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Giovanna Frosini

26 Linguistica e filologia
Abstract: Il contributo focalizza l’attenzione sulla stretta relazione che intercorre fra

la filologia (intesa come pratica editoriale del testo antico) e la linguistica, nelle sue
accezioni di storia della lingua, grammatica storica, lessicografia. Dopo aver ripercor-
so le tappe storiche di questo avvicinamento scientifico fra discipline diverse, che può
farsi risalire fino agli albori della filologia italiana, con l’edizione della Vita nuova di
Michele Barbi, l’articolo affronta i problemi dell’edizione dei testi antichi, e del
contributo che la grammatica storica può dare alla prassi editoriale. Si richiamano
quindi i punti fondamentali della cooperazione fra filologi e storici della lingua (la
considerazione delle varianti, la ricostruzione geo-linguistica della tradizione); e si
esamina infine il contributo della storia della lingua alla definizione della veste
grafica e formale dell’edizione.

Keywords: storia della lingua italiana, lessicografia italiana, filologia italiana, storia

della tradizione, critica delle forme

1
1 Il quadro teorico: la tradizione di un connubio
Il nodo primigenio del rapporto fra filologia intesa come ecdotica e storia della lingua
sta nella natura stessa della tradizione volgare: dove la variazione linguistica rispetto
a un testo di partenza è condizione e qualità insita nell’opera del copista (sia anche
l’autore, copista di un testo mentale o di un testo da lui già scritto: Beltrami 2010b,
153–157); e dunque compito del critico del testo volgare è di sviluppare e applicare
una metodologia di caso in caso variabile, appropriata «a fissare materialmente o a
ricostruire ipoteticamente la veste linguistica che nell’ambito di una tradizione si può
determinare come più vicina all’originale» (Folena 2002, 59).
Questo avviene nella più generale cornice del rapporto fra testo e lingua: inten-
dendosi il primo nell’accezione ampia di testo scritto e orale, letterario e non lettera-
rio; la seconda nella declinazione del rapporto vitalissimo e complesso per la situazio-
ne italiana fra lingua e dialetti (prima della normativizzazione cinquecentesca, tutti
parimenti volgari). Quanto alle scritture, già lo aveva rilevato Stussi (1993a, 214):

1 Questo contributo, pur fregiandosi di un titolo generale, affronta il problema dei rapporti fra
linguistica e filologia dalla specola dei testi antichi, con un taglio cronologico che può avere giustifica-
zione nel carattere fondante e durativo dell’età medievale per la lingua italiana e i suoi testi. Trattazioni
relative all’età moderna e contemporanea, e in specie alla filologia d’autore, si potranno trovare in
manuali di larga fortuna, quale l’Introduzione agli studi di filologia italiana di Alfredo Stussi (52015).
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«Il rapporto tra filologia e storia della lingua […] è […] in generale un rapporto che coinvolge
costituzionalmente le due discipline ed è imposto dalle necessità primarie della ricerca. Infatti
appena si regredisce a fasi linguistiche anteriori a quella orale contemporanea si usano testimo-
nianze scritte e la parola scritta necessita, poco o tanto, di cure filologiche; viceversa l’edizione di
un gran numero di testi richiede competenza storicolinguistica per affrontare e risolvere i
problemi posti dalla loro varietà diacronica, diatopica, diastratica».

La varietà e la ricchezza delle testimonianze antiche, pur non equamente distribuite


sul territorio della penisola, e invece con aree di diversa e talora impressionante
densità, conferisce un carattere di particolare urgenza e di inevitabile necessità al
rapporto fra filologia e linguistica storica in campo italiano; così si esprime Stussi,
guardando il problema dalla prospettiva dello storico della lingua: «il nesso fondante
della nostra disciplina è appunto quello tra storia della lingua e storia dei testi, nesso
da intendere in una sua prima e generale significazione quale rapporto tra storia della
lingua e filologia italiana» (Stussi 2011, 10). Il circolo così stretto e vincolante da
risultare – o essere risultato – vizioso (cf. infra), si definisce ormai in positivo in una
precisa posizione scientifica e interpretativa:

«quel che è certo è che nessuno storico della lingua può esimersi da un certo grado di confidenza
[…] soprattutto con l’abito critico del filologo, abituato a interrogare criticamente i lasciti della
tradizione manoscritta. D’altra parte è noto e indiscusso il principio correlativo: nessun filologo
può accingersi a un’edizione critica se non conosce in modo approfondito la lingua in cui il testo
è stato scritto e se non sa orientarsi sull’eventuale patina linguistica divergente dei manoscritti
relatori» (Serianni 2015, 90).

Guardando a ritroso, si può dire che la collaborazione e lo sviluppo in relativa sintonia


delle due competenze – ecdotica e storico-linguistica – è stato il progresso maggiore e
la conquista più significativa dalla metà del Novecento in avanti, secondo una linea
di sviluppo che ha potuto mettere a frutto i grandi risultati della scienza filologica e
linguistica dei decenni precedenti. Ma, grosso modo è stato dalla metà del secolo
scorso che si sono poste le condizioni – in termini di riflessioni metodologiche,
strumenti di analisi, pubblicazioni di testi – perché il rapporto fra le discipline si
sviluppasse in termini di reciproca consapevolezza e interazione. Il problema, prima,
si poneva semmai in termini opposti: la questione della separazione fra studi letterari
e storico-filologici da un lato e studi linguistici dall’altro era annosa nella tradizione
italiana, e si poteva far risalire all’origine stessa delle discipline, ossia agli anni della
scuola storica, i cui grandi protagonisti, quali Alessandro D’Ancona o Giosue Carduc-
ci, «praticavano indirizzi di ricerca volta a volta storico-erudita, storico-politica,
storico-filologica, sempre tuttavia priva del conforto d’una competenza linguistica»
(Stussi 2011, 11), quale invece potevano avere studiosi come Adolfo Mussafia o
Graziadio Isaia Ascoli, e quindi Ernesto Giacomo Parodi con i loro studi dialettali. Nel
complesso, dagli anni settanta, con il significativo ampliamento del regno, si ha
anche un potenziamento delle istituzioni universitarie e culturali, e un’accelerazione
degli studi: nello sforzo di partecipare al grande rinnovamento europeo che con Karl
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Lachmann, Rasmus Rask, Franz Bopp, Jakob Grimm aveva collocato gli studi lingui-
stici e filologici in una posizione d’avanguardia, con maggiore impegno ci si occupa
«di lingua, varietà dialettali, letteratura delle origini e tradizioni popolari» (Stussi
2014, 11–18), gettando così le fondamenta reali degli sviluppi scientifici successivi.2
All’alba del nuovo secolo, forte di questi presupposti, il panorama comincia a
mettersi decisamente in movimento: l’episodio fondamentale per la congiuntura di
filologia e storia della lingua è la prima edizione critica di un testo antico in volgare,
la Vita Nuova di Dante Alighieri curata da Michele Barbi la prima volta nel 1907, quindi
in seconda edizione rivista nel 1932: «il prodotto d’una tecnica filologica matura
sorretta da una raggiunta dimestichezza con la grammatica storica italiana» (Stussi
1993b, 13), come mostra la parte approfondita e sicura di analisi linguistica, raccolta
sotto il titolo di Ortografia (Barbi 1932, CCLXXVII – CCCIX ). Come allievo di D’Ancona e
poi di Rajna, sodale stretto e congeniale di Parodi, in modo quasi inevitabile Barbi
«sentì profondamente la necessità di una intima e illuminante armonia fra le due
discipline» (Branca 1994, 5 e cf. 5–19), proprio mentre definiva la nuova filologia come
metodo critico e via alla conoscenza e all’interpretazione complessiva del testo.
La crescita parallela delle competenze filologiche e linguistiche era ormai avviata,
e avrebbe trovato un nuovo e decisivo caposaldo nella pubblicazione dei Testi
fiorentini del Dugento e dei primi del Trecento curati da Alfredo Schiaffini (1926): prima
raccolta di testi antichi di Firenze di carattere pratico, medio, letterario, calati in una
strutturazione ermeneutica (introduzione storica e linguistica, edizione dei testi,
annotazioni linguistiche, glossario) che consentiva un’analisi completa, e che da
allora sarebbe rimasta come modello. La comparsa dei Testi fiorentini si intreccia fra
le due edizioni della Vita Nuova, e infatti Barbi recepisce prontamente la novità e
l’importanza della raccolta di Schiaffini, scrivendo (Barbi 1932, CCLXXVIII , nota 1) che
essa costituisce «buon fondamento a siffatti studi [i.e. all’analisi linguistica]», e
riconoscendovi «tanta accuratezza e dottrina». I Testi fiorentini furono al loro apparire
e rimangono un’opera straordinariamente preziosa, grazie alla quale si possono
percorrere le vie dell’affermazione di Firenze rispetto alle altre città della Toscana
lungo il secolo XIII, attraverso lo studio e la comparazione delle rispettive varietà
linguistiche; senza dimenticare che scopo della raccolta – in piena consonanza con
gli interessi dell’editore – era anche quello di ricostruire e mostrare le relazioni «tra
lingua letteraria e lingua non letteraria proprio per un’epoca e una zona dove la
presenza di grandi scrittori monopolizzava l’attenzione sull’individuale piuttosto che
sul sociale» (Stussi 1993a, 215).
Sulla lezione di Parodi e Schiaffini si è innestato nel secondo dopoguerra il
magistero di Arrigo Castellani, in cui si è riconosciuta una «compenetrazione di

2 Sul ruolo dei filologi e linguisti nella definizione della memoria storica del paese, e nella determina-
zione di «una identità culturale italiana» nel cinquantennio successivo all’unità cf. Sberlati (2011,
13–46).
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competenze, quella del linguista e quella dell’editore di testi, […] ai massimi livelli»
(Stussi 2011, 104): lo testimonia il titolo della sua maggiore raccolta di studi: Saggi di
linguistica e filologia italiana e romanza (Castellani 1980), poi ripreso in Castellani
2009, segno non solo personale ma generazionale. Nel quadro di una più rigorosa
distinzione, come fonti per la storia linguistica, dei testi documentari rispetto ai testi
letterari, sono nel 1952 i Nuovi testi fiorentini (Castellani 1952) a rappresentare una
svolta di assoluta importanza: per la compiuta definizione scientifica di un nuovo
settore d’indagine (inclusa l’attenzione alla descrizione paleografica e codicologica);
per la completezza dei materiali («Con questo volume […], il materiale linguistico
fiorentino del secolo XIII, ad eccezione del Codice di Trattati morali del maestro
Fantino da San Friano, può considerarsi esaurito»: Castellani 1952, 1);3 per la messa a
punto di un sistema esemplare di pratica editoriale, e la definizione di criteri di
edizione interpretativi in senso forte, tali da offrire materiali utilizzabili su più fronti,
storico, paleografico, linguistico (Stussi 1993a, 231 nota 4; e cf. infra); per la vastità
dell’analisi linguistica (che occupa oltre 140 pagine del primo volume), così che lo
studio dei testi di Firenze diventa l’occasione per descrivere con abbondanza e
sistematizzazione di elementi specifici tutta la Toscana medievale. I Nuovi testi fioren-
tini rappresentano la prima fondazione di un edificio scientifico che sarà realizzato
dallo studioso in decenni successivi di infaticabile attività, e che avrà ancora punti
nodali nella Prosa italiana delle Origini del 1982 e nel primo volume della Grammatica
storica della lingua italiana del 2000, una «trattazione così ampia e approfondita, che
niente d’importante per molto tempo potrà esservi o aggiunto o modificato» (Stussi
2011, 112); ma che esprimerà la sua forza trainante e modellizzante anche nelle
raccolte diverse che su quell’esempio si sarebbero prodotte, in specie nella scuola
romana e fiorentina di Castellani e nel magistero pisano di Stussi (fra le altre: Stussi
1965; Serianni 1977; Agostini 1978; Manni 1990; Tomasin 2004; Bertoletti 2005). Si
raggiunge così la fondazione di una moderna ecdotica (e dunque di una moderna
critica) del testo «pratico» e documentario, via fondamentale, per dati sicuri, di
origine controllata, alla descrizione in termini storico-linguistici delle varietà italiane
del Medioevo (Larson 2002); a sua volta, questo passaggio fornisce un quadro di
riferimento essenziale anche per l’analisi di testi letterari o medi, metodo che – come
si è detto – già Barbi aveva con chiarezza individuato.
La pubblicazione dei Nuovi testi fiorentini precede di appena un anno il Profilo di
Giacomo Devoto (Devoto 1953), primo disegno storico della lingua italiana, e quindi di
lì a poco l’apparizione della Storia della lingua di Bruno Migliorini (Migliorini 1960),
l’opera che subito fu riconosciuta come fondamentale, e che usciva nello stesso anno
focale dei Poeti del Duecento di Contini (Contini 1960), raccolta antologica a cui aveva
lavorato una intera nuova generazione di filologi, destinati a diventare grandi maestri

3 Il progetto editoriale dello studioso è stato assai più tardi completato con la pubblicazione del
volgarizzamento: Castellani (2012) (cf. infra).
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(da Dante Isella, che ne ha lasciato pagine memorabili: Isella 2009, a Franca Ageno a
D’Arco Silvio Avalle); e basterà considerare per i decenni successivi e fino a noi
l’attività di studiosi quali Ignazio Baldelli, Gianfranco Folena, Alfredo Stussi, Rosario
Coluccia, Paolo Trovato (e molti altri, naturalmente, anche della generazione succes-
siva) per vedere con chiarezza che ormai «le due discipline sono molto spesso le facce
di una stessa medaglia, ovvero l’una il supporto indispensabile dell’altra» (Stussi
1993a, 217; cf. Serianni 2015, 90–120): se ne potrà avere contezza scorrendo e confron-
tando gli atti dei due più importanti convegni di filologia e linguistica, veri snodi
concettuali e operativi, a Bologna nel 1960 e a Lecce nel 1984 (Studi e problemi 1961;
La critica del testo 1985).

2 Un circolo vizioso (o virtuoso?)


Lamentava Michele Barbi chiudendo l’Introduzione alla Nuova filologia:

«Le edizioni son fondamento ai vocabolari e agli studi sulla lingua, i vocabolari e gli studi
linguistici sono aiuti indispensabili alle edizioni: si tratta di due ricerche parallele. E la mancanza
di vocabolari, di studi sulla sintassi, di analisi speciali sulla lingua dei vari periodi e dei singoli
autori si ripercuote nelle difficoltà che incontra chi prepari un’edizione critica» (Barbi 1994,
1
1938, XL – XLI ).

Il problema a cui si fa qui riferimento fu dichiarato poi da Giorgio Pasquali, in un


articolo originariamente del 1941, che partiva dalla constatazione che un gran numero
di testi antichi erano ancora inediti:

«Converrà aspettare che i testi antichi siano tutti pubblicati criticamente? E allora bisognerà
riporre il pensiero del lessico, non per anni, ma, secondo ogni verisimiglianza, per un secolo […].
Eppoi, non è un vocabolario storico appunto il sussidio più necessario per pubblicare adeguata-
mente i testi? Ci troveremmo, sembra, chiusi in un circolo vizioso. L’esperienza insegna che in tali
condizioni v’è un solo mezzo di uscirne: spezzarlo» (Pasquali 2012, 11957, 52s.; e quindi Stussi
1993a, 214).

Si era così definita la realtà di un «circolo vizioso» che ha costituito un campo aperto
di riflessione e di azione per la filologia e la linguistica della seconda metà del
Novecento, proprio a causa della peculiarità della tradizione italiana. Di questo
problema si è fatta carico – quasi inevitabilmente, si starebbe per dire, dato il suo
passato di stretta relazione fra filologia e lessicografia (Beltrami 2010a; quindi Salva-
tore 2012; Verlato 2014; Salvatore 2016) – l’Accademia della Crusca. Guardando oggi,
a mezzo secolo circa di distanza, quello che è stato fatto, quello che è in corso, quello
che tuttora si progetta, credo si possa affermare che questo «circolo chiuso» si è
appunto spezzato a Firenze, nelle stanze della Crusca e dell’Opera del Vocabolario
(che da essa in una prima fase è derivata, assumendo poi realtà propria come Centro
studi e quindi Istituto del CNR), a cominciare dagli anni settanta, quando D’Arco
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Silvio Avalle propose «un progetto d’edizione e concordanze di tutti i testi italiani
conservati in manoscritti anteriori alla fine del secolo XIII, o la cui tradizione mano-
scritta risalisse almeno in parte al secolo XIII» (Castellani 1982, XIII ), e questo a fini
lessicografici, ossia ai fini della compilazione del vocabolario storico dell’italiano.
Questa prospettiva, che maturava dalla convinzione che «il ‹circolo chiuso› […]
filologia-lessicografia non ‹si spezzerà› forzando la lessicografia, ma […] cominciando
proprio dalla filologia» (Avalle 1992, XIX b), ha condotto a capitali realizzazioni: la
Prosa italiana delle Origini di Castellani (1982), che pubblica in edizione scientifica la
prosa toscana di carattere pratico entro il 1275, e le Concordanze della lingua poetica
italiana delle Origini di Avalle (1992), che – anticipando le concordanze vere e
proprie – offrono come primo, irrinunciabile passo l’edizione integrale dei manoscritti
esistenti, dalle Origini alla fine del secolo XIII (includendo il poco più tardo ma non
obliabile ms. Vaticano latino 3793): edizione diplomatico-interpretativa (o meglio
sarebbe dire, con Beltrami 2010b, 115s., «edizione critica del manoscritto»), ma in
realtà intesa alla ricostruzione di un intero sistema linguistico e letterario sulla base
di materiali coevi, non precludendo la legittimità di nessuna variante.
La ricerca di Avalle sulla poesia antica ha consentito al tempo stesso di individua-
re un principio ermeneutico di fondamentale importanza nella scienza umanistica più
recente: la definizione di una «verità del codice» da affiancare – ma anche da
distinguere metodologicamente e editorialmente – alla «verità del testo» (Avalle
2002); secondo una dialettica sostanzialmente estranea alle edizioni dei testi docu-
mentari, e invece propria dei testi letterari (qui, nella fattispecie, i testi poetici della
prima nostra letteratura). Ne discende la rilevanza che assume l’aspetto sincronico
della filologia, lo stato di un testo in un determinato, storico e concreto momento
della sua esistenza: i manoscritti rappresentano questa realtà, l’unica oggettivamente
conoscibile – non l’unica scientificamente ricostruibile (fermo rimanendo l’altro
aspetto, diacronico, della filologia, per cui il manoscritto è il punto di arrivo di un
processo storico: Contini 2014). E per meglio conoscere questa realtà, la filologia dei
canzonieri ha prodotto una linguistica dei canzonieri, in cui l’oggetto è stato studiato
nel suo insieme – alla ricerca di un sistema di funzionamento – e nelle sue parti:
copisti di diversa appartenenza linguistica, rapporti stratigrafici, attenzione insomma
alla diacronia linguistica interna. Le conseguenze sono apparse non irrilevanti pro-
prio in termini filologici (ecco un esempio di circuito che si definirà «virtuoso»): come
il riconoscimento di una raccolta antecedente (si intende antecedente ai tre canzonieri
conservati) di canzoni e sonetti dei poeti della Magna Curia già caratterizzata in senso
toscano-occidentale, e forse più propriamente pisano (Frosini 2001, 294s.; Leonardi
2001, 206s.), positivamente accolta almeno da una parte della critica seguente, che
conferma le acquisizioni di Contini e che indica nella Toscana occidentale, cioè nella
via tirrenica, un percorso di diffusione della poesia siciliana verso nord. Questa
convergenza disciplinare e metodologica ha mostrato, in sintesi, il primo tentativo di
analisi linguistica sistematica dei canzonieri delle Origini, condotto nel 2001 (cf.
Serianni 2002), che non si sarebbe potuto tentare senza da un lato il conforto degli
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studi di Castellani sulla Toscana medievale, dall’altro la redazione elettronica dei testi
pionieristicamente realizzata da Avalle.4
Ma il progresso è stato anche – e insieme – della lessicografia; già negli anni
sessanta l’Opera del Vocabolario riprendeva e rifondava l’attività propriamente lessi-
cografica, individuando ben presto come prima tappa la realizzazione di un Tesoro
della lingua italiana delle Origini (TLIO), da intendersi condotto fino al secolo XIV.
Fondato su basi informatiche da Pietro G. Beltrami nel corso della sua ventennale
direzione dell’Istituto, che si è conclusa nel 2013, il TLIO – primo vocabolario storico
dell’italiano realizzato direttamente in rete – ha oggi superato le 30.000 voci consul-
tabili, e si avvale di una banca-dati che comprende oltre 2.300 testi per più di 23
milioni di occorrenze, includendo la PIO, e anche, in sede separata, le CLPIO, pur se
non lemmatizzate (www.tlio.ovi.cnr.it; cf. Vaccaro 2013). La struttura scientifica e
organizzativa del vocabolario storico rende evidente il collegamento stretto fra filolo-
gia e lessicografia, pur con le limitazioni imposte da un concreto realismo: il vocabo-
lario è redatto, fin dove è possibile, su testi filologicamente controllati, senza passivi
trascinamenti dai precedenti strumenti lessicografici, ma partendo comunque dall’e-
dito, senza prevedere di sistema l’allestimento di nuove edizioni o il recupero di
inediti, insomma il ricorso ai manoscritti; solo recentemente si è affacciata la possibi-
lità di affiancare un corpus di edizioni digitali «native», cioè create digitalmente e
immesse direttamente nel corpus (Verlato 2013).
In sostanza, e richiamando appunto la circolarità fra filologia e linguistica (intesa
qui come lessicografia), in questa impresa – che costituisce a oggi l’avanguardia nelle
scienze umanistiche, anche nelle loro implicazioni informatiche – si potrà dire che la
perfetta congruità fra dato filologico e dato lessicografico si può avere al momento per
settori parziali e delimitati. Ma si tratta appunto di un riallineamento parziale, solo col
tempo (con molto tempo) estensibile a un’intera impresa lessicografica della portata
del TLIO; in ogni caso, i tempi della redazione del Tesoro e quelli del procedere delle
edizioni di antichi testi italiani non possono coincidere. Il TLIO è e sarà dunque un
vocabolario tendenzialmente filologico, in fedeltà alle sue origini, ma dovrà ammette-
re un margine variabile di scarto nell’attendibilità del testo, che diminuirà col proce-
dere della pratica ecdotica.
Che rimangano in ogni caso situazioni di frizione nella relazione fra filologia e
lessicografia è stato ben evidente nella prima metà degli anni ottanta nella polemica
che ha opposto Giuseppe Porta e Max Pfister a proposito della Cronica d’Anonimo
Romano. Come riassume Stussi (1993a, 227), l’obiezione di fondo avanzata da Pfister
sulla realtà documentaria delle forme che sarebbero inserite in un lessico a partire
da edizioni la cui veste linguistica è ricostruita sulla base di testi più tardi, ha

4 Lo stesso tipo di analisi multidisciplinare, sul modello ormai consolidato del 2001, è stato applicato
al canzoniere Riccardiano di Guittone (Leonardi 2010) e al canzoniere Escorialense dello Stilnovo
(Carrai/Marrani 2009).
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fondamento «solo in quanto, essendo ipotetica la forma fonomorfologica di una


certa parola, diventa problematica la sua eventuale utilizzazione come documento
di fenomeni fonetici o morfologici e della loro cronologia relativa. Dal punto di vista
lessicale, essa ha invece pieno diritto di comparire in un vocabolario storico e di
avere la data non della copia che ce l’ha trasmessa, ma dell’opera originale perdu-
ta». Si arriverebbe altrimenti a risultati paradossali per quanto riguarda la situazione
italiana, il cui patrimonio lessicale risente in maniera percentualmente fortissima
della Commedia, trasmessa – com’è noto – non in originale, né in copie coeve a
Dante.

2.1 Criteri e problemi di trascrizione e di edizione

Il primo passaggio fondamentale è – ed è stato nella congiuntura storica della


seconda metà del secolo scorso – la definizione di un moderno e coerente sistema di
trascrizione dei testi antichi, che fornisca un’edizione interpretativa delle seguenti
tipologie testuali: testo documentario, originale (dal testo singolo al manoscritto, in
quanto realtà còlta nella sua dimensione sincronica e nella sua verità storica), auto-
grafo (Frosini 2012). Edizione interpretativa in senso scientifico è quella che «illumina
il testo mediante la divisione delle parole, l’indicazione delle maiuscole, l’introduzio-
ne della punteggiatura, degli accenti e degli altri segni diacritici: il tutto secondo
criteri logici e attenendosi per quanto possibile all’uso moderno» (Castellani 1985,
240). La pluriennale esperienza dello studioso ha portato alla definizione di un
sistema coerente di criteri di trascrizione, che rende importanti servigi soprattutto nel
punto focale: consentire allo studioso di contemperare le esigenze della ricostruzione
testuale con l’affidabilità della resa linguistica. Lo stesso tipo di esigenza sta alla base
dell’edizione critica del manoscritto singolo, edizione che nasce come si diceva con le
Concordanze di Avalle, dove si adotta un particolare sistema di segni anche allo scopo
di rendere possibile la distinzione delle forme linguistiche da parte dell’elaboratore
elettronico, specie nel punto delicatissimo dal rispetto filologico e linguistico dell’i-
dentificazione e distinzione delle unità lessicali (Avalle 1992, LXXVIII – CXXXII ).
Qualche decennio dopo, tenendo conto della tenuta teorica di queste riflessioni, e
della forza modellizzante che il sistema editoriale dei testi pratici ha avuto, ora che si
aprono prospettive sempre più ampie per le banche date testuali, che accolgono e
trattano testi – ai fini della consultazione, o della elaborazione lessicografica – in
modi e misure impensabili fino a poco fa, si rende sempre più necessario un sistema
di trascrizione complessivamente omogeneo, possibilmente semplice e lineare, limi-
tato a pochi segni chiave comuni, che potrebbero essere:
– le parentesi tonde per le abbreviazioni non univoche (in questo caso, il corsivo si
può usare per l’integrazione di lettere mancanti per errori materiali di scrittura;
in alternativa, si può impiegare – come si fa nelle Concordanze di Avalle – il
carattere corsivo per le abbreviazioni non univoche);
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– le parentesi quadre per le integrazioni;


– le parentesi aguzze per le espunzioni;
– un’ulteriore distinzione (impiegata ad esempio nelle Concordanze, non troppo
gravosa e che può risultare assai utile) può essere fatta per ciò che compare
entro le parentesi quadre e aguzze, impiegando il carattere tondo se ciò che si
integra o si toglie è opera del copista e dunque si trova nel manoscritto, e il
carattere corsivo se è opera dell’editore, e dunque il risultato di un’operazione
critica;
– il punto in alto per indicare la mancanza di una consonante finale all’interno
della frase (Frosini 2012, 161).

La pratica editoriale può attingere a livelli di particolare e raffinata complessità, nel


tentativo di contemperare esigenze filologiche e linguistiche, quando si ha a che fare
con tradizioni articolate e molteplici come quelle dei volgarizzamenti. La pratica del
volgarizzare permette di riconoscere una serie di variabili, che interessano tanto la
filologia quanto la linguistica: la varietà delle lingue di partenza; il variare della prassi
testuale, in cui gran parte delle modalità riconosciute dalla critica vengono esperite,
dalla ripetuta traduzione alla revisione al rimaneggiamento all’interpolazione; la
pluralità dei volgari d’arrivo; e ancora, in termini di più stretta «filologia dei volgariz-
zamenti», la possibilità di un ritorno sul modello per verifiche, controlli, revisioni, il
ricorso a più modelli, anche diversi per storia testuale, i cambiamenti di metodo e di
tipologia nel volgarizzare, oscillando fra i poli della versione letterale e della versione
libera (Frosini 2014).
L’edizione del volgarizzamento del Liber de amore et dilectione Dei et proximi di
Albertano da Brescia – un testo di grande fortuna, un collettore di excerpta moralistici
biblici e profani, come tale particolarmente gradito al lettore medievale – contenuto
nel codice II IV 111 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (F), e frutto di un
assemblaggio fra un testo anonimo e una parte della traduzione di Andrea da
Grosseto, è stata lungamente elaborata da Castellani, nel tentativo di dar conto sia
della realtà del singolo testimone sia della complessità della tradizione. Il progetto
editoriale, indubbiamente «una sfida», come ha scritto Pietro Beltrami (Beltrami
2014), puntava infatti a diversi scopi: offrire il testo secondo F, un testo di lingua di
rilevante interesse documentario, dal momento che la copia è firmata, datata e
localizzata (maestro Fantino da San Friano, Firenze, 15 gennaio 1275), e costituisce
dunque un riferimento cronologico e topico sicuro per le attestazioni lessicali; fornire
insieme un testo che si avvicinasse il più possibile (per sintassi e per lessico) agli
originali del volgarizzamento, ossia dare l’edizione del volgarizzamento, raffrontando
la versione di F per la seconda parte con le lezioni degli altri codici che tramandano la
versione di Andrea da Grosseto; completare con lo studio della tradizione latina, ai
fini della valutazione critica delle lezioni.
Tutto questo – ossia l’integrazione di questi tre livelli fra linguistica e filologia –
giunge nell’edizione (Castellani 2012) a un tale grado di formalizzazione che credo si
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possa considerare uno dei più avanzati esperiti su carta, oltre il quale può collocarsi
solo una edizione digitale di un testo in movimento.
L’edizione dà il testo-base di F, reso secondo i criteri consueti di Castellani; la
lezione di F respinta in nota quando filologicamente inaccettabile, è in grassetto se
dotata di valore lessicale, in corsivo quando non significativa; le lezioni promosse a
testo dalla tradizione sono in corsivo; la lezione di F può essere di per sé accettabile,
ma contraddetta dalla tradizione: in quel caso si riporta a testo, ma seguita in
parentesi quadre dalla lezione critica preceduta da una freccia; il testo di F da
espungere è indicato sempre fra parentesi quadre, mediante una barretta obliqua.

2.2 Casi da manuale: la grammatica storica per la filologia (come


ecdotica)

È esemplare del rapporto fruttuoso che si può stabilire fra linguistica storica e filologia
un caso che può apparire limitato, ed è in realtà di portata generale e di valore persino
simbolico nella sua collocazione temporale proprio sul confine del secolo passato (lo
studio Da sè a sei fu pubblicato la prima volta nel 1999; quindi Castellani 2009, 581–
593: cf. Larson 2002): l’individuazione della forma sè ‘sei’, 2a persona singolare del
presente indicativo di ‘essere’ (se da intendere come forma autonoma e da interpretare
con la vocale aperta, e non come ‘sei’ con caduta della vocale finale). Gli accertamenti
storico-linguistici di Castellani hanno portato per conseguenza alla definizione di sè
come forma editoriale, accettata nelle edizioni di testi autografi e non autografi (ad
esempio nelle Rime di Dante pubblicate da Domenico De Robertis), in quanto tratto
linguistico antico. Così recitava l’attacco dello studio di Castellani, presentando – in
uno stile a lui consueto – il contributo che la linguistica poteva dare alla filologia
come ecdotica: «Ho fatto una scoperta che non dovrebbe rimanere senza conseguenze
per le future edizioni di testi dal Dugento al Quattrocento». E così è stato.
Altrettanto rilevante il caso delle preposizioni articolate: Castellani, analizzando
la diffusione di l scempia e doppia nelle preposizioni articolate dalle Origini fino al
Trecento, arriva a formulare una nuova legge fonosintattica (la «legge Castellani»)
che riguarda «la degeminazione della laterale anteprotonica nelle preposizioni artico-
late dell’italiano antico (l scempia davanti a parola cominciante per consonante, come
in dela casa, e davanti a parola cominciante per vocale atona, come in del’amico,
mentre davanti a vocale tonica rimane intatta, dalle origini fino a oggi, la -ll- dell’arti-
colo derivante da ILLE , come in dell’oro)» (Primo libro di memorie dei Frati di Penitenza
di Firenze (1281–1287), Castellani 2009, 924–948, a p. 932). Ancora più importante, in

un certo senso, anche a fini editoriali, è la circoscrizione cronologica: la regola, infatti,


«era ancora pienamente in vigore presso le generazioni nate intorno al 1265», dal
momento che «il tipo moderno, con l doppia in ogni posizione, si diffonde a Firenze
solo nelle generazioni nate dopo il 1280» (p. 933); è ancora osservata, ad esempio, da

Francesco Malognani e Benedetto Becchi, consorti di Dante a Campaldino, dal cosid-


622 Giovanna Frosini

detto Amico di Dante nel cod. Vaticano lat. 3793, da Francesco da Barberino nei
Documenti d’Amore. Se questa è la situazione, così nettamente osservabile, non c’è
motivo di dubitare che Dante o Cavalcanti si comportassero nella medesima maniera
(mentre Petrarca e Boccaccio, in pieno Trecento, avranno conosciuto solo la pronun-
cia moderna, con /ll/ in ogni posizione [naturalmente, pronuncia «moderna» nel
Trecento non significa automaticamente grafia moderna: anzi, la persistenza della
tradizione grafica antica con l scempia (de la, o dela) è solida, in testi pratici e
documentari e anche in testi come i Rerum vulgarium Fragmenta idiografi e autografi,
con assoluta predominanza: Petrucci 2003]); aveva dunque ben visto Parodi, che
segnalava come rimanti nella Commedia vela:ne la:cela (Purg. XVII 53–55–57) e cielo:
ne lo:candelo (Par. XI 11–13–15). Ma questa «legge» di linguistica storica può aiutare
la valutazione dei dati anche in casi più complessi, come quello rappresentato dal ms.
Chigiano L VIII 305 della Biblioteca Apostolica Vaticana, il grande manoscritto della
poesia dello Stilnovo, e fra i testimoni più autorevoli della Vita nuova di Dante. Qui, in
termini assoluti si rileva come una maggioranza netta dei casi (67%) rifletta la «legge
Castellani», ma non senza eccezioni (nella Vita nuova o nelle rime di Dante ecc.);
certo, nella valutazione dei dati devono entrare numerose variabili, fra cui: la situa-
zione oscillante degli antigrafi, tanto più che si tratta di testi letterari, e non di testi
documentari; le abitudini del copista (da collocare negli anni quaranta del Trecento,
dunque in una generazione successiva a quella di Dante), che possono non più
riflettere la situazione antica (cf. De Dominicis 2015). Tutto questo può determinare
una situazione ibrida, e la determina in effetti. In più, questo può avere molte e
differenziate conseguenze sulla prassi editoriale. Ad esempio, per la Vita nuova, dopo
aver osservato lo stato oscillatorio del manoscritto, il più recente editore, Donato
Pirovano (Alighieri 2015), ha optato per una ricostruzione del sistema del fiorentino
«arcaico», riconoscendo in quello il sistema originario di Dante, da restituire nell’edi-
zione riconducendo a disciplina alcuni casi devianti del più tardo copista fiorentino.
L’opzione alternativa praticabile sarebbe stata di rispettare interamente gli usi (e le
incoerenze) del ms. Chigiano. La scelta fra le due opzioni – in astratto entrambe
accettabili – si potrà valutare solo in sede di «sistema» di edizione: ma questo sistema
va inserito in uno schema di ragionamento che non può prescindere dagli aspetti
storico-linguistici.

3 Uno sguardo distinto, ma cooperante


Per lo storico della lingua – privo della connotazione finalistica dell’editore – ogni
variante, anche quella filologicamente non accettabile ma formalmente dotata di
senso, ha il suo valore. Importante, anche metodologicamente, la rilevazione di
Rosario Coluccia al Convegno di Lecce: prendendo spunto dalla sua edizione della
Cronaca del Ferraiolo, trasmessa dal manoscritto di New York, Pierpont Morgan
Library, M 801, unico e autografo, Coluccia osservava l’importanza delle varianti che
Linguistica e filologia 623

l’editore colloca in apparato come fonte preziosa dal rispetto linguistico: «sarà possi-
bile impiantare una sorta di critica delle varianti (o meglio delle correzioni) sub specie
microlinguistica […], e cioè applicata a fenomeni fono-morfologici e non a macro-
strutture» (Coluccia 1985, 522). Il contributo di Coluccia (sulla scia di quanto già
sostenuto da Folena nel 1960, nella relazione al Convegno di Bologna: «Per lo storico
della lingua tutti i materiali superflui che la recensio man mano accantona ed elimina
come descripti o sicuramente spuri sono evidentemente utili e suggestivi, soprattutto
quando le indicazioni topografiche e cronologiche permettano di aprire uno spiraglio
sull’uso di un centro scrittorio e su una particolare tradizione scrittoria»: Folena 2002,
67) mostrava come l’attenzione conservativa verso il testo avesse permesso di indivi-
duare e ricostruire le precise strategie di risistemazione linguistica adottate dall’auto-
re/trascrittore, strategie che nel caso specifico avevano portato il testo a sterzare dal
napoletano al toscano, ma con un percorso accidentato, non privo di torsioni e di
ripiegamenti. È uno sguardo divergente, insomma, ma soprattutto distinto del filologo
e dello storico della lingua: con le parole di Folena, lo storico della lingua «non
considera [la tradizione] come un corso da risalire a ritroso cercando verso la sorgente
acque incontaminate, ma da percorrere per il suo verso» (Folena 2002, 60). Si può dire
in questo senso che per il linguista non esista una gerarchia della varia lectio, semmai
una sua possibile sistematizzazione, nel senso che può capitare che le varianti del
copista, nella sua trasposizione «attiva» da un ambiente culturale e linguistico a un
altro, facciano sistema in modo organico. Si tratta di una tipologia interessantissima,
che è stata rilevata per esempio da Carlo Delcorno nella tradizione delle Vite dei Santi
Padri di Cavalca (Cavalca 2009): varianti che da un punto di vista stemmatico sono
delle banalizzazioni, diventano importanti come componenti di un «sistema» lingui-
stico, non privo di inferenze culturali, che accompagna il passaggio di un testo
dall’area di composizione a una diversa zona di diffusione (qui dall’area della Tosca-
na occidentale all’area fiorentina, come accade anche in altri casi, per altri testi).
All’interno della tradizione β, che è l’originaria versione pisana che l’edizione propo-
ne al lettore, è linguisticamente pisano il solo codice di Roma, Bibl. Casanatense 422
(Rc), su cui si basa l’edizione Delcorno, ma altri codici – fiorentini: Ricc. 1253, BNCF II
IV 168 – conservano tracce dell’antigrafo occidentale; la derivazione viene riconosciu-
ta anche per via linguistica, in quanto vari fraintendimenti dei manoscritti si spiegano
con la difficoltà di intendere il modello pisano-lucchese; il ramo α rappresenta invece
l’adattamento fiorentino del testo, redazionalmente e linguisticamente distinto (e a
sua volta oggetto di continue riscritture).5
Negli ultimi decenni il confronto fra istanze differenziate, filologiche e storico-
linguistiche, divenuto via via più consapevole, si è articolato e arricchito (consisten-

5 Per questi casi, in cui varianti di dichiarata pertinenza formale, e non sostanziale, formano un
sistema che riflette e al tempo stesso permette di comprendere le vicende della tradizione, sarebbe
opportuno che l’apparato ne rendesse conto mediante una soluzione grafica di immediata evidenza, ad
es. l’uso del grassetto.
624 Giovanna Frosini

temente ad es. in Trovato 2000, dove si sottolinea in particolare l’immagine più


complessa che ne è derivata a livello di geografia linguistica, per i rapporti fra il
centro fiorentino e le ricche periferie): ogni indagine su una tradizione porta inse-
gnamenti e notizie per lo storico della lingua; e, vicendevolmente, la storia della
lingua può aiutare nell’illuminare una tradizione. Nella prassi concreta, filologia e
storia della lingua non si incontrano e si incrociano dunque solo nel momento di
decidere la veste formale con cui «restituire» il testo (a una determinata fase storica
della sua esistenza, a un presunto originale: vedi infra), ma ben prima, a cominciare
dallo studio e ricostruzione della tradizione, laddove è necessario e opportuno
individuare il carattere geo-linguistico dei testimoni (almeno ai piani alti della
tradizione) per comprendere storicamente la direzione della diffusione del testo e la
qualità stratigrafica delle singole testimonianze. L’attenzione non solo alla genealo-
gia, ma alla geografia della tradizione, già annunciata da Barbi (Branca 1994, 10s.),
ha trovato una straordinaria applicazione negli studi di Maria Corti sul Fiore di virtù
(Corti 1989, 11960, 11961), che hanno mostrato la possibilità di «trasferire il metodo
geografico dalla linguistica alla critica testuale» con piena legittimità scientifica, e
con una doppia e speculare applicazione: ricostruire il tracciato della tradizione,
con la localizzazione degli antigrafi, tramite elementi linguistici e lessicali; ripercor-
rere la storia del lessico anche con l’ausilio dei dati della recensio (Stussi 2011, 17).
Un esempio davvero «virtuoso» delle relazioni fra filologia e linguistica, che ha
guidato analoghe ricerche successive (ad es. Grignani 1975; Frosini/Monciatti 2009),
che consentono ormai di delineare, partendo da analisi di stratigrafia linguistica dei
testimoni, movimenti generali di testi e culture fra la Toscana e altre regioni d’Italia
(per un quadro di riferimento cf. Frosini 2014, 28–31). Di grande interesse e rilievo
anche metodologico è la vicenda della più antica raccolta di novelle della letteratura
italiana, nota come Novellino: la revisione paleografica e codicologica del più antico
testimone, il ms. Panciatichiano 32 della Biblioteca Nazionale di Firenze, l’analisi
delle patinature linguistiche, la rivalutazione di elementi del contenuto hanno
permesso di ipotizzare una diversa direzione del testo (dei testi contenuti nel
manoscritto) fra Toscana occidentale e centrale fiorentina rispetto a quanto si era
comunemente ritenuto, rivendicando la precedenza dell’area laterale (questione e
proposta in Frosini 2006). Deriva da questo esempio che un’analisi linguistica dei
testimoni si impone come sempre più necessaria nell’edizione di testi volgari dell’età
medievale: per il Novellino lo aveva già del resto limpidamente scritto Stussi (1989).
E quanto questo passaggio sia insieme necessario e decisivo ai fini di una comples-
siva ricostruzione di una storia non solo testuale ma culturale, potrà mostrarlo bene,
credo, la futura edizione critica delle Lettere di Caterina da Siena, ora ripresa (dopo
Dupré Theseider 1940) su nuove basi dall’Istituto storico italiano per il Medioevo: la
definizione geo-linguistica dei testimoni – almeno dei principali – consentirà di
rivedere su basi criticamente vagliate la questione della presunta «purezza» e
«aulicità» della lingua di Caterina, affermata da Tommaseo (1860) a séguito di una
pesante fiorentinizzazione dei testi (e contro Gigli 1721, che invece largamente aveva
Linguistica e filologia 625

mantenuto il dettato senese in funzione anti-cruscante), non priva di una forte


componente ideologica.

4 Le forme del testo


4.1 La grafia antica

Questione delicata, che riguarda i testi antichi appartenenti alla fase pre-bembiana (e
non solo), sia quando si ha a che fare con edizioni mono-testimoniali sia quando si è
in presenza di tradizioni pluri-testimoniali (per le quali è comunque invalso «il criterio
di adottare coerentemente [la forma grafica, fonetica e morfologica] di un manoscritto»
di riferimento: Beltrami 2010b, 150), è quello della resa grafica; il problema si pone
quando si voglia perseguire un’edizione ricostruttiva del testo, e non un’edizione
critica del singolo testimone (autografo, originale, rappresentante della tradizione),
per la quale la fedele rappresentazione grafica è parte integrante del lavoro scientifi-
co. Sul problema si confrontano prospettive molteplici e diverse, che riguardano da
un lato l’esigenza di leggibilità del testo, la sua fruizione attuale e l’inserimento nel
vivo del dibattito culturale, dall’altro le acuite esigenze della linguistica storica e il
più raffinato senso dell’evoluzione culturale. Per il primo aspetto, molto aveva già
detto Barbi (1994, 11938), secondo il quale «una volta determinate le caratteristiche
linguistiche dell’originale, occorreva rappresentarle adottando una veste grafica cor-
rispondente alle attuali convenzioni alfabetiche, trascurando la varietà antica in
favore d’un sistema facilmente comprensibile anche a lettori non specialisti» (Stussi
1993a, 226), e inaugurando una linea divenuta tradizionale e canonica nella filologia
italiana (con le parole di un filologo d’oggi: «è un compito dell’edizione, studiato il
rapporto tra grafia e fonetica, di dare ai testi le stesse possibilità nel contesto della
lingua e della cultura di oggi, con il massimo di fedeltà alla fonetica e il minimo di
distorsioni»: Beltrami 2010b, 179). A questa posizione si muovono oggi consistenti
obiezioni dal punto di vista storico-linguistico: in primo luogo, si rivendica con
sempre maggiore forza il rilievo e il contenuto culturale che è insito nella grafia antica
(e non solo quando si ha a che fare con i massimi autori), secondo un atteggiamento
di maggiore considerazione del testo nella sua valenza storica; quindi, il progredire
degli studi, con l’ampliamento delle conoscenze in senso diacronico, diatopico e
diastratico, e l’allargamento ad aree e tipologie non limitate ai testi antichi toscani di
carattere letterario (su cui sostanzialmente si concentrava l’esperienza di Barbi), ha
generato una nuova consapevolezza della difficoltà e dell’incertezza insite nell’inter-
pretazione fonetica dei fatti grafici (si pensi già in area toscana alla resa delle palatali,
o delle affricate dentali a partire dalle grafie variabili <ti>, <zi>, <cti>, <pti> per
l’esistenza distinta di una zeta cosiddetta «sottile» e di una zeta di grado intenso,
rilevabile in tutto il dominio italiano esclusa l’Italia settentrionale, fino al Seicento:
Castellani 1980, vol. 2, 357): una condizione di complessità oggettiva e crescente via

626 Giovanna Frosini

via che dal centro toscano ci si dirige verso le altre aree; inoltre, si osserva come
spesso, anche in edizioni di alto livello, la normalizzazione produca situazioni di
ibrido compromesso, non pienamente giustificabili; in senso più generale, si corre il
rischio – in una situazione particolare come quella italiana – di rendere troppo
moderni i testi antichi, e di proiettare all’indietro in modo artificioso e mistificante
una norma anche grafica che si è raggiunta invece non troppo presto; rinunciando
così a una prospettiva storica che dovrebbe al contrario contribuire a far uscire il
lettore da uno stato, come si è detto, di «minorità», in cui un’opera di mediazione
dovrebbe semmai essere condotta dalla scuola e dall’università (su tutto questo cf.
Folena 2002, 11960, 74–76; Martelli 1971, XLIX ; Stussi 1993a, 226; Bruni 2010; Frosini
2012, 157–159). In questa articolata situazione, si richiederà perciò al filologo una
prudente valutazione, caso per caso, testo per testo, che nel riconoscimento della
realtà autonoma della lingua antica e nel doveroso vaglio delle varietà diatopiche,
non occulti o mistifichi il dato dell’evoluzione anche grafica della lingua; si tratterà
semmai di tenere aperto un ventaglio di possibilità con vari gradi di specialismo, ossia
di produrre diversi tipi di edizione, differenziate a seconda delle esigenze culturali e
del pubblico a cui sono destinate: questo potrà ben prevedere una filologia pensante
(Bruni 2010).

4.2 La lingua

Una attenta valutazione storico-linguistica può e deve orientare il comportamento


dell’editore nel momento della definizione della veste formale (fonetica, morfologica)
del testo e nella valutazione della lezione, quando la scelta fra varianti adiafore possa
essere sostenuta da argomentazioni di tipo lessicale o sintattico (usus scribendi). La
presenza di strumenti nuovi, di facile accesso e di ampie potenzialità (per tutti
Castellani 2000; Salvi/Renzi 2010; la LIZ; il TLIO), ha significativamente aumentato
negli ultimi venti-trent’anni – incrementando la conoscenza dell’antico – la possibili-
tà di individuare riscontri, di istituire paralleli, di operare ricostruzioni in senso
sincronico e diacronico.
Esemplare in questo senso il caso della Vita nuova di Dante, ossia proprio del
testo dalla cui edizione critica può farsi iniziare la moderna filologia italiana (cf.
supra). Sostanzialmente ferma la ricostruzione testuale di Barbi, per quando attiene
alla sistemazione stemmatica dei testimoni (con le integrazioni di Trovato 2000 e
Alighieri 2015), è sulla veste formale che si è appuntata la critica più recente, operan-
do una diversa valutazione in termini storico-linguistici delle forme del ms. Chigiano
L VIII 305 (K), e ad esso in effetti riallineando sempre più il testo critico dal rispetto
formale. Respinta con giuste riserve metodologiche (Trovato 2000) l’applicazione del
criterio della maggioranza alla critica delle forme, perseguita in Gorni (1996), il
processo di rivalutazione del ms. Chigiano, iniziato con Carrai (2009) e Rea (2011), si è
ulteriormente rafforzato con la nuova edizione del prosimetro (Alighieri 2015) curata
Linguistica e filologia 627

da Donato Pirovano, che ne ha dato conto in particolare in Pirovano (2015). Si è


trattato in sostanza di riscattare K dalle accuse di «demoticità» del dettato formale,
accuse più volte formulate ma che a una riconsiderazione linguistica non appaiono
più sufficientemente motivate. Posso portare in questo senso una conferma, che
riguarda nello specifico uno dei casi più dibattuti, la forma mirabole, isolata nella Vita
nuova nell’espressione «uno mirabole tremore» (XIV 4), a fronte dei tanti mirabile/
mirabile mente. Il tipo mirabole ha attestazioni duecentesche solide, non solo nell’In-
telligenza (TLIO), ma in più testi poetici trasmessi dal ms. Vaticano lat. 3793. Si può
quindi affermare: che gli esiti in -ole appartengono – al pari di quelli più canonici in
-ile – alle possibilità del sistema linguistico del copista fiorentino del Vaticano, e
forniscono perciò, data l’altezza cronologica del canzoniere, che appartiene all’età di
Dante, un riscontro storico probante in prospettiva diacronica alla forma conservata e
trasmessa dal Chigiano; inoltre, dato che le forme del tipo di mirabole sono attestate
non solo in altri luoghi di K, ma, al di fuori di esso, in vari altri testi fiorentini
dall’ultimo quarto del Duecento a tutta la prima metà del Trecento, se ne può
concludere che esse rientrano in una variabile di sistema, in una dinamica interna al
fiorentino, che è ben documentata, e che non appare affatto caratterizzata in senso
diastratico (o «demotico» che dir si voglia), ma anzi attestata in scriventi di diverso
livello culturale (cf. Frosini 2016).
Il caso di Dante e delle sue opere volgari, segnatamente della Commedia, è com’è
noto tra i più spinosi – il più spinoso – della filologia italiana; in specie, scoglio
fondamentale rimane la questione della veste linguistica del poema, anche perché
tutto ciò che leggiamo di Dante lo leggiamo senza poter avere completa certezza sulla
lingua, quando anche la lezione sostanziale sia sicura: non disponiamo infatti di
alcun autografo che, anche indirettamente, ci possa orientare, e si è al contrario messi
di fronte a una forte contradditorietà dei dati ricavabili dalla posteriore tradizione
manoscritta (solo come capisaldi della riflessione cito Mengaldo 2001; Stussi 2001;
Serianni 2007; Trovato 2007; Tonello/Trovato 2013; Manni 2013). Se con Dante ogni
problema di valutazione linguistica viene estremizzato nella sua complessità, è
comunque vero che in tutti i casi – anche in quelli in cui soccorre l’aiuto di testimo-
nianze autografe – lo snodo fondamentale ai fini della valutazione delle forme rimane
il «delicato rapporto tra lingua d’uso, tradizione letteraria e lingua individuale d’uno
scrittore» (Stussi 1993a, 222). È nell’intreccio di questi tre elementi, quanto mai
complesso e variabile, che si colloca la riflessione sul comportamento dell’editore. La
lingua dell’uso, su cui possono darci informazioni per l’epoca antica solo i testi
documentari, rappresenta un necessario termine di riferimento per la valutazione
della lingua anche letteraria: questo principio mantiene inalterata anche teoricamen-
te la sua validità, e giustifica il conforto che alle scelte operative può essere offerto
dalle banche-dati elettroniche (prioritariamente il TLIO), in cui è rappresentata una
vasta eterogeneità di tipologie testuali. In termini più generali, appare sempre oppor-
tuno riferire la lingua anche del singolo autore a una generale aderenza di sistema,
dal momento che il singolo vive immerso in un contesto linguistico da cui non lo
628 Giovanna Frosini

possiamo pensare pregiudizialmente e totalmente astratto; anzi, proprio il «sistema»


permette di capire il singolo testo del singolo autore (si vedano gli esercizi di lettura –
vere e proprie decrittazioni sulla base del riconoscimento di strutture sintattiche e
lessicali – di testi di Guittone «ermetico» in Avalle 1992, LXXVIII – LXXXII ). Al tempo
stesso, si tende ormai a riconoscere un grado di variabilità linguistica nel testo –
anche nell’autografo – maggiore di quanto si ritenesse in passato: la «supposta
regolarità linguistica» del testo da pubblicare è principio che non va estremizzato
(Vàrvaro 1985; Beltrami 2010b, 177), pena la perdita di informazioni preziose e
peculiari sulla lingua di quell’autore, di quel testo, di quel momento storico, ad es. la
possibilità di cogliere sul nascere tendenze evolutive in campo fonetico o morfologico
che si affermeranno solo successivamente: la diffidenza che forme tendenzialmente
isolate devono sempre suscitare, va dunque temperata dalla prudenza, anche in
considerazione del fatto che i riferimenti di sfondo (tipicamente, le banche-dati
elettroniche) sono per loro natura perfettibili e non possono essere automaticamente
invocate ad escludendum (vari esempi di forme che potrebbero suscitare diffidenza
nel Decameron e che appaiono invece difendibili in Frosini 2012, 166–171; la corretta
difesa di un hapax promosso a testo in quanto si inserisce per derivazione in una serie
ben riconoscibile è condotta da Zaccarello in Sacchetti 2014).6 Proprio l’edizione delle
Trecento novelle mostra bene come l’attenta considerazione linguistica del testimone
scelto a riferimento per gli aspetti formali (il ms. A.21.24 della Wadham College
Library di Oxford, G), opportunamente confrontato con l’autografo di altre opere (il
ms. Ashburnham 574 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, A), permetta di
avanzare «ipotesi specifiche sul sistema linguistico di partenza» (Sacchetti 2014,
CXCI – CXCIV ), ossia di riconoscere il carattere generale, assai conservativo, della lingua
dell’autore: il dato, di notevole interesse specifico, in quanto consonante con tenden-
ze emerse per altre vie, è significativo anche nel metodo, quale conferma della
positività e fecondità a livello del complessivo intendimento critico dell’interazione
fra filologia e storia della lingua.

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6 Il complesso e talora difficile confronto fra le ragioni della lessicografia e quelle dell’ecdotica è
mostrato dalle divergenti opinioni di Claudio Giunta e Giuseppe Marrani a proposito della valutazione
di lezioni critiche delle Rime di Dante promosse a testo da Domenico De Robertis (2002) in virtù di
ragionamento filologico e invece respinte da Giunta per una mancata corrispondenza al sistema
linguistico indicato dai dati del TLIO (cf. Marrani 2013; Giunta 2014; Marrani 2014).
Linguistica e filologia 629

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