della vecchiaia si coprì di farina fingendosi morta per ingannarli e catturarli a
tradimento; tre infatti vennero uccisi, ma il quarto, più furbo, non si lasciò imbrogliare e sfuggì all’insidia.

Non sentis, inquit, te ultra malleum loqui?:


Non ti accorgi che parli di cose che stanno al di sopra del tuo martello?.
Si racconta siano le parole che Stratonico, famoso citarista ateniese, disse al ciabattino Minnaco che voleva
dissertare con lui di musica. Vedi anche "sutor ne supra crepidam" attribuito al pittore Apelle.

Non sine labore:


Non senza fatica .
Motto della famiglia fiorentina Gondi ancor oggi visibile sull'omonimo palazzo a Firenze edificato da
Giuliano da Sangallo nel 1490

Non sine me est tibi partus honos:


Senza il mio aiuto non potresti gloriarti degli onori a te tributati (Tibullo Elegie Libro I-7-9).
La frase è indirizzata dal poeta all'amico Valerio Messalla Corvino famoso uomo politico e oratore la cui
figura è spesso presente nella poesia di Tibullo. Il poeta lo seguì anche nelle varie imprese militari
ricoprendo, su richiesto dellostesso, compiti di una certa importanza. E' proprio questo il motivo per cui
,celebrando le vittorie del suo anfitrione, non perde l'occasione di ritagliarsi un piccolo angolo di gloria
nella storia.

Non tacebo:
Non starò zitto (Tommaso Campanella).
Il disegno di una campanella con l’indice puntato sulla campana stessa e la scritta "Propter Sion non
tacebo" (= Per Sion non riusciranno a farmi tacere) sembra fosse il sigillo personale del filosofo.

Non videbis annos Petri:


Non vedrai gli anni di Pietro.
Secondo una tradizione, di ignota origine, nessun papa sarebbe mai vissuto tanto a lungo da superare i 25
anni, 2 mesi e 7 giorni del pontificato di S. Pietro a Roma. La tradizione interrotta da Pio IX (1792- 1878)
che restò sulla cattedra di Pietro ben 31 anni, 7 mesi e 22 giorni meritandosi così il titolo di "unus, qui in
romana sede annos Petri superavit" (=unico ad aver superato nel pontificato gli anni di Pietro) ma, per
119 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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restando il più longevo non fu più l'unico. Il limite di Pietro venne superato anche da Leone XIII (25 anni e
5 mesi) e da Giovanni Paolo II con un pontificato durato quasi 27 anni.

Non virtute hostium, sed amicorum perfidia decidi:


Debbo la mia rovina non al valore dei nemici, ma alla perfidia degli amici. (Cornelio Nepote, Eumene, XI).
Equivale al nostro antico proverbio: " Dagli amici mi guardi Iddio, ché dai nemici mi guardo io".

Non vitae sed scholae discimus:


Non impariamo per la vita ma per la scuola (Seneca Lettere a Lucilio libro 106,12)
"Pure negli studi soffriamo di intemperanza come in ogni altra attività: impariamo per la scuola, non per la
vita." Così scrive Seneca a Lucilio lamentando l'inutilità degli insegnamenti delle scuole. Il detto
ovviamente andrebbe invertito anche se non è sempre facile per la scuola fornire le basi per il futuro.

Nosce te ipsum:
Conosci te stesso.
Traduzione dell’iscrizione greca incisa sul frontone del tempio di Delfo.

Notumque furens quid femina possit:


E' noto di che cosa sia capace una donna infuriata.(Virgilio, Eneide, V, 5-6).
Anche gli antichi romani avevano i loro piccoli grattacapi....

Nove sed non nova:


Presentazione nuova ma non concetto nuovo.
Dire sempre la stessa cosa, ma sempre in un modo nuovo per adattare il concetto al diverso modo di capire
le cose in funzione degli ascoltatori o del variare dei tempi. Equivale a vedere e presentare sempre la stessa
cosa ma da un'angolazione diversa mantenendone inalterato il significato.

Novissima verba:
Ultime parole.
Con questo detto possono intendersi sia le ultime parole, quasi il testamento, di un moribondo sia come
ultimo saluto, durante una cerimonia funebre, prima della sepoltura. Nello stile colloquiale si usa per
troncare una discussione in atto: "novissima verba" e poi non intervengo più.

Noxa caput sequitur:


La colpa segue il colpevole.
Norma del diritto romano che puo essere più facilmente spiegata con un esempio. Un danno causato da uno
schiavo poteva essere ripagato dal proprietario dello stesso cedendo lo schiavo all'offeso o cancellando la
colpa con soldi "luere pecunia noxa". Nella eventualità in cui il danno venisse accertato dopo che lo
schiavo era stato venduto ad un altro "dominus" toccava a quest' ultimo accollarsi ogni responsabilità.

Nudatio mimarum:
Spogliarello delle mime.
Il popolo romano ha sempre apprezzato il teatro... anche perché era assolutamente gratuito. Gli attori,
almeno all'inizio di questa moda letteraria importata dai greci, erano tutti di sesso maschile e solo il colore
delle maschere, scura per gli uomini e chiara per le donne, ne identificava il sesso. Ad un certo punto però
interviene una novità: le donne finalmente possono interpretare se stesse e come sempre avviene quando
cade un tabù si passa all'estremo opposto. I romani, entusiasti della cosa, al termine della rappresentazione
anzichè invocare il bis, iniziarono a pretendere dalle attrici lo spogliarello.

Nulla dies sine linea:


Nessun giorno senza una linea. (Plinio, Storia Nat., 35).
La frase è riferita al celebre pittore Apelle, che non lasciava passar giorno senza tratteggiare col pennello
qualche linea. Nel significato comune vuol inculcare la necessità dell’ esercizio quotidiano per raggiungere
la perfezione e per progredire nel bene senza permettere che passi giorno senza aver compiuto un passo, sia
pur piccolo verso la meta prefissata.

Nullam adhibuit memoriam contumeliae:


Non si ricordò affatto dell'offesa(subita). (Cornelio Nepote, Epaminonda, VII).
Cornelio loda Epaminonda di non essersi vendicato di chi l’aveva offeso. Per un pagano è già una bella
lode
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Nulla reparabilis arte laesa pudicitia est: deperit illa semel:
Non esiste modo di ripristinare una castità violata: la si perde una volta sola, oppure
Non c'è modo di ricuperare l'integrità morale una volta persa (Ovidio, Eroides, V, v.104).
Ovidio, attraverso le parole di Enone, sostiene che non è possibile rifarsi una verginità (cosa che i nostri
politici, manager levantini e galoppini vari ancora non hanno assimilato) e, per meglio esprimere il
concetto, si rifà all'atteggiamento di Elena: stando ai vari racconti mitologici, infatti, sembra ci trovasse
troppo gusto ad essere rapita "Illam de patria Theseus "nisi nomine fallor" nescio quis Theseus abstulit ante
sua. A iuvene et cupido credatur reddita virgo? ....... Quae totiens rapta est, praebuit ipsa rapi". (=Prima di
te Teseo, se non mi sbaglio sul nome, un certo Teseo la rapì dalla sua patria. Si può credere che uno,
giovane e pieno di passione, l'abbia restituita vergine?.... Se è stata rapita tante volte, vuol dire che si è
offerta volontariamente al rapimento). Sarà forse questo il motivo per cui Cassandra la definiva "Graia
iuvenca" (=Giovenca greca)?.

Nulli nocendum: siquis vero laeserit, multandum simili iure...:


Non si deve nuocere a nessuno: se qualcuno l'avrà fatto, sarà castigato allo stesso modo.(Fedro, Favole,
Libro I, 26,1).
La Volpe aveva invitata la Cicogna, offrendole in una ciotola una bevanda che quella, data la forma del
becco, non potè nemmeno assaggiare. Questa a sua volta invitò la Volpe, e le offrì un intruglio liquido in
una bottiglia dal lungo collo, che la Volpe dovette guardare solo dal vetro, mentre la Cicogna beveva
allegramente. Equivale al "render pan per focaccia".

Nulli secundus:
Secondo a nessuno (Apuleio, Florida).
"Florida" (= florilegio) raccolta in 4 libri di 23 estratti di discorsi tenuti da Apuleio nei suoi viaggi a Roma
e Cartagine. Oltre alla varietà di tematiche esposte si nota un notevole interesse per l'aspetto formale.
Parlando del filosofo Ippia di Elide (443 a.C.) scrive :"Et Hippias e numero sophistarum est artium
multitudine prior omnibus, eloquentia nulli secundus" (=Anche Ippia è da annoverare tra i sofisti, primo fra
tutti per la quantità delle sue arti e secondo a nessuno in eloquenza).

Nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum:


A nessuno ha recato danno l'aver taciuto nuoce l'aver parlato ( Disticha de moribus, Libro I, 12).
Tante sono le espressioni latine che come questa invitano a collegare la lingua al cervello prima di... dare
aria ai denti. Dalla Bibbia ai giorni nostri poeti, scrittori e filosofi hanno cercato di spiegare il concetto ma
con scarsi risultati. Nemmeno il re Salomone, considerato il sapiente per "antonomasia", è riuscito
nell'intento nonstante affermasse che "Mala aurea in ornatibus argenteis, verbum prolatum in tempore
suo" (=la parola detta nel momento giusto è come delle mele d'oro su un vassoio d'argento) (Antico
Testam., Proverbi, 25,12).
Il detto attribuito, senza troppo fondamento, ad un certo Dionisio Catone fa parte di una raccolta di
sentenze morali risalente al secondo secolo d.C. che qui riportiamo per intero "Rumorem fuge, ne incipias
novus auctor haberi, nam nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum" (=Evita le chiacchiere perchè non ti
capiti di essere ritenuto autore di qualche maldicenza, a nessuno infatti nuoce aver taciuto, nuoce l'aver
parlato). Molto spesso si usa solo l'espressione abbreviata "Rumores fuge".

Nullius dioceseos:
Di nessuna diocesi.
Vedi anche "In partibus infidelium". Con questa espressione "curiale" dalla Chiesa Cattolica vengono
definiti i vescovi non responsabili di alcuna diocesi e le abbazie che dipendono direttamente da Roma.

Nullius in verba:
Sulle parole di nessuno (Orazio, Epistole, Libro I, 1, v.14).
Questo motto, tratto da una epistola di Orazio venne adottato dalla Royal Society of London, fondata nel
1660, e della quale fu presidente anche Isaac Newton. La frase esatta sarebbe: "Nullius addictus in verba
magistri" (= Sottomesso alle parole di nessun maestro). E' l'invito a non dare nulla per scontato e a non
accettare supinamente le altrui idee senza averle prima vagliate.

Numera stellas, si potes:


Conta le stelle se puoi (Antico Testam., Gn, 25, 3).
Parole che Dio disse ad Abramo per annunziargli la moltitudine dei suoi figli e discendenti. La frase si cita
parlando di riunioni molto numerose o anche di cose impossibili a numerarsi completamente.
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Numero Deus impare gaudet:
Dio ama i numeri dispari. (Virgilio, Egloghe, VIII, 75).
Credevano gli antichi che i numeri dispari avessero speciali virtù. Dante stesso non riuscì a sottrarsi a
questa corrente del tempo, e strutturò la Divina Commedia sul numero tre e i suoi multipli: tre cantiche, tre
fiere che gli sbarrano il passo, tutta l’opera in versi legati a tre a tre (terzine), il viaggio oltremondano
suddiviso in tre regni, ecc.

Numquam est fidelis cum potente societas:


L'alleanza con il potente non è mai sicura. (Fedro, Favole, Libro 1, 5, 1).
Primo verso e morale della favola esopiana, nella quale il leone, dopo esser andato alla caccia con altri
animali più deboli, nel far le parti, finisce, accampando pretesti di ogni genere , coll’attribuirsi tutta la
preda.

Numquam omnes hodie moriemur inulti:


Nessuno di noi oggi morirà invendicato (Virgilio Eneide Libro II v. 670).
Vedi anche "una salus victis, nullam sperare salutem". I Greci, entrati a Troia con l'inganno del cavallo, la
stanno mettendo a ferro e fuoco. Solo pochi, ormai, resistono alla furia degli attaccanti ai quali anche gli dei
dell'Olimpo si sono uniti. In simili condizioni altro non resta che morire con le armi in pugno come Enea
dice di voler fare dopo aver visto lo scempio di vite umane fatto da Pirro nel palazzo di Priamo ed il poeta
gli fa esclamare "Arma, viri, ferte arma; vocat lux ultima victos" (=Le armi, o uomini portate le armi;
l'ultima luce chiama i vinti).

Numquam periclum sine periclo vincitur:


Il pericolo non lo si vince mai senza pericolo (Publilio Siro, Sententiae 383)
La frase viene riportata anche a Aulo Gellio (Notti Attiche libro XVII p. XIV) dove citando alcune
sentenze di Publilio e commentandole dice che le trova "lepidae et ad communem sermonum usum
commendatissimae" (=brillanti e adattissime al comune utilizzo nei discorsi).

Nunc dimittis servum tuum, Domine:


Ora licenzia il tuo servo o Signore. ( Nuovo Testam., Lc, 2, 29).
Parole preferite dal santo vecchio Simeone, dopo aver visto il Redentore del mondo. Sono state ripetute da
personaggi storici, che con le loro vittorie consideravano concluso il loro ciclo terreno, o da Santi al
momento della morte. Scherzosamente si ripete per prender commiato da qualcuno.

Nunc est bibendum:


Ora finalmente si può bere. (Orazio, Odi, I, 37, 1).
La frase completa è "nunc est bibendun, nunc pede libero pulsanda tellus" (=Adesso finalmente si può bere
e danzare). Ovviamente Orazio non intendeva parlare di acqua ma di buon vino. Trattandosi di celebrare la
vittoria di Azio, un brindisi col calice alla mano, era proprio d’occasione. Si può ricordare il motto agli
amici, dopo qualche successo, per il tradizionale brindisi.
13.12.10 . Ugo C., che ringraziamo per la segnalazione, ci ricorda che "Bibendun" è il nome con cui è
conosciuto il simpatico "Omino Michelin" il cui corpo è fatto dalle camere d'aria degli pneumatici.
L'industria francese infatti introdusse, forse prima tra le altre, copertone e camera d'aria in sostituzione
delle gomme piene. Nel manifesto creato dall'artista francese O'Galop (pseudonimo di Marius Rossillon),
l'omino Michelin è rappresentato mentre solleva una coppa piena di chiodi esclamando : "Nunc est
bibendum" c'est-a-dire: a votre santè le pneu Michelin boit l'obstacle! (= Ora finalmente si può festeggiare,
cioè: lo pneumatico Michelin si beve l'ostacolo alla vostra salute).

O
Obtorto collo:
Con il collo storto, contro la propria volontà.
Credo che "obtorto collo" sia stato coniato nel giorno in cui i romani durante la seconda guerra sannitica,
accerchiati nelle gole di Caudio (321 a.C.), furono costretti ad inchinarsi passando sotto un giogo di lance
dei sanniti. I sanniti avevano vinto la guerra ed era una costrizione simbolica che significava
l'assoggettamento dei romani ai loro vincitori.
Vedi anche:"Sub iugum miserunt"
Ringraziamo Chiara T. per aver inviato questo commento totalmente condiviso.
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O cives, cives, quaerenda pecunia primum est, virtus post nummos:
O cittadini, cittadini, prima si deve cercare il denaro, e dopo il denaro la virtù. (Orazio, Epist., I, 1).
Cioè prima l’utile, poi l’onesto. È una morale sbagliata, ma nella vita spesso la realtà è questa, ed è perciò
che il Poeta da ironicamente tale consiglio.

Oculos habent et non videbunt:


Hanno gli occhi e non vedono
vedere :Manus habent, et non palpabunt.

Oculum pro oculo, et dentem pro dente:


Occhio per occhio, dente per dente.(Antico Testamento Esodo 21,24).
Vedere "Par pari refertur".

Oculus domini saginat equum:


L'occhio del padrone ingrassa il cavallo (Autore... ignotissimo).
Non credo si tratti di un detto che ci arriva dal latino classico ma lo si usa ad ogni piè sospinto e suona
talmente bene anche in latino che non potevo esimermi dal citarlo. Lo troviamo frequentemente sulle labbra
di chi dando in gestione a terzi i propri beni o le proprie attività interviene di quando in quando per
verificare la correttezza della gestione. Oppure in altro caso viene usato come richiesta di aiuto o consiglio
rivolta dal subordinato al datore di lavoro allo scopo di scaricare, anche su quello, parte della responsabilità
nella decisione che verrà presa.

Oderint, dum metuant:


(Mi) abbiano in odio, purché (mi) temano. (Cicerone, De off, I, 28, 97).
Cicerone cita la frase attribuendola al poeta tragico Accio; si adatta a personaggi dispotici e tiranni, che si
attirano avversione e odio, anziché fedeltà ed amore, finendo col danneggiare se stessi.

Oderint, dum probent:


Mi odino ma mi approvino (Svetonio, Vita dei Cesari, Tiberio, 59).
L'imperatore Tiberio, successo ad Augusto, governò poco e male e fu disprezzato dal popolo. Alla sua
morte la plebe, che da vivo lo aveva ingiuriato in ogni modo, voleva addirittura buttarne il cadavere nel
Tevere. Incurante delle critiche e maldicenze nei suoi confronti e forte del detto "Mi odino puchè facciano
quello che dico" sembra non punisse mai i colpevoli sostenendo che anche le lingue e le menti devono
essere libere in una città libera.

Odi profanum vulgus:


Io odio il volgo ignorante. (Orazio, Odi, III, 1, 1)
Il significato che si ricava dalla lettura dell’ ode, è che il Poeta aveva in disprezzo gli uomini del popolo
rozzi ed ignoranti, che non arrivavano a capire e a gustare le bellezze della poesia. La frase completa è:
"Odi profanum vulgus et arceo. Favete linguis" (= Disprezzo il volgo ignorante e lo tengo lontano.State
zitti).

O et praesidium et dulce decus meum!:


O mio appoggio e mio decoro! (Orazio, libro I, ode I, v.2)
E' il secondo verso di un'ode dedicata a Mecenate amico e protettore del poeta. Tanti sperano di essere
ricordati per le loro gesta, al poeta sembrerà di toccare il cielo se Mecenate ne riconoscerà la vena poetica :
"Quod si me lyricis vatibus inseres, sublimi feriam sidera vertice".

O felix culpa:
O colpa felice. (sant'Agostino).
Troviamo quest'espressione, presa da una omelia di sant'Agostino, nell' Exultet, inno noto anche come
"Praeconium" (=Annuncio o lode solenne ) che il Sabato Santo, durante la benedizione del cero pasquale,
annunciava la resurrezione di Gesù.
La Chiesa arriva a definire "beata" la colpa di Adamo, perché essa ci procurò i vantaggi infinitamente
superiori del Redentore. "O felix culpa quae talem ac tantum meruit habere Redemptorem" (= O felice
colpa che meritò di avere tale e tanto Redentore). L’esclamazione si applica a quegli sbagli che
casualmente sono fonte di qualche beneficio.
123 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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O fortunatam natam me consule Romam:
O Roma fortunata, nata sotto il mio consolato! (Cicerone Fragmentum VIII Ep. ad Att. II. 3,4)
Convinto di aver salvata Roma per la seconda volta sventando la congiura di Catilina non esitò a
proclamare che quanto da lui compiuto per la salvezza della patria superava in grandezza quanto un essere
umano fosse in grado di compiere. Sostenne, in un discorso al Senato, che il salvataggio di Roma, avvenuto
per merito suo, era da ritenersi un'azione più grande della stessa fondazione della città per opera di Romolo.
Già allora, questo grande oratore, nella sua gigioneria, spiegava ai nostri attuali politici come conquistare la
folla e riuscire ad essere rieletti pur dopo essersi... resi ridicoli. Tutto questo in omaggio al detto:"Vulgus
vult decipi, ergo decipiatur" (=Il popolino vuole essere imbrogliato...e allora imbrogliamolo).

O fortunati quorum iam moenia surgunt:


Fortunati coloro ai quali già le mura sorgono (Virgilio Eneide Libro I v. 437).
Al profugo Enea sorge spontaneo simile sfogo considerando come i sudditi di Didone, in Cartagine,
abbiano già trovata la loro nuova patria. E' un cruccio ricorrente questo dell'eroe troiano: poter dare a quanti
hanno creduto nelle sue promesse una nuova Ilio.

O fortunatos nimium, sua si bona norint, agricolae:


Troppo fortunati sarebbero i contadini, se conoscessero i loro beni. (Virgilio,Georgiche, Il, 458).
Il poeta mantovano amava moltissimo la bellezza e l’incanto della vita campestre.

Oleum et operam perdidi:


Ci ho rimesso l'olio e la fatica! (Plauto, Poenulus, a. I).
Si dice di lavori lunghi e faticosi che non ottengono il risultato sperato , che ci lasciano cioè a mani vuote
col danno e le beffe.

O miseras hominum mentes, o pectora caeca!:


O misere menti degli uomini, o petti ciechi (insensibili)! (Lucrezio De rerum natura libro II v. 14)
Verità ripetuta sovente dopo Lucrezio.

Omissis:
Tralasciate (le altre informazioni).
Termine frequentemente usato negli atti notarili quando certe informazioni non vengono fornite perché non
indispensabili per chi legge o nel rispetto della privacy, ma che comunque la loro "omissione" nulla toglie
alla completezza e alla comprensibilità dell'informazione.

Omne ignotum pro magnifico:


Tutto ciò che è sconosciuto sembra magnifico. (Tacito, Vita di Agricola, 30).
Può intendersi nel senso buono, cioè che l’ignoto esercita sempre un grande fascino sui valorosi. Oppure si
può intendere in senso satirico, quando si applaudono discorsi o rappresentazioni delle quali non s’è capito
nulla giudicandole appunto per questo... sublimi!

Omnem locum sapienti viro patriam esse:


Ogni luogo è la patria per il saggio. (Seneca Dialogo Consolatio ad Helviam matrem).
In quest'opera dedicata alla madre, Seneca inviato in esilio in Corsica perché accusato di adulterio con
Giulia Livilla, sorella di Caligola e nipote di Claudio, la rassicura sulla propria fermezza d'animo e, benché
si consideri la vera vittima dell'avversa fortuna, trova argomenti per essere il consolatore dei propri cari.

Omnes feriunt:
Tutte feriscono.
Motto inciso su meridiane con allusione alle ore che passano portando ciascuna la sua pena, piccola o
grande.

Omne solum forti patria est:


Ogni terra è patria del forte (Ovidio Fasti Libro 1 v. 493).
L'uomo di saldi principi non teme nulla qualunque sia il paese in cui, costretto dagli eventi, si trova ad
abitare: esattamente come i pesci si trovano a loro agio nel mare e gli uccelli nell'immensità dei cieli "aut
piscibus aequor, ut volucri vacuo quicquid in orbe patet". Don Abbondio molto meno poeticamente invece
al cap. XXXVIII dei Promessi Sposi afferma che la patria è quella in cui si sta bene (leggi: dove non si
hanno noie).
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Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci lectorem delectando pariterque monendo:
Ha raggiunto il suo obiettivo chi sa mescolare l’utile con il piacere, riuscendo nello stesso tempo a
divertire e ammaestrare il lettore (Orazio Ars poetica vv 343-344)
Per Orazio e i suoi contemporanei la poesia non doveva consistere in un puro esercizio artistico ma
possedere carattere didascalico e impartire insegnamenti religiosi e morali. È la dote essenziale che
dovrebbe formare la caratteristica anche dei libri di lettura amena.
Detto segnalato da Sara

Omnia cum pretio:


Ogni cosa ha un prezzo (Giovenale , Satire, Libro I, III, 183-184).
Veramente la espressione corretta di Giovenale sarebbe "Quid te moror? Omnia Romae cum pretio"
(=Perché farla lunga? Tutto si può comprare a Roma) ma avendo la frase, purtroppo, un significato
universale ognuno la adegua alle proprie necessità ed esperienze.

Omnia fert aetas:


Il tempo porta via tutte le cose (Virgilio Bucoliche Egloga IX).
Nel dialogo tra Lycida e Moeris, due pastori-poeti, quest'ultimo ricorda con malinconia quando da fanciullo
riusciva con facilità a mandare a memoria una quantità incredibile di versi mentre ora, con il passare degli
anni, si sente privato delle sue facoltà mentali, della memoria, del suo "animum": omnia fert aetas, animum
quoque.

Omnia mea mecum porto:


Porto tutte le mie ricchezze con me.
Questa frase è stata attribuita a tanti personaggi: Da Biante, uno dei sette saggi della Grecia, a Diogene che
vedendo un ragazzo bere dall'incavo delle mani buttò anche la ciotola che rappresentava l'unico suo bene,
al filosofo Stilpone che quando Demetrio il Poliorcete, conquistata Megara, gli chiese se avesse perso
qualche cosa:"Nulla rispose, ho tutto con me!" . A pieno diritto lo può dire la chiocciola che lemme lemme
viaggia da milioni di anni con la casa sulle spalle, ma tra i tanti preferisco l'intuizione di san Paolo che,
dando un senso morale alla frase, spiega che la santità si costruisce su quel bagaglio umano che ciascuno
porta con sé.

Omnia munda mundis:


Tutto è puro per quelli che sono puri (Nuovo Testamento Lettera a Tito 1,15).
Cioè quelli che sono di animo retto, non si scandalizzano facilmente, ma sono pronti a cercare sempre il
lato buono in tutte le cose e ad interpretare in modo positivo le azioni e le intenzioni del prossimo. Quando
fra Cristoforo, per far fuggire Lucia e Agnese(Manzoni, Promessi Sposi, cap. VIII), le introduce in chiesa,
di notte, il sagrestano, scandalizzato, protesta, ma il santo frate lo zittisce con le parole dell'apostolo Paolo.

Omnia mutantur:
Tutto cambia (Ovidio Metamorfosi Libro XV v. 165).
Potrebbe ricordare il detto di Eraclito "Panta rei" (Tutto scorre) se non fosse per la seconda parte
dell'esametro"Nihil interit" (Ma nulla scompare) che ci riporta a Francesco Bacone che nel 1620 enunciava
la legge della conservazione della materia e alla successiva legge di A. L. de Lavoisier relativa alla
conservazione della massa nelle trasformazioni chimiche. Per Ovidio, nelle Metamorfosi, l' universo è visto
come luogo di eterna trasformazione quasi una continua metempsicosi.

Omnia serviliter pro dominatione:


Comportarsi servilmente per giungere al potere. (Tacito, Liber primus historiarum cap. XXXVI)
Nel 69 d.C. Ottone (ex marito di Poppea) congiura contro l'imperatore Galba. Racconta Tacito che costui
per essere accettato dal popolo cercava in tutti i modi di ingraziarselo stendendo le mani in segno di
adorazione (protendens manus adorare vulgum) inviando baci (iacere oscula) ed abbassandosi a fare ogni
cosa pur di... "arrivare" (et omnia serviliter pro dominatione). Rimase imperatore per pochi mesi sostituito
da Vitellio che neppure lui ebbe la fortuna di vedere la fine dell'anno sostituito da Vespasiano. Ora,
rileggete il detto e pensate di quante persone (politici, amici, colleghi) possiamo dire che pur non avendo la
faccia di ...Ottone, mostrano di averla di ... bronzo!

Omnia tempus habent:


Ogni cosa ha il suo tempo (Antico Test. Ecclesiaste 3, 1)
"Ecclesiaste", vocabolo greco che significa: "colui che parla davanti ad una assemblea" è probabilmente un
giudeo, maestro di saggezza che comunica le proprie esperienze ai lettori: ogni umana attività non è che
125 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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vanità, tutto è destinato a finire. L'insegnamento generale del libro non spinge però al pessimismo, anzi
vuol essere un aiuto per evitare quelle illusioni che impediscono di godere di una felicità, ancorché
parziale, nella vita.

Omnia vincit amor et nos cedamus amori:


L'amore supera ogni cosa e anche noi cediamo all'amore (Virgilio, Egloghe, X, 69).
Inutile spiegare perché l'amore supera tutti gli ostacoli...!

Omnis ars naturae imitatio est:


Ogni opera d'arte altro non è che la imitazione di ciò che esiste in natura (Seneca, Lettere morali a Lucilio,
Libro VII , 65,3).
Anche se di fronte ad un bellissimo quadro è normale esclamare: "è talmente bello da sembrare vero", e
davanti ad un panorama mozzafiato ci viene da dire: "sembra un quadro", concordo totalmente con quanto
sostenuto da Seneca anche se Oscar Wilde giudicando con il suo solito umorismo i paesaggi del pittore
francese Jean-Baptiste Camille Corot (1796-1875) scrive:" la natura imita ciò che l'opera d'arte le propone.
Avete notato come, da qualche tempo, la natura si è messa a somigliare ai paesaggi di Corot?"

Omnis homo mendax:


Tutti gli uomini sono bugiardi (Antico Test. Salmo 115 v.11).
Non si tratta di un giudizio negativo del salmista nei confronti dell'umanità dopo aver assistito a qualche
tavola rotonda tra politici o a qualche comizio, anzi...! Il salmo, da cui questa espressione è presa,
contrariamente a quanto potrebbe sembrare, è un bellissimo inno di grazie a Dio per tutti i benefici elargiti
ai suoi figli.

Omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput:


Chiesa madre e sopra a tutte le chiese di Roma e del mondo.
Si tratta del titolo che spetta alla Basilica di San Giovanni in Laterano, perchè cattedrale della diocesi di
Roma e sede ecclesiastica ufficiale del Papa, contenendovi la cattedra papale o Santa Sede. Il suo nome
completo è: "Archibasilica Sanctissimi Salvatoris et Sancti Iohannes Baptista et Evangelista in Laterano
omnium urbis et orbis ecclesiarum mater et caput” (=Arcibasilica del Santissimo Salvatore e dei Santi
Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano madre e capo di tutte le chiese della città e del mondo).

Opera omnia:
Tutte le opere.
Con tale espressione si definisce la totalità delle opere di un determinato autore, filosofo, romanziere,
musicista...

Opes invisae merito sunt forti viro, quia dives arca veram laudem intercipit:
Le ricchezze sono giustamente disprezzate dall'uomo saggio, perché uno scrigno ricco impedisce la lode
genuina. (Fedro, Favole, Libro IV, 12, 1).
Dante loda appunto Fabrizio per aver preferito alle ricchezze una onorata povertà.

Opes regum, corda subditorum:


La ricchezza dei re sta nell'amore dei sudditi .
Motto dell'Ordine Imperiale di Leopoldo istituito da Francesco I d'Austria nel 1808 in memoria del suo
predecessore Leopoldo II. La medaglia consisteva in una croce patente recante al centro uno scudetto
circolare con le iniziali "FIA" (Franciscus Imperator Austriae) , il tutto circondato nel recto da una bordura
con il motto "Integritate et Merito" (= per il disinteresse e il servizio reso) e nel verso appunto la scritta
"Opes Regum Corda Subditorum".

Oportet studuisse:
Bisogna aver studiato (Proverbio medioevale).
Si trova con lo stesso significato "Non oportet studere sed studuisse" oppure "Oportet studuisse non
studere"... praticamente se non è zuppa è pan bagnato.

Opus incertum:
Opera irregolare
Come dice la traduzione si tratta di opere in muratura con pietre a vista cementate tra loro con calce e
disposte in modo irregolare oppure pavimentazioni rustiche ottenute con pietre irregolari, normalmente
trapezoidali, in modo da ottenere un disegno non geometrico.
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O qualis facies et quali digna tabella:
Che atteggiamento e di quale quadro degno (Giovenale, Satire, X, vv. 155-158).
Tale espressione è riferita ad Annibale il condottiero che non seppe sfruttare una vittoria che forse avrebbe
modificato il corso della storia. Delle sue vittorie, delle sue gesta, del suo orgoglio nulla resta se non pochi
grammi di cenere come racconta la bellissima canzone di Giorgio Gaber del 1970 dal titolo: Pesa Annibale
(vedi: "expende Hannibalem")
'Acti" inquit "nihil est, nisi Poeno milite portas frangimus et media vexillum pono Subura.
O qualis facies et quali digna tabella, cum Gaetula ducem portaret belua luscum! (="Nulla abbiamo fatto,"
esclama" se non sfondiamo le porte di Roma con l'esercito carteginese e non pianto il mio vessillo in mezzo
alla Suburra". Uno spettacolo degno di un quadro, mentre la belva di Getulia porta quel condottiero orbo!).

Ora et labora:
Prega e lavora.
Espressione che ben riassume i due momenti che, in un rapporto equilibrato tra preghiera e lavoro,
scandivano le giornate nelle comunità religiose dal medioevo in poi. Nel silenzio dei chiostri, migliaia di
monaci hanno contribuito a costruire con il loro paziente lavoro l'Europa salvando opere d'arte, opere
letterarie, dissodando regioni intere e contribuendo in modo determinante ad amalgamare la cultura greco-
romana e quella dei nuovi popoli conquistatori.

Orbis terrarum divitias accipere nolo pro patriae caritate:


A tutte le ricchezze del mondo preferisco l'amore per la patria.(Cornelio Nepote, Epaminonda, IV).
Dovrebbe esser il motto, il pensiero, l’aspirazione di ognuno.

Oremus:
Preghiamo.
Era l'invito fatto dal sacerdote ai fedeli a pregare quando ancora nella messa e in tutte le altre preghiere
veniva usata la lingua di Cicerone.

Ore rotundo:
Con la bocca arrotondata. (Orazio, Ars poetica, v. 323).
E' proprio dell'oratore godere nel riascoltare l'eco della propria voce che dal fondo della sala ritorna a
solleticarne la vanità. Una divagazione sul tema: "Ore rotundo" è come ostinatamente il "direttore di
corale" chiede ai suoi coristi di atteggiare la bocca per emettere suoni gradevoli e ben intonati.

O sancta simplicitas:
Oh santa semplicità.
Attribuita senza alcun fondamento Jan Hus (1371-1415). Teologo e riformatore religioso boemo venne
scomunicato dalla Chiesa Cattolica, condannato dal Concilio di Costanza per eresia e bruciato sul rogo.
Avrebbe pronunciata questa frase sul rogo vedendo un contadino, spinto dall'ignoranza o dal fanatismo,
portare una fascina per alimentare il fuoco.

O sancte Deus quanta mala patimur pro Ecclesia sancta Dei:


O santo Iddio, quanto stiamo soffrendo per la santa chiesa di Dio (Papa Martino IV; 1281-1285)
Così si dice esclamasse questo papa ogniqualvolta la digestione si presentava difficile. Incontrandolo nel
suo viaggio ultraterreno (Purgatorio XXIV, 23-24) Dante scrive: "...purga per digiuno l'anguille di Bolsena
e la vernaccia". Di questa sua eccessiva golosità ne scrivono ampiamente i contemporanei.
Si racconta fosse ghiotto di anguille pescate nel lago di Bolsena e delle quali, dopo averle annegate nella
Vernaccia ligure ed arrostite, ne faceva pantagrueliche scorpacciate con conseguenti problemi di
digestione. Alla sua morte si racconta venisse composto un epitaffio di questo tono: "Gaudent anguillae
quia mortuus hic iacet ille qui quasi morte reas excoriabat eas" (=Gioiscono le anguille perché qui giace
morto colui che le scuoiava quasi fossero ree di morte).

Osanna:
Salve - Evviva -.
È voce latinizzata dall’ebraico, divenuta ormai di uso corrente: "Oggi l’osanna, domani il crucifige".
127 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Os ex ossibus meis et caro de carne mea:
Ossa delle mie ossa e carne della mia carne (Antico Testam., Genesi, 23-24).
Povero Adamo, chissà cosa ha pensato e provato vedendo Eva. Deve aver capito che la bella vita era finita.
Perchè considero un dato di fatto che la donna sia superiore all'uomo?. Il Creatore non è partito da zero e
quel minimo di esperienza che si era fatto nel tentativo di impastare il primo uomo gli ha permesso di
eliminare alcuni difetti di fabbricazione... oddio "bug" nei millenni se ne sono scoperti... ma a tutti sembra
vadano bene così!

Os habent et non loquentur:


Hanno la bocca e non parlano.
vedi "Manus habent, et non palpabunt".

Os homini sublime dedit:


Diede all'uomo un volto per il cielo (Ovidio Metamorfosi Libro I v. 85).
Questo verso si trova nella descrizione che il Poeta fa della creazione dell’uomo, per metterne in evidenza
tutta la nobiltà ed eccellenza a paragone delle altre creature. Il poeta racconta infatti come tutti gli esseri
viventi, ad eccezione dell'uomo, tengano lo sguardo rivolto verso terra. Solamente all'uomo gli dei hanno
concesso un volto eretto, per permettergli di guardare il cielo ed innalzare lo sguardo verso le stelle…"
"...Os homini sublime dedit caelumque tueri lussit et erectos ad siderea tollere vultus…"

Os stulti contritio eius:


La bocca dello stolto è la sua rovina (Antico Testam. Proverbi 18,6-7 ).
Libro essenzialmente didattico quello dei "Proverbi" mostra, se rapportato agli altri, una caratteristica
esclusiva. L'ammaestramento e la parola di Dio, infatti, non vengono attuati e rivelati con il racconto dei
trionfi o delle tragedie di Israele, attraverso i castighi o i prodigi che Dio ha fatto per il suo popolo, ma per
immagini e avvenimenti presi dalla vita quotidiana, il tutto raccontato con espressioni abituali al popolo e
sedimentati in una sapienza secolare. Pensiamo fare cosa gradita riportando tutto il versetto da cui la
citazione è tolta: "Labia stulti inmiscunt se rixis et os eius iurgia provocat. Os stulti contritio eius et labia
illius ruina animae eius" (=Le labbra dello stolto provocano liti e la sua bocca gli provoca percosse. La
bocca dello stolto è la sua rovina e le sue labbra sono un laccio per la sua vita).
Detto segnalato da Massimo S.

O tempora! o mores!:
Che tempi...! Che costumi...! (Cicerone, Catilinaria, I).
Nella foga del discorso contro Catilina, che aveva tentato di farlo assassinare, Cicerone deplora la perfidia e
la corruzione dei suoi tempi. La frase si ripete per criticare usi e costumi del presente, ma per lo più in tono
scherzoso.

O terque quaterque beati!:


O voi beati tre e (anche) quattro volte
È una lode che Enea rivolge ai Troiani morti per la difesa della loro patria. È un’ imitazione di un analogo
passo di Omero.

Otia et negotia:
Ozi e occupazioni.
Il vocabolo "otium" indicava, per i romani, il tempo libero dedicato ad occupazioni scientifiche o culturali
per diletto e senza scopo di lucro, quello cioè che con termine inglese definiamo "hobby" e per estensione
diciamo che chi non non fa nulla "ozia". Per contro il termine "negotium", composto da nec e otium, indica
un'occupazione, una attività dalla quale ne deriva un guadagno e per traslato si è passati a definire
"negozio" anche il luogo in cui questa attività lucrativa viene svolta. A questo punto nessuno pensi che
durante i famosi "Ozi di Capua" i soldati di Annibale spendessero il proprio tempo a scrivere libri o a
studiare il latino... oziavano proprio!

Otium cum dignitate:


Nobile indolenza. (Cicerone De Oratore Libro I, !-2)
Con questa espressione Cicerone cerca di autoconvincersi che questo trascorrere il tempo in attività amene
sia l’ideale del cittadino romano ritiratosi dalla vita pubblica. Anche in questa occasione, e chi ne dubitava,
parla di sé stesso. Esautorato da Cesare da ogni carica si comporta come la volpe con l'uva, definendo
"otium cum dignitate" il lavoro svolto durante questa forzata inattività politica, per comporre le Tuscolane.
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Otium sine litteris mors est et hominis vivi sepultura:
Il riposo senza gli studi equivale alla morte, è la tomba di un uomo vivo (Seneca Ad Lucilium, X 82).
Vedi anche "otia et negotia". Per i Greci e i Romani gli svaghi e gli impegni della vita pubblica erano una
piacevole alternanza... almeno a parole. Infatti Cicerone che predicava bene ma razzolava male scrive (De
officiis, III, 1) "nostrum autem otium negotii inopia, non requiescendi studio constitutum est" (=il mio ozio,
invece, è imposto non già dal desiderio di quiete, ma dal non aver più nulla da fare), e nel De Oratore Libro
I, !-2 parla addirittura di "otium cum dignitate".

O ubi campi!:
(Felici quei luoghi) dove vi sono campi. (Virgilio, Georgiche, lI, 485).
È una delle frequenti espressioni di Virgilio, il cui ideale era la vita tranquilla e felice della campagna.

Oves et boves:
Pecore e buoi (Nuovo Test. Gv. 2, 14).
L'evangelista racconta che Gesù trovò i mercanti di pecore, buoi , colombe e i cambiavalute seduti nel
tempio di Gerusalemme ."Et invenit in templo vendentes oves et boves et columbas, et nummularios
sedentes". Sarà questa visione a scatenare la collera di Gesù nei confronti di questi mercanti che caccerà dal
tempio fustigandoli . Con questa espressione si indica solitamente un raggruppamento eterogeneo senza
una precisa logica. Non mi sento quindi di applicare simile espressione "Oves et boves" agli animali che
entrarono nell'arca durante il diluvio. Il buon Mosè infatti fece il carico secondo un preciso e dettagliato
piano di imbarco.
(vedi Antico Test. Gen. 7,13-17).

P
Paenitere tanti non emo:
Non pago così caro un pentimento (Aulo Gellio, Noctes Atticae, Libro I, 8,6).
Sono le parole che, Demostene (politico ed oratore greco) rivolse alla cortigiana Laide .
Un detto greco sconsigliava di recarsi a Corinto se non si era disposti a pagare la tariffa che Laide chiedeva.
“Ad hanc ille Demosthenes clanculum adit et, ut sibi copiam sui faceret, petit. At Lais myrias drachmas
poposcit, hoc facit nummi nostratis denarium decem milia. Tali petulantia mulieris atque pecuniae
magnitudine ictus expavidusque Demosthenes avertitur et discedens "ego" inquit "paenitere tanti non
emo". Sed Graeca ipsa, quae fertur dixisse, lepidiora sunt: "Ouk onoumai, inquit, myrion drachmon
metameleian.” (= Lo stesso Demostene di nascosto si recò da lei e chiese di potersi unire a lei. Laide
pretese diecimila dracme che equivalgono a diecimila dei nostri denari. Ferito e spaventato per la
sfacciataggine di tale donna le girò le spalle: “Io” disse” a questo prezzo non compro un pentimento. Ma
l’espressione greca , che si racconta abbia usato, è più arguta: “non compro”disse“ un pentimento da
diecimila dracme).
Mi vien da pensare che il vezzo dei politici di accoppiarsi a quelle che, di volta in volta, sono state definite
etere, cortigiane, falene, passeggiatrici, peripatetiche, prostitute, donne di malaffare, stagiste, escort ed altro
ancora, abbia radici lontane.

Palam vel clam:


Apertamente o in segreto (A. Manzoni, I Promessi sposi cap XVIII).
L'espressione latina "palam est" significa "lo sanno tutti" ed il suo contrario "clam", significa ovviamente
"di nascosto, all'insaputa di". Ne "I promessi sposi" troviamo i due avverbi nel dispaccio che il capitano di
giustizia invia al podestà di Lecco con la richiesta di indagare se un certo Lorenzo Tramaglino fuggito da
Milano sia tornato "palam vel clam" al suo paese...

Panem et circenses:
Pane e divertimenti nei circhi (Giovenale, Satire, X, 81).
È il grido dei Romani che facevano consistere la felicità nel grano distribuito loro gratuitamente dallo Stato
e nei giuochi del Circo: una vera vita da epicurei. Se ne hanno vivissime rappresentazioni nel romanzo
"Quo vadis".
129 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Papa pater patrum peperit papissa papellum:
Una papessa che era papa, padre dei padri, partorì un piccolo papa (Epigramma medioevale).
La papessa Giovanna è stata una figura leggendaria di papa donna, che avrebbe regnato sulla Chiesa
dall'853 all'855. È considerata dagli storici alla stregua di un mito o di una leggenda medievale.

Parce mero, coenato parum; non sit tibi vanum surgere post epulas; somnum fuge meridianum:
Non esagerare col vino, fai una cena leggera; non essere pigro ad alzarti da tavola; non fare la siesta
pomeridiana (Regimen Sanitatis Salernitanum).
Il Regimen Sanitatis Salernitanum o De conservanda bona valetudine è un'opera collettiva, anonima, che
riassume i precetti igienici dettati dalla Scuola Medica Salernitana.

Parcere subiectis et debellare superbos:


Risparmiare quanti si sottomettono e sconfiggere i superbi. (Virgilio, Eneide, VI, vv. 851-853).
Si tratta della conclusione del celebre passo in cui Anchise indica al figlio, sceso con la Sibilla nel regno
dell'Oltretomba, la natura e il carattere della immortale civiltà di Roma. La Città Eterna avrà nei secoli,
secondo le epiche parole di Anchise, "Tu regere imperio populos Romane memento: haec tibi erunt artes,
pacisque imponere morem, parcere subiectis et debellare superbos" (=Ricordati Romano di imporre la tua
autorità ai popoli, questo sarà il Tuo ruolo, imporre usanza di pace, risparmiare quanti si sottomettono e
stroncare chi s'oppone) la superiorità militare, politica, organizzativa e giuridica su tutti popoli.
Nulla di epico, invece troviamo in Don Abbondio, al cap. XXIII de "I Promessi Sposi" quanto, costretto a
recarsi nel castello in compagnia dell'Innominato, rivolge allo stesso "un'occhiata pietosa che diceva: sono
nelle vostre mani: abbiate misericordia: parcere subiectis".

Parce sepulto!:
Perdona al sepolto. (Virgilio, Eneide, III, 41).
Perdona a chi è morto: Inutile continuare ad odiare dopo la morte.

Par condicio:
Uguale condizione.
Espressione desunta della frase del linguaggio giuridico romano “par condicio creditorum”, che, in campo
fallimentare, affermava il principio della parità di condizione dei creditori. Negli anni Novanta è entrata nel
linguaggio politico nella sua formulazione ridotta, a indicare la parità tra soggetti politici nell’accesso ai
mass media, e poi usata estensivamente con altri significati analoghi.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Pares cum paribus facillime congregantur:


I simili si accompagnano molto più facilmente con i loro simili.(Cicerone, Cato Maior de Senectute, III.7 ).
Antico proverbio che Catone cita rispondendo a Lelio che si meraviglia come, contrariamente a tanti, lui ha
accettato con serenità la vecchiaia. Essa, spiega, è una conseguenza ineluttabile della giovinezza e il
rifiutarla come Caio Salinatore, Spurio Albino e tanti altri, che cita come esempio, è voler combattere
contro gli dei e "nulla consolatio permulcere posset stultam senectutem" (=nessuna consolazione potrà
lenire una così stolta vecchiaia).
Nelle citazioni simile espressione viene spesso sostituita da "similes cum similibus congregantur" o da
"similia cum similibus congregantur" acquistando una connotazione prettamente negativa. Molto simile è il
concetto espresso dal nostro proverbio: "Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei".
Detto segnalato da Rita G.

Pari passu:
In ugual proporzioni, di pari passo, allo stesso modo.
In ambito economico è una clausola di parità dei crediti. Praticamente è l'impegno esplicito del debitore che
il suo debito godrà di pari trattamento rispetto agli altri suoi crediti non garantiti.

Paritur pax bello:


La pace si ottiene con la guerra. (Cornelio Nepote, Epaminonda, V).
L'attuale atteggiamento delle "superpotenze" ha origini antichissime.

Par pari refertur:


Pareggiare i conti. (Antico Test. Esodo v.23-25).
E' questa una delle regole dettate da Mosè agli ebrei usciti dall'Egitto e verrà abrogata nel Nuovo
Testamento (Mt. 5, 38 e segg.). Si tratta della famosa legge del taglione dove la pena applicata doveva
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essere identica al danno causato: Vita per vita, occhio per occhio... piede per piede... livido per livido.
Contrariamente a quanto può sembrare per il nostro attuale modo di intendere la giustizia, la legge mosaica
rappresentava una notevole innovazione per quei tempi. Non dimentichiamo infatti che presso gli antichi
popoli la pena inflitta per una offesa veniva decisa ed applicata dall'offeso a sua discrezione,
indipendentemente dalla gravità del torto di cui fosse stato vittima.
Equivale al nostro proverbio: rendere pan per focaccia.

Parturient montes: nascetur ridiculus mus:


Partoriranno i monti: nascerà un ridicolo topo. (Orazio, Ars poetica, 139).
Il Poeta critica quegli scrittori che promettono mari e monti, e che poi non sanno mantener le promesse.

Parva libellum sustine patientia:


Sopporta con un pò di pazienza il mio libretto. (Fedro, Favole, Libro IV, 7, 3).
Fedro parla del suo volumetto di favole, che, lungi dall’essere tollerato con pazienza, ebbe tale successo
che fu tradotto in quasi tutte le lingue e commentato dai migliori autori.

Parva necat morsu spatiosum vipera taurum:


La piccola vipera uccide con il morso il possente toro (Ovidio Remedia amoris 421).
Vedi "A cane non magno saepe tenetur aper" (= Spesso il cinghiale viene catturato da un piccolo cane).

Parva sed apta mihi:


Piccola ma sufficiente per me.
Simpatica scritta posta sulla porta della casa di Ludovico Ariosto quando nel 1525 tornò dalla Garfagnana,
dove era governatore, nella città di Ferrara in cui si stabilì definitivamente "Parva, sed apta mihi, sed nulli
obnoxia, sed non sordida... (= Piccola, ma sufficiente per me, su cui nessuno può vantare diritti, non
sporca,...)

Passim:
Qui e là.
Avverbio latino molto in uso fra gli scrittori quando la stessa espressione risulta utilizzata o da più autori o
dallo stesso ma in diverse opere. Anziché citare tutti i riferimenti, operazione lunga e laboriosa, si usa
scrivere il nome dell'autore o degli autori e far seguire il tutto dall'avverbio "passim".

Pater familias:
Il padre di famiglia.
Padre padrone così si poteva considerare il capo famiglia nell'antica Roma. Capo indiscusso di tutto il clan,
a lui erano sottomessi figli e figlie, schiavi, nuore... Su tutti costoro poteva esercitare il diritto di vita o di
morte arrivando il suo potere ad essere, a volte, più forte di quello politico. Al suo trapasso cambiava il
suonatore ma non la musica perché il figlio maggiore ne ereditava l'esercizio del potere.

Pater peccavi in caelum et coram te:


Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te (Nuovo Testam. Lc. 15,18)
"Surgam et ibo ad patrem meum et dicam illi: Pater, peccavi in caelum et coram te et iam non sum dignus
vocari filius tuus; fac me sicut unum de mercennariis tuis”.(=Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami
come uno dei tuoi salariati). Sono le parole del figliol prodigo che, dissipata l'eredità paterna e trovandosi in
difficoltà decide di tornare dal padre che, nella sua bontà, non si limiterà solo a cancellarne la colpa ma a
riprenderlo come figlio.

Patiens quia aeternus:


Paziente perché eterno (sant'Agostino).
Con questa affermazione sant'Agostino spiega l'immutabile pazienza di Dio, al di sopra dei disordini e dei
delitti che accadono nel mondo: Mi viene da supporre che dovevano averne combinate di tutti i colori
quanti sono stati castigati con il "Diluvio Universale". Vorrei ricordare ai nostri politici che non essendo
noi... "eterni" prima o poi rischiano di vederci perdere la pazienza e di essere presi a calci... là "dove non
v'è che luca".
131 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Patria est ubicumque est bene:
La patria è dove si sta bene. (Cicerone. Tusc., V, 37, 108).
Da osservare però che la dolorosa constatazione non è il pensiero di Cicerone, ma da lui riportata come
detta da Pacuvio. (Pacuvio framm 19). Con l'enciclica "Quadragesimo anno" papa Pio XI, criticando
l'imperialismo internazionale del denaro (paragr. 109) scrive "...illinc vero non minus funestus et
exsecrandus rei nummariae internationalismus seu imperialismus internationalis cui, ubi bene, ibi patria
est" (=...dall'altra non meno funesto ed esecrabile, l'internazionalismo bancario o imperialismo
internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene. ). Il concetto viene così espresso da don
Abbondio al cap. XXXVIII dei Promessi Sposi: (e io non lo saprei cosa dire: La patria è dove si sta bene)
ma è possibile trovare anche con identico significato: "Ubi Panis ibi patria" (= La patria è quella in cui ci si
può sfamare).

Pauci quos aequus amavit Iuppiter:


I pochi mortali che il giusto Giove predilesse. (Virgilio, Eneide, VI, 129).
Par di sentire l’evangelico: "Multi sunt vocati, pauci vero electi". Il Poeta intende parlare dei rari mortali
che hanno potuto ritornare dal Tartaro. Ma il verso si applica generalmente ai baciati dalla fortuna, a quelli
che si trovano in condizioni privilegiata di prosperità.

Paucis temeritas est bono multis malo:


La temerarietà è utile a pochi, è nociva a molti. (Fedro, Favole, Libro V, 4, 12).
Come sosteneva Tito Livio: "la temerarietà non è sempre fortunata", e Cicerone aggiungeva: "se la
prudenza è propria della vecchiaia, la temerarietà è propria della giovinezza".

Paulo maiora canamus:


Cantiamo cose alquanto più complesse. (Virgilio, Egloghe, IV, 1).
Si cita la frase per passar da argomenti frivoli a cose più interessanti, o da qualche argomento doloroso ad
altro più consolante.

Pauper Aristoteles cogitur ire pedes:


Il povero Aristotele è costretto ad andare a piedi.
L'insegnamento da sempre è una professione mal retribuita ma almeno un tempo era riconosciuta la
capacità educativa dell'insegnante.

Paupertas impulit audax:


(Mi) spinse la povertà audace. (Orazio, Epist., Il, 2, 51).
Il Poeta dice che fu l’indigenza che lo spinse a far versi; ma nel significato generico la frase vuoi dire che la
povertà spinge a far cose temerarie, che non si farebbero senza il suo stimolo.

Pax et bonum:
Pace e bene .
Formula di saluto caratteristica della predicazione di s. Francesco e dei suoi seguaci, attestata già dalle più
antiche fonti. Compare spesso scritta sulle porte o sulle pareti dei conventi francescani. Nella celebrazione
della messa, all'invito del sacerdote, i fedeli si scambiano vicendevolmente tale augurio dandosi la mano.

Pax multa in cella, foris autem plurima bella:


Nella cella regna un gran pace ma fuori infinite guerre.
L'espressione attribuita ai monaci certosini, fa ovviamente riferimento alla cella del monastero e non alle
celle del carcere.

Pax tecum - Pax vobiscum:


La pace sia con te - La pace sia con voi.
Si tratta di una formula di saluto o benedizione in uso nella chiesa cattolica quando ancora, prima del
Concilio Vaticano II, il latino era la lingua usata in ogni celebrazione religiosa.

Pax tibi:
Pace a te.
Sono le prime due parole della frase che compare nello stemma di Venezia sul libro che il leone di san
Marco tiene aperto con una zampa. Il primo santo patrono di Venezia fu san Teodoro, ma nell'anno 828 san
Marco ne prese il posto dopo che due mercanti, Buono da Malamocco e Rustico da Torcello, ne
trafugarono il corpo dalla città di Alessandria. Il furto delle spoglie del santo trovò giustificazione con una
132 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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leggenda secondo la quale un angelo indicò all'evangelista Marco, approdato sulle isole della laguna mentre
navigava da Aquileia a Ravenna, il luogo del suo riposo eterno dicendogli: "Pax tibi Marce Evangelista
meus" (= pace a te o Marco, mio Evangelista).

Pecunia non olet:


I soldi non hanno odore.
Vedi anche "Vulpem pilum mutare, non mores" (=la volpe cambia il pelo ma non il vizio)
La tradizione vuole che con l'intento di aumentare gli introiti l' imperatore Vespasiano inventasse quei
piccoli monumenti che portano appunto il suo nome. Stabilì poi una tassa per chi li usava ed una
contravvenzione per chi li evitava ed al figlio Tito, puritano e pieno di scrupoli, che protestava, mettendogli
sotto il naso una manciata di sesterzi chiese: puzzano?
Ritengo si possa dare una diversa spiegazione. Il ritrovamento di un gran numero di latrine nelle rovine di
città romane dimostra come già attorno all'anno 100 a.C, se ne conoscesse l'uso. Ne avevano appreso le
tecniche di costruzione dagli etruschi e le abitazioni più fastose già ne erano dotate.
In quelle private lo svuotamento avveniva per mezzo di tubi che scaricavano i residui in una fossa o sulla
strada mentre in quelle pubbliche, già diffuse prima dell'epoca imperiale, e che spesso consistevano in
semplici recipienti di terracotta dove i cittadini romani depositavano "il superfluo peso del ventre"
(Decamerone, II giornata, novella V) lo svuotamento veniva effettuato da poveracci che avevano
trasformato questa umile e maleodorante attività in una fonte di guadagno: indispensabile alla pulizia,
stiratura, tintura dei tessuti e concia delle pelli, l'urina veniva venduta a caro prezzo ai "fullones" (=
lavandai , conciatori). Questo business non sfuggì a Vespasiano che per raggranellare sesterzi tassò la pipì
imponendo una tassa sui proventi che da tale commercio derivavano e come sempre... nulla è nuovo sotto il
sole dell'Italia.

Pecuniae oboedient omnia.


Tutto ubbidirà al denaro. (Antico Testam., Ecclesiaste X, 19)
Il brano dell'Antico Testamento, che riporta simile espressione, è relativo ad un passo dove si elogia il
comportamento del saggio contrapposto a quello dello stolto che passa il proprio tempo banchettando e
divertendosi. Nell'uso comune la frase viene citata con il verbo al presente "pecuniae oboediunt omnia"
tutto ubbisce al...dio quattrino, ed effettivamente possiamo renderci conto di come quotidianamente, al
potere e al denaro, venga posposta la stessa vita umana.

Pecunia fidens:
Confidando nel denaro. (Cornelio Nepote, Lisandro, III).
È la solita teoria dell’onnipotenza del danaro, che talvolta diventa un vero culto.

Pecunia si uti scis, ancilla, si nescis, domina:


Se lo sai usare, il (tuo) patrimonio t'aiuta, altrimenti ne sarai schiavo.
Simile iscrizione la si può leggere affrescata sulla facciata della residenza del Parroco, dietro la chiesa di
Maria Assunta, a Foppolo (Valleve- BG).
Detto segnalato da Franco C

Pede poena claudo:


Il castigo (arriva) con piede zoppicante (Orazio libro III, Ode II v. 32).
Vedi anche: “Culpam poena premit comes”.
La giustizia è spesso tardiva ma difficilmente, per quanto possa sembrare claudicante, smette di inseguire la
colpa. Chissà se cambierà di... passo dopo il voto di fiducia con cui il "Governo Berlusconi" ha approvato,
il 20 luglio 2005, la riforma dell'ordinamento giudiziario... Alessandro Manzoni risponderebbe: giova
sperare caro il mio Renzo (I Promessi Sposi cap.XXXIII). (n.d.r. Oggi 17 novembre 2011, primo giorno del
governo Monti, siamo ancora ai blocchi di partenza).

Pendent opera interrupta:


I lavori iniziati si interrompono (Virgilio Eneide libro IV, v. 88)
Potrebber essere il titolo di una rubrica di "Striscia la notizia" quando il Gabibbo mostra agli italiani dove e
come vengono sperperati gran parte dei soldi delle tasse... Didone innamorata dell'eroe troiano dimentica i
suoi doveri di regina e ogni attività in Cartagine si ferma...anche da noi tante opere vengono avviate e quasi
mai terminate. Perdoniamo Didone che almeno faceva questo per amore, ma non i nostri politici e
imprenditori che (quasi) sempre lo fanno per interesse privato.
133 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Pendetque iterum narrantis ab ore:
E nuovamente pende dalle labbra di colui che parla (Virgilio, Eneide, libro IV, v. 79).
Didone, sempre più innamorata dell'eroe troiano, non vorrebbe tradire la promessa fatta al marito Sicheo,
ma la passione la spinge a chiedere ad Enea di raccontare più e più volte le sue disavventure e ad ogni
ripetizione si scopre pendere dalle labbra di lui che narra.

Peras imposuit Iuppiter nobis duas:


Giove ci diede due bisacce(Fedro, Favole, Libro IV, 10, 2)
Le due bisacce sono quella dei vizi altrui, che portiamo dinanzi, bene in vista, e quella dei nostri, che
portiamo nascosti sulla schiena.

Per aspera ad astra:


Attraverso le asperità (le vie faticose) si arriva alle stelle.(Seneca Hercules furens atto II v. 437)
Chi non ricorda le dodici fatiche di Ercole!!! Oddio oggi in Italia risulta più faticoso per la maggior parte
delle famiglie tirare la fine del mese che compiere imprese eroiche come il figlio di Giove e di Alcmena,
ma come dicevano i latini.... transeat! Ogni ambizioso traguardo richiede sacrifici, e quanto più un'impresa
si presenta difficoltosa, tanto maggiore è la soddisfazione nel riuscire a portarla felicemente a termine.

Per fas et nefas:


Con mezzi giusti e ingiusti.
Cioè con tutti i mezzi possibili. Risente della celebre frase machiavellica che il fine giustifica i mezzi.

Pericla timidus etiam quae non sunt videt:


Il pauroso vede i pericoli anche quando non ci sono! (Publilio Siro Sententiae v. 452).
Per meglio comprendere il senso di questa espressione possiamo riandare con la memoria alla figura di don
Abbondio nei Promessi Sposi. La paura governa la sua condotta accomunando "santi e birboni" che con il
loro atteggiamento turbano il suo mondo.

Perierat, et inventus est:


Si era smarrito ed è stato ritrovato(Nuovo Testam Lc.15 24;32).
Sono le parole che concludono la parabola evangelica del Figliol prodigo. Le troviamo citate al capitolo
XXIII de "I Promessi Sposi" quando, nel giorno della conversione dell'Innominato, il cardinale Borromeo
si rivolge a don Abbondio dicendo:"signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro buon
Padre; ma questo... questo perierat et inventus est". Sempre in questa parabola troviamo un'altra nota
espressione pronunciata dal padre del figlio sciupone, e, come la precedente la troviamo sia al versetto 23
che 30. Si tratta del famoso "vitulus saginatus" cioè del "vitello grasso" che in senso metaforico si dice di
servire a tavola in presenza di un ospite di riguardo. Riporto il testo evangelico "Adducite vitulum
saginatum, occidite et manducemus et epulemur, quia hic filius meus mortuus erat et revixit, perierat et
inventus est”. Et coeperunt epulari" (=Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,
perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a
far festa).

Perinde ac cadaver:
Allo stesso modo di un cadavere.
Sant'Ignazio di Loyola pretese che gli appartenenti all'ordine religioso da lui fondato, quello della
Compagnia di Gesù, pronunciassero oltre ai voti solenni di Povertà Obbedienza e Castità, comuni a tutti gli
ordini religiosi, anche un "quarto voto" di obbedienza totale alla persona del papa "perinde ac cadaver".

Per quae peccat quis, per haec et torquetur:


Ciascuno sarà punito negli stessi modi con cui ha peccato (Antico Testam.,Sap., 11, 17).
È una verità tolta dal Libro della Sapienza, comunemente attribuita a Salomone: parlava per esperienza
personale?

Pertransiit benefaciendo:
Passò facendo del bene. (Nuovo Testam. Atti, 10, 38).
È l’elogio della vita del Redentore. La frase viene spesso incisa su tombe di persone che hanno compiuto in
vita grandi opere di beneficenza, e su annunzi mortuari di persone pie che hanno fatto proprio l’esempio di
bontà del Redentore. Infatti che vi sarebbe di buono su questa terra, se mancasse il conforto di far del bene
al prossimo?
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Picturae sunt libri laicorum:
Le figure sono i libri dei laici (Attribuito a sant'Alberto Magno).
Le raffigurazioni pittoriche di episodi biblici o particolari edificanti delle vite dei santi che ancor oggi
possiamo ammirare sui muri di tantissime cattedrali o semplici chiese non erano un abbellimento ma
avevano un intento didattico ed erano chiamate “Biblia pauperum” (= Bibbia dei poveri). Poiché nel
Medioevo l'analfabetismo tra i ceti meno abbienti era pressochè totale la pittura sostituiva i testi scritti.

Pietas, fundamentum est omnium virtutum:


La rettitudine è alla base di ogni virtù (Cicerone Pro Gneo Plancio XXIX)
La frase completa suona così: "nam meo iudicio pietas fundamentum est omnium virtutum” (=A parer mio
infatti l'amore, la rettitudine è alla base di ogni virtù).
Quanto espresso da Cicerone è stato modificato come segue:"Fundamentum est omnium virtutum pietas in
parentes" (=L'amore verso i genitori è alla base di ogni virtù).

Piscis primum a capite foetet:


Il pesce comincia a puzzare dalla testa.
Il detto napoletano, di identico significato, suona pressapoco così "O pesce fete da ‘a capa". Non posso non
concordare con loro e con tutti gli esperti conoscitori della freschezza del prodotto ittico ma vorrei
sottolineare che, essendo ognuno di noi un piccolo pesce, ogni nostro comportamento non corretto tende ad
aumentare il fetore nella cesta dei pesci e tutto questo nella quotidianità e anche in cose di poco conto.
L'aumento continuo di questa puzza ci impedisce così di capire con oggettività chi ne produca
maggiormente ed è per questo che da anni sopportiamo, senza reagire, certi politici nuovi, vecchi o riciclati.

Plaudite cives!:
Applaudite cittadini!
La claque esisteva già al tempo di Roma antica, ma era riservata a chi se la poteva permettere con il sistema
del clientelismo, non ancora morto nella nostra politica. Solo i poveri attori, poeti e istrioni al termine delle
loro fatiche teatrali dovevano umiliarsi a richiedere "all'inclito pubblico" un riconoscimento alla loro fatica
con l'invito: “Plaudite, cives!” Quante volte pure noi siamo tentati di imitarli quanto ci sentiamo ignorati
nonostante le nostre fatiche.

Plurima mortis imago:


I tanti aspetti della morte (Virgilio, Eneide, libro II, v. 369).
Enea continuando nel suo triste racconto a Didone ricorda l'ultima notte della città di Troia messa a ferro e
fuoco dai Greci. In ogni dove sangue e lacrime, corpi trafitti dalle spade e orrendamente mutilati: la morte
quella notte si presenta sotto i suoi molteplici e più disumani aspetti.

Pluris est oculatus testis unus quam auriti decem:


Vale più un teste oculare che dieci che testimoniano per sentito dire (Plauto, Truculentus, Atto II, VI, 489).
"Pluris est oculatus testis unus quam auriti decem: qui audiunt audita dicunt, qui vident plane sciunt"
(=Vale più un teste oculare che dieci che testimoniano per sentito dire: coloro che ascoltano raccontano
quello che hanno ascoltato quelli che vedono sanno con certezza).

Poenae mora longa:


A volte il castigo è lento ad arrivare(Ovidio, Metamorfosi, VI, 215).
Non sempre alla colpa segue immediatamente la pena, ma presto o tardi verrà. Il popolo esprime questo
concetto col noto proverbio: Dio non paga il sabato, cioè non castiga a scadenze fisse.

Poëta nascitur, orator fit:


Poeti si nasce, oratori si diventa. (Ignoto)
Finalmente l'oratoria è diventata una scienza, oggi infatti tra i tanti indirizzi universitari troviamo anche la
"Laurea in Scienze della Comunicazione", si può pertanto supporre che questa facilità al colloquio pubblico
diventerà un mestiere ponendosi al servizio di cause non sempre meritevoli. Furono i filosofi sofisti i primi
a trasformare la filosofia in una professione a pagamento e "l'oratoria" rinunciò ad essere "verità"
divenendo capacità tecnica di persuasione indipendentemente dalla veridicità delle asserzioni. Il poeta non
ha simili problemi. L'espressione "licenza poetica" lo mette al sicuro da ogni possibile critica.
135 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Poete non dolet:
Peto, non fa male (Ignoto)
Il console Cecina Peto si trovò, suo malgrado, coinvolto nella rivolta di Scriboniano contro l'imperatore
Claudio che, ritenendolo colpevole e per evitargli il disonore di un processo, gli impose di uccidersi. Poiché
esitava, la moglie Arria estrasse un pugnale, si conficcò la lama nel petto, la estrasse e, consegnando l'arma
al marito, pronunciò la famosa frase: "Guarda Peto, non fa male, so che proverò più dolore per la tua
ferita". Nell'uso quotidiano si usa simile espressione per convincere l'interlocutore della bontà di certe
scelte obbligate anche se non gradite.

Pollice verso:
Con il pollice girato (Giovenale, Satire, Satira III,35-37.).
Jean-Léon Gérôme, pittore e scultore francese, nel quadro conosciuto come "Pollice verso" rappresenta un
gladiatore nell'arena. Mentre con un piede costringe a terra l'avversario vinto, guarda il pubblico in attesa
della decisione finale: vita o morte! I pollici degli esagitati spettatori rivolti verso il basso, come abbiamo
potuto osservare anche in tante altre rappresentazioni sceniche, non ultimo "Il gladiatore" di Ridley Scott,
decretano l'uccisione del vinto. Il gesto di girare il pollice in segno di condanna viene così descritto da
Giovenale "Munera nunc edunt et, verso pollice vulgus cum iubet, occidunt populariter..." (= Ora offrono
giochi e quando la plebaglia gira il pollice decretano la morte per ottenerne il favore). Non esiste prova
alcuna che il pollice rivolto in basso significasse la morte per il gladiatore anzi si ritiene che a decretarne
tale sorte fosse il pollice rivolto verso l'alto o disposto orizzontalmente come una lama rivolta al nemico da
uccidere.

Porta itineris dicitur longissima esse:


Si dice che la porta sia la parte più lunga di un viaggio.
Espressione valida sia in senso reale, come distacco da un luogo e sia in senso figurato intesa come
prendere un'iniziativa, fare il primo passo, la prima mossa. Un filosofo cinese scriveva "Un viaggio di mille
miglia comincia sempre con il primo passo" e tale è il viaggio della vita dove non esiste momento in cui
non ci si trovi costretti a prendere decisioni e non sempre facili o gradevoli. Pensando poi "ai viaggi della
speranza" dove la componente del distacco e l'incertezza del futuro si associano per rendere ancor più
angoscioso e devastante l'attraversamento di questa porta rammento quanto scriveva A. Manzoni al cap.
VIII nella notte in cui Renzo e Lucia lasciavano forzosamente il paese natio "Alla fantasia di quello stesso
che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel
momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro,
se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso".
L'espressione citata risulta usata spesso in Toscana ed è presente anche in un libro di Fabio Volo.
Detto segnalato da Roberto T.

Porta, patens esto, nulli claudaris honesto!:


Porta resta aperta, a nessuna persona onesta resta chiusa.
Vedi anche: “Ibis redibis numquam per ibis”.
Per questa frase "Martin perse la cappa" di abate come ricorda il famoso detto. Dovendola scrivere sulla
porta del convento per errore mise la virgola dopo il "nulli" ed il significato cambiò radicalmente
divenendo: porta resta aperta a nessuno, resta chiusa all'onesto. Come avrebbe potuto essere affidabile un
abate così distratto?.

Post bellum auxilium:


Aiuto a guerra finita (Erasmo da Rotterdam, Adagia 3.6.17).
Si tratta del famoso "Soccorso di Pisa" di cui parla anche Manzoni al cap. XIII de "I Promessi Sposi"
"...Ferrer, mentre cominciava a dare un po' di riposo a' suoi polmoni, vide il soccorso di Pisa, que' soldati
spagnoli, che però sulla fine non erano stati affatto inutili, giacché sostenuti e diretti da qualche cittadino,
avevano cooperato a mandare in pace un po' di gente, e a tenere il passo libero all'ultima uscita". Sembra
che l'espressione faccia riferimento alla prima crociata quando i Genovesi nella conquista di Gerusalemme
fecero gran parte del lavoro mentre i pisani giunsero quando tutto era orma finito.

Post equitem sedet atra cura:


Il nero affanno siede dietro al cavaliere. (Orazio, Odi, III, 1, 40).
Il significato del verso oraziano è che in questo mondo si cerca invano di sottrarsi, con distrazioni e
divertimenti, agli affanni e dolori dell’esilio: essi montano in groppa e cavalcano assieme al cavaliere.
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Post fata resurgo:
Dopo la morte torno a rinascere.
È il motto dell’araba fenice. Nello stile familiare lo fa proprio, nello scriver lettere, chi ha conservato a
lungo il silenzio con la persona cui scrive. Post fata resurgo: "Finalmente mi faccio vivo!"

Post mortem:
Dopo la morte.
Detto in riferimento a riconoscimento di meriti e simili che non hanno avuto luogo durante la vita della
persona interessata: "onorificenza post mortem".
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Post mortem nihil est:


Dopo la morte non esiste nulla (Seneca Troades atto II v. 398-399).
Per Seneca la morte libera gli uomini da ogni sofferenza, soluzione di tutti i dolori (mors dolorum omnium
exsolutio est) inoltre sostiene che la morte non è né buona né cattiva, ma "nulla" dal momento che riduce al
nulla ogni cosa. Il concetto è espresso in modo efficace nel II coro delle “Troades”: “Post mortem nihil
est, ipsaque mors nihil: velocis spatii meta novissima” (= Dopo la morte non esiste nulla, la morte stessa è
il niente: l'ultima meta di una corsa rapida).

Post nubila Phoebus:


Dopo la pioggia il sole.
È una sentenza del buonsenso popolare: significa che in questa vita alle disgrazie sogliono succedere le
giornate serene, ai dolori le gioie. Per questo il famoso Bertoldo quando pioveva esclamava: "Allegri, che
dopo verrà il bel tempo!"

Post prandium aut stabis aut lente deambulabis:


Dopo pranzo o riposa o passeggia lentamente (Scuola Salernitana- Regimen Sanitatis Salernitanum).
Lo sforzo fisico e mentale sottrae in caso di eccessiva attività muscolare o cerebrale abbondanti sangue allo
stomaco ed all'intestino, riducendone notevolmente l'attività. La pennichella ha origini antichissime come
possiamo vedere! Per come comportarsi a cena passate alla prossima citazione.

Post prandium stabis, post coenam ambulabis:


Dopo pranzo riposa, dopo cena passeggia (Scuola Salernitana- Regimen Sanitatis Salernitanum).
La scuola Salernitana fu certamente l'istituzione più illustre del Medioevo, nella quale confluirono tutte le
pratiche mediche fino a quel momento conosciute. Nata attorno all'anno mille, ne venne decretata la
definitiva chiusura nel 1811 con un decreto di G. Murat. Il "Regimen Sanitatis Salernitanum" è il trattato
più famoso prodotto da questa scuola. L'opera, in versi latini, risulta essere una raccolta di norme igieniche
suggeriti dalla Scuola stessa e posti a fondamento della sua dottrina.

Post rem:
Dopo la cosa.
Nella filosofia scolastica, espressione usata per significare che l’universale esiste nella mente umana come
semplice nome o concetto senza corrispondenza nella realtà, o come astrazione dalle cose concrete.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Post scriptum:
Scritto dopo.
Letteralmente significa: aggiunta ad una lettera già firmata. Normalmente si usa l'abbreviazione "P.S.".
Sovente non sta ad indicare una dimenticanza, ma piuttosto un modo scaltro per evidenziare al destinatario
un argomento che ci sta a cuore e che, segnalato come ultima informazione, ci fa sperare non venga
ignorato.

Potius mori quam foedari:


Piuttosto morire che contaminarsi (Attribuita al card. Giacomo di Portogallo).
Di identico significato troviamo anche "Malo mori quam foedari" (=Preferisco morire che essere
contaminato) attribuito ad Anna di Bretagna e a Ferdinando I di Aragona re di Napoli.
137 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Praesente cadavere:
In presenza del cadavere.
Formula giuridica usata a proposito di atti, riti, formalità legali compiuti con la presenza della salma della
persona cui si riferivano.

Pravo favore labi mortales solent:


Gli uomini sono soliti cadere in errore a causa di ingiusto favoritismo (Fedro, Favole, Libro 5,5,1).
Questo è il senso che si ricava dall’applicazione della favola dalla quale la sentenza è tratta: L’uomo, per
favorire ingiustamente questo o quello, si lascia trarre in errore, sostenendo ad oltranza giudizi sbagliati,
che poi dovrà ritrattare di fronte all’ evidenza dei fatti.

Prima digestio fit in ore:


La prima digestione avviene in bocca(Scuola Salernitana- Regimen Sanitatis Salernitanum).
La massa di consistenza pastosa, che i cibi masticati e mescolati con la saliva formano, si chiama "bolo".
Poiché gli enzimi salivari sono i primi ad attaccare gli alimenti, quanto più restano nella cavità orale tanto
più permettono una più facile digestione. Pertanto il suggerimento era di tenere una masticazione lenta con
un tempo di 20/30 secondi per boccone: sarebbe stato il fallimento degli attuali "fast food"!!!

Primo avulso non deficit alter:


Un altro sostituisce quello strappato (Virgilio , Eneide, libro VI v.143).
Per poter entrare nel regno dei morti occorre offrire a Proserpina una fronda d'oro. Solo i predestinati come
Enea possono farlo. Solo lui, con l'aiuto degli dei, può staccare dall'albero questo ramo d'oro che, non
appena strappato, viene sostituito da uno nuovo.

Primus inter pares:


Primo fra uguali.
L'espressione latina identifica una persona rappresentativa in un gruppo di altre che sono al suo stesso
livello e con pari dignità. La sua funzione nel gruppo è di guida e di coordinamento. Solo in casi particolari
il primus assume il ruolo di decisore ultimo.

Principiis obsta:
Resisti ai princìpi. (Ovidio, Remed. Amor V, 91).
Frase divenuta molto popolare: bisogna nelle malattie ed in genere in tutti i mali prendere gli opportuni
provvedimenti subito all’inizio, per non esser poi costretti, quando il male sia progredito, a ricorrere a
rimedi ben più dolorosi.

Pro aris et focis:


Per gli altari e i focolari.
Il detto sottintende il verbo "pugnare" (=combattere) ed esprime uno dei più sacri degli amori, l’amore
della patria ed il dovere di difenderla anche a costo della propria vita.

Pro bono:
Per il bene .
Espressione giuridica abbreviata di "pro bono publico" (=per il bene di tutti). Facilmente riscontrabile l'uso
in ambito forense ad indicare la gratuità della difesa di un imputato nel momento in cui questi non sia in
grado di sostenerne il costo.

Pro bono pacis:


Per il bene della pace .
Espressione giuridica usata per indicare la soluzione di una controversia in maniera stragiudiziale grazie al
raggiungimento di un accordo tra le parti coinvolte. Nell'ambito del vivere quotidiano viene usata per
sottolineare che si fa una concessione o si evita di intervenire, al solo scopo di evitare discussioni, pur non
concordando su affermazioni o comportamenti.

Procumbit humi bos:


Il bue cade pesantemente a terra (Virgilio, Eneide libro V v.481).
Bellissimo verso onomatopeico: par di sentire la potenza del pugno con cui il vecchio atleta Entello abbatte
il toro datogli in premio nella gara di pugilato con il troiano Darete. Si stanno celebrando i giochi funebri in
onore di Anchise e la migliore gioventù troiana dà prova della propria forza e abilità nelle varie gare. Il
giovane Darete si illude di vincere contro l'anziano Entello e solo l'interruzione dell'incontro da parte di
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Enea lo salva da morte sicura. Al termine del combattimento Entello si volge ai suoi concittadini
esclamando:Troiani, osservate quanto ero forte da giovane e da quale fine avete salvato Darete. Detto
questo si avvicina al toro e lo uccide vibrandogli un pugno tra le corna.

Pro die:
Al giorno.
Termine desueto ma utilizzato ancora principalmente in ambito nelle ricette per indicare quante volte al
giorno deve essere assunta una determinata medicina. Piove sul bagnato: non solo usano una grafia
paragonabile ai geroglifici, ma si avvalgono anche di termini latini... è il massimo della perversione!

Pro domo sua:


Per la sua casa (Cicerone)
Vedi: "Cicero pro domo sua"

Pro forma:
Per (salvare) la forma.
Si usa questa espressione quando una cosa viene compiuta non per necessità o convinzione, ma solo per
salvare la forma, le apparenze. In ambito commerciale, in modo particolare quando si tratta import/esport,
si usa un documento chiamato fattura pro-forma, in quanto non obbliga chi la emette ad adempiere gli
obblighi di legge che una fattura reale comporterebbe.

Pro memoria:
Per la memoria, per ricordare.
Alla poca memoria o i troppi impegni viene in aiuto un appunto, un "pro memoria" normalmente scritto su
un libriccino (quello che la Banca o l'Assicurazione ogni anno ci regala con i nostri soldi tanto per
intenderci) chiamato "agenda" . Anche "agenda" è parola latina che significa "cose da fare".

Promoveatur ut amoveatur:
Sia promosso per essere rimosso.
Modo brillante, ma non sempre intelligente, per togliersi dalle scatole un personaggio “scomodo” è
promuoverlo di grado.
Ora se il personaggio promosso è capace e la sua rimozione è dovuta a puro calcolo aziendale o politico...
pazienza, certamente opererà bene anche nel nuovo incarico, ma se la rimozione è dovuta ad incapacità e la
promozione a raccomandazione provate ad immaginare quale carriera, di promozione in promozione, può
fare un incapace.

Prosit:
Che ti sia di beneficio (Espressione ecclesiastica).
Ormai abituati ad usare simile espressione come reciproco augurio in occasione di un brindisi o alzandoci
da tavola dopo un lauto pasto non dimentichiamo che inizialmente altro non era che l'augurio rivolto dal
ministrante al sacerdote al termine della messa.

Pro tempore:
Temporaneamente.
Per il tempo strettamente necessario. Si dice di incarichi di cui si è investiti per un tempo determinato in
attesa che venga designato il responsabile. Resta inteso che giuridicamente anche chi è investito di un
incarico "pro tempore" assume le stesse responsabilità di chi ricoprirà a pieno titolo quel ruolo.

Provocare ad popolum:
Appellarsi al popolo.
Nata a tutela del patriziato contro gli abusi di potere dei magistrati e come strumento di controllo alla
discrezionale attività di repressione penale dei magistrati stessi, la "provocatio ad populum" fu uno dei
pilastri della costituzione repubblicana e successivamente venne estesa anche al cittadino plebeo che
inizialmente ne era escluso. Permetteva al cittadino romano, condannato da un magistrato alla pena
capitale, di appellarsi ai "comizi centuriati" che diventavano, a questo punto, i veri detentori del diritto di
vita o di morte sui cittadini.
139 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Publicae maxime pauperum utilitati:
A pubblica utilità soprattutto dei poveri.
Iscrizione posta sulla facciata della Biblioteca Marucelliana, prima biblioteca pubblica a Firenze, aperta al
pubblico il 18 Settembre 1752: "Marucellorum Bibliotheca publicae maxime pauperum utilitati" .

Pulsate et aperietur vobis:


Bussate e vi sarà aperto.(Nuovo Testam. Lc, 11, 9).
Nel Vangelo sono riportate queste parole per far comprendere la costanza e l’ insistenza che deve avere la
preghiera per ottenere quello che domanda. Nello stile popolare significa che per vincere le difficoltà
bisogna insistere e perseverare; equivale al detto latino: "Gutta cavat lapidem, consumitur annulus usu"
(= La goccia insistente riesce a forare la pietra; l’anello con l’uso si consuma).

Punica fides:
Fedeltà cartaginese.
Ad ogni occasione i Cartaginesi violavano i patti stipulati coi Romani, e ne è venuta la frase che è sinonimo
di mala fede, di fedeltà ambigua e sospetta. Potrebbe fare il paio con il detto: "Timeo Danaos et dona
ferentes" di Virgilio.

Q
Quae peccamus iuvenes luimus senes:
I peccati di giuventù li scontiamo da vecchi.
Mi permetto una considerazione personale che cerco di rendere con un esempio. Da giovane, ogni qualvolta
acquistavo un'auto nuova, provvedevo "in primis" a dotarla di coprisedili con l'ovvio risultato che quando
la rottamavo avevo sedili ancora bellissimi. La stessa cosa vale per i vizietti di gioventù: rischiamo di
morire ancora con la garanzia senza esserci divertiti... almeno un pochino!

Quaerens quem devoret:


Alla ricerca di qualcuno da divorare (Nuovo Testam,. Prima Lettera di san Pietro 5,8-9).
Parimenti voi giovani... siate sobri e vegliate, perchè il vostro avversario il diavolo vi gira attorno come
leone ruggente cercando chi divorare "Tamquam leo circuens , quaerens quem devoret". Suggestiva
immagine con cui l'apostolo Pietro caratterizza il demonio.

Qua hora non putatis, veniam et metam:


In un' ora che non conoscete verrò e mieterò.
La scritta, che si può leggere su un architrave della Chiesa del Purgatorio a Bitonto, è tratta per la prima
parte dal Vangelo di Luca Lc. 12,40: ”Et vos estote parati, quia, qua hora non putatis, Filius hominis
venit" (=State pronti, perchè non conoscete l'ora in cui il Figlio dell'uomo verrà) mentre la seconda
“veniam et metam” non è che l’interpretazione di un passo del Vangelo di Matteo Mt. 13,39 dove è
spiegato che: “Messis vero consummatio saeculi est; messores autem angeli sunt” (=La mietitura
rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli). Sempre in Mt. 13,30 viene spiegato come al
termine della mietitura il frumento verrà separato dalla zizzania: "In tempore messis dicam messoribus:
Colligite primum zizania et alligate ea in fasciculos ad comburendum ea, triticum autem congregate in
horreum meum" (= Al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in
fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio).
Il detto è stato segnalato da un visitatore del quale, per un motivo tecnico, ho smarrito sia indirizzo che
nome . Mi auguro ripassi da queste parti per permettermi di... dare a Cesare quello che è di Cesare.

Qualis artifex pereo!:


Quale artista muore con me. (Svetonio, Nerone, 44).
Furono le ultime parole pronunciate da Nerone quando, in seguito alla ribellione delle legioni di Galba, si
suicidò. Egli era stato attore nei pubblici spettacoli, auriga e poeta da strapazzo, eppure rimpiangeva la
grande perdita che il mondo faceva delle sue doti. Ironicamente si ripete la frase quando si ha qualche lieve
insuccesso.
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Qualis pater, talis fiius:
Quale è il padre, tale è il figlio.
Il senso comune dato a questo proverbio popolare, è che i difetti dei genitori generalmente sono ereditati
dai figli, come nella favola della gamberessa e sua figlia.

Quamvis sublimes debent humiles metuere, vindicta docili quia patet sollertiae:
Gli uomini di condizione elevata devono temere quelli di bassa condizione, perchè all'uomo astuto risulta
facile la vendetta (Fedro).
Questa sentenza è illustrata nella favola della Volpe e dell’Aquila: questa aveva portato ai suoi aquilotti i
piccoli della volpe perchè se ne cibassero, credendosi sicura, nel suo alto nido, ma l’ astuto animale , rubata
una torcia dall’altare di un tempio , diede fuoco alla pianta che sorreggeva il nido dell’Aquila.

Quando Marcus Pascha dabit et Ioannes Coenam dabit, totus mundus conquassabit:
Quando la Pasqua cadrà il 25 aprile (san Marco) e il Corpus Domini il 24 giugno (san Giovanni Battista)
tutto il mondo andrà in rovina.
Si tratta di una vecchia profezia che non promette nulla di buono. Se quella del 2012 si rivelerà una bufala
attenzione a questa nuova spada di Damocle. L'anno fatidico è il 2038 quando effettivamente le due feste
cadranno nei giorni stabiliti dalla... profezia!!!. Non illudetevi se guardando un calendario scoprirete che il
"Corpus Domini" cade il 27 e non il 24 giugno come vorrebbe la profezia. Per i più giovani ricordo che nel
1977 alcune festività mobili , tra le quali appunto questa, furono spostate dalla Chiesa dal giovedì alla
domenica in accordo con i sindacati e lo Stato nella speranza di aumentare la produttività limitando i ponti
infrasettimanali:... i risultati non si sono fatti attendere e oggi sono sotto i nostri occhi. Ora attendiamo
anche il... 2038.

Quandoque bonus dormitat Homerus:


Qualche volta si addormenta anche il buon Omero. (Orazio, Ars poetica, 359).
Anche il grande Omero non è sempre uguale a sé stesso. Ma la frase nel significato usuale ha valore
alquanto diverso, ossia che anche le persone di genio ogni tanto commettono qualche errore.

Quantum mutatus ab illo:


Quanto era diverso da quello (che ricordo).(Virgilio, Eneide, lI, 274).
In sogno Enea aveva visto Ettore, ma non già nella sua consueta aureola di prode ed eroico combattente,
terrore dei nemici; bensì coperto di piaghe e sangue. Di qui la spontanea esclamazione. Nell’uso corrente si
cita quando ci si trova davanti a persone o cose molto diverse dall’ ultima volta in cui si sono vedute, o nel
fisico o, più spesso, nel morale.

Quantum satis:
Quanto basta.
Locuzione corrente nel gergo dei medici che nelle ricette indicando le dosi dei vari ingredienti, per qualche
elemento scrivono q.s., cioè "quantum satis", o "quantum sufficit", ossia suggeriscono di mettervene la
quantità sufficiente.

Quantum sufficit:
Quanto basta.
Vedi:"Quantum satis"

Quemcumque populum tristis eventus premit, periclitatur magnitudo principum, minuta plebes
facili praesidio latet:
Se una calamità sovrasta un popolo, sono i grandi principi che sono in pericolo; la plebe minuta trova
facilmente una via di scampo. (Fedro).
È la morale della favola: I Topi e le Donnole, nella quale i sorci, che prima della battaglia s’erano messi
delle corna sulla testa in segno di comando, nella fuga, impediti dalle medesime, furono presi e uccisi,
mentre i semplici gregari, privi di ogni autorità, poterono facilmente nascondersi e sfuggire alla strage.

Qui accipit mutuum servus est fenerantis:


Chi chiede un prestito diventa schiavo dell'usuraio (Ant. Testam. Proverbi 22,7)
L'usura, come si può ben vedere, non è solo dei nostri giorni e non lo sono nemmeno le conseguenze che
questo sistema di prestiti comporta . Esiste un detto latino conosciuto da tutti ma da tutti ignorato "Historia
est magistra vitae" (=La storia ci insegna come comportarci), ma tant'è nessuno ci fa caso. Riporto il detto
141 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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nella sua completezza: "Dives pauperibus imperat et qui accipit mutuum servus est fenerantis" (=Il ricco
comanda sui poveri, e chi chiede un prestito diventa schiavo dell'usuraio).

Quia nominor leo:


Perchè mi chiamo leone.
Vedi: "Primo mihi"

Qui autem invenit illum invenit thesaurum:


Chi lo trova trova un tesoro (Antico Testamento Ecclesiaste 6,15-16)
Sembra che l'autore di questo libro sia il re Salomone o di un contemporaneo che ne ha ripreso il pensiero.
Viene descritta in esso la vanità della vita, considerata dal punto di vista umano quasi come se, oltre ad
essa, non esistesse altro. Il detto citato è preso da un brano in cui si suggerisce come riconoscere i veri dai
falsi amici. "amicus fidelis protectio fortis qui autem invenit illum invenit thesaurum. Amico fideli nulla est
comparatio et non est digna ponderatio auri et argenti” (= Un amico fedele è protezione forte, chi lo trova
trova un tesoro. Nessuna quantità d'oro e d'argento è comparabile ad un amico fedele).

Quia tu gallinae filius albae, nos viles pulli, nati infelicibus ovis:
Poichè tu sei figlio della gallina bianca, noi siamo poveri pulcini nati da uova disgraziate.(Giovenale,
Satire, XIII, 141).
Il Poeta allude alla diversa sorte degli uomini: alcuni nascono sotto una buona stella, altri sotto un’ infausta
cometa.

Qui bene amat, bene castigat:


Chi ama tanto, punisce tanto (Ignoto ma... manesco)
Mi riesce difficile credere ad una affermazione simile. Era certamente una abitudine degli antichi inculcare
sia la cultura che il rispetto per mezzo di punizioni. Il poeta Orazio, (Ep 2.1.70) rammenta il terribile
Orbilio, che definisce "plagosus magister" (= maestro manesco) che a staffilate tentava di inculcare i
rudimenti della grammatica agli scolari. Tornando ai giorni nostri (pardon... miei) per quanto
l'atteggiamento si fosse mitigato qualche punizione corporale (senza lividi) ancora ci toccava. Ai giorni
vostri, fortunatamente, si tende a preferire la dolcezza , il convincimento e il dialogo.

Quicumque amisit dignitatem pristinam, ignavis etiam locus est in casu gravi:
Chiunque abbia perso la propria dignità, nella disgrazia è vittima anche dei vili. (Fedro, Favole, Libri 1,
21,1).
E' la favola del Leone morente che, percosso dal cinghiale e dal toro, sopporta con rassegnazione l’offesa
ma, preso a calci dall’asino, gli sembra di morir due volte: "bis videor mori".

Quicumque turpi fraude semel innotuit, etiam si verum dicit, amittit fidem:
Chi è stato trovato bugiardo una volta, non è creduto anche se dice il vero. (Fedro, Favole, Libro 1, 10, 1).
Sono i primi due versi della favola di Esopo: "Il Lupo e la Volpe al tribunale della Scimmia", nella qual
favola la scimmia giudice dà torto ad entrambi, perchè li sa bugiardi.

Quidlibet audendi aequa potestas:


Medesimo potere di osare (Orazio Ars poetica, v. 10).
Orazio vorrebbe concedere a poeti e pittori il diritto di osare. "Pictoribus atque poetis; quidlibet audendi
semper fuit aequa potestas" E' pur vero che non bisogna tarpare le ali né alla fantasia poetica né alle
innovazioni in campo pittorico però anche in questi campi vale sempre il detto: “est modus in rebus
(Orazio, Satire, I, 1, 106)”. Ritengo poi che certi architetti, a giudicare da certe loro opere cervellotiche,
quatti quatti, si siano inseriti nell'elenco .

Quid novi?:
C'è qualcosa di nuovo?
Mi sembra di sentire un mio vecchio capo che ogni mattina quando arrivavo mi chiedeva: Novità? Un
giorno ho risposto: sono arrivato in ritardo perché la metropolitana ha bucato! Da allora non mi ha più fatto
la domanda!

Quidquid delirant reges, plectuntur Achivi:


Gli errori dei re sono scontati dai greci. (Orazio, Epist., I, 2, 14).
In generale la storia insegna che è sempre il popolo che deve scontare gli errori dei governanti e, in senso
più generale, sono i subalterni che fanno da capro espiatorio per gli errori dei loro superiori.
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Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur:
Quanto viene recepito è proporzionale alla capacità di chi recepisce.
Si tratta di un detto caro alla filosofia scolastica, termine quest'ultimo che definisce la filosofia medioevale
cristiana di indirizzo aristotelico-tomistico nel periodo compreso tra il IX e il XV secolo.La capacità della
mente di ricevere stimoli dell'esterno ed il modo con cui questi vengono elaborati variano da persona a
persona in funzione delle personali esperienze, dell'ambiente , dell'istruzione ricevuta e della capacità di
critica che ognuno è riuscito a sviluppare. Senza troppi giri di parole il motto ci ricorda che la nostra mente
è come un recipiente... che più è piccolo meno riesce a contenere (comprendere) di quanto ci arriva dal
mondo esterno.

Quidquid tentabam dicere versus erat:


Tutto ciò che tentavo di dire era in versi.
Ovidio racconta che si trovò ad essere quel brillante poeta dell'età augustea che tutti conosciamo suo
malgrado. Il padre uomo pratico avrebbe desiderato che intraprendesse una attività più remunerativa che
non quella del declamatore di versi. "Perfino il grande Omero" gli diceva " è morto nella totale povertà".
Ovidio accettò il consiglio, ma quando si accorse che anche scrivendo in modo piano il tutto era
inconsciamente messo in versi capì quale fosse il suo futuro.

Quiescendo et sedendo, anima fit sapiens et prudens:


Riposando e sedendo lo spirito si fa saggio e prudente (San Tommaso d'Aquino De anima lib 1,8,19).
San Tommaso riferiva l'espressione alla necessità che ha la parte spirituale del nostro essere di elevarsi
attraverso il silenzio e la meditazione. Molto meno spiritualmente diciamo che a ritemprarci servono le
tanto desiderate ferie per staccare la spina dopo un anno di duro lavoro e poco importa se spesso si ritorna...
più stanchi di prima!!! Il detto è anche un invito a riflettere attentamente prima di prendere decisioni
affrettate.

Quieta non movere:


Non disturbare le cose tranquille.
Simile espressione, usata spesso con il segnificato di "Non svegliare il can che dorme", è mutuata dal
principio generale dei sistemi di common law che così recita: "Stare decisis et non quieta movere". In forza
di tale principio il giudice è obbligato a conformarsi alla decisione già adottata in una precedente sentenza
per analoga causa.

Qui fert malis auxilium, post tempus dolet:


Chi aiuta i malvagi, alla fine se ne pentirà. (Fedro, Favole, Libro IV, 18, 1).
È la morale della favola del villano che riscaldò la vipera in seno e, per ricompensa, ne fu morsicato e
ucciso. V’è anche un proverbio: "Nutri la serpe in seno, ti renderà veleno".

Qui genus iactat suum, aliena laudat:


Chi può solo esaltare la propria ascendenza, celebra meriti di altri (Seneca, Hercules furens, 337ss.).
"Non vetera patriae iura possideo domus ignavus heres; nobiles non sunt mihi avi nec altis inclitum titulis
genus, sed clara virtus: qui genus iactat suum, aliena laudat" (=io non possiedo l’antico diritto proveniente
dalla casata paterna come un ignavo erede; non ho antenati nobili né un’ascendenza famosa per altri titoli
d’onore, ma mi dà gloria il mio valore: chi può solo esaltare la propria ascendenza, celebra meriti altrui).

Qui gladio ferit gladio perit:


Chi di spada ferisce di spada perisce (Nuovo Testamento Mt. 26,52).
La frase viene pronunciata da Gesù quando nell'orto del Getsemani viene catturato dai soldati inviati dai
Principi dei Sacerdoti. L'apostolo Pietro, stando a quanto riferisce l'evangelista Giovanni (Gv. 18,13)
sfodera la spada e taglia un orecchio ad un servo del sommo sacerdote. Da questo episodio viene la
richiesta di Gesù di riporre la spada dicendo che "Qui gladio ferit gladio perit".

Qui habet aures audiendi, audiat:


Chi ha orecchi per intendere, intenda.
Frase ripetuta in vari passi dei Vangeli e che significa doversi approfittare dei consigli dati, cioè dover
ciascuno trar profitto per sé di cose dette in generale. In modo tanto più prosaico possiamo anche
esprimerlo con il proverbio italiano: A buon intenditor poche parole.
143 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Qui multum habet, plus cupit:
Chi ha tanto desidera di più (Seneca?).
Il detto sembra di Seneca, ma non ho trovato nessun riferimento per sostenere o negare tale paternità.
Simile affermazione, indipendentemente da chi sia stata pronunciata o scritta, conferma una sacrosanta
verità: Il povero normalmente non ha grandi pretese e si accontenta di quel poco che ha, mentre chi già
dispone di tanto si adopera in ogni modo per aumentare le sue ricchezze.
Detto segnalato da Alberto Di S.

Qui natus est infelix, non vitam modo tristem decurrit, verum post obitum quoque persequitur illum
dura fati miseria:
Chi è nato infelice, non solo conduce una vita grama, ma anche dopo la morte è perseguitato dalla
perversità del suo duro destino. (Fedro, Favole, Libro IV, 1, 1-3).
Sentenza verissima che un proverbio popolare molto espressivo traduce: "A chi è nato disgraziato, tutti i
cani gli pisciano addosso".

Qui nescit dissimulare, nescit regnare:


Chi non sa dissimulare non sa regnare.
Raccontano che il re di Francia Luigi XI non volle che il figlio, il futuro Carlo VIII, ricevesse alcuno tipo di
istruzione ma si adoperò personalmente affinché almeno del latino imparasse queste cinque parole: "Qui
nescit dissimulare, nescit regnare" massima machiavellica che lo accompagnò per tutto il periodo del suo
regno. Non è che, dall'Unità d'Italia ad oggi, tanti nostri politici si siano comportati in modo troppo diverso:
alterare o nascondere la verità, fare diventare la corruzione e l'intrigo regola di comportamento, usare ogni
mezzo utile a screditare l'avversario non ultimi gli insulti e la diffamazione è diventata, per tanti, una
spregevole consuetudine d'altra parte come recita il detto: "Calunnia senza timore: qualcosa rimane sempre
attaccato" . Vedi a questo proposito "Audacter calumniare, semper aliquid haeret".

Qui numquam quievit quiescit, tace:


Resta in silenzio! Colui che non ebbe mai requie sta riposando.
Iscrizione posta sul sarcofago di Gian Giacomo Trivulzio nella Chiesa di san Nazzaro in corso di Porta
Romana in Milano.
Per comprendere questo epitaffio occorre rifarsi alla vita eccezionalmente attiva di questo condottiero nato
a Milano nel 1440 e morto in Francia nel 1518. Non ci fu campo di battaglia in cui non fosse presente: A
Martinengo contro i veneziani, a napoli al servizio di Alfonso d'Aragona contro Carlo VIII, al servizio di
Carlo VIII nella battaglia di Fornovo e nella conquista di Asti. Il successore cdi Carlo III lo nomina
Maresciallo di Francia e lo invia in Italia alla conquista del Ducato di Milano. Combatte e sconfigge i
Veneziani ad Agnadello, gli svizzeri nella battaglia di Marignano (oggi Melegnano). Si tratta del canto del
cigno. Caduto in disgrazia agli occhi del re di Francia muore senza aver avuto la soddisfazione di potersi
giustificare.
La battaglia di Marignano nota pure come battaglia dei giganti stando a Francesco Guicciardini (Storia
d'Italia, Lib.12, cap.15) deve simile definizione allo stesso Triulzio "affermava questa essere stata battaglia
non d'uomini ma di giganti; e che diciotto battaglie alle quali era intervenuto erano state, a comparazione
di questa, battaglie fanciullesche".

Qui parcit virgae suae odit filium suum:


Chi (gli) risparmia le nerbate odia il proprio figlio (Antico Testamento Proverbi cap. 13 v. 24).
"Qui autem diligit illum instanter erudit" mentre, chi lo ama, lo corregge immediatamente. Così conclude
il re Salomone a cui la tradizione attribuisce gran parte di questo patrimonio di saggezza popolare
rappresentato dal libro dei Proverbi. Simile consiglio pedagogico, oggi inammissibile, ha avuto fino a non
molti anni or sono numerosi seguaci nelle famiglie e nelle scuole. Il noto proverbio: "Il medico pietoso
rende la piaga purulenta" può essere la traduzione di questo detto biblico purché visto in questa nuova
ottica: ogni punizione non sia mai umiliante ed avvilente per chi la subisce, ma data spiegandone le
motivazioni; esattamente come l'ammalato capisce che il medico, pur di salvarlo, si trova costretto ad
amputargli un arto in cancrena.
Detto segnalato da Raffaello S.
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Qui pretium meriti ab improbis desiderat, peccat:
Chi vuole farsi pagare i favori fatti ai cattivi, sbaglia due volte.(Fedro, Favole, Libro 1, 8, 1).
E' la morale della favola esopiana: Il Lupo e la Gru: Il lupo con un osso infilato nella gola prometteva un
premio a chi glielo avesse estratto: la gru gli fece la difficile operazione, ma quando chiese una ricompensa
si sentì rispondere: "Ingrata, dopo aver ritirata la testa incolume dalla mia bocca hai ancora il coraggio di
fare simili richieste ?"

Qui pro quo:


Scambiare "il quale" con "dal quale".
L'espressione che sembra risalire al medioevo e che col tempo è divenuta "sic et simpliciter" sinonimo di
equivoco, in origine altro non indicava che un errore ortografico nella trascrizione dei testi latini.
Trascrizione fatta dagli amanuensi la cui paziente opera di copiatura ha permesso la conoscenza di testi
altrimenti perduti. Contrariamente a quanto avviene nella lingua italiana, il latino non usa nè articoli nè
preposizioni articolate, ma ricorre ai "casi". Esattamente come nella lingua tedesca, ogni vocabolo viene
declinato, cioè la sua parte finale subisce delle variazioni indispensabili per indicare le diverse funzioni nel
discorso.

Quis custodiet ipsos custodes?:


Chi sorveglierà i sorveglianti ((D. G. Giovenale, Satira VI, vv. 347,348)
Tra le sedici satire che compongono l'opera di Giovenale, la VI è forse la più nota per l'argomento:
rappresenta un feroce attacco ai vizi delle donne romane e non, ricche e povere, nobili e plebee, tutte
corrotte e depravate, e Messalina era una di queste. Il verso completo suona così: "Pone seram, cohibe, sed
quis custodiet ipsos custodes? Cauta est et ab illis incipit uxor." (=Spranga la porta impedisci di uscire, ma
chi sorveglierà i sorveglianti? La moglie è astuta e comincerà da quelli). Dal momento che i romani, come
pure i greci, preferivano la compagnia maschile a quella femminile, anche le mogli si inventavano....
qualche distrazione! Da sempre la frase risulta attuale per il nostro sistema politico dove assistiamo, da un
lato, al varo di severi provvedimenti per risanare le finanze in eterno "deficit" e contemporaneamente gli
stessi si raddoppiano le "prebende" e si aumentano i privilegi.

Qui se committit homini tutandum improbo, auxilia dum requirit, exitium invenit:
Chi si rivolge ad un uomo improbo per avere un aiuto, nel cercare soccorso trova la sua rovina. (Fedro,
Libro I, 31, vv.1,2)
Tratta dalla favola delle Colombe che, per evitare ogni pericolo, eleggono a loro re il Nibbio che però,
montato sul trono, incomincia a mangiarsele ad una ad una? " Merito plectimur" (=Ce la siam voluta!) dice
una delle sopravissute; ma ormai è troppo tardi. La favola insegna che è da stolti fidarsi di persone note per
la loro conclamata disonestà.

Qui se laudari gaudet verbis subdolis sera dat poenas turpes poenitentia:
Chi gode sentirsi esaltare con parole adulatrici, ne porta poi la pena con pentimento e vergogna. (Fedro,
Libro I, vv.1,2).
E' la favola della Volpe che, per godersi il cacio che il Corvo tiene in bocca, lo adula, invitandolo a cantare
per fare sfoggio della sua voce. Dar retta alle lodi dei furbi e dei bricconi è da sciocchi, perchè fanno ciò
solamente per il loro tornaconto e la lode ricevuta viene poi pagata a caro prezzo. E' preferibile una critica
costruttiva ad un apprezzamento falso.

Qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat:


Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra. ( Nuovo Testam., Gv. 8, 7).
Parole dette da Gesù Cristo a coloro che gli avevano condotta la donna adultera, con la speranza che egli
ordinasse di lapidarla. Ma, alla risposta di Gesù, tutti uscirono dal tempio, cominciando dai più vecchi.

Quis novus hic nostris successit sedibus hospes?:


Chi è il nuovo ospite entrato sotto il nostro tetto?(Virgilio Eneide libro IV v. 10).
Si tratta sempre di Didone che accorgendosi dell'amore che prova per Enea si confida con la sorella Anna
chiedendo chi sia quello straniero così forte e bello, certo di stirpe divina che ha cercato rifugio nel suo
palazzo

Qui spernit modica, paulatim decidet:


Chi disprezza le piccole cose è destinato a una lenta rovina (Antico testam. Sir. 19,1).
Modica (= le piccole cose) è una espressione figurata che l'autore del testo biblico usa quasi ad indicare i
mattoncini della quotidianità, che presi singolarmente sembrano avere scarsa importanza ma quando sono
145 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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cementati costituiscono l'ossatura della nostra esistenza e ne determinano il flusso regolare. Quando una
casa non viene più accudita e non si presta più attenzione alla manutenzione, inevitabilmente poco alla
volta il degrado prenderà possesso e la struttura finirà per crollare.
Il libro della Bibbia da cui il detto è preso è conosciuto sia come "Ecclesiastico" sia come "Siracide".
Mentre il termine Ecclesiastico" risale al III secolo quando nella chiesa cattolica tale testo veniva utilizzato
nelle adunanze (ecclesia) per la istruzione dei catecumeni, quello di Siracide prende il nome dal
patronimico dell'autore. Al Cap. 50, v.29 infatti leggiamo che il libro è stato scritto da Gesù figlio di Sirach.
Detto segnalato da Alberto M. e commentato da Pietro V.

Quisque de populo:
Uno preso dalla folla.
Possiamo comunque tradurre anche con "l'uomo della strada", "un non addetto ai lavori", "il cittadino
medio" e scomodando un film di Steno, "Banana Giò" interpretato dal bravissimo Bud Spencer, anche con
"un pinco pallino qualunque". Si tratta comunque di espressione quasi esclusivamente usata in ambito
giuridico.
Detto segnalato da Maurizio F.

Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando?:


Chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in qual modo, quando? (Albertano da Brescia).
Esametro nel quale sono contenute le principali fonti alle quali si può attingere nello svolgimento di un
tema o di un discorso. Considerare la persona che agisce (quis); l’azione che fa (quid); il luogo in cui la
esegue (ubi); i mezzi che adopera nell’eseguirla (quibus auxiliis); lo scopo che si prefigge (cur); il modo
con cui la fa (quomodo); il tempo che vi impiega e nel quale la compie (quando).

Quis tulerit Gracchos de seditione querentes?:


Chi avrebbe potuto sopportare i Gracchi quando si lamentavano di una sedizione? (Giovenale, Satire, Il,
24).
Il significato fondamentale della frase è che non bisogna condannare negli altri i mezzi che noi stessi
abbiamo adoperato, o i difetti che non riusciamo a correggere in noi stessi.

Quis ut Deus?:
Chi come Dio?
E'' possibile trovare simile scritta sullo scudo nelle raffigurazioni dell'arcangelo san Michele. Il nome di
questo arcangelo in lingua ebraica sarebbe ( il condizionale è d'obbligo per chi l'ebraico non lo conosce e
deve affidarsi ad internet) "Mi-ka-El?" che significherebbe "chi è come Dio?" dalla frase pronunciata
mentre cacciava all'inferno gli angeli ribelli , capitanati da Satana.
La devozione a questo arcangelo rimase tra le più sentite durante l'intero regno longobardo. La loro opera
di conversione fu avviata dalla regina Teodolinda e da san Colombano fondatore dell'abbazia di Bobbio nel
piacentino e a questo arcangelo, dalle indubbie virtù guerriere, vennero dedicate innumerevoli "Pievi" non
ultima quella di Revigozzo.

Quod differtur non aufertur:


Ciò che è rimandato non è perso.
Ci sono fonti che assegnano questa massima ad Arnobio il giovane, monaco di origine africana vissuto a
Roma verso la metà del V sec. d.C. Di lui sappiamo pochissimo. Gli si attribuiscono le "Expositiunculae in
Evangelium" e il "Liber ad Gregoriam in Palatio constitutam" ed una romanzata versione del martirio di
san Sebastiano. Non sempre quanto affermato dal detto risulta essere vero se riflettiamo sul proverbio
italiano: “Chi ha tempo non aspetti tempo!”.

Quod di omen avertant!:


Che gli dei scongurino simile destino! (Cicerone Filippica III - 35)
Troviamo questa espressione nella terza delle quattordici arringhe di Cicerone contro Antonio. Il termine
filippica è mutuato dal nome delle 4 orazioni che l'oratore greco Demostene pronunciò contro Filippo di
Macedonia padre di Alessandro Magno. Da questo genere letterario deriva, per traslato, il termine filippica
inteso come discorso o scritto irruente , concitato e polemico.
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Quod di prius omen in ipsum convertant!:
Che gli dei ritorcano tale destino su di lui (Virgilio Eneide libro II v. 190).
Il greco Sinone racconta ai troiani che il cavallo di legno non è altro che un dono per la dea Minerva
costruito su suggerimento del sacerdote Calcante. La distruzione dello stesso per opera dei troiani sarebbe
un affronto alla dea che rivolgerebbe la sua ira sulla città di Priamo ma piuttosto che questo accada,
esclama Sinone, Che gli dei ritorcano tale destino su di lui (su Calcante). Suggerisce poi la seconda
eventualità: portare il simulacro di legno all'interno della mura significava salvare Troia assicurandole il
favore e la protezione di Minerva

Quod erat demonstrandum:


Ciò che si doveva dimostrare.
Come dovevasi dimostrare, spesso espressa con l'acronimo CVD è la formula che si usa alla fine di una
dimostrazione matematica.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Quod erat in votis:


Ciò che era nei voti.
Frase latina che si usa per esprimere che quanto accaduto era ciò che si voleva.
Vedi anche "Hoc erat in votis".
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Quod factum est infectum fieri nequit:


Ciò che è stato fatto non può essere non fatto
Principio lapalissiano secondo cui ogni azione, una volta compiuta, non può essere cancellata e quindi
qualsiasi danno da essa derivante può solo essere represso attraverso il risarcimento. Troviamo con lo
stesso significato anche: "Quod factum est, infectum manere impossibile est" (=Ciò che è fatto è
impossibile che resti non fatto).
Detto segnalato da Sara.

Quod fuimus lauda, si iam damnas, quod sumus:


Loda ciò che fummo se non ti piace ciò che siamo (Fedro, Favole, Libro V, 10, 9).
Il senso lo si capisce leggendo la favola del cane invecchiato che, dopo aver reso tanti servigi al cacciatore,
ormai aveva perduto non il coraggio, ma le forze.

Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini:


Quello che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini!
Il popolo romano, sfogava tramite Pasquino, la più famosa statua “parlante” di Roma, il proprio
disappunto denunciando ingiustizie e prepotenze sia della curia romana sia delle famiglie patrizie. Questa
frase satirica è indirizzata a papa Urbano VIII Barberini che fece fondere il bronzo sottratto al Pantheon per
costruire il baldacchino di San Pietro e i cannoni per Castel Sant’Angelo ed ai membri della sua famiglia
per gli scempi edilizi di cui si erano resi responsabili.

Quod principi placuit legis habet vigorem:


Ciò che piace al principe ha valore di legge (Ulpiano?)
Il principio afferma il valore delle "Costitutiones Principum", cioè delle leggi emanate dagli Imperatori che
indicano la "potestas absoluta" che doveva essere riconosciuta alla figura del principe. Ponendo l'autorità
del sovrano al di sopra di ogni altro potere ne consegue che la legge è espressione della sua volontà.

Quod scripsi scripsi:


Quello che ho scritto ho scritto. (Nuovo Testamento Gv. 19,19-20;22-23)
Racconta l'evangelista Giovanni che Pilato dopo aver fatto crocifiggere Gesù fece apporre alla croce una
tavoletta (titulus) con la scritta: “Iesus nazarenus rex Iudaeorum” (=Gesù di Nazaret, re dei Giudei). A chi
gli faceva presente che la scritta corretta avrebbe dovuto essere: Gesù di Nazaret, colui che ha detto di
essere re dei Giudei, Pilato sbrigativamente rispose: “Quod scripsi scripsi” facendo loro capire con tale
risposta che non intendeva ritornare sulla decisione presa.

Quod supra nos nihil ad nos:


Quanto sta sopra noi non ha nulla a che fare con noi.
Stando a quanto scrive Lattanzio (Divinae Institutiones, Libro III, XX, 10) sembra trattarsi di una celebre
risposta sulla bocca di Socrate ogni qualvolta gli venivano poste domande circa le cose del cielo.
147 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Quod tibi deerit, a te ipso mutare:
Quello che ti manca prendilo da te stesso. (Catone Libri ad Marcum framm. 13).
Vedi anche "Si quid est quod utar utor, si non est egeo."

Quod huic deest me torquet:


Quello a cui lei è insensibile tormenta me ( Federico II Gonzaga).
Uno dei simboli ricorrenti nei dipinti di Palazzo Te a Mantova sono delle salamandre spesso abbinate al
motto citato. L'interpretazione comunemente accettata è che a differenza della salamandra che, stando alla
leggenda, sarebbe insensibile al fuoco tale non era per Federico II Gonzaga che ardeva di passione per
l'amante Isabella Boschetti. Riporto, per completezza di informazione, una seconda interpretazione: Dal
momento che questi anfibi non eccellono per appetito sessuale o per atteggiamenti focosi
nell'accoppiamento se ne deduce che fosse la passione sessuale a cui la salamandra è insensibile che
tormentava Federico II.

Quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est:


Cosa accettata ovunque, sempre e da tutti (Vincenzo di Lerino, Commonitorium).
L'espressione è il compendio di una nota e controversa teoria di questo abate francese vissuto a cavallo del
400 d.C. secondo la quale, nella eventualità di una nuova corrente dottrinale, era nella tradizione e nei
concili predenti a cui doveva essere fatto riferimento per accettarla o rigettarla. "Magnopere curandum est
ut id teneatur quod ubique, quod semper, quod ab omnibus creditum est" (=Bisogna soprattutto
preoccuparsi perché sia conservato ciò che in ogni luogo, sempre e da tutti è stato creduto).

Quorum pars magna fui:


(Avvenimenti) dei quali io fui gran parte. (Virgilio, Eneide, Libro II, vv.5-6).
"Quaeque ipse miserrima vidi Et quorum pars magna fui " (=e le cose tristissime che io stesso vidi e delle
quali fui gran parte). Sono parole di Enea che racconta il suo triste esodo dalla città incendiata. Il motto si
adopera per alludere ad avvenimenti, specialmente gloriosi, ai quali si è preso parte.

Quos ego...:
Che io... (Virgilio, Eneide, I, 135).
È una bella figura di reticenza, messa da Virgilio in bocca a Nettuno, adirato contro i venti che avevano
dispersa la flotta di Enea. È insomma un’oscura minaccia.

Quos vult Iupiter perdere, dementat prius:


A quelli che vuole rovinare Giove toglie prima la ragione. (Euripide).
Motto usato quando si vede qualcuno far delle pazzie, come spese eccessive, o imbarcarsi in affari
pericolosi, per dire che è sull’orlo dell’abisso, vicino alla catastrofe finale.

Quot capita, tot sententiae:


Quante sono le teste, altrettanti sono i giudizi. (Terenzio).
Veramente Terenzio ha scritto: "Quot homines, tot sententiae", ma il senso è lo stesso, cioè che ciascuno la
pensa a modo suo.

Quousque tandem...? :
Fino a quando...? (Cicerone, Catilinaria, 1).
La frase completa è: "Quousque tandem Catilina abutere patientia nostra?" Violente parole con le quali il
grande oratore romano investì Catilina che osò presentarsi in senato dopo aver complottato contro Roma e
aver tentato di far uccidere lo stesso Cicerone che, della stessa, si riteneva il più ardente difensore. Si
ripetono per smascherare l’ipocrisia di qualcuno, ma per lo più si usano in tono di scherzo.

Quo vadis?:
Dove vai?
Risulta impossibile stabilire chi per primo pronunciò simile frase, per esperienza la potrei pensare rivolta da
una moglie romana al marito che stava uscendo di casa.
Certamente tutti ricordano il libro di Henryk Sienkiewicz (1846 - 1916): “Quo vadis?”.
La persecuzione di Nerone sta toccando il culmine della ferocia e anche l'apostolo Pietro impaurito fugge
(Cap. LXX), ma sulla via Appia incontra Gesù che cammina nella direzione opposta, verso la città.
“Domine quo vadis?” chiede l'Apostolo. Tu te ne parti, e io vado a Roma a farmi crocefiggere un'altra
volta. Pietro capisce e torna ad affrontare il martirio.
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R
Ranae vagantes liberis paludibus clamore magno regem petiere a love:
Le rane vaganti in libertà nelle paludi, con grandi grida chiesero a Giove un re (Fedro).
È la favola del Re Travicello, resa con arguzia dal Giusti, vero capolavoro di poesia popolare satirica. La
morale è questa: finchè si gode della libertà, non bisogna andar in cerca della schiavitù.

Rara avis in terris nigroque simillima cycno:


Un vero uccello raro sulla terra più di un cigno nero. (Giovenale, Satire, VI, 165).
Il poeta allude a Lucrezia, la nobile matrona romana, moglie di Collatino che, per non sopravvivere all’
oltraggio fattole da Sesto, figlio di Tarquinio il Superbo, si tolse la vita; e a Penelope, moglie di Ulisse,
mirabile esempio di fedeltà coniugale. Normalmente per segnalare un avvenimento fuori dalla norma si usa
solo la prima parte "Rara avis in terris".
16-09.05 Ringrazio Massimo per avermi segnalato l'opportunità di completare la frase con la seconda parte
"nigroque simillima cycno" per una migliore comprensione.

Rari nantes in gurgite vasto:


Rari naufraghi nell'immenso mare. (Virgilio, Eneide, I, 118).
È il quadro finale che Virgilio ci presenta dopo la descrizione del naufragio d’Enea e dei suoi compagni. In
significato metaforico, per esempio, si dice di quanti in un naufragio generale, sono riusciti a mantenersi a
galla e raggiungere l' obbiettivo.

Redde rationem:
Rendimi conto (Nuovo Testamento Lc. 16,2).
Racconta l'evangelista di un uomo ricco che aveva affidata la gestione dei propri beni ad un amministratore.
Quando gli giungono all'orecchio voci di una troppo allegra gestione del suo patrimonio, lo chiama alla
propria presenza e gli chiede conto del suo operato dicendo: "redde rationem villicationis tuae: iam enim
non poteris villicare" (= Rendimi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare). Per
l'utilizzo nell'ambito del lavoro occorre fare molta attenzione perché, come dice il proverbio, "hodie mihi,
cras tibi". Vedere anche "ad audiendum verbum" e "reprimenda".

Reddite quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo:


Rendete a Cesare quello che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio. (Nuovo Testam., Matteo, 22, 21).
Risposta data da Gesù Cristo ai Farisei che gli avevano chiesto se conveniva pagare i tributi a Cesare.
Corrisponde all’altra sentenza: "Unicuique suum" ( =A ciascuno ciò che è suo).

Reductio ad absurdum:
Riconduzione all'assurdità.
Vedi "ab absurdo"

Refugium peccatorum:
Rifugio dei peccatori.
Si tratta di una invocazione alla Madonna che troviamo nelle Litanie Lauretane. Con "Turris aeburnea" (=
Torre d'avorio) altra invocazione che troviamo sempre nelle stesse litanie, oltre che preghiera è diventata
espressione di uso comune per definire il luogo in cui convergono cose o persone quando non si riesce a
trovarvi una corretta collocazione.
La tua stanza è diventata un "refugium peccatorum" dice la mamma al ragazzino, certe facoltà universitarie
sono il "refugium peccatorum" di chi vuole faticare poco...

Regina viarum:
La regina di tutte le strade.
I Romani consideravano la via Appia regina delle tutte le strade. Voluta dal censore Appio Claudio se ne
iniziò la costruzione nel 312 a.C. collegava inizialmente Roma a Capua. Successivamente venne prolungata
fino a Benevento e e Taranto raggiungendo attorno al 190 a.C. Brindisi e, dal momento che Appio Claudio
non era console ma censore risulta essere l'unica via non consolare.

Regis ad exemplum totus componitur orbis:


Tutto il mondo segue l'esempio del re.
Cioè gli astri minori sono attratti dai maggiori: sono i principi che formano i costumi dei loro popoli.
149 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Regnare nolo, liber ut non sim mihi:
Preferisco non regnare piuttosto che perdere la libertà. (Fedro).
È la risposta del Lupo al cane che, vedendolo così magro e affamato, gli aveva proposto di mettersi a
disposizione del suo padrone, che avrebbe ricevuto in premio ogni ben di Dio. Quando però, dopo
l’enumerazione di tutti i privilegi della vita domestica, il lupo sentì che doveva stare alla catena, cambiò
idea.

Regum potestas finitur ubi finitur armorum vis:


Il potere dei re termina laddove termina la forza delle (sue) armi (scritto sui cannoni del Re Sole)
Mi è stato segnalato come il vero motto impresso sui cannoni del Re Sole (Vedi "Ultima ratio regum") e
non avendo argomentazioni favorevoli o contrarie riporto, per correttezza, ambedue le versioni sperando
che qualche visitatore possa essere di aiuto. Non cambia comunque il significato perché ambedue ben si
adattano al regime assolutistico instaurato da Luigi XIV.
La segnalazione del detto mi ha permesso di scoprirne uno simile ma di natura giuridica elaborato da
Bynkershoek nel "De Dominio Maris Dissertatio" pubblicato nel 1703: "terrae potestas finitur ubi finitur
armorum vis" (=La gittata delle armi stabilisce il confine delle acque territoriali) rapportando l'estensione
delle acque alla portata delle artiglierie terrestri (ovviamente a quelle dei suoi tempi).
Detto segnalato da Sara

Relata refero:
Riferisco cose riferite.
Frase usata spesso quando si riferiscono notizie apprese da altri, delle quali non s’intende assumere la
responsabilità.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Relegatio in insulam:
Esiliare.
Nell'antico ordinamento giuridico romano era la pena a cui erano sottoposti i colpevoli di determinati delitti
quali l'adulterio e lo stupro e consisteva nell'allontanamento temporaneo del soggetto in un luogo isolato.
Questa pena non contemplava la perdita la perdita dello "status civitatis" (=cittadinanza romana)
diversamente da quanto previsto invece dalla "deportatio" che prevedeva la confisca parziale o totale dei
beni del condannato.

Relicta non bene parmula:


Abbandonando ingloriosamente lo scudo (Orazio Carmina II v. 7-11 ).
Salutando il ritorno dell'amico Pompeo, il poeta con elegante autoironia ricorda i suoi poco gloriosi
trascorsi militari. A Filippi (42 a.C.) nello scontro tra l'esercito schierato da Bruto e Cassio uccisori di
Cesare e quello di Ottaviano ed Antonio il nostro Orazio, che militava nelle file dei congiurati, vedendo le
cose mettersi male si salva dandosi alla fuga "relicta non bene parmula, cum fracta virtus et minaces turpe
solum tetigere mento" (=abbandonando ignobilmente lo scudo, quando venne spezzato il valore e uomini
fieri toccarono vergognosamente la polvere con il mento). Sembra che simile gesto sia diventato "vanto di
poeti": la stessa cosa accadde ad Alceo di Mitilene (contemporaneo di Saffo VI sec. a.C.) combattendo
contro gli Ateniesi, ma ancor prima di questi ad Archiloco di Paro (VII sec. a.C.) che dal fatto ne derivò
addirittura un componimento poetico: "lo scudo dimenticato".

Remis velisque:
Con i remi e con le vele (Silio Italico, Punica, Libro I, 568).
La frase completa nell'opera di Silio è: "Ite citi, remis velisque impellite puppim" (=procedete veloci,
spingete la poppa aiutandovi sia con i remi che con le vele) ma troviamo analoga espressione anche in
Cicerone (Disputationes Tuscolanae, Libro III, XI, 25) "Taetra enim res est, misera, detestabilis, omni
contentione, velis, ut ita dicam, remisque fugienda." (= Infatti è cosa orrenda, miserabile e detestabile da
evitare con ogni sforzo, con le vele, per così dire, e con i remi).

Remis ventisque:
Con i remi e con l'aiuto dei venti (Virgilio, Eneide, Libro III, 563).
Vedi anche "remis velisque" (= Con iremi e con le vele), "manibus pedibusque" (= Con le mani e con i
piedi), "Navibus atque quadrigis" (= Con le navi e con le quadrighe). Tutte espressioni coniate per
sollecitare a fare le cose per tempo, senza indugi o tentennamenti.
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Rem tene verba sequentur:
Sii padrone dell'argomento, le parole seguiranno. (Catone "Libri ad Marcum filium frammento 15").
Tale massima espressa dal massimo fustigatore di costumi romano oltre che grande oratore (Cicerone si
vantava di conoscere almeno 150 orazioni) è una novità nell'arte forense, in antitesi con la teoria sostenuta
da Aristotele (Retorica III, 1). Per la scuola aristotelica infatti possedere a fondo l'argomento che si vuole
esporre non è sufficiente se non è supportato dal "come" lo si vuole dire. Scopo dei "Libri ad Marcum
filium", da cui è preso il detto, era l'educazione "in proprio" del figlio contro la moda del momento di
avvalersi di maestri o pedagoghi provenienti dalla Grecia o comunque conoscitori della cultura ellenica.

Repente dives nemo factus est bonus:


Nessuna persona onesta è diventata ricca all'improvviso.
Questa espressione latina che compare in una raccolta di sentenze erroneamente attribuita a Publilio Siro
ben si addice a tanti nostri amici e conoscenti e di sicuro a tanti imprenditori e uomini politici di ieri e di
oggi.

Repente liberalis stultis gratus est, verum peritis irritos tendit dolos:
Chi è generoso oltre il normale si rende amico degli stolti, ma inutilmente tende insidie agli accorti.
(Fedro).
Favola del cane fedele che rifiuta il pane gettatogli dal ladro per farlo star zitto. Ricorda il virgiliano:
"Timeo Danaos et dona ferentes" (Temo i Greci anche quando offrono doni).

Repetita iuvant:
Le cose ripetute giovano
"Magno taedio afficiunt" e sono una gran rottura, aggiungeva qualcuno con un latino poco ciceroniamo. Ho
sempre accettato questo motto "cum grano salis" riflettendo su un detto caro alla Filosofia Scolastica
"quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur" quanto viene recepito è proporzionale alla capacità di
chi recepisce. Poichè esperienza insegna che l'affermazione fatta è inconfutabile, diventa difficile capire se
e in quale proporzione "repetita iuvant".
Se anzichè alle parole applichiamo il detto... ai fatti (ho capito la battuta non è il massimo): "repetita
iuvant" se beviamo 2 bicchieri di vino anziché uno (facendo salvo il fegato e il colesterolo), ma "repetita
(non) iuvant" se a dover ripetere la classe è uno studente. Ognuno a questo punto il proverbio se lo giochi
come meglio crede.

Reprimenda:
Sgridata
Vedi "Ad audiendum verbum" e "Redde rationem".

Repulisti:
Respingesti (Antico Testam., Salmo 42,2)
Troviamo il vocabolo nel salmo che introduceva la santa messa quando ancora veniva celebrata in latino
(parliamo di almeno quarant'anni fà). Tutto il versetto in latino suona così: "Quia tu es, Deus, fortitudo
mea: quare me repulisti et quare tristis incedo, dum affligit me inimicus?" (=Poiché sei tu la mia forza o
Dio: perché mi respingesti, e perché avanzo triste mentre il nemico mi affligge)? Che relazione ha questa
parola con il vocabolo oggi usato per indicare un furto, una razzia, la pulizia di un locale che doveva essere
fatta da tempo? Nulla, se non il suono onomatopeico. Quando il latinorum veniva interpretato alla Renzo
Tramaglino, infatti, repulisti evocava l'immagine della ramazza che tutto pulisce.

Requiescat in pace!:
Egli riposi in pace.
Sono parole pronunciate durante una cerimonia funebre o poste come augurio sulle lapidi dei propri cari.
Sono tanti altri i modi per augurare, a coloro che ci lasciano, una felicità eterna in cui tutti crediamo o
speriamo. La chiesa cattolica suggerisce questa preghiera per quanti credono in una vita futura: "Requiem
aeternam dona ei Domine et lux perpetua luceat ei, requiescat in pace. Amen" (=Donagli, o Signore, il
riposo eterno, che la luce eterna lo illumini, che riposi in pace.Amen)
Il tema dell'aldilà ha ispirato geni come Mozart, Verdi, Brahms con "Messe da Requiem" composte in
occasione della morte di personaggi famosi.
151 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Res ad triarios redire:
Affidare l'estremo tentativo di capovolgere le sorti della battaglia ai triari (Livio, Ab Urbe condita libri,
VIII, 8, 9-12.).
I triari, in numero di 600 per ogni legione, erano i più vecchi e provetti soldati delle legioni romane che
nella battaglia formavano la terza ed ultima linea e che partecipavano alla battaglia solo quando l'esito era
incerto. Essendo essi l'ultima linea di difesa se ne deduce che quando venivano a contatto con il nemico la
legione era stata praticamente distrutta.
Nel gergo dei romani lespressione era entrata a far parte dei modi di dire dell'epoca per indicare una
situazione disperata, una situazione giunta agli estremi che costringe ad impiegare gli ultimi mezzi nel
tentativo di risolverla. Assomiglia al nostro : "essere alla canna del gas" .

Res magnae gestae sunt:


Grandi cose furono fatte. (Eutropio, Breviario, Il, 19).
La frase si usa per introdursi nella narrazione di grandi imprese di cui si è stati testimoni; ma per lo più si
ripete in tono di scherzo, per dire che, volendo far troppo, non si è concluso nulla.

Res nullius:
Cosa di nessuno.
Espressione con la quale vengono indicate tutte quelle cose, animali o vegetali, che non sono proprietà di
alcuno. Rientrano in questa categoria sia gli animali che formano oggetto di caccia o pesca sia quanto la
terra produce senza necessità di coltivazione da parte dell'uomo.

Res sacra miser:


L'infelice è cosa sacra. (Seneca, Epigrammi, 1V, 9).
Bella sentenza che esprime il rispetto, direi quasi la venerazione, che si deve avere per i diseredati dalla
fortuna.

Res tuas tibi habeto:


Riprenditi le tue cose.
Era la formula sacrale con la quale il "Pater familias" esercitava il sacrosanto ripudio della moglie quando
risultava, sterile, petulante, indolente, formula che suona un po' come un "Tira su i tuoi stracci e và fuori
dalle scatole”.
Detto inviato e commentato da Franco C.

Rex in purpura, senator in curia, in urbe captivus, extra urbem privatus:


Re in veste ufficiale, senatore nel Consilio, prigioniero in città, fuori di città cittadino qualunque.
Espressione che definiva i limiti decisionali del doge di Venezia e sucessivamente anche quello di Genova.
La sua autorità, infatti, inizialmente molto ampia andò progressivamente a dimunuire fino a ridursi ad una
carica formale. Non gli era concesso uscir dal palazzo se non nei tempi fissati dal cerimoniale e in forma
solenne (=in purpura); in forma privata solo se accompagnato (=captivus) e solo con una particolare
autorizzazione poteva uscire dalla città (=privatus). Non gli era inoltre permesso deliberare su alcunchè di
sua iniziativa; nelle sedute dei collegi la sua presenza non era ritenuta indispensabile e, se presente, aveva a
disposizione un solo voto come un comune membro (=senator).

Rex regum et dominus dominantium:


Re dei re e padrone dei padroni.
L'iscrizione, voluta dal gonfaloniere Niccolò Capponi nel 1551, si trova sopra il frontespizio del portale
principale di Palazzo Vecchio a Firenze.

Ride si sapis:
Ridi se sei saggio (Marziale, Epigrammi, Libro II, XLI, 1).
Il primo verso dell'epigramma di Marziale, da cui l'espressione è tratta, inizia così "Ride si sapis, o puella,
ride" (=Ridi se sei saggia, ragazza, ridi) rivolgendosi ad una che più fanciulla non è e che si crede bella
nonostante le siano rimasti solo tre denti per giunta del color della pece. Le considerazioni sulla sua
bruttezza prosegono per tutto l'epigramma che il poeta conclude con la frase "At tu iudicium secuta
nostrum:plora si sapis, o pulella , plora (=Ma tu segui il nostro suggerimento: piangi se sei saggia, ragazza,
piangi).
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Risus abundat in ore stultorum:
Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi (Ignoto... almeno per me)
Detto attribuito da alcuni a Menandro che aveva ben motivo per non ridere troppo se consideriamo che in
quel periodo la città di Atene era diventata un protettorato della Macedonia e egli, come tanti altri, pagò in
prima persona gli effetti di questo capovolgimento politico. Sarà pur vero che il riso abbonda sulla bocca
degli stolti, ma deve ben essere tetra la vita se non si sa apprezzare e sorridere per quanto esiste di bello
nella vita!, ma forse il verbo "abundat" deve essere inteso nel suo senso letterale di "esagerazione"?

Roma caput mundi regit orbis frena rotundi:


Roma capo del mondo regge le redini del mondo rotondo.
L'espressione compare sul sigillo dei primi imperatori del Sacro Romano Impero da Carlo Magno a
Federico Barbarossa e a Ludovico IV di Baviera.

Roma domus fiet!:


Una sola casa occupa tutto il suolo di Roma! ( Svetonio vita Caesarum libro VI Nerone cap.39).
Si usa comunemente simile espressione per indicare coloro che mai si accontentano e che pur di emergere
calpestano anche i più elementari diritti di quanti li circondano parenti ed amici compresi. Racconta
Svetonio che tra i Romani circolava questo sapido epigramma quando Nerone li privò dei loro averi per
costruirsi una casetta a misura di... uomo!
“Roma domus fiet: Veios migrate Quirites, si non et Veios occupat ista domus!” (=Tutto il suolo di Roma è
occupato da una casa: emigrate a Veio, Quiriti, sempre che questa casa non arrivi a occupare anche Veio!).

Roma locuta, causa finita:


Roma si è espressa e la causa è terminata.
Espressione curiale in uso nella Chiesa Cattolica con applicazione sia in campo ecclesiastico che forense.
Nel primo caso ogni controversia definita dal papa doveva essere considerata conclusa in modo definitivo
mentre nel secondo per tutte le cause rimesse alla Sacra Rota nessun intervento legale era più possibile
dopo il pronunciamento della stessa.

Roma quanta fuit, ipsa ruina docet:


Quanto fu grande Roma, lo testimonia la sua stessa rovina. (Il motto è attibuito a Ildeberto di Lavardin
(1056–1133) vescovo di Le Mans e arcivescovo di Tours).
Anfiteatri, strade, acquedotti, terme, non rappresentano che alcune delle vere "grandi opere" dove più è
visibile il desiderio di questo popolo di edificare per l'eternità. L'espressione di Orazio riferita alla sua
poesia "aere perennius" (= più durevole del bronzo) era comunque connaturata in ogni atto dei nostri
progenitori di 20/22 secoli fa.
Solamente i discendenti, incapaci di ripetersi (vedi "tempus edax, homo edacior" e "quod non fecerunt
barbari fecerunt Barberini), riusciranno a distruggere parte di tale patrimonio costruito per sfidare il tempo.
Ricordiamo che il detto citato è visibile sull'architrave di una chiesa romana in Via dei Monti Parioli come
segnalato da Aldo di S. e che appare anche sulla facciata del Teatro Olimpico di Sabbioneta (MN), opera
architettonica di Vincenzo Scamozzi (1588-90) come segnalato da Piero C. di Milano.

Rudis indigestaque moles:


Massa confusa e informe. (Ovidio, Metamorfosi, I, 7).
Queste parole sono riferite dal Poeta al caos primitivo in cui si trovava la terra secondo la concezione degli
antichi Romani. Il detto poi è divenuto familiare per indicare in modo particolare qualche lavoro letterario
male organizzato.

Ruit hora:
L'ora scorre.
Si tratta di una delle innumerevoli citazioni poste sulle meridiane per godere dell'estro poetico di chi l'ha
pensata e ricordare che il tempo scorre ed ogni istante ci avvicina sempre più alla morte.
Tra le tante che si possono trovare sul WEB la ritengo la più angosciante per quella "R" all'inizio di parola
che ben simula lo scorrere del tempo come di cosa che ineluttabilmente porta ad un precipizio, alla rovina
di ogni cosa e di ogni essere.

Rustica progenies semper villana fuit!:


Chi proviene dalla campagna è, e sarà sempre, grezzo! (Ignoto... almeno lo spero!)
Mi sono permesso di citare anche questo motto pur non condividendone la sostanza e la forma. Per un
popolo di salde tradizioni agricole quali erano i latini inventarsi una simile espressione significava ... tirarsi
153 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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la zappa sui piedi inoltre il termine "villanus" non si incontra nel latino classico e ammesso sia esistito non
aveva certo la connotazione negativa che l'ignoto autore vorrebbe dare. Ultimo poi, ma non per importanza,
vengo da un paesino dove da generazioni si coltiva la terra. Mi sento figlio della rustica progenie e, se
permettete, me ne vanto: non mi faccio forte nemmeno dell'altra espressione che del contadino dice: scarpe
grosse cervello fino, sono sfortunato porto solo il numero 41 di scarpe. E poi come scrive Tibullo (Elegie
libro II eleg.III v.3) "ipsa Venus latos iam nunc migravit in agros" (=persino Venere ora si è trasferita nelle
campagne!!!).

Rusticus est vere qui turpis dicit de muliere:


E' veramente rozzo colui che parla in modo turpe delle donne.
François de Billon racconta di un certo uomo, Giovanni Nevizzano da Asti, che nel 1518 a Torino aveva
pubblicato un libro dal titolo "Silva nuptialis". Si trattava di un attacco al matrimonio e le signore avendone
compreso il contenuto diffamatorio nei loro confronti chiesero che l'autore venisse esplulso dalla città. La
pena venne condonata purchè in ginocchio mostrasse un cartello su cui stavano scritti questi due versi in
latino: "Rusticus est vere qui turpis dicit de muliere, nam scimus vere, quod omnes sumus de muliere" (=E'
veramente rozzo colui che parla in modo turpe delle donne, infatti sappiamo con certezza che tutti veniamo
da una donna). Nonostante questo sembra che le donne se la siano talmente legata al dito che non ne trovò
una disposta a viverci insieme.

S
Saepius ventis agitatur ingens pinus:
Più spesso viene agitato dai venti il grande pino. (Orazio, Odi, Il, 10).
Allusione ai pericoli cui sono esposte le persone altolocate, che coprono cariche eminenti. Il passo
completo è il seguente: "Saepius ventis agitatur ingens pinus et celsae graviore casu decidunt turres
feriuntque summos fulgura montes" (= Più spesso viene dai venti agitato il grande pino, le alti torri crollano
con maggior rovina e i fulmini colpiscono la sommità dei monti).

Saepe premente Deo, fert Deus alter opem:


Spesso ad un Dio avverso si oppone un dio che aiuta (Ovidio, Tristia, LibroII,II,4.).
Gli antropomorfi dei pagani non si discostavano, quanto a difetti e comportamento, da quella umanità che
dall'alto dell'Olimpo avrebbero dovuto guidare e, come gli uomini, erano spesso in disaccordo tra di loro.
Troviamo esempi di questo loro atteggiamento sia nelle opere di Omero che in quella di Virgilio dove i
diversi eroi erano aiutati da un dio e contrastati ed odiati da un altro. Neppure il grande Giove con la sua
autorità riusciva ad imporsi, anzi i peggiori guai spesso gli erano causati proprio dalla moglie Giunone che,
per il fatto di essere la moglie del "boss", si riteneva una privilegiata.

Salus populi suprema lex esto:


La salvezza del popolo deve essere la legge suprema. (Cicerone, De Legibus, libro III, III, 8).
Massima dell’antico Diritto romano che conserva sempre tutto il suo vigore perchè l’individuo deve
scomparire quando si tratta del bene e dell’incolumità dello Stato.

Salutare plebem et conviviis gratiam quaerere:


Salutare quanta più gente possibile e offrir banchetti per accapparrarsi il favore del popolo ( Sallustio,
Bellum Iugurthinum, Cap IV, 8).
I candidati alle pubbliche magistrature esercitavano, stando almeno a quanto riferito dallo storico, la loro
"maxima industria" (= più importante attività) nel procurarsi la "gratiam" (= il favore popolare)
avvicinando e salutando personalmente quante più persone potessero e con "conviviis" (= banchetti
elettorali). Non è che poi sia cambiato tanto... forse solo i mezzi a disposizione ma la fregatura finale resta
sempre la stessa in qualunque tempo e ad ogni latitudine.
154 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Salutatio matutina:
Saluto mattutino.
L'espressione è strettamente legata ad altri due termini latini: "Clientes e patronus". I primi altro non erano
che liberti (schiavi affrancati) o cittadini di umile condizione che per riconoscenza o per interesse si
legavano ad un personaggio ricco e stimato, il "patronus" appunto, ed a lui offrivano in cambio della
protezione accordata i loro servigi. La "salutatio matutina" (recarsi a salutare il patrono di primo mattino)
rappresentava uno di questi atti di deferenza. Oggi i "clientes" hanno un altro nome (portaborse o
galoppini) ma lo scenario e il significato è rimasto quello di 2000 anni fa!

Salve, cara Deo tellus, sanctissima, salve:


Salve terra cara a Dio, terra santissima, salve (Francesco Petrarca, Saluto all'Italia).
Nel 1353 Francesco Petrarca tornando definitivamente in Italia dall'alto del Monginevro scrive questa
splendida, altamente poetica ma certamente utopistica visione dell'Italia. La definisce "sicura per i buoni,
temibile per i superbi, più fertile e bella di ogni altra contrada". Addirittura esclama: "ad te nunc cupide
post tempora longa revertor incola perpetuus: tu diversoria vite grata dabis fesse..." (=A te ora con
estrema gioia dopo tanti anni ritorno per restare per sempre: Tu alla mia vita stanca darai gradita
ospitalità...). Potremmo fare un esame di coscienza e chiederci se oggi, pur con occhi poetici e quindi
lontani dalla realtà, potesse avere ancora il coraggio e l'entusiasmo di scrivere queste bellissime parole.

Salve magna parens frugum, saturnia tellus, magna virum...:


Salve terra di Saturno, grande genitrice di frutti e di uomini...(Virgilio, Georgiche, Il, 173).
È il saluto del Poeta all’ Italia.

Sàpere aude:
Abbi il coraggio di conoscere (Orazio, Libro I, II, 40).
Espressione usata dal filosofo Kant per definire l'essenza dell'illuminismo. Direi che comunque questo
atteggiamento, questo desiderio di conoscenza risalga non ai tempi di Orazio a cui va il merito di aver
codificata simile espressione ma... ad Adamo ed Eva. Racconta la Bibbia (Genesi 3,5) che il demonio sotto
forma di serpente tentasse Eva con queste parole: "Dixit autem serpens ad mulierem: Nequaquam morte
moriemini! Scit enim Deus quod in quocumque die comederitis ex eo, aperientur oculi vestri, et eritis sicut
Deus scientes bonum et malum” (= Ma il serpente disse alla donna: "Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che
quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il
male).

Satis vixi, invictus enim morior:


Ho vissuto abbastanza in quanto muoio non sconfitto. (Cornelio Nepote.Epaminonda, IX
È la celebre sentenza pronunciata da Epaminonda alla battaglia di Mantinea, quando, ferito gravemente da
una lancia nemica, sapendo che sarebbe morto se avesse fatto estrarre il ferro micidiale, non volle farlo
prima d’aver ricevuto la notizia che il suo esercito aveva vinto: solo allora, pronunciata simile frase, si fece
togliere la lancia e morì dissanguato.

Satius ignorare est rem, quam male discere:


E' preferibile non conoscere una cosa piuttosto che apprenderla male. (Publilio Siro"Sententiae").
L'autore di questa perla era arrivato a Roma come schiavo e affrancato si dedicò al teatro. Potremmo
definirlo "absit iniuria verbo" uno... sputasentenze, ma questo non significa che dietro alle parole non ci
fosse un cervello pensante. Rendere con poche parole a tutti comprensibili argomenti apparentemente
banali e non renderli tali risulta difficile. La frase di per sé ovvia non lo è affatto se riflettiamo sulla facilità
con cui ci si improvvisa idraulici, elettricisti, meccanici... imprenditori... latinisti! Facendo le cose in modo
non professionale si rischia di peggiorare la situazione, da qui il detto.

Saxa loquuntur:
Le pietre parlano (Ferdinando Wüst).
Troviamo questo motto, abbreviazione di "De te saxa loquuntur" (= Le pietre ricordano a tutti il tuo nome),
sullo stemma internazionale della litografia disegnato da Ferdinando Wüst per rendere onore al grande
Aloisio Senefelder che, di questa nuova tecnica rivoluzionaria, ne fu l'inventore.
155 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Schola cantorum:
Scuola di cantori.
Si ritiene che tale espressione risalga al quarto secolo d.C. ai tempi del pontificato di papa Damaso che, per
primo, intuisce l'importanza del canto corale durante le celebrazioni religiose. Occorre attendere ancora un
secolo, con l'elezione al soglio pontificio di papa Gregorio (san Gregorio Magno), perchè questa musica
sacra, che da lui prenderà il nome di "canto gregoriano" acquisti una connotazione ben precisa sia per
tecnica che per regole liturgiche. Con il passare dei secoli questa musica monodica viene sostituita da
melodie polifoniche con elaborazioni non sempre consone all'impiego liturgico. Sarà Pierluigi da Palestrina
(1523 - 1594) che detterà i canoni a cui nei secoli successivi si ispireranno i maggior autori di musiche
sacre. Il termine "schola cantorum" indica anche il luogo che accoglie i cantori. In alcune chiese è situata in
fondo alla stessa su un soppalco in cui troviamo anche l'organo, mentre in altre è posta dietro all'altare
maggiore.

Scribitur ad narrandum, non ad probandum:


Si scrive la storia per raccontare, non per provare (Quintiliano Institutio oratoria, libro X).
"La storia " dice Quintiliano " è simile ad un'opera poetica, quasi una poesia senza metrica. Si scrive la
storia per raccontare, non per provare e l’opera intera non viene composta per un uso immediato o una
battaglia presente, ma per il ricordo della posterità...” Di parere simile sembra essere Cicerone, che
definendo la storia "magistra vitae" lascia al lettore l'interpretazione della stessa, e Plinio il giovane che
nell'Epistularum Libri Decem - Liber V scrive "Historia quoquo modo scripta, delectat" (= la storia in
qualunque modo sia scritta, è piacevole).

Sedebamus in puppi et clavum tenebamus; nunc autem vix est in sentina locus:
Stavamo seduti sul ponte di comando tenendo in mano il timone mentre ora, a malapena, abbiamo un
angolino nella sentina (Cicerone. Epistolae ad familiares. IX, 15,3.2).
Svanite le sue illusioni per una restaurazione delle istituzioni repubblicane da parte di Cesare, esautorato da
ogni pubblico incarico, disgustato di tutto e di tutti, Cicerone, con terminologia marinaresca, esprime la sua
angoscia per l'esautorazione del senato ormai docile strumento di governo di un dittatore che a suo
piacimento ne eleggeva i membri

Sedet aeternumque sedebit:


Siede e siederà in eterno. (Virgilio, Eneide, VI, 617).
Virgilio allude al supplizio dì Teseo che, sceso nell’ inferno per rapire Persefone, moglie di Ades, fu da
questi condannato a sedere sopra un macigno dal quale non potè più rialzarsi. Ma la sentenza non ebbe il
suo pieno effetto, perchè venne poi Ercole a liberarlo.

Sed haec prius fuere:


Ma queste cose accaddero prima (Catullo, Carmina, IV, De Phaselo).
"Acqua passata" diremmo oggi noi. Ne viene suggerito l'uso per indicare all'interlocutore che si sta
passando dai ricordi alla situazione attuale e questo "rinovellare" mi ha ricordato quel bellissimo quadretto
descritto da G. Leopardi ne "Il sabato del villaggio". "Siede con le vicine su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno; e novellando vien del suo buon tempo, quando ai dí della festa ella si
ornava, ed ancor sana e snella solea danzar la sera intra di quei ch'ebbe compagni nell'età piú bella".
Detto segnalato da Emerenziano M.

Semel abbas, semper abbas:


Abate una volta, abate per sempre (Ignoto)
"Abbas: vocabolo aramaico che significa padre" era il titolo che in epoca merovingia (sec. VI d.C.) veniva
dato ai sacerdoti preposti ad una chiesa. Con la nascita degli ordini monastici venne così chiamato il capo o
fondatore del monastero. Inizialmente eletto dai monaci e confermato dal vescovo anche alla figura
dell'abate in seguito vennero concessi i privilegi vescovili. Per la chiesa cattolica il sacramento
dell'ordinazione sacerdotale ha, come tutti i restanti sacramenti, carattere indelebile ed eterno: il sacerdote
pertanto che intende tornare allo stato laico potrà chiedere la dispensa alla santa Sede dal "ministero
sacerdotale attivo", ma ciò non significa che possa venire annullato il sacramento ricevuto. Tutto questo
ovviamente resta valido anche per il matrimonio. Erroneamente infatti si parla di annullamento mentre si
tratta solo di una dichiarazione di inesistenza dello stesso a causa di determinati e ben precisi impedimenti.
156 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Semel heres, semper heres:
Una volta erede, sempre erede.
Aforisma che vuole esprimere l’irrevocabilità della qualità di erede, per cui, una volta accettata un’ eredità,
non si può più rinunciare ad essa.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Semel in anno licet insanire:


Una volta all'anno è lecito fare baldoria.
Sentenza divenuta proverbiale nel Medioevo e usata, con leggere varianti, da vari autori: Seneca,
Sant’Agostino, ecc. Orazio la fece propria nella sostanza cambiandone la forma: "Dulce est desipere in
loco (Carm., IV, 13, 28)" (= È cosa dolce ammattire a tempo opportuno).

Semel in hebdomada:
Una volta alla settimana (Attribuita ad Aulo Cornelio Celso).
Questo Celso deve essere lo stesso che, sempre a proposito di questo argomento, scriveva "semen retentum
venenum est" (= Il seme trattenuto è veleno). Mi chiedo se poi metteva anche in pratica quanto suggeriva.
Non vorrei fosse come i tanti medici, fumatori incalliti, che suggeriscono ai pazienti di smettere di
fumare!!! Sull'argomento ognuno ha voluto dire la sua infatti vedi anche "In die perniciosum, in
hebdomada utile, in mense necessarium".

Semper ad eventum festinat:


Sempre si affretta verso la soluzione (Orazio Ars Poetica v.148).
Troviamo l'uso di questo detto in una lettera del Metastasio. "Non vi è quasi scena senza qualche
peripezia;" scriveva al fratello Leopoldo nel 1752 "non vi è peripezia senza preparazione, non vi è il
minimo ozio: l'azione "semper ad eventum festinat", e l'agitazione s'accresce sino all'ultimo verso del
dramma. Certamente Orazio non avrebbe dato simile indicazione se avesse avuto la possibilità di vivere al
tempo delle telenovele, dove unica preoccupazione degli autori è ritardare quanto più possibile la
soluzione.

Semper honos, nomenque tuum, laudesque manebunt:


La tua fama, il tuo nome e le tue lodi resteranno sempre nella nostra memoria (Virgilio, Eneide, Libro I,
609).
Sono le parole che Enea rivolge a Didone per ringraziarla della generosa ospitalità offerta a lui e ai
compagni garantendo pari condizione di diritti con i suoi cittadini. "Vultis et his mecum pariter considere
regnis: urbem quam statuo vestra est, subducite navis;Tros Tyriusque mihi nullo discrimine agetur"
(=Volete anche fermarvi con me in questi regni? La città che che sto costruendo è vostra, attraccate le navi;
Il cittadino di Troia e quello di Tiro avrà lo stesso trattamento).

Semper nocuit differre paratis:


E' sempre stato dannoso il rinvio a chi è pronto ad operare (Lucano, De bello civili, Libro I, 281).
Chi ha tempo non aspetti tempo, oppure mentre il cane piscia la lepre se ne va.

Semper homo bonus tiro est:


L'uomo buono resterà sempre un principiante (Marziale, Epigrammi, Libro XII, Ep. 51).
Considerando la brevità dell'epigramma lo riporto per esteso: "Tam saepe nostrum decipi Fabullinum,
miraris, Aule? Semper homo bonus tiro est" (= Tu Aulo ti meravigli che il nostro Fabullino sia ingannato
così di frequente? L'uomo semplice ed onesto resterà sempre un principiante)

Semper idem:
Sempre lo stesso (Seneca, Lettere morali a Lucilio, Libro II, XX,5).
Normalmente il motto viene usato per indicare l'inflessibile coerenza di un individuo e potrebbe benissimo
essere equiparato al più noto "Frangar, non flectar" (=Mi spezzo, ma non mi piego) di Orazio, (Odi, III, 3).
Non intendo stravolgere il significato del detto ma ricordo ai visitatori che anche della banderuola si può
dire "semper in idem" (= sempre nella stessa direzione in cui tira il vento) e, dalla banderuola a tanti nostri
metamorfici politici nostrani, sempre pronti e disponibili a salire sul carro del vincitore o presunto tale, il
passo è breve.
157 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Semper in proelio audacia pro muro habetur:
In battaglia l'audacia stessa è un baluardo (Sallustio, Bellum Catilinae 58,).
L'espressione è tratta dal discorso di Catilina ai congiurati. Il testo integrale è: "Semper in proelio eis
maximum est periculum qui maxime timent: audacia pro muro habetur" (=Sempre in battaglia il maggior
rischio è di coloro che hanno paura: l'audacia è di per sè un baluardo).
Concetto ricorrente che troviamo anche in altri scrittori. Senofonte (Ciropedia III, 3) scrive che "l'esito
delle battaglie si giudica più dall'ardire degli animi che dalla robustezza dei corpi" mentre Orazio (Odi,
Libro III, vv.13-17) ricorda alla gioventù romana che: "Dulce et decorum est pro patria mori: mors et
fugacem persequitur virum nec parcit imbellis iuventae poplitibus, timidoque tergo" (=E' bello e dolce
morire per la patria, la morte insegue anche l'uomo che fugge e non perdona ai garretti e alle terga codarde
della gioventu imbelle).

Semper sexus masculinus etiam femininum sexum continet:


Il sesso maschile sempre comprende anche quello femminile (Digesta, 32,62).
Quando una legge si rivolge in generale agli uomini, come spesso capita anche colloquialmente, intende
comprendere anche le donne.

Senectus est natura loquacior:


La vecchiaia per sua stessa natura è piuttosto ciarliera (Cicerone De senectute Libro XVI , 55).
Scrive Cicerone: ...mi accorgo che quel che ho detto è stato piuttosto lungo, perdonatemi: mi sono lasciato
prendere dalla passione per le cose campestri e poi "senectus est natura loquacior" (=la vecchiaia, per sua
natura, è un po’ loquace). Sarà pur vero che le persone anziane hanno l'abitudine di ripetere le stesse cose
fino alla noia dimenticando di averle gia dette o raccontate, ma ci sono anche oratori ai quali, per la verde
età, non è possibile adattare il detto ma che al termine del loro noioso discorso ci portano ad esclamare:
"Barbaque erat promissa".

Senectus ipsa est morbus:


La vecchiaia già di per sé è una malattia (Terenzio Phormio Atto IV v. 575).
Troviamo la frase nel dialogo tra Demifonte e Cremete: D. "Come mai non sei tornato appena l'hai
saputo?" C."Mi ha trattenuto una malattia " D."Che tipo di malattia? C. "rogas? senectus ipsa est morbus"
(=E me lo chiedi? La mia malattia è la vecchiaia"). Ne I Promessi Sposi Cap. XXXVIII assistiamo
all'amaro sfogo di Don Abbondio ... “io in vece, sono alle ventitre e tre quarti, e... i birboni posson morire;
della peste si può guarire; ma agli anni non c'è rimedio: e, come dice, "senectus ipsa est morbus."

Sentina italorum et germanorum:


Sentina di italiani e di tedeschi (Carlo V ?).
La frase è attibuita all'imperatore Carlo V e la si ritiene indirizzata alla città di Trento che ospitava il XIX
Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica meglio noto come Concilio di Trento (1545.1563). Fortemente
voluto dall'imperatore che lo considerava un formidabile strumento sia per una riforma della Chiesa dopo la
riforma di Martin Lutero sia come mezzo per accrescere il personale potere, si trovò avverso sia il clero
italiano che quello tedesco tant'è che per non subire le ingerenze imperiali del 1547 al 1549 si trasferì a
Bologna.

Sequitur superbos victor a tergo Deus:


Dio segue alle spalle i superbi. (Seneca, Ercole fur., 386).
Dio ha pronto il castigo per i superbi, prepara la loro umiliazione.

Sermo datur cunctis, animi sapientia paucis:


La parola è concessa a tutti ma la sapienza a pochi (Disticha Catonis, Libro I, 10).
Con l'espressione "Disticha Catonis" si intende una raccolta di massime in esametri che si ipotizza
risalgano al III sec. dopo Cristo.

Serva ordinem et ordo servabit te:


Rispetta l’ordine e l’ordine ti salverà.
Nel libro della Sapienza si canta l'elogio a Dio:
"Tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso ".
Teniamo l'occhio fisso al modello divino per il nostro creare o rifare ordine nelle cose e nella vita.
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Servum pecus:
Gregge servile. (Orazio, Epist., I, 19).
Parole con cui il Poeta stigmatizza i volgari imitatori di opere letterarie. Ma nell’uso comune si cita per
bollare quella stirpe di adulatori, cortigiani e leccapiedi che fa consistere tutto il travaglio della propria vita
nel lisciare gli altri.

Sesquipedalia verba:
Parole di un piede e mezzo. (Orazio, Ars poetica, 97).
Parole che riempiono la bocca. Si cita a proposito di certi oratori e conferenzieri che pare facciano un
apposito studio per tirar fuori paroloni ad effetto, molte volte incomprensibili; in simili casi si potrebbe
citare il motto: "Res non verba" (= fatti, e non parole).

Sibi non cavere et aliis consilium dare stultum (est):


Non provvedere a sé stessi e pretendere si dare consigli agli altri è cosa stolta. (Fedro, Favole, Libro).
Morale della tavola: Il Passero e la Lepre. Il passero scherniva una lepre caduta fra gli artigli dell’aquila;
ma, proprio in quell’ istante, un avvoltoio lo afferrò e lo uccise.

Sic et simpliciter:
Così e semplicemente (Ignoto).
Si è soliti usare simile espressione o per indicare che quanto si sta dicendo lo si fa "sic et simpliciter" (=alla
buona) senza usare troppi paroloni e senza avere la pretesa di voler insegnare oppure, in senso opposto, per
spiegare al nostro interlocutore che non può liquidare un argomento di una certa importanza
banalizzandone "sic et simpliciter" i contenuti.

Sic itur ad astra:


Così si sale alle stelle.
Espressione usata spesso ironicamente con allusione a successi ottenuti con mezzi e meriti discutibili.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Sic me vivere, sic iuvat perire:


Così desidero vivere e morire (Marziale libro XII v 26).
Marziale, spagnolo di Bibli completati gli studi, nel 64 d.C. si trasferisce a Roma. Vive in povertà parecchi
anni fino a che la pubblicazione degli epigrammi gli porta un enorme successo letterario ma non la
prosperità economica. Nel 98, torna in Spagna, ma la vita nel suo piccolo paese, priva di stimoli, gli farà
rimpiangere fino alla morte avvenuta nel 102, la vita brillante nella capitale. Quanto scritto sulla sua vita
non concorda con quanto egli scrive all'amico Giovenale. Descrive con accenti romantici la vita a Bibli e
termina il racconto che ne fa scrivendo appunto: "Sic me vivere, sic iuvat perire".

Sic stantibus rebus:


Stando così le cose (Ignoto)
Quando, valutate tutte le possibili soluzioni, non riusciamo a trovare nessun altro modo per risolvere una
situazione ingarbugliata, affermiamo che "sic stantibus rebus" ancorché "obtorto collo" l'unica strada
percorribile resta la... meno piacevole. Ricordiamo l'espressione italiana "se le cose stanno così" di pari
significato.

Sic transit gloria mundi:


Così passa la gloria di questo mondo. (Imitazione di G. C., I, 3, 6).
Queste parole vengono ripetute al Papa all’atto della sua elezione al trono pontificio, per ricordargli la
caducità e vanità di tutti gli sfarzi terreni. Si cita a proposito di insuccessi seguiti a qualche trionfo, o in
occasione della morte di personaggi famosi. Possiamo anche trovare la sentenza incisa sulla tomba di
personaggi che in vita hanno avuto il loro quarto d’ ora di celebrità.

Sic vita:
Così anche la vita (Seneca, Lettere morali a Lucilio Libro IX, LXXVII, v.20).
Il detto si può spiegare alla luce della frase completa: "Quomodo fabula, sic vita: non quam diu, sed quam
bene acta sit, refert" (=Allo stesso modo di una rappresentazione teatrale così è della vita: non conta quanto
sia stata lunga ma quanto bene la si sia spesa).
159 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Si fallor sum :
Se sbaglio esisto (Attribuita a sant'Agostino).
Frase precorritrice dell'assiona cartesiano "Cogito, ergo sum" (=Penso pertanto esisto) ed addottata dalla
maggioranza dei nostri politi e manager dopo aver scoperto che sbagliare è meno faticoso che pensare ed
agire di conseguenza soprattutto perchè pecuniariamente nulla ci rimettono o come gli allenatori che pur
licenziati dopo pochi giorni dall'assunzione se ne vanno con una barca di soldi alla faccia dei tanti
rincitrulliti "patron".

Si fractus illibatur orbis impavidum ferient ruinae:


Anche se il mondo cadesse a pezzi, le sue rovine mi colpirebbero impavido. (Orazio, Odi, III, 3).
Descrizione dell’uomo di carattere, tenace, di principii inossidabili, che non si piega davanti a difficoltà ed
ostacoli.

Si mihi difficilis formam natura negavit, ingenio formae damna rependo meae:
Se la natura matrigna mi ha negato la bellezza, con l'ingegno supplisco ai difetti della mia figura. (Ovidio,
Epist., XV, 31).
Il distico è messo in bocca alla celebre poetessa greca Saffo, la più gentile di tutta l’antichità, dalla quale
prese il nome l’ Ode Saffica: con le sublimi doti dello spirito faceva dimenticare le deformità che la
tradizione attribuisce al suo corpo

Sine cura:
Senza preoccupazione.
Passata nella lingua italiana come sostantivo, la "sinecura" indica un ufficio o una carica che permette di
percepire benefici economici, anche notevoli, con un impegno modesto o pari a zero... praticamente come
avviene per quasi tutti i nostri attuali politici.

Sine die:
Senza giorno, cioè a tempo indeterminato.
Esite un detto che ha una certa somiglianza con questo: "ad kalendas graecas" il cui significato come tutti
sanno equivale al nostro avverbio"mai". "Sine die" risulta invece essere una espressione ben più sibillina e
carica di indeterminatezza. Contiene l'ammissione che una certa cosa, pur procrastinandone l'esecuzione
"sine die", dovrà essere comunque fatta. Nel frattempo se ne allontana l'esecuzione lasciando l'illusione che
prima o poi (normalmente poi), se non interverranno cause di forza maggiore, se le condizioni non
muteranno, se... se... si prenderà in esame l'eventuale soluzione del problema: decisamente meglio un
"mai".

Sine ira et studio:


Senza prevenzione e partigianeria. (Tacito, Annali, I, 1).
È la premessa che il grande storico mette a fondamento basilare delle sue narrazioni. Egli afferma che non
si lascerà trascinare da prevenzioni, rancori o favoritismi verso questa o quella parte.
Detto segnalato da Pasquale I.

Sine labe originali concepta:


Concepita senza peccato originale (Pio IX nel 1854).
Troviamo questa epressione rivolta alla Madonna nelle Litanie Lauretane. Il dogma dell' "Immacolata
Concezione" proclamato da papa Pio XI altro non fu che la conferma ufficiale della Chiesa di una
tradizione patristica, teologica e filosofica che ebbe nel francescano Giovanni Duns, meglio conosciuto
come Duns Scoto perché nativo della Scozia il massimo sostenitore.

Sine me, liber, ibis in urbe:


Senza di me o libro, tu andrai in città (Ovidio Tristia libro I v.1,2)
Ovidio relegato da Augusto a Tomi sul mar Nero, abituato alla vita mondana ed elegante di Roma, di cui
era uno dei più acclamati esponenti, non riesce ad accettare questo nuovo stile di vita. E' questo l'amaro
sfogo che confida al libro: lui certamente arriverà a Roma tra le mani dei suoi amici, (forse spera anche tra
quelle dell'imperatore che l'ha esiliato) mentre lui dovrà restare fino alla morte relegato in queste terre
abitate da barbari "Parve, nec invideo, sine me, liber, ibis in Urbem" (=Piccolo libro, non ti invidio, tu
andrai a Roma senza di me).
160 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Sine nomine vulgus:
La folla senza nome.
E' stato chiamato in tantissimi modi: profano, ignobile, senza nome... e chissà quanti altri aggettivo
dispregiativi gli sono stati cuciti addosso. Raccontano che Napoleone sostenesse che gli zeri, per tanti che
fossero, avessero valore solo in funzione... dell'uno che sta davanti. Prendendo infatti ad esempio due note
rivolte popolari, quella di Napoli e quella francese, tutti ricordiamo Masaniello, Marat, Danton,
Robespierre, ma ignoriamo tutto di quella folla senza nome, che con il sacrificio della propria vita e spesso
con eccessi d'ira e ferocia certamente deprecabili, ha contribuito alla realizzazione dei ideali nei quali
credeva e per i quali lottava.

Sine pennis volare haud facile est:


Non è facile volare senza penne (Plauto Poenulus atto IV scena II , 870).
E' la risposta di Sincerasto, schiavo di Poenulus, a Milpione che gli suggerisce di agire senza timore: "Sine
pennis volare haud facile est: meae alae pennas non habent" (=Non è facile volare senza penne ed è
addirittura impossibile se le ali ne sono completamente prive). Non è sufficiente il coraggio per portare a
termine un'impresa, ma e indispensabile anche avere a disposizione i mezzi per attuarla.
Detto segnalato da Alberto Di S.

Sine qua, non:


Senza la quale, no!
È una locuzione in uso specialmente nel linguaggio legale, quando a qualche contratto, atto o scrittura in
genere, si appone una clausola, una condizione, con l’aggiunta "sine qua, non"; cioè condizione e clausola
essenziale, senza la cui osservanza il contratto o atto stesso diventa nullo.

Sine sanguinis effusione:


Senza spargimento di sangue (Nuovo Testam., S. Paolo, Ebrei,11,28).
Il sangue usato come elemento purificatore, ricorda san Paolo, era un simbolo dell'antica alleanza che trova
il compimento nella passione di Cristo il cui sangue è stato versato per la nostra salvezza. Sacrificio questo
che allontanando ogni immagine di un Dio spietato e vendicativo diviene l'espressione del suo amore
misericordioso. Di ben diversa natura ne è stato l'utilizzo fatto dalla Inquisizione. Le sentenze emesse dagli
inquisitori, infatti, prevedevano pene "Sine sanguinis effusione"... e pertanto, quanti ritenuti eretici e non
pentiti venivano impiccati o meglio ancora arsi vivi!

Sine strepitu:
Senza clamore (Quintiliano Declamationes maiores libro II,17)
Suggeriva il conte zio (I Promessi Sposi cap.XIX) al padre provinciale chiedendo di allontanare padre
Cristoforo dal convento di Pescarenico : "son cose da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui..." ed è proprio
questo il significato del detto: operare senza volersi metter in mostra, senza battere la grancassa per farsi
notare ovviamente sia nel fare il bene come, nel caso del conte zio, il male.

Sinite parvulos venire ad me:


Lasciate venire a me i piccoli (Nuovo Testamento Mc. 10,14)
Sono parole di rimprovero che Gesù rivolge agli apostoli quando, forse per troppa devozione, tentano di
impedire a dei genitori di avvicinargli i loro figli affinché li benedica ritenendo che ne venga infastidito.
Gesù spiega nella seconda parte della frase il perché del suo rimprovero: "sinite parvulos venire ad me et ne
prohibueritis eos talium est enim regnum Dei" (=Lasciate venire a me i piccoli, perché loro è il regno dei
cieli).

Si non vis audire, nec regnes:


Smetti di regnare se ti da noia ascoltare.
Paolo Segneri, gesuita, scrittore e ritenuto, dopo san Bernardino da Siena e il Savonarola, il miglior oratore
della Chiesa Cattolica, racconta in una delle sue famosissime omelie, che tale frase venisse indirizzata a
Filippo II di Macedonia da una donna del popolo per invitarlo ad ascoltare la voce dei suoi sudditi.

Sint minores:
Siano minori - Siano sottomessi (San Francesco d'Assisi).
Espressione con la quale san Francesco chiese a papa Innocenzo III l'approvazione della regola francescana
che prevedeva per lui ed i suoi confratelli una vita da servi sottomessa a tutti.
161 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Sint ut sunt, aut non sint:
O siano come sono o non siano.
Risposta del Padre Ricci, generale dei Gesuiti, a chi gli proponeva di cambiare la loro Costituzione. In altre
parole voleva dire: i Gesuiti o rimangono come furono creati da Sant’Ignazio, oppure è meglio che cessino
di esistere. L’energica frase divenne celebre e si usa ripetere per cose od argomenti nei quali non si vuol
introdurre alcuna modifica.

Si parva licet componere magnis:


Se è permesso paragonare le cose piccole alle grandi. (Virgilio, Georgiche, IV, 176).
Il Poeta dice queste parole mettendo a confronto il lavorio delle api con quello dei ciclopi. Nell’uso
quotidiano si suole citare la frase quando si fanno paragoni che potrebbero sembrare sproporzionati.

Si qua voles apte nubere, nube pari:


Se desideri accasarti adeguatamente, sposa uno tuo pari (Ovidio Heroides IX Deianira a Ercole).
"Quam male inaequales veniunt ad aratra iuvenci, tam premitur magno coniuge nupta minor. Non honor
est sed onus species laesura ferentes: siqua voles apte nubere, nube pari." (= Come malamente si adattano
all'aratro due buoi di diversa mole, allo stesso modo viene messa in ombra dalle capacità del marito una
moglie a lui inferiore. Non è un privilegio ma un peso la bellezza che danneggia chi la possiede: se vuoi
sposarti adeguatamente, sposa un tuo pari.) Sono le amare parole pronunciate da Deianira, moglie di Ercole
e femminista "ante litteram"quando scopre che l'invincibile eroe, questa volta, non l'ha abbandonata per
qualche memorabile impresa, ma per Iole figlia di re Eurito di cui si era innamorato. Ai maschi romani non
garbava accasarsi con una donna più ricca di loro. La promulgazione delle "leges sumptuarie" quali la "lex
Oppia" e la "lex Voconia" erano infatti state votate "ad hoc" sia per limitare le ricchezze che le donne
potevano detenere sia per impedire loro di influenzare eventuali scelte politiche. Contro chi proponeva
l'abrogazione di queste leggi si scagliò, come riporta lo storico Tito Livio (Ab urbe condita, Libro XXXIV,
3), Catone, misogino e antifemminista "ante litteram" ricordando che "...quibus omnibus constrictas vix
tamen continere potestis. quid? si carpere singula et extorquere et exaequari ad extremum viris patiemini,
tolerabiles vobis eas fore creditis? Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt" (= ...pur legate
come sono a malapena le tenete a freno. E che? Se sopporterete che vi tolgano , che vi strappino di mano
ora questa ora quell'altra cosa e si pareggino infine agli uomini pensate di poterle ancora sopportare? Non
appena avranno la parità ci comanderanno).
Non diverso l'atteggiamento di Marziale (Epigrammi, Libro VIII, 12) "Uxorem quare locupletem ducere
nolim quaeritis? Uxori nubere nolo meae. Inferior matrona suo sit, Prisce, marito: non aliter fiunt femina
virque pares" (= Mi chiedete perchè non voglio sposare una donna ricca? Non intendo diventare la moglie
di mia moglie. Caro Prisco, la moglie deve sottostare al marito, solo così sono marito e moglie).

Si quid est quod utar, utor, si non est egeo:


Se ho qualcosa da usare la uso, se non l'ho ne faccio a meno (Aulo Gellio Noctes Atticae XIII- 24).
"Relata refero" come dicevano i romani. Aulo Gellio ne attribuisce la paternità a Catone che affermava
come nulla per lui fosse prezioso o indispensabile, né i palazzi, né il vasellame né i vestiti né lo schiavo o la
schiava. se nel momento in cui mi occorre ho qualche cosa da usare la uso altrimenti ne faccio a
meno.”Neque mihi aedificatio neque vasum neque vestimentum ullum est manupretiosum neque pretiosus
servus neque ancilla. Si quid est - inquit - quod utar, utor; si non est, egeo" . Con simile espressione, che
può sembrare banale, Catone ci ricorda che nessun bene materiale è indispensabile al buon vivere. Se
disponibile nel momento in cui serve, va usato, mentre nella eventualità opposta occorre sapervi rinunciare.

Si quis dat mannos noli quaerere in dentibus annos:


Se ti offrono cavalli non cercarne l'età dai denti (ignoto).
Equivale pressapoco al nostro proverbio "a caval donato non si guarda in bocca". Un regalo va accettato
per quello che è e non per quello desideremmo fosse. E' regola del bon ton far buon viso a cattiva sorte e se
proprio non ci interessa ...possiamo sempre riciclarlo
Il termine "Mannus" che si ritrova usato da Lucrezio ed Orazio sembra essere di origine celtica ed indica
una razza di cavalli simili ai pony utilizzati dai romani nelle passeggiate in villa.

Si rota defuerit, tu pede carpe viam:


Se la ruota del carro ti si rompe mettiti in cammino a piedi (Ovidio Ars amatoria LibroII v230).
Ritengo inutile ogni commento a questo simpatico suggerimento, che ho sperimentato di persona durante
queste vacanze estive (agosto 2006) quando mi sono ritrovato a Pieve di Revigozzo con l'auto non
funzionante e le officine meccaniche chiuse per ben due settimane causa ferie: il paese si trova a circa tre
km. di distanza, mangiare occorre mangiare e... "obtorto collo" ho seguito il consiglio del poeta!!!
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Sit tibi terra levis:
Ti sia la terra leggera.
Iscrizione spesso abbreviata in S.T.T.L un tempo frequente sulle tombe. Il peso della terra che ricopre la
bara ha sempre destato nell’umanità un senso di angoscia, di oppressione, e di qui l’auspicio, che in senso
più lato equivale al saluto cristiano: "Requiescas in pace".

Sit venia verbo :


Sia scusa alla parola.
Frase che si pone talvolta come inciso nel discorso per chiedere scusa di un’espressione che si sia stati
costretti ad adoperare.
Vedi anche "Absit invidia verbo"
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Sive bonum sive malum fama est:


Sia buona sia cattiva sempre di fama si tratta.
Altra traduzione potrebbe essere: "Qualsiasi cosa io faccia, che sia buona o malvagia, me ne viene sempre
fama". A Sabbioneta nel palazzo del Giardino, nella camera dei miti tra i tanti dipinti che ricordano le
imprese dei Gonzaga troviamo, voluto da Luigi Gonzaga Rodomonte, la raffigurazione di un tempio in
fiamme accompagnato dal motto “Fama est” (= me ne viene sempre fama). Il tempio effigiato è quello di
Artemide considerato una delle sette meraviglie del mondo incendiato e distrutto nel 356 a.C. dal pastore
greco Erostrato spinto da uno smodato desiderio di "passare alla storia". Per il Gonzaga il motto latino
voleva essere di giustificazione del Gonzaga alle critiche dei cortigiani per aver partecipato al sacco di
Roma come capitano delle truppe imperiali. L'espressione "Erostratismo" è un neologismo coniato per
indicare l'ansia di sopravvivere nella memoria dei posteri, cioè di "passare alla storia" a tutti i costi.

Si vera sunt exposita:


Se le cose raccontate sono vere.
Si tratta di un'antica formula con cui si chiudevano i decreti imperiali o pontifici. A volte veniva sostituita
con quest'altra di identico significato: "Si preces veritate nitantur" (= Se quanto esposto con la supplica
corrisponde a verità).

Si vis me flere, flendum est primum ipsi tibi:


Se vuoi che io pianga, devi piangere prima tu stesso. (Orazio, Ars poetica, 102).
Questi due versi esprimono la dote principale dell’attore drammatico e dello scrittore in genere che, se
vogliono commuovere il pubblico o il lettore, devono essi stessi sentire per primi quanto vengono
esponendo. Anche nelle opere d’arte non si ha mai un capolavoro, se l’artista non vi lascia una parte viva
della propria anima.

Si vis pacem, para bellum:


Se vuoi mantenere la pace, tieniti sempre pronto a fare la guerra. (Vegezio).
La storia anche attuale insegna!!!

Solent mendaces luere poenas malefici:


I bugiardi sono soliti pagare per il male che fanno. (Fedro, Favole, Libro I,17,1).
Morale della favola: "La Pecora, il cane ed il lupo". Un cane chiedeva alla pecora la restituzione di un pane
che diceva averle prestato. Il lupo, citato a testimonio, affermò che la pecora doveva non uno ma bensì
dieci pani. La povera pecora pagò così quel che non aveva affatto ricevuto; ma dopo pochi giorni ebbe la
soddisfazione di vedere il lupo preso in trappola.

Soles duabus sellis sedere:


Sei abituato a star seduto su due scanni. (Seneca Controversiarum liber VII Macrobio Saturnalia libro II , 3)
Equivale al nostro detto: "tenere il piede in due scarpe". Questa volta tocca a Cicerone, normalmente
abituato a ironizzare anche pesantemente contro i suoi avversari, a subire una sarcastica stoccata. La scena
si svolge in senato: a Laberio cavaliere romano, noto anche per alcune operette teatrali, che gli chiede di
fargli un pò di posto per permettergli di sedersi, Cicerone risponde di non poterlo fare in quanto lo spazio,
già troppo esiguo, non è sufficiente neppure per lui. A questo punto Laberio, alludendo all'abitudine
dell'oratore di mostrarsi forte con i deboli e debole con i forti, sempre pronto ad adulare i rivali che non è in
grado di contrastare e capace di lusingare contemporaneamente due partiti avversi, risponde: nulla di strano
che tu stia così stretto considerato che "soles duabus sellis sedere"
163 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Soles occidere et redire possunt: nobis, cum semel occidit brevis lux, nox est perpetua una
dormienda:
Il sole può tramontare e risorgere: per noi dopo una breve giornata, ci sarà una sola interminabile notte
(Catullo Carmina 5).
E' l'invito di uno scrittore pagano a godere di tutti i piaceri che la vita, sempre troppo breve, concede
all'essere umano. L'amore è ovviamente il primo dei piaceri di cui si deve godere. Il carme infatti,
indirizzato a Lesbia, inizia con le parole: "Vivamus, mea Lesbia, atque amemus" (=Godiamoci la vita o
Lesbia dando sfogo all'amore). Anche Orazio (Carmina libro 1-XXVIII-15) indicando la morte usa
l'espressione "Sed omnes una manet nox" (=ma una sola notte attende tutti) e nell'ode VII Libro IV v.15 si
domanda "Quo pater Aeneas, quo dives Tullus et Ancus, pulvis et umbra sumus." (=Dov'è il padre Enea,
dove sono i ricchi Anco Marzio e Tullo Ostilio? Siamo ombra e polvere).
Vedi anche: Eheu! fugaces labuntur anni.
Detto segnalato da Andrea B.

Solet a despectis par referri gratia:


I disprezzati spesso rendono pan per focaccia. (Fedro, Favole, Libro III, 2, 1).
È il primo verso della favola: "La Pantera e i pastori", che racconta della Pantera caduta nella fossa e
lapidata dai contadini, mentre solo qualcuno, considerandola ormai votata alla morte, le getta un tozzo di
pane. Sopravvenuta la notte, la Pantera riesce a fuggire e nei giorni seguenti fa strage dei suoi lapidatori,
ma risparmia quelli che avevano avuto compassione, dicendo loro: "Illis revertor hostis, qui me laeserunt"

Sol lucet omnibus:


Il sole risplende per tutti.
Proverbio che significa, nel suo senso figurato, che tutti hanno diritto al loro raggio di Sole, cioè che vi
sono dei beni naturali comuni ad ogni individuo, dei quali non si può esser privati che con la prepotenza e
l’ingiustizia.

Solve et repete:
Paga e chiedi la restituzione (Brocardo).
Si tratta di un principio per il quale lo stato obbliga il cittadino al pagamento di debiti ancor prima di essere
accertati. Il principio reintrodotto con le ultime finanziarie era già stato depennato nel 1961 perché ritenuto
in contrasto con la Costituzione.

Solve senescentem:
Sostituisci quello che invecchia. (Orazio Epistolarum Liber I v. 8,9)
Il consiglio viene dato non solo agli scrittori, con l'invito a ricercare sempre idee nuove ma molto più terra
terra è diretto anche a quanti, nonostante gli anni, non accettando di invecchiare: "Solve senescentem
mature sanus equum, ne peccet ad extremum ridendus et ilia ducat" (=Sostituisci per tempo il cavallo che
invecchia se non vuoi che stanco ed estenuato faccia ridere a tue spese).
La frase si trova citata dal Metastasio nella lettera CV inviata il 29 gennaio 1766 da Vienna a Francesco
Giovanni di Chastellux.

Solvitur ambulando:
Camminando si risolve il problema.
Si racconta che sia stato l'atteggiamento tenuto di Diogene (quel filosofo che l'aneddotica vuole vivesse in
una botte, avesse buttato anche la scodella ritenendo che si poteva mangiare e bere usando le mani, e che ad
Alessandro Magno , che chiedeva se avesso potuto fare qualche cosa per lui, chiese di non frapporsi tra lui
e il sole) per confutare i paradossi di Zenone di Elea tesi a dimostrare l'impossibilità del moto.

Spes sibi quisque:


Ciascuno sia speranza a sé stesso. (Virgilio, Eneide, XI, 309).
Confidi ciascuno unicamente nelle proprie forze, nei propri mezzi.

Spes ultima dea:


La speranza è l'ultima dea.
La speranza in un tempo migliore non ci abbandona mai neppure nei peggiori momenti. "Finché c'è vita c'è
speranza" recita un detto popolare e, come ricorda il Foscolo nei Sepolcri, la speranza è l’ ultima ad
abbandonare l’uomo: "Anche la Speme, ultima dea, fugge i sepolcri".
164 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Spina etiam grata est, ex qua spectatur rosa:
Anche una spina è gradita quando poi ci si aspetta di vedere una rosa! (Publilio Siro Sententiae v.614).
La sentenza citata mi ha ricordato quanto Alessandro Manzoni scrive al capitolo 7° de "I Promessi Sposi"
al termine di quell'indimenticabile Addio monti “(Dio) non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per
prepararne una più certa e più grande”. Tutti noi siamo disposti ad accettare un sacrificio anche grande se
solo riusciamo ad intuire che al termine la ricompensa e la gioia sarà ancora maggiore.

Spiritus promptus caro autem infirma:


Lo spirito è pronto, ma la carne è debole.(Nuovo testamento Mt 26, 41)
E' notte inoltrata e nell'oscurità del Getsemani, l'uliveto in cui Gesù si è ritirato a pregare, tra il disinteresse
e l'indolenza dei suoi sonnacchiosi discepoli egli presenta tutto l dramma della sua passione che sta per
iniziare. Trovandoli addormentati rivolto a Pietro esclama: "Non avete potuto vegliare un'ora con me.
vegliate e pregate perchè non cadiate in tentazione, perchè "Spiritus promptus caro autem infirma" (=lo
spirito è pronto al sacrificio, ma la carne è debole). Nel linguaggio comune l'espressione viene usata per
ricordare agli interlocutori che stiamo per compiere una cosa che pur ritenendola indispensabile ci costa
non poco sacrificio.

Spiritus ubi vult spirat:


Lo spirito spira ove vuole.
Cioè l’ ispirazione non è frutto degli sforzi dell’uomo, ma dono del Cielo. Lo conferma Orazio (Ars
poetica, v. 385) : "Tu nihil invita dices faciesve Minerva" (=Non farai o non dirai nulla se la dea Minerva è
contraria).

S.P.Q.R.:
Per la traduzione vedi sotto
Acronimo, secondo certe interpretazioni, di Senatus PopulusQue Romanus (=Il senato e il popolo romano),
per altre di "Senatus Populus Quiritium Romanus" (= Il senato e il popolo romano dei Quiriti) e, per altre
ancora, di "Senatus Populusque Quiritium Romanorum" . E' ancora visibile su lapidi, colonne e monumenti
a suggello di una romanità che ancora oggi permea la nostra civiltà. Così veniva firmato ogni documento ad
indicare che il senato altro non era che l'organismo che agiva in nome del popolo. Lo storico Sallustio,
(Bellum Iugurthinum, 41), scrivendo di quei tempi (112-110 a.C.) capovolge la formula in "Populus et
senatus Romanus" quasi per farci comprendere che quell'unità ormai era spezzata e che il popolo ed il
senato avevano dato origine a due partiti, quello democratico e quello conservatore che si combattevano
senza esclusione di colpi. Dopo la secessione della plebe sull'Aventino ( chi non ricorda il famoso apologo
di Menenio Agrippa?) i contrasti tra patrizi e plebei, per la parificazione dei diritti, erano stati composti
attraverso una serie di leggi. Nel 367 a.C. i plebei erano stati ammessi al consolato, nel 364 all'edilità
curule, nel 356, 351 e 337 rispettivamente alla dittatura, alla censura e alla pretura e, finalmente, nel 300
con la Lex Ogulnia poterono accedere ai collegi dei pontefici e degli auguri anche se risulta che il primo
pontefice massimo plebeo fu eletto nel 252 a.C. Le intenzioni erano buone ma, come spesso accade e la
storia insegna, questi rappresentanti del popolo furono anch'essi pronti a vendersi al miglior offerente.

Stallum in choro et locum in capitulo:


Avere uno scranno nel coro e un posto nel capitolo (autore ignoto).
Espressione ecclesiastica che incontriamo nei Decretali di papa Gregorio IX, testi legislativi emanati da
pontefici e successivamente confluiti nel "Corpus iuris canonici". "Scranno nel coro" e "posto nel
capitolo" sono due figure retoriche usate per indicare "la persona" del canonico della cattedrale. Si trattava
di ecclesiastici che avevano tra i principali doveri la recita dell'ufficio divino "in coro" e formavano un
"collegio/capitolo" che inizialmente aveva addirittura l'autorità di eleggere il vescovo, di condizionarne le
scelte e, in caso di sede vacante, di sostituirlo in toto. Equivale quindi nell'uso quotidiano alla espressione
italiana: detenere le leve del potere o essere nella stanza dei bottoni!.

Stat crux dum volvitur orbis:


La croce resta immobile mentre il mondo gira (Motto dei Certosini).
L'ordine monastico dei Certosini è stato fondato nel 1084 da san Bruno e prende il nome dal Massif de la
Chartreuse in Francia dove i primi monaci si ritirarono per intrapendere la loro vita contemplativa. Tante e
di notevole bellezza sono le varie Certose edificate ed ancora visitabili in Italia a testimonianza della
diffusione che questo ordinei religioso ha avuto nella nostra penisola.
165 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Statim debetur quod sine die debetur:
Quanto è dovuto senza che ne sia fissato il giorno è dovuto subito.
Il detto è ripreso dal Digesto di Giustiniano (50.17.14) dove il legislatore scrive che "In omnibus
obligationibus, in quibus dies non ponitur, praesenti die debetur" (=Tutti gli impegni, nei quali non è
specificata una data, devono essere onorati il giorno stesso).

Stat sua cuique dies:


E' fisso per ognuno il suo giorno (Virgilio Eneide libro X).
Troviamo questa frase nella descrizione del duello tra Pallante e Turno. Il giovane troiano rivolge una
preghiera ad Ercole, un giorno ospite di suo padre, affinché guidi la sua arma. Vane sono le suppliche che
Ercole rivolge a Giove. Il Dio gli ricorda di essere anch'egli impotente di fronte al volere del fato: “Stat sua
cuique dies, breve et irreparabile tempus omnibus est vitae” (=È fisso a ciascuno il suo giorno, è breve per
tutti, e non revocabile). Pallante primo scaglia la lancia contro Turno, ma questa dopo averne perforato lo
scudo sfiora solo la spalla dell'avversario. La lancia invece del re dei Rutuli affonda nel petto del giovane
uccidendolo.

Statu quo:
Nella condizione in cui (si trova).
L'espressione completa "in statu quo ante" significa nella stessa condizione in cui si trovava prima.
Espressione mutuata dal linguaggio giuridico e diplomatico con la quale si indica che una situazione,
modificatasi in seguito a determinati avvenimenti, ritorna ad essere esattamente come prim Dal linguaggio
diplomatico è passata all’uso comune e familiare, nel quale significa che una cosa rimane allo stato in cui si
trovava prima.

Stella clavisque Maris Indici:


Stella e chiave dell'Oceano Indiano.
Motto della Repubblica di Mauritius, isola nell'Oceano Indiano sud-occidentale, a circa 900 km a est del
Madagascar. Quando ancora non esisteva il Canale di Suez per le navi che circumnavigando l'Africa si
spingevano ad oriente serviva da punto di riferimento nella rotta verso le Indie. Oltre all'isola principale, la
repubblica comprende anche le isole di Saint Brandon e Rodrigues e le Isole Agalega.

Stude sapientiae:
Ama lo studio (Antico Testamento., Proverbi, 23, 30).
È un monito della Sacra Scrittura, che si trova nel libro dei Proverbi, attribuito a Salomone. cercando di
ricordare che lo studio dev’essere diretto non già al buon successo nella scuola, ma alla pratica della vita:
"Non scholae, sed vitae discimus".

Studia adolescentiam alunt, senectutem oblectant:


Gli studi alimentano la giovinezza e rallegrano la vecchiaia (Cicerone, Pro Archia, VII, 16).
Sentenza che, nella seconda parte, si può intendere in due modi: cioè sia che gli studi sono un conforto
anche nell’età senile, sia che gli studi fatti in gioventù preparano una vecchiaia decorosa ed agiata.

Stultitia est venatum ducere invitos canes:


E' tempo perso andare a caccia con cani svogliati (Plauto, Stichus 144?).
Anche Ovidio (Heroides V, vv. 115-118) esprime lo stesso concetto quando scrive "Non profecturis litora
bubus aras" (=Stai arando la spiaggia con buoi che non ne hanno voglia). Anche nelle scuole, nelle aziende
private e pubbliche sarebbe utile ripetere questo ritornello a certi studenti , lavoratori e sindacalisti.
Detto segnalato da Cristiano

Stultorum numerus est infinitus:


Infinito è il numero degli stolti. (Antico Testamento Ecclesiaste, 1, 15)
I pensieri espressi in questo libro della sacra Bibbia, erroneamente attribuito al re Salomone, rivelano una
mente che medita i problemi fondamentali della vita e pur non sapendo o volendo dare una soluzione agli
stessi constata con rassegnazione la assoluta nullità di tutto ciò che è terreno. I suggerimenti dell'autore a
prendere dalla vita quel poco che essa è in grado di offrire e di questo poco goderne, sembrano scaturire da
una profonda e pacata conoscenza che egli ha del mondo.
166 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Stultum consilium non modo effectu caret, sed ad perniciem quoque mortales devocat:
Un consiglio stolto, non solo non ottiene buoni risultati, ma porta gli uomini alla rovina (Fedro, Favole,
Libro I, 20, 1-2).
Questa morale si trova nella favola: I cani affamati. Dei cani affamati vedendo una pelle d'animale a mollo
sul fondo di un fiume. Per poterla tirare fuori e mangiarsela più facilmente, si misero a bere l'acqua per
prosciugarla: ma morirono scoppiati prima di toccare quello che volevano..

Stultus quoque, si tacuerit, sapiens reputabitur et, si compresserit labia sua, intellegens:
Anche lo stolto, se tacerà, sarà considerato saggio ed intelligente se terrà chiuse le sue labbra, (Antico
Testamento, Proverbi 17, 28).
Il libro dei "Proverbi” è un'ampia raccolta di sentenze, motti e aforismi a carattere didattico. Si ritiene che
parte di questa raccolta sia dovuta al re Salomone noto per la sua sapienza e per la sua sagacia. Il detto è
molto simile al nostro proverbio: "un bel tacer non fu mai scritto" e "il silenzio è oro".
Detto segnalato da Alberto Di S.

Sub iugum miserunt:


Li fecero passare sotto il giogo. (Eutropio, Breviario, I, 9).
Passare sotto il giogo era per i Romani la più grande umiliazione, che gettava un’ ombra di disonore su
tutta la vita, come segno di sconfitta patita. La subirono, come narra Eutropio, i consoli T. Veturio e S.
Postumio, con l’esercito romano, alle Forche Caudine (Gola di Montesarchio) per opera dei Sanniti. La
frase si ripete per alludere a una qualche sconfitta.
Vedi anche"obtorto collo".

Sub lege libertas:


La libertà sotto la legge.
Proverbio antico. La libertà deve essere moderata dalle leggi dello Stato, per non degenerare in licenza.

Sub rosa dictum:


Detto sotto il vincole del segreto.
La tradizione vuole che la rosa sia il fiore prediletto da Arpocrate dio del silenzio, raffigurato con con
l'indice alla bocca e coperto da un mantello coperto di occhi e e orecchie. Una rosa bianca era inoltre un
simbolo delle società segrete quali i Rosacrociani e i Massoni.

Successor est missus:


Fu inviato il successore (Eutropio, Breviario, VI, 9).
Mentre Lucullo, condottiero Romano, passando di vittoria in vittoria, preparava una spedizione contro i
Persiani, fu sostituito da un altro generale. Ad episodi di questo tipo allude anche Virgilio con quel verso:
"Carpent tua poma nepotes" che può essere tradotto: "Altri mieteranno dove tu hai seminato; altri
mangeranno il frutto dei tuoi sudori".

Successus ad perniciem multos devocat:


Il successo apre a molti la strada per la perdizione (Fedro, Favole, Libro III, 5, 1).
È dimostrato con la favoletta di quel petulante che, tirato un sasso ad Esopo non solo si sentì rispondere
"bravo" ma ebbe anche dallo stesso in premio una moneta. "Mi dispiace", aggiunse dispiaciuto il poeta , "di
non aver altro, ma vedi quel ricco e potente signore che viene verso di noi? Tiragli una pietra e ne
riceverai un premio". Infatti, a titolo di premio, quell' importuno venne crocifisso.

Successus improborum plures allicit:


La fortuna dei malvagi è una brutta seduzione per molti (Fedro, Favole, Libro II, 3,7).
Fedro ricava questa morale dalla seguente favola: Un tale, attaccato da un cane furibondo, gli gettò un pane
bagnato del suo sangue, che si riteneva essere in simili casi un rimedio infallibile. Ma Esopo gli disse: Per
carità, non farti vedere dagli altri cani, perché vedendo che questo è il premio che diamo loro, ci
mangeranno vivi!

Sufficit diei malitia sua:


Ad ogni giorno basta il suo affanno (Nuovo Testamento Mt. 6,33).
"Nolite ergo esse solliciti in crastinum crastinus enim dies sollicitus erit sibi ipse: sufficit diei malitia sua"
(=Non preoccupatevi dunque per il domani, poiché il domani sarà sollecito di sè stesso: a ciascun giorno
basta il suo affanno). E' l'invito di Gesù ad evitare vane ed eccessive preoccupazioni. E' lecito per ogni
uomo prudente porsi simili domande, ma occorre evitare l'ansia tormentosa per le necessità materiali
167 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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dimenticando che sopra alle umane vicende c'è la Provvidenza del Padre. Ben diverso dal "Carpe diem" di
Orazio che suggerisce di vivere alla giornata credendo il meno possibile nell'indomani.
Non dobbiamo preoccuparci per gli eventuali mali futuri; basta rassegnarci a sopportare la croce
quotidiana. In altre parole è l’antico nostro proverbio: "Non fasciarsi la testa prima d’averla rotta".

Sui generis:
Di un genere tutto suo.
L'espressione è usata sia come sinonimo di strano, cervellotico o bizzarro sia per denotare caratteristiche
peculiari di cose o persone. Come capo quello è bravissimo anche se un pò "sui generis", il profumo della
rosa è inconfondibile , è veramente "sui generis"

Sui iuris:
Di proprio diritto.
Locuzione tramandata dal diritto romano e usata ancora oggi con riferimento a chi, non essendo soggetto
alla patria potestà di altra persona, gode i pieni diritti civili come cittadino.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Summum ius, summa iniuria:


Eccesso di giustizia, eccesso d'ingiustizia. (Cicerone, De officiis, I, 10, 33).
Quando l’applicazione delle leggi è eccessivamente severa, non si ha più un freno o un giusto castigo
Sunt bona mixta malis:
Il bene è mescolato al male.
Si tratta del titolo di una "Missa" (= Messa cantata) scritta da F.J. Haydn. Compare anche nel "Moliere" di
Goldoni quando nell'Atto III Scena IV al conte Lasca che chiede: "Leandro, voi che siete un uomo schietto
e di sapere; Dite, si può star saldi all'opre di Moliere?" l'interrogato risponde: "Sunt bona mixta malis;
Sunt mala mixta bonis" (=Il bene è mescolato al male e viceversa).

Sunt lacrymae rerum:


Vi sono lacrime per le nostre disgrazie. (Virgilio, Eneide, I, 462).
Sono parole di Enea al fedele Acate. Dando alla frase un senso diverso da quello virgiliano, si cita per dire
che talora anche le cose inanimate sembrano piangere sulla infelicità dell'uomo.

Sunt quos curriculo pulverem olympicum collegisse iuvat:


Ci sono coloro che amano sollevare sotto le ruote di un carro la polvere olimpica (Orazio, libro I, ode I,
v. 3).
Tante sono le ambizioni umane e ognuno , per propria indole, è portato a soddisfarne talune piuttosto che
altre. Per Orazio consiste nell'essere annoverato tra la schiera dei grandi poeti, ed è sua convinzione che
solo attraverso le proprie opere poetiche riuscirà a conseguire quella fama immortale che altri cercano in
cento altri modi diversi: nella politica, nel comando militare, nei giochi del circo o, come dice con
l'espressione citata, nelle competizioni olimpiche.

Sunt verba et voces:


Sono parole e voci (Orazio, Epistole, Libro I, I, 34).
Normalmente ad indicare una persona che è solo chiacchiere e niente fatti, fumo e non arrosto, ed oggi a
tanti si potrebbe cucire addosso questa definizione, si preferisce l'espressione modificata in "Sunt verba et
voces praetereaque nihil (=Sono voci e parole, null'altro).

Superiorum permissu:
Con l'autorizzazione dei superiori.
Espressione con la quale negli ordini religiosi ancor oggi si approvava un libro e se ne autorizza la
pubblicazione. Vedi anche "Nihil obstat quominus imprimatur".

Supplicium more maiorum:


Punizione come era in uso presso i nostri antenati.
Queste punizioni non dovevano essere troppo piacevoli se Tito Livio, (Ab Urbe condita, Libro I, 26)
scriveva: “Lex horrendi carminis erat: Duumviri perduellionem iudicent; si a duumviris provocarit,
provocatione certato; si vincent, caput obnubito; infelici arbori reste suspendito; verberato vel intra
pomerium vel extra pomerium." (=Il testo della legge era spaventoso: I duumviri giudichino i delitti di lesa
maestà. Se l'imputato ricorre in appello avvenga una discussione. Se prevarrà la tesi dei duumviri, si
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proceda a coprire il capo dell'imputato; lo si leghi a un albero di quelli ritenuto di cattivo augurio e venga
fustigato sia dentro il pomerio sia fuori).
Vedi anche "Arbores felices - Arbores infelices"

Supra vires:
Oltre le forze.
Con qualche modifica risulta essere il motto di alcuni corpi del nostro esercito. Troviamo infatti: "Supra
vires audaces" (=Audaci oltre le nostra possibilità) oppure "Supra vires ultra sidera" (=Oltre le forze più in
alto delle stelle).

Supremum vale:
Addio per sempre (Ovidio, Metamorfosi, X, 62).
Il Poeta mette la frase in bocca di Orfeo che perde per la seconda volta, e questa volta per sempre, la sua
diletta Euridice. Nell’uso comune si adopera col significato di rinunziare a qualche persona o a qualche
cosa per sempre e completamente.

Surge et ambula:
Alzati e cammina (Nuovo Testamento Mt. 9,5).
Assistiamo ancora ad una presa di posizione di Cristo nei confronti degli Scribi dubbiosi del suo operato e
contrari al suo insegnamento. Siamo a Cafarnao e gli viene presentato un paralitico chiedendogli di
guarirlo. Scrive l'evangelista che Gesù dice al paralitico: "Abbi fiducia, i tuoi peccati ti sono perdonati" e
rivolto agli Scribi che in cuor loro pensavano "costui bestemmia" rispose "Quid est facilius dicere
dimittuntur tibi peccata aut dicere surge et ambula" (=E' più facile dire ti sono rimessi i tuoi peccati o dire
alzati e cammina).mostrando che chi poteva compiere un miracolo di quel genere aveva anche il potere di
perdonare i peccati.

Sursum corda:
In alto i cuori!
L'espressione è tratta dalla santa Messa quando ancora era utilizzata nella celebrazione la lingua latina. Al
termine dell'Offertorio, momento liturgico in cui il celebrante riceveva il pane ed il vino per il sacrificio
eucaristico, veniva recitata sopra le offerte una preghiera detta "segreta". Occorre ricordare che
nell'antichità i fedeli, a questo punto della messa, offrivano anche quanto concorreva al mantenimento del
sacerdote e dei più indigenti. Nella eventualità che le offerte fossero eccessive, il sacerdote separava quelle
che dovevano servire al sacrificio e su di esse recitava una preghiera detta "Oratio super secreta"
(preghiera sopra le offerte separate) e al termine di questa invitando i fedeli ad innalzare i cuori al cielo
lodando il Signore iniziava la parte della santa Messa conosciuta come Canone.
Nel linguaggio comune la frase si cita per far coraggio a chi è abbattuto o è stato colpito da qualche lutto,
come per dire: Al cielo lo sguardo! Su con la vita, fatti coraggio!

Sus Minervam docet:


Il porco fa da insegnante a Minerva (dea della sapienza) (Cicerone, Academica, Libro I , 5).
La frase da cui è stato estrapolato il detto suonava così: "nam etsi non sus Minervam ut aiunt, tamen inepte
quisquis Minervam docet." (= infatti anche se non è il maiale a dare consigli a Minerva come si è soliti dire,
tuttavia a sproposito chiunque si sente in dovere di farlo). L'espressione è rivolta a quanti, pur inesperti, si
atteggiano a maestri e sintetizza il nostro detto: chi sa fa e chi non sa insegna!

Suspice caelum et numera stellas, si potes:


Guarda il cielo e conta le stelle se puoi (Antico Testam., Genesi, 15,5).
Sono le parole con cui Dio garantisce al vecchio patriarca Abramo una discendenza che sarà più numerosa
delle stelle in cielo ed infatti, nonostante la moglie Sara fosse sterile, il versetto della Bibbia così continua:
“Sic erit semen tuum” (=Così sarà numerosa la tua discendenza).

Sustineas tibi habitu esse similes, qui sint virtute impares:


Sopporta che ti siano pari nella dignità quelli che sono inferiori a te per valore (Fedro, Favole, Libro III,
16, 7-8).
È una filosofia molto necessaria per la tranquillità della vita. Fedro la deriva dalla favoletta delle Capre che,
avendo ottenuto da Giove "l’onor del mento", cioè la barba, provocarono la gelosia dei caproni ritenendosi
sminuiti nelle loro prerogative mascoline. Viene a proposito il proverbio: “La barba non fa il filosofo”.
169 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Sustine et abstine:
Sopporta (il dolore) ed astieniti (dai beni terreni) (Epitteto 50 - 125 d.C.).
E' condensata in questa massima la dottrina stoica di questo filosofo greco vissuto a Roma ai tempi di
Nerone. Il suo pensiero e la sua dottrina ci sono pervenuti grazie agli appunti di Arriano di Nicomedia suo
discepolo. Fondamento del pensiero di Epitteto consiste nel badare a sé stesso raggiungendo il dominio
sulla volontà e dominare il desiderio occupandosi solo delle cose che è in nostro potere fare.

Sutor, ne supra crepidam!:


Calzolaio, non più in alto della scarpa. (Plinio, Storia Naturale, Libro XXXV, 85).
Ad ognuno il suo mestiere. È la famosa risposta data da Apelle al calzolaio che, dopo aver criticato una
calzatura di un suo quadro, ne criticava anche altre parti per le quali non era affatto competente.
Considerazione sempre valida per quanti danno giudizi o consigli pur non avendo alcuna conoscenza
specifica sull'oggetto del contendere. Equivale al proverbio milanese: "Offelée fa el tò mestée" (=pasticcere
fa il tuo mestiere).
Come segnalato da un lettore è possibile trovare anche: Sutor, ne ultra crepidam! (=Ciabattino non andare
oltre la scarpa) con identico significato. La versione, qui preferita e pubblicata, è presa da quelli che ritengo
essere i due Dizionari della lingua latina migliori in assoluto: Campanini-Carboni e Georges-Calonghi, e
dai siti LacusCurtius gestito da Bill Thayer e Latin.it ... ergo in mancanza di dati a suffragio di
quest’ultima versione preferisco non apportare modifiche.

Suum cuique decus posteritas rependit:


I posteri rendono a ciascuno il proprio onore.
Il tempo è buon giudice, e mette in chiaro i meriti o demeriti di tutti gli uomini.

S.V.B.E.E.V.:
Se stai bene sono contento, io sto bene.
Era questo il modo per i romani di iniziare una lettera: “Si vales bene est, ego valeo”. In chiusura di lettera
invece veniva usata l'espressione "vale" (sta bene) oppure "cura ut valeas" che equivale al nostro cerca di
star bene. Altra espressione di saluto sarebbe anche "aeternum vale"o "supremum vale" (=stai bene in
eterno) ma considerando che veniva pronunciata sulla salma di un proprio caro per augurargli il riposo
eterno... ne era sconsigliato l'uso nella corrispondenza tra amici.

T
Tabula rasa:
Tavoletta ripulita.
Non conoscendo la carta e non potendo usare il papiro o la pergamena per il costo troppo elevato i romani
usavano per prendere appunti delle tavolette ricoperte di cera che veniva incisa dalla punta di uno stilo
mentre per cancellare veniva utilizzata una piccola spatola posta all'altra estremità dello stilo stesso
ripristinando lo strato di cera. Nel momento in cui quanto scritto non aveva più interesse alcuno, sempre
con la spatola si rasava la cera su tutta la tavoletta rendendola riutilizzabile. "Saepe stilum vertas"
(=Capovolgi spesso lo stilo) scriveva Orazio, nelle Satire, Libro I, X, 72 ad indicare l'opera di limatura che
era indispensabile operare sulle opere letterarie.
Per traslato, la locuzione entrò nell'uso della terminologia filosofica ad indicare lo stato della mente umana
che nasce vuota di idee che solo l'esperienza creerà tramite i sensi. Dall'uso filosofico a quello giornalistico:
far "tabula rasa" equivale a rubare, sottrarre ogni cosa il passo è stato breve.

Tam mari quam terra:


Tanto sul mare che sulla terra (Città di Genova 1424).
Si ritiene che questo sia stato il nome della prima società di assicurazione nata a Genova nel 1424. Sembra
che già tra gli egizi (2700 a.C.) e poi tra il romani esistesse una cassa mutua per pagare le spese funebri dei
tagliapietre. Vere forma codificate di assicurazione si cominciano a trovare nel tardo medioevo: uno dei più
antichi documenti risale alla seconda metà del 1300.
Nel 1688 nasce a Londra, nella taverna del sig. Lloyd Edward, la più famosa si queste compagnie: I
Lloyd's. Nel 1762 , sempre in Inghilterra, nasce l’assicurazione per la persona sulla vita.
170 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Tantae molis erat Romanam condere gentem:
Era così difficile fondare il popolo romano. (Virgilio, Eneide, I, 33).
Verso che riassume tutti gli ostacoli, le difficoltà incontrate nello sviluppo della città "caput orbis" e del
popolo che doveva dettar leggi al mondo intero. Ricorre spontaneo quando ci si trova innanzi a problemi
che sembrano insormontabili.

Tantaene animis coelestibus irae?:


Di tanta ira sono capaci gli animi celesti? (Virgilio , Eneide, libro I, v. 12).
La mitologia greca e romana ci hanno abituati a questa visione antropomorfa degli dei dell'Olimpo soggetti,
come dei semplici mortali alle umane passioni, falsi, bugiardi e vendicativi. "Possibile" si domanda infatti
Virgilio "che Giunone essendo una dea possa nutrire tanto odio nei confronti dei troiani da costringerli
per sette lunghi anni a peregrinare per i mari e a istigare successivamente contro loro le popolazioni del
Lazio?" Si usa la frase quando la fortuna è avversa alle nostre imprese, quando cioè il Cielo sembra sordo
alle nostre preghiere.

Tanto nomini nullum par elogium:


Nessun elogio è adeguato a simile nome.
Epitaffio scolpito sulla tomba di Niccolò Macchiavelli sepolto nella tomba di famiglia in Santa Croce a
Firenze. L'espressione "Tanto nomini" risulta quasi sempre indirizzata in senso sarcastico a quei personaggi
ai quali non resta altro merito e vanto che il nome che portano.

Tarde venientibus ossa:


Quelli che arrivano tardi a tavola trovano solamente le ossa.
Se per negligenza o pigrizia si perdono opportunità di guadagno o di lavoro la colpa è solamente nostra.
Identico concetto è espresso dal proverbio: Chi tardi arriva male alloggia. Di ben diversa interpretazione è
il significato di "arrivare ultimo" nel racconto evangelico (Mt. 20,8 - 20,16). Il padrone di una vigna
durante l'arco dalla giornata cerca lavoratori e come li trova, indipendentemente dall'ora, li manda nella suo
podere promettendo a tutti un denaro per il lavoro svolto. Giunta la sera dice al fattore di pagare agli operai
quanto pattuito iniziando dagli ultimi arrivati. Quando giungono quelli che già dal mattino lavoravano nel
campo trovandosi a ricevere la stessa paga di chi aveva lavorato solo un'ora protestano per quella che
ritengono una ingiustizia. A questi il padrone risponde: amico non ti fo torto, non hai pattuito con me per
un denaro? Prendi il tuo e vattene, io voglio dare a quest'ultimo come a te... "sic erunt novissimi primi et
primi novissimi" (=così gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi) . La parabola era diretta contro quei
Giudei che, appartenendo per nascita al popolo eletto si ritenevano "primi" nella scelta di Dio e non
tolleravano che i Gentili , "operai dell'ultima ora", potessero avere, nel regno che il Messia andava
predicando, i loro stessi diritti.

Te Deum:
Te Dio. (San Niceta di Remesiana?).
Sono le prime due parole con cui inizia l'inno sacro che da esse prende il titolo. In uso già dai tempi di san
Benedetto e conosciuto anche come "Hymnus Ambrosianus" forse perchè erroneamente attribuito a
sant'Ambrogio, inizialmente legato alla Liturgia delle Ore è divenuto, per la Chiesa Cattolica, l'inno di lode
e di rigraziamento per eccellenza, cantato durante l'ordinazione, del vescovo, del papa , o molto più
semplicemente al termine di ogni anno come ringraziamento a Dio per quanto, nell'anno trascorso, ci è
stato concesso. Secondo lo studioso benedettino dom Germain Morin l'inno sarebbe stato composto da san
Niceta di Remesiana (l'attuale Bela Palanka in Serbia). "Cantare o recitare un te deum" è espressione
piuttosto comune ad indicare il ringraziamento per uno scampato pericolo o per la riuscita in una impresa
personale.

Telum imbelle sine ictu:


Freccia innocua e senza forza. (Virgilio, Eneide, Il, 544).
Il poeta lo dice a proposito della freccia scagliata dal vecchio Priamo a Pirro. Nel senso figurato, significa
un attacco inutile, che lascia il tempo che trova. Si applica bene a certe critiche che dimostrano più il livore
dell’attaccante che i difetti del criticato.

Temporibus callidissime inserviens:


Servendo con somma astuzia ai tempi. (Cornelio Nepote, Alcibiade, I).
Cioè adattandosi astutamente ai tempi ed alle circostanze. Plutarco dice, in proposito, che alcuni possono
prendere tutti i colori, come il camaleonte, e che anzi gli sono superiori, perchè esso non può prendere il
color bianco (figurativamente la veste dell’innocenza)
171 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Tempus edax:
Il tempo distrugge (le cose) (Ovidio Ex Ponto liber IV lett. X Albinovano v.7 - "Metamorfosi liber XV v.
234").
Troviamo questa espressione nelle accorate lettere che Ovidio dall'esilio scriveva agli amici di Roma.
Sempre in questa, diretta all'amico poeta Albinovano Pedone, troviamo, pochi versi prima, un'altra arcinota
espressione giunta fino a noi: "gutta cavat lapidem" (= la goccia scava la pietra). "Panta rei" (= tutto
scorre) già scriveva Democrito, tutto infatti è soggetto a trasformazione ed il tempo inesorabilmente
trasforma e distrugge anche le cose più resistenti. Nei secoli successivi il detto è stato variato e ora suona
così: "Tempus edax, homo edacior" (=Il tempo distrugge le cose, ma l'uomo ancora di più), e mai
affermazione fu più vera se si pensa ai guasti e alle mutilazioni non attribuibili all'azione distruttrice del
tempo solamente ma all'incuria e alla cupidigia dell'uomo.

Teneo lupum auribus:


Tengo il lupo per le orecchie.
Bellissima e colorata espressione per indicare la definitiva soluzione di un problema o quanto meno per
avere ormai tra le mani la soluzione del problema medesimo.

Terminus a quo... Terminus ad quem:


Punto di partenza...Punto di arrivo.
Si indicano cioè i due termini estremi in cui s’aggira qualche soggetto, e più frequentemente gli estremi tra
i quali è contenuta una data che non si sa precisare del tutto.

Tertium non datur:


Una terza possibilità non è ammessa (Aristotele).
Nella filosofia aristotelica, ripresa nel medioevo dagli Scolastici, il dilemma ammette solamente due
possibilità di scelta e pertanto la traduzione del detto molto semplicemente in italiano suona: i casi sono due
o.... o.....!

Tertius e caelo cecidit Cato:


Ci è caduto dal cielo un terzo Catone (Giovenale, Satira II, 40).
Come se non fossero bastati già due Catoni, il Censore e l'Uticense (rispettivamente nonno e nipote) ora ne
è arrivato un terzo. Terzo Catone è chiunque che, pur non richiesto, gratuitamente si offre ad elargire
suggerimenti, consigli, critiche e quant'altro spesso si rivela solo una perdita di tempo da entrembe le parti.

Testis temporum:
Testimone dei tempi (Cicerone, De oratore, Liber II, Cap. IX, 35).
Epiteto attribuito da Cicerone alla Storia. "Historia est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae,
magistra vitae, nuntia vetustatis" (=La Storia è il testimonio dei tempi, la luce della verità, la vita della
memoria, la maestra della vita e il messaggero del passato).
Vedi: "Historia magistra vitae"

Testis unus, testis nullus:


Un solo testimone nessun testimone (Codice giustinianeo).
Aforisma giuridico già noto e applicato, come suggerimento di carattere generale, nel diritto romano antico
e che diviene disposizione di legge con l'entrata in vigore nel 529 del Codice giustinianeo. La
testimonianza, quindi, portata da un unico teste non viene più accettata in tribunale e il detto citato viene
sostituito da: "In ore duorum vel trium stat veritas" (=La verità sta nella bocca di due o tre testimoni)... con
la speranza che questi due o tre siano di provata onestà!.
Detto segnalato da William L.

Thàlassa! Thàlassa!:
Il mare ! Il mare ! (Senofonte Anabasi libro IV 7, 28).
Non è latino ma greco, e questo non sarebbe il suo posto, ma dopo aver fatto una eccezione per "Eureka"
mi sono chiesto: perchè escludere questo? E' il grido che Senofonte nell'Anabasi racconta rimbalzasse di
bocca in bocca tra i soldati arrivando sulla sommità del monte Theche.
Si trattava di un contingente di circa 10.000 greci che guidati da Clearco erano stati assoldati da Ciro il
Giovane per combattere il fratello Artaserse. A Cunassa, nello scontro finale, Ciro rimase ucciso e i Greci,
che non avevano subito gravi perdite se non quelle dei loro comandanti, rifiutarono di arrendersi e guidati
da Senofonte iniziarono tra mille difficoltà la marcia di ritorno che durò oltre sedici mesi tra i deserti e le
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montagne dell'Asia. La gioia che essi provarono alla vista del mare fu pari a quella che prova un naufrago
alla vista... della terra.

Tibi dabo:
Ti darò...
Troviamo simile espressione nel vangelo di Matteo, sia in occasione delle tentazioni a Cristo da parte del
demonio: "Haec tibi omnia dabo, si cadens adoraveris me" (=Tutte queste cose ti darò se prostrandoti mi
adorerai -Nuovo testam. Mt. 4,9) sia nel momento in cui Gesù conferisce a Pietro la supremazia su tutti gli
altri apostoli e sulla futura Chiesa "Tibi dabo claves regni caelorum" (=Ti darò le chiavi del regno dei cieli
- Nuovo testam. Mt 16, 15-19).

Timeo Danaos et dona ferentes:


Temo i Greci anche quando portano doni. (Virgilio, Eneide, Il, 49).
Sono parole che Laocoonte ripete insistentemente ai Troiani, per dissuaderli dall’introdurre fra le mura
della città il famoso cavallo ideato dalla mente astuta di Ulisse e costruito a tempo di ricord (in soli tre
giorni da Epeo). L'indovino (diversamente che indovino sarebbe) sa che si tratta di un inganno, ma la folla
come sempre seguirà quanto le suggerisce l'istinto e non la ragione. E' proprio su questo atteggiamento che
aveva fatto leva Ulisse nell'attuare il suo piano che porterà alla distruzione di Troia.

Timeo hominem unius libri:


Temo l'uomo di un solo libro. (S. Tommaso d’ Aquino).
Sentenza con la quale l' Aquinate esprimeva la forza e la competenza che acquista in un dato argomento, in
una data professione, chi si è coltivato unicamente, e quindi profondamente, in essi. Qualcuno però la vuol
interpretare con senso opposto: "a chi è digiuno di cultura", quasi che "homo unius libri" volesse
significare "ignorante".

Tolle!:
Toglilo! (Nuovo Testamento Lc. 23,18,Gv 19,15).
La scena si svolge davanti a Ponzio Pilato che facendo riferimento alla tradizione che imponeva in
occasione della Pasqua Giudea di liberare un condannato a morte chiede alla folla di scegliere tra Gesù e
Barabba. "Clamavit autem simul universa turba dicens: tolle hunc et dimitte nobis Barabbam" (=Tutta la
folla gridò a gran voce: tira via costui e liberaci Barabba).

Totam aeque vitam miscet dolor et gaudium:


La vita è un giusto miscuglio di dolori e di gioie. (Fedro, Favole, Libro IV, 17, 10).
Fedro nella favoletta da cui ricava tale massima dà questo consiglio: "Parce gaudere oportet et sensim
queri" (=Occorre gioire con moderazione e lamentarsi senza disperarsi).

Toto corde:
Con tutto il cuore.
Espressione usata talora a significare “ben volentieri”.
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Trahit sua quemque voluptas:


Ciascuno ha le proprie inclinazioni. (Virgilio, Egloghe, Il, 65).
E il Manzoni, al cap. VII dei Promessi Sposi, parlando del ragazzetto Menico, ce lo dipinge appunto per
mezzo della sua inclinazione particolare: "Bisogna saper che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello;
e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle
sole".

Transeat:
Passiamo oltre.
Comune modo di dire quando si intende soprassedere ad una discussione o ignorare un fatto o un
argomento che riteniamo di scarso interesse. Equivale al nostro "chiudiamo un occhio" , lasciamo perdere,
non insistiamo, passiamo oltre..."

Tres faciunc collegium:


Tre persone formano una società (Digesto, L, 50.16.85).
"Neratius Priscus tres facere existimat "collegium", et hoc magis sequendum est" (=Nerazio Prisco sostiene
che tre individui formano una "società" e questo è da tenere assolutamente in considerazione). Questo
173 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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personaggio fu un valoroso generale, politico e giurista di spicco della Roma imperiale al tempo
dell'imperatore Traiano.

Tua res agitur:


Si tratta di un tuo problema (Orazio Epistolarum liber I ).
“ Nam tua res agitur, paries cum proximus ardet, et neglecta solent incendia sumere vires “ (=Si tratta
anche di un problema tuo quando brucia la parete che confina con la tua, gli incendi trascurati acquistano
forza). Quante volte ci sarà capitato di esclamare: "in fondo non non sono problemi miei!" mentre è proprio
questo che il poeta ci invita a non pensare. Possiamo affermare che le guerre in atto e le carestie che
ciclicamente colpiscono i paesi più poveri non ci interessano, che il progressivo inquinamento del nostro
pianeta, di cui ognuno di noi anche se in minima parte è responsabile non ci tocca purché non ci venga
chiesto di rinunciare alle nostre abitudini, e non ci chiediamo quale tipo di vita consegneremo ai nostri figli
tanto, in fondo ... "non nostra res agitur".

Tu es ille vir:
Sei tu quell'uomo. (Antico Testamento Samuele libro II 12,7).
Al re Davide, che per potere convivere con Betsabea moglie di Uria, ne aveva fatto uccidere il marito Dio
invia il profeta Natan per invitarlo a pentirsi del peccato commesso. In una città - racconta il profeta -
vivevano due uomini, uno ricchissimo con pecore e buoi in gran quantità e uno poverissimo, padrone di
un'unica pecorella che allevava come una figlia. Giunto un pellegrino alla casa del ricco, questi in suo
onore allestì un banchetto e, per risparmiare le proprie, uccise la pecorella del povero. Sentendo queste
parole il re Davide si adirò e disse al profeta: "... Chi ha fatto questo è reo di morte, restituirà il quadruplo
di quanto sottratto..." Al termine della regale sfuriata Natan lo raggelò con queste poche parole : "tu es ille
vir!". Abbastanza simile come significato è anche il detto: "Mutato nomine, de te fabula narratur.”

Tuetur et unit:
Difende e unisce (Motto di Matilde di Canossa).
La contessa Matilde di Canossa (1046-1115) fu una dei principali protagonisti nel conflitto tra papa
(Gregorio VII) e imperatore (Enrico IV) passato alla storia come "lotta per le investiture". L'iconografia la
rappresenta con una lunga veste rossa ed un melograno nella mano sinistra. La prima ad indicare l'alto
rango del personaggio e il secondo a significare l'unità e l'universalità della Chiesa di cui la contessa era
una strenua sostenitrice. La buccia coriacea del melograno difende e avvolge i numerosi semi rossi come le
grandi braccia della Chiesa difendono e stringono a se i cristiani.

Tulit alter honores:


Un altro ebbe gli onori (a lui non dovuti) (Attribuita a Virgilio).
Il verso completo è questo: "Hos ego versiculos feci, tulit alter honores", dal quale si rileva che il Poeta si
lamentava che alcuni suoi versi gli fossero stati rubati e fatti passare sotto altro nome. In generale la frase si
cita quando uno raccoglie ove altri hanno seminato.

Tu ne cede malis, sed contra audentior ito:


Non lasciarti opprimere dalle calamità, ma va loro incontro coraggiosamente. (Virgilio, Eneide, X, 30).
Senza sforzo, senza sacrificio, generalmente non si progredisce nella vita.

Tu quoque Brute fili mi!:


Anche tu Bruto figlio mio!.
Doloroso rimprovero di Cesare, colpito dal pugnale del figlio adottivo Bruto, che si era unito ai congiurati
assassini. L’esclamazione, normalmente abbreviata in ricorre ogni qualvolta un amico ci tradisca e si trovi
nel numero dei nostri nemici.

Turba medicorum perii:


Sono morto a causa dei troppi medici (che mi hanno curato).
Arguto detto di origine incerta. Lo troviamo citato in una lettera che Petrarca scrisse ai primi di marzo del
1352 a papa Clemente VI ammalato di tumore. Ricordando l'epitaffio voluto da un imperatore: "Turba
medicorum perii" (= Sono morto d'una folla di medici) gli suggeriva di guardarsi dalle cure inflitte dai tanti
medici presenti al suo capezzale. "So - scriveva infatti- che il tuo letto è assediato dai medici, e questa è la
prima ragione del mio timore. Contrastanti fra loro sulle singole cure, vani di novità, .... ....Ma poiché non
abbiamo il coraggio di vivere senza medici, sceglitene uno solo, non valente di chiacchiere ma per scienza
e fedeltà".
174 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Sul WEB (relata refero) la paternità del detto viene assegnata all'imperatore Adriano e, sempre sullo stesso
sito, ho trovata un'altra perla di saggezza che sconsiglia il fai da tè e la faciloneria: "Turba remediorum
perii" (= Sono morto per la eccessiva quantità di medicine).
Detto segnalato da William L.

Turris eburnea:
Torre d'avorio (Antico Testamento Cantico dei Cantici 7, 3-4).
Il libro sacro da cui viene presa questa espressione presenta una certa atipicità nel contesto biblico. Parla
dell'amore tra uomo e donna con un linguaggio piuttosto esplicito per quei tempi ed appunto per questo
corse il rischio di essere escluso dall'elenco dei libri sacri. "...duo ubera tua sicut duo hinuli gemelli
capreae collum tuum sicut turris eburnea ..." (=...I tuoi seni sono come due caprioli gemelli, il tuo collo
come torre di avorio...).
L'espressione "Turris eburnea" è un attributo di Maria nelle Litanie Lauretane, così chiamate dal santuario
di Loreto dove sono nate. Ne indica la grandezza, la fede incrollabile, la sicurezza per chi si affida a lei,
punto di riferimento come solo può essere una costruzione di rilucente avorio facilmente individuabile nel
pericolo.
Il rovescio della medaglia lo si ha invece nell'espressione: richiudersi nella propria "turris eburnea" ad
indicare un totale rifiuto a relazionarsi con la realtà esterna.

...Tuta est hominum tenuitas, magnae periclo sunt opes obnoxiae:...


La mediocrità è al sicuro, le grandi ricchezze sono esposte ai pericoli. (Fedro).
Morale della favoletta "I due muli", uno dei quali portava oro, l’altro orzo. Al sopraggiungere dei ladri, il
primo fu derubato e ferito, mentre il secondo non fu degnato d’uno sguardo, e rimase incolume con il suo
carico.

U
Ubi allium ibi Roma:
Dove c'è odore d'aglio c'è Roma (Terenzio Varrone, Satire Menippee, Framm. LIV, 201,1).
Sembra che i Romani fossero dei formidabili consumatori di aglio senza distinzione di sesso e di censo se
dobbiamo dar credito a Varrone che scriveva: "Avi et atavi nostri, cum allium ac cepe verba eorum olerent,
tamen optime animati erant" (I nostri nonni e bisnonni erano persone di nobilissimo animo nonostante i
loro discorsi sapessero di aglio e di cipolla). La cosa non deve stupire se pensiamo che il popolo romano fu,
per secoli, un popolo dedito all'agricoltura.

Ubi consistam :
Dove posso stare.
Punto stabile d’appoggio, base, fondamento: è un uomo che non ha ancora trovato il suo “ubi consistam”.
Vedi anche "Da ubi consistam"
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Ubi deficiunt equi trottant aselli:


Quando mancano i purosangue fanno trottare gli asini (Teofilo Folengo).
Conosciuto anche con lo pseudonimo di Merlin Cocai il Folengo fu maestro impareggiabile nell'usare la
lingua burlesca del latino maccheronico dove desinenze ed assonanze proprie del latino venivano applicate
a radici della lingua italiana o dialettale rispettandone la sintassi. La frase usata da chi si sente considerato
un tappabuchi sembra sia stata anche pronunciata dal Card. Angelo Roncalli , futuro papa Giovanni XXIII
quando, il 6 dicembre 1944 fu nominato Nunzio Apostolico di Parigi in seguito alla rinuncia, per motivi di
salute, del cardinale Joseph Fietta.

Ubi homo, ibi societas, ubi societas, ibi jus:


Dove esiste l'uomo c'è lo stato, dove esiste lo stato esiste la legge.
L'uomo come scriveva Aristotele è un "animale sociale". Per potersi relazionare con i suoi simili necessita
di regole che non basta siano buone ma è indispensabile che vengano anche rispettate. Per ottenere ciò è
necessario un efficente sistema di controllo e la certezza della pena in caso di trasgressione. Vorrei che
nessuno pensasse che sto parlando della nostra bella penisola, patria del diritto, dove normalmente si fa un
legge per farne osservare un'altra sullo stesso argomento ma, come sempre, disattesa. Vorrei ricordare che
uno Stato che ha troppe leggi e come se non ne avesse alcuna.
175 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit:
Dove la legge ha voluto, si è pronunciata, dove non ha voluto, non si è pronunciata.
Espressione giuridica per indicare che la legge deve essere interpretata conformemente alla volontà del
legislatore e si può applicare solo ai casi previsti dallo stesso.
Troviamo anche con lo stesso significato "Ubi lex non distinguit, nec nostrum est distinguere" (=Quando la
legge non distingue neppure noi abbiamo il diritto di farlo).
Detto segnalato da Sara.

Ubi maior minor cessat:


Quando è presente la persona con maggior autorità, chi è di grado inferiore cessa di aver potere.
Il detto, tacitiano per la brevità, solo 4 parole, ne richiede almeno una decina per essere reso utilizzabile in
lingua italiana ma una volta tradotto, anche se non nel migliore dei modi, non necessita di ulteriori
spiegazioni. Usato con il significato di scaricare la responsabilità ultima a chi più comanda equivale
all'altro motto "caveant consules". Rappresentativa di simile concetto è la scena che troviamo al capitolo XI
dei Promessi Sposi: "...il Griso posò in un angolo di una stanza terrena il suo bordone, posò il cappellaccio
e il sanrocchino e, come richiedeva la sua carica, che in quel momento "nessuno gli invidiava" salì a
render conto a don Rodrigo". (Probabilmente i bravi non conoscevano il detto nè il latino ma il concetto
era loro ben chiaro)!.
Poichè l'espressione è adattabile a varie situazioni riporto di seguito la diversa interpretazione inviatami da
due visitatori che, ovviamente, ringrazio.
"Ho sempre saputo che questa locuzione significa che in una situazione in cui chi è al comando dimostra di
essere una persona mediocre (minor), viene messo in disparte nel momento in cui ne entra in scena una
con maggior capacità (maior)" scrive Franca da NY mentre Luca C. mi ricorda che "quei romani", ben
diversi da quelli attuali, mai avrebbero pensato ad uno scaricabarile come da me scritto ed ipotizza trattarsi
di un brocardo "ante litteram" per spiegare come una normativa giuridica a carattere particolare debba
decadere in presenza di un'altra con più ampia portata.

Ubi nunc lex Iulia, dormis?:


Dove sei ora "lex Iulia" stai dormendo? (Giovenale Satira II 35).
Nella seconda satira di cui il detto fa parte, Giovenale si scaglia contro i depravati che si atteggiano a
moralisti: il solito bue che accusa l'asino di essere... cornuto e ad uno di essi, non certo integerrimo, fa
concludere una requisitoria contro le donne con la frase citata. La "Lex Iulia de adulteriis coercendis"
voleva essere un tentativo di ripristinare l'antica austerità morale. Sembra però che alle matrone romane e
alle loro figliole andasse un pò stretta.

Ubi saltatio ibi diabolus:


Dove c'è danza c'è il diavolo.
La frase attribuita a san Giovanni Crisostomo, con la quale viene demonizzata la danza, ha come oggetto la
danza promiscua e non quella che già nell'Antico Testamento era in uso presso il popolo ebreo come
espressione di preghiera gioiosa dalla quale le donne erano escluse “...et David saltabat totis viribus ante
Dominum (Antico testamento Samuele libro II, 6-14)” (=e Davide danzava con tutte le sue forze davanti al
Signore). Certo è che, dai Padri della Chiesa in poi, questo tipo di divertimento non dovette essere visto di
buon occhio se è stato contrastato fino a pochi decenni fa.

Ubi sis cum tuis et absis, patriam non desideres:


Quando sei con i tuoi anche se lontano, non desideri la tua terra! (Publilio Siro Sententiae v.635).
"E io non saprei cosa dire: la patria è dove si sta bene" così racconta don Abbondio al capitolo XXXVIII
de "I Promessi Sposi" quando, non ancora a conoscenza della morte di don Rodrigo, cerca di convincere
Agnese che la cosa migliore da fare sarebbe, per Renzo e Lucia, sposarsi in territorio Bergamasco dove già
avevano deciso di stabilirsi.

Ubi tu Caius ego Caia:


Poichè tu sei Gaio io sono Gaia cioé Dove tu sarai io sarò.
Nelle nozze romane si soleva chiamare lo sposo "Caius" e la sposa "Caia". Sembra che questa frase,
indirizzata dalla sposa al marito concludesse il rito segnando il trasferimento della donna alla nuova
famiglia e rendendo il vincolo sacro ed indissolubile. Ai tempi della Repubblica il matrimonio detto "cum
manu" prevedeva infatti il trasferimento della patria potestà dal genitore della sposa al marito lasciando la
donna in perpetua soggezione. Già dai tempi di Cesare però una nuova formula detta "sine manu"
consentiva alla moglie di continuare ad appartenere alla famiglia paterna basando il vincolo maritale solo
sull'affetto reciproco e la continuità di consenso.
176 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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E' possibile trovare nei vari testi sia "Caius - Caia" che "Gaius - Gaia" in quanto la lettera "C", in origine,
poteva essere pronunciata sia con il suono del "K" che del "G" gutturale come in "gara". Solo nell'anno 344
a.C. per evitare errori di pronuncia la lettera "G" venne introdotta nell'alfabeto romano.

Ultima forsan:
Forse l'ultima.
Iscrizione spesso riportata su meridiane che significa: "Passeggero, che guardi l’ora, pensa che questa
potrebbe esser la tua ultima". Su altre meridiane ve ne sono di simili: Omnes feriunt, ultima necat (=Tutte
portano un dolore, ma l’ultima uccide).

Ultima ratio regum:


(La forza) è l'ultima ragione dei re.
Vedi anche: "Regum potestas finitur ubi finitur armorum vis"
Che la forza dei cannoni consentisse ai re di avere sempre l'ultima parola nelle contese era una delle
massime del cardinal Riechelieu da cui abbiamo preso questo motto. Sembra che Luigi XIV lo facesse
incidere sui suoi cannoni ad ulteriore dimostrazione che la forza, nei regnanti, supplisce gli argomenti.
Nella favola di Fedro il leone fa le parti così giuste, da tenere per sé tutta la preda!

Una salus victis, nullam sperare salutem:


L'unico vantaggio dei vinti , è quello di non sperare nella salvezza.(Virgilio, Eneide, Il, 354)
E' in altre parole il coraggio della disperazione. Ed è appunto questo che Enea cercava d' infondere nei suoi
compagni durante l'ultima cruenta anche se inutile difesa di Troia.

Una tantum:
Solamente una volta!
Poiché mal interpretata tale espressione risulta essere universalmente nota, temuta e.... odiata. Credo sia
inutile elencare le litanie di "una tantum" che da anni vengono imposte ai cittadini con carattere eccezionale
ma mai abolite, trasformando una cosa fatta in via straordinaria in una consuetudine o se preferiamo in una
tassa vera e propria.

Una voce:
Alla unanimità (Prefazio SS. Trinità).
Con il termine Prefazio si indica la prima parte della preghiera eucaristica della Messa cattolica. Si tratta di
una preghiera solenne proclamato dal sacerdote che presiede l'Eucaristia di fronte a tutta l'assemblea. Nel
rito cattolico i testi del prefazio variano in funzione dei tempi liturgici e trattandosi di una lode a Dio e
mentre una parte di esse terminava con l'espressione latina: "... Canimus sine fine dicentes..." (=Cantiamo
dicendo senza fine...) e altri con "...Supplici confessióne dicéntes..." (=...mentre supplici confessiamo
dicendo...) solo quello cantato nella festa della SS. Trinità, con riferimento alla lode degli Angeli verso Dio,
termina con "...Non cessant clamare cotidie una voce dicentes..." (=...non cessano ogni giorno di
acclamare, dicendo ad una voce...).

Unguibus et rostro:
Con le unghie e con il becco.
Motto derivato dall'uso degli uccelli che normalmente si difendono con le unghie e con il becco . Nel
linguaggio corrente la frase significa difendersi con ogni mezzo.

Unum pro multis dabitur caput:


Una sola vittima per la salvezza di molti (Virgilio Eneide Libro V v. 815).
Chissà se anche Palinuro, inconscia vittima predestinata, la pensava allo stesso modo. La frase, pronunciata
da Nettuno, vuole rassicurare Venere che la flotta troiana raggiungerà il Lazio con una traversata resa
sicura dal dio del Mare che chiederà, come unico sacrificio, la vita di una sola persona: Palinuro appunto
timoniere della nave di Enea.
Troviamo nel Vangelo di Giovanni (Gv 11,50) un analogo concetto espresso da Caifa nei confronti di
Gesù: "nec cogitatis quia expedit nobis ut unus moriatur homo pro populo et non tota gens pereat?" (=non
considerate come sia preferibile che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera?). Il
particolare di Caifa è ricordato anche da Dante al canto XXIII dell'Inferno: "Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenìa porre un uom per lo popolo a' martìri".
177 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Unus erat mundus: duo sint, ait iste; fuere:
C'era un solo mondo: siano due disse costui; e due furono.
Si tratta di una iscrizione posta su una casa a Cogoleto (SV) dove una della tante tradizioni vorrebbe fosse
nato Cristoforo Colombo. Ma non era nato a Pradello di Bettola?

Urbi et orbi:
Alla città di Roma ed al mondo.
Intestazione di Bolle o altri Atti papali, o di benedizioni dirette al mondo intero. Nel linguaggio corrente,
pubblicare una cosa Urbi et orbi è lo stesso che pubblicarla ai quattro venti. Si usa comunemente in tono di
scherzo.

Ut enim non omne vinum, sic non omnis natura vetustate coacescit:
Come infatti non tutti i vini così non tutti i caratteri inacidiscono con il passare degli anni (Cicerone Cato
Maior De senectute 65).
Tutti sappiamo che il vino buono, se ben conservato migliora con il passare degli anni mentre il carattere
delle persone è quasi impossibile migliori nel tempo ed è forse questo il motivo per cui Cicerone, da buon
avvocato, cerca di mostrarci il solito bicchiere mezzo pieno. Se è vero infatti che nessun carattere può
migliorare è pur vero che non tutti, forse, peggiorano.

Utilius homini nil est quam recte loqui...sed ad perniciem solet agi sinceritas:
Non vi è cosa più utile all'uomo che la franchezza nel parlare, ma la sincerità suole finire con il
danno.(Fedro, Favole, Libro IV, 13, 1 e 3).
In altri termini è il proverbio che forse è preso da Terenzio: "Obsequium amicos, veritas odium parit"
(Andria, a. I).

Utinam populus romanus unam cervicem haberet:


Magari il popolo romano avesse un solo collo (Svetonio, De vitis Caesarum, Caligula, 30).
Nella sua lucida pazzia Caligola arrivò a pensare ad un'unica ecatombe per il popolo romano. "Infensus
turbae faventi adversus studium suum exclamavit:Utinam populus romanus unam cervicem haberet "
(=Furioso nel vedere che la folla la pensava in modo diverso da lui esclamò: Magari il popolo romano
avesse un solo collo).

Ut pictura poesis:
La poesia è come la pittura. (Orazio, A. Pisone, 361)
Il Poeta spiega che esiste un tipo di poesia che piace maggiormente se vista da vicino, ed un'altra che piace
solamente se guardata da lontano come avviene per la pittura.

Ut Roma cadit ita orbis terrae:


Il giorno in cui Roma cadrà tutto il mondo andrà in rovina (Dal film "Il gladiatore" Ridley Scott).
Troviamo questa frase scolpita sull'architrave del Colosseo dove il protagonista Massimo Meridio dovrà
combatttere come gladiatore. Stando alle poche reminiscenze di latino direi che Cicerone avrebbe scritto:
“Ut Roma cadit ita orbis terrarum” come troviamo negli autori classici di cui riporto un paio di esempi
anche se, ad un regista del suo calibro, si può perdonare questo ed altro.
"Orbis terrarum divitias accipere nolo pro patriae caritate":
(=A tutte le ricchezze del mondo preferisco l'amore per la patria - Cornelio Nepote, Epaminonda, IV - ).
"Videor enim mihi videri hanc urbem lucem orbis terrarum atque arcem omnium gentium...":
(= Mi sembra infatti di vedere questa città, luce del mondo e scudo di ogni popolo... - Cicerone, Catilinaria,
Libro IV, 11 - ).

Ut sementem feceris ita metes:


Mieterai a seconda di ciò che avrai seminato (Cicerone De oratore 2 LXV 261).
"Dic mihi, inquit, M. Pinari, num, si contra te dixero, mihi male dicturus es, ut ceteris fecisti? Ut sementem
feceris, ita metes inquit" (=Dimmi Pinario - chiese - se dirò qualche cosa contro di te, tu sparlerai di me
come hai fatto con altri? "Mieterai -risponde Pinario - ciò che hai seminato). Proverbio condivisibile
quando equivale al nostro modo di dire: "chi semina vento raccoglie tempesta", ma non certamente quando
si vuole colpevolizzare il seminatore per l'insoddisfacente risultato finale dimenticando che gran parte del
merito o della colpa ricade sul terreno in cui il seme è caduto. Chi non ricorda a questo proposito la
parabola del seminatore? ... Parte dei semi cadde lungo la strada e fu beccata dagli uccelli, parte cadde tra i
sassi o tra le spine e fu bruciata dal sole o soffocata dai rovi... anche quella che cadde in terreno buono non
diede lo stesso raccolto "ea alia vero ceciderunt in terram bonam et dabant fructum aliud centesimum aliud
178 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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sexagesimum aliud tricesimum" e diede il frutto dove il cento, dove il sessanta e dove il trenta, infatti come
scriverà san Tommaso d'Aquino: "Quidquid recipitur, ad modum recipientis recipitur".

Ut sis nocte levis, sit tibi cena brevis:


Affinché la notte sia leggera, fai una cena breve( Scuola Salernitana - Regimen Sanitatis Salernitanum VII
De cena).
"Ex magna cena stomacho fit maxima poena" (=Una cena troppo sostanziosa è un grande fatica per lo
stomaco), quindi "ut sis nocte levis, sit tibi cena brevis". Massima salutistica da tenere in considerazione
ancor oggi e, come si può vedere, già la dietetica faceva timidamente una prima apparizione.

V
Vacatio legis:
Assenza della legge.
Con questa espressione giuridica si intende quel vuoto legislativo che intercorre tra la pubblicazione
ufficiale di una legge e la sua effettiva entrata in vigore.

Vade retro Satana:


Vai indietro Satana (Nuovo Testamento Mc. 8,33).
Sono le parole di rimprovero che Cristo rivolge all'apostolo Pietro che lo consigliava di non recarsi a
Gerusalemme dove sarebbe stato condannato a morte e crocefisso. "comminatus est Petro dicens: vade
retro me Satana quoniam non sapis quae Dei sunt sed quae sunt hominum" (=rimproverò Pietro
esclamando: Allontanati da me Satana perchè non comprendi ciò che è da Dio e quanto è dagli uomini). La
frase viene spesso banalizzata per allontanare una tentazione non tanto spirituale quanto di piacere fisico.
Quanti di noi, angosciati per un leggero... sovrappeso, davanti ad un piatto di dolci hanno esclamato: "vade
retro Satana"

Vae, inquit, puto deus fio:


Ohibò! mi sa che sto diventando un dio (Svetonio Divus Vespasianus XXIII.15).
Vespasiano sentiva che la fine si stava avvicinando e, scimiottando l'uso ormai invalso nella Roma dei
Cesari di divinizzare alla loro morte gli Imperatori, comunicò ai presenti la sua imminente dipartita con
questa frase.

Vae soli !:
Guai all'uomo solo!(Antico Testamento Ecclesiaste 4; 10).
Gran brutta cosa essere soli o avere il potere ma non la sapienza così è il senso del brano dell'Ecclesiaste da
cui è presa l'espressione. "Melius ergo est duos simul esse quam unum habent enim emolumentum societatis
suae si unus ceciderit ab altero fulcietur vae soli quia cum ruerit non habet sublevantem" (=Meglio perciò
essere due insieme che uno solo, perchè traggono profitto dalla loro unione e se uno cade l'altro lo sostiene,
ma guai a chi è solo, perchè, cadendo, non ha chi lo sollevi!). Quotidianamente leggiamo di questi drammi
della solitudine: anziani, disoccupati, disadattati... tutte persone che non riescono a trovare alcun sostegno
nel loro cammino.

Vae victis!:
Guai ai vinti. (Tito Livio, Storie, V, 48).
Sono le storiche parole di Brenno ai Romani quando in seguito alle loro proteste per le bilance false
adoperate per pesar l’oro del riscatto, gettò su un piatto delle medesime la sua pesante spada. Nel
significato generale, l’esclamazione esprime la triste verità che il vinto è alla mercè del vincitore.
Vanitas vanitatum et omnia vanitas:
Vanità delle vanità e tutto è vanità. (Antico Testamento Ecclesiaste, I, 2).
Frase che proclama la vanità di tutte le cose di questo mondo.

Vale:
Ciao, stammi bene.
Era per i romani una forma di saluto. Grammaticalmente è la seconda persona dell'imperativo presente del
verbo "valeo" il cui significato primario è valere, essere forte, essere capace, essere sano, godere ottima
salute e da qui il passo come forma di saluto è breve. Lo troviamo in numerose espressioni: "Ut vales?"
(=come stai?), nell'abbreviazione "S.V.B.E.E.V." , "Cura ut valeas" (=cerca di star bene), come saluto
d'addio ad un defunto "aeternum vale" (Virgilio Eneide libro XI,98), o “supremum vale” (Ovidio
179 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Metamorphoses liber X ,62) e non ultimo come espressione di rifiuto e di spregio "si talis est deus, valeat"
(=se il dio è tale -così meschino ed inaffidabile-, lo saluto).

Vare, legiones redde!:


O Varo, restituiscimi le legioni.(Svetonio, Augusto, XXIII).
È la celebre esclamazione di Augusto dopo la sconfitta e morte di Publio Quintilio Varo e l’annientamento
delle sue tre legioni, assalite da Arminio nella foresta di Teutoburgo, l’anno 9 dell’ era volgare. Nello stile
familiare si cita la frase come per domandar conto a qualcuno del suo operato, o per chiedere la restituzione
di qualche cosa non sua.

Variam habuere fortunam:


Ebbero varia fortuna. (Eutropio, Breviario, VI, 6).
Ciascuno in vita ha le sue ore di piccola o grande gloria, e quelle di piccolo o grande lutto.

Vario viam sermone levabat:


Con parole diverse rendeva leggero il percorso (Virgilio Eneide Libro VIII v. 309) .
L'espressione, usata da Virgilio a proposito di Evandro re del Lazio.Troviamo anche con analogo
significato: "Comes facundus in via pro vehiculo est" (Publilio Siro "Sententiae) (=Un compagno di viaggio
buon conversatore equivale ad un mezzo di trasporto) . Oggi non si viaggia più con il... caval di san
Francesco ma in auto, e se il "comes facundus" con le troppe chiacchiere rende il viaggio pesante e noioso
si pigia un tasto dell'autoradio o del lettore cd ed il problema è risolto.

Varium et mutabile semper femina:


Varia e cambia in continuazione (il cuore) di donna.(Virgilio, Eneide, libro IV, v. 569).
Sulla nave troiana Enea sta riposando attendendo l'alba per rimettersi in mare dopo la decisione di
abbandonare Didone e seguire il corso del destino che lo porterà alla foce del Tevere. Nel sonno gli appare
Mercurio invitandolo a salpare immediatamente l'ancora e uscire in mare aperto, prima che la regina di
Cartagine, già pentita per la concessione fatta, glielo impedisca. "Heia age, rumpe moras. Varium et
mutabile semper femina" (=Muoviti, rompi gli indugi, è della donna essere mutevole).

Velut aegri somnia:


Come sogni di malato. (Orazio, Ars poetica, 11).
Il Poeta paragona un libro mal organizzato, senza legame, sconclusionato, al delirio d’un malato assalito da
forte febbre. La frase è d’uso molteplice per indicare cose vane, inconsistenti o castelli in aria.

Veniam petimus damusque vicissim:


Domandiamo e concediamo scambievolmente questa licenza. (Orazio, Ars poetica, 11).
Nell’uso più comune si dà a "venia" il significato di perdono, e allora la frase significa doversi capire gli
altrui difetti come si desidera siano compatiti i propri.

Veni, vidi, vici:


Venni, vidi e vinsi. (Plutarco, Detti di Cesare).
Sono le storiche parole di Giulio Cesare, con le quali annunciava al Senato la sua vittoria su Farnace, re del
Ponto. Nello stile epistolare o nel linguaggio familiare si usano per esprimere un facile successo.

Ventis secundis, tene cursum:


Con i venti a favore mantieni la rotta. (ignoto)
Nessuno me ne voglia, ma non trovo il consiglio così eccezionale... con quale coraggio si potrebbe
suggerire di cambiare modo di agire quando tutto va... a gonfie vele? Equivale al nostro noto detto
"cavallo che vince non si cambia!" Immagino che l'ignoto consigliere volesse suggerire di approfittare del
favore della fortuna per evitare che, volubile come sempre, ci abbandoni prima di aver raggiunta la meta
prefissata.

Vera incessu patuit dea:


Il suo modo di camminare rivela essere una dea (Virgilio, Eneide libro I, v. 405).
Non stiamo parlando di modelle che stanno sfilando ma di Venere. Apparsa al figlio Enea sotto l'aspetto di
una giovane cacciatrice da lei apprende di essere approdato sulle coste di Cartagine. Lo conforta e lo esorta
a dirigersi senza timore alcuno verso la città. Solamente quando scompare dalla sua vista, una serie di
particolari del suo portamento fanno comprendere all'eroe troiano l'inganno, che lamenta di non averla mai
sentita parlare come madre e non aver mai potuto risponderle come figlio.
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Verba movent, exempla trahunt:
Le parole smuovono, ma gli esempi trascinano (Anonimo).
Agli effetti educativi l'esempio è sempre stato considerato di grande efficacia promuovendo nei giovani un
reale ed effettivo giudizio critico sul valore morale dei fatti o delle persone additate come riferimento e
,difficilmente, un educatore avrà seguito se le sue azioni non saranno coerenti con quanto insegnato.
Ricordiamo personaggi del calibro di Albert Schweitzer o di madre Teresa di Calcutta che ai malati di
lebbra e ai poveri dell'India, hanno sacrificato la vita in un continuo esempio di dedizione al prossimo.
Detto segnalato da Alberto Di S.

Verba volant, scripta manent:


Le parole volano, ma gli scritti rimangono.
Proverbio antico che insinua la prudenza nello scrivere, perchè, se le parole facilmente si dimenticano, gli
scritti possono sempre formare, specialmente nelle mani di malintenzionati, documenti spesso nocivi.

Verbum Domini manet in aeternum:


La parola del Signore resta in eterno (Nuovo Testam. Atti, 1Pt. 1,25).
L'espressione tratta dagli "Atti degli Apostoli" ci riporta ai fondamenti stessi della fede. Di fronte al
trascorrere del tempo e ai continui rivolgimenti della storia, la rivelazione che Dio ci ha offerto in Cristo
rimane stabile per sempre ed apre sul nostro cammino terreno un orizzonte di eternità.

Veritas filia temporis:


La verità è figlia del tempo (Aulo Gellio Noctes Atticae Liber XII - 11,7)
Il detto viene riportato con queste parole ma la frase scritta da Gellio suona "Alius quidam veterum
poetarum, cuius nomen mihi nunc memoriae non est, veritatem temporis filiam esse dixit." (=Un vecchio
poeta, di cui non ricordo il nome, affermò che la verità è figlia del tempo). La storiografia ci abitua a
continui approfondimenti che inevitabilmente ribaltano le prospettive di lettura. Quanti esempi abbiamo di
personaggi rivalutati: Galileo, Savonarola, Martin Lutero... o di avvenimenti storici quali le Crociate o le
tante conquiste in nome della religione, che ora viste sotto una nuova luce appaiono spesso spedizioni
militari allo scopo di conquistare nuove terre e depredarne la popolazione.

Veritas odium parit:


La verità partorisce l'odio. (Terenzio, Andria, 1, 1, 68).
Anche questa è una verità molto antica, illustrata spesso dagli scrittori e dai poeti.
In questi ultimi anni poi basta guardare al nostro Parlamento!

Veritatis simplex oratio est:


Il linguaggio della verità è semplice (Seneca, Lettere Morali a Lucilio, Libro V, XLIX, 12).
Sembra una espressione ripresa dal Nuovo Testamento (Mt. 5,37) quando Gesù afferma:"Sit autem sermo
vester: “Est, est”, “Non, non; quod autem his abundantius est, a malo est" (=Sia invece il vostro parlare sì,
sì; no, no; il di più viene dal maligno).
Come sarebbe bello se esistessero solo persone dal parlar netto, decise, che non ti fanno perder tempo in
inutili giri di parole. Persone per le quali la parola ha ancora un senso, un valore, una credibilità, ma forse,
se così fosse, non esisterebbero il politici!

(Verum) est aviditas dives et pauper pudor:


Ma è l'avidità che trionfa, e la modestia è disprezzata (Fedro, Favole, Libro II, 1, 12).
Sentenza amara, ma anche troppo vera. Spesso si apprezza solo chi sa vantare le cose sue, mentre i modesti,
gli uomini di valore che non si mettono in mostra, non sono stimati affatto.

Verum severissima fronte dicere:


Dire la verità con fronte severa - Avere la verità scritta in fronte.
Ripresa e modificata da un'orazione di Cicerone (Pro Rabirio Postumo, XII, 35) il cui testo originale dice:"
At si verum, tum severissima fronte dixerunt, nunc mentiuntur" (=Ma se allora dissero la verità con fronte
severa, ora mentono).

Vestigia terrent:
Le orme mi preoccupano (Orazio, Epistole, Libro I, 74)
Le bugie hanno le gambe corte. Orazio ricorda la favola di Esopo del leone ormai troppo vecchio vecchio
ed incapace di cacciare per mancanza di forze. Fingendosi ammalato uccide, per cibarsene, tutti gli animali
che vanno nella sua tana a rendergli visita. Solo la volpe, nella la sua ormai proverbiale astuzia, si chiede
181 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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come mai tutte le orme portino al Leone ma nessuna se ne allontani. Come la voce si sparge nel bosco al
leone non resta che morire di fame.

Vexata quaestio:
Questione dibattuta.
Il verbo latino "vexo" intensivo di "veho" (=trasportare) significa "agitare, scuotere" ed il detto si riferisce
appunto a quelle questioni che fanno scorrere fiumi di inchiostro. "Vexata quaestio" potrebbe essere la
priorità tra uovo o gallina, la paternità della radio tra Marconi e Popov, la superiorità atletica tra Bartali e
Coppi...!

Via Crucis:
La via della croce.
Per la Chiesa cattolica questa espressione ricorda i momenti salienti della Passione di Gesù Cristo: dalla
condanna a morte, alla salita sul Golgota per terminare con la crocifissione e la deposizione nel sepolcro.
Sono 14 episodi rappresentati con disegni o bassorilievi che troviamo solitamente distribuiti lungo le navate
esterna delle chiese quasi ad indicare simbolicamente ai fedeli un percorso da compiere ad imitazione di
Cristo. Interessante sotto il profilo artistico e per l'ambientazione la "Via crucis" che troviamo al Sacro
Monte di Varese con opere di Dionigi Bussola scultore milanese della seconda metà del '600 e in val
Camonica a Cerveno (BS) dovute in gran parte all'opera dello scultore settecentesco Beniamino Simoni di
Fresine.

Vicisti Galilaee!:
Galileo ha vinto.
Si racconta siano le parole indirizzate, in punto di morte dall'imperatore Claudio Flavio Giuliano (331-363)
nipote dell'imperatore Costantino e meglio noto come Giuliano l'Apostata, a Gesù il Galileo dopo aver
inutilmente tentato di restaurare la religione pagana. La storiografia moderna ne ha rivalutato la figura sia
come imperatore, amministratore attento, letterato , filosofo e persona tollerante verso le varie religioni.

Victoria nobis vita:


Per noi la vittoria rappresenta la vita.
Era il motto dell'incrociatore leggero "Emanuele Filiberto duca d'Aosta" e meno male che è prevalso il
buon senso di non usare il nome completo e precisamente: "Emanuele Filiberto Vittorio Eugenio Genova
Giuseppe Maria di Savoia" perchè non sarebbe bastata la fiancata della nave per scriverlo tutto.

Victrix causa diis placuit, sed victa Catoni:


Gli dei parteggiarono per il vincitore, ma Catone per il vinto (Marco Anneo Lucano Pharsalia 1,128).
Racconta Lucano che Marco Porcio Catone (era il pronipote del più famoso Catone il Censore quello per
intenderci che quando era a corto di argomenti di discussione esclamava: Ceterum censeo Carthaginem
esse delendam) allo scoppio della guerra civile causata da Cesare che con le legioni in armi aveva
oltrepassato il Rubicone pronunciando un'altra famosa frase "alea iacta est" si schierò con Pompeo
ritenendo che meglio rappresentasse il Senato contro le aspirazioni del conquistatore della Gallia. Sconfitto
Pompeo a Farsalo, Catone continuò in Africa la guerra contro Cesare ma alla notizia della sconfitta a
Tapso, senza più speranze, si diede la morte nel 46 a.C. ad Utica.

Videant consules :
Provvedano i consoli.
Parte iniziale di una formula con la quale il senato conferiva ai consoli pieni poteri in caso di estrema
emergenza; la locuzione è usata oggi in tono scherzoso per rimandare a chi ne ha competenza la soluzione
di ardui problemi.
Vedi anche "caveant consules"
Detto segnalato e commentato da Carlo T.

Videbis, fili mi, quam parva sapientia regitur mundus:


Vedrai figlio mio con quanta poca sapienza si possa governare il mondo .
Sembra che l'espressione sia di Axel Gustafsson Oxenstierna politico svedese del 1600 in una lettera al
figlio Giovanni incaricato delle trattative nella Pace di Westfalia ed angosciato per la propria incapacità:
Esiste anche una seconda versione con analogo significato e attribuita a papa Giulio III 1487-1555 "An
nescis, mi fili, quantilla prudentiia mundus regatur" (=Forse tu non sai, o filio mio, quanta poca
intelligenza sia necessaria per governare il mondo).
182 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Video barbam et pallium, philosophum nondum video:
Scorgo la barba e il mantello ma non il filosofo (Aulo Gellio Noctes Atticae libro IX cap.II,v.4).
Racconta Aulo Gellio che questa espressione, molto simile al nostro proverbio "l'abito non fa il monaco",
venne pronunciata da Erode Attico quando durante un convito gli si presentò un tizio che, atteggiandosi a
filosofo, pretendeva soldi. A Erode, che gli chiedeva chi fosse, lo pseudofilosofo, offeso, rispose che
bastava guardarlo per capire; fu a questo punto che Erode rispose:"Video...."
Erode Attico (104-180), di cui Gellio fu grande amico, nacque ad Atene, fu buon oratore ed insegnante di
retorica, venne scelto da Antonino il Pio come precettore dei due figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero,
nel 143 fu console e successivamente governatore della Grecia.

Video lupum:
Vedo il lupo.
Analoga alla frase: "Lupus in fabula". Si cita allorché una persona che si teme o della quale si sta parlando,
appare all’ improvviso.

Video meliora proboque, deteriora sequor:


Vedo le cose migliori e le approvo, ma seguo le peggiori. (Ovidio, Metamorfosi, VII, 20).
Verso che rende bene la debolezza, e le cattive inclinazioni dell’ umanità.

Vigilavi et factus sum sicut passer solitarius in tecto :


Ho vegliato (tutta la notte) e sono diventato come un passero solitario sul tetto (Antico testam. Salmo 101,
8).
L'immagine del passero solitario verrà successivamente ripreso sia dal Petrarca (Canzoniere, sonetto
CCXXVI) "Passer mai solitario in alcun tetto" che dal Pulci "La passer pensierosa e solitaria" ma
certamente "Il passero solitario" a tutti più noto resta quello cantato dal Leopardi nell'omonima poesia
della quale riporto i versi iniziali "D'in su la vetta della torre antica, passero solitario, alla campagna
cantando vai finchè non more il giorno, ed erra l'armonia per questa valle".

Vim vi repellere licet:


E' lecito respingere la forza con la forza (Ulpiano, Digesto, XLIII.16.1.27 ).
Esiste anche un'analoga sentenza di Paolo "Vim vi defendere, omnes leges, omniaque iura permittunt"
(=Tutte le leggi e tutti i diritti permettono di difendersi dalla forza con la forza). E' il principio
comunemente ammesso della legittima difesa. Secondo l'art. 52 del codice penale, l'aggressione deve essere
oggettivamente ingiusta e il ricorso alla legittima difesa deve essere necessario e inevitabile e la reazione
all'offesa.

Vincere scis Hannibal, victoria uti nescis:


Sai vincere,Annibale, ma non sai sfruttare la vittoria (Tito Livio Ab Urbe condita libro XXII, 51,4).
La sera del 2 agosto dell'anno 216 a.C. a Canne la battaglia si è appena conclusa con una incredibile disfatta
romana, almeno 50.000 morti e 28.000 prigionieri. Ad Annibale sarebbe sufficiente marciare su Roma, e la
città, senza più difesa alcuna, sarebbe alla mercè dei Cartaginesi, ma preferisce dirigersi con l'esercito a
Capua dove decide di svernare. Scrive Tito Livio che fu proprio questo atteggiamento rinunciatario del
generale Cartaginese a far pronunciare a Maarbale, comandante della cavalleria leggera numidica, questa
famosa frase: "Tum Maharbal: non omnia nimirum eidem di dedere. Vincere scis, Hannibal; victoria uti
nescis." (=Allora Maarbale disse: Gli dei non hanno elargito tutti i doni alla stessa persona. Tu Annibale sai
vincere, ma non sai sfruttare la vittoria).

Vino vendibili suspensa hedera non opus est:


Il vino sincero non ha bisogno di frasche appese.
Per comprendere questo detto occorre rifarsi all'abitudine degli osti di appendere una frasca sopra la porta
dell'osteria per indicare che lì era possibile rifocillarsi e bere del buon vino. Troviamo simile vocabolo
usato al cap. XVI dei Promessi sposi durante la fuga di Renzo da Milano " (Renzo) Mentre cerca la
maniera di pescar tutte quelle notizie, senza sospetto, vede pendere una frasca da una casuccia solitaria,
fuori d'un paesello... ...gli fu offerto un po' di stracchino e del vin buono...". Immagino che l'idea di esporre
simile richiamo sia legata alla iconografia di Bacco che sempre veniva raffigurato tra grappoli d'uva e
adorno di pampini.
183 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Vinum et mulieres apostatare faciunt sensatos:
Il vino e le donne traviano i saggi (Antico Testam., Siracide, 19,2).
Riporto anche il versetto che precede quanto citato: "Operarius ebriosus non locupletabitur; et, qui spernit
modica, paulatim decidet. Vinum et mulieres apostatare faciunt sensatos" (=Un operaio ubriacone non
diventerà mai ricco e chi disprezza il poco andrà lentamente in rovina. Vino e donne traviano anche i
saggi).
Nessun commento da parte mia anche se noto una certa dose di maschilismo in quanto la donna è
presentata come pericolo e come seduzione a cui il sapiente deve sottrarsi. Sembra che il luogo di
composizione di questo libro sapienziale sia Gerusalemme attorno al 166 a.C. Intenzione dell'autore, unico
ad aver dato il proprio nome ad un libro della Bibbia, è tentare di applicare la saggezza tradizionale di
Israele ai problemi e alle esigenze della società a lui contemporanea.

Vinum laetificat cor hominis:


Il vino allieta il cuore dell'uomo.(Antico Testamento Salmo 103,15).
Nell'Antico Testamento (Genesi cap.9,20) si dice che fu Noè, primo tra tutti , a piantare una vigna, a pigiare
l'uva e ... ad ubriacarsi bevendo il vino ottenuto! Roba da guinness dei primati! D'altra parte, dopo tutta
l'acqua vista durante il diluvio non se la sentiva proprio di... allungare il vino. Tante sono le espressioni che
invogliano all'uso, ancorché moderato, del vino anche se ultimamente l'Organizzazione Mondiale della
sanità lo ha assimilato alle droghe che creano dipendenza. Così scopriamo che un prodotto , intrinseco alla
nostra cultura e alla nostra storia, diventa una cosa da evitare per incapacità nostra di servircene nel modo
corretto.

Vinum merum placentinum laetificat:


Il vino schietto dei colli piacentini allieta il cuore.
Il termine schietto, nel dialetto piacentino, in questo contesto, indica che "non è allungato con acqua". Che
Licinio Sestulo, a cui la frase è attribuita, sia esistito o no, (io propendo per il no sempre che non mi si
indichi un autore a lui contemporaneo che ne parla), non ha alcuna importanza perchè i vini piacentini, per
le loro qualità hanno da anni varcato i confini della penisola.

Vir bonus dicendi peritus:


Uomo probo, bravo nella capacita di esprimersi (Catone Libri ad Marcum framm. 14).
"Orator est , Marce fili, vir bonus dicendi peritus" (=Caro figlio Marco, l'oratore deve soprattutto essere un
buon cittadino probo e retto, esperto nell'arte oratoria). Per Catone ancor prima della capacità oratoria
l'uomo deve possedere una assoluta integrità morale ponendo al si sopra di ogni interesse personale il bene
della Repubblica.

Vires acquirit eundo:


Acquista le forze camminando. (Virgilio, Eneide, IV, 175).
Il Poeta parla qui della fama, che tanto più cresce quanto più si diffonde. Per questo un nostro proverbio
dice: "Acquista fama e dormi", intendendo che penserà essa a far i tuoi interessi.

Virgo formosa, etsi sit oppido pauper, tamen abunde dotata est:
Una bella ragazza, per quanto assolutamente povera, possiede doti in abbondanza (Apuleio, Apologia , 92,
6).
L'"Apologia" di Apuleio conosciuta anche come " Pro se de magia" (=Difesa in suo favore per l'accusa di
magia), è la trascrizione del discorso difensivo pronunciato, dallo stesso autore, al processo per magia del
158 d.C. Da allora sono cambiati i tempi e i costumi. Certamente oggi avrebbe faticato a far passare per
valida la sua linea di difesa ma anzichè spiegarne il motivo riporto il passo che ritengo non più valido:
"Virgo formosa affert ad maritum pulchritudinis gratiam, floris rudimentum. Ipsa virginitatis commendatio
iure meritoque omnibus maritis acceptissima est. Quodcumque aliud in dotem acceperis, potes, cum libuit,
omne ut acceperas retribuire: mancipia restituere, domo demigrare, praediis cedere: sola virginitas cum
semel accepta est, reddi nequitur, sola apud maritum ex rebus dotalibus remanet. Vidua autem qualis
nuptiis venit, talis divortio digreditur; nihil affert inreposcibile, sed venit iam ab alio praeflorata..." (= Una
giovane avvenente porta al marito la grazia della bellezza, la primizia del suo fiore. L’offerta della verginità
giustamente e a ragione, è graditissima a tutti i mariti. Ogni altro bene tu abbia ricevuto in dote, puoi,
quando vorrai, restituire intero come l'hai ricevuto: riconsegnare gli schiavi, lasciare la casa, abbandonare i
poderi: la sola verginità, una volta ricevuta, non si può più restituire, unico bene di quanti portati in dote
rimane al marito. La vedova invece nello stesso modo in cui giunge nella casa del marito così con la
separazione se ne va, nulla porta che non possa essere chiesto in restituzione, avendo infatti già offerta la
verginità ad un altro...)
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Viribus unitis:
Con L'unione delle forze.
Nome della corazzata austriaca affondata dal maggiore Rossetti e dal tenente medico Paolucci nelle acque
di Pola il 31 ottobre 1918. La locuzione si ripete come appello alla concordia, all’unione, base
fondamentale per la buona riuscita in tutte le imprese.

Virtus post nummos!:


L'onestà dopo i soldi! (Orazio Epistularum liber I, v. 55)
"O cives, cives, quaerenda pecunia primum est ; virtus post nummos ! Haec Ianus summus ab imo
prodocet, haec recinunt iuvenes dictata senesque laevo suspensi loculos tabulamque lacerto." (=Cittadini,
cittadini occorre innanzitutto fare denari, l'onestà viene dopo i soldi! Questa massima viene proclamata
dall'arco di Giano, e tutti con borse e taccuini sotto il braccio giovani e vecchi ripetono come gli scolari la
lezione del maestro). "Giani" si chiamavano certe vie che finivano con arcate termimanti nel Foro. Le tre
principali erano il "Ianus summus, imus e medius". Al termine di quest' ultima stavano i banchieri
(argentarii), Con il termine "Ianus medius" si definiva quella che attualmente per noi è la "Borsa" . Il
termine "pecunia" deriva dal latino pecus=bestiame, in quanto i nostri antenati, legati all'agricoltura e
all'allevamento avevano come unica fonte di reddito gli animali. Concetto opposto a quanto espresso da
Orazio sarebbe "ante lucrum nomen" ma è troppo recente per essere apprezzato dai... romani. .

Virtute duce, comite Fortuna:


Se ciò che guida è la virtù, compagna della vita sarà la Sorte... (Cicerone, Epist. fam., X, 3).
Abusato motto che troviamo sia nell'araldica che in tanti stemmi militari.
Per i latini il termine "Fortuna" non ha alcuna connotazione nè positiva nè negativa, e pertanto il termine
deve intendersi come "sorte, destino".

Virtutis expers verbis iactans gloriam ignotos fallit, notis est derisui:
Chi manca di valore, e tuttavia esalta le sue opere, inganna chi non lo conosce, ma viene deriso da chi sa
valutarlo (Fedro, Favole, Libro I, 11, 1-2).
È la morale derivata dalla favola: "L’ asino e il leone alla caccia", dove l’asino spaventa con i suoi
fortissimi ragli le fiere per farle prendere dal leone. Ad impresa finita, l’asino chiede quale impressione gli
abbiano fatto i suoi ragli. "Terribile! - rispose il leone - se non avessi saputo chi eri, sarei fuggito
anch’io!".

Vitam impendere vero:


Sacrificare la vita per la verità (Giovenale, Satira IV, 91).
Si racconta fosse uno dei motti più cari a Jean-Jacques Rousseau grande ammiratore di Socrate testimone di
una strenua ricerca della verità sino al martirio. Da Boezio a Tommaso Moro, da Angelo Vassallo alla
giornalista Anna Politkovskaja, da Galileo a mons. Romero per non citare che alcuni personaggi a tutti noti
riusciamo ad immaginare le migliaia di sconosciuti che non si sono piegati a nessun compromesso a costo
della loro vita?

Vita mutatur non tollitur:


La vita non termina (con la morte), cambia solamente.
Ripreso dal prefazio della messa dei Defunti è il messaggio di consolazione e speranza rivolto al cristiano
per il quale l'uscita dalla vita terrena altro non rappresenta che l'inizio della vita celeste.

Vixi, et, quem dederat cursum fortuna, peregi!:


Ho vissuto (la mia vita) e ho compiuto il percorso che il destino mi ha assegnato (Virgilio Eneide libro IV
v. 654).
Sono le parole pronunciate dalla regina Didone prima di uccidersi: aveva portato in salvo i suoi
concittadini, aveva fondato una città e ne aveva visto crescere giorno dopo giorno il potere, aveva
vendicato il marito Sicheo... poi era arrivato un esule troiano e ora, per un momento di umana debolezza,
vinta nel suo orgoglio di donna innamorata altra soluzione non trova che trafiggersi con un pugnale.

Vive in dies et horas; nam proprium est nihil:


Vivi giorno per giorno, ora per ora; perchè nulla ti appartiene (dall'epitaffio di Prima Pompea I / II sec.
a.C.).
Simile espressione non si discosta troppo, quanto a significato, da quel tanto più famoso "Carpe diem" di
Orazio. Si tratta ovviamente di una visione pagana della vita, oltre alla quale si ritiene null'altro esista e
occorre pertanto prendere ogni giorno il massimo che ci viene regalato.
185 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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Vivit sub pectore vulnus:
La ferita sanguina nell'intimo del cuore. (Virgilio, Eneide, IV, 67).
Il Poeta allude alla passione di Didone per Enea, passione che la porterà in seguito alla disperazione. Si cita
a proposito di passioni forti, violente, che lasciano una impronta indelebile.

Volenti nihil impossibile:


Niente è impossibile per chi lo vuole.
Con lo stesso significato lo si trova anche come: "Volere è potere, A chi vuole non mancano modi, Chi si
nutre di speranza muore di fame...”. Praticamente ogni paese lo ha tradotto a modo suo. Difficile
immaginare un mondo abitato da rinunciatari. Un mondo senza Colombo, Galilei, Marconi, Madre Teresa,
Martin Luther King e quanti in tutte le epoche e a tutte le laltitudini hanno combattuto e spesso dato la vita
per il raggiungimento di un ideale. Non dimentichiamo, restando a casa nostra e a tempi recenti, i tanti
imprenditori venuti dal nulla che hanno costruito, spinti dalla fame, dall'orgoglio e dal desiderio di
emergere imperi economici nelle più varie attività, dall'editoria alla meccanica, dall'edilizia alle
telecomunicazioni dal tessile al chimico, imperi che, quasi mai, hanno resistito oltre una generazione.
L'ncapacita, il disinteresse, la pancia ormai piena di figli o di nipoti li hanno spesso spinti ad affidare a
manager rampanti e levantini la conduzione dell'azienda con i risultati che quotidianamente sono sotto i
nostri occhi.
Detto segnalato da Franco M.

Volenti non fit iniuria:


A chi acconsente, non si fa ingiuria.
Principio di giurisprudenza che nega l’esistenza dell’offesa quando una persona ha consentito ad un’azione.
Chi consente, non ha più diritto di lamentarsi.

Vox clamantis in deserto:


Voce di chi grida nel deserto. (Nuovo testam Mt., III, 3).
Parola dette da Gesù Cristo a proposito della predicazione fatta da S. Giovanni Battista nel deserto.
Comunemente però la frase si cita con altro significato, alludendo a persona che non è ascoltata.

Vox faucibus haesit:


La voce mi si arresta in gola (Virgilio, Eneide libro III, v. 48).
Fuggiti da Troia in fiamme, prima meta dei profughi Troiani tè la Tracia ma un orribile prodigio li persuade
ad andarsene da quella terra maledetta. Mentre Enea strappa fronde si mirto da un cespuglio per adornarne
un altare, dai rami spezzati colano gocce di sangue. "Steterunt comae et vox faucibus haesit" (=I capelli gli
si rizzano sul capo e la voce gli si arresta in gola) quando scopre che quei rami altro non sono che le
membra di Polidoro figlio di Priamo che, mandato dal padre presso il cognato re della Tracia, da questi fu
ucciso per impadronirsi delle ricchezze che aveva portato da Troia.

Vox populi, vox Dei:


Voce di popolo, voce di Dio.
Nei Promessi Sposi incontriamo questa espressione al cap. XXXVIII sulla bocca di don Abbondio mentre
intona un peana in onore del marchese che, morto don Rodrigo (finalmente), ne aveva ereditato i beni (E
anche se io stessi zitto , già non servirebbe a nulla, perché parlan tutti; e vox populi, vox Dei). Antico
proverbio che stabilisce la verità d’una cosa, quando il popolo è concorde nell’ affermarla. Per questo si
attribuisce comunemente il marchio della verità ai proverbi coniati dall’esperienza e dalla logica popolare.
Si recita spesso in adunanze, quando la maggior parte dei convenuti è d’accordo su un determinato
argomento. Non dello stesso parere è il Manzoni quando, sempre nello stesso romanzo al cap. XXXI scrive
a proposito della peste: "Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso,
voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri,...".
Come può essere che un proverbio, tra i più usati ed abusati, possa contenere ben due rischi di errore?
infatti chi ha autorità e responsabilità, sbaglia nel dar retta alla voce del popolo quando, quest'ultimo, non
ha saputo interpretare in modo oggettivo... la voce di Dio!

Vulgare amici nomen, sed rara est fides:


Frequente il nome di amico, ma la fedeltà è rara (Fedro, Favole, Libro III, 9, 1).
Un tale vedendo la casetta che Socrate s’era fatto costruire chiese: "Come mai tu, uomo sì celebre, ti
accontenti di una casa così piccola?" "Volesse il cielo, rispose il filosofo, che io trovassi tanti amici da
riempirla!"
186 http://www.pievedirevigozzo.org - Ipse Dixit
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Vulgo:
Comunemente detto, volgarmente detto.
Questa espressione letteralmente significa "per il popolo" ed indica un modo popolare e non scientifico di
definire una determinata cosa . Divenuta ormai espressione "dotta" la si sostituisce nel discorso, di
preferenza, con gli avverbi "comunemente" o "volgarmente" dove quest'ultimo non ha il significato
secondario, acquisito nel tempo, di rozzo o irriguardoso ma bensì di espressione in lingua volgare, quella
cioè usata dal popolo, che si differenziava dal latino considerato la lingua dei dotti.

Vulgus vult decipi, ergo decipiatur:


Il popolo vuole essere imbrogliato, ed allora imbrogliamolo.(Anonimo)
Non sono riuscito a trovare il nome del ... cinico che ha per primo coniato questo detto. Quanti dall'inizio
dell'umanità lo hanno messo in pratica senza ... conoscere il latino. Le cronache quotidiane sono piene di
piccole truffe ai danni di anziani o persone facilmente influenzabili ma anche di imprese truffaldine
consumate ai danni di investitori poco accorti o abbagliati da facili profitti, di imbonitori capaci di far leva
sulla credulità o sulla superstizione di animi semplici (oddio qualche volta anche sempliciotti) e sempre
all'insegna del... vulgus vult decipi, ergo...!!!

Vulnus :
Ferita.
Lesione di un diritto. Offesa che può produrre profonda destabilizzazione di un principio o di una norma.

Vulpem pilum mutare, non mores:


La volpe cambia il pelo, non le abitudini (Svetonio Divus Vespasianus XVI,8).
Dice la storia che prima preoccupazione di Vespasiano, eletto imperatore, fu di riordinare l'esercito e le
finanze e, per sistemare queste ultime, vendette a prezzi altissimi le cariche pubbliche. Considerandoli
infatti tutti ladri, affermava che in questo modo iniziavano a restituire quanto avrebbero rubato in futuro.
Organizzò il fisco affidandolo a funzionari avidi che inviò a far bottino in tutte le province dell'impero tra
la gioia dei... contribuenti. A rapina avvenuta li richiamò a Roma e ne confiscò i beni pareggiando il
bilancio. Forte del detto che "pecunia non olet" escogitò ogni modo di portare soldi all'erario non ultimo le
latrine pubbliche a pagamento o la tassa sull'urina usata dai conciatori di pelli. La frase citata e riportata da
Svetonio sembra sia stata pronunciata da un contadino che, ridotto alla miseria dalle imposte imperiali, si
era reso conto che era cambiato solo il direttore dell'orchestra , non la musica.

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2 febbraio 2014
187 Detti e proverbi latini con traduzione, fonte e commento
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