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Universitario /Lettere, 1

Corrado PesteLLi

L’Universo LeoPardiano
di sebastiano timPanaro
e altri saggi su Leopardi
e sulla famiglia

Introduzione di marino biondi


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Ai miei studenti, di ora e di sempre
Introduzione
Universi leopardiani
Studi di storiografia

marino Biondi

«lungi da me il biasimare lo spirito di ricerca. si cerchi, si


esamini, si progredisca, si rischiari – ma tutto si faccia colla
guida di una soda pietà»
(Carlo antici, Don Giuseppe Sambuga
e un suo discorso, 1826)

Circa il giudizio sopra le operette morali, che Ella mi comu-


nica, che vuol ch’io le dica? dirò solo che non mi riesce
impreveduto. Che i miei principii sieno tutti negativi, io non
me ne avveggo; ma ciò non mi farebbe gran maraviglia, poi-
ché mi ricordo di quel detto di Bayle; che in metafisica e in
morale, la ragione non può edificare, ma solo distruggere.
(G. leopardi, lettera ad antonio Fortunato stella,
Firenze 23 agosto 1827)

l’universo leopardiano di timpanaro


Carlo antici e Giacomo leopardi, zio e nipote, come è evidente anche dalle
parole che si leggono in epigrafe, da consanguinei interpretarono i ruoli opposti
sulla mappa della cultura e del divenire politico. Una delle ragioni dell’interesse di
questo libro sta nella storia di antici, protagonista della Restaurazione italiana, un
contributo importante anche alla biografia di una metà in ombra della mente e
dell’animo di Giacomo leopardi. la geografia italica, il «secol morto al quale incom-
be tanta nebbia di tedio», il «tedio che n’affoga», che rendono la canzone Ad Angelo
Mai (gennaio 1820) documento di una disperazione storica, che non a caso la censura
artigliò, hanno in antici l’ideologo militante, il papista combattente, il restauratore
non privo di audacia, di formazione e respiro europei.
il nuovo volume di studi leopardiani di Corrado Pestelli, studioso ben noto di leo-
pardi1 e curatore della nuova edizione della classica silloge leopardiana di sebastiano

1
C. PEstElli, Occasioni leopardiane e altri studî sull’Otto e sul Novecento, introduzione di m.
Biondi, Roma, Bulzoni, 1998.

vii
timpanaro2, raccoglie una folta eredità di ricerche sull’autore d’elezione, che resta al
centro di un’indagine scrupolosa e sostenuta da una fitta analisi di letteratura critica,
di chiose, commenti, scrutini e sondaggi bibliografici. tutta la leopardistica professa di
timpanaro (Parma 5 settembre 1923 – Firenze 26 novembre 2000)3 era stata raccolta
nell’edizione critica di Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (2011). l’edi-
zione si basa sull’ultima ristampa del volume (1988), rivista dall’autore, e su quattro
copie delle edizioni pisane nistri-lischi appartenute a timpanaro, acquisite, come
anche gli altri volumi, dalla Biblioteca della scuola normale superiore di Pisa.
Un’opera, che il curatore definiva a «canone aperto», un’opera che era anche altre
opere, più di un libro, ma un territorio, un campo di concentrazione tematico e disci-
plinare, uno spazio di tensioni ideologiche, un’area critica di conflitti ed incroci.
tanto era complessa la personalità dello studioso, tanto quel suo libro, il suo più noto
ed editorialmente fortunato, rifletteva quella complessità. nel libro di Pestelli, studi leo-
pardiani e studi sul leopardismo timpanariano sono fatti ruotare intorno alla sfera di
quel libro storico di timpanaro, divenuto un classico della storiografia non solo lette-
raria, ma anche, per certi aspetti, politica e ideologica nella seconda metà degli anni
sessanta4. il saggio, premesso alla nuova edizione di Classicismo e illuminismo da
Gino tellini (Un libro necessario), è una guida preziosa, lucida e funzionale, alle non
sempre facili peripezie della lettura cui quell’edizione rimanda. non solo, le pagine
introduttive di tellini fermano al principio la eccezionalità dell’autore, su cui si è
esercitato un tanto imponente, e oggettivamente arduo, lavoro di ricostruzione e di edi-
zione. offrono la sintesi indispensabile di una personalità dei nostri studi completa-
mente fuori dai ranghi consueti e, insieme alle presenti pagine di chi scrive, si affian-
cano a conferire una doppia premessa a questi saggi che in gran parte da quell’edizione
derivano. al netto dei testi, sono i paratesti e le note di curatela a costituire il volume in
una sua parte cospicua e centrale. Una monografia sul timpanaro leopardista e otto-
centista. sulla sua personalità, scrive dunque tellini: «definirla versatile e complessa
non basta, perché l’arduo connubio di scientificità e passione, di magistero non catte-
dratico e intransigente moralità, di fiducia nella cultura e abnegazione personale che
nutre la vita e la scrittura di timpanaro (lui, studioso di prestigio internazionale, che

2
s. timPanaRo, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, testo critico con aggiunta di
saggi e annotazioni autografe, a cura di C. Pestelli, introduzione di G. tellini, Firenze, le lettere, 2011
(siglato Ci). Vd. la rec. di F. arato, in «Belfagor», a. lXVii, n. 6, 30 novembre 2012, p. 747: «Un’edizione
critica di un classico della critica: quando arriva il tempo per un lavoro simile? mezzo secolo è suffi-
ciente? o si tratta di un intervallo di decantazione troppo breve? C’è il rischio di una prematura ‘musei-
ficazione’?». arato riconosce alla nuova edizione i caratteri della eccezionalità, «come eccezionale,
sotto ogni profilo, era il suo autore.»
3
Una delle testimonianze più intense, poco dopo la scomparsa, non solo sulla personalità di tim-
panaro ma anche del coté famigliare (il padre sebastiano, storico della scienza e la madre, maria Cardi-
ni, studiosa dei presocratici ed editrice del Sidereus Nuncius), fu resa da luca Baranelli, dirigente edito-
riale dell’Einaudi, in un’intervista realizzata da G. saporetti, alla quale aveva preso parte anche Fiamma
Bianchi Bandinelli: Ricordiamo Sebastiano Timpanaro, in «Una città», n. 92, febbraio 2001.
4
Vd. l’opera collettiva Sebastiano Timpanaro e la cultura del secondo Novecento, a cura di E. Ghidetti
e a. Pagnini, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2005.

viii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ha scelto di esercitare il mestiere di correttore di bozze) non ha eguali nel panorama
contemporaneo.»5 sì, è stato un arduo connubio, e l’edizione del libro leopardiano e
ottocentesco, vale a dire di una macchina interpretativa in cui si fondono acribia filo-
logica, disegno storiografico di un’epoca, e giudizio politico sull’epoca e sugli autori,
non fa che rivelarlo in ognuna delle molte pagine che la costituiscono.
scrive Pestelli, introducendo il secondo saggio del suo libro, Leopardi protagoni-
sta nella nuova edizione di “Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano”: «Clas-
sicismo e illuminismo nell’ottocento italiano è stato un libro, ma non un “ogget-
to”-libro; è stato un nucleo (e sia pure grande nucleo) trasversale e aggiornabile della
saggistica timpanariana d’argomento ottocentesco, sul piano della concezione ideo-
logica, linguistica, letteraria». Ed è stato e continua a essere in effetti un nucleo di irra-
diazione, quel libro del 1965, riedito con aggiornamenti e ampliamenti nel 1969,
poi ristampato (1973, 1977, 1984, 1988), un contenitore dinamico e sollecitante di
temi, problemi, interpretazioni, opzioni tanto autorevoli quanto pronubi di divergenze
esegetiche e conseguenti polemiche. nel 1980 aveva pubblicato un altro volume otto-
centesco, Aspetti e figure della cultura ottocentesca, che era un libro di attivo comple-
mento rispetto al precedente Classicismo e illuminismo, ma più quieto, di integrazio-
ne e raccolta di personaggi e figure del secolo leopardiano (lucano tra settecento e
ottocento, Francesco Cassi, il Foscolo filologo, Giordani e la questione della lingua,
angelo mai, l’epistolario di ludovico di Breme, con ampia appendice di Note leo-
pardiane), e con alcune grandi personalità della filologia e della storiografia ottocen-
tesca e contemporanea (domenico Comparetti, theodor Gomperz, Piero treves),
mentre le ragioni storiche del materialismo (Considerazioni sul materialismo, Prassi e
materialismo, Engels, materialismo, «libero arbitrio»), e altre lievitazioni teorico-pole-
miche (Lo strutturalismo e i suoi successori), erano confluite nel libro che portava quel
titolo, Sul materialismo, edito nel 1970, riedito nel 1975, riveduto e ampliato nel
1997. tutti titoli protagonisti di una stagione, in cui la critica letteraria era anche cri-
tica politica – ricordo che Sul materialismo si leggeva come un manifesto politico – e
si poteva dare il caso non usuale che il marxista, forse più rigoroso e radicale della
penisola, fosse un antichista e un filologo classico.
Ha ragione Pestelli, che il volume Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italia-
no ha rivisitato e chiosato in ogni particolare, nel dire che non fu solo un libro, né
tanto meno solo un libro di critica letteraria. abbiamo detto che fu anche un libro
politico, ma con una vastità di influenza, una poliedricità di influssi, che andavano dal
presente al passato, un passato di secoli, poiché di quel passato, specie nella transi-
zione fra settecento e ottocento, ridisegnava i contorni e riconfigurava posizioni, alli-
neamenti, protagonismi. Riconfigurava ma anche scompaginava. Fu, in altri termini,
una di quelle opere periodizzanti che segnano il cammino di una tradizione esegeti-
ca (leopardi e il leopardismo), nel senso che la interrompono e la dividono, anche
perché fanno dell’autore di riferimento non soltanto un poeta ma un’entità storio-

5
tEllini, Introduzione, in Ci, p. Viii.

introduzione - universi leopardiani i


grafica, una figura prima di civiltà culturale, pregna di sensi e di significati, che non
ammette solo lettori (e ammiratori), ma seguaci (sul punto torneremo in seguito),
simbolica di posizioni filosofiche (e politiche), di una modalità di essere e di stare nel
mondo, e giudicare quel mondo e magari anche l’altro mondo. ne scaturiva un leo-
pardi protagonista, in gran parte inascoltato, e testimone di un secolo che da lui, in
una sua parte (non maggioritaria), riceveva l’impronta illuministico-classico-mate-
rialistica, un secolo che a sua volta si scindeva in un altro segmento temporale e auto-
riale (questo sì maggioritario o canonicamente condiviso), l’ottocento di manzoni e
del romanticismo nazionale (e risorgimentale). se ogni libro ha la sua storia, ma
anche il suo spazio e il suo raggio di influenza, questo di timpanaro, come scrive
Pestelli, non può essere «dimensionato nei limiti e nella centrimetratura della propria
res extensa di prima uscita, d’una pur nobile brossura cartonata, storicamente ogget-
tuale e materialmente identificata una volta per tutte in un singolo, unico, irripetibi-
le hic et nunc cronologico. E il concetto che di sé esso suggerisce è quello d’un labo-
ratorio in continuo aggiornamento, come il tavolo e come la figura stessa del suo
autore». Un laboratorio, come è anche in parte questo libro, di approfondimenti e
focalizzazioni contestuali. si avrà così anche un esempio della scrittura di Pestelli, in
questa sua prova ultima, più che un critico, un chiosatore, uno scoliaste-glossatore,
tanto minuto e analitico è stato il suo passo di interprete.
in prima istanza è il leopardi filosofo materialista a occupare il centro dell’inda-
gine. il leopardi che dagli antichi apprende l’infelicità dell’uomo. da teofrasto,
moralista empirico e mondano, nel marzo 1822 derivava la Comparazione delle sen-
tenze di Bruto minore e di Teofrasto vicini a morte. E in genere dalla speculazione
postaristotelica, anche per la scoperta in casa antici a Roma del Voyage du jeune Ana-
charsis en Grèce dans le milieu du quatrième siècle avant l’ère vulgaire di Jean-Jacques
Barthélemy, introibo ad alcune massime del pessimismo antico, opera la cui lettura fu
avviata in quel soggiorno romano nel febbraio 1823, assumeva il testimone della
comprovata infelicità umana, prima coperta dalla illusoria vegetazione di una natura
benefica e materna, cognizione d’irreversibile stabilità e ordine del male (certificate
nello Zibaldone all’altezza del 1826), infelicità già lucidamente nota ai filosofi e mora-
listi d’epoca ellenistica. il punto di arrivo di questa evoluzione leopardiana, sempre nel
solco della ricerca della verità, con le conseguenze messe nel conto di quella ricerca
(«la verità non si è mai trovata nel principio, ma nel fine di tutte le cose umane e il
tempo e l’esperienza non sono mai stati distruttori del vero, e introduttori del falso,
ma distruttori del falso e insegnatori del vero. E chi considera le cose al rovescio, va
contro la conosciuta natura delle cose umane»), transitando da varie accezioni di illu-
minismo e postazioni autoriali di quello, sarà ciò che viene definito un “ultraillumi-
nismo”, una scansione dei lumi che lascia a distanza Rousseau, corresponsabile filo-
sofico della attrazione esercitata dalla natura, in seguito esautorato anche da questa
funzione e praticamente espunto, e riaccoglie il Voltaire del Poème sur le désastre de
Lisbonne, con ciò che ne poteva conseguire sul piano dei rapporti con la natura, lo
spettro verde e indifferente all’umano («sta natura ognor verde»), ma rafforzato e
umanamente coeso da una inedita pietas, quindi identificato al tempo della Ginestra

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


nell’alleanza di tutti gli uomini «confederati», «l’umana compagnia», contro il fato
comune (il regnum hominis). Un «illuminismo per tutti», quello della Ginestra, secon-
do le parole di timpanaro. né sarà mai voltairiano leopardi, perché troppo concen-
trato Voltaire sul suo dio orologiaio dell’universo, troppo razionalista e leibniziano nel
suo teismo regolatore, e neppure le conclusioni del Poème saranno fatte proprie da
lui6. Questo il centro dell’inchiesta che l’autore ha avviato da anni e che in questo
volume, sulla scorta di un serrato confronto con gli studi e le note filologiche di
timpanaro, giunge ad altre conferme e a pregnanti apporti documentari. nelle note
vastissime, note narrative e supplementi di testo, non di mero servizio, e pertanto col-
locate in appendice a ogni singolo studio, il lettore troverà una specie di storia ragio-
nata del leopardismo critico nella cultura dell’ultimo mezzo secolo. le note pertanto
fanno parte integrante del testo, ne sono una protesi per una costante consultazione.
il volume si compone di sei contributi, quattro di storiografia letteraria (sebastiano
timpanaro e Pietro Citati) e due sul coté famigliare, il contesto degli antici, nella figu-
ra dello zio Carlo, reazionario ma non gretto municipalista, stratega lucido e operoso
ma di fatto ininfluente delle potenziali fortune di carriera del nipote, il monaldoade,
come da lui chiamato, nella fase di attaccamento al mondo del padre (altri studiosi,
come si vedrà, dibatteranno diversamente il significato tra affettivo e ideologico di
questo vincolo). «l’esultanza per il “non ascolto” di tali consigli da parte di leopardi è,
a scanso di fraintendimenti, massima», scrive Pestelli. E del resto il principale interessato
da quelle premure e da tutti quei virtuali benefici, nella ben nota lettera da Roma al fra-
tello Carlo del 22 gennaio 1823, aveva scritto: «io lo lascio ciarlare come ho sempre
fatto». E di «sogni e chimere di zio Carlo», parlava nella successiva lettera al fratello
Carlo del 5 febbraio 1823. al marchese, detentore in proprio di un élan vital reaziona-
rio, non aveva giovato la comica agiografia del gesuita antonio angelini. i meriti
sopravanzavano l’alterigia di casta, e pure l’ideologia attiva e intrigante, ma è la stima
che faceva di Giacomo che a noi importa, anche nel suggerirgli letture, che altre se no,
da Restaurazione: Chateaubriand, de maistre, de Bonald, il primo lamennais, che
erano comunque un acquisto non da poco per una mente come quella del destinatario,
avvezza per suo conto a secernere confrontare filtrare eliminare. Pestelli ha dedicato un
volume all’antici, intellettuale della Restaurazione, germanista ecclesiastico-tempora-
lista, traduttore, dal tedesco e dal francese, di testi di dottrina, sacri, omiletici e storici (il
luterano, convertito nel 1800 al cattolicesimo, stolberg, autore di Vita e dottrina di
Gesù Cristo e il vescovo teologo di Regensburg, Johann michael anton sailer), con fre-
quentazioni eccellenti (napoleone, pontefici, re di Baviera), ma soprattutto fautore per
Giacomo di un disegno spiritualistico in grande stile, da vincolare e sancire con una ver-
sione integrale di Platone, e un editore della capitale pontificia, il de Romanis, avrebbe
provveduto alla stampa di quell’Omnia davvero sacramentale sotto ogni profilo, tra-
duzione di tutti i dialoghi platonici, «nell’epoca della revanche spiritualistica e delle

6
Vd. a. FRattini, Leopardi e gli ideologi francesi del Settecento, in Leopardi e il Settecento, atti del
i° Convegno internazionale di studi leopardiani, Firenze, olschki, 1964.

introduzione - universi leopardiani i


riflessioni cosmologiche sulla scia europea della religiosità schleiermacheriana», carta da
visita per un Giacomo prelatizio e chissà forse cardinale7.
occasione perduta per una “carriera” che resta semplicemente per noi inimma-
ginabile, ma non perduta per il Platone. se il leopardi fanciullo, anche per gli inse-
gnamenti del sanchini, era portato a dare la palma del pensiero ad aristotele, per
quanto nel quarto quaderno delle Dissertazioni filosofiche non escludesse neppure
Platone dall’essere con la sua dottrina morale consentaneo agli insegnamenti della
«Cattolica Fede»8, poi si sarebbe messo di nuovo e diversamente sulle tracce di Pla-
tone, e ciò comportava sempre un progetto, nel 1825, al tempo della stesura dei Pen-
sieri. allo zio scriveva il 15 gennaio 1825: «io vengo presentemente ingannando il
tempo e la noia con una traduzione di operette morali scelte da autori greci dei più
classici, fatta in un italiano che spero non pecchi di impurità né di oscurità». il 5
marzo gli attestava la versione de «le tre Parenesi, ossia Ragionamenti morali d’iso-
crate, l’uno a Demonico, l’altro a Nicocle, il terzo intitolato il Nicocle». Va da sé che la
lezione platonica agiva su leopardi attivamente e per altre strade, anche senza
l’approccio sistematico e ideologico sognato da antici, intellettuale organico della rea-
zione temporalista. Platone, più di aristotele, era nella musica delle Operette, e si insi-
nua come uno spirito di grazia suprema in tanti interstizi dell’opera. È un compenso
al mondo terrestre, alle sue durezze e infamità, un balsamo alle ferite della realtà. si
accompagna al materialismo, senza negarlo. si compiace del sogno, e fin dell’illusio-
ne metafisica allo stato puro, senza catechesi alcuna di dottrine e filosofie. È poesia del
pensiero, impalpabile gioia della forma, intima connessione fra il pensiero e la prati-
ca poetica, su cui dovremmo interrogarci di più, evitando la mera deriva leopardiana
verso la sola filosofia. il platonismo, musica sintonizzata con le sfere del cosmo a
vegliare l’infelice pianeta, con il carico leggiadro della sua ironia iperurania, è una
delle più segrete e meravigliose risorse del leopardismo.
il presente corposo volume persegue sostanzialmente, pur tra non poche digres-
sioni erudite, una linea di svolgimento della cultura leopardiana, intesa al raggiungi-
mento della verità, al superamento e confutazione degli elementi che a essa si oppon-
gono, dalla bellezza estetica connessa alla vista e alla prima fonte organica delle
illusioni come autoinganni, all’antagonista palese ed esplicito, quanto decisivo, che
altro non è che il falso. anche il materialismo, in estrema sintesi, non ha altro scopo
che questo, smascherare il falso. non è una scelta speculativa fra le altre, una opzione
surrogabile, ma uno strumento di rilevazione e rivelazione del falso (l’illusione
umana, di essere quello che non è, di occupare spazi non suoi, l’antropocentrismo,
l’illusione nelle sue molteplici e incalcolabili forme). la filosofia leopardiana è una
procedura di svelamento progressivo dell’area della falsità e adulterazione filosofica.
se anche la bellezza è un falso che si lascia comprendere e ammirare, e con struggi-

7
C. PEstElli, Carlo Antici e l’ideologia della Restaurazione in Italia, con nota introduttiva di
s. mastellone, ivi, FUP (Firenze University Press), 2009. sul traduttore, vd. id., Carlo Antici traduttore di
Stolberg e di Sailer, in «Rassegna della letteratura italiana», CXVii, serie Viii, 1, gennaio-agosto 2013.
8
Il Leopardi e i filosofi antichi, in Ci, p. 151.

ii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


mento confutare, bellezza come l’amore (la donna inganno seduttivo), e come la
poesia o evocazione lirica della realtà, lusinghe umanissime e infinitamente rim-
piante (dunque il falso si può rimpiangere), il falso assume nella storia di leopardi
varie fattezze e connotazioni, e dalla natura-bellezza trasloca alle categorie dello spi-
rito. Una delle quali è lo spiritualismo, conosciuto più essenzialmente e partitamente
lontano da Recanati, nell’italia cattolica e moderata del tempo, dominata dalla Chie-
sa come ordine temporale, il falso dell’illusione metafisica, dell’educazione religiosa,
della rimozione autoritaria di ogni vitalità naturale e fisica (vita vitalis), quella con-
figurazione di pedagogia e di costumi o ciniche usanze, di cui leopardi fu il primo
lucido e implacabile cronista-storiografo anche sul territorio di un’italia che ancora
non esisteva. Fino a inibirgli il sogno (lontano da Recanati io non sogno9). scrive a
questo proposito Pestelli che «il residuo non recanatese d’italia, o del mondo, e sia
pure con qualche significativa e parziale eccezione (milano, Bologna, Pisa), non ha
presso Giacomo maggior fortuna di Recanati.» ma, a ben guardare, non è dato scam-
po, se anche nella natura la dinamica che la sottende vi è in prevalenza anticreativa,
una dinamica terminale, distruttiva, fino a negarla intimamente. da una parte la
metafisica, che uccide la pulsione alla vita, o la umilia (la catechesi cattolica versata in
pedagogia della marca Picena, a fronte della virtù greca, dell’energia, dell’unica illu-
sione compatibile con il destino, quella della gloria). dall’altra una natura, la cui
icona benevola, la cui immagine famigliare, anche irresistibilmente attrattiva e pure
intensamente amata, viene smascherata in una progressione di letali accertamenti di
verità ambientali (l’Islandese, con le marmoree leggi del gelo, data al 21-30 maggio
1824) e verità biologiche (la malattia, la vecchiezza, la morte, la terra ostile, la forza
logoratrice della natura, perpetua industria di creazione-distruzione), e costituendo-
si in una persecutoria negatività epifanica, per mostrarsi infine scolpita nell’ordine
funesto dell’universo. il male è nell’ordine, titolo e materia di un libro leopardiano di
luigi Baldacci10.
nella scrittura critica di Pestelli, il lettore s’imbatte in un densissimo coagulo di
tematiche, prevalentemente speculative e storico-filosofiche, ma anche storico-filo-
logiche (l’insistenza sulla filologia testuale non solo come strumento e tecnicalità eru-
dita in leopardi, ma come un suo pensiero aggiunto, un pensiero ecdotico, affinato e
reso più penetrante dall’ecdotica), e annesso un amalgama di argomentazioni sollevate
da una bibliografia di possente rilievo esegetico, se si porta appresso non solo la
bibliografia su un autore come leopardi, ma, nel caso specifico, la sua illimitata
biblioteca trasversale ai secoli, dall’antico alla modernità settecentesca, dal letterario
e lirico allo scientifico e filosofico, con schierato il Boulevard des Lumières del mate-
rialismo filosofico (Bayle, d’Holbach, nicolas Fréret, la mettrie, in parte Voltaire, il
patriarca degl’increduli, come lo chiamava antici), a garantire l’architettura del meto-
do, insostituibile e sempre operante nella sua mente. timpanaro era stato molto pre-

9
C. GEddEs da FiliCaia, Fuori di Recanati io non sogno. Temi e percorsi di Leopardi epistolo-
grafo, Firenze, le lettere, 2006.
10
l. BaldaCCi, Il male nell’ordine. Scritti leopardiani, milano, Rizzoli, 1998.

introduzione - universi leopardiani iii


ciso e selettivo nel vagliare l’effettuale biblioteca settecentesca, letta e ideologica-
mente attiva, avvertendo anche che alcuni autori dei lumi giungevano a leopardi sui
binari della reazione cattolica. se erano documentabili lettura e influsso delle Ruines
di Volney (Zibaldone, 4127 sg.), non risultavano letti direttamente la mettrie, Con-
dillac, diderot, ed Helvétius, assente dalla Biblioteca leopardi, citato in un Dialogo
filosofico del 1812, poteva venire da uno di quei libelli11. Gli autori delle Lumières, in
altro assetto bibliografico e critico ovviamente, appartenevano anche a timpanaro,
che si considerava un positivista, nel senso che riteneva il positivismo, da emendare in
molti difetti e limiti, l’erede dell’illuminismo, almeno per quanto riguardava alcune
questioni fondamentali di cui si era fatto carico: l’antimetafisica, la storicizzazione
della natura, l’interesse per il rapporto uomo-natura. inoltre si doveva anche al posi-
tivismo e a suoi emeriti studiosi, Gaetano trezza, domenico Comparetti, Carlo Gius-
sani, l’interesse rinnovato per Epicuro e lucrezio. timpanaro si era occupato di Paul
thiry d’Holbach (Le bon sens, tradotto nel 1985), e a quelli nominati si possono
aggiungere sulla stessa scia il Cicerone del De divinatione (tradotto nel 1988) e la pre-
sentazione de La fortune des Rougon e La conquête de Plassans di zola (1992-1993).
dal materialismo settecentesco al naturalismo-positivismo zoliano di fine ottocento,
fino a quando la Francia era stata, a suo avviso, la patria dell’illuminismo e del mate-
rialismo (che nel novecento, secondo timpanaro, avrebbe tradito, riposizionandosi
sull’antilluminismo e su uno spiritualismo strutturalistico).
la filologia, la cifra filologica (ricavata sia dal volume timpanariano del 1955 La
filologia di Giacomo Leopardi, sia dall’edizione le monnier 1969 di timpanaro e
Giuseppe Pacella dei leopardiani Scritti filologici) si associa alla filosofia, non è uno
strumento estetico (ancillare e preliminare alla sola poesia, al bello, tacciato anche
come falso), ma il complesso delle tecniche di filologia, l’emendare, il congetturare,
l’interpretare, sono un’ulteriore chiave di accesso alla verità. Filologia non come
classicismo, o semplice e tautologico rapporto con gli antichi. negazione dell’uma-
nesimo nel senso dello stereotipo pur sempre vigente. Fermo restando che per lui
atene e Roma sono città dello spirito laico e libertario. molto s’insiste su questa
funzione epistemologica della filologia, come uso della ragione (la congettura come
codicologia mentale), tanto da restituire nuovo vigore alla affermazione in primis
giordaniana del leopardi sommo poeta filosofo e filologo. Qui è il sommo filosofo e
filologo ad avere tutto lo spazio e a essere ulteriormente documentato. il leopardi
filologo, dopo il primo lancio giordaniano, è stata una conquista testuale e critica di
timpanaro (e Pacella). ma la filologia, lo si è detto, fa parte intimamente della poesia
e della filosofia, sia nel senso dell’unione di filologia e poesia, come in altri rappre-
sentanti della tradizione umanistica italiana, sia dell’unione di poesia e filosofia,
come sinergia conoscitiva dell’espressione artistica (il significato mai sacrificato al
significante, la poesia filosofante, il pensiero poetante, da spitzer ad antonio Prete a
Pier Vincenzo mengaldo), per quanto dal punto estremo dello Zibaldone 26-27 giu-

11
Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi, in Ci, p. 118.

iv l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


gno 1821 al capitolo Vii del Parini il percorso sia molto lungo, fra esclusione di
compatibilità per «nemicizia giurata e mortale» e piena affinità. intorno a leopardi,
ruotano riflessioni sull’uomo, la natura, la materia, la sofferenza, la felicità, l’esisten-
za e la vita. Come un parto gemellare, simbiotico sia pure nell’evidente antitesi, dolo-
re e godimento fuoriescono dallo stesso ventre generatore della natura sensibile.
dette così sia pure all’ingrosso e in una sequenza lessicale, queste nozioni designano
l’universo leopardiano ma anche l’universo timpanariano, del leopardista-marxista,
del filologo antichista e filologo materialista12, come critico primo e privilegiato di
leopardi, che è il motore di tutto il suo ottocento. la chiave d’accesso a un universo
indagato nella duplice corsia di uno studio diretto di leopardi e di un altrettanto mas-
siccio studio dedicato al suo interprete ed editore novecentesco, è quella materiali-
stico-sensistica, vale a dire la complessione teoretica del pessimismo fino alla sua
estrema definizione. si vuol dire che non solo leopardi è l’autore di timpanaro, ma
che timpanaro è lo studioso di leopardi, per elezione e affinità («reciprocatio autore-
studioso»), per consanguineità, ché nel sangue che scorre è la linfa del più autentico
materialismo. l’ottocento di timpanaro (da Classicismo e illuminismo del 1965 a
Nuovi studi sul nostro Ottocento del 1994) è leopardiano, il che significa un secolo
neoclassico di minoranza, antiromantico e anche antimanzoniano, se il leopardi-
smo, impavido e solitario, si profila come coevità polemica con lo spiritualismo e le
sue illusioni. sul concetto di minoranza, timpanaro è tornato nella prefazione a
Nuovi studi sul nostro Ottocento, con una precisa e illuminante specificazione sulla
attualità di leopardi nel novecento, fortemente ridimensionando quella presunta
attualità: «Chi si sente suo contemporaneo (non solo ammiratore ma “seguace”)
deve avere la consapevolezza di trovarsi in una posizione di minoranza». la distin-
zione fra ammiratore e seguace è di quelle sostanziali e dirimenti (seguace comporta
ben altro tipo di adesione rispetto a quella estetica, e ben altra responsabilità, e certo
pour cause leopardi ha avuto e continua ad avere più ammiratori che seguaci).
il punto testé evocato è di quelli centrali, decisivi, anche non risolvibili, spesso
mascherati, lasciati passare in giudicato senza essere mai stati enunciati (o denunciati)
con la necessaria chiarezza. Qui timpanaro sta dicendo che leopardi non può esse-
re fruito solo come poeta (ammirato), ma come filosofo, detentore di un pensiero
forte (seguito pertanto sulle tracce e le conseguenze di quel pensiero). Un pensiero
forte, non contrattabile, non rettificabile, non contaminabile, forte anche perché
comprensivo di una visione del mondo, assai difficilmente ricevibile. infatti se c’è una
filosofia, un pensiero non recepibili da una società di massa, e da qualsiasi altra
società (non si dice da élite, più o meno consapevoli e orientate, o ideologicamente
schierate), sono la filosofia e il pensiero leopardiani. in un’italia flessibile (nell’otto-
cento e nel novecento), leopardi fu la mente più inflessibile che fosse dato registrare
nella nostra cultura, distruttore non solo dei miti religiosi tradizionali, e dei miti del

12
V. di BEnEdEtto, La filologia di Sebastiano Timpanaro, in Il filologo materialista. Studi per
Sebastiano Timpanaro, a cura di R. di donato, Pisa, scuola normale superiore, 2003, pp. 1-89.

introduzione - universi leopardiani v


progresso (vitali per una società, non solo borghese), ma anche dei miti umanistici,
critico dei miti dell’immortalità (inanità della gloria, caducità delle opere, fine del
tempo, dal Cantico del gallo silvestre al Frammento apocrifo di Stratone di Lampsaco
alla Ginestra13). sotto questo profilo, anche se si deve riaffermare il «valore sociale del
vero»14, credo che leopardi stenti ancora a essere compreso dalla massa dei lettori
(non si dice dei critici), che vedono e amano in lui il punto focale dell’umanesimo (se
la poesia è, magari ingenuamente, con l’umanesimo identificata). È stato detto che se
l’ottocento fu per leopardi un secolo di mera appartenenza cronologica e anagrafi-
ca (i contemporanei biografati nel bel libro di novella Bellucci15), il novecento si
sarebbe spalancato a quell’esule del tempo come il secolo leopardiano. ma non è
vero. né è mai stato vero, tranne che in segmenti di coscienza critica che apparten-
gono alla storiografia culturale. il novecento, che timpanaro accusava di involuzio-
ni mentalistiche e psicologistiche, ha continuato a coltivare molteplici vocazioni alla
falsità, e ha aperto varie strade, teoriche teoretiche letterarie politiche sociologiche
metodologiche, talune oscure e solenni, alla falsità e alla falsificazione, tanto che se si
ipotizzasse un leopardi nostro contemporaneo, la sua parola filosofica, il suo laicismo
materialistico e antiprovvidenzialistico, il suo vertiginoso copernicanesimo mentale,
resterebbero lettera morta, e la sua identità sarebbe semplicemente annullata. il vor-
tice dei messaggi culturali lo risucchierebbe in un’altra tipologia del nulla, quella della
mediasfera. dunque meglio riceverla, quell’eredità comunque non gestibile da nes-
suna società organizzata e pertanto basata sull’illusione di esistere e continuare a esi-
stere, dall’ottocento. Vogliamo dire che il leopardismo è una battaglia culturale pra-
ticamente perenne, e perdente. E di minoranze eroiche. Perché nessun secolo potrà
essere leopardiano, sposare la consequenzialità radicale del suo pensiero, e nessuna
società, tranne che nell’epilogo compassionevole della Ginestra. il mostruoso cervel-
lo resta così in un angolo d’ombra. né può liberare, sprigionare, la sua potenza nella
circolazione culturale, può essere omaggiato dalla critica, dai convegni, dagli appun-
tamenti della calendarietà recanatese, ma non può agire, attivarsi, di fatto non può esi-
stere. il leopardismo filosofico viene accolto per convenzione, una convenzione acca-
demica, lo sappiamo. Ed è da escludere che l’accademia italiana sia eroica. È il poeta
che continua a essere amato, e io dico anche compreso. Un grande poeta dell’otto-
cento che è forse anche il più grande poeta del novecento. non sarebbe male che un
convegno recanatese affrontasse la questione.
spiritualismo è parola di largo spettro semantico, e temporale (oggi ne sussiste
uno mediatico-tecnologico). mario Rigoni ha giustamente osservato che «in un
certo senso, tutta l’opera leopardiana non è che un commento al fenomeno della
spiritualizzazione.»16 Così ampio quello spettro, se fra le illusioni prodotte dalla sua

13
Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi, in Ci, p. 130.
14
G. BERaRdi, Ragione e stile in Leopardi, in «Belfagor», XViii, 1963, p. 437.
15
n. BEllUCCi, Giacomo Leopardi e i contemporanei. Testimonianze dall’Italia e dall’Europa in vita
e in morte del poeta, Firenze, Ponte alle Grazie, 1996.
16
m. a. RiGoni, Romanticismo leopardiano, in Il pensiero di Leopardi, nuova edizione accresciu-
ta, prefazione di E. m. Cioran, nota di R. Bruni, torino, nino aragno Editore, 2010, p. 131.

vi l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


matrice non vi è solo quella propriamente metafisica e trascendente, ma ogni altra
illusione, ovverosia ogni scarto dalla verità, compresa l’illusione politica, e fra le
illusioni, da profligare con l’arma spietata e derisoria del sarcasmo nei Paralipome-
ni, risulta essere anche il Risorgimento. s’immagini pertanto quale irradiazione di
isolamento, e quasi potenza di diseroico maleficio (l’antimazzini), conseguano in
quel tempo e in quel contesto da una posizione come quella descritta. Vieusseux,
che aveva commercializzato i Paralipomeni, scriveva a Ranieri il 2 dicembre 1843:
«nessuno vuole; e quei pochi che li comprarono dicono di non aver potuto andare
avanti nella lettura»17. in Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi, timpanaro,
commentando due studi del Binni (Tre liriche del Leopardi, 1950; La poesia eroica di
G. Leopardi, 1960), registrava il fatto che «l’ostilità al leopardi pensatore, alle sue
asprezze antispiritualistiche, aveva portato anche in sede propriamente estetica
alla svalutazione degli ultimi Canti e dei Paralipomeni»18. il leopardi aveva pagato
pegno al suo pensiero, o con le irose svalutazioni (Croce), o con l’imbonimento
puramente idillico che era stato riservato alla sua poesia (il testimone integrale e
innocente di questa tendenza fu Fernando Figurelli, con il suo libro laterziano del
1941, Leopardi: poeta dell’idillio). nel mezzo ci poteva stare l’aureo equilibrio che
timpanaro ravvisava e garbatamente criticava nelle pagine della Storia garzantiana
su Giacomo Leopardi di natalino sapegno (ammirazione per la poesia malgrado
l’ideologia e la filosofia). della sua avversione all’eclettismo combinatorio si dirà
anche nel seguito di questa introduzione.
alla mente di leopardi, che pure non si negava l’amor di patria19, la storia
arrivava come una carovana di illusioni e ambizioni, un fuoco fatuo, spento e an-
nientato nel dramma terrestre e cosmico che era la sua visione, sovrastorica e me-
tastorica, una lungimiranza in cui si perdevano i fatti dell’empiria storicistica. Una
visione che si sviluppa dal 1819 e poi sistematicamente dal 1823-24. meglio una
cosmicità di riferimento (cosmico essendo peculiare aggettivo leopardiano) che
ridimensionava da sé, per la proporzione che instaurava con il tutto fuori dall’uo-
mo, ogni atto, problema, gesto politico. nichilismo se non subentrassero la reni-
tenza al fato, la protesta vigorosa ed eroica, la social catena. il suo era un pessimi-
smo tutto pratico, sensistico-edonistico, se commisurato alla creatura senziente,
estraneo a ogni dialettica, ma si ribaltava in una visione astronomica, in una stori-
cità stellare, dove l’antropocentrismo si scompaginava e annullava nell’infinito
(nella cattiva infinità della natura universale). tutto si può dire che derivi da quel
solco di verità, dal quale leopardi non ebbe mai a derogare, e da una radicalità nel
pensiero, che forse non si riuscirà mai ad assimilare integralmente, un pensiero non
solo inattuale ma non ricevibile. l’illusione è forse una componente essenziale a far
funzionare e muovere la quasi totalità delle cose umane. in altri termini la radica-

17
R. BonaVita, I «Paralipomeni»: storia del testo, in id., Leopardi descrizione di una battaglia, a
cura di G. Benvenuti, introduzione di m. a. Bazzocchi, ivi, 2012, p. 139 (Vicende editoriali).
18
Ci, p. 111.
19
Leopardi e la patria, in Rigoni, op. cit., pp. 195-202.

introduzione - universi leopardiani vii


lità, vale a dire la consecutio effettuale di quella sul mondo, in accezione evangeli-
ca che coincide anche con la leopardiana, forse rettificata soltanto e a tratti dall’in-
contro umano, con il singolo essere portatore di umanità, quindi corretta unica-
mente dagli affetti, come rivelano le lettere, molte delle quali calorose e appassionate,
è tale da mettere il pensiero leopardiano in rotta di collisione con il suo secolo, e
con qualsiasi secolo, poiché anche il nostro, pur interamente secolarizzato, è gonfio
di illusioni.
Eppure l’ottocento di timpanaro è leopardiano (e giordaniano), nel senso che la
leopardistica timpanariana è una prospezione sull’intera ottocentistica dello stu-
dioso. anzi dall’ottocento leopardiano si irradia la critica che timpanaro muove a
un novecento, che in filosofia, in letteratura, nelle scienze umane, dall’antropologia
alla psicoanalisi20 allo strutturalismo, in politica (con le critiche al gramscismo e al
togliattismo, per non dire al compromesso storico berlingueriano), e in genere nel
suo costume di massa ispirato a un irrazionalismo totalmente fuori controllo e lon-
tano anni luce dal modello timpanariano di società, viene respinto pressoché in
blocco. timpanaro restava fedele all’ottocento, o meglio a un settecento che si era
trapiantato innervandosi nel secolo antiromantico. È la sua interpretazione dell’otto-
cento leopardiano, ma anche una sua costruzione, di un secolo austero, severo, di
forte moralità, che non ammette spontaneismi, estetismi, balsami dialettici, slanci
non sanzionati dal durus sermo di una filosofia materialistica, filosofia anch’essa
dell’esistenza ma remotissima dalle filosofie dell’esistenzialismo irrazionalistico (da
schopenhauer a Heidegger). il timpanariano è un ottocento di scuola classica ed
educazione giacobina, senza romanticismo. non si poteva non avvertirne il vuoto.
nella recensione a Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento di Piero treves
(1962), timpanaro scriveva che romanticismo era stato fatto diventare sinonimo di
«civiltà liberale-democratica dell’ottocento», una specie di koiné, che aveva assimi-
lato acriticamente personalità come Goethe, Foscolo, leopardi, Heine, Cattaneo, che
con il romanticismo avevano polemizzato e comunque con esso non potevano iden-
tificarsi21. in quella critica al romanticismo stereotipato, e reso generico contenitore,
c’era anche il rifiuto delle caratterizzazioni epocali che, come scriveva nella prefa-
zione al volume di singoli e individuali profili Aspetti e figure della cultura ottocen-
tesca, tutto abbracciano e nulla stringono. nel volume Antileopardiani e neomoderati
nella sinistra italiana (1982; rist.: 1985) viene però smentita l’equazione romantici-
smo-reazionarismo («il Romanticismo non è affatto qualificabile, nel suo insieme,
come un movimento reazionario»), ed è un recupero consapevole che corregge per
lo meno il giudizio sul romanticismo italiano, ferma restando la sua valutazione
negativa di quello germanico. secondo Carpi, interlocutore critico tenace quanto

20
s. timPanaRo, Il lapsus freudiano. Psicanalisi e critica testuale, Firenze, la nuova italia, Firen-
ze 1974; nuova edizione, a cura di F. stok, torino, Bollati Boringhieri, 2002.
21
appendice ii, Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità dell’Ottocento italiano (1963),
in Ci, p. 494.

viii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


efficace nella controversia polemica22, l’antiromanticismo settecentesco e materiali-
stico di timpanaro sarebbe stato messo a dura prova già dal romanticismo postillu-
ministico schlegeliano e schellinghiano (la Naturphilosophie). È in Classicismo e
illuminismo, dove sull’antiromanticismo è fatto prevalere il filoilluminismo, che
agiscono gli effetti di quella imponente rimozione. Che sia un secolo di minoranza,
anche dal punto di vista dei valori di letteratura, lo dicono l’assenza di manzoni, che,
va pur detto, è fattore di squilibrio del quadro complessivo, e la discussa centralità,
contigua a leopardi per le ragioni di biografia e non solo, di Pietro Giordani e del
giordanismo. a proposito del quale, timpanaro ammetteva che il saggio su Le idee di
Pietro Giordani, un vero antefatto e il più antico del volume, uscito su «società» nel
1954, insieme agli studi sulla linea linguistica Cattaneo-ascoli (su «Rivista storica
italiana», 1961-1962), aveva sacrificato, ai fini di una prima urgente rivendicazione
del valore della persona e dell’esperienza laico-giacobina, una linea di svolgimento e
di concreta, empirica storicità, relativamente anche ai luoghi e ai tempi (la Parma
illuministica prima della rivoluzione, dove era stato forte l’influsso del Condillac; la
Cisalpina e il Regno italico, la Restaurazione)23. Con Giordani, personalità otto-
centesche prese in considerazione per «spunti materialistici di pregnante verità»
erano state Carlo Bini, Carlo Pisacane e luigi angeloni. non a caso un prigioniero,
e un rivoluzionario caduto sul campo.
Forse bisognerebbe prendere atto che la nostra è una letteratura fatta anche di
figure prime (dante / Petrarca; leopardi / manzoni), che senza elidersi si contrap-
pongono, identità di antitesi e dicotomie incomponibili. l’impronta di timpanaro nel
ridisegnare la mappa dei secoli, e di poggiare l’ottocento sulla valorizzazione
dell’appartenenza al fronte classico, fu forte e profonda, e non vi è dubbio che in quel-
la forza e profondità sia e resista anche una misura della grandezza dello studioso.
Una statura d’interprete che permane tale, anche quando quella mappatura ad altri
lettori, e illustri interpreti, sia apparsa mutila, e non condivisa. timpanaro aveva del
romanticismo una concezione negativa, come fase di involuzione spiritualistica, di
misticismo irrazionalistico e religiosizzante. distingueva il romanticismo del «Con-
ciliatore» da quello dell’«antologia» e da quello di mazzini. ma gli sfuggivano o
non prendeva in considerazione tutti gli enormi apporti che il romanticismo ha dato
alla civiltà, che bene o male è ancora la nostra (che timpanaro di fatto e conseguen-
temente rifiutava). non accettava le linee classico-romantico o neoclassico-romanti-
co (linea binniana), incredulo nelle concettualizzazioni combinatorie, sospettando

22
Umberto Carpi è scomparso il 6 agosto 2013. in un commosso ricordo dello studioso, marco san-
tagata ha scritto: «leopardi non era un suo autore (qualcuno ricorderà la polemica che negli anni set-
tanta lo vide contrapposto a sebastiano timpanaro) proprio perché a leopardi, che pure guardava il
mondo con straordinaria lucidità, siccome lo guardava dall’alto, mancava il sentimento della politica, la
volontà di modificare la realtà e quindi non viveva il dramma della sconfitta (…). Gli autori e i perso-
naggi di Carpi sono degli sconfitti politici, ma non dei vinti.» (m. santaGata, Il paladino degli
sconfitti, in «il sole 24 ore», 18 agosto 2013).
23
Prefazione alla seconda edizione, in Ci, pp. lXXXVi-lXXXVii.

introduzione - universi leopardiani i


l’eclettismo e un certo luddismo della mera critica letteraria (senza filosofia), così
come respingeva il gradualismo politico e il giustificazionismo storico. ma su questo
terreno di recusazione del romanticismo, ostico da condividere, come su tutte le
tematiche dei suoi studi, dall’antico al moderno, fu sempre incline al dialogo e al con-
fronto, in un commisurarsi tutt’altro che formale con studiosi che si chiamavano
Cesare luporini, Walter Binni, Bruno Biral, Gianluigi Berardi, Umberto Carpi, Piero
treves, Giuseppe Paolo samonà, Claudio Colaiacomo, Gennaro Barbarisi, Franco
Fortini, Giulio Bollati, luigi Blasucci, antonio la Penna, mario mirri, lanfranco
Caretti, margarete steinhoff, luciano della mea, Carlo alberto madrignani, sergio
sconocchia. il dissenso, non però con tutti i nomi elencati che erano in grado diver-
so i suoi interlocutori più o meno abituali, emergeva netto in discussioni esemplari
per civiltà, eredi di un costume settecentesco, veri e propri colloqui illuministici
(anche per lettera), e in assenza di cautele accademiche, rarissimi per franchezza
nei nostri studi24. timpanaro rispettava gli interlocutori, e ne coglieva gli spunti per
svilupparli, specie per quanto concerneva l’opposizione fra classicismo illuministico
e romanticismo, che non voleva fosse intesa come categoriale e dicotomica (che
stendhal fosse stato, da illuminista, anche un campione di romanticismo, non era per
lui una contraddizione). solo non tollerava, da vecchio e severo positivista, quale pure
sentiva di essere, avendo in sospetto il pronome di prima persona singolare, nella vita
e negli studi, gli eccessi non infrequenti del narcisismo saggistico, le intemperanze
arbitrarie, con tendenza ad attualizzare leopardi e a trasferirlo in aure novecentesche,
letterarie e filosofiche (per affinità varie e indimostrate), con accoppiamenti (Valéry,
Ungaretti, nietzsche, Heidegger), irrilevanti sul piano della storicità filologica, ma
pericolosi e devianti. allora timpanaro era durissimo e sfoderava un’altra arma del
suo repertorio di filologo marxista, il sarcasmo. scrive a questo proposito tellini:
«Contro le infatuazioni, la franchezza del “dire pane al pane e vino al vino” si rivela
arma appuntita e anche ironicamente irridente “per ‘rompere l’incantesimo’ e far
vedere che l’imperatore di anderseniana memoria, da tutti elogiato per i suoi bei
vestiti nuovi, in realtà è in mutande”. Chi ha consuetudine con gli scritti di timpa-
naro, ne incontra molti non solo di incantesimi rotti, ma di imperatori in mutande.»25
di «improbabili discendenze novecentesche, soprattutto nell’àmbito del pensiero
negativo», aveva parlato luigi Blasucci, in una recensione alle Lezioni leopardiane del
Binni (1994), toccando il tasto di leopardi maestro di negatività del nuovo secolo. in
mente aveva, e forse idoleggiava, una comunità interpretante, e a essa offriva le sue
resultanti, sempre in progress (postille, aggiunte, addenda), esponendole a una serra-
ta discussione. Un esempio può essere fatto in relazione a quella che è una quaestio
leopardiana: «il passaggio dalla concezione della natura benefica a quella della natu-
ra nemica dell’uomo ha sempre rappresentato uno dei punti più delicati nello studio

24
t. dE maURo, Premessa a Per Sebastiano Timpanaro. Il linguaggio, le passioni, la storia, a cura di
F. Gallo, G. iorio, P. Quintili, milano, Unicopli, 2003, p. 8.
25
tEllini, Introduzione, cit., p. Xii.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


dello svolgimento del pensiero leopardiano. Ciò che qui sopra ho scritto a questo pro-
posito (pp. 153-159) {nel capitolo III, «Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi»,
«Cl. ill.» 1969 – N. d. c.} rimane, credo, valido nelle linee principali, ma ha bisogno di
alcune precisazioni e correzioni.»26
in questa dinamica di studio, Pestelli crede di intuire una delle ragioni per cui il
filologo, autore de La genesi del metodo del Lachmann (1963), non si fermasse nella
sua pratica di editore critico a un risultato conseguito una volta per tutte, all’«opus
confectum di compiuta definizione testuale e editoriale: ipotetico esempio, Ennio, o
Virgilio, edizione critica proposta come definitiva nel tale anno, sulla base dei dati
documentari e codicologici a quella data disponibili.» sono tutte, nel senso più alto,
incompiute venture (su Ennio si era laureato con nicola terzaghi), o venture in
compimento i libri di timpanaro, i quali non vanno mai esenti per volontà d’autore,
da revisioni e correzioni se non riedizioni. non si figurava neppure timpanaro il sag-
gio compiuto e rifinito, la scrittura, o meglio lo scrivere, era il diagramma della
ricerca, il suo veicolo, e queste, ricerca e scrittura insieme, non avevano una conclu-
sione definitiva. Cesare Cases l’aveva visto chiaramente, nel nome di un sommo
autore novecentesco. Che fosse o no d’accordo con l’amico, e spesso da hegeliano e
lukácsiano non lo era, o non lo era stato, gli riconosceva di avere scritto pagine di sto-
ria culturale sempre illuminanti (altro che «ambizioni sbagliate di storico culturale
ottocentesco e, peggio ancora, di “filosofo”»), per i riferimenti inediti, le dimostra-
zioni, i collegamenti, le nuove inclusioni, il punto di vista originale, fermo e intran-
sigente, ma all’occorrenza anche mobile, dinamico e dialettico, purché la dialettica
non fosse artificio meramente discorsivo, statico e combinatorio. E poi – concludeva –
«c’è solo la via e non c’è la meta, per dirla con Kafka.»27 non so se autore timpana-
riano, ma sicuramente grandissimo. in questo caso la ricerca originale, che aveva por-
tato, a partire da leopardi, a riscrivere l’ottocento, era la via. Un’esperienza di accor-
do-disaccordo o sintonia-dissenso che è appartenuta a molti. «Una polemologia
acuminatamente critica», sia pur forgiata di cortesia, è la definizione che ne dà
Pestelli. il quale invece non ha dovuto far lume su dissensi, né coevi né postumi, forse
neppure episodici, in quanto ha fatto propria la posizione timpanariana senza apprez-
zabili distinzioni.
scrittura, questa di Pestelli, di specialista per specialisti, da leopardista non di
complemento ma ferratissimo su alcuni versanti, dalla critica filosofica alla storia
della filologia testuale alle biografie di famiglia e d’altri contesti e genealogie, di critica
della critica e della storiografia, più ancora che di critica letteraria stricto sensu,
restando a distanza (la bonne distance, concetto di lévi-strauss, che certo non era fra
gli autori di timpanaro, come i «grandi saltimbanchi di Parigi», strutturalista e
modaiola) con il suo intatto e implicito carisma, il testo della poesia, la pagina qui

26
Nota del curatore e criteri della presente edizione, in Ci, p. Xlii.
27
C. Cases a s. timpanaro, lettera da torino, 3 febbraio 1979, in Un lapsus di Marx. Carteggio 1956-
1990, a cura di l. Baranelli, Pisa, Edizioni della normale, 2004, pp. 282-283.

introduzione - universi leopardiani i


s’allarga a macchia d’olio su alcuni temi particolarmente sentiti, e se ne impregna,
quasi assumendoli autobiograficamente, con condivisione piena, senza remore e
distinguo, che più di un consenso critico è adesione totale. È una coincidenza adesi-
va, senza margini, dell’autore del libro con l’oggetto di studio, che è anche il titolare
del magistero leopardiano. la poesia si sa che c’è, brilla al cuore di tutto il sistema,
data a priori e rispettata da tutte le inchieste storico-filologiche, ma resta al riparo
dall’indagine, confermando come la critica leopardiana in buona parte si sia esercitata
sull’imponente paratesto della filosofia28. E quei temi vertono sul materialismo anti-
co e su quello leopardiano e sue componenti, nel binomio materialismo-infelicità,
inseguendo le argomentazioni, da timpanaro alla storiografia sul pensiero greco
(theodor Gomperz29, Jean Fallot30) – il Gomperz austro-moravo ebreo, antirazzista e
non nazionalista dei Pensatori greci (1896-1909), rivalutato a fronte del neoumanesi-
mo germanico dello Jaeger idealista di Paideia (1933-1944)31 – fino al marxismo-
engelsismo (Engels come coscienza antiidealistica e darwiniana di marx), nei suoi ele-
menti meno dichiarati quali l’individualità e la sofferenza biologico-animale
dell’uomo, l’edonismo marxiano, verso derive che per essere talora obiettivamente
digressive, pure non si dissociano dal tema e sono sempre di grande rilievo e spesso-
re interpretativo. si pensi alle note sull’epicureismo, come annullamento e liberazio-
ne dal tempo e dal suo inganno e affanno speculativo (sulla linea che sarà dello sto-
ricismo e dell’hegelismo), epicureismo come liberatore dalle pastoie del tempo (e
della storia), teorico della renitenza ai fati superiori (l’antiprovvidenzialismo) perché
negatore delle reazioni adoranti verso l’alto, l’alto che ci schiaccia (il lucreziano
«namque omnes plerumque cadunt in vulnus», cadere dalla parte della propria feri-
ta), ma soprattutto riscopritore del piacere puro, della sensazione uguale a se stessa,
quindi del criterio del vero riposto nella sensazione, stabilendosi così il nesso tra
verità e certezza sensibile. Pur essendo il piacere per leopardi non un quid speri-
mentato, ma un ricordo o una speranza, o, come in A un vincitore nel pallone, nel
Colombo, nella Quiete dopo la tempesta, una pausa fra i mali: «nessuno lo conosce per
pratica, ma solo per ispeculazione: perché il piacere è un subbietto speculativo, e non
reale». Un concetto, non un sentimento, e come tale non concerne mai il presente ma
la concettualizzazione-categorizzazione di un piacere che è stato o che sarà: «di
modo che il piacere è sempre o passato o futuro, e non mai presente.» (Dialogo di Tor-
quato Tasso e del suo genio familiare, 1-10 giugno 1824).

28
Vd. il recente saggio di esegesi poetica, con acute osservazioni sulla forma metrica (il settenario
cantato a riscontro dell’arida filosofia), e note illuminanti sull’impronta stilistica, l’allegorismo, dell’anti-
romanticismo (e antisimbolismo), nel vol. di P. V. mEnGaldo, Leopardi antiromantico, Bologna, il
mulino, 2012. Vd. anche id., Sonavan le quiete stanze. Sullo stile dei “Canti” di Leopardi, ivi, 2006.
29
Ci, pp. 428-471.
30
timPanaRo, presentazione a J. Fallot, Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, torino,
Einaudi, 1977, pp. iX-XXXi (a titolo Materialismo e infelicità, in id., Il verde e il rosso, Scritti militanti,
1966-2000, a cura di l. Cortesi, Roma, odradek, 2001, pp. 83-98).
31
Nota del curatore e criteri della presente edizione, in Ci, pp. lVi-lVii.

ii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


il rapporto con leopardi è infatti costantemente mediato, schermato dalla coltre
delle interpretazioni, e si mostra nello stesso spessore della pagina, costantemente lie-
vitata dalla storiografia di riferimento, chiamata a confrontarsi, a relazionarsi, in un
viluppo a volte difficilmente districabile di citazioni, con la mole degli studi: che
significhi la tradizione critica e la sua pressione su un autore di quella statura. Gli
esempi potrebbero essere innumerevoli e coinvolgere, per la parte di timpanaro,
della sua cultura politica e del suo metodo, anche la storia del marxismo teorico in ita-
lia (e in Europa), nonché la sua battaglia da corifeo delle scienze della natura contro le
scienze dello spirito. ma, per restare a leopardi e al raggio delle sue letture e opzioni
da testi antichi, su un crinale tra letteratura filosofia e filologia, a proposito di testi epi-
curei greci e latini, se nell’edizione 1965 di Classicismo e illuminismo, si registra da
parte di timpanaro un «riserbo» leopardiano nei confronti di Epicuro e lucrezio,
l’edizione 1969 riconosce la ripresa lucreziana nella Ginestra. altri, ma non timpa-
naro, vedrà nell’«ignuda natura» dei morti nel Coro di Ruysch «l’optimum vitale
dell’atarassia epicurea». l’epicureismo poteva essere sospetto come egolatria atarassi-
ca, deprivazione morale, ozio, in tempi di azione ideal-politica, più idonea, la condi-
zione catastematica, alla Restaurazione, e consona ai suoi rifugi privati (i privati affet-
ti), che a tempi di lotta e resurrezione. ma per il restauratore Carlo antici, il «gregge
epicureo, che nega Provvidenza e vita futura, e nel fango dei sensuali piaceri il sommo
bene ripone», non era che ciarpame di falsa sapienza. i Detti memorabili di Filippo
Ottonieri sono espliciti in proposito: «Ed affermava che la dottrina epicurea, pro-
porzionatissima all’età moderna, fu del tutto aliena dall’antica.» analogo ragiona-
mento, dall’epicureismo allo stoicismo, per sottese affinità, ché in tempi di «studi
della virtù e della gloria» non si dà diserzione neppure del sapiente, leopardi lo farà
nel Preambolo al Manuale di Epitteto. anche orazio andrebbe preso in considerazio-
ne, almeno nell’ambito del dialogo con l’autore di Orazio e l’ideologia del principato
(1962): «Risulta, in ogni caso, molto perspicuo, nelle pagine di la Penna, il contribu-
to (dato da orazio alla futura civiltà europea) alla fondazione d’una morale laica, ad
un’autàrkeia criticamente vissuta, ad una visione della natura d’essenziale impronta
immanente, tutta interna ai suoi laici e secolari circuiti. il dialogo tra la Penna e
timpanaro, insomma, questo intendiamo sottolineare, è continuato nel tempo.»32
Un autore come leopardi è un sistema astronomico in moto perpetuo che le
interpretazioni come strumenti di avvistamento non finiscono mai di monitorare nei
suoi spostamenti e registrare nelle posizioni di volta in volta assunte. Ci sono le fasi in
leopardi, come quella (breve) di letture dal Manuale di Epitteto (1825), dai Caratte-
ri di teofrasto (nello stesso anno), dall’Etica Nicomachea di aristotele, dalla Farsaglia
di lucano, campione di titanismo sconfitto e di pessimismo cosmico-politico, e
anche la lettura di Epicuro, al principio totalmente screditato (era sempre l’oraziano
«Epicuri de grege porcum»), poi rivisitato senza più il pregiudizio cattolico delle
Dissertazioni filosofiche (1811-1812) per il tramite delle Vite dei filosofi di diogene

32
Ci, p. liii.

introduzione - universi leopardiani iii


laerzio, lette nel novembre 1820, è avvenuta a fasi per la legittima suspicione che
s’addensava su quel piacere separato ed egoistico. anche quella lucreziana è una
fase, e il riso freddo lucianeo (anche il contatto con lo scetticismo antico veniva dal
libro iX di diogene laerzio), prodromo umorale dei sogni poetici e capricci malin-
conici delle Operette. la rassegnata decantazione, propria delle filosofie ellenistiche,
etiche e timidamente pragmatiche (psicoterapiche), sembrava talora combaciare con
gli umori arresi e frigidamente malinconici tipici di un tempo come quello della
Restaurazione, ostile alle virtù dell’azione, e alla vitalità eroica (ammesso che una tale
vitalità potesse resistere nel clima piceno, asfissiato da tonache onnipotenti, e in
quella terra di morti che era l’italia leopardiana). donde un’oscillazione del lettore
nell’opzione e condivisione a tratti e a fasi di letture e meditazioni dai classici minori,
quelle psicoterapie dell’anima così vistosamente apolitiche, venuti al crepuscolo delle
grandi filosofie. Come si vede non sono varianti formali, ma accostamenti e allonta-
namenti di orbite fra corpi celesti negli spazi della cultura antica e moderna. ma biso-
gna dire che a stagliarsi progressivamente è poi anche un leopardi riportato dalla
totalità dell’esegesi a una sua integrità, e interezza, un autore che non si lascia separare
al suo interno in una serie di voci, più o meno compatibili (il lirico, il filosofo specu-
lativo, l’erudito classicista), né scindere nelle sue parti e disposizioni espressive e
mentali. il filosofo materialista, approdato alle sponde amare del vero, si accompagna
e si vincola strettamente al filologo (essendo la filologia, lo strumento di ogni accer-
tamento e verifica) e al poeta.
da anni Pestelli si è dedicato a una biografia intellettuale di quello che, come
abbiamo detto, considera il massimo interprete del suo autore, sebastiano timpana-
ro, il filologo classicista materialista e militante politico di base, che a sua volta è dive-
nuto l’altro autore in questo libro, se tre saggi gli sono destinati, il coprotagonista
insieme e dopo leopardi. dal convegno di tortorici, che data giusto dieci anni fa
(agosto 2003), prese forma la nebulosa in espansione del suo universo timpanariano33.
il quale è descritto con largo investimento di documentazione. leopardi al centro del
volume timpanariano Classicismo e illuminismo, riedito con amplissimo commento,
qui ripreso nel secondo saggio. Quindi anche il libro è il frutto di quel lungo lavoro di
edizione che riproponeva il titolo principe della bibliografia leopardiana e ottocenti-
sta, dal momento che guidava l’ottocento nella ricostruzione timpanariana. si segna-
la ancora l’inedito capitolo sulle Postille ed annotazioni autografe di Timpanaro (di
argomento non solamente leopardiano, in margine a due volumi di studi ottocente-
schi e al volume collettivo, edito nel 1972, Per Giorgio Pasquali), che conferma la ten-
sione autocorrettoria dello storico-filologo. anche sebastiano senior, fisico e storico
della scienza, direttore della domus Galilaeana di Pisa, e maria Cardini timpanaro,
studiosa eminente della scienza greca, padre e madre di sebastiano junior, sono da

33
id., L’universo leopardiano, in Da Tortorici alla Toscana: percorsi della famiglia Timpanaro, a
cura di P. de Capua, m. Feo e V. Fera, i, atti del Convegno, tortorici, Centro di storia Patria 22-23 ago-
sto 2003, messina, Centro interdipartimentale di studi umanistici, mmiX.

iv l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Pestelli convocati per far toccare con mano una trasmissione genealogica di saperi (e
di filosofie pratiche dell’esistenza), e indicare sulle scrivanie di casa timpanaro, con
alcmeone, Empedocle, Eleatici, Pitagorici e aristotele, cui bisognerà aggiungere i
medici greci ed Epicuro, «lunghe e sistematiche permanenze» di esegesi materialisti-
ca. Una cultura di famiglia, rara nell’italia dell’idealismo, del culto formale alla
purezza lirica, dell’istintiva avversione alla scienza, anche là dove apparentemente,
come nel futurismo tecnologico-idolatrico, la scienza mostrasse una qualche imma-
gine di sé34. leopardista di riferimento, in quanto più accreditato interprete del filo-
sofo dell’antiteodicea e antiantropocentrismo, accreditato non si dice nel più for-
male gergo di accademica autorevolezza, ma in quanto il più affine al filosofo del
radicale sbastigliamento umanistico, e della priorità della natura e struttura biologi-
ca su quella psicologico-mentale-spirituale, anche per quella deriva di materialismo
appreso, verrebbe da dire, dalla nutrice prima della vita.

il leopardi di citati
Con Il «Leopardi» di Pietro Citati, il volume si arricchisce di altri apporti, acco-
gliendo una delle ultime rivisitazioni saggistiche, la monografia leopardiana edita da
mondadori nel 2010. Questa inclusione, sorprendente, va compresa in quanto può
apparire in una posizione scomoda, priva com’è di requisiti filologici, accanto al
nucleo-fortezza del timpanarismo. da una parte la scienza leopardiana del filologo,
dall’altra l’alta divulgazione del nostro più popolare saggista. «dio, gli dèi, il fato, la for-
tuna, la natura», configurano, tutte entità ostili, il destino del poeta. E la biografia è
anche un destino, da raccontare come si racconta il romanzo (vero) di una vita. Fuori
dal tempo – ha detto Citati in un’intervista – leopardi ha potuto conoscere tutti i
tempi. Ed è fra i pochi grandi moderni (con nietzsche e Baudelaire), moderni e anti-
moderni, perché «altrimenti sarebbero degli sciocchi progressisti». la contraddizione
come «strada suprema per giungere alla verità». Con un duplice occhio, microscopico
(alla locke, nell’analisi delle Memorie del primo amore) e telescopico (Alla sua donna,
1823-1824). Questi, del destino e del ragionamento, sono due punti forti del saggio leo-
pardiano, una sintesi di cui c’era bisogno. Come c’era bisogno di un ritorno alla poesia
e a un tentativo di definizione compendiaria del poeta: «invece di esaltare il poeta
antico, leopardi annunciava ed esaltava il poeta moderno, forse superiore a quell’anti-
co che egli non era ancora diventato. amava il fuoco, la furia, l’estasi, l’ammirazione
contemplativa, la distanza, la naturalezza, la “sprezzatura”. i Canti sono tutti qui, in que-
sta nuda enunciazione di qualità, e dopo un anno o due sarebbero diventati alla luna,
la sera del dì di festa, la canzone ad angelo mai». la ragione per cui un’inclusione
apparentemente singolare, in un libro costruito come questo (catafratto), di un saggio

34
Vd. il vol. di P. antonEllo, Contro il materialismo. Le «due culture» in Italia: bilancio di un
secolo, torino, aragno, 2012, dove entrambi i timpanaro, dal padre al figlio, vedono riconosciuto un
ruolo significativo nella cultura scientifica e nella critica ai sofismi dell’idealismo.

introduzione - universi leopardiani v


che si realizza non nell’acquisizione di dati documentari ma nella narrazione, nel flus-
so narrativo, sta proprio nel racconto largo, sapiente. il sistema della malattia è descrit-
to con una forza logica inconsueta e convincente, e avvincente. non è solo una malattia,
o una serie di morbilità, ma un sistema, che incide come un metodo sulle procedure
conoscitive. anche tramite la malattia, si conosce. E non siamo lontani da un’idea
forte di timpanaro, quando scrive, in polemica con la linea tommaseo-sergi-Croce, un
lombrosiano Croce, che utilizza nella circostanza temi e argomenti positivisti, come
quelli della vita strozzata che detta le condizioni al pensiero: «Bisogna invece ricono-
scere che la malattia dette al leopardi una coscienza particolarmente precoce ed acuta
del pesante condizionamento che la natura esercita sull’uomo, dell’infelicità dell’uomo
come essere fisico.»35 la linea d’interpretazione crociana è quella che più si diffuse
nella dimensione della letteratura europea, allorché thomas mann nel romanzo La
montagna incantata (1924) mise in bocca a settembrini, il democratico progressista,
questa tirata risorgimentale e antileopardiana: «lo storpio leopardi, signori miei, pro-
vate ad afferrare la situazione nella sua interezza, sentiva soprattutto la mancanza
dell’amore muliebre e proprio questo gli impedì di arginare l’intristirsi della sua anima.
impallidì ai suoi occhi lo splendore della gloria e della virtù, la natura gli apparve mal-
vagia – e del resto è malvagia, stupida e malvagia, in questo gli do ragione – e disperò –
terribile a dirsi – disperò della scienza e del progresso! È qui il tragico, ingegnere.»36
la malattia, la decadenza del corpo, inarrestabili processi biologici, costituiscono
la barriera invalicabile dell’umano destinato a finire. su questo terreno – lo stesso sul
quale il leopardi dello Zibaldone formulava nel pensiero del 2 gennaio 1829, la nega-
zione della misantropia («la mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura») – Umberto
Bosco, autore di un libro piuttosto famoso nella bibliografia leopardiana, Titanismo e
pietà in Giacomo Leopardi, aveva innestato un’idea non priva di originalità: che fosse
romantico l’urto disperato con questo muro della materia sempre e comunque «invin-
cibile»37. «il corpo di tutti – si legge in un frammento di Pindaro – segue la morte
onnipotente». Romanticismo e materialismo: nella materia l’ostacolo insuperabile e la
necessità naturale; romantico, per questo titano degno di pietà che è l’uomo, l’impul-
so a scontrarsi con la necessità, nella volontà titanica di piegarla, e ogni volta soc-
combere. il titanismo può declinarsi in più significati: in questa accezione è ben
altro da quello astratto, e appunto teatrale, dell’alfieri, autore che pure su leopardi
esercitò un forte ascendente ma che ci appare, anche sul terreno che indicavamo
prima, quello del destino umano e del titanismo della pietà, remotissimo e non più
proponibile nelle sue pose e proclami di aristocratico trageda. titanismo può signi-
ficare anche fraternità umana (dal Dialogo di Plotino e di Porfirio, 1827). il titanismo
ha anche una accezione storico-politica quando sia qualificato come tensione rivo-

35
Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi, in Ci, p. 127.
36
t. mann, La montagna magica, a cura e con introduzione di l. Crescenzi e un saggio di m. neu-
mann, trad. di R. Colorni, milano, mondadori, “i meridiani”, 2010, pp. 144-145.
37
U. BosCo, Titanismo e pietà in Giacomo Leopardi e altri studi leopardiani, Roma, Bonacci,
1983 (Firenze, le monnier, 1957).

vi l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


luzionaria (seguita, dopo il fallimento dei moti del 1821, dalla delusione storica,
dalle cupezze dell’eroismo suicida nel Bruto minore, dicembre 1821, e dalla rasse-
gnazione diseroicizzata ed epittetéa). ma è ben chiaro – e qui torniamo a timpana-
ro – che «l’infelicità umana di cui parla il leopardi non è il mal du siècle romantico
né una fumosa angoscia esistenziale: è (e il leopardi se ne è reso conto man mano che
diventava materialista) anzitutto un’infelicità fisica, basata su dati ben concreti:
malattie, vecchiezza, fugacità del piacere.»38
se prima avevamo notato l’espulsione di Rousseau dall’opera leopardiana, qui il
filosofo ginevrino risorge secondo Citati come testo di sensiblerie, ma solo il perso-
naggio de Le Rêveries du promeneur solitaire, non il politologo e pedagogo del Contrat
e di Émile. la rêverie rousseauiana è sinonimo di estasi di solitudine. Emerge nella
ricostruzione citatiana una incommensurabile individualità, quella di Giacomo,
anche se molte sono le persone, a cominciare da monaldo che Citati vede e introdu-
ce al lettore come un personaggio da opera buffa rossiniana, spadifero e donchi-
sciottesco, padre e madre per necessità, padrone per fictio, essendo adelaide delega-
ta al patrimonio, domina dei capitoli economici nel gran libro leopardiano, «carceriere
amoroso» nel sistema figlio-palazzo-biblioteca, che lo hanno circondato e hanno
vissuto con lui, anche di lui (la sorella Paolina), hanno afferrato un lembo della sua
vita così genialmente arcana. E si sono salvati dall’oblio, per quanto sopravvivenza di
servizio, comprimari nella biografia, ma pur sempre onorevole accanto a quel semi-
dio della fama in letteratura. il giudizio su monaldo, padre affettuoso, è però negati-
vo (e si concorda su questo punto, come ancora si vedrà in seguito), dove la negatività
pertiene alla pervicace volontà di isolare Giacomo dal mondo. Una affettività autori-
taria, a intermittenza condizionata dalla condotta del figlio, al quale non consentiva
libertà di movimento e ne impediva l’azione vitale, non è configurabile come amore.
tuttavia uno studioso del calibro di Piero treves – ipotizzabile che nel giudizio e
nell’insofferenza per tanta disperazione entrasse anche la sua formazione anglosas-
sone – era portato a criticare aspramente le posizioni monaldesche di Giacomo, vale
a dire la chiusura ai tempi e la negazione di ogni progresso39. Come si vede, il nodo
monaldo non è da poco nella valutazione complessiva del leopardismo storico.
secondo timpanaro, a cui si deve la prima attenzione per il cervello reazionario di
Carlo antici40, monaldo non aveva esercitato un vero influsso sulla formazione del
figlio (o tale influsso era stato sopravvalutato). meno che mai era stata attiva di
influenze l’inerte pedagogia dei precettori di casa leopardi. È infatti significativo che
il greco, lingua dirimente delle sue esplorazioni filosofiche, leopardi lo apprendesse
in autonomia e rapidamente, dall’anno 181341.

38
Ci, p. 130.
39
P. tREVEs, Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento, milano-napoli, Ricciardi, 1962, p. 471
sgg.
40
timPanaRo, La filologia di Giacomo Leopardi, Firenze, le monnier, 1955, p. 146.
41
Il Leopardi e i filosofi antichi, in Ci, p. 151.

introduzione - universi leopardiani vii


la stessa biblioteca di Palazzo leopardi, mitica roccaforte del sapere erudito,
agiva a tal fine, sinergica all’amore del padre, a trattenere, conservare entro il paterno
ostello, meraviglioso solo nella pratica poetica delle Ricordanze, confermando l’autar-
chia culturale di Recanati e della famiglia: «la biblioteca era una sorta di internet cul-
turale dell’epoca, una fornitura di testi e di notizie pronta all’uso entro le mura fami-
liari, e quindi foraggio di domesticità; una domesticità che domina assoluta.» le città
che ebbero su leopardi una funzione importante nel conseguimento di nuovi punti di
vista sulla letteratura (le conversioni) furono milano (de sanctis se ne era accorto),
Bologna (anche per un clima umano di quella cultura) e Firenze, soggiorno estrema-
mente istruttivo, non foss’altro che per l’attrito faticosamente diplomatizzato con il
variegato modello Vieusseux, un arcipelago di cauti progressismi, un concentrato fat-
tivo e operoso di spirito del secolo (comprensivo di una laicità borghese moderata e
riformatrice e di un cattolicesimo liberale, doppiamente provvidenzialistico, distante e
ormai estraneo al suo cristianesimo del dolore e della vanità42). Recanati restava il para-
diso (l’eden dell’infanzia) ma anche l’inferno del dopo, primo teatro delle sue umilia-
zioni di giovane uomo. C’era stata una Recanati antica, e incorrotta, quella delle sue
illusioni, che ne continuavano a fare il luogo dove si poteva sognare. tutte le altre città,
a cominciare dal viaggio fra i due luoghi contigui Recanati-Roma, avevano ereditato la
caduta nel tempo storico di quelle illusioni. Roma si era poi perfezionata come il
centro della congiura dei mascalzoni a danno degli onesti (per dirla con il leopardi dei
Pensieri). Romanocentrico era lo zio antici, fratello della madre, che nel saggio di Cita-
ti viene castigato («odioso zio», «lo zio terribile», «presuntuoso, arrogante, sicuro di sé,
insopportabile ficcanaso, molto più indelicato e indiscreto di monaldo, che non pos-
sedette mai un ego così vasto»), ed era la testa più forte nel parentame, autoritario
come monaldo nel voler costruire la carriera del nipote. ma un saggista scrive quello
che sente o quello che vuole, e l’antipatia è pure un bello specchio in cui riflettere anche
lo stile. È vero che Citati ha segretato alcuni meriti tecnici del marchese, ma aveva ben
altro da raccontare ai suoi lettori che, almeno in una loro parte, probabilmente non
sapevano neppure dell’esistenza di quel gentiluomo di sua santità, molto affaccenda-
to in progetti temporalistici.
Qui Pestelli, con tanti parenti più o meno ingombranti, ottusi o intelligenti, fra i
piedi, la mette giù con molto buon senso: «avere come congiunto un genio (più o
meno “compreso”) della scrittura, e del pensiero, è un problema familiare. Certo,
nell’affrontarlo, i leopardi e lo zio antici non si sono dimostrati superiori ai loro
tempi.» anche Citati approverebbe. E sì che c’era bisogno di pause alla fitta trama di
analisi e bibliografie, e biografismi specialistici, per consentire ai lettori comuni (che
poi siamo tutti alla fine) di avere una storia leopardiana che non sarà completa ma è
intera come la sua vita. Un saggista dispone in quanto tale, per la sua libertà di
movimento, di ingenti e preziosi giacimenti di lettura e Citati ha saputo sfruttarne
alcuni al meglio (altri li ha ignorati, come i Paralipomeni). Perciò, chiudendo il dossier

42
Ci, p. 136.

viii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Citati, si conclude su uno dei pezzi di bravura del biografo, che non riguarda una
figura dell’entourage biografico, ma l’amica silente di Giacomo, la compagna fedele (e
vergine) delle sue notti, la luna, presente in chissà quanti componimenti, Alla luna, La
sera del dì di festa, La vita solitaria, Bruto minore, Alla Primavera, Ultimo canto di
Saffo, Inno ai Patriarchi, Al Conte Carlo Pepoli, Il risorgimento, Il sabato del villaggio,
il Canto notturno, Il Tramonto della luna: «la cosmologia lunare di leopardi è quasi
l’esatto capovolgimento e rovesciamento della teologia lunare classicocristiana […].
Quasi tutto quello che abbiamo visto scompare. non c’è più, in leopardi, l’immensa
forza fecondatrice dell’umidità e della rugiada: non c’è rapporto con le maree, e le
crescite e decrescite del nostro mondo. scompare la mutabilità: la luna non ha cicli, né
superfici diverse; non conosce le sfumature dell’iride, il ceruleo o il bluastro o il
colore del vino o il verde o le macchie. È sempre candida, argentea, bianca, canuta,
perché sta al di sopra o al di fuori del gioco dei colori che varia e allieta la terra. la
luna non ha molti nomi, come nell’antichità classica, ma è sempre e soltanto la luna
– la graziosa, la diletta, la cara, la tacita, la silenziosa, la vergine, la intatta luna. non è
la chiave della simpatia universale, e delle mediazioni e delle relazioni che stringono
tra loro il nostro universo. E soprattutto non ha alcuna attività o funzione erotica. la
luna è vergine; il suo raggio è verecondo. tutto ciò almeno sino al tramonto della
luna, dove leopardi, sul punto di morire, mutò la sua idea del cosmo».

parole al padre. il linguaggio degli affetti


Un altro critico leopardiano fatto oggetto di una attenta lettura storiografica nel
capitolo Leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano, è Pantaleo Pal-
mieri, autore del volume Leopardi. La lingua degli affetti e altri studi (il Ponte Vecchio,
2001)43. Palmieri, leopardista stimato, è studioso serio, di scuola filologica (allievo a
Bologna di Raffaele spongano), scopritore e interprete di autografi leopardiani,
esperto e brillante lettore nell’ambito delle attribuzioni (e disattribuzioni), come solo
un conoscitore della materia, per consuetudine con il linguaggio del suo autore, è in
grado di fare. Qui il punto del contendere (o del concordare) è però un altro. E il
documento, il trattamento della bibliografia specifica, possono entrarci di sicuro ma
ad avere un ruolo più sottile e alla fine decisivo sono, a mio avviso, la sensibilità e il
proprio insindacabile sentire. Palmieri ha scritto un libro per riabilitare monaldo
come paternità e tempio di affetti sicuri e non effimeri, mai venuti meno, se l’ultima
lettera dell’epistolario (napoli 27 maggio 1837) è al padre, dal suo «amorosissimo
figlio». Palmieri ne ha tratto un giudizio che si estende fin troppo e ferma lo scatto
sulla positività della figura monaldesca, sul suo agire, sempre e comunque mosso da
affetti. il risultato è di consegnare a monaldo un ruolo bonificato, in cui l’affetto, che
nessuno discute, la fa da padrone (un affetto padronale), per circoscrivere lo spazio

43
segnalo l’ultimo volume leopardiano di PalmiERi, Per Leopardi. Documenti, proposte, disattri-
buzioni, Presentazione di E. Pasquini, Ravenna, longo, 2013.

introduzione - universi leopardiani i


del figlio, e, in una parola dura ma che risponde a verità biografica, per sequestrarlo.
non c’è affetto che tenga per quella responsabilità. E il giudizio, che più conta, quel-
lo del figlio, la fuga (né ci si riferisce alla sola lettera della fuga, non datata ma della
fine di luglio 1819, né alla lettera da Firenze del 3 luglio 1832 che alza il muro del non
ritorno al «paterno ostello», o «bicoccaccia» che fosse), o la metodica distanza (fra sé
e Recanati, fra sé e il mondo che monaldo rappresenta), sono agli atti del leopardi-
smo. l’abissale distanza di pensiero e sensibilità fra padre e figlio (dagli scellerati Dia-
loghetti all’insopportabile boria reazionaria della «Voce della Ragione») costringeva
Giacomo alla «polisincerità», a sdoppiarsi in un automatismo forzosamente ipocrita,
ricorrendo a una diplomazia che era solito allertare, per proteggersi, anche quando
doveva vedersela dalle trappole vaticane. Era un’italia tremenda quella in cui viveva,
nera di pece, pericolosa, perché senza diritto, disperata e disperante. si può capire, e
apprezzare sul piano affettivo, il desiderio di monaldo di tenersi quel tesoro di figlio,
forse anche per tutelarlo dalle insidie del mondo. Ripeto, nessuno nega l’amore di
padre in monaldo. del resto nel libro non c’è solo lui, ci sono i fratelli (Carlo, Paoli-
na, luigi, Pierfrancesco-Pietruccio), i parenti (il cugino Giuseppe melchiorri), gli
amici (Pietro Brighenti, adelaide maestri), molta e diffusa lingua di affetti, ma il nodo
è il padre e su quello abbiamo fermato l’obiettivo. Fa eccezione la madre ammini-
stratrice, algida cattolica, alla quale Pestelli regala questa frase, relativamente all’opi-
nione di adelaide che un figlio salito anzitempo al cielo fosse da considerarsi una gra-
zia: «anche la gioia “nichilista”, cristiano-negativa della filiale premorienza». Come
dire, anche questo doveva toccare a Giacomo, la cui fuga da Recanati non fa che arric-
chirsi di moventi. all’amico Palmieri, data la nostra consuetudine, ho già espresso
queste impressioni, che ho voluto anticipare per l’onestà espositiva che è dovuta al let-
tore, ma qui importa verificare l’interpretazione che di quella affettuosa lingua pater-
na dà Pestelli, il quale raccomanda alla comunità degli studi l’attenzione che riletture
come quella di Palmieri meritano. Preso atto del «tenace garbo di documentata fon-
datezza», Pestelli accoglie molte delle argomentazioni e delucidazioni-accertamenti
sul coté famigliare, fra i quali il superamento di un pregiudiziale antimonaldismo, e
scrive quanto segue: «Certo, leopardi rimane eroico, e per conto nostro anche ribel-
le, né viene rigettata, da questo solco di studi, la portata della sua critica al mondo e
alla religione, alla società e agli uomini; ma un notevole contributo può provenire
proprio dall’individuazione precisa della sua appartenenza a quel mondo, e diciamo
pure a quelle persone: la sua scelta biografico-esistenziale, e soprattutto la sua filoso-
fia, risulteranno, se non ci inganniamo, incertate, e meglio definite, da quello che si
configura come un vero e complesso e contraddittorio legame con un ambiente reale
in cui, nei modi ad esso peculiari, gli si voleva bene: non un’ottica di denegazione e
d’annullamento dell’“antagonista”, del nemico, dell’avversario o del competitore, ma
un’ottica che quello stesso antagonista recupera al suo effettivo ruolo, di padre (di
questo spesso ci si scorda) e appunto d’esponente d’un mondo ideologicamente
avverso a leopardi figlio, di padre che ha opinioni e convinzioni radicalmente diffe-
renti da Giacomo, di padre che, in un certo senso, non ha previsto una simile e
geniale evoluzione della sua progenie (e come avrebbe potuto, tanto più muovendo, o

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


meglio non muovendosi affatto da quelle coordinate di marca pontificia, classicistica
in accezione tradizionalista e insieme clericalissima?)». il lettore, presa visione di
tutte le carte, la Lingua degli affetti e Parole al padre, che hanno un calore innegabile,
valuterà ruolo e funzione di monaldo. il libro affronta anche la questione dell’appar-
tenenza di leopardi alla scuola classica di Romagna. Qui basterà affidarsi alle paro-
le di un grande studioso: «augusto Campana, ampiamente e inevitabilmente evoca-
to in queste pagine romagnole, sosteneva che a tale scuola “si potrebbe iscrivere di
diritto anche Giacomo; di solito non ci si pensa, solo perché era un grande”». nel
rispetto delle proporzioni di rubricate minorità (ma anche di personalità tutt’altro che
minori come Bartolomeo Borghesi), non si potrebbe dir meglio. Campana scriptor
della Vaticana aveva scoperto negli anni Cinquanta nove autografi di lettere leopar-
diane, su cui lavorò timpanaro, che allo studioso romagnolo, nel ricordo dei seminari
alla normale pisana, dedicò il volume Aspetti e figure della cultura ottocentesca. il cer-
chio ancora si stringe sul nome eponimo del libro.

carlo antici e la restaurazione


Con il saggio Carlo Antici traduttore (1815-1830). La propensione per il romanti-
cismo religioso tedesco della Restaurazione, s’apre un capitolo di storia del clericalismo
armato nell’italia della Restaurazione. Con l’intiera gamma semantica delle libertà,
tutte va da sé libertine, a essere combattuta da una crociata di parole e di atti studia-
ti e finalizzati allo scopo. Un rogo dei lumi, «tenebrosa scuola di cultura», in un nega-
tivo fotografico delle Lumières. il libro offre uno spaccato di storia della reazione cat-
tolica (stolberg, sailer, Johann George Pflister, Jean Esprit Bonnet, Friedrich Hurter,
Giuseppe sambuga, Claude-François nonnotte, Johann oettl), una campagna di
rilancio di demografia religiosa, una riorganizzazione della fede e del suo popolo su
un piano di concretezza senza alcuna concessione all’estremismo religioso o a con-
cezione «misticamente smodata e assetata di dantesco […] “trasumanar”», quale è
raro leggere nei libri di critica e storiografia letteraria. scorgiamo molto da vicino e
nei particolari il contesto di cattolicesimo integralistico e fondamentalista nel quale è
cresciuto, e dal quale si è disvincolato, Giacomo leopardi. Un piccolo mondo antico
(pre-rivoluzione francese), fra marca Picena, Roma e agro laziale di possessi feudali.
Un assetto da santa alleanza, dislocato nelle province italiche, se non fosse per la
potestas residua del soglio petrino, mai però per la martirologia papale di Pio Vi Bra-
schi e Pio Vii Chiaramonti tanto oscurato (intimidito e umiliato) dagli eventi. l’ita-
lia di Giacomo è un’italia che piange (Canzone all’Italia). Quella dello zio antici,
refrattario a ogni piagnisteo o classico-petrarchesco compianto su desolazione di
colonne e archi, che non a caso considera inutile il genere “canzone” del nipote, vor-
rebbe, a furia di omelie protocolli agiografie apologie prediche patristica allocuzioni
discorsi (testi considerati utili nel mercato pontificio), risollevarsi sulle spalle dell’anti-
co dominio dei Papi. si legga questo elogio di Roma capitale del cristianesimo, cat-
tolica ed ecumenica, che è davvero un abbraccio berniniano, nonché apostolico: «o
Roma, che nelle cose alla divinità, e ai sommi destini dell’uomo spettanti, sei la

introduzione - universi leopardiani i


maestra di color, che sanno! Gloriati pure, che ne hai ben d’onde, gloriati non tanto
delle eccelse moli, e dei prodigi di ogni arte, quanto dei Chiostri e de’ Claustrali, che
nel tuo seno racchiudi. Felice come sei sotto pacifico Principato, non invidiare altrui
la sanguinosa gloria delle armi, le azzardose imprese di commercio, gl’interminabili
raffinamenti del lusso.» Questa è teocrazia.
si legga dagli Avvertimenti paterni di Massimiliano I, tradotti e pubblicati da
antici nel 1828: «ivi non si assegna come norma delle leggi la supposta volontà
generale, ma l’eterna giustizia; ivi il potere si fa discendere da dio, non conferire dagli
uomini; ivi non si sottopone il Principe al giudizio dei sudditi, ma al dominatore dei
dominanti» (il paolino «Rex regum et dominus dominantium»). E di una teocrazia
si traccia la storia per i primi decenni del XiX secolo. teocrazia è la fede in dio eret-
ta a struttura portante dello stato e a criterio di verità, valido per il mondo intero. nel
duello ravvicinato fra antici e leopardi, si potrà constatare che ogni realizzazione let-
teraria del nipote (dalle Canzoni alle Operette) finirà per scontentarlo e del resto non
c’è sponda, laica o religiosa, a ricevere un qualche sostegno o conforto dall’opera leo-
pardiana. da una parte «un’umanità di defedata caratura spirituale», causa la «gran-
de piovra negativa di quello scellerato razionalismo miscredente e suscitatore di
dubbi costituito dal settecento illuminista.» dall’altro una legione di cavalieri del-
l ’idealità cattolica, missionari secolari del suo resuscitamento.
C’era un de maistre in casa leopardi, alla quale pur indirettamente afferivano
anche due porporati (tommaso antici e alessandro mattei), e «lo zelo, di cui sempre
arse in vita per il bene della Religione e dello stato», fu celebrato a Roma ben oltre la
sua morte. antici fu un poligrafo dal ritmo sussultorio, scienziato politico con unzio-
ne divina, non solo difensore della fede, suddito fedele, ma qualcosa di più, profondo
conoscitore delle strutture materiali e politiche dello stato della Chiesa («dominj
Pontificj»), consigliere del principe, anzi del monarca assoluto che siede sul trono di
Pietro. antici, il controrivoluzionario, colto, ma con misura (non plus sapere, quam
oportet!), poliglotta, intraprendente, insonne («e come sarebbe a noi permesso di
sonnacchiare, mentre veglia, ed infuria lo spirito dell’errore?»). Un dogmatico ope-
rativo. Più sensibile all’ex opera operantis che all’ex opere operato. Un reazionario che
aveva appreso dall’illuminismo del nemico, dalla sua pubblicistica, dalle sue tecnica-
lità di opinione, le procedure della lotta culturale e politica. il suo fu mero illumini-
smo tecnico, volto ad altri fini, opposti, quelli del recupero e reintegrazione di una
visione religiosa che l’illuminismo aveva abolito. Come i veri reazionari, anche anti-
ci è stato un illuminista al nero, ma non perse tempo con le apocalissi e le palingenesi.
Puntò sul da farsi, sulle riforme di struttura. Puntò sul potere e la sua rinnovata sta-
bilità. Critico della “illimitata” libertà di stampa, antici sarà negli anni Quaranta
addetto al censura nello stato Pontificio, dove si era appena spenta la mente incen-
surabile di Giacomo. «si raccomanda, – si legge – individuandola come unica solu-
zione storica, “una abitudine (immedesimata colla vita) di tutto congiungere a dio, di
tutto vedere in dio, di tutto volere in dio, di tutto a dio ricondurre. se ha da rimpa-
starsi il mondo colla pietà, deve esso assuefarsi a scorger dio dietro il sipario della
natura”». anche la natura veniva ricondotta a dio («chiunque nella natura null’altro

ii l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


vede che la natura, è incapace di qualunque nobile sentimento»), su un terreno sen-
sibile alla poesia e alla speculazione del nipote. non un reazionario inerme, ma un
rivoluzionario all’incontrario, con la testa girata, che convalidava il passato d’antico
regime e lo spingeva a contendere il passo a ogni blasfemo pronunciamento di pro-
gresso, a tutti i nuovi “demonizzabili” reggitori politici. la testa girata di antici ricor-
da in effigie i versi 54-58 de La ginestra: «il calle insino allora / dal risorto pensier
segnato innanti / abbandonasti, e volti addietro i passi / del ritornar ti vanti / E pro-
cedere il chiami.»
Qui si trattava, secondo la parabola del barone Carl ludwig von Haller, di arma-
re la comunità cristiana, istruirla a una guerra. il gregge della vinea Domini aveva
bisogno di generali, e di una nuova disciplina. C’è in questo patrizio dai modi scarni
e moderatamente benevoli (come nei suoi autori, francesi o tedeschi che fossero) un
rigorismo antropologico, una virtus bavarica, un cattolicesimo prussiano. le non
infrequenti citazioni e i rimandi a Federico il Grande (glorioso anche per l’Antima-
chiavel) confermano la compatibilità teutonica dell’antici. Una scorza anche molto
terrestre, che guardava alla terra assai più che al cielo. al «terribile volcano» (la
Rivoluzione di Francia) si opponeva la stabilità, politica e terrena, di un Regno senza
tempo. alla felicità dei popoli conveniva la difesa del trono e dell’altare, e a questo
fine il Platone che in Giacomo era musica delle sfere tornava nella veste strumentale
del dottrinario politico (tra i «veri filosofi che sanno»). in antici era anche la repulsa
di ogni riformismo spirituale, di ogni, come si sarebbe detto, modernismo: «siano
lontani sempre da te quei superbi macchinatori di novità nelle cose divine, e le loro
trame con poderoso braccio disperdi.» tradizione, stabilità, immutabilità. il sogno
attivo di un potere eterno. aggredito da barbari non privi d’ingegno (Voltaire, dide-
rot, Raynal, il sofista Rousseau, mirabeau, montesquieu), il legittimista si difendeva
strenuamente ma contrattaccava. antici contestava la “confusione”, la “multicultura-
lità divulgativa”, l’“allocutività illuministica”. Era sua tipica modalità la controffensiva.
Certo leggeva i suoi autori, anche i francesi, nonostante la morigerata e ferrea ger-
manofilia (Pascal, Bossuet, mably, Bourdaloue, massillon, Chateaubriand, de Bonald,
sant’agostino), ma era la pratica della militanza che lo mobilitava. Che cosa pensas-
se dei filosofi politici, e più largamente degli intellettuali in politica, lo affidava a una
massima del già citato plenipotenziario della sua fantasia autocratica, Federico di
Prussia: «Che se avesse a punire una provincia ribelle, vi spedirebbe cotali sofisti a
governarla». si legga un brano di prosa anticiana, tratto dal commento ai Fatti e
ammaestramenti più memorabili degli apostoli raccolti in lingua allemanna dal conte
Federico Leopoldo di Stolberg, su un tema forte e corrente all’epoca come l’anticristo:
«il demonio, di cui sarà organo, e ministro l’anticristo ha già principiato a lavorare il
mistero d’iniquità, che sarà allora ridotto al suo termine. Questo mistero egli lo
lavora per le mani degli Eretici, e degli increduli, e per le mani eziandio dei falsi Cri-
stiani. tutti costoro hanno già cominciata l’opera dell’anticristo; quest’opera si anderà
avanzando quanto più si anderà avvicinando il gran giorno, divenendo ogni dì più
debole la Fede, e raffreddandosi la Carità. l’anticristo porrà finalmente l’ultima
mano al lavoro dei suoi ministri». Empietà, termine fra i più abusati. Cosa fa l’empio?:

introduzione - universi leopardiani iii


«fabbrica costituzioni per rovesciare i troni, ed introdurre la sovranità del popolo, cioè
l’anarchia». si potrebbe dire che fabbrica facsimili di democrazie. lumi, ma non
illuministici, invocava mons. scavini per il Giubileo del 1826. lumi, è su quelli che si
batteva, scansionati secondo una graduatoria di razionalismo e materialismo, tra il
logo Voltaire, Helvétius, d’Holbach, Kant, il «sofista di Koenigsberga», ma lì era lo spi-
rito scristianizzante del tempo. l’immutato bersaglio del pensiero settecentesco. la
porzione di ottocento, investita da quest’onda di restaurazione, arriva a lambire la
data del 1830.
Forte delle ricerche su Casa antici nell’archivio recanatese antici-mattei, Pestel-
li riscatta, e non solo dai veniali castighi di Citati, lo zio Carlo, stratega per conto del
nipote, ed «emblematico alfiere storico» del cattolicesimo, campione di legittimi-
smo e traduttore nella data canonica del 1815 di un Saggio sul governo temporale del
Papa. Riconsidera, con grande dovizia di documentazione (il testo a fronte delle
note è solo la punta dell’iceberg), aggiunta al libro già edito, il ruolo della famiglia
contigua e potente della madre. offre un inedito spaccato di storia, e minutissima
cronaca, del milieu aristocratico-cattolico, con le sue ricognizioni neotestamentarie e
apologetiche, che sta accanto e intorno a leopardi e accresce, per dislivello e dismi-
sura, il miracolo di quella insorgenza noetica, per non dire della individualità poeti-
ca. Un mondo di abati, missionari, elemosinieri, gesuiti, prelati, eruditi, predicatori,
quaresimalisti, apologisti, controversisti, membri di Propaganda fide, liturgisti e
coreografi dei riti, filologi testamentari e comparatisti (protestantesimo / cattolicesi-
mo), editorialisti («l’amico della Religione e del Re», «annali delle scienze religiose»,
«Giornale Ecclesiastico di Roma», «la Voce della Verità», «memorie di Religione, di
morale e di letteratura», «l’amico d’italia», «Giornale di Francoforte», editori di
opuscoli cattolici quale l’imolese società de’ Calobibliofili). a cui si aggiunge una
retrospettiva sull’anacoretismo e il monachesimo, foltissimo di nomi e identità sacre:
Paolo l’Eremita, antonio in Egitto, ilarione in Palestina, i due macari nella libia,
Pacomio nella tebaide, Basilio nella Cappadocia, ambrogio in italia, agostino in
numidia, martino in Francia, Benedetto a Cassino, i Vallombrosani di Gualberto, i
Camaldolesi di Romoaldo, i Certosini di Brunone, i Cisterciensi di Bernardo, i Pre-
mostratensi di norberto, i Frati mendicanti di Francesco, domenico dei Predicatori,
Pietro nolasco dei mercedarj, alberto dei Carmelitani, Benizio dei serviti, gli ago-
stiniani riuniti da innocenzo iV, i Chierici Regolari, i Gesuiti di ignazio, i buoni
Fratelli a Giovanni di dio, i Crociferi di Camillo, i somaschi di Girolamo Emiliani, gli
scolopj di Calasanzio, i Barnabiti di antonio, i Chierici minori di adorno. l’elo-
quenza della lista e la Restaurazione in forma di elenchi. Un universo religioso risve-
gliato nella nuova crociata, con la virtù dei Claustrali rivalutata e arruolata nella
battaglia. infine gli aristocratici, come l’antici, che s’accollavano l’onere di classe
dirigente. Fra i più apprezzati (e ambiti) i convertiti, testimoni del disgusto del lutera-
nesimo (il dio che è fallito), inteso senza mezzi termini come «un vero sistema d’in-
credulità, posato sulla stessa base degli altri sistemi d’errore, e il cui perfetto sviluppa-
mento sarebbe la distruzione del Cristianesimo». i convertiti (come il principe
Ferdinand Friedrich d’anhalt-Coëthen, convertitosi nel gennaio 1826 con la duches-

iv l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


sa consorte) venivano scherniti dai giornali tedeschi protestanti. Quasi un nuovo
scisma. E una serie di decreti attuativi di ancien régime. la sezione dedicata alla
complessa figura di Carlo è fra i contributi di sicuro valore documentario del libro. in
tempi di fiera tempesta ed empietà delirante, antici partecipava con coscienza di
ruolo a opporre la diga del temporalismo agli anticristo che percorrevano l’Europa.
Peculiarità di questo paladino della Chiesa di Roma era teorizzare come superiore a
ogni altro il potere della Chiesa come stato, fondato a prova su una durevolezza
millenaria («l’edificio politico starà sulla rena»), annullando ogni effetto di illumini-
smo: «la filosofia del XViii secolo è il velenoso frutto dello spirito delle nazioni
d’allora universalmente corrotte, è una testimonianza in iscritto della cattiva pro-
pensione e delle storte opinioni del tempo». nazioni che al plurale già declinavano la
negatività di gentes pagane, in contrasto all’una e indivisibile. ontologia ecclesiastica
e perfetto integralismo: «È la religione che tiene in scacco e ammonisce i re che, se il
divino decreto ha voluto la felicità dei popoli col vietare loro il congiurare contro i
sovrani, questi ultimi devono sentire sopra di essi il rigore della legge e soprattutto
l’incombente castigo di dio; e la riaffermazione della gerarchia dio-sovrano-
popolo è riscontrabile anche nelle sue conseguenze sulla vita del clero». non solo e
non tanto la tutela della religione, del credo, del sacro verbo, ma l’esaltazione delle
prerogative dei pastori vaticani a guidare i popoli contro condottieri della tempra di
un Bonaparte. il tratto che distingue antici è l’energia reazionaria dell’assalto (uno
Sturm neocattolico), il senso dell’offensiva ideologica, non la pratica della difesa.
antici fu l’assertività della propaganda militante: gli ecclesiastici, molto più che emi-
nenze grigie, erano i veri titolari della Reggenza degli stati (e lo stato papale come il
più sicuro, oltre che più mite esattore fiscale – anche nella crociata il tema elettorale
delle tasse – dato non corrispondente al vero se si pensa all’esazione tributaria in
epoca di controriforma). a fronte dei balbettii della paura o alle laudatio agiografiche,
e mentre la totalità dei suoi pari restava a presidiare tremebondo il portone di casa,
sperando che non fosse violato dagli stupri di una storia mai tanto viva e frenetica
come in quegli anni, antici si sobbarcava oneri e onori del ruolo e della funzione
derivati dal proprio primato sociale. scrive Pestelli: «la superiorità non soltanto spi-
rituale, ma materiale e storica che è riconosciuta al Papato, conferma quel generale
protocollo teocratico che già il biografo gesuita angelini aveva pur con il suo stile
retoricamente increspato riconosciuto con chiarezza fin dall’opera d’esordio di anti-
ci traduttore-saggista, un’opera non certo a caso cifrata sulla ratio strutturale, socia-
le, economica, tributario-fiscale, culturale, diplomatica, militare, e propriamente
politica e internazionale, dello stato per eccellenza, e “naturalmente” stato monar-
chico, costituito dall’autorità, dal prestigioso aggetto spirituale, dalla “duplice” potestà
vaticano-quirinalizia della santa sede, della sede di Pietro.» aggiunge infine questa
nota originale: «antici, insomma, esalta, da oratore-saggista convinto, il missionari-
smo come civilizzazione: una sorta, ancora, di concetto delle Grazie foscoliane nel
quale la parte delle dèe è svolta dalla romanità cattolico-latina e dalla sua missione nel
mondo.» lettore forse occasionale del nipote, ma senza che ci siano mai coincidenze
di visione o di accezione anche lessicale: «la “virtude / Rugginosa dell’itala natura”

introduzione - universi leopardiani v


(Ad Angelo Mai, vv. 24-25) è la virtù delle memorie culturali classiche, non certo la
virtù veicolata dalla tradizione cristiana e dalla funzione storica del Papato in italia e
in Europa […] e il “tedio che n’affoga” del v. 72 comprende ancora, pur come com-
ponente ormai tutt’altro che unica, il “tedio” della Restaurazione». nella Biblioteca di
casa leopardi non molti erano i testi romantici tradotti che vertessero su temi di apo-
logia. Uno di questi era il Génie du Christianisme di Chateaubriand.
testa aspra e forte, un esprit razionalistico, una sorta di cartesianismo teologico,
lucidamente pragmatico anche nella pietà. Un raffinato e plurilingue controriformi-
smo, sviluppato dentro un’Europa chiusa. testa fredda, secondo il tacitiano, citato in
exergo al Discorso del 22 giugno 1826 sugli ordini monastici, «sine ira et studio, quo-
rum causas procul habeo». ingegno politico di lignaggio metternichiano, intelletto
calcolatore, diversissimo da quello del nipote avverso al «computar», ma intelligenza
tuttavia, sia pure non vivida in quanto solo retrospettiva e cinicamente pro domo ari-
stocratica, pro nobiltà del latifondo feudale, antici fu il monaldismo evoluto, meno
loquace e più fattivo, per nulla patetico o d’opera buffa, uscito al mondo dalla dimo-
ra e anche sottrattosi alle malie erudite del sistema biblioteca. Un personaggio che
accanto a Giacomo riesce a creare, anche per merito di Pestelli che è andato a risve-
gliarlo negli archivi recanatesi, un effetto di chiaroscuro, ma non di indegnità.
(Università di Firenze, 19 agosto 2013)

vi l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Nota bibliografica

dei saggi che compongono questo volume, il terzo, Postille ed annotazioni auto-
grafe di Timpanaro («Aspetti e figure della cultura ottocentesca», «Nuovi studi sul
nostro Ottocento», «Per Giorgio Pasquali»), è inedito; il quarto, Il «Leopardi» di Pietro
Citati, anch’esso inedito, è attualmente in corso di stampa nella «Rassegna della let-
teratura italiana», CXVii, serie Viii, 2-3 (luglio-dicembre 2013); diamo qui i riferi-
menti bibliografici degli altri capitoli:
• il primo, L’universo leopardiano di Sebastiano Timpanaro, è uscito, in forma ridotta,
nell’opera collettiva Da Tortorici alla Toscana: Percorsi della famiglia Timpanaro. Atti
del Convegno di studi (tortorici, Centro di storia Patria, 22-23 agosto 2003), a cura di
Paola de Capua, michele Feo e Vincenzo Fera, messina, Centro interdipartimentale di
studi Umanistici («Biblioteca Umanistica», n. 9), 2009, pp. 197-305;
• il secondo, Leopardi protagonista nella nuova edizione di «Classicismo e illuminismo
nell’Ottocento italiano», riproduce con titolo autonomo, e con taglio delle istruzioni
tecniche finali, lo scritto Nota del curatore e criteri della presente edizione, apparso in
sEBastiano timPanaRo, Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano.
nuova edizione. testo critico con aggiunta di saggi e di annotazioni autografe, a
cura di Corrado Pestelli, introduzione (Un libro necessario) di Gino tellini, Firenze,
Editrice le lettere (collana «Bibliotheca», n. 52), 2012, pp. XXXVii-lXXiii;
• il quinto, Leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano, è apparso
come nota al Pantaleo Palmieri di Leopardi. La lingua degli affetti e altri studi, in «ita-
lianistica», XXXii, 3 (settembre-dicembre 2003), pp. 487-493;
• il sesto, Carlo Antici traduttore (1815-1830). La propensione per il romanticismo reli-
gioso tedesco della Restaurazione, riproduce, con pochi interventi rielaborativi, il
secondo capitolo della tesi di dottorato, discussa nel 2007 all’Università di Firenze; ne
è stata pubblicata una versione molto ridotta, con il titolo Il periodo 1815-1830. Le
grandi traduzioni, nel mio volume Carlo Antici e l’ideologia della Restaurazione in Ita-
lia, con Nota introduttiva di salvo mastellone, Firenze, FUP (Firenze University
Press – «studi e saggi», n. 81 –), 2009, pp. 1-129.

vii
L’universo leopardiano
di Sebastiano Timpanaro
e altri saggi su Leopardi
e sulla famiglia
I. L’universo leopardiano di Sebastiano Timpanaro

in una bella relazione sulla lingua e sullo stile dei cosiddetti canti fiorentini di
leopardi e su Aspasia, Fiorenza Ceragioli individua sulla scorta d’un’importante
citazione zibaldoniana del 18201 il concetto teofrasteo di bellezza come σιωπῶσα
ἀπάτη, «tacito inganno», un concetto che si ripresenta al poeta di Aspasia offrendogli
un’efficace definizione della ricaduta, sull’amante, della visione del κάλλος, della
bellezza, che nelle righe immediatamente precedenti è detta più valida di qualsiasi let-
tera di raccomandazione2:
teofrasto definiva la bellezza σιωπῶσαν ἀπάτην (ib. [scil.: «laerz. in aristot. l. 5. seg.
18»] 19). Pur troppo bene: perché tutto quello che la bellezza promette, e par che
dimostri, virtù, candore di costumi, sensibilità, grandezza d’animo, è tutto falso. E
così la bellezza è una tacita menzogna. avverti però che il detto di teofrasto è più
ordinario, perché ἀπάτη non è propriamente menzogna, ma inganno, frode, sedu-
zione, ed è relativo all’effetto che la bellezza fa sopra altrui, non al mentire assoluta-
mente.

dopo che A se stesso ha scardinato il sistema concettuale e linguistico dei canti fio-
rentini, con un fato recuperato al ruolo di donatore di morte, di «brutto / poter che,
ascoso, a comun danno impera», con Aspasia inizia il primo periodo napoletano di
leopardi, segnato da un’esigenza etica dichiarativa della nuda vacuità delle illusioni,
in questo caso, ovvero in questo periodo della storia biografica e ideologica leopar-
diana, le illusioni legate all’amore per una figura reale di donna. il classicismo napo-
letano di leopardi consiste, insomma, anche nella ripresa di teofrasto, oggetto di
riflessione, insieme alla figura di Bruto, fin dagli anni giovanili, antecedenti alla ste-
sura (marzo 1822) della stessa Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teo-
frasto vicini a morte. la responsabilità dell’inganno esercitato dalla sfera della bellezza
può sempre essere fatta risalire all’uomo, il quale attribuisce al mondo morale della
donna una connotazione che è in realtà propria della sfera estetica. ma la scissione
che grazie a questo concetto si opera non è solo quella, a ben vedere scontata, fra bello
estetico e bello morale. Quello che qui si scinde è soprattutto il preteso binomio fra
bello e bellezza; ed è un punto sul quale sarà il caso d’insistere. se il primo, come più
volte ha già detto leopardi, appartiene all’ámbito in qualche modo determinabile e
padroneggiabile della convenienza, dell’adeguamento ad un canone accettato dalla
generalità dell’umana fruizione, della pertinenza, della congruità con una serie di cri-
teri magari giocabili con notevoli margini d’elasticità ma comunque assumibili in un


normativa dottrinaria passibile d’apprendimento e d’assuefazione, la bellezza invece
pertiene ad una sfera comunicativa con il soggetto fruitore e si realizza tramite il
mezzo d’una forma umana (o del suono, o del canto, se si tratta di bellezza musicale),
privata della quale essa non produce affatto la stessa impressione. Proprio dagli effet-
ti estetici della musica leopardi trae motivo di stabilire non solo un paragone, ma
anche una profonda e essenziale affinità tra l’azione della bellezza femminile e l’azio-
ne del suono sull’ascoltatore: «Raggio divino al mio pensiero apparve, / donna, la tua
beltà. simile effetto / fan la bellezza e i musicali accordi, / ch’alto mistero d’ignorati
Elisi / paion sovente rivelar» (Aspasia, 33-37); e si legga, scegliendo fra i brani dello
Zibaldone espressamente dedicati alla percezione della musica, quello del 10 settem-
bre 1821 (1663-1666, con tagli):
Ho detto altrove che bisogna distinguere nella musica l’effetto dell’armonia, da quel-
li del suono che non hanno a fare col bello, come non vi ha che fare il colore per se
stesso, non trattandosi di convenienza. Ho detto che quello che ha di singolare l’effet-
to della musica sull’animo, appartiene in massima parte al puro suono […]. Frattan-
to egli [«una persona» non altrimenti specificata, che non apprezzava troppo la musi-
ca] notava che una stessa armonia eseguita in certi tali strumenti lo toccava
vivamente, in altri niente affatto. Egli amava molto, e provava tutti gli effetti della
musica, quando udiva suoni forti, di gran voce, strumenti arditi, orchestre numerose,
e strepitose […]. Questo diletto era dunque nella sostanza dipendente dal suono, e
indipendente dall’accordo, dall’armonia, e quindi dal bello. il suono dà piacere
all’uomo, perché la natura gli ha dato, o ha dato a noi (e ad altri animali) questa pro-
prietà. Così i cibi dolci, i colori vivi ec. tutto ciò non appartiene al bello, non essendo
convenienza […] / Una notabile sorgente di piacere nella musica è pur l’espressione,
la significazione, l’imitazione. Questo neppure spetta al bello, come ho detto in pro-
posito della fisonomia umana. or questo è di tanto rilievo, che una musica non
significante non diletta se non gli intendenti, i quali si fanno mediante l’assuefazione,
de’ particolari generi e fonti di piacere […]. […] gli animi non sensibili poco son
dilettati dalla musica. tanto è vero che il di lei singolare effetto non deriva dall’armo-
nia in quanto armonia, ma da cagioni estranee alla essenza dell’armonia, e quindi alla
teoria della convenienza, e del bello3.

Fra la serie costituita dall’«accordo», dall’«armonia», dal «bello», e quella rappre-


sentata dal «suono», dalla «significazione», dalle «cagioni estranee […] alla teoria della
convenienza», leopardi istituisce una netta differenziazione, che separa, in via d’ana-
lisi, il bello dalla bellezza, la “teoria” della musica o dell’estetica femminile dal suono e
dal canto, o dalla figura della donna. la bellezza musicale ed umana è da ascrivere al
dominio del piacere, anzi del «puro piacere». E come tale essa può suscitare, provo-
care, vellicare secondo liberi e non preventivabili itinerari le sedi percettive del piacere
stesso, del gusto, della sensazione; ma è proprio per questa ragione che al fruitore della
sensazione s’apre un ingannevole pascolo di mitizzazione idealizzante di quella che
non certo a caso è, già nel testo, solamente forma, figura d’una donna reale che è, nei
fatti, il vero «mistero» («Vagheggia / il piagato mortal quindi la figlia / della sua
mente, l’amorosa idea» – Aspasia, 37-39), come ben indica il tessuto semantico dei

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


verbi dell’apparire («apparve», «simile effetto / fan», «paion»), delle espressioni di con-
templante desiderio («Vagheggia», «vagheggiare»), o dei verbi opinativi («confuso esti-
ma») (vv. 33-43). «simile effetto / fan la bellezza e i musicali accordi»: si tratta di effet-
ti speciali, che, se ben realizzati, risultano in tutto attendibili; ma sono sempre effetti
speciali, un’oggettiva tecnica illusionistica che produce una serie di conseguenze per lo
“spettatore” e non prevede, per il suo involontario autore (o autrice), nessuna puni-
zione, come nessun premio per la creatività, per una verosimiglianza che è tanto
maggiore quanto più abile e affascinante e seducente è quella finzione; è una finzione
alla quale cooperano, in sé assumendola, l’occhio e l’orecchio umano (si ricordi la
similitudine musicale), subendone pienamente l’influsso e in qualche modo legitti-
mando il pascolo mentale, che di lì si forma, a base di «ambrosia e nettare» per raffi-
gurate dee immuni da colpe se in realtà si trovano ad essere «fatte di carne e sangue»:
«celeste beltà fingendo ammira», si dice del «garzone» nelle Ricordanze riguardo, in
questo caso, alla vita futura (v. 76). Precisamente quella realtà carne e sangue, un bino-
mio che sembra anticipare il materialismo che di lì a poco sottoporrà a critica la
concezione idealistica degli hegeliani, non è potenzialmente indenne da rischi trasfi-
guranti, magari nella cifra d’un Eliso pagano incline a considerare e a sentire la bel-
lezza umana e la bellezza melodica (non armonica) come indipendente e diversa dal
«bello», e anzi formata e costituita dal puro piacere. È un concetto sensistico; la bel-
lezza, insomma, attiva sulla base sensistico-edonistica un campo di non misurabili
forze idealizzanti, attiva Platone (e lo stilnovismo, e una certa eredità petrarchesca)
sull ’oggetto, sulla materia, sul corpus aristotelico dell’esperienza. Questo congegno di
potenziale inganno agisce in modi diversi a seconda dell’età umana e della vicenda
culturale del singolo intellettuale: «ingannato non già, ma dal piacere / di quella dolce
somiglianza un lungo / servaggio ed aspro a tollerar condotto» (Aspasia, 86-88);
eppure, quel «piacere», quella «somiglianza», proprio qui dimostrano il loro potere, in
quanto conducono con sé, se non anche ingannano, perfino un intellettuale-filosofo di
precoce disincanto, di precoce approdo alle virili e asciutte rive del materialismo
pessimistico; a fortiori, l’ordigno estetico (e sia pure, non solo estetico) della natura ha
a suo tempo potuto ghermire nelle proprie reti letterario-filosofiche un giovane dot-
tissimo che, tramite la sua straordinaria grecistica (filologica, linguistica, critico-
testuale, ermeneutica, letteraria), appariva possedere della stessa natura, concepita
come riferimento consustanziale agli antichi, l’interno linguaggio, dalla percezione di
panoramica culturale, del fenomeno di macrostruttura, fino alla minuziosa acribia
chiosante del glottologo; semmai, in quella fase della storia del suo pensiero, la ratio
studiorum di leopardi non era ancora compiutamente “filosofica” (Rousseau, per
parte sua, dava mano all’idoleggiamento della stessa natura rispetto ai frutti delle
artificiali acquisizioni, alla civilizzazione, alla degenerazione che accompagna l’allon-
tanamento dalla primigenia positività). all’epoca di Aspasia, invece, i «due concetti di
natura», come dice timpanaro, sono ormai da tempo maturati in leopardi, sono
una realtà. oggetto d’un famoso dissenso con le posizioni di sergio solmi, ora con-
segnato ad un carteggio che rivela non esigui motivi di differenziazione tra il marxia-
no e leopardiano timpanaro e uno studioso e letterato non certo alieno da sollecita-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


zioni nietzscheane, i due concetti di natura sono, per il materialista, l’uno successivo
all’altro, e il secondo sostitutivo ed esclusivo del primo, mentre per solmi essi sono
due concetti di diversa origine ma fra loro conviventi, nella stessa allusione ad antite-
tiche realtà, per tutta la parabola del pensiero e della produzione artistica di leopardi.
della posizione critica di timpanaro può essere fornito esempio (per citare un riferi-
mento universalmente noto) nella foscoliana lettera da Ventimiglia dell’Ortis: la bel-
lezza delle immagini iniziali è non solo contraddetta, ma ideologicamente fagocitata
dal disvelamento della doppia faccia (non della doppia connotazione essenziale) della
natura, e la seconda faccia, quella che non produce inganno perché negativa e distrut-
trice, prevale e unifica l’apparenza di duplicità in una sola immagine (e allusione) di
pericolo, di ostilità, di morte. in leopardi tale concezione pessimistico-materialistica
assumerà, seguendo percorsi assai diversi da quelli foscoliani, caratteristiche di pecu-
liare approfondimento e radicalità. Ed è questo, a nostro avviso, il “centro” (non l’ini-
zio, beninteso) della concezione leopardiana di timpanaro. nel «secondo concetto di
natura» è infatti possibile cogliere la virata decisiva nella stessa grecistica di leopardi:
si tratta del periodo 1823-1829, anticipato dalle osservazioni zibaldoniane del 1820
sulla “scoperta” di teofrasto come filosofo “pessimista” dell’antichità, dapprima in tal
senso ritenuto quasi unico, in séguito accompagnato nel 1823 dalla lettura romana del
Voyage du jeune Anacharsis en Grèce vers le milieu du quatrième siècle avant Jésus-Chri-
st (1788) di Jean-Jacques Barthélemy, che gli squaderna molte espressioni, in chiave
gnomico-sentenziosa, del pessimismo greco (teognide, Pindaro, sofocle, Euripide),
dalla lettura di alcuni opuscoli plutarchei fra i quali l’apocrifa Consolatio ad Apollo-
nium (fruita nella traduzione italiana di marcello adriani), dalla lettura dell’Ἀνϑολό-
γιον o Florilegium di stobeo, dalla riflessione su importanti figure bibliche e dal rela-
tivo interesse per il pessimismo di salomone, e, altresì, di Giobbe nell’Ecclesiaste4; è
proprio il periodo che costituisce uno dei motivi che distaccano l’interpretazione di
timpanaro da quella del luporini di Leopardi progressivo, nella quale, in effetti (e
come più avanti si vedrà), non appare ben valorizzata quella fase di sostanziale disim-
pegno politico che presuppone un lucido e inversamente proporzionale impegno
ideologico in direzione del cosiddetto pessimismo cosmico e del materialismo. ma
valga una doppia citazione dalla Comparazione delle sentenze di Bruto minore e di Teo-
frasto vicini a morte; parlando di teofrasto, in pratica unico protagonista della «com-
parazione», leopardi dice:

E questa scienza universale non fu subordinata da lui, come da Platone, alla imma-
ginativa, ma solamente alla ragione e all’esperienza, secondo l’uso di aristotele; e
indirizzata, non allo studio e alla ricerca del bello, ma del suo maggior contrario, ch’è
propriamente il vero. atteso queste particolarità, non è maraviglia che teofrasto arri-
vasse a conoscere la somma della sapienza, cioè la vanità della vita e della sapienza
medesima (p. 408 Ghidetti, corsivi nostri).
oltre di ciò, non che i filosofi antichi lo celebrassero per averlo veduto più di loro, anzi
per questo rispetto medesimo lo vituperarono e lo maltrattarono, e particolarmente
quelli, tanto meno sottili quanto più superbi, i quali si compiacevano d’affermare e di
sostenere che il sapiente è felice per se; volendo che la virtù e la sapienza basti alla bea-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


titudine; quando sentivano pur troppo bene in se medesimi che non basta, se però ave-
vano effettivamente o l’una o l’altra di quelle condizioni (p. 409 Ghidetti).

non realmente attendibile, in questo senso, un riferimento a la Bruyere, ai suoi


Caractères: il “salmo” di quest’ultimo finì in gloria; il problema finale e determinante
divenne quello della religione e della fede (anche se non lo era stato nella fase del
primo concepimento e della prima stesura dell’opera).
timpanaro, con lucido coraggio, in Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi
(raccolto nel volume Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano), unisce alle
motivazioni propriamente filosofico-culturali della genesi del pessimismo cosmico e
del secondo concetto di natura le ragioni dell’infelicità individuale e della stessa,
disgraziata figura fisica leopardiana; un problema, quest’ultimo, che non può essere
eluso in chiave intellettualistica né tanto meno spiritualistica; non può essere eluso
mediante un generico riassorbimento in una problematica che sia soltanto storica o
ideologico-politica, né può essere a piè pari saltato glissando come non esistesse:
ben al contrario delle considerazioni e delle concezioni del cattolico tommaseo, del
positivista sergi e più ancora dell’idealista Croce, timpanaro sottolinea il carattere di
«formidabile strumento conoscitivo» (p. 127), rilanciato a trecentosessanta gradi in
una visione d’infelicità universale, costituito da una patologia e da una deformità fisi-
ca individuali che non sono, o non divengono, fonte di singolo sfogo lirico-intimistico
o motivo d’afflizione biografico-privata. il periodo elaborativo delle Operette morali
(peraltro concepite sul piano del primo progettuale disegno fin dal 1821) attinge
specificamente a questo laboratorio di riflessione e di progressive scoperte di pensiero,
anche dove la linea delle acquisizioni leopardiane risulti a causa della composizione
della paterna biblioteca incompleta e bibliograficamente “non professionale”; si veda,
per restare nel nostro argomento, la mancanza dei tragici greci (ad eccezione d’un’edi-
zione cinquecentesca di Aiace, di Antigone e di Elettra di sofocle) e la mancanza d’una
sufficiente documentazione sulla vera collocazione filosofica di teofrasto, aristoteli-
camente empirista e «lieto» delle proprie scoperte: ma sarà esattamente l’aristotelismo,
pur con il suo dualismo, a ben vedere ancor più grave di quello dell’idealismo plato-
nico (perché «più sottilmente mascherato») «tra “principi” ed esperienza, tra logica e
conoscenza empirica»5, a costituire pur sempre una «filosofia scientifica» (Classicismo
e illuminismo, p. 170) da contrapporre a quella «artistica» del mai condiviso Platone
(e così sarà del neoplatonismo, al di là dell’interesse oggettivo in tal senso più volte
mostrato da leopardi, e al di là dell’utilizzo dei relativi personaggi-filosofi; neppure la
dialettica, come del resto le grandi visioni cosmologiche di Platone, sarà elemento
realmente decisivo per le Operette). E importanti, come più oltre si vedrà, saranno i
conti con l’aristotelismo di due diverse, ma non del tutto contrapposte Weltan-
schauungen materialistiche, come quella di Epicuro e quella di marx. dalla crescente
convinzione materialistica di leopardi, dalle letture che egli può effettuare dalle Vite
di diogene laerzio, dalle sollecitazioni (pur realizzantisi in modo parziale) che gli
provengono dai filosofi del relativismo (diogene cinico, l’edonista-protagoreo ari-
stippo di Cirene – ma senza ἐγκράτεια, senza il dominio spiritualmente autonomo

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


delle passioni, residuo d’un socrate da lui capovolto –, sesto Empirico), dalla frui-
zione di alcuni grandi settecentisti francesi (Voltaire, montesquieu – pur avendo da
quest’ultimo mutuato qualche concetto antiepicuraico –, Fréret, d’Holbach) si forma
come esito gradualmente conquistato ma coerente la seconda concezione della natu-
ra, con l’immagine di quest’ultima rovesciata rispetto al precedente «sistema» leo-
pardiano: da termine filosoficamente positivo, che quasi non tollera biologica defe-
zione senza danno da civilizzata barbarie del fuggiasco, ad apparato ostile e
infelicitante, verso il singolo (vedi l’Ultimo canto di Saffo, ma anche, e sono esempi, la
prima parte de La sera del dì di festa) e verso l’umanità e tutte le creature, create a
smentita della creazione stessa, a tormento, consunzione e morte della propria mate-
riale filiazione6.
È il momento di ricordare, per chiarezza, almeno le opere in volume espressa-
mente dedicate da timpanaro, talvolta in chiave di singolo capitolo, a leopardi: La
filologia di Giacomo Leopardi; Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano; Gia-
Como lEoPaRdi, Scritti filologici (1817-1832); Aspetti e figure della cultura otto-
centesca; Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana; Nuovi studi sul nostro
Ottocento (si aggiungano i rinvii leopardiani contenuti in Sul materialismo); si aggiun-
ga la postuma raccolta, a cura di luigi Cortesi, Il Verde e il Rosso, Scritti militanti,
1966-2000 7. il saggio che meglio definisce quanto andiamo scrivendo è Natura, dèi e
fato nel Leopardi (Classicismo e illuminismo, pp. 227-249): contro l’interpretazione di
sergio solmi, vi si sottolinea l’inconsistente sopravvivenza delle allusioni alla natura,
l’esigua persistenza della concezione positiva quando è ormai in tal senso maturato il
secondo, irrevocabile concetto leopardiano. il tema delle illusioni rivela che la stessa
natura, se appare positiva, lo fa solo per inganno, e la colpa della caduta delle illusio-
ni non è più dell’«uomo che ha distrutto la saggia opera della natura», ma della
natura stessa, che delude dopo aver illuso: «silvia e il poeta stesso rappresentano
emblematicamente queste due possibili sorti dell’uomo» (p. 246). E nel Tramonto
della luna «mille vaghi aspetti / e ingannevoli obbietti» (vv. 4-5) ben definiscono gli
effetti speciali d’un grande meccanismo ingannevole, eppure efficacissimo (e illu-
sionisticamente spettacolare) nel veicolarsi davanti agli occhi ed al pensiero degli
uomini. in tal modo, anche la “scoperta” del pessimismo greco nel 1823 conferma, sì,
la superiorità degli antichi, ma non più nel senso d’una vitalità di magnanime e
gagliarde illusioni, bensì come loro priorità nella definizione d’una saggezza pessi-
mistica; nell’avere, insomma, avvalorato un concetto che si è poi trasmesso, e più
ancora avrebbe dovuto trasmettersi, alla cultura delle epoche successive (si ricordino
in special modo il Tristano e l’inizio dei Nuovi credenti). il male è nell’ordine, dunque;
contro Rousseau, e contro, più in generale, coloro che incolpano dei mali gli uomini
per le loro «anomalie», per i disordini apportati nel “buon” sistema della natura, il
male è, appunto, già insito nello spietato ordigno naturale e nel suo materiale sistema,
ed è anzi il peggiore dei mali perché è quello più irrimediabile: «sono le forze dell’or-
dine quelle che provocano il disordine», come scriverà timpanaro nel contributo Pie-
tro Gioia, Pietro Giordani e i tumulti piacentini del 1846, ora raccolto nei citati Nuovi
studi sul nostro Ottocento, p. 86; e se in quest’ultima citazione la sententia è applicata

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


all’interpretazione della storia, non pare impossibile, in questo caso, una sua esten-
sione ai meccanismi della natura. appare realmente sottoscrivibile la conclusione cri-
tica di timpanaro, ovvero l’individuazione di due concetti di natura derivanti da due
fonti diverse del classicismo, da due filoni distinti d’origine illuministica: Rousseau e
il Voltaire del Poème sur le désastre de Lisbonne. Ed è significativo che il secondo con-
cetto di natura segni, in certo senso, il “ritorno” del poeta e dell’intellettuale leopar-
di da Rousseau a Voltaire, dall’illuminismo pervaso da un’apertura alla sensibilità
protoromantica all’illuminismo razionalistico, ed anzi orientato su una considera-
zione pessimistica della natura e del reale. se un rimedio vi è (e già arduo è ammet-
terne l’esistenza), esso non può consistere nella restaurazione degli «ameni inganni»
contro la ragione, ma, piuttosto (e l’ultima testualità leopardiana lo suffraga e lo
sostiene), in un «ultrailluminismo, che riconduca la società allo scopo per cui fu
inizialmente costituita: l’unione di tutti gli uomini contro la natura» (Classicismo e
illuminismo, p. 249). senza cedere ad alcuna suggestione, si potrebbe asserire che nel
monito presente nella Ginestra si può leggere un amaro, antiteleologico, ma convinto
“infelici di tutto il mondo, unitevi”. Questa formulazione può, a nostro avviso, meglio
di altre chiarire la differenza, sulla quale ritorneremo, tra marxismo e leopardismo in
timpanaro (binomio, non certo dualismo, sul quale si è fin troppo insistito): i «pro-
letari» sono infelici (e quanto), ma l’infelicità naturale, biologica, oserei dire “scien-
tifica” di ciò che è umano organismo è un dato costante (pur spesso studiabile nel
proprio aggravamento attraverso le epoche storiche), un dato che accompagna l’uomo
anche indipendentemente dalla struttura socio-economica che lo vessa e che lo tor-
menta, ed è un elemento costituzionalmente doloroso che lo accompagna e che lo
accompagnerebbe persino «in una perfetta società comunista».
i due avversari del vero sono dunque rappresentati, nella linea di svolgimento
della cultura leopardiana, dalla bellezza (non dal «bello») e dal falso; non, dunque, un
solo oppositore, bensì un antagonista immediato (il falso avvertito palesemente come
tale) e un antagonista indiretto e non individuabile né confutabile a prima vista in
quanto è proprio la vista, il primo dei sensi umani, ad essere soggetto d’autoinganno,
d’autoillusione, d’autofrode, grazie all’induzione operata dalla bellezza estetica (ove
per bellezza estetica si può intendere anche il sorgivo eroismo greco del personaggio,
del guerriero omerico, il lineare urlo d’achille tornato a battaglia a vendicare Patro-
clo); al termine costituito dalla bellezza si è già accennato; e l’altro termine può esse-
re inteso come quel falso “volgare”, in certo modo frontalmente smentibile e scon-
fessabile, rappresentato dallo spiritualismo, dalla fede nel provvidenzialismo, nella
metafisica, da ciò che, insomma, alla lucida coscienza ormai in pieno maturata di
leopardi si svela come “direttamente” falso: proprio le tendenze filosofiche contem-
poranee, quali lo spiritualismo superficiale e a buon mercato misticheggiante e di risi-
bile struttura filosofica dei nuovi credenti napoletani, e prima ancora il moderatismo
toscano che afferisce alla «nuova antologia», nella sua illusa, pur se generosa opzio-
ne risorgimentale compromissoria, di patteggiamento pseudorealistico e di bem-
pensante ottimismo paternalistico-pedagogico, saranno oggetto di critica ironica, di
demistificazione amaramente derisoria, fino al concettuale e raffinato dileggio. Belle

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


pagine leopardiane, nuova tipologia letterario-linguistica di versi, nuovo stile, tutto
mirante alla demolizione sarcastica: lo spiritualismo lo viene a conoscere quando più
a lungo, e da un certo momento per sempre, si trova lontano da Recanati, quando
leopardi può vivere di prima mano la non privilegiata esperienza delle piccole italie
cattolico-liberal-moderate, che hanno in lui, nello scorrere dell’epoca, il primo, pre-
coce “storiografo” in chiave critico-negativa: il residuo non recanatese d’italia, o del
mondo, e sia pure con qualche significativa e parziale eccezione (milano, Bologna,
Pisa; si ricordi, per Bologna, il famoso saggio Leopardi e Bologna, in Appunti sui
moderni di dionisotti), non ha presso Giacomo maggior fortuna di Recanati. se il
falso è l’avversario esplicito, ed esplicitamente oggetto di contrapposizione polemica
quali che siano i moduli formali adottati per contrastarlo e per combatterlo, la bel-
lezza (dell’umana figura, della lusinga acustico-melodica, e, in forma non molto
diversa, della natura, dell’evocazione lirica, dello stesso portato d’una tradizione poe-
tica sostanziata dalla fruizione originale di varie letterature antiche e moderne) è inve-
ce un ostacolo ben altrimenti sottile e a suo modo infido, insidioso, inquietante, vei-
colo di significanza filosofica antifrastica rispetto alla sua percepibile emergenza
epifanica, sia iconico-visiva sia sentimentale-memoriale.
Proprio nel disvelamento degli “effetti speciali” operati da un infido e rovinoso
regista d’inganni e non di creazioni (la dinamica naturale è in prevalenza anticreati-
va, quasi a smentita della radice φύσις – «è funesto a chi nasce il di natale»), da una
natura apparentemente confortante, e che poi smascherata diverrà quella del dialogo
con l’Ιslandese, quella del Canto notturno, quella del Tramonto della luna, quella
della Ginestra, come anche nella precisa definizione della «seconda teoria del piacere»
(nel Vincitore nel pallone, nel Colombo, nella Quiete dopo la tempesta), si può indivi-
duare, scrivevamo, il centro della leopardistica timpanariana. oltre alla personale
riflessione del poeta-filosofo, sono infatti i pensatori materialistico-edonisti greci (e
non sempre i più grandi, non era necessario) e insieme alcuni illuministi francesi di
dimostrabile lettura da parte di leopardi ad avere aiutato in modo decisivo il capo-
volgimento d’un concetto fondamentale. Poco importa, crediamo, se tali filosofi – si
parla dei greci – non coincidono se non di rado con quelli trattati ufficialmente
dalla madre dello studioso, maria timpanaro Cardini, a sua volta grande studiosa che
in nome della scienza greca (si era laureata a napoli nel 1913 con alessandro olivie-
ri) rifiutò di procedere oltre nel rapporto di sodalità d’arte con il celebre tristan
tzara e con quel dadaismo che l’aveva con il nome di maria d’arezzo annoverata fra
i suoi militanti creativi italiani; ciò che invece conta è che, come ben dimostra il
volume del 2001 Tra antichità classica e impegno civile – eccezionale curatore e intro-
duttore lo stesso figlio, che non ha poi potuto vederne la pubblicazione –, da Empe-
docle ad alcmeone, dagli Eleatici e dai Pitagorici ad aristotele, un’emblematica
schiera della scienza greca è convocata per lunghe e sistematiche permanenze su
una delle scrivanie di casa timpanaro (fa parte di tale scienza coltivata a livello
familiare, pur in base a differenti coordinate culturali, il padre, il fisico e storico
della scienza sebastiano timpanaro senior); e si tratta proprio di quella scienza che, se
si prescinde dalla peculiare connotazione degli Eleatici, e soprattutto dall’ambizione

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


matematizzante e numerologica dei Pitagorici, sarà poi, in una serissima chiave sen-
sistico-materialistica, il nucleo della rigorosa grecistica di sebastiano junior (si ricor-
dino le numerose citazioni mirate al recupero di theodor Gomperz e dei suoi Pen-
satori greci, e soprattutto il contributo espressamente dedicatogli in «Critica storica»,
ii – 1963 –, pp. 1-31, poi in Aspetti e figure della cultura ottocentesca, pp. 387-443;
nella grecistica troveranno particolare spazio, in stretto rapporto con gli studi leo-
pardiani, i filosofi d’impronta pratica, morale). il restauro del pensiero scientifico
greco costituisce, in un novecento italiano fin troppo marcato dalla prevalenza idea-
listico-crociana (e insieme, sul piano del canone letterario scolastico, da pervicaci
retaggi liricizzanti d’origine carducciana), un elemento tutt’altro che scontato del
quale meritoriamente maria timpanaro Cardini sosterrà sempre la penetrazione e la
diffusione non solo universitaria, ma anche liceale (né si può certo dimenticare il Pro-
clo del Commento al I libro degli «Elementi» di Euclide, del quale maria timpanaro
Cardini cura introduzione, traduzione, commento e note)8. si riprenda, ad esempio,
la questione definitoria del nervo ottico in alcmeone; lo storico dell’oftalmologia
Julius Hirschberg, nei riguardi dello stesso scienziato greco, assume il punto di vista
di Hugo magnus:
Per alcmeone, la sensazione visiva, come ogni altra sensazione, è un fluido che
scorre su e giù «come l’acqua in un tubo»; dunque nelle sue ricerche anatomiche su
cadaveri di animali, se pure ne fece, egli sapeva già a priori quello che voleva e dove-
va trovare: un tubo, un meato vuoto. ne è riprova il termine πόρος ch’egli adotta e
mantiene per indicare la via di comunicazione tra l’occhio e il cervello. mai avrebbe
potuto accogliere l’idea che le sensazioni potessero arrivare al cervello mediante un
condotto solido; sicché se anche egli vide effettivamente e riusci col coltello anato-
mico a isolare il nervo ottico, non poté esserne indotto ad altro che ad escludere che
quella fosse la comunicazione cercata; la quale invece egli avrà creduto di riconosce-
re in uno qualsiasi dei vasi sanguigni esistenti nella cavità oculare.

È un passo della prosa di maria timpanaro Cardini studiosa; qui, come altrove, la
grecista non si contenta affatto dell’opinione e delle conclusioni del magnus e inter-
roga Calcidio, in quel suo Commentario al Timeo di Platone, di cui riporta ampi
passi in latino, tesi a mostrare come alcmeone risulti allineato agli altri due scienziati
della “triade”, Callistene ed Erofilo: «Fluere porro visum per oculum consentiunt
tam physici quam etiam medici, qui, exsectis capitis membris, dum scrutantur natu-
rae providam sollertiam, notaverunt ferri bivio tramite ignis liquorem» (Commenta-
rius in Timaeum Platonis, leipzig, Wrobel, 1876, § CCXlVii, p. 281). alcmeone
non ha dunque «preso per meati visivi due vasi sanguigni qualsiasi», altrimenti «Cal-
cidio non avrebbe dovuto associarlo a Callistene e ad Erofilo, anzi, o tacerlo, o oppor-
re questi a lui» (p. 65);

ma c’è un’altra e più importante considerazione da fare. Erofilo di Calcedonia, il cele-


bre medico che con ippocrate e Galeno divide la gloria della scienza medica antica,
aveva nelle sue ricerche anatomiche scoperto e riconosciuto come strumenti della
sensazione i sottili cordoni bianchi che dal cervello e del midollo spinale giungono

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


fino alla superficie del corpo accompagnando i vasi sanguigni, e li aveva chiamati
νεῦρα αἰσϑητικά, creando così la parola «nervi» nel senso tecnico che ancor oggi si
usa. ma il nervo ottico egli continuò a chiamarlo πόρος col termine adottato da
alcmeone, perché anch’egli lo considerò un meato attraverso il quale passava lo
πνεῦμα αἰσϑητικόν; perché anche lui, non ostante la mirabile descrizione dell’appa-
rato visivo tramandata da Calcidio, non superò la concezione antica della vista come
fluido scorrente in un meato, e che ancora ai tempi di Calcidio era seguita […]. E
allora ci chiediamo: se per gli Erofilei non si ammette incompatibilità tra la conce-
zione di un πόρος per il passaggio del fluido visivo e l’identificazione del nervo
ottico, perché per alcmeone la prima dovrebbe essere un argomento per escludere la
seconda? (ibidem).

Pasquali e terzaghi, ma in séguito anche augusto Campana, confermeranno, anche


sul piano degli studî ufficiali, quella sicura e scientifica forma mentis d’una filologia
classica di cui documentariamente il figlio della Cardini constata, già nell’ámbito
domestico, non soltanto il valore di critica testuale in senso “stretto”, bensì il ruolo
d’irradiazione gnoseologica plurima, in direzione di campi del sapere fra loro inter-
connessi: filologia, appunto, scienza, storia ideologica, filosofia9. sulla base del mate-
rialismo, le letture leopardiane gli rivelano l’autore, il filologo, il filosofo più conge-
niale, ovvero, e soprattutto, il filosofo dell’antiteodicea, e, altresì, della priorità della
natura e delle sue ragioni sull’uomo, della preminenza della struttura biologica sulla
struttura psicologica, mentale, “spirituale” dell’umanità e dei suoi singoli individui; e
il clima culturale del dopoguerra apre al generico socialismo antifascista la via della
fondatezza, della documentazione testuale sui classici del pensiero rivoluzionario, da
marx ad Engels, da lenin a tročkij. sarà un’ulteriore, decisiva acquisizione sul piano
della coscienza materialistica, codificata questa volta sulla linea storica costituita
dalle prospettive delle lotte del proletariato. E soprattutto materialistica sarà la lettu-
ra, da parte di timpanaro, del marxismo e dell’engelsismo ottocentesco: dove la stes-
sa dottrina marxista non appaia del tutto svincolata dall’antropocentrismo, e altresì
non lo sia dalle impostazioni della dialettica hegeliana, sarà timpanaro stesso a
suscitare la discussione su ciò che manca, sotto il profilo materialistico, alla tradizio-
ne del pensiero marxista, a reclamare attenzione su un Engels trascurato per gran
parte del novecento, ad attingere (alla sua dotta maniera, con letture approfondite e
con competenza che spazia dall’antichistica al mondo contemporaneo) al pensiero
leopardiano e alla relativa visione del mondo, a ricordare la lungimiranza del lenin di
Materialismo ed empiriocriticismo riguardo alla nuova, antimaterialistica cultura che
si sta affermando tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, una lungimiranza
che costituisce una vera prospezione gnoseologica sul XX secolo.
non si perda di vista, nell’àmbito della grecistica e del materialismo, la chiave di
pensiero epicurea, sul cui progressivo declino all’interno dell’evoluzione ideologica di
timpanaro si è forse troppo insistito; di contro a Cicerone ed al suo sensato scettici-
smo, al suo “buon senso” neoaccademico, lo studioso, il classicista materialista,
avrebbe nutrito verso l’epicureismo una crescente diffidenza, dovuta soprattutto al
carattere religioso che è ineliminabile da tale filosofia. ma l’accesso epicuraico al

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


mondo materialistico è e rimane in realtà uno dei fattori costitutivi dell’interpreta-
zione timpanariana; Jean Fallot, studioso marxista legato da sodalità scientifica e
amicale con timpanaro, pone ad esempio il problema di quali elementi il materiali-
smo post-aristotelico, nella declinazione filosofica epicuraica, aggiunga al materiali-
smo anteriore. il passaggio aristotelico si rivela in tale direzione comunque determi-
nante, in quanto il πολιτικόν ζῷον dà a ciò che sarebbe potuto essere il materialismo
epicureo tutto un altro senso, quello dell’amicizia, e i bisogni fisici proprio in quanto
tali divengono non più l’espressione d’un àmbito umano individualmente definito,
bensì i bisogni di un animale sociale; per marx, a sua volta, Epicuro si definisce
anzitutto come post-aristotelico, e l’uomo sarà animale politico purché a politico
non si attribuisca il significato di politica generale, ma quello d’una socialità amicale,
o almeno d’una cerchia di persone non ostili (dagli ostili l’epicureo cercherà di man-
tenersi a distanza). in modo ancor più radicale, contro il concetto di tempo, che
rimanda sempre ad una religione, o al mito, o, nell’idealismo, alla secolarizzazione
laica d’un vecchio ma sempre presente inganno spiritualistico, vigerà il concetto di
materia; nessuna filosofia, infatti, come quella epicurea, caccia il concetto di tempo
dagli orizzonti della riflessione speculativa, della riflessione di pensiero, e l’ipotesi di
identità che così emerge, tramite la liberazione dalle pastoie dell’idea di tempo, vuol
dire sensazione uguale a se stessa, è insomma il piacere puro. Come dirà Hegel, Epi-
curo, il perfetto uomo greco, incarna l’accordo del corpo con l’anima, non l’opposi-
zione; in questo stesso senso, Fallot si sofferma, unendo il valore dell’ultima consi-
derazione con quello delle precedenti riflessioni, sul lucreziano “Cadere dalla parte
della propria ferita” (cfr. De rerum natura, iV, 1049: «namque omnes plerumque
cadunt in vulnus»), cadere in genere verso l’alto perché ciò che ci ferisce, ciò che ci fa
temere, si trova in alto. noi dobbiamo invece, secondo una precisa indicazione etica,
“non cadere” dalla parte della nostra ferita, non degenerare nella reazione adorante
rispetto a ciò che ci fa soffrire, a ciò che ci ferisce, appunto, a ciò che ci addolora:
«non cadere dal lato della ferita, non trasformare in oggetto d’adorazione, di delizia
amorosa, trascendente (amore di dio, estasi dell’infinito) e nemmeno reagire». Qui
ben s’intende per «reagire» non il concetto banalmente “positivo” di movimento
ostile e contrario alla provocazione, ma piuttosto la “presa d’atto”, variamente conce-
pibile come “religiosa”, d’un vettore di sofferenza per noi (e a noi esterno) che ci
conduce, in certo modo allineandoci e assoggettandoci all’azione di tale vettore, ad
ipostatizzare e a idolatrare la fonte stessa della nostra sofferenza, la causa che in alto
risiede, l’origine dotata di superiorità metafisica, o almeno logica e cronologica, sulla
nostra storicità. «non reagire» significa dunque non incorrere nella trappola mitiz-
zante riguardo alle scaturigini del dolore e, altresì, significa non dislocare il centro
della propria sofferenza e del proprio pensiero nella dimensione fuorviante del
tempo, ma, anzi, mantenere la misura della propria esistenza nella sensazione: «se
sono ferito e cado, cadrò dal lato della mia sofferenza, ma la filosofia può impedire la
ferita o perlomeno la caduta, riducendo di grandezza la parte di realtà non ricondu-
cibile al pensiero, tutte le confusioni che derivano dal fare una cosa sola del tempo e
della sostanza dei fenomeni, di noi stessi. nella misura in cui ci identifichiamo non

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


col tempo ma con la sensazione, ci liberiamo dal tempo. noi siamo vicini a noi stes-
si più con le nostre sensazioni che con le nostre azioni»; l’epicureismo può così defi-
nirsi una «grande filosofia dell’identificazione con se stessi», «la filosofia della sen-
sazione illuminata dalla ragione»10.
ma si veda più da vicino il Fallot quale appare al timpanaro di Materialismo e
infelicità, nella presentazione di Il piacere e la morte nella filosofia di Epicuro, ristam-
pata in Il verde e il rosso (pp. 83-98); ne scaturirà, se non c’inganniamo, una serie di
decisivi contributi ad una definizione dei precisi e imprescindibili punti di contatto
(non solo delle decantate differenze) tra marxismo ed epicureismo e, più in generale,
tra lo stesso marxismo ed una parte del materialismo antico:

[…] l’interesse per Epicuro “moralista” non deve far credere che Fallot condivida
minimamente l’opinione, tuttora molto diffusa e forse prevalente, secondo la quale la
grande stagione teorica del pensiero greco sarebbe terminata con aristotele, e le
filosofie post-aristoteliche denuncerebbero un affievolirsi di rigore filosofico e
andrebbero valutate quasi esclusivamente come “psicoterapie” elargite all’indivividuo
del mondo ellenistico, un individuo ormai isolato e spoliticizzato, suddito e non più
operoso membro della polis. nel respingere questa rappresentazione del pensiero
ellenistico (che è solo parzialmente vera in ciò che afferma, ma falsa in ciò che nega),
Fallot è d’accordo con quello che rimane il maggior motivo di validità della disserta-
zione giovanile di marx. Gran parte del quarto capitolo (e precisamente le sezioni su
democrito ed Epicuro, sul piacere nella morale di aristippo e in quella di Epicuro, sul
rapporto tra Epicuro e Platone e aristotele) è dedicata a mostrare come nell’epicu-
reismo non vi sia uno stanco ritorno a democrito e ai Cirenaici, ma un loro supera-
mento, e come Epicuro non ignori Platone e aristotele, ma faccia i conti con essi […].
Fallot mette bene in luce il carattere contraddittorio che, malgrado l’apparenza di soli-
da sistematicità, presentava la filosofia aristotelica: un dualismo tra “principi” ed
esperienza, tra logica e conoscenza empirica, più sottilmente mascherato dell’ideali-
smo platonico, ma in realtà persino più grave (p. 101). Viene in mente ciò che osser-
vava il troppo presto dimenticato theodor Gomperz, il grande autore dei Pensatori
greci, sul dissidio tra il “platonico” e l’“alcmeonide” nel pensiero e nella personalità di
aristotele. «dopo aristotele – dice Fallot – diviene evidente che l’idealismo era
castrato, separato dalle sue fonti, e che soltanto una filosofia materialistica avrebbe
potuto dare sostanza al discorso» (p. 101). Questa rifondazione del materialismo è
precisamente ciò che compie Epicuro. «Era a partire dall’esperienza che si poteva tro-
vare nuovamente una certezza non soltanto relativa a certe sfere dell’essere (come
faceva Euclide). Epicuro colloca decisamente il criterio del vero nella sensazione, e
identifica nuovamente verità e certezza sensibile (…). tale è stato quest’uomo, il
cui sistema ho visto con stupore che certi storici della filosofia si chiedono come sia
potuto apparire in Grecia dopo quelli di Platone e di aristotele, rispetto ai quali
segnerebbe un incredibile regresso» (p. 105; ma tutto questo paragrafo è da leggersi
con attenzione particolare). / se, dunque, bisogna respingere ogni tentazione di
“marxistizzare” Epicuro – e abbiamo già visto che in questa tentazione Fallot non
cade mai –, si può anche, a questo punto, constatare senza forzature l’esistenza di due
punti fondamentali che rendono, a dispetto di tutte le differenze, particolarmente
interessante il pensiero epicureo per il marxista odierno. i due punti sono il mate-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


rialismo e l’edonismo. / abbiamo visto come nel terzo capitolo di questo suo libro
Fallot rivendichi con forza il valore del materialismo epicureo. / nella sua opera più
recente e tuttora inedita, Le matérialisme marxiste, Fallot, riprendendo osservazioni
illuminanti sull’“animalità dell’uomo” e sulla priorità della natura sull’uomo che si
trovavano in Marx e la questione delle macchine (pp. 212-214: uno dei paragrafi più
vivi di quel libro) e in Sfruttamento, inquinamento, guerra (p. 179, con una misurata
critica a Gramsci; p. 186), chiarisce bene come le notissime differenze tra materiali-
smo antico (o materialismo moderno premarxista) e materialismo marxista non
possano essere forzate fino al punto da cancellare i punti di contatto e da ricadere
nell’idealismo (Materialismo e infelicità, cit., pp. 94-95).

la considerazione della componente biologico-animale dell’uomo, e insieme la foca-


lizzazione della finalità pur sempre edonistica della morale marxiana, mirante in
prospettiva alla felicità, si pongono quali fattori strutturanti e costitutivi, non acces-
sori, del materialismo scientifico, che può in tal senso legittimamente rivendicare
benemerenze nella convocazione in scena dell’uomo-natura, dell’uomo come «corpo
organico»; e tale considerazione serve allo studioso anche in vista d’una corretta
interpretazione e valorizzazione della teoria dei rapporti produttivi:

il materialismo marxista – è questo il suo “colpo da maestro” – si mette non dal


punto di vista della produzione (che è ancora legata alla natura), ma da quello dei rap-
porti sociali che permettono agli uomini di produrre, e che sono rapporti di produ-
zione. tuttavia ciò non vuol dire che il materialismo marxista non parta più dalla
natura, o estrapoli la società dalla natura. / Quando marx scriveva nei Grundrisse che
l’uomo non è solamente un “corpo organico”, definiva il rapporto tra l’uomo e un ele-
mento diverso dal suo corpo organico, un elemento esterno al singolo individuo.
ma quella piccola frase presuppone (come del resto lo presuppone tutto il marxismo)
che, se l’uomo non è solamente un corpo organico, ciò significa che è in primo luogo –
come ogni altro essere vivente in quanto tale – un corpo organico. disconoscere ciò
non significa soltanto conoscere male l’uomo in ciò che ha di essenziale, ma non
affrontare l’aspetto essenziale del marxismo, la nozione stessa di rapporti sociali di
produzione e quelle, addirittura, di “rapporto” e di “produzione”, le quali definiscono
ciò che l’uomo non è solamente. altrimenti si darebbe una concezione idealisteggiante
dei rapporti sociali di produzione, che equivarrebbe, correlativamente, a un’idealiz-
zazione dell’uomo […]. E poco dopo: / Così la base materiale è sempre presente e non
solo sottintesa: è il motore della soggettività delle masse, della trasformazione delle
masse sfruttate in soggetto rivoluzionario. / anche l’edonismo epicureo […] è ben
diverso dall’etica, pur tutta terrestre e laica e antiascetica, del marxismo. l’ultimo
capoverso del presente libro lo dice con tutta chiarezza. ma c’è stato e c’è un modo di
concepire il marxismo come una specie di etica del sacrificio e dell’eroismo, che, per
quanto spiegabile con la durezza delle lotte affrontate e da affrontare, diviene la nega-
zione stessa del marxismo se si concepisce il sacrificio non come provvisorio e stru-
mentale, ma come permanente e costitutivo della morale marxista. lo scopo della
morale marxista (uno scopo che non può essere raggiunto se non attraverso gravis-
simi sacrifici e dolori) rimane pur sempre la Felicità: in questo il marxismo si ricon-
giunge con Epicuro e col pensiero “epicureo” del settecento. / Fallot, anche nelle sue

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


opere più propriamente marxiste, non cessa d’insistere, come abbiamo visto, sul
motivo dell’“animalità” dell’uomo come fondamento, insieme, del materialismo e
dell’edonismo marxista: fondamento insufficiente da solo, ma pur necessario e ineli-
minabile. anche l’esigenza […] di una teoria marxista dei bisogni […] rimane sospe-
sa nel vuoto se perde quell’ancoraggio materialistico-edonistico. Peggio ancora se si
ignora del tutto l’esigenza stessa […]. al termine di uno dei più interessanti paragra-
fi di Sfruttamento, inquinamento, guerra (p. 65), Fallot ribadisce: «Perdere il senso dei
bisogni, essenzialmente fisici e biologici, degli esseri viventi presenti e futuri, è perdere
la ragion d’essere del marxismo come scienza critica e rivoluzionaria». E aggiunge in
nota: «Ragione per la quale un “marxismo” astratto e con pretese matematizzanti
come quello di althusser non ha più nulla a che vedere col pensiero di marx». il giu-
dizio potrà apparire a qualcuno (non a me) troppo duro relativamente all’insieme
dell ’opera di althusser; ma è certamente giusto per ciò che riguarda il problema dei
bisogni e del concetto di individualità umana del marxismo (ivi, pp. 95-97, con tagli).

si perdoni la lunga citazione; ma i brani riportati attestano una notevole, e per nostro
conto sempre determinante, possibilità di percorso dal materialismo antico al mate-
rialismo ottocentesco (il materialismo novecentesco non è un capitolo culturale
immenso; neppure, e forse men che mai, in àmbiti dichiaratamente marxisti, secon-
do una costante deplorazione critica di timpanaro). È anche in questi itinerari che si
ritrovano l’amalgama, la simbiosi (non una paratattica, periclitante sommatoria!)
del grecista e dell’ideologo marxista, del filologo antichista e del filologo materialista;
e a nostro avviso, e pur con tutte le differenze del caso (talora sono differenze, soprat-
tutto contestuali, macroscopiche), si tratta d’un percorso di richiamo a leopardi che
nella sua appropriata e peculiare definizione qualitativa, nella sua intrinseca indole
essenziale, nella sua scansione di similari acquisizioni e di omologhe conquiste iden-
tificative e di formazione lettoriale (gli illuministi, i francesi del settecento innanzi
tutto, il Boulevard des Lumières materialistico, le vie d’un’Aufklärung in buona sostan-
za non voltairiana, anche se non antivoltairiana), pone sul nostro tavolo una vera reci-
procatio autore-studioso, quasi un profilo, ma di luce e di ragione, non di ombra, che
s’allunga nell’alter ego di settecentesco lignaggio ideologico. non leopardi quale
“l’autore di timpanaro”, bensì timpanaro come “lo studioso di leopardi”, il più vici-
no, il più identificato con la temperie culturale, ma anche operativamente tecnica e
filologica, espressa da una punta avanzatissima del classicismo illuministico italiano.
E, se è vero che il marxista-leopardista d’una fin troppo famosa e parzialmente autoi-
ronica definizione cerca in leopardi l’elemento che appare meno dichiarato nel
marxismo, la considerazione dell’individualità e della sofferenza biologico-animale
dell’uomo, e quindi l’umana ricerca della felicità, dalle pagine fallotiane di timpanaro
s’evince un marx tutt’altro che alieno dal pensiero riguardante l’uomo-natura, un
uomo che è innanzi tutto natura, natura e materia: il marx del timpanaro “presenta-
tore” di Fallot (ma anche il marx di molti altri passi di timpanaro) è un marx mate-
rialista e risolutamente antihegeliano, e il celebre “trattino” che congiunge il marxista
e il leopardista, qui, realmente si qualifica come trattino di unione. si pensi che i saggi
sul materialismo che poi comporranno l’eponimo volume (Considerazioni sul mate-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


rialismo esce nel settembre 1966 nei «Quaderni piacentini», 28, pp. 76-97; Prassi e
materialismo esce nell’ottobre 1967, «ivi», 32, pp. 115-126; Engels, materialismo, «libe-
ro arbitrio» nel novembre 1969, «ivi», 39, pp. 86-122) sono stati già scritti e tre volte
pubblicati all’epoca (1977) della presentazione del libro di Fallot (Sul materialismo ha
le sue prime due edizioni nel 1970 e nel 1975). timpanaro, che già ha all’attivo le sue
più rigorose pagine engelsiane, non esita per questo a riconoscere a marx una fon-
damentale condivisione dello stesso interesse per la natura, benché meno sviluppato
di quanto in séguito avverrà da parte dello stesso Engels, sopravvissuto all’amico e,
per parte sua, alle prese con il contesto gnoseologico della cultura della sua epoca, ma
anche in parte fruitore degli stimoli provenienti da tale quadro culturale. È la grande
linea del materialismo filosofico, verificato in questo caso nell’accezione epicurea
ellenica (ma significativamente timpanaro più volte allude all’epicureismo settecen-
tesco), a permettere di “recuperare” marx alla sua connotazione più appropriata e più
congrua, più qualificata e più peculiare: quella derivante dalla tradizione materialistica
settecentesca, in sé aperta al riconoscimento storicamente critico delle ascendenze
classiche greche e disposta all’opera elaborativa che tramite i grandi studi tecnici
sulla struttura dell’economia capitalistica conduce alla formulazione del materialismo
storico: in fondo, lo stesso Engels ha pur dovuto e potuto, e in qual misura, poggiare
e basarsi sul solido “zoccolo” del materialismo storico per innestare l’itinerario di
riflessione sul rapporto e sulla possibile saldatura fra il suddetto materialismo, in gran
parte marxiano di concezione come tutti sanno, e le scienze della natura nella loro
accezione terrestre-planetaria e più in generale cosmica.
Già leopardi ha accreditato una linea di riscoperta del materialismo antico senza
per questo venir meno alla sua fondamentale base ispirativa costituita dal materiali-
smo moderno, francese, settecentesco: non si tratterà del materialismo epicuraico,
anche perché, forse, qualche tratto della filosofia del «giardino», come ad esempio
l’importanza dell’asserzione materialistica di Epicuro in quelle coordinate storiche e
culturali, in rapporto al provvidenzialismo degli stoici, in parte e in certa misura sfug-
ge e non può non sfuggire allo stesso Giacomo; ma la figura, e come fondata, del filo-
logo materialista, del grecista e del lettore dei filosofi della natura del settecento,
dell’autore degli adversaria critico-testuali e del filosofo fruitore della recente specu-
lazione empirio-meccanicistica in epoca romantica, si delinea con discreti ma non
sfumati contorni; ed è una figura che, nel segno d’una sostanziale consonanza ideo-
logica, sagoma un profilo intellettuale che si addice a leopardi come si addice al suo
profondo studioso, al suo rigoroso, austero e limpido interprete. leopardi quale
motore dell’ottocento timpanariano, è stato detto da madrignani, e non solo del-
l’ottocento; in effetti, lo studioso trova sì in Giacomo il grecista, già precocemente
disposto a confutare gli Errori popolari degli antichi con quel misto d’orgoglio illu-
ministico e di formazione cristiana d’origine familiare che caratterizza i suoi inizi let-
terarî; ma vi trova anche, e specificamente, il filologo di profonda competenza e di
straordinaria acribia, tanto più segnalato in quanto figura assai rara nel panorama del
primo ottocento italiano, e tale che solo studiosi come Pietro Giordani, amedeo Pey-
ron, Bartolomeo Borghesi, Barthold Georg niebuhr, ciascuno con la propria perso-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


nalità e ognuno nel proprio contesto umano e culturale, possono risultare come suoi
validi contemporanei11. né, con questo, s’intende rimarcare soltanto in chiave indi-
vidualistica la genialità leopardiana; anzi, più d’ogni altro, timpanaro ha sollecitato,
già in buona parte promuovendola egli stesso, la ricostruzione intorno a leopardi di
tutto un ambiente culturale costituito da classicisti romagnoli e marchigiani e, nella
stessa misura, da altri classicisti appartenenti a varie sedi italiane: valga riportare
un segmento testuale di timpanaro da Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi,
in Classicismo e illuminismo, pp. 115-116:
il leopardi dialogò idealmente, sì, con questi grandi autori [«Hobbes, Rousseau, Vol-
taire, i grandi romantici…»], ma visse a contatto diretto (personale o epistolare) con
ambienti italiani, che furono dapprima lo stato pontificio (Recanati, cioè monaldo col
suo enciclopedismo illuministico-reazionario e le sue pose da ultra; il classicismo
marchigiano-romagnolo, cioè Francesco Cassi e Giulio Perticari; Roma, cioè il poli-
grafo arruffone Francesco Cancellieri e lo zio Carlo antici, reazionario ma non così
grettamente municipalista come monaldo: reazionario che sapeva il tedesco e voleva
fare del nipote un campione della Restaurazione al livello europeo); poi milano (cioè
le scoperte del mai che dettero impulso alla filologia leopardiana, e la battaglia tra
classicisti e romantici, e l’amicizia col maggiore rappresentante del classicismo illu-
minista, Pietro Giordani, mentre il classicista reazionario Giuseppe acerbi aveva
súbito osteggiato il leopardi); poi ancora, nel ’22-23, l’«antiquaria» romana, veduta
questa volta da vicino nella sua meschinità; poi l’ambiente bolognese, di tranquille
amicizie letterarie, che contribuirono a creare nello spirito del leopardi un periodo di
relativa distensione e adattamento alla realtà della vita; fino alle ultime esperienze,
aspramente polemiche, del cattolicesimo liberale fiorentino e napoletano.

anche così, ovvero in questo quadro precisamente italiano, legato e vicino alle varie
realtà nelle quali leopardi trascorse la propria “vita culturale” e che pure egli contestò
e criticò in termini spesso memorabili, anche così si giustifica quella che talvolta è
apparsa una dedizione non si dirà eccessiva, ma forse sotto qualche aspetto iperva-
lorizzante riguardo alla figura intellettuale di Pietro Giordani; per limitarci ai contri-
buti apparsi in volume, elenchiamo i saggi che timpanaro ha in modo espresso
riservato allo scrittore piacentino: Le idee di Pietro Giordani12; Giordani, Carducci e
Chiarini13 (i due saggi dànno inizio a Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italia-
no); Il Giordani e la questione della lingua, in Aspetti e figure della cultura ottocente-
sca14; Ancora su Pietro Giordani, in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra ita-
liana15; molti rinvii giordaniani sono a loro volta presenti sia nei volumi indicati, sia
in La genesi del metodo del Lachmann16 e in La filologia di Giacomo Leopardi17; e, in
Nuovi studi sul nostro Ottocento, vi sono Un’operetta di Pietro Borsieri ed una di Pietro
Giordani; Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papadopoli; Pietro Gioia, Pietro Gior-
dani e i tumulti piacentini del 1846; Due cospiratori che negarono di aver cospirato
(forse Giordani, certamente Bini)18. Giordani è stato di sicuro oggetto d’insufficiente
considerazione, soprattutto in un canone letterario che ha visto prevalere le conce-
zioni di de sanctis e che ha relegato le figure dei classicisti e il loro ruolo in un
àmbito marginale, e anzi, spesso, fastidiosamente laborioso nel dovere di lettura che

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


impone agli studiosi. ai classicisti, com’è noto (ma spesso si tratta di falso concetto),
secondo tale linea pertiene la taccia di retrività letteraria e linguistica, se non anche
ideologica. Giordani, in particolare, ha sofferto d’una svantaggiata contiguità amica-
le con leopardi, di cui il Piacentino figura essere, anche grazie a qualche giudizio e a
qualche non proprio felice “consiglio” o previsione artistica, l’amico d’inferiore cara-
tura sul piano dell’intuito creativo e dell’acutezza ideologica capace di divinare gli svi-
luppi futuri. in realtà, ricorda timpanaro, in Giordani leopardi trova un intellettua-
le d’avanzate idee (anche sul piano linguistico) con il quale confrontarsi in scambio
dialogico competente, epistolare e di persona, così scansando alcuni rischi impliciti in
ogni esperienza autodidattica. E in effetti l’importanza e il valore di Giordani vanno
difesi da operazioni riduttive ingiuste, che realmente potrebbero mettere in ombra la
figura del grecista (fra i pochi, allora, in italia) ammiratore della prosa erodotea
come di quella dei primi trecentisti italiani, e in piena coerenza con queste opzioni
linguistiche sostanziale avversario delle conseguenze della prosa di più esplicita
marca formalistico-retorica (isocrate, e in àmbito latino Cicerone e proprio quel
Frontone amato dal primo leopardi), così come potrebbero mettere in ombra il lin-
guista che del purismo assume proprio gli elementi che ne preparano il superamento,
ovvero la scelta della prosa cronachistica e di quella dei novellieri anziché la scelta
delle valenze religiose del “canone”-Cesari, insomma del “canone” trecentistico di Pas-
savanti e di Cavalca; né possono essere taciute le coraggiose aperture a un seicento
non gravato da stereotipe ipoteche baroccheggianti, ma concepito come secolo degli
scrittori scientifici, in una linea che manifestamente s’estende alle citate letterature
antiche: alla prosa lucida e piana, o tale avvertita, di Erodoto, fanno riscontro la
ricerca e la proposta, anche didattica, del latino semplice, o, su un altro piano, della
prosa tecnica, di Varrone, di Celso, di Gellio e delle Pandette, e, nel quadro degli sto-
rici, di Cesare e della sua scandita logicità testuale. l’innovatività linguistica di Gior-
dani è visibile anche nella posizione riguardo ai dialetti, di cui egli sempre racco-
manda lo studio, pur essendo contrario a una soluzione dialettale del problema
linguistico italiano, e altrettanto visibile nelle concezioni pedagogiche, contrarie alla
composizione in latino e alla traduzione dall’italiano in latino, fulcro dell’insegna-
mento retorico di molte scuole, soprattutto religiose. Più contraddittoria, e non per
questo meno definita, è la posizione ideologica, aperta ad una sorta di egualitarismo
democratico in certi suoi esiti ottocenteschi, ma generalmente attestata sulle iniziali
coordinate, sul contestuale dna politico del dispotismo illuminato settecentesco e del
rigoroso laicismo scopertamente anticlericale, in linea con le idee culturali improntate
al classicismo illuministico. Parma, città degli studi giovanili e quindi formativi di
Giordani, conserva ancora, negli anni 1788-1795, l’eco della lezione di Condillac; e le
lettere filosofiche all’ex professore domenico santi «mostrano un Giordani già sen-
sista convinto, seguace di Charles Bonnet nel campo fisiopsicologico e gnoseologico,
dello stellini nell’etica sociale; mostrano anche che l’edonismo su cui egli basava la
teoria delle passioni si colorava di tinte pessimistiche, che fanno pensare a maupertuis
e a Pietro Verri» (Le idee di Pietro Giordani, cit., p. 76). ma, per seguire l’evoluzione
del pensiero leopardiano-ottocentesco di timpanaro, lo strumento più idoneo che si

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


possa offrire allo studioso è forse costituito dai Nuovi studi sul nostro Ottocento. in un
libro di riposizionamenti e di precisazioni, di rettifiche e di provvisori autobilanci sul
già detto, il lettore potrà seguire o rivedere nei suoi esiti più recenti la definizione cri-
tica del Peccato impossibile, del suo estremizzato spirito laico (che fa evolvere il giu-
dizio di timpanaro sull’anticlericalismo giordaniano in direzione d’un vero e proprio
ateismo, sotto certi aspetti non inferiore come professione ideologica a quello di
leopardi) visto anche in relazione alle Avventure letterarie di un giorno di Pietro
Borsieri, e potrà altresì seguire la vicenda e i contenuti delle lettere al Papadopoli e gli
incoraggiamenti alla pubblicazione di testi italiani dal Cinquecento all’ottocento
(ovvero, per Giordani, fino alla contemporaneità) rivolti a quell’apprezzabile figura di
patriota greco-veneziano e filoitaliano; potrà constatare l’interesse che da Parma
l’intellettuale piacentino mostra, in un periodo non facile della sua vita, per i moti del
1846 nella sua città, moti con i quali, a sua volta, Pietro Gioia solidarizza in nome
d’un rinnovamento in chiave socialista, antiliberistica e antiborghese, della propria
ideologia (notevole anche lo scorcio sulla polemica riguardante gli asili d’infanzia,
contesi fra l’educazione laica e il desiderio di riconquista da parte gesuitica; degli asili
d’impronta laica si occupa anche, a Pisa, la madre di timpanaro, in un’illuminata
opera di difesa dei diritti dei bambini poveri e della libertà di formazione culturale);
e potrà, ancora, seguire Giordani e Carlo Bini (anch’egli fatto oggetto d’un ulteriore
approfondimento dopo i “chiarimenti” contenuti in Antileopardiani) nella loro breve,
non al tutto convinta (e nel Giordani neanche sicura) rispettiva adesione alla «società
dei raggi» e alla «Giovane italia».
Converrà per il momento non abbandonare la linea dei Nuovi studi del 1994,
anche in chiave peculiarmente leopardiana. È infatti in quella sede che molte delle
linee di studio del timpanaro ottocentista, se non anche ideologo (ma non si dimen-
tichi che è sempre presente il classicista, in specie in Epicuro, Lucrezio e Leopardi), tro-
vano un loro approdo, pur certo parziale e segnato dall’ininterrotta ricerca di meto-
do, ma un approdo conseguito tramite l’ennesima serie di accessi specialistici, mirati,
monografici o monografico-metodologici agli argomenti. motivo conduttore di que-
sto ulteriore volume edito da nistri-lischi nei «saggi di varia umanità» è sempre la
tradizione d’ascendenza illuministica, prevalentemente identificata, in àmbito di
indagine ottocentesco, nell’ideologia del classicismo d’ispirazione materialistica.
l ’ottocento è e rimane, anche quando l’autore principale in apparenza arretra verso
lo sfondo, l’ottocento di leopardi; e la precisazione non si configura affatto come
scontata e concettualmente pleonastica, se si considera che Giacomo è oggetto di cre-
scente individuazione differenziale e oppositiva rispetto alle troppe epoche, e ai trop-
pi impropri compagni di strada, che gli sono stati evocati come contemporanei.
l ’amore intellettuale, e soprattutto la razionale convinzione del filologo, dell’ideolo-
go e dell’illuminista riguardo alle idee filosofiche e linguistico-espressive di leopardi,
passano in maniera preminente non dall’isolamento, ma dalla precisa focalizzazione
della reale collocazione leopardiana nel quadro del suo ottocento, della sua polemi-
ca coevità con le illusioni romantico-spiritualistiche, della sua acuminata diversifi-
cazione anche da quei potenziali spunti che condurranno alle declinazioni del pessi-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


mismo irrazionalistico, da quello di schopenhauer a quello, ben differente ma
anch’esso distante dal Recanatese, dell’esistenzialismo. Un leopardi, dunque, non
guadagnabile alla sfera del novecentismo letterario e filosofico e degno d’essere sot-
tratto e in qualche modo salvato, come meglio ancora si vedrà in séguito, da illecite
operazioni attualizzanti.
nel capitolo dei Nuovi studi dedicato a Epicuro, Lucrezio e Leopardi timpanaro
pone alcuni punti fermi riguardo alla ricezione da parte del recanatese della filoso-
fia, ma, anche, e soprattutto, dei testi epicurei, greci e latini. in Classicismo e illumi-
nismo del 1965 lo studioso rilevava il prevalente «riserbo» nei confronti di Epicuro e
del De rerum natura, mentre nell’edizione del 1969 riconosceva una ripresa lucre-
ziana nella Ginestra (vv. 111-113: cfr. «Primus Graius homo etc.)». È l’inizio d’un dia-
logo scientifico con mario saccenti, alberto Grilli e Paolo mazzocchini19. Possiamo
rinviare, per la trattazione analitica del rapporto leopardi-lucrezio (e leopardi-
Epicuro), direttamente alle pagine dell’autore (143-197). l’approccio testuale ravvi-
cinato conduce ad una osservazione delle diversità, degli elementi di separazione del
pensiero materialistico dell’autore delle Operette morali dal pensiero epicureo del
poeta del De Rerum natura. si indicano, come dati qualificanti, la precisazione del
rapporto fra ideologia epicurea ed effettive letture (più cospicue e attestabili le ulti-
me, meno dimostrabile, in leopardi, la prima), il legame fra De rerum natura, ii, 48
(curaeque sequaces) e l’Inno ai Patriarchi, 66 («e le seguaci ambasce»), il dissenso da
Giuseppe Pacella (le citazioni dal De rerum natura, opera posseduta da leopardi,
rinviano alla lettura diretta e non al Forcellini o ad altre fonti), la perplessità per un
confronto tra la Storia del genere umano e De rerum natura, iii, 78-80 (il taedium
vitae leopardiano non è omologabile con la paura della morte in lucrezio, poiché
quest’ultima è un sentimento insopportabile che può accompagnare al suicidio). Èd
è una suggestione nella quale sono incorsi della Giovanna, Fubini, Gentile, Galim-
berti. ma il taedium vitae, a sua volta ripetutamente presente in lucrezio, non ha
alcun legame con la paura di De rerum natura, iii, 78-80, e non ha alcuna attinenza
al tema del suicidio.
a proposito d’un altro raffronto (autore il mazzocchini) fra il Coro di morti del
Ruysch e lucrezio, iii, 211-213, 939, 972-977, timpanaro osserva che la mancanza di
vita, la «ignuda natura» dei morti non può essere concetto filosofico omogeneo con
l’optimum vitale dell’atarassia epicurea, né con l’assimilazione della sfera della divinità
a quella del saggio, alla dimensione miniaturizzata del καλῶς ζῆν. Basta rileggere, di
Epicuro, l’Epistula ad Menoeceum, 133, e Κύριαι δόξαι (Ratae sententiae), XV, 144, e
XXi, 146; dalle Κύριαι δόξαι traiamo le seguenti citazioni:

Ὁ τῆς ϕύσεως πλοῦτος καὶ ὣρισται καὶ εὐπόριστός ἐστιν, ὁ δὲ τῶν κενῶν δοξῶν εἰς
ἄπειρον ἐκπίπτει.

Ὁ τὰ πέρατα τοῦ βίου κατειδὼς οἶδεν ὡς εὐπόριστόν ἐστι τὸ <τὸ> ἀλγοῦν κατ’
ἔνδειαν ἐξαιροῦν καὶ τὸ τὸν ὅλον βίον παντελῆ καϑιστάν˙ ὥστε οὐδὲν προσδεῖται
πραγμάτων ἀγώνων κεκτημένων20.

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


i limiti della vita non esulano dall’umana conoscenza e l’eliminazione del dolore
provocato dal bisogno è agevole a realizzarsi (εὐπόριστον): la serenità è conquistabi-
le durante la stessa vita. lucrezio e leopardi si riferiscono, invece, alla dimensione
della morte; non si è certo realizzata sovrapposizione di concetti diversi, ovvero di due
accezioni reciprocamente eterogenee della securitas. E il «lieta no, ma sicura» (v. 5),
come anche l’explicit (v. 32) del Ruysch, esclude del tutto la felicità, per i vivi e per i
morti («Vivemmo», viximus, siamo morti): la felicità leopardianamente consiste (o
consisterebbe, dati gli amari orizzonti storico-esistenziali dell’uomo) in una condi-
zione di fervida vitalità che contempli l’anelito ad atti gloriosi, ad atti di magnanimi-
tas, e dalla quale non siano rifiutati gli αγῶνες, le attività che annoverano la lotta e la
competizione, proprio quelle da cui Epicuro ambisce a liberare la via al suo sapiente.
Una lettura «giovanilissima» di lucrezio avvenne comunque, prima ancora che
l’autore finisse il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, e così vi furono «suc-
cessive letture parziali, anche tarde». anche Epicuro, tramite l’edizione amstelodu-
nense (1692) delle Vite dei filosofi di diogene laerzio, può essere stato concettual-
mente fruito da leopardi, che è probabile abbia all’attivo almeno una lettura delle
stesse Vite. Ed Epicuro vuol dire anche critica, segnata in leopardi da inevitabili
lacune lettoriali e informative, all’immagine vulgata dell’epicureismo; ci si riferisce
all’apoliticità, al “pericolo” di sigillata chiusura egoistica (in selettiva cerchia amicale)
insita nel pensiero epicureo, filosofia adatta all’età della Restaurazione (come è detto
nell’Ottonieri), alla sua deprivazione morale e ideale, alla sua azione inibente sugli
ideali stessi. ma ancor più profonda appare la critica (potenzialmente irraggiata,
come dimostreranno gli sviluppi del pensiero di timpanaro, in un arco transtempo-
rale) al mentalismo astratto e moralistico, all’illusione di autosufficienza e di indi-
pendenza tetragona del σοφός rispetto agli accidenti esterni; la pretesa, irrelata
monadologia individualistica, garantita dall’argine della dotazione sapienziale, è per
leopardi, come in una certa misura lo era stata per Cicerone, esposta a turbamenti
esterni che assumono in questa direzione un valore determinante; viene qui recupe-
rato un motivo centrale dell’etica teofrastea. Breve, invece, com’è noto, la fase epit-
tetèa21. lucrezio stesso, ricordiamolo, mostra una posizione ibrida, duplice, fra la
brama partecipativa alla virtù rasserenatrice e pacificante della virtù epicurea nella sua
potenzialità di superamento degli affanni procurati dalla storia e dalla natura, e
un’acutizzazione del pessimismo, della consapevolezza del dramma terrestre e cosmi-
co dell’uomo (benché in lucrezio manchi e “debba” mancare, rispetto a leopardi, la
dimensione sistematica di tale cifra pessimistica). non appare sostenibile, a timpa-
naro, neppure l’assegnazione di leopardi ad una linea “teologico negativa”, o gnosti-
ca (come ad esempio sostenuto da Galimberti); ma in questa fase del pensiero di tim-
panaro (il contributo, che in séguito sarà notevolmente ritoccato, risale al 1988)
preme maggiormente sottolineare la differenza tra il pensiero leopardiano e l’epicu-
reismo, che, qui visto quale religione antiprovvidenzialistica, non per questo vien
meno allo “statuto” di religione: perfezionamento di culto, non approdo ad ateismo
conseguente: «lucrezio ha scelto quello stile [lo stile enniano] perché il suo accosta-
mento alla filosofia epicurea era un accostamento religioso alla salvezza, perché la sal-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


vezza per lui assomigliava molto a un oracolo del divino Epicuro», secondo le parole
di antonio la Penna22.
il concetto di piacere è a sua volta, in leopardi e negli epicurei, radicalmente dif-
ferente; per Giacomo il piacere è un quid, oggetto di speranza o di ricordo (si veda il
Torquato Tasso), e non è mai realmente pensabile nella dimensione del tempo pre-
sente; e se il piacere fosse in qualche modo concepibile, esso risiederebbe nell’ennia-
na vita vitalis, non nella condizione catastematica; né v’è spazio, nel De rerum natu-
ra, per la seconda teoria leopardiana del piacere, per quella provvisoria pausa da
una realtà di male o di pericolo che è presente in A un vincitore nel pallone, nel
Colombo, nella Quiete. altrettale differenza vi è nella concezione della morte, stato
desiderabile e ricercabile in leopardi, come avviene, ad esempio, nel Bruto minore, in
cui essa è un atto accompagnato da filosofico e consapevole bagaglio di bestemmia di
ciò che è divino; l’εὐσέβεια di Epicuro mira invece alla conquista d’una vita felice e
all’abolizione culturale ed esistenziale del desiderio della morte, non al suo incre-
mento e alla sua asserzione filosofico-naturale; altre differenze alle pp. 182-185.
Conclude il saggio un Postscriptum dedicato alla discussione con altri autori di
studi leopardiani: si ricordi (p. 196) la circoscrizione della serie di scrittori che hanno
operato un influsso determinante su leopardi (a proposito della concezione della
natura e dell’antiteodicea) al Voltaire del Poème sur le desastre de Lisbonne (eccettua-
to il finale: «les sages me trompaient, et dieu seul a raison. / Humble dans mes
soupirs, soumis dans ma souffrance, / Je ne m’élève point contre la Providence», e
l’ésperance lessicalmente pronunciata)23, al d’Holbach del Bon sens e al nicolas Fréret
della Lettre de Thrasybule à Leucippe. sul materialismo lucreziano come filosofia
asciutta e austera, ma disposta a confidare nella diffusione della saggezza fra gli
uomini, si possono rileggere le parole di sainte-Beuve nei Premiers Lundis:
[…] on avait cru que […] s’était jeté en désespoir sur la solution d’Epicure, […] et
que de là, dans quelques intervalles de fixité et de repos, il avait voulu enseigner à ses
contemporaines la loi du monde, la raison de la vie, et leur montrer du doigt le sentier
de la sagesse.

l’«analyse» è «assez semblable à celle que l’abbé de Condillac appliqua depuis à la


sensation, ou Helvétius à l’amour physique»; e sempre sainte-Beuve, nella propria
ottica, indica la possibile funzione “nazionale” della poesia lucreziana:

il pensait donc servir la patrie en guérissant les Romains de cette terreur chimé-
rique, et en prouvant que la mort ne menait à rien; de là ces arides théories d’athéisme
et de néant, toujours entremêlées de conseils probes, de consolations mornes et
sévères.

E si noti che il pensiero «sans larmes» non è privo d’un suo fine, che è quello di tro-
vare risposta a «toutes les questions» della cultura dell’umanità:
Certains esprits amis de l’humanité, épouvantés de ses maux et de son délire, avaient
eu recours aussi, comme le poëte romain, à cette philosophie austère et sans larmes

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


qui se pique de voir les choses comme elles sont, qui se console de la tristesse de ses
résultats par l’idée de leur vérité, et qui, faisant l’homme si petit en face de la nature,
et osant pourtant le maintenir dans tous ses droits, ne manque certes ni de générosité
ni de grandeur […]. dans la philosophie, prenez Epicure (il ne s’agit pas ici de la
vérité de son système), de même vous trouverez la réponse à toutes les questions sur
la destinée de l’homme, de la societé, de l’humanité24.

***
si venga all’attività propriamente e tecnicamente filologica di leopardi; in questo
campo, si devono riconoscere a timpanaro meriti in buona parte istitutivi della stes-
sa valenza disciplinare consistente nella storia della filologia e nel commento agli
scritti e alle congetture critico-testuali del leopardi studioso. il volume La filologia di
Giacomo Leopardi, fin dalla prima edizione del 1955, «si rivolge agli studiosi del
leopardi, agli storici della filologia e ai filologi classici». Questi ultimi, in particolare,
«troveranno qui, citate e valutate, molte emendazioni e interpretazioni del leopardi a
testi antichi, per la maggior parte ignorate o accolte sotto altro nome dagli editori
recenti»; «il leopardi filologo: non “leopardi e gli antichi”, non “classicismo e classi-
cità nel leopardi”» (Prefazione alla prima edizione, p. Xi). E proprio l’attività filologica
sarà qui indagata: non si tratterà d’una filologia ancillare e preparatoria rispetto alla
poesia, non sarà un laboratorio tecnico da inevitabilmente indagare in vista di ariose
e più fascinose panoramiche sugli esiti estetici e sulle suggestioni, sulle malie artisti-
che del poeta dell’Infinito; sarà, piuttosto, una filologia in sé considerata e restituita
alla propria, autonoma dignità scientifica, razionale e disciplinare, il che non è poco
per un autore, e un grecista e latinista qual è leopardi, che agisce in condizioni sin-
golarmente sfavorevoli sia sul piano storico-culturale (lo stato di scarsissimo “pregio”
in cui allora sono tenuti gli studi filologici in italia), sia sul piano personale (la serie di
pesanti limitazioni informative alle quali è vincolato e per ragioni di luogo e per
ragioni di qualità della paterna biblioteca). né, certo, timpanaro cade nel tranello di
considerare la filologia come attività “centrale” in leopardi: il poeta e il filosofo
rimangono in tutto prevalenti (e in crescente misura nel corso del suo itinerario)
come figure in cui si realizzano l’intellettuale illuminista e l’artista appartenente al
classicismo. ma la dedizione assolutamente congeniale all’esercizio filologico applicato
a testi greci e latini, la sua cifra che nel tempo si affermerà come esplicitamente tec-
nica e razionalistica, “arida” (diciamolo pure se serve), il gusto degli adversaria spe-
cifici, micrologici, mirati e puntuali, precisi, non vaghi, non fumosi e generici ma
sempre volti all’interpretazione e all’emendazione del testo, all’hic et nunc concreto dei
singoli loci linguisticamente critici, l’acutezza delle congetture (congettura è codico-
logia mentale, se indotta ad alto livello), l’intuizione del metodo filologico professio-
nistico quale si andava affermando nell’ecdotica tedesca e la relativa ammirazione
“tecnica” per la dotta Germania (non per le fantasiose “ricerche” d’affinità etnica fra
greco e tedesco, satireggiate nei Paralipomeni) depongono con attendibilità per un
leopardi filologo per virtù propria e con finalità pure e scientifiche, ossia per finalità
filologiche peculiari e perseguite iuxta propria principia. studiare leopardi filologo

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


non è dunque, o non soltanto, premessa alle conquiste del poeta, magari rintracciate
nelle loro radici classiche, dai notturni omerici a quelli virgiliani, dagli idilli di mosco
all’ammirazione per la prosa greca tardo-antica, direzioni di ricerca, queste, validis-
sime e già in parte magistralmente percorse; il filologo precoce, giovanissimo, non è,
insomma, la mera premessa erudita d’un’attesa conversione al bello e poi al vero, ma
è uno degli esiti più coerenti dell’iter d’un grande classicista che realmente conosce il
greco e il latino (e questo non è scontato, nell’italia d’allora) e che applica con profon-
do e sensato acume la propria razionalità ad un metodo d’indagine che innanzi tutto
richiede proprio l’uso specifico della ragione. leopardi è pervenuto da solo (pur
con l’oggettivo aiuto contestuale d’un ambiente, arretrato, che egli supererà) ad un
metodo simile a quello hermanniano, a una filologia che non impropriamente si
può definire «formale»; e se lo stesso timpanaro, nella prima edizione de La filologia,
stabilisce una netta distinzione fra i primi lavori “eruditi” e i successivi lavori e note
propriamente filologici (distinzione necessaria anche a contestare la falsa limitazione
dell’attività filologica all’ingenua fase giovanile, con la conseguente perdita della fase
migliore e più matura), nella seconda edizione egli accoglie l’obiezione di antonio la
Penna sull’«eccessiva svalutazione del lavoro sui Padri greci […]. ora l’edizione che
dei Padri greci e degli Scrittori di storia ecclesiastica ci ha dato Claudio moreschini, e
un suo articolo sul leopardi studioso di patristica25 […], confermano che anche dal
punto di vista filologico […] c’è da trarre da questo primo leopardi più di quanto io
avessi creduto. Perciò il cap. i risulta qui arricchito e corretto. E addirittura in gran
parte riscritti sono i capitoli iii (Gli studi sulla lingua latina), iV (Roma, 1822-23), Vi
(Considerazioni sulla filologia leopardiana); ma nessun capitolo è sfuggito a un’atten-
ta revisione» (p. Xii). Così la storia de La filologia di Giacomo Leopardi documenta
anche la serie di fruttuose discussioni che si sono aperte fra gli studiosi su questo
campo d’indagine in buona parte nuovo, nei contenuti e nel metodo. ma si veda un
passo della prosa di timpanaro storico della filologia leopardiana, notando come, dal
rilievo sul dato testuale, l’analisi del metodo impiegato per il Giulio Africano (metodo
già individuato come appartenente a fase matura fin dalla prima edizione del 1955)
sia condotta fino all’individuazione della richiesta di collazione di due codici vatica-
ni (pp. 13-14):

Ιn generale, tutti i concetti che si riferiscono alla critica del testo appaiono nel
Giulio Africano chiariti e maturati in confronto alle opere precedenti. nel Porfirio,
per esempio, abbondavano ancora le note del tipo: «Θεόδοτος – Est qui legat:
Διόδοτος» (p. 315 del ms.), «Παρέργῳ – legunt alii: πάρεργον» (p. 317), senza
una presa di posizione tra le opinioni contrastanti e, soprattutto, senza una chiara
distinzione tra ‘variante’ (dei codici) e ‘congettura’ (degli editori); una distinzione
che nelle vecchie edizioni cum notis variorum usate dal leopardi non sempre era
esplicita, e che, del resto, riesce sempre poco chiara al principiante. nel Giulio Afri-
cano, invece, il leopardi prende quasi sempre posizione: anche verso il Boivin, che
prima di lui era stato l’unico a proporre buone congetture ai Cesti, il suo atteggia-
mento non è pedissequo: egli accetta, e con ragione, la maggior parte di quelle
congetture, che nell’edizione del meursius erano relegate in nota; ma altre ne respin-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


ge. Un passo, soprattutto, merita attenzione. dopo avere insegnato uno dei suoi
bislacchi modi di fare strage dei nemici lasciando loro da mangiare pani avvelenati,
Giulio africano (cap. 2, p. 117, 77 Vieillefond2) commenta: τοιοῦτον αὐτοῖς κόρον
Ἐρινὺς προξενεῖ: «Tale sazietà (una sazietà, cioè, produttrice non di nutrimento ma
di morte) offre loro, come dono ospitale, l’Erinni!». l’espressione vuol essere aspra-
mente sarcastica, e trova conferma in altri passi di Giulio africano. il Boivin aveva
corretto κόρον in μόρον, «morte», banalizzando l’espressione. Ribatte giustamente
il leopardi: «sed vox κόρον, “satietatem”, longe majorem huic loco vim, elegan-
tiamque suppeditat». Purtroppo nemmeno nella sua seconda edizione il Vieil-
lefond si è persuaso della bontà e dell’efficacia retorica della lezione tramandata. /
divenutagli chiara, adesso, la distinzione a cui accennavamo, fra lezione tramandata
e congettura, il leopardi si accorge che sulla base della sola edizione fiorentina si
lavora male, appunto perché essa non fornisce dati completi sullo stato della tradi-
zione. Bisognerebbe risalire ai codici: ed ecco che, alcuni mesi dopo, egli scrive all
’abate Francesco Cancellieri per chiedergli le collazioni di due codici vaticani dei
Cesti [e alla n. 29, a p. 14, Timpanaro precisa: «Lettera del 6 aprile 1816. Sull’auto-
grafo di questa lettera, ritrovato da Augusto Campana, vedi “Giorn. stor. lett. it.”,
CXXXV – 1958 –, p. 619»].

il passo è da considerarsi puramente emblematico, e solo del testo “in alto”; altra, più
specillare prosa hanno le note, e così le appendici e gli Addenda del 1997. ma rite-
niamo che esso possa essere sufficiente a ricordare la novità del tipo di applicazione
scientifica ma anche calibratamente divulgativa che il filologo produce sul lavoro d’un
altro filologo. da tutto il volume (che già nell’edizione 1977 diviene contemporaneo di
Sul materialismo – 1975 –, anch’esso alla seconda edizione, e della seconda ristampa
– sempre 1977 – della seconda edizione di Classicismo e illuminismo) si evince il
carattere non propedeutico, non subordinato né strumentale della filologia leopar-
diana rispetto alle grandi (e tali restano) conversioni poetiche e filosofiche. timpa-
naro ha nel frattempo ricevuto importanti conferme della validità di quel volume del
1955; e già da tempo la definizione di «filologo», e in specie di «filologo formale» non
poeta, non vocato alla divinazione genialmente intuitiva ma a una logicizzazione
alla Hermann, incertante e analitica, linguistico-grammaticale, non è ascritta a
nomenclatura “riduttiva”, bensì a connotazione costitutiva, nella sua autonomia disci-
plinare, del poeta di A Silvia: non certo a caso il primo impulso allo studio dei pen-
sieri linguistici dello Zibaldone provenne da Giuseppe de Robertis, che poi accolse La
filologia nella collana lemonnieriana da lui diretta; e a domenico de Robertis si
rivolge un periodo dell’ultima parte della prefazione del 1977, con il grato accenno a
un invito, che vi era stato, alla ripubblicazione del volume ora laterziano negli stessi
«Quaderni di letteratura e d’arte». da questo libro, come da altri luoghi in cui tim-
panaro se n’è occupato, scaturiscono importanti ricognizioni su figure di filologi e
bibliotecari quali i citati angelo mai, Barthold Georg niebuhr, amedeo Peyron; si
ricordi a questo proposito Aspetti e figure della cultura ottocentesca; soprattutto, per il
mai, si rammenti il capitolo a lui dedicato, pp. 225-271, comprensivo delle appendi-
ci A (Sulle scoperte e pubblicazioni di palinsesti prima del Mai) e B (Indicazioni biblio-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


grafiche sul Mai); il capitolo riprende «con varie correzioni e aggiunte» l’articolo
apparso in «atene e Roma», 1956, pp. 1-34.
non può essere disgiunto da La filologia («il capolavoro di timpanaro», defini-
zione di Vincenzo di Benedetto) il volume di Scritti filologici di leopardi del 1969,
curato insieme a Giuseppe Pacella, appartato e competente sodale di timpanaro e
grande leopardista26. Qui più che mai si chiarisce, in linea con il volume precedente
(ma anche successivo, viste le edizioni modificate de La filologia del 1977 e del 1997),
il carattere realmente provocatorio e la novità d’acquisizione scientifica della parentesi
del titolo, che segna al 1817-1832 gli estremi dell’attività filologica leopardiana: pro-
vocatorio, si badi, non solo per l’estremo finale, un 1832 già gravido di significati poi-
ché dilata fino ai primi anni 1830 l’estensione dell’interesse filologico professo ed
esplicito, quell’interesse di cui ancora troppo spesso molte storie letterarie mirano a
liberarsi presto in vista dell’Infinito e della poesia, ma anche e soprattutto per l’estre-
mo “iniziale”, quel 1817 che, in certo senso, postdata la fase filologica, sottraendo alla
sua sfera, semmai, e trattenendolo nel rango della premessa, proprio lo stadio erudi-
to giovanilmente ingenuo, ostensivo e incipitario. si tratta d’una vera edizione, d’un
opus magnum annoverato in una collana benemerita, un volume che

ha carattere di esemplarità. il metodo filologico classico trova in questa edizione


una prosecuzione adeguata all’oggetto. di fronte all’autografo la recensio si riduce
all’acquisizione del manoscritto e alla sua lettura, e l’emendatio è ridotta ai casi di svi-
sta dell’autore. intervengono le varianti, non solo in quanto correzioni di sviste,
anche in quanto espressione di un cambiamento di opinione. ma Pacella e timpanaro
sono andati molto oltre, hanno fatto nella sostanza una edizione storicizzante: il let-
tore è messo in condizione di apprezzare il talento filologico del leopardi, e non solo
in assoluto, ma con la possibilità di rapportare i suoi contributi alla cultura filologica
del suo tempo. E non dobbiamo dimenticare la mole di lavoro che Pacella e timpa-
naro hanno fatto nel leggere manoscritti di difficile lettura. la dedizione di Pacella fu
a questo riguardo senza limiti, fino a una sorta di diretta sympatheia: parlando del
grande recanatese, gli capitava di dire non ‘leopardi’ ma ‘Giacomo’27.

Una tale realizzazione, sia per una lettura analitica e specialistica, sia per una lettura
che privilegi l’esplorazione metodologica generale, va affidata (o riaffidata), per inte-
ro o per le sezioni d’interesse, alla fruizione diretta degli studiosi. timpanaro deve
subito avvertire che «non esiste ancora una tradizione di commenti a scritti filologi-
ci» (Prefazione, p. XViii) e ribadire che in questi scritti «la filologia è soprattutto cri-
tica testuale (proposte di emendazioni o difese di lezioni tramandate) e interpreta-
zioni di singoli passi di autori greci e latini: per i testi greci, che in molte edizioni di
allora erano accompagnati dalla traduzione latina, la diversa interpretazione data
dal leopardi si configura, per lo più, come proposta di una diversa traduzione»
(p. Viii). si accampano in questo quadro, nella loro importanza, le scoperte che mai
va facendo in ambrosiana (1814) e in Vaticana (1819). Proprio al mai e al Giordani si
rivolgono le prime lettere riguardanti i lavori filologici; la struttura costante delle Let-
tere al Giordani e al mai contempla «una prima parte dedicata alla trattazione di un

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


problema generale, poi una serie di osservazioni critico-testuali a singoli passi […],
infine un elenco di vocaboli nuovi che il mai aveva tralasciato di notare, o di vocaboli
che erroneamente il mai aveva indicato come nuovi» (p. iX). Poi si afferma la pro-
pensione allo stile scientifico, propriamente filologico, dissertante, alla nota o alle note
critiche fra loro separate, gli Adversaria. Quanto al «rapporto tra gli scritti filologici
[…] e gli appunti filologici che fanno parte dello Zibaldone», la distinzione fonda-
mentale è quella di accogliere nei «pensieri» le osservazioni di carattere linguistico, e,
nelle «schede sparse, invece, le note critico-testuali» (pp. X-Xi). Giusta anche la deci-
sione di «pubblicare tutto insieme il contenuto di ciascuna nota leopardiana, anche se
in essa siano stati scritti, in tempi diversi, appunti filologici su autori diversi», nel
rispetto, anche in vista della fruizione lettoriale, della «fisionomia di questi appunti
leopardiani: quel tanto di disordinato e di miscellaneo che essi presentano è un loro
carattere intrinseco che non deve andar perduto». né possono mancare, non frutto
d’orgogliosa autocoscienza dei risultati cui si è pervenuti, ma segno di volontà limpi-
damente informativa sui dati acquisiti dal proprio lavoro a beneficio della comunità
degli studiosi, le probe dichiarazioni di risoluzione dei punti oscuri, di acquisito
disegno della mappa, fin dove possibile minuta e particolareggiata (quindi «storiciz-
zante», nel senso e secondo la giusta espressione di di Benedetto), delle letture e dei
riferimenti testuali e bibliografici leopardiani:

Con la nostra edizione anche la parte filologica del Supplemento, finora nota solo
frammentariamente, viene ad essere tutta pubblicata; ciò non toglie che, a nostro
parere, possa essere anche utile ripubblicare in altra sede l’intero Supplemento, com-
prese, s’intende, le aggiunte agli scritti letterari (pp. Xiii-XiV).

E ancora:

le nostre note introduttive, le note alle singole osservazioni leopardiane, l’indice ana-
litico e l’indice bibliografico permetteranno di individuare, di volta in volta, l’edizio-
ne usata dal leopardi e di distinguere, cosa molto importante, ciò che il leopardi vide
direttamente e ciò che gli fu noto soltanto di seconda mano. non molti sono, in
questo campo, i punti rimasti oscuri. le nostre ricerche potranno costituire un
primo avvio per quell’indice generale ragionato delle letture compiute dal leopardi
(non solo di quelle filologiche), che sarebbe di grande utilità e che ci auguriamo
possa essere presto intrapreso con la cooperazione di vari studiosi (p. XX).

si noti, ad esempio, nella LETTERA DI GIACOMO LEOPARDI AL CH. PIETRO


GIORDANI SOPRA IL DIONIGI DEL MAI, alle pp. 3-8 (e 10-14 quanto al testo leo-
pardiano, che in tutto occupa le pp. 9-41), la dimostrazione della natura, opposta a
quella di compendio, d’un’opera (una raccolta d’estratti scoperti in due codici ambro-
siani)28 che, dapprima, il mai ritenne parte dell’epitome della grande storia romana di
dionigi d’alicarnasso, compiuta, sulla base d’una testimonianza di Fozio, dallo stes-
so autore. Qui, come anche in altri casi, La filologia e gli Scritti filologici si integrano
necessariamente a vicenda. a leopardi (non a sebastiano Ciampi né, per diversi

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


motivi, a Giordani – cfr. La filologia, pp. 33-41 e relative note) va il merito (oltre che
dell’analisi e della traduzione – compiute nel gennaio 1817) dell’attribuzione di que-
sti testi allo status di excerpta, non di prosa di compendio con relativi difetti e pregi,
una prosa della cui ratio strutturale e linguistica essi assolutamente non partecipano.
la LETTERA viene pubblicata soltanto dal Cugnoni nel 1878, mentre altri studiosi e
editori avevano nel frattempo confermato la validità della tesi di leopardi, ignari del
loro predecessore, in qualche modo usurpando involontariamente il riconoscimento
d’una priorità che era sua, anche, a rigore, rispetto ad Ennio Quirino Visconti (la
LETTERA leopardiana è comunque, ufficialmente, del 7 luglio 1817):

ma la ragione dice da se che chi vuole per giusto motivo mettersi a questo lavoro per
ordinario odioso e dannoso, dee prima di tutto impadronirsi affatto della materia che
ha da ristringere, poi da questa tirare il succo, e fare di dir molto con poco (non già
poco con poco), esprimere colle parole proprie i detti dell’autor suo più brevemente
che questi non fece, levar via il non necessario, correr diritto al segno, e soprattutto
aver l’occhio che dove ei tronca il superfluo non apparisca la piaga, e però questa sal-
dar subito con parole adattate che rappicchino insieme le membra dell’opera […]; e
come il traduttore dee fare ogni opera di parere originale, così anch’egli ingegnarsi a
più potere di comparire autore e non compendiatore, almeno a prima giunta, e però
sfuggir di copiare a parola a parola l’autor suo, o farlo di rarissimo, e non mai a
lungo, perché è impossibile che i pezzi dell’opera grande stieno in giusta proporzione
nella piccola, come non può chi copia un gran quadro in piccola tela, ritrarre senz’as-
surdità qualche figura della grandezza che questa è nell’originale. Così le istorie di
trogo furono compendiate da Giustino, il cui scritto chi leggesse senza sapere che
fosse un Compendio, non così di leggeri se n’avvedrebbe; così lattanzio compendiò
le sue istituzioni, non già copiandosi perpetuamente ma ristringendo le molte paro-
le in poche, e omettendo il non necessario (LETTERA, pp. 13-14).

E si veda, ancora, a p. 22:

nel Capo XXii. <Xii 16, i> μετὰ τὴν ἐυχὴν μέλλοντα τοῦ παρεσκευασμένου πρὸς
τὴν θυσίαν ἱερείου κατάρχεσθαι è tradotto dal mai: «quumque precibus persolutis
sacrificium esset inchoaturus.» Propriamente τοῦ ἱερείου κατάρχεσθαι vuol dire:
«victimam ferire» o «libare», che ambedue questi significati può avere quel verbo,
come prova il Buddeo. Vedete se non par copiato da questo luogo di dionigi que-
st’altro di arriano: (Exp. alex. [Expeditio Alexandri] lib. 2. c. 26. <§ 4>): καὶ ἐν
τοῦτο θύοντι Ἀλεξάνδρῳ και ἐστεφανωμένῴ τε καὶ ΚΑΤΑΡΧΕΣΘΑΙ ΜΕΛΛΟΝΤΙ
ΤΟΥ πρώτου ΙΕΡΕΙΟΥ κατὰ νόμον, κ. τ. λ.

dionigi e arriano sono fra gli autori greci di maggior interesse per leopardi. anzi,
arriano ricorre nell’universo citazionale di Giacomo, fin da allora e con qualche
oscillazione di giudizio, per poi figurare spesso, nello Zibaldone, come esempio di
prosa greca nel complesso limpida e scorrevole (pur se meno fluida rispetto a quella
dell’ammirato senofonte), prosa di minore e d’imitatore, non priva al momento o nel
passo opportuno di rinforzo retorico, ma pur sempre frutto di cifra linguistica atti-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


cista e atticista pura nella sua riuscita, se non nell’origine geografica dello scrittore.
arriano è inoltre oggetto d’interesse per aver scritto in attico la Ἀλεξάνδρου ἀνάβασις
(appunto, l’Expeditio Alexandri) e in ionico, «per capriccio», la Ἰνδικὴ συναγωγή
(Historia Indica). l’evidenziazione di maiuscole e minuscole, segno dell’esplicito
interesse leopardiano per il dato grammaticale, precipuo in questo periodo, ma in
ogni caso perdurante per tutta la carriera, giunge a distinguere e isolare nel segmen-
to di testo la costruzione di κατάρχεσθαι con τοῦ ἱερείου (e a lasciare la determina-
zione aggettivale πρώτου in carattere minuscolo)29.
a p. 50 inizia la trattazione del Frontone; è fin troppo nota l’ammirazione per
l’“arcaicizzante” autore latino del leopardi di quegli anni, un leopardi “giovanile” che
qui è riconoscibile: «anzi io credo che i cultori dell’arti belle brameranno sempre che
si scopra più tosto un’egregia opera d’un maestro sconosciuto che un’egregia opera di
un maestro già da tutti conosciuto e studiato […]. Ed io per me non dubiterei di com-
perare, potendo, qualche ode d’alceo o di stesicoro o di simonide con qualche ode di
Pindaro, né di dare parecchie elegie d’ovidio per qualcheduna di Callimaco, e due o
tre commedie di Plauto per altrettante di Cecilio o d’afranio». si tratta d’uno scrittore
che lo stesso Giordani riconobbe come vacuo retore, né, certo, una cifra autoriale
superiore gli attribuisce lo stesso timpanaro. ma anche in questo caso le osservazio-
ni leopardiane costituiscono una notevole restituzione di correttezza al testo d’auto-
re, dopo alcuni fraintendimenti operati dal mai. nel maggio 1816 leopardi invia al
mai la traduzione, il Discorso introduttivo e le note (e il mai, nell’edizione frontonia-
na del 1823, si servirà in parte, senza citarlo, del privato lavoro leopardiano); la tra-
duzione non soddisfa Giacomo, che destina i suoi fogli al cassetto, come egli stesso
dice nella lettera, sempre al mai, del 21 febbraio 1817; proemio e note, insieme ad
altre osservazioni in séguito effettuate al testo di Frontone, dovrebbero servire per una
dissertazione, che poi si scinde progettualmente in due lettere (destinatario Giordani),
una di ordine “letterario”, rimasta incompiuta, e una di ordine “critico” (critica del
testo), neanche abbozzata, e ciascuna con i relativi appunti. il titolo conferma la pri-
mitiva volontà unitaria, ma la LETTERA non giunge mai a compimento; eppure le
congetture e le annotazioni sono, al solito, molto interessanti e sotto certi aspetti
più lessicalmente approfondite e sviscerate rispetto a quelle degli stessi editori tede-
schi, che si sono, semmai, segnalati per il riordino, a paragone dell’edizione mai,
delle varie “parti” che la compongono. il tedio di questo prolungato impegno fron-
toniano concorre, soprattutto nella parte «letteraria», all’interruzione della stesura;
concorre, si è detto, poiché diverse e forse ancor più importanti cause sono interve-
nute a dirottare ad altre mete l’acuzie testuale e autotestuale leopardiana, a riprova
della risonanza del dato filologico, o addirittura dell’appunto di lettera, in chiave di
percorso storico-ideale e artistico del poeta: «Verum a perficiendo opere tum rei
diuturnitas et fastidium tum prorsus immutata studiorum ratio, praeterea multa
vitae meae incommoda me ut hactenus deterruerunt ita semper ut puto deterre-
bunt», si legge a p. 74 di Sopra il Frontone del Mai (LETTERA DI GIACOMO LEO-
PARDI AL CH. PIETRO GIORDANI SOPRA IL FRONTONE DEL MAI – Scritti filo-
logici, cit.). i curatori ricordano a questo proposito l’«accenno» alla conversione

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


letteraria «e ai vari motivi d’infelicità […] che trovano espressione nelle lettere al
Giordani e negli altri scritti di quel periodo». E questa serie di riferimenti a dionigi e
a Frontone potrebbe essere ulteriormente ampliata; ma i dati forniti sono, credo,
sufficienti a farci penetrare con un primo sguardo nell’officina filologica leopardiana
e, altresì, nell’officina del suo studioso; in tal modo, l’esame ravvicinato, tecnico,
minuzioso della cultura e dell’attività filologica di Giacomo, della sua cifra non gra-
tuitamente erudita (dopo gli studi di timpanaro e d’altri è diventato difficile conti-
nuare a definirla tale) acquista importanza e status di contributo di ridefinizione
storiografica generale della figura di leopardi. Così, il fruitore di questi studi entra in
una costellazione bibliografica non più esigua, pur se molto in tal senso resta da
fare; e importante è a questo proposito l’altro punto di riferimento fondamentale per
gli studi filologici leopardiani: l’edizione a cura di Claudio moreschini dei Fragmen-
ta patrum Graecorum e degli Auctorum historiae ecclesiasticae fragmenta (1814-1815),
ivi (stessa collana, V1 e V2), 1969. a proposito delle Osservazioni su Sincello, il
«Chronicon Paschale» e il «Chronicon» di Eusebio (nell’Appendice dalle carte napole-
tane – mn Xiii, 4), pp. 774-777, definite come «un confronto tra il testo del Chroni-
con di Eusebio del mai, da una parte, e il Chronicon Paschale e la Cronaca di Giorgio
sincello, dall’altra», si rinvia alla citata edizione Pacella-timpanaro degli Scritti filo-
logici, pp. 205 ss.
di un autore universalmente noto e riconosciuto a livello internazionale (talvolta
in modo ancor più chiaro di quanto ciò non sia avvenuto in italia), anziché compi-
tare leziosamente le tappe pubblicistiche fondamentali, sarà bene richiamarsi ai
volumi d’àmbito editoriale pisano, sebbene scritti nella fase biografica fiorentina:
sono i volumi che, da Classicismo e illuminismo ai Nuovi studi, segnano la produ-
zione da nistri-lischi, con l’eccezione di Antileopardiani e neomoderati, sempre
edito a Pisa dalle Ets, e sono, altresì, i volumi che che hanno fatto sì che timpana-
ro fosse timpanaro, per la maggioranza dei lettori. adottando, come in parte già
altra volta abbiamo fatto30, un’ottica retrospettiva che dai Nuovi studi e in questo caso
dalla terza edizione di Sul materialismo riprenda le fila della leopardistica timpana-
riana (e leopardistica significa a dir poco una prospezione sull’intera ottocentistica
dello studioso), non si può a meno di riconoscere che uno dei punti basilari, dive-
nuto centrale, mantenutosi tale e variamente rielaborato nella diacronia culturale di
timpanaro, sia rappresentato dalla valorizzazione dell’appartenenza al fronte clas-
sicistico d’un leopardi che è stato anche sotto questo profilo oggetto di dibattito e di
diversa interpretazione da parte d’altri studiosi, a loro volta protagonisti della vicen-
da critica (non solo dell’italianistica) novecentesca. subito emergono i nomi di
Cesare luporini e di Walter Binni, dell’autore di Leopardi progressivo e di quello de
La nuova poetica leopardiana e de La protesta di Leopardi (ma entrano legittima-
mente nella considerazione critica anche Bruno Biral e Gianluigi Berardi)31. Con
questi studiosi timpanaro intesse la sua caratteristica, peculiare metodologia di
dialogo, sostanziata di chiarezza e di cortesia, di limpida e ferma espressione del dis-
senso, accompagnata, e anzi spesso preceduta, da una pronuncia di non retorica
stima per l’altro e per i risultati del suo lavoro; questi ultimi vengono valutati in una

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


sintetica e lucida rassegna delle benemerenze scientifiche e critiche oggettive nella
leopardistica e nell’ottocentistica (come del resto avviene da parte di timpanaro
nell’àmbito della filologia classica). tale connotazione del dialogare si pone quale
autentico tratto caratterizzante della sua forma mentis, del suo calamus e del suo
modus scribendi illuministici, quasi talvolta colloquiali e sempre perspicuamente
allocutivi nei riguardi dell’interlocutore vivo e presente, come di quello libresco,
accademico, saggistico o epistolare (si rammenti C. CasEs-s. timPanaRo, Un
lapsus di Marx. Carteggio 1956-1990, a cura di l. BaRanElli, ii ed. riv. e corr.,
Pisa, 2005). anche nel caso d’appassionate pronunce polemico-ideologiche, come a
solo titolo d’esempio quella nei riguardi di adriano sofri32, di cui più sotto ci occu-
peremo, non vanno mai dimenticati la fondamentale, reale e sincera professione di
rispetto per l’altrui pensiero, né il vero e proprio antiegoismo di timpanaro, un
antiegoismo primariamente connaturato e concepito come senso collettivo della
comunità interpretante, al quale, anche in questo caso, molto afferisce e giova
l’opzione culturale illuministica, come anche l’opzione filosofico-ideologica marx-
engelsiana. Quella di timpanaro è una polemologia acuminatamente critica, non
definibile banalmente come tensione di pensiero “tradotta” in forme amabili nel por-
gere linguistico, ma come vis intellettuale intimamente forgiata di cortesia, di amore
razionale ed etico per il dialogo e per lo scambio di acquisizioni scientifiche, di
risultati critici e di convinzioni e giudizi di valore, e insieme di comprensione umana
per lacune o debolezze culturali di tanti interlocutori meno preparati del «filologo
materialista», ma pariteticamente accolti in un dialogo nel quale il rigore, talora la
severità, proprio in se stessi e in quanto tali, per concorde testimonianza istituivano
nel corrispondente un titolare di posizione culturale, anche dove questa appariva
discutibile; lo promuovevano insomma, soprattutto se giovane, al rango d’una reale
dignità di destinatario di serio e amichevole colloquio.
il dissenso da luporini è visibile fin da Classicismo e illuminismo (cfr. pp. 108-117
e passim); l’ottica luporiniana non poteva, almeno nella sua definizione del 1947, real-
mente approfondire il periodo di allentamento dell’interesse civile, di ripiegamento in
se stesso del filosofo leopardi, negli anni che vanno dal 1823 al 1829: quel periodo di
ricerca d’adattamento e di saggio disincanto, di rassegnata decantazione della realtà,
è vissuto all’insegna di luciano e poi di Epitteto e della filosofia ellenistica, conside-
rata quest’ultima sotto il profilo dell’etica e della pratica. E risultava allora difficile per
luporini ammettere una fase di riflessione a netta prevalenza di pensiero centrato sul-
l’àmbito personale, e in definitiva apolitico. altrettanto si può dire della mancata
considerazione dei connotati autonomi del materialismo leopardiano, «incentivo al
disimpegno politico», «almeno in un primo tempo», né ciò può meravigliare, visto
che «molto meno facile e immediato era il compito di coordinare il nuovo pessimi-
smo materialistico con un atteggiamento politico-sociale progressista» (Il pensiero del
Leopardi, in Classicismo e illuminismo, p. 133); luporini traguarda la propria analisi
all’individuazione del «progressismo politico-sociale», e il materialismo di quel perio-
do dell’evoluzione culturale e ideologica di Giacomo, nella sua lettura, si configura
come una filosofia che adempie al compito di cerniera fra «il primo e l’ultimo leo-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


pardi»; ne risulta parzialmente depotenziata la fruizione luporiniana dei presupposti
materialistici delle Operette, del loro protratto esercizio di lucida asciuttezza ideolo-
gica e stilistica. la constatazione può estendersi al modo non convincente in cui è
stato recepito il pessimismo cosmico, la filosofia dell’«infelicità perpetua e insanabi-
le dell’uomo», sempre considerato come dato importante, ma provvisorio, in nome
d’una «non definitività del pessimismo leopardiano» (valutazione d’origine risorgi-
mentale, già emersa in de sanctis e in tal senso variamente ripresa, appunto, dallo
stesso luporini, da Biral e da Berardi). Ed anche il richiamo all’orizzonte della dia-
lettica come possibile superamento del pessimismo «significa disconoscere il carattere
tutto pratico, sensistico-edonistico del pessimismo leopardiano»: tale connotazione
sensistica è destinata a superare, essa sì, ogni forma o riproposizione del provviden-
zialismo, non solo di quello di marca religiosa, ma anche di quello d’impronta lai-
cizzante, segnato da modelli d’eudemonismo immanente. E leopardi in tal senso
smentisce anche le prospettive provvidenzialistiche fiduciose in una felicità generale
capace di riassorbire la stessa infelicità degli individui:

sotto questo aspetto, la polemica leopardiana contro gli apologeti della divinità o della
natura presenta una reale analogia con la polemica marxista contro la pretesa degli
hegeliani (e di tutta una millenaria tradizione filosofica) di sopprimere l’alienazione
umana «nel pensiero» e non, prima di tutto, «nella realtà»: di giustificare il mondo e
non di cambiarlo. soltanto, per il pensiero marxista la realtà che è causa dell’infelicità
umana è essenzialmente una realtà economico-sociale; per il leopardi, è essenzial-
mente una realtà fisico-biologica. Per il marxista, la forza condizionatrice della natu-
ra sull’uomo si è esercitata soprattutto ai primordi dell’umanità, in una specie di pro-
logo o di antefatto preistorico: da quando l’uomo ha cominciato a lavorare e a
produrre, la natura avrebbe cominciato a ridursi (e sempre più si ridurrebbe in futu-
ro) a mero oggetto di attività umana: l’«uomo storico» metterebbe sempre più in
ombra, e alla fine assorbirebbe e supererebbe del tutto l’«uomo naturale». Per il
leopardi, la natura conserva anche di fronte all’uomo civilizzato tutta la sua formi-
dabile forza logoratrice e distruttrice: perciò la lotta dell’uomo contro la natura si con-
figura nel pensiero leopardiano come una lotta disperata, e la distruzione di tutti i
miti non dà luogo a una visione ottimistica della realtà, ma ad un pessimismo lucido
e combattivo (Il pensiero del Leopardi, p. 147)33.

l’accenno alla necessaria priorità d’una liberazione “materiale” e sensisticamente


accertabile trova un notevole legame con l’influenza di teofrasto (benché la lettura
leopardiana dei Caratteri risalga al 1825); è quindi dall’Etica Nicomachea, è ancora da
aristotele che promana la sottolineatura del peso, del condizionamento decisivo e
discriminante, per la felicità umana, degli eventi esterni, dell’«impero della fortuna»,
della «preponderanza» di quest’ultima sopra la «virtù»; e sempre l’etica aristotelico-
teofrastea rimarca la presunzione d’una linea filosofica (non limitata alla sola anti-
chità) che, come già si è avuto modo di dire, ha ritenuto sufficienti «la virtù sola o la
sapienza» per l’ottenimento della felicità. altri paragrafi del dissenso da luporini, cia-
scuno dei quali sarebbe degno d’uno specifico approfondimento, sono rappresentati

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


dalla circoscrizione, nel tempo, della fase epittetèa (per luporini invece essa è, si
può dire, protagonista d’una fisiologica alternanza con i momenti o i periodi d’inten-
sificazione del titanismo eroico), l’indicazione dei moti napoletani e torinesi del
1820-1821 come fonte per leopardi di delusione storica ravvicinata nello spazio e nel
tempo, il riconoscimento d’una «sfasatura» o di un «temporaneo contrasto tra pro-
gressismo politico-sociale e progressismo “scientifico”», tra «democraticità e raziona-
lismo laico»; in quest’ultima vicenda critica, il concetto di “forbice” (pur non assolu-
ta e soprattutto non permanente) tra avanzamento del pensiero politico democratico
e avanzamento del pensiero scientifico laico è esemplificato tramite i materialisti
d’Holbach e la mettrie, che infatti hanno, anche a livello di categorie sociali ed eco-
nomiche, idee più moderate di Rousseau, da parte sua progressista sul piano politico;
è esemplificato tramite il pensiero d’Epicuro, e, considerate le debite differenze, di
lucrezio, che, come si è visto, è ancora criticamente sub iudice sotto lo stesso profilo
del progressismo, e più ancora sotto l’aspetto d’un materialismo filosofico d’essenza
religiosa, veicolo d’una coscienza antiprovvidenzialistica che nel suo atto d’autoas-
serzione s’istituisce come pietas, come devozione razionale, o, se si vuole, come laica
εύσέβεια; tale concetto è, altresì, esemplificato tramite l’inadeguata indagine che a
tutt’oggi la cultura storiografico-ideologica marxiana promuove del positivismo, una
corrente della quale non appaiono del tutto valorizzati i notevoli contributi recati alla
concezione materialistica, sia in campo umanistico, sia in campo propriamente scien-
tifico. ma ricordiamo che la suddetta “forbice” vale anche, seguendo il pensiero di
timpanaro, in àmbito novecentesco; Umberto Carpi (Timpanaro e il problema del
romanticismo, nel citato volume collettivo Il filologo materialista, p. 144) focalizza
un’altra apparente contraddizione, a proposito di Karl Korsch e subito dopo aver
parlato del titanismo – nozione accolta da timpanaro, ma «d’assai debole antiro-
manticismo» – di leopardi e di lucano, sempre per timpanaro rispettivi eroi del pes-
simismo cosmico biologico e del pessimismo cosmico politico:

ricordo appena come nella sua coeva polemica contro Karl Korsch timpanaro, filo-
soficamente severissmo col Korsch filoidealista, fosse invece politicamente assai sim-
patizzante con il Korsch estremista, che trovava esaltante per l’utopia d’una rivolu-
zione operaia spontanea e pura, senza fasi intermedie e senza capi e insieme disperato
e pessimista per la consapevolezza che d’un’utopia appunto si trattava, essendo in
realtà la classe operaia isolata e debole. la disperazione pessimistica: in lucano,
politicamente reazionario, una filosofia rivoluzionaria; in Korsch, reazionario filo-
soficamente, rivoluzionaria la politica. Rovesci della medesima medaglia, la stessa
quanto mai ‘romantica’ contraddizione: che appunto il classicista-illuminista leo-
pardi, col suo materialismo e antimoderatismo, era chiamato a comporre.

di diverso segno sono i dissensi d’àmbito leopardiano rispetto a Binni. Per que-
st’ultimo, del quale timpanaro disapprova anche la posizione riduttiva verso gli
studi di Umberto Bosco e, in altro senso, di Emilio Bigi, vi è la forte presenza in leo-
pardi di motivi romantici assolutamente distinti da quelli originati da quelle conce-
zioni e ispirazioni filosofico-culturali reazionarie o reazionario-religiose che in quan-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


to tali sono proprie di altri scrittori e di altri pensatori e che sono aliene dalla visione
del mondo leopardiana; anzi, leopardi più d’ogni altro riesce ad evitare esattamente
a quelle «istanze di fondo», che rendono non casuale il suo trait d’union con il
romanticismo, la degenerazione mistico-irrazionalistica, come invece poteva avvenire
nel romanticismo cosiddetto “ufficiale”. sempre fondamentale, a nostro avviso, un
passo di Binni:

alla linea classicismo-illuminismo in cui il timpanaro chiude la posizione del leo-


pardi di fronte ad ogni raccordo e componente romantici si potrebbe rispondere
adeguatamente solo con un discorso lungo e articolato che investirebbe la ridefini-
zione della realtà non schematica di «romanticismo» «illuminismo» «classicismo»:
un discorso solo in parte avviato da varie obbiezioni mosse da vari recensori del
libro di timpanaro e che più recentemente (prendendo le mosse da questo mio
saggio) è stato ripreso direttamente su leopardi da P. Fasano (Leopardi controro-
mantico, in «il Ponte», giugno 1971) in un saggio, che tende a vedere un leopardi il
quale svolge a suo modo istanze romantiche di fondo, mentre combatte posizioni
“ufficiali” e precise e qualificate linee di romanticismo spiritualistico reazionario e
ottimisticamente “progressista”, senza così risultare un puro e semplice classicista
illuministico, tanta è la pressione di elementi preromantici da lui assorbiti (e si
veda per il problema più generale del romanticismo italiano il mio saggio La batta-
glia classico-romantica in Italia in Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firen-
ze, la nuova italia, 3a ediz. 1963) e tante sono le attrazioni e i connotati di tipo
romantico che leopardi subisce e presenta pur riassorbendole e sviluppandole in
una sua particolare via e difendendole da sconfinamenti nel romanticismo reazio-
nario o artisticamente approssimativo con l’arma del classicismo e dell’illuminismo.
né del resto il problema di un romanticismo classicista riguarda solo leopardi, ma
tante altre grandi personalità del primo ottocento europeo in una vasta raggera di
posizioni male schematizzabile34.

il fatto è che l’impostazione storico-critica di Binni poggia, riguardo al romantici-


smo come movimento culturale e letterario e in relazione alle posizioni di timpa-
naro, soprattutto sul concetto di “libertà”, sia sul piano dell’estetica, della concezio-
ne e della pratica di composizione artistica (come affrancamento dalla regolistica del
“bello” e del “decoro” formale, più o meno apertamente imposti), sia sul piano
ideologico, come generale moto di ribellione all’oppressione politica e, da parte
d’alcuni popoli ancor più sfortunati di altri, come aspirazione all’indipendenza
nazionale; in timpanaro, a differenza che in Binni, prevale nella visione del roman-
ticismo l’idea del recupero d’un misticismo spiritualistico-religiosizzante – inte-
ressato regresso rispetto alle conquiste del materialismo settecentesco e fattore di
condizionamento negativo di molti aspetti progressisti (non certo sottaciuti da
timpanaro) dell’esperienza storica romantica. sulla fusione, non sempre segnata da
aspetti contraddittori, di componenti classicistiche e di componenti romantiche
nel passaggio settecento-ottocento, ci sia consentito citare, in relazione alle posi-
zioni di timpanaro, un secondo brano di Binni, in Classicismo e Neoclassicismo nella
letteratura del Settecento35:

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


i motivi più vivi del gusto neoclassico, sempre appoggiati allo stile delle arti figurati-
ve (appiani e soprattutto Canova), verranno agli inizi del secolo ripresi e nuovamente
svolti dal monti e dal Foscolo e fecondati in quest’ultimo dal suo potente spirito
romantico in una speciale linea neoclassico-romantica in cui gli elementi di nostalgia,
di aspirazione ad un mondo perfetto di bellezza agiranno come distinzione dal
romanticismo ufficiale, ma anche come trasformazione, essa stessa, a suo modo,
romantica, di quegli elementi di perspicuitas, di regolarità, di chiarezza, di sicurezza
formale che nel settecento erano rimasti, anche nella valida espressione poetica
pariniana, più legati ad una concezione edonistica della poesia. E in tal senso le esili
sintesi preromantiche di un Pindemonte o di un Bertola e il premere, anche se com-
battuto, dei fermenti preromantici avevano il valore di un esempio e di uno stimolo
essenziali sulla via della grande sintesi letteraria e poetica foscoliana, vero culmine di
un’epoca di crisi e di ricerche.

alla perplessità sulla «speciale linea neoclassico-romantica» e sul termine «prero-


manticismo» (come su ogni definizione “combinatoria”), timpanaro fa corrispondere
un consenso si può dire totale con l’interpretazione alfieriana e con molti altri aspet-
ti degli studi, non solo leopardiani, di Binni (cfr. Aspetti e figure della cultura otto-
centesca, passim). da parte di quest’ultimo (Binni, appunto), nella Lettura delle «Ope-
rette morali» (Genova, marietti, 1987) si riequilibra quella che appare una non
compiuta valutazione, rintracciabile nella Nuova poetica, del leopardi idillico ante-
riore al 1830. Ed è sempre segnato dal consenso il riferimento a timpanaro nella
Lezioni leopardiane (su argomenti che vanno dal Giordani al «potenziale democrati-
co» del «pensiero materialistico leopardiano»)36.
sul problema del romanticismo (che occupa gran parte della Prefazione alla
seconda edizione di Classicismo e illuminismo, una Prefazione che deve essere per
intero riaffidata al lettore, anche nella freschezza di tono delle polemiche con samonà,
con Vené e con altri studiosi) converrà, qui, un’apertura sul dialogo, o sul confronto
critico, con Umberto Carpi, studioso che ebbe con timpanaro una lunga e non infe-
conda discussione riguardante il ruolo del gruppo dei moderati toscani della «nuova
antologia» (un nucleo polemico che, com’era naturale, data l’importanza dell’argo-
mento e le discussioni di quegli anni, e data ovviamente la statura dei protagonisti,
s’ampliò fino ad investire tematiche di ancor maggiore riscontro e d’ancor più vasta
risonanza ideologica e letteraria). nel citato contributo su Timpanaro e il problema del
romanticismo37, Carpi ripercorre le grandi e note opzioni culturali e politiche di
timpanaro nei decennî:

impressiona […] constatare come sia nel vivo dello specialistico lavoro di storico
della filologia che cresca il bisogno di filosofia e di teoria, di critica politica delle
ideologie. Certo, da sempre, la passione politica militante e, negli anni cinquanta, il
precisarsi della scelta marxista; certo, negli anni sessanta del centrosinistra e poi della
nuova sinistra, stimoli esterni fortissimi alla politicizzazione della ricerca e del lavoro
culturale: ne verranno intrisi negli anni successivi la critica del marxismo hegeliano e
dialettico da lui posto a fondamento del giustificazionismo storico e del graduali-
smo politico, la critica del freudismo e dello strutturalismo, quella asperrima contro il

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


riformismo di impostazione togliattiana nella variante berlingueriana del compro-
messo storico e contro alcune espressioni storiografiche che gli parvero ad esso orga-
niche e insieme quella contro l’estremismo spontaneistico e volontaristico.

l’itinerario è qui sinteticamente (e assai efficacemente) delineato. dal centrale labo-


ratorio leopardiano e ottocentistico si diffonde la visione critica costituita dalla nove-
centistica timpanariana, già connotata con precisione, anche se con frequenti ripen-
samenti metodologici, dall’antihegelismo, dall’antidialettica e dall’antiidealismo, e
altresì segnata (con la citata premessa di Materialismo ed empiriocriticismo di lenin)
dal severo esame del gramscismo, dalla dura analisi del gradualismo compromissorio
da togliatti agli esiti recenti, dall’amara diffidenza per lo spontaneismo giovanilista e
incondito, dalla critica della psicoanalisi, dell’antropologia, dello strutturalismo. È
questo, evocato per tappe essenziali, il percorso culturale di timpanaro, al di fuori
delle specifiche competenze di antichista, di filologo latinista. ma dall’analisi di Carpi
s’evince ovviamente molto di più; anzitutto, la progressiva ridefinizione in timpana-
ro del giudizio critico antiromantico, che sempre più si chiarisce come valido in àm-
bito tedesco (più complesso e più scopertamente vicino ai recuperi culturali medie-
valeggianti, intuizionistici e irrazionalistici, e più denso di novecenteschi sviluppi
imperialistici e reazionarî) anziché in quell’àmbito italiano già indicato nella prefa-
zione a Classicismo e illuminismo del 1969 come intriso di motivi illuministici e da
essi in buona parte derivante (si parla soprattutto del romanticismo lombardo, indub-
biamente la più connotante e avanzata ricaduta del romanticismo europeo nel con-
testo italiano). in Antileopardiani (p. 29) timpanaro smentirà la possibile equazione
romanticismo-reazionarismo: «il Romanticismo non è affatto qualificabile, nel suo
insieme, come un movimento reazionario». lo studioso, insomma, appare più anti-
romantico verso la Germania e verso una cultura ben più antiilluministica della cor-
rispondente cultura romantica italiana, mentre per converso, riguardo all’italia, tim-
panaro appare filoilluminista e filoclassicista più ancora che antiromantico (proprio
per relativa esiguità dell’oggetto di polemica). lo stesso approfondimento della filo-
logia, della linguistica e della «cultura romantica tedesca» amplia il respiro europeo
dei saggi di timpanaro, i quali, all’epoca degli studi su Giacomo lignana e su Il
primo Cinquantennio della «Rivista di filologia e d’istruzione classica», mostrano d’es-
sersi grandemente avvantaggiati della riflessione sui fratelli schlegel, su Franz Bopp,
su august Boeckh; significativa, a questo proposito, la predilezione per la filologia
integrale (tutt’altro che aliena, anzi consustanzialmente marcata dall’intuizionismo
spiritualistico schleiermacheriano) di Boeckh, per la sua filosofia-filologia, rispetto al
mero filologismo «interpretazione-emendazione» di Hermann: ma anche questo
dato funziona in chiave antihegeliana, insomma contro «l’esclusivo filosofismo di
Hegel»38. E timpanaro, nel frattempo, ha sviluppato altre premesse, formatesi prin-
cipalmente nell’attiva collaborazione a «società»; molto gli deriva dalla polemica d’un
lucio Colletti ancora marxista con Giulio Preti e con l’impostazione neopositivistica
di Materialismo storico e teoria dell’evoluzione, una polemica non condotta in nome di
Hegel, bensì in nome d’«una risposta marxista-materialista, diciamo un materialismo

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


storico materialista e non storicista» (e l’Engels di timpanaro è «la buona coscienza
antidealistica e darwiniana» di marx, dove quello collettiano estremizza la radice dia-
lettica che collega marx al “vecchio” Hegel); altrettale contributo proviene, secondo
Carpi, dai saggi di Pietro omodeo sulla vexata quaestio sei-settecentesca della gene-
razione spontanea o meno, sul pensiero materialistico-evoluzionistico, su quelle
scienze della natura all’interno delle quali timpanaro diffiderà della chimica e della
fisica – soprattutto della seconda e della sua «funzione […] di incubatrice dell’idea-
lismo e del metodologismo» nel novecento – per trovare invece profonda consonanza
con le scienze biologiche (geologia, paleontologia, biologia evoluzionistica); altre
sollecitazioni muovono dal sergio landucci di Metodologismo e agnosticismo e da I
filosofi e le macchine di Paolo Rossi. né sono meno importanti le Osservazioni sul ter-
mine struttura di Giulio lepschy, in questo caso (1962) pubblicate nella sede degli
«annali della scuola normale superiore» di Pisa: è il crinale, il discrimine tra scien-
ze della natura e scienze dello spirito il vero argomento, o meglio il vero problema
centrale per gli studiosi strutturalisti di allora, e, di riflesso, tale esso è anche per tim-
panaro. di riflesso, perché, sugli stessi temi ma in ribaltata prospettiva (quindi in
chiave antistrutturalista), lo studioso filoilluminista affronterà nei saggi schlegeliani la
relazione tra biologia, antropologia e linguistica nell’ottocento: fondamentale diverrà,
come lo era per lepschy, la figura di Humboldt, e il confronto serrato (dopo quelli
con omodeo e con Colletti, e con il materialismo nelle scienze della natura e nelle
scienze storiche) sarà con il Cassirer della Filosofia delle forme simboliche, di cui
timpanaro, pur così lontano da quell’impostazione spiritualista, si vedrà imporre

dal punto di vista linguistico la inquietante centralità, fra Herder schelling e schlegel,
del romantico – postilluministico e postkantiano – concetto di organismo e la non
meno inquietante ineludibilità di Wilhelm von Humboldt per comprendere lo stesso
superamento del romanticismo schlegeliano operato da Franz Bopp. insomma, la
strada per giungere all’evoluzionismo darwiniano dal materialismo e sensismo set-
tecenteschi era stata in Europa troppo più lunga e tormentata di quanto gli italiani
capitoli antiromantici e filoclassicisti avessero lasciato intendere: rispetto ad essi non
solo i saggi materialisti (engelsiani e antihegeliani) di «Quaderni piacentini», ma
anche, anzi soprattutto questi linguistici di «Critica storica» (e lo stesso vale per gli
studi freudiani) rappresentarono un notevole sforzo, da parte di timpanaro, di apri-
re la propria riflessione filosofica e ideologica alla medesima dimensione europea che
da subito aveva caratterizzato le sue ricerche di storia della filologia classica (Timpa-
naro e il problema del romanticismo, cit., p. 157).

Ed è precisamente lo studio della linguistica romantica, come anche delle premesse


teoriche del romanticismo, a spiegare in retrospettiva, tramite i saggi schlegeliani del
1972 e del 1973, i lavori sul pensiero di leopardi (apparso in «Critica storica» nel
1964) e su Cattaneo ed ascoli (apparso nella «Rivista storica italiana» nel 1961 e nel
1962). senza lo studio della linguistica romantica tedesca, avverte Carpi, non sareb-
bero realmente intelligibili lo stesso spirito culturale classicista che ha presieduto a
quegli importanti paragrafi d’ottocentistica italiana, né «le successive, reiterate pro-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


teste contro la taccia di mero antiromantico»: «fra evoluzione della scienza linguisti-
ca e delle scienze naturali e fisico-chimiche e a prescindere dal rigetto ideologico,
netto ma estrinseco, di spiritualismi razzismi nazionalismi, l’antiromanticismo tutto
settecentesco-materialistico di timpanaro» è «messo a dura prova dal romantici-
smo postilluministico schlegeliano e in generale jenese e dalla stessa Naturphilo-
sophie di schelling». nello stesso modo, non è possibile capire nella loro ampiezza le
implicazioni filosofico-scientifiche e letterarie della battaglia culturale di timpanaro
senza alcune «riflessioni», «più interlocutorie che conclusive»; tre punti, in particolare,
scandiscono l’argomentazione di Carpi. innanzi tutto, la sostanziale rimozione (in un
timpanaro segnato dall’antihegelismo più che dalla chiusura antiromantica) del
forte antiromanticismo di Hegel, della sua critica alla disgregazione dell’oggettività e
all’abbandono della Rivoluzione; la «critica più radicale e inconciliabile del romanti-
cismo», insomma, una «critica al cuore del romanticismo», proviene proprio da ori-
gine hegeliana e provoca incertezze, a dire di Carpi, esattamente in sede filosofica, più
che di opzione o di giudizio storico-politico: «il vero spiritualismo antimaterialistico,
per timpanaro, è lo hegeliano più che il romantico», se è vero che lo studioso della
linguistica schlegeliana definisce «intreccio di arbitrio metafisico e di acuta intuizio-
ne storica» la Sprache und Weisheit der Indier, con un giudizio che in realtà non si
limita a questa singola opera: «la verità è che il totale rifiuto di Hegel, e dunque un
marx adialettico, rendono timpanaro incerto di fronte alla critica romantica e irra-
zionalistica della società borghese». E questa considerazione vale anche, almeno in
parte, per il nietzsche di un timpanaro che, una volta fatto sgombrare il campo da
interpretazioni degenerazioni strumentalizzazioni postume (rimozione del tutto
necessaria, come poco oltre vedremo), manifesta in Il lapsus freudiano, quindi già dal
1974 (e prima ancora), la sua insofferenza per il “semplicismo” della valutazione di
György lukács. in secondo luogo, ricordando l’«imbarazzante» concetto di «energia»
nella Naturphilosophie di schelling, e altresì ricordando la linguistica di schlegel,
«così implicata nelle analogie con fissismo ed evoluzionismo nelle scienze biologiche
e zoologiche della natura», si può arguire, come s’intuiva dalle premesse del ragio-
namento di Carpi che qui come altrove appare del tutto sottoscrivibile, che «il roman-
ticismo […] imbarazzava il materialista settecentesco senza Hegel proprio sul terre-
no della materia, e non da posizioni necessariamente arretrate dal punto di vista
scientifico, anzi!». Ed infine, in cauda quaestio, l’acuta Frage di Carpi, espressa in
interrogativa indiretta, mirante esattamente alla riproposta del dubbio sulla colloca-
zione letteraria di leopardi e di lucano, e della loro disperazione; collocazione lette-
raria che, certo, ancora una volta s’alimenta dell’individuazione, o del tentativo in tal
senso, di non precostituite categorie ideologiche: «non si tratterà solo di vedere
come questo antiromantico ma tormentato e talvolta affascinato confronto politico e
ideologico con il romanticismo si sia tradotto in concreta storia di filologi e di lin-
guisti romantici, ovvero antiromanticamente classicisti e illuministi […], ma anche se
per caso non abbia significativamente connotato il cosmico pessimismo biologico-
esistenziale del suo leopardi (cioè del suo materialismo), il disperato pessimismo tita-
nistico del suo lucano (cioè della sua visione della politica)» (p. 160). molto nel

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


discorso di Carpi punta, al di là degli argomenti specificamente trattati, al leopardi di
timpanaro, alla sua collocazione classicistica ma non indipendente dal romanticismo,
al suo materialismo intessuto di varie componenti, al valore cosmico della sua amara
filosofia, alla risonanza critica del suo pensiero pessimistico sulla società a lui coeva
e su quella a venire. E proprio su leopardi, come su lucano, è non a caso centrato il
finale, autentica meta d’un ragionamento che riguarda tutto il rapporto di timpana-
ro con il romanticismo; e, in particolar modo, appare degna di rilievo la sottolineatura
del termine «cosmico», aggettivo di peculiare connotazione leopardiana, un «cosmi-
co» che deflagra e che riecheggia con quell’ampiezza “totalizzante”, realmente capace
d’investire l’universale della materia e l’universale dei mondi e il pensiero sull’uomo
quale essere senza destino (oggetto quest’ultimo, pur se non unico, della deprecatio
antiromantica hegeliana), che non sembra poter escludere, e men che mai completa-
mente, la presenza della chiave romantica, o, quanto meno, un confronto compene-
trante con questa chiave, proprio, e significativamente, nell’eroe, che tale rimane,
del pessimismo materialistico-biologico.

***

il vero e proprio dialogo critico di timpanaro avviene, in gran parte, con gli
studiosi convinti d’un leopardi materialista e “democratico”, attestato su posizioni
ideologiche avanzate, o, almeno, sempre dichiarabili come tali dall’intellettuale che
professa, del tutto o parzialmente, un’origine culturale sensistico-illuministica. se si è
potuta affermare l’idea (non immotivata, anche se bisognosa di precisazioni al suo
interno) d’una linea esegetica luporini-Binni-timpanaro-Biral, ciò è avvenuto perché
vi sono filoni interpretativi manifestamente diversi da quello materialistico, rispetto
ai quali è diverso l’atteggiamento di timpanaro. Più che oggetto di diretta polemica,
la tradizione, o le tradizioni critiche che tendono a scindere leopardi dall’illuminismo
e dalle basi settecentesche della sua cultura, e che ricercano piuttosto le «discenden-
ze novecentesche» del poeta e del pensatore, sono evocate con grandi segnali di
conoscenza degli argomenti, ma anche con perspicui indicatori di “distanza”, di lon-
tananza dello studioso da queste impostazioni. la vera polemica (anche diretta, se
così la vogliamo definire) viene condotta negli scambi critici, nei riposizionamenti
che timpanaro effettua nel suo “colloquio illuministico” con quelle sponde biblio-
grafiche che qualitativamente sono eleggibili a titolari di dialogo: è lì che il filologo
leopardista critica, polemizza, sottrae le basi alle letture irrazionalistiche, antisette-
centesche, romanticheggianti di leopardi; la pars destruens nasce e si sviluppa nei
saggi dedicati alla discussione con i materialisti, con i marxisti, anche con gli studio-
si di diversa impostazione ideologico-culturale, ma non si attua frontalmente nei
riguardi dei portatori d’una visione di leopardi del tutto aliena dalla sua. la pars
destruens si enuclea e deve enuclearsi pur sempre all’interno della pars instruens.
sarebbe dunque fuori luogo attendersi un affondo critico scritto su impostazioni
come, ad esempio, quella di Gioanola in Leopardi, la malinconia39. sia in tal senso suf-
ficiente rammentare che timpanaro ha tra i suoi più individuati bersagli polemici le

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


esperienze di fruizione letteraria che mirano, e sono singolarmente premiate con
successo di sospetta origine dall’attualità storica, ad attirare leopardi in un àmbito
novecentesco (qui si parla, come si è detto, d’una tendenza fin troppo generalizzata,
indipendentemente dalla stessa esperienza lettoriale e critica di Gioanola) disponibile
a paralleli e a discutibili rinvenimenti d’elettiva affinità con Valéry, con Ungaretti e
con altre vicende poetiche del novecento, con la concezione e con gli autori di “opere
aperte”, o, sul piano filosofico, addirittura con il pensiero di Heidegger. ma nella
Prefazione ai Nuovi studi la citazione polemica del nome di antonio Prete (peraltro
apprezzato per precedenti contributi) evoca quella “linea” di studiosi che annove-
rando – ognuno nel suo filone interpretativo leopardiano – antonio negri, Emanuele
severino ed altri, è valorizzata, nell’opera di Gioanola, quale unica tendenza che sia
realmente in grado di superare l’esegesi ideologica ottocentesca: in definitiva, sono
leopardi, schopenhauer e nietzsche i tre filosofi ottocenteschi che hanno messo
nell’angolo il panlogismo dialettico-storicistico. sul vitalismo nietzscheano basti la
distinzione, formulata nei Nuovi studi, a proposito di Il Leopardi e la Rivoluzione fran-
cese: «Vitalità nel senso leopardiano – da non confondere, come molti studiosi hanno
cercato di fare, col vitalismo di nietzsche e, peggio che mai, con le successive dege-
nerazioni – significa anche vera e non ipocrita moralità» (pp. 137-138). Più concreto,
rispetto ad altri accostamenti o ad altre affiliazioni secondoottocentesche o risoluta-
mente (e talora suggestivamente) novecentesche, è il riscontro offerto da timpanaro
a proposito del nietzsche esaltatore della filologia di leopardi, nel citato La filologia
di Giacomo Leopardi 40. È ormai nota l’iperbole elogiativa ritrovata negli appunti di
nietzsche: «leopardi ist das moderne ideal eines Philologen; die deutschen Philolo-
gen können nichts machen» («leopardi è l’ideale moderno di un filologo; i filologi
tedeschi non sono capaci di far nulla)». affermazione antitedesca, pronuncia para-
dossale o asserzione in certa misura fondata? l’interrogativo di timpanaro non
esclude il paradosso né la dose di forzatura, ma non rinuncia per questo a sottolineare
come nietzsche fosse in grado di giudicare su concrete basi l’attività propriamente
filologica, tecnica, scientifico-razionalistica di leopardi: «Bisogna senz’altro rispon-
dere di sì. non si deve pensare alla Nascita della tragedia, ma al rigoroso apprendistato
filologico-formale che nietzsche aveva compiuto alla scuola di Friedrich Wilhelm Rit-
schl e ai lavori su teognide, su diogene laerzio, sul Certamen Homeri et Hesiodi che
era venuto pubblicando, soprattutto nel «Rheinisches museum», tra il 1867 e il 1873».
E propriamente filologici sono i lavori che nietzsche, già ammiratore del poeta, avrà
letto di leopardi:
altra questione: che cosa poté nietzsche conoscere del leopardi filologo? Con tutta
probabilità gli excerpta pubblicati nel «Rheinisches museum» del 1835 (e citati anche
da qualche filologo tedesco, per esempio […] dal Westermann nei Paradoxographi del
1839); verosimilmente anche le note a Flegonte e a Celso uscite nei «neue Jarbücher»
del 1840. non escluderei neppure gli Studi filologici editi da Pellegrini e Giordani nel
1845: essi apparvero come volume terzo delle Opere leopardiane i cui primi due
volumi, comprendenti fra l’altro i Canti e le Operette morali, erano usciti a cura del
Ranieri: nietzsche, conoscitore del leopardi poeta e scrittore, avrà avuto fra mano

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


tutti e tre i volumi e nel terzo avrà potuto leggere gli articoli su Filone e sul De repu-
blica di Cicerone (p. 188).

Rimane però in vigore la sovrapposizione compiuta da nietzsche della figura del


poeta a quella del filologo tecnico. l’«unione di filologia e poesia» contiene un «forte
riferimento autobiografico», come confermano (La filologia, p. 188) gli accenni dello
stesso periodo a Goethe e a leopardi,
gli ultimi grandi rappresentanti della tradizione umanistica italiana, che univa alla
filologia la poesia. si confondeva così la «classicità» del leopardi poeta e scrittore (alla
quale certo non era stata estranea, come apprendistato, la filologia) con la sua speci-
fica attività di filologo, che […] era più scientifico-razionalistica che mirante a una
«sintesi» di filologia e di poesia: paragonabile, quindi, agli articoli strettamente filo-
logici di nietzsche ai quali abbiamo accennato (e che non si discostano sostanzial-
mente, per il metodo, dai tanti lavori «tedeschi» della scuola di Gottfried Hermann e
di Ritschl), non alla Nascita della tragedia o agli scritti su Wagner resuscitatore della
simbiosi greca di poesia e musica: una tematica che al leopardi sarebbe riuscita del
tutto estranea (pp. 188-189).

se la filologia ancora una volta reclama in leopardi la propria sfera e il proprio rango
d’attività peculiare e indipendente, non si può altrettanto dire, con speculare schema-
tismo, che la sua concezione della «letteratura» non partecipi della «filosofia», e non sul
piano della sola etica (la definizione di «moralista», come scrive timpanaro nella
citata prefazione ai Nuovi studi, appare alquanto riduttiva). leopardi rimane un intel-
lettuale, un poeta-filosofo di formazione sensistica e materialistica, un autore che
«non sacrifica il significato al significante», uno scrittore le cui espressioni artistiche
rappresentano uno «strumento conoscitivo» in quanto “poesia – o prosa – di un pen-
siero”, «di quel pensiero»; da questa prospettiva riescono ben difficili, alla luce degli svi-
luppi letterarî novecenteschi, operazioni critiche tese ad attualizzarne «alla leggera» la
lezione ideologica e creativa; leopardi non può, insomma, essere considerato un pre-
cursore dell’estetica della “poesia pura”, né «è stato mai poeta di pure immagini o di
puri suoni […]: da questo punto di vista, non è un “contemporaneo”, e va letto “stori-
camente”. Chi si sente suo contemporaneo (non solo ammiratore ma “seguace”) deve
avere la consapevolezza di trovarsi in una posizione di minoranza» (Prefazione, cit.,
p. XVii); e prima ancora timpanaro, nel citato monito sul pericolo costituito da certe
incongrue operazioni di acquisizione di leopardi al novecento, aveva scritto: «non si
dovrebbe dimenticare che la letteratura italiana del novecento si è “rifondata”, essen-
zialmente, su modelli stranieri, specialmente francesi (di una Francia antiilluministi-
ca e antimaterialistica). l’ “attualità” del leopardi è l’attualità di un classico, che durerà
«quanto il mondo lontana», se il mondo non precipiterà in un funesto miscuglio di
barbarie misticheggiante e superstiziosa nello stesso tempo» (ibidem). Poco più sotto
(p. XViii), espresse in due interrogative dirette, vi sono le ultime parole della Prefa-
zione ai Nuovi studi, propriamente dedicate a leopardi, due num d’affilato diniego d’o-
gni ispirazione non materialistica del poeta della Ginestra:

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Quando il leopardi maturo, sull’onda dei più arditi materialisti sei-settecenteschi,
arriva alla conclusione che «pensante» non è un principio spirituale, divino, ma «la
materia», il cervello, quando nei Paralipomeni nega che vi sia alcuna distinzione
assoluta, qualitativa tra l’anima umana e quella delle bestie (e su questo problema
aveva meditato fin da fanciullo), si può parlare soltanto di un leopardi moralista? o
si può illudersi di vedere in questi pensieri dei residui di “materialismo volgare”,
come molti tuttora fanno e faranno?

si veda più da vicino l’importanza della strategia materialistica di timpanaro


dagli anni 1980. del 1985 è la traduzione del Bon sens di d’Holbach41; del 1988 la tra-
duzione del Cicerone del De divinatione, poi aggiornata e ristampata fino al 2001; del
1992 è la presentazione dello zola de La fortuna dei Rougon (La fortune des Rougon);
del 1993 è la traduzione de La conquista di Plassans (La conquête de Plassans), sempre
di zola; su Cicerone, autore connesso per tanti versi agli sviluppi dell’ideologia di
timpanaro, e a sua volta intellettuale chiave ai fini d’una reale comprensione della sua
antichistica, ci soffermeremo più sotto; ma da d’Holbach a zola, timpanaro compie
un preciso percorso di studio e d’illustrazione del materialismo francese, dalla sua
declinazione filosofica settecentesca alla rinnovata e profondamente mutata visione
naturalistico-positivistica che è propria dell’arte prosastica zoliana e del focus narra-
tivo d’un ciclo di romanzi (i Rougon-Macquart, ovviamente) che coniuga la continuità
e gli interni raccordi strutturali con l’autonomia, con la distribuita fruibilità delle sin-
gole opere, che devono poter esser lette anche come nuclei affabulativi indipendenti;
qui timpanaro, insieme a lanfranco Binni, approfondisce la dilogia provenzale di
zola («Plassans» sta per aix-en-Provence) seguendo i meccanismi di formazione, di
ricambio e di adeguamento al secondo impero d’una borghesia provinciale ricca di
fermenti vitali ma anche di squallore e di meschina, interessata grettezza, e di voglia,
ipocrita e spregiudicata insieme, di ascesa socioeconomica: una borghesia pronta a
trasformarsi in classe politica e a veicolare a partire dalla realtà provinciale, e pur con
alcune sostanziali differenze, gli stessi caratteri di cinismo d’una Parigi lontana quan-
to a riscontri di potere e a prestigio, ma assai vicina quanto a temperie umana ed a
percorsi di tabe pubblica e amministrativa. Per ora, basti osservare l’appartenenza di
queste indagini sul materialismo filosofico-letterario e sui suoi testi alla stessa colla-
na (i «Grandi libri Garzanti»), che può accampare grandi benemerenze scientifico-
divulgative; e «opera di alta divulgazione scientifica» è definito questo tragitto pub-
blicistico di timpanaro, il quale, mosso da intento “pedagogico” d’elevato profilo,
riesce ad avvicinare al pubblico dei lettori alcune fondamentali esperienze del pen-
siero laico fra illuminismo (illuminismo non voltairiano) e positivismo, fra settecento
ed ottocento; riesce, insomma, a congiungere scientificità e divulgazione come com-
ponenti d’un vero sintagma, mentre spesso (ed è un problema di generale cultura)
accade che, se associate, esse entrino in contraddizione nella fase esecutiva e implo-
dano in un sintagma antinomico.
Prendiamo l’introduzione al Buon senso di d’Holbach (in special modo le pp.
XViii-XXiii); anche il barone, come pensatore politico, può essere giudicato “ardito”,
in quanto a suo modo rifugge dal classismo, ma non per questo egli è sfiorato

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


dall’anelito egualitario, ed anzi vede tutto come esigenza di armonia, di non compe-
tizione fra le classi, senza riconoscere che l’essenza del «conflitto» tra di esse è alla
base dei processi storici; la proprietà privata, aggiunge criticamente timpanaro, ha
«carattere “aggressivo” ed esclusivo» e «ha per condizione necessaria l’espropriazione»:
la proprietà, insomma, è un concetto così assurdo, ingiusto e incoerente da racchiu-
dere ed enunciare in sé la negazione etimologica del proprio stesso significato; nep-
pure il giacobinismo, durante la Rivoluzione, ha piena coscienza (una “coscienza” che
ancor più manca al d’Holbach) dei rapporti di produzione capitalistici quali si ven-
gono sviluppando in inghilterra. E, dato particolarmente importante in un’ottica
leopardiana, tale “forbice” tra materialismo in chiave antireligiosa, nerbo concettua-
le dell’impostazione laica di d’Holbach, e pensiero propriamente politico, si pone
come divaricazione ricorrente nella storia della filosofia e dell’ideologia materialisti-
ca, e, come tale, di notevole occorrenza nella stessa riflessione e nella stessa saggisti-
ca di timpanaro: «C’è, inoltre, una sfasatura molto forte tra l’Holbach critico radicale
della religione e l’Holbach riformatore etico-sociale, tra le cosiddette pars destruens e
pars construens. la sua negazione del deismo non era funzionale agli interessi della
borghesia e non voleva nemmeno esserlo, perché la lotta contro ogni concetto di divi-
nità e di teodicea andava al di là dell’orizzonte politico-sociale in senso specifico,
coinvolgeva il problema della condizione dell’uomo nel mondo, dell’infelicità umana
e delle sue false consolazioni. Ed è questo Holbach, dissacratore anche su un piano
metapolitico, che rimane il più originale e il più alto, il meno legato a una situazione
storica transeunte» (p. XXii). Contro il dio-orologiaio di Voltaire, vi sarà la materia
endocinetica, dotata e capace di movimento, di energia, di dinamismo, di interna
azione: concetti che, pur così enumerati, non sono fra loro incoerenti; e altrettanto si
dica dell’importanza degli studi di chimica e di mineralogia, anche se a lui servono,
più che per un interesse in sé, valido sul puro piano scientifico-cognitivo, per attiva-
mente dimostrare concetti antireligiosi, per una radicale polemica contro la religione:
e da parte sua diderot (che, al contrario di Voltaire, è grande amico di d’Holbach)
intuisce in prospettiva non solo settecentesca, illuministica, ma anche in vista del
futuro, il valore della biologia come scienza decisiva, per il materialismo, più della
matematica e dell’astronomia. ma le scarse cognizioni e l’arretrato grado di riflessio-
ne concettuale dell’epoca sui dati e sulle leggi esperienziali non permettono alla stes-
sa biologia di compiere il “salto” qualitativo che sarebbe in tal senso stato necessario.
sarebbe comunque stata una scienza sperimentale, di laboratorio, una scienza rigo-
rosa ma di protocollo empirico-induttivo, a veicolare la possibilità d’un’interpreta-
zione del mondo fisico terrestre e, altresì, d’una cosmologia che va con ogni mezzo e
con ogni impegno sottratta al pericolo, fin troppo ricorrente, d’una ricaduta metafi-
sica: non una scienza matematizzante, di statuto epistemologico razionalistico e
deduttivo. dalla biologia sarebbe potuto provenire il concetto di generazione spon-
tanea di certi organismi, che avrebbe fornito una spiegazione al «passaggio dal non
vivo al vivo» (analoga risposta vi sarebbe stata all’interrogativo riguardo al passaggio
dal vivente al pensante, e dal pensante all’essere etico). ma d’Holbach non vuole
correre rischi di esposizione ad una teoria interpretativa della natura, che, allora

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


non sufficientemente supportata, avrebbe forse favorito (e spesso di fatto, trattata da
altri, favorì) la confutazione e quindi anche la reazione spiritualistica dei romantici.
diversamente, in questo, dal cosiddetto preromanticismo e da Rousseau, egli può
sempre essere ricordato contro gli scienziati che «utilizzano la loro dottrina a pro del-
l’oscurantismo».
il forte antiteleologismo, l’intento scientifico-didattico che connotano il Buon
senso rispetto al Sistema della natura, l’atteggiamento di “non ammirazione” davanti
alla natura stessa, caratterizzano in modo peculiare l’opera d’holbachiana, e riguardo
all’ultimo punto la differenziano da quella di lucrezio, a cui pure anche il barone in
parte s’ispira, e da quella di leopardi, sommo disvelatore degli inganni della natura,
ma proprio per questo transitato da una lunga fase di contemplazione della sua alte-
ra bellezza, algidamente aliena dall’umano o a lui ostile e capace di rivelarsi tale
proprio perché e nell’esatta misura in cui essa è indagabile e liricamente fruibile.
ancor più netta, s’intende, fino ad esiti anticipatamente contrappositivi, è la diffe-
renza dal romanticismo e dalla Naturphilosophie schellinghiana e provvidenzialistica.
la scrittura del Buon senso è volutamente “facile”-divulgativa: l’indole non gnoseo-
logica, non scientifica pura degli interessi dell’autore, alla quale si è accennato,
fornisce il senso d’una battaglia pratica alla quale è inestricabilmente connesso il
protocollo stilistico della scrittura polemica, una scrittura non compiaciuta, non
soggiacente al vezzo e all’adescamento estetico, al calligrafismo che non certo di
rado s’accompagna anche all’inarcatura invettiva o sdegnato-sarcastica. Contro il
concetto di anima, ci si concentra su una serie di funzioni neurofisiologiche di quel-
l’organo complesso che è il cervello, materia pensante ma sotto ogni profilo «materia»,
e, appunto, organo non per questo meno evoluto e “complicato”. Contro il dio del
Vecchio testamento, contro il dio protestante e contro il dio cattolico, d’Holbach
rileva ora le palesi contraddizioni filosofiche (il dio sanguinario che si fa dopo mil-
lennî più mite), ora i danni apportati dal lassismo ipocrita, cattolico-gesuitico-giu-
stificazionistico, ora la spiritualizzazione, laddove gli antichi, la cui religione in tal
senso mostrava minori pretese, chiamavano invece il principio vitale «πνεῦμα» o
«animus», «spiritus», soffio, principio materiale. Contro la predestinazione (decodi-
ficabile come capriccio divino) e contro il libero arbitrio («dono funesto dato a un
irresponsabile», come giustamente glossa timpanaro), contro tutte le forme di deismo
(Voltaire, ancora ricordiamolo, sarà un grande avversario di d’Holbach), valgono la
ricerca e la diffusione d’un programma d’ateismo per tutti; inutile non ricordare
(ma non è da sottovalutare la serie di differenze) i vv. 145-157 de La ginestra («Così
fatti pensieri, / quando fien, come fur, palesi al volgo […]»), né si possono certo tra-
lasciare i canti iV e Vii dei Paralipomeni; si ricordi iV, XViii: «Ed ancor più, perché
da lunga pezza / è la sua mente a cotal fede usata, / ed ogni fede a che sia quella avvez-
za / prodotta par da coscienza innata: / che come suol con grande agevolezza / l’u-
sanza con natura esser cangiata, / così vien facilmente alle persone / presa l’usanza lor
per la ragione»; e prima ancora, ivi, XVi, 1-6: «in quell’età, d’un’aspra guerra in
onta, / altra filosofia regnar fu vista, / a cui dinanzi valorosa e pronta / l’età nostra
arretrossi appena avvista / di ciò che più le spiace e che più monta, / esser quella in

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


sostanza amara e trista». anche sul piano dell’antiteodicea, nel Buon senso si realizza
un acquisto in direzione pessimistica rispetto al Sistema della natura; e a nessuno
sfugge quanto tale guadagno filosofico-ideologico sia importante per capire il laico
materialismo del leopardi di timpanaro. non si tratta, lo si dica ancora una volta, di
“leopardizzare” d’Holbach: ma

quella “fiera compiacenza”, quel “rifiuto d’ogni conforto stolto” (Amore e morte),
quell’avversione, insieme, contro la superbia umanistica e contro l’umiliazione a un
Potere superiore, quella convinzione che nessun dio abbia diritto di punire l’uomo
per presunti peccati, quella visione della specie umana costretta a difendersi perpe-
tuamente contro colei che d’Holbach chiama ironicamente la Provvidenza ma che,
già per lui, è istigatrice della natura contro l’uomo, rivelano un’affinità innegabile tra
il carattere agonistico del pessimismo leopardiano e la posizione di d’Holbach
(p. lXV).

del resto, lo stesso d’Holbach pone fine ad Il buon senso con una citazione dagli
Essays on Human Knowledge di Henry saint-John Bolingbroke: «la teologia è il vaso
di Pandora; e se è impossibile richiuderlo, è almeno utile avvertire che questo vaso
così funesto è aperto». i rapporti con leopardi sono, ricorda timpanaro, documen-
tabili. leopardi lesse Il buon senso nel 1825, alla vigilia della fase più approfondita
della sua elaborazione d’un pensiero materialistico, quella del 1826-1827: cfr. Zibal-
done, 9 marzo e 18 settembre 1827; si rilegga una parte di quest’ultima pagina (Zibal-
done, 4288):

se la questione dunque si riguardasse, come si dovrebbe, da questo lato; cioè che chi
nega il pensiero alla materia nega un fatto, contrasta all’evidenza, sostiene p. lo meno
uno stravagante paradosso; che chi crede la materia pensante, non solo non avanza
nulla di strano, di ricercato, di recondito, ma avanza una cosa ovvia, avanza quello
che è dettato dalla natura, la proposizione più naturale e più ovvia che possa esservi
in questa materia; forse le conclusioni degli uomini su tal punto sarebbero diverse da
quel che sono, e i profondi filosofi spiritualisti di questo e de’ passati tempi, avrebbero
ritrovato e ritroverebbero assai minor difficoltà ed assurdità nel materialismo.

Un processo argomentativo del tutto analogo governa, quattro anni prima, un passo
che riguarda la presunta “naturale sociabilità dell’uomo”, in Zibaldone, 3804-3805 (25-
30 ottobre 1823); non soltanto la visione idealistico-positiva della genesi della società
umana, o la sua bimillenaria codificazione storico-retorica, ma la stessa tradizione
sistematico-aristotelica occidentale vedrà ribaltato il discutibile archetipo (tale ormai
esso è divenuto) del πολιτικόν ζῷον:

moltissimi, anzi la più parte degli argomenti che si adducono a provare la sociabilità
naturale dell’uomo, non hanno valore alcuno, benché sieno molto persuasivi; per-
ciocch’essi veramente non sono tirati dalla considerazione dell’uomo in natura, che noi
pochissimo conosciamo, ma dell’uomo quale noi lo conosciamo e siamo soliti di
osservarlo, cioè dell’uomo in società ed infinitamente alterato dalle assuefazioni. le

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


quali essendo una seconda natura, fanno che tuttodì si pigli per naturale, quello che
non è se non loro effetto, e bene spesso contrario onninamente a natura, o da lei
diversissimo. onde gli effetti della società, quello che sola la società ha reso necessario,
quello che non è vero se non posta la società, che senza questa non avrebbe luogo ec.,
si fanno tuttogiorno sentire nelle argomentazioni de’ filosofi a dimostrare la naturale
sociabilità dell’uomo, la necessità della società assolutamente e secondo la nostra
natura ec. […] Ed infiniti altri sono gli effetti di questo genere che paiono naturalissi-
mi, e dimostrativi della naturale sociabilità dell’uomo, e che per tali si recano tutto-
giorno, ma che per vero non sono naturali, se non in quanto naturalmente hanno
luogo, posta la società, e le rispettive circostanze ed assuefazioni non naturali; e natu-
ralmente nascono da tali cagioni; né possono non nascere, supposte queste.

E il poeta è giunto a queste conclusioni fin dal 1821 (9 settembre); a proposito del-
l’accezione linguistico-filosofica di «natura», si vedano alcuni importanti pensieri
dello Zibaldone, incentrati sulla riprova del valore di tale termine nell’àmbito dell’arte
letteraria (3-6 ottobre 1823, 3613-3616). innanzi tutto, trattando il carattere emi-
nentemente fisico, somatico, sensibile dei personaggi omerici eroicizzanti (e si parla
dell’omero dell’Iliade), risulta chiaro a leopardi che natura vuol dire, qui come
quasi sempre, «materia», «corporalità»; ma anche come concetto di corporalità, inte-
so nelle coordinate mitologico-culturali della grecità antica, la natura incarna l’illu-
sione e fornisce illusioni; se in questo stadio del suo pensiero essa è citata come cor-
poralità, in una dittologia oppositiva con spiritualità – ragione, in séguito ragione e
illusioni scambieranno i propri ruoli, poiché l’una residuerà come unico mezzo di stu-
dio della natura, mentre le illusioni saranno inchiodate al polo negativo definito
dalla spiritualità, dalla sfera dell’inganno, dalla sfera dell’astratto: per così dire, l’oppo-
sizione del concreto all’astratto, del sensibile al razionabile, della generosa gagliardia
delle passioni all’arida ragione, assegna in quel primo tempo il termine stesso di
ragione, piuttosto che all’antichità, a una temperie culturale ravvicinabile a quella del
medioevo, e assegna invece il termine di illusione al mondo classico, alla civiltà
greca, e non è una boutade; «illusione», per il mondo classico, non può che essere un
valore dotato d’immediata traduzione in «materialità», espressa in codice artistico,
letterario, trasposta in àmbito creativo e ricreativo di queste mirabili forze; e ragione
è, allora (nel 1823 e ancora non per molto), proiettato in un modello polemico anco-
ra in parte monaldesco, sinonimo di religione, di spiritualizzazione, di civiltà, di
ordine, di razionalità, ed è altresì (e qui già non più in chiave monaldesca) sinonimo
d’artefazione, di degenerazione, d’idolatria del progresso tecnico-civile: la ragione cri-
ticamente colpita da leopardi, fin da allora, non è quella illuministica (semmai, si
tratta della sua declinazione razionalistico-gesuitica d’ascendenza sei-settecentesca),
ma è la “ragione” religiosa, spiritualizzante, moraleggiante, “astratta”42:

da tutte queste considerazioni risulta che l’iliade oltre all’essere il più perfetto poema
epico quanto al disegno, in contrario di quel che generalmente si stima, lo è anche
quanto ai caratteri principali, perché questi sono più interessanti che negli altri poemi.
E ciò perché sono più amabili. E sono più amabili perché più conformi a natura, più

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


umani, e meno perfetti che negli altri poemi. Gli autori de’ quali, secondo la misera
spiritualizzazione delle idee che da omero in poi hanno prodotta e sempre vanno
accrescendo i progressi della civiltà e dell’intelletto umano, hanno stimato che i loro
Eroi dovessero eccedere il comune non nelle qualità che natura mediocrem. dirozza-
ta e indirizzata produce e promuove […], ma in quelle che nascono e sono nutrite
dalla civiltà e dalla coltura e dalle cognizioni e dall’esperienza e dall’uso degli affari e
della vita sociale, e dalla sapienza e saviezza, e dalla prudenza e dalle massime morali
e insomma dalla ragione. or quelle qualità sono amabili, queste stimabili, e sovente
inamabili ed anche odiose. Gli Eroi dell’iliade sono grandi uomini secondo natura, gli
eroi degli altri poeti epici sono grandi secondo ragione; le qualità di quelli sono più
materiali, esteriori, appartenenti al corpo, sensibili; le qualità di questi sono tutte spi-
rituali, interiori, morali, proprie dell’animo, e che dall’animo solo hanno ad esser
concepite, e valutate […]. or, siccome l’uomo in ogni tempo, malgrado qualsivoglia
spiritualizzazione e qualunque alterazione della natura, sono sempre mossi e dominati
dalla materia assai più che dallo spirito, ne segue che i pregi materiali e gli Eroi, dirò
così, materiali dell’iliade, riescano e sieno per sempre riuscire più amabili e quindi più
interessanti degli Eroi spirituali e de’ pregi morali divisati negli altri poemi epici. E che
omero, ch’è il cantore e il personificatore della natura, sia per vincer sempre gli altri
epici, che hanno voluto essere (qual più qual meno) i cantori e i personificatori della
ragione. (Perocché veram. gli Eroi dell’iliade sono il tipo del perfetto grand’uomo
naturale, e quelli degli altri poemi epici del perfetto grand’uomo ragionevole, il quale
in natura e secondo natura, è forse ben sovente il più piccolo uomo)43.

si noti che «materiali» («qualità […] materiali», «pregi materiali», «Eroi […] mate-
riali») è sinonimo di illusioni (quale poeta più di omero, quali eroi più di quelli
iliadici incarnano, e non solo per leopardi, le grandi e magnanime illusioni antiche e
le forze che le stesse illusioni rappresentano e riproducono?) e che «ragione», «ragio-
nevole» sono sinonimi di qualità «spirituali, interiori, morali, proprie dell’animo, e
che dall’animo solo hanno ad esser concepite, e valutate», e così «ragione» è sinonimo
di «spiritualizzazione»; e i «cantori e i personificatori della ragione» possono trovare
nel pius Aeneas, nel religiosissimo eroe troiano, non meno che in odisseo, la loro
compiuta incarnazione artistica (a Virgilio in tal senso più volte leopardi allude,
come del resto ad altri esponenti della più “evoluta” poesia latina).
Già si è fatto cenno a quella che è, a sua volta, la propensione antimentalistica e
antispiritualistica negli sviluppi del Cicerone neoaccademico; ora, è possibile indivi-
duarne, sulla scorta di timpanaro, nella filosofia pratica, nelle regole di condotta
morale inter homines, nella considerazione della figura del saggio e della sua pretesa
autonomia non soltanto culturale, ma anche naturale e biologica, la somiglianza con
le soluzioni e con gli approdi del pensiero leopardiano, principalmente dal 1824 in
poi. Carneade, innanzi tutto; è intorno a questo apprezzabile e tutt’altro che ignoto
filosofo che ruota molta parte del pragmatico scetticismo d’un Cicerone che dal
canto suo non manca d’essere sempre impegnato nell’opera di riduzione e adatta-
mento dello stoicismo rigoristico non tanto, e banalmente, all’«empirica mentalità
romana», come una fin troppo accreditata tradizione di storiografia culturale ha rei-
teratamente sostenuto, quanto alla “propria” filosofia (non priva d’elementi di vera

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


originalità), e per questo incline a rivolgersi a Panezio, meta e non base di certi suoi
non casuali percorsi di sdoganamento del pensiero ellenistico (a Panezio, e «per for-
tuna», dice timpanaro, assai meno a Posidonio e alla sua promozione d’una revivi-
scenza del misticismo platonico); consistenti echi d’una morale probabilistica vi
sono del resto nel De officiis (opera cui nuoce la propria fortuna), che in tal senso
offre espliciti spunti e convinte manifestazioni d’opzione preferenziale e comparativa,
pur se non si tratta di spunti approfonditi a livello teorico, come il contesto situazio-
nale del De officiis sembrerebbe permettere e richiedere. non si nega, qui, la struttu-
rale presenza in Cicerone, com’è ampiamente risaputo, di motivi primoaccademici, di
motivi platonici, aristotelici e stoici, né si nega una vicenda, distesa nel tempo, di
riflessione sullo stesso stoicismo come pensiero d’incrocio fra provvidenzialismo,
immanentismo e immortalità della singola anima, e sull’incerta e discussa “tempisti-
ca” della stessa immortalità giusta le varie declinazioni della stoa e dei suoi rappre-
sentanti; ma nella trilogia teologico-filosofico-religiosa (De natura deorum, De divi-
natione e De fato) vi è, fra i varî percorsi esperiti, l’emergere dell’illuminismo
neoaccademico, la tendenza che maggiormente interessa timpanaro, ed è una ten-
denza tutt’altro che scontata nel mondo dell’intellettualità romana, nella sua mag-
gioranza più orientato sull’adesione allo stoicismo e, già in minor misura, sull’epicu-
reismo. Cicerone stesso, non sfugga, s’allinea a una tipologia culturale (Catone,
Bruto, fino, se si vuole scorrere verso gli autori successivi, a lucano, deprecatore
della divina iniquità) che, pur con i suoi elementi di discutibilità, si pone come «un
mito politico così duraturo» che «deve pur avere, al di sotto di tutti i fraintendi-
menti e le deformazioni, un nucleo di verità» (p. XVi). E si parla ancora dei fonda-
menti stoici della sua cultura; ma basta il De fato ad offrire l’esempio d’un’opera
incentrata «sul fatalismo stoico e su una concezione meno rigida sostenuta dai neoac-
cademici». del resto, perfino l’eclettismo di Cicerone è concetto tutt’altro che defini-
bile in modo unitario, ed è anzi bisognoso, come minimo, d’interne distinzioni:
«egli volle, più di quanto si fosse fatto sin allora, informare i romani, specialmente i
giovani, su tutti gli indirizzi importanti del pensiero greco, non solo su quelli di età
ellenistica, ma anche su Platone, democrito, aristotele, senza nemmeno trascurare i
presocratici. non si può tacciare di eclettismo questo lavoro d’informazione e d’inse-
rimento della filosofia nella cultura romana» (p. XViii). ma Cicerone (e ciò va ricor-
dato proprio in vista di leopardi, e più ancora del leopardi di Timpanaro) ha, e
progressivamente conquista, una sua spiccata preferenza filosofica, una sua laica (si
potrebbe definire preilluministica) incredulità, una sua coscienza del possibile utilizzo
strumentale (instrumentum regni, appunto) della religione e della relativa fede, mezzo
idoneo alle possibili manipolazioni dei sentimenti della classe popolare (sia detto con
tutto il corredo di dissenso che tale uso suscita nel lettore moderno); e il pensiero
ciceroniano si caratterizza, altresì, per una sua precisa valenza filosofica (non ideolo-
gica, né certo politica) antiteologica, o, a seconda dei casi e degli scritti, ateologica; né
manca una serie d’elementi concettuali e di passi dialogico-letterarî miratamente
polemici in direzione sia della teologia epicurea dell’indifferente alienità, sia della
varia teologia provvidenzialistica degli stoici:

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


Come filosofo in senso proprio, C.[icerone] si è dichiarato (e più energicamente e
consapevolmente negli ultimi anni) seguace dell’accademia nuova, cioè di quell’indi-
rizzo di pensiero, fondato da Carneade di Cirene […], che si rifaceva al «so di non
sapere» di socrate e ai motivi socratici perduranti in Platone, e si contrapponeva
quindi al dogmatismo conoscitivo degli epicurei e, più ancora, degli stoici (basato,
questo, più su un’identificazione panteistica tra individuo e cosmo che su una teoria
gnoseologica rigorosa, nonostante il notevole contributo che gli stoici dettero alla
logica), ma d’altra parte, invece di abbandonarsi a una totale negazione della facoltà
conoscitiva (come aveva fatto il predecessore di Carneade, arcesilao), riconosceva la
legittimità di un atteggiamento «probabilistico»: la verità assoluta non è raggiungibile,
ma si possono riconoscere diversi gradi di approssimazione alla verità, e in base a essi
fondare una morale anch’essa aliena da certezze assolute e da rigorismi, ma sufficiente
come regola del nostro agire. C’è uno scetticismo che apre la strada al misticismo [si
rammentino le involontarie conseguenze – non presso Leopardi – di quella che sarà la
battaglia antirazionalistica ed antidogmatica di Enesidemo e di Sesto Empirico, in
particolare di quest’ultimo, con i suoi «Πυρρώνειοι ὑποτυπώσεις», gli «Schizzi pirro-
niani», e con i «Commentari scettici», articolati nei sei libri «Contro i matematici» e nei
sei libri «Contro i dogmatici» – corsivo nostro]; non tale era quello di Carneade, il
quale combatteva sia la teologia epicurea (gli dèi incuranti della sorte dell’uomo e del
mondo, beati nella loro inerzia: io credo tuttora che a Carneade si rifaccia la polemica
antiepicuraica del lib. i del De natura deorum), sia la teologia stoica (gli dèi «al ser-
vizio dell’uomo», soprattutto desiderosi di farlo felice e, più in generale, di volgere al
bene tutto il cosmo con la loro «provvidenza»: in questa concezione rientrava anche
la credenza stoica nella divinazione […]): se non era propriamente ateo (anche l’atei-
smo sarebbe stato, per lui, una concezione dogmatica), Carneade dava impulso a una
serrata critica delle religioni in quanto dimostrava assurda ogni possibile concezione
della divinità. la scelta del neoaccademismo da parte di C. (specialmente negli Aca-
demica, nel De natura deorum, nel De divinatione) non fu dettata da passivo ossequio
alla filosofia più diffusa: l’ultimo neoaccademico importante, Clitomaco di Cartagi-
ne, espositore del pensiero di Carneade (il quale non aveva lasciato opere scritte), era
morto nel 110, qualche anno prima che C. nascesse […] (pp. XViii-XX).

notevole, in particolare, la critica rivolta agli stoici (ognuno s’avvedrà di quanti ele-
menti qui vibrino in direzione leopardiana): «sulle orme» di Carneade, Cicerone
rimprovera allo stoicismo la adrogantia (l’orgogliosa “sicurezza” nel possesso d’un cri-
terio conoscitivo ed etico), il citato concetto di provvidenza, le «troppe concessioni»
alla religiosità popolare e alle forme superstiziose, il rigorismo etico, che porta
all’individuazione della virtù come unico bene e della malvagità come unico male e
all’indifferenza riguardo alla vita fisica e ad ogni suo bene e male, per una figura di
saggio autonomo e ancora una volta tetragono e potenzialmente felice anche se sot-
toposto a tormentose pressioni esterne (basti appena ricordare l’importanza condi-
zionante e determinante degli accadimenti della vita biologica, e insomma della
natura concreta e materiale in leopardi). Pure nei riguardi degli epicurei, alla critica
ciceroniana concernente il disimpegno politico s’unisce la critica al concetto di pia-
cere come sommo bene, che, se «inteso in modo rozzo e immediato», avrebbe potu-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


to diventare, come in svariati casi effettivamente divenne, l’ideologia del nuovo ceto
d’affaristi che andava affermandosi nell’estrema fase della repubblica. sfugge a Cice-
rone, come sfugge a molta fruizione moderna del pensiero epicureo, il valore della
ricerca di fondazione d’un’etica dal basso, «a partire dalle origini “ferine” dell’uma-
nità», con i parametri etici non assunti a postulato iniziale, ma a faticoso corona-
mento d’un processo assolutamente immanente agli sviluppi della società umana.
ancor più risuonano in chiave leopardiana, in queste pagine di timpanaro, le obie-
zioni antiepicuree riguardanti il trapasso non argomentatamente scandito dal piace-
re intenso, biologico-animale e insopprimibile, al piacere ascetico (concetto del tutto
alieno a leopardi), e, altresì, «le consolazioni sofistiche nei riguardi della morte, e,
peggio che mai, delle malattie». E sull’influenza della «scuola di aristotele» (più che
dell’aristotele platonizzante prevalentemente conosciuto da Cicerone) e del citato
teofrasto, sulla linea dell’antiascetismo, sull’importanza della corporeità, della natu-
ra biologica, della fisicità per il saggio (un saggio non soltanto “intellettuale” o “filo-
sofo”), sull’ennesima acuta declinazione dell’intus legere leopardiano quanto al più
“verace” materialismo e edonismo di teofrasto rispetto ad Epicuro, si può rinviare alle
parole dirette di timpanaro introduttore del De divinatione:

nell’etica, teofrasto aveva sentito, ancor più del suo maestro, un salutare bisogno di
antiascetismo, di consapevolezza della dipendenza dell’uomo dai beni e dai mali
«esterni», di assenza di boria filosofica, in contrasto con lo spirito predominante
nelle filosofie ellenistiche. specialmente nei libri ii, iV, V del De finibus C., in pole-
mica con Epicuro ma, non meno, con gli stoici, dette il giusto rilievo a questa umana
indulgenza dell’etica teofrastea: certo, la virtù rimane il bene più alto, ma vi sono feli-
cità (salute, agiatezza…) e infelicità (malattie, povertà…) che non possono essere
dichiarate inesistenti nemmeno dal saggio. la saggezza consisterà nel saper godere le
prime senza lasciarsene dominare, sopportare le seconde con animo forte, ma pagan-
do un inevitabile prezzo di sofferenza, poiché anche il saggio è un uomo e ha un
corpo (e l’anima stessa non è del tutto autonoma dal corpo). in ciò, come ben vide
Giacomo leopardi, teofrasto fu più veracemente materialista e edonista di Epicuro;
e forse, dopo millennii di speculazione filosofica, non ha ancora vinto del tutto la sua
battaglia. né C., con questa apertura all’etica teofrastea, entrava in conflitto col pro-
prio neoaccademismo (pp. XXiV-XXV).

in quella che abbiamo definito la «strategia materialistica» di timpanaro il rico-


noscimento di valore dell’esperienza naturalistica di zola svolge un ruolo affine:

nemmeno si può ravvisare, nel susseguirsi dei Rougon-macquart, una linea di cre-
scente psicologizzazione, come potrebbe piacere (e di fatto è piaciuto […], a proposito
dei giudizi di Flaubert e di mallarmé) a chi, forzando assai la realtà, ha ammirato in
zola certi aspetti “pre-decadenti” e ha considerato il verismo e il materialismo come
scorie da tollerare con indulgenza (questo modo di ammirare zola ha avuto il suo più
reciso, e in sostanza non condivisibile, rappresentante in d’annunzio […]) (Prefa-
zione a La conquista di Plassans, cit., p. XXXViii).

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


timpanaro si riferisce, qui, al d’annunzio delle Pagine disperse del 1913, in cui furo-
no raccolti, insieme a molti altri, gli scritti sulla morale di zola apparsi ne «la tri-
buna» nel 1893. diffidenza per il «drapeau» materialistico mostra anche Edmondo
de amicis nel famoso entretien con zola, di cui pure, com’è noto, lo stesso de ami-
cis apprezza la figura umana e di narratore. ma rimane il fatto che socialismo e
naturalismo, sia detto senza, qui, aprire un discorso sulle origini claudebernardiane
del secondo in zola e sull’utile introduzione di lanfranco Binni all’edizione garzan-
tiana, sono nello scrittore francese fattori determinanti e non tardivo cascame posi-
tivistico. E prescindiamo, in questa sede, dal ricordare l’assai contenuta ammirazione
di Engels per la trasparenza ideologica di zola, a tutto favore del realismo artistico di
Balzac, e pure a fronte, e talvolta esattamente in grazia dell’ideologia borghese con-
servatrice di quest’ultimo, efficacissimo nel rappresentare la decadenza dei personaggi
della classe per la quale egli parteggia. Prescindiamo pure dalla precisa preferenza di
marx e dello stesso Engels per l’arte rappresentativa rispetto a quella definibile “a tesi”,
un favore che si manifesta nella famosa polemica su lassalle, in specie sul Franz
von Sickingen, e sull’esigenza di “shakespeareggiare” anziché di “schillereggiare”; a sfa-
vore di zola e, per così dire, a vantaggio in questo caso di tolstòj, è anche il notissimo
paragone lukacsiano fra i brani della corsa dei cavalli in Nana ed in Anna Karenina44.
la citazione di de amicis non è casuale. a tutt’oggi non è, infatti, molto diffusa la
convinzione della notevole presenza di leopardi in un autore che continua ad essere,
forse non solamente per il grande pubblico, il padre di Cuore, e acquisito manzonista
quanto a concezioni linguistiche. la visione timpanariana, e gli studi dai quali essa
scaturisce (cfr. De Amicis di fronte a Manzoni e a Leopardi, in Nuovi studi, pp. 199-
234), lo fanno conoscere in una prospettiva decisamente rinnovata, comprendente
quattro de amicis: oltre a quello più conosciuto, vi sono il novelliere di Amore e
ginnastica e di altre prove narrative improntate a un erotismo malizioso e consapevole,
tutt’altro che sprovveduto nella sua moderna cifra di fine e godibile allusività; vi è poi
il de amicis socialista, prodotto apprezzabile d’un’autentica «conversione» ideologi-
ca con tanto di “salto” (si usi una volta tanto questa parola, a indicazione d’una virata
visibilmente esplicita, pur se conquistata per gradi) al socialismo scientifico di Primo
maggio, romanzo a suo tempo studiato da timpanaro (Il socialismo di E. De Amicis:
lettura del «Primo maggio»), che sarà argomento d’un’acuminata polemica, filologica
oltre che ideologica, con il curatore dell’edizione, Giorgio Bertone; il “quarto” de
amicis, quello degli scritti didascalici, del tipo dell’Idioma gentile (milano, treves,
1905, e immediata ii ed., 1906), vede un parallelismo, una simultaneità di tale pro-
duzione di sostanziale intento pedagogico con interventi di perspicua impostazione
anticapitalistica ed antimilitarista, una coesistenza di didascalismo rivolto alla gioventù
borghese e di pubblicistica socialista non chiusa alla significazione dello sdegno e sem-
mai contraria a una rassicurante concezione ricompositiva dei dati conflittuali offer-
ti dalla realtà capitalistico-industriale. il manzonismo in tal senso appare un fenomeno
legato a un’adesione ai concetti linguistici generali anziché alla vera teoresi ed alle con-
suetudini stilistiche del modello. Un de amicis non così “manzoniano”, ed anzi non
casuale ammiratore di leopardi, non permette comunque, a scanso di fraintendi-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


menti, una sua affiliazione al leopardismo: Edmondo ama «il leopardi prosatore e
poeta molto più di quanto finora si sia notato e di quanto ci si aspetterebbe da un
manzoniano sia pure eterodosso» (p. 220). lo stesso amore per il fiorentino nasce non
tanto da origini lettoriali, “cartacee”, ma da una reale, “biografica” permanenza a
Firenze (si guardi alle Pagine sparse del 1874 – in esse vi è La mia padrona di casa – e
all’Idioma gentile: La lingua famigliare, La lingua faceta, Quel che si può imparare dai
toscani, Il signor Coso, fin troppo fortunato, quest’ultimo, nelle inclusioni antologiche);
anche alfieri ritorna, nella mente d’un de amicis ben consapevole, a fornire l’evoca-
zione di simile esperienza nell’iniziale rapporto con il toscano. Pagine sparse e Idioma
gentile offrono il fianco, certamente, a varie polemiche osservazioni sulla «mania
nomenclatoria» osservata da Croce (del quale timpanaro disapprova la maggior
parte delle altre critiche rivolte all’Idioma gentile: cfr. il «Giornale d’italia», 7 luglio
1905, e i Problemi di estetica [iii], 1940, pp. 211-221)45. ma un de amicis che auspica
un vocabolario d’interesse storico non può essere rétro dal punto di vista culturale, né
può risultare nella fruizione critica a venire segnato dalle stigmate d’una filosofia
linguistica semplicemente nomenclatoria46. la diversità, se non anche l’autonomia da
manzoni, è rintracciata soprattutto nello stesso Idioma gentile: dalla simpatia per il pie-
montese Giambattista Giuliani all’apertura alla tradizione di alcuni classici della let-
teratura italiana (machiavelli, Cellini, Galileo, alfieri, il monti della Proposta – ed è un
dato che fa riflettere –, il Foscolo delle lettere, l’antimanzoniano conclamato – anche
troppo – Giosue Carducci). manzoni è maestro ma non indiscusso modello, neppure
sul piano ideologico: basti, in Lotte civili, la critica alla concezione economica che pre-
siede alla rappresentazione dei “tumulti del pane” (tale concetto si trova anche nel sag-
gio timpanariano su Pietro Gioia, sempre nei Nuovi studi): in questo caso sì che l’omo-
logazione, pur parziale, alla natura, ai cicli della naturalità anche nell’economia con i
loro “inevitabili” riequilibri, che in realtà voglion dire danni ai giorni degli uomini e
perdite secche, appare inaccettabile, e persino antifilantropica (l’argomento è pre-
sente fin da Antileopardiani, anzi, fin dagli articoli che hanno formato il volume delle
Ets). né va trascurata, in direzione di Recanati, la consistente serie d’indicazioni e di
segnali di lettura e soprattutto di vero, oserei dire identificato approfondimento dell’o-
pera di leopardi: dall’Ottonieri citato nelle Pagine sparse alla dolorosa memoria di
leopardi quale «ultimo amore intellettuale» di Furio, il figlio morto suicida (si rive-
dano le Memorie del 1900), dall’immediato e scrupoloso interesse per lo Zibaldone
allora da poco pubblicato alla lettura valorizzante delle Operette morali (si pensi alla
non felice lettura della tradizione de sanctis-Croce), dal parziale favore espresso nel-
l’Idioma gentile alle idee linguistiche leopardiane alla comprensione per lo sdegno
sociale di Giordani, alle Pagine postume (iii volume, Cinematografo cerebrale), che
denotano una convergenza con il pensiero, e segnatamente con il pessimismo di
leopardi. le citazioni, come anche le allusioni dirette e indirette (insomma, i richiami
di riferimento) all’opera di leopardi «sono molte (di gran lunga meno, e meno lette-
rali, quelle dal manzoni)»; sono citazioni «interessanti come testimonianza di amore
al leopardi (di un amore che è divenuto appassionato e profondo) e di vasta cono-
scenza di testi leopardiani» (Nuovi studi, p. 234).

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


***

non stupisce, certo, il fatto che timpanaro abbia inteso focalizzare l’approdo al
socialismo di de amicis. il socialismo, s’intende socialismo scientifico, marxiano, è
infatti la vera ratio ideologica e politica dello studioso di leopardi e della tradizione
materialistica. socialismo è, qui (come lo era nei classici del pensiero marxista),
concetto insieme inclusivo del comunismo e ad esso prelusivo, verso la meta d’un
processo storico che dovrebbe contemplare la perfetta società ugualitaria non solo sul
piano politico e civile, ma anche sul piano sociale e su quello dei rapporti di produ-
zione. È d’uso ricordare la definizione, inevitabilmente approssimativa, che timpanaro
ha dato del proprio pensiero nella prefazione alla prima edizione (1965) di Classici-
smo e illuminismo nell’Ottocento italiano (una definizione che lo ha in séguito ripe-
tutamente obbligato a precisazioni d’ogni genere sulla natura del binomio composto
da marxismo e leopardismo):

Qui accennerò soltanto che la concezione generale a cui queste pagine si ispirano
(una concezione, spero, non aprioristicamente sovrapposta alla ricerca storica) è
una specie di marxismo-leopardismo che, mentre accetta l’analisi marxista della
società e gli obiettivi di lotta politico-sociale che sono con essa congiunti, per ciò che
riguarda invece il rapporto uomo-natura si richiama soprattutto al materialismo
vero e proprio (adialettico, «volgare», se così piace chiamarlo) del settecento e dell’ot-
tocento, all’edonismo che gli è organicamente connesso e alle conseguenze pessimi-
stiche che, con maggiore coerenza e lucidità di chiunque altro, ne ha tratto il leopardi
(pp. lXXViii).

Eppure la definizione è chiara: su una base di materialismo di fondamentale ascen-


denza settecentesca (non chiusa agli apporti delle radici classiche greche – in minor
misura latine), lo studioso assume le premesse e i metodi, e in buona parte gli svol-
gimenti, degli studi socioeconomici marxiani; ma per riferirsi a successive parole, da
tutti conosciute e ormai entrate nel patrimonio comune degli studiosi di timpanaro
e degli argomenti a lui cari, l’intellettuale materialista trova in leopardi quello che
«non c’è in marx né in altri, ed è tuttavia vero e vivo»: il materialismo pessimistico e
adialettico, la rigorosa negazione di qualsiasi antropocentrismo, l’ateismo esteso a
tutti. E a sua volta il marxismo non è solo una sociologia rivoluzionaria, ma nello stes-
so marx più maturo e materialista (certo, quello posteriore a Per una critica dell’i-
deologia tedesca e alle Tesi su Feuerbach), in Engels, nel lenin di Materialismo ed
empiriocriticismo, vi è «una base filosofica materialistica, atea, antiteleologica». torna
il concetto, precedentemente accennato, di differenziazione (non d’opposizione di dati
inconciliabili) tra visione e percorsi propriamente politici e politologici da un lato, e,
dall’altro, progresso d’una visione laica, materialistica, scientifica, tecnicamente
“peculiare” eppur non neutra, una Weltanschauung antiprovvidenzialistica del reale e
della storia; e si tratta, nell’ultimo caso, d’un antiprovvidenzialismo non valido solo in
direzione antireligiosa, o anticonfessionale, o in genere antitrascendente (o, addirit-
tura, per riferirsi a concetti kantiani, ma inerenti alla gnoseologia anziché alla reli-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


gione, antitrascendentale), bensì valido anche (e in misura almeno pari a quella anti-
religiosa) in direzione contraria alla religiosità immanente, alla ragione che si autofor-
ma, che si autopone come una sorta di divinità nel mondo umano, a quella che tim-
panaro definisce «religione per le persone cólte». ma in marx c’è sempre, nota
timpanaro, un eccesso d’insistenza sull’antropocentrismo, c’è una serie di concetti
dialettici che mal s’attagliano ad un materialismo conseguente, c’è la natura concepita
solo come oggetto del lavoro dell’uomo e della sua trasformazione, e non anche
come forza gravemente condizionatrice e infelicitante «anche in una perfetta società
comunista»47; non si può, insomma, ridurre il biologico al sociale né il sociale al
biologico e, soprattutto, non si può “appiattire” il biologico interamente sul sociale: tra
i ritmi della storia e i ritmi della natura v’è certo un’immensa differenza, che può per-
mettere allo storico, anche marxista, di trascurare, pur trattando un lungo periodo
cronologico, «il livello fisico-biologico» (Sul materialismo, iii ed., p. XVi); ma, come
non si può mai escludere un’influenza della struttura economico-sociale sulla sovra-
struttura (neanche nei casi in cui più indiretta e mediata è la loro relazione), così
sarebbe ingenua, e soprattutto pericolosa, l’idea d’un rifiuto filosofico di riconoscere
il condizionamento della natura su ciò che è umano e sullo stesso mondo storico.
nelle varie «fasi della vita umana la socialità ha un peso rilevantissimo, ma non tale
da annullarne il sostrato biologico», né da annullare le condizioni che, dopo aver fatto
sorgere la stessa vita umana, la condurranno (pur in un lontano futuro) ineluttabil-
mente «all’estinzione» (ivi, p. X). E a spiegazione del «materialismo geologico o bio-
logico o astronomico» vale, una volta di più, la citazione del leopardi della Ginestra
(vv. 37-51, 158-296 e 111-157; ad esempio, 37-41): «a queste piagge / Venga colui che
d’esaltar con lode / il nostro stato ha in uso, e vegga quanto / è il gener nostro in cura
/ all’amante natura». il problema, semmai, è costituito dalla dialettica, dalla possibi-
lità, variamente studiata da chi s’è occupato di marx e di Engels (timpanaro si rife-
risce soprattutto a Colletti), di tradurre il materialismo dialettico in materialismo sto-
rico; marx ed Engels, a giudizio di timpanaro, non vi sono in definitiva riusciti; ma la
contemplazione di concetti già denominalmente indipendenti, o addirittura con-
trarî alla dialettica, come appunto quelli delle «negazioni adialettiche», distruttive,
delle «perdite secche», è piuttosto ritrovabile in Engels:

Ciò che Engels dice […] a proposito della fine dell’umanità e del sistema solare,
costituisce proprio un tipico esempio di negazione adialettica, di quelle che vorrei
chiamare «perdite secche». Ciò non esclude affatto che processi autocontraddittorii
[…] esistano realmente […]. Quello che ho sempre tenuto a ribadire, è che non si
può porre un aut-aut esaustivo: o materialismo dialettico, o materialismo volgare o
meccanico. C’è spazio per un materialismo storico (non storicistico, non «giustifi-
cazionista» […]), che non ignori il diverso ritmo e i diversi modi della storicità della
natura (ivi compreso l’uomo in quanto animale) e della società. Certo, un tale mate-
rialismo è, in parte, ancora un desideratum: presuppone una teoria della conoscenza
che non si basi più sull’eterno discorso dell’oggetto che presuppone il soggetto et simi-
lia, ma su uno studio del pensiero come funzione degli organi di senso e del cervello
[…] (p. Xii).

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


Queste affermazioni, già in sé coraggiose nella riproposta d’un «materialismo storico»
che sia aperto ai differenti processi e alle differenti cadenze della «storicità della
natura», inevitabilmente riconducono alla critica delle hegeliane matrici dei percor-
si della dialettica48. la figura intellettuale e saggistica di Engels in tal senso conquista
ben presto il primo piano, al punto che nel progressivo dispiegarsi e ricorreggersi della
saggistica timpanariana Engels è assai spesso evocato con espressioni comparativa-
mente preferenziali a fronte della stessa ratio dottrinaria marxiana. lo studioso quasi
non perde occasione per rammentare, proprio rispetto a marx, la maggiore attenzione
scientifica di Engels al mondo e al sistema della natura, e alla “dialettica” di quest’ulti-
mo, non riducibile alla dialettica della storia; in questa costante linea d’autentica
rivalutazione del pensiero engelsiano, in questa polemica contro l’impostazione (che
non è soltanto quella italiana) sostanzialmente antiengelsiana di gran parte del marxi-
smo novecentesco, lo stesso Engels, anche per il ruolo che l’ideologo viene ad assu-
mere nella positività, in sé veicolante, del recupero polemico, si pone come uno
degli interlocutori più validi dell’intellettuale marxista timpanaro, e certo il più ido-
neo a sostenere quelle tematiche di riflessione sulla fine della terra, o dell’universo,
sull’estinzione del cosmo, che non sono certo il primario interesse dell’impostazione
antropocentrica marxiana, e che invece costituiscono un laboratorio di risposta,
quanto meno metodologica, alla ricerca di timpanaro. il pessimismo, l’assenza di
qualsiasi finalismo, l’indipendenza, pur entro certi limiti, dalla filosofia della storia,
non possono non attirare il marxista che avverta come insufficiente un concetto di
natura antropicamente delimitato, quale prodotto della sola, determinante umana
azione, e teoreticamente non privo d’alcune vistose negligenze nei confronti della
considerazione del mondo fisico, geologico, insomma nei riguardi della parziale
autonomia (rispetto ad altri “vettori” interpretativi del mondo) dell’azione infelicitante
della natura su se stessa e sull’uomo. Questo dato afferisce ad una visione densa di
conseguenze valutative sulla gnoseologia novecentesca. non spetta certo a noi il
compito d’indagare e di riferire su campi disciplinari che pertengono ai filosofi, agli
epistemologi, ai linguisti, agli antropologi, agli studiosi di psicoanalisi; ma non si può
in alcun modo negare che il ventesimo secolo abbia rappresentato un periodo di
imponente e grave latenza del materialismo e delle sue induzioni contestuali nella sto-
ria. secolo antiengelsiano, appunto si diceva; e tanto più significativa è l’esperienza di
Engels, nella valorizzazione ideologicamente e culturalmente promossane da tim-
panaro, se si pensa che la gestazione elaborativa della Dialettica della natura, di cui
solo la lettura filologica può realmente rendere ragione49, è in parte coeva alla ripre-
sa del pensiero antimaterialista e idealistico come alla frantumata ricomposizione del
reale promossa dalle suggestioni intuizionistiche, ed è altresì contemporanea delle
filosofie propriamente soggettivistiche, aperte alla prolungata epifania del volontari-
smo, in cadenze di drammatica contiguità intellettuale con la reattiva emersione,
già allora inquietante sul piano storico, di tutte le fenomenologie dell’irrazionali-
smo. in quest’ottica, la stessa provvisoria definizione di marx-leopardismo, fin trop-
po spesso discussa a proposito dello studioso, può sì trovare miglior approdo in un
più corretto, e a ben vedere più congruo e peculiarmente ravvicinato engels-leopar-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


dismo, ma a patto che ancora una volta si demarchino i giusti limiti, o almeno i
limiti più prudenti, rispetto all’ennesima, proponibile definizione combinatoria. se
leopardi offre al suo “seguace” un identitario raffronto con l’intellettuale (e l’ideolo-
go) esposto e motivato alla riflessione sulla natura e sull’infelicità procurata alle
involontarie creature, Engels porge a sua volta al leopardista l’esperienza d’un filosofo
nel cui pensiero il materialismo storico non esclude, ma anzi coscientemente ricerca,
a pena d’un’autopercezione d’insufficiente Weltanschauung, il legame, la relazione con
il materialismo della natura, lo studio dei meccanismi chimico-biologici d’un cosmo
autodistruttivo, d’un sistema autofagocitante. Engels non appare candidato a rappre-
sentare con urgenza il primo elemento d’un binomio Engels-leopardi; più che
Engels-leopardi, direi Engels quale spiegazione, agli occhi dello studioso maturo, di
come in leopardi si trovi ciò che manca in marx.
a proposito dell’accentuata valenza critica nei riguardi degli sviluppi epistemo-
logici novecenteschi, una capacità d’acuta e lungimirante preconizzazione degli stadi
involutivi che in tal senso avrebbe attraversato il XX secolo è evidenziata da lenin, di
cui più volte timpanaro ricorda i meriti, soprattutto in riferimento alla lucida pole-
mica antivolontaristica e antisoggettivistica, antiidealistica e antiempiriocriticista
(cfr., ad esempio, Sul materialismo, cit., p. XXVi)50. E così, il pessimismo leopardiano
è difeso da ogni slittamento antiilluministico e dalle «scorie romantico-esistenziali-
stiche che contaminano gravemente il pensiero di Horkeimer e adorno e ancora
quello, pur assai più politicizzato e laicizzato, di marcuse» (ivi, p. XXViii). Contro
Colletti (pur apprezzato sotto altri profili, fra i quali le radici illuministiche, il non
antiengelsismo e il non antitročkijsmo, nella prima fase del suo percorso di pensiero),
timpanaro ricorda che «la specificità dell’uomo non annulla la sua “genericità” in
quanto animale, e una definizione dell’uomo che punti solamente sulla specificità
finisce, inevitabilmente, col ricadere nell’idealismo: questo è il punto, ancora una
volta» (p. XXXV). E taluni concetti fondamentali, come quelli di “rispecchiamento”
della realtà esterna, di fondamento della nostra conoscenza nell’esperienza, di passi-
vità ricettiva nei riguardi della natura come origine dei nostri stimoli gnoseologici,
vengono espressi in uno dei passi più chiari del saggio eponimo Sul materialismo
(p. 6), un saggio da cui, al di là dell’apparente latitanza citazionale, la presenza di leo-
pardi è assai meno lontana di quanto potrebbe sembrare:

Per materialismo intendiamo anzitutto il riconoscimento della priorità della natura


sullo «spirito», o, se vogliamo, del livello fisico sul biologico e del biologico sull’eco-
nomico-sociale e culturale: sia nel senso di priorità cronologica (il lunghissimo
tempo trascorso prima che la vita apparisse sulla terra, e dall’origine della vita all’ori-
gine dell’uomo), sia nel senso del condizionamento che tuttora la natura esercita sul-
l’uomo e continuerà ad esercitare, almeno in un futuro prevedibile. in sede conosci-
tiva, quindi, il materialista sostiene che non si può ridurre l’esperienza né a
produzione della realtà da parte del soggetto (comunque si voglia concepire tale
«produzione»), né a reciproca implicazione di soggetto e oggetto. non si può, in
altri termini, negare o eludere l’elemento di passività che c’è nell’esperienza: la situa-
zione esterna, che noi non poniamo, ma che ci si impone; né si può in alcun modo

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


riassorbire questo dato esterno facendone un mero momento negativo dell’attività del
soggetto, o facendo del soggetto e dell’oggetto meri momenti, distinguibili solo per
astrazione, dell’unica realtà effettuale che sarebbe appunto l’esperienza. / Questa
sottolineatura dell’elemento passivo dell’esperienza non pretende certo di essere una
teoria della conoscenza […]; ma è la condizione preliminare di ogni teoria della
conoscenza che non si accontenti di soluzioni verbalistiche e illusorie;

ancora, più sotto (pp. 7-8):

Certo la conoscenza scientifica è l’unica forma esatta e rigorosa di conoscenza. ma


se la filosofia sposta tutta la sua attenzione dai risultati e dall’oggetto della ricerca
scientifica alla ricerca in quanto tale; se, trascurando di prendere in considerazione
la condizione dell’uomo nel mondo quale risulta dalla ricerca scientifica, si riduce a
metodologia dell’attività dello scienziato, ecco che si ricade nell’idealismo, perché si
fa apparire come unica realtà non la natura, ma l’uomo indagatore della natura e
costruttore della propria scienza. i risultati della ricerca scientifica ci insegnano
che l’uomo occupa un posto marginale nell’universo; che per lunghissimo tempo la
vita non c’è stata sulla terra, e che il suo sorgere è dipeso da condizioni particola-
rissime; che il pensiero umano è condizionato da determinate strutture anatomico-
fisiologiche, ed è offuscato o impedito da determinate alterazioni patologiche, e
via dicendo. ma consideriamo questi risultati come meri contenuti del nostro pen-
siero pensante o della nostra attività sperimentatrice e modificatrice della natura,
sottolineiamo che essi non esistono al di fuori di questo nostro pensiero e di questa
nostra attività, e «il giuoco è fatto»: l’operazione di escamotage della realtà esterna
sarà riuscita, e non sul terreno di un antiquato umanesimo ostile alla scienza, ma
invece con tutti i crismi della scientificità e della modernità! […]. Una filosofia
che sia, anche nel senso più ampio e comprensivo, metodologia dell’agire umano,
rischia sempre di eludere o sottovalutare ciò che nella condizione umana è passività,
condizionamento esterno.

inevitabile la sorte di Croce e dell’ambiguo argomentare idealistico al vaglio d’uno


studioso, d’un leopardista engelsiano-leninista, com’è il caso di timpanaro, che ne
focalizza le contraddizioni proprio dove riconosce l’acutezza, la condivisibile sotti-
gliezza di certi giudizi e di determinate distinzioni (pp. 10-11):

il valore dell’attualismo gentiliano consiste proprio nella consequenziarietà con cui


esso svolse fino in fondo, riducendole all’assurdo, le premesse idealistiche. E se Croce
aveva buone ragioni di recalcitrare dinanzi all’identificazione di storia e storiografia,
di res gestae e historia rerum gestarum, aveva però manifestamente torto nel non
voler vedere che il rifiuto di quell’identificazione implicava il rifiuto di tutto l’ideali-
smo, che è una teoria dell’«eterno presente». ora, se le res gestae sono distinte
dall’historia rerum gestarum, non c’è proprio nessun motivo di credere alla battaglia
di Waterloo come a qualcosa di «realmente avvenuto» e di negare, invece, lo stesso
riconoscimento alla formulazione del sistema solare o a qualsiasi altro episodio
cosmico anteriore all’origine dell’uomo […]51.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ma Engels è, secondo timpanaro, più avanzato dello stesso marx anche rispetto alle
convinzioni antropologiche: la maggiore libertà, la maggiore spregiudicatezza nella
concezione della famiglia e della laicizzazione sociale e dei costumi si fanno avverti-
re nella valutazione storica degli istituti economico-sociali e degli assetti civili del
matrimonio, investigati ad ampio raggio in una panoramica spaziale e temporale
che comprende, presso varî popoli, lo stadio selvaggio, lo stadio barbarico ed il pas-
saggio da quest’ultimo allo stadio della civiltà52. in realtà, proprio in L’origine della
famiglia qui citato in nota, nella prefazione alla prima edizione del 1884, è Karl marx
ad essere evocato quale ideatore e iniziatore di questo studio espositivo e rielaborati-
vo dell’opera dell’etnologo americano lewis Henry morgan (Ancient Society, or
Researches in the Lines of Human Progress from Savagery, trough Barbarism, to Civili-
sation53). E la trattazione, in ogni caso, conferma, nello studio delle antiche forme di
organizzazione della vita sessuale, l’assoluta libertà di concezione di Engels riguardo
ai dati antropologici, peraltro mai disgiunti dal loro profondo e necessario legame con
la struttura socio-economica:
Prima che l’incesto fosse inventato (ed esso è veramente un’invenzione e per giunta
preziosissima), il commercio sessuale tra genitori e figli non poteva suscitare scandalo
maggiore delle unioni tra persone appartenenti a generazioni differenti, e ciò accade
anche oggi persino nei paesi più filistei senza suscitare grande orrore. Perfino «zitel-
le» attempate che hanno passato la sessantina sposano talvolta, se hanno abbastanza
denaro, giovanotti trentenni (p. 64)54.

E la stessa, aperta disposizione di studioso e di saggista è riscontrabile a proposito


della posizione della donna nel grado inferiore e medio dello stato selvaggio e dello
stato barbarico55, nell’illustrazione del passaggio (sempre rubricato nell’ottica antro-
pologico-tribale, di clan, derivata da morgan e applicata soprattutto agli indiani
d’america, ma articolatamente studiato nelle componenti di gentes e di φρατρίαι)
dalla fase matriarcale alla fase patriarcale, nella focalizzazione dei primi stadi
dell’oppressione di classe, nell’indicazione dell’esigenza di “inabissamento”, non solo
di superamento, delle strutture matrimoniali monogamiche56.
Engels, peraltro, ritorna, e come termine di riferimento altamente positivo, anche
nella polemica nei confronti di Claudio Colaiacomo e della scuola di asor Rosa
(Antileopardiani, p. 158) sulla frequente superiorità d’ottica culturale e di sensibilità
d’interpretazione storica offerta da una sede di provincia, “arretrata” rispetto a quel-
la che Verga chiamerebbe la «grand’aria» metropolitana, ma in realtà, e spesso appun-
to, più acuta nel cogliere caratteri ed elementi, lacune e drammi civili e di costume
della propria epoca. È esattamente in Antileopardiani e neomoderati nella sinistra
italiana che ritornano, quasi invariate, le parole su leopardi e marx (con il nome di
Friedrich Engels omesso perché scontato, non perché assente): «leopardi (e non
solo leopardi) mi ha appassionato anzitutto per ciò che non c’è in marx né in altri, ed
è tuttavia vero e vivo» (p. 196). Antileopardiani rappresenta, in effetti, uno dei versanti
più direttamente esposti e politicamente espliciti della prosa di timpanaro; tutti i
nomi dell’universo ottocentistico dello studioso, dallo stesso leopardi a Giordani, da

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


Carlo Bini a marx, ad Engels (e in chiave polemica manzoni, Vieusseux, tommaseo),
ritornano nella chiave di quell’aperta discussione, ideologica ma non banalmente
attualizzante, che è piuttosto attestata su una cifra militante ansiosa e sollecita degli
incerti destini della sinistra, una “cifra” pessimistica eppur battagliera, resasi “isolata”
per degrado storico-politico generale e non per primigenia scelta soggettiva, prote-
samente allocutiva ma senza esuberanza pamphlettaria, come giustamente l’autore
precisa fin dalle pagine introduttive; semmai, si tratta d’una “prosa ideologica” che,
rassodatasi nella raccolta editoriale degli articoli a suo tempo usciti in «Belfagor»,
assume buona parte della cultura storico-filosofica e letteraria che ha ispirato altre
prove scientifiche e saggistiche. Bersaglio principale rimane, dovendolo esprimere in
termini sintetici, la cultura dialettica d’origine hegeliana, variamente applicata alla
scrittura, o ai conati di riscrittura storiografica dell’ottocento letterario-risorgimentale
italiano. né la fanno franca molte delle intrusive prospezioni antimaterialistiche
novecentesche, da quelle francofortesi a quelle strutturalistiche o semiotiche (soprat-
tutto nelle loro propagginate declinazioni post-saussuriane, spesso misticheggianti, a
dire dell’autore, e, in quei casi, non lontane dal rango scrittorio d’eserciziarî d’una
mimesi concettuale e lessicale sgrammaticata), alle “analisi” di marca freudiana
(“marca”, non certo fedeltà filologico-ortodossa a Bergasse; ma con Jung, secondo
timpanaro, sarebbe ancora peggio); non mancano, stupirebbe il contrario, reiterate
punte antigramsciane e antitogliattiane, che, soprattutto nel caso del primo, non infi-
ciano comunque, minimamente, l’ammirazione per il valore umano ed eroicamente
testimoniale dell’esperienza antifascista. i termini della discussione con Carpi nel
capitolo espressamente leopardiano (Leopardi e la sinistra italiana degli anni settanta,
pp. 145-197), dal canto loro, articolano e puntualizzano, dettagliano e approfondi-
scono tematiche in fondo non nuove nell’uno e nell’altro studioso; tali tematiche
riguardano il dibattito su leopardi e il suo apparente “disimpegno” ideologico nel
cosiddetto periodo fiorentino, il suo rapporto con i moderati toscani, l’esigenza d’una
lettura approfondita e capillare dello Zibaldone, la crescente simpatia, non accompa-
gnata da comprensione culturale, da parte di Vieusseux per Giacomo, l’ennesima
declinazione della malignità tommaseana, le ragioni profonde che rendono impossi-
bile una reale collaborazione con l’«antologia», il concetto di “scrittore utile”, le
equazioni, qui come in altri luoghi vibratamente denegate da timpanaro se concepi-
te in accezione semplicistica, romanticismo-reazionarismo classicismo-progressi-
smo, materialismo-progressismo spiritualismo-conservatorismo, e riguardano, altre-
sì, il concetto, avanzatissimo (e degno da parte della critica d’attenzione ben maggiore
di quella che abbia sinora ricevuto), dell’acuminata e convinta antimeritocrazia di
leopardi57. Più ricco di nuovi spunti, ma sempre coerente con la volontà di difendere
leopardi dall’accusa di sostanziale rifiuto della politica, di mancato coinvolgimento
realistico-patteggiante con la società, e non privo d’elementi di provocatoria discuti-
bilità, è invece il primo capitolo del volume, I manzoniani del “compromesso storico” e
alcune idee sul Manzoni, pp. 17-47, dove oggetto d’una dura polemica sono lajolo e
salinari; non v’è dubbio sul carattere ancora una volta anticonformistico e rifuggen-
te da ogni standard di pensiero della voce timpanariana, in mezzo al dibattito degli

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


anni settanta sul compromesso storico, sulla volontà, divenuta programmaticamente
“politica”, di coniugare le due tradizioni più organicamente strutturali e veicolanti della
cultura italiana, quella cattolica e quella costituita (non si dice rappresentata) dalla
sinistra di allora. anche in questo caso il vero bersaglio sul piano della res publica ita-
liana è il PCi, di cui si rileva la fondamentale continuità con la politica togliattiana, fin
dal primo dopoguerra protesa, pur con virate, con pause e con ritiri tattici, all’accor-
do con il “polo” democristiano-conservatore. la peculiare rigorosità laica della for-
mazione, e gli sviluppi culturali di tutta la sua opera di studioso e di pensatore, sono
per timpanaro fattori più che sufficienti per avversare in modo netto il tentativo
compromissorio, non solamente sul piano partitico, ma anche su quello culturale; e
qui il discorso polemico si incentra principalmente su salinari, sul suo saggio man-
zoniano apparso in «Critica marxista» (maggio-agosto 1974, pp. 183-200): se lajolo
«inventa un manzoni antiborghese e precursore di marx, salinari vede il progressismo
del manzoni proprio nel suo esser borghese» (p. 28). si tratta, in chiave manzoniana,
dello stesso tema che divide timpanaro da Carpi, ossia della funzione progressista o
meno della borghesia, e quindi, specularmente, del rifiuto di essa, o dell’apparte-
nenza a una classe che mostra, anche nel primo ottocento, nel periodo della Restau-
razione, valenze avanzate e valenze conservatrici. È perfino prevedibile che timpa-
naro muova a salinari consistenti obiezioni, sul piano della concezione economica
manzoniana (l’ineluttabilità “naturale” dei cicli economici, con le relative crisi quasi
per intero a carico dei diseredati, l’antifilantropismo evidenziato dalla rappresenta-
zione dei tumulti del pane), sul piano del moderatismo, borghese appunto, sul piano
del cattolicesimo, a ben vedere, e nonostante i fremiti giansenistici, radicatamente
“romano” e antisismondiano, sul piano del paternalismo verso gli umili – non lo ha
notato “soltanto” Gramsci –, e soprattutto sul piano ideologico: oggetto di discussio-
ne, oltre alla condivisione manzoniana della fobia della Rivoluzione francese nel suo
versante rigorosamente giacobino, è la possibilità, avvertita con ansia da timpanaro,
d’assunzione da parte della borghesia e del suo “realistico” e pragmatico riformismo di
quello che rimane il compito rivoluzionario del proletariato; uno spostamento di
classe, questo, ma anche uno spostamento d’obiettivi e di metodologie politiche che,
nel processo rivoluzionario – e pur con tutti gli studî e le riflessioni che sono in tal
senso ancora necessarî – contemplerebbe – e la critica vale anche per Carpi e per il
favore accordato al gruppo toscano dell’«antologia» – la promozione ad attendibile
propellente storico del progresso esattamente di quella classe sociale che è veicolo d’e-
siti opposti al progresso stesso e che è invece bersaglio e destinatario della necessaria
lotta di chi, per ferrea logica della storia e dell’economia (e marx è qui più che mai in
primissimo piano), e per oggettiva fenomenologia dell’evolversi dei rapporti sociali di
produzione, di chi appunto è vittima della borghesia e dei processi da essa innestati, di
chi deve rovesciare tale stato di cose fino a una società comunistica compiutamente
attuata. E la difficoltà di pensare realizzata tale società nel momento storico in cui
viviamo (è una considerazione che può valere anche per il presente hic et nunc) non
può flettersi in una delega della funzione di terapia scientifica allo stesso gigantesco
virus che è causa della patologia, che soffoca gran parte del mondo, variamente indu-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


strializzato e colonizzato nei suoi continenti, un virus che rovina e che devasta il
sistema e l ’ecosistema. né questo ragionamento disconosce i meriti della figura per-
sonale e di studioso di Carlo salinari; è il frangente storico del compromesso a far
divergere l’ottica di timpanaro da quel conato consociativo di due tradizioni politiche
italiane rispetto alle quali lo studioso ricorda la possibilità di un itinerario propria-
mente laico e non subordinato alle due formazioni maggiori, così come fin dalla
Prefazione egli ricorda la militanza socialista e, a suo tempo, l’adesione al PsiUP
(con la sua casa pisana – torna qui la figura materna – a costituire un punto di riferi-
mento addirittura istitutivo del nuovo soggetto partitico). Rimangono vive e com-
prensibili, per chi qui scrive, le ragioni salinariane, le bemerenze marxiste, l’apertura
disinteressata e nobile ad autori e linee creative affatto discordanti dalle sue opzioni
artistiche e ideali (si ricordi, mero esempio, il sostegno all’opera di Giuseppe Berto),
l’elaborazione del complesso concetto di «realismo» al quale ancora molto deve il suo
manzoni. Forse, la scottante contiguità cronologica con l’epoca del “compromesso sto-
rico” ha condotto lo stesso timpanaro a non comprendere del tutto il senso dell’ope-
razione critico-ideologica salinariana. Per timpanaro (e qui anche per noi) vale
comunque il concetto espresso, sulla reciprocatio leopardiano-marxiana, nelle ultime
parole del saggio su Leopardi e la sinistra italiana degli anni settanta (p. 197):

naturalmente, perché due visioni della realtà possano agire l’una sull’altra, coopera-
re ad una nuova sintesi, occorre che, malgrado tutte le diversità da noi non mai
taciute, esista anche un punto in comune. Esso è rappresentato dal rifiuto della filo-
sofia come “consolazione”, dalla convinzione che i mali di cui soffre l’umanità non
devono essere “giustificati”, ma, ogni volta che è possibile, soppressi, e quando non è
possibile, denunciati come tali, senza alcun “conforto stolto”. È un punto importante
perché significa, pur movendo da formazioni culturali ed esperienze pratiche così
diverse, una rottura netta da una millenaria concezione della filosofia, che nemmeno
il secolo XViii aveva compiuto in modo così coerente. ma i climi politico-culturali di
“compromesso” a lungo termine (non i momentanei compromessi che ogni movi-
mento politico deve saper fare in caso di necessità) non sono stati mai favorevoli né
alla fortuna di marx e di Engels, né a quella di Giacomo leopardi.

nell’ultimo timpanaro, anticipata dai consistenti segnali engelsiani che si sono


visti, la presenza di leopardi entra anche in chiave di coinvolgimento nelle proble-
matiche ecologiche, nella polemica dei gruppi “verdi”, nel confronto, fin troppo noto,
con le opinioni e con gli scritti di adriano sofri. inutile, qui, ripercorrere i termini
personali d’un dissenso che non ha certo vietato l’espressione dell’amicizia fra i due
protagonisti e men che mai ha impedito a timpanaro di professarsi assolutamente
convinto dell’innocenza di sofri, peraltro già dimostrata (se ve ne fosse stato biso-
gno), meglio che da un avvocato penalista, dallo storico Carlo Ginzburg (si ricordi Il
giudice e lo storico. Considerazioni in margine al processo Sofri, torino, Einaudi, 1991
[«Gli struzzi», 408]. meglio sottolineare, dando ancora la parola a timpanaro, le
due fondamentali differenze che separano la concezione di sofri da quella del nostro
studioso. Primo, l’impossibilità d’un «Verde» che non s’ispiri innanzi tutto al «Rosso»,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


a una precisa e serrata (e severissima) critica al capitalismo planetariamente esteso,
alle industrie chimiche, a quelle militari, alle multinazionali, sistemi e soggetti col-
pevoli di comportamenti che, su larga scala, si qualificano come interessati e irre-
sponsabili, e quindi responsabili dello scempio dell’ecosistema e della serie di perico-
li ai quali l’umanità va incontro: in tal senso, un ecologismo puramente “verde”, teso
a ricomporre in un amplesso fraternamente interclassista, sdegnoso di lotte fra
umani, quelle che già sono drammatiche divisioni umane segnate da gravissimi delit-
ti, spesso fomentati e avallati dalla scienza e dalla tecnologia, contro la natura e con-
tro gli uomini, si risolverebbe – e anzi spesso si risolve – in un vacuo, disarmato e
mistificante appello che fallisce perfino i proprî destinatarî (la guerra da parte del
capitale al bene, o al semplice mantenimento del mondo, è, in tal senso, già in atto). in
secondo luogo, la necessità di dissipare l’equivoco su un leopardi apparentemente
convocabile al tavolo d’una generica difesa della natura grazie al senso della sua bel-
lezza che certe liriche sublimi senza dubbio evidenziano, ma in realtà lontano da ogni
possibilità di reclutamento e di strumentalizzazione da parte di chi non ha riflettuto,
o non abbastanza, sulla seconda concezione della stessa natura, sulla negatività insi-
ta proprio in quel sistema che si vuole difendere, e che va certo tutelato, ma già da
solo è fonte, anche in un’ipotetica situazione d’assenza d’intervento dell’uomo, di
gravi pericoli, come sistema indifferente ad ogni sua creatura, ed anzi a lei nemico, se
veramente si vuole seguire leopardi; si tratta dell’inganno al quale accennavamo fin
dall’inizio, d’una concezione, in questo caso, aproblematica e, se pur talvolta docu-
mentata al giusto grado d’informazione, neutramente mielosa, riguardo a una natu-
ra che non legittima un’identità polarmente dialettica sistema amico / sistema nemi-
co: anch’essa, infatti, è ostile, e oltre tutto non è l’unico nemico che l’uomo abbia. Essa
è addirittura, per il non tesserabile leopardi, il nostro primo nemico; e, ci sia con-
sentito dirlo, la sua σιωπῶσα ἀπάτη, insomma la sua silenziosa e ingannevole bellez-
za, ha colpito ancora; e questa volta non più Giacomo:

i danni ecologici sono causati da “umani”, che, in linguaggio meno souple, si chia-
mano fisici nucleari e chimici asserviti al Potere e mossi da tutt’altro che da puro
amore per la scienza come conoscenza o come alleviatrice dell’infelicità: si chiamano
grandi industriali uniti in formidabili concentrazioni nazionali e multinazionali, che
nel nucleare e nella produzione chimica inquinante hanno già investito e intendono
ancora investire cifre astronomiche; si chiamano spesso anche piccoli industriali e
produttori agricoli che, quanto a spregiudicatezza inquinante, non sono secondi a
nessuno (la toscana è una tipica regione di ‘piccoli inquinatori’, adriano sofri non ne
sarà del tutto ignaro); si chiamano militaristi che, fra l’altro, sanno bene che ogni
ricerca sul ‘nucleare pacifico’ è utilizzabile per il ‘nucleare bellico’ (e lo stesso si dica
per il settore chimico). non c’è bisogno di continuare l’elenco. Esso, nella sua som-
marietà, basta già a mettere in chiaro che una politica ‘verde’ o si riduce a vaghi e
innocui appelli sullo stile della società per la protezione degli animali o dell’Esercito
della salvezza, e allora, certo, non dà fastidio a nessun “umano”, ma è una mistifica-
zione che non salva dall’inquinamento e, se serve a qualcosa, serve a distrarre la gente
dalla disumanità e iniquità di questo mondo occidentale; o si propone davvero una

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


lotta efficace contro l’inquinamento, e allora esige la presa di coscienza che il “Verde
interclassista” è impossibile, e che l’inquinamento non si sopprime se non si scon-
figgono quegli “umani” che hanno tutto l’interesse ad inquinare. / Costoro, poi, non
sono ‘semplici inquinatori’ per gusto sadico, untori di manzoniana memoria o pazzi
da curare. sono, come si è accennato, capitalisti, guerrafondai, intellettuali al loro ser-
vizio. Un discorso meramente ecologico è giustificato, anzi necessario, finché si trat-
ta di aprire gli occhi alla gente (col massimo di documentazione e senza dar luogo ad
accuse di mancanza di progetti alternativi) sui danni di un inquinamento e sulla fal-
sità di una propaganda minimizzatrice e ‘rassicurante’, alla quale si presta volentieri
anche qualche Premio nobel. ma, fatto tutto questo (anzi, in concomitanza con
tutto questo), è pur necessario aprire gli occhi alla gente una seconda volta: far capi-
re, cioè, che la battaglia ecologica è, in occidente, un aspetto della più generale bat-
taglia anticapitalistica e antiimperialistica, perché, finché vi saranno i gruppi di pote-
re a cui si accennava, vi sarà anche l’inquinamento e tutti gli altri disastri ecologici.
altro che sospendere sine die le “lotte fra umani”! il “Verde” è impotente se non è
concepito e praticato come un aspetto del ’Rosso’. Queste cose le dissero molto
meglio di me, in altri tempi, dario Paccino e Jean Fallot, in libri che sofri avrà cer-
tamente letto, ma di cui sembra essersi dimenticato (Il “Leopardi verde”, in Il Verde e
il Rosso, cit., pp. 162-163).

E ancora:
l’itinerario (tormentato, non privo di andirivieni, ma tuttavia ben reale) che succes-
sivamente il leopardi compì fino ad approdare alla concezione della natura matrigna,
cieco meccanismo di produzione-distruzione, causa dell’infelicità umana pur senza
averne coscienza, andrebbe considerato, da un punto di vista ‘verde’, come un regres-
so (p. 166).

senonché il secondo concetto leopardiano di natura […] ha ancor meno a che


vedere con le idee dei Verdi, e a prima vista potrebbe apparire addirittura in con-
trasto con quelle. in contrasto non è, ma certamente è su un piano diverso. dall’in-
quinamento, da tutto ciò che sconvolge il suo pur provvisorio e relativo equilibrio, la
natura dev’essere protetta, perché si è constatato che l’uomo, anch’esso un essere
naturale e soltanto naturale, con quegli interventi ‘oltracotanti’ accelera la propria
distruzione: su questo non è necessario tornare ad insistere. altrettanto giusto è
opporsi alle crudeltà inutili verso gli animali (la caccia, per fare l’esempio oggi più
discusso, ma non certo l’unico), a tutte le forme di ingiustificata violenza contro
l’ambiente. ma sbaglieremmo (e questo proprio il leopardi, il leopardi maturo, ce lo
insegna) se le esigenze ecologiche ci conducessero a una concezione rugiadosa della
natura, che non c’è nemmeno, a guardar bene, nel primo leopardi. Fino all’ultimo
il leopardi ha sentito profondamente la bellezza della natura e l’ha espressa con una
poetica castità raggiunta da pochissimi altri; in questo senso, il leopardi ‘idillico’ non
si dilegua mai, nemmeno nell’ultimo canto, Il tramonto della luna, nemmeno in
certe splendide ottave dei pur così materialistici e dissacranti Paralipomeni. ma
dietro la bellezza della natura, almeno dal 1824 e ancor più dal ’26 in poi, egli ha
sempre più lucidamente veduto la sua inconscia, ma non per questo meno feroce
spietatezza (pp. 167-168).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


in effetti il ciclo vitale (piante, insetti, animali erbivori, carnivori, insettivori…) si basa
su un incessante e necessario divorare e tormentare, che gli ecologisti non possono
abolire, devono addirittura proteggere. E la spietatezza della natura colpisce in modo
più grave l’uomo (l’essere vivente più infelice, e perciò, senza sua colpa, il più cattivo:
un pensiero anticristiano, che i moderati non perdonarono al leopardi), ma non
risparmia nessun essere vivente. / anche se limitiamo il discorso agli uomini, una vit-
toria, anche totale, delle rivendicazioni ecologiche li salva da terribili mali aggiuntivi,
e salva l’umanità nel suo insieme da un’estinzione precoce: non dall’infelicità ineren-
te alla costituzione biologica (e, di conseguenza, almeno in gran parte, psichica)
dell’uomo, non dall’estinzione della specie e di ogni forma di vita sulla terra, sia
pure dopo un tempo presumibilmente molto lungo. / identificare, come fa il sofri, la
lotta contro la natura, della quale parla il leopardi nella Ginestra, con la lotta per sal-
vare ciò che della natura deve essere salvato, o far credere che si possa operare una
trasposizione dall’una all’altra lotta che ‘attualizzi’ il pensiero leopardiano e faccia di
leopardi il precursore dei Verdi, è una mistificazione inaccettabile. E la mistificazione
non è innocua per quel che riguarda quelle famose ‘lotte fra umani’ che il sofri è
tanto desideroso di scongiurare (pp. 168-169).

non, dunque, un abbraccio di fraternità interclassista, bensì la lotta delle classi, la lotta
di classe, ancora, e semmai ancor più di prima, invocabile come unica realtà e come
unica soluzione, come unico tentativo di reale salvezza dalla distruzione.

***

l’intera opera leopardistica di timpanaro si pone come un’imponente serie di


riflessioni e di studî ispirati a un preciso valore antidogmatico e antischematizzante,
non solo per l’estrema valorizzazione d’un autore e d’un pensatore laico e materiali-
sta nella tradizione d’un paese cattolico per definizione, come l’italia, ma anche per la
poderosa gamma di nuove proposte testuali e metodologiche, critiche e ideologiche,
che spesso hanno rappresentato il segno d’una voce autonoma, talvolta coraggiosa-
mente isolata, eppure attentissima al dibattito in corso sulle varie discipline, da quel-
le antichistiche, attinenti alla filologia classica (in specie latina), all’ottocentistica, al
classicismo del XiX secolo, veicolato, con sostanziale novità d’impostazione storica, in
chiave sì antiromantica, ma nel rifiuto di categoriali contrapposizioni conservatori-
smo-progressismo (timpanaro è un ridefinitore di categorie, non ne è un assertore,
men che mai quando si tratta di precedenti categorie sue). la ridefinizione si dilata,
per il suo ottocento, a vera potenzialità di riscrittura storiografica (e come dovizio-
samente supportata nelle letture e negli ancoraggi filologici e documentarî); tale
possibile riscrittura attraversa soprattutto i tragitti leopardiani della concezione della
natura, del progresso razionale della scienza filologica (in buona parte ancora da
impiantare in italia), dell’appartenenza dello stesso leopardi, ma anche di molti
autori di non esigua importanza, alle idee del classicismo, concepite (qui è soprattut-
to il caso di Giacomo) in una cifra esplicitamente antiprovvidenzialistica e addirittu-
ra atea (negativa è invece, per timpanaro, la figura di monaldo). È così che si passa da

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


Recanati (o, a seconda delle circostanze, in direzione Recanati) anche nel caso di altri
autori: dal monti, ammirato per la sua Proposta, a Padre Cesari, probabile titolare
d’una sollecitazione puristica nel primo leopardi, all’amato e forse anche troppo
difeso Giordani, dalla prosa di Carlo Bini all’evoluzione in direzione scientifico-
marxista, e in particolare engelsiana, di de amicis: un’“antologia” d’autori che fino a
non molto tempo fa si sarebbe attirata (e in parte ciò è avvenuto nei periodi in cui
timpanaro vi lavorava) le prevedibili censure, i riscontri svalutativi legati al pregiu-
dizio formalistico-retorico che dall’ottocento (ma non è tutta colpa di de sanctis)
grava sul classicismo italiano. a Piero treves58 e alla sua propensione per il Foscolo, e
a quella che timpanaro definisce come una posizione non sufficientemente capace di
comprendere leopardi (secondo un pregnante concetto di treves, la natura vuol
essere illuminata dalla ragione, non incendiata)59, timpanaro risponde con una
recensione che limita moltissimo non solamente l’estensione e il possesso d’una reale
tecnica filologica60, ma la stessa importanza e perfino l’identità della corrente roman-
tica e neoguelfa:

[…] si vedrà, credo, che il meglio degli studi classici nell’italia preunitaria non è
dovuto ai neoguelfi o ai romantici, ma ai classicisti-illuministi: monti, Giordani,
Peyron (solo dopo il ’48 passato da posizioni illuministiche e riformatrici a posizio-
ni clericali e reazionarie), leopardi, Cattaneo. l’influsso di questa corrente perdura
anche nel secondo ottocento: al Cattaneo si ricollega l’ascoli (la cui impostazione
della questione della lingua è nettamente antimanzoniana e antiromantica); lo stesso
Comparetti potè, sì, essere definito «romantico» dal Pasquali per il suo interesse per
le tradizioni popolari, ma non si deve dimenticare l’ispirazione profondamente illu-
ministica e laica del Virgilio nel medio evo, che culmina nell’esaltazione di dante
come primo umanista (molto bene su questo punto il treves, p. 1054). E se è giusto
indicare nelle tendenze razziste e colonialiste, nella propensione alle generalizza-
zioni affrettate o, viceversa, nell’angustia erudita i lati negativi di molto positivismo,
non è giusto svalutare quegli aspetti per cui il positivismo prosegue e sviluppa l’illu-
minismo: l’antimetafisica, la storicizzazione della natura, l’interesse per il rapporto
uomo-natura. Questi aspetti non furono privi di ripercussioni nemmeno nel campo
degli studi greco-latini: è un riflesso del positivismo il rinnovato interesse per Epicuro
e lucrezio, che in italia trovò espressione in Gaetano trezza e, con maggiore distac-
co storico, nel Comparetti e soprattutto nello splendido commento a lucrezio di
Carlo Giussani61.

E prima ancora (pp. 375-377):

ma in quale misura è esistita nel secolo scorso una storiografia del mondo antico che
possa dirsi neoguelfa? Questa è la domanda che si presentava spontanea già al letto-
re de L’idea di Roma e che si ripresenta al lettore del nuovo volume. il Croce, anche se
sopravvalutò la scuola neoguelfa, aveva comunque tutto il diritto di parlarne ampia-
mente, perché si riferiva agli studi di storia medievale di Balbo, troya, manzoni,
Capponi. ma nel campo della storia antica, a cui si riferisce il treves, è difficile indi-
care in tutto l’ottocento una sola opera originale di indirizzo neoguelfo. Vi sono,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


certo, brevi scritti e occasionali meditazioni di cattolici liberali sulla storia e la lette-
ratura romana (col greco nessuno di essi aveva confidenza). il treves riporta nella sua
antologia, con un prezioso commento, due testi di grande interesse, le postille del
manzoni alla storia romana del Rollin e gli Studi sopra le lettere di Cicerone di Gino
Capponi: il primo tutto teso alla condanna morale del mondo antico (violento, schia-
vista, adoratore del potere politico e della falsa gloria militare, e quindi essenzialmente
anticristiano), il secondo più preoccupato di conciliare il cristianesimo con la com-
prensione storica del mondo pagano. sta di fatto, però, che queste meditazioni non
costituirono, come il treves stesso riconosce (pp. XXX-XXXii), un avvìo a un’espli-
cita attività storiografica. la polemica contro l’idealizzazione retorica dell’antichità
– quella che il treves chiama felicemente la «decoturnizzazione dell’antico» – è certo
un merito di alcuni scrittori cattolico-liberali (non, tuttavia, una caratteristica esclu-
siva della loro scuola: contro il valore paradigmatico dell’antichità classica si battè
sempre il Giordani, si erano battuti gli illuministi nel settecento; e d’altra parte, non
è forse affetto gravemente dalla retorica della romanità il Gioberti, leader politico e
ideologico del neoguelfismo?). ma la «decoturnizzazione», benché importantissi-
ma, appartiene ancora alla pars destruens: i romantici, i neoguelfi italiani non fecero
seguire ad essa la costruzione di una nuova filologia e storiografia, ma preferirono
svalutare l’antichità pagana a favore del medioevo cristiano. E in quella loro condanna
dell’antichità, insieme a fermenti di umanitarismo cristiano-democratico, di antire-
torica, di antigiustificazionismo, c’erano (non solo negli oltranzisti francesi alla
Gaume, molto efficacemente caratterizzati dal treves, ma anche nel manzoni) moti-
vi di polemica antimaterialistica e antigiacobina; così come, a sua volta, il classicismo
del primo ottocento non fu soltanto difesa di una tradizione letteraria imbalsamata,
ma, in alcuni suoi rappresentanti, repubblicanesimo, laicismo, antimetafisica. Ciò ha
riconosciuto ed espresso assai bene lo stesso treves nel capitolo de L’idea di Roma
intitolato «l’ambivalenza del classicismo» (p. 36 sgg.) che è, a mio parere, il migliore
di quel libro. i più ampi sviluppi che quel capitolo avrebbe potuto avere nell’una e
nell’altra opera del treves sono stati, mi pare, bloccati dall’eccessivo amore per la tesi
neoguelfa.

altrettanto coraggio anticonformistico ha presieduto alle letture mirate al recupero e


allo studio del pensiero laico, antireligioso e antiprovvidenzialistico nelle varie epoche,
dallo scettico neoaccademismo di Cicerone (anche rispetto all’epicureismo antico, e
con completa e integrale indipendenza dalla lunga scia svalutativa mommseniana)
all’illuminismo empirico e antivoltairiano, all’antiteodicea di d’Holbach (anche rispet-
to a diderot)62, al positivismo naturalistico, troppo spesso fatto segno a facili saccen-
terie svalutative, dello stesso zola. il materialismo timpanariano si propone soprattut-
to come un materialismo delle cause esterne all’uomo e al suo agire: un materialismo
polarmente negatore del libero arbitrio, un materialismo che realmente produce in
ogni declinazione dell’opera culturale (non solo leopardiana) dell’autore, nella pro-
duzione filologica e nella ricostruzione storiografico-filosofica, nell’atto dell’incerta-
re e nell’atto dell’inverare, un atteggiamento culturale e biografico antimentalistico,
antipsicologistico, antispiritualistico, al quale, come si è visto, anche Cicerone reca i
suoi contributi, e non si tratta di contributi così sorprendenti.

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


leopardi, come in parte siamo venuti dicendo, è la finestra sul mondo della stes-
sa cultura filosofica, anche grazie al suo rapporto con gli antichi (non solo, quindi,
con i settecentisti): il materialismo sensistico ricorda, sempre tramite Giacomo e le
progressive acquisizioni del suo pensiero, che fra natura ed uomo non v’è rapporto
armonico, e che l’etimologia di natura ha in sé una contraddizione che denuncia,
all’interno dell’uomo, un principio che gli è nemico nell’atto stesso che lo crea, o,
meglio, che lo fa nascere. Ben peggiore sarebbe, comunque, una denegazione della
nostra appartenenza alla natura: lo ricorda lo stesso timpanaro a proposito di theo-
dor Gomperz e d’un orfismo che pure lo studioso austro-moravo mostra nei suoi
famosi Pensatori greci di ben capire e di valorizzare, fin dove è possibile: è propria di
tale filosofia «l’ostilità dichiarata alla natura e il rinnegamento ascetico delle sue esi-
genze anche salutari e innocenti» – cfr. Aspetti e figure della cultura ottocentesca,
cit., pp. 410-411). È proprio per questo che la natura va studiata, ed è un “program-
ma” ancora da attuare: se il settecento di leopardi, innestato sulla base culturale
classicistica e su una fondamentale fiducia nella ragione (pure nell’arte), assume su di
sé anche il significato di un’antica riflessione sul mondo, occorre attendere il marxi-
smo, nell’ottocento, per ribaltare in chiave materialistica il più recente e il più peri-
coloso inganno idealistico, quello hegeliano: già con marx (ben prima che fossero
state scritte le opere engelsiane ammirate da timpanaro), nell’opera giovanile Critica
della filosofia hegeliana del diritto pubblico, ripubblicata in italia da Galvano della
Volpe nelle Edizioni Rinascita nel 1949, si trova, scrive lucio Colletti63, «la denuncia
della logica dialettica di Hegel come “misticismo logico”, la critica radicale della con-
fusione tra pensiero ed essere: quello scambio fatale che anche Feuerbach aveva
segnalato come la “mistica razionale”, la rationelle Mistik di Hegel (la stessa mistica
elaborata, oltre che da Eckart e da Cusano, da tutta la tradizione del neoplatonismo
cristiano)» (ibid.); marx rivolge una «critica acutissima e a tratti feroce […] contro l’i-
dea-sostanza di Hegel e il suo presunto automovimento dialettico»; se per l’idealismo,
non solo italiano, «Hegel segnava il culmine del pensiero critico», della Volpe
«mostrò le radici teologiche di quel preteso criticismo». Uno degli approdi più impor-
tanti dell’operazione culturale compiuta da timpanaro, riguardo all’ottocento, è
proprio quello di averne fornito e promosso una lettura antihegeliana.
ma a proposito dell’antihegelismo non mancano, certo, voci di riscontro critico
alle concezioni di timpanaro. si veda ad esempio Roberto Finelli, in Il marxismo di
Sebastiano Timpanaro tra ‘natura prima’ e ‘natura seconda’, nel citato volume collet-
tivo Per Sebastiano Timpanaro64. Finelli ricorda il concetto di “natura seconda” in
Hegel come imprescindibile punto di partenza del marx dei testi maturi. «natura
seconda»

sta a designare tutte quelle pratiche di vita, quelle consuetudini proprie di una comu-
nità, che il singolo rispetta e riproduce spontaneamente, senza necessità alcuna di sot-
toporle al vaglio della sua critica e della sua scelta: cioè l’insieme dei valori e dei com-
portamenti che sono pre-dati alla sua esistenza individuale e cadono, come tali,
fuori della sua possibilità di decisione, di elaborazione e di trasformazione (p. 140).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


attraverso l’irrinunciabile passaggio rappresentato dalla definizione marxiana dei
concetti di feticismo e di reificazione, Finelli precisa:

ora, in sede di storiografia del marxismo, ciò che va sottolineato è che proprio tale
connessione feticismo-reificazione-natura seconda ha costituito l’asse portante di
quel marxismo europeo del ’900 (in particolare il lukács di Storia e coscienza di
classe e il marxismo tedesco dalla scuola di Francoforte in poi), che per timpanaro
partecipa invece, tutto, di una regressione idealistica e soggettivistica. E che dunque
ciò che timpanaro condanna come marxismo fortemente gravato da una forte cur-
vatura dialettica implica all’opposto una fondamentale articolazione d’oggettivismo
sociologico che esplicita come il materialismo di marx, proprio a partire dalla realtà
dei rapporti di produzione del capitale, possa spiegare in modo né semplicistico né
meccanico la genesi delle forme di coscienza e dell’immaginario ideologico della
società contemporanea. / ma alla visione di timpanaro, anche per la forte compo-
nente scientifico-naturalistica presente nella sua ispirazione, è fatto divieto d’inten-
dere la tesi fondamentale del marxismo europeo d’origine hegeliana: e cioè che un’a-
strazione possa generare realtà. ossia che la società moderna vada compresa non a
partire da soggetti individuali e concreti, come vuole l’intera tradizione di cultura
anglosassone […], bensì da quella soggettività impersonale ed astratta che è la ric-
chezza capitalistica nel suo carattere quantitativo e accumulativo. Vietandosi così d’in-
tendere anche come la teoria hegelo-marxiana del nesso di socializzazione moderna,
quale nesso collocato esternamente ai singoli per essere simmetrico e garante della
loro presunta libertà, apra un’interpretazione della modernità istituita sull’astrazione-
reificazione (pp. 142-143).

anche la “vulgata” d’un isolamento di timpanaro riceve qualche correttivo: «l’inte-


ro marxismo italiano, nelle sue più varie articolazioni, s’è mantenuto assai lontano,
per non dire del tutto estraneo, alle tematiche del marxismo dell’astrazione reale» (p.
143). E si ricordi (ma già lo aveva notato timpanaro) che i testi giovanili di marx,
rispetto a quelli della «matura critica dell’economia politica», sono «i più appesantiti
da un’antropologia spiritualistica che […] è ben distante dalla consapevolezza matu-
ra del Capitale, in cui appunto astrazioni generano realtà» (p. 144). non meno impor-
tante, dopo la forte e articolata critica di timpanaro all’opera di Freud, è l’argine pro-
tettivo innalzato da Finelli a difesa del fondatore della psicoanalisi e della sua
importanza non solamente sul piano dell’applicazione terapeutica e della psicologia,
ma anche sul piano della filosofia:

ma appunto anche nel caso del giudizio sull’opera di Freud e della psicanalisi ciò che
timpanaro rifiuta di accogliere nel suo orizzonte mentale è l’idea di una logica terza
che non sia né quella di causa-effetto del determinismo naturalistico né quella del
pensiero logico-discorsivo, ossia di una logica ‘altra’ del comportamento umano che
non sia riconducibile né a una causalità materialistico-corporea (qual è quella co-
munque privilegiata nella spiegazione della prassi umana da timpanaro) né a uno
scegliere consapevolmente e responsabilmente motivato. invece è proprio questo
tipo di legalità che Freud ha inaugurato, scoprendo il continente fin allora scono-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


sciuto dell’inconscio e decifrandone la struttura logica di base. Visto che, almeno a
mio avviso, l’originalità dell’indagine freudiana sta proprio nella definizione di una
logica specifica del pensiero inconscio: delle leggi costitutive cioè di un pensare che è
radicalmente altro da quello cosciente, il cui procedere si svolge attraverso connes-
sioni e articolazioni discorsive (p. 146).

sempre a Freud va accreditata una «riflessione sul linguaggio, a partire dalla distin-
zione tra Sachevorstellung (rappresentazione di cosa), e Wortvorstellung (rappresen-
tazione di parola)», che conduce

alla tesi fondamentale per la sua teorizzazione della psicanalisi, che non solo il men-
tale, o lo psichico, coincide se non in parte assai limitata con il cosciente e l’inten-
zionale, ma che la parte della mente che s’identifica inconscia in tanto è tale in
quanto non si struttura e non si organizza linguisticamente. il pensiero inconscio è un
pensiero senza linguaggio: questa l’affermazione più propria di Freud, che appunto
dedica luoghi fondamentali della sua opera, in una continuità che va al di là delle due
topiche e delle due teorie pulsionali, ad argomentare come la logica costruttiva e asso-
ciativa dell’inconscio non si serva dell’articolazione delle parole e dei fonemi lingui-
stici, bensì di una associazione-dissociazione che procede attraverso materiale rap-
presentativo concreto, fatto di immagini sensoriali (visive, auditive, olfattili, tattili,
cinestesiche) senza linguaggio. / il pensiero incoscio, com’è argomentato in modo
esemplare nella Traumdeutung attraverso l’analisi delle funzioni della ‘condensazione’,
dello ‘spostamento’, ecc., è un pensiero che associa in modo diverso dall’associare lin-
guistico-discorsivo proprio del pensiero cosciente (pp. 146-147).

E ancora, più sotto:

E appunto solo l’articolazione e la compresenza di queste tre logiche – corporea la


prima, rappresentativa e non-verbale la seconda, linguistico-discorsiva la terza –
spiega per Freud la complessità della psiche umana e l’intreccio dei suoi rapporti,
intersoggettivi e con gli altri da un lato, intrasoggettivi e con la dimensione biologico-
materialistica della corporeità dall’altro (p. 148).

si può giungere, diciamolo pure (e le parole di Finelli professamente lo autorizzano),


ad avvalorare il capovolgimento non delle teorie di timpanaro, ma certo delle sue
panoramiche interpretative, a loro modo implacabili nel ritrovare in molte delle cor-
renti culturali dell’ottocento e nella maggior parte delle tendenze novecentesche
segni e indicatori di misticismo, di soggettivismo, d’irrazionalismo, di individualismo
volontaristico:

dunque non alogica la teorizzazione dell’inconscio in Freud, come pretende tim-


panaro nella sua esigenza di ridurre la psicanalisi a irrazionalismo. Giacché, come s’è
appena detto, la peculiarità della scoperta freudiana è stata, all’opposto, proprio
quella di definire logica e leggi dell’inconscio e di sottrarre, solo attraverso tale per-
corso, l’ambito del non-cosciente, di cui com’è noto e ovvio s’era trattato ben prima
della nascita della psicanalisi, a ogni ipoteca d’intuizionismo e di romanticismo.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Quello che a timpanaro appare come il misconoscimento per eccellenza di Freud, di
aver voluto negare la natura meccanica di molti processi e sintomi psichici per teo-
rizzare un agire finalistico e personalistico d’un inconscio non-razionale (equivalente
per il nostro a irrazionale e mistico), si mostra essere invece la rimozione più tenace
messa in atto da una cultura scientifico-illuministica, com’è quella di cui timpanaro
partecipa, di ammettere l’esistenza di zone ampie dell’esperienza umana non riduci-
bili al paradigma delle scienze della natura.

non meno importante, e insieme segnato da commosse movenze di scrittura nella


rievocazione amicale, il contributo critico di Paolo Cristofolini nel citato numero di
«allegoria»65; non sorprende la confessione che timpanaro faceva, oralmente e pri-
vatamente, della sua passione (e della sua primitiva attrazione di studente) per le
scienze biologiche, in specie per la zoologia (in altri passaggi e in altre sue enuncia-
zioni egli confesserà massimo apprezzamento per la geologia). la prospettiva antii-
dealistica e antiattualistica, l’assoluto antiantropocentrismo, il concetto della man-
canza di vita sulla terra e della singolarità di condizioni che si sono verificate per il
suo inizio, la nostra dipendenza, anche nel pensiero, dalla morfologia anatomo-
fisiologica del nostro corpo e dalle condizioni ed accidenti esterni, il condiziona-
mento e la passività, sono riaffermati, nella lucida sintesi di Cristofolini, con assoluta
perspicuità:

E parlo di passione costante perché il suo interesse per il mondo animale ha fatto
sempre da sostrato a tutto il suo studio attorno alle vicissitudini storiche, sociali, cul-
turali dell’animale-uomo. non si comprenderebbe altrimenti l’insistere così martel-
lante sul tema della marginalità dell’uomo nell’universo, sul fatto che per lunghissimo
tempo la vita sulla terra non c’è stata, che il suo sorgere è dipeso da particolarissime
condizioni, e soprattutto che il pensiero stesso dell’uomo, lungi dall’essere, come
vogliono l’idealismo e l’attualismo, la sede e il fulcro di questi stessi contenuti scien-
tifici, è condizionato dalla sua struttura anatomica e fisiologica, ed è dunque suscet-
tibile di essere offuscato, impedito, spento, da alterazioni patologiche, da stati di
delirio, di follia, di collasso, dall’invecchiamento e dalla morte. / Condizionamento e
passività: questi sono i due cardini del materialismo biologicamente fondato, che gui-
dano timpanaro al rifiuto verso quanto di «magnifiche sorti e progressive» dell’uma-
nità possa essere espresso o anche soltanto implicito nella versione dialettica del
materialismo. […] il suo è un socialismo, si può dire, senza sole dell’avvenire […]
(p. 74).

ma quando il materialismo di Timpanaro (non solamente quello derivatogli dalla


sua cultura) incorre nella verifica dei proprî proclamati elementi costitutivi edonistici,
l’unico “fattore” ricollegabile alla sfera e al pensiero del piacere è rappresentato
dall’«istinto sessuale»; gli altri tre «dati costanti della condizione umana» (le citazio-
ni sono tratte dal Sul materialismo, p. 24) sono «l’indebolimento (con le relative
ripercussioni psicologiche) prodotto dalla vecchiezza, la paura della morte propria e
il dolore per la morte altrui»: tre “dati” che, scrive Cristofolini (p. 82), «quanto all’e-
doné sembrano proprio agli antipodi»; e mentre questi sono «integralmente e dram-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


maticamente umani», il primo elemento (l’istinto sessuale) rinvia a un punto di vista
del piacere «puramente animalesco». il materialismo edonistico, nella concezione di
timpanaro, sembra conoscere solo la dimensione del dolore, e sembra essere tale
(“edonistico”, appunto) soltanto nella realtà della “mancanza”, nella specularità chia-
roscurale che individua la stessa connotazione edonistica non in una forma afferma-
tiva, asseverativa, asseribile del piacere, bensì nella consapevolezza – riguardo agli ele-
menti dell’edoné – della scomparsa, dell’assenza, del deperimento, del patimento. E un
concetto positivo del piacere «è per sebastiano inconcepibile: sotto non può esserci
che l’inganno consolatorio, la religione o il surrogato della religione» (p. 83). È questa,
scrive ancora Cristofolini, la vera causa della non approfondita (nel caso di timpa-
naro il concetto equivale a «mancata») lettura di un filosofo come spinoza: «Questi si
ritrova a volta a volta accoppiato a Bruno, secondo la vulgata gentiliana, e classifica-
bile come pampsichista; o peggio, ridotto nella cosiddetta ‘teoria spinoziano-hegeliana
della libertà come coscienza della necessità’» (p. 82). Eppure spinoza, anziché una
schematizzazione sulla base di concetti irreperibili nei suoi testi, poteva stimolare nel
filologo materialista una riflessione su «problemi interessanti, anche in tema di edo-
nismo»; a timpanaro, in questa singola, non felicissima declinazione del suo impegno
d’insigne lettore,

è mancato l’artiglio del filologo per vedere in spinoza il senso antiteologico della
negazione dell’opposizione tra libertà e necessità, e della libertà come realizzazione
della natura umana; per vedere la critica serrata dei miracoli nel Trattato teologico-
politico, che attrasse l’attenzione appassionata di marx, e la distruzione del teleologi-
smo e del provvidenzialismo nell’appendice alla parte prima dell’Etica, testo che
ispirò potentemente tanta parte del pensiero libertino e illuministico del settecento
francese; sul piacere e sul dolore, basti pensare che in spinoza la superstizione con-
siste nel giudicare cattive tutte le cose che arrecano gioia e buone tutte le cose che
arrecano tristezza; mentre viene qualificata come «tristis et torva superstitio» la
rinuncia agli onesti piaceri materiali della vita (p. 83).

da questi rilievi può ricevere rinnovata connotazione l’assoluta congenialità, l’affinità


elettiva (proviamo a chiamarla così?) con leopardi, con il suo mondo umano e con il
suo pensiero, più ancora, oserei dire, che con il suo mondo artistico-poetico:

materialismo significa, per lui [Timpanaro], conoscenza a fondo del dolore; e per
edonismo si può soltanto intendere il precipizio interminabile del rimpianto. leo-
pardi domina tutta l’atmosfera anche filosofica, entro la quale lui si muove e pensa;
dunque il piacere è figlio d’affanno; le gioie della giovinezza sono illusioni che cado-
no all’apparir del vero; nerina or più non gode, e il suo aver goduto, se c’è stato, è irri-
mediabilmente sopraffatto dall’acerbo destino mortale. C’è un primato della soffe-
renza sulla gioia, del declino sulla crescita, in nome del quale si rintuzzano come
pseudo-religioni consolatorie e illusorie le virtù del melius vivere, proprie di quei clas-
sici, da Epicuro a spinoza, che emarginano la meditatio mortis. no, sebastiano tim-
panaro non sarebbe stato conquistato alla filosofia di spinoza nemmeno se l’avesse
studiata a fondo (ibid.).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ma le contraddizioni non inficiano, anzi, fanno ulteriormente stagliare l’austero e
meditativo profilo del “materialista edonista”, del leopardista quanto più chino sulle
letture, tanto più svettante nella ricezione novecentesca del disperato messaggio lan-
ciato dal colle dell’infinito di Recanati come dalle pendici del Vesuvio rimpetto al
golfo napoletano:

nessun altro forse, tra i letterati e i pensatori del secolo appena trascorso, ha vissu-
to così interamente, e con argomentazione così serrata, il messaggio unico e uni-
versale di dolore che emana da leopardi. lo stesso non risolversi (né dialettica-
mente, si capisce, né in altra maniera) delle contraddizioni teoriche, fa tutt’uno
con la forza espressiva di questa disperazione. E il tutto in un clima psicologico
opposto a quello della passività o della rassegnazione, anzi, con lo scatto incessante
della ribellione (p. 84).

il leopardismo segna anche la posizione, la collocazione di timpanaro nel panorama


dei dibattiti filosofico-ideologici del novecento italiano. Un confronto di importanti
percorsi intellettuali, tutt’altro che chiuso al riconoscimento di elementi comuni, e
nonostante questo non ancora abbastanza studiato, è quello fra lo stesso timpanaro
e ludovico Geymonat66. senz’altro d’accordo sulle basi engelsiane, sulla «priorità
dell’essere sul pensiero, della materia o natura sullo spirito», timpanaro non può esse-
re del tutto soddisfatto di certi sviluppi geymonatiani, che pure mettono l’autore
della Storia del pensiero filosofico e scientifico in contrasto con la linea egemonica del
marxismo ufficiale in italia (Geymonat, lo ricordiamo, parte da un preciso pro-
gramma antiidealistico ed anzi scientista – non da “materialismo volgare” – derivato
dall’impegno di pensatori come de sarlo, Pastore, Enriques, martinetti, Faggi); «un
dichiarato materialista engelsiano (ma anche leopardiano)» nutre prevedibile (e coe-
rente) diffidenza per la dialettica e per l’epistemologia. Girolamo de liguori parla a
questo proposito d’un problema che costituisce «un significativo nodo storico e teo-
rico del pensiero italiano del novecento: timpanaro – materialismo dialettico –
Geymonat»; e neppure luigi Cortesi, curatore della raccolta di scritti che è andata
sotto il titolo de Il Verde e il Rosso, sottolinea a fondo questo valore del materialismo
leopardiano, e della stessa figura di personaggio-filosofo rivestita da leopardi, come
confluenza e più ancora come smistamento di correnti di pensiero che a timpanaro,
studioso di Giacomo, si propongono con la loro rigorosa e pressante, e spesso ardua
necessità:

il curatore del recentissimo e meritorio volume di scritti timpanariani militanti dal


1966 al 2000, nella sua sentita introduzione non pare accorgersi, ad esempio, della
profonda valenza storica e teoretica che ha l’intonazione leopardiana del materialismo
timpanariano e di come essa richieda, da un canto, un approfondimento in sede
storiografica entro il percorso non lineare del materialismo moderno, da spinoza a
d’Holbach, e, dall’altro, un confronto più che opportuno con l’epistemologia mate-
rialistica da Engels a Geymonat. nel paragrafo che egli dedica al Contributo di Engels
e di Lenin al materialismo, è ricordato, nel confronto con l’interpretazione timpana-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


riana, il solo lucio Colletti. la circostanza non soddisfa lo storico che colga lo spes-
sore e il travaglio di meditazione e di analisi di cui s’era caricata la riflessione timpa-
nariana sulla letteratura marxista da un canto e la storia della cultura moderna
dall’altro67.

Come si vede, si tratta d’un’ulteriore serie d’indicazioni di studio del materialismo,


dalle sue figure “curricolari” sei-settecentesche alle problematiche dei filosofi della
scienza e dell’epistemologia materialistica moderna. se si ricorda la «profonda valen-
za storica e teoretica» dell’«intonazione leopardiana del materialismo timpanariano»,
è lecito inferirne che leopardi è per timpanaro il nucleo agglutinante delle varie
declinazioni del pensiero materialistico; lo stesso de liguori afferma: «in italia, il
solo leopardi ha rappresentato, in maniera anomala, la coerente tenuta di un rigo-
roso materialismo, strettamente connesso alla drastica negazione della razionalità del
reale» (p. 487). ancora, de liguori legittimamente rileva che timpanaro concorda
con Geymonat sulla validità della «scelta realistica», intendendo per questa «il risul-
tato della stessa ricerca scientifica, il riconoscimento, finalmente antitrascendentale,
di un oggetto che si manifesta come qualcosa di altro dal soggetto, cioè di irriducibile
ai processi con i quali l’umanità cerca via via di chiarirlo e dominarlo» (p. 493). E
come Engels, anche lenin fa parte degli autori e dei punti di riferimento comune con
Geymonat; ed è il lenin di Materialismo ed empiriocriticismo, con il «necessario
recupero di quel senso comune o realismo ingenuo che anche all’isolato timpanaro
era parsa l’irrinunciabile premessa – in tal senso materialistica – di ogni seria assun-
zione della scienza a fondamento della conoscenza». semmai, Geymonat non può
«del tutto seguire» timpanaro nell’assoluta diffidenza per la dialettica e per ogni sua
implicazione, dalla «concezione provvidenzialistica della storia» a quella allure
«negazioni-inveramenti» alla quale il filologo materialista oppone la frequenza (non
la certezza o la matematica scansione) delle «cadute irreversibili» o «perdite secche»,
concetto che, come si è constatato, più che mai ritorna nella riflessione ecologico-
planetaria (più engelsiana che “verde”) sulla fine del mondo; ma timpanaro, al di là
d’ogni commistione storica di tendenze diverse, «seppe cogliere il filo nascosto che
congiungeva il materialismo dialettico alle più profonde istanze di quello pre-marxi-
sta, di un Holbach o di un leopardi» (p. 495)68. a questa “traccia” materialistica (né
v’è bisogno di sottolineare il suo carattere problematico e tutt’altro che lineare)
non vien certo meno l’ultimo lenin, che, nelle parole di timpanaro, riconosce,
nell’articolo del 1922 Sul significato del materialismo militante, il valore del

materialismo basato sulle scienze della natura che non sia ancora pervenuto al punto
di vista marxista […] ma svolga intanto un’azione chiarificatrice in senso laico, anti-
provvidenzialista, antiantropocentrico. in questo ambito, dice lenin, la “letteratura
militante ateistica del XViii secolo ha ancora una funzione indispensabile da adem-
piere” (timPanaRo, Sul materialismo, cit., p. 218, con i relativi rinvii testuali a
lenin).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Un aspetto che forse non è stato a sufficienza sottolineato nell’itinerario timpa-
nariano è rappresentato da quella che nel tempo si rivela l’elettiva sede editoriale
dei suoi studî più noti, dei saggi, o delle raccolte di saggi che, al di là delle alte prove
che lo studioso già aveva dato di sé come filologo classico e come leopardista, hanno
reso timpanaro, come si suol dire, appunto “timpanaro”, l’autore di Classicismo e illu-
minismo, di Aspetti e figure della cultura ottocentesca e di Nuovi studi sul nostro Otto-
cento. la sede di questi saggi, la collana dei «saggi di varia umanità» della benemeri-
ta nistri-lischi di Pisa, collana a suo tempo fondata da Francesco Flora, ha in séguito
avuto come direttore lanfranco Caretti, che ha non solo accolto, ma spesso anche
discusso e caldeggiato, arricchendo l’autore di spunti e di suggerimenti e a sua volta
rimanendone arricchito, i volumi timpanariani. il rapporto di timpanaro con Caret-
ti meriterebbe, ove ciò fosse possibile, un approfondimento sulla base della loro
opera, dell’epistolario intercorso fra i due e delle testimonianze di chi li ha conosciu-
ti. di fatto, e dato l’arco ufficiale in prevalenza ottocentistico di questa collaborazio-
ne d’amici, uno dei maggiori manzonisti e uno dei maggiori leopardisti italiani dia-
logano in quello che realmente si pone come un fecondo scambio di pensiero, di
progetto e di opinione, non solo sul piano d’una peculiarità letteraria, libresca, testua-
le, filologica degli argomenti, ma soprattutto nella valorizzazione filosofico-cultura-
le, e pour cause con aperta serietà ideologica, d’un asciutto laicismo razionalista, d’una
concezione rigorosamente secolarizzata della storia e della cultura, un laicismo
dischiuso ad alcuni dei maggiori valori fondanti dell’illuminismo settecentesco e, nel-
l’ottocento, del classicismo e dello stesso positivismo, e in quanto tale (non sempre la
conclusione è così lapalissiana), un laicismo razionalista profondamente, oserei affer-
mare acuminatamente alieno da qualunque acritico consenso a “chiese” o a precosti-
tuite ideologie. timpanaro leopardista, conoscitore del manzoni, ma sostanziale
antimanzonista (come chiaramente mostrano i saggi che compongono Antileopar-
diani e neomoderati, ma anche il saggio su Pietro Gioia apparso nei Nuovi studi e,
nella stessa sede, il saggio su De Amicis di fronte al Manzoni e al Leopardi); Caretti
laico manzonista e non certo antileopardiano (anzi), ma, si dica così, leopardiano
tanto silente da non avere mai – eccetto un ἅπαξ giovanile – pubblicato uno scritto né
dedicato un solo corso universitario a leopardi. non mancano, si converrà, alcuni
elementi che sembrerebbero rinviare ad una netta divergenza di posizioni e d’opzio-
ni critiche, e d’implicazione molto importante, nella visione non solamente letteraria
dei due filologi-storici, di due fra i più eminenti allievi di Pasquali (si ricordi, non solo
per Caretti e per timpanaro, l’altra occasione collaborativa nistri-lischiana, il volume
del 1972 Per Giorgio Pasquali; si rammenti altresì la Premessa di timpanaro – pp. 15-
24 – alla Bibliografia degli scritti di Lanfranco Caretti, Roma, Bulzoni, 1996). Quasi si
direbbe, per capirsi, un “sistema a doppio scambio”, una duplicazione fin troppo
perfetta di corrispondenze reciprocamente compensate e complementari, in una
simmetrica specularità nella quale i due studiosi appaiono destinati, per meriti ogget-
tivi, a “spartirsi”, anche nell’ampio riscontro che v’è stato nella comunità scientifica ai
loro lavori, non certo tutti, ma molti dei più rilevanti percorsi della manzonistica e
della leopardistica in italia: ossia, molti dei tragitti storiografici e critici (e filologici)

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


riguardo al maggiore autore-pensatore cattolico ed al maggiore autore-pensatore
laico dell’italia filosofica e letteraria moderna. Una focalizzazione del legame intel-
lettuale Caretti-timpanaro a noi appare quanto mai necessaria a lumeggiare, anche di
scambievole riverbero, di mutua rifrazione critica, l’una e l’altra figura, e in special
modo quella del leopardista, che, con Classicismo e illuminismo nel 1965, è in certo
senso divenuto tale (nonostante gli straordinarî precedenti filologici) proprio grazie
all’editore manzonista, a un Caretti ufficialmente sbilanciato con assoluta sperequa-
zione d’occorrenze saggistiche sul versante manzoniano, su Alessandro Manzoni,
milanese, su don lisander lombardo-romantico-europeo. Caretti vero “editore di
timpanaro”, del “timpanaro di nistri-lischi”, del timpanaro universalmente noto,
anche nella vasta platea della fruizione studentesco-liceale: il timpanaro del classici-
smo leopardiano, del marx-leopardismo, del materialismo, dell’illuminismo «per
tutti». né qui s’ipotizza un’indagine di semplice attuazione: il privilegio della diretta
conoscenza e del facile contatto comunicativo (i due studiosi hanno vissuto a lungo
nella stessa città) si rovescia in antiprivilegio per i posteri, anche i posteri frescamente
contigui, bisognosi per i loro accertamenti di riscontro cartaceo-documentario. in
attesa di riscontri sugli epistolarî, l’elemento in comune appare proprio costituito
dall’ideologia socialista radicatamente laica e dalla relativa collocazione culturale;
basti ricordare, per timpanaro, le parole di Cristofolini nel citato saggio Materialismo
e dolore di «allegoria» (pp. 73-74): «metterei al primo posto un aspetto della perso-
nalità di timpanaro che non trova espressione nei tre libri or ora citati [La genesi del
metodo del Lachmann, La filologia di Giacomo Leopardi, Classicismo e illuminismo nel-
l’Ottocento italiano], ma che è assolutamente necessario per capire i suoi percorsi,
anche filologici e letterari: la coerente e appassionata militanza nel movimento ope-
raio e socialista negli anni della sinistra Psi di Basso e Vecchietti, e poi del PsiUP»; e
già si è messa in luce la precisa e focalmente mirata valenza anti-PCi di tale sociali-
smo (per converso il PCi, particolarmente in italia, deve non la sua connotazione, ma
la propria stessa nascita, la propria stessa presenza e natura di partito, la propria
ragione direttamente identitaria e istitutiva ad una scelta antisocialista, ad una scis-
sione storica funzionale a una peculiare differenziazione d’ontologia politica). i due
studiosi in tal senso rinvengono un’attendibile area intersettiva di “posizione ideolo-
gico-culturale”, se non d’opzione e d’idem sentire, di coincidenza d’orizzonti e di
reali volontà politiche, e di personale, antropologica Weltanschauung (più tormenta-
ta e inesaudita quella timpanariana, soprattutto sul piano della diretta paternità cul-
turale e discepolare, dell’incertezza su una reale sponda mandataria della sua lezione);
i due studiosi dialogano in un fondamentale accordo di vedute nella loro affinità di
favore e di consenso ad una visione laico-socialista anti-PCi. si possono, certo, ritro-
vare altre affinità culturalmente elettive: ad esempio, nel razionalismo carettiano,
nell’accettazione, da parte del critico ferrarese, dei migliori approdi della più vitale
lezione classicistica cinquecentesca come del “buon gusto” logico e anti-barocco
della letteratura arcadico-razionalistica settecentesca (e il XViii secolo è nei due stu-
diosi un’area amata e comune). E il protocollo critico di Caretti, nel ribadire la con-
genialità con la migliore tradizione letteraria estense, granducale, fervida e creativa

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ma vigilatissima sul piano formale e mai sprezzante dei canoni, prima di riscoprire
quelli aristotelici e, per altra ma poi coincidente via, quelli controriformistici, ha
forse il suo riscontro nel non casuale ambito granducale, parmense-piacentino, in cui
si è in prevalenza svolta, non senza gravi difficoltà pratiche e spirituali, l’attività e l’e-
sperienza di classicista dell’autore mai abbandonato da timpanaro e sempre difeso e
sostenuto e rivalutato anche a costo d’impopolarità e d’effrazione di pacchetti critici
preconfezionati e di luoghi comuni, dell’autore cui risale, con il saggio in «società» del
1954, il primo nucleo di Classicismo e illuminismo, il prediletto Pietro Giordani.
ma nel suo socialismo engelsiano-leopardiano, timpanaro professa rispetto a
Caretti, in realtà, posizioni del tutto diverse; ed anche il suo socialismo è d’origine e
d’impostazione assai differente; in Caretti la scelta socialista ha il valore d’una sostan-
ziale acquisizione post-bellica, estranea a reali professioni anche indirette di marxi-
smo, e anzi tenacemente fedele negli anni a un modello esemplare da probivirato
laico, ammiratore dell’esperienza rosselliana, ma incline, nei suoi tratti effettivi (si
ricordino il capitolo garzantiano sul Foscolo e il saggio sulla «Ronda»), a sostenere
nelle grandi personalità indagate il patteggiamento adattivo con la situazione della
realtà in atto, con le coordinate dello spazio e del tempo nei quali concretamente
l’intellettuale si trova a vivere; in timpanaro si tratta invece d’un socialismo pro-
priamente marxiano-engelsiano, concepito nel suo indispensabile rilancio leninista e
tročkijsta; un socialismo anti-PCi ma non certo un socialismo anticomunista: si può
anzi dire, al di là delle spesso strumentali definizioni, criptosigle, acrostici denominali
d’onomastica partitica ufficiale, un “socialismo comunista”, un socialismo mirante alla
perfetta società comunista anche dove l’intellettuale non la intraveda realizzabile. Un
socialismo realmente comunista, insomma, in un sintagma che la storia ha più volte
reso antinomico, ma che per l’ideologo e per il militante di leopardiana cultura è piut-
tosto un sintagma coerente, seppur problematico al suo interno, un sintagma dia-
cronico (“socialismo comunista”, appunto), d’una filosofica e qualitativa diacronia. in
timpanaro, infatti, il socialismo è anti-PCi, o si autoappercepisce come tale, proprio
ed esattamente perché comunista, o, se si preferisce e se si assume l’ottica dello stesso
studioso, ancor più profondamente e convintamente comunista della formazione
politica ufficiale che in italia ha rappresentato tale pensiero per un lungo segmento
storico (tanto che il Psi viene abbandonato quando il partito rinuncia a una vera col-
locazione a sinistra: si ricordi la Prefazione ad Antileopardiani, cit., p. 12); in Caretti,
invece, il socialismo si pone su un piano diverso da quello del PCi perché realmente
alieno, e spesso addirittura contrario, alle impostazioni e alle prospettive dell’ideolo-
gia comunista.
sul piano peculiarmente critico-letterario si potrebbe aggiungere, ma si tratta
d’aggiunta allusiva a notevoli conseguenze, che frutto della sinergia culturale (e
pubblicistico-editoriale) Caretti-timpanaro sia stato un contributo di denegazione
d’ogni possibile presenza del romanticismo in leopardi, e l’assegnazione del totale
appannaggio dell’appartenenza e della collocazione romantica in italia, nei suoi
risvolti più avanzati e in quelli più criticabili, al “solo” manzoni, e al relativo, nobile
e generoso gruppo geo-culturale. se ancora vi è, e ne siamo persuasi, un’importan-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


te immagine positiva e propellente, sul piano storico e sul piano artistico, del
romanticismo e della sua gestione delle fenomenologie dell’irrazionale, dei senti-
menti rappresentabili e delle volontà umane (anche sul piano storico-politico),
della sfera pulsivo-emozionale (se non addirittura inconscia) dell’espressione
umana, dell’innovazione estetica anticlassicistica, del “realismo” storico, dell’istitu-
zione d’un nuovo genere letterario quale il romanzo (si ricordi la leopardiana Vita di
Silvio Sarno, una prosa che avrebbe potuto in parte cambiare la letteratura italiana;
a nostro avviso i Promessi sposi debbono dividere l’onore ufficiale di tale cambia-
mento con l’Ortis), la suddetta sinergia fiorentina Caretti-timpanaro, con differenti
motivazioni ed esiti diversi nel singolo percorso dei due studiosi, ne ha attribuito il
merito in italia per intero a manzoni, e ne ha del tutto escluso leopardi. se si
vuole, uno degli esiti dell’operazione nistri-lischi di Caretti e timpanaro, nelle
sue sedi accademiche e editoriali toscane, ha sostituito, nello stesso toscano peri-
metro bibliotecario, universitario e latamente culturale, la precedente immagine
leopardiana, certo assai variamente declinata, fra de Robertis, Contini e Binni. sul
piano dell’ideologia culturale e del vero e proprio pensiero filosofico di leopardi
(superato il noto giudizio crociano), tale operazione era forse necessaria, riferendosi
in special modo al testocentrismo giuseppederobertisiano; ma rimane, improcra-
stinabile negli interrogativi filosofico-estetici che essa pone, l’esigenza d’una ridefi-
nizione storica e metodologica della lettura dei testi artistici leopardiani, e soprat-
tutto dei testi lirici, dei quali pure timpanaro era, secondo le vive testimonianze
amicali, impareggiabile dicitore e conoscitore mnemonico; anche qui, e non è uno
dei punti meno importanti, si dovrà accendere un’impegnativa ed elaborata discus-
sione, non breve nella sua presumibile durata. da tale discussione, tutta ancora da
condurre, potrebbero scaturire elementi di recupero della stessa lettura binniana,
potrebbe scaturire una rinnovata attenzione fenomenologica agli apporti (non solo
in chiave di ribaltamento ironico-antifrastico) d’un’ineludibile contemporaneità
ottocentesca ai testi leopardiani, come anche decisivi impulsi al rinnovamento del
“canone” di testualità leopardiana da proporre alla fruizione studentesca, e in gene-
re del pubblico dei lettori. la maggiore novità in quest’ultima direzione offerta da
timpanaro (non si possono qui considerare se non con calibrato dosaggio qualita-
tivo e quantitativo gli scritti tecnico-filologici, neppure essi da escludere) consiste
nella proposta di più serrata frequentazione delle stesse Operette e, altresì, dei testi
satirico-polemici degli anni ’30, troppo spesso, questi, ingiustamente sottratti alla
diretta e originale conoscenza del lettore non specialista. Qualcosa di simile, nello
spirito metodologico e nell’apertura di “canone”, appunto, vi era nelle già accennate
proposte della madre, maria timpanaro Cardini, riguardo ai prosatori scientifici
greci anche “minori”, e dell’amato Giordani riguardo alla prosa storica greca di
Erodoto e alla prosa latina di storici come Cesare, o alla prosa tecnica di Varrone,
delle Pandette, di Celso e di altri (noi aggiungeremmo Vegezio).
Eppure, l’obiezione costituita dalla centralità, che in leopardi va assolutamente
mantenuta, della lettura dei testi lirici e dello Zibaldone, non può in alcun modo esse-
re elusa; né può essere eluso il problema della presenza o meno di forti motivi (non si

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


dice d’un’ispirazione ideologica) derivati a leopardi dal romanticismo, ove non si
voglia a qualsiasi costo considerare condicio sine qua non dello stesso romanticismo
artistico la presenza della religiosità, mancando la quale sarebbe automatica la deru-
bricazione dai ranghi del movimento letterario romantico, o (e questo sarebbe il
nostro caso) la rimozione d’ogni fenomenologia romantica dai testi dell’autore. la
discussione su questo argomento a me appare tutt’altro che chiusa; e sarà comunque,
anche questa, discussione d’ampio spessore e di rimarchevole concentrazione storico-
critica. sono i “cinque canti supremi” ’28-’30, a nessuno ne latita la coscienza, ad aver
fatto sì che leopardi fosse e sia leopardi. Vien da rileggere (e non si dice, con questo,
da sottoscrivere, e men che mai in toto) le parole di Franco Fortini del 1967, a poca
distanza di tempo dalla prima uscita di Classicismo e illuminismo (comunque sotto-
posto, scrive Fortini, a «seconda lettura»):
ma è possibile scrivere un saggio su leopardi pensatore senza valutare quanto di quel
«pensiero» è consegnato in quella che la voce popolare o professorale si ostina a
chiamare la sua «poesia»? È possibile farlo […] senza dubitare che fra il leopardi
dello Zibaldone e quello dei Canti e magari delle Operette vi possa essere una diversità
non descrivibile in termini quantitativi (più «poesia», meno «poesia»; più «pensiero»,
meno «pensiero») ma solo in termini dialettici? […] penso dover affermare […] final-
mente che questo «pensiero» della «poesia» non solo non coincida necessariamente
con il «pensiero» della «prosa» del medesimo autore ma non possa concidere e in un
certo senso non debba. […] quale correzione al pensiero del leopardi pensatore, alla
sua concezione della vita umana, viene […] dalla pienezza o felicità o compiutezza
che è connessa col far poesia ossia, appunto, con l’esprimere un «pensiero» in modo
diverso da quello della prosa e dunque un pensiero diverso? […] non si può, per
amore di una idea di poesia più seria e piena di quella dell’estetismo novecentesco,
fingere che in leopardi l’operare poetico non abbia ad un alto grado una funzione
gratificante ed eudemonica, non si faccia, almeno in parte, oggetto di se stesso, poe-
sia della poesia; non si può insomma omettere dal «pensiero» leopardiano l’enorme
gioia dell’avventura formale, ossia quella contraddizione che la storia della critica leo-
pardiana ha tanto variamente intonato. Perché si può e si deve strappare definitiva-
mente leopardi all’estetismo di ieri; ma non si può strapparlo alla condizione gene-
rale del tempo in cui scrisse, condizione che lo determinava più di quanto la sua
cultura e il suo pensiero potessero sapere. ora quella condizione – che è quella di una
fase di sviluppo della società borghese, ecc. – lo situa fra i primi grandi interpreti poe-
tici europei d’una dissociazione tragica fra «poesia» e «verità» che sarebbe discesa
fino ai nostri ieri, proprio con la sua esistenza giustificando almeno in parte le inter-
pretazioni critiche di cui avremmo voluto esserci sbarazzati per sempre. / Quale
correzione, dicevo, viene al «pensiero» leopardiano dalla «poesia» dei Canti? Questa,
intanto: che agli uomini sia dato consumare nella «forma» una pienezza vitale o (se si
preferisce) godere una esperienza «totalizzante», in altri tempi o società configurata
come religiosa o mistica e in leopardi estetica invece e poetica69.

ma ogni spunto critico, in specie su uno studioso di argomenti di così vasto


riscontro e di tanta vibratilità in ogni direzione, deve tener conto del contesto e del
determinante quadro di personalità culturali con cui egli è venuto a contatto. indi-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


spensabile, per addurre un esempio, lo «snodo» costituito dal la Penna di Orazio e
l’ideologia del principato del 1963. Vincenzo di Benedetto, nel citato La filologia di
Sebastiano Timpanaro (pp. 75-76), ricorda come la recensione che lo studioso ne
scrive in «Critica storica» nel 1964 esprima il periodo di riflessione che condurrà a
Classicismo e illuminismo (contemporanee ad essa sono le indagini su leopardi,
Giordani, Cattaneo e altri ancora); ma suscita molti dubbi l’estensione da parte di
timpanaro agli ultimi decenni del settecento e ai primi dell’ottocento del concetto
di classicismo progressista, e altrettanti ne suscita il nesso classicismo-illuminismo,
in un’epoca in cui la formazione classicista è propria si può dire di tutti i letterati e
non può quindi avere valore distintivo. Resta invece indubitabile l’assunzione sul
piano culturale dello studio lapenniano sull’età augustea e sull’esigenza, fortemente
avvertita anche da timpanaro, di stabilire per ogni grande periodo di produzioni
testuali il rapporto fra letteratura, intellettualità e assetti del potere politico e socia-
le70. E ancora più denso di novità è il secondo «snodo» individuato da di Benedetto;
le citate edizioni garzantiane degli anni ’80 di d’Holbach e del Cicerone del De
divinatione rivelano, oltre alla crescente valutazione dell’arpinate rispetto a Epicuro,
che leopardi, pur grande anche come pensatore, non è più il centro dell’universo
materialistico di timpanaro. Vi è, infatti, anche il mondo del settecento francese:
«[…] risulta chiaro che c’era una grande e complessa realtà culturale, quella france-
se del settecento, di fronte alla quale anche un leopardi non poteva porsi come pro-
tagonista. leopardi restava un grande, ma non era più al centro del mondo»71. lo
stesso di Benedetto, inoltre, rimarca che «in un addendum della iii edizione de La
filologia di Giacomo Leopardi, Bari 1997, p. 239 il timpanaro rifiuta con decisione la
qualifica di ‘progressista’ per leopardi, nel mentre viene ribadita la componente
materialista»72. E ancora viene ricordato da di Benedetto73, riguardo a Sul materia-
lismo, nel corso della stessa riflessione sull’Anti-Dühring, l’insinuarsi, nelle già grevi
maglie della fragilità biologico-naturale dell’uomo, del sospetto d’un’inerziale reni-
tenza alla πόλις, all’interesse e al coinvolgimento politico, insomma d’un’apoliticità
di base, d’un distacco, d’un disimpegno che si rendebbero particolarmente forti
anche, e sotto certi profili più che mai, in un’acquisita società comunista, senza
classi «nel senso più ampio del termine» (tale, grave deminutio, aggiungiamo noi,
osteggerebbe la coordinata propriamente storico-cronologica del concetto tročkija-
no, per noi sempre fondamentale, di «rivoluzione permanente»). la “novità” consi-
ste nel guadagnare alla sfera della natura e della debolezza biologica dell’uomo non
soltanto la sua instabilità organica in sé, ma anche la sua refattarietà a divenire, o a
divenire “compiutamente”, ζῷον πολιτικόν (e non si tratta, scrive timpanaro, di
generico “egoismo”); ne deriva, per lo studioso marxista, sulla scorta d’un ennesimo
suggerimento d’un intellettuale giustamente molto stimato, luciano della mea, la
consapevolezza d’avere, «parlando altrove di limiti biologici dell’uomo», «sempre
insistito più sulla sua “fragilità” e precarietà fisica che sulla sua difficile autoeduca-
bilità politica»74. E come sempre in timpanaro, la riflessione ideologica non si chiu-
de in un circolo, ma si ribalta, in direzione del passato e in direzione d’un possibile
futuro, nel rigoroso stimolo del monito critico ed autocritico.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


***

Per cercare una conclusiva focalizzazione del leopardi di timpanaro non è forse
necessario un diretto appello al pensiero, né è necessaria un’importazione di questo
pensiero nella poesia leopardiana; basta mirare alla poesia stessa, alla quale timpa-
naro è stato spesso accusato di aver fatto torto in nome della filosofia; si può tornare
al nostro inizio, alla σιωπῶσα ἀπάτη, all’agguato illusionistico della bellezza, ma qui
non di Aspasia, bensì di A Silvia e in genere degli idilli recanatesi 1828-1830; è pro-
prio questa fase di lettura diretta, di fruizione testuale del dettato lirico-poetico che è
tanto mancata ai lettori di timpanaro, ed è proprio qui che a nostro avviso va inne-
stata la lezione del leopardista: qui, per dire che anche, e si dica precipuamente questo
polo di gravitazione della maggior parte della leopardistica non solo italiana, ma
internazionale, questo polo che sembra essere in qualche modo “non centrale” nel-
l’applicazione critica di timpanaro, beneficia in realtà, più di altre sponde di riferi-
mento, della nuova lettura dell’opera del Recanatese promossa dall’abnegazione dello
studioso. si può giungere all’affermazione che è esattamente la visione liricocentrica
ad avvantaggiarsi di novità interpretativa, a lumeggiarsi, anziché oscurarsi a causa
della presenza indispensabile del pensiero leopardiano, ivi più che mai compresa la
filosofia «amara e trista», e tutt’altro che sopravvenuta e superfetata, espressasi negli
anni ’30. se anche la lirica degli idilli pisani e post-pisani affabula in termini indi-
menticabili il chiarimento del meccanismo dell’inganno, essa va vista e attraversata, sì,
nella stessa direzione nella quale siamo abituati a leggerla, ma percorrendo tale dire-
zione nel verso e nel senso concettualmente opposti: non dall’illusione all’«apparir del
vero», dall’inganno al disinganno, dalla vibratilità sentimentale alla «tomba ignuda»,
ma dalla lucida e amarissima ragione, dalla ragione disillusa e attivamente capace di
dominare la propria materia (una ragione che ormai presiede incontrastata all’ispi-
razione del canto), alla formazione – tramite l’effetto seducente, si dica pure l’esca
della bellezza e dell’illusione – dell’immagine vaga e indefinita della giovinezza, di
quell’attesa inconsapevole e speranzosa del futuro che appare più che mai conse-
guenza e frutto dell’azione di forze ancora intatte dal tocco sconsolante ma veritiero
di ragione. E un valore non consolante, bensì lucidamente chiarificatorio è rivestito
dall’apparente à rebours di questi idilli; il volgersi indietro, infatti, non mira a banal-
mente riprodurre la cronologia diaristica del percorso illusioni-«apparir del vero»,
giovinezza-maturità, ma investe, alla luce delle Operette (la vera fonte letteraria di
questa estrema produzione recanatese), il cuore del problema “genetico” dell’illu-
sione: e tale constatazione può valere per tutti questi idilli, dal vago delle sensazioni a
suo tempo vissute in A Silvia al mare memoriale delle Ricordanze, dall’uscita da un
pericolo nella Quiete al tempo dell’attesa o dell’autoillusione retrospettiva nel Sabato
(la «donzelletta» e la «vecchiarella»; la prima inventa sul futuro, e ripete l’operazione
ogni sabato; la seconda «novellando vien del suo buon tempo», ovvero inventa sul
passato una felicità da donzelletta, racconta e si racconta che sarebbe stata felice,
retrospettivamente crea, recita il Sabato, un idillio, senza esser passata, lei perso-
naggio, dalle Operette morali); così più avanti, nel Passero solitario (ma non entriamo

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


nella questione della cronologia), l’io lirico disincantato reciterà «e spesso, / ma
sconsolato, volgerommi indietro».
si potrebbe dire che l’impianto versificatorio degli idilli sia un “colle” che deve
essere oggetto di studio e di capovolgimento di prospettiva, in un’operazione simile a
quella che vede un dislivello ora come salita, ora come discesa: se in genere è preval-
so a proposito degli idilli recanatesi del 1828-1830 l’angolo prospettico dell’analisi
della “discesa” (dall’illusione alla disillusione, quasi a chiedersi come ciò sia potuto
avvenire – «perché non rendi poi / quel che prometti allor?» –), non pare fuor di
luogo concentrare adesso, e forse a miglior fine, l’attenzione sulla “salita”, sui perché,
sui meccanismi e sui modi di quell’immotivata ascesa illusoria, di quella gratuita sali-
ta, appunto, dal disinganno all’inganno, dalla verità all’errore: com’è stato possibile
illudersi, com’è nato l’inganno? Qual è il dinamismo generativo delle illusioni, degli
stessi inganni, sia pure «cari» o «dilettosi»? Perché, su una base di disinganno che
sarebbe stata fin da principio coltivabile, solo che si fossero unite esperienza della vita
e riflessioni all’amara luce del materialismo filosofico-ideologico, ci si è potuti iner-
picare sui sentieri, allora confortanti e poi definitivamente chiaritisi come ingannevoli
e dannosi e fonti di souffrance, dell’illusione, del conforto e della bellezza della natu-
ra, dell’indefinita attesa della primavera, della gioventù e della festa? Gli idilli, o
cosiddetti grandi idilli, non sono una spontanea «fioritura», come spesso si dice, e in
quanto tale, una germinazione sorprendente, o, comunque, nata da una sorta di rea-
zione, di ripresa del fiume poetico-ispirativo rispetto all’arido e lucido e ironico vero
delle Operette morali; essi sono, piuttosto, un approfondimento, una vera e propria
prosecuzione, con consistenti avanzamenti euristico-gnoseologici, d’una linea di
scoperte veicolata da una logica implacabile e vieppiù commossa man mano che
effettua ed invera tali scoperte: tanto più commossa, tale logica, quanto più gli idilli
guadagnano una verità demistificante rispetto a moti e sensazioni, altalene e inter-
venti del ricordo, ricostruzioni ricreative del passato e reimmersione in atmosfere per-
cettive maliose e quasi dimenticate. si tratta, insomma, della scoperta del bello, del
suggestivo, del poetico, dell’immaginoso, nella loro peculiare virtus depistante e
ingannevole riguardo al soggetto, non solo poetico, che li sperimenta, che li attraversa
e, soprattutto, che ne subisce il fascino chimerico, l’ingegnosa frode, e che rimane, in
definitiva, avvinto nello stillicidio della loro protratta ma smascherabile imboscata. la
lirica (tale è essenzialmente la poesia) in leopardi, anche sulla scorta dei fondamen-
tali pensieri estetici dello Zibaldone, diviene un attendibile strumento conoscitivo pro-
prio in quanto elemento principe di riproduzione delle immagini e, altresì, delle
dinamiche dell’inganno, e così, e non certo di meno, dell’espressione lucida e lingui-
sticamente efficace e memorabile del disinganno, del registro della demistificazione e
della riconduzione al vero: la poesia, almeno in leopardi e nella straordinaria prova
che l’autore sa produrne, è voce dell’inganno e del disinganno, del cuore e della
ragione, è canto, “suon di voce” della ricreata luminosità del «maggio odoroso» e del
pulviscolo dorato che circola e fluttua nell’aria e nell’atmosfera della gioventù, della
festa e della primavera d’ognuno di noi, ed è, altrettanto (ed è qui che si è saggistica-
mente concentrata, ma non certo limitata l’opera di timpanaro), voce di quella bian-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ca e a suo modo fredda luminosità razionale (il fuoco bianco dell’intelligenza) che
smantella e che smonta le trappole della natura e dell’artificio, dell’estetica, della reli-
gione, della storia, del pensiero.
C’è sempre un’evocazione di scenario naturale all’inizio di questi canti; l’inganno
sul piano del tempo e l’inganno sul piano dello spazio, se si vuole, con un rispettoso
saluto a Kant (a più riprese filosoficamente “beccato” da timpanaro) e alle sue lenti;
ed è sempre, quanto più bella, tanto più fonte d’inganno; anzi, essa è esattamente la
base per lo sviluppo d’un controragionamento, spesso fascinosamente intercalato a
nuove aperture paesaggistiche struggenti e dolose (lì presenti, insomma, per dolo
infelicitante e per foraggio di «mentita speme» agli umani): essa è, ancora, la struttu-
ra di A Silvia, della Quiete, del Sabato, e, nelle sue celebri e poeticamente stupende
“ondate” d’antica sensazione e di devastazione del cuore, di distruzione proprio
nell’atto d’apparente ricostruzione di persone e d’oggetti, delle Ricordanze. il Canto
notturno, da parte sua, ormai contempla il paesaggio in una dimensione nuovamen-
te compenetrata, fin dalla sua stessa origine poetica, con l’espressione filosofica aper-
tis verbis delle domande fondamentali all’intatta, vergine interlocutrice, in un pae-
saggio tanto più spettrale quanto più illuminato di luce, diurna o lunare. E simile
struttura offrono, riguardo ai paesaggi naturali, liriche non appartenenti agli idilli
1828-1830, quali La sera del dì di festa e Il passero solitario. È proprio questa la Frage
in contropelo: non perché ci si disillude, ma “perché ci si illude?” Come meringer nel
suo contropelo freudiano: perché, nel magma del nostro ruvido e prosaico oblio (la
nostra vera e costante base di partenza), alcune cose ce le ricordiamo? Perché, nella
nostra affannata e insieme superficiale e trascorrente quotidianità ci succede di trat-
tenere qualcosa, e perché quello? se si vuole, persino il Freud di timpanaro può in tal
senso recuperare e contrariis alcune ragioni proprio dal perché quello? ma in leopar-
di sono teofrasto, il luciano dei Dialoghi, il barone d’Holbach, e anche Voltaire, se
non più direttamente Giordani75, a ricontrollare, dopo le Operette, il meccanismo d’in-
sorgenza delle illusioni: la bellezza, innanzi tutto, il miraggio, il mito della magnani-
mità, la gloria in sé agognata.
Poesia come strumento euristico-conoscitivo, dunque, come strumento di disin-
ganno, di svelamento, di ragione, una ragione che è tale giustappunto in quanto
disgrega gli inganni, districa dalle reti, aiuta a liberare dalle insidie: questa è la lezio-
ne di lettura della poesia, peculiarmente della poesia leopardiana promananteci
dall’opera e dall’impegno d’un’intera vita d’intellettuale, la vita di sebastiano tim-
panaro. E non si toglie nulla, né lo ha tolto timpanaro, alla suggestione dell’engaño,
del poeta fingidor, dello studioso della finzione come poeta di quel pensiero, come
autore che lo focalizza e che lo esprime: l’engaño, per l’autore non disposto a scom-
mettere sull’irrazionale in quanto tale, è sì creativo, ma è la finzione come rappre-
sentazione dell’inganno in atto e consapevole fenomenologia dell’inganno. Ed è pro-
prio la finzione poetica del leopardi degli idilli recanatesi ’28-’30. in quella fase
storica della sua poesia, leopardi ancora non si volge ad affabulare in versi l’inganno
operato dal provvidenzialismo spiritualistico, dall’ottimismo di marca neocattolica,
religiosizzante, fideistica, né si volge a colpire l’illusione dell’eudemonismo imma-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


nente, laico, tecnologico della prima borghesia industrialistica; il poeta si volge, piut-
tosto, all’affabulazione dell’autoinganno, dell’illusione come linguaggio d’un mondo
d’interiore vibratilità, di vago e d’indefinito, di sensibilità profonda e commossa, di
giovanili attese e speranze sull’avvenire, sulla “festa della vita”, sulla felicità; ma è
già, e non solo questo, affabulazione autopersuasiva, o, se si preferisce, autoprotretti-
ca: protrettico e autoprotrettico al vero. Poi, proprio negli anni 1830, il disvelamento
dell’inganno assumerà pronunce testuali di più esplicita perspicuità, di più palese
ostensione linguistica, di più icastica e zigrinata tessitura allegorica, nelle varie decli-
nazioni dell’ironia, della satira, del sarcasmo, della polifonia ideologico-polemica,
della lucida e struggente e passionata deplorazione lirica. in tale intreccio di verità, di
inganno e di dichiarazione poetica dell’inganno, si potrebbe credere di essere prossi-
mi al labirinto; solo che per leopardi il labirinto (ivi amaramente comprese le malio-
se aperture paesaggistiche, gli arpeggi marinomontani nel campestre silenzio intorno
Recanati) si pone sempre più nel tempo quale valore negativo, come disvalore rovi-
noso per la verità e per la chiarezza della visione dell’uomo e dell’intellettuale. ma che
cosa è mai strategicamente il labirinto, pur tecnico frutto d’architettonico e elaborato
ingegno, d’estremizzata opera di ragione, se non una sottile, pervicace, tenacissima
resistenza alla stessa ragione, al vettore conoscitivo della ricerca sdipanante e chiari-
ficatrice, al filo d’arianna à rebours verso l’amara luce, al disvelamento del deserto e
del vero, o, se si vuole, del gigantesco e bieco inganno d’arimane? l’assunzione delle
parti e del ruolo del labirinto (con questo intendendo non la “segretezza”, in certi casi
e in certe situazioni storiche necessaria al massimo grado, bensì la custodia “qualita-
tiva” dell’oscurantismo, del depistaggio dalla luce della logica) ha spesso l’antirazionale
e pericolosa finalità di tutelare un bunker, di difendere e preservare l’oscura tana o
l’empio mistero o l’inquietante segreto d’un mostro, d’un mito nibelungico, o d’un
minosse o d’un padre Jorge. Ed è per questo che timpanaro, riprendendo il messag-
gio di leopardi quale si è venuto configurando nella produzione e nel pensiero dei
successivi anni ’30 fino a La ginestra e all’illuminismo per tutti, e protendendo, da
uomo rigoroso e buono come è stato, il suo profilo di studioso materialista verso la
leopardistica a venire, restituisce e severamente traccia una drammatica diacronia, sia
della natura, sia della vicenda umana, della quale promuovere, sin dove è possibile, lo
studio scientifico, una diacronia squarciata da vaste voragini e da ipotesi d’arresto e
d’involuzione, e con estensione cosmica, una diacronia geologica, storica, ma non sto-
ricistica e non dialettica. Una filosofia che engelsianamente non esclude il concetto del
baratro, d’un’allure planetaria a lungo andare autodistruttiva, e leopardianamente non
esclude il regresso a fronte dello scorrere cronologico delle ere naturali e delle ere civi-
li (o incivili); una diacronia che può scandirsi nelle perdite secche, del mondo terre-
stre e, con ritmo più accelerato, del mondo storico-umano. E ciò nonostante la sua,
come quelle fra loro così diverse di Friedrich Engels e di Giacomo leopardi, non è
una filosofia della rassegnazione.
Ci sembra opportuno chiudere con un quadretto, a suo modo gustoso, di grotte-
sca incoscienza borghese di fronte a grandi processi e ad epocali avvenimenti politi-
ci, sia pure, in questo caso, visti appunto nell’ottica dell’antagonista storico del prole-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


tariato; ma la borghesia, sottintende giustamente tročkij nel brano riprodotto della
sua Storia della rivoluzione russa, è capace di questo e di altro, anche contro se stessa;
e viene da ricordare (a parti invertite) la lettura timpanariana del Primo Maggio di de
amicis, con il rilievo dato al necessario sentimento d’indignazione contro l’oppres-
sione e contro le mille angherie e i mille soprusi del capitalismo; e, quindi, contro
quell’indifferenza che qui è invece rubricata nella visuale, specularmente opposta a
quella degli assalitori del palazzo d’inverno, delle attività che imperterrite prose-
guono nelle varie parti, nei varî quartieri della capitale, fino all’interesse per la prova
di Fëdor Šaljapin al teatro d’opera d’una Pietrogrado che è sul punto di diventare per
settant’anni leningrado:

il numero dei prigionieri aumenta. nuovi gruppi fanno irruzione. non è sempre faci-
le rendersi conto di chi si arrenda e venga disarmato. il cannone spara ininterrotta-
mente. / tranne che nella zona adiacente al palazzo d’inverno, la vita nelle strade
continuò sino a tarda sera. i teatri e i cinema erano aperti. sembrava che la gente
ricca e istruita della capitale non si preoccupasse molto della notizia che il loro
governo era sotto il fuoco del cannone. Redemeister osservò alcuni passanti che se ne
stavano tranquillamente presso il ponte troitsky, visto che i marinai non li avevano
lasciati procedere oltre. «non c’era niente di straordinario da vedere». dalla parte
della casa del popolo Redemeister incontrò alcuni conoscenti che, mentre tuonava il
cannone, gli comunicarono che Šaljapin era stato impareggiabile nel Don Carlos 76.

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


notE
1
FioREnza CERaGioli, Lingua e stile nei canti fiorentini e in «Aspasia», nell’opera collettiva Lin-
gua e stile di Giacomo Leopardi, atti dell’Viii Congresso di studi leopardiani (Recanati, 30 settembre-
5 ottobre 1991), Firenze, olschki, 1994, pp. 233-252: pp. 243-244.
2
Cfr. GiaComo lEoPaRdi, Zibaldone, 3 tomi, milano, mondadori, 1997, edizione commenta-
ta e revisione del testo critico a cura di Rolando damiani, t. i, 306, 10 novembre 1820, pp. 300-301;
nella stessa nota, prima ancora, a p. 300: «aristotele, o secondo altri, diogene, τὸ κάλλος παντὸς
ἔλεγεν ἐπιστολίου συστατικώτερον».
3
Zibaldone, cit., i, pp. 1162-1163; ma si legga quanto ancora chiaramente scrive leopardi, sempre in
Zibaldone, i, 1784-1786, 24 settembre 1821, p. 1230: «il senso e l’effetto della musica si divide in due,
l’uno derivante dall’armonia, l’altro dal puro suono […] di questi due effetti della musica, l’uno cioè
quello dell’armonia, è ordinario per se stesso, cioè qual è quello di tutte le altre convenienze. l’altro, cioè
del suono o canto per se stesso, è straordinario, deriva da particolare e innata disposizione della mac-
china umana, ma non appartiene al bello. Questa stessissima distinzione si dee fare nell’effetto che
produce sull’uomo la beltà umana o femminina ec. e la teoria di questa beltà può dare e ricevere vivis-
simo lume dalla teoria della musica. l’armonia nella musica, come la convenienza nelle forme umane,
produce realmente un vivissimo e straordinario e naturalissimo effetto, ma solo in virtù del mezzo per
cui essa giunge a’ nostri sensi (cioè suono o canto, e forma umana), o vogliamo dire del soggetto in cui
essa armonia e convenienza si percepisce. tolto questo soggetto, l’armonia e convenienza isolata, o
applicata a qualunque altro soggetto, non fa più di gran lunga la stessa impressione. Bensì ella è neces-
saria perché quel soggetto faccia un’impressione assolutamente, pienamente, e durevolmente piacevole.
Così si dimostra che quanto vi ha d’innato, naturale, e universale, nell’effetto della bellezza musicale ed
umana, non appartiene alla bellezza, ma al puro piacere […]». il passo è opportunamente citato da Enri-
co GHidEtti nel suo commento ai Canti, Firenze, sansoni, 1988, p. 267-268, n. 35. si cfr. anche il com-
mento ai Canti a cura di Giuseppe e domenico dE RoBERtis, milano, mondadori, 19872, pp. 391-392,
e Giacomo Leopardi sulla musica. a cura e con introduzione di Franco Foschi, abano terme, Francisci,
1987. si veda pure Paola CiaRlantini, «E pur la musica sembra quasi la più universale delle bellez-
ze»: melodramma ed altro intorno a Giacomo Leopardi, nell’opera collettiva Microcosmi leopardiani.
Biografie, cultura, società, a cura di alfredo luzi, 2 voll., Fossombrone (Pesaro), metauro Edizioni
(«microcosmi», 4), 2001, i, pp. 129-143.
4
Cfr. Paolo Rota, La Bibbia in Leopardi. Sulla soglia d’«alti Eldoradi», Bologna, il mulino
(«Collana del dipartimento di italianistica – Università di Bologna», n. 9), 1998.
5
Cfr. sEBastiano timPanaRo, Presentazione di JEan Fallot, Il piacere e la morte nella filo-
sofia di Epicuro, torino, Giulio Einaudi editore, 1977, pp. iX-XXXi (poi, con il titolo Materialismo e
infelicità, in sEBastiano timPanaRo, Il verde e il rosso, Scritti militanti, 1966-2000, a cura di luigi
CoRtEsi, Roma, odradek, 2001, pp. 83-98, in part. pp. 94-95). sulla presenza di alcmeone in aristote-
le, giustamente sottolineata da timpanaro, si ricordi l’attenzione non a caso dedicata al filosofo-scienzia-
to crotoniate dalla madre dello studioso, maRia timPanaRo CaRdini: Originalità di Alcmeone, in
«atene e Roma», Xl (1938), pp. 233-244, e Anima, vita e morte in Alcmeone, «ivi», Xlii (1940), pp. 213-
224 (ora entrambi raccolti in id., Tra antichità classica e impegno civile, a cura di sebastiano timPana-
Ro, Pisa, Ets, 2001, rispettivamente pp. 63-72 e 73-83). notevoli, tra le altre, le pagine dedicate ad Erofi-
lo (cfr. più oltre), che, insieme a Callistene, scolaro di aristotele, e allo stesso alcmeone, costituisce la triade
di scienziati che hanno compiuto studi fondamentali, o addirittura istitutivi, sulla struttura anatomica dell
’occhio e sul nervo ottico (dal πόρος ai νεῦρα αἰσϑητικά). Risulta realmente convalidato il richiamo di tim-
panaro jr. alla componente alcmeonide, insieme e in contrasto con quella platonica (soprattutto giovani-
le), in aristotele. sul materialismo leopardiano cfr. ultimamente, anche in relazione alle basi greche,
GiRolamo dE’ liGUoRi, Il ritorno di Stratone. Per la collocazione del materialismo leopardiano nel pen-
siero ottocentesco, in massimiliano BisCUso-FRanCo Gallo, Leopardi antitaliano, con scritti di
GiRolamo dÈ liGUoRi e Paolo ziGnani, Roma, manifestolibri, 1999, pp. 71-88.
6
si ricordi l’annotazione leopardiana sullo stoico ierocle in Zibaldone, 4226-4227, novembre 1826,
ripresa e commentata da timpanaro in Classicismo e illuminismo, pp. 180-181 e n. 91 («Bellissima è l’osser-
vazione di ierocle nel libro De Amore fraterno, ap. stob. serm. ὃτι κάλλιστον ἡ φιλαδελφία etc., 84 Grot., 82
Gesner., che essendo la vita umana come una continua guerra, nella quale siamo combattuti dalle cose di
fuori [dalla natura e dalla fortuna], i fratelli, i genitori, i parenti ci son dati come alleati e ausiliari ec.»).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


7
Rispettivamente, Firenze, le monnier, 1955 (seconda edizione riveduta e ampliata: Roma-Bari,
laterza, 1977; terza edizione riveduta con Addenda 1997, ivi, 1997); Pisa, nistri-lischi («saggi di
varia umanità», n. 2) 1965 (seconda edizione accresciuta: ivi, 1969; ristt. della seconda edizione: ivi,
1973, 1984, 1988; una nuova edizione a mia cura, con l’inclusione di Il Leopardi e la Rivoluzione fran-
cese e di Epicuro, Lucrezio e Leopardi – ora nei Nuovi studi –, secondo la volontà d’autore, è uscita pres-
so l’editrice le lettere nel 2012; le citazioni saranno effettuate da questa edizione); gli Scritti filologici
sono a cura di Giuseppe PaCElla e sebastiano timPanaRo, Firenze, le monnier («scritti di Gia-
como leopardi inediti o rari», a cura di Umberto BosCo e di antonio la PEnna, Viii), 1969;
Pisa, nistri-lischi («saggi di varia umanità», n. 23), 1980; ivi, Ets («Ets Università», n. 16), 1982; ivi,
nistri-lischi («saggi di varia umanità», n. 31), 1994; Sul materialismo. terza edizione riveduta e
ampliata (con nuova prefazione: Vent’anni dopo), milano, Unicopli, 1997 (i ed.: Pisa, nistri-lischi, 1970;
seconda edizione riveduta e ampliata: ivi, 1975; edizione inglese: On materialism, translated by law-
rence GaRnER, london, Verso, 1980 [rist.: ivi, 1996]); su Il Verde e il Rosso cfr. qui sopra, n. 5. Per la
bibliografia degli scritti di timpanaro si cfr., ora, ottimo strumento, L’opera di Sebastiano Timpanaro,
supplemento al n. 10-11 (Per Sebastiano Timpanaro) de «il Ponte», lVii (ottobre-novembre 2001), a
cura di michele FEo; lo stesso FEo – Supplemento, p. 4 – ed EmanUElE naRdUCCi – Pochi
appunti su un’amicizia, in Per Sebastiano Timpanaro, pp. 244-250: p. 250 – annunciano la bibliografia
completa degli scritti dello studioso. si veda adesso, appunto, miCHElE FEo, L’opera di Sebastiano
Timpanaro (1923-2000), nell’opera collettiva Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro,
editi da Riccardo di donato, Pisa, scuola normale superiore, 2003, pp. 191-293. sul numero del
«Ponte» Per Sebastiano Timpanaro cfr. l’ampia recensione di CHRistian GEnEtElli, in «Rassegna
europea di letteratura italiana», 19 (maggio 2002), pp. 134-143. si veda anche il limpido profilo di sER-
Gio landUCCi, Sebastiano Timpanaro: leopardiano del XX secolo, in «nuova antologia», dlXXXVi,
fasc. 2217 (gennaio-marzo 2001), pp. 229-244. Cfr., ultimamente, l’opera collettiva Sebastiano Timpa-
naro e la cultura europea del secondo Novecento, a cura di Enrico GHidEtti e alessandro PaGnini,
Roma, Edizioni di storia e letteratura («Raccolta di studi e testi», n. 222), 2005.
8
PRoClo, Commento al I libro degli «Elementi» di Euclide, Pisa, Giardini Editori (Università
degli studi di Pisa, istituto per le scienze dell’antichità, «Biblioteca degli studi classici e orientali», n. 10),
1978. le successive citazioni sono tratte da Originalità di Alcmeone, in Tra antichità classica e impegno
civile, cit., pp. 63 e 65.
9
si cfr., ora, sulla formazione filologica di timpanaro e sui rapporti con il maestro, Pasquali, il ricco
e documentato intervento di VinCEnzo di BEnEdEtto, La filologia di Sebastiano Timpanaro, in Il
filologo materialista, cit., pp. 1-89. si vedano anche Paolo maRi, Il contributo di Sebastiano Timpanaro
al metodo critico filologico, nell’opera collettiva Per Sebastiano Timpanaro. Il linguaggio, le passioni, la sto-
ria, a cura di Franco Gallo, Giovanni iorio Giannoli e Paolo QUintili, milano, Unicopli, 2003,
pp. 27-62; anna tiziana dRaGo-PiEtRo totaRo, La filologia di Sebastiano Timpanaro, e
anGEla GiGliola dRaGo, Timpanaro e gli studi filologici leopardiani, in Per Sebastiano Timpana-
ro, numero dedicato di «allegoria», XXiii, 39 (settembre-ottobre 2001), rispettivamente pp. 85-104 e
105-121 (tutti degni della massima attenzione anche gli altri interventi, di UmBERto CaRPi, Roma-
no lUPERini, RiCCaRdo CastEllana, GiUsEPPE CoRlito, Paolo CRistoFolini,
RoBERt domBRosKi).
10
Cfr. JEan Fallot, Perché essere epicureo oggi, in Epicuro a Roma, a cura di Giacinto namia,
torino, Paravia, 1980, in part. pp. Viii-Xiii e XViii-XXii.
11
si cfr. a questo proposito PantalEo PalmiERi, Leopardi. La lingua degli affetti e altri studi,
Cesena, società Editrice «il Ponte Vecchio», 2001 (in particolare sul Borghesi, pp. 124-133 e passim);
numerosi e quasi sempre improntati all’assenso, nonostante la posizione “monaldista” dell’autore, i
riferimenti a timpanaro; comune, del resto, il tributo intellettuale e affettivo reso ad augusto Campana
e al suo importante monito scientifico allo studio del milieu classicistico romagnolo-marchigiano, a spie-
gazione – e non certo marginale o “di contorno” – dell’ambiente d’appartenenza di leopardi: alla scuo-
la Classica romagnola «si potrebbe iscrivere di diritto anche Giacomo; di solito non ci si pensa, solo per-
ché era un grande», secondo le parole di Campana. sarà semmai monaldo a non appartenere ad una
scuola che è pronta, sì, a muovere appunti alle prime canzoni del figlio Giacomo, ma che nel contempo
lo accoglie avendo con lui in comune i principi d’un classicismo laico e gli orizzonti culturali d’un
patriottismo realmente “italiano”; è monaldo, si diceva, a non condividere, in nome di quella che sarà per
lui la «Voce della Ragione», tali principî, e a collocarsi in un àmbito di cultura e di spiriti ecclesiastici e

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


conservatori, di fedeltà al trono ed all’altare. lo stesso timpanaro ha dapprima sottovalutato il Borghe-
si come filologo, ed ha poi rivisto il proprio giudizio alla luce della conoscenza dei rapporti fra Borghe-
si e niebuhr.
12
Prima in «società», X, 1954, pp. 23-44 e 224-254; poi in Classicismo e illuminismo, pp. 37-96.
13
Prima come presentazione della ristampa (Firenze, sansoni, 1961) degli Scritti giordaniani,
curati da Giuseppe Chiarini, ivi, 1890; poi in Classicismo e illuminismo, pp. 97-107.
14
Pp. 147-223 (il saggio era apparso in Pietro Giordani nel II centenario della nascita. Atti del Con-
vegno di studi, Piacenza, 16-18 marzo 1974, Piacenza, Cassa di Risparmio, 1974, pp. 157-208).
15
Pp. 103-144; gran parte del testo del volume era uscito, suddiviso in quattro articoli, in «Belfagor»,
1975-1976.
16
i ed.: Firenze, le monnier, 1963; nuova edizione riveduta e ampliata, Padova, liviana, 1981, passim.
17
i ed.: Firenze, le monnier, 1955; ii ed. riveduta e ampliata, Bari, laterza («Biblioteca di Cultura
moderna», 806), 1978, passim; iii ed. riveduta con Addenda 1997: ivi («Biblioteca Universale laterza»,
407), 1997.
18
Rispettivamente, pp. 31-54, 56-67, 69-101, 103-125. su Bini cfr. il recente maRino Biondi,
Carlo Bini. «Manoscritto di un prigioniero», in id., La tradizione della patria, vol. i, Letteratura e Risorgi-
mento da Vittorio Alfieri a Ferdinando Martini, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2009, pp. 117-172.
19
Cfr. maRio saCCEnti, Leopardi e Lucrezio, nell’opera collettiva Leopardi e il mondo antico. Atti
del V Convegno nazionale di studi leopardiani (Recanati, 22-25 settembre 1980), Firenze, olschki, 1982,
pp. 119-148; alBERto GRilli, Leopardi, Platone e la filosofia greca, ivi, pp. 57-73; Paolo maz-
zoCCHini, Sulla questione della presenza di Lucrezio in Leopardi, in «Esperienze letterarie», Xii
(1987), pp. 57-71. di alBERto GRilli si ricordi anche Leopardi e la lingua latina, in Lingua e stile di
Giacomo Leopardi, Firenze, olschki, 1994, pp. 101-140. Per l’analisi di questo, come di altri contributi che
compongono i Nuovi studi, ci si permetta di rinviare al nostro L’Ottocento non hegeliano. Classicismo
democratico, materialismo, tradizione dell’empirismo sensistico negli studi di Timpanaro, in Occasioni leo-
pardiane e altri studi sull’Otto e sul Novecento, Roma, Bulzoni, 1998, pp. 87-143.
20
Cfr. EPiCURUs, Κύριαι δόξαι, in id., Scritti morali, introduzione [La filosofia del piacere e la
società degli amici, pp. 7-23] e traduzione di Carlo diano, edizione a cura di Giuseppe sERRa, milano,
Rizzoli, 1987, p. 66; l’ed. riproduce il testo critico di EPiCURi Ethica, curato dallo stesso diano, Firenze,
sansoni, 1946; rist.: ivi, 1974. si veda anche Epistula ad Menoeceum, ivi, p. 58: «Ἐπεὶ τίνα νομίζεις εἶναι
κρείττονα τοῦ καὶ περὶ ϑεῶν ὅσια δοξάζοντος [...] καὶ τὸ μὲν τῶν ἀγαϑῶν πέρας ὡς ἔστιν εὐσυμπλή-
ρωτόν τε καὶ εὐπόριστον διαλαμβάνοντος, τὸ δὲ τῶν κακῶν ὡς ἢ χρόνους ἢ πόνους ἔχει βραχεῖς;».
21
non aveva un vero futuro presso leopardi un pensiero che, scrive maURiCE CRoisEt in La
Civilisation hellénique, si traduce nella «parole fière et un peu rude d’un ancien esclave syrien […]. Per-
suadé que l’univers est bon tel qu’il est, que tout s’y passe sous la loi d’une sagesse supérieure qui mène
l’ensembles des choses à des fines déterminées par elle, il trouve pleine satisfaction dans l’adhésion qu’il
donne sans réserve à toutes les volontés de cette Providence bienveillante en laquelle il a foi. Et dès lors,
sûr que cette adhésion ne dépend que de lui-même, que rien au monde ne peut l’empêcher de la donner,
il se sent libre et hereux tout à la fois: libre, malgré tout ce qui semble l’opprimer; hereux, malgré l’exil,
malgré la misére, malgré la souffrance et tout ce qui trouble la plupart des hommes. il le sent et il veut
que les autres le sentent comme lui; car c’est un maitre de force morale et de bonheur, mais un maitre
exigeant, impérieux dans sa bienveillance» (cit. in maRio mEUniER, Épictète, in maRC-aURÈlE,
Pensées pour moi-même suivies du Manuel d’Épictète, traduction, Préface et notes par mario mEUniER,
Paris, Garnier-Flammarion, 1964, p. 205).
22
Cfr. antonio la PEnna, Tersite censurato e altri studi di letteratura fra antico e moderno, Pisa,
nistri-lischi, 1991, pp. 25-26. ma contro l’esempio del coltivatore che depreca l’azione del tempo e del
cielo, e la mancanza di devota pietas da parte dei contemporanei, cfr. il lUCREzio di De rerum natura,
ii, 1168-1174, soprattutto degli ultimi due versi, explicit del secondo libro («nec tenet omnia paulatim
tabescere et ire / ad capulum, spatio aetatis defessa vetusto»), che assegnano ad un processo fondamen-
talmente deterministico la decadenza agraria. si veda il commento di santo mazzaRino, La fine del
mondo antico. Le cause della caduta dell’impero romano, milano, Rizzoli, 1995 (i ed.: 1959), pp. 21-22.
23
Cfr. VoltaiRE, Poème sur le désastre de Lisbonne, in id., Mélanges, Paris, Gallimard («Bibliothè-
que de la Pléiade», n. 152), 1965, p. 309.
24
Cfr. CHaRlEs aUGUstinE dE saintE-BEUVE, Sur deux traductions de Lucrèce en verse et en
prose par M. de Pongerville e (riguardo all’ultima citazione) Jouffroy. Cours de philosophie moderne, in id.,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Oeuvres, 2 voll., Paris, Gallimard («Bibliothèque de la Pléiade», n. 80), 1966, i, rispettivamente pp. 312-
313 e p. 402.
25
ClaUdio moREsCHini, Metodi e risultati degli studi patristici di G. Leopardi, in «maia»,
XXiii (1971), pp. 303-320; recensione di sEBastiano timPanaRo in «Giornale storico della lette-
ratura italiana», CliV (1977), pp. 151-156, ove si sostiene l’accoglibilità di due ulteriori emendationes leo-
pardiane, «giudicate dal moreschini con un certo scetticismo» (La filologia di Giacomo Leopardi, p. 12).
26
GiaComo lEoPaRdi, Scritti filologici (1817-1832), a cura di Giuseppe PaCElla e sebastiano
timPanaRo, Firenze, le monnier (Centro nazionale di studi leopardiani, «scritti di Giacomo leo-
pardi inediti o rari», a cura di Umberto BosCo e di antonio la PEnna, Viii), 1969. in vista dell’edi-
zione dello Zibaldone pubblicata nel 1991 da Pacella, si ricordi sEBastiano timPanaRo, Appunti
per il futuro editore dello Zibaldone e dell’epistolario leopardiano, in «Giornale storico della letteratura ita-
liana», CXXXV (1958), pp. 615-626.
27
Cfr. VinCEnzo di BEnEdEtto, La filologia di Sebastiano Timpanaro, cit., pp. 73-74.
28
dionYsii aliCaRnassEi Romanarum Antiquitatum pars hactenus desiderata, milano, 1816.
29
Una certa ambiguità di traduzione fra generica ritualità sacrificale e atto che in sé consiste nel col-
pire la vittima permane anche in traduzioni moderne: cfr. aRRiano, Anabasi di Alessandro, trad. di
delfino amBaGlio, milano, Rizzoli, 19982, p. 227 («E in quel momento, mentre alessandro sacrifica-
va ed era cinto di una corona e stava per iniziare il rito per la prima vittima secondo la consuetudine»,
accadde il presagio della pietra sulla testa del re, interpretato dall’indovino aristandro come necessità di
attenzione per se stesso, sempre da parte del re, durante la presa di Gaza: «ὦ βασιλεῦ, τὴν μὲν πόλιν αἱρή-
σεις, αὐτῷ δέ σοι ϕυλακτέα έστὶν ἐπὶ τῇδη τῇ ἡμέρᾳ»). Ricordiamo che arriano è uno degli autori greci
eletti a veicolare alcuni importanti concetti linguistici e letterarî leopardiani e viene spesso citato in note
dello Zibaldone che mirano a sottolinearne la differenza rispetto a senofonte (ugualmente limpido, ma
meno “affettato”: senofonte, nell’Anabasi di Ciro, si dimensiona sul “memoriale”, arriano, nella sua
Anabasi, sulla “storia” – Zibaldone, i, 468, 2 gennaio 1821, pp. 407-408), la metatemporale condivisione
con Polibio, archia poeta, dionigi d’alicarnasso, dione Cassio, Plutarco, appiano, Claudio Galeno,
Erode attico, Plotino, d’una tenace grecità linguistica anche quando lui, come gli altri citati scrittori, si
è calato sul piano geografico, politico e antropologico nella realtà romana e latinofona (Zib., i, 992, 29
aprile 1821, pp. 717-718), la revisione del sospetto di linguisticità “affettata” (ivi, i, 1024, 9 maggio
1821, p. 741): «da demostene in poi la Grecia non ebbe altro scrittore che in ordine alla lingua e allo
stile, somigliasse, anzi uguagliasse gli ottimi antichi, se non arriano (e questo senza la menoma affetta-
zione, o sembianza d’imitazione o di lingua o di stile antiquato, come i nostri moderni imitatori del tre-
cento o del cinquecento). nè Polibio, né dionigi alicarnasseo (sebben questi più degli altri, e gli può
venir dopo), né Plutarco, né lo stesso luciano atticissimo ed elegantissimo (di eleganza però ben diver-
sa dalla nativa eleganza degli antichi, e della perfetta e propria lingua e stile greco) non possono essergli
paragonati per questo capo». ad arriano (ivi, ii, 2408-2410, 1 maggio 1822, pp. 1557-1558) spetta, addi-
rittura, «un posto se non uguale, certo vicinissimo a quello degl’imitati da lui» (non soltanto senofonte),
tanto che perfino tacito e Plutarco non reggono un confronto con lui quanto a lingua, a stile e a «bello
letterario» (al solo tacito è riconosciuta superiorità nella «filosofia» e nella «politica»); semmai, sono
luciano e longino, assunti ad esempio (1495, i, p. 1062; ma cfr., in generale, 1490-1496, 10-13 agosto
1821, pp. 1059-1063), a poter rivendicare una maggior ricchezza di lingua, proprio in quanto autori tardi,
e quindi, secondo leopardi, perfetti padroneggiatori dello strumento linguistico ellenico. arriano inve-
ce s’avvicina ai classici ed è perciò più povero in fatto di lingua, di vocabolario; il greco, infatti, che come
lingua è certamente più ricco del latino, non si traduce, lungo tutta la fase antica e in tutta la fase classi-
ca, in una corrispondente ricchezza di lessico per i singoli scrittori: emerge qui, da parte di leopardi, il
concetto di vera e propria diffrazione tra «lingua» come sistema – langue, oseremmo dire – e lingua
come vocabolario letterario autoriale, con notevoli riflessioni del linguista sulla funzione di “indicatore”,
in tal senso, del patrimonio sinonimico: un indicatore assai più negativo di quanto a primo sguardo
appaia. sulla perdurante, non corrotta validità della lingua greca e della relativa letteratura, più storica-
mente longeve della lingua e della letteratura latina, possono servir da «Esempio […] la spedizione di
alessandro, e l’indica di arriano, opere di stile e di lingua così purgate, così uguali in ogni parte e con-
tinuamente a se stesse, senza sbalzi, risalti, slanci, voli o cadute di sorte alcuna (che sono le proprietà
dello scriver sofistico e guasto, in qualsivoglia genere, lingua, e secol corrotto), di semplicità e naturalezza
e facilità, chiarezza, nettezza ec. così spontanea ed inaffettata, così ricche, così [2409] proprie, così gre-
che insomma nella lingua, e nella maniera, e nel gusto», che arriano si conquista il suddetto «posto»

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


contiguo ai grandi d’originale grandezza (ii, 2408-2409, cit., p. 1557). l’Anabasi di Alessandro e l’Indica
sono insomma due opere che hanno esercitato un notevole richiamo su leopardi anche come fonte d’os-
servazioni linguistiche specifiche e d’ordine generale. E si rammenti che è sulla base d’arriano (si parla
dell’Indica) che leopardi effettua nello Zibaldone alcune osservazioni sul fascino dell’oriente, sulla
diversità di costumi e di vita rispetto a noi, come caratteri intuibili dall’opera geostorica antica (dalla pre-
coce crescita fisica degli orientali alla loro esotica zoologia, dai rilievi sul “viaggio” all’amara idea d’una
società dominata da una libertà senza democrazia, retta dalla suddivisione in sette classi e a questo prez-
zo – appunto, l’incomunicabilità fra classi – priva di schiavitù). leopardi riferisce la propria lettura
all’Amstelodunensis editio (amsterdam, 1757) della Ἰνδικὴ συναγωγή, unita come appendice monogra-
fica all’Ἀνάβασις τοῦ Ἀλεξάνδρου ([FlaViUs] aRRianUs, Expeditio Alexandri e Historia Indica).
30
Cfr. CoRRado PEstElli, L’Ottocento non hegeliano, cit.
31
BRUno BiRal, La posizione storica di Giacomo Leopardi, torino, Einaudi, 19782 (i ed.: ivi, 1974);
GianlUiGi BERaRdi, Ragione e stile in Leopardi, in «Belfagor», XViii (1963), pp. 425 ss., 512 ss., 666
ss.
32
Cfr. miCHElE FEo, Gli studi sull’Otto e il Novecento (silVia Rizzo-VinCEnzo FERa-
miCHElE FEo, Per Sebastiano Timpanaro), in «la rassegna della letteratura italiana», C, s. Viii, 1 (gen-
naio-aprile 1996), pp. 117-122: p. 120.
33
Cfr. anche, in Classicismo e illuminismo, le pp. 131-145. E cfr., in Antileopardiani, le pp. 176-182,
su un «progressismo politico-sociale» che, in leopardi, va al di là d’una riflessione contingente per
dimensionarsi su problematiche di più ampio respiro e di maggiore importanza, come la critica dell’età
della Restaurazione, una critica originatasi da riflessioni recanatesi e «con una intensità ignota ai bem-
pensanti toscani» (p. 177). È un ulteriore capitolo del dialogo con Umberto Carpi.
34
Cfr. WaltER Binni, La presa di coscienza del ’17-’18, in id., La protesta di Leopardi, Firenze,
sansoni, 1973, p. 29 n. 2. il giudizio di timpanaro sul leopardi di Binni può ben risultare da sEBa-
stiano timPanaRo, Binni e Leopardi, nell’opera collettiva Poetica e metodo storico-critico nell’opera
di Walter Binni, a cura di mario Costanzo, Enrico GHidEtti, Gennaro saVaREsE, Claudio
VaREsE, Roma, Bonacci, 1985, pp. 413-442.
35
Firenze, la nuova italia, 1976 (rist. anastatica dell’edizione 1963), pp. 142-143. Cfr. inoltre id.,
Preromanticismo italiano, Firenze, sansoni, 1985 (i ed.: napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1947; ii ed.:
Bari, laterza, 1974), in special modo Esempi essenziali della maniera preromantica, pp. 193-242, e La
rivoluzione alfieriana, pp. 267-279.
36
Cfr. WaltER Binni, Lezioni leopardiane, a cura di novella BEllUCCi (con la collaborazione di
marco dondERo), Firenze, la nuova italia, 1994, pp. iX, 12 e n. 2, 28 n. 31, 50 e n. 1, 570; ed è signi-
ficativo che proprio con la lettura di timpanaro («intellettuale filologo»), anziché con quella di lupori-
ni e di altri intellettuali filosofi impegnati a definire l’essenza del pensiero di leopardi, si verifichino e si
sviluppino alcune rilevanti «consonanze» dell’interpretazione leopardiana di Binni (sono consonanze sia
di carattere oggettivo, «concettuale», sia di tipo soggettivo-biografico). si cfr. in proposito lUiGi Bla-
sUCCi, La lezione leopardiana di Walter Binni, in «la rassegna della letteratura italiana», XCiX, s.Viii,
1-2 (gennaio-agosto 1995), pp. 111-117 (il passo è a p. 112): «il fatto è che quella di Binni è stata un’ope-
razione condotta sostanzialmente all’interno della dimensione letteraria, entro cui si richiedeva un
discorso specifico: un discorso, aggiungeremo, a cui l’autore del Leopardi progressivo, con la sua svalu-
tazione di testi come le Operette morali e il canto A se stesso, poteva perfino esser d’ostacolo. Questo non
toglie nulla, beninteso, ai motivi di suggestione che l’intellettuale Binni può aver ricavato dalla lettura del
saggio luporiniano del 1947 e da saggi sempre più recenti e sempre più inquieti e problematici (con un
recupero dei parametri esistenziali) del filosofo leopardista. ma quanto alle consonanze concettuali, più
evidenti mi sembrano quelle di Binni con un intellettuale filologo come sebastiano timpanaro e con la
sua rigorosa ricostruzione di un pessimismo materialistico leopardiano, a integrazione ma anche a
parziale correzione delle tesi presenti nel Leopardi progressivo. la stessa nozione di pessimismo, del resto,
considerata in quelle pagine di luporini come non più che una “coloritura assiologica” per veicolare un
pensiero di fatto progressista, assume un ruolo centrale tanto nelle pagine di timpanaro quanto in quel-
le di Binni: e qui la consonanza non può dirsi solamente concettuale. C’è in proposito una dichiarazio-
ne dell’autore nella Premessa alle Lezioni leopardiane, che getta una luce assai significativa sulle radici del
suo leopardismo: “C’era in me una radice di disposizione a una consonanza di fondo con le posizioni leo-
pardiane. E tale consonanza, sviluppatasi nella mia indole malinconica e pessimista, si nutrì della cre-
scente lettura dei Canti e delle Operette morali durante la mia adolescenza […]”» (si ricordi anche l’allu-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


sione di Blasucci alle «improbabili discendenze novecentesche, soprattutto nell’àmbito del pensiero
negativo», indicate da «filosofi di professione» che non hanno mostrato eccessiva cura di «sintonizzar-
si coi testi leopardiani»).
37
in Il filologo materialista, cit.; cfr., in particolare, pp. 144-160. ma si veda anche, di CaRPi,
Appunti sull’antimoderatismo di Sebastiano Timpanaro, in «allegoria», cit., pp. 7-30. Carpi, fra le altre
argomentazioni, richiama la necessità d’un equo giudizio sulla problematicità e sulla tormentata rifles-
sione politica di togliatti: «inutile dire che il rapporto con l’URss e con la sua involuzione, cioè la crisi
del movimento comunista internazionale, venne vissuto dal PCi dopo il 1956 (da togliatti anche prima,
direi fin dalle riflessioni su democrazia e socialismo immediatamente successive alla guerra di spagna)
in maniera ben più complessa e drammatica di quanto a timpanaro non paresse, tanto più in una
situazione internazionale particolarmente incandescente negli anni sessanta e settanta, quando, se da
una parte turbavano Jan Palach e dubček, dall’altra infuriavano le guerre di liberazione in atto in asia e
in africa (che mai avrebbero avuto successo senza l’URss)»; lo stesso fronte degli storici marxisti d’allo-
ra (Ragionieri, zangheri, mori, Cafagna, sereni) non era così arreso davanti al giustificazionismo di
Rosario Romeo: «soprattutto sereni, il quale – rispondendo alle obiezioni del Romeo, d’altronde assai
meno rozze e mediocri di come timpanaro le liquidava e da collegare al più generale dibattito interna-
zionale sul superamento del sottosviluppo nel mercato internazionale e sul problema dei fattori sostitutivi
nell’accumulazione – aveva integrato in maniera sostanziale la tesi “giacobina” di Gramsci con le sue
riflessioni sulla formazione del mercato nazionale e sugli squilibri dei mercati regionali contigui […]»
(tutte le citazioni sono tratte da p. 22).
38
si cfr. Giacomo Lignana e i rapporti tra filologia, filosofia, linguistica e darwinismo nell’Italia del
secondo Ottocento, in «Critica storica», 3 – 1979 –, pp. 406-502; Il primo Cinquantennio della «Rivista di
filologia e d’istruzione classica», in «Rivista di filologia e d’istruzione classica», C, s. iii, 1972, pp. 387-441.
sul lignana cfr. BEnEdEtto CRoCE, Giacomo Lignana, in Pagine sparse, raccolte da G. Castellano, s.
iii, napoli, morano, 1920, pp. 65-85; e cfr. pure GRaziadio isaia asColi, Studj critici, torino, loe-
scher, 1877, p. 45: «non so affatto darmi ragione del perché egli [il Lignana] deliberatamente confonda la
filologia, che è, a dir breve, la scienza della letteratura, colla linguistica (o meglio la glottologia), che è la
scienza della parola» (riprodotto in GUido lUCCHini, Le origini della scuola storica. Storia letteraria
e filologia in Italia (1866-1883), Bologna, il mulino, 1990, p. 96). sul disaccordo fra ascoli e lignana cfr.
lo stesso timpanaro di Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano, cit., pp. 370, 397 n., 413 n., 417
e n., 419 n.; cfr. anche maRino RaiCiCH, Scuola, cultura e politica tra De Sanctis e Gentile, Pisa, nistri-
lischi, 1982, pp. 205, 228, 261-263, 453. Per i successivi riferimenti, vedi sEBastiano timPanaRo,
Friedrich Schlegel e gli inizi della linguistica indoeuropea in Germania, in «Critica storica», 1972, pp. 72-
105; id., Il contrasto tra i fratelli Schlegel e Franz Bopp sulla struttura e la genesi delle lingue indoeuropee,
«ivi», 1973, pp. 553-590; lUCio CollEtti, Il materialismo storico e la scienza, in «società», Xi, pp. 824
ss; PiEtRo omodEo, La disputa sulla generazione spontanea da Redi fino a Lamarck, «ivi», giugno
1957, pp. 490-523; id., Centocinquant’anni di evoluzionismo, «ivi», settembre-ottobre 1959, pp. 833-884.
Riguardo a Giulio Preti, cfr., ultimamente, la raccolta di suoi saggi nel volume Giulio Preti filosofo euro-
peo, a cura di alberto PERUzzi, Firenze, olschki («Fondazione Carlo marchi». Quaderni, n. 23), 2004
39
Cfr. Elio Gioanola, Leopardi, la malinconia, milano, Jaca Book, 1995; si confrontino, in par-
ticolare, le pp. 80-82 e nn. 17-19, 326, 355-379, 481, 484.
40
La filologia di Giacomo Leopardi, cit. (19772), pp. 187-189 e nn. 60-61. Per una visione parzial-
mente diversa, disposta ad ammettere nella figura leopardiana l’unione di poesia e di filosofia, ma
orientata sul riconoscimento d’assoluta unitarietà anche all’esperienza del filologo, del poeta e dell’anti-
chista, dello studioso e del lettore dei classici, senza focalizzazione della cifra tecnica e peculiare della filo-
logia di leopardi, si veda quanto ha scritto il grecista maRCEllo GiGantE, Leopardi poeta e pensa-
tore, in id., Leopardi e l’antico, Bologna, il mulino («istituto italiano per gli studi storici in napoli»),
2002, p. 142: «Voglio dire che il rapporto tra pensiero e immagine, tra riflessione e canto quale è sentito
e rappresentato dal leopardi disvela le radici antiche della sua formazione e l’esemplarità degli antichi e
ci conferma che leopardi, alla fine, si sentì poeta greco specialmente perché realizzò nel verso o nella
prosa l’unità di poesia e filosofia. Per tale consapevolezza la filologia di leopardi – così bene indagata da
sebastiano timpanaro il cui libro è apparso in una terza edizione aggiornata [1997] – fu non solo un’ars
critica, ma metodo di lettura, formazione di cultura e dottrina, contatto perenne con i classici di poesia
e di pensiero, esperienza fondamentale anche per la conquista e il possesso di modelli ineliminabili dalla
storia. / l’unità di poesia e filosofia non fu solo una conquista teoretica, ma l’esito altissimo della scrit-

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


tura in cui s’inverò e rinvenne la sua physis l’esperienza straordinaria di lettore degli antichi. È l’amore
della parola antica che in Giacomo leopardi diviene pensiero e poesia». ma appare chiara la valorizza-
zione de La filologia di Giacomo Leopardi. Rammentiamo che marcello Gigante è stato uno dei grandi
fautori d’una rivalutazione di diogene laerzio, autore di cui non sfugge l’importante frequenza cita-
zionale nell’àmbito delle letture leopardiane.
41
PaUl tHiRY d’HolBaCH, Il buon senso (Le bon sens), introduzione, traduzione e note di seba-
stiano timPanaRo, milano, Garzanti («Grandi libri Garzanti» – d’ora in avanti «GlG» –, n. 320),
1985; maRCo tUllio CiCERonE, Della divinazione (De divinatione), introduzione, traduzione e
note di sebastiano timPanaRo, ivi («GlG», n. 360), 1988 (rist.: 1991; edizione riveduta e aggiornata:
1998; ristt.: 1999, 2001); ÉmilE zola, La fortuna dei Rougon (La fortune des Rougon), introduzione e
traduzione di lanfranco Binni, Presentazione di sebastiano timPanaRo, ivi («GlG», n. 471), 1992;
id., La conquista di Plassans (La conquête de Plassans), introduzione di lanfranco Binni, Prefazione,
traduzione e note di sebastiano timPanaRo, ivi («GlG», n. 518), 1993. a proposito di d’Holbach, si
cfr., più di recente, GioVanni CRistani, D’Holbach e le rivoluzioni del globo. Scienze della terra e filo-
sofie della natura nell’età dell’«Encyclopédie», Firenze, olschki («Pansophia», n. 5), 2003.
42
Cfr. il citato volume di Elio Gioanola, Leopardi, la malinconia, passim.
43
Zibaldone, cit., pp. 2251-2253.
44
«l’autore di Pot-Bouille, contro tutte le sue professioni di scienza sperimentale, contro tutte le sue
austerità di osservatore esatto e di rappresentatore coscienzioso, si lascia forse anche troppo spesso
attrarre dalle ombre fluttuanti nella selva dei sogni, dei simboli e dei misteri. nei suoi ultimi romanzi spe-
cialmente su la moltitudine delle sue creature quasi interamente sprovviste di vita interiore, passa a quan-
do a quando un soffio gelido, «le frisson de l’inconnu» e si leva l’alta figura immateriale di un simbolo.
Egli ha, come i poeti, un bisogno istintivo di trascendere i confini della realtà profonda. Egli dà una gran-
dezza e una terribilità epiche alle sue visioni delle plebi ammutinate e degli eserciti disfatti; tramuta le
comuni vicende del giuoco di Borsa in vaste battaglie campali, in disastri immensurabili che portano con
loro il crollo di un mondo; rappresenta Parigi, vista dalle alture di Passy, come un oceano umano senza
rive, dagli aspetti sempre mutevoli, dalle palpitazioni incessanti che si propagano nelle nubi superiori;
infonde un’anima selvaggia alla locomotiva che corre senza freno, fumando e fiammando tragicamente
nell’ombra, trascinando i carri neri, pieni di soldati ebrei, verso l’orizzonte minaccioso […] lo conduce a
queste profonde alterazioni della realtà la tendenza che ha il suo spirito a simbolizzare e quindi a idea-
lizzare. Le Docteur Pascal, il romanzo che chiuse la storia dei Rougon-macquart, è chiaramente simbo-
lico. manifesta per via di simboli una concezione morale della vita […]» (GaBRiElE d’annUnzio, in
Pagine disperse, Bernardo lux editore, 1913, pp. 558-572: p. 558; cit. nell’opera collettiva Interpretazioni
di Zola, a cura di Renzo PaRis, Roma, savelli, 1975, pp. 137-139: p. 137). È il caso di rimarcare l’accen-
no alle «creature quasi interamente sprovviste di vita interiore» e la compiaciuta e sinistra sottolineatu-
ra, da parte di d’annunzio, dei «carri neri, pieni di soldati ebrei, verso l’orizzonte minaccioso». Per gli
altri riferimenti, si cfr. GYÖRGY lUKÁCs, Il marxismo e la critica letteraria, Prefazione e traduzione di
Cesare CasEs, torino, Einaudi, 1977 (Viii ed. «PBE»), in part. pp. 59-109 e 269-323. sulla serietà
dell’adesione di de amicis al marxismo può realmente valere qualche riscontro dal Primo Maggio:
Edmondo dE amiCis, Primo Maggio, a cura di Giorgio Bertone e di Pino Boero, milano, Garzanti,
1980. si veda, ad esempio, la menzione del «Bon sens», giornale fondato a Parigi nel 1848, «aperto a tutti
gli scritti d’operai, qualunque fossero» (p. 208); a p. 238, de amicis critica la fruizione, fra interessata e
sprovveduta, di coloro che, dopo un articolo di alberto Bianchini, confondono socialismo antico e
moderno, socialismo scientifico e socialismo utopistico; così, a p. 240, vi è una citazione del concetto
della «macchina sociale» di taine, e, a p. 241, Cambiasi, importante e complesso personaggio del
romanzo, amico dei Bianchini, formula una previsione sugli arrembaggi adesivi al socialismo in caso di
vittoria rivoluzionaria. Vi sono poi le disincantate raccomandazioni dell’autentico socialista Rateri ai con-
ferenzieri in vista di quella che diverrà la seria e drammatica celebrazione finale del «Primo maggio»
(pp. 411-412). ma è in timpanaro che de amicis ha in tal senso trovato lo studioso anticonformista e
competente, idoneo e motivato a promuoverne la vera e propria riscoperta; cfr. infatti sEBastiano
timPanaRo, Il socialismo di Edmondo De Amicis, Verona, Bertani, 1984. si ricordino la capacità e
l’acutezza con le quali timpanaro coglie l’essenza di molte riflessioni (effettuate sulla base di serie letture)
e di molti dialoghi, di molti, magari inutili colloqui di alberto Bianchini con i suoi contraddittori,
familiari e conoscenti, amici e non; sono questi i passaggi in cui si sfatano alcuni fra i più insopportabili
luoghi comuni che ancor oggi connotano ogni ricezione inintelligente del socialismo (e del comunismo).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


si noti ad esempio (p. 47 del romanzo e p. 110 del saggio di timpanaro) come la base dello sfruttamento
economico-salariale sia individuata proprio nella decantata, e sotto questo aspetto pericolosissima
«libertà»: «il fatto che caratterizza la disumanità di nuovo tipo del sistema capitalistico è appunto il sor-
gere dello sfruttamento del lavoratore non dalla violenza e dalla costrizione diretta ma dalla “libertà”»,
una libertà (timPanaRo, p. 110) che consegna il salariato alla condizione di “superlavoratore” non
pagato e proprio per questo fonte dell’esubero di profitto del padrone (oggi, dei padroni, dei “cartelli”
d’imprese); si veda anche la definizione della «proprietà dei ricchi» non come «proprietà», appunto», ma
come «altruità», «“accumulazione di lavoro” altrui non pagato» (timPanaRo, p. 113); si veda altresì
(Primo Maggio, p. 62 – timPanaRo, pp. 111-112) la sproporzione remunerativa a vantaggio degli “alti”
compiti e dell’“alta” utilità sociale dei dirigenti d’impresa e dell’alta borghesia professionistica (è «giusto
che le centinaia di lavoratori, che concorsero alla formazione della sua ricchezza [dell’imprenditore], e
senza dei quali non avrebbe potuto far nulla, abbiano avuto appena da campare stentatamente, fatican-
do dieci ore al giorno, logorandosi la salute e rischiando la vita, per finir all’ospedale?»); addirittura «idio-
ta» il luogo comune «del profitto come remunerazione del rischio» (p. 113 timpanaro): in un gioco
d’azzardo fra capitalisti il rischio non incide sulla reale natura dei rapporti socio-economici fra capitale
e lavoro, e anzi, dove il rischio si risolve in una serie di défaillances per i capitalisti, di questa “mano”
azzardosa «scontano le perdite le moltitudini che non hanno parte nei profitti» (si cfr., rispettivamente,
le pp. 89 e 47 del romanzo). altro fantoccio intellettuale da abbattere è, in questa linea, la sperequazio-
ne retributiva a vantaggio delle “opere dell’ingegno” (timPanaRo, p. 137)
45
timpanaro riprende, a questo proposito, un argomento già trattato in Sul materialismo (Lo strut-
turalismo e i suoi successori, ora in iii ed., cit., 1997, pp. 105-186; per il nostro argomento, in particolare pp.
118-126); «un aspetto nomenclatorio » è «essenziale e ineliminabile nella lingua», come scrive l’autore in
questi Nuovi studi (p. 210). in tal senso, sia lecito il riferimento, mal si giustificano, da parte di molta
moderna linguistica, le polemiche antisaussuriane in nome d’un’indimostrata ricaduta dello studioso
ginevrino nella «manìa nomenclatoria»: tutto il Cours de linguistique générale (ClG; cfr. l’edizione italia-
na, con introduzione, traduzione e commento di tullio dE maURo, Bari, laterza [«Biblioteca Universale
laterza», n. 79; i ed. laterza: «Biblioteca di cultura moderna», 1967], 1983), nella visione di de mauro,
esprime precisi lineamenti concettuali antinomenclatorî, tranne in quelle fin troppo note pagine 100-101,
che, con quell’«idea» e con quel «significato» («bue» e «sorella»), a prima vista preesistenti e distinti rispet-
to al significante, hanno attirato le critiche di numerosi linguisti successivi. anche de mauro ricorda che
il convenzionalismo «non lede» la concezione nomenclatoria, ed è proprio contro il convenzionalismo che
saussure conduce una tormentata riflessione teorico-terminologica: «questo termine [conventional] dal
1894 in poi è evitato da s., e con delle motivazioni teoriche, in quanto egli giustamente avverte che la con-
venzionalità i m p l i c a necessariamente una concezione del significato e del significante come due d a t
i sui quali opera secondariamente la convenzione umana per associarli. in altri termini […] il conven-
zionalismo non lede la concezione della lingua come una nomenclatura. di conseguenza, s. abbandona il
termine conventional come qualificativo del segno; e per un certo periodo sembra incline a sostituire
anche l’altro elemento della coppia whitneyana ora con (symbole) indépendant […] ora con immotivé. di
tutto ciò va tenuto conto nel valutare l’uso di arbitraire nel ClG. non si può attribuire sic et simpliciter a
s. una concezione convenzionalistica: tutto il ClG combatte proprio tale concezione. s. è tornato a
usare arbitraire perché l’aggettivo esprimeva bene l’insussistenza di ragioni naturali o logiche ecc. nel
determinare gli articuli della sostanza acustica e semantica (de mauro, p. 413 n. 137 ed. laterza). E
ancora: «Questo [il pensiero saussuriano], in quanto critica il convenzionalismo e la concezione della lin-
gua come nomenclatura, porta a concludere che non è concepibile un “significato” autonomo dai “signi-
ficanti” d’una determinata lingua. di conseguenza non è possibile assumere un significato “bue” come
entità comune a due lingue diverse e mostrare così che, essendo diverse le forme foniche dei significanti
che nelle due lingue designano il presunto significato comune, i significanti stessi sono arbitrari. Giusta-
mente, Benveniste addita la sostanza del pensiero saussuriano in ClG 155 sgg., nella concezione della lin-
gua come sistema di valori relazionali e, quindi, in quanto tali, inconfrontabili» (ivi, p. 415 n. 138). Ci si
permetta di rinviare, sulla discussione, al nostro L’Ottocento non hegeliano, cit., pp. 132-140.
46
a proposito della polemica di timpanaro sull’inevitabilità della componente nomenclatoria, e
sulla sua presenza, sia pure sullo sfondo e in accezione parziale, anche in saussure, cfr. Lo strutturalismo
e i suoi successori, cit., pp. 122-123; perfino de mauro ha considerato in modo negativo (pur se non radi-
calmente) il famoso esempio boeuf = Ochs, tendendo però a circoscriverne il valore al piano dell’allo-
cuzione didattico-cattedratica: «[…] l’esame delle fonti manoscritte non permette stavolta di attribuire la

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


“rozzezza” ai redattori del Corso, né di cogliere un’evoluzione del pensiero di saussure su questo punto
[…]. a me sembra che quella motivazione dell’arbitrarietà sia necessaria, e possa essere integrata, ma non
sostituita da altre motivazioni più sottili. Che la lingua non sia riducibile a nomenclatura è del tutto giu-
sto […]. ma se invece si vuol dire che la lingua non ha alcun aspetto nomenclatorio, cioè non rimanda ad
alcuna esperienza sensibile-concettuale distinguibile dalla lingua stessa […] e costituente un punto di
riferimento comune a coloro che parlano lingue diverse, allora si approda a due possibili risultati
entrambi inaccettabili: o si fa della lingua un système pour le système […], oppure […] si cade […] in un
concetto romantico-deteriore del Volksgeist […]. Come osserva de mauro, saussure è ben lontano da
questo punto di vista; ma ne è lontano proprio perché, pur approfondendo il convenzionalismo di
Whitney, non lo respinge del tutto, ma lo ingloba nella propria dottrina. il tanto deprecato esempio di
boeuf – Ochs è elementare, ma non è per nulla falso: per respingerlo, bisognerebbe credere a un “modo
francese di concepire il bue” del tutto diverso da un “modo tedesco” di concepirlo; bisognerebbe addi-
rittura asserire che l’equazione boeuf = Ochs è altrettanto assurda quanto, poniamo, l’equazione boeuf =
Hund. / anche l’ammissione da noi fatta sopra, che il continuum dell’esperienza viene ritagliato dalle
diverse lingue in modi diversi, dev’essere sempre tenuta presente, ma non può essere sopravvalutata a
piacimento […]. Vi è un limite all’arbitrarietà della classificazione a cui ciascuna lingua sottopone l’espe-
rienza, e questo limite è dato dalla struttura stessa fisio-psichica dell’uomo, dai suoi bisogni, dalle sue
risposte a determinati stimoli, dalle sue attività conoscitivo-pratiche, che non sono totalmente diverse da
popolo a popolo e non lo sono state nemmeno in tempi remotissimi. l’arbitrarietà nella classificazione
del reale è quindi molto minore dell’arbitrarietà nella denominazione dei singoli “ritagli di realtà”:
anche a parità di classificazione, le lingue si distinguono tra loro per diversità di denominazione dei rita-
gli: questo è ciò che l’esempio di boeuf – Ochs mette in evidenza». nelle successive pagine timpanaro
ricorda che già saussure ha fatto capire l’impossibilità d’un’estensione realmente indiscriminata della
semiologia a tutti i campi della comunicazione: «secondo saussure, nella futura scienza semiologica rien-
treranno parzialmente e per approssimazione varie altre branche del sapere, ma di pieno diritto soltanto
la linguistica, accompagnata, tutt’al più, dallo studio delle scritture e dei sistemi segnaletici in senso stret-
to [i sistemi di segni in senso proprio, come ha prima scritto timpanaro]». saussure, addirittura, è
«molto lontano dal fare dell’aspetto convenzionale e “sistematico” della lingua un modello allegramen-
te applicabile a tutte le scienze. È molto lontano dal voler ridurre la realtà a linguaggio – o a “sistema” in
senso formalistico […]. nella visione generale della realtà, per quel tanto che essa appare sullo sfondo
delle sue meditazioni linguistiche, egli è ancor più realista che nella concezione del linguaggio» (p. 126).
47
opportuna l’allusione ad antonio laBRiola, Del materialismo storico: dilucidazione preli-
minare, X, in Saggi sul materialismo storico, a cura di Valentino GERRatana e di augusto GUERRa,
Roma, Editori Riuniti, 1964, pp. 145 ss. e a id., La concezione materialistica della storia, a cura di Eugenio
GaRin, Bari, laterza, 1965, pp. 133 ss. si ricordi il concetto di «doppio terreno», naturale e artificiale, in
cui il secondo termine, pur producendo grandi modificazioni sul primo, non può mai soppiantarlo
completamente e definitivamente. timpanaro a questo proposito rammenta il carattere determinante del-
l’influenza delle basi fisiologico-naturali sulla costituzione fisiopsichica e biologica del singolo (non dei
“gruppi” etnici, beninteso), sulle sue disposizioni caratteriali e neurologiche, sullo stesso rapporto che in
tal senso “il singolo” instaura con la propria culturalità.
48
«Questa filosofia tedesca moderna trovò la sua conclusione nel sistema hegeliano, nel quale, per
la prima volta, e questo è il suo grande merito, tutto quanto il mondo naturale, storico e spirituale
venne presentato come un processo, cioè in un movimento, in un cangiamento, in una trasforma-
zione, in uno sviluppo che mai hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esi-
stente in questo movimento e in questo sviluppo […]. E ora il compito del pensiero consiste nel segui-
re, attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si compie a poco a poco e
dimostrarne, attaverso tutte le accidentalità apparenti, l’intima regolarità. / Che Hegel non abbia
assolto questo compito, qui non ha importanza. il suo merito, che fa epoca, è quello di averlo posto,
tanto più che questo è un compito che nessun individuo da solo potrà mai assolvere […]. Hegel era un
idealista, cioè per lui i pensieri della sua testa non erano le immagini riflesse, più o meno astratte, delle
cose e dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano immagini riflesse realizzate
delle «idee», esistenti già prima del mondo in qualche luogo. Conseguentemente tutto veniva poggiato
sulla testa, e il nesso reale del mondo veniva completamente rovesciato» (cfr. FRiEdRiCH EnGEls,
Introduzione, in id., Anti-Dühring, a cura di Valentino GERRatana, Roma, Editori Riuniti, 19712 –
i rist. –, pp. 26-27).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


49
si cfr. Dialettica della natura, in KaRl maRX-FRiEdRiCH EnGEls, Opere, XXV (Anti-Dühring
e Dialettica della natura), a cura di Fausto Codino, trad. di Giovanni dE CaRia, lucio lomBaRdo
RadiCE, Fausto Codino, Roma, Editori Riuniti, 1974. sul rapporto di leopardi con le scienze e con
la filosofia della natura, sul carattere fondato e tutt’altro che casuale della sua competenza scientifica e
della sua conoscenza di figure di scienziati, e sui riflessi che tali acquisizioni mostrano con la filosofia
naturale propria del Recanatese e con lo Zibaldone, e così con l’opera artistica e poetica fino ai Parali-
pomeni e a La ginestra, cfr. ora l’importante volume di GasPaRE Polizzi, Leopardi e «le ragioni della
verità». Scienze e filosofia negli scritti leopardiani, prefazione di Remo BodEi, Roma, Carocci, 2003 (di
Polizzi cfr. anche Leopardi e la filosofia, Firenze, Polistampa, 2001).
50
si ricordi specificamente il capitolo V, La rivoluzione moderna nelle scienze naturali e l’idealismo
filosofico, in VladimiR il’iC [UlianoV] lEnin, Materialismo ed empiriocriticismo. Note critiche su
una filosofia reazionaria, milano, Edizioni lotta Comunista, 2004, pp. 269-334 (testo tratto dall’ed.
anastatica delle Opere di lenin, ivi, 2002); nello stesso volume, si veda lo scritto introduttivo, tratto da
una serie di articoli apparsi in «lotta Comunista» del 1978 e del 1979, di aRRiGo CERVEtto, La cri-
tica liberale di Bernstein, pp. 1-26.
51
su altre problematiche, riguardanti la necessità d’una non meccanica concezione del rapporto
struttura-sovrastruttura, si cfr. pp. 16-17. E si cfr. anche, di KaRl maRX, Lineamenti fondamentali della
critica dell’economia politica 1857-1858, trad. di Enzo GRillo, scandicci (Firenze), la nuova italia
(«Paperbacks», 20), 1997 (i ed. in «Classici della filosofia»: 1968, rist.: 1978), vol. i, pp. 37-39. ma è ovvio
che molte altri rilievi sorgano a proposito del rapporto di Engels con la filosofia e con la scienza della
natura (come anche dell’importanza degli studi di Engels sulla religione cristiana, sulla tradizione
ebraica e sulla valorizzazione dell’esegesi biblica tedesca, e in specie tedesco-protestante: si ricordi
FRiEdRiCH EnGEls, Zur Geschichte des Urcristenthums – Sulle origini del cristianesimo. Un’interpre-
tazione storica delle radici della religione cristiana, Prefazione di ambrogio donini, Roma, Editori Riu-
niti, 2004 – i ed.: ivi, 1954). nella citata edizione dell’Anti-Dühring e della Dialettica, ad esempio, è suf-
ficiente rinviare alle pp. 324-336 dell’introduzione per vedere sottolineata l’importanza della teoria
scientifica di Kant sulla formazione dinamica, sulla “storia” dell’universo e quindi della terra, senza ordi-
ne metafisico di primi impulsi (cfr. la troppo spesso misconosciuta Storia naturale generale e teoria del
cielo del 1755); lo sviluppo della geologia (scienza non a caso privilegiata nella considerazione di tim-
panaro) aiuterà l’affermarsi d’un’autentica nuova concezione della terra: «Era necessario decidersi a rico-
noscere che non soltanto la terra nel suo insieme, ma anche la sua superficie attuale e le piante e gli ani-
mali che su essa vivono avevano una loro storia nel tempo. Un tale riconoscimento venne fatto al
principio abbastanza controvoglia» (p. 325). altrettanto vale per le forze fisiche (da specie «immutabili»
a «forme del movimento della materia»), per la chimica e per «la geografia fisica comparata», per la
paleontologia, per la zoologia e per la botanica fino alla vittoria di darwin: «darwin non sapeva quale
amara satira scrivesse sugli uomini, ed in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libe-
ra concorrenza, la lotta per l’esistenza, che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono
lo stato normale del regno animale» (p. 332). E dalla scientifica riflessione sulla fine dell’universo, come
anche dall’assunzione di alcune delle coeve teorie sulla non indistruttibilità del movimento e sull’irrag-
giamento del calore negli spazi celesti, può nascere la pagina finale della stessa introduzione (pp. 335-
336): «la materia si muove in un eterno ciclo. È un ciclo che si conclude in intervalli di tempo per i quali
il nostro anno terrestre non è assolutamente metro sufficiente; un ciclo, nel quale il periodo dello svi-
luppo più elevato – quello della vita organica e anzi della stessa vita – occupa un posto ristretto quanto
lo spazio nel quale si fanno strada la vita e la coscienza; un ciclo, nel quale tutte le manifestazioni della
materia – sole o nebulosa, animale o specie, combinazione o separazione chimica – sono ugualmente
caduche. in esso non vi è nulla di eterno se non la materia che eternamente si trasforma e si muove. ma
per quanto spesso, per quanto inflessibilmente questo ciclo si possa compiere nello spazio e nel tempo;
per quanti milioni di soli e di terre possano nascere e perire; per quanto tempo possa trascorrere finché
su un solo pianeta di un sistema solare si stabiliscano condizioni necessarie alla vita organica; per
quanti innumerevoli esseri organici debbano sorgere e scomparire prima che tra di essi si sviluppino ani-
mali dotati di un cervello pensante e trovino per un breve intervallo di tempo condizioni atte alla vita,
per essere poi anch’essi distrutti senza pietà, noi abbiamo la certezza che la materia in tutti i suoi muta-
menti rimane sempre la stessa, che nessuno dei suoi attributi può mai andare perduto e che perciò essa
deve di nuovo creare, in altro tempo e in altro luogo, il suo più alto frutto, lo spirito pensante, per quel-
la stessa ferrea necessità che porterà alla scomparsa di esso sulla terra».

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


52
FRiEdRiCH EnGEls, L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato. In rapporto alle
indagini di Lewis H. Morgan, a cura di Fausto Codino, trad. di dante dElla tERza, Roma, Editori
Riuniti, 1993 (i ed.: 1963). si ricordi che in nota alla prefazione (londra, 16 giugno 1891) di Engels alla
quarta edizione di Ursprung der Familie il curatore riproduce un ritratto di Charles Fourier tratto dal-
l’Anti-Dühring e centrato, nella sua parte conclusiva, proprio sul tema della fine della terra e della fine
dell’umanità in Kant e nello stesso Fourier; ne riproduciamo, appunto, i periodi finali: «Con pari dia-
lettica egli [Fourier], di fronte alle chiacchiere sull’infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il fatto che
ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, ma anche il suo ramo discendente ed applica questo modo
di vedere anche al futuro di tutta l’umanità. Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura
distruzione della terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell’uma-
nità» (L’origine della famiglia, cit., pp. 48-49 n.).
53
By lewis Henry morgan, london, macmillan Co., 1877.
54
si cfr. inoltre la seguente citazione, sempre da L’origine della famiglia: «lo sviluppo della famiglia
nella storia primitiva consiste dunque nel costante restringersi della cerchia che originariamente abbrac-
ciava tutta la tribù nel cui ambito regna la comunanza coniugale tra i due sessi. Con l’esclusione continua,
dapprima dei parenti più vicini, poi di quelli sempre più lontani e infine anche dei parenti soltanto acqui-
siti, ogni forma di matrimonio di gruppo diventa alla fine praticamente impossibile, e resta esclusiva-
mente la coppia unica, ancora debolmente vincolata, la molecola, cioè, con la cui disgregazione il matri-
monio in generale cessa. da ciò appare ormai quanto poco l’amore sessuale individuale, nel senso in cui
noi oggi adoperiamo questa parola, abbia avuto a che vedere con l’origine della monogamia» (p. 75).
55
«la famiglia di coppia, di per sé troppo debole ed instabile per sentire il bisogno o anche solo il
desiderio di una propria amministrazione domestica, non dissolve in alcun modo quella comunistica
tramandata dall’epoca anteriore. ma amministrazione comunistica significa dominio della donna nella
casa, come riconoscimento esclusivo d’una madre carnale, data l’impossibilità di conoscere, con certezza,
un padre carnale. Essa significa inoltre alta considerazione della donna, cioè della madre. È una delle
idee più assurde di derivazione illuministica del secolo XViii, che la donna, all’inizio della società, sia
stata schiava dell’uomo. la donna invece, presso tutti i selvaggi ed i barbari dello stadio inferiore e
medio, ed in parte anche dello stadio superiore, aveva una posizione non solo libera, ma anche di alta
considerazione» (p. 76).
56
si leggano ancora le seguenti citazioni: «il rovesciamento del matriarcato segnò la sconfitta sul
piano storico universale del sesso femminile. l’uomo prese nelle mani anche il timone della casa, la
donna fu avvilita, asservita, resa schiava delle sue voglie e semplice strumento per produrre figli. Questo
stato di degradazione della donna si manifesta apertamente, in ispecie tra i Greci dell’età eroica e,
ancor più, dell’età classica, è stato poco per volta abbellito e dissimulato e, in qualche luogo, rivestito di
forme attenuate, ma in nessun caso eliminato. / il primo effetto del dominio esclusivo degli uomini, fon-
dato allora, si mostra nella forma intermedia della famiglia patriarcale, che affiora in quel momento. Ciò
che lo caratterizza principalmente non è la poligamia […], ma «l’organizzazione di un numero di persone
libere e non libere in una famiglia sotto la patria potestà del capofamiglia […]»» (pp. 84-85); «il primo
contrasto di classe che compare nella storia coincide con lo sviluppo dell’antagonismo tra uomo e
donna nel matrimonio monogamico, e la prima oppressione di classe coincide con quella del sesso fem-
minile da parte di quello maschile. la monogamia fu un grande progresso storico, ma contemporanea-
mente essa, accanto alla schiavitù e alla proprietà privata, schiuse quell’epoca che ancora oggi dura, nella
quale ogni progresso è, ad un tempo, un relativo regresso, e in cui il bene e lo sviluppo degli uni si com-
pie mediante il danno e la repressione di altri. Essa fu la forma cellulare della società civile, e in essa pos-
siamo già studiare la natura degli antagonismi e delle contraddizioni che nella civiltà si dispiegano con
pienezza» (p. 93); «abbiamo così tre forme principali di matrimonio, che in complesso corrispondono
ai tre stadi principali dello sviluppo umano. il matrimonio di gruppo per lo stato selvaggio; il matri-
monio di coppia per la barbarie; la monogamia, completata dall’adulterio e dalla prostituzione, per la
civiltà. tra il matrimonio di coppia e la monogamia s’introduce, nello stadio superiore della barbarie, il
dominio dell’uomo sulle schiave e la poligamia. / Come prova tutta la nostra esposizione, il progresso che
appare in questa successione è legato alla particolarità che la libertà sessuale del matrimonio di gruppo
è stata sempre più sottratta alle donne, ma non agli uomini. E il matrimonio di gruppo, in realtà, per
l’uomo continua a sussistere sino ad oggi. Ciò che per una donna è un delitto che si tira dietro gravi con-
seguenze legali e sociali, è considerato per l’uomo cosa onorevole, e nel peggiore dei casi come lieve mac-
chia morale che si porta con piacere […]. E infine, non abbiamo forse visto che nel mondo moderno

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


monogamia e prostituzione sono, certo, antagonismi, ma antagonismi inseparabili, poli opposti del
medesimo stato di cose della società? Può scomparire la prostituzione senza trascinare con sé, nell’abis-
so, la monogamia?» (pp. 101-103).
57
Cfr. Antileopardiani e neomoderati, cit, p. 186: «non è affatto meritocratica la polemica leopardia-
na contro l’appiattimento dei valori, contro la mediocrità conformistica che egli vedeva dilagare nella
società borghese-antigiacobina del suo tempo: quell’appiattimento e quel conformismo non erano affat-
to affermazione dell’eguaglianza reale di tutti gli uomini, ma strumentalizzazione delle “masse” in una
società ben attenta a mantenere i privilegi di classe e la distinzione fra chi era predestinato ad essere sog-
getto e chi oggetto di storia»; e ancora, nella stessa pagina, n. 45: «[…] anche i pensieri anteriori al 1824
contengono – accanto all’esigenza egualitaria come premessa all’affermarsi del vero merito – la consape-
volezza che la stessa etica del merito, pur superiore a quella del privilegio o della ricchezza, reca in sé peri-
coli antiegualitari. Cfr. Zib. 569, dove si afferma che “anche la sola eccessiva sproporzione del merito e
della pura gloria” può mandare in rovina le democrazie; e Zib. 1646 sg., in cui, dopo aver osservato come
i “geni” provengano quasi tutti dalla “classe possidente e benestante” sebbene sia “certo che vi sono tra i
contadini tante persone proprie a divenir geni, quante nelle altre classi in proporzione del numero rispet-
tivo di ciascuna” […], il leopardi prosegue: “Che cosa è dunque ciò che si dice, che il genio si fa giorno
attraverso qualunque riparo, e vince qualunque ostacolo? non esiste genio in natura, cioè non esiste (se
non forse come una singolarità) nessuna persona le cui facoltà intellettuali siano per se stesse straboc-
chevolmente maggiori delle altrui. le circostanze e le assuefazioni […] producono la differenza degli inge-
gni”. Qui si arriva alla più totale negazione non solo della meritocrazia (cioè del diritto di chi ha più inge-
gno ad avere più benessere, autorità ecc.), ma dell’esistenza stessa di diversità “innate” di intelligenza». E
si legga il passo di timpanaro nel citato studio su Primo Maggio (Il socialismo di Edmondo De Amicis),
pp. 137-138, un passo che ben interpreta la mirata e intensa valenza antidisegualitaristica e antimerito-
cratica che attraversa alcuni importanti segmenti romanzeschi dello scrittore (l’ex celebratore delle dif-
ferenze di classe in Cuore) e che altrettanto bene focalizza alcune dirette pronunce del protagonista,
alberto Bianchini: «del resto, sebbene il disegualitarismo, la selezione delle intelligenze e delle capacità,
la meritocrazia sia anch’essa ingiusta e deva essere in un primo tempo accettata solo come un male
necessario e non più di quanto sia strettamente necessario, nella società borghese neppur essa si attua […],
se non in modo imperfettissimo. sempre più anzi, man mano che la borghesia diviene classe meramente
sfruttatrice e oppressiva, tende ad attuare una selezione alla rovescia […]. E quando uno dei soliti con-
traddittori di alberto, «uno sconosciuto balbuziente», lo aggredisce con le eterne domande perentorie:
«dica dunque: è collettivista? è comunista? È per l’eguaglianza assoluta, per un ordinamento sociale che
metterebbe alla pari dante alighieri e un cretino?» (117 s.), alberto […] gli chiede a sua volta, con finta
ingenuità: «E perché mai lei respingerebbe un tale ordinamento?». il sarcasmo è chiaro: il borghese che
inorridisce di fronte all’idea dell’eguaglianza assoluta e si appella al sacro nome di dante alighieri,
avrebbe, poiché è un cretino, tutto da guadagnare nell’essere equiparato ad un genio. ma è tanto cretino
che non capisce l’ironia […]». sul valore che anche per Carpi ha avuto la polemica cui si allude in Anti-
leopardiani cfr. il citato UmBERto CaRPi, Appunti sull’antimoderatismo di Sebastiano Timpanaro.
58
Recensione a Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento, a cura di PiERo tREVEs, milano-
napoli, Ricciardi, 1962 («la letteratura italiana», storia e testi, vol. 72), pubblicata in «Critica storica», ii
(1963), pp. 603-611; ora, con il titolo Classicismo e «neoguelfismo» negli studi di antichità nell’Ottocento
italiano, in Aspetti e figure della cultura ottocentesca, cit., pp. 371-386.
59
si cfr. il seguente passo di dissenso sulla figura del Foscolo trevesiano: «lo stesso si dica del
Foscolo: non si fa torto al suo profondo senso poetico della grecità riconoscendo il presuntuoso dilet-
tantismo delle sue polemiche antifilologiche e dei suoi tentativi eruditi (con una parziale eccezione per gli
abbozzi di studi di filologia dantesca degli ultimi anni); e quanto all’esegèsi della lezione ales equus in
Catullo, 66, 54, che il treves (p. 244) cita come contributo filologico originale, bisogna ricordare che quel-
la era l’interpretazione corrente al tempo in cui il Foscolo scriveva il suo commento alla Chioma di
Berenice. Vincenzo monti, nella dissertazione Del cavallo alato d’Arsinoe (milano 1804, p. 12 sg.), citava
una mezza dozzina di «zefiristi», cioè di interpreti convinti che l’ales equus fosse lo zefiro, tra i quali, ulti-
mo in ordine di tempo, il Foscolo […]. anche la «tecnica» ha la sua storia, che si intreccia strettamente
con la storia «ideologica» della storiografia. Una storia degli studi classici, se non deve prescindere dalle
ideologie, dai legami con la storia generale della cultura, non può nemmeno considerare come cosa
estranea l’evoluzione dei metodi di ricerca, né i risultati concreti ottenuti grazie all’applicazione intelligente
di quei metodi. il treves coinvolge in una unica, indifferenziata condanna di tecnicismo i ricercatori

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


mediocri o incapaci e i geniali, gli «antiquari» romani della Restaurazione («un’accademia di tecnici», p. 4)
e studiosi di filologia formale della forza di un Garatoni o di un leopardi». E più ancora, si veda la difesa
del tecnicismo filologico-razionalistico leopardiano (leopardi, si rammenti, non è il filologo-poeta della
suggestiva ma forzatamente lacunosa definizione di nietsche): «nel caso del leopardi, l’antipatia per il
«tecnico» e quella per il materialista e pessimista si sommano. l’antileopardismo del treves affiora in nu-
merosi accenni occasionali (vedi per es. pp. 3, 13, 181, 187, 239, 349, 464, 541, 833, 835, 873) e culmina nel
profilo del leopardi e nelle note apposte ai suoi brani (p. 471 sgg.). il valore positivo della filologia leo-
pardiana è fatto consistere dal treves solo in un vichiano interesse per la barbarie eroica, per la vigorosa
passionalità e combattività dei popoli antichi (p. 474), che è un motivo, certo, importante — e il treves ha
il merito di ribadirlo con efficacia, dopo il luporini —, ma non esclusivo nel rapporto del leopardi con
l’antichità. a un aspetto ancor più essenziale, cioè all’interesse del leopardi per la filosofia ellenistica (basti
ricordare la prefazione a Epitteto), il treves non accenna neppure. Questa limitazione della filologia
leopardiana si inserisce in una limitazione di tutta la personalità leopardiana, sulle orme di quel famige-
rato saggio di Croce su cui anche i crociani di stretta osservanza preferiscono di solito sorvolare, e a cui
invece il treves si riattacca esplicitamente (p. 488)» (Classicismo e «neoguelfismo», cit., p. 383).
60
«Con la predilezione per una storiografia orientata in senso prevalentemente etico-politico si con-
nette, nel treves, il disprezzo per la filologia in senso stretto (critica testuale, interpretazione), che egli
qualifica più e più volte come mera «tecnica», distinguendola recisamente dalla storia. Contro un certo
tipo di filologismo che oggi rischia di prevalere negli studi storici, e che presume di espungere dalla sto-
riografia ogni interesse «pratico-politico», la protesta del treves ha il suo valore. ma ricadere nella
concezione crociana di una filologia puramente strumentale rispetto alla storia etico-politica o alla
critica letteraria, non è, a mio parere, il modo giusto di reagire al filologismo. l’interpretazione di un
passo, la ricostruzione di un testo mal tramandato, sono lavoro storiografico: sono, se vogliamo, «micro-
storia», la quale non deve certo soffocare l’esigenza di una storia più ampia, culturale o politico-sociale,
ma non è neppure semplice mezzo per quelle più vaste sintesi. la filologia testuale ed esegetica – la filo-
logia di un Porson, di un Hermann, di un leopardi – è autonoma nella stessa misura in cui si può con-
siderare autonoma qualsiasi attività umana, la quale, in quanto distinta da altre per una necessità prati-
ca di divisione del lavoro, reca sempre in sé il pericolo del settorialismo, dell’angustia specialistica: in
questo senso, certo, è purus asinus il puro filologo, ma anche il puro artista, filosofo, politico: l’errore con-
siste nello strumentalizzare certe attività e nel dare una posizione privilegiata a certe altre. / d’altra parte,
senza il possesso della deprecata «tecnica» l’interesse storico rimane velleitario. la sintesi di filosofia e
filologia proclamata da Vico rimane inattuata se – come in Vico stesso – manca o difetta la filologia»
(Classicismo e «neoguelfismo», cit. p. 380).
61
Classicismo e «neoguelfismo», cit., pp. 379-380. si veda anche questo brano: «la mancanza di filo-
logi e storici dell’antichità specificamente romantici e neoguelfi in italia, d’altra parte, ha costituito per
il treves un incentivo ad allargare oltre ogni limite le categorie di romanticismo e di neoguelfismo, fino
a includervi studiosi di tutt’altro orientamento. Per quel che riguarda il romanticismo, come è noto, que-
sto procedimento è stato già messo in atto da molti studiosi: si è finito col fare di «romanticismo» un
sinonimo di «civiltà liberale-democratica dell’ottocento», o addirittura di tutto ciò che nell’arte e nella
cultura ottocentesca non è accademismo frigido: così Goethe, Foscolo, leopardi, Heine, Cattaneo – tutta
gente che col romanticismo polemizzò con asprezza – sono stati annessi, loro malgrado, alla schiera
romantica. anche per il treves romantica è «tutta la migliore intelligentsia europea» (p. 592), romantico
ogni storicismo; e un analogo ampliamento subisce per opera sua il neoguelfismo, che non è più solo una
forma di cattolicesimo liberale (e anche queste due correnti andrebbero tenute più distinte di quanto fac-
cia il treves), ma è «l’unico tentativo sistematico di elaborazione d’un’educazione popolare italiana, d’una
sintesi storica di nuovo e d’antico, di classico e popolare, di tradizione e rivoluzione. la quale, indipen-
dentemente dall’opera individua dei singoli, dal loro contingente militare in uno o in altro partito, dal
loro aderire all’una o all’altra scuola storiografica, restò per mezzo secolo, dalla maturità del manzoni alla
maturità del Carducci, il sostrato universo della nostra cultura» (p. XXViii). / tutto il libro, perciò, è
pieno di romantici inconsapevoli (il Giordani e il leopardi nei loro momenti validi, pp. XXiX; 457, n. 1;
472; perfino il Peyron, p. 875, perché «ebbe il senso della storia» e s’interessò di fonti non letterarie, come
le epigrafi e i papiri) e di neoguelfi inconsapevoli. avversione alla retorica della romanità e anticesarismo:
basta la presenza di uno di questi due caratteri – e non sarebbero sufficienti nemmeno tutti e due – per-
ché uno studioso sia aggregato al neo-guelfismo. in base al primo carattere, il niebuhr diviene una spe-
cie di collaboratore inconscio del manzoni, il mommsen un suo allievo ideale (pp. XXXi, 597, 602; cfr.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


L’idea di Roma, p. 81 sg.), sebbene il treves stesso dichiari che rapporti niebuhr-manzoni e mommsen-
manzoni sul piano degli studi storici non ve ne furono, che «il niebuhr costruiva, professionalmente, la
storia; mentre il manzoni, le quante volte si propose di trattarne ex professo, la demoliva», che i manzo-
niani e i neoguelfi furono tutti ostilissimi ai due grandi storici tedeschi (pp. 597, XXXi sg.). in base al
secondo carattere, un violento anticlericale e democratico avanzato come atto Vannucci diventa
anch’esso un neoguelfo. il caso del Vannucci è paradossale perché non c’è pagina di lui – anche tra quel-
le riportate dal treves – che non contraddica a questo suo incasellamento tra i neoguelfi. l’anticesarismo
del Vannucci è quello della tradizione alfieriana e giordaniana, rinfocolato dall’ostilità per napoleone iii.
il Vannucci esalta il suicidio di Catone (p. 768), mentre il manzoni, il Capponi e il Bindi, anticesariani
ma cattolici, lo condannavano severamente. il treves, a questo proposito, rimprovera il Vannucci di
incoerenza (p. 768, n. 5), mentre la vera incoerenza consiste, mi sembra, nel voler fare ad ogni costo un
neoguelfo di un democratico anticlericale. né è prova di neoguelfismo la polemica del Vannucci contro
il Gaume (p. 728): se l’ultraclericale francese, che voleva bandire ogni istruzione classica perché diffon-
ditrice di paganesimo, era avversato dai cattolici di spirito aperto, tanto più dovevano avversarlo i clas-
sicisti laici» (Classicismo e «neoguelfismo», cit., pp. 377-378).
62
si rammenti, tuttavia, che una troppo netta differenziazione, e più che mai una contrapposizione
intrailluministica fra Voltaire e d’Holbac non è esente da possibili riscontri critici: si veda Paolo
QUintili, ‘Illuminismo’ e ‘materialismo’ secondo Sebastiano Timpanaro, in Per Sebastiano Timpanaro
Unicopli, cit., pp. 169-185, in particolare pp. 174-177. Quintili opportunamente ripercorre la vicenda del
Mémoire del curé JEan mEsliER, circolato anonimo per lungo tempo, parzialmente pubblicato nel
1762 nell’Estratto che ne fece Voltaire e al quale collaborò d’Holbach; i nomi del patriarca di Ferney e del
barone del Palatinato, per usare le parole di Quintili, restano abbinati anche nell’epoca della Rivoluzio-
ne, nell’ambiente dei club radicali, al punto che viene pubblicato «un altro libello dal titolo: Le bon sens
du curé Meslier». Questo libello attraversa con successo anche l’ottocento – lo legge pure Balzac –, ed è
in realtà composto non dal «vero Mémoire di meslier», bensì dal «Bon sens di d’Holbach e, insieme»,
dall’«Estratto di Voltaire» (p. 176). notevole, nello stesso scritto di Quintili, la messa a punto, fra gli altri,
del concetto di eteronomia della morale («determinazione eteronoma e condizionatezza biologica»:
cfr. p. 177) come essenziale componente del materialismo di timpanaro. Più specificamente, alle pp. 178-
179 si sottolinea «la critica di timpanaro al concetto althusseriano di ‘surdeterminazione’, a vantaggio
della ‘determinazione’ strutturale così come la intesero genuinamente, fuori da ogni dogmatismo e
rigidezza, marx ed Engels»; più sotto, si focalizza ulteriormente una «nozione di determinazione» che
«concerne i caratteri stessi della morale laica di cui d’Holbach si fece coraggioso propugnatore; una
morale appunto non autofondata, bensì eteronoma, ossia soggetta a determinazioni dal fisico, dal bio-
logico e dal sociale» (p. 179).
63
Della Volpe marxista eretico, in «Corriere della sera», 10 novembre 1995.
64
Pp. 123-150. di RoBERto FinElli si ricordi, inoltre, l’importante volume Mito e critica delle
forme. La giovinezza di Hegel 1770-1801, Roma, Editori Riuniti, 1996.
65
Paolo CRistoFolini, Materialismo e dolore. Appunti sul leopardismo filosofico di Sebastiano
Timpanaro, in «allegoria», cit., pp. 73-84 (riprod. in Sebastiano Timpanaro e la cultura del secondo
Novecento, cit., pp. 347-359).
66
Cfr. GiRolamo dE liGUoRi, Geymonat e il materialismo «verso il basso», in «Giornale criti-
co della filosofia italiana», lXXXii, 3 (settembre-dicembre 2003), pp. 484-498.
67
ivi, p. 491.
68
Rimangono del tutto vere e sostenibili, in ogni caso, non soltanto la stima e la reciproca lettura e
valorizzazione dei percorsi saggistici fra i due studiosi, ma anche l’oggettiva convergenza, che, come in
parte qui si è visto, si realizza nella comune visione materialistica, priva di pregiudiziali antipositivisti-
che; se è vero che ludovico Geymonat, «con apparente paradosso», scrive de liguori, ritrova pur sem-
pre in Hegel, pur ribaltandone il presupposto idealistico della conoscibilità del reale, la «base del nuovo
materialismo» («è chiaro che i nostri materialisti si sentano assai più vicini ad Hegel che non a Hume:
Hegel infatti tenta di salvare, da un punto di vista superiore, il valore della conoscenza ingenua sgreto-
lato dalla critica demolitrice di Hume; combatte ed elimina il carattere soggettivistico, che Hume pre-
tende riscontrare in tutte le nozioni generali della conoscenza comune e della conoscenza scientifica;
sostiene insomma, che la razionalità da noi scoperta nel mondo ha un fondamento oggettivo e non è
aggiunta artificiosa del nostro intelletto»; cfr. lUdoViCo GEYmonat, Materialismo e problema
della conoscenza, in Del marxismo, a cura di mario QUaRanta, Verona, Bertani, 1987, p. 251), è

i. l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro 


altrettanto certo che lo studioso ha compiuto un itinerario scientifico di eccezionale e privilegiato rilie-
vo: «Dialettica della natura e Materialismo ed empiriocriticismo, inseriti come sono nella serrata analisi
dell’epistemologia contemporanea condotta da Geymonat per tutta la vita – dai Saggi per un nuovo razio-
nalismo fino agli ultimi interventi in polemica coi suoi allievi / antagonisti – sono una frontiera con-
quistata da un materialista critico contro una epistemologia contemporanea che convive e, talvolta,
«bestialmente gavazza» (diciamolo con Gadda) con fideismi di varia estrazione, da un canto, e con raf-
finate operazioni mistificatorie, dall’altro. Un materialista che, guarda caso, si forma filosofo e mate-
matico, nella torino di annibale Pastore, Peano, Juvalta e martinetti; matura gradualmente come epi-
stemologo sulla critica del positivismo e del neopositivismo logico, praticando una faticata storiografia
filosofica (con particolare attenzione a Galileo, dalla monografia del 1956 fino ai seminari di nizza
dell’80), che lo porta fino a marx, ad Engels, a lenin, da pensatore ormai maturo, senza essere mai pas-
sato da spaventa, da labriola o da Gramsci, tanto meno da Gentile, da Croce o da Bergson, secondo il
cursus honorum di più paludati maîtres à penser della nostra generazione» (GiRolamo dE liGUoRi,
Geymonat e il materialismo «verso il basso», cit., p. 498).
69
Cfr. FRanCo FoRtini, Il passaggio della gioia, in id., Saggi ed epigrammi, a cura e con un sag-
gio introduttivo di luca sERianni e uno scritto di Rossana Rossanda, milano, mondadori, 2003, pp.
276-280; le citazioni alle pp. 276-279, con tagli.
70
Ci si riferisce ad antonio la PEnna, Orazio e l’ideologia del principato, torino, Einaudi
(«saggi», 332), 1963. la recensione di timpanaro appare in «Critica storica», iii (1964), pp. 791-796;
valga, per la prima affermazione, enunciata con appena un anno di anticipo sul volume, del preciso nesso
terminologico classicismo-illuminismo, il brano finale della recensione a la Penna: «il classicismo del-
l’età augustea salvò, accanto alla raffinatezza stilistica, quella che era la più importante conquista dei neo-
teroi: la capacità di esprimere l’individualità passionale, ma seppe depurarla da morbosità e sottigliezze
(pp. 166-170); dette, con la dottrina del miscere utile dulci, una spinta verso il realismo (pp. 170-175); non
rovesciò la tendenza antiscientifica, antiepicurea, che si era ormai affermata nella cultura greco-latina, e
tuttavia, riaffermando l’ideale aristotelico di un’arte equilibrata e razionale, costituì un argine contro con-
cezioni irrazionalistiche della poesia (pp. 175-178). tutte queste considerazioni – e altre non meno inte-
ressanti che siamo costretti a tralasciare – non solo permettono di valutare molto meglio di quanto si sia
fatto finora il classicismo augusteo, ma contribuiscono anche a spiegare la funzione progressista che il
classicismo ha avuto in molti momenti della storia della cultura europea, e specialmente quel nesso tra
classicismo e illuminismo che appare con particolare evidenza nella letteratura del settecento e del
primo ottocento, e che è stato oggetto di interesse e di discussioni in questi ultimi anni (vedi a questo
proposito anche le appendici del libro del la Penna, p. 231 sgg.). Perfino il cànone dell’imitazione dei
classici, accanto agli influssi negativi che ognuno conosce, ha avuto talvolta una sua fecondità in quan-
to è stato interpretato, per esempio dal leopardi, come una forma di «ritorno alla natura» (p. 181 sgg.).
tuttora, l’esigenza dell’unità della cultura contro il settorialismo tecnicistico e contro nuove forme d’irra-
zionalismo ha, storicamente, un suo debito con la tradizione di quel classicismo che trovò la sua prima
espressione compiuta nell’età augustea. / Credo che questo resoconto, necessariamente sommario, possa
almeno dare una prima idea del valore e della ricchezza di un libro che non si rivolge solo agli studiosi
dell’antichità, ma anche a italianisti (specialmente per le pagine su Parini e Carducci), a francesisti
(vedi l’appendice su agrippa d’aubigné, p. 229 sg.), a uomini di cultura militante».
71
VinCEnzo di BEnEdEtto, La filologia di Sebastiano Timpanaro, cit., p. 76.
72
ivi, pp. 76-77.
73
ivi, 77.
74
Engels, materialismo, «libero arbitrio», in Sul materialismo, cit., iii edizione, p. 80 n. 29.
75
su Giordani si cfr. anche niCola mastRantUono, Classicismo innovatore e Pietro Giorda-
ni, napoli, loffredo, 1974; Carteggio Giordani-Vieusseux 1825-1847, a cura di laura mElosi, Presen-
tazione di Giorgio lUti, Firenze, olschki (accademia toscana di scienze e lettere «la Colombaria»,
«studi», n. 107), 1997; il capitolo su Pietro Giordani, come quelli su Giacomo Leopardi e su Ugo Foscolo,
di ElisaBEtta BEnUCCi, in La Crusca nell’Ottocento, a cura della stessa Elisabetta BEnUCCi, di
andrea daRdi, di massimo FanFani, Firenze, società Editrice Fiorentina – Università degli studi di
Firenze. dipartimento di italianistica («Cataloghi», n. 4), pp. 47-88.
76
lEV tRoČKiJ (lEJBa daVidoViČ BRonŠtEin), Storia della rivoluzione russa (History of
Russian Revolution, Histoire de la révolution russe – Paris, 1950), 2 voll., milano, mondadori (i edizione
sugar Editore: 1969), 1969, ii, p. 1174.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


II. Leopardi protagonista nella nuova edizione
di Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano

Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano è stato un libro, ma non un


“oggetto”-libro; è stato un nucleo (e sia pure grande nucleo) trasversale e aggiornabile
della saggistica timpanariana d’argomento ottocentesco, sul piano della concezione
ideologica, linguistica, letteraria: non ha sofferto di “tagli”, bensì di tagli postumi. Ha
sofferto, insomma, dell’impossibilità, da parte di quei saggi e di quei contributi che
hanno in séguito precisato ed integrato i nativi capitoli riunitisi in volume nella
seconda metà degli anni ’60 (dopo la prima edizione del 1965), d’accedere alla coa-
bitazione e alla convivenza editoriali, e quindi alla concettuale contiguità con i saggi
di precedente stesura, ai quali molta della seriore scrittura timpanariana, soprattutto,
com’è ovvio, quella d’impronta ottocentistica, italianistica, leopardistica, manifesta-
mente si richiama, in un legame e secondo un criterio di pertinenza, o almeno d’at-
tinenza, tutt’altro che blandi ed allentati, ma anzi, e in modo reiteratamente proba-
torio e dimostrabile, identificativi dello stesso tema, della coincidenza con lo stesso
oggetto culturale, e insieme offerti ai lettori alla luce d’ulteriori acquisizioni realizza-
te nel tempo dall’autore. dopo la seconda edizione aggiornata ed ampliata del 1969,
l’opera, non più modificata, ha in realtà potuto fruire soltanto di ristampe, tanto che
le revisioni, le correzioni, i parziali aggiustamenti e le rettifiche nel giudizio e nel “tiro”
della visione critica, che sono intervenuti nel frattempo, hanno avuto in sorte, nella
forma e nelle sostanza, di rimanere estranei al rettangolo di pagina nistri-lischi del
1969, a quel libro che, dalla sua prima uscita, ha rappresentato un importante e ori-
ginalmente peculiare punto di riferimento per gli studi leopardiani e per il recupero
del pensiero illuministico e della linea di riflessione e d’espressione del classicismo ita-
liano, e per un’angolazione davvero laico-materialistica nella definizione ideologica
delle dottrine della sinistra marxiana.
se ogni libro ha una sua storia, questo è un libro che non può essere dimensio-
nato nei limiti e nella centimetratura della propria res extensa di prima uscita, d’una
pur nobile brossura cartonata, storicamente oggettuale e materialmente identificata
una volta per tutte in un singolo, unico, irripetibile hic et nunc cronologico. E il con-
cetto che di sé esso suggerisce è quello d’un laboratorio in continuo aggiornamento,
come il tavolo e come la figura stessa del suo autore, se è vero che timpanaro in per-
sona ha convalidato di sé l’idea d’avere scritto saggi minori in una produzione che per
parte sua non comprenderebbe saggi maggiori; a fortiori, nell’elettivo àmbito della
filologia classica, potrebbe sorprendere che non si sia mai confezionata a nome di
timpanaro, dell’autore d’un testo che ancora non finisce di sorprendere come La


genesi del metodo del Lachmann, un’edizione critica come tradizione intende (il pro-
getto, dilatato a tempo biografico, d’un’edizione di Ennio, ipotizzato fin dai tardi
anni Quaranta sulla scia delle sollecitazioni seminariali pasqualiane, non si realizza e
non può realizzarsi, data l’estrema cautela e altresì l’estrema ritrosia dello studioso a
una diretta esposizione sul piano della dichiarata edizione critica). oserei dire che
questa è una fortuna per l’autore e per noi, dato che la serie di apporti filologici e cri-
tici, storici e metrici, che l’acribia di timpanaro ha recato nel tempo, lungo tutto l’ar-
co della sua carriera di studioso, alla testualità e all’interpretazione di passi, di centrali
snodi di concetto, di addipanate situazioni di difficoltà documentaria e ideologica
nello studio dei testi dell’antichità greca e latina, ha a nostro avviso grandemente pro-
fittato di questa specifica modestia programmatica e “soggettiva” che, così diremo, è
e si risolve in valentia oggettiva nel perlustratore d’opere letterarie e di scolii esegeti-
ci. latita, nel suo curriculum d’eccezione, l’edizione critica una e autosufficiente, con
eponima copertina di protocollare e istituzionale richiamo al “genere” scientifico: ma
vi è, in compenso, e in linea di leopardiana tradizione (leopardi nella sua prevalente
connotazione di filologo, non solo giovanile, è conquista critica eminentemente tim-
panariana), una nutritissima serie d’adversaria, d’annotazioni puntuali, precise, di
motivate ripartenze contro assetti linguistici non persuasivi (si tratta spesso d’adver-
saria di sontuosa consistenza qualitativa, oltre che quantitativa), volte appunto all’e-
mendazione testuale, alla concretezza del luogo critico e alla fondatezza della con-
gettura. Proprio in questa tipologia d’intervento filologico, a preferenza che in altre,
s’esprimono massimamente la competenza e la capacità di timpanaro. non penso che
oggi avremmo ereditato certi severi gioielli di profondità, di specillarità ecdotica
implacabilmente pertinace e razionalista, se la curva di destino (espressione cara a
Giacomo debenedetti) dell’attività filologica timpanariana fosse risultata convessa sul
pretto opus confectum di compiuta definizione testuale e editoriale: ipotetico esempio,
Ennio, o Virgilio, edizione critica proposta come definitiva nel tale anno, sulla base
dei dati documentari e codicologici a quella data disponibili. È, questa, una notevole
differenza (fra tante predominanti affinità) che separa la ratio filologica timpanaria-
na da quella dell’altrettanto pasqualiano lanfranco Caretti, per molti anni direttore
della benemerita collana dei «saggi di varia umanità» di nistri-lischi (sede di pub-
blicazione ’65 e ’69 del volume), e come timpanaro operante nell’àmbito della cultu-
ra fiorentina. Un laboratorio ininterrotto di studi testuali e di focalizzazioni conte-
stuali, per sua natura dinamico e instancabilmente flessibile, com’era il costume
umano e colloquiale di timpanaro, un’officina d’indagini e di ricerca in fieri vissuta
non quale fattore di contraddizione o d’interna incoerenza, ma come genesi di vera e
propria congruenza e rigore di pensiero: questa la caratterizzazione qualificante
dell’“edizione” timpanariana, non solo di Classicismo e illuminismo, ma anche, a ben
vedere, di tutte le altre sue opere. Ed è esattamente per questo motivo che risulta quasi
impossibile concepire un volume di timpanaro in unica edizione: dal citato La gene-
si del metodo del Lachmann a La filologia di Giacomo Leopardi, da Sul materialismo ad
Il lapsus freudiano, alla stessa, incompiuta ventura della volontà di rieditare Classici-
smo e illuminismo, non vi è testo che non abbia incontrato una revisione almeno uffi-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ciosa (e non è poco dire), spesso importante e non esigua, fino alla possibilità d’un
autentico rinnovamento, ovvero d’una ripresa ampliata e modificata (talora persino
una smentita) dei precedenti approdi di riflessione.
Chiariamo ulteriormente il concetto di «tagli postumi». le ristampe successive
alla seconda edizione (1973, 1977, 1984, 1988), si è detto, sono realmente e solo
ristampe, in un procedimento “anastatico interno” alle originarie strutture editoria-
li; né lo studioso manca di segnalarlo nelle note alle stesse singole ristampe, l’unica
sede nella quale egli può dare indicazioni nuove; nel 1977 (p. XXXVi) l’autore usa,
due volte nello spazio di due righe, l’espressione «senza mutamenti», rifiutando per
assoluta insufficienza allo scopo le «aggiunte e modifiche» e la «bibliografia ragio-
nata», modo d’aggiornamento già utilizzato nel passaggio prima-seconda edizione;
ma nella stessa nota il «punto di vista» enunciato in Classicismo e illuminismo inizia
a tracimare (in chiave di “difesa”, di “sviluppo”, di “correzione”) da un lato, a livello
ideologico-politico in attualizzante “presa diretta” sulla realtà del pieno decennio
1970, nei numeri belfagoriani che conducono ad Antileopardiani e neomoderati
nella sinistra italiana, e, dall’altro lato, in nuove realtà-libro, in oggetti brossurati for-
zatamente diversi dal sinolo-matrice (e loro origine), attivate e per certi aspetti
quasi riesumate dal medesimo fermento intellettuale ispiratore di quella raccolta del
1965 che rimette in moto anche contributi e stadi di riflessione del prossimo passa-
to, un “passato” che in verità già c’era, e insisteva urgente fin dal criterio che aveva
presieduto alla fortunata prima silloge nistri-lischi: «altri saggi, vecchi e nuovi,
riguardanti in parte anch’essi il Giordani, il leopardi e altri personaggi e ambienti
trattati o accennati in questo libro usciranno l’anno prossimo in un volume di questa
stessa collana. alcuni degli scritti teorico-polemici a cui alludevo qui sopra (p.
XXXiii) {nella «Prefazione alla seconda edizione» – N. d. c.} sono stati raccolti insie-
me ad altri nel volume Sul materialismo, pubblicato anch’esso in questa collana (se-
conda edizione riveduta e ampliata, 1975)». Com’è qui ben visibile, si delineano,
quasi direi inevitabilmente, le tre fondamentali direttive dell’ottocentistica timpa-
nariana posteriore non tanto a Classicismo e illuminismo, bensì all’uscita editoriale
del volume: la direttiva di Antileopardiani, il volume uscito dalle Ets di Pisa, certo
ben lontano dalla sigla in prevalenza pamphlettaria che qua e là è parso attribuirgli,
ma indubbiamente attestato su un battagliero movimento di pedine ideali esposte al
vivo confronto critico con la contemporaneità d’allora, con la prospettiva che si
chiamò del «compromesso storico», con il manzonismo come ipotesi d’unione di
progressismo laico e di progressismo cattolico, con l’adesione all’acceso dibattito
interno a una sinistra divisa, con i “chiarimenti” avvertiti necessari sul concetto di
aristocraticismo del Giordani e sulla figura, oggi più studiata, di Carlo Bini; in
secondo luogo, gli «altri saggi, vecchi e nuovi» (quindi anche antecedenti allo stesso
Classicismo e illuminismo come libro del ’65) tracciano un ampio ma non impreciso
e non vago perimetro di studi comprendente i contributi che si dovranno incanala-
re in Aspetti e figure della cultura ottocentesca (volume che uscirà, però, solo nel
1980); in terzo luogo, gli «scritti teorico-polemici» improntati alla riflessione sulle
peculiari valenze filosofiche del materialismo s’indirizzano al volume che allo stesso

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


materialismo s’intitola. non appare illecito individuare negli «altri saggi, vecchi e
nuovi» l’area di più appropriata e di più ravvicinata pertinenza agli studi specifica-
mente letterari (indagini giordaniane, esplorazioni leopardiane, analisi da varie e
mirate angolazioni del rapporto fra classicismo e romanticismo, affondi di genere
biografico-culturale su personalità che hanno rivestito un ruolo nel classicismo ita-
liano). insieme agli studi su lucano, su Cassi, su Foscolo, su Giordani, che appar-
tengono agli anni ’70, vi sono in Aspetti e figure i contributi sul mai (che risale al
1956), la recensione al treves de Lo studio dell’antichità classica nell’Ottocento e all’e-
pistolario del di Breme, il saggio su Gomperz, che risalgono agli anni ’60. Per parte
loro, Di alcune falsificazioni di scritti leopardiani (uscito nel «Giornale storico della
letteratura italiana», 1966) e le Note leopardiane (inedite nell’ ’80, tranne la terza, che
risaliva al ’61) formano quel focus di leopardistica professa che è qui sembrato dove-
roso riprodurre, riallineato alla cronologia compositiva degli altri capitoli a ricosti-
tuzione del nucleo di studi sul Recanatese nella saggistica letteraria di timpanaro:
nella saggistica, per intendersi, di timbro non tout court filologico (com’è eponimo
caso, appunto, de La filologia di Giacomo Leopardi e degli Scritti filologici curati
nel ’69 per le monnier) e, insieme, non scopertamente cifrata sullo specificum ideo-
logico o filosofico.
la successione di capitoli che forma la presente edizione annovera Di alcune fal-
sificazioni di scritti leopardiani e Note leopardiane al quinto ed al settimo posto (i
primi quattro capitoli sono sempre quelli dell’edizione ’65, compreso Il Leopardi e i
filosofi antichi, contributo uscito nel 1965, per la prima volta, proprio in Classicismo e
illuminismo). il Vi capitolo è costituito da Natura, déi e fato nel Leopardi, Addendum
del 1969 insieme alle Postille e aggiunte bibliografiche. il riallineamento nell’indice
“curricolare” di Natura, déi e fato si è posto come obbligatorio, oltre ad essersi reso
particolarmente necessario grazie alla singolare importanza del capitolo nella con-
nessione tra la prima e la seconda edizione di Classicismo e illuminismo (si tratta del-
l’aggiunta più compiuta e corposa fra il ’65 ed il ’69), nella precisazione fortemente
limitativa della presenza di Rousseau anche nel primo leopardi (il «ritorno alla
natura» perderà definitivamente il riferimento a Jean-Jacques), nella serrata e in
certi punti perfino lessicale corrispondenza con la “copertina” (e quindi con il suc-
cinto accesso concettuale al libro, scritto dallo stesso autore) nell’enunciazione della
difesa della tradizione classicista dalle critiche e dalle imputazioni etico-estetiche
dei romantici (per un esame più ravvicinato della funzione dell’Addendum del ’69
rimandiamo alle Annotazioni autografe, in specie alle annotazioni al risvolto di
sovraccoperta). Natura, dèi e fato nel Leopardi è, in un’opera in cui tutti i saggi
appaiono avere la medesima rilevanza, il capitolo chiave dell’architettura del volume,
la giuntura strutturale che salda la prima redazione a quelli che sarebbero stati, nel-
l’autore, gli incrementi e le evoluzioni della leopardistica e degli studi sul laicismo
materialistico e sull’antiprovvidenzialismo: studi che, se fosse stato possibile, sareb-
bero dovuti entrare in una nuova versione del libro. del resto, l’autore si esprime chia-
ramente fin dal primo capoverso di quello che è qui il sesto capitolo:

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


il passaggio dalla concezione della natura benefica a quella della natura nemica del-
l’uomo ha sempre rappresentato uno dei punti più delicati nello studio dello svolgi-
mento del pensiero leopardiano. Ciò che qui sopra ho scritto a questo proposito
(pp. 153-159) {nel capitolo III, «Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi», «Cl. ill.»
1969 – N. d. c.} rimane, credo, valido nelle linee principali, ma ha bisogno di alcune
precisazioni e correzioni.

soprattutto le «correzioni» legittimerebbero, se s’intendesse estremizzare il processo


di focalizzazione editoriale dell’opera di timpanaro, addirittura un accorpamento
paragrafato di Natura, dèi e fato ad Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi;
qui prevale, beninteso, il rispetto della concezione ispirativa e scrittoria autonoma del
capitolo aggiunto, che viene, come si è detto, semplicemente incorporato nell’indice;
ma valga questa potenziale indicazione di tendenzialità nel recupero d’un reticolato di
studi coeso, collegato e organico, tanto più nelle integrazioni e precisazioni, nelle
modifiche e nelle sconfessioni (pur rare, queste ultime) che diacronicamente emer-
gono nell’itinerario d’uno dei più grandi studiosi italiani del novecento (a esempio di
sconfessione, si può ricordare il riscatto filosofico-civile della figura di Cicerone, al
quale, in Il Leopardi e i filosofi antichi, è attribuito un «superficiale stoicismo», espres-
sione poi direttamente smentita in Epicuro, Lucrezio e Leopardi, e più ancora smen-
tita, al di fuori di Classicismo e illuminismo, negli studi ciceroniani che si convogliano
nell’edizione garzantiana del De divinatione).
sorte analoga incontrano le Postille e aggiunte bibliografiche, secondo Adden-
dum del ’69, qui incorporate in calce al testo, ciascuna accostata con richiamo al passo
al quale si riferisce e per il quale è stata concepita; anche questo Addendum, insomma,
viene completamente sottratto alla destinazione di fine testo, ed è invece scisso e
fatto rifluire, come si è accennato, in contiguità con i luoghi, con i passaggi, con le sin-
gole parole del testo stesso o delle note piè pagina che timpanaro aveva ritenuto prov-
vedere d’un’ulteriore spiegazione o d’un aggiornamento. la lettura e la fruizione cul-
turale di Classicismo e illuminismo risulteranno, a nostro avviso, avvantaggiate e nel
contempo facilitate dalla materiale attiguità del testo ’65 con le integrazioni ’69; ne
risulta eliminato, infatti, l’obbligo, per il lettore, d’un doppio scorrimento di pagine:
quelle del testo, e, contemporaneamente, a fine volume, quelle dell’Addendum, ogni
volta che l’autore ha effettuato un’integrazione. si aggiunga il fatto che nell’edizione del
1969 le postille non erano segnalate, nel testo, da alcun rinvio, ed il lettore era dunque
costretto a tenere continuamente presente il gruppo di pagine degli Addenda in
fondo al volume per attendere la pagina postillata, o a procedere ad una lettura suc-
cessiva e separata delle aggiunte, con faticoso ritorno ai passi del testo ed alla ratio
contestuale cui le postille s’intendevano correlate. in questa edizione, come sinteti-
camente riepilogheremo più sotto, la postilla è segnalata, con ripresa al piede di
pagina, da singolo asterisco.
in una rinnovata situazione di contiguità dei saggi qui raccolti, la lettura del
libro gode concettualmente d’un percorso d’evoluzione e di modifica, e fruisce, direi,
di un’entità nuova come opera in sé, non nel senso d’un reale cambiamento che da

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


qui si possa ricavare nel giudizio critico sull’autore, ma nel senso d’un rinforzo e
d’un incremento, che ben si potrà constatare, dell’oggettiva ossatura leopardiana
degli studi ottocentistici di timpanaro, e, altresì, d’un incremento di chiarificazione (e
di sostegno) della visione filosofica e generalmente culturale della linguistica e del
classicismo che, dopo gli studi sul Cattaneo e sull’ascoli (con una ripresa cattaneana
nell’Appendice I), comprende i contributi sul Gomperz (qui undicesimo capitolo) e
l’Appendice II, costituita dal citato treves degli studi di antichità classica (Classicismo
e «neoguelfismo» negli studi di antichità dell’Ottocento italiano, dapprima in «Critica
storica», ii, 1963, pp. 603-611, poi in Aspetti e figure della cultura ottocentesca,
pp. 371-386; «ivi», iii, pp. 1-31, la prima uscita del saggio intitolato a Theodor Gom-
perz, poi in Aspetti e figure, pp. 387-443). si tratta, com’è evidente in quest’ultimo
caso, di due contributi antecedenti all’opera che qui si presenta, e per di più di uscita
quasi contemporanea nella stessa rivista. sono gli anni decisivi per la nascita di Clas-
sicismo e illuminismo, e questi due saggi appartengono più che mai alla sua genesi cul-
turale e cronologica, ma soprattutto appartengono agli argomenti e alle tematiche
propri e pertinenti al valore ed alla risonanza degli studi classici nell’ottocento, e (nel
caso della recensione al treves) all’esistenza ed al confronto polemico tra la corrente
storiografica del classicismo e quella della storiografia romantico-neoguelfa, ed altre-
sì all’importanza, alla centralità ed alla propulsività della figura di Foscolo e di quel-
la di leopardi: l’eccesso di simpatia foscoliana e di centralità nella considerazione che
si ha dell’autore, secondo timpanaro, caratterizzerebbe la ricostruzione del treves,
mentre il contributo foscoliano in Aspetti e figure (Sul Foscolo filologo) mostra a sua
volta a noi lettori la posizione timpanariana, complessivamente critica riguardo a
molte componenti della personalità del poeta di zante. soffermandosi un momento
sull’Appendice II, basti ricordarne due brani per rintracciare sùbito gli stretti legami
con i tragitti tematici di fondo di Classicismo e illuminismo:

Certo, i «partiti culturali» sono sempre più fluidi dei partiti politici, e gli stessi parti-
ti politici erano nel secolo scorso ben lontani dalla rigida struttura di quelli odierni;
ma tale fluidità non dev’essere esagerata a proprio piacimento dallo storico, fino a tra-
sformare i classicisti in romantici, i giacobini in neoguelfi. / Una volta ristabilite
queste distinzioni, si vedrà, credo, che il meglio degli studi classici nell’italia preuni-
taria non è dovuto ai neoguelfi o ai romantici, ma ai classicisti-illuministi: monti,
Giordani, Peyron (solo dopo il ’48 passato da posizioni illuministiche e riformatrici a
posizioni clericali e reazionarie), leopardi, Cattaneo. l’influsso di questa corrente per-
dura anche nel secondo ottocento: al Cattaneo si ricollega l’ascoli (la cui imposta-
zione della questione della lingua è nettamente antimanzoniana e antiromantica); lo
stesso Comparetti poté, sì, essere definito «romantico» dal Pasquali per il suo inte-
resse per le tradizioni popolari, ma non si deve dimenticare l’ispirazione profonda-
mente illuministica e laica del Virgilio nel medio evo, che culmina nell’esaltazione di
dante come primo umanista (molto bene su questo punto il treves, p. 1054). E se è
giusto indicare nelle tendenze razziste e colonialiste, nella propensione alle genera-
lizzazioni affrettate o, viceversa, nell’angustia erudita i lati negativi di molto positivi-
smo, non è giusto svalutare quegli aspetti per cui il positivismo prosegue e sviluppa

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


l’illuminismo: l’antimetafisica, la storicizzazione della natura, l’interesse per il rap-
porto uomo-natura. Questi aspetti non furono privi di ripercussioni nemmeno nel
campo degli studi greco-latini: è un riflesso del positivismo il rinnovato interesse per
Epicuro e lucrezio, che in italia trovò espressione in Gaetano trezza e, con maggio-
re distacco storico, nel Comparetti e soprattutto nello splendido commento a lucre-
zio di Carlo Giussani.

la mancanza di filologi e storici dell’antichità specificamente romantici e neoguelfi in


italia, d’altra parte, ha costituito per il treves un incentivo ad allargare oltre ogni limi-
te le categorie di romanticismo e di neoguelfismo, fino a includervi studiosi di tutt’al-
tro orientamento. Per quel che riguarda il romanticismo, come è noto, questo proce-
dimento è stato già messo in atto da molti studiosi: si è finito col fare di
«romanticismo» un sinonimo di «civiltà liberale-democratica dell’ottocento», o
addirittura di tutto ciò che nell’arte e nella cultura ottocentesca non è accademismo
frigido: così Goethe, Foscolo, leopardi, Heine, Cattaneo – tutta gente che col roman-
ticismo polemizzò con asprezza – sono stati annessi, loro malgrado, alla schiera
romantica. anche per il treves romantica è «tutta la migliore intelligentsia europea»
(p. 592), romantico ogni storicismo; e un analogo ampliamento subisce per opera sua
il neoguelfismo […].

nella prefazione ad Aspetti e figure (pp. X-Xi), che accoglie in volume la recensione al
treves, timpanaro spiega le ragioni della nuova pubblicazione del contributo, forte-
mente legate, ancora una volta, all’impatto-ricezione, anche presso il pubblico più
cólto, di Classicismo e illuminismo:

sarebbe bastata anche soltanto una lettura non troppo distratta dell’introduzione a
Classicismo e illuminismo, per accorgersi come io sia sempre stato del tutto alieno da
«equazioni» così rozze ed erronee, e come mi abbia mosso sempre, al contrario,
un’esigenza di ‘distinguere’ le varie posizioni politiche, ideologiche, letterarie, tenen-
domi lontano sia da caratterizzazioni «epocali» che tutto abbracciano e nulla strin-
gono […], sia da concezioni storiografiche esasperatamente individualizzanti e altret-
tanto astratte […]. la lettura della recensione all’opera di Piero treves, ripubblicata
nel presente volume (p. 371 sgg.) {«Aspetti e figure»} ma anteriore a Classicismo e illu-
minismo, dovrebbe far comprendere ancor meglio perché io abbia sentito questa
esigenza.

la necessità di “chiarimento”, fortemente avvertita dall’autore e adempiuta da questo


“pezzo” su classicismo e neoguelfismo, induce a collocare la stessa recensione nel
luogo distinto, e perspicuamente separato, dell’Appendice. Ritorneremo fra poco su
quella che, a sua volta, è la particolare importanza dello studio su theodor Gomperz,
con il quale si conclude la successione dei veri e propri capitoli di questa edizione;
seguiranno, appunto, le appendici.
il concetto principale che qui ci sembra acquisito è quello rappresentato dal
“canone aperto” che è necessario per uno studio e un’edizione di questo volume
centrale nell’opera timpanariana; Classicismo e illuminismo è un’opera che non è

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


solo se stessa, ma è un incrocio di motivazioni e di sollecitazioni interculturali e
interdisciplinari (non banalmente “pluridisciplinari”), pur mantenute fra loro insieme
dalla rigorosa dottrina dello studioso-autore. in un’opera che è anche altre opere, non
v’è meraviglia se i semi degli interessi culturali, letterari, linguistici, s’irradiano in
varie direzioni, s’insediano in altri libri quasi apposta nati e creati per costituire non
un’appendice, o una prosecuzione di Classicismo e illuminismo, ma Classicismo e illu-
minismo stesso, in questo senso ineluttabilmente suddiviso e scaglionato, nel tempo,
in vari tomi, a scansione scientifica d’una ricerca multiforme ma nient’affatto disper-
siva, ed anzi metodologicamente coerentissima. su questo punto determinante ci
permettiamo ancora rinviare alle Annotazioni autografe, alla quinta annotazione al
sesto capitolo, nella quale, con il conforto del necessario e immediato e, confidiamo,
persuasivo rincalzo testuale (sia del testo a stampa, sia del testo inedito a mano) si
affronta in modo più partito e analitico il problema del canone aperto e della non uni-
cità di questo volume, capace di rappresentare e veicolare una molteplicità di com-
ponenti degli interessi dello studioso (un caso simile potrebbero essere, ma è solo
esempio, i due volumi di Poeti e filosofi di Grecia di manara Valgimigli). Qui, a testo
d’autore non ancora aperto o iniziato, ci è sufficiente riprendere il cenno sul valore di
passaggio, quasi di varco di Natura, dèi e fato sul “futuro” di Classicismo e illuminismo.
in un’annotazione al saggio, presente in una copia del 1984 della seconda edizione, si
trovano allineati, in ragionata serialità, innanzi tutto Aspetti e figure, libro assoluta-
mente non disgiunto da Classicismo e illuminismo, quindi i nomi di Carlo dionisot-
ti, in evidente relazione con il saggio Il Giordani e la questione della lingua (presente
appunto in Aspetti e figure), di maurizio Vitale (di cui nel capitolo giordaniano si
ricordano gli interessi e la personale, già allora ricca bibliografia sul padre Cesari), di
Francesco tateo, ricordato nei Nuovi studi sul nostro Ottocento del 1994 per un saggio
antoniocesariano, lo stesso articolo timpanariano sul Cesari nel Dizionario biografico
degli italiani (1980), poi incluso nei citati Nuovi studi, la figura del barone danese Her-
man schubart, ricordato ancora nei Nuovi studi sulla scorta d’un saggio di maria
augusta morelli. l’annotazione manoscritta crea un collegamento delle pagine de Il
Giordani e la questione della lingua in Aspetti e figure alle pagine dei Nuovi studi; e i
riferimenti s’infittiscono, dato che la prima uscita dell’articolo sul Cesari è coeva, nel
1980, alla nuova uscita dell’articolo su Giordani (dal 1974 ad Aspetti e figure); tutto il
trend cronologico mira, o comunque ha la propria naturale meta nei Nuovi studi del
1994, che iniziano esattamente con il contributo sul Cesari ed annoverano la citazio-
ne del barone di schubart come amico e non astratto sostenitore dell’abate linguista;
il contributo antoniocesariano nei Nuovi studi, inoltre, termina con i nomi di Vitale,
di dionisotti, di tateo, oltre a quelli di tissoni e dello stesso timpanaro: Vitale, dio-
nisotti e tateo sono i nomi della citata annotazione manoscritta. Poco sotto, nella
copia del 1984, la citazione a mano di Claudio marazzini (come meglio si vedrà
nelle Annotazioni) appare rivolta senza ambiguità ai Nuovi studi usciti da nistri-
lischi, in particolare ad una nota sul de amicis linguista che si riferirà anche a
L’oro nella lingua di maurizio Vitale, a Vincenzo monti, a Graziadio isaia ascoli, allo
stesso abate Cesari. si tratta, quindi, di un’indubitabile correlazione di nomi e di

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


elementi culturali, di “compagni bibliografici” che confermano e che dimostrano il
concetto di reticolato unitario di ricerca e d’indagine in tutta la saggistica nistri-
lischiana di timpanaro. molti contributi, e molti nuclei bibliografici tutt’altro che
informi, che hanno fatto ufficialmente parte di Aspetti e figure o che faranno parte dei
Nuovi studi, si trovano già annotati in Classicismo e illuminismo, a riprova della loro
concorde cittadinanza scientifica e qualitativa e della loro mutua corrispondenza
cronologica. Esempio fra tanti possibili, come si vedrà, il “filo rosso” costituito dal-
l’interesse per il purismo leopardiano, dal citato Natura, dèi e fato allo studio su
Cesari, ampliato, quest’ultimo, rispetto alla primitiva “voce” di dizionario dell’’80, ma
parzialmente anticipato in Il Giordani e la questione della lingua. Certe annotazioni, si
può dire, sono già in sé componenti costitutive di questa edizione di Classicismo e illu-
minismo, ed entrano legittimamente a formarne la realtà di libro. il concetto di cano-
ne aperto va dunque sostenuto come il più proponibile per un’edizione come questa.
Ed è un canone aperto che si applica correttamente alla saggistica più disponibile
all’incrocio dell’accertamento filologico e della ricostruzione storica (non storicistica),
della dimensione analitico-testuale (si vedano i due contributi leopardiani qui immes-
si da Aspetti e figure – capitoli quinto e settimo –, come anche l’ottavo capitolo, Epi-
curo, Lucrezio e Leopardi, immesso dai Nuovi studi) e della scelta critica fondata, ma
anche esposta alla responsabilità del dichiarato giudizio interpretativo. Ben più diffi-
cile, a nostro parere, sarebbe l’applicazione del canone editorialmente aperto ai lavo-
ri d’istituzionale protocollo filologico (che ammettono piuttosto la riedizione modi-
ficata, ampliata, riveduta di se stessi, della propria realtà scientifica); e difficile sarebbe
anche l’applicazione di tale criterio agli articoli belfagoriani confluiti, insieme ad
altri contributi, in un volume programmaticamente diverso da quelli della saggistica
nistri-lischi, com’è il caso di Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana; né
si potrebbe, a meno d’un passo di violazione delle demarcazioni disciplinari, alterare,
se non dal suo interno – come avviene nelle vere e proprie riedizioni d’una singola
entità-libro –, il volume Sul materialismo, anch’esso nistri-lischiano, anch’esso signi-
ficativamente pisano nella sua uscita editoriale, ma non certo a caso concepito come
distillata astrazione d’alcuni lieviti «teorico-polemici» sottesi a Classicismo e illumi-
nismo, che reclamavano espressione in sede scientifica e ideologica in tal senso mira-
tamente deputata. Sul materialismo, peraltro, ha già goduto nel 1997 d’una sua terza
edizione riveduta e ampliata (milano, Unicopli), con nuova prefazione, e (oltre alla
versione spagnola 1973 della prima edizione) di tre edizioni inglesi (london, Verso,
1975, 1980 e 1996); ed è quindi volume che, organicissimo alla ricerca di timpanaro,
naviga però secondo rotte editoriali autonome (e non per questo indipendenti dagli
altri studi dell’autore).
Vi è un periodo (non si dice una data precisa) nel quale “nasce” la riflessione, nel
quale insomma prendono forma lo spirito e la ratio culturale di Classicismo e illumini-
smo? molto giustamente, Vincenzo di Benedetto (La filologia di Sebastiano Timpana-
ro, nell’opera collettiva Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro, editi da
Riccardo di donato, Pisa, scuola normale superiore, 2003, pp. 1-89, qui pp. 75-77)
individua lo «snodo» decisivo che, già contenendone in sé i germi intellettuali, prelude

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


alla realizzazione del volume del 1965; nella recensione in «Critica storica», iii (1964),
pp. 791-796, al la Penna di Orazio e l’ideologia del principato (il ben noto, fondamen-
tale volume sul poeta, ma anche sulla cultura letteraria e ideologica dell’età augustea,
uscito nel 1963 – torino, Einaudi [«saggi», n. 332]), timpanaro infatti esprime, appe-
na un anno prima dall’uscita di Classicismo e illuminismo, quel nesso tra i due termini
del suo titolo editoriale che, lontano dall’essere mero richiamo o anticipo lessicale, si
qualifica piuttosto come una concreta prospettiva d’indagine che coniughi l’analisi
del fenomeno letterario con l’analisi delle reali coordinate ideologiche, di singolo pen-
siero e di singola cultura, degli autori emblematici d’un certo periodo, o, per intender-
si, d’una certa “corrente”, con i suoi caratteri estetici ed espressivi, ma anche con i suoi
precisi valori semantici. si legga la parte finale di quell’importante recensione:

il classicismo dell’età augustea salvò, accanto alla raffinatezza stilistica, quella che era
la più importante conquista dei neoteroi: la capacità di esprimere l’individualità pas-
sionale, ma seppe depurarla da morbosità e sottigliezze (pp. 166-170); dette, con la
dottrina del miscere utile dulci, una spinta verso il realismo (pp. 170-175); non rove-
sciò la tendenza antiscientifica, antiepicurea, che si era ormai affermata nella cultura
greco-latina, e tuttavia, riaffermando l’ideale aristotelico di un’arte equilibrata e
razionale, costituì un argine contro concezioni irrazionalistiche della poesia (pp. 175-
178). tutte queste considerazioni – e altre non meno interessanti che siamo costretti
a tralasciare – non solo permettono di valutare molto meglio di quanto si sia fatto
finora il classicismo augusteo, ma contribuiscono anche a spiegare la funzione pro-
gressista che il classicismo ha avuto in molti momenti della storia della cultura euro-
pea, e specialmente quel nesso tra classicismo e illuminismo che appare con parti-
colare evidenza nella letteratura del settecento e del primo ottocento, e che è stato
oggetto di interesse e di discussioni in questi ultimi anni (vedi a questo proposito
anche le appendici del libro del la Penna, p. 231 sgg.). Perfino il cànone dell’imita-
zione dei classici, accanto agli influssi negativi che ognuno conosce, ha avuto talvol-
ta una sua fecondità in quanto è stato interpretato, per esempio dal leopardi, come
una forma di «ritorno alla natura» (p. 181 sgg.). tuttora, l’esigenza dell’unità della cul-
tura contro il settorialismo tecnicistico e contro nuove forme d’irrazionalismo ha, sto-
ricamente, un suo debito con la tradizione di quel classicismo che trovò la sua prima
espressione compiuta nell’età augustea. / Credo che questo resoconto, necessaria-
mente sommario, possa almeno dare una prima idea del valore e della ricchezza di un
libro che non si rivolge solo agli studiosi dell’antichità, ma anche a italianisti (spe-
cialmente per le pagine su Parini e Carducci), a francesisti (vedi l’appendice su
agrippa d’aubigné, p. 229 sg.), a uomini di cultura militante.

non è questa la sede per discutere, com’è stato fatto (ad esempio, nel citato saggio di
Vincenzo di Benedetto), sulla persuasività o meno del concetto di classicismo pro-
gressista, sulla sua reale estensibilità agli ultimi decenni del settecento ed ai primi
decenni del successivo secolo, sulla proponibilità del nesso classicismo-illuminismo
in un’epoca in cui tutti i letterati erano improntati da una formazione classicistica che
non poteva in tal senso costituire qualificante segno di differenziazione rispetto ad
altri scrittori. Basti cogliere, oltre alla conclamata occorrenza terminologica, i cenni

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


al «realismo», al valore del barrage estetico aristotelico contro riemersioni irrazio-
nalistiche antiche e moderne, all’equilibrata e consapevole difesa d’un cànone d’imi-
tazione che nella decodifica leopardiana si ribalta in «ritorno alla natura». sulla
base di tali premesse, si può rammentare che in significativa simultaneità cronologica
con l’uscita di Orazio e l’ideologia del principato, e con la recensione timpanariana
nell’anno successivo, vengono pubblicati dal prossimo autore di Classicismo e illu-
minismo (oltre a La genesi del metodo del Lachmann, Firenze, le monnier, 1963,
espressione in quegli anni della sua riflessione sulla metodologia filologica, e a un
contributo su Vitelli) la citata recensione, del 1963, all’opera di Piero treves uscita nel
1962, il saggio dedicato a Theodor Gomperz («Critica storica», iii, 1963, pp. 1-31) ed
un contributo quale Alcune osservazioni sul pensiero del Leopardi («ivi», iii, 1964, pp.
397-431); nel 1961 era uscito da sansoni Giordani, Carducci e Chiarini, presentazio-
ne della ristampa a cura dello stesso Chiarini degli Scritti giordaniani (pubblicati
sempre da sansoni nel 1890; diversa nella scelta e nella classificazione era l’edizione
chiariniana di livorno, Vigo, 1876; ristt.: ivi, 1884 e ancora Firenze, sansoni, 1936);
nel 1961-1962 (si noti l’insistere di quegli anni) era uscito Carlo Cattaneo e Graziadio
Ascoli («Rivista storica italiana», lXXiii, 1961, pp. 739-771 e lXXiV, 1962, pp. 757-
802). E fin dalla prima Prefazione al volume si manifesta, da parte dell’autore, l’in-
fluenza esercitata sul suo lavoro dalle conversazioni avute con luigi Blasucci, con lo
stesso antonio la Penna, con mario mirri, e dagli scritti di questi studiosi (di mario
mirri si ricordi a questo proposito F. De Sanctis politico e storico dell’età moderna,
messina-Firenze, d’anna, 1961), né si manca di citare (nota 51 dell’Introduzione) lo
studioso che traccerà nel primo fascicolo 2001 della «nuova antologia» un acuto
profilo, post mortem, di timpanaro: il sergio landucci di Cultura e ideologia in
Francesco De Sanctis, milano, Feltrinelli, 1963. sono, come si vede e si ricorda, anni
fervidi di riflessione, d’elaborazione ideologica e culturale, e d’intensa produzione
saggistica, anche in prospettiva degli sviluppi di ricerca che ciascuno di questi impor-
tanti studiosi intraprenderà o se già incominciati proseguirà in modo articolato e
insieme coerente sulla base di quegli inizi. Una stagione di ragioni e di passioni
profonde e non prive d’una complessiva e pur vigile fiducia, in quella temperie d’an-
ni che si sarebbe in séguito dimostrata d’impossibile duplicazione. Una stagione
pisana, o prevalentemente pisana, densa di contatti di studio e di rapporti umani; la
sorte editoriale di Classicismo e illuminismo, nato in quegli anni, corrisponde in
forma del tutto giusta a questa origine culturale, all’orbita cittadina e insieme intel-
lettualmente e geograficamente cosmopolitica dell’Università e della scuola nor-
male. né meno giusta è l’espressione di gratitudine, ma anche di deferente amicizia,
tributata da timpanaro a lanfranco Caretti, che dopo L’introduzione allo studio di
Dante di Francesco maggini, accoglie con coraggio e lungimiranza Classicismo e
illuminismo come secondo dei «saggi di varia umanità», la collana un tempo diretta
da Francesco Flora. Più tardi, grande sarà il merito di Carlo alberto madrignani nel-
l’accogliere (1982; rist.: 1985) Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana
nelle pisane Ets, terzo volume della collana «Università», sezione «letteratura italia-
na» diretta dallo stesso madrignani.

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


l’importanza del concetto di classicismo studiato da la Penna è d’altronde
confermata dal prosieguo delle indagini oraziane dello studioso; in Orazio e la
morale mondana europea, introduzione a oRazio, Tutte le opere, Firenze, sansoni,
1993 (i ed.: ivi, 1968, a pochi anni di distanza da Orazio e l’ideologia del principato
e quasi interposto fra le due edizioni di Classicismo e illuminismo) si sottolinea, ad
esempio, il generale movimento antiscientista della cultura augustea (p. lXXX-
Viii: «l’epicureismo nell’età augustea perde sempre più l’ardore speculativo e la
spinta ‘illuministica’ dell’epicureismo lucreziano e sempre più facilmente si adatta a
credenze e a sentimenti tradizionali»); ma si ricorda anche (p. CXXXiii), ad arti-
colazione e a ben più complessa analisi d’una generale immagine di decus letterario,
attraversato, a ben guardare, da scie espressive problematiche e contraddittorie, la
parzialità d’una visione composta e classicamente drappeggiata della letteratura
latina post-arcaica, in realtà percorsa da una persistente e non rinunciataria com-
ponente, appunto, espressionistica, che per converso avvalora l’innovatività di ora-
zio («se l’importanza di tale componente viene ristabilita, la classicità di orazio
apparirà più come l’eccezione che come la regola: in un certo senso Virgilio è meno
eccezionale di orazio. se quell’opinione comune si è affermata, si deve in gran
parte proprio al fatto che orazio apre una via nuova, inaugura un’ esperienza stili-
stica fondamentale per la cultura europea»); e si ricorda soprattutto il paragone
orazio – Virgilio, il confronto fra la poesia “pittorico-disegnativa”, l’ut pictura poë-
sis, precisa nei dettagli, tersamente perspicua nelle immagini, e la poesia aperta allo
spazio infinito, allo sfumato, al vago, alla vibratilità musicale quanto più indistin-
tamente arpeggiata tanto più fascinosa (pp. CXXXV-CXXXVi): proprio qui (p.
CXXXVi, nota 1) si dice che «Questo carattere fondamentale dell’arte di orazio [la
ricerca del «cesello», della «pittura», del «disegno», del «volume»] sarà stato una
delle cause dell’avversione del leopardi, che lo qualifica di ‘basso ingegno’; si capi-
sce, invece, come l’indefinito di Virgilio facesse sentire su di lui il suo fascino». E
questo rilievo, giustissimo, procura più d’una difficoltà ad una visione timpanaria-
na del rapporto identificativo di leopardi con il classicismo; il notturno virgiliano,
come quello omerico, è certo giocato da leopardi in funzione antiromantica (i
classici erano già capaci di quelle suggestioni letterarie): ma resta sempre da chie-
dersi, al lettore di timpanaro, quanto realmente a leopardi fosse dato di conosce-
re del romanticismo. E non può sfuggire che, fino ad Epicuro, Lucrezio e Leopardi
compreso, timpanaro non ha potuto a meno d’interrogarsi sulla scarsa presenza in
leopardi d’autori e filosofi come appunto Epicuro e lucrezio, e di orazio come
corifeo-innovatore del classicismo, di autori che una lettura soltanto ideologica, e in
gran parte fondata su esplicite dichiarazioni “referenziali”, dell’autocoscienza poetica
leopardiana, autorizzerebbe a pensare prevalenti, e di frequente e dominante pre-
senza. avviene l’esatto contrario: la scommessa risulta perduta, con netta minorità
del “classicista genetico” orazio, del ricreatore dello spirito estetico aristotelico,
dell’autore particolarmente amato nel settecento razionalista, a tutto vantaggio
dell’epicureismo “sentimentale” di Virgilio, e non in nome dell’epicureismo. la
scelta di leopardi ha innegabili elementi in comune con quella dei romantici; al fer-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


rato sostenitore del classicismo leopardiano rimane da dimostrare, con la nota,
impareggiabile profondità di scandaglio filologico e ideologico, la serie, notevolis-
sima, di differenze che separano leopardi dal pensiero e dai testi di Epicuro e di
lucrezio (conosciuti, beninteso, ma non privilegiati rispetto ad altri scrittori), a
spiegazione di come, chiamiamola ancora così, la scommessa previsionale non
avesse base e vera ragion d’essere: l’epicureismo in leopardi va studiato come “feno-
meno” autonomo, non prevalente, segnato come anche altri riferimenti letterari da
una sua storia. semmai, ad attirare l’ammirazione di leopardi è l’orazio degli
«ardiri», delle associazioni a distanza di sostantivi ed aggettivi, dei viaggi strofici a
ritrovare le concordanze attraverso il materiale verbale interposto, serie di dia-
manti poetici che illumina partenza e arrivo, attributo e nome. Un orazio di sospet-
ta ricezione romantica (neanche il primo ottocento ha in realtà messo in disparte
orazio), come ha ricordato, riconducendovi l’attenzione, il convegno recanatese
intitolato Lingua e stile di Giacomo Leopardi (gli Atti sono usciti da olschki nel
1994). Risulta, in ogni caso, molto perspicuo, nelle pagine di la Penna, il contributo
(dato da orazio alla futura civiltà europea) alla fondazione d’una morale laica, ad
un’autàrkeia criticamente vissuta, ad una visione della natura d’essenziale impron-
ta immanente, tutta interna ai suoi laici e secolari circuiti. il dialogo tra la Penna e
timpanaro, insomma, questo intendiamo sottolineare, è continuato nel tempo.
il contributo su Gomperz è nato nel 1962 (e pubblicato nel 1963); grazie a questa
collocazione “storica” nella produzione di timpanaro, esso è contemporaneo ad Ora-
zio e l’ideologia del principato, alla recensione all’Orazio lapenniano in «Critica stori-
ca» e alla recensione al treves; e in tal senso è assolutamente coevo anche all’elabo-
razione dei citati saggi che compongono Classicismo e illuminismo: Giordani, Carducci
e Chiarini, il Cattaneo, il saggio sul pensiero di leopardi. È lì che nasce Classicismo e
illuminismo, ovvero da quel giro di riviste in cui il saggio sullo storico austro-moravo
s’inserisce, in totale identità di tempo e di spazio editoriale con gli altri lavori che
approderanno alla silloge del ’65. il Gomperz fa parte di Classicismo e illuminismo,
della genesi elaborativa dell’oggetto-libro come inizia a prender corpo ed a configu-
rarsi allora, e pertiene insomma a “quel” nucleo ispirativo, culturale e ideologico; né
tale appartenenza e tale contiguità si pongono solamente sul piano cronologico, pur
già in sé estremamente parlante. È, scriviamolo apertamente, la tematica, sono i
contenuti, è la vivacissima semantica culturale del saggio, è il suo significato di rilan-
cio storiografico-culturale e di dotta polemica nei riguardi di tutta un’impostazione
tardo-ottocentesca e poi novecentesca, idealistica, antipositivistica, antiscientista, ad
acquisire il contributo all’operazione culturale denominabile Classicismo e illumini-
smo, perché lì il contributo è già acclimatato. in massima sintesi, rammentiamo l’im-
postazione mentale di Gomperz, aperta alla considerazione della scienza ed all’as-
sunzione dell’attualità, dove possibile, del pensiero greco, senza che per questo si
legittimi un’accusa di scientismo; ma si ricordi soprattutto il sostegno, la valorizza-
zione culturale d’una visione laica, contraria alle concezioni metafisiche, che, pur fra
contraddizioni e qualche inevitabile incongruenza, permea la sua opera di studioso
del pensiero filosofico e storiografico greco (benché timpanaro, in quello che è un

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


vero e proprio profilo, non si limiti certo all’opera più corposa e più nota, i Pensatori
greci). decisiva in questo senso la sua connotazione culturale di austro-moravo non
affatto nutrito della sola cultura nazionale, o comunque germanofona o austro-unga-
rica, ma di studioso ebreo, laico nelle visioni filosofiche e cosmopolitico nel decodi-
ficare le sollecitazioni intellettuali, e personalmente propenso alla cultura inglese, in
specie quella illuministica, in un periodo nel quale, pur con differenza di singole rica-
dute nazionali, prevale nella maggior parte dell’Europa la reazione nazionalistico-irra-
zionalista al materialismo positivistico. studioso che si colloca in piena e insieme
compassata e borghese controtendenza rispetto all’orientamento generale degli ultimi
decenni ottocenteschi, il Gomperz è stato per precisa scelta storiografica accantona-
to, e apertamente svalutato, da Jaeger e dalla tradizione di studi classici che da lui è
derivata, e in generale dalla filologia classica del novecento e dalla visione storica che
vi si è avuta dell’antichità; l’operazione, condotta, lo si ricordi, sempre sulla rivista
«Critica storica», con un Gomperz stretto compagno sulla scrivania timpanariana
(pur non italiano e nelle proprie peculiari competenze) del leopardi, del Cattaneo,
dell’ascoli, non si limita affatto a rappresentare un recupero di figura ingiustamente
dimenticata, o sottovalutata dalle nuove tendenze culturali della disciplina; tale ope-
razione intende invece offrire, a chi vuole approfondire gli studi secondo criteri di
qualità e di scelta ideologico-culturale e non di conformismo cronologico, una sorta
di pregresso antidoto allo jaegerismo, una misura di prevenzione, si dica pure di
vaccinazione antiidealistica, antispiritualistica, antiplatonica, e in buona parte anti-
novecentesca, come il lenin di Materialismo ed empiriocriticismo lo è rispetto a quel-
la che per l’autore di Sul materialismo è sempre stata l’involuzione psicologistica,
mentalistica, metodologista del XX secolo. Gomperz è uno storico tutt’altro che
chiuso al pensiero materialistico, uno studioso che non andava affatto liquidato, e le
cui troppo rare ristampe vanno accolte con favore, e con disponibilità a recepirne più
d’una sollecitazione correttiva delle filiazioni jaegeriane novecentesche. dedicato a
studioso non italiano, il saggio è entrato in séguito nel libro che annovera alcuni “pro-
fili” (mai, Comparetti; ne rimasero fuori ascoli, Pasquali e terzaghi; ne esulò per
poco il Cesari): Aspetti e figure della cultura ottocentesca. ma già nella prefazione allo
stesso volume dell’’80 (p. Xi), timpanaro, oltre a ribadire il legame inestricabile che
unisce Aspetti e figure a Classicismo e illuminismo («i saggi che compongono il pre-
sente volume […] hanno, spero, pur nella varietà degli argomenti e del «taglio» ora
più erudito ora più storico-culturale, una omogeneità di fondo, sia tra loro, sia rispet-
to ad altri miei precedenti libri, ad uno specialmente, Classicismo e illuminismo nel-
l’Ottocento italiano, apparso in questa stessa collana […]. Vorrei sperare che il nuovo
libro contribuisse ad una più equa comprensione del libro vecchio […]»), supera con
limpidezza, e significativamente senza sfoggio né bisogno d’enfasi argomentativa, il
“problema” della non italianità del Gomperz, una figura che condivide come ed
anche più di alcune delle presenze italiane del libro i valori veicolanti costituiti dal-
l’illuminismo, dalla fiducia nella ragione, dalla tolleranza cosmopolitica, dall’antii-
dealismo:

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


nel titolo del libro mi sono riferito alla cultura ottocentesca, senza aggiungere italia-
na, perché, sebbene il più sia dedicato ad autori italiani, mi è accaduto spesso di scon-
finare (nello scritto iniziale sul lucanismo, nella trattazione sui precursori di angelo
mai), e l’ultimo saggio riguarda per intero un autore non italiano, theodor Gomperz;
ma mi è sembrato che questo storico del pensiero antico così ricco di fermenti illu-
ministici (assorbiti dalla cultura inglese e trapiantati nell’austria di fine ottocento, per
molti aspetti così diversa ideologicamente e culturalmente dalla Germania della
stessa epoca) potesse rientrare nell’ambito del presente volume senza apparire come
un «corpo estraneo». anche il Gomperz, in un’Europa dominata – nel bene e nel
male – dalla cultura tedesca per ciò che riguardava gli studi sull’antichità classica, fu
un isolato, e ancor più isolata e disconosciuta è stata poi la sua opera nel clima idea-
listico novecentesco. Una rivalutazione, pur lontana da qualsiasi apologia, è a mio
avviso necessaria.

a proposito del Gomperz di timpanaro, si legga quanto, a caldo, all’uscita d’Aspetti e


figure, scrive in fine d’articolo Ettore Paratore (Leopardi protagonista in un volume sulla
cultura dell’Ottocento, in «il tempo», Roma, XXXVii, 295, 4 novembre 1980, p. 3):

Chiude inaspettatamente il libro un saggio sopra un grande studioso straniero che


appare quindi un po’ fuori campo nel tessuto ideologico e storico del volume: teodo-
ro Gomperz. Chi scrive, parlando su queste colonne dell’edizione italiana del volume
aristotelico della grande opera del Gomperz sui pensatori greci, aveva già espresso le
sue perplessità sul punto di vista e sul metodo di quello che pure è stato uno dei più
grandi storici della filosofia greca. il timpanaro invece non esita ad additarlo come lo
storico e il pensatore che avrebbe meritato, ben più dello zeller o di tanti altri, di costi-
tuire il punto focale dell’indagine sul pensiero greco; ciò naturalmente perché egli rap-
presenta la trasposizione del nascente positivismo entro l’ambito della valutazione
della filosofia ellenica. a pagina 434 il timpanaro lo celebra come colui al quale biso-
gna ritornare per riscattare la nostra cultura dal platonocentrismo cui l’avrebbero
oggi condannata le posizioni dello Jaeger e di quasi tutti gli attuali indagatori della spe-
culazione greca. / Quanto ho fatto osservare sui limiti che il Gomperz ha posti al suo
ripensamento di una figura come quella di aristotele, che poteva agevolmente servir-
gli da riscatto da tutte le configurazioni platonocentriche, e quanto tutti, a cominciare
dallo stesso timpanaro, non possono fare a meno di registrare con stupore sul fatto
che proprio il Gomperz interruppe l’opera sua prima di occuparsi dell’epicureismo
contribuisce a gettare acqua sul fuoco dell’entusiasmo con cui il timpanaro considera
la figura dello studioso tedesco. ma ciò non toglie che questo capitolo finale, facendoci
entrare in ambito di molto maggiore respiro […], conclude degnamente un’opera
importante, per la sua qualità indagatrice, nell’ambito degli studi storico-letterari.

si può aggiungere un accenno a Gomperz in Storicismo di Pasquali (nell’opera col-


lettiva Per Giorgio Pasquali, a cura di lanfranco Caretti, Pisa, nistri-lischi, 1972,
p. 128 e n. 7), contributo che rielabora a fondo il profilo che timpanaro aveva redat-
to nel 1969 per i Critici marzorati; nel processo di parziale affrancamento (pur nel
solco d’un magistero che sarà sempre riconosciuto) dal pensiero di Pasquali, lo stu-
dioso recupera la lezione della storiografia positivistica:

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


Questi giudizi {si tratta di concetti antipositivistici a più riprese espressi da Pasquali}
colgono senza alcun dubbio alcuni aspetti negativi della mentalità positivistica,
negli studi classici e altrove: non rendono pienamente giustizia, secondo me, alla sto-
riografia dell’età positivistica, nella quale apparvero pure potenti opere di sintesi,
tutt’altro che prive del concetto di valore, come i grandi capolavori del mommsen, o
il Virgilio nel Medio Evo del Comparetti, o i saggi di storia della religione antica del-
l’Usener, o i Pensatori greci del Gomperz, per limitarci a qualche esempio nel campo
greco-latino.

nella citata nota 7, relativa a questo passo, timpanaro aggiunge: «naturalmente


Pasquali ammirava altamente questi grandi studiosi […]; su Comparetti e su momm-
sen egli ha scritto pagine indimenticabili; forse soltanto il Gomperz, per quel che
ricordo di ciò che talvolta ne disse, era da lui alquanto sottovalutato»; peraltro, poche
pagine dopo (pp. 143-144), non manca l’affermazione della sostanziale indipendenza
di Pasquali da Jaeger: «di Jaeger in quanto filologo e storico della cultura, Pasquali fu
amico e collaboratore; ma dal suo neo-umanesimo si è tenuto lontano […]. tranne
questo sporadico accenno {al valore paradigmatico, universale della cultura greca:
cfr. «Medioevo bizantino», in «Stravaganze quarte e supreme»: Pagine stravaganti 2, a
c. di Giovanni Pugliese Carratelli, Firenze, Sansoni, 1968, pp. 340-371}, la sua estraneità
al neo-umanesimo di Jaeger è totale, ed è dichiarata esplicitamente nell’ultimo libro,
Storia dello spirito tedesco nelle memorie d’un contemporaneo (p. 123 sg.): qui Pasqua-
li mette giustamente in rilievo la debolezza delle basi filosofiche del jaegerismo».
Ritengo, sul fondamento di queste premesse, che lo storico del pensiero antico Gom-
perz, non italiano, austro-moravo non nazionalista ed anzi antirazzista di cultura illu-
ministica inglese, ebreo nell’impero cattolico asburgico, materialista e positivista
“critico” e classicista in lingua tedesca di pregressa valenza terapeutica antijaegeriana,
possa non solamente “figurare” (o non soltanto «degnamente concludere» l’opera,
secondo il concetto di Paratore), ma apertamente risiedere in un libro intitolato al
classicismo e all’illuminismo italiani, per evidenza di comuni tratti di pensiero con
alcune delle figure più importanti e con molti fondamentali percorsi tematici, cultu-
rali e linguistico-letterari affrontati nel volume, idealmente saldandosi, anche nella
contiguità di capitolo (X-Xi), al suo grande correligionario goriziano Graziadio isaia
ascoli, intellettuale diverso, sì, ma da lui non dissimile nell’attivare il concetto di
patria esattamente in funzione antinazionalistica e antipatriottarda, e fautore d’una
funzione non “selettiva”, ma ben al contrario accomunante del linguaggio della cul-
tura, al di là dei confini fatti e disfatti dalle guerre e al di là della dissennatezza delle
potestà politiche.
Quattro saggi, dunque, compresa l’Appendice trevesiana, vengono qui inseriti da
Aspetti e figure; due saggi (Epicuro, Lucrezio e Leopardi, cap. Viii, ed Il Leopardi e la
Rivoluzione francese, cap. iX) vengono inseriti da Nuovi studi sul nostro Ottocento.
l’Epicuro dichiara sùbito la propria appartenenza a Classicismo e illuminismo, come
si legge nella Nota alla ristampa 1988 della seconda edizione:

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


avrei voluto aggiungere un breve postscriptum, un saggio su Epicuro, lucrezio e leo-
pardi (a parziale modifica e integrazione di quanto avevo scritto a pp. 221-224) e
poche brevi postille. ma avrei bisogno ancora di un certo tempo – più di quanto
avevo previsto –, e intanto questo libro ormai annoso, con mia meraviglia, viene
ancora richiesto, e l’amico editore, del tutto giustamente, ha fretta. se anche questa
ristampa si esaurirà, spero di poter pubblicare, la prossima volta, l’edizione accre-
sciuta. Per ora avverto soltanto che altri saggi, riguardanti anch’essi in gran parte il
leopardi, il Giordani e altri personaggi e ambienti di cui si tratta in questo libro, sono
usciti nei due volumi Aspetti e figure della cultura ottocentesca (Pisa, nistri-lischi,
1980) e Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (Pisa, Ets, 1982) […]. Vor-
rei, con un po’ di sfrontatezza, pregare i lettori di questo libro di tener presente
anche quei successivi volumi meno fortunati, poiché su vari punti essi contengono
aggiunte e correzioni di un certo rilievo a quanto avevo scritto nel presente volume.

la Nota è già in sé eloquente, sia sulla vicenda di Epicuro, Lucrezio e Leopardi, pub-
blicato in «Critica storica», XXV, 1988, pp. 359-409 e poi appunto nei Nuovi studi, sia
nel richiamo ai «meno fortunati» volumi, non sufficientemente presenti alla critica, in
un processo di “sfortuna” lettoriale legato a doppio filo alla “fortuna” di Classicismo e
illuminismo, la cui fruizione sembra aver esonerato alcuni studiosi, per “appagata”
curiosità, dalla lettura d’altre opere ottocentistiche di timpanaro; la «parziale modi-
fica e integrazione» si riferisce al iV capitolo, Il Leopardi e i filosofi antichi. Fra questo
capitolo, e in particolare quelle pagine, ed Epicuro, Lucrezio e Leopardi, il lettore
della presente edizione, tenendo conto anche delle postille al saggio presenti nelle
Annotazioni finali, potrà condurre utili confronti e trarre spunti di riflessione. da
parte sua, anche il contributo su leopardi e la Rivoluzione francese rientra nell’area
cronologica della fine degli anni ’80: pubblicato nel volume collettivo La storia della
storiografia europea sulla Rivoluzione francese (Relazioni tenute al Congresso dell’as-
sociazione degli storici europei, maggio 1989), Roma, 1990, pp. 367-381, quindi nei
Nuovi studi, esso è in tutto contiguo all’Epicuro dell’’88 e conclude la serie di saggi
leopardiani della “triade” nistri-lischi Classicismo-Aspetti-Nuovi studi. in questa
edizione è infatti prevalso il criterio di riunione del “centro”, del cuore leopardiano
della saggistica letteraria nistri-lischi; non propriamente ed elettivamente leopar-
diano appare porsi De Amicis di fronte a Manzoni e a Leopardi, nei Nuovi studi, in cui,
a differenza che in Epicuro, Lucrezio e Leopardi, solo gli ultimi paragrafi, nn. 8-13,
sono indirettamente dedicati al Recanatese, grazie alla sua fortuna linguistica e lette-
raria presso lo scrittore d’oneglia.
infine, si consideri che l’eventuale ricostituzione in uno stesso volume d’un nucleo
giordaniano prima di quello leopardiano, oltre a produrre, in sé, ipertrofici effetti edi-
toriali non consueti nella volontà di timpanaro, non sarebbe realmente giustificata
dal comportamento e dalle dichiarazioni dello stesso autore, che nella citata pre-
messa dell’ ’88 si limita a indicare in modo esplicito il solo Epicuro, Lucrezio e Leopardi
(e si ricordi che due dei quattro contributi giordaniani dei Nuovi studi, Pietro Gioia,
Pietro Giordani e i tumulti piacentini del 1846 e Un’operetta di Pietro Borsieri ed una di
Pietro Giordani, rispettivamente del 1981 e del 1987, erano appunto già usciti all’epoca

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


di quella Nota, ed un terzo, Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papadopoli, poi
uscito nel 1990, era con tutta probabilità già in via di conclusione; di nessuno di que-
sti saggi timpanaro mostra di desiderare, come invece avviene per l’Epicuro, l’inclu-
sione in Classicismo e illuminismo). in ogni caso, in un’ipotetica raccolta di scritti gior-
daniani, a Le idee di Pietro Giordani e a Giordani, Carducci e Chiarini dovrebbero far
séguito Il Giordani e la questione della lingua (1974) da Aspetti e figure ed i quattro
contributi giordaniani dei Nuovi studi: i citati Un’operetta di Pietro Borsieri ed una di
Pietro Giordani, Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papadopoli, Pietro Gioia, Pie-
tro Giordani e i tumulti piacentini del 1846, e infine, uscito come inedito nella silloge
del 1995, Due cospiratori che negarono di aver cospirato (forse Giordani, certamente
Bini). Quanto al contributo giordaniano presente in Antileopardiani e neomoderati
nella sinistra italiana, Ancora su Pietro Giordani (pp. 103-144), vale la stessa conside-
razione di “autonomia bibliografica” di quel volume che ha qui condotto ad esclu-
derne anche i contributi leopardiani, un’“autonomia” di cui nella citata prefazione
(p. Xii) ad Aspetti e figure si mostra ben conscio lo stesso timpanaro:

non ho incluso in questo volume un lungo saggio pubblicato in «Belfagor» 1975-76,


in quattro puntate, col titolo Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana
[…]. […] il tono molto vivacemente polemico di quelle pagine, l’estensione della pole-
mica anche a temi di politica attuale, avrebbero suscitato un’impressione di scarsa
omogeneità rispetto al carattere più «distaccato» (e talvolta, forse, fin troppo filolo-
gicamente minuto) dei saggi che compongono questo già troppo grosso volume
{«Aspetti e figure»}.

sulla vicenda di Epicuro, Lucrezio e Leopardi gioverà riprodurre due lettere, scritte da
timpanaro al filologo classico, e leopardista, sergio sconocchia, studioso più volte
citato nel saggio per i suoi importanti e preziosi contributi. ambedue le lettere sono
indirizzate da Firenze ad ancona. nella prima, del 21 novembre 1988, timpanaro si
riferisce alla relazione di sconocchia intitolata Ancora su Leopardi e Lucrezio, desti-
nata al convegno nazionale su Leopardi e noi in prospettiva 2000, organizzato dal-
l’accademia marchigiana di scienze, lettere ed arti e tenutosi ad ancona dal 23 al 25
ottobre 1987; tale relazione viene inviata in anteprima a timpanaro, ancora nello stato
di dattiloscritto, nel luglio 1988, quando è quasi finita la stesura di Epicuro, Lucrezio e
Leopardi, che dovrà uscire nello stesso anno in «Critica storica» (timpanaro è co-
munque in tempo a fruire del lavoro inviatogli da sconocchia); poi il saggio di sco-
nocchia esce autonomamente in volume, e in anticipo sugli atti del convegno (anco-
na, la lucerna, ottobre 1988), e vi è un nuovo invio a timpanaro, che, ringraziando
l’amico studioso con questa prima lettera, gli comunica che non potrà segnalare il
volume, perché ha appena licenziato le ultime bozze dell’articolo per «Critica storica»,
non ancora uscito; il volume sarà citato nella redazione pubblicata nei Nuovi studi,
mentre il fascicolo del 1988 di «Critica storica» (prima redazione del saggio di tim-
panaro) sarà successivamente inviato ad ancona: sulla copertina, la dedica autografa:
«Con amicizia e gratitudine (e in attesa di critiche!) / s. t.» (la copertina reca la
seguente intestazione: «estratto da / CRitiCa stoRiCa / BollEttino a.s.E. /

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Rivista trimestrale diretta da aRmando saitta / anno XXV – 1988 – 4»; a
fondo pagina: «Roma / nElla sEdE dEll’assoCiazionE dEGli stoRiCi
EURoPEi»). il contributo di sconocchia uscirà, quindi, con lo stesso titolo, nel volu-
me di atti del convegno Leopardi e noi. La vertigine cosmica, a cura di alberto Fratti-
ni, Giancarlo Galeazzi e dello stesso sergio sconocchia, Roma, Edizioni studium
(«la cultura», n. 39), 1990, pp. 87-147; alle pp. 146-147 vi è il Postscriptum dello stu-
dioso, che può a sua volta citare (p. 146) l’ormai pubblicato Epicuro di timpanaro e
registrare anch’egli con piacere la possibile coesistenza dei due lavori, che pur parto-
no da diversa impostazione. Più sotto, sono discussi contributi di Fornaro e di Gian-
cotti, sempre su argomenti lucreziano-leopardiani. nella seconda lettera, del 5 agosto
1994, timpanaro ringrazia dell’invio d’un estratto di fascicolo di «orpheus» (Rivista
di umanità classica e cristiana, n. s., 5, XV – 1994 – fasc. 1, pp. 1-12; pubblicato a
cura del Centro studi sull’antico cristianesimo dell’Università di Catania), contenen-
te l’articolo Citazioni e appunti lucreziani in Leopardi, appunto di sconocchia, e rin-
grazia altresì dell’invio di altri studi, riguardanti la medicina antica. sia pure sinteti-
camente, timpanaro potrà anche in questo caso fruire del lavoro pervenutogli,
citandolo nell’aggiornata redazione del suo Epicuro che, proprio nel ’94, è d’immi-
nente uscita nei Nuovi studi; del saggio e della sua nuova pubblicazione, come anche
dello stesso volume in corso di stampa da nistri-lischi e della fresca uscita dei Nuovi
contributi di filologia e storia della lingua latina, timpanaro dà regolare e amichevo-
le notizia a sconocchia.

i. due facciate
50123 Firenze,
Via Ginori, 38,
21. Xi.1988
Caro sconocchia,
grazie del tuo saggio leopardiano-lucreziano, che già così gentilmente mi avevi fatto
leggere in anteprima. Hai fatto benissimo a pubblicarlo a parte, senza aspettare gli atti
del Convegno. il mio articolo non è ancora uscito in «Critica storica»: dovrebbe
uscire presto, ho già licenziato le ultime bozze. non faccio più in tempo, perciò, a
segnalare questa tua pubblicazione ‘separata’: ho citato gli atti marchigiani in un Post-
scriptum e ho esplicitamente menzionato la ‘scoperta’ della derivazione delle citazioni
lucreziane dalla Collectio Pisaurensis; quanto al resto, ho accennato nel P. s. che i
nostri due studi, anche se in notevole misura divergenti, possono essere considerati
complementari.
i lettori giudicheranno; e, naturalmente, appena sarà uscito il mio articolo tu
avrai il pieno diritto di discutere quei punti che ti sembreranno errati o inadeguati.
Grazie ancora, un saluto affettuoso dal tuo
sebastiano timpanaro

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


ii. due facciate
50123 Firenze, v. Ginori 38,
5. Viii. 1994

Carissimo sconocchia,
molte grazie per tutto ciò che mi hai mandato: sei un lavoratore instancabile, e ti
muovi con eguale sicurezza nel campo leopardiano e in quello della medicina antica!
Proprio in questi giorni torridi (sto per andare in ferie, ma per poco tempo) correggo
le seconde bozze di un ultimo volumetto di cose otto-novecentesche, alcune nuove,
altre rivedute e corrette.* {richiamo con asterisco a fine pagina} * Uscirà a Pisa presso
nistri-lischi. tra queste, ripubblico anche, con varie aggiunte e modifiche, quel mio
articolo del 1988 su Epicuro, lucrezio e leopardi. mi fosse arrivato prima il tuo arti-
colo! avrei potuto menzionare e utilizzare più ampiamente i risultati a cui sei giunto.
ora devo limitarmi a un accenno un po’ troppo sintetico, perché ho già fatto sulle
prime bozze tante correzioni straordinarie che, se butto all’aria anche le seconde, l’e-
ditore mi fucila! il volumetto {canc.: «arriv», cioè «arriverà»} uscirà poi in autunno.
anche le tue cose di storia della medicina mi hanno molto interessato.
Vorrei farti avere un mio volume, Nuovi contributi di filol. e storia della lingua
latina, in cui mi è accaduto (col prezioso aiuto di Boscherini) di occuparmi {canc.:
«di»}, en passant, di tonsillae e cose del genere. ma la casa Pàtron è stata avarissima di
copie in omaggio; anche a me ne ha mandato un numero irrisorio, e sono sparite
sùbito. Vedrò, comunque, di fartene avere una copia. Grazie ancora di tutto e buona
estate (qui a Firenze 40 gradi!). tuo
sebastiano timpanaro.

P.s. Rallegramenti vivissimi per la vittoria nel concorso! {prima facciata in alto a sini-
stra, graficamente isolato e segnalato}.

si riassumono, a questo punto, a beneficio del lettore, gli esiti di materiale alle-
stimento prodotti dai criteri di questa rinnovata edizione. si sono innanzi tutto
ricondotti i due Addenda della seconda edizione nel corpus dell’indice “curricolare”,
riallineando date alla mano Natura, dèi e fato agli altri saggi e incorporando le
postille a stampa del ’69, con richiamo d’asterisco nella stessa pagina, alle parti di
testo cui si riferiscono. si sono quindi inseriti nell’indice (sempre rispettando la
successione cronologica degli autori trattati e, nell’àmbito d’ogni autore, la cronologia
di composizione di timpanaro) sei contributi, di cui quattro da Aspetti e figure della
cultura ottocentesca (a formare rispettivamente i capp. V, Vii, Xi e l’Appendice II) e
due da Nuovi studi sul nostro Ottocento (a formare i capp. Viii e iX); totale undici
capitoli più due Appendici, rispetto ai cinque con Appendice della prima edizione, e
rispetto ai cinque con Appendice e Addenda della seconda. la vecchia Appendice,
mantenuta nella sua istituzionale collocazione ma concettualmente accorpabile fin
dal ’65 al capitolo cattaneano-ascoliano, si ordina come I rispetto a quella trevesiana
(II), già ripubblicata, quest’ultima, nel 1980, con l’espresso fine d’un chiarimento

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


generale non tanto sui suoi specifici e peculiari argomenti, quanto, ed esattamente, su
tutta l’operazione culturale rappresentata da Classicismo e illuminismo; essa può
quindi essere vantaggiosamente fruita a conclusione della lettura del libro, in un “a
posteriori” fondatamente ricco di concrete acquisizioni di testi e di documenti. si è
così ricreato il nucleo leopardistico timpanariano di edizione nistri-lischi, non a
caso il nucleo di più perspicuo ed esperito incrocio, di più scoperto amalgama fra il
“certo” filologico-testuale e il “vero” della riflessione storica e interpretante. il lettore
potrà constatare che l’entità del blocco leopardiano è, qui, di sette capitoli (non più di
due, come inevitabilmente era nella prima edizione, o di tre, come nella seconda): dal
iii al iX è tutto leopardi. Benché leopardi, in realtà, insistendo costantemente nella
saggistica di timpanaro, sia molto spesso presente al di là dei contributi che uffi-
cialmente gli si richiamano.
Questa edizione, come si è cercato di chiarire dall’inizio di questa Nota, si distac-
ca dall’ “oggetto” brossurato e comprabile qual è uscito allora, e certamente non è più
il Classicismo e illuminismo di nistri-lischi (beninteso, volume altamente meritorio
e sotto molti aspetti storicamente insostituibile), ma è la realtà del Classicismo e illu-
minismo “di timpanaro”. la realtà, ripetiamo, non la verità, che altro sarebbe dire e
pretendere, di Classicismo e illuminismo; ma siamo convinti che questa edizione
corrisponda realmente, appunto, a quello che l’autore avrebbe voluto fare.

***

Quanto finora detto riguarda l’allestimento del volume sotto il profilo dei testi già
stampati, sia di quelli che appartenevano alle originarie due edizioni degli anni ’60,
sia di quelli inclusi dagli altri due libri, a questo omogenei per argomenti e per pro-
tocollo editoriale. le Annotazioni autografe che concludono l’edizione accolgono le
integrazioni, le modifiche, le revisioni di giudizio, le correzioni terminologiche, e in
qualche caso gli interventi di rimedio a singoli refusi da parte dell’autore: dopo il
1969, come ampiamente chiariscono le successive Note alle ristampe, non v’è più
stata alcuna possibilità per timpanaro di operare sul testo, o sui testi. lasciamo per
intero alla fruizione del lettore il giudizio critico-interpretativo, la valutazione, la con-
siderazione qualitativa e quantitativa del materiale d’annotazione manoscritta (a bi-
ro o a lapis) che abbiamo qui riportato e riprodotto, avendo per parte nostra come
criterio la restituzione della realtà grafica degli originali timpanariani, dove è possi-
bile, fino al singolo tratto di penna, o al segno orizzontale o verticale di richiamo, o
alla singola sottolineatura senza ulteriore parola esplicita dell’autore; le sottolineatu-
re di parola o parole, o d’intere frasi, che non costituiscano titolo di opera, anziché
essere riprodotte con il corsivo sono riprodotte con il carattere sottolineato: esatta-
mente come nell’originale; altrettanto si è fatto per le parole cancellate, riprodotte con
lo stile barrato. E così si è proceduto per ogni aspetto d’una serie d’annotazioni fitta e
ricca di significati culturali, segno d’un processo d’inesauribile riflessione, di continuo
ripensamento, di costante aggiornamento bibliografico, di assidua ricerca di riferi-
menti e di rinforzi, di conferme e di aggiunte sul piano della visione critica, dell’e-

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


segesi di qualunque testo trattato, e anche dell’autoesegesi; e segno, altresì, di dispo-
nibilità “autovariantistica”, in un’incessante revisione che rivitalizza, attualizzandoli
nella coscienza dell’autore, anche testi scritti da tempo, nel nome d’una meditazione
razionale e lucida che dimostra, sulla base del volume nistri-lischi, il carattere
strutturale e duraturo degli interessi coltivati in questo libro nell’intero arco della
riflessione dell’autore, il valore fondante e quindi aggiornabile di tali interessi in
una figura intellettuale che ha “corretto” Classicismo e illuminismo fino agli estremi
tempi della propria, personale vicenda di studioso.
non minore accuratezza merita l’avviso della correzione dei refusi [cr]; in uno
studioso nel quale la limpidezza “illuministica” dello stile passa dalla precisione
massima d’ogni restituzione espressiva di concetto, e nei cui testi, insieme fluidi e
coesi, ogni variazione nella correttezza formale può implicare un depistaggio di
senso culturale o storico, i “refusi” percorrono, in più d’un caso, una loro non bana-
le e tutt’altro che innocente vicenda. ne adduciamo qualche esempio di palese visi-
bilità (oltre a quello, già in altro senso trattato, della «difesa della civiltà illuministi-
ca» nella bandella 1984); nel iii capitolo del volume (ed. nistri-lischi, p. 162), il
leopardi «critico spietato di ‘tutti’ i miti dell’immortalità, anche dell’immortalità
delle opere» (corsivo nostro) della prima redazione in rivista diviene «critico spietato
di ‘tutti’ i miti dell’immortalità delle opere»; tale “salto” accompagna il testo fino
all’ultima ristampa del 1988, e induce l’autore a ripristinare, almeno a mano, nella
copia del 1973 e in quella del 1984, la versione esatta apparsa in «Critica storica»;
ancora nell’Epicuro dell’ ’88 in rivista (e poi nei Nuovi studi), n. 52, lo studioso,
citando il suo passo di Classicismo e illuminismo, richiama la «p. 162 r. 1» nistri-
lischi e segnala esplicitamente e per esteso, in questo caso a stampa, l’errore tipo-
grafico, con l’indicazione della versione corretta: dunque la storia di questo errore,
mai “tecnicamente” dimenticato, oltre a protrarsi nel tempo, coinvolge due diversi
saggi e due diversi volumi, e non permette, vivente l’autore, il recupero della versio-
ne esatta. in un caso diverso, nel primo capitolo, timpanaro parte da un «Pogiamo»
di Giordani per «Pognamo» (poniamo), errore di stampa della «Biblioteca italiana»,
i, 1816, p. 175; da lì, un approfondimento bibliografico che conduce a «Pogniamo»
come corretta grafia e alla scelta della lezione lemonnieriana anziché di quella dell’e-
dizione Gussalli. alle pp. 45-46 di questa edizione si può seguire la serie d’acquisi-
zioni su «Pogniamo» in un crescendo d’interventi, anche manoscritti, che si risolve,
graficamente, in una vera e formale correzione di refuso: «ia», o «ia». ma in questa e
in altre correzioni di refuso timpanariane occorre, come si è visto, saper leggere
attentamente, poiché non certo di rado esse conglutinano un’autentica avventura dia-
cronica d’acquisizioni conoscitive, da quelle rimarcate dalla precisione puntuale a
quelle dilatabili a un più vasto significato culturale; tali correzioni, a nostro avviso,
non possono, così e semplicemente, essere, tutte, ascritte tout court alle “varianti for-
mali”, in una livellata uniformità di trattamento. inutile negare che anche i refusi o i
refusi “importati” hanno, se “pesanti”, la loro storia, sebbene un’ideale storia dei
refusi potrebbe spesso chiamare a corresponsabilità l’autore non meno che l’editore.
Risulterebbe sorprendente una legittimazione del lusso di sorvolare sull’opera cor-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


rettiva dei propri testi qui svolta da un correttore di bozze leggendario, il correttore
di bozze della nuova italia; tanto leggendario da guadagnarsi, nolente, l’accesso a una
romanzata personificazione del suo mestiere. Un mestiere ben distinto dall’attività di
studioso, ma a sua volta mestiere per lui importante, non omologabile alla spino-
ziana modanatura di lenti.
si ricorda, ancora, che i contributi di Aspetti e figure della cultura ottocentesca e di
Nuovi studi sul nostro Ottocento che non sono entrati nella nostra edizione, e che sono
comunque stati da noi attentamente consultati, sono anch’essi postillati con numero-
se, importanti e spesso qualificanti annotazioni autografe. la fruizione di quei saggi
andrà integrata con la conoscenza di tali annotazioni, di cui occorre dare segnala-
zione, anche in semplice chiave elencativa. ma la presente sede non ci sembra inido-
nea a un’oggettiva segnalazione di continuità nel laboratorio timpanariano.

ii. leopardi protagonista nella nuova edizione… 


III. Postille ed annotazioni autografe di Timpanaro
(Aspetti e figure della cultura ottocentesca,
Nuovi studi sul nostro Ottocento, Per Giorgio Pasquali)

diamo conto, qui, di una serie di note autografe apposte da sebastiano timpa-
naro a tre volumi nistri-lischiani, di cui uno, com’è ben noto, è costituito da una rac-
colta di studi e testimonianze del 1972 in ricordo e in onore di Giorgio Pasquali
(timpanaro, oltre a parteciparvi con il saggio intitolato Storicismo di Pasquali,
pp. 120-146, vi collabora come accurato revisore della bibliografia). l’elaborazione
critica e gli approfondimenti di studio retrostanti a queste note richiederanno, certo,
ulteriori verifiche ed indagini mirate. Qui si intende fornire notizia testuale della pre-
senza e dell’entità di tali aggiunte e rettifiche autografe ad alcuni saggi, a scopo di
segnalazione di questo materiale agli studiosi. Rimane vero che la figura di timpa-
naro junior è stata oggetto di molta attenzione negli ultimi anni. ma – e credo non
soltanto a nostro parere – risultano comunque degne di rilievo le annotazioni che egli
è venuto facendo ad importanti suoi contributi di Aspetti e figure e dei Nuovi studi; si
tratta di annotazioni che abbracciano una varietà di tipologie integrative e correttorie,
dal refuso maligno («storica» > «stoica» – Asp. e f, p. 34 r. 34 –) al refuso evidente
(«un accenno stile» > «un accenno ostile» – p. 35 r. 24 –), dalla vera e propria auto-
correzione (si veda l’epigramma Caesar ad Rubiconem) alla parziale rettifica (si veda
in tal senso la citazione di un’espressione elogiativa di Pietro Giordani per Cicerone,
nel capitolo intitolato Il Giordani e la questione della lingua, a dimostrazione della
posizione non sempre categoricamente ostile del Piacentino verso l’antico oratore).
nel nostro prospetto, provvisto di note esplicative qui ridotte all’indispensabile, indi-
chiamo, sotto il titolo di ogni saggio, la pagina e il rigo che contengono il testo e la
relativa annotazione (i volumi di riferimento – oltre al citato Per Giorgio Pasquali –,
entrambi in unica edizione, sono ovviamente Aspetti e figure della cultura ottocentesca,
Pisa, nistri-lischi, 1980, e Nuovi studi sul nostro Ottocento, ivi, 1994; a proposito di
quest’ultimo volume, le annotazioni autografe sono apposte in due copie del libro, cia-
scuna con note proprie; le segnaliamo regolarmente con c1 e c2; cr significa correzione
[di] refuso).


annotazioni aUtoGRaFE in ASPETTI E FIGURE DELLA CULTURA OTTO-
CENTESCA

i. ASPETTI DELLA FORTUNA DI LUCANO TRA SETTE E OTTOCENTO


p. 34 r. 34: «storica» > «stoica» [cr]; a lapis colorato, margine sinistro.

p. 35 r. 24: «un accenno stile» > «un accenno ostile» [cr]; a lapis colorato, margine
destro.

p. 43 r. 11: «C’è un epigramma Caesar ad Rubiconem, traduzione latina di una poesia


di domenico michelacci (ed. cit., p. 323 {«“Entro dipinta gabbia”. Tutti gli scritti ine-
diti, rari e editi 1809-1810 di G. LEOPARDI», a cura di Maria Corti, Milano, Bom-
piani, 1972}; l’identificazione del michelacci si deve alla Corti, cfr. p. 311).» > da «l’i-
dentificazione» a «p. 311»: cancellato con tratto orizzontale di penna; a margine
destro: «no, lo dice il leopardi stesso» (in effetti, il sonetto-traduzione Caesar ad
Rubiconem appare sottotitolato [Epigramma Dominici Michelacci]: cfr. GiaComo
lEoPaRdi, Tutte le opere, 2 voll., a cura di W. Binni ed E. Ghidetti, milano, sansoni,
1993, i, p. 526)1.

p. 53 r. 2: «cfr. Bruto minore ecc. (Velli ap.{ud?} la Penna). / zumbini «grave ospite
addetta» in Ultimo canto di Saffo, 24, cfr. luc.{ano} Viii 157 (Blasucci, Berardi scuo-
la normale 1987, 837 n. {)}»; a lapis, margine destro; come si vede, «Berardi» è can-
cellato2.

p. 59 n. 92: «X, p. 229 (a proposito di seneca): “ma una traduzione dev’essere un


ritratto”» (il volume in numero romano, con la relativa citazione, si riferisce alle
Opere del Giordani); a lapis, margine destro della nota3.

p. 64 r. 24: «Xi, 21 (Istruz. per l’arte di scrivere, a “Eugenio”): “sdegni magnanimi in


lucano e Giovenale”» (sempre dalle Opere del Giordani); a lapis, margine sinistro4.

p. 65 r. 4: «Xi, 103 «“non mi degnerei parlare a chi preponesse la vita alle degne
cagioni di vivere” (cfr. propter vitam vivendi perdere causas)» (ancora Giordani); a
lapis, intestazione pagina e margine destro5.

in questo saggio segnaliamo noi un altro refuso, a p. 52, n. 75, rigo 6, nella cita-
zione goethiana dalla Klassische Walpurgisnacht del Faust, ii: «vv. 7007-1009» va
corretto in «vv. 7007-7009».

ii. FRANCESCO CASSI TRADUTTORE DI LUCANO


p. 81: «cfr. art. di masi (estratto), Gsli 1885»; a lapis, intestazione pagina6.

p. 89 r. 19: «il 25 giugno 1822 il Perticari, da tempo ammalato, moriva» > «26: cfr. i.
Pascucci, st. oliv. Xi, 1963, e lettera qui acclusa»; «25» è sottolineato; timpanaro si

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


riferisce agli «studia oliveriana», nei quali italo Pascucci scrisse (cit. alla nota 14, p.
88) Sulla «Farsaglia» tradotta da F. Cassi (iV-V, 1956-1957, pp. 192 sgg.; Pascucci è
anche autore di una bibliografia sul Cassi: italo PasCUCCi, Appunti bibliografici
su F. Cassi e sul volgarizzamento della Farsaglia» di Lucano, in «studia oliveriana», iii
– 1955 –, pp. 71 sgg. – cfr. pp. 81-82, n. 1 –); la data è quindi da correggersi in «26
giugno»; a pennarello, margine destro.

p. 94 r. 16: «rifiutarsi significativa» > «rifiutarsi significava» [cr]; a penna, margine


sinistro.

pp. 102-103: «sive quis infesto cognata in pectora ferro / ibit seu nullum violarit vul-
nere pignus, / ignoti iugulum tamquam scelus inputet hostis. / lucano Vii, 323-5»
(«sia che leviate il ferro per colpire il petto dei congiunti, / sia che non violiate con
ferita nessuna persona cara, / il nemico v’imputerà a delitto l’avere sgozzato un igno-
to» – tr. di luca Canali –); biglietto inserito nel volume (la scrittura, sebbene non si
offra a facile attribuzione perché calligraficamente impostata, non appare di mano di
timpanaro).

segnaliamo noi un altro refuso, a p. 85: «luigi Cristostomo Ferrucci» > «luigi
Crisostomo Ferrucci».

iii. SUL FOSCOLO FILOLOGO


p. 119 r. 10: «Pochissimi testi greci e latini classici (forse soltanto omero e Virgilio)
possono essere ristabiliti per via di sola recensio, facendo a meno delle congetture» >
([…]«e Virgilio)» è cancellato con tratto orizzontale di penna; a margine destro: «e il
nuovo testamento; nemmeno Virgilio, quantunque ben tramandato)»7.

p. 128 n. 32: «Cfr. Cic. Div., Nat. d.?» (ovviamente, De divinatione e De natura deo-
rum); a lapis.

iV. L’EPISTOLARIO DI LUDOVICO DI BREME


** p. 140: «romatica» > «romantica»; cr; evidente refuso.

V. IL GIORDANI E LA QUESTIONE DELLA LINGUA


p. 176 n. 43: «Xi, 106»; «del Giambullari» sottolineato (si riferisce sempre alle Opere
del Giordani); a lapis, margine sinistro nota8.

p. 190 n. 69: «tuttavia cfr. anche Xi, 21 “l’abbondanza elegante di Cicerone, e l’armo-
nia ch’egli solo ha saputo creare e donare a una lingua così dura e aspra, sono degnis-
sime di considerazione”. E poi ibid. il paragone Cic. – livio»; a lapis, margine sinistro
e intestazione9.

iii. postille ed annotazioni autografe di timpanaro 


p. 191: «cfr. su Cicerone anche Xi 104 (i 3 libri del De oratore)»; a lapis, intestazione10.

ibid.: «per Cicerone, Vii 166, a Gussalli con ripetizione: “Poiché Cicerone ti piace
molto hai, secondo Quintiliano, fatto grande profitto” (3 luglio 1846). Cfr. anche
tutto il giudizio su Cicerone; e i passi cit. oltre» a penna, margine destro11.

p. 197: «F. Quintil. 10, 1, 102 (da Pindaro)??» («F.» prima di «Quintil.» sta per
«Fabio», Quintiliano appunto); a lapis, margine destro.

p. 211 n. 99: «cfr. lett. – Gigli in Forlini» (si tratta d’ottavio Gigli, altre volte oggetto
d’attenzione da parte di Giordani e di timpanaro: cfr. GioVanni FoRlini-Vit-
toRio anElli, Problemi filologici nelle lettere di Pietro Giordani a Ottavio Gigli, in
«archivio storico delle provincie parmensi», serie iV, XXViii, 1976, p. 143 sgg.; cit. in
Nuovi studi sul nostro Ottocento – Le lettere di Pietro Giordani ad Antonio Papadopo-
li –, p. 63); a lapis, margine destro nota12.

ibid.: «“que’ perpetui avversarî d’ogni bene; de’ quali sì propriamente ed efficace-
mente disse il Gesuita Bartoli che tanto ingrassano quanto ingannano, e tanto ardi-
scono quanto non temono”» (naturalmente, i gesuiti stessi); a lapis, piè pagina13.

p. 213 n. 104: «Viglio ecc.» (si tratta di Patrizia Viglio, studiosa dei cui lavori timpa-
naro si è occupato: cfr. Pietro Gioia, Pietro Giordani e i tumulti piacentini del 1846, in
Nuovi studi, pp. 69-101, dedicato al commento critico – in gran parte segnato dal
consenso – all’articolo della stessa PatRizia ViGlio, La nascita degli asili infantili
a Piacenza, in «Bollettino storico piacentino», lXXiV, 1979, pp. 107-134; inutile
ricordare il grande interesse per gli asili d’infanzia, professato in chiave d’ideologia
pedagogica democratica, dalla madre di timpanaro, maria Cardini); a lapis, margine
destro nota.

p. 215: «ivi gli raccomanda di leggere il Dict. philos., le Quest. sur l’Encycl. (mentre
“nelle opere storiche non val molto”) e tra i romanzi brevi L’Huron ou l’Ingénu)»;
notevole – si tratta solamente di aggiunta nostra – la netta propensione di Giordani
per le opere filosofiche di Voltaire rispetto alle opere storiche; a lapis, intestazione14.

aggiungiamo da parte nostra che in questo capitolo si rende necessaria un’altra


correzione di refuso: «con una nota filologia di V. anelli» > «con una nota filologica
di V. anelli» (p. 191, n. 72; si tratta, ovviamente, di Vittorio anelli).

Vi. ANGELO MAI


p. 231 n. 13: «ανέκδοτο» > «ανέκδοτον» [cr]; a lapis, margine destro nota.

p. 233 r. 6: «in quel tempo» > «in quel tempo, pur», poi cancellato; a pennarello a
colore, margine destro.

ibid. r. 25: «dei mai» > «del mai» [cr]; a lapis, margine destro.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


p. 260 r. 31: «Kbenhaven» > «Københaven [cr; ovviamente, «Copenhagen»]; a lapis,
margine sinistro.

p. 261 r. 3: «müter» > «münter» [cr]; a lapis, margine destro (lo studioso Frederick
münter).

p. 266 r. 35: «(con introd. non firmata) Il Colombo dell’Ambrosiana: lettere di A. Mai a
G. Andres, in “Civiltà cattolica” 85 (1934), vol. i, 55 ss., 154 ss., 277 ss.; p. 158 su
mustoxidi; p. 288 sull’Eusebio e rapp. con zohrab»; queste annotazioni integrano le
pagine della bibliografia sul mai: cfr. Appendice B. Indicazioni bibliografiche sul Mai,
complessivamente pp. 262-271; sulla vicenda della Cronaca di Eusebio fra zohrab e le
annotazioni leopardiane cfr. ora PantalEo PalmiERi, Leopardi. La lingua degli
affetti e altri studi, Cesena, società Editrice «il Ponte Vecchio», 2001, pp. 65 e n., 130-
132; sull’importanza di Bartolomeo Borghesi come figura di filologo, ivi, pp. 88-89, 94
n., 95 n., 99, 101, 102, 105 n., 124-133, 137, 139, 141, 149, 151; / Giovanni andres è
Juan andrés; a penna, margine sinistro e intestazione.

iX. DOMENICO COMPARETTI


p. 356 r. 22: «n. B. obiez. di momigliano confuse. Bene però momigl. sul cap. i
(romanità di Virgilio) cattivo»; si tratta di un punto importante, riguardo al quale
timpanaro si discosta da Pasquali, che definisce «romantico» l’interesse per il mondo
popolare e in genere l’aspetto antropologico del pensiero storiografico di Comparet-
ti; arnaldo momigliano invece ha saputo individuare gli aspetti meno sostenibili
(«cap. i […] cattivo») di alcuni concetti del Virgilio nel Medioevo; a penna, margine
sinistro (annotaz. al capoverso che inizia con «Richiamando per primo […]).

p. 358 r. 21: «i, 226-228; si noti che C. stesso teme di lasciarsi indurre da “prevenzio-
ni” patriottiche; e il giudizio, negativo, è tuttavia molto oscillante»; l’autore sottolinea
il fatto che «il forte anticlericalismo risorgimentale e positivista del Comparetti»
non ha come conseguenza «un’incomprensione storica del cristianesimo e del medio
evo»; nel testo di pagina, «medio evo» è sottolineato a mano; fa séguito, nel testo di
timpanaro, «i capitoli del Virgilio nel medio evo […]»; a penna, margine sinistro.

segnaliamo noi, qui, un altro refuso: p. 365 r. 23: «Coomparetti» > «Comparetti».

annotazioni aUtoGRaFE in NUOVI STUDI SUL NOSTRO OTTOCENTO

PREFAZIONE
p. XVii rr. 19-20: «barbarie misticheggiante e superstiziosa» > «tecnocratica»; a
lapis, c1 margine destro.
ibid.: «barbarie misticheggiante e superstiziosa» > «superstiziosa e tecnocratica»; a
lapis, c2 margine destro.

iii. postille ed annotazioni autografe di timpanaro 


i. ANCORA SUL PADRE CESARI: PER UN GIUDIZIO EQUILIBRATO
p. 5 rr. 23-24: «non propriamen-te» / > «non propriamente» [cr]; a penna, c1 margi-
ne sinistro e c2 margine destro.

p. 7 rr. 13-24: «: Ediz. naz., Epist., p. 137 sg., lett. al Pindemonte del 26 luglio 1806;» >
«(Ediz. naz. etc.);» eliminati i “due punti” iniziali; il riferimento è all’epistolario del
Foscolo; a penna, c2 margine destro.

ibid., n. 5: «polemica e favore» > «polemica a favore» [cr]; a penna, c2 margine


destro nota.

p. 9 n. 7: «e la loro lingua non fiorentina» > «e la loro lingua parlata non fiorentina»
(l’autore si riferisce alla volontà del Cesari di non esporre al biasimo, ma anzi di
accomunare in una generale legittimità d’elogio, scrittori toscani non fiorentini come
il pisano domenico Cavalca, l’aretino Petrarca, il certaldese Boccaccio); a penna, c2
margine destro nota.

p. 12 n. 11: «[Cfr. iuvenal. 7, 56 qualem nequeo monstrare et sentio tantum]»; la cita-


zione di Giovenale viene ad integrare quella di Cicerone, Brutus, 46, 171 («Et Brutus:
“Qui est”, inquit, “iste tandem urbanitatis color?” / “nescio”, inquam, “tantum esse
quendam scio”») fatta dal Cesari nella Dissertazione, p. 147, a proposito del «non so
che», dell’immotivabilità razionale delle bellezze linguistiche, delle parole e del loro
“suono”; a lapis, c1 piè pagina.

p. 13 n. 12: «Cfr. maRia aUGUsta moRElli timPanaRo, Alcune note sul


barone di Schubart, «Critica storica», XViii, 1981, pp. 466-519 [seguono i rinvii di
pagina ai singoli argomenti e una precisazione sullo Schubart]» > «Cfr. etc. ora in
m{ARIA}. a{UGUSTA}. m{ORELLI}. t{IMPANARO})»; sebastiano timpanaro pre-
vede una nuova pubblicazione del saggio della morelli; a penna, c2 piè pagina.

p. 23 n. 18: «p. 453 n. 1» > «p. 453 n. 1)» [cr]; chiusura di parentesi; a penna, c2 mar-
gine destro nota.

p. 25 r. 1: «iscrizione eloquente, ma esagerata […]» > «iscrizione eloquente, efficace in


quanto tale, ma esagerata […]»; la precisazione si riferisce all’epigrafe che il Giorda-
ni dettò per antonio Cesari e che fu posta sul Campidoglio: «antonio Cesari vero-
nese / cogli scritti e coll’esempio mantenne gloriosamente / la fede di Cristo e la lin-
gua d’italia»; a lapis, c2 intestazione.

ii. UN’OPERETTA DI PIETRO BORSIERI ED UNA DI PIETRO GIORDANI


p. 43 r. 22: «(tempesti) già nel Gherardini, Crusca, “so quel che dico quando dico
zuppa”»; la precisazione integra ciò che timpanaro dice a proposito delle Avventure
letterarie di un giorno di Pietro Borsieri, ed. curata da William spaggiari: il verso di
riferimento è «so quel che dico quando dico torta», di lorenzo lippi, in Il Mal-
mantile racquistato, i, strofa 19, v. 6; a lapis, c1 margine destro.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ibid. n. 3: «(segnalaz. di F. tempesti: Folena, Vocabolario del veneziano del Goldoni,
segnala La buona moglie {’buona moglie’ lasciato “in tondo”} iii 5, 17 e La gastalda i
3, 49, non i Petteg. delle donne»; «non» con doppia sottolineatura; ma i Pettegolezzi
delle donne del Goldoni, come rammenta timpanaro nella n. 3, annoverano a loro
volta un ripresa di questa espressione: «Eh, m’intendo mi, co digo torta» (atto i,
scena ii); a lapis, c1 piè pagina.
segnaliamo noi che vi sono errori di spaziatura orizzontale nel terzultimo rigo di
p. 49.

V. DUE COSPIRATORI CHE NEGARONO DI AVER COSPIRATO (FORSE GIOR-


DANI, CERTAMENTE BINI)
p. 103 n. 2: «e ancora V 343 (cit. anche da schippisi, p. 97): “neppure l’onnipotenza
divina può fare che io mai sia stato o Carbonaro o massone, o altro di queste bagia-
nate [sic]. si sono interrogate migliaia di persone, esaminate migliaia di carte” ecc.»;
«V 343» si riferisce alle Opere del Giordani; a lapis, c1 piè pagina.

p. 105 n. 4: «)» parentesi poi cancellata: ripensamento su correzione di presunto


refuso (il testo a stampa è infatti razionale e corretto); a penna ed a pennarello, c1
margine destro nota.

p. 119 r. 6: «1976» > «1876» [cr]; l’autore corregge la data d’edizione di GioVanni
la CECilia, Memorie storico-politiche dal 1820 al 1876, Roma, artero, appunto
1876-1878; a penna, c1 margine destro.

p. 124 r. 19: «Cfr. anche F. orsini, Memorie politiche, p. 168»; l’indicazione si aggiun-
ge al Giuseppe montanelli di Memorie sull’Italia e specialmente sulla Toscana dal
1814 al 1850, naturalmente riguardo al Bini (e al suo progressivo distacco dal modus
cogitandi e dal modus operandi di mazzini); a lapis, c2 margine sinistro.

Viii. DE AMICIS DI FRONTE A MANZONI E A LEOPARDI


p. 231 r. 8: «in un biasimo.» > «in un biasimo» [cr]; eliminazione di punto in basso a
penna, c2 margine destro.

indiCE dEi nomi E dEllE CosE PRinCiPali (NUOVI STUDI SUL NOSTRO
OTTOCENTO)
p. 237: «aporti, Ferrante, 69 n. 1, 71 n. 4» > «aporti, etc., 77 n. 13» a penna, c2.

p. 238: «Brambilla, P., 25» dopo la voce «Brambilla, alberto» con relative pagine
d’occorrenza (si tratta di Pietro Brambilla); a penna, c1 margine sinistro.

aggiungiamo noi che altrettanto va fatto per R. Bonghi e G. sforza, citt. come P.
Brambilla a p. 25 r. 29, e per Vittorio anelli, cit. a p. 63 r. 30 (Le lettere di Pietro Gior-
dani ad Antonio Papadopoli): «anelli, Vittorio, XViii, 56-57, 101 e n. 35» > «anelli,
Vittorio, XViii, 56-57, 63, 101 e n. 35».

iii. postille ed annotazioni autografe di timpanaro 


annotazioni aUtoGRaFE in PER GIORGIO PASQUALI (Storicismo di
Pasquali)
p. 129 rr. 7-10: «Bisogna aggiungere che anche nei riguardi delle scienze della natura
Pasquali è stato ben lontano dalle sbrigative liquidazioni crociane; ne ha piuttosto
auspicato (pur senza approfondire questo concetto) una storicizzazione […]» >
«anche nei riguardi [etc.]»; una storicizzazione > «un incremento di interdisciplina-
rità»; a penna, margine destro.

p. 130 r. 5: «modo di ragionare solo in apparenza rigoroso, in realtà banalmente


sofistico, che fu proprio di tutto il neo-idealismo italiano» > «[…] che fu proprio di
quasi tutto il neo-idealismo italiano»; a proposito di Croce e della sua incompren-
sione dello scritto Arte allusiva di Giorgio Pasquali; a penna, margine sinistro.

p. 131 r. 18: «cf. traina Gandiglio, p. 27 n. 42»; cfr. annotazione precedente (alFon-
so tRaina, A. Gandiglio: un grammatico tra due mondi, Bologna, Pàtron, 1985); a
penna, margine destro.

p. 134 r. 18: «provvidenzialistica» > «teologica»; definizione della teoria crociana


dell’inevitabilità della guerra come fenomeno “naturale”, mandato da una «Provvi-
denza» negativa, ma «sacrosanta»; a penna, margine sinistro.

p. 135 n. 17: «dalla quale, tuttavia, Bontempelli dissociò la propria responsabilità,


come il Romagnoli stesso avverte nella prefazione»; l’autore si riferisce alla “crociata”
antifilologistico-patriottarda di Ettore Romagnoli, che raccolse a tal fine articoli suoi
e di Bontempelli, appunto, oltre che di Vincenzo morello e di Emilio Bodrero (nel
ruolo di parte antagonista, pubblicò scritti di Benedetto Croce e di Giuseppe Prez-
zolini); a penna, piè pagina.

p. 138 n. 20: «Che su questo problema Pasquali rischi di esagerare in senso opposto»
> «[…] rischiasse […]»; contro il mito della poesia popolare collettiva; a penna,
margine destro.

ibid.: «tuttavia a poesia popolare non ‘calata dall’alto’ Pasquali credeva per le leggen-
de slave, finniche, greche moderne: cfr. il necrologio di Pavolini (ma con una picco-
la riserva), Scr. filol. ii p. 77815.»; a penna, piè pagina.

141 r. 6: «26»; cancellata la nota 26, che era pura ripresa della n. 25, citazione del-
l’arnaldo momigliano di G. De Sanctis e A. Rostagni; a penna, nel testo.

ivi, r. 21: «(» cr; inserzione di apertura parentesi; a penna, nel testo.

p. 142 rr. 7-8: «caratteritiche» > «caratteristiche», cr; a penna margine sinistro.

ivi, rr. 8-11: «i diritti della ricerca filologica, per esempio, non furono mai contestati
dalle varie tendenze “antipositivistiche” della cultura tedesca» > «[…] apertamente
contestati […]»; a penna, margine sinistro.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


p. 144 rr. 12-13: «Jaeger, freddo»; ovvero, Pasquali seppe essere indipendente e criti-
co anche verso Jaeger e verso Wilamowitz, a smentita dell’immagine che, pur a
diverso titolo, ne accreditarono i romagnoliani e i crociani, che lo dipingevano come
«un vassallo della filologia tedesca»; a penna, margine sinistro.

p. 145 r. 2: «rec. non det.»; «Recentiores non deteriores»: viene richiamato in maniera
abbreviata il titolo pasqualiano, in un contesto che sottolinea come Paul maas, nelle
edizioni della Textkritik successive alla prima, non abbia imparato nulla da Pasquali,
a differenza del filologo italiano, che seppe invece trarre alcuni elementi dallo stesso
maas; a penna, intestazione pagina.

p. 146: «questa incomprensione» > «e questa incomprensione»; il finale di saggio si


sofferma sulla sostanziale estraneità di Pasquali all’illuminismo e, più in generale, alla
cultura francese; a penna, margine sinistro.

p. 170 (Bibliografia, 1936, n. 315): «non firmato»; riferito alla voce «Rostagno, Enri-
co, Ei [Enciclopedia Italiana] XXX, 159».

p. 177 (Bibliografia, 1948, n. 432): «432 bis – Rec. a: E. Howald, Der Dichter von Kal-
limachos von Kyrene, Erlenbach – zürich [1943]. Belf iii, 125 (rist. in Belf 1970,
marzo, p. iV fuori testo)»; Ernst Howald pubblicò il suo scritto presso l’editore E.
Rentsch, appunto nel 1943.

Vi è poi, alla fine del volume, il seguente «appunto di massino Fanfani», su


foglio graffato, già annunciato dalla pagina dell’indice iniziale: «Con note autografe di
sebastiano timpanaro e un appunto derivato da massimo Fanfani, conservato qui da
timpanaro»: «‘storicismo, historism’ / noValis, Fragmente, vol. iii, ed. J. minor,
Jena, 1907, p. 191 (dalla sez. V. aus den studienheften, n. 140): / “die Kombinationen
von ich und nicht-ich, nach der anleitung der Kategorien, geben die mannichfachen
systeme der Philosopie. (system der ableitung aus dem Einfachen. das system der
Bearbeitung der gemeinen Erfahrung, system der blossen ich-identität, system des
blossen nicht-ich, wiedersprechendes system des ich und nicht-ich. zureichender
Grund.) / system des okkasionalism. (Beziehung auf das Erregungs-system.) / (Eine
gelegenheitliche Ursache ist Reiz.) Fichtes system. Kants system. Chymische metho-
de, physikalische, mechanische, mathematische methode usw. system der anarchie,
demokratie, aristokratie, monarchie. artistische methode – artistisches system.
das Konfusions-system. mistizism, Historism usw”».

iii. postille ed annotazioni autografe di timpanaro 


notE
1
la correzione si riferisce ad una pagina, la 43 appunto, dedicata, come la precedente e come quel-
le immediatamente seguenti, alla ricerca critica della presenza di lucano in leopardi, sin dall’epoca dei
Puerilia. spiccano fra gli altri, in questa sezione del saggio, i nomi di studiosi quali Giuseppe Velli ed
Ettore Paratore.
2
Cfr. infatti lUCano, Bellum civile (Pharsalia), Viii, 157-158: «quod summissa animis, nulli
gravis hospita turbae / stantis adhuc fati vixit quasi coniuge victo». timpanaro si riferisce certamente
anche ai precedenti versi 151-153, dai quali emerge, riguardo alla stessa figura di donna – la moglie di
Pompeo – il concetto opposto a quello leopardiano di «grave ospite addetta», ovvero il concetto di
«concittadina», di “compatriota”, di appartenente a tutti gli effetti, anche sul piano emotivo, alla comunità
nella quale ella si trova: «ast illam, quam toto tempore belli / ut civem videre suam, discedere cernens /
ingemuit populus»; piangevano, quindi, «per colei che durante tutta la guerra avevano visto come una
loro concittadina» (tr. di luca Canali).
3
si veda l’inizio della stessa nota 92: «Un’allusione alle infedeltà del Cassi (e di altri traduttori) è pro-
babilmente anche in Xi, 242: “molti nei fallaci ritratti che altri fece di lui [Lucano] non poterono raffi-
gurare qual poeta e qual cittadino egli fu” (per “ritratto” nel senso di “traduzione” vedi la frase della let-
tera al Papi cit. sopra)»; e infatti nel testo “in alto”, alla stessa p. 59, parlando della lettera di Giordani a
lazzaro Papi del 17 aprile 1833, timpanaro riporta il seguente brano, incentrato sull’esigenza di fedeltà
nella traduzione della Pharsalia, esigenza non rispettata dal Cassi: «“appena credevo a me stesso leg-
gendo quella [sottintendi: traduzione] del Cassi, in vedere tanti pezzi lunghi lasciati fuori, tanti introdotti
di sua invenzione, tanti mutati di luogo. Un traduttore non dee mutare, neanche sotto pretesto di cor-
reggere: la traduzione deve essere un ritratto”» (cfr. Lettere di Pietro Giordani a Lazzaro Papi, lucca, 1851,
p. 116). nell’annotazione autografa timpanaro aggiunge appunto, sul concetto di equivalenza fra «tra-
duzione» e «ritratto», il Giordani di X, 229, riguardo a seneca.
4
il passo di riferimento è incentrato su un Giordani quale ottimo ed efficace interprete dello spirito
della Pharsalia e di lucano stesso come figura di poeta. lucano, è per Giordani, modello di un ideale
libertario e antitirannico, da additarsi alla gioventù: «Poeta non d’inezie o di favole, ma di gran fatti; e
tanto altamente magnanimo, che fu solo a prendersi per subbietto una causa infelicemente giusta.
Poeta unicamente degno che da lui la generosa gioventù impari la vera gloria; intenda come la grandezza
e il pregio degli umani fatti non si estima (qual fa sempre ogni volgo) dagli eventi: apprenda ad onorare
ed amare non solamente la virtù, ma le sventure della virtù; detestare e disprezzare non solamente il
delitto, ma le prosperità del delitto […]. Così mi parve veramente sacro, e da antimettersi ad ogni
altro, il poema che prese per materia non la fondazione o la conquista di un regno, non una curiosa o
avara navigazione, non gl’iddii di un popolo o di un tempio; ma i funerali della libertà, universalmen-
te ed eternalmente divina; la quale se pur potesse venir cacciata in esilio dal mondo, non potrebbe per-
dere sue cagioni di regnarvi» (p. 64).
5
Cfr. p. 65: «ma a differenza dell’alfieri e del Foscolo dell’Ortis e del Leopardi del Bruto minore, che
condividono la disperazione lucanèa anche per quel che riguarda la loro epoca, il Giordani legge la Phar-
salia con spirito “risorgimentale” […]».
6
Ernesto masi, citato a p. 91, n. 19, e a p. 98, n. 29.
7
«[…] congetture praticamente sicure (più sicure certamente di quelle tramandate dai codici) se ne
possono citare a centinaia nel campo della filologia classica: tutt’altro che gioco d’azzardo. Pochissimi
testi greci e latini classici (forse soltanto omero e Virgilio) possono essere ristabiliti per via di sola recen-
sio, facendo a meno delle congetture. né, a sostegno dell’anticongetturalismo del Foscolo, va citata una
frase di Paul maas […], poiché il maas ebbe, se mai, t r o p p a fiducia nella critica congetturale» (p. 119).
l’osservazione si inserisce nella ratio intensamente critica che sostiene il discorso saggistico timpana-
riano nei confronti della filologia foscoliana, e, qui in particolare, nei confronti dell’anticongetturalismo
d’un Foscolo che più volte ha, in tal senso, mostrato una non eccessiva coerenza.
8
la sottolineatura del nome di Giambullari è spiegata dal contesto del passo, nel quale timpanaro
analizza la presenza del canone linguistico trecentesco del Cesari in Giordani, rilevandone, nella fase stu-
diata in quelle pagine, alcuni elementi comuni (poi, com’è noto, destinati a profonda evoluzione),
quali l’ammirazione per la freschezza nativa del dettato dei trecentisti e insieme il rimpianto per l’ine-
vitabile irrecuperabilità storica del loro modello espressivo. in tal senso (beninteso, solo in chiave di alli-
neamento elencativo) il Cavalca e lo stesso Giambullari si trovano vicini nella lettera del 30 gennaio 1818

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ad alessandro Calciati; a proposito del Giambullari, l’autore ricorda che «quest’ultimo, come risulta
anche da molti altri passi, era uno dei rari cinquecentisti che il Giordani non considerasse troppo arti-
ficiosi e latineggianti» (p. 176, n. 43).
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il passo si sofferma sulla considerazione di Cicerone come rètore da parte d’un Giordani che pur ne
riconosce «la maestria nello scrivere»; ma l’oratore appare «troppo incline a sacrificare le idee alla bella
forma: meglio le lettere, dunque, che le orazioni»; e nella stessa n. 69 vi è la citazione delle Opere di Gior-
dani (Vii, 165 sgg., con un paragone Cicerone-Vincenzo monti destinato a lunga fortuna) e di una lettera
al montani meritoriamente pubblicata da alessandro d’ancona, e ripubblicata da Piero treves in Lo studio
dell’antichità classica nell’Ottocento, pp. 435 sgg. Queste citazioni vengono integrate, e soprattutto parzial-
mente rettificate, da Xi, 21, citato appunto nell’annotazione autografa: «l’abbondanza elegante di Cicero-
ne […]». si rammenti la rivalutazione che timpanaro verrà compiendo della figura di Cicerone, del suo
“illuminismo da intellettuale antico”, del suo disincantato e non inefficace laicismo, sia nel saggio su Epicuro,
Lucrezio e Leopardi, sia, e ancor più dispiegatamente e con ottica ancor più mirata, nell’edizione garzantiana
del 1988 del De divinatione (ma anche l’Epicuro, quanto alla sua prima pubblicazione, è del 1988).
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l’indicazione rinforza la ratio concettuale del brano cui si riferisce; in una lettera a un ignoto del
1839 (Lettere scelte inedite o rare, pubbl. e annot. da E. Costa, Parma, 1886, pp. 71 sgg.), Giordani
distingue tra lingua e stile, attribuendo al secondo termine una priorità qualitativa legata all’origine inte-
riore e agli interni contenuti da esprimere; lo stile può fruire solo di formazione interiore, e le letture
degli autori possono in tal senso fornire solo un aiuto. ma almeno deve trattarsi di autori grandi: i greci,
i latini, e, fra i moderni, principalmente leopardi: «a me pare che neppure l’antica Grecia abbia niente
di più bello e perfetto. Quando ella rimarrà stupita di leopardi, allora creda di aver fatto qualche pro-
fitto» (Aspetti e figure, p. 191). E, nella nota 71 (ibid.), timpanaro dice: «l’ultima frase, come spiega sùbi-
to dopo il Giordani stesso, è una parafrasi di ciò che Quintiliano (Inst. or., X, 11, 112) dice a proposito di
Cicerone». Giordani indica dunque leopardi come Quintiliano aveva indicato Cicerone quale meta e
modello di stile e di espressione. Cfr. anche l’annotazione successiva.
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si cfr., appunto, la nostra precedente nota 10. tale “sistema” a quattro componenti, Cicerone-
Quintiliano e leopardi-Giordani, ribadisce la progressiva “crescita” della figura di Cicerone nel pensiero
di timpanaro, e, insieme, ribadisce nello studioso e nel saggista la presenza e la costante funzione di leo-
pardi, anche quando il Recanatese non è direttamente nominato.
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nella n. 99 timpanaro affronta il complesso e in parte contraddittorio rapporto di Giordani con
la prosa del gesuita Pallavicino, felice sul piano dello stile, ma espressione di un’ideologia per definizio-
ne avversa a quella del Piacentino. sul piano dei contenuti Giordani propende sicuramente per la visio-
ne offerta dal sarpi. Per “salvare”, come dice l’autore, il Pallavicino, titolare d’una scrittura seducente, a
livello storiografico, sul concilio di trento, Giordani cercherà più volte e in più modi di rilevare ed evi-
denziare contraddizioni e addirittura ostilità all’interno del fronte gesuitico stesso. Così in X, 409 e 414
parla delle calunnie e delle ostilità dei gesuiti verso di lui.
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Cfr. la nostra precedente nota. a p. 211, n. 99, timpanaro ricorda «una frase antigesuitica del
gesuita Bartoli: Xi, 118». nell’annotazione autografa la frase è compiutamente citata. Ed è un segno chia-
ro che il saggio, nell’intenzione di timpanaro, avrebbe dovuto fruire d’una nuova edizione.
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destinatario della raccomandazione è l’ambrosoli, al quale Giordani avrebbe voluto fosse affidata
la traduzione dell’Art d’écrire del Condillac, da lui tanto ammirato, e punto di riferimento della cultura
parmense all’epoca della giovanile formazione del Giordani. le raccomandazioni voltairiane si accom-
pagnano ad altre indicazioni, sempre riguardanti il settecento: «intanto il Giordani stesso rimprovera
all’alfieri la satira contro Voltaire (XiV, 141); esclama, ancora a proposito di Voltaire, “vedrai che zucche
son quelle che non lo voglion filosofo” (Vii, 160); raccomanda per l’apprendimento dell’arte di scrivere
non qualche trattato d’un cinquecentista o d’un purista dell’ottocento, ma (lui così ostile al francesismo!)
l’Art d’écrire di Condillac e gli articoli di la Beauzée e di du marsais nell’Encyclopédie; ricorda il Bec-
caria con ammirazione come riformatore giuridico ed etico-sociale, ma non per le Ricerche intorno alla
natura dello stile, che pure partecipavano del medesimo clima sensistico di quegli autori francesi da lui
ammirati; coinvolge in un’unica accusa di scriver male sia l’alfieri, sia gli illuministi dall’alfieri così diver-
si per orientamento mentale e per lo stile stesso» (pp. 215-216).
15
Cfr. infatti GioRGio PasQUali, Scritti filologici, 2 voll., a cura di FRitz BoRnmann, Gio-
Vanni PasCUCCi, sEBastiano timPanaRo, intr. di a. la PEnna, Firenze, olschki, 1986, ii,
pp. 777-778, scritto in cui l’amore di Paolo Emilio Pavolini per le letterature popolari viene fatto risali-
re, nella sua radice universitaria, al magistero di Emilio teza.

iii. postille ed annotazioni autografe di timpanaro 


IV. Il «Leopardi» di Pietro Citati

in un’intervista di molti anni fa, mario luzi indicava nella prosa di Cesare Garboli
e in quella di Pietro Citati gli esempi più proponibili, in italia, di quella che è defini-
ta «scrittura saggistica»; nella stessa misura, benché applicata a esperienza critica
diversissima, vale la messa a punto di mario lavagetto sulla figura di studioso rap-
presentata da Giacomo debenedetti (si veda l’introduzione ai Saggi critici. terza
serie, marsilio 1994), alla sua libera e insieme rigorosa dottrina di avvicinamento ai
testi: una linea di saggistica perspicace, interdisciplinare, e non accademica nella
sua curva di destino. l’ennesima fatica di Citati1 non sembra sfuggire a questa pur
dinamica, e certo lusinghiera, definizione; la libertà di ricerca e d’escussione delle fonti
si traduce – è sigillo critico di Citati – in un ritmo scrittorio segnato da cadenze sti-
listiche internamente mimetiche di determinati caratteri espressivi del biografato (si
tratta d’un mimetismo non negato dallo stesso saggista) e la costruzione dei capitoli si
apre ad intere pagine d’illustrazione, o di narrazione, dei tratti psicologici, degli stili di
vita, del contesto umano, e naturalmente delle letture via via documentabili o indo-
vinabili in leopardi; tali pagine spesso precedono la vera e propria trattazione del
focus oggettivo del capitolo, o la accompagnano significativamente, sebbene un
opportuno spazio tipografico le mantenga quasi sempre distinte dalla diretta rassegna
ricognitiva sull’argomento stesso. Più che biografia, un’affabulazione scrittoria, quel-
la di Citati (si pensi, fra i tanti volumi dello scrittore, al Tolstoj), che procede tra
fondamentale adesione al tracciato cronologico dell’autore studiato e il “taglio”, appun-
to, di monografia-saggio, concepita e attuata – in una difficile esplorazione, in un’in-
sidiosa e laboriosa immersione nel mondo leopardiano – sfruttando lo spazio di
resoconto riguardo a fonti, classiche o non classiche, che non sempre sono state
prese in sufficiente considerazione nella storia critica del Recanatese. se si volessero
sinteticamente anticipare alcune delle proposte critiche della monografia, si dovreb-
bero indicare l’individuazione delle malattie determinanti per la storia, non solo
personale, di leopardi (il morbo di Pott, o tubercolosi ossea, la patologia metamorfica
che tormenta il poeta per quasi tutta l’esistenza – non si tratterebbe dunque del
rachitismo prodotto dallo «studio matto e disperatissimo» con la conseguente auto-
colpevolizzazione di Giacomo –; una forma di psicosi maniaco-depressiva che, a
dire di Citati, si segnalerebbe già da alcune lettere al Giordani, del 30 aprile, dell’8 ago-
sto, del 26 settembre e del 21 novembre 1817), la presenza, ora più ora meno esplici-
ta, di fondali di cultura che permangono in varie “epoche” della vita dell’autore
(Rousseau, innanzi tutto, e non quello “politico”, nel contesto d’un primo ottocento


che ne adora le rêveries e le espressioni d’amore ideale; i miti della luna e del magnus
annus nell’antichità classica; il pesarese Rossini, amato dalla famiglia leopardi), aper-
ture critiche sugli spazi di città importanti per il contino di Recanati (gli esempi
concernono Roma, Pisa, napoli, con richiamo al rapporto contraddittorio che unisce
leopardi a ciascuno di questi “luoghi”), gli elementi nuovi che possono scaturire dalle
letture di opere leopardiane (da alcuni Canti, dalle Memorie del primo amore, dallo
Zibaldone, da alcune Operette morali). ma valga dire che è tutta l’opera, tutta l’affa-
bulazione di Citati a costituire un testo segnato dalla personale e talvolta originale
fruizione della figura umana e letteraria di leopardi; un testo cui sarebbe fuor di
luogo chiedere un protocollo d’impostazione storico-scientifica (pregi e difetti annes-
si) che programmaticamente esula dalla strategia ricostruttiva e interpretativa del sag-
gista. altrimenti, come si giustificherebbe l’assenza (pur potendosene indovinare i
richiami) della Quiete, del Sabato, del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia
(eccettuato un passaggio – pp. 118-120 – sulla tematica della «luna»), dei Paralipo-
meni in una biografia umana e intellettuale di leopardi? assenza che è frutto di
scelta e di consapevolezza finché lo si desidera, ma è un’assenza, anche ove si consideri
la possibilità d’una campionatura emblematica – non si dice “antologica” – in una
monografia che veicola e sostiene la personale lettura del saggista assumendo i testi
che meglio vi corrispondono e che meglio la rappresentano. Forniamo intanto l’e-
lenco dei capitoli: i. Monaldo e Adelaide Leopardi; ii. L’infanzia e l’adolescenza; iii. La
mente di Leopardi; iV. Le lettere a Pietro Giordani; V. La fuga; Vi. La luna e il sole; Vii.
L’amore; Viii. Il «Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica»; iX. Lo «Zibal-
done»; X. La Natura, la Ragione, la Felicità; Xi. L’infinito; Xii. Le «Canzoni»; Xiii. Un
viaggio a Roma; XiV. Le «Operette morali»; XV. Bologna ed Epitteto; XVi. Paolina e il
teatro d’opera; XVii. Da Firenze a Pisa; XViii. Recanati e Firenze; XiX. L’albero dei
ricordi; XX. Il risorgimento, A Silvia, Il passero solitario; XXi. Le ricordanze; XXii. Il
pensiero dominante; XXiii. Napoli.
appare quindi opportuno, per il fruitore del Leopardi di Citati, condurre a sua
volta una lettura calibrata proprio sulla consapevolezza di tale cifra d’affabulazione
saggistica, non scientifica, appunto, e d’affabulazione interpretativa nel senso sog-
gettivo-ermeneutico, non storico-filologico; una lettura scandita da lampi e illumi-
nazioni critiche che indubbiamente sono propri di Citati, in una cifra compositiva e
scrittoria peculiarmente orientata a restituire un’immagine “possibile” di leopardi,
quasi a caglio d’una linea di visione del poeta a forte angolazione individuale, con
alcune finestre critiche sui personaggi che lo accompagnano, nella loro manifesta
inferiorità: tali, con caratteri fra loro opposti, i genitori; tali, in buona fede, i fratelli;
tale lo zio antici; tali alcuni amici e alcune figure femminili conosciute, o amate da
Giacomo. s’intende: il protagonista non si trova “da solo”, nel testo di Citati, e le
possibilità di ricostruire il contesto umano (assai meno quello culturale) che lo cir-
conda vi sono pur sempre, e sono condotte con quel signorile brio rappresentativo e
con quel piglio d’ariosa eleganza scrittoria che è abituale nel saggista. ma tutto sembra
convergere sul binario dello spicco individuale, dell’opportunità di far svettare soli-
tariamente la straordinaria genialità di Giacomo: parola di miele per i leopardisti

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


(compreso, se possibile, chi qui scrive), sempre che si tenga nel debito conto quanto
da vari anni si è sinora fatto per ricostruire intorno a Giacomo gli elementi del quadro
umano e culturale che lo ha racchiuso e che lo ha avvolto, che lo ha misconosciuto e
che lo ha frainteso, che lo ha criticato e che isolandolo lo ha abbandonato, ma che, si
dirà banalmente, lo ha anche prodotto, determinandone, pure con macroscopici
errori – volontari e involontari –, la presenza umana e civile nel mondo: le indagini e
gli studi su monaldo, su adelaide e su Carlo antici, gli approfondimenti sullo stesso
Giordani, pur effettuati nella coscienza della “minorità” psicologica e culturale, e
spesso della netta differenza ideologica che separa tali figure da quella di Giacomo,
hanno cercato di far capire meglio le coordinate di partenza dell’autore, di chiarire lo
stesso sfondo ambientale di mediocrità di cultura a risalto contrappositivo della
figura che si staglia polemicamente nella sua grandezza reale; ma l’ambiente va stu-
diato e capito, anche se con distacco critico; diversamente, non si focalizzerebbe a suf-
ficienza la problematicità della figura di monaldo, “carceriere amoroso”, e quindi
più che mai carceriere, del sistema figlio-biblioteca, ma anche figura vivace e non
arida sul piano della penna, tanto da essere stato appunto studiato e da far desidera-
re prosecuzione e compiutezza in tali studi; un monaldo «monarca delle indie»,
secondo i termini di manganelli, ma forse non oberabile, come del resto Giacomo, del
peso di plumbee responsabilità rappresentative di tragedie che hanno e più ancora
avranno altre radici, e altre, più potenti cause, non certo solo recanatesi; non si foca-
lizzerebbe neppure la figura dello zio, cui viene riconosciuta buona e apprezzabile cul-
tura moderna, ma al quale si riserva, immancabilmente, sospetta ossessione concet-
tuale e scrittoria o tic stilistico, un lessico al limite della contumelia (un indice dei
nomi, qui purtroppo mancante, a differenza di quanto avviene ad esempio nella bio-
grafia di damiani, chiarirebbe una sorta d’impostazione-software d’accoppiamento
senza eccezioni, al nome di antici, d’un aggettivo che sembra volutamente denigra-
torio), a protratta ostensione di sentimento d’antipatia, che rientra, per buona sorte e
senza necessità del beneplacito d’alcuno, nell’opzione di libertà critica d’ogni penna.
Viene in mente, a questo proposito, un rilievo sulla prosa di aldo Palazzeschi che ci è
capitato di formulare in passato: il cumulo aggettivale, l’iterazione delle occorrenze in
una certa sfera semantica, in contiguità come a distanza, non è certo in sé persuasivo
della veridicità di quanto affermato; spesso la frequenza statistica del lessico deni-
gratorio (e qui ci riferiamo al saggista), o del lessico marcato da martellante insistenza
ironico-demolitoria, è anzi rivelatrice d’una concettualità non persuasa, o addirittu-
ra omileticamente autopersuasiva: fenomeno interessante, anche questo, in un libro
interessante. Certo, l’insistenza negativa su antici, ovvero sull’unico personaggio di
quel breve perimetro recanatese di palazzi aristocratici che avesse coordinate di
autentica cultura internazionale e di autentiche frequentazioni internazionali di altis-
simo livello, da napoleone Bonaparte ai Papi ai monarchi di Baviera, e a moltissimi
altri personaggi ancora, può sottolineare l’appartenenza del marchese alla Restaura-
zione (con alcune consistenti premesse culturali non situate nel reazionarismo), ma
costituisce anche, da parte del biografo, una resezione, a forte scapito oggettivo del let-
tore, del solo, reale aggancio familiare dei leopardi al mondo extra-marchigiano ed

iv. il leopardi di pietro citati 


extra-papalino; tale figura costringerebbe, insomma, a articolare e a rendere più
complesso il quadro di provincialità opprimente e bigotta delle basi familiari di Gia-
como, un quadro che negli ultimi anni è invece apparso opportuno approfondire; pro-
vincialità e bigottismo rappresentano, beninteso, un dato assolutamente reale, ma
scontato quanto lo è la citazione del materialismo di leopardi (in questo caso invece
si accanisce la vis ironico-polemica dell’autore, con una pervicace serie di distin-
guo). del resto, lo stesso Citati riconosce che alcune delle iniziative, o proposte, volte
ad aprire gli orizzonti di Giacomo come persona e come letterato, derivano da anti-
ci, come è noto (p. 26):

il cognato Carlo antici avrebbe voluto trasferirlo a macerata o tanto meglio a Roma,
dove poteva abitare nel palazzo antici-mattei e sfiorare la chiesa del Gesù e Piazza
navona e san Pietro, vivendo all’ombra del Vaticano. ma monaldo non voleva. anda-
re a Roma era un peccato, una violenza alla natura; e Giacomo avrebbe corso il
rischio di guastarsi, di traviarsi e il suo spirito di morire.

nello stesso modo, alle pp. 223-224, a proposito del soggiorno romano proprio nella
casa degli antici (criticata dal nipote nelle pronunce epistolari), il saggista riconosce,
senza quasi nominare il cognome dei marchesi e men che mai citare lo zio Carlo, che

a Roma leopardi lesse molto. numerosissimi dialoghi di Platone (un editore desi-
derava che egli li traducesse), luciano, Cicerone, Epitteto, Atala e René di Chateau-
briand, Il Cortegiano del Castiglione, Calderón, una vita di Rousseau, libanio, Paul et
Virginie di Bernardin de saint-Pierre, una parte dei Moralia di Plutarco, Byron in
francese, l’Iliade nella traduzione del monti, la versione dell’Asino d’oro del Firen-
zuola. Come sempre, la sua curiosità era insaziabile. trovò in casa antici il Voyage du
jeune Anacharsis en Grèce dans le milieu du quatrième siècle avant l’ère vulgaire di
Jean-Jacques Barthélemy, che aveva già letto in parte a Recanati. ne trasse notizie sul-
l’antichità classica; e sullo Zibaldone trascrisse alcune famose massime del pessimismo
antico, che fino allora aveva soltanto sfiorato.

ancora, si ricorda che nel gennaio ’23, insieme agli antici, Giacomo poté assistere al
teatro argentina a La donna del lago dell’amatissimo Rossini, e si ricorda, ovvia-
mente, la famosa visita al sepolcro del tasso. insomma, come si scrive (p. 225) in fine
di capitolo, «le lettere di leopardi da Roma non sono sempre veritiere: la malinconia,
che le avvolge, è più folta di quella che lo opprimeva mentre leggeva o passeggiava per
le strade della città. Era stato fuori di casa: si era mosso e distratto: aveva conosciuto
persone intelligenti, colte, divertenti, che lo amavano e lo stimavano; e la sua scrittu-
ra era diventata più lieta. il 3 maggio 1823 non tornò volentieri a Recanati, il suo
“sepolcro”, la sua “isola di Pasqua”. la salute peggiorò»; e lo Zibaldone, da lì a sette
mesi, conobbe l’incremento di milletrecentodiciannove pagine. il soggiorno a Roma,
anche visto in controluce recanatese, ha avuto comunque molti effetti positivi. E,
senza volervi a tutti i costi vedere meriti, se non “oggettivi”, dello zio antici, promo-
tore pur con i suoi difetti della prima uscita di leopardi nel mondo, non si può non

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


riconoscere che molti dei contatti, umani e propriamente culturali, che Giacomo ha
avuto a Roma provengono da ambienti cui apparteneva o che frequentava lo zio
Carlo; la biblioteca del marchese ha a sua volta un merito non indifferente riguardo a
quel Voyage la cui importanza in leopardi, esattamente riguardo alla riflessione sul
pessimismo antico, è stata assai bene messa in luce negli studi di sebastiano timpa-
naro. inoltre, se furono «numerosissimi» i «dialoghi di Platone» effettivamente letti,
e se l’importanza che anche nel tempo rivestì lo stesso Platone è un dato sul quale più
volte insiste lo stesso Citati, sarebbe stato questo uno dei punti salienti da focalizzare,
a contributo sulle varie fasi di nascita del platonismo leopardiano. Una parentesi
«(un editore desiderava che egli li traducesse)» liquida l’intera vicenda della trattati-
va con de Romanis, l’editore appunto che nella sede importante della capitale ponti-
ficia doveva accogliere la traduzione dell’Omnia platonica; nessuno in questa sede
desidera “i particolari” della trattativa, ma la parte avuta, non solo in fase propositiva,
da Carlo antici, non va così totalmente tacitata e azzerata, come invece avviene nel
testo di Citati, visti anche gli sviluppi dello stesso pensiero di Giacomo riguardo alla
filosofia e all’estetica, all’arte e allo stile di Platone, vista la presenza complessa dello
stesso Platone di lì a poco nelle Operette, e visto il significato della finale rinuncia a
compiere quell’Omnia2.
la biografia stessa che di antici ha scritto il gesuita padre antonio angelini è
certo un assoluto capolavoro nel genere comico, ma questa comica scrittura agio-
grafica non si deve riverberare minimamente sul personaggio di antici, a meno di un
trasferimento di codici da biografo a biografato, operazione che sarebbe ancora più
comica; tale comica autobiografia è esattamente quella che segue, e come fedelmente
nei fatti (tranne nella notizia della laurea di antici: il marchese non giunse alla laurea,
ma è un dettaglio), Citati, in tutta la sua architravatura di scansioni cronologiche e di
resoconto di eventi; e fa bene, Citati, perché si tratta dell’unica biografia disponibile.
E, data la facilità, persino eccessiva, di trarne il succo biografico al netto dell’agio-
grafia, quell’ombra retrospettiva di don angelini, che forse si cerca di far allungare sul
marchese germanista, fin dalla sede di presentazione del personaggio da parte di
Citati, appare porsi in linea con l’operazione-antipatia a tutti i costi che prima è stata
rilevata, con ampia e immancabile possibilità di prova testuale. l’importante – a
scanso della diffusione di immagini stereotipate (l’“odioso zio”, “lo zio terribile”, o altri
concetti di pronta e immotivata degustazione, e magari di successo enorme, diretta-
mente proporzionale alla loro vacuità critica) – è che presso i lettori risulti perspicua
l’angolazione, in questo caso dichiaratamente soggettiva e personalissima, del saggi-
sta propenso a nominare il marchese, quindi ad averlo presente, ma a segretarne
alcuni importanti meriti “tecnici” sul piano delle letture suggerite, e fatte sviluppare,
in Giacomo; e non solo letture antichistiche, di autori greci, ma anche letture con-
temporanee, indicazioni di autori francesi, di cattolici della Restaurazione: Chateau-
briand, de maistre, de Bonald, il primo lamennais, ed altri; nomi non da poco, pro-
feriti anche in lettere-monito discutibili, ma una sezione importante del romanticismo
europeo coevo primoottocentesco, sul versante conservatore, appunto non byronia-
no: la prima immagine, si potrebbe dire, che ogni studioso si fa della Restaurazione e

iv. il leopardi di pietro citati 


del romanticismo, ed è un’immagine concettualmente fondamentale della reazione
antiilluministica, ma anche anticlassicista. il rapporto zio-nipote è ricco di interesse
proprio in quanto essi appartengono, ciascuno, s’intende, al proprio livello, a due
diverse, e talvolta opposte sfere di pensiero e di ideologia: l’incrocio “tecnico” tra il
marchese Carlo e il contino Giacomo registra la competenza da parte di uno zio intel-
ligente, pur se non geniale, nei consigli che egli rivolge a leopardi prospettandogli
un’attiva collaborazione nel quadro del milieu culturale, pubblicistico, librario roma-
no: consigli in buona parte disattesi, ma visibili, come influenza contestuale, in chia-
ve di criptata risposta polemica, di arpeggio chiaroscurale delle concezioni, in alcune
Operette morali, nei passaggi di più rimarcato antiprovvidenzialismo. Confessiamo di
non sapere l’effetto che può produrre presso un medio lettore italiano, di solito abba-
stanza conformista nei riguardi dei testi vulgati, tale, insistita caratterizzazione nega-
tiva, tale ammicco seduttivo – verso lo stesso lettore – a un’automatica e immediata
’ngiuria, direbbe Verga, a una quasi divertita complicità saggista-utenza nel ricono-
scimento identificativo del ritornello contumelioso. Certo, quale che sia il successo di
tale caratterizzazione dello zio Carlo antici nel suo rapporto con leopardi, rimane l’e-
sigenza di tenere presente, invece, l’importanza di una figura che3, tramite la cono-
scenza di prima mano (è solo esempio), in originale tedesco, dei testi del dottissimo
Johann michael sailer (docente universitario ad ingolstadt e a dillingen, e vescovo di
Ratisbona), non è affatto ignara delle linee portanti del romanticismo bavarese all’e-
poca di ludwig i, e, insieme, si mostra competente, oltre che sui ricordati, grandi cat-
tolici francesi, anche come parziale traduttore, e non indegno esegeta, in tre edizioni,
dello stolberg della Vita e dottrina di Gesù Cristo, della sua figura di luterano con-
vertito con grande eco in Europa al cattolicesimo, della sua statura di commentatore
dell’intero corpus scritturale, pronto a immettere nella propria esegesi cattolica i frut-
ti tecnici e le consuetudini di metodo della più smaliziata esegesi, soprattutto vetero-
testamentaria, protestante. non banale, lo si ricordi, l’ammirazione di antici per
Pietro Giordani e per I promessi sposi alla loro uscita nel 1827. la complessità della
figura di antici può risultare anche dal ricchissimo patrimonio dell’omonimo archi-
vio recanatese, in realtà archivio antici-mattei, contenente documenti, carte, mano-
scritti, pergamene, filze, interi faldoni di lettere che tracciano la storia della famiglia
nobile romana non meno che di quella patrizia marchigiana. Per un primo giudizio
su Carlo antici (certo nobile reazionario e filopapalino, però, come si diceva, figura
complessa e non disinvoltamente liquidabile) una reale consultazione di tale archivio
è necessaria. ma occorre pazienza di storico, e in genere di studioso.
Quell’antici (pp. 66-67) «presuntuoso, arrogante, sicuro di sé, insopportabile
ficcanaso, molto più indelicato e indiscreto di monaldo, che non possedette mai un
ego così vasto» – non entriamo in merito, non sentendoci così “sicuri di noi”, e forse
anche indelicati, da sciorinare filze di improperi – era colui che ripetutamente aveva
lavorato per sottrarre Giacomo all’isolamento, ed è ai genitori leopardi che va ascrit-
to il tenace rifiuto in tal senso, per troppo tempo. Concordata con i genitori, come
dice lo stesso Citati, è la lettera del 30 dicembre 1818, altro «capolavoro», non «nel
genere comico», ma «disgustoso capolavoro di eloquenza»; il lessico di Citati, lode-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


volmente restio alle connotazioni sfumate, non oscura la realtà d’un testo che si
allinea alla critica millenaria ai parfaits magiciens (lo riconosce lo stesso autore); ma
tale critica è condotta, pur senza comprensione dei valori del nipote (impresa difficile
per tutti, compresi noi contemporanei, trattandosi di Giacomo), in nome di alcune
personalità (Condillac, la Harpe) di reale spicco, e in nome d’una serie di studi che
erano, come quelli del diritto delle genti, dell’economia pubblica, delle leggi civili, di
fatto fra i più aggiornati a quell’epoca in Europa, e che riecheggiavano gli studi com-
piuti dal marchese ad Heidelberg, in non spregevole sede universitaria. l’esultanza
per il “non ascolto” di tali consigli da parte di leopardi è, a scanso di fraintendimenti,
massima; ma non è detto che tali studi facciano così male; siamo convinti che molti
perfetti poeti non abbiano scansato il contatto, anche oggettivo e mediato da testi,
con la realtà; solo, con loro scelta dei testi, appunto, e dei tempi. di lettere siffatte ve
ne sono molte, e non sappiamo se questa in particolare meriti il titolo di «disgustoso
capolavoro di eloquenza». secondo noi, non si tratta di impiantare giustapposizioni
nipote-zio del tipo di “genialità-disgustosità”, ma dell’ordine genialità-senso pratico
(non diciamo, si badi, «buon senso»); e certo vince la grandezza, ma non in chiave di
eliminazione dell’altro elemento (come avverrebbe nel primo caso), ma in chiave di
almeno parziale capacità d’autonomo assorbimento con personali tempistiche del-
l’altro dato. se tali consigli erano, come in effetti è il loro caso, a dir poco impropo-
nibili, ciò non è dovuto a loro intrinseca pravitas (termine che semmai si addice
all’accordo familiare dietro la lettera), ma al gigantesco destinatario, che con la sua
sola grandezza li scaraventa nella sfera del pragmatismo meschino, nella quale essi
originariamente non erano: è Giacomo il “problema”; è la genialità di Giacomo a ridi-
colizzare suggerimenti, e sia pure studiati con malizia, che ad una ricezione mediocre
potevano anche risultare giovevoli. avere come congiunto un genio (più o meno
“compreso”) della scrittura, e del pensiero, è un problema familiare. Certo, nell’af-
frontarlo, i leopardi e lo zio antici non si sono dimostrati superiori ai loro tempi. E,
d’altra parte, ribaltato il rapporto di grandezze (maggiore-minore), la topica della dis-
suasione dalla creatività letteraria in nome di motivazioni di varia declinazione ispi-
rativa si insinua, senza torcere un pelo al genio, anche, ad esempio, nella famosa let-
tera manzoniana al Coen (si rammenti il capovolto rapporto genio-non genio), e in
parte in quella carducciana a Giuseppe Chiarini, di timbro nettamente svalutativo
dell’ambiente della normale di Pisa, a dissuadere l’amico suo primo dalla condivi-
sione di quel prestigio normalista che doveva rimanere appannaggio di Giosue, a
conferma di amicale primazia. Credo anche che Giacomo fosse troppo grande per
poter essere ferito da siffatta missiva: «nessuna lettera, certo, l’aveva mai così profon-
damente offeso e umiliato» (p. 69). Ci voleva altro per mettere in crisi leopardi a
livello di ragionamenti sulla letteratura; occorreva, anche, stima verso il mittente,
sulla quale abbiamo dei dubbi. in una lettera da Roma al fratello Carlo (22 gennaio
1823), leopardi chiarisce di non essere mai stato troppo impressionato dallo zio: «io
lo lascio ciarlare come ho sempre fatto», e si getta acqua sul fuoco dell’ottimismo di
antici riguardo alle raccomandazioni che egli tenta per Giacomo; nella stessa manie-
ra, un leopardi già ventenne nel ’18 (i vent’anni di Giacomo sono culturalmente qua-

iv. il leopardi di pietro citati 


ranta, per così dire) poteva far scivolare da sé i concetti dello zio; semmai, lo si dica
in sussurro e con sorriso, è lo stesso Giacomo, in un’altra lettera di pochi giorni
dopo (5 febbraio 1823) sempre al fratello, a dissuadere sottilmente Carlo dalla con-
divisione dei favori dello zio antici, un po’ come avverrà fra Carducci e Chiarini:
«Che marini abbia una certa influenza sugli impieghi relativi ai catasti, è vero. Che ne
sia padrone, non è vero, ma sono i soliti sogni e chimere di zio Carlo, come ti scris-
si. io ho con lui una certa amicizia, ma di quelle amicizie fredde che si possono avere
con persone occupate […]»; segue una vaga promessa di associare il fratello ai bene-
fici, se, «forse», si troverà «il […] verso» di rendere affezionato l’indaffarato parente
con poco tempo effettivo a disposizione di un nipote; figurarsi per due. occorreva
realmente altro per impressionare in negativo leopardi: ben altrimenti lo avrebbe
fatto soffrire una critica tecnica, filologico-testuale a un suo lavoro, da parte di Pietro
Giordani.
il rilievo palazzeschiano, poco sopra citato, sui voluti cumuli aggettivali riguarda
Il palio dei buffi 4; non è forse un caso che con un’allusione ad un’opera «buffa», «pre-
feribilmente di Gioachino Rossini», esordisca Citati, riguardo a monaldo, nell’incipit
del libro. Retaggio di tardo settecento anche nei primi anni del successivo secolo, la
figura del padre di leopardi, padre-madre anche per necessità – data la freddezza
affettiva di adelaide (da parte sua vittoriosamente dedita al recupero del patrimonio
della famiglia) –, sinergizza in Citati gli elementi di autorità e di funzione oppressiva
con quelli costituiti dalla vicinanza affettiva, assumendo connotati inseribili nella tra-
dizione antimonaldesca; della necessità di tenere conto, per monaldo in specie, e
insieme per altri personaggi, di una maggiore articolazione valutativa e degli studi che
sono stati condotti sulla famiglia, si è già detto; ma viene da concordare sul fonda-
mentale ruolo oppressivo, svolto dal padre, talvolta anche avvalendosi di quell’ironia,
e di quella singolare mistione di bizzarria e di buon senso – magari tardivo –, che gli
viene riconosciuta pure negli scritti (né si possono dimenticare le capacità autoiro-
niche di monaldo persona e di monaldo scrittore, compreso lo scrittore epistolare).
non viene meno (e qui siamo pienamente d’accordo), insomma, nonostante i tratti
affettivi che emergono nel conte e negli studi che gli sono dedicati, la caratterizzazione
di un padre che ha sì creato, con criteri del tutto suoi, la biblioteca nella quale Gia-
como si è formato e quasi è nato alla vita, e nella quale lo stesso Giacomo ha dappri-
ma identificato l’universo e la cultura, ma che ha pure, tale padre, racchiuso il proprio
figlio, e i suoi straordinari talenti, in una dimensione di avito palazzo progettata per
essere autosufficiente, per evitare al contino il pericoloso contatto con il mondo. la
biblioteca era una sorta di internet culturale dell’epoca, una fornitura di testi e di noti-
zie pronta all’uso entro le mura familiari, e quindi foraggio di domesticità; una dome-
sticità che domina assoluta. né si manca di mettere in luce l’ostilità di monaldo ai più
importanti progetti d’almeno parziale autonomia da parte del figlio, e così l’ostilità alle
prime Canzoni; dati molto conosciuti, ma necessarissimi, e divenuti scontati, se si
vuole, proprio perché “particolarmente veri”. semmai, la connotazione di «protago-
nista» (“personaggio importante”) d’«opera buffa» sembra necessitare almeno d’una
precisazione: le motivazioni “superciliose” iniziali, progettuali, le connotazioni bur-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


bere, i falsi drammi, si sciolgono, si ammorbidiscono, nel “buffo”, sin quasi a sinto-
nizzarlo, rassegnato, con le motivazioni altrui, insomma con un’accettazione della
realtà; in monaldo l’itinerario appare inverso: dall’iniziale condivisione di alcuni
tratti ”buffi”, spadiferi, donchisciotteschi (perciò, a noi sembra, non “servili”, da
«arlecchino» o da «leporello», bensì da padrone, da mestatore autorevole, pur se
improvvido e malaccorto, o comunque destinato a fallire: padroni sono ad esempio
Bartolo e don magnifico), si passa, come in parte riconosce Citati a p. 25, ad una
seriosità più accigliata, più occhiuta, più greve ed opprimente nella guida di molti
“capitoli” dell’amministrazione familiare e dei figli (tranne, s’intende, i capitoli eco-
nomici): è un nuovo modo, ma assai meno “giocoso”, di non accettare la realtà, una
tipologia di rifiuto del reale assai diversa, e più incupita; in verità, una singolare
involuzione per un «buffo», e per di più ex protagonista: si tratta d’un «buffo» tra i
meno divertenti che si conoscano, e fonte di scarsa allegria soprattutto per il contesto
umano che lo circonda, dalla dissipazione giovanile al ruolo “tragico” di padre-
madre-padrone.
Una necessità dimostrativa vi sarebbe, altresì, per la citazione della lettera di
monaldo del 22 luglio 1813 ad antici; la ripresa dal Vangelo di luca (2, 42-50) delle
parole monaldesche «per ora il mio sentimento è ch’egli sia meno dotto, ma sia di suo
padre» può aprirsi a qualsiasi interpretazione, compresa quella costituita dal caratte-
re comune, normale e colloquialmente vulgato di tali parole; ove, poi, fosse dimo-
strabile una reale derivazione dal testo scritturale, apparirebbe arduo ipotizzare un
monaldo fruitore così personalizzato di «nesciebatis quia in his quae Patris mei sunt
oportet me esse?», dato che «in his quae Patris mei sunt» si riferisce esattamente all’in-
dipendenza, all’autonomia, all’affrancamento e addirittura all’alienità, qualitativa e
definitiva, dalla casa e dalla famiglia paterna, indipendenza reclamata e espressa da un
Gesù dodicenne assai sostenuto nella risposta e pronto a divaricare il Padre-Dominus
dal padre-Giuseppe, putativo sì quest’ultimo, ma reale tutore terreno. Certo Gesù,
ancora fanciullo, ritorna subito ὑποτασσόμενος, subditus ai suoi genitori, ma questo
pregresso lampo di distacco dal nido presepiale bethlehem-nazareno è gravido d’an-
ticipazioni d’un futuro che vedrà il Cristo abbandonare, e incitare gli epigoni ad
abbandonare nuclei familiari, ricchezze, abitazioni, realtà d’origine, tetti paterni, fra-
telli da sostituire con i fratelli di fede nel mondo e en pleine air; se monaldo avvalo-
rasse l’idea di trattenere Giacomo-Gesù nella casa paterna, impedirebbe, altrettanto
idealmente, la funzione del Cristo predicante: Cristo, per definizione, se ne deve
andare di casa, non essere imprigionato nel presepe. Piuttosto, il ruolo monaldesco
assomiglierebbe a quello di Giuseppe, a conservazione terrena del nucleo della sacra
Famiglia; e soprattutto a quello della pensosa e presaga maria, questa sì figura inquie-
tante e femminilmente drammatica, cuore di madre fondatamente preoccupato («καὶ
ἡ μήτηρ αὐτοῦ διετήρει πάντα τὰ ῥήματα ἐν τῇ καρδίᾳ αὐτῆς»; «et mater eius con-
servabat omnia verba haec in corde suo», quindi fonte attendibile di un luca che
mette in tal senso “le mani avanti”). Rimane, a questo punto, l’ipotesi d’un monaldo
“realmente” dio e d’un Giacomo “realmente” Gesù, considerando la casa-biblioteca
recanatese come il tempio, e invece il mondo esterno, Roma, san Pietro e la Biblio-

iv. il leopardi di pietro citati 


teca apostolica Vaticana compresi (allora, la più probabile mèta di Giacomo), come
residualità profana e traviante; solo l’interpretazione di «ἐν τοῖς τοῦ πατρός μου»
come tempio, come Casa del Padre, sostenuta da Citati sulla scorta di una parte
della tradizione (i padri greci, soprattutto), può legittimare la trinitérité, direbbe de
Bonald, padre-figlio-biblioteca come dio-Gesù-tempio; ma lo stesso monaldo nella
sua pronuncia epistolare recita «che sia di suo padre», e Citati lo riprende con l’evan-
gelico «Ciò che è del padre mio», espressione che non allude, e men che mai automa-
ticamente, alla Casa-tempio, al luogo «dell’istruzione religiosa», ma rappresenta “le
cose”, “gli interessi”, “l’ispirazione e l’orizzonte di pensiero” che sostengono e che più
ancora sosterranno l’opera del Figlio incarnato di dio. Un’interpretazione qual è
quella della «Casa» non spiegherebbe l’inintelligenza, la non comprensione, da parte
dei genitori, del ῥῆμα, del verbum loro rivolto, perché in quel caso, all’opposto di quel-
lo che accade nel testo, essi capirebbero bene che non potrebbe trattarsi altro che del
tempio, del tempio-Domus come luogo, quasi come edificio. È il concetto astratto e
più generale dell’“àmbito” divino, del più alto ordine di pensieri, della prima prova di
Gesù come Cristo che i genitori non possono comprendere; forse le parole evangeli-
che sono risuonate, in modo decontestualizzato, in monaldo, nella correntezza della
scrittura epistolare: ma anche se così fosse, a parer nostro, vi sarebbe comunque un
transito, riguardo al concetto d’appartenenza al padre, dalla sfera divina, propria del
Padre vero e celeste dei credenti, a quella – cui secondo noi monaldo allude – più
modestamente umana del padre vicino, “tridimensionale” e presepiale e spazialmen-
te percepibile, alla sfera d’un padre, appunto, affettuoso ancorché oppressivo (e
beninteso viceversa), che desidera trattenere, ancora in quell’epoca, “il figliuolo delle
grandi soddisfazioni” – ma “fusto debole” per il mondo – nella propria casa, grande o
piccola che sia, nel proprio austero e controllabile, e quindi concreto e terreno presepe
di famiglia.
si venga alla scrittura propriamente biografica di Citati su Giacomo (è ovvio
che non ci sostituiremo al lettore – al quale va senz’altro affidato questo volume – in
una sequenziale lettura descrittiva); vi è già un elemento significativo a p. 20; «Quan-
do fu colpito dalla malattia, cominciò a identificarsi con achille», dopo l’infantile scel-
ta antitirannica, nei giochi con i fratelli, dei ruoli di Ettore e di Pompeo; achille è il
fiore della gioventù destinato a mantenere la sua purezza con la precoce morte, in ter-
mini che possono richiamare Hölderlin; e d’altronde la malattia diventa in Giacomo,
per Citati, sistema, riferimento fisso, quadro d’oppressione che attanaglia il patolo-
gizzato sfidandolo, in mancanza di diagnosi, prima ancora che di cure mediche effi-
caci, a diventare «maestro» nell’arte del sopportare e dell’intuire vari rimedi autote-
rapeutici: dalla citata forma tubercolotica, intuita per primo dal Pascoli (ma le fonti
sulle malattie di leopardi sono indicate nelle note finali – p. 418 – in due pubblica-
zioni del 1938, di arturo Castiglioni e di silvestro Baglioni, l’una sansoniana e l’altra
dei Rendiconti dell’Istituto marchigiano di scienze, lettere ed arti, e in un volume di
Renato di Ferdinando, Cappelli, 1987), alla forma di depressione psicotica, per la
quale Citati (pp. 35-36) nomina le lettere del ’17 a Giordani, sopra accennate; l’unica
voce è in tal senso quella dello stesso saggista, che richiama l’«ostinata nera orrenda

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


barbara malinconia che mi lima e mi divora», e altresì verbi come «crucia» e «marti-
rizza», o ancora «lima» e «divora», che rinvierebbero ad un pensiero costante, capace
di dominare per intero, fissamente, senza mai abbandonarlo, l’infelice poeta. Citati
dice, e ha ragione, che «pochissimi analisti» hanno saputo esprimere in tali, quasi fisi-
ci termini, la malinconia; ma una tale convinta sicurezza sulla diagnosi di depressio-
ne psicotica crediamo meriti altre pezze d’appoggio, soprattutto di carattere pecu-
liarmente medico-scientifico. Questo rilievo non toglie alcun valore alle successive
pagine di Citati, nel capitolo iii, La mente di Leopardi, in cui è delineato il passaggio
dallo stato di infelicità allo stato di pietrificazione, d’indifferenza, di atonia raggiunto
dal poeta ed evocato in passi quali 2107-2108 e 958-959 dello Zibaldone; e sono
altrettanto buone e proponibili le osservazioni di Citati, a p. 43, sull’identità di noia e
di nulla, più volte trattate da leopardi, di cui si citano, in particolare, i versi 73-75
della canzone Ad Angelo Mai; ancora, torna il nome del Rousseau de Le Rêveries du
promeneur solitaire, in un passo famoso (Gallimard, 1959, i, p. 939) sulla percezione
da parte dell’io narrante della propria estraneità al mondo, sulla propria condizione di
“straniero”: «leopardi» – scrive Citati – «avrebbe potuto ripetere queste righe, paro-
la per parola, lettera per lettera: salvo che lui era sia il pianeta originario, sia il piane-
ta straniero»; Rousseau si conferma, anche nelle righe successive, un autore decisivo
per il leopardi di Citati: «letteralmente lo divora e non ci si rende conto dell’in-
fluenza che esercita su leopardi» (si parla sempre del promeneur, non del Contrat o
dell’Émile), secondo un’intervista del settembre del 2010. Più che lo Zibaldone, nel
quale Rousseau non è nel complesso presenza preponderante, più che la fase di zelo
puristico estate ’16-primi mesi ’17, più che il concetto di verginità della natura insi-
diato dal tarlo artificioso della civiltà razionalistica, e più ancora delle idee democra-
tiche dello stesso Rousseau, appare essere il leopardi “lettore diretto” delle promena-
des, delle Rêveries a sanzionare tale passione divorante per l’autore ginevrino; e la
possibilità dimostrativa, più che assertiva, di questa affinità di sensiblerie interioriz-
zante e di sollecitazione spesso animata da scenari paesaggistici, è una possibilità
aperta, ma che ancora in gran parte rimane da scrivere, se è vero che «non ci si
rende conto», nella tradizione critica, di tale influsso. E la dimostrazione dovrà ine-
vitabilmente passare fasi di diretto raffronto testuale tra i due autori, a conferma di
questa “letterale” tendenza fagocitante del Jean-Jacques promeneur da parte di Gia-
como: diretta e ravvicinata comparazione come unico metodo per rendere fondata la
convinzione critica del saggista, che pure offre nella sua costruzione affabulatoria
della vita di Giacomo alcuni specimina di richiami rousseauiani che qui consideriamo
preliminari all’eventuale lavoro che potrebbe attendere gli studiosi.
in sintesi, si ricordino gli accenni di p. 45 sul destino che aveva molti nomi
(«dio, gli dèi, il fato, la fortuna, la natura») come indicazione di entità ostili, con-
trappositive alla felicità del poeta e al suo inserimento nel mondo: l’allineamento
quasi seriale dei nomi dovrebbe in realtà aprirsi a una notevole articolazione, chia-
rendo, sulla base di quello che sarà il «secondo concetto di natura» in leopardi, il pas-
saggio a una sfera semantica in cui la menzione delle o della divinità sarà solo una
necessità lirico-poetica, e in cui prevarrà filosoficamente la sola natura, ma ormai

iv. il leopardi di pietro citati 


intesa come cieco meccanismo di produzione e distruzione, non volto al bene, e, que-
sto è ancora più significativo e drammatico, neanche al male, ma solo, e del tutto,
indifferente alle ricadute del suo operato serratamente materialistico; questi, ed altri
concetti, costituirono una parte del dialogo leopardiano di timpanaro con sergio
solmi; ma si ricordino anche l’efficacia dell’osservazione di p. 47 su un leopardi
esordiente viaggiatore nel 1822, fatalmente inesperto di grandi città, e insieme osser-
vatore non bisognoso di esperienza, grande “romanziere” – e siamo perfettamente
d’accordo –, dotato d’uno sguardo sulla società e sugli uomini degno di «uno scorcio
di Balzac», come dimostra nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italia-
ni. ottime, altresì, le osservazioni (pp. 48 ss.) su leopardi «mente più dura e inflessi-
bile» dell’italia, e forse non solo, nel suo secolo, e così sul suo odio per la conversa-
zione e insieme sul suo amore per un’attività, a dio piacendo, inutile, e quindi
desiderabile, in mezzo al frastuono dell’utile, come ciò che non ha «né ragione né
scopo» (e sarà un irredimibile motivo di contrasto, a parte la cortese forma amicale,
con Vieusseux; si tratta di una delle contraddizioni, qui spiegate benissimo, che affa-
scinano in leopardi: più ancora questo varrà per la contraddizione tra il pensatore
analitico e la mente capace di sistematicità generalizzante, tra l’occhio “microscopico”
alla John locke e il valore del “sistema”, appunto, sviluppo di una serie di doti che in
Giacomo s’affermano sin da fanciullo, e non sarà nimia praecocitas; e di nuovo la con-
traddizione, «strada suprema per giungere alla verità», scrive splendidamente Citati,
condurrà alla messa in dubbio, alla crisi del “sistema”); ancora, a p. 57, il paragone con
Rousseau, con la lettura considerata quale atto fondamentale della vita, con l’identi-
ficazione d’alto livello con i personaggi delle opere greche e romane, con la passione
per Plutarco, per luciano (ma anche per Fontenelle), con la lettura non “base”, ma ter-
mine identificativo della scrittura, se è vero che pieghevolezza, mimetismo, assuefa-
zione allo stile dell’autore studiato sono consustanziali alla composizione d’un’opera
che voglia rispecchiare le virtù dell’autore stesso; nel medesimo modo, è spiegato
con fascino affabulatorio il talento contraddittoriamente, e quindi fecondamente
creativo di leopardi nel concepire i progetti delle proprie opere, e vi si allude, con-
cetto che ritornerà sino alla fine della sua vicenda umana e letteraria, al senso di infi-
nito, di incompiuto, di «saggio», o di «saggi», e di «relitto» da un insieme più grande,
che sembra segnare un’opera, come la sua, assimilabile a quella di molti grandi
moderni: «senza saperlo, leopardi parlava di Flaubert, di Kafka, di musil, di Gadda».
leopardi, dirà d’altronde Citati nella ricordata intervista, «è fuori dal tempo e quindi
ha potuto conoscere tutti i tempi. l’italia non ha mai più prodotto nessun altro gran-
de moderno. del resto sono pochi i grandissimi moderni: nietzsche, Baudelaire,
leopardi», moderni in senso antimoderno, perché, ancora a dire dell’autore, «altri-
menti sarebbero degli sciocchi progressisti».
tutte da affidare al lettore le pagine (121-141) sulle passioni amorose di leopar-
di, dall’intensissima scoperta del sentimento nei confronti di Gertrude Cassi lazzeri
(le Memorie del primo amore, nella loro capacità di sdoppiamento, «sono il più bel
testo analitico di leopardi, e forse il più bello della letteratura italiana», p. 126), all’a-
more “di sogno” per Benedetta Brini, fino a Alla sua Donna, del 1823, in cui le belle

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


pagine di Citati (137-141) si soffermano sulla «donna che non c’è», sulla poesia
scritta non con il cuore ma con il telescopio, con la necessaria distanza, con la neces-
saria freddezza di sguardo, una poesia preceduta, nell’analisi di Citati, da una pro-
nuncia epistolare romanesque-nervaliana a Jacopssen; dietro le quinte, ancora Rous-
seau, soprattutto la Nouvelle Heloïse, come accade, più esplicitamente, a Goethe (nel
Werther, nei Wilhelm Meisters Lehrjahre), a Chateaubriand, allo stesso nerval, e
come accadrà a Baudelaire: l’amore assoluto, per una donna assoluta, soprattutto
madre, che «non si può possedere, a meno di peccare d’incesto» (p. 129; ma non
siamo neppure certi che leopardi abbia letto la copia presente nella biblioteca di
casa). il materialista si perde nell’infinito, o nell’indefinito; e cresce la presenza di Pla-
tone (siamo nel 1823), in specie del Fedro e del Simposio; qui il dato assume basi
documentali. dal volume di Citati risulta, finalmente, del tutto sfatata, sempre in
nome d’una spiegazione che risiede nell’empito rousseauiano e nella sua fortuna nel
primo ottocento e anche oltre, l’illazione d’omosessualità che si evincerebbe da certi
specimina epistolari con Giordani e con Ranieri: nulla di concreto vi fu, al di là d’una
rousseauiana, anche in questo caso, confluenza-osmosi d’amore e di amicizia. i due
termini, insomma, in determinate pronunce enfatiche dell’ottocento, si identificano:
ma è amicizia e non altro, nei nostri termini, quella di Giacomo con il Piacentino e
con il napoletano. Eros, figlio di Penia e mendico, non va confuso, o non diretta-
mente, con il sesso. Ugualmente efficaci e ben delineate sono le pagine sulle figure
femminili bolognesi: marianna Brighenti, adelaide tommasini maestri, teresa Car-
niani malvezzi, ma anche, destinataria di affettuoso abbraccio, l’ex domestica ange-
lina iobbi Parmigiani.
il filo rosso rappresentato dalle fertili contraddizioni all’interno del pensiero,
dell’estetica e dell’opera di leopardi ha in capitoli come quelli dedicati al Discorso di
un Italiano intorno alla poesia romantica e a La Natura, la Ragione, la Felicità due dei
più significativi passaggi; nel primo di questi capitoli, Citati definisce bene, e ripren-
de con prosa di saggista, la connotazione concernente «il vago, l’indefinito, l’estasi
infantile, il brillio e la stravaganza del romanzesco, l’ondeggiamento della frase» (p.
144) nel periodare di leopardi; in questo «testo straordinario» (p. 146), in cui il
poeta moderno recupera sull’ammiratissimo poeta antico il vantaggio del lontano nel
sentimento delle «idee primitive della natura» (p. 150), forte delle «qualità del poeta
classico, come le descriveva Platone» – qualità di radice sia apollinea sia dionisiaca, e
non solo –, «invece di esaltare il poeta antico, leopardi annunciava ed esaltava il
poeta moderno, forse superiore a quell’antico che egli non era ancora diventato.
amava il fuoco, la furia, l’estasi, l’ammirazione contemplativa, la distanza, la natura-
lezza, la “sprezzatura”. i Canti sono tutti qui, in questa nuda enunciazione di qualità,
e dopo un anno o due sarebbero diventati Alla luna, La sera del dì di festa, la canzone
Ad Angelo Mai» (ibid.). nel capitolo dedicato alla “triangolazione” natura, Ragione,
Felicità, Citati setaccia lo Zibaldone ritrovandovi un percorso verso l’utilizzazione
«della filosofia moderna, dell’analitica, acutissima, negativa ragione moderna, per
ritrovare l’occhio originario dell’uomo: distruggere per recuperare ciò che si vede al
primo sguardo e si sente al primo tocco della mano; ritrovare, alla fine dei tempi, ciò

iv. il leopardi di pietro citati 


che è “nudo e aperto”, vedere tutto senza vedere»; «utilizzando e distruggendo le
torture della ragione analitica, egli sarebbe tornato a vedere la natura senza veli,
“nuda ed aperta”: Il risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, Il Sabato del villaggio, il
Canto notturno di un pastore errante dell’Asia» (pp. 167-168).
Proprio il Canto notturno si pone al punto estremo della “poetica della luna“. nel
capitolo intitolato La luna e il sole (pp. 96-120), dopo aver ripercorso i miti selenici
incentrati sulla fluidità, sulla mobilità, sulla forza delle maree, sulla dinamicità tra-
scorrente e quasi acquatica, ammorbidita e femminile della sorella rispetto al fratel-
lo Elios e alla sua vampa disseccante e irraggiante tramite il calore che tutto pro-
sciuga, e dopo avere ricordato l’immenso patrimonio della riflessione dedicata dalla
cultura classica e, con altre coordinate, dalla cultura cristiana antica agli stessi miti
della luna (dal tolomeo del Tetrabiblos al Plutarco del de facie e del de Iside, dal Cice-
rone del de natura deorum al Plinio della Naturalis Historia, al seneca di Medea, al
Gellio delle Noctes Atticae, dall’apuleio delle Metamorphoses al macrobio dei Satur-
nalia e dei Commentarii in Somnium Scipionis, agli Hexaemeron di Basilio, di ambro-
gio e di anastasio sinaita) e al loro influsso sulle cose della terra5, Citati individua nel
concetto leopardiano di «luna» il ribaltamento in chiave di freddo albore, di verginità,
di indifferente incolumità, di distacco e di sovrana e tacita alienità dal mondo (non
solo quello dell’uomo), della funzione che la stessa luna viene ad assumere rispetto ai
miti della fecondità, del movimento operato su alcuni aspetti della vita di uomini,
animali e piante, della liquida disponibilità, rugiadosa ed eloquente di significati
sul mondo della terra, che selene ha per lungo tratto della storia umana rappresen-
tato in modi insieme misteriosi e intriganti, di vicinanza indecifrabile, di lontananza
seducente:

la cosmologia lunare di leopardi è quasi l’esatto capovolgimento e rovesciamento


della teologia lunare classico-cristiana […]. Quasi tutto quello che abbiamo visto
scompare. non c’è più, in leopardi, l’immensa forza fecondatrice del’umidità e della
rugiada: non c’è rapporto con le maree, e le crescite e decrescite del nostro mondo.
scompare la mutabilità: la luna non ha cicli, né superfici diverse; non conosce le sfu-
mature dell’iride, il ceruleo o il bluastro o il colore del vino o il verde o le macchie. È
sempre candida, argentea, bianca, canuta, perché sta al di sopra o al di fuori del
gioco dei colori che varia e allieta la terra. / la luna non ha molti nomi, come nel-
l’antichità classica, ma è sempre e soltanto la luna – la graziosa, la diletta, la cara, la
tacita, la silenziosa, la vergine, la intatta luna. non è la chiave della simpatia univer-
sale, e delle mediazioni e delle relazioni che stringono tra loro il nostro universo. E
soprattutto non ha alcuna attività o funzione erotica. la luna è vergine; il suo raggio
è verecondo. tutto ciò almeno sino al Tramonto della luna, dove leopardi, sul punto
di morire, mutò la sua idea del cosmo (pp. 106-107).

È questa, forse, la ricognizione più densa di novità effettuata da Citati riguardo al con-
cetto-visione della luna come muta interlocutrice del poeta; leopardi, da parte sua,
consapevole dei suddetti miti, esercita in tal senso l’arte dell’occultamento e dell’o-
missione. dalla riflessione di Citati può provenire una prospettiva di ricaduta delle

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


sue ricognizioni classico-cristiane sulle singole liriche di leopardi (e sono molte) che
trattano della luna: Alla luna, La sera del dì di festa, La vita solitaria, Bruto minore,
Alla Primavera, Ultimo canto di Saffo, Inno ai Patriarchi, Al Conte Carlo Pepoli, Il
risorgimento, Il sabato del villaggio, lo stesso Canto notturno, Il tramonto della luna.
ma sono proprio poche, in verità, su questo tema, le opportunità di lettura diretta dei
canti leopardiani che provengono dalle pagine del saggista. si devono in tal senso uti-
lizzare “le quinte” dietro le poesie; anzi, le quinte capovolte al ruolo di sponda con-
trappositiva della nuova caratterizzazione algido-candida, immacolata esattamente in
senso antireligioso, che leopardi attribuisce nel tempo alla bellezza azzurro-nivale
dell’altera peregrina silente, eterna come il suo passaggio assolutamente taciturno in
ogni latitudine del nostro cielo, nella sua sublime autosufficienza priva di qualunque
senso; eterna, e quindi eternamente priva di senso, a fattore moltiplicante di tale
mancanza, di tale antiprovvidenzialismo, che non può godere scrittura epica né può
fruire di dramma o tragedia, ma soltanto di scrittura lirica. sono, semmai, alcune
poesie oggetto di scelta da parte del saggista a poter essere addotte ad esempi di
analisi ravvicinata. L’infinito, ad esempio, rivendica, in Citati, la consueta premessa
della rêverie rousseauiana (concepita come abbandono alle sensazioni delle rive soli-
tarie, dell’acqua, del “sonoro” della natura, elementi che sostituiscono, cacciandolo
dall’anima, ogni altro movimento), per acquisire leopardi alla dimensione del pen-
siero creatore (il valore di fingo), della percezione con occhi vuoti e ciechi, dell’aboli-
zione di qualsiasi realtà esterna ad autodivieto di ogni fantasticheria aperta «agli
spettacoli dell’indefinito»: «l’infinito» è un’altra cosa, e l’«indefinito», da parte sua,
campeggerà vastamente nei successivi sviluppi della poetica leopardiana. la possibi-
le sollecitazione costituita dalle stelle, dallo spettacolo celeste o dall’intuizione di
altri mondi nel cosmo, viene completamente tacitata ed eliminata «per cogliere una
goccia pura di infinito», nello sgomento e nel deserto d’un assoluto vuoto, d’un’asso-
luta immobilità, d’un immenso silenzio che racchiude l’atomo nella sua totale solitu-
dine, sotto quel cielo che sente l’assenza paurosa di dio e che già intimorì Pascal, e
così Rousseau e il Foscolo dell’Ortis. il v. 8, con la presenza del vento e con l’interru-
zione di quel momento supremamente concentrato, riporterebbe l’attenzione – per-
duto e slontanato nel ricordo quell’attimo irrevocabile di «infinito» – sull’«indefinito»,
su fenomeni reali che conducono all’intreccio delle dimensioni del pensiero e del
tempo, sino al «naufragar» e al “mare-immensità” (immensità vince variantistica-
mente d’un’incollatura su infinità), segnato dal ritorno del dimostrativo «questa /que-
sto», che sarebbe appunto segno del rientro nella dimensione ardua ma possibile
dell’«indefinito». a noi sembra che proprio la natura di ἅπαξ nei Canti di «s’annega»
e «naufragar» (termini della mistica cristiana e islamica, ma mistica delle vita interiore
e non di dio, a sanzione d’un’esperienza intellettuale d’eccezione), introdotta in modo
del tutto necessario da «E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello /
infinito silenzio a questa voce / Vo comparando» (vv. 8-11), guadagni alla poetica e
alla dimensione mentale del «questo» esattamente l’infinito (il citato ballottaggio
variantistico con infinità è fortemente significativo e raggiunge i tempi estremi di revi-
sione della lirica), ora acquisito all’“al di qua” della siepe, perché quel momento è

iv. il leopardi di pietro citati 


stato, nel giro di questa lirica, fecondo, e non annullabile o irripetibile: «Così tra
questa / immensità […]», proprio «così» e grazie alla circolazione delle dimensioni
temporali e mentali, può operarsi l’approdo dell’infinito (del pensiero, della mente,
dell’individuo solo nel cosmo) nel “vicino”, nel volo di ritorno, nella possibilità del
dolce naufragio. È proprio il «vento» a favorire e a generare, non ad interrompere la
concentrazione del poeta: «E come il vento / odo… »: simulac, non appena, sùbito, e
quindi proprio per questo, immediatamente post hoc, ergo propter hoc; e l’«E», lonta-
na, secondo noi, dal “ricoprire” una sorta di salto logico-musicale non altrimenti cela-
bile, mirabilmente coniuga la continuità dei due momenti della poesia nella liquida,
aerea linearità della coordinazione, del legame più semplice tra movimenti linguisti-
ci, quando composti da un poeta mai come qui sicuro di sé, pur se disponibile ad
acquisti variantistici propri di altre sue epoche “storiche”, biografiche e artistiche.
i dati sin qui forniti ci appaiono sufficienti a individuare caratteri, pregi di con-
cetto e di stile, discutibilità dell’opera di Citati. Ci limiteremo, da qui in avanti, alla
focalizzazione di alcuni punti critici in un percorso leopardiano che già per proprio
svolgimento e per propria scelta è orientato su una serie di passaggi selettivi anche
nell’àmbito della produzione più celebre del Recanatese. si prenda il capitolo sulle
Operette morali; il saggista è, certo, bravissimo nel sottolineare la «grandiosa convin-
zione copernicana» alla quale fan da riscontro uomini attestati su un ridicolo antro-
pocentrismo, e lo è altresì nel ricordare la varietà di toni e di forme esperiti da leo-
pardi nel suo «libro di sogni poetici, d’invenzioni e di capricci malinconici» che è in
realtà assai di più: «il metafisico, il volgare unito al metafisico, il lucianesco, il fanta-
stico-ironico, la farsa, la commedia dell’arte, il patetico, il tragico, il nichilistico, l’as-
surdo, lo scherno, il disprezzo, l’ilare, l’aereo, il lirico, il sublime, il matematico, il
funambolico; e, come diceva Giorgio manganelli, la disperazione che diventa esat-
tezza e pura gioia intellettuale» (pp. 230 e 233); ma non si può a nostro avviso parla-
re del dialogo del Tasso (1-10 giugno 1824) come di «un’elegantissima variazione
[…], dove non c’è una minima traccia di quelle marmoree leggi naturali», riferita
all’Islandese, composto dal 21 al 30 maggio; se le leggi enunciate nell’Islandese non
sono state «dimenticate in pochissimi giorni», e ciò non è possibile, non ci sarebbe da
concludere che «leopardi cercava, provava in tutte le direzioni del cosmo mentale,
seguendo ogni ipotesi che lo attraversava»; ora, a noi pare che la “coppia” Tasso-
Islandese, posta a cronologia capovolta, non segni una scansione “marmoreità delle
leggi naturali versus «vocalizzo» di leggerezza” a ristoro artistico di autore e lettore
(natura aerea del Genio, liquore, dèmone platonico, ripresa d’animo finale). la stessa
collocazione delle due operette, se così fosse, rispetterebbe semplicemente la crono-
logia compositiva; invece, nell’ordinamento di leopardi, dal «vocalizzo» si passa alla
nota bassa da Don Carlos o da sparafucile, esattamente all’opposto; allora, forse non si
tratta di vocalizzo, nel Tasso. si tratta piuttosto d’una coppia straordinariamente ben
assortita, che sulla base dello stesso dialogo e della focalizzazione dei concetti di
illusione e di vero (non di «reale»), di bellezza, di piacere, di noia come concetti
umani, sulla base della loro demistificazione e nel contempo della loro inevitabilità,
prepara artisticamente al dialogo dell’Islandese, alla completa e totale demolizione del-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


l’antropocentrismo che in tale operetta è realizzata. ad esempio, la bellezza della
donna, còlta nella sua natura di σιωπῶςα ἀπάτη (teofrasto, in Zibaldone, 10 novem-
bre 1820), di tacito inganno seduttivo in realtà fatto di «carne e sangue, piuttosto che
di ambrosia e nettare» (Tasso), e fatto, altresì, di soggettiva responsabilità dell’uomo
nel trasferire la positività dalla sfera estetica a quella morale, divarica l’immagine reale
da quella sognata, rendendo preferibile il diletto del falso al piacere palesemente
inferiore del vero; e se il piacere, “al quale” l’uomo nasce e vive, risiede quasi sempre
nel sogno, ci si disporrà a vivere per sognare, ossia a «credere di avere a godere, o di
aver goduto; cose ambedue false e fantastiche», come accadrà alla donzelletta verso il
futuro e alla vecchiarella à rebours verso il passato: «Così, tra sognare e fantasticare,
andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; che questo è l’u-
nico frutto che al mondo se ne può avere, e l’unico intento che voi vi dovete propor-
re ogni mattina in sullo svegliarvi». il sognare e il fantasticare costituiscono il risvol-
to della concezione pessimistico-materialista, l’altra faccia dell’identica moneta, in un
mondo e in una vita che oscillano tra il dolore e la noia, e proprio perché vi è una
natura che non ha fatto lo stesso mondo «in servigio degli uomini», e piuttosto l’ha
«fatto e ordinato espressamente per tormentarli», come si dice quasi a stretto giro di
pagina nel libro delle Operette, da parte d’un islandese che in carcere, anziché in un
museo, sarebbe costretto allo stesso, solitario autodialogo sognante del tasso. E il
«vocalizzo» non così aereo e gaio del monologo liquoroso-nosocomiale di torquato,
se riveste sotto certi aspetti connotazione “leggera” e deliziosamente ironica, è, in ter-
mini shakespeariani, un ariel che prepara Caliban nella scena successiva. ma il ritor-
no di Prospero è consciamente di breve durata, perché in realtà è esattamente Pro-
spero l’usurpatore, e lo scettro torna subito in mano al fratello realmente potente. lo
stesso Elogio degli uccelli non fa che rinviare alla profonda alienità malinconica del-
l’uomo da un mondo che non gli pertiene; l’uomo così ricorda esattamente che la sua
natura non sarà mai come quella degli uccelli, i quali a loro volta fanno «continue
testimonianze, ancorché false, della felicità delle cose»: le doti e la “felicità” degli
uccelli costituiscono proprio ciò che gli uomini non avranno mai, in un vero canto
dell’esclusione dalla felicità, in cui ogni elemento di elogio serve al proprio contrario,
a rammentare il rovescio desolante della condizione umana. Gli abitati, i luoghi col-
tivati e civilizzati attraggono gli uccelli perché essi hanno fame; e quando, nel Passe-
ro, «contenti, a gara insieme / Per lo libero ciel fan mille giri, / Pur festeggiando il lor
tempo migliore», soggetti alla natura e lucrezianamente appagati per questo, gli «altri
augelli» non sono certo molto più felici del loro simile «solitario», dal quale li separa
in origine, a schivo degli spassi, un mero grado di vitalità biologico-materiale; il
«tempo migliore» è amara ironia allusiva al top della felicità concessa. Così, il «per-
petuo circuito di produzione e distruzione» dell’Islandese non necessita, secondo
noi, di essere chiosato come grande invenzione poetica nonostante «la mente che
obbedisce alla ragione», nonostante il «potente spirito di sistema» di cui leopardi per
l’ennesima volta qui si rivela capace; la poesia di leopardi, e in genere la sua espres-
sione creativa, a noi appare la poesia di quel pensiero, desolata coscienza artistica, e
dove ne è il caso lirica e versificata ed emotivamente inarcata, di quel circuito pro-

iv. il leopardi di pietro citati 


duzione-distruzione, e del rapporto con il velo che noi o la natura stessa abbiamo
posto a celarcene l’amara e trista coscienza. né ci sembra condivisibile (p. 250) la ripe-
tuta, potenziale definizione di “marmoreità”, di “lapidarietà”, di “ultima parola” sulla
natura pronunciata da leopardi con l’Islandese, salvo poi scoprire che il poeta-filo-
sofo, amelio maturato, “si sposta” da un’altra parte, si dirige liberamente in altri luo-
ghi, e non è ingabbiabile; non è ingabbiabile perché è capace di essere se stesso («sé
stesso» in Citati, come in Umberto Eco e in altri) in ogni luogo. i brani zibaldoniani
ai quali si allude a p. 250 e nella nota di p. 429 non sono uno spostamento, bensì una
conferma di quel concetto di mancanza assoluta di una volontà in e della natura, della
mancanza in essa di fini, di intenzioni, di progetti, che è pienamente presente nel Dia-
logo; questa non è un’acquisizione di Zibaldone 4265-66, 4461-62 e degli altri brani
ricordati, ma già dell’Islandese, il cui concetto non a caso conduce, nel pensiero del 5-
6 aprile 1825, a rinunciare «in certo modo anche al principio di cognizione», al prin-
cipio di non contraddizione di aristotele, ricordato dallo stesso Citati: la «Contrad-
dizione evidente e innegabile» si trova, né più né meno, nel dialogo di quell’islandese
che in nome della sua natura di vivente pone domande alla natura-esistenza, alla
natura generale. il Dialogo nutre lo Zibaldone in una ricaduta di pensiero che com-
prenderà anche le riflessioni del 1827; e se è vero che la natura è un perpetuo circui-
to di produzione e distruzione, e tanto più se ha accidenti, deviazioni e trasformazioni
che esulano, completamente così escludendone il concetto, dalla sua “volontà”, e se,
inoltre, è vero che in essa non v’è sistema, non v’è calcolo, non v’è progetto, e v’è inve-
ce totale, cieca indifferenza rispetto a ciò che succede all’uomo, non credo si esca dalla
lettura dell’Islandese con un’idea di marmoreità, di fissità aristotelico-scientificiz-
zante, d’irreplicabilità di matrice razionalistica; se ne esce, semmai, e al contrario, con
un’idea di perenne ciclo di trasformazione, di movimento, di dinamicità che dalla
distruzione trapassa alla nuova produzione, con un consistente ammicco ad un meta-
morfico Hermes, non all’aristotelismo; è, certamente, una dinamicità sorda, «quel
friggere vasto della materia / che discolora e muore» che sarà di Tramontana di
montale, un movimento cieco nei fini e provvisorio nelle cause, e tale che, mentre
appare realmente difficile ad essere omologato, anche in ipotetica lettura, ad una
“definitività” aristotelica, conferma, proprio per questo, la connotazione profonda-
mente materialistica, mobile e sfacciatamente non antropocentrica, a suo modo rapi-
da e trascorrente, buia ed alacre, flessibilmente agile e cinicamente oscura, pulsante e
autodinamica, del meccanismo naturale nei riguardi nostri. Velocità di “procedure”, in
molti casi, e ironia oggettiva sulla nostra sorte, non escludono, ma anzi spesso richia-
mano una concezione materialistica, assolutamente compatibile con l’Islandese, con il
Tasso e con tutto lo sviluppo del pensiero di leopardi a partire dalla concezione e
dalla scrittura delle Operette; altrimenti, perché chiamare le illusioni con il loro nome
(vario e declinato) nei Canti recanatesi ’28-’30, dopo aver comprato, con rinnovata
consapevolezza, l’almanacco più bello al prezzo di Giuda, 30 soldi? senza materiali-
smo non vi sarebbe ironia, e non solo nelle Operette; e che materialismo, e quale coe-
renza di ateismo rispetto alle pronunce semplicemente anticlericali di Pietro Giordani;
un materialismo a ricaduta plurima, a nota naturale e a bemolle, ora ad enunciazione

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


ironico-asseverativa, ora a visione ironico-ribaltata nell’esordiale stupore delle “voci”
di dialogo che ne esprimono con ineffabile leggerezza la schiacciante presenza senza
ancora esprimerne la consapevolezza. E il bello è che se «il male è nell’ordine», come
si dirà nel ’29 a far retrocedere a preciso bersaglio polemico non soltanto il Rousseau
“politico” ma anche il Rousseau propriamente “filosofo” (il concetto di leopardi
diviene quindi l’esatto opposto di quello rousseauiano), questa acquisizione sul piano
di una natura nemica e supremamente indifferente non allontana per nulla Platone
dall’ispirazione artistica e dalla penna leopardiana; è anzi proprio in rapporto al
materialismo, termine di genesi lineare della sperimentazione, dell’accertamento e del-
l’accettazione dello stato di souffrance mortificante, e spesso addirittura ridicoliz-
zante, dell’umana figura e dell’umana fisicità, che si attiva il movimento scrittorio
“semifilosofico”, per dirla con lo stesso leopardi, della constatazione e dell’adatta-
mento, della diagnosi e della convivenza con l’irrimediabile patologia, della deplora-
zione concettuale e dell’ibrida zona della rassegnazione – variamente espressa – che
ha nell’ironia il proprio veicolo principe di pensiero, che ha nella leggerezza d’idea-
zione dialogica – e di fraseggio di voci – lo strumento collettore della voragine amara
e trista, e nel contempo della sua parola, della sua canalizzazione linguistica ad unica
risorsa, l’ironia appunto: non reazione, non rimedio, non insorgenza “secondaria” o
ridevolmente consolatoria, ma suono stesso della voragine, rarefatto nel candore di
molte delle voci dialoganti, nella limpidezza dell’invenzione fantastica, nel celeste
silenzio di un cosmo situato sul bordo della voragine, una voragine al cui concetto si
può arrivare meglio tramite un arpeggio a più voci e a diversificati e persino inizial-
mente disarmati gradi di consapevolezza, colloquiale, scientifica, filosofica. È proprio
qui che s’innesta mirabilmente la lezione migliore che vi possa essere per la prosa leo-
pardiana delle Operette, quella di Platone (ampiamente studiato da Giacomo, soprat-
tutto su sollecitazione dello zio antici), della sua ironia lirico-fantastica, di quel
canto del cosmo che sintonizza con i cieli, con le stelle e con i pianeti, e giusto per
questo contribuisce all’immagine della terra, alla riflessione leopardiana sull’infelice
pianeta che, visto ironicamente dall’alto, incrementa la propria primigenia connota-
zione, quella vera, anteriore e posteriore alla storia umana: la connotazione di tor-
mentata crosta geologica, del tutto adiaforo se abitata o meno, se abitata da batteri cre-
sciuti, e quindi tanto più batteri. i cieli per vedere meglio la terra, l’ironia creativa e la
visione uranica di Platone (felicemente innegabili, e come importanti, determinanti e
presenti) a dare prospettiva e inimitabile e peculiare ariosità di dialogo a una disgra-
ziata, metamorfica geologia sofferente e presuntuosa. non può certo stupire se al
materialismo leopardiano, nella sublime ironia delle Operette, serve più Platone di
aristotele, soprattutto – ma certo non solamente – sotto il profilo della rappresenta-
zione e della scrittura; si tratta del volo del pensiero, veloce in ascesa e invece lento e
sbigottito nella ricaduta sulla base del dialogo, nella scia d’un Hermes algidamente
oscuro e irridente, indifferente e inafferrabile, a suo modo alare ed ilare, ma ostile e
bieco verso di noi, e fosco di proteiforme, brusca, spedita autosufficienza rispetto a
tutto il mondo terrestre, non solo quello umano. Un incanto quasi gulliveriano crea-
to dall’irripetibile libertà fantastica di queste prose, purché se ne tengano presenti, ma

iv. il leopardi di pietro citati 


insieme, non necessariamente in chiave di contraddizione, tutti gli elementi che lo
compongono: dall’incanto dei giganti Ercole e atlante a quello dei folletti e degli
gnomi, senza che un criterio di media plausibilità antropocentrica intervenga mini-
mamente a dimensionare su una misura tolemaica un universo, ed una terra, dive-
nuti ormai “irrimediabilmente”, e drammaticamente, copernicani, a irrisione di tutti,
compresi nani e giganti.
È veramente tempo di lasciare al lettore le ricche e dense pagine di Citati; vi si
ritroveranno fascinose aperture e richiami letterari alle opere leopardiane; vi si ritro-
veranno innumerevoli suggestioni di lettura, e presenze, ravvicinate o meno, di auto-
ri della tradizione classica e di autori più recenti: non stupisce nessuno il rammenta-
re, anche così a volo, gli autentici giacimenti di lettura cui può attingere il saggista. Per
scelta voluta, affidiamo direttamente il piacere di tali pagine ai loro naturali fruitori,
e, in particolare, non aggiungiamo parola sulla presenza, senza contraddizioni, di
metastasio e di Rousseau in Il risorgimento («da questo incontro nacquero molti
libri, e anche una poesia meravigliosa di Giacomo leopardi, Il risorgimento», p. 335);
non aggiungiamo parola su una silvia che evoca la tradizione odissiaca di Calipso e di
Circe, ciascuna con le proprie connotazioni, una tradizione rinnovata dalla Circe del-
l’Eneide virgiliana (più vicina al leopardi lettore), e che evoca altresì il tópos iliadico
dei guerrieri morti giovani, e il tópos dei morti giovani in genere, peraltro di lunga
data nel poeta, e anch’esso riacceso emotivamente dall’Eurialo virgiliano; non la
aggiungeremo neppure sulla mancanza, frutto – come si è detto – di scelta, della
Quiete, del Sabato, di una parte della produzione “fiorentina” o immediatamente
seguente, della Palinodia, e sulla latitanza citazionale quasi completa dei Paralipome-
ni. Ci limitiamo a rinviare a una necessità di maggiore riflessione, per noi lettori e
fruitori, sul carattere epilogico del Tramonto della luna e su quell’immagine di sole che
“di lucidi torrenti inonderà con voi gli eterei campi” come segno della fine della
lunarità, della notte che pure sta per inghiottire il poeta ormai al termine della sua
vita, a rappresentazione d’una luce della natura di cui forse Giacomo ha «taciuto e
nascosto» (p. 412) il profondo desiderio, anche sul piano artistico-estetico: maggiore
riflessione, si è detto, poiché tale concetto non appare a noi immediatamente sotto-
scrivibile. E, pur nel generale consenso alla ricognizione di lettura sulla Ginestra,
devo dire che non mi sembra che «la parte più famosa», la lotta degli uomini «con-
federati», sia «la cosa più banale che leopardi abbia mai scritto» (benché la frase di
Citati sia espressa in modo opinativo; p. 406):

Credo che sia l’unica cosa banale che leopardi abbia mai scritto. Qualsiasi lotta degli
uomini contro la natura produce soltanto quello che Goethe racconta, negli stessi anni,
nel V atto del Faust II: spirito di possesso, avidità, violenza, tecnica magica, fuoco
demoniaco – e la distruzione di ciò che, nella natura, è naturale: Filemone e Bauci, la
piccola chiesa, i rintocchi serali della campana, il giardino paradisiaco, il vecchio
dio, i tigli oscuri, e il loro profumo, forse simile a quello dell’odorata ginestra (ibid.).

«[…] incontro a questa / Congiunta esser pensando, / siccome è il vero, ed ordinata


in pria / l’umana compagnia» significa contrastare il dominio della natura; non

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


significa volerla dominare, ma, al contrario, cercare di difendersene: da questa esi-
genza di difesa, semplicemente, è nata la vita sociale, in una concezione che vede i
primi movimenti dell’etica comune nelle origini ferine dell’umanità e nella necessità
di fronteggiare un sistema che sin dall’epoca dei primi vagiti ci si mostra ostile
(«Congiunta […], Siccome è il vero, ed ordinata in pria»): la natura è assassina. E «ciò
che, nella natura, è naturale», secondo le parole di Citati, non appare realmente esse-
re tale, ma piuttosto una serie di elementi di un quadro idillico (pur sincero e di anti-
ca, ovidiana matrice nelle letture di Goethe) allestito a rampogna morale dell’ambi-
zione faustiana di grandiosa ingegneria benefattrice: così le figure di Filemone e
Bauci, altamente rappresentative della mitologia pagano-classica come “soccorritrici”
e “ristoratrici” di Giove e di mercurio – per premio, fra gli altri, la promozione della
casetta a “tempietto” classico –, possono essere vicine alla chiesetta cristiana, a un
giardinetto-paràdeisos multivalente, ad un tiglio la cui occorrenza, a ben vedere,
percorre la cultura tedesca, per molte ragioni, come una costante (basti pensare al Tri-
stano e Isotta di Wagner). nel personaggio di Faust si esprime invece, in quel V atto,
una volontà di dominio, di costruzione, di controllo, di totalizzazione realizzativa, pur
se ispirata a criteri di positività in vista d’un’«ampia regione abitabile»; non a caso
Goethe si interessava, proprio in quel periodo, di questa tipologia di lavori d’intra-
presa, secondo notizie di attualità che provenivano dall’Europa e dall’america, e ne
studiava i precedenti culturali nella tradizione storico-letteraria (le bonifiche di Giu-
lio Cesare e dell’imperatore Probo, i Discorsi della vita sobria – 1588 – del doge luigi
Cornaro, i territori riguadagnati al mare dagli olandesi – si veda l’oliver Goldsmith
del Traveller – 1764 –, i lavori di Federico di Prussia):

Quei vecchi là devono andarsene, desidero per mia sede i tigli. Quei pochi alberi non
miei mi guastano il dominio del mondo. Voglio costruire là, di ramo in ramo, impal-
cature per guardare tutto all’intorno, per aprire, allo sguardo, ampio orizzonte, per
vedere tutto quello che ho fatto, per abbracciare, con un solo colpo d’occhio, questo
capolavoro dello spirito umano che, operando con abile ingegno, ha creato, per i
popoli, un’ampia regione abitabile6.

il concetto di dominio del mondo, pur significativamente temperato nella suddetta


chiave goethiana, il desiderio di guardare «tutto», di contemplare l’orizzonte, la
volontà di celebrazione “panoramica” dei frutti del «capolavoro» e dell’«ingegno»,
sono i più lontani che si possano pensare da un leopardi che già nella Palinodia al
marchese Gino Capponi ha espresso concetti del tutto opposti ed ha ampiamente
avvertito ogni potenziale interlocutore del carattere grottesco, o tragigrottesco, del-
l’illusione trionfalistica riguardo alla tecnica e a progetti e a realizzazioni ispirati al
dominio sulla natura e fidenti in una lotta eudemonistica agli ostacoli che la stessa
natura frappone ai percorsi ambiziosi, alle oltranze superbe e audaci dell’uomo; non
v’è infatti tra queste “conquiste”, tra queste pretese vittorie sulle leggi di natura, una
sola realizzazione che non comporti pericolo, che non sia in sé rischiosa e che non
minacci un possibile fallimento, come leopardi esprime in una satira amara fino agli
orli del calice. si tratta d’una moltiplicazione di pericolo e dei pericoli; il contrario,

iv. il leopardi di pietro citati 


insomma, di quello che gli spagnoli chiamerebbero il descanso del peligro, la lotta per
evitare il più possibile i pericoli, non la lotta per procurarsene di nuovi e di peggiori;
dall’illusione direttamente evocata (vv. 26-32): «né men conobbi ancor gli studi e l’o-
pre / stupende, e il senno, e le virtudi, e l’alto / saver del secol mio. né vidi meno / da
marrocco al Catai, dall’orse al nilo, / E da Boston a Goa, correr dell’alma / Felicità su
l’orme a gara ansando / Regni, imperi e ducati», all’allusione al paese industrializzato
per eccellenza, l’inghilterra (vv. 83-84), «non anglia tutta / Con le macchine sue», a
una vera capacità di preconizzare le arditezze di trasporto Calais-manica-londra e
oltre:
da Parigi a Calais, di quivi a londra,
da londra a liverpool, rapido tanto
sarà, quant’altri immaginar non osa,
il cammino, anzi il volo: e sotto l’ampie
Vie del tamigi fia dischiuso il varco,
opra ardita, immortal, ch’esser dischiuso
dovea, già son molt’anni (122-128).

ma «la natura crudel, fanciullo invitto, / il suo capriccio adempie, e senza posa /
distruggendo e formando si trastulla», piccolo Hermes ludico e letale, divertito e
indifferente:
E indarno a preservar se stesso ed altro
dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa
Eternamente, il mortal seme accorre
mille virtudi oprando in mille guise
Con dotta man: che, d’ogni sforzo in onta,
la natura crudel, fanciullo invitto,
il suo capriccio adempie, e senza posa
distruggendo e formando si trastulla.
indi varia, infinita una famiglia
di mali immedicabili e di pene
Preme il fragil mortale, a perir fatto
irreparabilmente: indi una forza
ostil, distruggitrice, e dentro il fere
E di fuor da ogni lato, assidua, intenta
dal dì che nasce; e l’affatica e stanca,
Essa indefatigata; insin ch’ei giace
alfin dall’empia madre oppresso e spento (165-181).

Come si fa a pensare che leopardi, pure in un’eventuale “frase infelice” o «banale»


come – secondo il saggista – quella dei «confederati», possa lasciar sfuggire l’idea di
un potenziale slittamento dei motivi d’opposizione alla natura, della lotta «contro»,
nel profilo dell’intervento attivo, di un “attacco originariamente a fin di bene”, se
quasi tutta la produzione leopardiana, diciamo degli anni ’30, già ha ampiamente reci-
tato – come si diceva – concetti opposti, esattamente bersagliando, sin dall’epoca

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


del rapporto con Vieusseux, il côté dell’iniziativa, dell’intrapresa, della fiducia tecnico-
scientista segnata dall’eudemonismo spiritualistico e / o dall’eudemonismo laico,
immanente, borghese, dell’illusione “costruttiva”? il «preservar se stesso ed altro / dal
gioco reo» (Palinodia) è vano perché, in quel testo, esso non è affatto una mera ope-
razione difensiva, bensì contiene, come si è visto, arditezza di progetti e non piccole
speranze: leopardi fa invece capire che l’iniziativa è della natura, del crudele fan-
ciullo-natura. Un’iniziativa che ammette in pieno il suo costruire per poi distruggere,
ma anche per costruire nuovamente, tanto da lasciare quasi una prevalenza alle
espressioni riferite alle opere, all’iniziativa appunto, ad una ratio aedificandi a noi per
sempre «chiusa», ma che ricomincerà subito dopo l’inevitabile distruzione («nuovo
lavorio», «ogni opra sua», «alto artificio», «distruggendo e formando», con l’ultimo
gerundio a strisciare dominante nell’orecchio del lettore); quindi, grottesca illusione
umana è quella di competere con la natura sul suo stesso piano, nel suo stesso campo,
con il suo stesso tipo di “gioco”: competere, insomma, sul piano dell’“iniziativa”. la
critica di leopardi si incentra proprio sullo sforzo di costruzione, di intervento, di
modifica, d’illusione di positività; non appare credibile che il potere della contraddi-
zione filosofica e lirica, ben valorizzato altrove dal saggista, giunga ad una smentita
così frontalmente diretta a lineare sconfessione dei concetti sostenuti e poeticamen-
te cantati per quasi un decennio. È indiscutibilmente la natura ad avere l’iniziativa,
con il vantaggio dell’imprevedibilità; all’uomo, certo senza illusione, e proprio per que-
sto con maggiore e disperato impegno, non rimane che la difesa, un tipo di “gioco”,
per rimanere nella metafora antagonistica, qualitativamente diverso da quello del cru-
dele fanciullo distruttore e ricostruttore; un gioco consapevole della propria partita,
perdente senza colpa degli sconfitti, un gioco non teso a segnare alcun punto in
chiave offensiva e non mosso da alcuna ambizione faustiana, e spinto dallo stesso
bisogno e dalla solidarietà umana a cercare una limitazione dei danni, un punteggio
sicuramente al passivo ma meno severo, una dilazione del tempo inevitabile della
“retrocessione”, e un modesto, dolce miglioramento, umile ma non umiliato, del
pensoso tempo dell’attesa. È l’«orror», un terrore-sgomento nei riguardi dell’empia
matrigna e dei suoi “attacchi”, dei suoi “tiri” nella nostra porta, a suscitare la “barrie-
ra” della «social catena»: quali concetti più “difensivi”, e giustamente terrorizzati di
questi? si potrebbe immaginare una lontananza maggiore dallo spirito faustiano?
«Cinto d’oste contraria, in sul più vivo / incalzar degli assalti», quindi in difesa, l’uo-
mo lo è sempre; gli elementi nuovi portati dalla frase dei «confederati», che per noi
rimane intatta nel suo grande significato, sono moltissimi, ma qui ne individuerei
soprattutto due: la rimozione degli «odii», delle «ire fraterne», delle «acerbe gare
[…] con gli amici», nell’unità solidale di tutti gli uomini («l’umana compagnia»,
«tutti fra sé…», «tutti abbraccia», la «guerra comune»), e la necessità di rimozione
della religione («altra radice / avranno allor che non superbe fole»), di quelle «super-
be fole» appunto che svolgono funzione opposta a quella del fiore di ginestra, della
sua laica umiltà gentile e soavemente profumata. sono questi i due elementi che for-
niscono sostanza, e senso, alla guerra comune di difesa, di limitazione del danno, di
precisa individuazione della nemica, di rinuncia totale ad ogni presunzione: «sta

iv. il leopardi di pietro citati 


natura ognor verde», «ignara» dei nostri libri di storia, di scienza, di tecnica, di teo-
logia. mai, credo, «verde» è stato usato in modo così terrificante, imperturbabile e
autosufficiente; «verde» non ha qui alcun elemento di conforto, di idillio, di prospet-
tiva; gli aggettivi «tremendo» e «terribile», che si sprecano nel testo di Citati a inten-
sificazione concettuale o emotiva del dettato saggistico e della scansione biografica, li
vorremmo usati per questo «verde» mortale della mortale nemica, da cui difendersi
senza pretese di attiva modifica, senza ambizioni prometeico-faustiane che dai testi
leopardiani non ci sembrano evocabili neanche per indiretta e involontaria deriva.
tornano validi, a nostro parere, i concetti a suo tempo espressi da sebastiano tim-
panaro sull’esigenza, riaffermata in La Ginestra, di un «illuminismo per tutti» e di un
«ateismo per tutti» (potenziale foriero, quest’ultimo, di una liberazione di energie a
vantaggio di una visione rischiarata, a sgombro da ostacoli e da sgambetti autodivi-
nizzanti e spiritualistici: «Che te signora e fine / Credi tu data al tutto»; « Così ti
spiacque il vero / dell’aspra sorte e del depresso loco / Che natura ci diè. Per questo il
tergo / Vigliaccamente rivolgesti al lume / Che il fe’ palese»; «non ha natura al seme
/ dell’uom più stima o cura / Che alla formica»): «stolto, / Quel che nato a perir,
nutrito in pene, / dice, a goder son fatto, / E di fetido orgoglio / Empie le carte, eccel-
si fati e nove / Felicità, quali il ciel tutto ignora, / non pur quest’orbe, promettendo in
terra […]»7.
la chiave di lettura proponibile dell’opera di Citati ci sembra quella che abbiamo
indicato all’inizio: si tratta della prosa di un grande, e giustamente celebrato saggista,
e come alta prosa saggistica il volume va degustato. ne fruisca il lettore con atten-
zione.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


notE
1
PiEtRo Citati, Leopardi, milano, mondadori (Collezione «saggi»), 2010.
2
Cfr. FRanCEsCo moRonCini, Discorso proemiale, in Opere minori approvate da Giacomo Leo-
pardi, 2 voll., ed. crit. a c. di F. moroncini, i, pp. Vii-CV, in part. pp. lXXXiV-lXXXVi e XC. Cfr. spe-
cificamente la n. 1 (pp. lXXXiV-lXXXV): «È pochissimo noto l’influsso di Carlo antici sull’attività let-
teraria di G.[iacomo]. […]. Basterà qui dire che l’antici, fin dal settembre ’14, cioè dopo il primo e
promettente saggio sul Porfirio, si fece a consigliarlo di non pensare all’ebraico e a scriver libri, di non dis-
seccare la fantasia e il cuore nelle ricerche de’ codici e nelle rettificazioni dei testi, insomma nella steri-
le e facchinesca Filologia, che lo avrebbe fatto impallidire nelle biblioteche con poco profitto dell’umanità
e suo; ma invece, di farsi totalmente padrone della lingua ‘greca’, e diventare esimio scrittore e parlatore
nella lingua ‘latina’, e a tal uopo leggendo e rileggendo i migliori classici dell’uno e dell’altro idioma. insie-
me col gusto degli scrittori ‘classici’ gl’insinuò quello delle ‘sacre’ carte, che, data la vocazione di lui al
sacerdozio, lo avrebbe posto sulla strada dei più alti onori e della vera grandezza, a pro della Religione e
dello stato. E il 9 febbraio ’16 gli consiglia, come consentaneo alla sublime vocazione di lui, di farsi cono-
scere al mondo con una raccolta, o intera o scelta, delle omelie di S. Giov. Crisostomo, e degli opuscoli
morali di quello o di altri padri Greci tersamente tradotti in italiano e dottamente commentati. il 25 feb-
braio ’17 chiede quando G. si risolverà al grandioso lavoro, per lui adattato e gradevole, e a tutti gl’italiani
pensanti accettissimo, di una compiuta traduzione dell’Odissea, e altra di Platone, arricchita quest’ultima
da quelle dilucidazioni che tanto sono necessarie al lettore. Questo ripete il 20 marzo, a proposito della
traduzione fatta da G. del secondo dell’Eneide e della Batracomiomachia. E il 1° aprile ’18 esorta G. a
lasciare ogni altra occupazione letteraria per darsi a una magistrale traduzione dell’odissea; aggiungendo
che il Pope, lo stolberg e il monti s’eran resi celebri più con le loro traduzioni classiche, che con tante altre
loro opere. ma sulla traduzione di Platone insiste più che mai; dicendo (13 maggio ’20) che, se G. è avido
di gloria letteraria, con questa traduzione se la farà grandissima; oltre di che (aggiunge in un orecchio a
monaldo) ciò potrà occuparlo utilmente per più anni, distruggendo «le sue inadequate idee». E quando
G. si recò la prima volta a Roma ospite dello zio, questi dovette più volte tornare alla carica per la tra-
duzione di Platone; e pare che fosse riuscito a invogliarnelo, anche in vista di un buon guadagno; come
proverebbero le trattative poco dopo iniziate da G. per il Platone con il de Romanis […]. le quali trat-
tative se sfumarono […] ebbero tuttavia per effetto le varie notulae in Platonem che G. cominciò a scri-
vere e che ci rimangono. – l’antici avrebbe voluto che G. lasciasse l’intensa occupazione delle b e l l e
lettere, per applicarsi alle ‘buone’ lettere; che scendesse dalle vette del Parnaso per occuparsi di ciò che
muove gli uomini su questa terra, leggendo sui pubblici fogli i fatti contemporanei; giacché poco o nulla
gli gioverebbe conoscere tante quisquilie dell’antichità, non sapendo la situazione de’ contemporanei e le
operazioni dei diversi governi. E quindi insiste con monaldo per far venire a G. il gusto degli studi di
legislazione e pubblica economia, i quali vogliono come appoggio la ‘storia’ e la ‘filosofia morale’, offren-
do così un vasto campo di meditazioni alla cupidità letteraria del giovane nipote. ora tutto ciò non fu
senza effetto; ché G., come già prima aveva seguìto i suggerimenti dello zio in parecchi de’ suoi lavori
filologici, così anche ora ascoltandone i consigli, mise per un lungo spazio da parte la poesia, e si diede
a quelle meditazioni abilmente insinuategli, che indi a non molto dovean produrre le Operette morali, e
i volgarizzamenti de’ Moralisti greci. E quando, parecchi anni dopo, nel gennaio ’27, G. erasi mostrato
“disposto a vedere il mondo con occhio assai diverso da quello, con cui lo vedeva prima di conoscerlo”,
l’affezionato zio, profittando della di lui “vista schiarita”, torna ad esortarlo di eseguire il disegno, già con-
cepito, di darci “in quel bello italiano, ch’Egli superlativamente maneggia, le ‘opere scelte di Platone’”.
anche quest’insistenza produsse un piccolo effetto, e avrebbe potuto produrne uno assai maggiore, se le
circostanze non si fossero opposte […]». E ancora, pp. lXXXV-lXXXVii: «[…] anche per contentare lo
zio antici e il Bunsen, che a simili traduzioni lo avevano incoraggiato, come il 15 gennaio ’25 aveva già
annunziato allo zio antici di venire ingannando il tempo e la noia con una traduzione di operette
morali scelte da autori greci dei più classici; così il 5 marzo gli specifica che “un mese addietro” s’era dato
a tradurre “le tre Parenesi ossia ragionamenti morali d’Isocrate, l’uno a Democrito, l’altro a Nicocle, il terzo
intitolato il Nicocle. mia intenzione era di tradurre in seguito il Gerone di senofonte, il Gorgia di Plato-
ne… l’Orazione Aeropagitica dello stesso isocrate; i Caratteri di teofrasto; e forse qualcuno de’ dialoghi
d’Eschine socratico”». segue, nella stessa, citata lettera, il passo, già richiamato, sul Platone «sceverato»
dalla sua «eterna dialettica». «a questo disegno abbastanza ampio di traduzioni, causa la malferma salu-
te, G. dové per buona parte rinunziare. ma non in tutto; poiché dal 15 dicembre ’24 fino al 29 marzo ’25,

iv. il leopardi di pietro citati 


cioè poco dopo aver comunicato il suo disegno allo zio, egli aveva pur finito di tradurre le Operette mora-
li d’Isocrate; e così il 21 ottobre ’25 poteva scrivere allo stella: “amerebbe ella che io mi occupassi di una
collezione di operette morali di vari autori greci, volgarizzate nel miglior italiano ch’io sappia fare?
avrei già in pronto il primo tometto, se non che bisognerebbe copiarlo”. il primo tometto doveva dunque
contenere le Operette morali d’Isocrate. il l. aggiungeva nella stessa lettera che avrebbero potuto far parte
della collezione anche i Caratteri di teofrasto, i Pensieri di m. aurelio, e sopra tutto i Pensieri di Platone.
se non che queste ultime tre opere, forse perché richiedevan troppo tempo e troppa fatica, furono
poste da parte; e invece di esse il l. si diede subito, nello scorcio del ’25, a tradurre l’Epitteto, che pur non
rientrando nel primitivo disegno, gli fu sempre assai caro, e che poi G., invertendo l’ordine, propose allo
stella come facente parte del i volume, riservando al ii l’Isocrate».
3
Ci permettiamo rammentare, qui, a mera citazione di servizio, il nostro Carlo Antici e l’ideologia
della Restaurazione in Italia, Firenze, Fup, 2009. i giudizi espressi nel presente saggio sono concepiti in
modo del tutto indipendente dai contenuti del suddetto volume.
4
C. PEstElli, Il palio dei savi e dei normali, in «studi italiani», Xi, 21-22, 1-2 (gennaio-dicembre
1999), pp. 175-212.
5
a proposito di animali, di piante e di frutti che intensificano la propria vitalità con la luna cre-
scente e che invece la vedono diminuire con la luna calante (le ostriche, i ricci di mare, anch’essi men-
zionati da Citati), ci permettiamo di ricordare che fra gli autori che popolano le ricche note finali del sag-
gista vi sono anche riprese “interne”, citazioni da testi altrui; ad esempio Gellio (XX, Viii delle Noctes),
dopo aver parlato della pupilla del gatto, grande o sottile secondo crescita-decrescita lunare (vd. Citati,
p. 102), poggia tramite le parole del poeta anniano sull’esplicita autorità di Plutarco per segnalare l’ec-
cezione della cipolla – per questo empia presso i sacerdoti egizi – (Citati, p. 103): «“[…] aelurorum quo-
que oculi in easdem vices lunae aut ampliores fiunt aut minores. id etiam”, inquit, “multo mirandum est
magis, quod apud Plutarchum legi: <Caepe revirescit et congerminat decedente luna, contra autem ina-
rescit adolescente>”». si potrebbe aggiungere che il «vegetale empio e assurdo», la cipolla, costituiva il
cibo quotidiano delle masse di schiavi costruttori delle piramidi: la contaminazione dell’empietà non
comportava, in quel caso, il minimo problema.
6
WolFGanG GoEtHE, Faust. Urfaust, trad., introd. e note a cura di Giovanni V. amoretti, 2
voll., milano, Feltrinelli, 1965 (i ediz. amoretti: torino, Utet, 1950), ii, pp. 611 e 780. si notino, in par-
ticolare, gli accenni al «dominio del mondo» («die wenig Bäume, nicht mein eigen, / Verderben mir den
Weltbesitz») e al «capolavoro dello spirito umano» («des menschengeistes meisterstück»), segno di
volontà attiva di dominio, pur se costruttivo e in origine ispirato al bene, sul mondo e sulla natura.
7
semmai, risulta convincente, e in modo non fortuito, il rinvio dello stesso Goethe all’episodio di
naboth iezraelita nel Libro dei Re: in quel caso, si tratta di una sorta di “piano regolatore”, di un proget-
to di acquisizione della vigna di un singolo proprietario che si trova «iuxta palatium achab regis sama-
riae» («vicina est et prope domum meam»), a scopo di profitto, da «vinea» ad «hortus holerum», ad un
diverso e più variegato modo di produzione. l’apparizione del profeta Elia farà tardivamente ravvedere
achab, dopo che la moglie del re ha provocato con un raggiro la lapidazione di naboth; cfr. Liber
Regum, iii, 21, 1-3 (si tratta infatti, in realtà, del terzo libro dei re, secondo la vulgata clementina): «[…]
tempore illo vinea erat naboth iezraelithae, quae erat in iezrahel iuxta palatium achab regis samariae.
locutus est ergo achab ad naboth dicens: da mihi vineam tuam, ut faciam mihi hortum holerum, quia
vicina est et prope domum meam; daboque tibi vineam meliorem, aut, si commodius tibi putas, argen-
ti pretium, quantum digna est. Cui respondit naboth: Propitius sit mihi dominus, ne dem hereditatem
patrum meorum tibi»; iii, 21, 20: «inveni, eo quod venundatus sis ut faceres malum in conspectu
domini». di simili “piani regolatori”, a conquista di case o casette e non di vigne, a vantaggio di un
potente, abbiamo esempi italiani ottocenteschi nel Verga del personaggio di curatolo arcangelo in Don
Licciu Papa (Novelle rusticane) e nel luigi Capuana de Lo sciancato (Le paesane).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


V. Leopardi, la famiglia
e il classicismo romagnolo-marchigiano

Pantaleo Palmieri è protagonista di una vicenda di studioso coerente e fedele, nel


tempo, alla linea delle proprie indagini e della propria metodologia; l’elettivo (non
esclusivo) àmbito leopardiano lo inserisce di fatto in un autentico, vasto mondo di
studî e di studiosi, di tracciati scientifici e di linguaggi specialistici e non, di appun-
tamenti congressuali, di convegni, di conferenze, di discussioni, di trasmissione e di
scambio di pensiero. la suddetta coerenza si esplica in tutta, si può dire, la sua pro-
duzione scientifica, nel suo nucleo geografico-operativo romagnolo (sul quale altra
volta ci siamo soffermati), nel suo dante, nella sua famiglia leopardi, nello storico
milieu classicistico romagnolo-marchigiano; né stupiscono la presenza di Carducci
(“miglior leopardiano” di quanto per molto tempo si sia detto) e la collaborazione di
Palmieri all’Edizione nazionale delle opere, né possono a loro volta stupire gli inte-
ressi rivolti a dino Campana. in particolare, l’insistenza sul rinvenimento d’una linea
affettiva padre-figlio nel rapporto monaldo-Giacomo era già emersa in Occasioni
romagnole, il volume edito da mucchi nel 1994; ma in Leopardi. La lingua degli affet-
ti e altri studi, del 2001, il volume che qui interessa, pur non costituendo l’unico
tema, tale rapporto acquista singolare e originale risonanza, dilatandosi ad autentica
linea interpretativa a sostegno di tutto un contributo di ridefinizione storiografica del-
l’ambiente di nascita, di educazione e di formazione del poeta. Più che di contrappo-
sizione, di sfondo nero e pretesco sul quale si staglierebbe e contrariiis la luce intel-
lettuale del figlio eroico, oppresso e ribelle, del negatore d’ogni teleologistico
provvidenzialismo, dell’autore delle Operette morali, si tratta d’un’induzione conte-
stuale e ambientale di cui Giacomo risente eccome, e non solo involontariamente; vi
è, insomma, in lui, una parziale condivisione, sul piano antropologico, sul piano delle
abitudini e della familiare confidenza, a livello di continuità di rapporto personale, di
non intermessa linea affettiva, una condivisione, si diceva, degli stessi costumi fami-
liari, di una fondamentale sincerità umana nel colloquio, d’una tradizione di “parole”
che ammette l’apertura all’ironia e al sorriso, e che, nel caso delle relazioni epistolari
con i fratelli (e pur con significative differenze nelle “combinazioni” bilaterali tra
fratello e fratello), costituisce un vero e proprio “lessico familiare”: che è una conno-
tazione comunque assai diversa dalla vulgata che vuole un Giacomo assolutamente
solitario, e verificato, nella sua personalità, soltanto dalla negazione, dal rifiuto, dal-
l’inappartenenza rispetto all’ambiente d’origine. Certo, leopardi rimane eroico, e per
conto nostro anche ribelle, né viene rigettata, da questo solco di studi, la portata
della sua critica al mondo e alla religione, alla società e agli uomini; ma un notevole


contributo può provenire proprio dall’individuazione precisa della sua appartenenza
a quel mondo, e diciamo pure a quelle persone: la sua scelta biografico-esistenziale, e
soprattutto la sua filosofia, risulteranno, se non ci inganniamo, incertate, e meglio
definite, da quello che si configura come un vero e complesso e contraddittorio lega-
me con un ambiente reale in cui, nei modi ad esso peculiari, gli si voleva bene: non
un’ottica di denegazione e d’annullamento dell’“antagonista”, del nemico, dell’avver-
sario o del competitore, ma un’ottica che quello stesso antagonista recupera al suo
effettivo ruolo, di padre (di questo spesso ci si scorda) e appunto d’esponente d’un
mondo ideologicamente avverso a leopardi figlio, di padre che ha opinioni e con-
vinzioni radicalmente differenti da Giacomo, di padre che, in un certo senso, non ha
previsto una simile e geniale evoluzione della sua progenie (e come avrebbe potuto,
tanto più muovendo, o meglio non muovendosi affatto da quelle coordinate di marca
pontificia, classicistica in accezione tradizionalista e insieme clericalissima?).
E veniamo direttamente al Leopardi di Palmieri. il volume pubblicato dalla
società Editrice cesenate «il Ponte Vecchio» raccoglie contributi editi e inediti; que-
sto l’indice: i. La lingua degli affetti, articolato in tre paragrafi (Parole al padre; Lo scin-
tillio del riso nella scrittura epistolare di Giacomo Leopardi; Affetti familiari nello spec-
chio dello «Zibaldone»); ii. Altri studi, a sua volta articolato in tre paragrafi («Non
m’arrischio di scrivergli il primo»: Leopardi, Cassi, Perticari e la Scuola classica roma-
gnola; Leopardi e Monti: la dedicatoria delle Canzoni del 1818; Le inchieste leopardia-
ne di Augusto Campana); seguono l’Appendice (Monaldo Leopardi e l’intellettualità
romagnola) e l’Indice dei nomi; la Premessa dell’autore è alle pp. 9-10. tutti i contributi
sono nati da partecipazione a convegni quali, nell’ordine, Lingua e stile di Giacomo
Leopardi (i), Il Riso leopardiano. Comico, satira, parodia (ii), Lo Zibaldone cento anni
dopo. Composizione, edizione, temi (iii), Le vie dorate e gli orti. Le Marche di Giacomo
Leopardi (iV), la forlivese giornata di studi per l’uscita del secondo volume dell’edi-
zione critica a cura di arnaldo Bruni dell’Iliade montiana (V), le giornate cesenati in
memoria di augusto Campana (Vi), Monaldo Leopardi politico e scrittore anti-
conformista (il saggio che compare nell’Appendice). la collana «lyceum» («saggi e
studi di filosofia, storia e critica letteraria»), giunta qui al ventiseiesimo volume,
accoglie finalmente un’opera del suo direttore.
subito appare il “timbro” di Palmieri nei primi saggi, nei quali il recupero ad
un’almeno parziale positività della figura di monaldo (e, in diversa chiave, dei fratel-
li) si impone, con tenace garbo di documentaria fondatezza, fino a reclamare una
novità di posizione critico-storiografica che dovrà, a nostro avviso, essere sempre più
considerata dalla comunità degli italianisti-leopardisti. Più che di antagonismo criti-
co fra monaldisti e antimonaldisti, si tratterà di esaminare una vicenda complessa e
composita di sentimenti intrecciati e talvolta altalenanti, differenziati, non unitarî, e
men che mai monocordi. ma certo non si potrà d’ora in avanti focalizzare l’attenzio-
ne sulla sola lettera della “fuga”; scaturisce infatti da queste pagine un quadro della
famiglia leopardi un po’ meno fosco e aggelante, sicuramente meno oppressivo e
anomalo di quanto sostenuto da una lunghissima tradizione interpretativa e biogra-
fica. Pur essendo pochi e in sé ristretti, gli spiragli di luce si intravedono anche in casa

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


leopardi. E l’elemento che più convince risiede nel fatto che dagli studi di Palmieri
non emerge un monaldo “tradito” nella sua essenza, o assurto all’improvviso a una
comprensione culturale, ideologica, intellettuale del figlio infelice e straordinario,
poiché la distanza sul piano del pensiero e delle concezioni del mondo rimane e
rimarrà abissale. Proprio da questi non marginali rilievi acquista risalto critico la fon-
damentale autonomia e, se possibile, l’ancor maggiore creatività dell’itinerario di
Giacomo, che, così si evince da Palmieri, non necessita d’uno sfondo oscuro così
negativo per spiccare antinomicamente il volo allontanandosi da tanto austero regime
accademico e chiesastico. si legga un brano dalla riflessione, avvalorata dall’età matu-
ra, di Zibaldone, 9 dicembre 1826:

tale [sempre modellato su opinioni e umori del padre] sono stato io, anche in età
ferma e matura, verso mio padre; che in ogni cattivo caso, o timore, sono stato solito
per determinare, se non altro, il grado della mia afflizione o del timor mio proprio, di
aspettar di vedere o di congetturare il suo, e l’opinione e il giudizio che egli portava
della cosa; né più né meno come s’io fossi incapace di giudicarne; e vedendolo o vera-
mente o nell’apparenza non turbato, mi sono ordinariamente riconfortato d’animo
sopra modo, con una assolutamente cieca sommissione alla sua autorità, o fiducia
nella sua provvidenza. E trovandomi lontano da lui, ho sperimentato frequentissime
volte un sensibile, benché non riflettuto, desiderio di tal rifugio.

E si vedano le considerazioni che Palmieri svolge, su queste espressioni dello Zibaldo-


ne e su altri, consimili concetti, enucleabili dall’epistolario, alle pp. 26 ss. si tratta pre-
valentemente di lettere del periodo bolognese, ivi inserita la parentesi milanese (luglio
1825-novembre 1826); la «breve stagione di impegno socio-culturale» può anche vede-
re leopardi scrivere «più per compiacere i suoi corrispondenti che per un impulso
profondo del cuore e della fantasia» (E. BiGi, Le lettere del Leopardi, in Dal Petrarca al
Leopardi, milano-napoli, Ricciardi, 1954, p. 191), ma tale giudizio, scrive Palmieri, non
può realmente essere esteso alle lettere al padre. la stessa lettera della “fuga” non è certo
aliena dalla presenza letteraria delle Canzoni (come delle letture wertheriane e ortisia-
ne); nello stesso modo, la lettera da Firenze del 3 luglio 1832, celebre per il proposito lì
espresso di non tornare più stabilmente a Recanati e per la richiesta d’un’assegnazione
fissa di denaro, e notevole per la ripetuta occorrenza dei termini «vita» e «morte», nasce
sotto la “costellazione” del Dialogo di Tristano e di un amico e della fine dell’esperienza
fiorentina, del disinganno sul piano dell’amore, della cessazione della scrittura zibal-
doniana. E abbiamo citato le lettere che più esplicitamente marcano il distacco di Gia-
como dal sistema di casa leopardi; non si possono, quindi, ritenere del tutto insincere
le professioni affettive che percorrono molte lettere a monaldo; si dovrà, anzi, riconsi-
derare buona parte dell’epistolario come un’espressione di vero e non affettato con-
tatto con la realtà familiare: la realtà così com’essa è, oseremmo sottolineare, ovvero
quella famiglia, ma famiglia, che la sorte ha riservato. anche le lettere ai familiari
scritte dopo il 1830, per quanto resesi più rare rispetto a precedenti periodi, si attesta-
no su una cifra espressiva (e di contenuti) che nulla esclude della, per così dire, “poli-
sincerità” di leopardi. la ferma diplomazia, ben sottolineata da Palmieri riguardo

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


alla famosa smentita sui Dialoghetti monaldeschi, permette a Giacomo di difendere le
proprie ragioni (quelle d’un dissenso ideologico profondo) e nel contempo di non
offendere il padre, anzi di trattarlo con il rispetto dovuto; la lettera che concerne la sop-
pressione della «Voce della Ragione» consente al figlio di polemizzare con i «legittimi»
(i legittimisti) accomunando in qualche modo il padre alle vittime dell’occhiuta repres-
sione. Rimane vero che alcune delle lettere dell’ultimo periodo non sono neppure
scritte di propria mano da leopardi, ma risultano dettate al Ranieri; ma è altrettanto
certo che restano aperte alla discussione degli italianisti le ragioni critiche di Palmieri:
si ricordino ancora in tal senso il rifiuto da parte di Giacomo d’ogni forma di coinvol-
gimento politico, e prima ancora il rigetto d’ogni adesione al gruppo dell’«antologia» e
al relativo lavoro, che secondo lo studioso possono esser fatti risalire alle radici monal-
desche della sua formazione familiare e psicologica.
alcuni contributi, a composizione d’un interessante e preciso mosaico, proven-
gono anche da Lo scintillio del riso nella scrittura epistolare di Giacomo Leopardi:
d’uno scintillio appunto si tratta, secondo la bella immagine bergsoniana. E ancora
una volta siamo a constatare la differenziazione dei registri, la stratificazione dell’e-
spressività linguistica leopardiana a seconda dei destinatarî, siano essi i familiari o i
conoscenti, i letterati, o altre categorie di corrispondenti. non si dà nell’epistolario la
presenza d’un riso esplicito, “grasso” o sguaiato, che meraviglierebbe in una perso-
nalità (linguistica, intendiamo, al di là della sfera psicologica) come quella di Giaco-
mo; ma si dà l’emergere d’un riso sottile, ora amaro ora più disteso, ora sostenuto da
una vena d’ironia satirico-rappresentativa, ora riposto nel calibrato ammicco alla
semantica rodata d’un lessico familiare mai intermesso. ancora «lessico familiare»:
bisogna rassegnarsi all’idea, in sé apparentemente lapalissiana, che anche leopardi ha
una famiglia, e una famiglia che oltre tutto avrà in sorte di sopravvivergli; dei fratel-
li (ampiamente rappresentati nella trattazione di Palmieri), sono Carlo e Paolina a
calamitare le maggiori attenzioni di destinatarî; di monaldo si è in parte già detto;
nella cerchia di parenti e conoscenti, spiccano le lettere al cugino Giuseppe mel-
chiorri, a quella complessa personalità rappresentata da Pietro Brighenti, all’amica
adelaide maestri (si parla, ricordiamolo, delle sezioni dell’epistolario più aperte al sor-
riso, se non al “riso” professamente evocabile o intuibile); il lettore potrà così seguire
la vicenda storica delle lettere a Paolina, che annoverano il giovanile ringraziamento
per l’opera di copiatura del Compendio di logica (la posizione della sorella è quella,
scherzosa e affettuosissima, del «donpaolato»), il racconto gustoso e caratterizzante di
persone, personaggi e personcine incontrati nei varî ambienti non recanatesi che
leopardi via via frequenta, le confidenze e la fraterna “galanteria” che sempre accom-
pagnano i modi allocutivi di Giacomo verso quella che è la più “protetta” (da lui) nel-
l’àmbito dei suoi familiari:
Prevale, insomma, nelle lettere a Paolina un gusto rappresentativo, che però è anche
desiderio di distogliere l’attenzione dal destino di infelicità che li accomuna; in quel-
le a Carlo un bisogno autorappresentativo, e, si direbbe, nel gioco complesso della
specularità, un bisogno di confermare la saldezza di un legame in nome di una
comune pessimistica visione della vita e del mondo (p. 39).

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


a Paolina sono destinate le uniche due lettere che contengano riferimenti alla defor-
mità fisica (3 dicembre 1822 e 18 maggio 1830). a Pierfrancesco, minore di quindici
anni, sono riservate da parte di Giacomo lettere da fratello affettuoso e sempre “tifo-
so” riguardo alle attività di «Pietruccio», fino al canonicato, del cui conseguimento
leopardi, qui nella pura veste di congiunto, non manca di complimentarsi. il lettore
potrà altresì seguire le “linee” epistolari avvertite da leopardi più consone a ciascuno
dei corrispondenti; a melchiorri, per esempio, può riservare, protetto dal «legame di
parentela aristocratica», confidenze di carattere privato, e perfino sul proprio modo di
poetare, che egli non fa e mai farebbe ai proprî sodali di percorso letterario; in questo
caso invece il poeta si sente libero dall’esigenza di costruzione intellettuale d’un’im-
magine di se stesso. Pietro Brighenti, titolare, per così esprimersi, d’un’amicizia bolo-
gnese che segna un periodo positivo nel sistema biografico e culturale leopardiano, è
destinatario d’alcune missive (d’argomento simpaticamente gastronomico) che si
attestano fra le più serene e scherzose dell’intero epistolario. Più vicine a un ironico
sarcasmo, o a una vena polemica, o ad un’appropriazione personalizzata degli «stile-
mi» tradizionali del “giovane scrittore” in fase di presentazione al mondo letterario
sono, da parte loro, le lettere, soprattutto giovanili, al Giordani, al monti, all’acerbi, e,
in séguito, all’editore stella e ad altri corrispondenti. E il lettore viene guidato fra i varî
sentieri delle lettere leopardiane, ora miratamente citate nei brani di più diretto inte-
resse, ora accennate ed evocate in una linea di ricostruzione concettuale senza aper-
te citazioni testuali, ora invece, in base a un metodo di integrazione dei procedimen-
ti e delle modalità critiche, generosamente, e in qualche caso completamente
riprodotte con indicazioni che giovano al fruitore e rivelano l’acribia filologica e lo
scrupolo documentario d’un curatore al quale va riconosciuto lo zelo constativo e
contestuale, linguistico e storico, nella produzione d’un materiale che forse mai potrà
dirsi del tutto e in tutto esplorato. Forniamo in tal senso un significativo e forzata-
mente breve specimen riguardo alla lettera a Giuseppe melchiorri, da Recanati, del 5
marzo 1824:

l’aver reperito, nel Fondo Piancastelli della Biblioteca Comunale di Forlì, l’auto-
grafo di questa lettera ha consentito di correggere nell’edizione Flora, tra l’altro,
«soglio sempre aspettare che mi torni un altro momento» in «soglio sempre aspetta-
re che mi torni un altro momento di vena»: un restauro che mostra come leopardi
annettesse all’ambito dell’ispirazione anche il momento della rielaborazione stilistico-
linguistica. F. d’intino, Poesia e grammatica. Di alcune sviste leopardiane, su «studi e
problemi di critica testuale», 50, aprile 1995, pp. 53-61, trova qui la prova provata
della sua felice intuizione che la rielaborazione di un testo è per leopardi un «secon-
do, tormentoso momento della creazione» (p. 45, n. 22).

Felicissimi sono poi i ritratti, meritatamente famosi, del Cancellieri e di altri perso-
naggi (soprattutto cardinali della curia romana) che hanno segnato, negativamente, la
prima esperienza d’un leopardi lontano dal paterno ostello, e anzi proiettato (ma a
poco dire in chiave fortemente e consciamente critica) in una dimensione romana, in
una metropoli non industriale ma pretesca, curiale, ecclesiastica, che porge tratti

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


insieme amari e caricaturali alla penna epistolare leopardiana, ma che riserva anche,
e proprio per questo, una capitale delusione biografica e ideologica alla persona e
all’intellettuale che lì scrive.
non si distacca dall’habitus di precisione, di profonda premura indagante, il para-
grafo dedicato agli affetti familiari nello Zibaldone, un paragrafo che vede un’adelaide
antici assunta ad un ruolo più importante, nella formazione psicologica della perso-
nalità di Giacomo, di quanto si sia pensato e scritto. non si tratta soltanto d’un ruolo
denegante, proibitorio, o censorio tout court, bensì d’un ruolo che, a suo modo ed esat-
tamente grazie ai difetti, alle chiusure mentali d’una domina di palazzo che “organizza”
fin i singoli dettagli della giornata secondo un plumbeo scadenzario catechistico, e in
base ad una “quadratura” razionalistica (di razionalismo religioso) mai periclitante, si
traduce in quella che per Giacomo sarà pur sempre una chiave di comportamento,
ovvero in quella precisa e acuminata disposizione filologica, sceverante, analitica, che
connoterà il leopardi scrutatore e revisore e restauratore di testi, insomma in quella
serie di caratteristiche che lo stesso leopardi, sviluppandole in personalissima chiave,
deriverà dalla madre, non da quel padre in questo senso più esposto all’occhio pubbli-
co dell’indagine e dell’accertamento critico. il padre, in fondo, è stato un dispersore di
patrimonî, dove la madre ne è stata una fin troppo rigida restauratrice. ma, certo,
svariate pagine critiche sui veri rapporti che intercorrono all’interno della famiglia
leopardi andrebbero riscritte. la madre, come per altri aspetti e sotto altra luce anche
il padre, viene comunque evocata, nello Zibaldone, in chiave esemplificativa delle con-
siderazioni generali, delle concettualità filosofico-psicologiche d’universale risonanza;
in tal senso, lo Zibaldone si conferma come opera autonomamente cifrata sul calibro
d’un personale e affascinante crogiuolo di scritture in cui gli affetti familiari non bal-
zano certamente in primo piano, ma neanche, a rigore, rimangono del tutto esclusi,
come dimostrano le allusioni (se non altro, indirette e “interne” al sistema mental-fami-
liare di Giacomo) ai fratelli, Carlo (di cui leopardi ha fatto sin dalle lettere al Giordani
un mito corposamente antitetico a lui «scriatello», e di cui, soprattutto, ha rilevato la
netta superiorità nel rapporto con le donne), luigi (vero riferimento, come persuasi-
vamente dimostra Palmieri, d’alcuni accenni all’invidia – non alla gelosia – senza
aggettivi, data la simultas cronologica con un fratello minore ma non di molti anni, e la
relativa contiguità con l’esperienza d’un “piccolo” che è privilegiato), Pierfrancesco, il
vero “ultimo” di casa, separato da ampio lasso d’età dal gruppo dei fratelli, e oggetto
d’un’incondizionata affettuosità da parte dell’intenerito maggiore; non meraviglia il
silenzio su Paolina, protetta e quasi custodita dal rischio d’essere al tutto partecipe
dell’evoluzione negativa che ha ormai assunto il pensiero di Giacomo. Palmieri, ricor-
diamolo, risolve, è il caso di dirlo, il problema dell’identificazione con la madre (cfr. pp.
61 ss.), rintracciabile in realtà assai agevolmente nel pensiero del 25 novembre 1820; e
nel dibattito sul leopardi naturaliter cristiano, l’autore condivisibilmente ricorda che
l’applicazione rigorosa da parte d’adelaide delle norme più restrittive del cristianesimo
non sembra pascolo di studi per la psicopatologia; o, se lo è, lo è proprio ed in quanto
si tratta d’un’applicazione ortodossa (summum ius summa iniuria, questo sì), raziona-
le, fedele alle prescrizioni, letterale senza una vera interpretazione (come invece sempre

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


dovrebbe avvenire per le fruizioni letterali) della cristiana dottrina applicata a venti-
quattr’ore; il tutto fisiologizzato da una decodifica «sensibilissima» d’una fede così
intransigente e inflessibile, così “fede”, insomma, nella deteriore accezione del termine,
da acquisire al vocabolario della “sensibilità” (ecco il problema di molti critici, che
hanno per così dire subìto anche loro la personalità di adelaide: ella è una madre di
famiglia estremamente autoritaria, e tutti ne risentono gli effetti, anche nel tempo,
come appunto i critici stessi che le entrano nel raggio d’azione!) anche la gioia “nichi-
lista”, cristiano-negativa, della filiale premorienza. ma (è anche questo il senso del
discorso critico che qui si svolge) dalla testimonianza del marito monaldo e dallo svi-
luppo del nostro ragionamento, s’induce con buona probabilità logica l’incupimento
delle tinte che leopardi ha operato nel “ritratto” della madre, e forse non solo in quel-
lo, e, sia detto entro certi limiti, non solo riguardo a lei; tutti da leggere, in tal senso, i
passaggi, estremamente rigorosi e non scontati, sul mito delle madri eroiche cristiane
(figure per le quali la biblioteca della «bicoccaccia», come poi Giacomo ebbe a defini-
re il paterno ostello, era ampiamente fornita: dagli atti martiriali all’agiografia marti-
rologica in generale, ad Eusebio, testi frequentati all’epoca dei Fragmenta Patrum
Graecorum e degli Auctorum historiae ecclesiasticae fragmenta), sul consueto exemplum
delle genitrici spartane, non in sospetto di mammismo, sulla fondamentale differenza
che separa adelaide dal ruolo di fonte di virtus attiva per i figli e per chi è influenzato
dal suo esempio, come invece è avvenuto nel caso delle stesse madri eroiche cristiane:
ella è per i figli, e in particolare per la sensibilità di Giacomo, il primo nucleo di nichi-
lismo, e quindi la prima fonte di polemica verso il razionalismo cristiano-religioso, che,
con la sua tabula rasa di ogni espressione della positività naturale, della gioiosità
linearmente assertiva dell’umano percorso vitale, e con il dirottamento d’ogni atten-
zione e d’ogni interesse filosofico verso l’aldilà, depriva, e in che misura se è letteral-
mente interpretato quell’ “interesse filosofico”, l’élan vital e l’affermazione dei valori
materiali e biologici dell’esistenza. si tratta, in particolare negli anni che ruotano intor-
no al 1820, della polemica sul cristianesimo e della polemica contro di esso; la stessa
concezione della religione, più che oscillare, contemporaneamente annovera, appunto
in quegli anni, la valorizzazione («singolarissima», certo) del cristianesimo primitivo,
come tendenza e dottrina ancora capace, tramontati i miti degli dèi pagani, di pro-
spettare illusioni all’uomo, e la condanna della religione come affermazione – verificata
anche nella vita concreta, nei singoli giorni degli uomini e in particolare dei fedeli – del
razionalismo (in quel periodo, nel concetto di leopardi, “razionalismo cristiano” signi-
fica inserzione d’uno spiritualismo regolatore sugli svolgimenti lineari dell’esistenza bio-
logica) che ogni illusione ha tolto, dell’aridità sostanziale che tale razionalismo ha
introdotto e drammaticamente diffuso fra gli uomini e in una vita che è cambiata, e in
peggio, rispetto ai modelli e alle epoche del mondo propriamente “antico”, epoche
nelle quali il culto della fisicità e della corporeità seguiva le proprie sorgive matrici e
faceva parte della cultura generale, senza incontrare il concetto di peccato.
Già a proposito di Occasioni romagnole rilevammo l’importanza del problema sto-
riografico costituito dalla scuola Classica Romagnola, un vero e proprio gruppo cul-
turale da individuare su base latamente geografica (non solo Romagna, che comunque

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


ne è, si può dire, il centro, ma anche Emilia e marche); e, benché leopardi percorra,
già in parte dagli anni più propriamente giovanili, vie assolutamente sue, e irriducibili
alle coordinate delle accademie classicistiche, nondimeno la presenza, l’influenza
contestuale della scuola Classica Romagnola si farà sentire molto a lungo su di lui,
quasi in una percezione d’appartenenza costante (e sono in tal senso convincenti ele-
menti di legame i rilievi che pur emergono in quell’ambiente sulla prima pubblica-
zione delle Canzoni: sono osservazioni “sentite” da leopardi, che tiene, quanto meno,
a non essere disapprovato dai classicisti di quell’area); riprova della decisa, e a suo
modo compatta connotazione classicistica che demarca la scuola romagnola è quel-
l’autentica cartina al tornasole costituita dalla difficile ricezione manzoniana in un
àmbito che è roccaforte della tradizione linguistica e formale della letteratura italiana,
e, insieme, custode dei valori veicolati dalla razionalità, dalla calibrata misura espres-
siva delle lingue e delle letterature classiche; non mancano, comunque, modeste
implicazioni manzoniane anche in “zona” emiliano-romagnola: si ricordino, del pre-
cedente Occasioni romagnole, le osservazioni sul rapporto che può essere intercorso fra
le ultime due strofe della Pentecoste e l’Inno a Giove di Paolo Costa, e altrettanto il pro-
babile spunto (è valso in tal senso un rilievo di augusto Campana) rappresentato per
due versi del coro d’Ermengarda dall’Ode a una danzatrice di dionigi strocchi. dati
«distintivi» della scuola sono, a detta dello stesso Palmieri,

innanzi tutto il purismo in fatto di lingua: un purismo moderato, quale predicavano


monti e Perticari, cioè pronto a riconoscere gli apporti che alla lingua letteraria
erano stati conferiti dagli scrittori più significativi; non radicale e antistorico com’era
quello del padre antonio Cesari o quello a cui Basilio Puoti educava i suoi discepoli
di vico Bisi, che meglio si definirebbe neoprimitivismo o arcaismo; ed è questo puri-
smo d’avanguardia, passato però al vaglio di una concezione della lingua che ingloba
istanze etico-politiche ed estetico-letterarie, il canone linguistico che ha ispirato la
selezione dei materiali per la Crestomazia della prosa, la solidità della preparazione
antiquaria, storico-filologica, cui molti di loro erano stati educati nel celebre semi-
nario faentino (pp. 81-82);

e ancora, Palmieri indica il dantismo (anch’esso oggetto di precedenti sue indagini),


l’antimanzonismo appunto, la sodalitas (a cementare la fondamentale connotazione di
gruppo sostanzialmente coeso e collaborativo), la fede nell’insegnamento, l’atteggia-
mento non rinunciatario riguardo all’assunzione di cariche pubbliche e ufficiali: dati
distintivi, appunto, rispetto alla generica appartenenza a una corrente, quella del
classicismo italiano ottocentesco identificabile su base “areale”, regionale (o appena
transregionale), che non si può certo dire abbia nel complesso goduto di buona sto-
riografia, quando pure ne ha realmente fruito, data la prevalenza, a tutt’oggi vigente in
molte diramazioni, del protocollo interpretativo-concettuale desanctisiano, e della
giustapposizione, spesso semplicistica e dicotomica, classicismo-romanticismo, con-
servatorismo-progressismo.
Più ancora si pone, o si ripropone, il problema dell’appartenenza leopardiana a
questa “corrente”; ma, più che di problema, si tratta di campo d’indagine e d’impegno

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


di ricerca: già augusto Campana, ampiamente e inevitabilmente evocato in queste
pagine romagnole, sosteneva che a tale scuola «si potrebbe iscrivere di diritto anche
Giacomo; di solito non ci si pensa, solo perché era un grande». E invece Giacomo
appartiene a quella scuola, né vi appartiene soltanto in sede di “militanza culturale
giovanile”, quasi in un profilo di già rubricata minorità, superabile dai ben più alti svi-
luppi ulteriori di leopardi. Come in parte già emerso, l’appartenenza alla scuola
classica emiliano-romagnolo-marchigiana accompagnerà a lungo leopardi: concetto
che va accettato, poiché la frequentazione d’una casa d’origine (e dei valori che vi sono
sostenuti) non implica in quella casa la presenza d’una genialità pari a quella del più
grande dei suoi figli; non per questo viene meno la sua natura di casa culturale, e da
Giacomo assai meno contestata di quanto avvenisse verso il natio palazzo recanatese.
l’affermazione di Campana potrebbe essere letta, con uguale esito d’efficacia, a partire
dalla conclusione: se leopardi è un grande, non per questo non ha una casa cultura-
le, e da tale casa non deve dunque essere esiliato, proprio perché il suddetto milieu
romagnolo-pontificio non è per nulla in obbligo, né ce lo potremmo oggettivamente
attendere, d’essere intessuto di individualità di spicco, di quella genialità e di quella
grandezza che proprio in quanto tali non sono preventivabili né di frequente occor-
renza letteraria e storica. non meravigliano, sulla base di tali premesse, le citazioni di
nomi e di figure del classicismo romagnolo che Palmieri viene facendo; non spigola-
tura di pieghe letterarie minori, ma concorso alla definizione d’una corrente e d’un
gusto che caratterizzano e insieme identificano una scuola e una cultura umanistica
regionale, pur nel quadro del predominante clima romantico; predominante, benin-
teso, sul piano generale ed europeo, ma non poi così prevalente e vittorioso se parti-
tamente analizzato e verificato nei varî stati e nelle varie aree regionali italiane, nelle
quali il minimo che si possa dire è che il romanticismo non si accampa certamente a
modello unico. nel tempo, leopardi acquisisce (se già non le possiede in casa) molte
opere di autori e personalità della scuola Romagnola: «Pietro Giordani, Vincenzo
monti, Francesco Cassi, dionigi strocchi, Paolo Costa, Giovanni marchetti, terenzio
mamiani, Giuseppe maria Emiliani, Filippo schiassi, Carlo Emanuele muzzarelli,
luigi nardi, Francesco Rambelli»; si può dire che esordisca nel mondo letterario
con la traduzione (milano, Pirrotta, 1817) del ii dell’Eneide (le traduzioni, come già si
è avuto modo di dire, sono un serio carattere distintivo e costitutivo della cultura clas-
sica romagnola, e sono testimonianza di vivezza, non di latenza di spiriti civili e
patriottici); anela alla nobilitazione delle sue prime vere opere all’ombra di mai, di
monti, di Giordani, i due ultimi dei quali, «corifei» dell’ambiente classicistico regio-
nale, sono molto seguìti, «negli anni che qui interessano», «nella periferia bolognese
e romagnola» anziché in altri àmbiti, più fervidi di dinamismo e d’iniziative cultura-
li innovative, pur se si tratta di àmbiti vessati dai controlli e dalle censure austriache.
E ancora si ricordino – oltre ai citati Costa, Emiliani e strocchi – antonio Cavalli,
Gaspare Garattoni (grande traduttore di Cicerone), alessandro Cappi, Pellegrino
Farini, Giovanni antonio Roverella, Eduardo Fabbri, zeffirino Re, Cesare montalti,
Giuseppe manuzzi, lo stesso Giulio Perticari, Bartolomeo Borghesi, nicola Gommi
Flamini, Giuseppe ignazio montanari, Vincenzo Valorani, Giovanni marchetti degli

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


angelini, Giuseppe Gaspare mezzofanti, massimiliano angelelli, Francesco orioli,
melchiorre missirini, e, dulcis in fundo, due presenze femminili di segnalata bellezza
e d’ottima cultura, Cornelia Rossi martinetti e teresa Carniani malvezzi. lasciamo
dunque al lettore il piacere d’immergersi nella delineazione dei rapporti, non solo epi-
stolari, con Francesco Cassi e con Giulio Perticari (si tratta d’una vera ricostruzione,
da leggere con vivo interesse, d’un capitolo sulle interrelazioni leopardiane con il
classicismo di Romagna e della marca settentrionale). né minori apporti è destinato
a dare Leopardi e Monti: la dedicatoria delle Canzoni del 1818, pp. 109-121, esempla-
re e calibrata trattazione d’un rapporto di deferenza, ma non di servile obsequium,
un’autentica vicenda di riconoscimento, anche personale, del ruolo rappresentativo di
monti, e, nel contempo, di radicale differenziazione di leopardi dal tipo d’ispirazio-
ne e di gusto poetico che sostengono l’autore della Bassvilliana: più che di fluttuazio-
ne, si tratta dell’istituzione di monti a riferimento oggettivo, comunque sia, di tutta
un’ispirazione letteraria che al suo magistero si ricollega (senza dimenticare la ben
nota stima che, in àmbito moderno, vi è per il linguista della Proposta, ed i relativi
studî, soprattutto di maria Corti e di sebastiano timpanaro). semmai, si contesti l’in-
trinseca essenza di tale magistero sul piano creativo-letterario (noi, francamente, la
contestiamo alquanto); ma è impossibile disconoscerne l’incisività (anch’essa rivela-
trice del contesto italiano che rende fertile siffatta lezione), non si può a meno d’am-
metterne la prolungata azione e la riscontrata operatività; Carlo dionisotti, nella
testimonianza di Roberto tissoni, così si esprimeva: «dimmi cosa pensi di metasta-
sio e di monti, e ti dirò chi sei» (vale per tutti, certamente!).
il capitolo sulle inchieste leopardiane di augusto Campana s’intreccia con le con-
siderazioni, non soltanto d’ordine culturale e scientifico, bensì anche e forse soprat-
tutto d’ordine umano e didattico nel senso alto di queste parole, che era lecito aspet-
tarsi riguardo a una figura d’eccezionale valore nella ricerca, nello studio e nel
dialogo, diretto o epistolare, e nell’opera di discepolato che, discreta e talvolta quasi
involontaria, nello “stile Campana”, ne è derivata a beneficio di molti. Ci sia con-
sentito rilevare che è magistrale anche il ricordo che Palmieri ne traccia, fra rievo-
cazione dell’atteggiamento umano, del tratto colloquiale di Campana, della sua sere-
nità e pacatezza, e resoconto (ma ragionato e autonomamente condotto) di studi
leopardiani incentrati sulla cifra classicistica emiliano-romagnola, su quello scan-
daglio documentario e bibliografico esemplarmente approfondito e dragato, sag-
giato in ogni sua parte e capace da se stesso di farsi storia nel momento in cui si fa
filologia; il ritorno continuo agli originali, l’accertamento nel quale la precisione
minuziosa non si pone come mero dato erudito ma come fonte di rettifiche e di
nuove vie di studio, costituiscono, senza dubbio, un autentico timbro metodologico
di Campana. si tratta, anche in questo caso, di pagine da lasciare al lettore, perché
questi possa respirare (è il caso di dirlo) la tutt’altro che polverosa aria dei riscontri
bibliotecarî di Campana come di dionisotti, di timpanaro e di Pacella, e dello stes-
so Palmieri, allievo, non lo si dimentichi, di marti e di spongano. Rammentiamo, in
particolare, la vicenda delle lettere di leopardi a Bartolomeo Borghesi; si leggano le
parole di Palmieri:

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


non è facile al leopardista accorgersi di questa corrispondenza col Borghesi, perché il
leopardi indirizzò la stessa lettera di invio delle Canzoni a dionigi strocchi e a Bor-
ghesi (12 e 16 febbraio 1819); e di nuovo una medesima lettera per l’invio della Can-
zone al Mai a Giuseppe Grassi e al Borghesi (3 e 6 novembre 1820). Gli editori dell’e-
pistolario leopardiano, moroncini prima e Flora poi, hanno pubblicato in entrambi i
casi una sola delle due lettere gemelle, indicando come destinatari, il moroncini:
strocchi e Grassi; il Flora: Borghesi e Grassi; è così accaduto che il nome del Borghesi
non compaia affatto nell’indice dei corrispondenti del moroncini e compare come
destinatario di una sola lettera, quella del 1819, nel Flora (dove poi ovviamente il
nome dello strocchi compare solo in nota) (p. 126).

E l’indicazione, data dallo stesso Campana, del timpanaro degli Appunti per il futuro
editore dello Zibaldone e dell’Epistolario (in «Giornale storico della letteratura italiana»,
135, 1958, pp. 607-626), si flette nella priorità, per così dire, acquisita dallo stesso
Campana nel reperimento nella biblioteca Vaticana di nove autografi delle lettere sulle
quali ha lavorato timpanaro; e se Campana esclude una conoscenza diretta leo-
pardi-Borghesi, così come esclude in modo forse un po’ troppo reciso una reale
conoscenza da parte di Giacomo, negli anni 1817-1818, degli studi dell’erudito roma-
gnolo, timpanaro, a sua volta, ha a lungo sottovalutato lo stesso Borghesi come filo-
logo, salvo rivedere il proprio giudizio anche alla luce della conoscenza dei «rappor-
ti Borghesi-niebuhr». il protocollo romagnolo-marchigiano di questo ambiente di
studiosi si amplia, com’è possibile vedere, al suo naturale àmbito romano (e a Roma,
e sempre all’ambiente degli eruditi antiquarî, sono dedicate le pagine campaniane
sulle «Effemeridi letterarie», con mai e niebuhr quali collaboratori, e sul «Giornale
arcadico», che annovera l’amati, il Borghesi, il Betti).
Campana sottolineava, proprio in direzione degli interessi romagnoli, l’impor-
tanza d’un saggio quale Leopardi e Bologna, di Carlo dionisotti, raccolto nel celebre
Appunti sui moderni del 1988 (Bologna, il mulino, pp. 129-155); nello stesso modo,
Palmieri intende giustamente riconoscere lo statuto di fondamentali a saggi campa-
niani come Duecento anni di fama del Borghesi, in Bartolomeo Borghesi. Scienza e
libertà, Bologna, Pàtron, 1982 e Leopardi e Borghesi, nell’opera collettiva Critica e sto-
ria letteraria. Studi offerti a Mario Fubini, Padova, liviana, 1970, pp. 700-727 (ma il
contributo di Palmieri concerne anche il campaniano Perticari e Leopardi. «Giornale
arcadico» e «Effemeridi letterarie», apparso negli atti del convegno Leopardi e Roma,
– 7-8-9 novembre 1988 – Roma, Ed. Carlo Colombo, 1991, pp. 29-41). in questa
costellazione di studiosi e di eruditi, il lettore può seguire la vicenda delle lettere del
conte Filippo de sanctis a Bartolomeo Borghesi (appartenute al conte Giacomo
manzoni, nipote di Borghesi, furono acquisite nel 1894 dal Comune di Recanati e
sono ora conservate, insieme ad altri autografi, in una sala della Pinacoteca); furono
scritte il 16 ottobre 1858 e il 30 settembre 1859 (a quest’ultima si ha la risposta del
Borghesi, il 22 ottobre); la prima di esse formulava quesiti su tre punti, dei quali
(sostanzialmente eluso il primo) il secondo (soprattutto) ed il terzo saranno oggetto
di stimolante risposta da parte del destinatario. il disegno editoriale di Filippo de
sanctis non si realizzerà; riguardava

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


i commentari leopardiani sulla vita e gli scritti dei quattro retori (dion Crisostomo,
aristide, Frontone ed Ermogene), insieme con altre cose leopardiane (la versione
delle lettere frontoniane pubblicate dal mai e la traduzione della poetica di orazio). E
chiedeva al Borghesi: 1) chiarimenti su un passo di ateneo, l’autore dei Dipnosofisti,
in cui si parla del giureconsulto Ulpiano; 2) ragguagli sulla storia dell’iscrizione,
citata dal leopardi, di una statua onoraria di Elio aristide; 3) notizie sul leopardi, che
potessero giovare all’introduzione (p. 125).

notevole, poche pagine dopo, la ricostruzione della vicenda delle annotazioni ai


Chronicorum canonum libri duo di Eusebio, editi a cura di mai e di zohrab, dapprima
elaborati in appunti, poi dedicati, sotto forma di lettera, al Borghesi, in séguito, anco-
ra, modificati e pubblicati nelle «Effemeridi letterarie» (X-Xii), 1823, quindi in opu-
scolo, con la stessa data, come scrive Palmieri, ma in realtà nel 1825, con una dedica
generica «a un amico suo»: perché questa sottrazione, operata verso il Borghesi, della
dedica personale? timpanaro e Pacella, curatori degli Scritti filologici di leopardi, ipo-
tizzano che tale anonimato possa corrispondere a consapevolezza del genere “mode-
sto” delle «annotazioni», oppure ad intento “professionale”, teso a mostrare imperso-
nalità tecnico-filologica; Campana (e la tesi è accolta da timpanaro nella terza
edizione degli Scritti filologici, oltre che dallo stesso Palmieri), ben convinto del valo-
re di filologo di Borghesi, rivela che leopardi si è valso della recensione che l’erudito
aveva realizzato nel 1820, nel «Giornale arcadico», a due edizioni contemporanea-
mente uscite dell’opera d’Eusebio: oltre a quella citata a cura di mai e zohrab, era
infatti stata pubblicata quella a cura dell’armeno aucher (di cui leopardi fruisce, ma
della quale non fa oggetto di pubblica attenzione): «[…] si rese conto che, se la dedi-
ca fosse rimasta al Borghesi, sarebbe suonato strano che il dedicante non dialogasse
col dedicatario proprio sul tema che in quella circostanza li accomunava» (p. 132).
l’Appendice, intitolata Monaldo Leopardi e l’intellettualità romagnola, conferma ed
amplia la serie di ricerche e di risultati critici maturati da Palmieri nell’opera di scavo
e di messa a punto di dati documentarî e storici. la cura nella presentazione e nel-
l’annotazione delle lettere è capillare, e spinta fino al singolo dettaglio materiale, car-
taceo, bibliografico, e, persino, topografico-abitativo (si cfr., p. 149, il rinvenimento
delle lettere del sacerdote erudito luigi nardi a monaldo, «occultate» dallo stesso
conte-padre «nel fondo dell’ultimo cassetto di un comò situato, a suo tempo come
adesso, nello studio di monaldo»). si tratta di diciassette lettere che aprono un note-
vole spiraglio sul mondo degli ecclesiastici classicisti: un ambiente ecclesiastico,
appunto (come nel caso dello stesso luigi nardi, il cui carteggio con monaldo –
sedici lettere, pubblicate non in questa sede, ma a suo tempo in Occasioni romagnole
– è in tal senso molto significativo), perché monaldo non appartiene, in buona
sostanza, all’àmbito dei classicisti laici romagnolo-marchigiani, pur essendo stato
affiliato all’accademia dei Filopatridi; vi appartiene, se così si preferisce, nel senso
d’una contiguità geo-culturale di contesto, e nel nome di una fondamentale difesa
delle tradizioni. ma di quali tradizioni si tratta? Per monaldo, si tratta della tradizio-
ne del trono e dell’altare, della tradizione ecclesiastica e religiosa, conservatrice e
legittimista, difesa con intransigenza non incline ai compromessi, alle mezze misure,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


alle «seconde vie»: si veda, ancora una volta, la «Voce della Ragione», la rivista pub-
blicata da annesio nobili, a Pesaro, dal maggio 1832 al dicembre 1835, novanta
fascicoli a scansione quindicinale, «contraltare» dell’«antologia» di Vieusseux e di
Capponi. E l’impegno di monaldo è quello, non perdente per un buon tratto di
tempo, di «coinvolgere un gruppo di romagnoli, folto anche questo ed omogeneo,
quasi tutti preti, nella sua battaglia in difesa del trono e dell’altare, cioè attorno a idea-
li assai diversi da quelli che avevano cementato il meglio e il più dell’intellettualità
romagnola» (p. 141). sarà proprio, lo ripetiamo, il figlio Giacomo ad appartenere al
classicismo ideologicamente e culturalmente laico, e spesso “progressivo”, della scuo-
la Classica Romagnola. Vanno insomma sfatate, diciamolo esplicitamente, certe
equazioni culturali che tendono a scindere il concetto di progressismo dal contesto di
determinate accademie classicistiche, conservatrici sul piano della tradizione lingui-
stico-espressiva e letteraria, ma non sul piano dell’ideologia e del pensiero storico; e va
altrettanto scisso il nome di monaldo dall’ipotesi d’una piena appartenenza a quella
che si configura come una scuola di spiriti laici, di dèi pagani, pronta, sì, ad esprimere
critiche o riserve riguardo alle prime canzoni del figlio Giacomo, ma dalla quale
non è aliena, o non del tutto, l’immagine dell’italia turrita, “decaduta”, secondo un
concetto e una prospezione storica latina di un termine che indica il proprio riferi-
mento nella Roma classica, non in quella papale.
le schede del contributo di Palmieri riguardano, comunque, una serie di figure di
ecclesiastici e di laici (fra i primi è annoverato anche don sebastiano sanchini, primo
precettore di Giacomo). le lettere hanno il loro più cospicuo nucleo (iii-XiV) nelle
missive del canonico Epifanio Giovanelli a monaldo leopardi, in un arco di tempo
che va dal 17 dicembre 1832 al 28 ottobre 1839, tratte dall’archivio di casa leopardi; vi
sono inoltre pubblicate una lettera di monaldo al Giovanelli, del 15 luglio 1840, una
lettera di Giuseppe Piolanti a monaldo (20 ottobre 1834), una lettera di monaldo a
Carlo antici del 17 gennaio 1815 (la celebre missiva sull’educazione dei figli), tratte
dalla Piancastelliana, una missiva di monaldo a Carlo Emanuele muzzarelli del 29
ottobre 1842, tratta dalla Biblioteca comunale di imola, e una missiva del muzzarelli
a monaldo del 29 novembre 1842, tratta dall’archivio di casa leopardi. dall’utilissima
ricostruzione culturale e d’ambiente che da queste lettere deriva si può ricavare l’im-
pulso, da porsi anche sul piano della riflessione metodologica, ad una considerazione
nuova e diversa di molti aspetti della figura monaldesca, ad un’angolazione conte-
stuale più ravvicinata e approfondita della formazione di Giacomo leopardi (e non
solo del primo, giovanile leopardi), ad una più esatta definizione e ad una valoriz-
zazione dell’importanza della scuola Classica Romagnola, ad un riesame della lezio-
ne di grandi maestri quali dionisotti, Campana, timpanaro, e soprattutto ad una più
lucida coscienza della necessità, più volte sostenuta con garbata fermezza da Palmie-
ri, d’un’almeno parziale riscrittura non desanctisiana di molte vicende e di molti
spazi geo-culturali della nostra letteratura: se non una “storia”, una riscrittura condotta
per capitoli, in chiave appunto non desanctisiana, nello spazio e nel tempo, se ancora
è lecito evocare queste categorie.

v. leopardi, la famiglia e il classicismo romagnolo-marchigiano 


VI. Carlo Antici traduttore (1815-1830).
La propensione per il romanticismo
religioso tedesco della Restaurazione

1. l’opera letteraria di antici, come attestano concordi i dati bibliografici e le bio-


grafie, ha il proprio esordio nel 1815; fedele all’assunto ideale d’un’attività saggistica,
o di traduttore, ispirata ad un criterio d’utilità degli scritti alla causa della religione
cattolica e della chiesa di Roma, rasserenato da un clima storico che gli appare sotto la
luce pacificante del Congresso di Vienna (senza deprecazione manichea, da parte del
nobile Carlo, d’una recente ipotesi di pax napoleonica emersa dal carteggio 1813-1815
con monaldo leopardi), rassicurato dal ripristino di quel precedente status quo ari-
stocratico-terriero che per le tenute del marchese ha prodotto grande timore ma in
realtà limitati e sopportabili contraccolpi, il funzionario della rinnovata corte ponti-
ficia si inserisce a pieno e completo titolo nella realtà delle strutture materiali, etiche
e culturali della Reazione, condividendo di questa i presupposti e le esigenze, i pro-
grammi politici e i bersagli polemici, le strategie di ricostruzione ed i piani di soste-
gno e di supporto propagandistico delle idee, in uno stato che della stessa Reazione è
uno dei più significativi rappresentanti e che del cattolicesimo è l’emblematico alfiere
storico1. il titolo dell’opera del 1815 non potrebbe risultare più eloquente, dato che il
Saggio sul governo temporale del Papa tradotto dall’idioma francese e di note corre-
dato dal marchese Carlo antici, Roma, mordacchini, 1815 (ne esce contempora-
neamente un’altra edizione, denominata in modo identico: «Roma ed in Bologna»,
per i tipi del sassi, 1815), si richiama con chiarezza alla formulazione maestra del pen-
siero politico di antici, consistente nella dispiegata legittimazione del potere del
papato, già ad iniziare dalla sfera terreno-temporale; non, dunque, una mera riaffer-
mazione religioso-spirituale, un’espressione di lotta e di polemica contro la miscre-
denza, contro il generale spirito irreligioso, o contro il materialismo filosofico e cul-
turale di matrice settecentesca; si tratta, invece, d’un’asserzione di valore e di centralità
della Chiesa concepita innanzi tutto quale stato concreto ed ufficiale, e quale istitu-
zione venerabile al di sopra di tutte le altre entità statali. Un argomento del quale si
continuerà a trattare; ne indicherei due ulteriori esempi, del tutto attigui per àmbito
culturale e per dislocazione geografico-editoriale all’orbita pontificia di antici, negli
scritti rispettivamente intitolati Della civile giurisdizione ed influenza sul governo
temporale esercitato dai romani pontefici incominciando dall’impero di Costantino
sino alla donazione di Pippino re dei Franchi opera postuma del canonico d. alFon-
so mUzzaRElli, in Roma, nella stamperia dell’accademia, presso Bernardino
olivieri, 18162, e Del principio di autorità applicato alla difesa del cristianesimo, «arti-
coli due estratti dai fascicoli di decembre 1825, e gennaro 1826» del «memoriale


Cattolico», imola, dalla tipografia Galeati, a spese della società de’ Calobibliofili,
1829. il lavoro di Bonnet su cui fa base antici è l’Essai sur l’art de rendre les revolutions
utiles, tome premier-second, à Paris, chez Claude François maradan (libraire, rue
Pavée saint andré des arcs, n. 16), 18013. la dedica del marchese è «all’Emo E
Rmo [Eminentissimo e Reverendissimo] il siGnoR CaRdinal alEssandRo dÈ
dUCHi mattEi dECano dEl saCRo CollEGio, VEsCoVo E GoVERna-
toRE PERPEtUo di ostia, E VEllEtRi PRo-dataRio di nostRo siGno-
RE PaPa Pio Vii»; si tratta di quello zio paterno di marianna mattei, moglie di anti-
ci, la cui prigionia nella città di Brescia è oggetto d’una significativa narrazione di
sebastiano lazzarini. mattei, chiamato a trentatre anni da Pio Vi alla cattedra arci-
vescovile di Ferrara, dà prova in questo incarico di saggezza e di cristiana modera-
zione, quasi incarnando un modello cristologico di personale calvario, di pastore per-
seguitato, sulla scia delle celebri vicende e dei forzati pellegrinaggi di prigionia dei due
ultimi pontefici, Pio Vi e Pio Vii. «direi, che invasa la sua diocesi dalle armi del
direttorio Francese, Ella restò fermo al suo posto in guardia del proprio gregge […].
di fatti, mentre l’E. V., predicando cristiana sottomissione alle autorità politiche
qualunque esse fossero, fu accusata di fomentare rivolte, e dal Conquistatore intima-
to di recarsi a Brescia […]» (p. V): è l’inizio d’un brano di antici, che prosegue elo-
giando la tetragona continuità d’impegno pastorale di mattei mediante l’enfatizza-
zione retorica delle difficoltà affrontate, a magnificazione della figura eroicizzata,
ed esaltandone la tempra d’incrollabile fedeltà alla religione e alle strutture ecclesia-
stiche secondo modalità stilistiche e concettuali che saranno adottate anche in altri
passaggi di prosa biografica dello scrittore (dal discorso commemorativo del princi-
pe altieri, letto nell’accademia tiberina il 9 marzo 1834 – cfr. «la Voce della Ragio-
ne», iX, 1834, 49, pp. 46-56; poi, per estratto, Pesaro, nobili, 1834, pp. 3-16 –, al
discorso d’encomio del marchigiano monsignor de Cuppis, intitolato Elogio storico di
Monsignor Giacomo conte De Cuppis, in «memorie di Religione, di morale e di let-
teratura», modena, t. Vi, nn. 16-17, 1837, pp. 5-24, ai parziali, ma importanti tratti
biografico-laudativi che intessono il discorso su don Giuseppe sambuga, precettore
di principi reali, sugli stessi stolberg e sailer, per non soffermarsi su quelle che sono
addirittura figure di monarchi, quali maximilian e ludwig di Baviera; e altrettanto si
può dire su Hurter e sul tedesco barone di aretin)4. dopo quarantacinque giorni in
ostaggio, il capitano francese che presidia la città si persuade a liberarlo e gli permette
di partire per Roma; nel 1800 il cardinale mattei ottiene il vescovato suburbicario di
Palestrina, e si occupa attivamente di sinodi episcopali. a p. Vi si ha il culmine dell’e-
logio del prelato da parte di antici: «nel turbine che (pochi anni sono) svelse dal
trono il successore di Pietro, e balzò con lui prigionieri in estranea terra i Principi
della Romana Chiesa, e tanti illustri Prelati, e sacerdoti, Ella nelle più spinose circo-
stanze, si mostrò sempre degno di essere il primo nel Collegio apostolico». antici
data, quindi, il suo lavoro, compreso il breve pezzo introduttivo, in «Roma 15 luglio
1815», un passaggio storico quasi ufficiale in vista dell’inizio della Restaurazione5.
non a caso, secondo l’indice che più sotto forniamo, l’opera termina (cap. XXiV) con
la trattazione delle fasi e delle caratteristiche socio-politiche del pontificato di Pio Vii,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


un pontificato che è ancora ai suoi esordi nell’epoca in cui scrive Bonnet, e che si trova
invece nel pieno del proprio svolgimento (fresco del definitivo Reditus in pompa
trionfale, in Roma acclamante, del 1814) nell’epoca in cui antici, come avverrà in
molti altri casi di opere da lui tradotte (sempre, nel caso di opere in lingua tedesca di
vasta mole e di vasto impegno), procede alla riduzione ed alla traduzione del testo da
proporre al pubblico6. alla p. iX, la Prefazione del Traduttore schiera con indubitabi-
le perspicuità gli idoli polemici dell’epoca di Bonnet (fortemente temuti anche nella
pax post-napoleonica), dalla «fiera tempesta che desola il soglio PontiFiCio»
all’«empietà delirante», agli «abominevoli vanti di render suddito il Romano Ponte-
fice»; il ricordo del pericolo attraversato dalla santa sede e dai valori politici e cultu-
rali che non sostengono soltanto essa, ma anzi alimentano trasversalmente, a livello
internazionale, la società che le si richiama, che ne intessono l’antropologia e la
morale7, sono i principali motivi del successo delle pagine di Bonnet, che fruiscono in
pochi mesi di due edizioni nel 1802, e che sono pagine tanto più significative perché
scritte da un oltramontano, da un francese, non da un suddito pontificio. alla p. Vii
il traduttore assume in chiave di riattualizzazione ideologica l’aggressione polemica
nei riguardi della “storia” in atto, e soprattutto dei personaggi che allora la incarna-
vano e che vi è il rischio che ancora la reincarnino; essi sono, nella considerazione di
Bonnet e di antici, i personaggi che hanno veicolato, anche nel loro concreto agire
storico, gli ideali dell’illuminismo e della Rivoluzione: «alla storia è riservato di par-
larne colla dovuta dignità, e diffusione. a quella storia però che, dando agl’insan-
guinati Conquistatori, ai frodolenti Politici, ed ai perversi scrittori l’abborrito titolo di
flagelli dell’uman genere, assegna ai di lei Pari quello così giusto, e così nobile, di
Genj benefattori» (il riferimento è al Saggio sull’arte di rendere utili le rivoluzioni); l’in-
tervento di antici, divulgatore presso il pubblico italiano, non solamente presso i let-
tori dello stato pontificio, di questa opera di Bonnet, consiste in un prevedibile adat-
tamento, in un “taglio” di necessaria riduzione in vista d’una migliore fruibilità,
d’una proponibilità del volume, che altrimenti si sarebbe con tutto il suo notevole
spessore, anche quantitativo, riversato su più d’una modesta scrivania borghese (alla
quale invece si intende mirare), non troppo fornita di ulteriori volumi e dei necessa-
ri strumenti di decodifica di certi impegnativi concetti storici di politologia pontificia:
«nel produr quest’opuscolo si è dovuto o ridurre, o riunire alcuni capitoli, e paragrafi
dell’originale, che o vi si trovano disgiunti, o riferendosi al rimanente dell’opera, non
sono intelligibili, né al tempo d’oggi applicabili» (p. Xii); questi i XXiV capitoli nei
quali si articola il lavoro anticiano: i. Definizione del governo pontificio; ii. Parte
monarchica del Governo Pontificio; iii. Parte popolare del Governo Pontificio; iV.
Parte religiosa del Governo Pontificio; V. Parti integrali del Governo Pontificio; Vi. Il
Papato; Vii. Il Cardinalato; Viii. La Prelatura; iX. Celibato nei governanti; X. Accesso
degli stranieri nella parte integrale del Governo Pontificio; Xi. Parte dipendente del
Governo Pontificio; Xii. Doppia origine delle rendite del Governo Pontificio; Xiii.
Inquisizione; XiV. Religione; XV. Ingiustizia dei Rivoluzionarj verso il Governo Ponti-
ficio; XVi. Mancanza di talenti nel corpo Governativo; XVii. Pace, e Guerra; XViii. Pio
VI; XiX. Soppressione dei Diritti Feudali; XX. Sistema municipale; XXi. Gente d’armi;

vi. carlo antici traduttore (-) 


XXii. Contegno delle potenze d’Europa verso la S. Sede; XXiii. Publica Amministra-
zione; XXiV. Pio VII.
nella riproposta del lavoro di Jean Esprit Bonnet, antici può concentrarsi su
una concezione teocratica universale che sostituisce, in un certo senso, la concezione
pacificante e sovranazionale, come è proprio di chi si è identificato nella provincia ed
in quella Cosmopolis che gli sembrava garantita da napoleone8. Egli insiste subito,
nelle dense e significative note che accompagnano il testo tradotto, sul carattere
misto, monarchico-democratico, monocratico ed egualitario del governo papale: è
una categoria storica, secondo lui ed altri, sottraibile a qualsiasi confronto con le cate-
gorie della storia laico-secolare, civile e militare delle altre nazioni; e così con la storia
nel senso della cultura giuridico-politologico-costituzionale; semmai, è la storia della
Chiesa a poter fornire un modello di stato (pure secondo procedimenti di autonomo
parallelismo) ad altre, più laiche concezioni dell’organizzazione civile e dell’organiz-
zazione di governo9. in particolare, a p. 43, la nota 1 di antici esprime i concetti pole-
mici tipici della Restaurazione contro Voltaire; ma già in una lettera dell’Xi volume
del carteggio di Federico ii di Prussia si afferma che il Papato non deve essere abbat-
tuto, e che esso è anzi il primo stato che deve essere risparmiato, in quanto organismo
politico che svetta storicamente per la propria, ineguagliabile “peculiarità”; in fondo,
anche Voltaire ha più volte riaffermato che ognuno dei principi coronati avrà la sua
Chiesa; inevitabile, in tal senso, l’enunciazione contrappositiva al concetto voltairiano
da parte di Bonnet e del suo consapevole traduttore-sodale, nel convinto sostegno da
essi fornito alla tesi dell’assoluta necessità di una Chiesa unita; lo stato pontificio può
infatti enumerare tra i suoi pregi e tra i suoi vanti, anche propriamente concreti e
secolarmente accertabili, la moderazione fiscale, la generale mitezza etica nella gestio-
ne dello stato, la concessione d’una libertà di «innocue opinioni»; e il cursus honorum
che vi si segue è tipicamente elettivo, salvo imbrogli o ricadute in vizi “terreni” di
intrigo. alla p. 45, n. 2, il traduttore, quel devoto marchese antici che pure nel suo
pieno acclimatamento nella concreta realtà amministrativa della Roma pontificia
non ha mai dimenticato i percorsi propri della fede e della cultura religiosa, erompe in
un’espressione che è nel contempo rivelatrice del suo sentimento di cattolico cólto e
oggettivamente celebrativa di tutta una concezione di quella che è avvertita come la
vera Roma, l’Urbe post-classica e post-pagana: «apronsi i fasti di Roma cristiana». si
tratta forse della frase principale, della migliore definizione della fede e della conce-
zione storiografica di antici; è sulla base di questa riasserzione della centralità di
Roma e del suo Pontefice, e quindi del suo stato, che si giunge (ibidem, n. 3) alla defi-
nizione della democrazia come sistema di governo inadatto ai popoli di grande
nazione (si pensi, in un immediato raffronto con la realtà storica, se non al demo-
nizzato Dragon della Rivoluzione del 1789, all’esperienza, ancora definibile come
recente, della Rivoluzione americana). il modo particolare in cui si conservano, a dire
d’antici, le istituzioni democratiche nello stato Pontificio, è diverso da quello di
atene, di sparta, delle repubbliche medioevali italiane (dove la vicinanza esaltava le
simultates, le rivalità anche in sé coltivabili, oltre che gli scontri d’interessi materiali).
su questa linea di pensiero, a p. 46, il marchese antici, citando il sonetto dell’alfieri

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


(«l’illustre, e fervido alfieri») Di giorno in giorno strascinar la vita, riportato dall’e-
dizione di Roma, Poggioli, 181010, si mostra molto aggiornato sul pentimento del
repubblicano a contatto con la Rivoluzione; per antici, perfetta morale e democrazia
sono date dalle prescrizioni evangeliche e dall’impulso etico-volontaristico che deve
provenire dalle sacre scritture, delle quali, anche in queso caso, egli indica come
privilegiabili le declinazioni neotestamentarie11. non stupisce, a p. 48 n. 4, la depre-
cazione (qui spinta ben oltre la critica degli “eccessi”, così come essa si è originata nel-
l’alfieri e in molti altri intellettuali che poterono direttamente assistere all’esperienza
rivoluzionaria) della Rivoluzione in sé considerata, dello spirito filosofico che la per-
mea e che la sostiene, e che ha, altresì, presieduto al suo scoppio, al suo impatto
dirompente sui costumi e sulla stessa essenza antropologica della tradizionale società
aristocratica; dietro alle quinte della Rivoluzione campeggiano «orribili dottrine»
ed una «falsa Filosofia», ovvero tutto il portato del pensiero e della ragione illumini-
stici; di contro, a p. 49, antici ricorda la virtù onnipervasiva della fede e dello spirito
pentecostale, guida sempre valida degli uomini, con estensione totalizzante, dalla
sfera etica e individuale alla sfera della vita associata, capace di assumere tutto sotto la
propria giurisdizione spirituale; lo stato, a sua volta, incarna questa essenza metafi-
sica, o etico-metafisica, che deve porsi come punto di riferimento per mogli e madri,
per uomini di scienza e di lettere, per itinerari di vita quotidiana e per peculiari tra-
gitti di studio e di approfondimento scientifico; ma, nel caso dell’antici traduttore di
Bonnet, la panoramica pentecostale, l’apertura capace di raggiungere una visione
generale delle attività umane, l’irraggiamento efficace ed operativo dell’etica cattoli-
ca non passano attraverso la mediazione degli apostoli, e neanche da quella che sarà,
a cominciare dal 1817 (data d’inizio delle prime stesure), la carrellata di manzoni
innografo sui popoli oppressi ai quali una rivoluzione è necessaria e le cui armi cri-
stiane sono benedette da dio12, bensì esse passano tramite i capi, i reggitori, i «regna-
tori»; lo spirito pentecostale ha insomma i propri mediatori nei sovrani e nei rappre-
sentanti del potere politico ufficiale: si tratta d’una Pentecoste che ha i propri apostoli
nelle figure dell’ufficialità legittimistica della Restaurazione. la ricognizione pente-
costale-statuale corona uno dei concetti fondamentali del lavoro di antici, non meno
che dell’autore qui tradotto: si tratta, in una grande operazione litotica (già affiorata a
p. 48) rispetto alle res novae, temutissime, del recente passato, di denegare le negazioni
messe in circolo, ed in atto, dai principî, dalle massime e dalle applicazioni della
Rivoluzione francese; di ribaltare, insomma, il capovolgimento realizzatosi dopo il
1789, per ritornare, ma con nuove e più affilate armi politiche, storiografiche e teo-
logiche, all’affermazione d’un’ammodernata forma d’ancien régime; l’unica soluzione
possibile consiste quindi nel favorire l’emersione culturale delle forze della Reazione
e della Restaurazione; altrimenti, prevarrebbe la tipologia di rovesciamento di bru-
ciante vicinanza storica: «dogmi» esposti agli «scherni», «sconci paradossi» nei
riguardi della «venerazione», equiparazione dello spirito religioso alle forme super-
stiziose, identificazione del «progresso dei lumi» nell’«incredulità», giustificazione
ideologica dei «delitti della rivolta», rubricati nel rango degli «slanci della libertà»,
«palesi usurpazioni» fatte assurgere al nobile grado di «colpi di politica». secondo

vi. carlo antici traduttore (-) 


un’ottica estremamente lucida di reazionario che preconizza in modo fondato il suc-
cesso storico d’una linea di ricostruzione culturale centrata sul valore di rinnova-
mento rivestito dal pensiero illuministico, e che è altresì in grado di prevedere il
dilagare storico degli studi sulla Rivoluzione francese come evento di scansione
periodizzante ed epocale, è necessario riscrivere la storia, anche, e direi soprattutto, a
beneficio del futuro, in una consapevole operazione di pregressa salvaguardia dell’o-
biettività di visione dei fatti e dei fenomeni, delle loro interpretazioni e della loro valu-
tabilità nel tempo. Un programma culturale su cui, certo, agisce l’identificazione
dell’aristocratico appartenente allo stato papalino nei ranghi e nei ruoli antropologi-
ci e mentali della propria classe, un’identificazione rinnovata dall’inserimento ala-
cremente lavorativo nelle strutture amministrative e politiche dello stato pontificio e
della sua viva contemporaneità; si tratta sempre, dunque, d’un programma di con-
servatore dalle risorse moderne ed aggiornate, e, come si può agevolmente constata-
re, tutt’altro che provinciali13. Vi è, insomma, un realistico riconoscimento della vit-
toria parziale degli «empi», dei «livellatori», di quelli «del libertà uguaglianza
rivoluzione d’inghilterra» (e quindi, anche, Rivoluzione francese); sono termini qui
proscritti e demonizzati, assimilati a quelli propri d’un’«orribile ‘Genia’»; a p. 50, n. 7,
antici cita lo Chateaubriand del Genio del Cristianesimo, nel passo sull’impossibilità
d’adeguamento dei Francesi alle nuove, “insultanti” regole del Calendario rivoluzio-
nario: non sono accettabili, sulla scia di quanto afferma Bonnet in epoca ancora
vicina alla Rivoluzione, i dieci giorni, per uomini e buoi, ma si deve invece ritornare
ai sette giorni, con la celebrazione di libertà e di religione, di sollazzo e di pietà reli-
gioso-devozionale nel settimo14. È la religione che tiene in scacco e ammonisce i re
che, se il divino decreto ha voluto la felicità dei popoli col vietare loro il congiurare
contro i sovrani, questi ultimi devono sentire sopra di essi il rigore della legge e
soprattutto l’incombente castigo di dio; e la riaffermazione della gerarchia dio-
sovrano-popolo è riscontrabile anche nelle sue conseguenze sulla vita del clero: nella
nota 14 alla p. 56, antici esprime la sua posizione polemica sulle ricorrenti discussioni
riguardanti il celibato ecclesiastico, al quale, naturalmente, egli è favorevole.
nella nota 19 alla p. 59 si può cogliere in atto la capacità di antici di spiegare,
anche sulla scorta dei concetti di Bonnet, la differenza, focalizzata in modo molto pre-
ciso e competente, tra l’acquisto di una prelatura di Protonotario e la venalità delle
cariche nella monarchia francese, alla quale venivano spesso paragonate le pratiche di
acquisizione di onori e incarichi invalse nello stato pontificio. nei primi secoli del cri-
stianesimo, i protonotari dovevano, come ricorda antici, solo stendere gli atti dei
martiri (si trattava infatti dei sette protonotari «regionali», da non confondersi con i
protonotari apostolici, anch’essi in numero di sette, portati al numero di dodici da
sisto V Peretti e ricondotti a sette da Gregorio XVi nel 1838, con la denominazione di
notarii de numero participantium); al tempo di antici, invece, «i Protonotariati sono
quelli soltanto, che in tempi anteriori vennero fondati da illustri famiglie con rendite
costituite sopra i frutti di capitali consegnati alla camera Pontificia, onde aver sempre
fra’ loro discendenti qualche individuo nella Prelatura»15. alla n. 28, pp. 63-64, anti-
ci indica, sempre al fine di mostrare il fondamentale benessere garantito dallo stato

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


pontificio ed il carattere non esoso del suo sistema d’esazione fiscale, un’opera di
monsignor marchetti sul carattere limitato dei «tributi del mondo Cattolico», da
identificarsi in De’ paralogismi volgari circa i rapporti delle due potestà specialmente
quanto al dominio, possesso, e alienazione de’ beni ecclesiastici, «in Fuligno», per Gio-
vanni tomassini, 1803. si tratta dello stesso monsignor Giovanni marchetti, curato-
re di Opere edite ed inedite del Cardinale Giacinto sigismondo Gerdil della Congre-
gazione de’ Cherici Regolari di s. Paolo dedicate alla santità di n. s. Pio Vii P. m.,
tomo i, in Roma, mdCCCVi, dalle stampe di Vincenzo Poggioli, 42 voll., 1806-
1821; gli altri curatori sono don leopoldo scati e don ignazio Filippo Perini16. alla
nota 2, pp. 64-65, la difesa dello stato pontificio approda in antici, sempre sulla scia
di Bonnet, ad un elogio della bontà, della libertà da cure materiali da parte dei nobi-
li per l’educazione dei figli, per la cura delle campagne, per la possibilità di attendere
alla cultura scientifica e letteraria; e tale laudatio si converte a sua volta in un elogio
dell’aristocrazia fondiaria romana, e in particolare di quel ceto che ad un occhio cri-
tico appena sollecitato appare definibile come nobiltà del latifondo d’origine feudale
(ed è ovvio che non sia il marchese dichiaratamente partecipe dei suoi costumi a chia-
marla tale); a rettifica di quanto in tal senso afferma il Bonnet, antici precisa che la
nobiltà non subiva, presso la popolazione romana, un giudizio negativo così diffuso;
e non manca, nella n. 31, pp. 66-67, l’allusione ad epistolari di viaggiatori stranieri che
scorsero l’italia nel 1785, facendone emergere un panegirico delle nostre arti e insie-
me di satira dei nostri governi, non senza ammissione che lo stato papale, che secon-
do determinati presupposti dovrebbe andare in rovina, è invece il più sicuro. Ed è un
riconoscimento che, come in parte si è prima accennato, riceve un significato quali-
tativamente accresciuto dal fatto di provenire da uno studioso straniero, dal quale,
sembra sottintendere antici, spesso ci si deve al contrario attendere l’espressione di un
côté critico intenso ed articolato riguardo all’italia (in specie riguardo allo stato pon-
tificio) e non privo, talvolta, d’una certa intelaiatura di luoghi comuni internazionali
sul nostro paese, sul Papa e sui suoi domini temporali: quello stato pontificio a cui l’o-
pera di Bonnet (e con essa l’opera di intervento sunteggiante, condotto per tagli e per
ricomposizioni da parte di antici, che ne è anche traduttore, e divulgatore in italia)
manifestamente si richiama fin dal titolo; sempre riguardo allo stato pontificio, come
mostra l’indice dei capitoli che si è prima fornito, Bonnet ed antici (quest’ultimo,
come si è visto, da promuovere al rango ed alla veste di coautore e di saggista capace
di adattare l’opera francese al mercato italiano) approfondiscono al massimo del
possibile lo studio delle strutture materiali dello stato della Chiesa. né è il caso di sot-
tolineare l’ottica del tutto favorevole al potere temporale del Papa nel marchese che è
suo suddito fedele ed attivo funzionario; si tratta d’un’ottica in gran parte condivisa
anche dallo studioso francese.
alla nota 34, p. 68, viene ricordato l’Editto di Pio Vi dell’ottobre 1796, che aveva
fra le altre sue disposizioni la destinazione di un quinto dei beni ecclesiastici dello
stato all’ammortizzazione delle cedole d’interesse, con l’estinzione e il successivo
ristabilimento del primitivo credito a favore di quelle cedole che restavano in circo-
lazione (un meccanismo, se è consentito il paragone, che in parte richiama, variatis

vi. carlo antici traduttore (-) 


variandis, quello dei titoli di stato in epoca successiva); peraltro, sulla mitezza, sulla
dolcezza fiscale dello stato della Chiesa, doti alle quali, in definitiva, qui si riconnet-
tono il discorso di Bonnet e la calzante esegesi di antici sulla politica economica del
Papa (un’operazione di forte timbro autoincensante da parte di due posizioni filopa-
paline, pur a diverso titolo – al prevalente “amore” di antici corrisponde l’“ammira-
zione” oggettiva nello studioso d’oltralpe –), è, come minimo, da rammentare la tra-
dizione di forte esazione tributaria che, nella storia, in specie a partire dalla
controffensiva cattolica della fine del XVi e degli inizi del XVii secolo, è stata adottata
allo scopo di finanziare la politica estera17, ivi compresa quella militare, dello stesso
stato pontificio; e se nazioni già formate e “cristianissime”, di tradizionale e perfino
rappresentativa tipologia cattolica, quali la Francia e la spagna, sono state protagoniste
d’una reciprocità di flussi economico-finanziari, e spesso direttamente e liquida-
mente monetari con la santa sede, quasi sempre come beneficiaria spicca la posizio-
ne della Baviera, nella sua non certo fortuita “topografia” d’avamposto cattolico con-
tiguo alle terre divenute teatro della Riforma protestante; come mostreranno
ampiamente documenti di storia familiare e culturale settecenteschi riguardanti gli
antici, nei quali collocazione geografica centroitaliano-pontificia, in particolare mar-
chigiana, e collocazione tedesco-bavarese, rigorosamente cattolica, non sono fra loro
in contraddizione, ma addirittura sono strettamente associate ed anzi unite da fili e
legami di parentela e di sangue, il rapporto tra la stessa famiglia e lo stato bavarese è
dato del tutto acquisito, e rinnovato, sul piano delle peculiari qualità e vicende per-
sonali, dalla carriera del cardinale tommaso e del nipote, appunto il marchese Carlo18.
nella nota 35 alle pp. 69-71 antici pone le basi di argomenti che saranno più
distesamente trattati nel Discorso sui grandissimi vantaggi che derivano alla società e
alla storia dell’occidente dalla religione cattolica, del 22 giugno 1826; la fonte di tale
trattazione, incentrata, sempre in polemica con la miscredenza da un lato e con la
fede protestante dall’altro, sulla funzione costitutiva del cattolicesimo riguardo alla
civiltà e sull’opera insostituibile del monachesimo, può essere rinvenuta, sul piano
della pronuncia scritta ed esplicita, in questa nota, sebbene si tratti di concetti che
appartengono all’elaborazione dell’autore, anche sulla base di personali studi e aggior-
namenti. nella nota 37, alle pp. 72-73, a commento della p. 24 di Bonnet, antici glos-
sa con il suo Platone la polemica contro i filosofi, contro i pensatori, contro il dottri-
narismo politico che, a suo dire, sobilla, o rischia di sobillare i popoli contro gli
assetti costituiti dal potere e dalla tradizione: «i filosofi facendo la guerra ai sovrani in
favore dei popoli non sempre hanno ragione». in vista della felicità del mondo occor-
re piuttosto sostenere il trono con l’altare; se il Platone di antici, come è ben noto
dalla vicenda della traduzione suggerita al nipote Giacomo leopardi e mai condotta
a compimento, è quello dei «veri filosofi che sanno», per parte loro i ministri infede-
li, e tutte quelle che possono essere le degenerazioni del potere politico ufficiale,
non dovranno essere oggetto d’un attacco alla maniera di Voltaire (con i suoi «sarca-
smi licenziosi»), di Raynal (con le sue «frenetiche provocazioni»), di diderot (con i
suoi «feroci ululati»); ma antici, proprio in queste affermazioni polemiche, si mostra
all’altezza della cultura che vuole combattere; si mostra, insomma, un conservatore

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


aggiornato, e dalle armi singolarmente affilate; dopo la pars destruens, ecco la pars
instruens, i filosofi da accreditare: «ma ve li richiamano [è il pensiero della vera
“sapienza” a richiamare i governanti] coi sublimi avvertimenti dei Bossuet (a), dei
Fenelon [sic] (b), dei massillon (c)»; e ancora: «Rousseau istesso, quel gran sofista, che
tanto abusò della sua ragione, e della sua eloquenza gridava ai suoi complici: “Voi dite,
che la verità non può esser mai dannosa ai popoli, ed il credo ancor io; ma per questo
io credo appunto, che quanto voi dite, non è verità”». Vi è, inoltre, la citazione di
Federico ii di Prussia: «Che se avesse a punire una provincia ribelle, vi spedirebbe
cotali sofisti a governarla». E, nelle note piè pagina alla stessa nota 37, ad «(a)»,
ovvero a Bossuet, corrisponde Politica tratta dai Libri Sagri – Discorso sulla Storia
Universale – Orazioni funebri; a «(b)», ossia a Fénelon, corrisponde Telemaco – Dire-
zione per la coscienza di un Re; a «(c)», ossia a massillon, corrisponde Piccolo Quare-
simale, ovvero Sermoni alla Corte19. non sarà inutile richiamare una possibilità di con-
fronto con l’articolo apparso a firma «K» (probabilmente KaRl), Della scienza de’
moderni politici, in «la Voce della Verità», modena, n. 343, martedì 15 ottobre 1833,
pp. 211-213. antici, che i biografi attestano tra i collaboratori anonimi, o tali da
agire dietro le quinte, d’una rivista che sotto molti profili, dall’affinità tematico-ideo-
logica allo stile degli articoli, avrà notevoli punti in comune con «la Voce della
Ragione» di monaldo leopardi, può essere presente sotto una sigla come «K» (si deve
tener presente che nel periodico modenese, come in altri periodici dell’epoca, scritti e
corrispondenze, soprattutto se fondati su riviste estere, su rassegne di giornali catto-
lici stranieri, o di taglio tale da annoverare commenti ad articoli in lingua francese o
in lingua tedesca, nascono spesso da un reale raccordo collaborativo, con una suddi-
visione di competenze – traduzione-fruizione-stesura del saggio di commento –
ricompattata sotto un solo nome, o, appunto, sotto un’iniziale-sigla o uno pseudoni-
mo atti a stornare le identificazioni di singola persona). Ufficialmente, antici non è
presente nella «Voce della Verità»; ma non appare per nulla infondata la notizia dei
biografi sulla sua collaborazione collegiale a vari scritti, nella stessa «Voce della
Verità» e nella «Voce della Ragione», come anche negli «annali delle scienze religio-
se»; e la competenza più qualificante è in lui costituita dalla conoscenza approfondi-
ta delle lingue straniere, in particolar modo del tedesco; più volte, negli articoli che
presuppongono la fruizione diretta, e tale da acquisirsi in tempi cronachistici e reali,
della produzione dei periodici stranieri in lingua tedesca, antici, che sul piano dell’i-
deologia e dello schieramento culturale si identifica con le posizioni della rivista, se
non del tutto con certi suoi registri tonali, polemico-propagandistici o troppo sco-
pertamente apologetici, avrà collaborato a vari “pezzi” della rivista, quanto meno
sul piano della traduzione, della fornitura linguistica di prima mano delle fonti da
sdoganare e da commentare; non è, inoltre, alieno dal costume della rivista, se se ne
sfogliano attentamente i fascicoli, il costume di una “circolazione” delle sigle fra
estensori diversi (ad esempio, il citato «K» può alludere a collaboratori differenti nel
tempo, accomunati dalla “specializzazione” nei saggi che interessano la scienza poli-
tica, soprattutto se basati su libri o corrispondenze o notizie bibliografiche provenienti
dalla Germania; la sigla, indipendentemente dalla singola persona, rinvia ad una

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sorta di titolarità, pur molto elastica, di “rubrica” culturale). in Della scienza de’
moderni politici, oltre a citazioni di montesquieu e di Bacone, vi è una citazione del
«Giornale di Francoforte» del 5 ottobre 183020 su Voltaire quale rappresentante dello
spirito religioso del tempo suo, né manca un rinvio al tomo iii della «Voce dalla
Ragione», p. 52 (dove infatti, nell’anonimo Il secolo della filosofia e il secolo della
politica, iii, 13 – 1832 –, pp. 52-54, si distingue fra le Lumières del settecento e la
“vocazione” politica della filosofia ottocentesca, ugualmente inaccettabile, quest’ulti-
ma, ma auspicabilmente superabile in futuro com’è avvenuto per il pensiero dell’il-
luminismo). immancabile la citazione critica del Rousseau («Essai sur l’ineg. des
hommes», con la sua Préface), di Platone, di s. Giovanni Crisostomo e di Federico di
Prussia (le «oeuvres post. dialogues t. Vi, p. 10. 5 Berlino 1788»), di cui viene ripre-
sa in particolare (p. 212) la già citata frase riportata da antici nel commento a Bonnet,
con espressioni leggermente diverse: «mio sentimento sarebbe dare ai filosofi il
governo d’una provincia che meritasse d’essere gastigata». ma si veda quanto in
séguito afferma l’articolista: «Quando la pratica costante delle più inaudite virtù
faceva altrettanti santi dei primi fedeli della Chiesa Cattolica, l’unzione d’una scienza
tutta divina spirava certo dalle labbra della tenera vergine o del legionario incallito
sotto il peso dell’armi, egualmente che da quelle del fervido pastore o del canuto
padre del concilio» (ibidem). l’«unzione di una scienza tutta divina» rivela che è
«divina» la scienza politica: concetto che, oltre che ai cattolici francesi del seicento, va
fatto risalire, per un termine di riferimento recente, al KaRl lUdWiG von HallER
di Restauration der Staatswissenschaft, qui non citato; a quei tempi [della «pratica
costante delle più inaudite virtù»] (ibidem) «non si giudicava la religione contraria al
perfezionamento dell’uomo»; ancora, a p. 212, non meraviglia l’affermazione secon-
do la quale «la filosofia del XViii secolo è il velenoso frutto dello spirito delle nazio-
ni d’allora universalmene corrotte, è una testimonianza in iscritto della cattiva pro-
pensione e delle storte opinioni del tempo»: «nazioni», anche, come in questo caso, al
plurale, è quasi sempre concetto negativo nella pubblicistica di cui è partecipe antici,
in quanto esso veicola un significato di «gentes» pagane, e si trova in opposizione ad
una superiore, utopica unità politica e, soprattutto, religiosa. Vi è, prevedibile, la
lode dei filosofi delle epoche precedenti il settecento, e la correlativa deprecazione dei
filosofi dello stesso XViii secolo: «in preda a una volubilità arbitraria, vagheggiarono
i frivoli successi della moda, anziché la rigida censura del costume accarezzarono i
vizj invece di combatterli, lontani affatto, come erano, dall’adoprare lo studio e l’os-
servazione qual preservativo al contagio della loro età»; valendosi della citazione del
giornale tedesco, per il quale sarà servito il contributo di antici, ancora una volta die-
tro le quinte, si afferma che il loro inserimento nella società del tempo, “brillante” fin
quasi alla mondanità, valeva «indistintamente nelle più futili e nelle più serie cose; di
tutto giudicavano con disinvoltura secondo subitanee e passeggere impressioni; poco
investigavano le questioni altre volte discusse; disprezzavano il passato e la erudizio-
ne, e di leggieri propendevano a dubbj dinotanti professione di non credere, piuttosto
che esitazione filosofica». Ed il “taglio” saggistico da contributo di rivista converte in
termini ravvicinati l’angolazione polemica antisettecentesca in critica demolitrice

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


dei miti primoottocenteschi quali essi appaiono ai collaboratori della «Voce della
Verità», ovvero nella critica dell’illusione dei “filosofi” o dei “politici” contemporanei
di poter fondare una scienza, politica appunto, che sia rigeneratrice del corpo socia-
le in modo indipendente dalla scienza politica con unzione divina, l’unica invece,
quest’ultima, a poter provvedere i governanti della legittima linea di guida e di pote-
re sui sudditi, e l’unica ad essere investita del crisma d’una radicata durevolezza;
«ma donde prenderanno essi la base del loro sistema rigeneratore? Forse dal politico
ipocrita che, ammettendo dio e la sua legge rivelata, subordina poi le genti nel loro
spirito d’insubordinazione e le istiga alla ribellione col pretesto della fede? non già,
ché stanno contro alle sue massime i precetti positivi della Chiesa, le sentenze dei
Padri, la tradizione la più autorevole, alle quali cose resistendo si resiste al volere del-
l’altissimo ed è forza cadere nello scetticismo religioso. né altri si appoggierà [sic] al
panteismo che, riconoscendo iddio, nega la divina provvidenza sulle umane cose»;
nella prima parte del brano sembra esservi allusione ai romantici progressisti
dell’«antologia» fiorentina (già in sé manifesto idolo polemico della «Voce della
Verità» come lo sarà della «Voce della Ragione»), se non dell’ormai lontana esperienza
del «Conciliatore», ma anche ad una vena del romanticismo francese propria del
lamennais della seconda maniera; chi volesse fare tale opera promotrice di ribellio-
ne, come anche un’opera del tipo di quella, più sotto affrontata, di promozione del
materialismo, con il pensiero concepito quale frutto e funzione della materia organi-
ca, si troverebbe (o, a seconda dei frangenti storici, realmente e risolutamente si
trova) attanagliato da gravi ed insolubili contraddizioni; con queste, non certo confor-
tanti premesse, i politici dei nostri tempi, si domanda «K»,
varranno a vincere sì gravi difficoltà, a conciliare tante discordanti, a coordinare
sotto un sol metodo scientifico le svariate produzioni dei loro maestri giganti, rispet-
to ai quali essi non sono che pigmei? Essi che non hanno che una parziale lettura di
pochi libri che solleticano l’appetito sensuale e lusingano l’orgoglio di tutti, potranno
definire i punti più astrusi della metafisica, dai quali sì da presso pende tutta la serie
dei teoremi dell’odierna politica; scandagliare gli abissi del cuore umano; scoprire gli
arcani della natura corporea che appunto sfuggono agli sforzi dell’osservatore quan-
do meglio si crede di avere in pugno la cortina misteriosa che li cela? dov’è tra essi
uno che sia grandissimo ragionatore e profondissimo metafisico, come si deve per
intendere la legge naturale che è il fondamento di tutto l’ordine sociale (5)?

la nota 5, che conclude il periodo, indica, come autore delle ultime parole, il Rous-
seau dell’Essai sur l’inégalité des hommes, nella citata Préface; l’articolo prosegue così:

Forse essi ci svolgeranno le principali questioni filosofico-politiche con profondità


maggiore di montesquieu, con prestigio maggiore di Voltaire, con più dialettica
che Gian Giacomo, con più eloquenza che mirabeau? Forse essi, dopo aver distrut-
te le tante luminose testimonianze, pronunciate dagli stessi loro istitutori, in favore
della causa dell’altare e del trono, ci faranno credere con uno slancio di genio libe-
ro che il capriccio di una moltitudine di giovinastri e l’ostinazione di uomini mal-
contenti o perduti, cioè la stolta opinione della parte più corrotta e corruttibile del

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mondo civile, debbano formare la legge, il felice rimutamento, l’era di perfezione di
tutti gli uomini? Vane ipotesi! se Federigo di Prussia scriveva (6) de’ suoi amici filo-
sofi = mio sentimento sarebbe dare ai filosofi il governo d’una provincia che meri-
tasse d’essere gastigata = [la nota 6 a piè pagina contiene la citazione delle «Oeuvres»
di Federico II di Prussia], che dovremo pensare de’ nostri politici inferiori per ogni
titolo agli antichi? tristo a quel popolo che serve di prova ai loro sistemi! la politi-
ca non sarà mai che la scienza di pochissimi, perché la massima delle scienze non
può essere di molti. divina arte è quella di sanare; ma appunto per questo la medio-
crità in essa è micidiale, rarissimi la posseggono, e guai se tutti si credessero ippo-
crati! Pittagora riserbava la scienza politica ad alcuni soltanto che erano già grandi
nelle altre parti dell’umano sapere. l’arte di reggere le genti è difficilissima (7) [in
nota, citazione di Platone e di San Giovanni «Grisostomo», evocati solo nei nomi], più
sublime di tutte le naturali (8) [nota: Aristotele, «Etica»], arte delle arti (9) [nota: San
Gregorio Nazianzeno], per la quale si rammenta il passato, si osserva il presente e si
provvede all’avvenire (10) [citazione di Isocrate presso Stobeo; ed è noto che in casa
Leopardi, se non anche in casa Antici, ve n’era l’edizione]… E quanti disputano di
politica saranno politici? Credat Judaeus apella: vi ha uno scelto numero di pochi
che ritiene precisamente il contrario.

la «massima delle scienze», la «divina arte» di sanare le situazioni politiche, miete in


questo brano un alto riconoscimento, secondo le coordinate storico-ideologiche del
gruppo della «Voce della Verità»; e si tratta di un riconoscimento che è già dal 1815
condiviso dal Carlo antici traduttore e annotatore di Bonnet.
il commento all’opera francese continua con la difesa dell’inquisizione romana e
del suo ruolo, con argomenti simili a quelli che usa Cicerone nel sostenere la funzio-
ne civile e sociale della religione. il marchese antici è in grado di citare e di battersi
per la controrivoluzione; già alla p. 74 la rivoluzione francese è definita «terribile vol-
cano», e a ripararne i danni, anche propriamente culturali, egli giustifica la censura
dei libri, un’attività che, come emerge dalla biografia, riscuoterà ancora, nel tempo, il
suo assenso. alla n. 39, p. 75, antici utilizza il montesquieu dell’Esprit des lois ricor-
dando il concetto secondo il quale il monarca senza religione è pericolosissimo, è una
fiera che odia la catena che le impedisce di avventarsi contro «i passaggieri», in una
linea concettuale che sembra anticipare «le tante luminose testimonianze, pronunciate
dagli stessi loro istitutori, in favore della causa dell’altare e del trono» dell’articolo
della «Voce della Verità»; alla p. 76, n. 41, vi è ancora, da parte di antici, la citazione
di un lungo brano da Chateaubriand, Genio del Cristianesimo, «iV vol. ed. di Parigi
1802», sull’adempimento del proprio destino da parte di Roma cristiana. alle pp. 77-
78, n. 42, vi è la polemica nei confronti della pubblicistica semiinformativa dell’illu-
minismo, che pure ha avuto tanta importanza su Giacomo leopardi (si vedano i
trattati sulle lingue quali il m.-J. dE GÉRando, Des signes et de l’art de penser con-
sidérés dans leur rapports mutuels, 4 tomes, Paris, Goujon, an. Viii; d. tHiÉBaUlt,
Grammaire philosophique ou la métaphisique, la logique et la grammaire, réunies en
seul corps de doctrine, Paris, Courcier, 2 tt., 1802; a.-F. EstaRaC, Grammaire géné-
rale, 2 tt., Paris, H. nicolle, 1811); è la “confusione”, è la multiculturalità divulgativa,

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


l’allocutività illuministica che antici contesta. alla p. 79, n. 49, viene rammentato il
trattato di tolentino e quella che fu una pace relativa con la Francia; quando una divi-
sione di truppe cisalpine marciò ugualmente verso Roma per aiutare la Rivoluzione
Romana, l’uccisione del Generale duphot fece cambiare piano, causò la ritirata delle
truppe della repubblica figlia (Roma), mentre la “madre” eseguì la vendetta. a Vien-
na, a londra, a Pietroburgo, la riparazione sarebbe stata data dalla Francia, mentre
nell’inerme Roma è stata la Francia a chiederla; in realtà, era stato il generale duphot,
che antici, nella versione che egli accredita, chiama a imputato quando non può
più difendersi, a respingere truppe pontificie che dovevano arrestare alcuni sollevati;
né va dimenticata la volontà della Francia stessa, che, com’è intuibile, aveva pro-
grammato di fomentare una rivoluzione a Roma: anche la “madre”, insomma, aveva le
sue responsabilità. Peraltro, episodi come quello dell’uccisione del generale duphot
confermano la fondamentale differenza tra Roma papale e quella “linea” francese che
sin dall’inizio si è constatato che è oggetto di critica da parte di antici: la linea fran-
cese dell’empietà e della Rivoluzione, di contro alla Francia cattolica e, a meno di sen-
timenti gallicani, ancora filopontificia, com’è appunto il caso di Bonnet; ed è per que-
sta ragione che lo stato della Chiesa può persino essere sottoposto a critica in nome
dell’eccesso di permissivismo, di mitezza nelle procedure d’accertamento della gestio-
ne materiale delle sue strutture e delle relative responsabilità: nella nota 45, pp. 81-82,
il traduttore-commentatore addirittura ammette che c’è stato troppo connivente las-
sismo in certi episodi da codice penale e qualche assassinio di troppo dovuto alla fun-
zione di Roma come una sorta di rifugio con leggi allentate, una sorta di “messico”
come refugium peccatorum degli stati Uniti, secondo più moderne mitologizzazioni
della differenza di ethos giuridico fra i vari paesi (nello stato pontificio gli assassini
potevano avvenire, scrive in nota Carlo antici, «con più frequenza che negli altri stati.
Per esempio la delazione di armi micidiali era vietata, e come lo è attualmente con
savissimi, e severissimi Editti: ma all’ombra di qualche Patente, e pur troppo ancora,
e principalmente di Patenti date in gran copia dai Bargelli, e colla speranza dell’im-
punità, i più discoli della plebe ne andavano muniti, e frequenti omicidj funestavano
le pacifiche Città del nostro stato. noi abbiam veduti cessare questi orribili attentati,
appena il Governo ricusò decisamente ogni indulgenza ai delatori delle armi»). l’o-
pera si avvia alla propria conclusione ricordando gli effetti delle istigazioni alla poli-
tica antipapale che vi sono stati nelle corti di molti paesi d’Europa: «Quest’intiero
capitolo meriterebbe di essere scritto a lettere fiammeggianti in tutti i Gabinetti delle
Corti Europee. Come mai i perfidi consigli poterono una volta traviarne alcuni a
segno di congiurare contro quella sovranità, che garantisce tutte le altre! ma tiriamo
un velo su i passati errori, che con cinque lustri di stragi, e di rovine si sono dovuti
espiare; e contempliamo con dolce meraviglia, come l’augusto senato dei primi
monarchi del mondo ha ripristinato la Chiesa Romana in tutti i suoi dominj» (ivi,
nota 46). la superiorità non soltanto spirituale, ma materiale e storica che è ricono-
sciuta al Papato, conferma quel generale protocollo teocratico che già il biografo
gesuita angelini aveva pur con il suo stile retoricamente increspato riconosciuto
con chiarezza fin dall’opera d’esordio di antici traduttore-saggista, un’opera non

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certo a caso cifrata sulla ratio strutturale, sociale, economica, tributario-fiscale, cul-
turale, diplomatica, militare, e propriamente politica e internazionale, dello stato
per eccellenza, e “naturalmente” stato monarchico, costituito dall’autorità, dal pre-
stigioso aggetto spirituale, dalla “duplice” potestà vaticano-quirinalizia della santa
sede, della sede di Pietro.
Valga la pena di soffermarsi, riguardo all’ultima parte della traduzione-compen-
dio che antici ha effettuato dell’opera francese, sulla nota 47, pp. 82-90, interamente
dedicata all’altra figura di zio cardinale, tommaso antici, e alla sua vicenda, che sia
pure indirettamente si richiama, come explicit dell’opera simmetrico all’incipit incen-
trato sul cardinale alessandro mattei, ad un percorso di difficile rapporto fra un
alto prelato ed i tempi, le vicissitudini politiche, le interazioni con il pensiero laico;
riferendosi all’epoca della ritirata francese dal Campidoglio, antici scrive:
i Galli dopo diecinove mesi di permanenza si ritirarono è vero dal Campidoglio, e dai
dominj Pontificj, ma come un torrente impetuoso, che, rientrando nel suo letto
dopo l’inondazione di floride campagne, lascia ovunque il tristo spettacolo delle sue
devastazioni. innumerabili famiglie furono vittime di quel fatale, benché passaggiero,
sconvolgimento, ma la mia famiglia oltre alle comuni sciagure pianse, e piange anco-
ra una sciagura tutta sua propria. / in quell’epoca, di sempre acerba memoria, trova-
vasi nel sagro Collegio il Cardinal tommaso antici, assunto alla Porpora per nomi-
na del Re stanislao di Polonia, di cui era presso la santa sede da lunghi anni ministro
Plenipotenziario, come lo era dell’augusta Casa di Baviera, non che di altri sovrani di
Germania. i suoi esimj talenti, l’insinuante sua facondia, ed i di lui felici successi nei
più spinosi affari il resero caro, e stimabile a molte Corti di Europa, non che alla santa
sede, ed a quei tanti, che il conoscevano. Per dare un’idea di quest’Uomo, le di cui
beneficenze innumerabili sparse sopra di me, e sulla mia famiglia vorrei render
conte al mondo intiero, mi prevarrò delle espressioni usate da un letterato ale-
manno21 in una dissertazione da lui recitata nel 1775, nell’accademia delle scienze, e
belle lettere di manheim [sic] all’occasione del ritorno da Roma del serenissimo
Elettore Carlo teodoro, e dei piaceri, e vantaggi, che avea ricavati da tal soggiorno:
«l’anima di queste savie disposizioni (dice l’accademico) fu l’incomparabile signor
antici marchese di Pescia, attaccato da più anni alla persona, ed al ministero di s. a.
Elettorale: stimato da lui, e degno della sua stima per lo zelo nel di lui servizio, per la
sua applicazione, e per i suoi superiori talenti: Uomo attivo, ed instancabile, sempre
occupato, e sempre superiore alle sue occupazioni: animo ingenuo, che rispetta la
verità, e sa farla rispettare dagli altri; abile negoziatore, buon politico, ma senza bas-
sezza, e senza finzione; sprezzante i sordi intrighi, e non conoscendo, che le vie del-
l’onore, e della probità; Uomo nato per gl’impieghi più grandi, e capace di rendere li
più grandi servigj alla Chiesa, ed allo stato». / Quest’Uomo fu sommerso dalle onde
rivoluzionarie, e col corpo infievolito da abituali infermità, collo spirito abbattuto dai
tanti orrori di quel tempo, si fece sorprendere dalle minaccie di deportazione, e di
confisca, o piuttosto dal troppo amore per la sua famiglia, ai di cui vantaggi avea sem-
pre vissuto, ed inoltrò a Pio Vi, già tradotto alla Certosa di Firenze, la sua rinunzia al
Cardinalato, non che alla Corte Bavara, quella del suo lucroso, e dignitoso ministero,
per ritirarsi pricipitosamente a Recanati sua Patria in seno alla propria Famiglia.
ma, durante la tirannia democratica, lungi dal trovar Egli nella sua solitudine quella

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


pace, che cercava, fu tormentato dalle più gravi afflizioni. Ricordo ancora le molte
notti da me passate, nei primi tempi, vicino al suo letto, ove egli sempre in veglia,
alternando sospiri, or da una parte, or dall’altra affannoso volgevasi. Ricordo, come,
durante l’impero dei demagoghi, giorno non passava per lui senza qualche molestia:
se vi era una requisizione, se una tassa straordinaria, se una multa sull’opinione,
sopra di lui le scaricavano. Gli fecero un delitto di gerarchica ambizione, perché
inavvertentemente usava in Casa la sua antica calzatura coi tacchi rossi, e ne fu inse-
rito un calunnioso articolo in un Giornale d’italia, e dal Prefetto del dipartimento ne
ebbe un minaccioso rimprovero. Quando nell’invasione de’ napoletani, i capi della
Repubblica Romana si ridussero a Perugia, scoppiò una nuova persecuzione nelle
Provincie contro i più distinti del Clero, ed il già Cardinale antici non si liberò dalla
prigione, che colla potente discolpa dell’oro. allorché poi la misericordia divina, dis-
sipando quel caos, ci ricondusse alla luce del Pontificio Governo, allora il benefico
mio zio, sgombrato l’animo dai terrori, e libero dalle persecuzioni dei scellerati,
cominciò a gustare la tranquillità del suo ritiro, di nessun’altra cosa occupandosi, che
di silenzioso, ed occulto ben fare. Una gran parte del giorno Ei consagrava all’ora-
zione, ed all’intensa lettura della Bibbia, e de’ santi Padri, giacché gli altri libri non
avean più per lui alcun sapore: altra parte impiegavala nel dar consigli, o stender pare-
ri per la conciliazione di quelli, che il consultavano, o nel diriggere gli affari della
nostra famiglia, internandosi con maravigliosa penetrazione anche nei dettagli più
nojosi della domestica economìa, come se fra loro avesse passata la sua vita, mostran-
do così, che se avea saputo trattare le cose grandi colla stessa facilità delle piccole, non
isdegnava di trattare le piccole con la stessa attenzione delle grandi. Racchiuso in
poche, e piccole stanze, e quasi sempre solo, pago della mensa comune fra una folla di
nipoti, e pro nipoti, dopoché per quarant’anni avea vissuto in Roma fra le delizie, le
grandezze, e la società dei più illustri Personaggi; il suo disinganno dell’illusioni
mondane giunse a tal segno, che mai più indossò le decorazioni di san stanislao, e
dell’aquila bianca, né quella di malta, di cui era gran Croce. spesso mi ripeteva, che
sentiva imminente la sua dissoluzione, e che sperava con quel tenor di vita (per un
Uomo come lui certamente umiliante, e penoso) di ottenere il perdono delle molte
sue colpe. Quanto egli aveva, era tutto per noi suoi Congiunti, e per i poveri, ai
quali fino agli estremi fu largo di soccorsi. Ricordo, non senza lagrime della più
tenera riconoscenza, che avendo egli nel 1805. impiegate in opere di pietà cinquemila
Piastre, mi fece quasi una sincerazione di averle tolte a me, per consecrarle alla pro-
pria salute. / Una malattia di languore lo condusse tranquillamente al sepolcro nel
giorno 4. Gennajo 1812., avendo egli incominciato il suo anno ottantesimo primo, e
conservando fino all’ultimo respiro la mente libera, e tutta rivolta al Padre delle
misericordie, come ci attestò l’egregio sig. d. Gregorio nicoli, che lo assistette gene-
rosamente in quel gran passo. la sua morte non indifferente agli estranei, luttuosa ai
suoi Concittadini, funestissima riuscì a tutti noi suoi Congiunti, che in lui perdemmo
il Padre più amoroso, la guida più illustre, il benefattore più generoso. / Parecchi gior-
ni dopo quella catastrofe, rinvenni ne’ suoi ben sistemati Protocolli tutta scritta di suo
proprio pugno, come molti han veduto, e come ognuno potrà presso di me vedere, la
minuta di una protesta diretta al sommo Pontefice [Pio VII], che quì [sic] trascrivo
per commune edificazione. // «BEatissimo PadRE // Rinunziai, Padre santo, la
dignità Cardinalizia, e la mia dimissione fu assoluta, e perpetua. ma chiamo dio in
testimonio, che tal mia rinunzia fu ben lontana da qualunque mia adesione all’usur-

vi. carlo antici traduttore (-) 


pato Governo, ed ai sistemi di allora; che anzi col mio costante contegno ne ho sem-
pre mostrata e allora, e in appresso la più decisa alienazione. non si era ancor fatto
alcun’insulto, né oltraggio alle inviolabili Persone dei signori Cardinali, allorché fui
inaspettatamente avvertito da chi ne era ben consapevole, che quanto prima sarei
stato arrestato, e tradotto nelle pubbliche carceri per esser poi deportato in remoto
paese colla privazione di tutti i miei beni. Fu il timore, lo confesso, e il dichiaro, fu il
solo timore di una vita indigente, e infelice, che m’indusse a rinunziare dacché potei
conoscere, che ad evitare l’imminente esecuzione della confidatami risoluzione di
quel nuovo Governo, non mi restava altro mezzo, fuorché quello di non esser più
Cardinale. / non avvertii in quel momento, e avrei pur dovuto avvertire, che la
dimissione del Cardinalato in sì fatte circostanze di governo, e di sistemi avrebbe
potuto servir d’inciampo ai deboli, e agl’indecisi, e di trionfo ai seguaci dell’uno e
degli altri, attribuendola i primi ancorché erroneamente, e i secondi malignamente ad
adesione di una Cardinale di s. Chiesa a quel nuovo criminoso sistema; quando
appunto per non darne motivo i doveri del proprio stato m’imponevano l’obbligo di
soffrire con coraggio apostolico qualunque perdita delle sostanze, qualunque strazio
della persona, e qualunque più penoso tenor di vita, piuttosto che mancare alle
obbligazioni, e alla dignità di Cardinale col dimetterla in quelle circostanze per vil
timore di una vita infelice. / non l’avvertii in quel momento, e avrei pur dovuto
avvertirlo: ond’è che io debbo conoscere, che indegno com’ero al cospetto di dio per
le molte mie colpe di occupare la più eminente dignità della Chiesa, iddiopermise,
che un velo agli occhi della mia mente mi nascondesse in quel momento l’impor-
tanza, e gli effetti di tal mia dimissione, sicché avessi a privarmi io stesso di sì gran
dignità, della quale ero indegno agli occhi suoi. Perciò a riparo, e a disinganno di qua-
lunque sinistra interpretazione, o erronea negli uni, o maligna negli altri, alla quale io
potessi aver data occasione, o motivo colla mia rinunzia in quelle circostanze, io
condanno solennemente innanzi alla s. V. il mio errore, e l’indoveroso timore, che
m’indusse ad errare. ne chieggo perdono a dio, al sagro Collegio de’ Cardinali, e a
tutti i Fedeli. ma dopo dio, lo chieggo principalmente alla s. V qual Vicario di Cristo
in terra, e Capo visibile della sua Chiesa, e qual sono dispositore della dignità Cardi-
nalizia. lo imploro, prosteso a terra coll’animo ai suoi santissimi piedi, anco in pruo-
va della mia venerazione, e del costante ossequio mio per la sagra Persona di V. s.
qual sommo Pontefice, e qual mio sovrano; implorando nel tempo istesso col più
devoto fervore l’apostolica sua benedizione. // di Vostra santità // Recanati 13. set-
tembre 1807. Poiché gli Eletti dal luminoso lor seggio le nostre azzioni [sic] contem-
plano, Voi mio beneficentissimo zio vi compiacerete della publicazione di questa
vostra protesta, con cui divulgo un vostro, poco noto, risarcimento a quella caduta, di
cui gemeste fino agli ultimi istanti: tanto è vero, che una debolezza, o una colpa è
spesse volte l’inavvertenza, o il trasporto di un momento, ma formano poi il rimorso
di tutta la vita! Fortunato Voi, che aveste il tempo, e la volontà di piangerle, e di
espiarle: poiché se gli uomini non perdonano, basta, che perdonato vi abbia Quello,
da cui solo dipende la nostra eterna sorte! / mi accorgo di aver ecceduto su questo
argomento lo spazio ordinario concesso ad una nota; ma forse trovarò scusa presso le
anime sensibili, se ho colta questa circostanza per deporre un ramo di Cipresso sul-
l’umile avello di un uomo, cui avrei dovuto inalzare un mausoleo22.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


le note finali di antici accompagnano in modo non banale il testo di Bonnet,
facendo emergere, quando il traduttore lo ritiene, anche il dissenso, in un’alternanza,
che si rivelerà tipica della scrittura di antici, di precisa distinzione analitica del dato
storico e della sua interpretazione, e di enfasi retorica nell’espressione del favore di
schieramento per lo stato pontificio, per la stessa figura del Papa, per l’auspicato
ritorno del corso della storia nell’alveo “felice” della tradizione, del trono e dell’altare,
e della loro legittimata fortuna. si veda, nella nota 48, p. 90, la “correzione” della trat-
tazione di Bonnet, quando l’autore francese allude agli intrighi ed ai maneggi diplo-
matici e politici che presiedono alle elezioni papali, anche prima del conclave:

l’autore dovea quì aggiungere quanto era necessario per mostrarsi istruito (come un
uomo dei suoi principi dev’esserlo) che qualunque siano in apparenza gl’incidenti, che
concorrono all’elezzione [sic] del sovrano Pontefice, son pur tutti diretti da Chi,
tenendo come una stilla di rugiada l’Universo nel pugno, ha promessa alla sua Chie-
sa perpetua assistenza23.

talvolta la nota celebrativo-encomiastica del pontificato di Pio Vii può unirsi in


una sinergica positività di giudizi al riconoscimento elogiativo tributato all’autore,
ovvero a Bonnet:

Chiunque a questi brevi tratti, ed a quelli, che seguono si rammenta, che furono
scritti nel 1801., trovarà nuovi motivi per encomiare lo sguardo felice del nostro
autore, con cui fin d’allora penetrò il carattere ammirabile del nostro adorato sovra-
no. se Egli ancor vive sarebbe degno di scrivere la storia dei decorsi tre lustri del suo
pontificato, che esiggono la penna di un livio, o di un sallustio. in Pio Vii. vediamo
riunite l’intrepidezza di s. leone magno, l’umiltà di s. Pio V., lo spirito protettore delle
belle arti di leone X, l’amore per le salutari riforme di sisto V. Egli segnarà nei fasti
della Chiesa, e degli imperi un’epoca eternamente gloriosa.

l’opera di Pio Vii e del cardinale Consalvi viene difesa quando, secondo il tradutto-
re, Bonnet non ne ha pienamente focalizzato la complessità e l’ampiezza d’azione
(nota 50, pp. 91-94):

non potean chiudersi queste pagine con verità più consolante, e l’egregio nostro
autore, che tanto sagacemente ha meditate, ed esposte le basi fondamentali del Gover-
no Pontificio, non potea trarne che questo risultato. ma se egli seppe così ben cono-
scere i pregj di questo Governo, non seppe prevedere i felici progressi delle meditate
riforme, e cadde in grave errore supponendo, che l’ammirabile energìa del sig. Cardi-
nal Consalvi nell’eseguirle, fosse resa vana da indoverose opposizioni dei Governanti
Primarj. nò; Questi anzi cooperarono nobilmente ai benefici disegni del commun
Padre, e sovrano; e Pio Vii. non solo soppresse gli abusi annonarj divenuti in Roma la
voragine dell’Erario, e nelle Provincie un tessuto di spergiuri, di monopolj, di frodi, ed
il flagello dei Proprietarj: Pio Vii non solo emanò un sistema daziale acclamatissimo,
e proclamò la tanto bramata libertà del commercio, ma fece eseguire la complicatissi-
ma, e tanto salutare equiparazione della moneta senza scossa, e senza il minimo

vi. carlo antici traduttore (-) 


danno di alcuno; ma dette un miglior sistema alle amministrazioni Communali, ma
stabilì un Corpo di truppa Provinciale tendente al decoro, ed alla sicurezza interna
dello stato; ma ordinò ad alcuni dei maggiori ingegni legislativi di Roma la compila-
zione di un Codice Penale adattato all’indole, ed ai bisogni dei suoi popoli; ma trovò
anche tempo, e risorse per arricchire Roma di nuovi preziosi oggetti dell’antichità. E
tutto questo egli fece nel giro di pochi anni; e tutto questo con una parte soltanto dei
dominj Pontificj pesti, e scarnati dalla precedente rivoluzione24; e tutto questo fra mille
affannose cure della sua spiritual Podestà, e sotto le interminabili esigenze di un
potentissimo straniero Governo! Quante altre sue riforme nell’amministrazione della
Giustizia, e delle pubbliche rendite, non che in altri rami di pubblico, o di privato inte-
resse sono state impedite dalle Ecclesiastiche, e politiche oscillazioni, fra cui visse
Pio Vii. durante la prima epoca del suo immortale Pontificato, e dal fatalissimo inter-
regno, che per un’intervallo [sic] interminabile lo tolse ai suoi sudditi! / ma diamo
bando alle querele. Pio Vii. regna nuovamente su noi, e conosce in tutta la loro esten-
sione le nostre perdite, ed i nostri bisogni. Pio Vii ha per cooperatori nel suo spiri-
tuale, e temporale Governo Personaggi distinti per religione, per dottrina, per grandi
servigj, e per lunga esperienza nei più ardui affari. Fra questi vediamo, come segreta-
rio di stato l’E~mo sig. Cardinal Consalvi, che dopo il suo soggiorno alle prime
Corti, e fra i più grandi Politici di Europa, torna ricco di nuove preziose viste sul gover-
no dei popoli, e festeggiato dalla pubblica riconoscenza per i faustissimi successi delle
sue trattative. alla cognizione perfetta dello spirito del secolo per dominarlo, e non
esserne dominato; delle tendenze dei Gabinetti per secondarle, ove si può, e rettificarle
ove si deve; delle verità politiche, ed economiche, che galleggiano sopra il diluvio di
tanti errori, per farle servire alla commune utilità, l’insigne Porporato unisce quell’at-
tività, e quello zelo del pubblico bene, che sdegnano ogni riposo, e che lo rendono
anche superiore al sublime incarico da Pio Vii. affidatogli. / dunque ripetiamolo
esultando: Pio Vii regna nuovamente su noi! siam noi resi poveri dalle tante, e lunghe
esazioni sofferte; Pio Vii non ci domandarà che moderati tributi: desideriamo che i rei
non vengano sottoposti ai costituti senza l’assistenza del difensore; che le sentenze di
pene gravi non siano definite da un solo tribunale, ma possano sempre portarsi in
appello ad un altro; che l’enorme ammasso delle leggi civili, ed il metodo di applicar-
le si riducano ad un più ordinato sistema, onde cessino i raggiri forensi, e siano più
spediti i giudizj; che nelle amministrazioni delle rendite communali, e dello stato
siano adottate le norme già appruovate da recenti esperienze; che i depositarj della
pubblica autorità siano fedeli interpetri delle leggi, e che non possano senza incontrare
immancabilmente la sovrana indignazione, farsi ad esse superiori; che il potere giu-
diziario sia diviso dal potere amministrativo, e finalmente qualunque cosa noi suddi-
ti potiamo bramare a nostra commune prosperità, deponiamone con illimitata fiducia
i rispettosi voti ai piè del trono Pontificio. l’augusto, ed immortal Pio Vii. ci accor-
darà quanto può accordarsi colla religione, colla giustizia, e coll’equità. sì; una nuova
Era incomincia per noi! abbandoniamoci lietamente all’oblìo del passato, all’amore del
presente, alle speranze dell’avvenire.

non si può negare che antici, certo interpretando i sentimenti comuni derivanti
dall’ideologia conservatrice rinfrancatasi in tutta l’Europa, colga nel segno nell’indi-
viduare nella data del 1815 l’inizio d’una nuova era per il mondo occidentale: l’era

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


della Restaurazione e del ritorno del Papa, prima di qualunque altro monarca, sul pro-
prio trono; e sarà l’era specifica della controrivoluzione. Conferma questo albore di
epoca reazionaria il nome prestigioso che, con la sua sigla, rilascia l’Imprimatur alla
traduzione dell’opera francese: quello di Filippo anfossi («Fr. Philippus anfossi
s[acri]. P[alatii]. a[postolici]. magister»), ecclesiastico dell’ordine dei Predicatori, for-
temente impegnato nell’elaborazione dottrinale d’una filosofia giurisprudenziale di
difesa dei diritti temporali del papato contro ogni rivendicazione, e, in particolare e
retrospettivamente, contro la tradizione storica delle rivendicazioni francesi, delle
quali le recenti esperienze rivoluzionarie rappresentavano, certo in altri e ben più
pericolosi termini, una rinverdita espressione di volontà autonomistica e di linea
polemica contro il potere temporale25. «Filippo anfossi ordinis Praedicatorum»,
ancora diciassette anni più tardi, concederà l’Imprimatur al Nuovo esame dell’auten-
ticità de’ diplomi di Ludovico Pio, Ottone I., e Arrigo II. sul dominio temporale dei
Romani Pontefici dissertazione di maRino maRini», Roma, de Romanis, 183226.
la legittimazione del potere temporale dei Papi trova insomma, nella produzione sag-
gistica di antici e di altri intellettuali dell’epoca della Restaurazione, uno dei periodi
di più intensa convalida ideologica e storica.

2. la traduzione effettuata dalla Vita e dottrina di Gesù Cristo di Friedrich leo-


pold von stolberg costituisce, in sé, un’esperienza culturale dal duplice carattere: da un
lato, essa si pone come una continuazione di quell’opera di alta divulgazione già
intrapresa da antici con il lavoro sul Bonnet, un’opera che viene a proseguire con
questo importante passaggio, in piena coerenza con l’applicazione, da parte d’un
intellettuale papalino di schierata opzione conservatrice e di persuaso protocollo
ideale cattolico, delle proprie, non scontate competenze linguistiche, valide soprattutto
sul piano moderno, e tali da acquistare, nella disponibilità che qui il marchese esibi-
sce ad una versione dal tedesco, una valenza particolarmente selettiva, dato lo scarso
numero di intellettuali che nell’italia del tempo si può dire in grado di fruire real-
mente di questa lingua nei testi originali; in tal senso, questo è l’inizio d’una carriera
di traduttore dal timbro meno scontato, se così si può dire, di quello inaugurato nel
1815 con una traduzione dal francese; dall’altro lato, la scelta di tradurre lo stolberg
non si può definire come un’iniziativa culturale che rivesta il completo carattere
della novità, o d’una vincente scommessa giocata sull’assunzione d’un autore estem-
poraneo e sconosciuto. la conversione di stolberg dal protestantesimo luterano al cat-
tolicesimo, avvenuta in una data che già in sé sembra avere un significato epocale
(l’anno 1800), ha avuto vasta eco in Europa, e si è prestata in modo molto appropria-
to, e culturalmente idoneo, ad alimentare il senso ed il progetto della revanche catto-
lica sul piano peculiarmente religioso e su quello storico-politico. né in questo caso si
può parlare d’un’esperienza bavarese; si tratta esattamente d’una partenza luterana,
addirittura ufficiale e pubblicamente riconosciuta, scandita all’inizio, come è in effet-
ti è avvenuto, dagli studi di diritto a Gottinga, dove, insieme al fratello Christian
(Christian graf zu stolberg, amburgo 1748 – castello di Windebye, presso Eckernför-
de, 1821), cui è molto legato, fa parte del gruppo di poeti della lega del Boschetto. nel

vi. carlo antici traduttore (-) 


1775 i due fratelli sono compagni di Goethe in un viaggio a cavallo in svizzera. in col-
laborazione scrivono Poesie (1779), odi, ballate e persino romanze di suggestione klo-
pstockiana (la metrica di Klopstock, com’è noto, riscuoterà larga fortuna anche in ita-
lia sulla scia del Carducci “germanista”), e Drammi (1787), arpeggiati sul modello
strutturale offerto dalla letteratura tragica greca. in alcuni ditirambi, cui, ancora,
non è estraneo Goethe, Christian e Friedrich leopold arieggiano atmosfere non
distanti dallo Sturm und Drang. Friedrich, da parte sua, fa parte del servizio diplo-
matico danese (1777) e ricopre cariche a Berlino e a Eutin (1789). nel 1800, appunto,
la conversione al cattolicesimo, davanti al vescovo di Boulogne e insieme alla princi-
pessa Gallitzin. oltre alle opere scritte in collaborazione con il fratello, pubblica tra-
duzioni in versi da omero, da Eschilo, da ossian, mostrandosi, quindi, tutt’altro che
alieno dall’atmosfera e dal gusto del romanticismo tedesco. dopo la conversione
scrive una Storia della Chiesa di Gesù Cristo (1805-1818; stolberg, lo si ricorda,
morirà nel 1819) in quindici volumi, che, come ricorda il biografo di antici, angeli-
ni, produrrà un largo séguito di conversioni, e si porrà come opera di potente e per-
suasivo impatto presso i fedeli e presso gli incerti, gli “agnostici” (un pubblico, que-
st’ultimo, che può essere sedotto ed attirato a percorrere un’esperienza in tal senso
imitativa di quella dell’autore); in italia, l’inizio della prima edizione data al 1817, e
proseguirà fino a un totale di sei volumi, usciti tra lo stesso 1817 ed il 1828, a cura di
Giovanni Gherardo de’ Rossi e di Heinrich Keller, interprete tedesco di Propaganda
fide; e proprio per la stamperia di Propaganda fide escono a stampa i primi tre volu-
mi; gli ultimi tre usciranno, sempre per conto della Congregazione, presso l’editore
Francesco Bourlié, e sempre a Roma; Giovanni Gherardo de’ Rossi, immediato pre-
decessore di antici nell’esperienza della versione da stolberg (ma solo quanto al
primo volume; gli altri escono dal 1823 in poi – ii e iii: 1823; iV: 1824; V: 1825 –,
quindi successivamente alla versione anticiana del 1822), ha al proprio attivo, e il fatto
non è senza significato, anche la traduzione dal francese di Méthode d’instruction pour
ramener les prétendus réformés à l’Église romaine, et confirmer les catholiques dans leur
croyance, Par m. de la FoREst, custode-curé de sainte-Croix de lyon, Roma, de
Romanis, 1817. si aggiunga che nel 1820 un’altra conversione di grande risonanza,
quella del bernese Karl ludwig von Haller (già noto per virtù di tradizione familiare,
in quanto nipote di albrecht von Haller)27, determina un’ulteriore ondata di discus-
sioni, di polemiche, ma anche di incentivo alla conversione per molti protestanti: un
fenomeno che le riviste e gli editori di parte cattolica dell’epoca, come si vedrà, rego-
larmente registrano, dandone specifica notizia, con ragguagli, sintetici particolari di
cronaca, e date delle cerimonie di adesione al cattolicesimo (insieme ai protestanti –
luterani, calvinisti, e in minor misura valdesi – figurano spesso anche alcuni israeliti).
Karl ludwig von Haller28, che attirerà l’attenzione di antici anche a livello ufficiale (si
veda maRCHEsE CaRlo antiCi, Restauration der Staats-Wissenschaft etc., cioè:
Ristaurazione della scienza politica del sig. Carlo ludovico de Haller. Vol. 5, conte-
nente la Macrobiotica de’ dominj ecclesiastici, ossia degli stati sacerdotali. – Win-
terthur 1834, in «annali delle scienze religiose», ii, n. 4 – gennaio-febbraio 1836 –,
pp. 3-12), può avere a sua volta esercitato, proprio con la sua conversione nel 1820

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


(una conversione peraltro maturata dopo lungo processo di riflessione interiore e di
meditazione sulle categorie culturali del protestantesimo e del cattolicesimo, e gra-
dualmente preparatasi durante lo stesso lavoro di stesura della Restauration der Staat-
swissenschaft), un’indiretta influenza persuasiva su antici nella valorizzazione del-
l’impegnativo lavoro di traduzione della Vita e dottrina di Gesù Cristo dell’altro
grande convertito di lingua tedesca, appunto quello stolberg di cui, nel 1827-1828, lo
zio di Giacomo leopardi pubblicherà anche la traduzione, in due volumi (Roma,
presso antonio Boulzaler) dei Fatti e ammaestramenti più memorabili degli apostoli
raccolti in lingua allemanna dal conte Federico leopoldo di stolberg recati nell’ita-
liana dal marchese CaRlo antiCi; l’ex luterano graf zu stolberg, con rigore e con
profonda serietà, e con convinta intenzione espressiva del suo sofferto approdo di fede
e del suo ritorno confessionale a quella che è sentita come la religione-“madre”, scri-
ve con intenzione magnificante una storia del cristianesimo concepita e condotta per
intero da un’ottica cattolica, senza per questo scordare le basi tecniche apprese nella
rigorosa tradizione d’esegetica biblistica tedesca, ivi compresa quella veterotesta-
mentaria, derivategli dalla precedente adesione, ed appartenenza anche in chiave
antropologica, al credo protestante. né qui si può parlare d’estremizzazione di zelo da
neofita, d’intensificato ardore da neoconvertito29.
si può fare richiamo30, a riassorbire contestualmente determinate scelte di antici
nel quadro delle strategie culturali cattoliche dell’epoca, a un’analogia di titoli con la
produzione dell’ultima parte della carriera dell’abate Cesari. le ricognizioni neote-
stamentarie (Vangeli ed Atti degli Apostoli), anche ad ampio raggio, percorrono,
insomma, l’epoca della Restaurazione, fino, se si vuole, al limite dell’anno 1830, tra-
dizionale punto di conclusione, convenzionalmente accettato, dell’epoca in prevalenza
segnata dalla rivalsa monarchica nell’Europa del dopo napoleone, in una scansione
periodizzante nella quale anche la produzione d’antici sembra nel complesso rien-
trare, come opera d’un intellettuale rappresentativo del mondo papalino, senza ecces-
sive sofferenze d’integrazione. l’esperienza della traduzione da stolberg riveste però,
in questo senso, alcune caratteristiche di spicco qualitativo, data la peculiare e insie-
me vasta risonanza della vicenda di convertito del conte tedesco, e data altresì, nello
stesso tempo, la gamma di competenze linguistiche, ermeneutiche, saggistiche che a
un traduttore, e consapevole antologista e divulgatore, sono richieste per un’opera
nella quale occorre ottima conoscenza della lingua originale (il tedesco, allora, è,
come in parte si è detto, meno conosciuto del francese, e non solo nell’àmbito dei let-
terati italiani). non è inutile rammentare che uno degli aspetti precipui di questa vera
e propria operazione culturale che è la traduzione da stolberg, nella quale gli aspetti
qualificanti e non scontati non sono per nulla neutralizzati, o banalizzati, bensì addi-
rittura rinforzati dal contorno contestuale che li accompagna e che li spiega, è costi-
tuito, nella sua importanza, dal fenomeno e dalla tematica dei convertiti, così com’es-
si approdano nelle pagine dei saggisti e dei pubblicisti della Reazione; la presenza
delle vicende di convertiti, di qualunque professione e di qualunque caratura socio-
culturale, attraversa le pagine delle riviste dello stato pontificio, da Roma a Pesaro, ma
si estende anche al ducato modenese (dalle «memorie di Religione» degli eredi solia-

vi. carlo antici traduttore (-) 


ni a quella che sarà la «Voce della Verità» a partire dai primi anni 1830), contribuisce
alle collezioni di opuscoli delle società per la promozione della cultura cattolica (è il
caso dei «Calobibliofili» di imola) ed entra nel criterio di composizione di miscellanee
nelle quali spesso si trovano, con un metodo non casualmente aggregativo, bensì
tematicamente pertinente e intimamente coeso, articoli, saggi ed estratti di periodici.
si consideri, ad esempio, la miscellanea a stampa 34. 4. e. 7 della nazionale di Roma.
in essa, alle pp. 21-2831, è riprodotto (1826) Il sistema protestante stabilito nell’ordine
militare. Parabola del Barone CaRlo lUiGi de HallER; il concetto che vi si sostie-
ne è quello della comunità cristiana paragonata ad un’armata, con il suo «Generalis-
simo» ed il suo «luogotenente»; in questo senso, il valore dei «regolamenti» (nei quali
è trasparentemente indicata, nella parabola, la scrittura, ed in particolare il Vangelo)
è ridimensionato al rango di mero punto di riferimento che presuppone l’armata
stessa, di regolamento che è stato scritto dopo che essa si è formata; tale priorità
dell’«armata» cristiana rispetto alle sue regole scritte induce ad affermare che, se il
ragionamento venisse portato al limite, si potrebbe persino fare a meno degli stessi
regolamenti; se l’antica disciplina e l’antico assetto del gregge cristiano sono stati eli-
minati, se si è formato quel nucleo di innovazioni organizzative che, in definitiva, ha
fornito esca alla polemica luterana in nome d’un ritorno alla fedeltà alle scritture, ciò
è avvenuto perché, interpretata appunto alla lettera, la “disciplina” si era trasformata
in indisciplina. E il discorso halleriano coglie in tal modo l’opportunità di uscire
dall’esile velo di metafora per rivolgersi direttamente ai principi protestanti, in modo
così sintetizzabile: “– ammettereste nei vostri stati una indisciplina come quella che
nella parabola il supremo Generale ha dissipato? –”; la risposta negativa all’evidente
interrogativo retorico conduce ad approvare – né, certo, nell’ottica halleriana, potreb-
be essere diversamente –, il “decreto” del supremo Generale, il quale ha stabilito, e
questa è stata la vera “riforma”, che il gregge aveva diretta necessità di un’interme-
diazione ufficiale e accreditata, e quindi pronta a guidarlo, a razionalizzazione ed a
reductio ad unum del disordine delle menti e dei comportamenti nei membri dello
stesso gregge. non può, insomma, valere la lettura diretta del regolamento, cioè dei
Vangeli, poiché lì non è scritto tutto, né può esserlo, e quel che vi è scritto non può
essere fatto oggetto di libera interpretazione, ma costituisce, anzi, una “materia” che va
spiegata con dottrina e con didattica, e dunque con vive e con concrete figure e
strutture di maestri e d’intermediarî: com’è fin troppo evidente, si tratta d’una preci-
sa e perspicua pronuncia contro il protestantesimo, contro il libero esame, contro il
contatto diretto con la scrittura32. nello stesso modo, sempre in tema di conversioni,
si vedano le Notizie religiose che, qui come negli altri casi, costellano la miscellanea
alla fine di ogni contributo o saggio; alle pp. 11-12 si riferisce, per quanto riguarda l’i-
talia come sede formale della stessa conversione (ma il percorso del neocattolico di
cui si scrive contempla anche la svizzera e la Francia), della vicenda di Pietro (Pierre)
Rossette33 di losanna, di trentotto anni: «luterano, fu militare, domenica 25 set-
tembre 1825 nella Cappella dello spedale di Parma abbiurò solennemente i suoi
errori», assistito da un reverendo ecclesiastico italiano, un teologo (Ferdinando tac-
chini), e scegliendo di «vivere cattolicamente in Bordeaux» anziché a losanna, una

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Bordeaux che costituisce un volontario esilio, appositamente eletto per dare prova
d’attaccamento alla nuova fede. non meno significato è attribuito alla vicenda di
Jean-Pierre d’aldebert nel Varietà (1826, t. iii – «luglio-agosto-settembre» –, p. 1)
riportato nella «Collezione degli opuscoli pubblicati dalla società de’ Calobibliofili di
imola», presente nella Biblioteca apostolica Vaticana; ci si sofferma sugli effetti van-
taggiosi prodotti dalle «missioni», anche in sedi europee, con le abiure di molti pro-
testanti: nella sola parrocchia di saint-Baudille, in Francia, ne sono avvenute tre.
ma la più clamorosa è stata quella del giudice del tribunale di nîmes, appunto il
signor d’aldebert. dal 1815 era disgustato dei suoi correligionari protestanti; dopo
aver visto le missioni, ha presto maturato la voglia di convertirsi, e lo ha fatto il 27
gennaio dello stesso 1826; ha quindi dovuto combattere con il figlio, ministro prote-
stante nel delfinato, ed ha dovuto altresì combattere con le due sorelle, alle quali ha
scritto una lettera, in cui raccomanda (p. 4) di convertirsi anche loro e di coltivare un
atteggiamento ben diverso da quello del tentativo di stornarlo, come appunto hanno
fatto loro e ha fatto il figlio, dalla “contro-conversione”; ma già alla p. 2 si era alluso
agli esempi più famosi in quella zona, ovvero, secondo le parole dello stesso giudice
Jean-Pierre d’aldebert, gli esempi «del signor di Bragassargues e del signor Priore di
Bragassargue mio zio paterno; quello del fratello del signor laval, e del signor d’al-
debert de Roux, miei zii materni, e paterni» (la vicenda di monsieur laval, di cui
viene qui rammentato solamente il fratello, ha a propria volta una notevole eco);
egli inoltre dichiara di aver seguito l’esempio di molte altre persone: «una moltitudi-
ne di miei concittadini»; il cattolicesimo è la stessa religione che i suoi antenati
hanno seguito per cinque secoli, e quindi, più che di vera conversione come muta-
mento, come trasferimento spirituale ad altra dimensione confessionale, si tratta
piuttosto d’un ritorno, d’un recupero di ciò che era già proprio, d’un recupero, insom-
ma, della casa comune, della casa paterna. alle pp. 5-6 si parla del fatto che in Russia
i Gesuiti (nel periodo 1799-1818, durante il ventennio in cui, pur con alcune vistose
eccezioni, erano consapevolmente accolti soltanto in quel paese) non hanno dato
adito a critiche; e si ricorda pure (pp. 6-7) la conversione di Peter Fickeinsen34, bava-
ro, suonatore nel secondo reggimento svizzero di Francia a madrid, che si è rivolto al
Patriarca delle indie, grande elemosiniere di spagna, dichiarandogli l’intento di abiu-
rare gli errori del luteranesimo; il Principe infante di spagna, don Francisco de
Paola, lo avrebbe seguìto egli stesso, anziché limitarsi a fargli da padrino, e avrebbe
congedato benevolmente l’abate francese ducos, che avrebbe potuto accompagnare e
portare a compimento la stessa conversione in qualità di rappresentante del personale
ecclesiastico. di nuovo, nella miscellanea della nazionale di Roma, nelle Notizie Reli-
giose (p. 5), viene dato resoconto del Giornale «l’amico della Religione, e del Re»,
n. 1200, dell’8 febbraio 1826. si rimarca con grande sollievo e soddisfazione il grande
successo delle missioni in Francia: «confessioni, comunioni, restituzioni, riconcilia-
zioni, matrimonj civili benedetti. in alcuni luoghi gli Ebrei stessi hanno voluto con-
tribuire al decoro delle funzioni; altrove i giudici, i maire, i corpi municipali, e le per-
sone più ragguardevoli hanno voluto portare la Croce pei primi. aumento di pie
istituzioni, e congregazioni; in somma ovunque un generale santo entusiasmo. Gran-

vi. carlo antici traduttore (-) 


demente poi si distingue l’attività e lo zelo dei Vescovi onde promuovere la pietà de’
fedeli. alcuni squarci di omelie, e Pastorali pubblicate pel Giubbileo, e per la Qua-
resima, inseriti nel detto giornale, fanno apertamente conoscere la dottrina, e lo spi-
rito dal quale essi sono animati, e che la maggior parte del loro gregge è sana, e
docile alle istruzioni de’ loro pastori»35.
importante anche la citazione di un articolo del giornale ecclesiastico «l’amico
della Religione e del Re», con la «proposta di associazione [abbonamento] alle Lettere
sull’Italia di m. dE JoUX» (Joux de la Chapelle). si tratta d’un ministro protestante
di cui si è già annunciata la conversione; egli ha scritto queste lettere, senza averle
potute vedere pubblicate, come introduzione alle Veglie Napolitane; nella Prefazione
alle lettere egli spiega i motivi della sua conversione. nato, infatti, nel 1752 in una
piccola città alle falde delle alpi da madre francese oriunda di nîmes, a ventitre è
anni ministro protestante; studia a Ginevra, in inghilterra e a Basilea. a Parigi, da
Court di Gebellin, collabora al Mondo Primitivo, al Dizionario delle Origini Latine,
alle Origini Greche, alla Istoria della Parola; lavora nel dipartimento del lemano, è
presidente del concistori di nantes per undici anni e mezzo. in séguito, Fontanes lo
nomina rettore dell’Università di Brema, ma gli avvenimenti del 1813 lo scoraggiano
dalla prospettiva di accettare questo incarico, mentre, sul piano propriamente reli-
gioso, è già disgustato del protestantesimo. se nel 1803 aveva pubblicato, ancora in
pieno spirito ortodosso, Predicazione del Cristianesimo, in séguito egli maturerà,
sulle confessioni cristiane, posizioni assai diverse. Compirà un viaggio in italia nel
1816 con un giovane lord inglese che studiava a oxford (lo stesso de la Chapelle
s’era messo ad insegnare lingue antiche nell’istituto di dollar presso stirling, in
scozia, dove attese alla composizione delle Lettere). l’italia non è una terra nuova per
lui, poiché vi è già stato in visita, nel 1773, con lord allen; il viaggio gli serve
soprattutto per informarsi dei riti, per porre tutte le domande che si affacciano alla
mente del credente coscienzioso, per assistere effettivamente agli stessi riti, per con-
vincersi della loro validità, e infine per superare i dubbi e abiurare, una volta torna-
to dalla scozia sul continente, a Parigi, nelle mani dell’arcivescovo della città, l’11
ottobre 1817, poco prima di morirvi, il 29 ottobre; anche la figlia, venuta ad assi-
sterlo, assume la sostanza confessionale del percorso religioso paterno, a propria
volta abiurando in favore della fede cattolica36. Vi è un altro nome sotto cui è indi-
cato il convertito, quello di Pierre de la Chapelle; con questo nominativo e con
quello di Eusebio adhemar, priore dell’abbadia di saint Hermance nel Chablais, le
lettere sono indirizzate a sir Edward Clinton conte di moreland, a oxford. i nomi di
adhemar e di moreland sono supposti, perché il compagno di viaggio non voleva
essere conosciuto. Proprio il priore giustifica la dottrina cattolica dalle obiezioni dei
protestanti, difende il metodo di lettura guidata, esposta, spiegata ed assistita delle
sacre scritture, sostenendo, altresì, il valore e la proponibilità delle cerimonie e dei
riti; non manca la difesa degli ordini religiosi e della loro importanza, soprattutto in
nome dei servigi che essi hanno, nei secoli, variamente reso alla religione e alla
società. E il cattolicesimo romano è puntigliosamente difeso nelle figure e nella
rispettiva funzione dei Papi, della Chiesa e della sua autorità, dei dogmi, in partico-

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


lare quello del Purgatorio, il “regno” che nella sua connotazione ibridamente inter-
media più si è prestato alle obiezioni teorico-dottrinarie; le lettere si possono in tal
senso unire ai Trattenimenti di starck, al milner delle Eccellenze della Religione, alle
Lettere di m. Cobbet; ed ogni considerazione, come ogni presa di posizione, risulta
a favore del cattolicesimo37.
ancora più vibrante di ansiosa incertezza, d’espressione d’interrogativi e di dubbi,
di acquisizioni di fede e di inceppi, di non lievi difficoltà derivanti da una storia e da
una cronaca personale di protestante dichiarato, risulta la vicenda di monsieur laval.
nel tomo ii («aprile-maggio-Giugno» 1825) della citata Collezione degli opuscoli
imolesi presenti in Vaticana, vi è la «lettera del sig. laval fu ministro protestante a
Condé sul noireau a QUElli dElla GiÀ sUa ComUnionE RECata dal
FRanCEsE in italiano dal PREtE G. n. B., seconda edizione, in imola, Galea-
ti, 1825». se ne legga uno specimen, verificando, nella progressiva serie di incertezze
e di insoddisfazione spirituale, e anche propriamente razionale, proveniente dall’ap-
partenza al protestantesimo, la prefigurazione degli approdi di calma e di serenità, di
appagante raggiungimento di tranquille certezze, che il ricongiungimento (tale è
infine giudicato il processo di conversione) con la Chiesa cattolica di Roma procura
al cristiano peregrinante dalla confessione riformata a quella del Papa, e si constati
come questo percorso, questo a suo modo pregnante itinerario di allure soggettiva e
insieme oggettiva, psicologica e teologica, individuale e dottrinaria, infine di crisi
della “lettura” biblica protestante e di crescente affermazione del sentimento cattolico,
della conquista d’un abbandono della propria solitudine intellettuale nella “superio-
rità” d’una porpora vescovile, sia esattamente il tragitto che corrisponde, nei suoi esiti,
nel suo approdo finale, e ovviamente senza l’esperienza della conversione, alle per-
suasioni ed alla concreta funzione culturale che il marchese antici, cattolico da sem-
pre (ed altri studiosi con lui), incarna ed attua alacremente, in quegli anni, nelle
reintegrate strutture di Roma papalina. i convertiti forniscono, insomma, la medesi-
ma serie di ragionamenti, la stessa successione di sequenze argomentative, vivificate
dal palpitante palcoscenico della narrazione autobiografica (con i suoi passaggi ora
affannosi ora brucianti, ma infine faticosamente vittoriosi), che antici offre nei suoi
scritti (come nell’introduzione sulla vita e sulla carriera dello stesso stolberg, come
– sia pure in forma ricavabile in modo meno diretto – nel caso dello scritto su Haller,
come nel caso di molti passaggi drammatizzati dell’autobiografismo hurteriano; solo
del nipote Giacomo non potrà scrivere in chiave di saggistica di conversione); anti-
ci trova nei convertiti l’affabulazione in prosa autobiografica di quegli itinerari che la
terza persona della sua prosa di scrittore, pervenendo agli stessi risultati, distende in
forma di ratio saggistica. in stolberg, dotto tedesco d’origine confessionale luterana,
ormai acquisito allo status di convertito pieno e convinto al cattolicesimo, a Roma e al
Papa, antici trova dispiegate, in una delle più famose “storie” del cristianesimo, la
sapienza ecclesiologica e la sapienza biblico-scritturale esibite dall’ex riformato, reo
confesso dei suoi errori, così come nella fatica di Haller egli troverà, sotto la forma
d’un’opera in più volumi, il dono d’una scienza politica, o politico-statuale, recupe-
rata, secondo gli auspici dei conservatori, alla sua cifra patrimonialistica, tradiziona-

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listica, e infine risolutamente attestata sulla politologia cattolica e sul favore espresso
per gli stati ecclesiastici, in quell’adesione alle strutture, anche temporali, del cattoli-
cesimo che era, nello stesso Haller, maturata già da molto tempo prima della con-
versione “ufficiale” del 1820, come, cambiate le date, avverrà nel caso d’un altro sviz-
zero tedesco, Friedrich Hurter; né tali processi possono in alcun modo risultare
indifferenti ad un intellettuale, come il marchese Carlo antici, formatosi a livello
internazionale nel crogiuolo europeo, nel laboratorio di riflessioni religiose offerto
dalla Germania meridionale, e in particolare dalla pensosa Baviera cattolica. Ecco il
primo passaggio di laval:

Quegli che vi scrive, miei fratelli, allevato come voi nel seno del protestantismo, e
incaricato anzi per più anni di insegnarvelo, vi ha cercato invano quella quieta pace
della coscienza, che non si può più trovare fuori della via della salute. Convinto,
che l’indifferenza per la vera fede non è in fondo, se non il disprezzo di dio medesi-
mo, non si poteva calmare a pace fin che era incerto di possederla: ma quanto più
vivo sentiva il bisogno di conoscerla, tanto più gli era amaro il non trovare nel pro-
testantismo, che delle sole incertezze. interrogava la sua ragione, e la ragione, abban-
donata a se stessa, errava di dubbio in dubbio: interrogava la Bibbia, ma né anche
questo divin libro, sendone per lui unico interprete la debole e incerta sua ragione,
non poteva punto meglio rassodare la sua fede. se, afflitto di non trovare nel suo pro-
prio giudizio una regola certa di fede, la cercava altronde, il protestantismo non gli
rispondeva da tutte le parti, che con un’orrida confusione di opinioni contraddittorie,
che lo sprofondavano in sempre più oscure incertezze: ciò stesso avealo avvertito in
Francia, in svizzera, in alemagna, in inghilterra, e ovunque avea veduto i protestan-
ti, e spezialmente i ministri, ondeggianti ad ogni vento di dottrina, sempre irresolu-
ti, né mai sopra verun punto d’accordo, che nel dubitare. tal era lo stato crudele, cui
era condannato nel protestantismo: entro se stesso non trovava, che incertezze, e al di
fuori incertezze ancora più grandi (pp. 1-2).

di più, a p. 5, vi è l’espressione d’una ricerca di vittoria sulla solitudine, sull’indivi-


dualismo, da conseguirsi mediante l’appello a figure di “docenti” che a loro volta si
appoggino a strutture spiritualmente maieutiche: «Condannato ad irrimediabili
incertezze, perché volli, dietro il principio del protestantismo, essere io stesso l’auto-
re e l’arbitro della mia fede, sentiva l’assoluta necessità di un’autorità insegnante, che
inappellabilmente determinasse la vera fede»; il percorso prosegue, a ritmo crescen-
te, a p. 6: «spogliato di tutti questi beni [la fede, la pace e la vita], per aver cercato la
verità nell’orgoglio della mia ragione, e come poi anche un sol punto esitare a rientrare
coll’umiltà nel possesso di questi beni medesimi, sommettendo le mie vane opinioni
all’autorità della Chiesa eterna?»; le difficoltà non sono ancora del tutto superate
(pp. 6-7): «ma non era ancor vinta la mia volontà: mi sentiva entro me stesso un ter-
ribil contrasto, lo sprone della coscienza, e gli umani interessi, che mi rattenevano: gli
amici, che la conversione mi faceva perdere, la mia famiglia, cui privava di una parte
de’ suoi mezzi d’esistenza, e infine lo dirò io, e perché no? quello sciagurato e vil ros-
sore di ritrattare i propri errori e di abbandonare una setta, della quale fui sì gran

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


tempo il sostegno, bilanciavano nella mia anima l’impero della verità». a p. 8, rivolto
ai «fratelli», laval, l’ex ministro protestante, scrive: «[…] l’amarezza, che mi corruccia,
ripensando a tante anime, che io ho trascinato nell’errore, mi vien temperata dalla
speranza, che forse a molti non fia inutile questo piccolo scritto, quando il leggano
con sincero desiderio di conoscere la verità. E perché ricuserete di ascoltarmi?».
ancora, alle pp. 8-9: «sì, miei fratelli, il protestantismo non è in sostanza, che un vero
sistema d’incredulità, posato sulla stessa base degli altri sistemi d’errore, e il cui per-
fetto sviluppamento sarebbe la distruzione del Cristianesimo […]. il principio fon-
damentale del protestantismo si è, che nell’interpretazione della scrittura si faccia cia-
scuno unica regola di fede la sua ragione, che gli determina il senso della Bibbia,
nessun protestante non può averne verun’altra. Quindi, siccome nessuno può credersi
infallibile, né per conseguenza esser sicuro d’aversi fatta una fede scevra di errori, così
nessun pure può avere una fede certa»; così, alla p. 17:

Voi scoprite un tal domma nella Bibbia, e sulla vostra ragione voi lo credete; ma se la
mia ragione non ve lo scorge, o vi scorge anzi il contrario, io lo debbo rigettare in
forza di quel principio medesimo, per cui voi lo ammettete. Così il luterano ammet-
te la presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia, perché la sua ragione lo vede chia-
ro nella Bibbia; ma siccome non ve lo vede la ragione del calvinista, il quale non ha
verun obbligo di cedere a quella del luterano, da lui non si può esigere questa cre-
denza, né asserire, che sia necessaria. Ugualmente la ragione del luterano, e del cal-
vinista è convinta, che v’ha chiaramente espressa nella Bibbia la divinità di Gesù Cri-
sto: ma come il sociniano, interpretando anch’egli colla sola sua ragione la santa
scrittura, crede trovarvi il fondamento di un’opinione contraria, non solo non ponno
asserir necessaria la fede della divinità di Gesù Cristo, ma deggiono di più ricono-
scere, che in forza del comune principio de’ protestanti, il sociniano la deve rigettare.

alla p. 36, n. 2, compare, non a caso, e a chiusura del circolo storico e logico, proprio
la figura, già celebre, del conte Friedrich leopold von stolberg: «lorché [francese:
«Lorsque»] il conte di stolberg, celebre scrittore di alemagna si fu convertito alla reli-
gione cattolica, un principe protestante gli disse: “io non amo chi cangia Religione. –
neppur io, gli rispose il signor di stolberg; perocché, se i nostri avi non l’avessero
cambiata, già tre secoli, non sarei stato obbligato a cangiarla io oggidì”»; e a p. 37:
«[…] abbandonare il protestantismo per rientrare nella Chiesa cattolica, questo è pas-
sare dalle variazioni alla credenza invariabile, dalle divisioni all’unità, dall’errore che
è nato sol jeri alla verità che è di tutti i tempi; questo è passare dal dubbio alla fede,
sfuggir dalla morte per ricuperare la vita».
la letizia per le conversioni può giungere al ribaltamento storiografico vero e pro-
prio della visione culturale dei decenni a cavallo tra settecento ed ottocento, un
ribaltamento che interessa persino la sfera terminologica: «secolo de’ lumi» finisce per
essere, anziché il XViii (il siècle des Lumières per antonomasia), quello delle conver-
sioni, in quanto esse sono, nell’ottica cristiana, insieme frutto e fonte di luce, di illu-
minazione spirituale e religiosa per le anime. È quanto si rileva nelle «memorie di
Religione, di morale e di letteratura», di modena, i serie, vol. Xii, anno 1827, pp. 184-

vi. carlo antici traduttore (-) 


188 (da noi consultata direttamente nella Biblioteca Estense Universitaria di modena
– a. 46. n. 12 –): Il secolo de’ lumi recitato nell’ultimo giorno del MDCCCXXVI nella
chiesa cattedrale di Novara, novara, 1827; in questo testo, inserito nelle Notizie biblio-
grafiche anonime (come spesso accade nella realtà delle riviste quando si tratta della
redazione di rubriche), si ricorda e si analizza il discorso di fine d’anno tenuto da
monsignor PiEtRo sCaVini (uscito ad alessandria nei numeri 4 e 5 – 1827 – del
locale «Giornale Ecclesiastico»), canonico proposto della cattedrale di novara e vica-
rio generale del relativo vescovo; «secolo de’ lumi» è espressione che può in realtà sod-
disfare i cattolici: la fiducia, non così male riposta, di monsignor scavini (si ricorda a
questo proposito il Salmo lXXXiX, 9: «posuisti saeculum nostrum […] in illumina-
tione») si fonda sull’ultimo anno, il 1826, che ha visto realizzarsi molte conversioni; è
la tendenza che abbiamo notato come predominante in queste riviste e in molte di
queste miscellanee: un buon numero di protestanti ed ebrei si converte, e qui se ne
stila, con compiacimento redazionale, l’elenco. alla p. 185 viene citato il principe
Ferdinand Friedrich d’anhalt-Coëthen, convertitosi ufficialmente nel gennaio del
1826 (e con lui la duchessa consorte); viene fatto oggetto di scherni, come in ampia
misura era accaduto a stolberg e ad Haller (e come avverrà ad Hurter), da parte di
giornali tedeschi protestanti, ai quali si contrappone il 29 agosto 1827 il giornale cat-
tolico-conservatore francese «l’ami de la Religion et du Roi», stimatissimo da perio-
dici quali, appunto, le «memorie di Religione» e, di lì a poco, «la Voce della Verità»;
non mancano in queste pagine i più volte citati Pierre de Joux de la Chapelle e sua
figlia Joséphine, e in particolare ci si riferisce alle Lettere sull’Italia di Pierre; è citato
Karl ludwig von Haller, in quanto anch’egli scrisse lettere alla famiglia e fu bersaglia-
to di lazzi e di polemiche dai protestanti. la lettera di Joséphine de Joux de la Chapelle
è stata pubblicata nelle stesse «memorie di Religione», t. X, p. 435; vi sarà poi la con-
versione dell’inglese leopold Wright, accompagnata da lettera alla madre: la con-
versione del Wright è ricordata nelle stesse «memorie», «ivi», p. 117; in séguito, anco-
ra in Piemonte, a Pinerolo, è il caso del giovane valdese Giovanni daniele tourn, di
cui viene evocata una lettera al padre (cfr. «l’ami de la Religion et du Roi», t. XlViii,
p. 186), e di altre conversioni si legge in molti giornali appartenenti a questo tipo di
pubblicistica cattolica; per ricordare, in ottica interna alle «memorie» stesse, altri
casi, altri “prodigi” di fideistico ravvedimento, si vedano, per limitarsi allo stesso
1826 e al contestuale àmbito emiliano, modenese-parmense, le conversioni dei pro-
testanti Giorgio meülly a Correggio («memorie di Religione», t. iX, p. 580) e del
citato Pietro Rossette a Parma («ivi», p. 550). tre valdesi piemontesi s’erano già con-
vertiti prima di tourn, e altre conversioni sono avvenute in Francia, in «alemagna», in
italia. oltre ai valdesi, gli ebrei: drach (p. 186) per primo, nel 1823, e poi la Costanti-
ni d’ancona, e così luzzati di torino (autore delle Osservazioni sulla falsa persuasione
degli Ebrei di non ammettere il vero Messia), ed altrettanti eventi di conversione a
Genova, ad alessandria, a torino, a Vicenza, ad ancona, a Roma. Riguardo al Giubi-
leo del 1826 (“anno dei lumi”, secondo la definizione di monsignor scavini, dei lumi
“non illuministici”), e sulle conversioni avvenute in tale occasione, vi sono state ome-
lie di monsignor luigi lambruschini a Genova (a quell’epoca è nunzio a Parigi). E

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


conversioni vi sono state (p. 187) nella diocesi di migné in Francia, vicino a Poitiers,
già nota per l’esperienza di apparizione del sacro, una vera ierofania cristologica,
fruita da mère noailles, superiora della maison de lorette. ma sulle conversioni vi sarà
anche il contributo della «Voce della Verità», sempre di modena; nel numero del 29
novembre 1831 è data una notizia del 15 novembre riguardo ad una conversione che
è dell’8 ottobre di quell’anno: si tratta dell’approdo al cattolicesimo di salomon Vita
ascoli; dettero notizia della conversione del primo ascoli, nella stessa modena, le
«memorie di Religione», XVi, p. 589, 1827; la notizia sarà ripresa l’anno seguente,
1828, quando ascoli ha cambiato nome in Pier luigi Ricotti; poi, appunto, la serie di
conversioni sulla sua scia e sul suo esempio, nel 1831: del figlio Prospero, divenuto
luigi, dell’altro figlio salomone, divenuto michele, e della nipote allegra, ad ancona.
Così, dalla citata «Collezione degli opuscoli pubblicati dalla società de’ Calobibliofi-
li tomo iii. luglio agosto e settembre anno. ii 1826. imola, dalla tipografia Galeati,
1826 a spese della società de’ Calobibliofili / Con licenza de’ superiori», presente
nella Biblioteca Vaticana, si vedano, p. 94, le Notizie ecclesiastiche: in italia una giova-
ne inglese, Giorgina Euland Clarke, a Pesaro, ha abiurato il protestantesimo, preceduta
dalla madrina, anna Gordon; a Bologna, un ebreo, Giovanni modena droghiere, ha
abiurato e ricevuto i sacramenti. a p. 15 del successivo inserto, viene riferito che gli
ebrei alsaziani drach (già citato nelle modenesi «memorie di Religione»), liebermann
e morel hanno abiurato e ricevuto i sacramenti; segue, non a caso, nella «Collezione»
imolese, la traduzione della Lettera Apostolica di leone Xii “contro le occulte e segre-
te sétte”. si ricordino, inoltre, a segno di prosecuzione dell’interesse da parte delle rivi-
ste cattoliche per i convertiti, in «annali di scienze religiose», ii, 6 (maggio-giugno
1836), p. 139, la «Notizia dei protestanti convertiti alla Religione Cattolica, descritta da
GiUsEPPE BRUnati sacerdote. seconda edizione emendata ed accresciuta dall’au-
tore, milano, dalla tip. Pogliani, 1837», e («ivi», pp. 153-156) «Agli increduli ed a’ cre-
denti l’ateo ridivenuto cristiano, op. del sig. dElaURo-dUBEz, Parigi, presso tou-
louse librajo, 1838», tratto da «l’ami de la Religion et du Roi», n. 2950; nell’ultimo
contributo citato, viene tracciata una nota biografica dello stesso delauro-dubez,
magistrato che, nato a Rodez nel 1746, compie la propria carriera a tolosa e a mont-
pellier, in séguito torna a Rodez e vi muore nel 1829; il recupero della fede avviene,
secondo la narrazione, in una passeggiata fatta nel proprio paese nel 1812, con il
corredo di mito agreste e di commozione idillica, del valore di incontro “topografico”
rivestito da una chiesa di campagna nella quale egli si è imbattuto durante la prome-
nade, del ricordo della madre, e appunto della conversione dalla precedente incredu-
lità. il ritorno al cattolicesimo attivo implica un’estate di attenta riflessione e di profon-
de letture di quegli stessi autori che spesso vengono citati da antici: Pascal, Bossuet,
Bourdaloue, massillon, e, a recupero delle basi storico-religiose, sant’agostino38.
il conte Friedrich leopold von stolberg non è quindi una personalità scono-
sciuta, o una figura estemporanea di convertito assurta a breve fama; egli, invece,
come prima ricordato, è conosciuto da Goethe, anche se dallo stesso Goethe è citato
polemicamente proprio quale convertito al cattolicesimo (e come critico-interprete,
dal punto di vista cristiano, dell’ode Die Götter Griechenlands di schiller); si ricordi,

vi. carlo antici traduttore (-) 


nel Faust, il Sogno della notte di Valpurga (Walpurgisnachtstraum), sottotitolato Nozze
d’oro di Oberon e Titania; l’«orthodox», sottoposto a ironia nel suo zelo di neofita
d’una confessione da poco abbracciata, rintraccia diavoli dovunque, anche nelle divi-
nità pagane, che risultano, in tal senso, in tutto demonizzabili: «Keine Klauen, kein
schwanz! / doch bleibt es außer zweifel: / so wie die Götter Griechenlands, / so ist
auch ein teuffel» («niente artigli e niente coda! Però è fuor di dubbio: è anch’egli un
diavolo come gli dei della Grecia»)39. ancora, i fratelli stolberg, Christian ed appun-
to Friedrich leopold, sono adombrati, nella sfilata di questa notte di Calendimaggio
germanico-settentrionale, nel nome e nel personaggio di Windfahne (Banderuola),
che, ora guardando da un lato («nach der einen seite», didascalia), ora da un altro
(«nach der andern seite», didascalia), si produce rispettivamente in un elogio e in una
deprecazione dello stesso corteo che conviene e che sfila alla festa: «Una società,
quale la si può desiderare. Proprio in verità tutte fidanzate! E gli scapoli, uno per uno,
gente piena di belle speranze!» / «E se il suolo non si apre per inghiottirli tutti, io
voglio, in rapida corsa, saltare, subito, giù nell’inferno»40. ma non mancano, s’intende,
nello stesso passo, allusioni critiche a chi invece vede, o «fiuta» dappertutto dei
gesuiti, come l’illuminista-massone Friedrich nicolai (1733-1811)41. Già conosciuto,
dunque, anche ad opera delle critiche indirizzategli dopo la conversione, al punto che
l’anno successivo alla sua morte inizia l’edizione completa delle opere sue e del fratello:
Gesammelte Werke der Brüder CHRISTIAN und FRIEDRICH LEOPOLD Grafen zu
STOLBERG (20 vols, Hamburg, 1820-1825)42; in italia, comunque, l’operazione edi-
toriale che gli procura maggior fama postuma resta, insieme alla traduzione di de’
Rossi e di Keller, la Vita e dottrina di Gesù Cristo scritta in lingua allemanna dal
conte FEDERICO LEOPOLDO di STOLBERG recata nell’italiana dal marchese CARLO
ANTICI, 2 tomi, Roma, 1822, nella stamperia de Romanis43. l’esergo è di Rousseau
(ed è di precisa scelta d’antici): «[…] sì, il Vangelo ha caratteri di verità così grandi,
così imponenti, così decisamente inimitabili, che l’inventore ne sarebbe più sorpren-
dente dell’Eroe» (p. iii). Forniamo articolatamente l’indice dell’opera: PaRtE PRima:
Dall’annunzio della nascita di S. Giovanni Battista sino alla nascita di Gesù Cristo,
pp. 1-42; Dalla nascita di Gesù Cristo sino al suo Battesimo, pp. 42-101; Dal Battesimo
di Gesù Cristo sino alla sua trasfigurazione (pp. 101-357; fine della prima parte);
PaRtE sEConda: Dalla trasfigurazione di Gesù Cristo sino al suo ingresso in Geru-
salemme, pp. 1-175; Dall’ingresso di Gesù Cristo in Gerusalemme sino alla sua morte,
pp. 175-341; Dalla morte di Gesù Cristo sino alla venuta dello Spirito Santo, pp. 341-422
(fine della seconda parte e dell’opera). non sorprende la dedica del marchese, riso-
lutamente rivolta ad un sovrano cattolico, ad un alto rappresentante d’un cristianesimo,
come quello bavarese, che cattolico, appunto, lo è stato da sempre (pp. V-Viii):

a sUa altEzza REalE lodoViCo CaRlo aUGUsto PRinCiPE EREdi-


taRio di BaViERa / mentre risolvo di render comune all’italia l’opera di un insi-
gne alemanno, VostRa altEzza REalE, non sazia mai d’istruzione, sta visitan-
do per la terza volta questa maravigliosa Città. si accrebbe pertanto in me il desiderio
di eseguire sotto gli alti auspicj Vostri tal mio divisamento, onde rendere a V. a., come

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


meglio per me si può, un pubblico omaggio della profonda devozione, e ricono-
scenza, che sino dai miei primi anni consacrai all’Eccelsa Vostra dinastia. / nepote di
un uomo, che per sette lustri ebbe l’onore di esserne presso la santa sede l’accetto
ministro, educato nei dominj Bavari, e perciò lungamente partecipe io stesso delle
sovrane munificenze, quei sentimenti sono così naturali in me, come in chiunque ha
l’onore di avvicinarvisi è naturale l’ammirazione per la sensibilità del Vostro Cuore,
per l’affabilità delle Vostre maniere, per l’ampiezza delle Vostre cognizioni. / Quel
genio appunto ad ogni nobile, e gentil coltura, che per non breve spazio di tempo Vi
allontanò dalla Reggia Paterna, onde acquistarne più dovizioso corredo nell’università
di Goettinga, ha ricondotto V. a. R. in questa sede favorita delle belle arti [Roma, la
«maravigliosa Città» già prima citata], e saprà (tutti lo sperano) ricondurvela ancora.
né il Vostro amore per esse al piacere si limita di gustarle col più delicato discerni-
mento: ma con generosa mano ne animate i progressi, e con sublime accortezza le
dirigete al perfezionamento morale della Vostra nazione. / Ecco perché nella gran-
diosa Gliptoteca, che in monaco a Vostre spese si innalza, ed ove tra tanti altri pre-
ziosi monumenti dei secoli antichi pompeggierà quella numerosa schiera di statue da
Voi raccolte in Egina, volete collocarvi a perenne incitamento di virtù i Busti dei più
chiari alemanni. / VostRa altEzza REalE così operando, lascia volentieri al
Figliuol di Filippo il vanto di aver presa l’iliade per pascolo de’ suoi pensieri, per
norma delle sue imprese. Egli cercava gloria nel depredar la terra. l’altEzza
VostRa, che sulle orme dell’augusto Genitore, si prepara a trovarla, vera ed eterna,
nella felicità della nazione Bavarica, altra guida non vuò, che il Vangelo. / E siccome
l’a. V., versatissima nelle lingue della Grecia, e del lazio, non che nelle altre più
famose di Europa, gran diletto ritrae dalla soavità della nostra; illudere non mi
dovebbe la speranza, che sovente si degni gettare i suoi sguardi su questa mia tradu-
zione, quantunque disadorna tanto e triviale. / dalla medesima io ripeterei così
l’ambita sorte di tener presente alla memoria di VostRa altEzza l’indelebile
desiderio, che ho di mostrarmi in qualunque incontro col più grato, intenso, inalte-
rabile rispetto / dElla REalE altEzza VostRa. / Roma li 16 aprile. 1821. /
l’Ubbm~o [Ubbidientissimo], Um~o, obblm~o servitore / CaRlo antiCi.

Risultano evidenti, da questa dedica, alcuni dati che convalidano i concetti, fin qui
constatati, di legame con la Baviera (un legame evocato anche a livello personale dal
traduttore tramite la figura di tommaso antici, il cardinale zio che lo introdusse negli
ambienti delle corti di spessore internazionale), di riproduzione dell’itinerario uni-
versità-ritorno a corte-viaggio a Roma (nel caso del Re di Baviera, Göttingen-mona-
co-Città eterna), la citazione della Gliptoteca con i busti dei famosi alemanni a iden-
tificazione delle glorie della Germania, il raffronto comparativo con alessandro
magno, risolto con un non eccessivo sforzo di retorica a vantaggio del Re che all’e-
roismo iliadico della conquista preferisce l’unione della propria corona al pastorale
della guida cristiana («altra guida non vuò, che il Vangelo»). segue il Discorso del Tra-
duttore, pp. iX-Xl, che reca ad esergo interno all’opera, a significativa ripresa del
Rousseau iniziale, il Voltaire de La Henriade, ch. X: «[…] la vérité si long-temps
attendue, / toujours chére aux humains, mais souvent inconnue, / soudain elle se
montre à ses yeux satisfaits, / Brillante d’un éclat qui n’eblouit jamais», in un primo

vi. carlo antici traduttore (-) 


utilizzo di estratti testuali dai grandi illuministi a rinforzo delle tesi della religione. a
p. X, nota 1, vi è la citazione dell’angelo Pandolfini del Trattato del Governo della
Famiglia (dal 1414 al 1431 Pandolfini fu alta autorità nella Repubblica fiorentina),
quindi la citazione del dialogo Del Governo Famigliare di senofonte, tradotto da
Cicerone, del Fénelon del discorso Dell’educazione delle fanciulle (titolo d’opera peral-
tro presente anche nello stesso Voltaire), della madame de Genlis di Adele, et Théo-
dore, di cui antici ricorda quattro volumi; non manca nella serie di opere evocate dal
marchese il thomas dell’Elogio di Sully e un Sermone di sant’agostino ai padri di
famiglia: si tratta d’un’autentica rassegna di virtù private come base di quelle pubbli-
che, in un concetto della famiglia come nucleo dello stato, nel quale Pandolfini svol-
ge una funzione simile a quella di leon Battista alberti. alla p. Xi inizia l’elogio
della «nazione Germanica», con il suo naturale impulso al sapere, con l’innata
profondità di pensare, con la sua propensione alla cultura. in questa lode (p. Xii)
antici accredita la tesi d’una Germania che al principio della seconda metà del seco-
lo XViii sarebbe stata ancora culturalmente arretrata rispetto ad altre nazioni d’Eu-
ropa; non meraviglia che nell’individuazione delle cause di tale ritardo non possa
rientrare nella visione di antici proprio quella maggiore difficoltà che nella stessa
Germania ebbe l’illuminismo d’origine francese a penetrare nelle strutture culturali
delle classi più elevate e delle classi borghesi, e che non vi possa rientrare la conside-
razione dell’efficacia della stessa cultura illuministica, in realtà tutt’altro che assente dai
paesi di lingua tedesca, ivi compresi quelli d’impronta spirituale e sociale cattolica, nel
fare progredire le ricerche nelle scienze sperimentali e nel promuovere rinnovate
capacità di riflessione anche nell’àmbito storico-filosofico. ma il cliché laudativo della
ben ordinata, della rigorosamente etica Germania, delle sue costumanze antropolo-
giche che non tradiscono i membri che ne sono partecipi, prevale con assoluta vis di
convinta inarcatura stilistica in un prefatore-traduttore (e dotto chiosatore, come si
vedrà), qual è appunto antici, che intimamente sostanzia quel cliché laudativo con il
senso reale d’un emergere di memoria positiva della propria gioventù, del ricordo mai
decaduto degli anni formativi bavaresi, durante i quali l’apprendimento della lingua e
del suo spirito, della sua interna ratio sintattico-espressiva, s’abbinava, in originario e
non forzato connubio, con l’apprendimento dei costumi, della morale civile e quoti-
diana, della morale religiosa, delle disciplinate scansioni tempistiche che producono
non già chiusura e restrizione d’orizzonti culturali, bensì, e al contrario, una pro-
gressiva apertura di panoramiche nelle indagini sul certo e nelle interpretazioni in
vista del vero. il marchese Carlo antici non potrebbe condividere con maggiore
intensità di quanto avviene in queste pagine, e con più forza di personale, rivissuta
persuasione, l’atmosfera della cólta e morigerata terra tedesca, favorevole alla serietà
e alle riflessioni (una delineazione di clima umano e culturale, oltre che religioso, che
si ritrova anche nell’introduzione anticiana alla figura di sailer). i padri avevano, se di
ceto elevato, tutti i libri perché i figli potessero leggere; i padri di ceto contadino o
artigiano passavano, i giorni festivi, ore a leggere all’attenta famigliola libri di pietà o
di storia patria. E nonostante la lingua tedesca, dal canto suo, sembrasse poco adatta
alla poesia, essa si rese invece protagonista di progressi omerici ed espresse tutto, dalla

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


«sublime metafisica sino al leggiadro epigramma». in tale visione, in tale concezione
di vita, la divisione di ruoli fra uomo e donna mantiene le proprie caratteristiche tra-
dizionali e più conservatrici; e la differenza di orizzonti culturali fra i due sessi viene
riaffermata a tal grado – e qui è antici che parla – da escludere per le donne la pro-
spettiva dello studio universitario (si pensi, per contro, a quanto, in pieno settecento,
fosse diversa la posizione di un Parini); ma le donne tedesche sono, in compenso,
cólte in francese e leggono le traduzioni dalle lingue classiche, e anche dalle altre lin-
gue44. né vengono meno ai doveri della famiglia, come d’altronde non vengono
meno a quei doveri gli uomini, dediti a tutte le attività, dalle più gravi a quelle d’in-
trattenimento come la conversazione, e tutte le esplicano con spirito severo: si tratta,
insomma, nell’ottica di antici, del cattolicesimo del nord, una sorta di terra di reli-
gione romana resa nordica a comporre il cattolicesimo ideale. all’uomo tedesco (pp.
Xiii-XiV) «non vi è opera di pregio, che appena giunta alla luce non cada sotto i suoi
occhi. tanto numero di avidi, e di sagaci lettori genera ed anima un gran numero di
scrittori nel regno dello scibile, e della fantasia, e mette in pronta circolazione tra quei
popoli tutte le scoperte, tutt’i prodotti dell’erudizione, e dell’ingegno, che non solo in
Germania, ma ben anche in qualunque angolo del globo divengono di commun
diritto col favor della stampa». sono inoltre presenti nel mercato librario tedesco, in
notevole numero, le traduzioni dalle migliori opere di tutte le letterature, di tutti i
tempi e paesi, classiche e recenti, russe, svedesi, spagnole, portoghesi, greche, latine,
italiane, francesi, inglesi; vi sono i nostri dante, ariosto, tasso, a dimostrazione del
fatto che i tedeschi fanno a gara a tradurre il meglio che si possa da ogni letteratura e
lingua, a gareggiare («garreggiano», scrive antici) con l’originale. si giungerà fino alla
traduzione da parte di august Wilhelm schlegel di shakespeare; da parte sua, il
Cavalier Reinhold, ministro del Regno dei Paesi Bassi presso la santa sede (pp. Xiii-
XiV, n. 1), tradurrà il Petrarca; e le ragioni dell’antiilluminismo, da parte di antici, si
dispiegano, su questa base, in modo ancora più sostenuto ed aperto, come appare alla
p. XV, in cui si manifesta l’auspicio, retrospettivo, che gli intellettuali tedeschi avesse-
ro resistito ancor più di quanto già non sia avvenuto alle tendenze del XViii secolo,
che sono state, in definitiva, la ragione, la causa della rovina del pensiero anche in una
Germania culturalmente attrezzata per decodificarne le velenose proposte sovverti-
trici, i tarli di morale corrosione:

così tutti i rinomati suoi scrittori, resistendo al contagio del tempo, e fedeli serbandosi
all’avito carattere schietto, coscienzioso, severo della propria nazione, si fosser tenu-
ti lontani dalla manìa di desolanti sistemi, e di lubriche produzioni! sarebbe rimasto
senza rimorso il loro cuore, senza macchia la loro fama, ed i loro scritti avrebbero
consolidato l’impero delle morali virtù. in pregiudizio di queste, ognun conosce ad
evidenza esser l’urbanità peggiore della rozzezza, la scienza più funesta dell’ignoran-
za, e quel che chiamasi progresso di lumi un raffinamento di corruzione, i cui pesti-
feri vapori non da monti, non da mari rattenuti spandonsi da clima a clima, da
secolo a secolo per ammorbare le più separate popolazioni, e la più remota posterità.

vi. carlo antici traduttore (-) 


in nota 1 alla p. XVi antici riporta, in tal senso, sui talenti depravati, un intero
passo dalla Notte XIV di Young:
Che stima far si debba di taluni che di questo prezioso dono abusarono a mal fine,
basti conoscerlo dal seguente passo. (Young Notte 14): “i talenti, ed il genio per quan-
to alte siano le loro mire non bastano per costituire tra l’uomo e l’uomo una veramente
onorevole distinzione… allorché io contemplo uno di quei famosi miserabili, uno di
quei singolari ingegni, che ricevettero celesti talenti, ma che il cuore hanno vile e
corrotto, parmi vedere che riluca sotto la polvere l’illustre porzione di un’anima
immortale sdrucciolata dalla sua sfera, e smarrita tra le rovine! Commosso io mi
sento da meraviglia insieme, e da pietà: ma non mi dà l’animo di portare invidia allo
sciagurato splendore, che serve soltanto a maggiormente palesare le sue macchie.
senza la virtù, i talenti non sono fra le mani dell’ambizione, che un istromento egregio
sì, ma reo, che da lei si adopera a commettere celebri misfatti, e di cui fa uso per
accompagnare l’onore all’infamia… indarno sarà la mente rischiarata e profonda, se
falso e depravato è il cuore; a cui solo appartiene l’esclusiva proprietà di tutte le doti…
la virtù deve sempre esser lo scopo d’ogni nostra operazione. se lo scopo è vizioso, i
mezzi sono privi di merito, e l’esito fortunato è un delitto. la bontà del fine, la giusta
convenienza dei mezzi con esso lui, ecco d’onde si forma la verace sapienza. Chiunque
applica all’uopo del vizio i talenti ricevuti per la virtù, non è più un grand’uomo, né un
saggio; non è costui che un essere imperfetto, un uomo abbozzato soltanto ed informe,
un mostro nella specie delle ragionevoli creature” (pp. Xi-Xii).

il prefatore passa quindi, risolutamente, all’elogio del conte di stolberg e della sua
morale, della sua concezione letteraria non desiderosa d’immediata gloria; alla p.
XiX vengono ricordati quattro volumi di viaggio, sulla Germania, sulla svizzera,
sull’italia continentale e sulla sicilia, nei quali è lodata da antici la gentilezza, la
benevola disposizione verso i popoli visitati45. Fa séguito la delineazione della vicen-
da dello studio della sacra scrittura e dei santi Padri, e della conversione nel 1800,
con citazione della lettera del 10 ottobre 1800 al conte di schmettau, fratello della
principessa Gallitzin (compagna di conversione di stolberg), prussiano altolocato e
luterano, con breve spiegazione, richiestagli, della conversione stessa46. alle pp. XX-
XXi si sottolineano con serietà da parte di antici la saldezza, l’inalterabilità, la mira-
colosità storica della prosecuzione del messaggio e della vocazione martiriale della
Chiesa anche al passaggio di secolo di fronte all’empietà e al trionfo (pur temporaneo)
delle tendenze rivoluzionarie e antireligiose; antici condivide pienamente il concet-
to stolberghiano che sostiene l’impossibilità di allontanarsi dall’unitarietà dottrinale;
il cattolicesimo, infatti, non ammette allontanamenti, ed è in realtà, come viene aper-
tamente detto anche ai protestanti, una dottrina rigorosa, con uomini fedeli e disci-
plinati; il cattolicesimo, se corrisponde ad una fede reale e sincera, non può che
essere vissuto seriamente, mentre le altre comunioni cristiane avevano, disgiunte
dalla Chiesa di Roma, «il germe della propria distruzione» (p. XX); in nota 1 a p. XX
il dotto marchese ricorda che l’esempio fu imitato da Werner, luterano, «uno dei più
famosi poeti tragici, ed epici di Germania»; e ancora l’esempio di stolberg fu imitato,
scrive antici, «nel 1820, da un Calvinista senatore della Repubblica di Berna signor

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Carlo de Haller autore di varie opere, e di quella rinomatissima sulla Ristaurazione
delle scienze politiche. il di lui cognome fu già reso grande dal suo avo, o Pro-zio
alberto così illustre nella Poesia, e nelle scienze naturali, e che si segnalò in servigio
della religione colle lettere intorno alle verità più importanti della Rivelazione».
nella nota 2 a p. XX antici critica il concetto di escatologia distruttiva del cri-
stianesimo non cattolico citando la Storia delle variazioni di Bossuet, il Bergier del
Trattato storico, e dogmatico della vera Religione e il Dei diritti dell’uomo, libro V, di
spedalieri47, mentre nella nota 1 a p. XXii egli cita il protestante abt in un’opera sulla
virtù dell’esempio (Sul merito) come istruzione nei Vangeli; e le citazioni proseguono,
con l’evocazione dei padri del cattolicesimo moderno (p. XXiii): «i Giovanni, i Boni-
fazj, gli ignazj, i Franceschi saverj, i Vincenzi di Paola, i Franceschi di sales, i Carli
Borromei […]». su questa linea di meditazioni, stolberg, che era stato maggiordomo
alla Corte del «serenissimo duca di Holstein Heutin» (p. XXiV), a cinquant’anni,
avendo sostanze sufficienti, e pur avendo famiglia, si ritira a vita privata. l’opera più
importante alla quale attende è, appunto, la Storia della Religione di Gesù Cristo:
dalla creazione del mondo ai nostri tempi, dall’antica alleanza fino al Cristianesimo,
agli apostoli, ai Concili e infine alle Chiese; e in nota 1, pp. XXViii-XXiX, sono
riportate parole dalle Pensées di Pascal: «l’unica Religione contraria alla natura nel
suo stato attuale; l’unica Religione, che combatte tutt’i nostri piaceri; e che a prima
vista, sembra in opposizione col senso comune – è l’unica che ha sempre esistito»48.
il primo volume dell’opera, costata quindici anni di lavoro e arrivata, incompiuta, a
quindici volumi, è stato tradotto in italiano da Gherardo de Rossi, e dal tedesco Enri-
co Keller («noto sul Parnaso tedesco per diverse produzioni»). antici offre la tradu-
zione del Quinto, interamente dedicato alla venuta e alla vicenda del Cristo, mentre
i primi quattro sono dedicati «ai fasti dell’antica alleanza» (p. XXX). tale traduzione
è intessuta dei testi evangelici tutti diligentemente rimeditati, ma innanzi tutto letti,
secondo il polemico richiamo di antici; e questo richiamo produce, alle pp. XXXii-
XXXiii nota 1, la citazione del Bossuet di Esposizione della Religione Cattolica, del
Gerdil dei Caratteri della vera Religione49, del Pey de La legge di Natura sviluppata e
perfezionata dalla Legge Evangelica, dello Chateaubriand del Genio del Cristianesimo
(nella traduzione italiana di luigi toccagni di Brescia, tipografia Fontana), del tas-
soni de La Religione dimostrata, e difesa. alla p. XXXViii, nota 1, l’importante cita-
zione di Friedrich schlegel (Discorsi sulla Storia recente del signor FEdERiCo sCHlE-
GEl), contro lo spirito di menzogna e contro l’individualismo, contro un’oltranza
razionalistica che non dal solo schlegel viene fatta confluire nel più generale bersaglio
polemico costituito dall’illuminismo50; migliore riferimento non avrebbe potuto tro-
vare un marchese antici che, tramite la figura emblematica di stolberg, va in quel
periodo valorizzando al massimo l’esperienza intellettuale dei convertiti al cattolice-
simo; si tratta, soprattutto, di convertiti di lingua tedesca, che non certo a caso si
muovono nell’àmbito del romanticismo, in particolare, com’è naturale, del roman-
ticismo culturalmente germanico, di cui antici, sempre nei limiti d’una visione net-
tamente conservatrice della res publica e della società, può essere considerato, per lo
stato papalino, un “filtro” attendibile, un decodificatore competente ed inoltrato in

vi. carlo antici traduttore (-) 


alcuni dei percorsi linguistici peculiari dello stesso romanticismo tedesco, e, insieme,
un attendibile divulgatore51. alle pp. XXXiii-XXXV vengono ripresi gli argomenti di
confronto fra eroismo classico e eroismo cristiano, in una già consolidata ratio com-
parativa (che sarà ampiamente ripresa nel citato Discorso del 1826 all’accademia di
Religione Cattolica di Roma) dalla quale, con il supporto di basi documentarie e
testuali, e con l’avallo di tesi di ricostruzione storiografica fortemente angolate sulle
ragioni polemiche del cattolicesimo conservatore, invariabilmente scaturiscono,
quali valori vincenti, i meriti del Cristianesimo nell’aver civilizzato l’Europa: meriti
superiori, strutturalmente e qualitativamente, a quelli, secondo la cultura di antici
discutibili persino nel concetto di “merito” o di “meriti” in sé, del mondo classico-
pagano, greco e latino; e questa gerarchizzazione, indotta dalle parole di antici,
anche sulla base dell’opera di stolberg, non è lontana dal tradursi in un monito di
plurima risonanza educativa, che si irradia verso tutte le età umane e verso tutte le
condizioni sociali, e in particolar modo verso i reggitori politici, meglio se, in pieno
accordo con le concezioni anticiane (che saranno da parte loro estremamente simili
a quelle di Haller e della sua scienza politica), tali reggitori saranno principi o
comunque eredi al trono per diritto dinastico familiare (si tratta sempre, in fondo,
d’un’osmosi ricompositiva, e reciprocamente identificativa, della scienza politica con
la scienza divina, fino all’attribuzione di divinità alla corona regale)52. alle pp. XXXV-
Xl, non a caso, l’attacco all’illuminismo si fa ancora più esplicito e coinvolge diret-
tamente le conseguenze rivoluzionarie delle dottrine “predicate”, mostrando la nega-
tività delle figure, davvero inattendibili secondo antici, dei nuovi, demonizzabili
“reggitori” politici, dei nuovi responsabili della cosa pubblica; i rivoluzionari hanno
infatti chiesto libertà e tolleranza per le loro dottrine, ma una volta avuto il potere si
sono trasformati in tiranni e hanno colpito tutti coloro che non consentivano con il
loro pensiero, tutti coloro che rivolgevano anche la più moderata critica: «tali filo-
sofanti, che proclamavano nei loro scritti la chimerica uguaglianza di fatto, e che pro-
muovevano l’infinita suddivisione delle sostanze, sinché seduti su vil cattedra di
pestilenza strisciavano nella polvere, ascesi appena nella sommità del potere, e dell’o-
pulenza divennero i conculcatori di ogni umano, e civile diritto, e gl’insaziabili
depredatori di ogni ricchezza, scatenando le furie de’ loro satelliti per ammassar teso-
ri, e profondendo una parte degli ammassati tesori onde accrescere il numero de’ loro
satelliti» (p. XXXViii). alle pp. XXXiX-Xl vi è invece l’invocazione a Cristo. E
poco prima stolberg ha auspicato il dominio della religione come unico mezzo per
guidare le coscienze e far sì che “s’ispirino” in modo tale da ispirare a loro volta l’a-
gire: la religione a guida di tutto. «l’edificio politico starà sulla rena» (p. XXXiX)
senza la religione cristiana; «Cosa sono mai difatti i costumi senza la religione?»;
«cosa possono le leggi senza i costumi?». in fondo, abbiamo qui una celebrazione
della religione come instrumentum regni, come ha sostenuto e continua a sostenere
una lunga tradizione di pensiero storico laico; e machiavelli, in realtà, è meno lon-
tano di quanto possa a prima vista sembrare. È citato anche (p. XlViii Pogliani
1828) il Portalis del Discorso sul concordato: la morale senza dogmi religiosi sarebbe
paragonabile alla giustizia senza i tribunali.

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


Ci si avvicina, quindi, alla realtà del modo di affontare i testi scritturali da parte di
stolberg; antici è in grado di citare, a sua volta fruendone, gli strumenti che l’esten-
sore della Storia ha tenuto presenti; innanzi tutto, per questo volume (ossia per la
parte neotestamentaria della monumentale opera dello studioso tedesco), il Ron-
det, e poi il Calmet, della Concorde des Saints Evangiles. stolberg, inoltre, ha cercato di
razionalizzare in luca qualche discrepanza nei tempi dei discorsi di Gesù (l’evangeli-
sta è infatti molto preciso negli avvenimenti, ma nei discorsi bada più alla qualità dei
pensieri che alla cronologia); l’opera è stata sottoposta a profondi teologi, per garan-
tirne la sicurezza nell’ortodossia. Peraltro, alle pp. XXXi-XXXii, antici aveva già
radicato il proprio intervento, sia di glossatore, sia di esegeta-interprete sul piano sto-
rico-filosofico e comparativo, nello stesso terreno di vigilanza, di cattolica sollecitu-
dine, che esercitava l’ansiosa premura del convertito stolberg nel licenziare per tutti i
tipi di pubblico dei testi che potevano a loro modo dirsi “pericolosi”, come, secondo
gli stessi stolberg e antici, ha fin troppo ampiamente dimostrato l’esperienza della
fruizione personale, individualistica, priva d’una generale rotta di navigazione inter-
pretativa, veicolata dal cosiddetto libero razionalismo protestante; ne deriva la scelta
di ripararsi sotto l’ombra di prestigiosi mallevadori dell’esegesi scritturale, e di seguir-
ne, non retoricamente, le tracce nel metodo delle annotazioni ai testi, nella commi-
stione di dottrina analitica nei commenti e di proponibilità per l’utenza nella dispo-
sizione divulgativa che ispira la presentazione dei volumi ai lettori; e in tutto idonea,
oltre che quasi obbligata, si mostra, in tal senso, la scelta dell’esegesi e del commento
di monsignor martini alla Bibbia da lui stesso tradotta (si tratta d’un frutto d’apertu-
ra settecentesca alla fruizione dei testi sacri a vantaggio della generalità del pubblico
dei lettori; e l’apertura, in sé considerata, è provenuta da un’area d’incrocio fra la
Chiesa e l’illuminismo)53:

Conoscendo peraltro, che i testi scritturali possono pur troppo servire d’inciampo,
lasciandone al giudizio privato, l’interpretazione, per cui tanti attinsero a larghi sorsi
l’errore a quella fonte perenne di verità, e trovaron morte tra quelle parole di vita, mi
son creduto nell’indispensabile dovere corredarli di note illustrative. né ho titubato
un momento nella scelta, applicandomi a quelle, con cui il tanto benemerito monsi-
gnor martini accompagnò la sua traduzione italiana dell’intiera Bibbia, come appun-
to a quella traduzione mi sono strettamente attenuto per tutt’i testi scritturali.

termine di riferimento degli studi approfonditi di biblistica e di storia sacra, soprat-


tutto in vista del supporto esegetico-dottrinale di cui provvedere i testi, è un grande
monumento dell’erudizione ecclesiastica settecentesca, l’imponente Histoire des
auteurs sacrés et ecclesiastiques qui contient leur Vie, le Catalogue, la Critique, le Juge-
ment, la Chronologie, l’Analyse & le Dénombrement des differentes editions de leur
Ouvrages; ce qu’ils renferment de plus interessant sur le Dogme, sur la Morale & sur la
Discipline de l’Église; Histoire des Conciles tant generaux que particuliers, & les Actes
choisis des Martyrs, Par le R. P. REmY CEillER, Benedectin de la Congregation de
saint Vanne & de saint Hydulphe, Coadjuter de Flavigny, 3 tomes, À Paris au Palais,
Chez Paulus-du-mesnil, imprimeur-libraire, Grand’salle, au Piliers de Consulta-

vi. carlo antici traduttore (-) 


tion, au lion d’or, tome premier: m. dCC. XXiX, tome second: m. dCC. XXX,
tome troisième: m. dCC. XXXii, avec approbation et Privilège du Roy54.
ad esempio, nel iii tomo, libro i, si vedano, riguardo a Filone ed a Giuseppe Fla-
vio, «chap». Vi, pp. 543-551 (Philon le Juife, art. i, «Histoire de sa vie», ii: Des écrits de
Philon) e «chap.» Vii, pp. 552-580 (Flavius Joseph, Prêtre et Historien des Juifs; art. i:
Histoire de sa vie; ii: De l’histoire de la guerre des Juifs, écrite par Joseph; iii: De livres
des antiquités de Joseph; iV: Du témoignage que Joseph a rendu à Jésus-Christ; V: De
l’histoire de la vie de Joseph, écrite par lui-même; Vi: De deux livres de Joseph contre
Appion; Vii: De quelques autres écrits de Joseph). nell’“articolo” ii, dedicato a Flavio
Giuseppe e alla sua Storia, si ricorda, è sempre un esempio (p. 559), l’attendibilità di
testimone oculare d’uno storico che proprio per questo motivo è molto accreditato da
Vespasiano e da tito; dato che «Joseph composa l’histoire de la guerre des Juifs sur le
memoires qu’il en avoit dressés, & on ne peut douter qu’il ne fût très-bien informé,
puisq’il avoit été témoin oculaire de ce qui étoit arrivé, ou qu’il avoit appris des tran-
sfuges, qui s’addressoient tous à lui, lors même qu’il etoit captif, Vespasien et tite
l’ayant toujours voulu avoir aupres d’eux. il avoit même eu part aux grandes actions
qui s’y étoient passées, sourtout dans la guerre de Galilée; de sorte qu’il ne s’y passoit
rien, soit du côté des Juifs, soit du côté des Romains, dont il n’eût une entière con-
naissance». Giuseppe Flavio, insomma, a dimostrazione di quanto si è citato, è assun-
to a testimone privilegiato, e “autorizzato” a predire a Vespasiano, secondo ciò che rac-
conta svetonio, l’ottenimento dell’impero (si cfr., dal De vita duodecim Caesarum, cap.
Viii, Divus Vespasianus, V: «apud iudaeam Carmeli dei oraculum consulentem ita
confirmavere sortes, ut quicquid cogitaret volueretque animo quamlibet magnum, id
esse prouenturum pollicerentur; et unus ex nobilibus captiuis iosephus, cum coice-
retur in uincula, constantissime asseuerauit fore ut ab eodem breui solueretur, uerum
iam imperatore»). Con il corredo di questi notevoli ed ampi strumenti, e con il sup-
porto dell’esegesi particolarmente capillare che essi offrono allo studioso e in genere
al lettore, antici può intervenire sulla base della struttura del racconto evangelico
annotando tutti i loci, tutti i punti focali delle questioni maggiormente controverse e
dibattute. Fin dall’inizio antici si sofferma sull’uso dei tempi e dei significati del
verbo «essere», su «era», «è», «fu» ed altri tempi della coniugazione, nel senso di «esi-
steva», di sussisteva, di essere ab aeterno; si tratta d’interpretazioni che coinvolgono la
distinzione del Verbo dal Padre lasciando in vigore il concetto d’una contemporanea
esistenza dello stesso Verbo insieme alla prima persona della trinità. alla p. 2 è san
Gregorio di neocesarea a fornire un dotto supporto esegetico sul Verbo come Virtù
fattrice di tutte le creature; alla p. 10, n. 1, sono riprese le citazioni di sant’ireneo dai
Vangeli, né manca, a p. 11, l’utilizzo di isaia, XVi (sulla sorte di moab, renitente a
dio), e della Pastoralis admonitio, 29, di san Gregorio magno; alla p. 11, il Bossuet
(presenza assidua in antici) delle Elévations à Dieu, sur les mistères, t. ii, p. 50, si
affianca ai padri antichi; alla p. 12 vi sono le citazioni di s. Paolo, Agli Ebrei, i, 4, della
Sapienza, ancora dal san Paolo della lettera Ai Colossesi e dal profeta malachia55. di
san Girolamo si lodano i commenti al Vangelo e la loro chiosante minuziosità; e alla
p. 25 è la volta del sant’agostino del Sermo XV De temporibus prophetarum. E tra i

 l’universo leopardiano di sebastiano timpanaro


temi di questa prima sezione, intitolata Dall’annunzio della nascita di San Giovanni
Battista sino alla nascita di Gesù Cristo, prende il sopravvento, come nei relativi capi-
toli ed annotazioni esegetiche della prima parte della grande, citata Histoire des
auteurs sacrés et ecclesiastiques, un’approfondita ed articolata difesa, sulla base dei testi
sacri e dei Padri della Chiesa, della verginità, in particolare, ovviamente, di quella di
maria; si tratta, insomma, di dimostrare la proponibilità dell’evento della nascita di
Cristo (pp. 63 sgg.) in relazione alla “superiorità” dell’origine pura dalla vergine
maria: il dettato scritturale viene ampiamente giustificato e difeso, e reso attendibile.
nella prima parte della trattazione di stolberg (pp. 1-357), ci si soffermi su Dalla
nascita di Gesù Cristo sino al suo Battesimo, pp. 42-101; alle pp. 84-85, n. 1 ad «ha
sopra gli omeri suoi il Principato», testo di stolberg, antici annota: «Egli nascerà
Principe e signore, e Re del Cielo, e della terra. i grandi portavano in antico sulle loro
spalle i distintivi della loro dignità; e i Padri generalmente hanno in queste parole rav-
visato il mistero di Cristo portante sopra le sue spalle la Croce, come segno del suo
Principato»; nella n. 2 a «si chiamerà per nome l’ammirabile», ripreso da stolberg e
così tradotto da antici, il marchese spiega: «in Cristo, dice l’apostolo, sono asco