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SUPPLEMENTI DI LEXIS

DIRETTI DA VITTORIO CITTI, PAOLO MASTANDREA


ED ENRICO MEDDA

n.s. VII

COMITATO SCIENTIFICO

GIUSEPPINA BASTA DONZELLI (CATANIA), LUIGI BATTEZZATO


(VERCELLI), ALBERTO CAVARZERE (VERONA), RICCARDO DI DONATO
(PISA), PAOLO ELEUTERI (VENEZIA), MASSIMO GIOSEFFI (MILANO),
LIANA LOMIENTO (URBINO), GIUSEPPINA MAGNALDI (TORINO), ANTONIO
MARCHETTA (ROMA), GIUSEPPE MASTROMARCO (BARI), RAFFAELE
PERRELLI (COSENZA)

METODO E PASSIONE
ATTI DELL’INCONTRO DI STUDI
IN ONORE DI GIUSEPPINA BASTA DONZELLI
(CATANIA, 11-12 APRILE 2016)

a cura di
PAOLO B. CIPOLLA

ADOLF M. HAKKERT EDITORE


AMSTERDAM 2018
Per una bibliografia di Peter Elmsley
(con alcune considerazioni di metodo) *

Nel salutare gli intervenuti, mi corre l’obbligo di ringraziare l’amico Paolo


Cipolla per l’opportunità offerta a me e agli altri allievi di Giuseppina Basta
Donzelli di ripagare, seppure in minima parte, un debito di gratitudine che col
trascorrere degli anni mi appare sempre più grande. Mi sarà perdonata una notazione
di carattere personale, ma la mia memoria non può non andare al momento in cui da
giovane matricola presi a frequentare le lezioni di letteratura greca nel lontano 1994.
Era l’anno dell’Agamennone di Eschilo. Il ricordo di quelle lezioni, a distanza di
anni, rimane indelebilmente scolpito nella mia memoria. Da quelle lezioni trasse
origine un importante contributo successivamente pubblicato negli studi in onore di
Antonio Garzya1. Ho utilizzato l’aggettivo ‘importante’ non per mera piaggeria, ma
perché parole di apprezzamento ed espressioni di consenso sono giunte da uno degli
intellettuali italiani più lucidi – definirlo solamente filologo classico sarebbe, infatti,
riduttivo – della seconda metà del ‘900: Sebastiano Timpanaro2.
Un recensore competente come Martin Cropp, nel discutere su Bryn Mawr
Classical Review l’edizione teubneriana dell’Elettra euripidea, pubblicata da
Giuseppina Basta Donzelli nel 19953 , ebbe modo di rilevare come uno dei pregi
dell’apparato critico fosse quello di consentire al lettore di risalire agevolmente alla
sede di pubblicazione delle congetture e delle discussioni che avevano interessato il
testo4 . Chi ha provato a percorrere questa strada sa bene che quanto più si va a
ritroso nel tempo tanto più il lavoro diviene arduo e faticoso. I repertori più datati di

* Propongo in forma rielaborata il testo dell’intervento da me tenuto il 12 aprile 2016:


dell’originaria destinazione di queste pagine ho volutamente lasciato traccia. Durante il corso del
lavoro farò riferimento con la sigla ‘Madan MC’ (i.e. Manuscript Catalogue) ad informazioni
tratte dal catalogo inedito dei MSS. Clarendon Press redatto da Falconer Madan e conservato in
MS. Clar. Press d. 58, di proprietà della Bodleian Library di Oxford. Ringrazio il Dr. Chris
Fletcher, Keeper of Special Collections, per l’autorizzazione a pubblicare le informazioni
contenute nel catalogo. Prezioso aiuto ho ricevuto da Enrico Emanuele Prodi, suggerimenti e
correzioni da Patrick J. Finglass e Luigi Lehnus. Ho ricavato alcuni riferimenti a lettere inedite
conservate fra gli Elmsley papers, Westminster School (cf. infra), dai materiali elmsleiani che
Christopher Stray con squisita cortesia ha messo a mia disposizione. Le indicazioni bibliografiche
relative ai lavori di Peter Elmsley (1774-1825) fanno riferimento alla bibliografia elmsleiana
acclusa e registrano oltre all’anno il numero d’ordine progressivo preceduto dal segno #. Le
lettere edite e inedite di Robert Southey (1774-1843) sono consultabili on-line all’indirizzo
http://www.rc.umd.edu/ editions/southey_letters.
1
Basta Donzelli 1997.
2
Timpanaro 1998.
3
Basta Donzelli 1995.
4
Cf. Cropp 1996: «References to modern scholarship are keyed to the Bibliography, so that
conjectures and discussions can be traced easily».
Giacomo Mancuso

congetture non sempre sono affidabili5; talora le congetture si trovano sepolte in sedi
per così dire ‘stravaganti’: in annotationes ad edizioni di altri autori sprovviste di
indici adeguati, in recensioni pubblicate anonimamente delle quali non è sempre
agevole identificare l’autore, quando non si tratti di congetture mai pubblicate, ma
annotate in oris librorum, in schede manoscritte e taccuini, affidate a lettere o
addirittura a semplici conversazioni. Per limitarsi ad alcuni esempi, le ricerche di
Martin Sicherl ci hanno costretto a sottrarre a Marco Musuro (1475 ca.-1517) le
congetture presenti nell’editio princeps euripidea del 15036, mentre per converso
numerose congetture sono state ingiustamente sottratte alla paternità di Friederich
Heinrich Bothe (1771-1855), perché relegate nelle ‘Kritische Anmerkungen’ accluse
alla difficilmente accessibile traduzione tedesca delle tragedie euripidee pubblicata
in più volumi da Bothe fra il 1800 e il 18037. Il lavoro di scavo, quindi, in questa
direzione appare necessario, se non si vuole correre il rischio di fare la stessa figura
di Walther Abel, che nel sottoporre a Paul Maas una sua bella congettura al papiro
fiorentino della Chioma di Berenice si vide rispondere laconicamente: «Sie sind der
Neunte»8.
A questa attività che esige, certo, viscere calcenteriche, ma è in fondo di carattere
più banausico, ne va affiancata un’altra che coinvolge più sofisticate competenze e
richiede capacità di intelligenza e di penetrazione: lo sforzo di guadagnare le moti-
vazioni che hanno prodotto i singoli interventi testuali per testarne la validità. Chi
abbia un minimo di familiarità con i grandi filologi del passato sa bene quanto essi
siano spesso avari di spiegazioni. È proverbiale la spartana brevità delle anno-
tazioni di Richard Porson (1759-1808), confinate quasi esclusivamente alla deluci-


5
È il caso ad esempio delle pur sempre utili appendices coniecturas minus probabiles continentes
compilate da Nikolaus Wecklein per l’edizione euripidea teubneriana iniziata da Rudolf Prinz e
ultimata da Wecklein (1878-1902) o dell’appendix acclusa all’edizione eschilea del 1885. Si
leggano le parole di Gow 1952, I, x: «Users of Vitelli and Wecklein’s Aeschylus or of Prinz and
Wecklein’s Euripides will be familiar with their appendixes of coniecturarum incertiorum, and
have probably been exasperated by the constant difficulty of discovering where the conjectures
were made and by what arguments they were supported». Su questo versante, per Eschilo non
posso essere disconosciuti i meriti dell’edizione teubneriana di M.L. West (Stutgardiae et Lipsiae
1990).
6
Cf. Sicherl 1975.
7
Bothe 1800-1803.
8
Cf. Abel 1981, 392.

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Per una bibliografia di Peter Elmsley

dazione di problemi critico-testuali9, dettata forse da una forma di aristocraticismo


intellettuale, di fastidio per l’accumulo di quella farragine che si poteva agevolmente
ricavare da collectanea eruditi10. Si veda l’espressione con cui il genio del Trinity
concludeva una nota insolitamente lunga al v. 5 dell’Oreste euripideo: «Nescio,
benevole lector, an tuam patientiam hac nota legenda fatigaris; meam certe scri-
benda fatigavi»11. Non si dimentichi, inoltre, che la formulazione compiuta del cano-
ne che vieta la realizzazione con sillaba lunga finale di polisillabo del terzo elemento
libero del trimetro giambico dinanzi a ‘cretico’, contenuta nel celebre Supplementum
ad praefationem della seconda edizione dell’Ecuba euripidea (Cambridge 1802)12,
nasce proprio dalla necessità di rispondere alla piccata reazione di Gottfried

9
Come programmaticamente dichiarava lo stesso Porson (1797, xvii-xviii) nella prefazione alla
prima edizione dell’Ecuba euripidea: «Interpretandi et illustrandi labore, utilissimo sane,
supersedendum duxi, partim ne libellus in librum excresceret […] Raro sum intepretis vice
functus, nisi ubi cum critici officio conjunctum esset». Sorprendentemente è proprio Charles
James Blomfield (1786-1857), solitamente annoverato fra i populares di Porson, a criticare il
modus operandi di quest’ultimo. Nel recensire, infatti, l’Hippolytus Coronifer di James Henry
Monk (1784-1856), Blomfield (1812, 216 s.) così si esprime: «Illustration and interpretation are
distinct, we do not say less important, provinces, into which the illustrious critic in question [scil.
Porson] scarcely ever set his foot. […] It is too much to be lamented that, eminently gifted as he
was by nature, and prepared by study fo such a task, he should so seldom have undertaken
directly to explain the text of Euripides. […] We do not hesitate, however, to avow, that we were
never satisfied with the reason, which he assigns, in his preface to the Hecuba, for abstaining
from these useful, and, in our opinion, essential parts of the task which an editor has to perform».
Blomfield sembra aver recepito le critiche rivoltegli da Elmsley (1810: #7, 223): «The nature of
Mr Blomfield’s own notes will best be explained by stating, that he has copied the excellent
model which is exhibited in Mr Porson’s remarks on the four first plays of Euripides. We do not
mean to say, that Mr Blomfield’s notes on Aeschylus are equally valuable with those of Mr
Porson on Euripides […] There is, however, a considerable resemblance between the manner of
the disciple and that of the master. The resemblance would have been greater, if Mr Blomfield
had not confined himself more strictly than Mr Porson to the immediate object of his labours»; mi
pare, inoltre, significativo che Blomfield, che ha iniziato a corrispondere con Elmsley a partire
verisimilmente dal 1811, cerchi in qualche misura di prendere le distanze da Porson, dichiarando:
«With Porson himself I was totally unacquainted, never having been in his company but once, in
which occasion he was exceedingly intoxicated, and I was as sick of his company as he probably
was of his liquour in the course of the night» (Blomfield a Elmsley, 14 ottobre 1812, in Horsfall
1974, 459 s.). A quasi cinquant’anni dalla morte di Porson, Frederick Apthorp Paley (1815-88)
poteva lucidamente rilevare: «It will hardly be denied, that the Porsonian school of critics […]
have been the means of introducing into our schools a somewhat dull and dry kind of annotation,
useless to the mere beginner, often tiresome even to the advanced student, and fitted only for
professed critics» (così Paley 1857, lii-liii). Colgo l’occasione per segnalare che in Mancuso
2014, 512-3 con n. 43 ho erroneamente attribuito la recensione dell’Hippolytus Coronifer (cf.
supra) a Elmsley.
10
Sembrerebbe confermarlo l’aneddoto riportato da William Maltby (1763-1854) apud Dyce 1856,
315-6: «I was with him one day when he bought Drakenborch’s Livy; and I said, “Do you mean
to read through all the notes in these seven quarto volumes?” “I buy it at least,” he answered, “in
the hope of doing so some day or other: there is no doubt a deal of valuable information to be
found in the notes; and I shall endeavour to collect that information. Indeed, I should like to
publish a volume of the curious things which I have gathered in the course of my studies; but
people would only say of it, We knew all this before ”».
11
Cf. Porson 1811 (1798), 9.
12
Cf. Porson 1802, xxx-xxxix.

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Giacomo Mancuso

Hermann (1772-1848), il quale aveva lamentato la maniera sibillina con cui Porson
si era espresso nel 1797 a proposito del v. 343 dell’Ecuba, come se a tutti dovesse
essere chiaro ciò che a lui risultava evidente: «Quid velim, melius fortasse
intelligetur, si dicam paucissimos apud Tragicos versus occurrere similes Ionis
initio»13. Certo anche Hermann non fu da meno14, e nella direzione da me delineata
si muove il bel contributo con cui Giuseppina Basta Donzelli partecipò al convegno
trentino su ‘Metrica ed ecdotica eschilea’ nel 2002, volto a ‘contestualizzare’ i
contributi hermanniani al testo delle Coefore15. Percorso di indagine che ha avuto un
fecondo sviluppo nel pregevole volume del 2006 in cui Enrico Medda ha analizzato
l’approccio di Hermann all’Agamennone eschileo 16 . Tale impostazione si ritrova
anche in alcuni recenti lavori volti a scandagliare gli incunaboli tardo-settecenteschi
e ottocenteschi della moderna scienza metrica (Richard Bentley [1662-1742] era un
genio e come tale fu largamente in anticipo sui suoi contemporanei 17 ): penso al
recente volume (2011) di Andrea Tessier 18 sul trattamento dei versi lirici nella
filologia tedesca d’inizio Ottocento, fra Hermann e August Böckh (1785-1867), che
– mi pare – trasferisce alla metrica una linea di indagine inaugurata da Giorgio
Pasquali e magistralmente sviluppata da Timpanaro nella giustamente celebre
Genesi del metodo del Lachmann19. Non va, inoltre, taciuto che già nel 1982 Cesare
Questa aveva inaugurato tale filone di ricerca in metricis rivolgendo la sua
attenzione al cosiddetto verso reiziano20.

13
Cf. Porson 1797, 23 ad v. 347 (= 343). In particolare Hermann lamentava il rifiuto da parte di
Porson di argomentare le cause che stavano alla base delle sue osservazioni, cf. Hermann 1800,
iii: «Ferebatur enim multa, quae ad metrorum rationem spectarent, adnotasse […]. Atque etsi
quaedam, quae ad hanc partem antiquitatis pertinent, observavit Porsonus, placuit tamen ei haec
pro auctoritate imperiosius, quam pro critici officio explicatius exponere», e soprattutto 108:
«Nimirum vere quidem monuit Porsonus, ἔμπαλιν numeros habere elegantiores, sed num, quare
ita esset, tam difficile erat eruere, si vellet operam dare? Nam consulto se caussam, ut inventu
facillimam, praeteriisse, non persuaserit nobis, qui eum in rebus omnibus, quae ad numerorum
explicationem pertinent, idoneis rationibus destitui videamus». Sulla questione è d’obbligo il
rimando a Medda 2010, 228-37.
14
Cf. Basta Donzelli 2004, 101: «È innegabile che lo stile di H.[ermann] appare spesso di tipo
oracolare»; se ne lamentava già Elmsley (1813: #21, 200): «We […] have frequent occasion to
complain both of his silence, and of the Spartan brevity with which he speaks, when he thinks
proper to open his lips». A parziale discolpa di Hermann va rilevato che, come Wilamowitz (1907
[1889], 237) non ignorava, le edizioni dei tragici (soprattutto le prime) erano nate per la necessità
pratica di avere a disposizione dei testi per i corsi universitari e con ogni verisimiglianza esse
venivano integrate da quanto il Maestro aggiungeva viva voce; cf. Hermann 1810, iii: «Quum
Euripidis aliquam fabulam in publicis meis scholis interpretari constituissem, neque invenirem
editionem, quae et exiguo pretio parabilis esset, nec textum haberet a criticis aut nimis, aut minus,
quam par videretur, mutatum: ipse animum adieci ad edendam aliquam huius poetae tragoediam».
15
Basta Donzelli 2004.
16
Cf. Medda 2006, 7 n. 8.
17
Cf. Bywater 1919, 16: «Bentley, in fact, was constantly in advance of his age»; per una
valutazione recente del Bentley metricista, cf. Haugen 2011, 160 ss.
18
Tessier 2011.
19
Timpanaro 2004 (1985).
20
Questa 1982. Friedrich Wolfgang Reiz (1733-90) fu, com’è noto, maestro di Hermann a Lipsia.
Da lui Hermann imparò ad apprezzare la grandezza di Bentley: numerose sono negli scritti
hermanniani le attestazioni di pietas del geniale allievo nei confronti del maestro, cf. Questa
1982, 10-1 n. 4; Medda 2006, 11-2 e passim.

- 188 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

Accade però spesso che congetture e interventi testuali siano oggetto da parte
degli specialisti di una valutazione esclusivamente tecnica che si limita a legiferare
sulla loro ammissibilità, trascurando di indagare le motivazioni profonde che le
hanno prodotte. E tuttavia, fermarsi a riflettere può essere importante: ricostruire il
percorso che ha portato un grande filologo del passato ad effettuare una determinata
scelta, anche se tale scelta si riveli allo stato attuale della ricerca non più
condivisibile, può spalancare dinanzi ai nostri occhi inaspettati scenari che gettano
luce sugli snodi evolutivi della nostra disciplina. Ignorare, per scelta deliberata,
malcelata sufficienza o semplice ignoranza, quanto è stato fatto e detto dai giganti
delle nostre discipline fra il Cinquecento e l’Ottocento può farci cadere in un circolo
vizioso con il rischio correlato di riscoprire, magari formulandolo in maniera
diversa, ciò che era già noto o – cosa ancora peggiore – di riprodurre gli errori del
passato: insomma, l’esatto contrario di ciò che dovrebbe caratterizzare qualsiasi
disciplina che aspiri a definirsi in qualche misura scientifica. Le congetture sono in
fin dei conti un prodotto dell’attività umana; ciò significa che dietro ogni congettura
si cela un uomo. Di qui la necessità di ‘storicizzare’ le congetture, restituirle cioè al
loro contesto di produzione21. Tale operazione può essere esperita su due livelli.
Bisogna in primo luogo indagare lo ‘stato dell’arte’. Vale a dire investigare la
maniera come un filologo del passato abbia acquisito le proprie cognizioni storico-
letterarie, linguistiche e metriche. Qual era il sistema scolastico e universitario
dell’epoca, quali i lessici, i manuali, i repertori a disposizione, quali i libri e le
edizioni consultati e posseduti. In una lettera, tuttora inedita, a Elmsley del 10
ottobre 1820 22 , Hermann, nel sottolineare i progressi compiuti dagli studi
grammaticali negli ultimi trent’anni, non manca di rilevare come molto altro resti
ancora da fare. Hermann ha senz’altro in mente i propri lavori 23 , ma anche la
pubblicazione nel 1807 della Ausführliche griechische Grammatik di August


21
Sottoscrivo, quindi, in pieno le parole di Citti 2006b, 21: «Anche le congetture non sono corpi in
movimento nell’iperuranio, ma prodotti della storia e delle ideologie di volta in volta in essa
dominanti». Ma si veda già Timpanaro 1980, 381: «Anche la ‘tecnica’ ha la sua storia, che si
intreccia strettamente con la storia ‘ideologica’ della storiografia. Una storia degli studi classici,
se non deve prescindere dalle ideologie, dai legami con la storia generale della cultura, non può
nemmeno considerare come cosa estranea l’evoluzione dei metodi di ricerca, né i risultati concreti
ottenuti grazie all’applicazione intelligente di quei metodi».
22
In MS. Clar. Press d. 55, ff. 65r-67v, di proprietà della Bodleian Library di Oxford. Ringrazio per
l’autorizzazione a pubblicare i contenuti del ms. il Dr. Chris Fletcher, Keeper of Special
Collections. Mi propongo a breve di pubblicare l’intero carteggio che consta di un totale di sette
lettere inviate da Hermann ad Elmsley in un lasso di tempo compreso fra il 1820 ed il 1823. Così
recita il passaggio rilevante (ff. 65v-66r): «Nam, ut paucis complectar quod sentio, grammatica
Graeca, quae ante triginta ferme aut viginti annos exigua ac prope nulla erat, hodie nondum
condita est, sed coepit condi, quasque habemus regulas syntacticas nulla ex parte sufficiunt. Non
fugit te, ante illud tempus homines doctos omnia cum omnibus construi existimasse: inde repertae
sunt regulae quaedam perangustae, plurima, quae recte dicuntur, prohibentes, ex quibus regulis
magna pernicies illata est Graecis scriptoribus: nunc tandem, ut ego arbitror, eo pervenimus, ut
iam fateri debeamus, posse quidem omnia cum omnibus construi, non ubique tamen, sed certis
conditionibus. | Has autem conditiones investigare debemus, si volumus aliquando condi
grammaticam Graecam, quae hoc nomine digna sit».
23
Una panoramica sui lavori grammaticali di Hermann in Koechly 1874, 27-31; per una valutazione
recente dello Hermann grammatico, cf. Tichy 2010.

- 189 -
Giacomo Mancuso

Heinrich Matthiä (1769-1835)24. Le cognizioni grammaticali, sintattiche e metriche


venivano conseguite attraverso estensive letture accompagnate da un paziente lavoro
di osservazione e annotazione, che in casi fortunati abbiamo la ventura di poter
toccare con mano. La copia dell’Andromaca euripidea edita da Thomas Gaisford
(1779-1855) nel 180725, in usum Scholae Regiae Westmonasteriensis, appartenuta ad
Elmsley e attualmente conservata presso la National Art Library del Victoria and
Albert Museum di Londra, testimonia tra le altre cose, nelle sezioni in trimetri
giambici, un paziente lavoro di observatio volto all’individuazione dei casi di cesura
mediana che porterà al trattamento della questione relativa alla presenza della cesura
mediana nei trimetri euripidei, affrontata nella prima parte della recensione alle
Supplici di Hermann26 pubblicata su Classical Journal nel 181327. O ancora, fra le
carte appartenute ad Elmsley conservate presso la Bodleian Library di Oxford si
trova un glossario ordinato alfabeticamente che registra forme verbali greche
ricavate dai poeti drammatici con puntuali riferimenti 28 . Sempre nella copia
elmsleiana dell’Andromaca lo studioso al v. 571 interviene su κτανεῖν retto da
μέλλουσι e tràdito unanimemente dai codici euripidei per sostituirvi l’infinito futuro
κτενεῖν: l’intervento non è necessario, ma si lascia meglio inquadrare, se lo si
inserisce nella discussione in corso all’epoca sulla possibilità per l’aoristo non
accompagnato da ἂν di esprimere un’azione futura29. Spesso la storia della filologia
classica è, in maniera apparentemente pedestre, storia di libri letti, compulsati,
ricevuti in prestito o acquistati: sono stati sempre questi in fondo gli ‘strumenti del
mestiere’ del filologo. In questo senso rivestono fondamentale importanza lavori

24
Matthiä 1807. La grammatica greca di Matthiä (soprattutto la parte dedicata alla sintassi) godette
di largo credito: l’autore ne approntò una seconda (Leipzig 1825-7) ed una terza edizione (Leipzig
1835). I rapporti fra Hermann e Matthiä, dopo un inizio non felice (cf. Matthiä 1845,
207 s.), furono improntati ad amicizia e reciproca stima (cf. Matthiä 1845; 90 s.; 155 e passim):
Hermann, che figura come dedicatario della seconda edizione della griechische Grammatik,
salutò la pubblicazione della prima edizione «mit ungemeinem Vergnügen» (cf. Hermann 1807,
c. 1745). Una traduzione inglese, effettuata da Edward Valentine Blomfield (1788-1816), era già
pronta nel 1816, ma la morte improvvisa di Blomfield ne ritardò la pubblicazione, che ebbe luogo
circa tre anni dopo per le cure del fratello Charles James (cf. Matthiä 1818, xiii; Monk 1821,
526). Ne deduco che la griechische Grammatik era entrata nel circuito filologico inglese a partire
almeno dal 1815, se da tale anno Elmsley incomincia a farvi frequente riferimento nei suoi lavori
(cf. Elmsley 1815: #27, 3 con n. 2; 21 con n. 2 etc.): in una lettera dell’11 maggio 1815 (Elmsley
papers, Westminster School, cf. n. *) Monk chiede ad Elmsley una copia della grammatica di
Matthiä affinché E.V. Blomfield possa incominciarne la traduzione. Apprendiamo in aggiunta che
oltre a conoscere bene il francese e l’italiano (cf. Gray 1825, 376) Elmsley era in grado quanto
meno di leggere il tedesco, cosa non scontata per l’epoca, come si ricava anche da altri indizi (in
Elmsley 1815: #27, 11 e 42 si fa riferimento alle traduzioni euripidee di Bothe [cf. supra]; da una
lettera del 31 agosto 1818 di John William Ward [1781-1833] a Edward Copleston [1776-1849]
apprendiamo che Elmsley considerava il Kritisches griechisch-deutsches Handwörterbuch di
Johann Gottlob Schneider [1750-1822] come il migliore lessico greco in circolazione, cf.
Copleston 1840, 208 s.).
25
Gaisford 1807. L’edizione non reca il nome dell’editore, ma l’attribuzione a Gaisford è certa, cf.
Mancuso 2013, 160-1 con n. 9 di p. 161.
26
Hermann 1811.
27
Elmsley 1813: #23. Cf. Mancuso 2013, 166 s.
28
MS. Clar. Press c. 16, ff. 5-64, cf. Clapinson–Rogers 1991, 64; Madan MC, 32.
29
Cf. Mancuso 2013, 163 s. con n. 39.

- 190 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

come quello recentemente dedicato da Paul Naiditch alla ricostruzione della


biblioteca di Porson30: apprendiamo, fra le altre cose, a conferma di quanto riferiva
Maltby 31 , che Porson era un goloso acquirente di traduzioni. Particolare poco
rilevante? Credo di no. Un critico del testo che ignori le traduzioni lo fa a proprio
rischio e pericolo: è spesso attraverso il lavoro di traduzione che si possono mettere
a fuoco le problematiche testuali di un passaggio poco chiaro32.
In secondo luogo ci si deve interrogare sul milieu culturale in cui si è formato e
ha operato uno studioso: che tipo di formazione ha avuto e come la ha acquisita, a
quali movimenti letterari ha aderito, quali convincimenti filosofici, politici e
religiosi ha condiviso33. Quanto il sistema filosofico kantiano, nella forma in cui era
stato declinato da Karl Leonhard Reinhold (1757-1823), del quale Hermann aveva
frequentato le lezioni a Jena durante il Wintersemester 1793-4, abbia condizionato
l’approccio di quest’ultimo allo studio della grammatica e della metrica, è dato
ormai saldamente acquisito dalla comunità scientifica 34 . Ma sarebbe interessante
verificare quale influenza abbiano avuto le idee politiche del filologo lipsiense sui
suoi rapporti, non sempre idilliaci, con i colleghi britannici 35 . L’approccio
analogico-induttivo alla critica del testo e alla metrica basato su criteri statistici e
probabilistici di un Porson o di un Elmsley non può essere correttamente inteso al di
fuori dell’empirismo di ascendenza lockiana dominante nella cultura britannica
dell’epoca 36 : la Costituzione britannica fu a lungo basata sulle dottrine di John

30
Naiditch 2011. Ma si vedano anche, per limitarsi ad alcuni esempi, i lavori dedicati in anni passati
alla ricostruzione delle biblioteche di Ugo Grozio (1583-1645), per cui cf. Molhuysen 1943 e
Rabbie 1993, e di Isaac Casaubon (1559-1614), su cui si vedano Birrell 1980 e Grafton –
Weinberg 2011, 329-31. Da tempo, soprattutto in ambito anglo-americano, si è andata
sviluppando una vera e propria ‘bibliographical scholarship’, cf. e.g. Oram 2014.
31
Cf. Maltby apud Dyce 1856, 324: «He [scil. Porson] was a great reader of translations, and never
wrote a note on any passage of an ancient author without first carefully looking how it had been
rendered by the different translators».
32
Vale la pena riportare quanto scriveva Hermann (1834, 341 n.*), nel pubblicare gli specimina di
sue traduzioni eschilee (Ag. 1-257 e Eu. 1-177): «Possunt huiusmodi interpretationes, quae
multum quidem absunt ab elegantia Hugonis Grotii, sed tamen pressius Graeca sequuntur, interim
pro explicationibus, quales in adnotationibus adiici mos est, haberi», e settant’anni più tardi
Wilamowitz (1914, v): «Ich hatte gedacht, die Übersetzung eines Philologen, der imstande ist sich
seinen Text zu machen, hätte darauf Anspruch, als Erklärung des Textes zu gelten».
33
In vista di una ermeneutica della cosiddetta tradizione a stampa e dei metodi ecdotici nella
prospettiva lucidamente delineata da Citti (2006b, 7-27) in pagine che molti dovrebbero tenere
presenti.
34
È lo stesso Hermann a delineare le tappe del proprio itinerarium Kantianum (cf. Westermann –
Funkhänel 1836, x-xi); si vedano inoltre Medda 2006, soprattutto 11 ss. (ma cf. anche 58 ss. e 113
ss.); Schramm 2010; Couturier-Heinrich 2011. Del resto, anche il celebre Methodenstreit non può
essere inteso rettamente, se non si tiene adeguatamente conto del carattere romantico
dell’indirizzo di Böckh di contro al razionalismo di marca illuministica hermanniano (cf.
Timpanaro 1997 [1955], 3; Citti 2006b, 15-7): Böckh inoltre, a differenza di Hermann, nel
percepire chiaramente la problematicità intrinseca nell’atto ermeneutico mostra di essere
influenzato dal pensiero di Friedrich Schleiermacher (1768-1834) e Friedrich Schlegel (1772-
1829), cf. Poiss 2010, 152-60.
35
Qualcosa ho cercato di dire in Mancuso 2014, 504 s., ma la questione meriterebbe un’indagine a
parte.
36
L’esigenza è chiaramente avvertita da Medda 2010, 232 n. 32. L’influenza dell’empirismo inglese
sulla scuola filologica olandese è stata, invece, adeguatamente valorizzata da Gerretzen 1940. Si

- 191 -
Giacomo Mancuso

Locke (1632-1704) e lo stesso può dirsi per quella che la Francia adottò nel 1871;
l’influenza del pensiero lockiano sulla Francia del XVIII secolo per il tramite di
Voltaire fu immensa37. Tutto ciò va ulteriormente calato all’interno di un più ampio
contesto speculativo che vede emergere intorno al 1660 la cosiddetta ‘teoria classica
della probabilità’38. È il significato stesso di ‘probabilità’ a mutare: ‘probabile’ cessa
progressivamente di indicare ‘ciò che è degno di approvazione perché supportato
dall’opinione di gente rispettabile’39. La probabilità diviene lo strumento attraverso
il quale ridurre il ‘buon senso’ (i.e le intuizioni che un’élite di uomini ragionevoli
non può non condividere in situazioni di incertezza) a calcolo 40 , nel tentativo di
pervenire ad una quantificazione di concetti squisitamente qualitativi41 . L’idea di
una razionalità universale unitaria, la fiducia nella regolarità della condotta umana,
che saranno profondamente scosse dal trauma della Rivoluzione Francese, rendono
non solo conto di affermazioni porsoniane come: «Two canons of criticism are
undisputed; that an author cannot fail to use the best possible word on
every occasion [spaziato mio], and that a critic cannot chuse but know what that
word is»42, ma costituiscono il presupposto stesso della mancata distinzione (che ha
tanto ‘scandalizzato’ gli studiosi moderni) nella riflessione dei probabilisti del XVII
e del XVIII secolo fra probabilità oggettiva e soggettiva, vale a dire fra probabilità
‘aleatoria’, che studia la frequenza con cui certi eventi hanno luogo attraverso
l’applicazione di criteri statistici, e probabilità ‘epistemica’, legata ai ‘gradi di
convinzione’ (degrees of belief) e conseguentemente di assenso in situazioni
sostanzialmente destituite di un background statistico 43 . I testi seminali che
testimoniano l’emergere di questa probabilità ‘bifronte’ vengono generalmente
rintracciati nella riflessione di Blaise Pascal (1623-62): di natura ‘aleatoria’ è,
infatti, il problema affrontato nello scambio di lettere fra Pierre de Fermat (1601-65)
e Pascal nel 165444 a proposito della maniera come vada suddivisa la posta in gioco


veda quanto scrive David Ruhnken (1723-98) nell’Elogium Hemsterhusii (Lugduni Batavorum
17892, 35): «Nec satis habebat [scil. Hemsterhusius] veteres cognosse, sed cum Platone
Leibnitium, cum Aristotele Lockium, cum aliis alios conjungebat».
37
Cf. e.g. Russell 1946, 624 e 629.
38
Così Daston 1988; la bibliografia è molto vasta: fondamentale Hacking 2006, ma si veda anche
Campe 2012.
39
Cf. Hacking 2006, 18-30.
40
La definizione si ritrova nell’Essai philosophique sur les probabilités (Paris 1814, 95) di Pierre-
Simon de Laplace (1749-1827); sull’argomento si veda Daston 1988, 49-67.
41
Cf. Daston 1988.
42
Lettera a The Gentleman Magazine, 26 ottobre 1787, in Luard 1867, 17.
43
Cf. Hacking 2006, 11-7. Alla base di questo slittamento fra aspetti quantitativi e qualitativi della
probabilità, tenuti distinti dagli studiosi moderni, si trova la teoria dell’associazionismo
psicologico sviluppata dagli empiristi del XVII e del XVIII secolo; per Locke l’esperienza genera
belief e probabilità attraverso la correlazione di sensazioni che la mente traduce in associazioni di
idee: le probabilità oggettive derivanti dall’esperienza e le probabilità soggettive del belief
costituiscono le facce di una stessa medaglia, cf. Locke Essay, II, 33, 394-401; Daston 1988, 188-
225. Per un approccio differente da quelli di Ian Hacking e Lorraine Daston, cf. Campe 2012.
44
Tali riflessioni risultarono nella stesura da parte di Pascal del celebre Traité du triangle
arithmetique, pubblicato postumo a Parigi nel 1665. La corrispondenza fra Pascal e Fermat venne
pubblicata nei Varia opera mathematica di Fermat (Tolosae 1679, 179-88).

- 192 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

fra due giocatori in una partita d’azzardo interrrotta prima della sua fine45, mentre il
celebre argomento sull’opportunità o meno di credere nell’esistenza di Dio, noto
come ‘scommessa di Pascal’ 46 , sembra rimandare ad un’impostazione teoretico-
decisionale 47 . Ed è proprio attraverso la riflessione pascaliana e la dottrina della
probabilità che diviene possibile per gli autori della Logique de Port-Royal (1662)
riplasmare il razionalismo cartesiano, riempiendo quel vuoto di spiegazione
filosofica creatosi all’interno dell’esperienza, come presa di contatto con la realtà
esistente, con quella già esistita (storia) e con quella futura 48 . Questa linea di
pensiero ritorna nel quarto libro dell’Essay Concerning Human Understanding
(1689) lockiano significativamente intitolato Of Knowledge and Opinion, anche se
Locke – a differenza di Arnauld e Nicole49 – evidenzia piuttosto l’aspetto soggettivo
e psicologico del judgement50, tralasciando i tentativi di quantificazione del concetto
di probabilità sul piano matematico51.
Nel delineare le basi filosofiche del metodo ‘scientifico’ di Porson, Liana
Lomiento, nel bel contributo presentato al seminario di studi salernitano su Porson
del 200852, ha opportunamente concentrato la sua attenzione proprio sui rapporti fra
il metodo scientifico di Porson e la Logique de Port-Royal53, con un cenno anche


45
Cf. Hacking 2006, 57-62; Daston 1988, 15-8. Di parere diverso Campe 2012, 37 ss.
46
La ‘scommessa’ ricorre nel passaggio intitolato infini – rien, cf. Pascal Pensieri, 123-9.
47
Cf. Hacking 2006, 12 e 63-72; Daston 1988, 60-3. Diverso il punto di vista di Campe (2012, 40
ss.), per il quale è Jakob Bernoulli (1654-1705) il primo a coniugare in maniera decisiva la
matematica dei giochi d’azzardo con le preesistenti concezioni logico-giuridiche della probabilità
nella sua postuma Ars conjectandi (1713).
48
Riproduco la linea di argomentazione di Obertello 1964, in part. 14 ss., ma il lavoro di Obertello
va tenuto tutto presente. La problematica relativa all’applicazione del buon senso (bon sens) per
discriminare fra verità e falsità negli eventi umani e contingenti è affrontata nei capitoli conclusivi
della quarta parte della Logique (cf. Arnauld – Nicole Logica, IV, 13-6, 376-91), laddove si
assiste al primo tentativo di misurazione della probabilità (cf. Hacking 2006, 73-80; Daston 1988,
39-40). Da Pascal è ripreso, nella conclusione della Logique (cf. Arnauld – Nicole Logica, 390)
l’argomento della ‘scommessa’: misurare la probabilità di un evento cessa di essere utile in vista
di un vantaggio ‘infinito’. La regola enunciata nel cap. XIII per distinguere fra due eventi contrari
ma entrambi possibili (cf. Arnauld – Nicole Logica, IV, 13, 378) si inserisce nella campagna
contro il probabilismo gesuitico portata avanti da Pascal in difesa di Arnauld nelle Lettres
provinciales (cf. Hacking 2006, 78 s.).
49
Sui rapporti fra la Logique e l’Essay lockiano, cf. Obertello 1964, in part. 89-109. È noto che
Locke durante il suo soggiorno francese (1675-9) era entrato in contatto con le opere di Antoine
Arnauld (1612-94) e Pierre Nicole (1625-95) – di quest’ultimo aveva tradotto in inglese tre degli
Essais de morale (cf. Goldie 2016, 34) –. Locke, inoltre, aveva avuto modo di acquistare una
copia della Logique per la propria biblioteca personale (cf. Obertello 1964, 96-7) e potrebbe
essere stato coinvolto nella traduzione inglese ‘a più mani’ della Logique pubblicata a Londra nel
1685 (cf. Daston 1988, 45).
50
Sul judgement lockiano, cf. Owen 2007.
51
Cf. Daston 1988, 194: «Philosophical rather than mathematical probabilities dominated Locke’s
discussion, despite the suggestive references to frequencies».
52
Cf. Lomiento 2009.
53
La Logique non figura nella biblioteca porsoniana, ma – come è noto – la sua circolazione fu
amplissima: in Inghilterra già nel Seicento si ebbero una traduzione latina e una inglese (cf. supra
e Obertello 1964, 97 n. 20). È quindi del tutto verisimile (se non sicuro) che Porson la conoscesse.

- 193 -
Giacomo Mancuso

all’Essay lockiano54. Proseguendo sul sentiero tracciato dalla Lomiento, è possibile


‘leggere’ alcune caratteristiche del ‘metodo Porson’, facendole interagire con il
background intellettuale delineato sopra. Operazione non sempre agevole, dal
momento che – a differenza di Hermann – Porson fu estremamente restio a fornire
giustificazioni teoriche del proprio ‘metodo’55. Non si tratta di individuare rapporti
di filiazione diretta, ma piuttosto di inserire alcune affermazioni porsoniane nel
‘discorso filosofico-intellettuale’ dominante nell’Inghilterra del XVIII secolo.
In tale contesto risulta, ad esempio, significativo che nella Praelectio in
Euripidem 56 , tenuta nel 1792 in occasione del conferimento della Regius
Professorship of Greek cantabrigense, Porson dichiari che l’opinione relativa alla
non autenticità del Reso sia stato condotta «ad summum gradum probabilitatis»57.
Non a torto l’anonimo recensore emunctae naris dei postumi Adversaria porsoniani,
dove la Praelectio fu pubblicata per la prima volta, nel criticare il latino non sempre
elegante 58 di Porson appuntava la sua attenzione, fra le altre cose, anche
sull’espressione gradus probabilitatis: non gli sfuggiva che Porson non faceva altro
che latinizzare la locuzione inglese degree of probability 59 , ma noi possiamo
aggiungere anche che quello dei degrees of probability è uno dei concetti cardine del
quarto libro dell’Essay lockiano 60 . Il compiuto utilizzo del metodo induttivo

54
Di Locke Porson possedeva nella sua biblioteca, oltre naturalmente all’Essay, le opere complete
in tre volumi e un volume di lavori inediti pubblicati postumi (cf. Naiditch 2011, 185: #1036;
#1037; #1038). Non va inoltre trascurata la circostanza che nel milieu universitario in cui si era
formato Porson lo studio dell’Essay, bandito da Oxford nel 1703, costituiva una parte importante
del curriculum di studi nel corso del XVIII secolo, cf. Gascoigne 1989, 7; 68; 128; 140, e
soprattutto 172 ss.; Ellis 2012, 31. Fu Charles Kidman (1663-1740), protégé di Thomas Tenison
(1636-1715), e Fellow di Corpus Christi College dal 1685, ad introdurre per primo lo studio
dell’Essay nell’Università di Cambridge, cf. Lamb 1831, 372 s.; Gascoigne 1989, 84; 160; 172.
55
Cf. Lomiento 2009, 77.
56
Cf. Monk – Blomfield 1812, 3-31.
57
Cf. Monk – Blomfield 1812, 9.
58
In verità Porson teorizzava l’utilizzo del latino esclusivamente come lingua veicolare senza
affettazioni di eleganza (cf. Butler 1822, 332-3): «when therefore we write in the Latin language,
our style should be most unambitious; we should carefully avoid all fine words and expressions,
we should use the most obvious and most simple diction; beyond this we should not aspire: if we
cannot present a resemblance, let us not exhibit a caricature»; l’affermazione fa pendant con la
seguente (Kidd 1815, 52-3): «He [scil. Dawes] wrote in his youth some Greek verses, full of
mistake in syntax and dialect, though faultless, I believe, in point of metre. But afterwards,
becoming sensible to his error, he quitted what he estemeed so idle and unprofitable a study, and
chose rather to read good Greek than to write bad».
59
Cf. Anonimo 1817, 423: «not unfrequently seems as if the thought has been conceived in English,
and then translated, not always without some labour, into Latin».
60
Per Locke la certezza (Certainty) pertiene solo all’ambito della conoscenza (Knowledge) ed è
attingibile da parte dell’uomo in maniera molto limitata (cf. Newman 2007b; Lolordo 2016, 296-
304), pertanto «in the greatest part of our Concernment, he [scil. God] has afforded us only the
twilight, as I may so say, of Probability» (Locke Essay, IV, 14, 2, 652) e «The Faculty, which
God has given Man to supply the want of clear certain Knowledge in Cases where that cannot be
had, is Judgement» (Locke Essay, IV, 14, 3, 653). Tuttavia anche se «most of the Propositions we
think, reason, discourse, nay act upon, are such, as we cannot have undoubted Knowledge of their
Truth: yet some of them border so near upon Certainty, that we make no doubt at all about them;
but assent to them as firmly, and act, according to that Assent, as resolutely, as if they were
infallibly demonstrated, and that our Knowledge of them was perfect and certain. But there being

- 194 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

presuppone, inoltre, la capacità di distinguere fra external ed internal evidence, vale


a dire fra l’evidence fornita dalle testimonianze e dall’autorità e quella derivante
dalla considerazione delle cose in sé. Tale distinzione emerge per la prima volta con
chiarezza nella Logique di Arnauld e Nicole61 e si fa strada nell’Essay lockiano62. Si
tratta, a ben vedere, dei due ‘poli’ fra cui oscilla l’applicazione del ‘metodo Porson’
(e di ogni sano metodo filologico). Porson ha buon gioco, ad esempio, nel ritorcere
il criterio di internal evidence contro le pretese prove di inautenticità del Marmor
Parium prodotte da Joseph Robertson (1726-1802)63: «If a zealous partisan of the
marble should appeal to its characters and orthography, as decisive proofs of its
being genuine, it would be proper enough to answer that these circumstances afford
no certain criterion of authenticity. But in this word certain sculks an unlucky
ambiguity. If it means demonstrative, it must be allowed that no inscription can be
proved to be certainly genuine, from these appearances; but if it means no more
than highly probable, many inscriptions possess sufficient internal
evidence to give their claim this degree of certainty [spaziato mio]»64 .
Ma ancora più interessante risulta la maniera come viene affrontata nella lettera ad
Andrew Dalzel (1742-1806) del 3 settembre 1803 65 la problematica relativa
all’assetto testuale di Soph. fr. 854 Radt, un trimetro giambico tràdito per ben tre
volte da Plutarco66 con un ordo verborum ogni volta diverso. Si tratta chiaramente di
una situazione analoga a quella delineata dai logici di Port-Royal in cui in presenza
di più testimoni che riportano versioni intrinsecamente possibili, ma confliggenti,
diviene necessario prestare attenzione alle ‘circostanze interne’ (cf. supra)67. Porson

degrees herein, from the very neighbourhood of Certainty and Demonstration, quite down to
Improbability and Unlikeliness, even to Confines of Impossibility; and also degrees of Assent
from full Assurance and Confidence, quite down to Conjecture, Doubt, and Distrust. I shall come
now […] in the next place to consider t h e s e v e r a l d e g r e e s a n d g r o u n d s o f P r o b a b i l i t y
[spaziato mio], and Assent or Faith» (Locke Essay, IV, 15, 2, 655).
61
Cf. Arnauld – Nicole, Logica, IV, 13, 378: «Per giudicare della verità di un evento, e
determinarmi a crederlo o a non crederlo, non bisogna considerarlo nudo ed in sé stesso, come
faremmo con una proposizione di Geometria, ma bisogna fare attenzione a tutte le circostanze che
lo accompagnano, tanto interne quanto esterne. Chiamo circostanze interne quelle che
appartengono al fatto stesso, ed esterne quelle che concernono le persone per testimonianza di cui
noi siamo indotti a crederlo»; Hacking 2006, 31-8.
62
Cf. Locke Essay, IV, 15, 4, 656: «The grounds of it [scil. Probability] are, in short, these two
following: First, The Conformity of any thing with our own Knowledge, Observation, and
Experience. Secondly, The Testimony of others, vouching their Observation and Experience» e
ibid., 6, 657: «Upon these grounds depends the Probability of any Proposition: And as the
conformity of our Knowledge, as the certainty of Observations, as the frequency and constancy of
Experience, and the number and credibility of Testimonies, do more or less agree, or disagree
with it, so is any Proposition in it self, more or less probable». Si veda, inoltre, Daston 1988, 193-
6.
63
[J. Robertson], The Parian Chronicle, or the Chronicle of the Arundelian Marbles; with a
Dissertation Concerning Its Authenticity, London 1788.
64
Kidd 1815, 57-8.
65
Luard 1867, 85-92: 91-2.
66
Rispettivamente Plut. De tranq. an. 7.468B; De facie in orbe lun. 7.923F; De cohib. ira 16.463E.
67
Cf. Arnauld – Nicole Logica IV, 13, 378: «In questo caso dunque bisogna stabilire come massima
certa e indubitabile che la sola possibilità di un evento non è ragione sufficiente per indurmi a
crederlo; e che io posso anche aver ragione di crederlo, anche se non giudico impossibile che sia

- 195 -
Giacomo Mancuso

procede conseguentemente all’analisi dell’internal evidence, applicando un criterio


di tipo matematico-combinatorio: le cinque parole che compongono il trimetro
ammettono 120 possibilità di combinazione, fra le 20 combinazioni atte a generare
dei trimetri vengono individuate anche quelle fornite da Plutarco. Non si tratta
solamente (come ha sottolineato la Lomiento relativamente all’utilizzo di criteri
statistici a proposito della sequenza dattilo-anapesto nell’incipit del paremiaco68) di
una testimonianza della propensione di Porson verso le scienze matematiche69, ma
dell’applicazione di criteri quantitativi per misurare la probabilità di un evento
analogamente a quanto avevano fatto per la prima volta gli autori della Logique70.
Ma è di nuovo a Locke che dobbiamo rivolgerci per rendere conto del ricorso da
parte di Porson al criterio dell’analogia: uno dei ‘marchi di fabbrica’ nel bene e nel
male del metodo filologico britannico. Così, infatti, si esprime Locke (a proposito
della possibilità di una scienza perfetta dei corpi naturali): «we can go no farther
than particular Experience informs us of matter of fact, and by Analogy to guess
what Effects the like Bodies are, upon other tryals, like to produce»71, e più avanti
nella discussione relativa a ciò che ricade al di là dei sensi nel capitolo dedicato ai
Degrees of Assent leggiamo: «Analogy in these matters is the only help we have,
and ’tis from that alone we draw all our grounds of Probability [...] a wary reasoning
from Analogy leads us often into the discovery of Thruths, and useful Productions,
which would otherwise lie concealed»72. Il ricorso all’analogia trova, tuttavia, un
limite che scaturisce dalle viscere stesse dell’approccio induttivo-probabilistico: la
probabilità non può produrre conoscenza certa 73 né portare alla formulazione di
regole o leggi che abbiano validità universale, ma solo all’individuazione di

accaduto il contrario: sicché, dei due eventi, potrò aver ragione di credere l’uno e non l’altro pur
credendoli entrambi possibili»; cf. anche supra n. 48.
68
Cf. Lomiento 2009, 79 con n. 7.
69
L’abilità matematica di Porson si era manifestata già in giovanissima età, cf. la lettera di Thomas
Hewitt († 1791) a James Lambert (1742-1823), ca. 12 marzo 1773, in Luard 1867, 131-2, in part.
132: «This boy, and one of my own generally employ one hour or two every day in mathematics,
in which science Porson had made such proficiency, before he came to me, as to be able to solve
questions out of the Ladies’ Diary, to the great astonishment of a very able mathematician in
these parts». Significativo anche quanto scrive Luard (1857, 164): «It is not difficult to trace in
Porson’s habits of thought the influence that the study of mathematics had upon him». Non va,
inoltre, dimenticato che lo zelo riformatore di Bentley si propose di fare di Trinity College il
centro scientifico dell’Università di Cambridge, cf. Gascoigne 1989, 148-55; e in generale per
l’importanza attribuita allo studio della matematica a Cambridge, cf. ibid., 7-9.
70
Cf. Arnauld – Nicole Logica, IV, 15, 385 e 16, 388-9 con Hacking 2006, 77-8; Daston 1988, 39-
40.
71
Locke Essay, IV, 3, 29, 560.
72
Locke Essay, IV, 16, 12, 665 e 666-7. Il sommario di questa sezione, inoltre, recita
significativamente: «In things which Senses cannot discover, Analogy is the great Rule of
Probability» (Locke Essay, 41).
73
Cf. Locke Essay, IV, 15, 5, 656: «Probability wanting that intuitive Evidence, which infallibly
determines the Understanding, and produces certain Knowledge, the Mind if it will proceed
rationally, ought to examine all the grounds of Probability, and see how they make more or less,
for or against any probable Proposition, before it assents or dissents from it, and upon a due
ballancing the whole, reject, or receive it, with a more or less firm assent, proportionably to the
preponderancy of the greater grounds of Probability on one side or the other»; ma si veda anche
Locke Essay, IV, 17, 16, 685.

- 196 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

tendenze generali che in alcuni casi possono anche rasentare la certezza della
dimostrazione74. Le regole avranno una portata tanto più generale quanto più ampia
e statisticamente adeguata sarà la frequenza delle osservazioni 75 ; esse però non
potranno in ogni caso avere una portata universale. Alla luce di quanto detto,
diviene chiaro il caveat porsoniano accluso alla norma che porta il suo nome: «Satis
ostendi, ut opinor, quod promisi, paucissimos Tragicorum esse versus similes Ionis
initio. Sed non ausim dicere nullos esse [spaziato mio]»76, così come la critica
rivolta ad uno dei canoni dawesiani nella già citata lettera a Dalzel77: «Dawes lays
down a rule, which, if he had been content with calling it general instead
of universal [spaziato mio], is perfectly right». Risulta, infine, del pari evidente
per quale motivo Porson si rifiuti, come rinfacciatogli da Hermann78, di chiarire le
cause che starebbero alla base delle norme da lui individuate. L’approccio
hermanniano dista toto caelo nei suoi presupposti filosofici da quello porsoniano:
per Hermann l’individuazione dei principi precede logicamente la formulazione
delle regulae metriche e grammaticali, consentendo di individuarne le cause nella
misura in cui esse contraddicano o meno tali principi definiti a priori, mentre per
Porson, nel quadro di un empirismo moderatamente scettico di ascendenza lockiana,
tale operazione appare sostanzialmente destituita di fondamento79. Analisi di questo
tipo permettono non solo di definire i contorni generali di un metodo filologico,
contribuendo alla sua comprensione, ma anche di giustificare singole scelte critico-
testuali. In un lavoro del 2006 Vittorio Citti ha, ad esempio, mostrato come
l’interpretazione dei vv. 958-60 delle Coefore eschilee proposta da Thomas Stanley


74
Cf. Locke Essay, IV, 15, 2, 655: «most of the Propositions we think, reason, discourse, nay act
upon, are such, as we cannot have undoubted Knowledge of their Truth: yet some of them border
so near upon Certainty, that we make no doubt at all about them».
75
L’esempio del re del Siam che si rifiuta di credere all’ambasciatore olandese, il quale gli racconta
che in certe occasioni nel suo paese l’acqua è talmente ghiacciata che vi si può camminare sopra
(cf. Locke Essay, IV, 16, 5, 656-7), è così commentato dalla Daston (1988, 195): «Judged solely
in light of his constant experience of liquid water, the king was right to be incredulous, but the
moral of Locke’s parable was to avoid rash generalization on the basis of limited experience». Si
rilegga quanto scrive Porson (in Luard 1867, 88-9) relativamente ai paremiaci sofoclei con incipit
dattilico: «I could easily amend, (that [it] is to say, new write) all the paroemiacs that begin with a
dactyl, because they are so very scarce; but let it be considered that the proportion of paroemiacs
to other anapaests, is scarcely one in ten, and therefore, a priori, those which begin with a dactyl,
must be rare indeed […] But the whole quantity of anapaests in Sophocles is so small, that it
would be idle to frame a Canon upon such precarious foundations».
76
Porson 1802, xxxix.
77
Luard 1867, 89.
78
Cf. n. 13 supra.
79
Cf. e.g. Locke Essay IV, 3, 29, 560: «The Things that, as far as our Observation reaches, we
constantly find to proceed regularly, we may conclude, do act by a Law set them; but yet by a
Law, that we know not: whereby, though Causes work steadily, and effects constantly flow from
them, yet their Connexions and Dependancies being not discoverable in our Ideas, we can have
but experimental Knowledge of them»; ibid., 16, 6, 661-2: «For what our own and other Men’s
constant Observation has found always to be after the same manner, that we with reason conclude
to be Effects of steady and regular Causes, though they come not within the reach of our
Knowledge».

- 197 -
Giacomo Mancuso

(1625-78) sulla falsariga di Grozio rifletta il dibattito seicentesco fra arminiani e


seguaci ortodossi della dottrina calvinista della predestinazione80.
È evidente, come sottolineato da William Calder III 81 , che l’approccio testé
delineato può essere sviluppato solamente tramite l’apporto di studiosi afferenti a
diversi ambiti disciplinari: moderne autorità negli ambiti di ricerca praticati dai
filologi oggetto di studio, che siano in grado di discriminare ciò che è ‘giusto’ da ciò
che è ‘sbagliato’, quali indirizzi di ricerca si siano rivelati forieri di ulteriori sviluppi
e quali si siano, invece, incanalati su ‘binari morti’; specialisti della storia
intellettuale dell’epoca in cui tali personaggi sono vissuti; storici della filologia
classica che siano in grado di inquadrare la posizione di uno studioso all’interno
della storia della sua disciplina e all’interno del sistema scolastico e universitario in
cui egli si è formato e ha operato. Un esempio di tale approccio multidisciplinare è
offerto dal Simposio internazionale di studi dedicato ad Hermann nel 200782, ma gli
esempi potrebbero essere moltiplicati. Di rado accade anche che vi siano studiosi in
grado di riunire in sé tutte queste competenze: debbo ancora una volta fare il nome
di Sebastiano Timpanaro che ne La filologia di Giacomo Leopardi 83 , appena
trantaduenne, lasciò stupefatta la comunità scientifica con un lavoro che coniugava
in maniera impeccabile ricostruzione intellettuale e valutazione minuta del
contributo filologico leopardiano.
Ciò che mi sono proposto di fare si iscrive in un giro di compasso molto più
limitato. Nel 1989 Naiditch dichiarava che «the history of classical scholarship is yet
in its infancy» 84 , e per certi versi ciò è ancora vero. Qualsiasi tentativo di
inquadramento di figure di filologi classici del passato, soprattutto quando si tratti di
‘stelle di prima grandezza’, presuppone preliminarmente una conoscenza quanto più
completa possibile della loro produzione scientifica: una ‘mappatura’, per così dire,
di ciò che hanno pubblicato in vita, accompagnata – laddove possibile – dallo studio
del loro Nachlaß, costituito da libri posseduti, corrispondenza, papers inediti,
materiali manoscritti e così via discorrendo. Sarebbe auspicabile possedere
bibliografie complete che consentano tanto agli studiosi di storia della filologia
classica quanto agli editori di testi critici di acquisire le informazioni loro necessarie
in maniera rapida e sicura: chi si sia confrontato, per limitarsi ad un solo esempio,
con Johann Jacob Reiske (1716-74), il maggior grecista della Germania settecen-
tesca, sa quanto sia difficile orientarsi all’interno della sua tumultuosa produzione
scientifica85. In tal senso mi sono proposto di redigere una bibliografia (per quanto
possibile) completa e annotata della produzione scientifica di Peter Elmsley 86 .
Elmsley insieme a Porson e Peter Paul Dobree (1782-1825) è fra coloro che più
hanno contributo a ‘ripulire’ i testi dei poeti drammatici: ultimo rappresentante,

80
Cf. Citti 2006a, 63-6.
81
Cf. Calder 1991, vi.
82
Sier – Wöckener-Gade 2010.
83
Timpanaro 1997 (1955).
84
Naiditch 1991, 123.
85
Su Reiske, cf. Mancuso 2014, 503-4 con la bibliografia citata nella n. 4 di p. 503, cui vanno
aggiunti Finglass 2009, 203-4; Bobzin 2003.
86
Su Elmsley, cf. Gray 1825; Burton 1827; Sandys 1908, 394-5.; Clarke 1945, 97-9; Collard 2004a.
Sugli studi di greco in Inghilterra, cf. e.g. Bywater 1919; Clarke 1945; e con particolare riguardo
a Oxford, Lloyd-Jones 1983.

- 198 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

insieme a Dobree, di una tradizione critico-testuale, tipicamente britannica, che ebbe


una momentanea battuta di arresto nel 1825, come concordemente segnalato da
Wilamowitz87 e Housman88. Basta dare una veloce scorsa agli apparati critici delle
moderne edizioni per rendersene conto. Nella recente edizione oxoniense delle
commedie di Aristofane curata da Nigel Wilson, limitatamente ai soli Acarnesi, il
nome di Elmsley, se i miei calcoli non sono sbagliati, ricorre ben 84 volte89, e le sue
proposte sono in larga parte accolte nel testo.
Se dovessi individuare lo ‘specifico’ di Elmsley all’interno della triade ideale che
lo unisce a Porson e Dobree, direi senz’altro, in primo luogo, che Elmsley, in linea
ancora una volta con l’autorevole giudizio espresso da Housman, fu soprattutto il
‘sottile grammatico’, con una tendenza ad individuare canoni grammaticali e
sintattici che risale ai Miscellanea critica (1745) di Richard Dawes (1708-66) 90, più
che il geniale congetturatore alla maniera di Porson e Dobree. Questo ovviamente
non sfuggì al maggior grecista dell’Europa continentale nell’era pre-Wilamowitz:
Gottfried Hermann. Nonostante alcuni dissensi, legati soprattutto a questioni di
metodo e conditi da parte del filologo britannico di uno humour che scivola a volte
in un devastante sarcasmo, le attestazioni di stima e il riconoscimento, in ambito
pubblico e privato, della reciproca eccellenza scientifica sono ampiamente
documentabili91. In alcuni casi si ha addirittura l’impressione che Hermann veda in
Elmsley l’unico interlocutore alla sua altezza in ambito scientifico92.
In secondo luogo, contrariamente a Porson e Dobree, Elmsley individua chiara-
mente fra i compiti di un editore quello di fornire al lettore tutti i dati utili alla
comprensione del testo: la mera emendatio non è sufficiente, essa va affiancata
all’illustratio. Siamo ovviamente lontani dalle settecentesche edizioni cum notis
variorum ricolme di indigesti materiali eruditi non sempre pertinenti e non sempre

87
Cf. Wilamowitz 1907 (1889), 227.
88
Cf. Housman 1903, xlii: «we now witness in Germany pretty much what happened in England
after 1825, when our great age of scholarship […] was ended by the successive strokes of doom
which consigned Dobree and Elmsley to the grave and Blomfield to the bishopric of Chester».
Tale posizione presuppone certamente un punto di vista che equipara la filologia alla critica
testuale; una discussione più sfumata, che finisce tuttavia per riconoscere la giustezza della
periodizzazione adottata da Wilamowitz e Housman, può leggersi in Brink 1985, 113-49.
89
Cf. Wilson 2007, I: hyp. I, *19 (l’asterisco indica gli interventi accolti nel testo), 39; vv. 2, *52,
78, *79, *84, *105, 107, *115, *127, 131, 136, 171, 178, 194, *203, *240, *256, *278, *295,
*301, *307, 323, 334, 338, 347, 348 (2x), *423, *475, *479, 483, *494, *571, *576, *588, *626,
*640, *689, *691, *717, *750 (2x), *755, *770, *781, *794, *799, *803, *810, *813, *824, 830,
*832, *868, *870, *880, *883, 900, 916, 917, *919, 927 (2x), 929, 930, 959, *960, *962, *979,
*981, 1023, *1037, 1064, *1078-80, *1102, 1128, *1150, 1165, 1178, 1222, *1231, *1232.
90
Cf. Housman 1972 (1920), 1006. Su Dawes, cf. almeno Brink 1985, 89 ss.
91
Fondamentale a riguardo Medda 2010; qualche ulteriore particolare in Mancuso 2014, 512 n. 39.
92
Così, infatti, si rivolge Hermann ad Elmsley nella già citata lettera (cf. supra e n. 22) del 10
ottobre 1820: «Sed etsi ab ea cupiditate alienissimus sum, quae laudis consequendae aut
effugiendae reprehensionis studio continetur, tamen, sum enim natura fervidior, illud me
interdum commovet, si quem, eorum potissimum, qui ingenio, doctrina, auctoritate conspicui
sunt, eam video viam ingredi, qua ad verum perveniri mea sententia nequeat. Id si mihi etiam
tecum interdum accidit, P. Elmslei, ita velim existimes, factum esse eo, quod t u h o d i e a n t e
alios, quos ego quidem norim, tuorum popularium is es, per quem litterarum
Graecarum scientia et ceperit iam magna incrementa, et multo maiora posthac
c a p e r e p o s s i t [spaziato mio]» (MS. Clar. Press d. 55, f. 65v).

- 199 -
Giacomo Mancuso

criticamente vagliati. Le tappe di questo percorso elmsleiano sono agevolmente


documentabili a partire dall’edizione degli Acharnenses (1809), in cui testo e note
vanno di pari passo e la discussione delle lezioni dei manoscritti è inglobata
all’interno delle note, sino all’Oedipus Coloneus (1823), in cui il testo è provvisto di
un apparato critico ‘secco’ e seguito da un vero e proprio commentario, che riporta
una meditata selezione di annotationes di studiosi precedenti insieme ad annota-
tiones dell’editore stesso. Assistiamo, insomma, alla nascita della moderna edizione
commentata. Il progetto è già chiaramente formulato da Elmsley nel 1811 nella
praefatio dell’Oedipus Tyrannus, laddove il filologo britannico dichiarava di essersi
proposto di produrre una edizione corredata di un delectus annotationum che tenesse
una via di mezzo fra la prolissità caratteristica delle edizioni euripidee di Lodewijk
Caspar Valckenaer (1715-85) e l'eccessiva concisione porsoniana, lamentando al
tempo stesso di non aver potuto realizzare il proprio intento a causa della mancanza
di alcuni subsidia e di una più accurata collazione dei mss. Parisini adoperati da
Richard François Philippe Brunck (1729-1803) per la sua edizione sofoclea93.
Terzo, e in ciò Elmsley si stacca significativamente sia da Porson sia da
Hermann, l’attenzione verso lo studio della tradizione manoscritta e la pratica
sistematica della recensio. Già nel 1810, nel recensire il Prometheus Vinctus
blomfieldiano su Edinburgh Review, largamente in anticipo quindi su Johan Nicolai
Madvig (1804-86) e Karl Lachmann (1793-1851)94, Elmsley fa ricorso al concetto di
archetipo nel senso tecnico utilizzato dai moderni95; e che non si tratti di un accenno
episodico, come riteneva Timpanaro 96 , è testimoniato dal fatto che la medesima
nozione ricorre nuovamente nella citata praefatio dell’Oedipus Tyrannus (1811)97, in
un articolo pubblicato su Museum Criticum nel 181598, nella praefatio all’edizione
delle Bacchae (1821)99. E ancora sempre nel 1810 Elmsley fa riferimento al procedi-


93
Cf. Elmsley 1811: #9, 3.
94
Cf. Timpanaro 2004 (1985), 66-7; 72-4.
95
Cf. Elmsley 1810: #7, 219: «All the manuscripts of Aeschylus which have yet been examinated,
are transcribed, mediately or immediately, from the same copy, which appears to have survived
alone the general wreck of ancient literature».
96
Cf. Timpanaro 2004 (1985), 27. Dalla prima edizione (1963) de La genesi del metodo del
Lachmann alla seconda (1981 e poi 1985 con correzioni e aggiunte) si assiste ad un
approfondimento sul contributo di Elmsley alla ‘genesi del metodo’, che tiene conto dei risultati
di Di Benedetto 1965. Questo comporta anche alcune difficoltà nell'impostazione storica
dell'indagine timpanariana (cf. Timpanaro 2004 [1985], 27: «Ma il desiderio di non staccare da
Bentley i suoi seguaci inglesi ci ha condotto troppo avanti nel tempo. Dovremo ora fare un passo
indietro ... », nonché l'aggiunta con il richiamo ad Elmsley nella n. 3 di p. 46 a rettifica
dell'affermazione relativa al «regresso che la metodologia della critica testuale aveva compiuto
nel primo Ottocento» [ibid., 46]; si veda in proposito Di Benedetto 2007 [2003], 132-3).
97
Cf. Elmsley 1811: #9, 4: «Veteres [scil. editiones] eum fere textum exhibent qui in plerisque
codicibus reperitur, quique proculdubio in codice ἀρχετύπῳ repertus est, unde fluxerunt omnia
hodierna exemplaria».
98
Cf. Elmsley 1815: #27, 35: «Si codex ἀρχέτυπος hujus fabulae hodie superesset, non is quidem
quem ediscendum histrionibus dedit poëta, sed is qui annis octingentis aut nongentis post
Christum natum in alicujus monasterii angulo repertus est…».
99
Cf. Elmsley 1821: #31, 3: «Sed multum abest, quin quinque hujus fabulae codices re vera inter se
diversos habeamus. Nam Florentinus recentior et uterque Parisiensis a Florentino antiquiore
derivati sunt, salvoque archetypo nullam in constituenda scriptura auctoritatem habere debent».

- 200 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

mento di eliminatio codicum descriptorum100; si dimostra consapevole che le lezioni


dei mss. vanno ‘pesate’ e non ‘contate’101; sa che i rapporti di affiliazione fra i mss.
vanno ricostruiti sulla base di comunanza in errore102. Tutto ciò non desta stupore, se
consideriamo la circostanza che Elmsley, studioso di larghi interessi103, era ben al
corrente delle problematiche della critica del testo neotestamentaria 104 . È
interessante poi notare come Elmsley si dimostri in grado di applicare tali criteri
anche alla tradizione di un testo a stampa: nel 1822, infatti, esce ad Oxford la prima
edizione critica dei due libri di Homilies, una collezione di trentatré sermoni che
sviluppano le dottrine riformate della Chiesa di Inghilterra. All’edizione è premesso
un importante ‘Advertisement’ nel quale Elmsley procede alla recensio della
tradizione a stampa delle Homilies, che vengono provviste di un apparato critico
‘secco’ analogamente a quanto avverrà l’anno successivo con la pubblicazione
dell’Oedipus Coloneus 105 . Ma, come dicevo prima, Elmsley fu anche un acuto
indagatore di manoscritti, perfettamente in grado di valutarne l’apporto in ambito
critico-testuale. Infatti, dopo la morte della madre, avvenuta nel 1816106, Elmsley


100
Cf. Elmsley 1810: #7, 219: «If that manuscript [scil. l'archetipo di Eschilo] now existed, and
could be verified, perhaps its numerous progeny might all be safely disposed of to the makers of
sky-rockets, after the example of the biblical manuscripts of the University of Alcala».
101
Cf. Elmsley 1810: #7, 219: «The concurrence, therefore, of fifty or five hundred manuscripts of
Aeschylus in the same lection, implies no more than that, in the ninth or tenth century, such a
reading was discovered in a single manuscript».
102
Cf. Elmsley 1810: #7, 220: «Of the incorrectness of the original manuscript of Aeschylus, no
other proof is requisite, than the agreement of its descendants in so many palpably erroneous
readings».
103
Cf. Gray 1825, 376: «Though Dr. Elmsley must be chiefly known to the public as a Greek critic,
it was by no means in this department of learning that his abilities and acquirements were most
extraordinary in the eyes of friends; and some of them have frequently regretted that he should
have confined himself, in what he meant for the world, to so narrow a walk as that of collating
manuscripts, and attempting to restore the text of a few tragedies».
104
D’obbligo il rinvio a Timpanaro 2004 (1985), 28-44. Elmsley conosce e cita (cf. Elmsley 1810:
#7, 219-20 n. §) la seconda edizione della traduzione inglese allestita da Herbert Marsh (1757-
1839) della Einleitung in die göttlichen Schriften des Neuen Bundes (Göttingen 17884) di Johann
David Michaelis (1717-91). Ciò si inserisce nel quadro del rilevante influsso esercitato
dall’Università di Gottinga, anche nel campo degli studi classici, sull’élite politico-culturale
britannica nel periodo in cui in virtù della ‘Personal Union’ (1714-1837) l’Elettorato di Hannover
fu unito alla corona britannica (cf. Biskup 2007; Ellis 2014; per lo specifico influsso di Michaelis,
cf. Biskup 2007, 144 ss.; Ellis 2014, 32 s.).
105
Cf. Elmsley 1822: #33 e n. 160 infra.
106
Cf. Collard 2004a, 287. Elmsley risiedette a St. Mary Cray nel Kent dal 1807 (cf. Gray 1825, 376;
Finglass 2007a, 106 n. 9) per venire incontro alle esigenze della madre e della cognata coi suoi
quattro figli (cf. la lettera inedita [Beinecke Osborne, MSS. File S, Folder 14170] di Southey alla
moglie Edith Fricker [1774-1837], 22 marzo 1808: «He [scil. Elmsley] has two nephews and two
nieces with their mother, living with him, and I believe wholly dependant on him»; presumo si
tratti della vedova e dei figli del fratello John Elmsley, morto nel 1805) al 1816. Dopo la morte
della madre Elmsley intraprese un viaggio in Italia dal quale fece presumibilmente ritorno
nell’autunno del 1817 (nel luglio del 1817, infatti, Elmsley si trova ancora a Venezia, cf. Madan
MC, 79). Nel gennaio 1818 Elmsley si trova ad Oswestry nello Shropshire (cf. la lettera da lì
indirizzata a Samuel Butler [1774-1839], datata 1 gennaio 1818, in Butler 1896, I, 146), ma a
giugno progetta già di ripartire per l’estero (cf. la lettera inedita [Bodleian Library, MS. Eng. Lett.
d. 47] di Southey a Grosvenor Charles Bedford [1773-1839], 19 giugno 1818: «Elmsley I hear

- 201 -
Giacomo Mancuso

incomincerà ad intraprendere con cadenza annuale una serie di viaggi all’estero con
lo scopo di collazionare manoscritti nelle principali biblioteche europee, soprattutto
italiane e francesi. Egli studia accuratamente e riconosce chiaramente la superiorità
del Laurenziano di Sofocle107, del quale trascriverà anche gli scoli108, che saranno
pubblicati postumi nel 1825 per le cure di Gaisford. A Roma fece per primo una
collazione accurata del Vatic. Gr. 909 di Euripide; collazionò anche il Palat. Gr. 98
e intuì la sua parentela con il Vatic. Gr. 909. E ancora il suo giudizio critico si rivela
esatto anche nella valutazione negativa di recentiores come il Vatic. Gr. 910 e il
Vatic. Gr. 1421109.
Ma oltre che nelle edizioni succitate, cui va aggiunta la Medea pubblicata nel
1818, contributi fondamentali sono disseminati nelle numerose recensioni
pubblicate da Elmsley su Edinburgh Review 110 , Quarterly Review 111 e Classical
Journal, mentre una serie di articoli di eccezionale livello scientifico apparve su
Museum Criticum; or, Cambridge Classical Researches, come recita per esteso il
titolo. Com’è noto, Classical Journal, fondato nel 1810 da Abraham John Valpy
(1787-1854), e il meno fortunato Museum Criticum, la cui pubblicazione,
patrocinata dai custodi dell’eredità scientifica di Porson, ebbe inizio nel 1813112 ,
furono i primi periodici britannici interamente dedicati ad argomenti ‘classici’113 .
Nel caso delle recensioni comparse su Edinburgh Review e Quarterly Review
bisogna fronteggiare la difficoltà costituita dalla circostanza che, secondo l’uso
corrente all’epoca, le recensioni venivano di norma pubblicate in forma anonima114,
e – come se non bastasse – tale anonimato era gelosamente custodito al punto che in

means to go abroad again, and on his return to take a house at Oxford»). Alla fine dell’agosto
1818 Elmsley si trova già nel Continente (la praefatio della Medea viene scritta ad Oxford il 1
agosto 1818 [cf. Elmsley 1818: #29, 4], ma il 27 agosto George Waddington [1793-1869] lo vede
a Parigi, cf. Grote 1873, 27-8 n. *) e si tratterrà a Firenze dall’ottobre 1818 (cf. Madan MC, 79)
per tutto l’inverno (Gaisford gli scrive a Firenze il 21 febbraio 1819, cf. Horsfall 1974, 467 e 468)
sino alla primavera dell’anno successivo (cf. infra).
107
Cf. Clarke 1945, 99.
108
La collazione degli scoli presenti nel Laurenziano ebbe luogo, secondo Gaisford (apud Elmsley
1825: #39, v), agli inizi del 1820, ma forse si può essere ancor più precisi. Di ritorno dal suo
secondo viaggio all’estero nella primavera inoltrata del 1819 (cf. Gray 1825, 376; nell’aprile 1819
Elmsley si trova ancora a Firenze dove incontra John William Ward [1781-1833], cf. Copleston
1840, 216) Elmsley partì nuovamente per l’Italia alla volta di Napoli per assistere Humphry Davy
(1778-1829) nel tentativo di srotolamento e decifrazione dei papiri di Ercolano (cf. Horsfall 1974,
474-7). Nel settembre 1819 Elmsley si trovava già a Parigi (cf. Horsfall 1974, 467). L’impresa
napoletana era, a quanto pare, già stata abbandonata alla fine del febbraio del 1820 (cf. Horsfall
1974, 476-7 n. 90), e il soggiorno fiorentino potrebbe avere avuto luogo nel marzo del 1820 o
poco prima. Da Firenze Elmsley si spostò a Torino, dove fu colto da un violento attacco di febbre
(cf. Gray 1825, 376), per far ritorno in patria verisimilmente nella tarda primavera del 1820 (cf.
Horsfall 1974, 476 n. 90).
109
Cf. Di Benedetto 1965, 11-2.
110
Su Edinburgh Review, cf. Wellesley Index, 416 ss.
111
Su questo periodico, cf. Cutmore 2007; Id. 2008.
112
Cf. Stray 2004.
113
Cf. Stray 2007, 91.
114
Per i periodici vittoriani pubblicati fra il 1824 e il 1900 si può ricorrere ai cinque volumi del
Wellesley Index to Victorian Periodicals (Toronto 1966-1988), consultabile anche on-line
all’indirizzo http://wellesley.chadwyck.com/infoCentre/about.jsp.

- 202 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

talune occasioni venivano messi in atto dei veri e propri atti di depistaggio. In alcuni
casi ci troviamo dinanzi a situazioni sconcertanti: Edmund Henry Barker (1788-
1839), ad esempio, giunse al punto, a quanto pare, di pubblicare elogiative auto-
recensioni, facendosi passare per Monk 115 ; in altri casi ci troviamo di fronte a
recensioni scritte ‘a quattro mani’: un articolo pubblicato anonimo nel 1821 su
Quarterly Review in risposta all’incoerente diatriba di Barker contro Blomfield116,
dopo la devastante recensione di quest’ultimo 117 della riedizione del Thesaurus
Graecae Linguae dello Stephanus, patrocinata da Valpy e curata da Barker 118 , è
frutto degli sforzi congiunti di Blomfield e Monk119. Di fronte ad una situazione del
genere non sono utili nemmeno le indicazioni, pubbliche o private, dei
contemporanei, che talora si ingannano sulla reale identità degli autori. Basarsi
inoltre solamente su criteri di evidenza interna, può risultare pericoloso:
identificazioni basate esclusivamente sullo stile di una recensione possono portare a
prendere veri e propri abbagli. Anche se in alcuni casi sussistono dei ‘marchi di
fabbrica’ che rendono probabili talune attribuzioni: l’avventato congetturalismo, ad
esempio, rende abbastanza riconoscibili i lavori di George Burges (1786?-1864) 120 ,
ma non era caratteristica esclusivamente sua. A tal proposito due risultano essere i
criteri più affidabili: da un lato l’identificazione di auto-citazioni degli autori
relative a lavori di certa attribuzione; dall’altro il ricorso all’evidenza esterna
costituita dalla corrispondenza o da carte e materiali di lavoro privati.
E con un breve accenno a quanto conosciamo sul Nachlaß di Elmsley mi avvio
verso la conclusione del mio intervento. Esso può essere suddiviso in tre gruppi.
Nel primo gruppo rientra la corrispondenza di Elmsley, edita o parzialmente edita
solo in piccola parte. Un nucleo consistente di lettere, di rilevante interesse per i
nostri studi dal momento che fra i corrispondenti figurano Gaisford, Monk e
Blomfield, è conservato presso l’archivio della Westminster School di Londra, dove
Elmsley aveva studiato prima di passare ad Oxford. Carte e lettere di Elmsley
furono donate alla scuola nel 1944121. Il primo a farne uso è stato Nicholas Horsfall
in un articolo del 1974, fornendo stralci delle lettere più interessanti. Riferimenti a
tali materiali ricorrono, inoltre, in più recenti lavori di Christopher Stray122. A ciò va
aggiunta la corrispondenza con Charles Watkin Williams Wynn (1775-1850), amico
insieme a Robert Southey di Elmsley sin dai tempi della scuola (Elmsley e Southey
erano coetanei, mentre Wynn era più piccolo di un anno), conservata presso la
Biblioteca Nazionale del Galles, e quella con l’editore e bookseller edimburghese
William Laing (1764-1832), detenuta dalla Biblioteca Universitaria di Edimburgo.
Di entrambe si è servito in tempi recenti Patrick J. Finglass123. Jonathan Cutmore124,

115
Cf. Monk a Blomfield, 7 gennaio 1813, in Stray 2004a, 295 s.; Stray 2007, 91 e 234 n. 17.
116
Si tratta della replica a E.H. Barker, Aristarchus Anti-Blomfeldianus …, London 1820, comparsa
in Quarterly Review, vol. 24, n. 48, January 1821, 376-400, cf. Cutmore 2008, 163: #571.
117
Quarterly Review, vol. 22, n. 44, January 1820, 302-48, cf. Cutmore 2008, 159: #525.
118
Cf. brevemente Stray 2004b.
119
Cf. Stray 2007, 92; Cutmore 2008, 163: #571.
120
Cf. n. 153 infra.
121
Cf. Horsfall 1974, 449.
122
Cf. e.g. Stray 2007.
123
Finglass 2007a.
124
Cutmore 2007; Id. 2008.

- 203 -
Giacomo Mancuso

si è potuto, invece, avvalere dei materiali contenuti nell’archivio di John Murray II


(1778-1843), editore di Quarterly Review, conservato insieme a tutto l’archivio della
casa editrice presso la Biblioteca Nazionale di Scozia.
Nel secondo gruppo rientra una serie, piuttosto eterogenea ma molto interessante,
di materiali costituiti da taccuini, bozze di stampa, lettere etc. conservata alla
Bodleiana di Oxford. Si tratta di un insieme di materiali manoscritti e a stampa,
posseduti o compilati da orientalisti e classicisti del XVIII e del XIX sec., che la
Clarendon Press depositò sotto forma di prestito revocabile presso la Bodleiana nel
1885. Tale prestito fu trasformato definitivamente in donazione nel 1922 125 . Tali
materiali rilegati costituiscono la collezione dei MSS. Clarendon Press. Una nutrita
serie di mss. proviene dalla carte di Elmsley e necessita ancora di uno studio
accurato 126 . Mi limito a segnalare la presenza probabile di note all’Elena di
Euripide 127 , forse un’edizione dei frr. del Fetonte euripideo 128 , un progetto di
edizione dei frr. di Eupoli e Cratino129, ma molto altro ancora resta da studiare.
Infine, i libri provenienti dalla biblioteca di Elmsley. Com’è naturale aspettarsi,
una nutrita serie di volumi appartenuti al filologo britannico è stata ceduta alla
Bodleiana, ma altri hanno preso altre strade130. Una ricognizione dei marginalia e
delle congetture annotate da Elmsley nei volumi conservati alla Bodleiana è stata
effettuata in un articolo del 2007 da Finglass131: si tratta di un’attività che merita
certamente di essere continuata. Forse in questi ultimi anni la storia degli studi, per
tanti materia vitanda, comincia finalmente ad uscire dall’ ‘infanzia’ in cui l’aveva
relegata Naiditch nel 1989.


125
Cf. Clapinson – Rogers 1991, 62.
126
L’elenco in Clapinson – Rogers 1991, 64.
127
Cf. n. 153 infra.
128
MS. Clar. Press d. 30, ff. 322-7, cf. Madan MC, 85.
129
MS. Clar. Press d. 30, ff. 484-531v, cf. Comentale 2016.
130
È il caso, ad esempio, di volumi appartenuti ad Elmsley (con presenza in alcuni casi di marginalia
elmsleiani che andrebbero ispezionati) conservati presso la National Art Library, V & A Museum
di Londra e provenienti dai libri donati da Alexander Dyce (1798-1869), cf. Dyce Collection, I,
256, 294; II, 315.
131
Cf. Finglass 2007b. Ma in alcuni casi sembrano necessarie delle rettifiche. Ho verificato, ad
esempio, che le tre congetture ‘inedite’ alla Medea di Euripide (cf. Finglass 2007b, 745) sono
tutte già presenti nell’edizione elmsleiana del 1818: Eur. Med. 753 ἐμμενεῖν congettura già
pubblicata da Elmsley (1818: #30, 39), il quale tuttavia riconosce la priorità di Gottfried Heinrich
Schaefer (1746-1840), cf. Elmsley 1818: #30, 193: «Scripsi ἐμμενεῖν, ex emendatione meane
dicam an Schaeferi? Ambo enim in eam incidimus, sed ille prior occupavit»; Eur. Med. 1281 ὃν,
cf. Elmsley 1818: #30, 58 e 273: «dedi ὃν ἔτεκες, auctore Seidlero»; Eur. Med. 1290 δῆτ’, cf.
Elmsley 1818: #30, 58 e 275: la paternità dell’intervento va sottratta quindi ad Hermann (1822) e
restituita ad Elmsley.

- 204 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

II

BIBLIOGRAFIA DI PETER ELMSLEY

Si quid abest numero, lector, candidus imperti

1803132

1. [P. Elmsley], rec. di D. Wyttenbach, Plutarchi Chaeronensis ‘Moralia’…,


Oxonii 1795-1802, Edinburgh Review, vol. 2, n. 3, April 1803, 216-29133.

2. [P. Elmsley], rec. di C.G. Heyne, Homeri ‘Carmina’…, Londini 1802,


Edinburgh Review, vol. 2, n. 4, July 1803, 308-29134.

3. [P. Elmsley], rec. di J. Schweighäuser, Athenaei Naucratitae ‘Deipnoso-


phistarum libri quindecim’ …, Argentorati 1801, Edinburgh Review, vol. 3, n.
5, October 1803, 181-94135.

1804

4. [P. Elmsley], Thucydides Graece et Latine. Accedunt Indices, ex editione Wasii


et Dukerii, Edinburgi, excudebat Gulielmus Laing, 1804 (6 voll. in 8vo)136.

132
In una lettera a Wynn, Edinburgh, 10 giugno 1803 (in Finglass 2007a, 107), Elmsley fa
riferimento ad una edizione della Medea di Euripide («I have printed an Edition of the Medea of
Euripides, by way of experiment»), cf. Finglass 2007a, 112.
133
Cf. Burton 1827, 288; Wellesley Index, 432: #77.
134
Cf. Burton 1827, 288; Wellesley Index, 432: #83.
135
Cf. Wellesley Index, 433: #115. Nella lettera di Elmsley a William Gifford (1756-1826), 18
dicembre 1811 (in Horsfall 1974, 456-7: 456), l’articolo «on the same subject» cui fa riferimento
Elmsley non può essere (così Horsfall, ibid., 456 n. 29) la recensione dell’Ateneo di
Schweighäuser; si tratta piuttosto della recensione del Prometheus Vinctus di Blomfield, come si
ricava inequivocabilmente da [Monk] a Elmsley, 27 dicembre 1811 (in Horsfall, ibid., 457-8:
457); Elmsley a Butler, St. Mary Cray, ottobre 1813 (in Butler 1896, I, 64 s.). In Quarterly
Review, vol. 5, n. 9, February 1811, 207 Monk (per l’attribuzione, cf. Cutmore 2008, 118: #138)
allude a questa recensione, facendo intendere che Elmsley avrebbe ‘plagiato’ alcune congetture di
Porson, provocando l’indignazione di quest’ultimo. Si tratta, in verità, solamente di tre congetture
(Ath. 3.34.87F, 64.105B, 70.107F; cf. Rogers 1910, 192-4). Elmsley si difende dichiarando che le
emendazioni «occurred to me before I heard them from Mr. Porson» (cf. Horsfall 1974, 457), ed
in effetti «these three emendations are of the most obvious character, and would naturally suggest
themselves to any ordinary scholar» (così Rogers 1910, 193). Elmsley potrà essere accusato,
quindi, tutt’al più di superficialità, ma non di malafede. La vicenda è accuratamente ricostruita da
Horsfall (1974, 455-60). Posso solo aggiungere che la difficoltà nei rapporti fra Porson ed
Elmsley è confermata, oltre che dalle voci messe in giro dai populares di Porson, dalla seguente
affermazione di Elmsley, il quale nel rifiutare la proposta di Laing di continuare l’edizione
erodotea incominciata da Porson fa riferimento anche ad «a feeling of delicacy with respect to
Porson, which is founded on particular circumstances which it is unnecessary to develope»
(Elmsley a Laing, 29 aprile 1805, in Finglass 2007a, 115).
136
All’opera avrebbe dovuto far seguito un volume contenente un «variantium lectionum et
annotationum delectum» (cf. la p. v della praefatio, siglata P.E.), che pare non abbia mai visto la

- 205 -
Giacomo Mancuso

1805/6

5. [P. Elmsley], Sophocles. Works, vol. I137.

1809

6. [P. Elmsley], Aristophanis comoedia ‘Acharnenses’ in usum studiosae


juventutis emendata et illustrata, excudebat Samuel Collingwood, Oxonii
1809138.

Una editio nova indicibusque instructa uscì a Lipsia nel 1830 (sumptibus G. Nauckii).
L’editore, che si sigla Ed.[itor] Lips.[iensis] (cf. p. 40: potrebbe trattarsi di Karl Wilhelm
Dindorf [1802-1883]), si limita ad aggiornare le citazioni secondo edizioni più recenti e ad
inserire loco suo quanto nell’edizione oxoniense era contenuto in un Auctarium annotationum
(pp. 113 ss.). Non sarà un caso che fra le poche copie dell’edizione inglese conservate nelle
biblioteche del Continente (ne ho reperito tre in tutto attraverso la consultazione dei cataloghi
elettronici) una sia conservata nella Biblioteca Universitaria di Lipsia (Poet. gr. 472-a):
potrebbe trattarsi della copia di Hermann (cf. Catalogus bibliothecae Godofredi Hermanni,
Lipsiae 1854, p. 7: #346). Prima che Hermann ed Elmsley incominciassero a corrispondere nel
1820, alcuni lavori di Elmsley erano già giunti nella mani del filologo di Lipsia per il tramite di
E.V. Blomfield (cf. Blomfield 1863, I, 28 s.; Horsfall 1974, p. 469 e supra n. 24).


luce, cf. Finglass 2007a, 112, e in generale su questa edizione ibid., 111 s. Una breve recensione
anonima in Annual Review, and History of Literature, vol. 3, 1804 (London 1805), 331.
137
Di questa edizione, successivamente soppressa dall’autore, rimane attualmente una sola copia
incompleta (British Library, C. 28.i.12). Il titolo riportato sopra riproduce quello presente sul
dorso del volume. Di una seconda copia presente nella biblioteca di John Ireland (1761-1842),
Dean of Westminster dal 6 febbraio 1816, si sono perse le tracce. Per ulteriori dettagli, cf.
Finglass 2007a. Alla documentazione fornita da Finglass si può aggiungere anche la lettera di
Southey a John Rickman (1771-1840), 8 aprile 1803 (in Curry 1965, I, 310 s.): «Elmsley, whom
you saw at my rooms, is editing Sophocles at Edinburgh».
138
L’edizione non riscosse successo al punto che sembra non sia stata nemmeno adeguatamente
recensita (una recensione affidata a John Davison [1777-1834] per Quarterly Review, non vide la
luce, cf. William Gifford [1756-1826] a Copleston, 12 febbraio 1812, indicazione di Christopher
Stray) e ben presto divenne introvabile. Che Elmsley cercasse di ritirare dal commercio tutte le
copie con l’intenzione di sopprimerla (Burton 1827, 284; Sandys 1908, 394) è contraddetto dalla
circostanza che Elmsley nel 1813 si lamentava con Monk e Gaisford della scarsità delle vendite
(cf. Horsfall 1974, 461). Ma se la storia della soppressione sarà nata dalla scarsità delle vendite
(Rogers 1910, 191-2; Horsfall 1974, 461), delle due motivazioni addotte (plagio o
insoddisfazione) per tale soppressione la seconda (Burton 1827, 284; Rogers 1910, 191-2) coglie
in qualche modo nel segno. Nella già citata lettera del 10 ottobre 1820 (cf. supra) Hermann scrive
a Elmsley: «In Acharnenses tuos severius et iniquius animadvertisti. Nam quis nostrum est qui
non quotidie, ne dicam post aliquot annos, retractet scripta sua, et alia indicta, alia aliter dicta, alia
abolita vellet. Mei quidem populares valde queruntur, quod neque Acharnenses neque Heraclidae
emi possunt» (MS. Clar. Press d. 55, f. 67v). L’accusa di plagio sarà stata dovuta alla presenza
nelle note di congetture ad altri drammi che coincidono con quelle di Porson (un esempio è la
correzione a Plat. Com. fr. 201, 4 K.-A., cf. Dobree 1820, 111) e portata avanti forse da Dobree,
almeno privatamente (cf. Clarke 1945, 228; Collard 2004b, 244: «His pietas extended to
perpetuating Porson’s own suspicion that the young Peter Elmsley had purloined some of his
conjectures»), dal momento che i rapporti con Monk e Blomfield erano migliorati già da molto
tempo. Dobree è il grande assente dalla corrispondenza elmsleiana conservata presso la
Westminster School (cf. supra).

- 206 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

1810

7. [P. Elmsley], rec. di C.J. Blomfield, Aeschyli ‘Prometheus Vinctus’…,


Cantabrigiae 1810, Edinburgh Review, vol. 17, n. 33, November 1810, 211-
42139 (ibid., p. 252 una nota presumibilmente di Elmsley140).

La recensione è ristampata in calce all’editio emendatior del Prometheus Vinctus pubblicata a


Lipsia nel 1822 (pp. 161-94).

1811

8. [P. Elmsley], Appendix [a Elmsley 1810: #7, cf. supra], Edinburgh Review, vol.
17, n. 34, February 1811, 491-4141.

9. Sophoclis ‘Oedipus Tyrannus’ ex recensione Petri Elmsley qui et annotationes


suas adjecit, Oxonii, typis academicis, impensis auctoris, 1811142.
Una editio auctior indicibusque instructa dell’Oedipus Tyrannus fu pubblicata a Lipsia nel
1821 (sumptibus C.H.F. Hartmanni) per le cure di W. Dindorf 143 : essa contiene numerose


139
Cf. Elmsley a Butler, St. Mary Cray, ottobre 1813 (in Butler 1896, I, 88.); Wellesley Index, 447-8:
#542.
140
Cf. Wellesley Index, 448.
141
Cf. Elmsley a Butler, St. Mary Cray, 3 febbraio 1811: «I am about to send to Jeffrey a few
additions to my article on the Prometheus, to be inserted in the next number by way of appendix»
(Butler 1896, I, 64); Wellesley Index, 447-8: #542. Può risultare utile riportare il seguente
passaggio dalla lettera di Elmsley a Butler dell’ottobre 1813 (in Butler 1896, I, 88) : «It is now
two years since I sent an article to the Edinburgh Review (the last article I sent was inserted
several months after it was sent), and I am not likely to send another. The irreligious tone of the
Review and the Jacobinism of some of its articles have compelled me to withdraw from it. When
I sent my review of Blomfield’s Prometheus, which is printed in the thirty-fourth number [immo
33], I had contributed nothing to the Review since the fifth number». Ne ricaviamo che fra la
recensione dell’Ateneo di Schweighäuser e quella del Prometeo di Blomfield Elmsley non aveva
contribuito alla rivista.
142
All’edizione Elmsley lavorava già nell’estate del 1810, cf. Gaisford a Elmsley, 17 giugno 1810
(in Finglass 2007a, 110). Essa uscì nell’agosto del 1811, come si ricava dalla data (1 agosto 1811)
posta in calce alla prima praefatio della terza edizione (Elmsley 1825: #37, xi), che riproduce la
praefatio della prima edizione nella quale, però, la data era assente. Si veda anche la lettera di
Elmsley a Butler, Llangedwin, Oswestry, 17 agosto 1811 (in Butler 1896, I, 71): «Next week I
shall publish a little Oedipus Tyrannus». Nel novembre dello stesso anno Elmsley si rivolge a
Butler affinché si adoperi perché qualche ‘porsoniano’ accetti di recensire l’edizione (cf. Elmsley
a Butler, 14 novembre 1811, in Butler 1896, I, 71). Ed effettivamente, Horsfall (1974, 452) cita
una lettera di Blomfield a Elmsley del 1 dicembre 1812, nella quale Blomfield informa Elmsley
che recensirà l’Oedipus Tyrannus. Il progetto non andò in porto, cf. Blomfield a Elmsley, 24
luglio 1812 (in Stray 2007, 237 n. 69). Le note risultano «more concise than to any other play
which he published» (così Burton 1827, 284), ma è lo stesso Elmsley nella praefatio (p. 11) a
dichiarare: «Multa ad hanc fabulam spectantia, quae inter legendum observaveram, et in
adversaria mea retuleram, omittere coactus sum, cum semel pro justo volume, quod meditabar,
parvum libellum edere decrevi».
143
Cf. e.g. gli addenda (p. 94: annotatio ad v. 1094; 95 annotatio ad v. 1137), siglati G.[uilielmus]
D.[indorfius].

- 207 -
Giacomo Mancuso

aggiunte derivanti sia da collazioni di mss. sia da annotazioni di vari studiosi (cf. la praefatio di
Dindorf, xvi-xxxii). Una terza edizione rivista da Elmsley uscì ad Oxford nel 1825 (cf. infra).

10. [P. Elmsley], rec. di R. Porson, Euripidis ‘Hecuba’…, Londini 18083,


Edinburgh Review, vol. 19, n. 37, November 1811, 64-95144.

1812

11. [P. Elmsley], rec. di Edward Hyde, Earl of Clarendon, Religion and the Policy,
and the Countenance and Assistance each should give the other …, Oxford
1811, Edinburgh Review, vol. 19, n. 38, February 1812, 435-65145.

12. P. E.[lmsley], Classical Criticism, Classical Journal, vol. 5, n. 9, March 1812,


179-80146.

13. P. E.[lmsley], Classical Criticism, Classical Journal, vol. 5, n. 9, March 1812,


202147.

14. P. E.[lmsley], Classical Criticism, Classical Journal, vol. 5, n. 10, June 1812,
334-5148.

15. P. E.[lmsley], On the Date of the Clouds of Aristophanes, Classical Journal, vol.
6, n. 11, 135-8149.

16. P. E.[lmsley], Classical Criticism, Classical Journal, vol. 6, n. 11, September


1812, 221-3.

17. [P. Elmsley], rec. di J. Markland, Euripidis ‘Supplices Mulieres’, ‘Iphigenia in


Aulide et in Tauris’, …, Oxonii 1811, Quarterly Review, vol. 7, n. 14, June
1812, 441-66150.

144
Cf. Elmsley a Butler, 14 novembre 1811 (cf. Stray 2007, 234-5 n. 30); Wellesley Index, 449:
#579. Il MS. Clar. Press d 30, ff. 4 ss. contiene la redazione originale della recensione insieme ai
relativi materiali preparatori «and parts of a review of that Review, in some points controverting
it» (così Madan MC, 85).
145
Cf. Gray 1825, 375; Elmsley a Butler, 14 novembre 1811 (cf. Stray 2007, 234-5 n. 30); Wellesley
Index, 449: #595. Si tratta dell’ultimo contributo alla rivista: sarà questo con ogni verisimiglianza
«the last article» cui fa riferimento Elmsley nella lettera a Butler dell’ottobre 1813 (Butler 1896, I,
88). Su questo articolo, cf. Stray 2007, 101.
146
Cf. Burton 1827, 289. La nota reca in calce la data febbraio 1812.
147
Cf. Elmsley 1812: #16, 223.
148
Cf. Elmsley 1814: #24, 58; Burton 1827, 289.
149
Cf. Burton 1827, 289.
150
Cf. Cutmore 2008, 126: #206. Alla documentazione riportata da Cutmore si può aggiungere una
lettera inedita di Southey a Herbert Hill (1749-1828), 16 agosto 1812 (Keswick Museum and Art
Gallery). Si tratta dell’unico contributo di Elmsley alla rivista, cf. Elmsley a Butler, St. Mary
Cray, ottobre 1813 (in Butler 1896, I, 88): «I have written one article in the Quarterly, but I have
private and personal reasons for not contributing to it again, at least at present»; Stray 2007, 102 e
237 n. 76. A tale recensione rimanda Elmsley 1815: #27, 27.

- 208 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

18. [P. Elmsley], Appendix [a Elmsley 1812: #17, cf. supra], Quarterly Review, vol.
8, n. 15, September 1812, 229-30151.

1813

19. [P. Elmsley], Letter to the Editor, The Gentleman's Magazine and Historical
Chronicle, vol. 83.1, January 1813, 33152.

20. Euripidis ‘Heraclidae’ ex recensione Petri Elmsley qui annotationes suas et


aliorum selectas adjecit, Oxonii, excudebat Samuel Collingwood, sumptibus
Joannis Murray, 1813153.

Una editio auctior indicibusque instructa fu pubblicata a Lipsia nel 1821 (sumptibus C.H.F.
Hartmanni), per le cure di W. Dindorf, come si ricava dal monitum (p. iii) premesso alla editio


151
Cf. Elmsley 1813: #23, 417-8: «Some additional emendations [scil. a Elmsley 1812: #17] were
proposed in the fifteenth Number».
152
Lettera firmata ‘Graeculus’; per l’identificazione, cf. Stray 2007, 234 n. 17.
153
A differenza degli Acharnenses e dell’Oedipus Tyrannus, l’edizione degli Heraclidae non passò
inosservata. Tre le recensioni dell’edizione elsmleiana apparse a breve distanza dalla sua
pubblicazione: si tratta di recensioni anonime, la cui paternità, tuttavia, è agevolmente
rintracciabile. La prima, di carattere meramente informativo, fu pubblicata in Museum Criticum,
n. 1, May 1813, 134-7, e può essere attribuita con certezza a Monk, come si ricava dalle lettere di
Monk a Elmsley del 14 febbraio 1813 (cf. Horsfall 1974, 450) e del 16 maggio 1813 (Christopher
Stray, per litt. electr. 5 luglio 2012). Al termine della recensione (p. 137) Monk informa che «Mr.
Elmsley intends to publish the Helen with notes upon the same plan as the Heraclidae, with
which it is to form an uniform volume». Il progetto di pubblicare l’Elena euripidea, al quale si
riferisce lo stesso Elmsley in una lettera a Blomfield dell’8 febbraio 1813 (Bodley MS. Autogr. d.
24, ff. 150 s.; cf. Finglass 2007b, 746) evidentemente non andò in porto; alcuni materiali
preparatori sono tuttavia presenti fra le carte elmsleiane conservate alla Bodleiana: note all’Elena
sono conservate in MS. Clar. Press d. 30, ff. 133-321 (cf. Madan MC, 85; Finglass 2007b, 745 n.
25 con una indicazione leggermente diversa: ff. 130-82, 215-318) e forse anche in MS. Clar.
Press d. 27, ff. 562-5 (cf. Madan MC, 82: «“Scholia in Helenam” Euripidis», ma si tratterà
verisimilmente di note di pugno di Elmsley); ad un torno di tempo successivo vanno invece
riferite le collazioni dei Parisini Graeci 2887 e 2817, e del Laurentianus 32, 2, presenti in MS.
Clar. Press d. 28, ff. 271, 302, 332 (cf. Madan MC, 83; ma Finglass 2007b, 745 con n. 25 fa
riferimento anche alla presenza di note ai ff. 267-364). La seconda, più corposa, recensione
comparve in Quarterly Review, vol. 9, n. 18, July 1813, 348-66, ed è attribuibile con certezza a
Blomfield (cf. Cutmore 2008, 130: #250); Blomfield riconosce definitivamente la statura
filologica di Elmsley (p. 366): «An attentive perusal of Mr. Elmsley's publications has convinced
us, that he has studied the remains of the Greek theatre with greater accuracy and attention than
almost any scholar of his own or former time» (interessante quell'«almost», che andrà riferito in
prima istanza a Porson). Meno elogiativa la recensione di George Burges (1786-1864),
caratterizzata dal solito avventato congetturalismo, comparsa in ‘due puntate’ in Classical
Journal, vol. 7, n. 14, June 1813, 298-307 e vol. 8, n. 16, December 1813, 391-403. Anche questa
recensione, come la altre due, è anonima, ma l'autore vi fa riferimento (p. 391) alla p r o p r i a
recensione (Classical Journal, vol. 1, n. 1, March 1810, 16-36, con prosieguo in Classical Journal,
vol. 2, n. 3, September 1810, 461-72) dei primi due volumi dell'edizione eschilea di Butler
(Cambridge 1809), riconducibile a Burges attraverso altre autocitazioni (cf. West 1990, 368 n.
45). Dalla succitata lettera di Elmsley a Blomfield, 8 febbraio 1813, apprendiamo che era stato lo
stesso Elmsley a chiedere che la recensione fosse affidata a Burges.

- 209 -
Giacomo Mancuso

altera di Medea ed Heraclidae, pubblicata postuma ad Oxford nel 1828 (cf. infra). Dindorf
inserisce loco suo gli addenda contenuti nelle 134-43.

21. P. E.[lmsley], rec. di G. Hermann, Euripidis ‘Hercules Furens’, Lipsiae 1810,


Classical Journal, vol. 8, n. 15, September 1813, 199-218154.

22. P. E.[lmsley], Carmen antistrophicum ex Aristophanis Lysistrata, Museum


Criticum, n. 2, November 1813155, 177-80.

23. P. E.[lmsley], rec. di G. Hermann, Euripidis ‘Supplices’, Lipsiae 1811,


Classical Journal, vol. 8, n. 16, December 1813, 417-40 [1a parte]156.

1814

24. P. E.[lmsley], rec. di G. Hermann, Euripidis ‘Supplices’, Lipsiae 1811,


Classical Journal, vol. 9, n. 17, March 1814, 49-64 [2a parte].

25. P. E.[lmsley], Notes on the Ajax of Sophocles, Museum Criticum, n. 3, April


1814, 351-69 [1a parte].

26. P. E.[lmsley], Notes on the Ajax of Sophocles, Museum Criticum, n. 4,


December 1814, 469-88 [2a parte]157.

1815

27. P. E.[lmsley], Annotatio in Euripidis Medeam ex recensione Ric. Porsoni,


Museum Criticum, n. 5, June 1815, 1-44.

1816

28. P. E.[lmsley], Annotatio in Euripidis Iphigeniam Tauricam ex recensione Aug.


Seidleri, Museum Criticum, n. 6, May 1816, 273-307.

29. P. Elmsley, Emendationes ad Archilochum, in T. Gaisford, Poetae minores


Graeci, vol. II, Oxonii 1816, xxxviii-xxxix.


154
Cf. Elmsley 1813: #23, 417.
155
Per la datazione dei singoli numeri di Museum Criticum, cf. Stray 2004, 298-9.
156
Già preannunciata in Elmsley 1813: #21, 205: «a copy of the Supplices is now before us, and may
possibly make the subject of an article in some future number of the Classical Journal».
157
In calce alla recensione (p. 488) Elmsley annuncia la pubblicazione di «additional remarks» in «a
future Number»: non ne ho trovato traccia.

- 210 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

1818

30. Euripidis ‘Medea’. In usum studiosae juventutis recensuit et illustravit Petrus


Elmsley, Oxonii, apud J. Parker, et Londini apud T. Payne et H. Foss, 1818158.

Una riedizione fu pubblicata a Lipsia nel 1822 (sumptibus C.H.F. Hartmanni) con l’aggiunta
delle annotationes di Hermann (cf. n. 158 infra). Una postuma editio altera comprendente
anche gli Heraclidae uscì a Oxford nel 1828 (cf. infra).

1821

31. Euripidis ‘Bacchae’. In usum studiosae juventutis recensuit et illustravit Petrus


Elmsley, Oxonii, e typographeo Clarendoniano, 1821159.

Una editio auctior indicibusque instructa fu stampata (sumptibus C.H.F. Hartmanni) a Lipsia
nel 1822. Ad essa sono acclusi degli addenda (pp. 175-6) tratti da Graecae Tragoediae
principum, Aeschyli, Sophoclis, Euripidis, num ea quae supersunt, et genuina omnia sint, et
forma primitiva servata, an eorum familiis aliquid debeat ex iis tribui di August Böckh
(Heidelbergae 1808, 297 e 306 ss.).


158
L’edizione esibisce i frutti delle ricerche compiute da Elmsley in Vaticana durante la ‘trasferta’
italiana del 1816-7 (cf. n. 106 supra e Di Benedetto 1965, 11-2). Materiali preparatori e collazioni
si rinvengono nei MSS. Clar. Press d. 52 ff. 361 ss. (cf. Madan MC, 123); Clar. Press d. 55, ff. 28
ss. (cf. Madan MC, 126). Alla Medea Hermann dedicò una magistrale recensione apparsa in più
‘puntate’ su Classical Journal: vol. 19, n. 38, June 1819, 267-89; vol. 21, n. 42, June 1820, 338-
57; vol. 22, n. 44, December 1820, 402-28. Una quarta parte fu aggiunta in occasione della
riedizione lipsiense della Medea nel 1822, 384-407. La recensione confluirà nel terzo volume
degli Opuscula hermanniani (Lipsiae 1828, 143-261).
159
Le collazioni relative alle Bacchae si possono reperire nei MSS. Clar. Press d. 26, ff. 3, 13, 45, 53
(cf. Madan MC, 81); Clar. Press d. 28, ff. 163 ss.: collazioni dei Parisini Graeci 2887 e 2817, cf.
Madan MC, 83. Nella collazione del Palat. Gr. 287 Elmsley fu assistito da Girolamo Amati
(1768-1834), scriptor Graecus della Vaticana (cf. Elmsley 1821: #31, 4; Robert Finch [1783-
1830] a Elmsley, 6 luglio 1819, in Horsfall 1974, 468); la collazione di Amati è contenuta in MS.
Clar. Press d. 26, ff. 327 ss. (cf. Madan MC, 81). Una recensione anonima fu pubblicata in
Classical Journal, vol. 23, n. 46, June 1821, 397-409. Se Dobree è l’autore della recensione
anonima all’Oedipus Coloneus, pubblicata su Classical Journal, vol. 28, n. 56, December 1823,
356-63 (cf. n. 162 infra), la circostanza che in essa (p. 356) egli faccia riferimento alla recensione
delle Bacchae porterebbe alla conclusione che Dobree sia anche autore di quest’ultima. Un
ulteriore indizio parrebbe costituito dal fatto che il recensore (pp. 398-9) apprezzi le lodi che
Elmsley (p. 10) rivolge a Burges, «vetus et probatus amicus» di Dobree (cf. Dobree 1820, v). Non
ho riscontrato ‘punti di contatto’ con gli adversaria di Dobree alle Baccanti, ma essi sembrano
precedere l’edizione elmsleiana, dal momento che vi si trovano riferimenti solamente alla
precedenti edizioni di Elmsley (Acharnenses, Heraclidae, Medea), cf. Dobree 1833, 95-9. Una
seconda recensione fu pubblicata da Blomfield in Museum Criticum, n. 8, May 1826, 643-71 (la
recensione è anonima; che sia di Blomfield, si ricava dalle lettere di Blomfield a Elmsley del 12
novembre 1821 e del 29 novembre 1823, Elmsley’s papers, Westminster School, cf. n. *).

- 211 -
Giacomo Mancuso

32. P. E.[lmsley], Varietas scripturae in Aeschyli Agamemnone ex codice MS. olim


Farnesiano, nunc Regio Neapolitano, signato I. E. 5., Museum Criticum, n. 7,
November 1821, 457-71160.

La collazione fu ristampata nella terza edizione auctior dell’Agamennone di Blomfield (pp.


297-311).

1822

33. [P. Elmsley], Certain Sermons or Homilies appointed to be read in churches in


the time of the late Queen Elizabeth of famous memory. And now thought fit to
be reprinted by authority from the King’s most excellent Majesty. A New
Edition, Oxford, at the Clarendon Press, 1822161.

34. [P. Elmsley], Thomae Tyrwhitti conjecturae in Aeschylum, Euripidem et


Aristophanem. Accedunt epistolae diversorum ad Tyrwhittum, Oxonii, e
typographeo Clarendoniano, 1822162.

35. [P. Elmsley], Joannis Caravellae Epirotae ‘Index Aristophanicus’ ex codice


Bodleiano olim Askeviano nunc primum editus, Oxonii, e typographeo
Clarendoniano, 1822.

Del libro Elmsley fece dono ad Hermann unitamente al #34 (cf. Hermann ad Elmsley, 31 luglio
1823, in MS. Clar. Press d. 55, f. 76v, cf. n. 22 supra). Che la curatela del volume fosse di
Elmsley si ricava dall’autocitazione (vi-vii n. c) di congetture al testo di Aristofane (e.g. Ach.
295; 900 etc.).


160
Il ms. fu collazionato a Napoli nell'inverno 1819-20 (cf. n. 108 supra e Hermann a Elmsley, 10
ottobre 1829, MS. Clar. Press d. 55, f. 66v, per cui vedi n. 22 supra). La collazione del Neap. II F
31 è reperibile in MS. Clar. Press d. 46, ff. 5-36, cf. Madan MC, p. 109. Della collazione
elmsleiana relativa alle Eumenidi, ricavata da schedae di Blomfield, si avvalse William Linwood
(1818-78) nella sua edizione (cf. Linwood 1844, iv).
161
Il volume non riporta il nome dell’editore, ma che si tratti di Elmsley è fuor di dubbio: una
testimonianza diretta è offerta da Thomas Vowler Short (1790-1872), cf. Short 1838, 239-40 n. b
(sul personaggio, si veda Finglass 2007a, 111) e a confermare il tutto contribuisce la presenza dei
materiali preparatori per l’edizione in MS. Clar. Press d. 52, ff. 328 ss. (cf. Madan MC, 123). Si
tratta della prima edizione critica delle Homilies (cf. Griffiths 1859, xxxviii ss.).
162
Cf. Norgate 1882, 150: «…the editor (whose name does not appear, but no one who knows
anything of Peter Elmsley can fail to detect his hand in many of the notes)…» (in effetti, nelle
note si rinvengono numerosi rimandi di Elmsley a sue precedenti pubblicazioni, cf. e.g. 15 n. b;
45 n. b; 69 n. a etc.). Come informa la praefatio, una prima edizione era stata pubblicata a
Durham per le cure di Thomas Burgess (1756-1837) «ante complures annos» (p. v; per l’esattezza
nel 1798, cf. Harford 1840, 552), ma Burgess, insoddisfatto, a quanto pare, della stampa, aveva
trattenuto presso di sé tutte le copie con l’intenzione di produrre un’edizione più adeguata (cf. v:
«Quum vero audissemus libri diu desiderati exempla fere universa domi apud Burgessium
latere»). I successivi impegni episcopali di Burgess (vescovo di St. David’s dal 1803 e poi di
Salisbury dal 1825) gli avevano impedito di tener fede al suo proposito; di qui la decisione di
affidare ad Elmsley i materiali in suo possesso, insieme alle lettere pubblicate in calce al volume,
in vista di una nuova edizione.

- 212 -
Per una bibliografia di Peter Elmsley

1823

36. Sophoclis ‘Oedipus Coloneus’ e recensione Petri Elmsley. Accedit Brunckii et


aliorum annotatio selecta, cui et suam addidit editor, Oxonii, e typographeo
Clarendoniano, 1823163.

Una ristampa (già preannunciata nella n.* di p. 355) uscì l’anno successivo a Lipsia (1824,
sumptibus C.H.F. Hartmanni) con l’aggiunta di indices (pp. 387 ss.).

1825

37. Sophoclis ‘Oedipus Tyrannus’ ex recensione Petri Elmsley, qui et annotationes


suas adjecit. Editio auctior indicibusque instructa, Oxonii 1825164.

38. Scholia antiqua in Sophoclis Oedipum Tyrannum. Ex codice Laurentiano Plut.


XXXII. 9 denuo descripsit et edidit Petrus Elmsley, Oxonii 1825.

Riediti a Lipsia nel 1826 (sumptibus C.H.F. Hartmanni) con l’aggiunta della praefatio di
Elmsley alla terza edizione dell’Oedipus Tyrannus (cf. n. 164 infra).


163
Cf. Burton 1827, 286: «The play, with the notes, formes a volume of 386 pages; and he [scil.
Elmsley] appears to have emptied his common-place book more profusely than upon any other
occasion; and perhaps there never was an edition of any author in which more pains were taken in
enumerating the various readings, and settling the text». Le collazioni dei Laurentiani 32, 9 e 31,
10 usate per l’edizione si rinvengono in MS. Clar. Press d. 25, ff. 94 ss. (cf. Madan MC, 79),
mentre per il Palat. Gr. 287 Elmsley fece ricorso alla collazione di Amati (cf. la iv della praefatio
e MS. Clar. Press d. 26, f. 330v ss., per cui vedi Madan MC, 81 e n. 159 supra). La recensione
anonima comparsa in Classical Journal, vol. 28, n. 56, December 1823, 356-63 viene attribuita a
Dobree da Christopher Stray (cf. Finglass 2007a, 105 n. 8) sulla base di considerazioni di
carattere stilistico. A conferma si può aggiungere la circostanza che il riferimento alla soppressa
edizione sofoclea del 1805-6 nella discussione della congettura di Elmsley a Soph. OC 504 (cf.
Finglass 2007a, 105-6), con la menzione della relativa disapprovazione di Porson, ricorre anche
in Dobree 1833, 34: «et, ni fallor, in textu Sophoclis, quem olim impressum ipse abolevit. Memini
emendatione, in textum istum receptam, Porsono minus certam esse visam», cf. Finglass 2009,
189-90 n. 4.
164
Si tratta di uno degli ultimi lavori cui attese Elmsley, nonostante le condizioni di salute ormai
irrimediabilmente deteriorate (cf. la praefatio aggiunta da Elmsley a tale edizione [p. xxv],
nonché Burton 1827, 286 s.). Elmsley incominciò a manifestare i segni di una disfunzione
cardiaca di ritorno da un viaggio in Germania nell'estate del 1823, ma la sua salute aveva
cominciato a declinare già a partire dal 1820 (cf. Gray 1825, 376 e n. 108 supra). Le sue
condizioni di salute dovevano essere già seriamente compromesse nel 1824, se Southey viene
erroneamente informato della sua morte (cf. Warter 1856, 430-1 e 433), che, invece, avrà luogo
l'anno successivo. Elmsley si limita a ristampare le aggiunte contenute nell’editio auctior
lipsiense del 1821 (cf. supra) e ad inserire una praefatio (pp. xxv-xlv) contenente collazioni dei
Laurentiani 32, 9; 31, 10; 32, 2 (cf. MS. Clar. Press d. 29, 114 ss. e Madan MC, 84). Egli tiene,
infine, conto delle annotazioni di Hermann alla seconda edizione (Lipsiae 1823) dell’Oedipus Rex
di Karl Gottlob August Erfurdt (1780-1813).

- 213 -
Giacomo Mancuso

39. Scholia in Sophoclis tragoedias septem e codice ms. Laurentiano descripsit


Petrus Elmsley, Oxonii, e typographeo Clarendoniano, 1825165.

Riediti a Lipsia nel 1826 (sumptibus C.H.F. Hartmanni) con l’esclusione degli scoli all’Oedipus
Tyrannus pubblicati separatamente lo stesso anno (cf. supra).

1828

40. Euripidis ‘Heraclidae’ et ‘Medea’ ex recensione Petri Elmsley. qui annotationes


suas et aliorum selectas adjecit. Editio altera auctior et emendatior, Oxonii
1828166.

Catania Giacomo Mancuso

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165
L’edizione degli scholia uscì postuma per le cure di Gaisford: Elmsley non riuscì ad andare oltre
le prime 64 pagine e decise di affidare all’amico il compito di completare l’edizione (cf. la
praefatio di Gaisford alle pp. v-vi). L’edizione è recensita in Burton 1827. Gli ulteriori materiali
elmsleiani presenti in MS. Clar. Press d. 27, ff. 151 ss. (cf. Madan MC, 82) furono verisimilmente
utilizzati per l’editio variorum sofoclea pubblicata in due tomi da Gaisford nel 1826 (cf. Burton
1827, 300-1; Luard 1889, 371).
166
L’edizione fu curata da Edward Burton (1794-1836), cf. Anonimo 1837, 19. Burton ed Elmsley si
erano conosciuti nel 1818 a Firenze, cf. Anonimo 1837, 10-1. Come si ricava dal monitum
premesso all’edizione (pp. iii-iv), Burton si è avvalso per gli Heraclidae di schedulae, comprese
fra i materiali venduti dagli eredi di Elmsley alla Clarendon Press (i.e. MS. Clar. Press d. 27, ff. 2-
150, vv. 601- 1055, e ff. 255-448, vv. 1-505, cf. Madan MC, 82), e di quanto Elmsley aveva
annotato nei margini del proprio esemplare della tragedia, con l’aggiunta di lezioni del Palat. Gr.
287 successivamente annotate da Elmsley (p. vi). Rimane il dubbio se Burton faccia riferimento a
lezioni di P annotate nella copia della tragedia appartenuta ad Elmsley o alle collazioni presenti in
MS. Clar. Press d. 28, ff. 204-27 (cf. Madan MC, 83). Per la Medea Burton utilizzò solamente le
sparute annotazioni presenti nell’esemplare della tragedia appartenuto ad Elmsley e la collazione
del Parisinus Graecus 2713 presente in MS. Clar. Press d. 27, ff. 514 ss. (cf. Madan MC, 82).

- 214 -
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Giacomo Mancuso

Abstract: This paper discusses some methodological issues related to the history of classical
scholarship, focusing on nineteenth-century British classical scholarship. Some remarks upon the
influence of John Locke’s empiricism on Richard Porson’s philological method are added. The
second part of the paper contains an annotated bibliography of Peter Elmsley’s philological works.

Keywords: Peter Elmsley, Richard Porson, British Empiricism, Classical Probability, History of
Classical Scholarship.

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