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LA CRITICA DEL TESTO

Problemi di metodo ed esperienze di lavoro.


Trent’anni dopo, in vista del Settecentenario della morte di Dante

Atti del Convegno internazionale di Roma


23-26 ottobre 2017

a cura di
Enrico Malato e Andrea Mazzucchi

SALERNO EDITRICE
ROMA
Questo volume costituisce anche il n. 26 della serie
« Pubblicazioni del “Centro Pio Rajna” », sez. i. Studi e Saggi

ISBN 978-88-6973-372-7
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duzione, la traduzione, l’adattamento, anche parziale o per estratti, per qualsiasi uso e
con qualsiasi mezzo effettuati, senza la preventiva autorizzazione scritta della Salerno
Editrice S.r.l. Ogni abuso sarà perseguito a norma di legge.
Francesco Montuori

LESSICOGRAFIA E FILOLOGIA*

1. Premessa
Il titolo impone una breve premessa terminologica. Sul versante del-
la lessicografia, farò riferimento a prodotti di forma e di funzione molto
diverse: soprattutto parlerò di vocabolari storici e di glossari di testi, ma
anche di repertori lessicografici in senso lato, come le banche-dati fonda-
te su corpora, che sono prodotti differenti da quelli tradizionali per conce-
zione, per elaborazione e per impiego.1
A proposito di filologia, faccio mio un assunto di Alberto Varvaro:
« Probabilmente nessuno studioso serio identificherebbe senz’altro la fi-
lologia con la filologia testuale »;2 perciò non limiterò il discorso all’ecdo-
tica ma utilizzerò il termine in senso generale, come scienza dell’interpre-
tazione.
I due termini sono asimmetrici, anche nella nomenclatura accademica,
con le molte filologie e la (quasi) nessuna lessicografia. Gli oggetti di stu-
dio e i metodi di lavoro del lessicografo e del filologo si sovrappongono

* Per le opere frequentemente citate si adottano le seguenti sigle: CLPIO = Concordanze


della lingua poetica italiana delle origini, a cura di d’A.S. Avalle, Milano-Napoli, Ricciardi, vol. i
1992; DELI = M. Cortelazzo-P. Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Bologna,
Zanichelli, 19992; ED = Enciclopedia dantesca, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1970-
1984, 6 voll.; GDLI = Grande dizionario della lingua italiana, fondato da S. Battaglia, Torino,
Utet, 1961-2002, 21 voll.; LEI = Lessico etimologico italiano, fondato da M. Pfister, Wiesbaden,
Reichert, 1979-; LEI-Germ = Lessico etimologico italiano. Germanismi, a cura di E. Morlicchio,
ivi, id., 2000-; NTF = Nuovi testi fiorentini del Dugento, a cura di A. Castellani, Firenze, Sanso-
ni, 1952, 2 voll.; OVI = Corpus OVI dell’Italiano antico (www.ovi.cnr.it); TB = N. Tommaseo-B.
Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino, Utet, 1865-1879, 7 voll. (rist. Milano, Rizzoli,
1977); TLIO = Tesoro della lingua italiana delle origini, fondato da P.G. Beltrami, Consiglio
Nazionale delle Ricerche e Opera del Vocabolario Italiano (tlio.ovi.cnr.it).
1. Cfr. i molti contributi in E-lexicography: the internet, digital initiatives and lexicography, ed. by
P.A. Fuertes Olivera and H. Bergenholtz, London-New York, Continuum, 2011; cfr.
inoltre J.-M. Pierrel-É. Buchi, Research and Resource Enhancement in French Lexicography: The
ATILF Laboratory’s Computerised Resources, in Perspectives on Lexicography in Italy and Europe, ed.
by S. Bruti, R. Cella, M. Foschi Albert, Cambridge, Cambridge Scholars Publ., 2009, pp.
79-117; M. Biffi, Accademia della Crusca’s Online Dictionaries, ivi, pp. 239-85.
2. A. Varvaro, Prima lezione di filologia, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 11. Cfr. ora G.B. Pa-
lumbo, Alberto Varvaro e l’ecdotica: per un glossario antologico, in « Ecdotica », xii 2015, pp. 115-55.

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solo parzialmente; quel che preme qui evidenziare non è tanto le specifi-
cità delle discipline, quanto il loro « organico ma non biunivoco intrec-
ciarsi »:3 infatti, esemplificando nell’ambito della sola ecdotica, se « l’edi-
tore di testi, soprattutto antichi, è colui che fornisce ai lessicografi la ba-
se documentaria per i loro spogli e come tale si fa garante, per cosí dire,
della qualità della materia prima impiegata »,4 d’altro lato la « filologia te-
stuale, che mira all’edizione critica di testi antichi e moderni, nel caso di
lezioni corrotte od incerte trae gran giovamento dalla piena ed esatta co-
noscenza delle parole, delle forme, delle costruzioni vigenti nell’età e
nell’ambiente cui un dato testo appartiene ».5
Da un lato, la sensibilità dei filologi per la lessicografia è un dato rico-
nosciuto, non solo nel lavoro quotidiano ma anche nella gestione dei
grandi programmi di ricerca: basta ricordare il ruolo avuto da Giorgio
Pasquali nel progetto di Vocabolario storico elaborato alla Crusca nel se-
condo dopoguerra.6 Ma è chiaro che il campo di lavoro del filologo non è
solo il lessico. Per meri fini polemici e in modo del tutto strumentale,
Ettore Romagnoli, in un suo antitedesco e antifilologico libello, accorda-
va al critico del testo la sola dote di avere « un certo sentimento della fra-
seologia », che faceva coincidere con quel talento « che nei luoghi errati
o lacunosi suggerisce la correzione o il complemento » e che i tedeschi
« chiamano critica divinatoria ».7 Pur non negando l’utilità del sentimento

3. Uso l’espressione adoperata da Pier Vincenzo Mengaldo nel comparare storia della
lingua e filologia testuale: P.V. Mengaldo, Filologia testuale e storia linguistica, in Studi e problemi
di critica testuale: 1960-2010. Per i 150 anni della Commissione per i testi di lingua. Atti del Convegno
di Bologna, 25-27 novembre 2010, a cura di E. Pasquini, Bologna, Commissione per i testi di
lingua-Bononia Univ. Press, 2012, pp. 19-36, a p. 19.
4. V. Formentin, Filologia e lessicografia: due discipline in contatto, in La nascita del vocabolario.
Atti del Convegno Per i quattrocento anni del ‘Vocabolario della Crusca’, Udine, 12-13 marzo 2013,
a cura di A. Daniele e L. Nascimben, Padova, Esedra, 2014, pp. 193-209, a p. 194.
5. G. Nencioni, Relazione all’Accademia della Crusca sul ‘Vocabolario della lingua italiana’, in
« Studi di filologia italiana », xiii 1955, pp. 395-420, a p. 397; qui, si noti, tra le discipline che si
avvantaggerebbero della compilazione di un vocabolario storico integrale, la filologia te-
stuale viene nominata dopo la storia della cultura e dei costumi, la lessicologia e l’onomasio-
logia, e subito prima della critica letteraria dell’analisi stilistica.
6. M. Barbi-G. Pasquali-G. Nencioni, Per un grande vocabolario storico della lingua italiana
[1957], a cura di N. Maraschio e D. De Martino, Firenze, Le Lettere, 2012.
7. Cfr. E. Romagnoli, Minerva e lo scimmione, Bologna, Zanichelli, 1917, p. 42. L’atteggia-
mento tendenzioso di Romagnoli viene ribadito poche pagine dopo (p. 46), dove l’obiettivo
polemico sono gli strumenti di precisione del filologo, tra cui sono annoverati, ancor prima
di « grammatiche, repertorî, prontuarî, manualetti e manualoni, e indici di ogni specie, co-
struiti con meticolosità infinita », i « Dizionarî generali, [e i] dizionarî speciali ».

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della fraseologia, Giorgio Pasquali respingeva con forza la derisione della
filologia come semplice esercizio dell’emendamento lessicale e rispediva
al mittente il tendenzioso riconoscimento che il Romagnoli dava al filo-
logo del testo nel campo dell’interpretazione.8
D’altra parte, è difficile che il buon lessicografo sia insensibile alla filo-
logia, soprattutto in Italia, dove con la Crusca è nata quella che è stata de-
finita la lessicografia filologica.9 Persino un vocabolario etimologico co-
me il LEI, pur mettendo da parte per motivi pratici le ragioni della filolo-
gia, tuttavia non le ha misconosciute e talvolta le ha discusse attraverso le
prestigiose dichiarazioni del suo fondatore.10
Cosí in Italia la vita della filologia si intreccia in modo indissolubile con
quello della lessicografia, dando vita ad episodi tanto cruciali quanto im-
prevedibili della nostra storia linguistica. Un’intensa e innovativa opero-
sità filologica può sia favorire sia ostacolare la compilazione di grandi
imprese lessicografiche: da una parte, se molte delle edizioni del Vocabola-
rio della Crusca sono state precedute ora da « intensa attività editoriale », ora
da un’« irripetibile stagione nella storia delle edizioni degli antichi testi »,11
è forse vero che anche per la stagione lessicografica che stiamo vivendo
oggi, sulla quale la linguistica storica ha avuto un’influenza importante, sia
stato fondamentale l’impulso dato dai NTF di Arrigo Castellani (1952).
D’altra parte, però, si può azzardare l’ipotesi che la straordinaria stagione
filologica dei primi trent’anni del Novecento, quella raccolta tra le due
edizioni della Vita nuova curate da Barbi (1907-1932), abbia contribuito a
bloccare la quinta impressione della Crusca, per la sopraggiunta difficoltà
nel gestire materiali filologicamente disomogenei.12 In altri casi, invece,

8. Cfr. G. Pasquali, Filologia e Storia, Firenze, Le Monnier, 1920, p. 17.


9. P.G. Beltrami, Lessicografia e filologia in un dizionario storico dell’italiano antico, in Storia della
lingua italiana e filologia. Atti del vii Convegno ASLI, Pisa-Firenze, 18-20 dicembre 2008, a
cura di C. Ciociola, Firenze, Cesati, 2010, pp. 235-48, a p. 235.
10. Cfr. infra, par. 5.1. Al riguardo, riflessioni importanti si leggono in A. Varvaro, Storia
della lingua e filologia (a proposito di lessicografia), in Storia della lingua e storia letteraria. Atti del i
Convegno ASLI, Firenze, 29-30 maggio 1997, a cura di N. Maraschio e T. Poggi Salani,
Firenze, Cesati, 1998, pp. 99-108, specialmente alle pp. 105 e 107.
11. Cfr. C. Ciociola, L’OVI e lo sviluppo delle discipline: la filologia, in Attorno a Dante, Petrarca,
Boccaccio: la lingua italiana. I primi trent’anni dell’Istituto CNR Opera del Vocabolario Italiano 1985-
2015. Atti del Convegno internazionale di Firenze, 16-17 dicembre 2015, a cura di L. Leonar-
di e M. Maggiore, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2016, pp. 273-86, a p. 274.
12. È vero, però, che la Crusca del primo Novecento mostrò apprezzabili tentativi di
adeguare i propri metodi ai rinnovati obiettivi lessicografici che si era posta: per il campo
delle etimologie, cfr. D. Baglioni, Le etimologie della Quinta Crusca, in Il Vocabolario degli Acca-

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come si vedrà nelle pagine successive, è stata proprio la lessicografia a
provocare l’esigenza e a stimolare la redazione di nuove edizioni attendi-
bili (cfr. infra, par. 5.2).
Una cosí intensa dialettica tra i due poli fa sí che il punto di vista lessi-
cografico delle riflessioni e delle esperienze di lettura che seguono cer-
cherà di evidenziare, in tutti i casi, le strette relazioni che lo studio del
lessico ha con le dinamiche dell’attività filologica. In particolare, ci si au-
gura di far emergere alcuni dei migliori contributi forniti dalla recente
lessicografia italiana: aver superato la fase di primitiva digitalizzazione per
cominciare ad adoperare corpora e rete come risorse cognitive; persevera-
re nello scrupolo di lavorare su testi filologicamente attendibili e aprirsi
alla significatività storico-linguistica della varia lectio; non limitarsi all’o-
stensione dei materiali di lavoro ma operare formalizzazioni utili anche
ai non specialisti; favorire la continuità della circolazione delle parole e
delle idee e, quindi, della lettura dei libri.

2. Il lessico e la cultura dei compilatori


Il filologo si avvale della lessicografia per rafforzare le sue competenze
lessicologiche, per valutare l’uso che delle parole si fa in un testo e per
comprenderne il significato, tappe fondamentali dell’ecdotica e di ogni
tipo di esegesi. Soprattutto la conoscenza degli sviluppi interni alle strut-
ture del lessico e all’uso delle parole in una comunità è strumento di valu-
tazione e verifica delle dinamiche della storia del testo in molte tappe del
lavoro di interpretazione: nella localizzazione dei manoscritti, per esem-
pio, se capita anche al lessico di subire quei processi di adattamento che in
genere interessano i fatti sublessicali o se dal lessico sono stimolate, in co-
pisti e in lettori, riflessioni metalinguistiche realizzate attraverso le glosse;
o, ancora, nell’individuazione e spiegazione degli errori di trascrizione,
come insegnava Castellani in un celebre articolo del 1961;13 e, in modo
speciale, nella critica delle varianti. Tra le molte acquisizioni che l’analisi
lessicale fornisce all’interprete di un testo è di primaria importanza la va-

demici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana. Atti del x Convegno ASLI, Padova,
29-30 novembre - Venezia, 1o dicembre 2012, a cura di L. Tomasin, Firenze, Cesati, 2013, pp.
281-93.
13. Cfr. A. Castellani, Indagine sugli errori di trascrizione [1961], in Id., Saggi di linguistica e di
filologia italiana e romanza (1946-1976), Roma, Salerno Editrice, 1980, 3 voll., iii pp. 208-14.

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lutazione della cultura di autori, volgarizzatori e copisti, che travisavano
piú facilmente quello che non capivano.
Per esempio, nel codice It. 581 della Bibliothèque nationale de France è
conservata un’antologia di 133 ottave del Teseida commentate da un anoni-
mo salentino con declarationes di diversa ampiezza.14 La valutazione della
cultura di questo commentatore è un processo complesso, che deve tener
conto di indizi contrastanti: il voler scrivere di miti e di astrologia sen-
za avere una preparazione specifica, la capacità di citare molte auctoritates,
l’individuazione di modelli espositivi nei commenti alla Commedia, la di-
sattenzione per la correttezza del testo da commentare, che gli è giunto
molto rovinato. Per tutti questi motivi, e anche perché tende ad assecon-
dare le sue conoscenze pregresse sforzandosi, al contempo, di avere una
visione coerente dell’insieme, il commentatore salentino incorre spesso in
errori di comprensione e compie diverse distorsioni interpretative. Il piú
curioso malinteso è indotto dalla tradizione del testo che a viii 74 trasfor-
ma nomi letti nel Teseida, cioè Giapeto feroce e il padre Eaco, re dei Mirmi-
doni, rispettivamente in « già Pecto Ferocie » e « Bacho ». Cosí, il com-
mentatore fa nascere un nuovo mito, raccontato con toni moraleggianti:
« pare che questo Pecto Feroce fo multo subiecto di Baccho, et sempre
amò et coltivò piú Bacho che Ceres: et questo generalmente è naturale ad
quelli che se delectano et àmeno Bacho, che se curano poco di Ceres ».
Annota l’editore: « Nel brano successivo l’anonimo si diffonde a motivare
la crudeltà in battaglia di Petto Feroce con la sua eccessiva inclinazione al
vino, cogliendo cosi l’occasione per sviluppare uno dei temi piú ricorrenti
nel testo, insieme alla misoginia: la censura dell’ebbrezza ».
Un secondo esempio, ancora quattrocentesco, riguarda Loise De Rosa,
l’autore dei Ricordi, il cui stile oralizzante, molto suggestivo nella genuina
popolarità della lingua e nella vivezza di una narrazione riportata di solito
con il discorso diretto o con un fitto dialogato, fu soggetto alla brillante
metafora crociana del fonografo: lo scopo dichiarato dell’immagine era
quello di enfatizzare il brutale realismo della “voce” di Loise, che, affer-
mava Croce, « poco o punto gioverà alla seria conoscenza storica » e por-
terà invece solo « vario diletto e curiose sensazioni ».15 Tale impressione

14. M. Maggiore, Scripto sopra Theseu Re. Il commento salentino al ‘Teseida’ di Boccaccio (Ugento/
Nardò, ante 1487), Berlin-Boston, De Gruyter, 2016; le citazioni sono dalle pp. 1069 e 34.
15. B. Croce, Sentendo parlare un vecchio napoletano del Quattrocento [1913], Roma-Bari, Later-
za, 19797, pp. 119-39, alle pp. 121-22.

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di “ascolto” si è combinata con il giudizio sulla cultura dell’autore, defini-
ta « assai mediocre » in base a indizi deducibili dal testo, soprattutto per la
dominante ottica autobiografica della narrazione16 e per l’incerta tipo-
logia cui appartiene l’opera. Ebbene, in un passo della prima sezione dei
suoi Ricordi, Loise risponde alla domanda Quid est homo? : « Quy este omo?
Memoria incarnata, fantasema del tenpo, guardatore de la vita, aio de fa-
tica, remmieo trapassante furistiere, abbitatore de picczolo tienpo. [. . .] »;
il passo riproduce i Detti di Secondo del Fiore de’ filosafi.17 Subito dopo, affin-
ché i contenuti siano compresi dal destinatario dei Ricordi, Loise procede
alla desspossicione con grande sforzo metalinguistico, simile a quelli di un
predicatore; tra gli altri, glossa anche la strana locuzione « Aio de fatica:
che vole dire ‘aio de fatica’? Tu sý dell’aio mio, tu sý tienpo de fatica ». La
forma aio è interpretata da De Rosa come l’equivalente del gallicismo
toscano antico aggio ‘tempo, età’,18 ma è chiaro che una tale interpretazio-
ne è generata piuttosto dalla difettosa interpretazione del testo originario,
che doveva avere la forma aîo de fatica, con aîo come forma abbreviata di
animo;19 l’inganno di Loise, dunque, è dovuto a errore non di ascolto ma
di lettura e la circostanza che egli qui stia consultando una fonte scritta è
un indizio di quanto sia stata determinante per lui la “conquista” dell’alfa-
betizzazione.20

16. « Si direbbe che tutta la sua cultura consiste di notizie apprese ascoltando e guardan-
do » (ivi, p. 126); la sua narrazione, in altri termini, si fonda principalmente su racconti di
tradizione popolare e su esperienze autobiografiche (L. De Rosa, Ricordi, a cura di V. For-
mentin, Roma, Salerno Editrice, 1998, 2 voll., i pp. 36-50).
17. Cfr. Fiori e vita di filosafi e d’altri savi e d’imperadori, a cura di A. D’Agostino, Firenze, La
Nuova Italia, 1979, p. 216: « “Che è l’uomo?”. “È mente incarnata, fantasma del tempo, aguar-
datore de la vita, servente a la morte, romeo trapassante, oste forestiere di luogo, anima di fa-
tica, abiturio di piccol tempo” ». I Detti di Secondo, cap. xxviii dei Fiori, sono il volgarizzamento
tardoduecentesco toscano di alcuni capitoli dei Flores historiarum di Adamo di Clermont, a loro
volta compendio dello Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais (ivi, p. 97; non interessa qui
l’altra versione da Walter Burley, pur attestata in area italiana e di cui tratta A. D’Agostino,
Una versione inedita dei ‘Detti di Secondo’ (contributi alla storia della tradizione), in « Acme », xxx 1977,
pp. 185-212). Relativamente alla tradizione dei Detti non risultano particolari novità, per il
passo che qui interessa, da A. D’Agostino, In margine ai ‘Fiori di filosafi’ e ai ‘Detti di Secondo’, in
Filologia romanza e cultura medievale. Studi in onore di Elio Melli, a cura di A. Fassò, L. Formisano,
M. Mancini, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1998, 2 voll., i pp. 263-77.
18. Cfr. De Rosa, Ricordi, cit., s.v. aio; cfr. TLIO, s.v. aggio2.
19. A testo nell’edizione di D’Agostino (p. 216) c’è anima di fatica, ma in apparato sono se-
gnalati quattro manoscritti che riportano la lezione animo.
20. « Una volta messi in evidenza gli aspetti della cultura di Loise che si possono ricondur-
re con verosimiglianza a una tradizione illetterata a forte oralità residua, non bisogna mai

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lessicografia e filologia
In entrambi i casi si tratta di rimotivazioni che gli scriventi operano su
significanti letti in testi composti in un volgare diverso dal loro; tale com-
portamento ha manifestazioni linguistiche ma ragioni culturali, proprie
di una marginalità che forse ha origine nella perifericità geografica del
commentatore salentino o nell’oralità che caratterizza il discorso narrati-
vo di Loise, ma che, soprattutto, consiste nell’incapacità di perseguire con
successo l’ambizione di mediare tra culture diverse attraverso tradizioni
discorsive con cui ha una familiarità solo parziale.21

3. Dinamiche novecentesche: aggiornamenti lessicografici e mu-


tamenti nell’uso delle parole
Riflessioni di questo tipo possono essere fatte grazie all’ottima qualità
delle edizioni e alle piú recenti acquisizioni della lessicografia. Rileggen-
do gli atti del citato convegno del 2010 sugli studi e i problemi della critica
testuale, si osserva che lo sguardo degli studiosi appare spesso come preso
da una vertigine: per descrivere le prospettive delle scienze del testo in
relazione al percorso effettuato nei precedenti cinquant’anni, tutti osser-
vano i progressi davvero incredibili occorsi nel campo della lessicografia.
Una delle acquisizioni piú importanti è stata la conclusione nel 2002
(dopo quarant’anni) della pubblicazione del “Battaglia” (GDLI ), che,
completo delle fonti e di un paio di volumi di aggiornamento, ha cambia-
to radicalmente il quadro della lessicografia storica dell’italiano.22 Certo,
ci sono stati alcuni studi sui difetti del vocabolario, sulla incompletezza
della documentazione dei primi volumi, sull’oscillazione nell’uso e nel

perdere di vista il fatto che i Ricordi sono (com’è ovvio) un testo scritto » (De Rosa, Ricordi,
cit., i p. 57); sul punto cfr. N. De Blasi, Storia linguistica di Napoli, Roma, Carocci, 2012, pp.
41-46 e 60-63; C. De Caprio, La scrittura cronachistica nel Regno: scriventi, testi e stili narrativi, in Le
cronache volgari in Italia. Atti della vi settimana di studi medievali, Roma, 13-15 maggio 2015, a
cura di G. Francesconi e M. Miglio, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2017,
pp. 227-68, alle pp. 253-56. L’importanza della lettura è un aspetto dei Ricordi che l’edizione
di Formentin e i progressi della lessicografia consentiranno di approfondire in altra sede.
21. Ci troviamo davanti a testi che mostrano « caratteristiche culturali e modalità espressi-
ve [. . .] molto inferiori [. . .] alle capacità di discorso comunemente espresse da autori e grup-
pi intellettuali anche di non grande spicco » (F. Bruni, Traduzione, tradizione e diffusione della
cultura: contributo alla lingua dei semicolti, in « Quaderni storici », xiii 1978, n. 38 (Alfabetismo e
cultura scritta), pp. 523-54, a p. 523. Per un esame di tale tipologia di scriventi cfr. in questo vol.
il contributo di Chiara De Caprio.
22. C. Marazzini, L’ordine delle parole. Storia di vocabolari italiani, Bologna, Il Mulino, 2009,
pp. 389-94.

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francesco montuori
rinvio alle fonti, sulla incerta struttura delle voci, sulla dispersione delle
informazioni raccolte al suo interno.23 Ma mi sembra che, nel comples-
so, queste osservazioni non abbiano sottratto prestigio al vocabolario del-
la Utet e soprattutto non abbiano reso meno necessario l’uso di un reper-
torio la cui realizzazione per molti anni è stata auspicata e che ora moltis-
simi studiosi di lingua e letteratura adoperano quotidianamente.
Il progetto – recentemente reso pubblico – di rendere consultabile il
GDLI sul portale dell’Accademia della Crusca è un significativo progres-
so in relazione all’uso della risorsa lessicografica: il prestigio della sede di
pubblicazione digitale è un requisito fondamentale per la condivisione
del vocabolario come strumento critico ed esegetico.
Certamente l’acquisizione digitale del GDLI potrebbe essere un’oc-
casione per evitare l’ingessamento imposto dalla stampa al vocabolario e
per trasformarlo in un repertorio aggiornabile e quindi dinamico. Come
un lavoro da aggiornare doveva averlo concepito già Salvatore Battaglia.
Credo che lo dimostrino, tra l’altro, le schedine di spoglio che sono rima-
ste custodite presso l’ex Facoltà di Lettere della « Federico II » e che testi-
moniano una gran quantità di schedature solo in parte giunte in casa edi-
trice a Torino:24 ci sono residui di spogli su vecchie edizioni, per esempio
in una scheda di Palazzeschi tratta da Riflessi (in Romanzi straordinari 1907-
1914, edita da Vallecchi nel 1943, p. 21), per la voce benedizione: « Venezia.
È bella nella pioggia come nella luce dell’aurora o di un tramonto, e l’ac-
qua che cade pare una benedizione di diamanti sulla regalità dei suoi mar-
mi » (sigla 1-21). Invece la citazione (siglata ii-320) adoperata nel GDLI è
stata ricavata da una raccolta piú recente: Opere giovanili di A. Palazzeschi,
edita da Mondadori nel 1958, che dal romanzo Allegoria di novembre (nuovo
titolo di Riflessi) a p. 320 riporta anche una variante redazionale: « dell’au-
rora o del tramonto ». Tale circostanza rende visibile l’aggiornamento
della schedatura all’apparire della nuova edizione, che ha fatto diventare
obsoleta la scheda rimasta a Napoli.25

23. Cfr. ad es. E. Picchiorri, Sulla genesi di un errore nel Battaglia, in « Studi linguistici italia-
ni », xxxix 2013, pp. 134-36, con l’aggiornamento in Id., Problemi filologici nei dizionari storici
italiani dal GDLI al TLIO, in Actes du xxviie Congrès international de linguistique et de philologie
romanes, Nancy, 15-20 jullet 2013, Section 5. Lexicologie, phraséologie, lexicographie, Nancy, Atilf/
Slr, 2016, pp. 475-84, alle pp. 477-78.
24. Un repertorio critico di 1263 schede è stato elaborato da F. Davide, Il ‘Grande dizionario
della lingua italiana’ di Salvatore Battaglia: le schede ritrovate e lo “scarto di lavorazione”, Tesi di laurea
in Storia della lingua italiana, Università di Napoli « Federico II », a.a. 2017-2018.
25. È noto che sin dall’apparire del primo volume del GDLI uno dei punti problematici

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lessicografia e filologia
Piú che aggiornamenti tardivi, sono scarti di lavorazione anche gran
parte di quelli che sarebbero stati lemmi aggiuntivi se non fossero stati
eliminati perché considerati eccessivamente arcaici o specifici di lessici
settoriali: tra le settanta schede che riportano lemmi assenti nel GDLI ci
sono le voci abella[re] di Giacomino Pugliese e bellire di Iacopone,26 o auto-
cratismo di Croce27 e bistecco di Calvino.28
Altri documenti, invece, sono certamente aggiornamenti, documenta-
zione di nuovi significati, prime attestazioni o indicazioni etimologiche;29
e ci sono, anche, integrazioni a voci già compilate, anch’esse rimaste nel
cassetto di Battaglia:
alla voce adeguato: ricordo di avere registrato la voce anche come sost. [prezzo
medio di una merce; media dei prezzi per vari anni e mercati] con una citazione
tecnica del Broccardo: l’adeguato (e adequato) del grano; aggiungere questa cita-
zione di Beccaria [. . .].

Seguono tre attestazioni tratte da una Consulta del 1781: esse probabilmen-
te poco aggiungono alla illustrazione di adeguato che Rezasco dà nel suo
Dizionario, citando Francesco Pagnini (1745); tuttavia, il rimando a Becca-

fu identificato nelle edizioni adoperate: « Non si capisce perché per testi oggi facilmente
accessibili in edizioni migliori le citazioni non siano riportate a queste edizioni, e perché gli
spogli nuovi siano stati condotti su edizioni molteplici e di vario valore » (G. Folena, Libri
ed articoli, in « Lingua nostra », xxii 1961, pp. 52-57, a p. 54). Osservazioni molto critiche sul re-
pertorio degli autori citati sono state avanzate da A. Lupis, Rinunzia avanti a nodaro all’ ‘Indice
degli autori citati’ del ‘Grande Dizionario della Lingua Italiana’, in « Zeitschrift für Romanische
Philologie », cxvi 2000, pp. 512-45.
26. Le schede sono tratte rispettivamente dalla prima edizione della Crestomazia italiana dei
primi secoli di E. Monaci (Città di Castello, Lapi, 1889), in Giacomino Pugliese, Mortte, perché
m’ài fatta sí gran guerra, p. 93, v. 44, e dall’edizione delle Laudi di Iacopone a cura di F. Ageno
(Firenze, Le Monnier, 1953), p. 103, num. 27 v. 42. Cfr. ora TLIO, s.vv. abbellare e bellire. La
scheda di Iacopone è parzialmente dattiloscritta ed è preceduta da un altro appunto a mano:
« Scheda di be da considerare per la definitiva revisione ».
27. In Etica e politica, aggiuntovi il contributo alla critica di me stesso, Bari, Laterza, 19453, p. 313.
L’esemplare usato da Battaglia è conservato nella Biblioteca di Area Umanistica della « Fe-
derico II ». Nel fascicolo dei citati del GDLI viene indicata, erroneamente, l’edizione del
1956. Ora la voce autocratismo è in GDLI. Supplemento 2009, a cura di E. Sanguineti, Torino,
Utet, 2008, s.v., con un esempio tratto da Arcangelo Ghisleri (1855-1938).
28. Termine ligure per ‘colpo’ dato a una biglia, è attestato in Va’ cosí che vai bene (1947),
nell’ed. dei Racconti del 1958 (Torino, Einaudi, p. 125). Cfr. G. Dossena, Enciclopedia dei giochi,
Torino, Utet, 1999, 3 voll., i p. 331 (s.v. ciclotappo).
29. Per esempio, su una busta proveniente dall’Utet e timbrata 28.9.1969 c’è l’appunto
per l’etimologia del sostantivo giornale, riportata poi, con minime varianti, nella voce stam-
pata l’anno successivo.

377
francesco montuori
ria avrebbe reso meno incompleta la cronologia della documentazione
della voce del GDLI.30
La digitalizzazione del Battaglia avrà un rilievo molto piú significativo
di questi aggiornamenti programmati da chi concepí l’opera e iniziò a
realizzarla, soprattutto se si guarda a tale digitalizzazione nel contesto del
progetto per un « Corpus di riferimento per un Nuovo Vocabolario dell’I-
taliano moderno e contemporaneo ». Attraverso queste attività la Crusca
punta a un nuovo vocabolario che si prospetta come strumento di inter-
rogazione telematica su corpus variabile di testi dal 1861 a oggi (di qui il
nome di Vocabolario dinamico dell’italiano moderno: VoDIM ), di cui il GDLI
sarà una delle tanti componenti utilizzabili.31
La digitalizzazione del Battaglia non sarà fatta, quindi, con l’obiettivo
di accontentarsi della sola e, direi, concettualmente primitiva fase dell’ar-
chiviazione e consultabilità on line dei volumi; non sarà mirata cioè solo a
dare una “rappresentazione” digitale dei volumi, per consentire una in-
terrogazione aperta a tutti ma che forse non sarebbe tra le piú agevoli. Nel
VoDIM la trasformazione dello strumento lessicografico sarà completa,
come accade non tanto per i vocabolari in linea quanto, piuttosto, con le
banche-dati, che consentono acquisizioni un tempo impensabili.32 Il ro-
vesciamento della prima Crusca, che ha lasciato intravedere le varietà
d’uso della lingua dei primi compilatori, e la versione digitale delle Cru-
sche in rete, che ha trasformato le edizioni del vocabolario in una straor-
dinaria banca-dati, sono precedenti illustri che lasciano ben sperare per la
conversione cui sarà sottoposto il Grande dizionario della lingua italiana e per
le informazioni che potremo ricavarne, processandone i dati attraverso
gli elaboratori elettronici.33
Per esempio, chiunque legga una pubblicazione della metà del Nove-
cento, che sia la cronaca di un giornale o una delle prime riviste di enig-

30. Cfr. G. Rezasco, Dizionario del linguaggio italiano storico ed amministrativo, Firenze, Le


Monnier, 1881.
31. Sul VoDIM cfr. L’italiano elettronico. Vocabolari, corpora, archivi testuali e sonori, a cura di C.
Marazzini e L. Maconi, Firenze, Accademia della Crusca, 2016.
32. Le rinnovate prospettive di ricerca aperte dal VoDIM per il lessico specialistico sono
esposte da R. Gualdo, Un nuovo vocabolario dinamico dell’italiano. Il lessico specialistico e settoriale,
in « Studi di lessicografia italiana », xxxv 2018, pp. 193-216.
33. Cfr. G. Nencioni, Il ‘rovesciamento’ del primo vocabolario della Crusca (1612), in « Internatio-
nal Journal of Lexicography », xiv 2001, pp. 21-22; i risultati del progetto che, sotto la respon-
sabilità di M. Fanfani e M. Biffi, ha portato le Crusche in rete sono visibili sul portale dell’Ac-
cademia (www.accademiadellacrusca.it).

378
lessicografia e filologia
mistica, un saggio storico o uno scritto politico, o, a maggior ragione, un
romanzo anche celebre, sarà colpito da quei cambiamenti lessicali, inter-
venuti con il tempo, che non impediscono la comprensione ma si impon-
gono alla percezione dei moderni come delle vere e proprie distorsioni
nell’uso. Ricorrendo al dizionario storico il lettore potrà apprendere che
solo di recente alcune parole del tutto prive di marcatezza hanno acquisi-
to un valore degradato; o che quello che ci appare oggi come un tecnici-
smo medico era una volta una parola d’uso comune; o che molti prestiti,
considerati oggi parte del lessico fondamentale, solo pochi anni fa viveva-
no in un limbo fatto di oscillazioni di grafia e di pronuncia e di tentativi di
adattamento e traduzione che li relegavano a quel settore del nostro vo-
cabolario in cui sono raccolti gli occasionalismi.34
Faccio tre esempi, tratti da Lessico famigliare (1963) di Natalia Ginzburg,
romanzo in cui « l’abbassamento dei toni, la riduzione del repertorio [a un
registro medio] e l’oltranza antiletteraria » sono autorevolemente consi-
derati tratti caratterizzanti.35 Quando si legge che « un inverno, nel cesso,
crebbero due o tre funghi », non si ha un incongruo inserimento di pa-
rola volgare nel registro familiare ma l’uso di un eufemismo che, con il
tempo, si è usurato: perso il valore attenuativo e divenuto inutilizzabile
nella conversazione media, il termine è stato rimpiazzato da altre parole
meno connotate e oggi viene adoperato soprattutto per enfasi triviale.36
Quasi alla fine del romanzo si legge di una delle donne di servizio di
casa Levi che ebbe « uno sbocco di sangue » e fu visitata dal fratello della
scrittrice: « Alberto disse che però non gli sembrava un’emottisi, gli sem-
brava avesse un graffio in gola ». Emottísi, ‘perdita di sangue dalla bocca
causata da lesioni polmonari’, è parola coniata con materiale classico, co-
me molta terminologia della medicina; il tecnicismo nel primo Novecen-
to era divenuto termine d’uso abbastanza frequente, piú o meno come

34. Cfr. T. De Mauro, È irresistibile l’ascesa degli anglicismi? [14.7.2016], leggibile su interna-


zionale.it.
35. Cfr. E. Testa, Lo stile semplice. Discorso e romanzo, Torino, Einaudi, 1997, p. 297; a questo
risultato contribuiscono anche alcuni tagli compiuti sul manoscritto: cfr. E. Carbè, Fino alla
pura memoria. Appunti sull’elaborazione di ‘Lessico famigliare’, in « Autografo », xxv 2017, n. 58 pp.
123-37, alle pp. 125-26. Le tre citazioni dal romanzo sono tratte da N. Ginzburg, Lessico fami-
gliare, Torino, Einaudi, 1963, risp. alle pp. 25, 186 e 31.
36. G. Lemma-M. Trifone, Parolacce ed eufemismi, in Enciclopedia dei ragazzi, Roma, Ist. della
Enciclopedia Italiana, 2005-2006, 7 voll., vol. vi (http://www.treccani.it/enciclopedia/elen-
co-opere/Enciclopedia_dei_ragazzi/6).

379
francesco montuori
oggi è accaduto, per rimanere nello stesso ambito, ad emorragia. A confer-
marlo sono sufficienti le annotazioni di Migliorini e di De Mauro, secon-
do cui emottísi era parola che veniva spesso rimotivata, anche a livello col-
to, attraverso la cosiddetta etimologia popolare, per accostamento a tisi,
prendendo cosí la forma emotísi.37
Infine, a proposito del padre, l’autrice scrive: « Gli sci lui li chiamava
“gli ski” »; e, di seguito, usa sempre ski e skiare, allo scopo di rappresentare
la distanza tra la lingua della sua generazione e quelli dei coetanei del
padre, per i quali fino alla fine degli anni Trenta gli usi possibili prevede-
vano diverse soluzioni grafiche e diverse pronunce della parola presa in
prestito dal norvegese.38
Si noti, altresí, che talvolta gli stessi slittamenti di uso si manifestano
nelle traduzioni, influenzandone la ricezione, dal momento che i lettori
si aspettano sempre di trovare solo usi linguistici correnti. Di fronte a
singolarità che interessano settori del lessico cui i parlanti sono particolar-
mente sensibili, le scelte traduttive possono essere percepite, con il tem-
po, come dei veri e propri errori da correggere. Ne Il buio oltre la siepe di
Harper Lee vi è un uso consapevole dei nomi destinati a indicare le per-
sone di colore, con Negro (pl. Negroes) usato come termine neutro e pura-
mente descrittivo, e con nigger (pl. niggers) adoperato con intenti insultan-
ti.39 Nella traduzione italiana del 1962 si sono fatte, a questo proposito,
delle scelte equivoche. Per esempio:
Il giorno prima, nel cortile della scuola, [Cecil] aveva dichiarato che il padre di
Scout Finch difendeva i negri [« niggers »]. Io negai; poi lo dissi a Jem.
“Che voleva dire?” chiesi.
“Niente,” rispose Jem. “Chiedilo ad Atticus, te lo dirà lui.”
“Tu difendi i neri [« niggers »], Atticus?” chiesi la sera stessa.
“Certo,” rispose. “Ma non dire ‘neri’ [« nigger »], Scout, è villano.”
“A scuola dicon tutti cosí.”
“Da ora in poi lo diranno tutti meno uno.”
“Allora, se non vuoi che impari a parlar cosí, perché mi mandi a scuola?”
Mio padre mi guardò, bonario, con un’occhiata divertita. Nonostante il nostro
primo accordo, la mia campagna antiscuola era continuata, in una forma o nell’al-
tra, sin dalle mie prime esperienze [. . .].

37. B. Migliorini, Lingua contemporanea, Firenze, Sansoni, 1938, p. 85; Grande dizionario ita-
liano dell’uso, a cura di T. De Mauro, Torino, Utet, 20072, 8 voll., s.v.
38. G. Cartago, ‘Sciare’ sui vocabolari, in « Acme », xlv 1995, pp. 201-6.
39. H. Lee, To Kill a Mockingbird, New York, Harper Collins, 1960; uso l’ed. London, Ar-
rows Books, 1997.

380
lessicografia e filologia
Ora però non era la scuola che mi preoccupava. “Tutti gli avvocati difendono i
ne. . . i negri [« n-Negroes »], Atticus?.”
“Certo, Scout.”
“Allora perché Cecil ha detto che tu difendi i negri [« niggers »] come se ti accusas-
se di fare il contrabbando di liquori?”
Atticus sospirò. “Ho assunto la difesa di un negro [« a Negro »], tutto qui [. . .]”.40

La traduttrice, nella circostanza, ha compiuto scelte incoerenti, dal mo-


mento che non ha usato un sostituente per nigger e un altro per Negro.
Inoltre oggi appare ambigua la battuta di Atticus: « Ma non dire ‘neri’,
Scout, è villano ». La consuetudine (diffusasi in Italia tra gli anni Settanta
e gli Ottanta del Novecento) di evitare il termine negro perché dispregia-
tivo e di sostituirlo con nero o con perifrasi rende oggi la traduzione inac-
cettabile. Ma la scelta compiuta dalla traduttrice nel 1962 non è del tutto
sorprendente, dal momento che solo in pochissimi negli anni Sessanta
mostravano sensibilità e disponibilità a distinguere tra forme insultanti e
termini non marcati:41 cosí, quando la traduttrice è stata costretta dal con-
testo oppositivo a fare una selezione lessicale diffenziante, ha preferito far
prevalere il fatto che, paradigmaticamente, la parola nero ha in italiano una
connotazione negativa;42 lo conferma Migliorini, negli stessi anni: « Nero.
Ha preso negli ultimi decennii vari significati fig[urati] spreg[iativi] (che si
ricollegano ai significati già accolti anteriormente) ».43
Oggi le cose sono cambiate:44 la nuova traduzione pubblicata nel 2017

40. H. Lee, Il buio oltre la siepe, trad. di A. D’Agostino Schanzer, Milano, Feltrinelli, 1962,
pp. 114-15; il passo resta inalterato ancora nella ristampa della collana « Universale Economi-
ci », 200323, pp. 85-87.
41. La terminologia in uso oggi si trova già perfettamente applicata in studi degli anni
Sessanta, come per es. B. Cartosio, Due scrittori afroamericani: Richard Wright e Ralph Ellison, in
« Studi americani », xv 1969, pp. 395-431; G.P. Rawick, Lo schiavo americano dal tramonto all’alba.
La formazione della comunità nera durante la schiavitú negli Stati Uniti, pref. [e trad.] di B. Carto-
sio, Milano, Feltrinelli, 1973.
42. In un articolo del 21 ottobre 1979 pubblicato sulla « Stampa » di Torino (poi in Parole in
piazza, Milano, Longanesi, 1984, pp. 11-13), Tristano Bolelli elenca anche questo tra i motivi
per cui vi è stata a lungo resistenza a usare nero al posto di negro; gli altri sono i seguenti: solo
negro è produttivo in senso razziale; i cambiamenti della norma sono caratterizzati da una
congenita lentezza; i comportamenti linguistici politicamente controllati suscitano un dif-
fuso scetticismo; alcuni italiani regionali sono restii ad appiattirsi sul tipo dialettale “nero” e
premono contro il cambiamento.
43. B. Migliorini, Parole nuove. Appendice di dodicimila voci al ‘Dizionario moderno’ di Alfredo
Panzini, Milano, Hoepli, 1963, s.v.
44. Cfr. F. Faloppa, La “linea del colore”: appunti per la storia della parola “negro”, in « Quaderni
della Sezione di Glottologia e Linguistica del Dipartimento di Studi Medievali e Moderni

381
francesco montuori
ha ripristinato la corrispondenza biunivoca dei traducenti di Negro e nigger
secondo l’uso ampiamente condiviso (ma ancora discusso) di adoperare
negro come termine marcato in senso dispregiativo e nero come parola
neutra:45 cosí il dialogo tra Atticus e la figlia ha perso l’incoerenza e l’am-
biguità proprie della precedente traduzione.

4. Glossari e testi medievali


Grazie ai progetti realizzati e a quelli messi in cantiere, una sempre piú
ampia porzione di lettori specializzati nello studio dei testi letterari della
contemporaneità potrà trarre profitto dalla lessicografia storica dell’italia-
no, cosí come è auspicabile che faccia da quella etimologica.46
Per i testi del Medioevo, invece, le cose sono in parte diverse, dal mo-
mento che il condizionamento della competenza nella lingua d’uso è
molto minore che per i testi moderni e contemporanei, mentre di gran
lunga maggiore è la consapevolezza di dover ricorrere a supplementari
strumenti di conoscenza. Al proposito è sufficiente citare il bel ricordo di
Mengaldo che racconta di un Dante Isella che, intento a preparare l’edi-
zione delle Antiquarie prospetiche romane, compulsava il REW di Meyer-
Lübke per cercare sussidio alla lezione capreon ‘caprone’.47

[dell’Univ. di Chieti] », ix 1997, pp. 93-129; Id., Parole contro. La rappresentazione del “diverso”
nella lingua italiana e nei dialetti, Milano, Garzanti, 2004, pp. 99-128; spunti utili anche in A.
Belladelli, Voci (non) bianche nel doppiaggio televisivo italiano degli anni Ottanta, in Parlare di raz-
za. La lingua del colore tra Italia e Stati Uniti, a cura di T. Petrovich Njegosh e A. Scacchi,
Verona, Ombre corte, 2012, pp. 241-53; A. Scacchi, Negro, nero, di colore, o magari abbronzato: la
razza in traduzione, ivi, pp. 254-83. Per l’incidenza dei manuali per giornalisti sul tema, cfr. M.
Palermo, I manuali redazionali e la norma dell’italiano scritto contemporaneo, in « Studi linguistici
italiani », xxi 1995, pp. 88-115, a p. 105.
45. H. Lee, Il buio oltre la siepe, trad. di V. Mantovani, Milano, Feltrinelli, 2017, pp. 99-101.
46. Alberto Varvaro deplorava che parte dei filologi frequentassero troppo poco alcuni
tipi di lessici: « Per le difficoltà linguistiche che non sono affatto poche anche in testi dell’Ot-
tocento (penso a Nievo o a Verga), il commentatore si fida della propria competenza di
parlante colto, senza ricorrere ai vocabolari storici e men che meno ad opere piú comples-
se. In Francia ci sono voluti decenni perché i letterati imparassero ad usare il Französisches
Etymologisches Wörterbuch, l’inventario di tutto il patrimonio lessicale (lingue e dialetti) della
Francia, – in Italia non mi pare di avere ancora visto mai citato nei commenti il corrispon-
dente, ancora incompleto, Lessico Etimologico Italiano. Senza pretendere tanto, quanti com-
mentatori si sono accorti che un’opera diffusissima e di uso facile come il Dizionario Etimolo-
gico della Lingua Italiana di Cortelazzo e Zolli può risultare preziosa? » (Prima lezione di filologia,
cit., p. 107).
47. Cfr. Mengaldo, Filologia testuale, cit., p. 20. L’ed. delle Antiquarie curata da D. Isella e
G. Agosti è del 2004 (Parma, Fondazione Pietro Bembo-Guanda).

382
lessicografia e filologia
Si è già accennato alle acquisizioni compiute sul versante della lessico-
grafia storica e di quella etimologica, àmbiti sui quali nelle pagine succes-
sive si faranno altre riflessioni. Si osservi ora, invece, un tipo speciale di
ricerca lessicale, relativa ai termini tecnici, che adesso tendono a uscire
dalla forma del glossario per assumere una configurazione storica piú
completa in repertori che aspirano a diacronie piú ampie.
Nel campo estremamente ricco dei lessici tecnici, infatti, la ricerca les-
sicografica si apre a lavori di diversa ampiezza che si esercitano sulla lin-
gua di diversi campi del sapere: facendo tre esempi abbastanza casuali tra
recenti prodotti di qualità, si ricordano le annotazioni sul lessico della di-
vulgazione astronomica di Michele Ortore, quelle di Rosa Casapullo sul-
la vulcanologia scientifica ai suoi albori nel Settecento o quelle sulla geo-
metria medievale di Francesco Feola collaterali all’edizione di un volga-
rizzamento di Fibonacci.48
Per alcuni settori tecnici e scientifici il cammino è già tracciato. Il pro-
gresso dei tempi si percepisce comparando lo splendido studio di Gualdo
del 1996 sul lessico medico del De regimine pregnantium di Michele Savona-
rola con qualche articolo recente su argomento simile, e vedere quanta
lessicografia dei corpora sia entrata nel discorso filologico.49 Nell’articolo di
Gianluca Valenti intitolato Lessico anatomico in lingue romanze. Un’indagine su
tre traduzioni trecentesche del ‘De proprietatibus rerum’ di Bartolomeo Anglico, in-
centrato sulla formazione del lessico della medicina, si enumerano le fon-
ti lessicografiche per lo studio dei lessici specialistici in lingue romanze:
« Di grande rilevanza sono i numerosi database e vocabolari scientifici at-
tualmente disponibili o in corso di creazione, come LLS e DFSM per il
francese, LeMMA, ReMediA e TLAVI per l’italiano e DiTMAO per
l’occitano [. . .] ».50 È necessaria una grande specializzazione per dominare

48. Risp. cito M. Ortore, La lingua della divulgazione astronomica oggi, Pisa-Roma, Serra,
2014; R. Casapullo, Note sull’italiano della vulcanologia fra Seicento e Settecento, in Napoli e il gigan-
te. Il Vesuvio tra immagine, scrittura e memoria, [Atti del Convegno di Napoli, 10 maggio 2013], a
cura di R. Casapullo e L. Gianfrancesco, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, pp. 13-54; F.
Feola, Gli esordi della geometria volgare. Un volgarizzamento trecentesco della ‘Practica Geometriae’ di
Leonardo Pisano, Firenze, Accademia della Crusca, 2008.
49. R. Gualdo, Il lessico medico del ‘De regimine pregnantium’ di Michele Savonarola, Firenze,
Accademia della Crusca, 1996.
50. Apparso nella « Revue de Linguistique Romane », lxxx 2016, pp. 457-504, a p. 457 n. 2;
per lo scioglimento delle sigle cfr. pp. 496-97. Solo la prima sigla rinvia a un “libro”: Lexique
de la langue scientifique (Astrologie, Mathématiques, Mèdecine). Matériaux pour le Dictionnaire du
Moyen Français (DMF), éd. par D. Jacquart et C. Thomasset, Paris, Klincksieck, 1997; le al-

383
francesco montuori
un’offerta cosí variegata di strumenti di ricerca, per seguirne il corso di
realizzazione, o anche solo per interrogarli adeguatamente;51 i risultati,
però, sono garantiti, visto che dal trattamento digitale dei repertori glos-
sografici di testi medici seguono immediate le ricadute filologiche: basta
vedere alcuni recenti lavori che propongono una serie di emendamenti a
voci di vocabolario o a lezioni di edizioni di ambito medico.52
Comparato alla lessicografia dei corpora, quello dei glossari sembra un
tipo di compilazione meno promettente, ma in concreto è ancora molto
praticato e, in generale, il glossario continua a essere una risorsa di com-
plessa definizione e complicata da realizzare. Piú che in altri tipi di pro-
dotti, è proprio nei glossari che si osserva una tensione tra le esigenze
della filologia e quelle della lessicografia: perciò viene avvertito diffusa-
mente il bisogno di combinare l’intenzione (filologica) di illustrare l’in-
terpretazione delle parole di un testo con l’obiettivo (lessicografico) di far
interagire questo “vocabolario” con tutti gli altri documenti sugli usi di
una lingua.53
Negli ultimi anni sono apparse delle edizioni con glossari di ecceziona-
le qualità. Esemplificando con l’area napoletana, mi limito a ricordare
quelli di Vittorio Formentin, di Marcello Barbato, di Marcello Aprile e di
Carolina Stromboli relativi a Loise De Rosa, alle traduzioni di Plinio e di
Vegezio fatte da Giovanni Brancati e a una piccola porzione del lessico de

tre fanno riferimento a prodotti lessicografici di diverso tipo e di ineguali livelli di comple-
tezza.
51. A questi strumenti fanno ricorso altri studiosi, come G. Zarra, Il ‘Thesaurus pauperum’
pisano. Edizione critica, commento linguistico e glossario, Berlin-Boston, De Gruyter, 2018, o come
R. Piro, Sulle tracce del lessico della fisiognomica nelle cinque edizioni della Crusca, in Il Vocabolario
degli Accademici della Crusca (1612) e la storia della lessicografia italiana, cit., pp. 409-23, dove, dopo
l’edizione critica dell’Almansore apparsa nel 2011, si propone un breve specimen sulla sola fisio-
gnomica, con la ricerca del lessico entrato nelle edizioni della Crusca dall’Almansore, dalla
Santà del corpo di Zucchero Bencivenni (Rossella Baldini) e dallo Zibaldone Andreini; in una
prospettiva piú ampia il progetto di ricerca è inquadrato in M. Giuliani-S. Lubello-R. Piro,
Per lo studio dei lessici tecnico-scientifici medievali: le prospettive del ‘Lessico Medievale della Medicina e
dell’Alimentazione’, in « Contributi di filologia dell’Italia mediana », xxviii 2014, pp. 5-40.
52. Cfr. ad es. E. Artale, Testi medici antichi e banche dati informatizzate. L’indicizzazione come
risorsa ecdotica ed esegetica, in Dal manoscritto al web. Canali e modalità di trasmissione dell’italiano [. . .].
Atti del xii Congresso SILFI, Helsinki, 18-20 giugno 2012, a cura di E. Garavelli ed E. Suo-
mela-Härmä, Firenze, Cesati, 2014, pp. 43-50.
53. Cfr. J.-P. Chambon, Lexicographie et philologie, réflexions sur les glossaires d’éditions de textes
(français médiéval et préclassique, ancien occitan), in « Revue de Linguistique Romane », lxx 2006,
pp. 123-41. Sulla differenza tra glossario e dizionario, identificata qui solo nella dimensione
del corpus (p. 129), cfr. quanto osservato oltre, al par. 5.

384
lessicografia e filologia
lo Cunto de li cunti di Basile.54 Sono lavori compilati da studiosi per i quali
la formazione di linguistica storica e, per gli ultimi tre, l’esperienza com-
piuta a vari livelli nell’officina del LEI ha costituito un momento fonda-
mentale della formazione scientifica. Non sarà un caso, allora, che le voci
di quei glossari, coniugando filologia e lessicografia, mirano a strutturare
la semantica, a dare informazioni morfologiche e sintattiche, a inquadrare
nella storia del lessico romanzo tutti i dati relativi alle occorrenze tratte
dai rispettivi testi: finiscono, insomma, con l’essere delle vere e proprie
voci di dizionario storico-etimologico. Questo ha complicato in modo
straordinario il lavoro del glossografo: le operazioni e i controlli da fare
per introdurre ogni voce in un quadro generale sono complesse e nume-
rose, con un ovvio ritardo e un enorme aggravio di lavoro, dovuto alla con-
sultazione degli strumenti disponibili e alle conseguenti valutazioni da
fare. Naturalmente i progressi delle conoscenze sono innumerevoli, ma
il contraltare di questa situazione è che se l’aspirazione di ogni editore
dovesse essere di raggiunger sempre il massimo livello di completezza, la
maggior parte degli studiosi rinuncerebbe a produrre un glossario. Biso-
gna infatti sempre saper scegliere il possibile, oltre al meglio.
Anche qui mi limito a un paio di esempi. Lo stesso Marcello Barbato
per il Rebellamentu siciliano ha elaborato un glossario di servizio, molto ben
fatto, ovviamente, ma ha rinunciato in partenza a valutare in modo anali-
tico il lessico di quella cronaca rispetto alle dinamiche siciliane e romanze,
limitandosi a svolgere in altre sedi dei sondaggi specifici; e per le Cronache
del Vespro, data anche la sede editoriale, ha prodotto, a supporto del lettore,
un indice delle voci commentate.55 A sua volta, nell’ambito di un ampio
spoglio della lingua di un testo ipertrofico come i Diarii di Marin Sanudo,
Francesco Crifò offre due prodotti glossografici molto diversi: un reperto-
rio di voci “ragguardevoli” selezionate su un excerptum della parte piú anti-

54. Cfr. De Rosa, Ricordi, cit.; M. Barbato, Il libro viii del Plinio napoletano di Giovanni Bran-
cati, Napoli, Liguori, 2001; M. Aprile, Giovanni Brancati traduttore di Vegezio. Edizione e spoglio
lessicale del ms. Vat. Ross. 531, Galatina, Congedo, 2001; C. Stromboli, Il lessico de ‘Lo cunto de li
cunti’ di Giovan Battista Basile: saggio di glossario, in « Studi linguistici italiani », xxxv 2009, pp.
28-87; e cfr. ora S. Rovere, L’ ‘Esopo’ napoletano di Francesco Del Tuppo, Pisa, Ets, 2017.
55. M. Barbato, Plinio il Vecchio volgarizzato da Landino e da Brancati, in Le parole della scienza.
Scritture tecniche e scientifiche in volgare (secoli XIII-XV). Atti del Convegno di Lecce, 16-18 aprile
1999, a cura di R. Gualdo, Galatina, Congedo, 2001, pp. 187-227; Lu Rebellamentu di Sichilia, a
cura di M. Barbato, Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 2010; Crona-
che volgari del Vespro, a cura di M.B., Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 2012.

385
francesco montuori
ca dell’opera e un completo regesto commentato delle parole dell’artiglie-
ria.56 Le soluzioni dei due studiosi, inappuntabili dal punto di vista filolo-
gico, sono ricche di informazioni di interesse lessicografico e storico-lin-
guistico: grazie alla vividezza con cui sono analizzate le parole usate nel
testo, esse sono esempi di quell’auspicabile tipo di studi che costituiscono
il requisito preliminare per realizzare lavori su domini piú ampi.

5. TLIO e OVI
Per arrivare ad acquisizioni di tale qualità, e alle sistematiche ripercus-
sioni sulle nostre conoscenze lessicali e quindi sull’edizione dei testi e
sulla loro corretta lettura, è stato necessario attendere un’altra innovazio-
ne nella lessicografia storica italiana, un luogo che funzionasse da collet-
tore e ordinatore delle nuove conoscenze e, prima ancora, che si propo-
nesse come generatore di una nuova concezione del lavoro lessicografico:
si è dovuto aspettare che nascesse il TLIO.
È bene precisare subito che quando si parla di TLIO si fa riferimento a
due risorse completamente diverse: il vocabolario delle origini, propria-
mente il TLIO, Tesoro della lingua italiana delle origini, e la banca dati che
funziona come corpus testuale di base su cui lavorano i redattori delle voci,
e che, per convenzione e per brevità, chiamo qui OVI, Opera del Voca-
bolario Italiano.57 Entrambi gli strumenti sono consultabili in rete.
Il TLIO è il glossario di un corpus formato da tutti i testi antichi fino al
terzo quarto del Trecento e vuole documentare gli usi di tutte le varietà
italo-romanze antiche e questo lo differenzia in modo sostanziale dai
glossari dei testi, orientati a fornire un’interpretazione dei singoli contesti.
La differenza, fa notare acutamente Beltrami, è chiarissima per esempio
nel rapporto tra entrata e forme o nella definizione: il lemma nei glossari
è una “ricostruzione”, nel TLIO è una etichetta che « definisce un’entità
virtuale, non un dato »; la definizione nei glossari è una parafrasi sinoni-
mica, nel TLIO è una riformulazione perifrastica.58

56. F. Crifò, I ‘Diarii’ di Marin Sanudo (1496-1533). Sondaggi filologici e linguistici, Berlin-Bo-
ston, De Gruyter, 2016.
57. Cfr. http://www.ovi.cnr.it. Il TLIO nel 2018 ha festeggiato il traguardo delle 40.000
voci completate. Come si legge nella Guida ai contenuti, nel gennaio del 2019 l’OVI « contie-
ne 2446 testi per complessive 23.874.376 occorrenze di 479.915 forme grafiche distinte ».
58. Beltrami, Lessicografia e filologia, cit., pp. 239-40.

386
lessicografia e filologia
5.1. Il ‘TLIO’, i testimoni e le edizioni
È difficile sopravvalutare l’impatto che il TLIO ha avuto sulle cono-
scenze storiche e linguistiche del nostro lessico e dei nostri testi nonché
sul modo di operare di storici della lingua e filologi italiani e romanzi.
Il TLIO è un vocabolario, consultabile in rete e continuamente aggior-
nato, del lessico della tradizione italiana delle origini. Diverse recenti
pubblicazioni hanno fornito molte notizie sulla storia del TLIO, sulle sue
difficili premesse nella vita dell’Accademia della Crusca e poi del CNR
tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, e sull’eccezionale e decisivo impul-
so fornito dalla direzione di Pietro Beltrami. Nella preistoria del TLIO,
tra le tappe piú significative del progetto di vocabolario storico, spicca la
scelta di intendere per italiano antico non il solo fiorentino ma l’insieme
delle varietà romanze usate in Italia. In un documento recentemente
messo in circolazione si legge il momento in cui Nencioni e Fiorelli, du-
rante la loro direzione provvisoria (1972-1974), decisero di concentrare
tutte le energie sul Tesoro delle Origini e non piú solo sul Vocabolario storico.
In un verbale della riunione del 1973 c’è l’elenco delle ragioni:
1o Il Tesoro non va inteso, finalmente, come una prima parte del Vocabolario
storico della lingua, ma come strumento a sé. A Tesoro compiuto, si potrà ripren-
dere da questo quel tanto che serva alle voci del Vocabolario. [. . .]
2o Le due opere si distinguono anche perché hanno caratteri lessicografici diversi:
il Tesoro prevede infatti una integralità di spogli che il Vocabolario non contem-
pla, ed ha un plurilinguismo che l’altro non avrà; si tratta pertanto di due opere
parallele che si completano a vicenda.
3o Con le caratteristiche geografiche sopra delineate, si riafferma unanimemente
che il confine del Tesoro resta fissato al 1375, come già previsto, in modo da non
compromettere la visione, per quanto possibile completa, del plurilinguismo dei
primi secoli. Si sottolinea infatti da piú parti che un Tesoro limitato al 1321 taglie-
rebbe fuori tutta la produzione dialettale centro-meridionale e creerebbe una
forte disparità.
4o Si riafferma inoltre la necessità che l’Accademia concentri, d’ora in avanti, tutte
le sue forze alla redazione del Tesoro nei termini e nell’ampiezza qui sopra de-
scritti.59

59. Sul documento ha richiamato l’attenzione Giulio Vaccaro, tirandolo fuori dall’Archi-


vio dell’OVI e rendendolo pubblico: G.V., Veniamo da molto lontano e andiamo molto lontano.
Documenti per la storia dell’Opera del Vocabolario Italiano dalle origini al 1992, in « Bollettino del-
l’Opera del Vocabolario Italiano », xviii 2013, pp. 277-390, a p. 353; alcune prime riflessioni,
contestualmente, sono apparse in Id., ‘Ab OVI’. Materiali per una storia dell’Opera del Vocabolario
Italiano, in « Diverse voci fanno dolci note ». L’Opera del Vocabolario Italiano per Pietro G. Beltrami, a

387
francesco montuori
Il punto n. 2 è quello cruciale: innanzitutto viene rivendicata l’« integrali-
tà di spogli » su cui si fonderà il Tesoro, con una disamina inedita di tutto il
materiale lessicale raccolto e censito nei testi antichi;60 poi si afferma che
un Tesoro può documentare agevolmente il plurilinguismo, al contrario di
un Vocabolario storico che, per l’inerzia della storia, restituirà un quadro
meno multiforme e policromo del lessico italiano. E invece, uno dei piú
significativi risultati che la recente lessicografia ha consolidato, in seguito
allo studio di un gran numero di testi filologicamente attendibili, è stato
proprio l’aver ricavato un’immagine complessa e meno fiorentinocentri-
ca della storia linguistica italiana.61
Il punto n. 2 è cruciale anche per un’altra ragione. Questa stessa imma-
gine di plurilingue policentrismo, restituita da un’opera di impianto “na-
zionale” come il TLIO, non potrebbe essere desunta da un analogo studio
sui volgari municipali, nemmeno per diacronie molto piú grandi. I voca-
bolari storici e storico-etimologici dei dialetti d’Italia, infatti, descrivono
le lingue locali in modo che ne emerga l’ibridismo dovuto alle stratifica-
zioni lessicali: esso appare sia in vocabolari circoscritti a particolari sincro-
nie, sia negli studi su lunghissime e ininterrotte diacronie.62 Ma, anche se

cura di P. Larson, P. Squillacioti, G. Vaccaro, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2013, pp.


3-14.
60. Sul trattamento di alcune parole funzionali, cfr. P.G. Beltrami, The Lexicography of
Early Italian: its Evolution and Recent Advances, in Perspectives on Lexicography in Italy and Europe,
cit., pp. 27-53, a p. 50 e n. 47.
61. L’opera che, portando a compimento la forma antologica dei Testi non fiorentini di Mi-
gliorini e Folena, ha sistematizzato la visione policentrica della storia della lingua italiana è
L’italiano nelle regioni, a cura di F. Bruni, Torino, Utet, 1992-1994, 2 voll. (con un’importante
e rinnovata introduzione nella ristampa Milano, Garzanti, 1996). Si riportano, al proposito,
anche le parole di Paolo Trovato in un paragrafo (La filologia per la storia linguistica) del reso-
conto del suo intervento al primo convegno dell’ASLI: « È appena il caso di notare che, al
solito, le messe a punto sinergiche della filologia e della storia linguistica restituiscono
un’immagine piú precisa e complessa, meno fiorentinocentrica, dei rapporti di dare e avere
tra il centro della nostra tradizione linguistica e le nostre meno prestigiose, ma ricchissime,
periferie: da Napoli, prima angioina e poi aragonese, alla Ferrara degli estensi, a lungo tena-
cemente abbarbicata alla produzione in lingua d’oïl, a Venezia, porta d’Oriente e grande
emporio di libri in tutte le lingue » (Storia della lingua e filologia: i testi letterari, in Storia della lin-
gua e storia letteraria, cit., pp. 73-98, a p. 80).
62. Cfr., per es., M. Cortelazzo, Dizionario veneziano della lingua e della cultura popolare del
XVI secolo, Limena, La linea, 2007; I. Paccagnella, Vocabolario del pavano. XIV-XVII secolo,
Padova, Esedra, 2012; A. Varvaro, Vocabolario storico ed etimologico del siciliano, Palermo-Stras-
bourg, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani-Eliphi, 2014, 2 voll.; REP. Repertorio
etimologico piemontese, dir. A. Cornagliotti, Torino, Centro di Studi Piemontesi, 2015.

388
lessicografia e filologia
impostati su scala regionale, tali dizionari non riescono a restituire un
quadro degli usi linguistici altrettanto vivace di quello disegnato dal TLIO
a proposito dell’italiano antico.63
Il plurilinguismo congenito della storia d’Italia si vede con particolare
chiarezza nello spoglio e nel trattamento che il TLIO fa delle glosse, cioè
del risultato di un’antica procedura di riformulazione di uso comune nel-
la lessicografia e nei commenti ai testi. Le glosse e gli antichi glossari sono
una risorsa imprescindibile di conoscenze linguistiche: per dirla con Pao-
lo Trovato, quelli studiati da Baldelli sono la versione mediana dei testi
pratici toscani o veneziani, per quanto riguarda le informazioni linguisti-
che che si possono trarre dalla loro edizione e interpretazione filologica-
mente fondate.64 La rilevanza della glossa come risorsa di analisi del testo
a piú livelli, del resto, è cosa ben nota ed è egregiamente utilizzata dal
TLIO, che marca in modo specifico le occorrenze che si presentano come
glosse, consentendo la ricerca lessicale all’interno di questo solo campo. In
tal modo si favoriscono anche ricerche onomasiologiche:65 per es., par-
tendo dal carpone dantesco (Inf., xxv 141 e xxix 68) si arriva agevolmente a
recuperare sinonimi (bocconi, branciconi, brancoloni, branconi) e quindi a peri-
frasi (cholle mani per terra).66

63. Sull’italiano antico, si veda L. Tomasin, Che cos’è l’italiano antico?, consultabile on line su
https://unil.academia.edu/LorenzoTomasin (versione ampliata di Qu’est-ce que l’italien an-
cien?, in « La lingua italiana », ix 2013, pp. 9-18).
64. Cfr. Trovato, Storia della lingua e filologia, cit., p. 79; per i glossari cfr. A. Aresti, L’edizio-
ne di glossari latino-volgari prima e dopo Baldelli. Una rassegna degli studi e alcuni glossarietti inediti, in
« Studi di lessicografia italiana », xxxiv 2017, pp. 35-81.
65. Naturalmente, reti onomasiologiche possono essere costruite piú rapidamente facen-
do ricerche nelle definizioni: cfr. M. Pifster-M. Giuliani, Una collaborazione recente: il ‘Lessico
Etimologico Italiano’, in Attorno a Dante, cit., pp. 72-84, a p. 76.
66. La perifrasi è nelle Chiose del falso Boccaccio. Sotto la voce branconi sono registrate tre
occorrenze: la chiosa dell’Ottimo a Purg., iv 50, che però ora non appare nell’edizione curata
da Massimiliano Corrado (cfr. infra, n. 88), e anche le forme branzone e branzuni del Lana; ma
le glosse del Lana impongono una revisione secondo quanto si legge ora nell’ed. di Volpi,
risp. dal Riccardiano Braidense AG XII 2 e dal Trivulziano 2263 (Iacomo della Lana, Com-
mento alla ‘Commedia’, a cura di M. Volpi, con la collab. di A. Terzi, Roma, Salerno Editrice,
2009, 4 voll.): Inf., xxv 139, « corra corponi, çoè in brançoni » e « corra carponi, cioè in bracciconi »
(pp. 724-25); Inf., xxix 68, « carpone. Çoè a brançone, çoè in quatro » e « carpone. Cioè branco-
ne, overo in quatro » (pp. 818-19); Purg., iv 50, « carpendo. Çoè andando in quatro over
brançoni » e « carpendo. Cioè andando in quattro overo branconi » (pp. 1014-15); per una
corretta rilemmatizzazione, si tenga conto che brancone, -i è da branca ‘zampa; *ramo’, men-
tre brançone, -i e bracciconi sono da *brancia ‘fronda’ (risp. LEI, vii 117-63 e 168-75). Per un’a-
nalisi morfologica in sincronia e diacronia delle forme in -oni cfr. L. Corona, Il suffisso italia-

389
francesco montuori
Altra caratteristica del TLIO è quella di essere un vocabolario fondato
su un corpus di testi editi. Anche questa scelta, piú volte discussa e alla fine
ribadita, ha una ragione fondamentalmente pratica, cioè tende alla realiz-
zabilità di ciò che è possibile e non alla desiderabilità di ciò che è auspica-
bile. L’esistenza di una commissione filologica, guidata per molti anni da
Domenico De Robertis, ha garantito la scientificità delle scelte, cioè l’at-
tendibilità dei risultati, e ha imposto che, come detto piú volte in molte
occasioni, il redattore del TLIO, cioè il compilatore di voci di un vocabo-
lario, fosse anche un filologo: « Piú ancora che di edizioni fatte apposta
per la lessicografia, comunque piú che opportune, ma che non potranno
certo, ancora per lunghissimo tempo, coprire tutto il dominio della lingua
dei primi secoli, il lessicografo dell’italiano antico, che non può fare a meno di esse-
re anche filologo, ha soprattutto bisogno di sapersi districare fra le edizioni,
mettendo a frutto criticamente ciò che ognuna gli offre ».67
Questa caratteristica del TLIO come vocabolario delle edizioni e non
dei manoscritti ha provocato effetti non secondari. Come noto, trattando-
si di un vocabolario fondato su un corpus, il TLIO presenta un regesto
completo delle forme che sono rappresentate dal lemma. Si tratta di un

no in -oni, in « Archivio glottologico italiano », xcvii 2012, pp. 34-77. Il carpendo che rinvia
nella glossa al dantesco carpando (‘andando carponi’) è considerato documento della poli-
morfia degli esiti di carpere, con forme in -are e in -ire: cfr. LEI, xii 329-49; TLIO, s.v. carpa-
re, 2, e carpire, 3. Si notino, però, tre circostanze: « le citazioni del testo dantesco contenute
all’interno della glossa » sono le « zone linguisticamente piú ambigue dell’intero Commen-
to »; gli antichi volgari settentrionali tendono a estendere -ando al posto di -endo; il ms. Ric-
cardiano Braidense non asseconda questa estensione, riportando un buon numero di forme
in -endo, e nei « rimandi e nelle citazioni dirette [. . .] non compaiono mai le forme settentrio-
nali » in -ando di verbi in -ere o -ire (le citazioni sono da M. Volpi, « Per manifestare polida par-
ladura ». La lingua del commento lanèo alla ‘Commedia’ nel ms. Riccardiano-Braidense, Roma, Salerno
Editrice, 2010, pp. 174 e 252).
67. Cfr. P. Beltrami, Il mito dell’edizione per i lessicografi e il ‘Tesoro della Lingua Italiana delle
Origini’, in Lexicon, Varietät, Philologie. Romanistiche Studien zum 65. Geburstag von Günter Holtus,
hrsg. von A. Overbeck, W. Schweickard, H. Völker, Berlin-Boston, De Gruyter, 2011, pp.
341-49, a p. 347. Cfr. anche Picchiorri, Problemi filologici, cit., p. 479: « Ma è soprattutto l’im-
postazione di fondo a essere mutata rispetto alle opere lessicografiche precedenti, innanzi
tutto perché lo stesso processo di redazione delle voci si configura come un continuo lavoro
ecdotico ». Sull’ufficio filologico cfr. E. Artale-P. Larson, Il punto sui corpora dell’Opera del
Vocabolario Italiano, in Dizionari e ricerca filologica. Atti della Giornata di studi in memoria di
Valentina Pollidori, Firenze, 26 ottobre 2010, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2012, pp. 25-40.
Il lavoro dell’ufficio filologico è ora visibile nella “bibliografia dei citati”: quando si apre la
scheda bibliografica, un link rinvia a una tabella riassuntiva dei cambiamenti introdotti dal-
l’ufficio filologico.

390
lessicografia e filologia
servizio di straordinaria importanza, su cui in seguito torneremo: qui si
intende solo sottolineare che le forme non sono le lezioni dei manoscrit-
ti ma quelle delle edizioni. Questo è un punto fondamentale, che non va
mai dimenticato, altrimenti si rischia di chiedere al TLIO piú di quello
che esso promette.
Un immediato effetto è che, innanzitutto, davanti al testo delle edizio-
ni, il lessicografo talvolta può reagire manifestando insoddisfazione. In un
convegno di qualche anno fa Max Pfister annotò con rammarico che nel
LEI tra le forme documentate sotto la voce basilisco non si trovasse il bada-
lischo attestato dal Vat. lat. 3793 in una canzone di Stefano Protonotaro
(Assai mi placeria) e ben visibile nelle CLPIO di Avalle. Il motivo è presto
detto: il redattore del LEI fa riferimento al TLIO e, in subordine, all’OVI;
gli editori che sono nel corpus non hanno conservato a testo quella specifi-
ca forma di quel manoscritto, ma sono intervenuti modificandola o, even-
tualmente, commentandola nella nota al testo. Davanti a tale stato di cose,
Pfister, con il suo prestigio, sollecitava gli editori affinché fornissero una
documentazione quanto piú completa è possibile: « Ormai è chiaro come
conti anche il peso della variante e della sua esatta grafia ».68
In secondo luogo, il lessicografo si colloca in posizione di difesa; è
giusto salvaguardare l’utilizzabilità lessicale delle forme ricostruite: « Se
il ragionamento dell’editore è valido, una forma ricostruita non è meno
reale di una attestata dai mss., e si deve citare, purché con la dovuta anno-
tazione, almeno quando si tratta di un’attestazione unica o rara, o che fa
emergere un significato diverso da quelli individuati nella lista delle atte-
stazioni che i redattori spogliano in linea di principio integralmente ».69
Ma la cautela è d’obbligo: « Quando una forma congetturata è citata da

68. Cfr. Pfister, Lessicologia e filologia, cit., p. 260. Pfister in coda rinviava ai lavori di R.
Coluccia, di cui cfr. in ultimo Ancora su grafia dei testi e grafia delle edizioni, in Atti del xxviii Con-
gresso internazionale di linguistica e filologia romanza, Roma, 18-23 luglio 2016, a cura di R. Anto-
nelli, M. Glessgen, P. Videsott, Strasbourg, Eliphi, 2018, 2 voll., ii pp. 1111-19: « Le oscil-
lazioni dovute a scelte editoriali, non analizzate nella loro natura reale, arrivano a trasferirsi
nella lessicografia dell’italiano contemporaneo: i vocabolari presentano come caratteristiche
di fasi precedenti della storia della lingua e attribuibili agli autori fenomeni che sono anche
di natura ecdotica, dipendenti in parte dalle scelte degli editori » (p. 1116). Del resto l’oppor-
tunità e i limiti dell’ammodernamento grafico nelle edizioni di testi antichi è un problema
innanzitutto filologico: cfr. R. Antonelli-N. Tonelli-M. Zaccarello, Foro. L’edizione per-
fetta tra studio e lettura (Bologna, 15 maggio 2015), in « Ecdotica », xii 2015, pp. 83-113, alle pp. 95-99
(Grafie. Come fare con le grafie del Medioevo, del Rinascimento e quelle moderne? ).
69. Beltrami, Il mito dell’edizione per i lessicografi, cit., p. 345.

391
francesco montuori
una edizione che voglia essere critica è indispensabile che si indichi la par-
te ricostruita del lemma ».70
Soluzioni diverse da queste sono, al momento, impraticabili. Infatti,
parlare di una lessicografia delle edizioni contrapposta a quella dei mano-
scritti apre questioni non completamente risolte, innanzitutto dal pun-
to di vista grafico. Assicurare la conservazione estrema dei tratti grafici e
paragrafematici dei manoscritti può essere un desiderio del lessicografo
ma quasi mai è un’ambizione dell’editore.
Un libro come Scripta manent di Pino Coluccia è stato fondamentale
nell’evidenziare alcune delle tradizioni scrittorie, ma ha avuto un impatto
minore nella pratica filologica. Se è vero che le scripte sono composite per
variazione (per l’intrinseca eterogeneità dei sistemi linguistici), per tradi-
zione (a causa dell’incrocio di correnti linguistiche diverse) e per trasmis-
sione (per la stratificazione di sistemi grafico-linguistici diversi nella tra-
dizione dei testi), allora avere la possibilità di studiare le configurazioni e
le evoluzioni dei sistemi grafici delle scritture medievali e moderne po-
trebbe essere una risorsa non indifferente per i filologi.71
Invece la situazione italiana è molto lontana da quella di altre aree ro-
manze e gli effetti si sono avvertiti in lessicografia e anche nella linguistica
storica: è sufficiente comparare il peso che, ne Lo spazio letterario del Medio-
evo volgare, la scripta ha nel profilo dell’area galloromanza tracciato da Max
Pfister e in quello dell’area linguistica italiana scritto da Vittorio Formen-
tin; si percepiscono chiaramente l’incomparabilità della situazione ita-
liana e di quella francese, il differente materiale utilizzabile e la diversa
tradizione di studi alle spalle dei due autori.72 La stessa ricerca scientifica
sulle scripte, cioè la scriptologia, in Italia non ha a disposizione una suffi-
ciente mole di documenti attendibili su cui lavorare: ed è un peccato,
dato il grande contributo che una disciplina come questa può dare a diver-
se domande di tipo filologico, come, per esempio, alla localizzazione dei
manoscritti. L’unica area in cui è stato possibile fare una valutazione della

70. M. Pfister, Lessicologia e filologia nella redazione del ‘LEI’, in Storia della lingua italiana e fi-
lologia, cit., pp. 249-60, a p. 260.
71. Cfr. A. Varvaro, Per lo studio dei dialetti medievali, in Storia della lingua italiana e dialettologia.
Atti dell’viii Convegno ASLI, Palermo, 29-31 ottobre 2009, a cura di G. Ruffino e M. D’A-
gostino, Palermo, Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, 2010, pp. 161-71.
72. M. Pfister, L’area galloromanza, in Lo spazio letterario del Medioevo. 2. Il Medioevo volgare, a
cura di P. Boitani, M. Mancini, A. Varvaro, ii. La circolazione del testo, Roma, Salerno Edi-
trice, 2002, pp. 13-96; V. Formentin, L’area italiana, ivi, pp. 97-147.

392
lessicografia e filologia
scripta medievale è stata quella toscana, grazie alla co-occorrenza di piú
componenti: la gran mole di testi pratici e documentari disponibile; l’ac-
curatezza delle edizioni e l’acume delle analisi linguistiche di Castellani e
dei suoi allievi. Sui tentativi fatti di recente con altri metodi e per altre
aree, valga il giudizio esposto da Marcello Barbato:
Alla scriptologia va chiesto [. . .] un rapporto piú diretto e trasparente con il docu-
mento [. . .]. Si badi bene: insistere sulla filologia non significa appigliarsi nostalgi-
camente a una tradizione gloriosa (e un po’ polverosa), ma richiamarsi alla forma
della scientificità specifica del nostro campo di studi, l’unica che dà garanzie sulle
procedure di elaborazione dei dati e sulla loro visibilità.73

Lessicografia e linguistica storica, insomma, temono che le edizioni pos-


sano sottrarre agli studi materiali linguisticamente attendibili e auspicano,
per alcuni aspetti, un approccio alle fonti nel quale la mediazione del filo-
logo sia minima. Tuttavia l’obiettivo di passare da un vocabolario delle
edizioni a un vocabolario delle forme dei manoscritti potrebbe sembrare
un facile auspicio, ma non può essere un obiettivo del lavoro del lessico-
grafo, neanche di quello del TLIO: « questo tipo di revisione [di opere
edite male su manoscritto unico] non si pratica piú [nella redazione del-
l’OVI], sia perché l’impresa non se lo può permettere, sia per una piú
netta distinzione fra il lavoro dei filologi (in quanto editori di testi) e quel-
lo dei lessicografi ».74
Operazioni pre-lessicografiche, come i NTF e le CLPIO, hanno avuto
enorme influenza sul TLIO, ma ciò non ha mai fatto prevalere la « filolo-
gia dell’“attestazione” » su quella della ricostruzione.75 L’attenzione al da-
to filologico per fornire un prodotto attendibile dal punto di vista storico
resta la caratteristica che dà prestigio al TLIO; e se in qualche modo il
vocabolario ha fatto proprio il motto di Contini che il “ricostruito” è piú
vero del documento, tuttavia esso sa anche evidenziare i dati sulla tradi-
zione forniti dalle edizioni.
Massèra nella sua edizione delle rime di Boccaccio attribuí al certalde-
se il sonetto Rotto è il martello, rott’è quella ’ncugge, tràdito da un manoscritto
bodleiano in una sezione di rime attribuite al Petrarca. Anche il tema è

73. M. Barbato, Scriptologia e filologia italiana. Accordi e disaccordi, in « Medioevo romanzo »,


xxxiv 2010, pp. 163-72, a p. 172.
74. Cfr. Beltrami, Lessicografia e filologia, cit., p. 244.
75. Cfr. Ciociola, L’OVI e lo sviluppo delle discipline, cit.; G. Frosini, Linguistica e filologia, in
Manuale di linguistica italiana, a cura di S. Lubello, Berlin-Boston, De Gruyter, 2016, pp. 612-32.

393
francesco montuori
petrarchesco, con la rottura degli strumenti della scrittura per rinnegare
una stagione compositiva trascorsa e prepararsi a nuovi temi e argomenti;
non canterò piú fole, scrive il poeta (v. 10), ma tesserò le lodi « della fior
soprana di soprane / che vince l’altre come l’auro brenna », ‘come l’oro supe-
ra in pregio la crusca’;76 in tal modo Massèra modificava la segmentazione
adottata da Solerti, che nella sua edizione delle Disperse di Petrarca aveva
scritto « come lauro brenna »;77 dal piccolo ritocco grafico derivava anche
un cambio di referente: non piú Laura ma la Madonna.78 Ora, l’attribu-
zione a Boccaccio è davvero difficile: mentre le suggestioni stilistiche ave-
vano indotto il Massèra a includere il sonetto nella sua raccolta, invece il
“piano testuale”, cioè la valutazione critica delle raccolte manoscritte e del
loro ordinamento, ha convinto Leporatti, ultimo editore delle rime, che
fosse opportuno lasciar fuori il sonetto dal repertorio di Boccaccio.79
In precedenza, è da notare, c’era stata un’ingegnosissima correzione di
Branca (1958): « ma della fior soprana di soprane / che vince l’altre come
sauro brenna », cioè ‘che supera le altre donne come un sauro (il piú nobile
dei cavalli) [supera] una rozza, un ronzino’;80 l’emendamento comporta
un cambio di significato di brenna da ‘crusca’ a ‘ronzino’, possibile in teoria,
ma che manifesta una certa “debolezza” lessicografica:81 il LEI documen-
ta che la diffusione nel tempo e nello spazio di brenna ‘crusca’ è compati-
bile con la presenza in un sonetto del Trecento, mentre il significato di
‘ronzino’ è voce tarda e, se accolta in questa sede, sarebbe del tutto isolata
in italiano antico.82

76. Rime di Giovanni Boccacci, testo critico per cura di A.F. Massèra, Bologna, Romagno-
li-Dall’Acqua, 1914, p. 217.
77. Rime disperse di Francesco Petrarca o a lui attribuite, per la prima volta raccolte a cura di A.
Solerti, edizione postuma con pref., intr. e bibliografia [a cura di V. Cian], Firenze, Sansoni,
1909, p. 197 num. cxxxi.
78. Rime di Giovanni Boccacci, cit., p. cccxi.
79. Cfr. G. Boccaccio, Rime, ed. critica a cura di R. Leporatti, Firenze, Edizioni del
Galluzzo, 2013, dove si è rinunciato a compilare una sezione delle attribuibili.
80. G. Boccaccio, Tutte le opere, a cura di V. Branca, vol. v to. i, Milano, Mondadori, 1992,
p. 320 (già in Id., Rime. Amorosa Visione. Caccia di Diana, a cura di V.B., Bari, Laterza, 1939, p.
89 n. 29 e pp. 354-55). La congettura si legge anche in A. Bertoldi, Del sentimento religioso di
Giovanni Boccaccio e dei canti di lui alla Vergine, in « Giornale storico della letteratura italiana »,
lxviii 1916, pp. 82-107, a p. 93 e n. 1.
81. Consultando i dizionari etimologici romanzi e galloromanzi di Meyer-Lübke e di
Wartburg, si opponeva all’emendamento già A. Roncaglia, Appunti lessicali dal Boccaccio mi-
nore, in « Lingua nostra », v 1943, pp. 73-77, a p. 75.
82. Cfr. LEI, vii 333-41 (s.v. « prerom. *brenno/*brenna ‘crusca’ ») e 753.45 (s.v. « *br(r)-;

394
lessicografia e filologia
Il TLIO non è obbligato a valutare né l’attendibilita dell’attribuzione
né la validità della congettura, ma può mostrare la problematicità del pas-
so e delle relative interpretazioni sdoppiando i significati della voce brenna
ed esponendo brevemente la questione oggetto di discussione:
2 Signif. incerto. || Con l’emendamento di Branca sauro brenna (ms. lauro brena) il
senso è ‘cavallo di poco valore’ (cfr. GDLI s.v. brenna1 con altri ess. piú tardi). Man-
tenendo come Solerti, Petrarca, Disperse, p. 197 la distinctio del ms. si ricade sotto 1
[cioè ‘materiale di scarto della lavorazione della farina, crusca [in contesto fig.:]
cosa di poco valore]; dividendo l’auro come Massera, Boccaccio, Rime, p. 217, brenna
varrebbe in senso fig. ‘cosa di poco valore’ (cfr. es. 1[1]).

Il TLIO può sottoporre a revisione la voce, aggiornandone la struttura


ogni volta che lo ritiene opportuno e, eventualmente, riesaminando la
stessa validità del lemma: cosí può proporre in modo problematico anche
quanto è discutibile piuttosto che eliminare ciò che è incerto.

5.2. Il ‘TLIO’ e le banche dati dell’OVI


Il TLIO non mira, quindi, al restauro del dato testuale ma gestisce con
scrupolo ciò che è èdito; allo stesso modo si pone l’obiettivo di documen-
tare lo spettro semantico di una voce e la sua tendenza a ricorrere in se-
quenze ordinate o in formule, senza ambire alla ricostruzione etimologi-
ca. Nel primo esponente della voce si allineano meccanicamente le for-
me, secondo l’ordine alfabetico, e nell’esemplificare le diverse accezioni
l’aspetto storico non è considerato pertinente: non si distingue, ad esem-
pio, tra forme di tradizione dotta e forme di tradizione popolare.
Perciò, chi prenda il LEI o il DELI alla voce alga scopre che alla base
delle forme diffuse a livello popolare nelle lingue romanze c’è un latino
ricostruito *aliga, con anaptissi;83 da qui derivano le forme succedanee at-
testate anticamente e, in un’amplissima area geografica, modernamente:
tutte attestano o almeno presuppongono una forma con -i-. Invece alga, la
forma corrispondente a quella classica, è un termine di tradizione colta e
di documentazione piú tarda in italiano, anche se poi alla fine è risultata
quella predominante nella lingua nazionale.
Il TLIO aggiunge poco a questa ricostruzione. La sua funzione non è

*ber(r)-/*per(r)-; *bar(r)-; *bir(r)- /*pir(r)-; *bur(r)- ‘grido richiamo; rumore di animale’ », coll.
739-87).
83. LEI, ii 35-42 (alga ‘alga’); DELI, s.v. alga.

395
francesco montuori
quella di proporre nuove interpretazioni etimologiche84 né di presentare
il lessico delle origini in una prospettiva stratificata, ma piuttosto di forni-
re quei dati documentari sulla presenza e sulla semantica di una parola
che poi i vocabolari etimologici, sempre sensibili alla storia delle parole,
usano nelle loro argomentazioni.
Nella voce alga del TLIO, perciò, il materiale è strutturato secondo la
semantica del termine e non evidenzia le stratificazioni delle forme: ab-
biamo esempi con alga e con il sic. arga, ma non si evince che quest’ultima
è una forma di tradizione popolare, dal momento che « nel sic[iliano . . .]
la r si spiega piú convincentemente partendo da una l intervocalica ».85
Inoltre, solo l’elenco delle forme attesta anche aliga, la cui esistenza è sto-
ricamente molto importante ma che risulta assente dall’esemplificazione
esplicita. Ciò accade perché aliga è conservato in edizioni infíde, se non
del tutto inaffidabili: una volta nell’edizione Torri del commento dell’Ot-
timo Commento86 e per tre volte nell’edizione di Bortolomeo Sorio del
Trattato della agricoltura di Piero de’ Crescenzi volgarizzato, annotato come
« testo completamente inaffidabile » nella scheda bibliografica.87 Questo
spiega perché il redattore della voce alga non ha inserito nessun esempio
di aliga nel vocabolario: ma in futuro, visto che il quadro filologico è cam-
biato con l’apparizione della nuova edizione dell’Ottimo, l’attestazione del
commentatore fiorentino potrà essere finalmente recuperata.88
Quindi, la ricostruzione della storia delle forme e dei significati delle
parole nell’area linguistica italoromanza è informazione desumibile solo
dal LEI e, eventualmente, dal DELI; invece, la documentazione filologi-
camente attendibile del lessico dell’italiano antico è data dal TLIO. Poi-
ché il TLIO è il prodotto dell’elaborazione dei dati desunti da un corpus di
testi, dalla voce del vocabolario è possibile passare alla consultazione inte-
grale di tutte le forme del lemma, dei contesti e delle voci bibliografiche

84. Nella nota etimologica della voce del TLIO c’è in genere un rinvio al LEI o al DELI;
in qualche caso c’è un rinvio diverso (cfr. per es. s.v. agevole); ma ora si veda A. Parenti, Eti-
mologie per il TLIO (i), in « Bollettino dell’OVI », xxii 2017, pp. 381-90.
85. Cfr. LEI, ii 41.29-32.
86. Questa è la stringa del rinvio bibliografico nella banca dati dell’OVI: « <Ottimo, Par.,
a. 1334 (fior.)> c. 11 273,13 ».
87. Cfr. Trattato della Agricoltura di Piero de’ Crescenzi, [. . .] ridotto a migliore lezione da B.
Sorio, Verona, Vicentini e Franchini, 1851-1852, 3 voll.
88. Cfr. Ottimo Commento alla ‘Commedia’ - Amico dell’Ottimo, Chiose sopra la ‘Comedia’,
a cura di G.B. Boccardo, M. Corrado, V. Celotto, C. Perna, Roma, Salerno Editrice,
2018, 4 voll.: la forma aliga è nel vol. iii p. 1534.

396
lessicografia e filologia
relative alle opere che le contengono. La rapidissima e molto efficace
consultazione di tali schede bibliografiche del TLIO consente, nel caso di
alga, di distinguere le forme attestate dalle fonti volgarizzanti da quelle
presenti nelle opere “originali”. Si scopre cosí che ad attestare alga sono
tutti volgarizzamenti dal latino: la forma quindi appare perfettamente
italiana ma, a questa altezza cronologica, è un latinismo precipitato dalle
fonti, un « latinismo latente », secondo la felice denominazione proposta
da Burgassi e Guadagnini.89
Ma a questo punto vale la pena di sottolineare un ulteriore aspetto. Il
TLIO è il prodotto finale dell’elaborazione di dati dal corpus OVI, ma in-
teragisce con molti altri corpora, la cui disponibilità è col tempo progressi-
vamente aumentata.90 Una delle acquisizioni recenti piú importanti è
data dal corpus DiVo, contenente solo testi volgarizzati. A proposito di alga,
allargando lo sguardo agli altri corpora disponibili si vede che, se nei testi
“originali” la forma di tradizione dotta non appare mai, invece nei volga-
rizzamenti possono occorrere anche le forme di tradizione popolare: ol-
tre al siciliano arga e all’aliga di Piero de’ Crescenzi, di cui si è detto, cer-
cando la voce alga nel DiVo si compie immediatamente un’ulteriore ac-
quisizione: un’aliga in un volgarizzamento dell’Eneide attribuita ad An-
drea Lancia.91 La ricorrenza conferma lo statuto marcato di alga nel Tre-
cento e la sua convivenza con le forme con -i-, in proporzioni presumibil-
mente diverse da quelle che appaiono nel TLIO.
Ma il contributo di tale piattaforma di lavoro alla ricerca lessicologica è
molto piú profondo. Uno dei volgarizzamenti in cui è presente alga è la
versione delle Eroidi di Ovidio di ser Filippo Ceffi, citato nel TLIO secon-

89. « Proponiamo [. . .] di individuare come “latinismi latenti” quei prestiti dal latino che
sono comuni nell’italiano contemporaneo ma che, dallo studio della documentazione di-
sponibile, risultano rari, episodici o occasionali nella fase antica. Per il periodo delle origini,
questi vocaboli sembrano rappresentare delle “possibilità linguistiche”, piú che dei dati di
lingua: essi sono in antico una scelta lessicale minoritaria e fortemente marcata, assurta poi
– in epoca moderna – allo standard linguistico tutt’oggi in vigore. L’attributo “latente” vor-
rebbe far riferimento al fatto che la consapevolezza della natura di forte latinismo predica-
bile in antico per questa tipologia lessicale è occultata dalla combinazione fra l’esistenza di
prime attestazioni medievali e il rango comune (spesso fondamentale) occupato da questi
lessemi nella lingua odierna » (C. Burgassi-E. Guadagnini, Prima dell’« indole ». Latinismi
latenti dell’italiano, in « Studi di lessicografia italiana », xxxi 2014, pp. 5-43, a p. 7).
90. L’elenco dei corpora ora disponibili, con una breve descrizione dei contenuti, è alla
pagina http://www.ovi.cnr.it/index.php/it/risorse/interroga-il-corpus.
91. Cfr. E. Bertin, Contributi all’edizione critica dei volgarizzamenti dell’ ‘Eneide’ in compendio,
Tesi di dottorato, Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, 2007, p. 94.

397
francesco montuori
do l’edizione ottocentesca, compiuta sulla stampa napoletana di Sisto
Riessinger del 1492: « Certo l’allegrezza di quella notte non si potrebbe
contare, se non come l’erba alga che nasce intorno al mare ».92 Nel te-
sto-base in corrispondenza di contare (l’allegrezza) c’è (gaudia) numerari.93
Una verifica nel corpus di base del TLIO mostra che questo contare è stato
lemmatizzato nel significato di ‘raccontare’ e quindi rientra nel gruppo di
forme rappresentate dal lemma contare2 ‘esporre, dire, pronunciare’. Qual-
siasi residua incertezza su significati di contare è spazzata via dalla lezione
dell’edizione dell’autografo del volgarizzamento di Ceffi, curata da Zag-
gia e recuperabile in DiVo: « Certo l’allegrezza di quella nocte non si po-
trebbe racontare, se non come l’erba alga che nasce intorno al mare ».94
L’editore commenta: « il testo latino ha piú concretamente il plurale gau-
dia e il verbo numerari ». Si tratta allora di una di quelle libertà che Ceffi si
prende per “interpretare” il lessico ovidiano senza ricalcarlo meccanica-
mente: mentre resta vincolato alla forma alga della fonte e non introduce
il popolare aliga, Ceffi abbandona invece il “computo delle molte gioie”
in favore del “racconto dell’allegrezza” di quella notte e usa racontare in
corrispondenza di numerari.
Il DiVo è solo uno dei corpora aggiuntivi, insieme ad altri di non minore
importanza, e trova il suo naturale perfezionamento in CLaVo, il corpus
dei testi latini volgarizzati. Su quest’ultimo, per esempio, è possibile cer-
care le occorrenze del verbo latino numerare per osservare il comporta-
mento dei vari volgarizzatori, trovare quali sono i traducenti selezionati e
verificare se è del tutto isolata la scelta di Filippo Ceffi di usare racontare
per numerari. Già alla prima occorrenza della ricerca delle forme che ini-
ziano con numerar* scopriamo che il nesso tra racontare l’allegrezza di Ceffi e
il gaudia numerari di Ovidio non è una scelta idiosincratica: un passo del iii
libro delle Historiae adversus paganos di Paolo Orosio (« referre caesa homi-
num milia non possem, etiam si bella numerarem ») è cosí volgarizzato da
Bono Giamboni: « dire non potrei il numero deli huomini morti, pognia-

92. Ovidio Nasone, Epistole eroiche volgarizzate nel buon secolo della lingua, a cura di G. Ber-
nardoni, Milano, Bernardoni, 1842, p. 172 r. 20.
93. Ovid, Heroides. Amores, Translated by G. Showerman, Revised by G.P. Goold, Cam-
bridge (Mass.), Harvard Univ. Press, 1914, p. 250: « non magis illius numerari gaudia noctis /
Hellespontiaci quam maris alga potest » (Leandro, vv. 107-8).
94. Ovidio, Heroides. Volgarizzamento fiorentino trecentesco di Filippo Ceffi, i. Introduzione, testo
secondo l’autografo e glossario, a cura di M. Zaggia, Firenze, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 2009,
p. 606.

398
lessicografia e filologia
mo ke le battaglie dicesse ». La “diffrazione traduttiva” non è quindi un
caso isolato.95
L’accertamento delle fonti bibliografiche riserva un’ulteriore sorpresa:
per il testo di Bono non è stata usata la vecchia edizione del Tassi ma una
trascrizione del ms. Ricc. 1561 approntata provvisoriamente per le esigen-
ze del DiVo da Joëlle Matasci.96 Infatti la creazione di DiVo ha già avuto
effetti molto significativi sulle procedure di lavoro della redazione del-
l’OVI, con il (dispendioso, ma utile) processo di preparare edizioni di
servizio per il solo corpus elettronico.97 Una circostanza che mostra come
possano essere anche le esigenze della lessicografia a promuovere nuove
edizioni che garantiscano dati piú attendibili di quelle pur disponibili ma
compilate in tempi filologicamente meno scrupolosi. Come giustamente
auspicato, questa consuetudine potrebbe essere generalizzata nell’ambito
dell’OVI con la creazione di « un database di edizioni digitali “native”,
cioè create digitalmente e immesse direttamente nel corpus, eliminando
il passaggio della pubblicazione a stampa ».98
In effetti, il fatto che dietro il TLIO ci siano delle banche dati testuali e
che la loro proliferazione sia andata avanti parallelamente alla compila-
zione del vocabolario è un segno dell’importanza di tali prodotti e della
loro oggettiva diversità rispetto al vocabolario. Mentre questo è rimasto
sostanzialmente lo stesso sin dalla prima progettazione e le voci continua-
no a essere compilate e aggiornate in un ordine tendenzialmente alfabe-
tico con la consueta struttura, si sono moltiplicate le banche dati con cui
il TLIO interagisce. È certamente superfluo dire che, come la Letteratura
Italiana Zanichelli 99 non è un’antologia della letteratura italiana, allo stesso

95. Cfr. D. Dotto, Esercizi sul contributo del lessico di traduzione in lessicografia: dal ‘TLIO’ al
‘DiVo’, in Actes du xxviie Congrès international de linguistique et de philologie romanes, cit., pp. 243-53.
96. Cfr. DiVo. Bibliografia filologica, consultabile all’indirizzo tlio.sns.it. La trascrizione della
Matasci è del 2013. L’edizione ottocentesca è Delle Storie contra i Pagani di Paolo Orosio libri vii.
Volgarizzamento di Bono Giamboni, pubblicato ed illustrato con note dal dott. F. Tassi, Firenze,
Baracchi, 1849.
97. Cfr. E. Guadagnini-G. Vaccaro, L’OVI visto dal DiVo: due contributi alla discussione, in
Attorno a Dante, cit., pp. 183-228.
98. Z. Verlato, Lessicografia delle edizioni, dei manoscritti e dei cassetti. Per un nuovo corpus OVI
di ‘born digital editions’, in « Diverse voci fanno dolci note », cit., pp. 45-58, specialmente alle pp. 51-
52. Nell’articolo si precisa che edizioni digitali sono in uso in due corpora: « Folchetto » e,
appunto, « DiVo ».
99. LIZ 4.0. Letteratura Italiana Zanichelli. CD-ROM dei testi della letteratura italiana, a cura di
P. Stoppelli ed E. Picchi, Bologna, Zanichelli, 20014.

399
francesco montuori
modo l’OVI, cioè l’insieme delle banche dati testuali, non è un vocabola-
rio. I corpora sono variabili o anche del tutto nuovi per contenuti e talvolta
anche per struttura, e ciò che è possibile trovare in essi è correlato stretta-
mente alle domande che uno pone loro.100
Per esempio, il valore e l’importanza di DiVo (e CLaVo) non sono limi-
tate alla storia del solo italiano antico, pur nella sua variegata accezione
nazionale. Infatti dalle ricerche su questi corpora correlati escono forte-
mente potenziate le nostre conoscenze sui latinismi, sui quali si sono avu-
ti alcuni dei migliori contributi dei curatori del corpus.101 La conservativi-
tà del toscano ha facilitato il protrarsi di ondate di latinizzazione del lessi-
co italiano, ma con funzioni variabili nel tempo: avere un’idea un po’ piú
chiara sui latinismi del medioevo può aiutarci a studiare il comportamen-
to nel tempo delle strutture derivazionali, della latinizzazione del lessico
patrimoniale, del successo dell’ibridismo non solo nel Rinascimento ma
anche in età moderna.102

6. L’OVI e l’emendatio
Il TLIO, insomma, è sempre piú frequentemente solo il primo passo
che il filologo compie nel suo percorso di ricerca lessicografica; successi-
vamente egli prende l’iniziativa di rivolgersi alle banche-dati, per cercare
risposte alle sue domande:
è evidente che le potenzialità di un corpus di dimensioni eccezionali [. . .] investo-
no nel profondo i piani della filologia, se non altro per quanto riguarda l’indivi-
duazione di errori o di lectiones faciliores: soprattutto nel momento in cui il corpus

100. Sempre valide le precisazioni di Pasquale Stoppelli: « bisogna dire che non basta la
macchina per ottenere risultati filologicamente significativi. La qualità delle risposte che la
macchina fornisce dipende dalla natura delle domande che a essa si pongono » (La filologia
italiana e il digitale, in Studi e problemi di critica testuale: 1960-2010, cit., pp. 87-98, a p. 95).
101. Cito, tra i molti casi possibili, un articolo ricco anche di riflessioni generali: E. Gua-
dagnini, Lessicografia, filologia e « corpora » digitali: qualche considerazione dalla parte dell’OVI, in
« Zeitschrift für Romanische Philologie », cxxxii 2016, pp. 755-92. Ora si veda: C. Burgas-
si-E. Guadagnini, La tradizione delle parole. Sondaggi di lessicologia storica, pref. di I. Zamuner,
Strasbourg, Eliphi, 2017.
102. Cfr. L. Serianni, Per una tipologia dei latinismi nei testi dei primi secoli, in « Rem tene, verba
sequentur ». Latinità e medioevo romanzo: testi e lingue in contatto. Atti del Convegno [. . .] DiVo.
Dizionario dei volgarizzamenti. Il lessico di traduzione dal latino nell’italiano delle origini, Firenze, 17-
18 febbraio 2016, a cura di E. Guadagnini e G. Vaccaro, Alessandria, Edizioni dell’Orso,
2017, pp. 125-41.

400
lessicografia e filologia
è direttamente interrogabile dalla propria postazione, secondo modalità avanzate
e duttilmente configurabili. La verifica delle attribuzioni (fondate su base stilisti-
ca) e l’identificazione dei falsi sono due attività tipicamente filologiche che posso-
no proficuamente giovarsi dell’interrogazione del corpus.103

Naturalmente, come per il TLIO, anche per le banche-dati dell’OVI


la novità del prodotto può indurre gli studiosi a interrogare la “macchina”
in modo suggestivo e quasi a forzare i limiti di risposta che esse hanno.
Ma integrando in un quadro indiziario solido i dati cosí desunti, si pos-
sono avere risposte attendibili. Per esempio, una canzone dubitativamen-
te ascritta a Boccaccio da Branca (Subita volontà, nuovo accidente) è stata di
recente attribuita a Mino di Vanni d’Arezzo anche grazie a una rima segni
: piegni ‘piangi’: prendendo spunto da alcune indicazioni di Parodi su qual-
che caso di palatalizzazione di -à- nell’aretino moderno e portando a ri-
scontro piengnere trovato nel Bestiario moralizzato attraverso l’OVI, Lepo-
ratti, con la dovuta cautela, ha giudicato opportuno avanzare la sua ipote-
si attributiva.104
Del resto, il continuo aggiornamento delle banche-dati comporta l’im-
missione di materiali che possono mutare il panorama noto. Anche il
colorito linguistico della Commedia ha visto recenti contrapposizioni fon-
date su valutazioni operate sulle banche dati dell’OVI, con diverse sele-
zioni di sottocorpora: in particolare il corpus dell’OVI è stato utilizzato ora
senza badare ad altri vincoli di qualità ora limitatamente ai testi contrasse-
gnati con la sigla TS, cioè ai testimoni considerati dalla redazione dell’O-
VI attendibili da un punto di vista linguistico per qualità dell’attestazione
(cioè, dell’edizione) e per l’omogeneità della lingua garantita dall’appar-
tenenza a tipologie pratiche o documentarie.105 Davanti a una documen-
tazione compattamente omogenea nella Toscana occidentale di voluntieri,
l’occorrenza attestata in Inf., i 55, da tre manoscritti fiorentini (contro vo-
lontieri e volentieri di altre famiglie della tradizione della Commedia), ed
entrata nella vulgata, è stata considerata poco difendibile: « Nel TLIO tro-
vo solo 41 occorrenze di voluntieri, per lo piú pisane oppure genericamen-
te “toscane” o di altre aree linguistiche, contro oltre 600 esempi di volon-

103. Ciociola, L’OVI e lo sviluppo delle discipline, cit., p. 281.


104. Boccaccio, Rime, cit., pp. ccxxvii-ccxxviii e specialmente n. 24; Id., Tutte le opere, cit.,
p. 104 num. 38.
105. L’esemplificazione dai testi TS entra sempre nelle voci, come prima attestazione e
con almeno un contesto.

401
francesco montuori
tieri e piú di mille voluntieri ».106 Ma è pur vero che un testo fiorentino e
marcato TS di recente pubblicazione ha quattro volte volontieri, sei volte
volentieri e una voluntieri;107 la forma con -u-, insomma, è minoritaria ma
non impossibile in un testo fiorentino del terzo quarto del Duecento.
Nel complesso dà risultati incerti il tentativo di usare l’OVI per caute-
larsi dal rischio di considerare erronee lezioni accettabili e dal pericolo di
inserire emendamenti frettolosi: l’opportunità di sostituire una lezione
dubbia o ambigua potrà essere solo parzialmente rafforzata alla luce di
corpora che restituiscono i dati di altre edizioni e non di altri manoscritti.
Questo vale soprattutto per gli errori generati da fatti linguistici, a causa
delle caratteristiche proprie dell’OVI; detto con le parole di Valentina Pol-
lidori,
nella costituzione di un corpus testuale che si fonda sulle edizioni disponibili
piuttosto che sulla riedizione degli originali manoscritti, l’endogena varietà dei
fatti di lingua attestata dal complesso dei documenti viene sovraesposta e compli-
cata dall’eterogeneità delle prassi editoriali, che su quella varietà intervengono
spesso con finalità e modalità del tutto opposte.108

È proprio l’eterogeneità delle prassi editoriali a rendere il corpus che ne


raccoglie gli esiti un repertorio composito, collettore non di materiali
scrittori grezzi ma di soluzioni interpretative. La pratica dell’emendatio ha
bisogno delle seconde soprattutto per correlarle ai primi.

7. Vocabolari di autore
Una forma intermedia tra i dizionari storici di una lingua e i glossari dei
testi sono i vocabolari degli autori. Alcuni progetti sono non poco ambi-
ziosi, sebbene siano legati al campo del singolo autore. È in fase di realiz-
zazione il Vocabolario dantesco, il cui completamento è previsto per il 2021,
e che aprirà la strada, a quel che è dato sapere, anche a un progetto paral-

106. P. Trovato, Primi appunti sulla veste linguistica della ‘Commedia’, in « Medioevo roman-
zo », xxxiii 2009, pp. 29-48, a p. 32 n. 8. La forma con -u-, già dell’ed. Petrocchi, è conservata
da Giorgio Inglese (Inferno, Roma, Carocci, 2007, ad loc.).
107. A. Castellani, Il ‘Trattato della dilezione’ d’Albertano da Brescia nel codice II IV 111 della
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, a cura di P. Larson e G. Frosini, Firenze, Accademia
della Crusca, 2012, p. 49. Sull’importanza filologica e lessicografica del testo e dell’edizione
cfr. la recensione di P.G. Beltrami, in « Medioevo romanzo », xxxviii 2014, pp. 223-26.
108. V. Pollidori, Analisi, trattamento e codifica dei dati testuali per la base di dati del ‘Tesoro della
Lingua Italiana delle Origini’, in « Bollettino dell’OVI », iv 1999, pp. 375-406, a p. 376.

402
lessicografia e filologia
lelo sul lessico latino.109 Il Vocabolario propone, all’interno della scheda,
non solo una voce fondata sulla base del TLIO, ma anche una serie di col-
legamenti a corpora dell’italiano antico e a vocabolari moderni: si « potrà
cosí fornire lo sfondo sul quale collocare il particolare uso dantesco » e
« potranno emergere convergenze o discrepanze proprie della specificità
dantesca ».110
Inoltre « Il V[ocabolario] D[antesco] si è proposto di registrare non sol-
tanto le voci desumibili dall’edizione-base, ma anche l’insieme delle va-
rianti lessicalmente significative che scaturiscono dalla tradizione »:111 per-
ciò, finalmente, esso verrà incontro a due esigenze piú volte richiamate da
molti studiosi, a cominciare da Nencioni e Folena. Innanzitutto, quella di
fare il repertorio del lessico di apparato, cioè di quelle forme collaterali
che sono attestate nella tradizione e che non sono mai entrate nel Dante
letto dai moderni ma devono aver avuto la loro ragione di esistere per i
lettori di altre epoche e di altri luoghi.112 Il secondo contributo che il Vo-
cabolario dantesco promette è quello di dar conto delle parole dei commen-
tatori, cosa che consentirà di cogliere il complesso dell’estensione delle
parole di Dante, sia in relazione al senso assunto da esse sia in relazione
alla diatopia delle riformulazioni sinonimiche ed esegetiche. Saranno con-
tributi preziosi, che già in alcune occasioni sono stati sondati per esempio
da Andrea Mazzucchi, in relazione alla diffusione della Commedia a Na-
poli, o da Fabrizio Franceschini, che ha utilizzato i sinonimi e gli allotropi
dei commentatori danteschi come informazioni geolinguistiche:113 a bre-
ve, finalmente, tali dati saranno sistematizzati e forniranno un importante
contributo allo studio storico della lingua italiana.
Dalle voci emergono quindi le ragioni della lessicografia, con l’esposi-

109. Z. Verlato, « Onorate l’altissimo poeta! ». L’OVI e i lavori per il nuovo ‘Vocabolario dantesco’,
in Attorno a Dante, cit., pp. 229-55.
110. L. Leonardi-A. Mazzucchi, Tra storia, lingua, testo e immagini: la ‘Commedia’ oggi, in Atti
del xxviii Congresso internazionale di linguistica e filologia romanza, cit., i pp. 33-55, alle pp. 54 e 53.
111. Presentazione, in www.vocabolariodantesco.it.
112. Cfr. G. Nencioni, Filologia e lessicografia a proposito della « variante » [1961], in Id., Di scrit-
to e di parlato. Discorsi linguistici, Bologna, Zanichelli, 1983, pp. 57-66; R. Coluccia, Trasmissione
e variazione del testo, scelte degli editori, conseguenze per la storia della lingua, in Id., Storia, lingua e filo-
logia della poesia antica. Scuola siciliana, Dante e altro. Bibliografia degli scritti a cura degli allievi, Firen-
ze, Cesati, 2016, pp. 13-30.
113. A. Mazzucchi, Commenti danteschi e lessicografia napoletana, in « Rivista di studi dante-
schi », vi 2006, pp. 321-70; F. Franceschini, Tra secolare commento e storia della lingua. Studi sulla
‘Commedia’ e le antiche glosse, Firenze, Cesati, 2008.

403
francesco montuori
zione del significato del lemma nei contesti e con la possibilità di osserva-
re le ricorrenze in altri testi, in altre opere letterarie, in altri dizionari; le
necessità della storia della lingua, con il repertorio delle forme del lemma
e la registrazione degli usi; e anche quelle della filologia, visto che si de-
scrive a quale altezza della tradizione appare una determinata forma e
quali varianti sono attestate. L’auspicio è che una descrizione “filologica”
ci sia sempre, anche quando le alternative sono solo formali. Per esempio,
nell’Enciclopedia dantesca appare la voce berzaglio (Par., xxvi 24) e nulla si
dice delle ragioni della forma con -z- e di come debba essere interpretata
la sua presenza in Dante. Invece nel Vocabolario dantesco la ricchissima e
aggiornata documentazione affianca una lunga serie di informazioni: la
parola è un germanismo di mediazione galloromanza; la -z- « appare di
origine non fior[entina] », ma già in antico ha riscontri in alcune regioni
della Toscana e di gran parte dell’area italiana;114 una -z- per l’etimologica
-s- è già in un altro germanismo della Commedia ed è garantita dalla rima
(berze di Inf., xviii 37); l’Ottimo e altri commentatori ritenevano che il ter-
mine fosse veneziano;115 il TLIO non attesta forme con -s- nei testi dell’I-
talia nord-orientale.116 Una tale documentazione è pienamente soddisfa-
cente dal punto di vista storico-linguistico, ma, sapendo che il livello di
fiorentinità della lingua di Dante è incerto ed è ricostruito cercando nella
tradizione le forme piú vicine alle strutture del fiorentino del Duecento
cosí come noi le conosciamo,117 al lettore resta forse la curiosità di sapere
se la scelta dell’editore di riferimento di stampare -z- (e quindi del lessico-
grafo di lemmatizzare berzaglio) si deve al manoscritto cui si è ricorsi per
restituire il colorito linguistico del testo (in questo caso il Trivulziano

114. Cfr. già Giorgio Inglese (in Dante Alighieri, Paradiso, Roma, Carocci, 2016, p. 323, in
nota): « berzaglio: [. . .] l’esito con affricata [-ts-] è comune nella lingua antica ». Un panorama
della co-occorrenza in antico delle forme con -s- e -z- è in LEI-Germ, b.franc. « *birsōn ‘an-
dare a caccia’ - fr.a. berser », coll. 833-46.
115. Nella recentissima edizione: « Berzaglio nome è viniziano: luogo è dove si pruovano
di saettare li uomini » (Ottimo Commento, cit., iii p. 1769).
116. Rispettivamente le voci sono di Andrea Mariani e di Fiammetta Papi.
117. « In assenza di autografi, non abbiamo certezze assolute circa il tasso di fiorentinità
della lingua di Dante »; « La filologia novecentesca ha [. . .] preteso, secondo il modello anco-
ra di Barbi, di poter individuare nella tradizione le forme piú consone al fiorentino duecen-
tesco, grazie anche alla raffinata analisi dei documenti toscani e fiorentini coevi prodotta
dalla scuola di Schiaffini e di Castellani, e sulla scorta dell’ancora fondamentale analisi delle
rime condotta da Parodi a fine Ottocento, e applicarle – quelle forme antiche – al testo di
Dante » (Leonardi-Mazzucchi, Tra storia, lingua, testo e immagini, cit., p. 48).

404
lessicografia e filologia
1080) e se vi siano varianti documentate nella tradizione: circostanze su
cui la voce del Vocabolario dantesco tace.
Il verso in cui appare berzaglio è uno dei loci critici individuati da Bar-
bi: « dicer convienti / chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio »; vi è infatti
118

l’erronea innovazione l’arco tuo > li occhi tuoi che coopera a configurare un
importante raggruppamento nella tradizione tosco-fiorentina della Com-
media, siglato con a0 da Elisabetta Tonello.119 L’errore è anche in altri co-
dici importanti, come l’Ashburnhamiano 828 della Biblioteca Laurenzia-
na, che con a0 ha rapporti frequenti, « sebbene solo per una parte del Para-
diso », e come il codice n. 88 della Biblioteca Comunale di Cortona, « il
quale presenta una natura fortemente contaminata ». Nonostante ciò, no-
nostante l’importante variante nel corpo del verso, la forma con berzaglio
è attestata in quasi tutti i codici, anche in quelli fiorentini.120 Quindi, in
conclusione, nella voce berzaglio del Vocabolario dantesco si decide, opportu-
namente, di non fare cenno alle varianti della parola, poche e solo forma-
li, e il cui limitato rilievo è stato già discusso nel commento.121 Dato ciò, il
lettore moderno potrebbe con inquietudine interrogarsi sul motivo per
cui una voce che « appare di origine non fior[entina] » sia nel testo della
Commedia; la sede lessicografica non deve giustificare ma può esporre le
ragioni di questa presenza e riferire almeno l’opinione dell’editore del
testo di riferimento, secondo cui la -z- per l’attesa -s- in berzaglio appartie-
ne a una casistica i cui esempi « sono nettamente individuabili dalla tradi-
zione ».122
Per Boccaccio, il lavoro è solo all’inizio. L’edizione del Decameron cura-
ta da Amedeo Quondam è stata un’ottima occasione per proporre rinno-
vate annotazioni lessicali:123 non è stato approntato un glossario, ma una

118. C. Brandoli, Due canoni a confronto: i luoghi di Barbi e lo scrutinio di Petrocchi, in Nuove
prospettive sulla tradizione della ‘Commedia’. Una guida filologico-linguistica al poema dantesco, a cura
di P. Trovato, Firenze, Cesati, 2007, pp. 99-214, alle pp. 121 e 173.
119. Cfr. E. Tonello, La tradizione tosco-fiorentina della ‘Commedia’ di Dante (secoli XIV-XV),
Padova, libreriauniversitaria.it, 2018, alle pp. 42 e 204; lo stemma a p. 216; le successive cita-
zioni alle pp. 205-6.
120. Nell’antica vulgata le forme registrate in apparato da Petrocchi sono: bressagio Mad;
bercalglio Po; berciaglio Urb; le poche « varianti formali non toscane hanno poco rilievo »:
Dante Alighieri, La ‘Commedia’ secondo l’antica vulgata, a cura di G. Petrocchi, Firenze, Le
Lettere, 19942, 4 voll., iv p. 427.
121. Del tutto diversamente si agisce nella voce piota: qui l’analisi delle varianti a Par., xvii 13.
122. Cfr. Dante Alighieri, La ‘Commedia’ secondo l’antica vulgata, cit., i pp. 442-43.
123. G. Boccaccio, Decameron, intr., note e repertorio di Cose (e parole) del mondo di A.

405
francesco montuori
guida per campi lessicali, in modo che il lettore possa orientarsi tra le pa-
role di Boccaccio; un tale promettente prospetto onomasiologico del les-
sico del Decameron ha, per il suo pionierismo, il gradevole compito di stuz-
zicare la curiosità del ricercatore oltre che quello di soddisfare le incertez-
ze del lettore, e quindi di porre problemi per alcuni oltre che di risolverli
per altri.124 Sappiamo che le difficoltà di lettura di Boccaccio per gli italia-
ni di oggi non sono solo lessicali, dal momento che prevalgono quelle
diffrazioni sintattiche che per taluni costituiscono la principale disconti-
nuità tra la prosa italiana antica e quella moderna.125 Del resto, alcune re-
centi acquisizioni sul significato delle parole del Decameron sono nate da
riflessioni sulle relazioni tra i costituenti di un sintagma, come è accaduto
per la locuzione essere soçi a Baronci (Dec., vi 5-6), cioè ‘essere simili ai Ba-
ronci’, importata o almeno interferita con costrutti analoghi, documenta-
ti in testi medievali in volgare napoletano.126 Ma oltre al Boccaccio angio-
ino, c’è anche quello genovese, per il quale Alessandro Parenti non solo
restaura il testo di Dec., ii 9 42, recuperando la voce ligure albagia ‘bonac-
cia’, che manca nei recenti repertori lessicografici, ma fornisce anche in-
dizi e riflessioni per orientarsi in una vecchia questione sorta intorno alla
tradizione del Decameron, sui rapporti tra l’autografo Hamiltoniano 90 di
Berlino (B) e il codice detto Mannelli, Laurenziano Pl. 42.1 (Mn), per
concludere che « l’autografo del Decameron che conosciamo, quello ap-
prodato a Berlino, Francesco Mannelli l’ha avuto davanti davvero ».127
Indubbiamente, un sussidio per orientarsi tra le parole di Boccaccio

Quondam, testo critico e nota al testo a cura di M. Fiorilla, schede introduttive e notizia
bibliografica di G. Alfano, Milano, Rizzoli, 2013.
124. Cfr. P. Manni, La lingua di Boccaccio, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 113-29; in preceden-
za N. Maraschio, Parole e forme del ‘Decameron’. Elementi di continuità e di frattura dal fiorentino del
Trecento all’italiano contemporaneo, Firenze, Centro Duplicazione Offset, 1992.
125. Cfr. Tomasin, Che cos’è l’italiano antico?, cit.
126. N. De Blasi, Un dubbio sintattico e lessicale su messere Forese e i Baronci a proposito di « essere
sozzo a » (‘Decameron’ vi 5), in Boccaccio e Napoli. Nuovi materiali per la storia culturale di Napoli nel
Trecento. Atti del Convegno Boccaccio angioino. Per il VII Centenario della nascita di Giovanni
Boccaccio, Napoli-Salerno, 23-25 ottobre 2013, a c. di G. Alfano et al., Firenze, Cesati, 2014, pp.
341-55.
127. A. Parenti, Recupero di una voce spezzata. Sul testo di ‘Decameron’ ii 9,42, in « Studi di filo-
logia italiana », lxxiv 2016, pp. 33-46, alle pp. 44-46; il rilievo filologico della riscoperta lessi-
cale e del restauro testuale è già stato segnalato da E. Moretti, Annotazioni e correzioni al
‘Decameron’ nell’Hamilton 90: Boccaccio e altri lettori, in Intorno a Boccaccio / Boccaccio e dintorni. Atti
del Seminario internazionale di Certaldo Alta, 9 settembre 2016, a cura di S. Zamponi, Firen-
ze, Firenze Univ. Press, 2017, pp. 65-78, a p. 66 n. 6.

406
lessicografia e filologia
può essere un conforto per chi voglia fruire di un lavoro attendibile filo-
logicamente e anche facilmente leggibile. Si va incontro cosí a sollecita-
zioni, provenienti da piú parti, che spingono gli studiosi a coltivare anche
una filologia per i lettori, approntando, ad esempio, strumenti che favori-
scano la fruizione di una lettura “naturale” del testo. Francesco Bruni
consiglia una frammentazione ordinata dei prodotti filologici, una scan-
sione che vada dall’estremo specialismo, che codifichi un gran numero di
informazioni in poco spazio e prescinda dalla lettura sequenziale di un
testo, a un’amichevole leggibilità che favorisca la trasmissione della cultu-
ra e il consolidamento della conoscenza della letteratura.128

8. Vocabolari di ambiente
In altri casi il lavoro piú opportuno da fare e, allo stato, il percorso piú
impegnativo da compiere, non è il vocabolario di un autore ma quello di
un ambiente. Un percorso di ricerca va impostato per il Quattrocento,
per il formarsi del lessico politico nelle cancellerie italiane e per le relazio-
ni genetiche che esso ha con quello giuridico e con quello amministrati-
vo, con il vocabolario della trattatistica parenetica, con il linguaggio corti-
giano, quello degli ambasciatori e quello “familiare”, con le parole setto-
riali, con la trattatistica in latino dell’età classica e del medioevo.129 Negli
scritti politici, infatti, la presenza di lessico astratto, le insidie della polise-
mia, le tradizioni discorsive e le inerzie lessicali che interagiscono con i
mutamenti occorsi nella realtà o con i cambiamenti nella percezione del-

128. F. Bruni, Ecdotica, accessibilità dei testi, interpretazione: per una filologia pensante, in Id., Tra
popolo e patrizi. L’italiano nel presente e nella storia, Firenze, Cesati, 2017, pp. 711-30, a p. 727: « Fi-
lologi e studiosi sono o dovrebbero essere interessati a fornire un ventaglio, se cosí si può
dire, di offerte testuali, digradando (non degradando!) dalle edizioni tecniche alle edizioni
dotate dei sussidi essenziali per la lettura: a uso anche proprio, e a utilità del pubblico non
professionale ricordato all’inizio di questo lavoro, senza il quale la stessa attività specialistica
si esaurisce in sé stessa e inevitabilmente s’inaridisce in un tecnicismo sterile, sordo all’inte-
resse per il testo in sé e per il testo nel suo processo storico ».
129. È facile osservare la compresenza di tali categorie nell’epistolografia, con il confine
molto sottile che separa la lettera diplomatica e la lettera familiare. L’attenzione al lessico è
raramente sistematizzata: si veda ora Roberto Vetrugno, che, dopo aver studiato La lingua di
Baldassar Castiglione epistolografo (Novara, Interlinea, 2010) e aver cooperato all’edizione (B.
Castiglione, Lettere famigliari e diplomatiche, a cura di A. Stella e U. Morando, nota ai testi,
apparati e indici a cura di R. Vetrugno, Torino, Einaudi, 2016), ha in corso di pubblicazione
un volume sul lessico di tali lettere.

407
francesco montuori
la cosa nominata sono tutte dinamiche di complessa gestione e che, tra
l’altro, incidono anche sul vocabolario di alcuni autori classici del nostro
patrimonio storiografico, memorialistico e politico, a cominciare da Ma-
chiavelli e Guicciardini.130
Nella lettura della corrispondenza diplomatica quattrocentesca sono
strumenti preziosissimi per la comprensione dei testi alcuni repertori les-
sicografici molto diversi, dal vocabolario latino-volgare di Tranchedini fi-
no all’Enciclopedia machiavelliana.131 Sono tipologie di risorse entrambe ne-
cessarie per decifrare il significato o le funzioni che parole e locuzioni as-
sumono nell’uso degli scriventi e nella terminologia degli ambasciatori: lo
studio del lessico politico rinascimentale, infatti, non può esimersi dal te-
ner conto di quello che accade nel campo della lingua latina e dal fare con-
tinuo riferimento, come avviene nelle opere enciclopediche, ai concreti
referenti designati.
Come ci si deve orientare, ad esempio, per esporre la semantica di re-
putazione nella selva di accezioni attestate nelle lettere degli ambasciatori?
I sinonimi latini accumulati da Tranchedini documentano la polisemia
del termine ma sono troppi e troppo vaghi per fornire un orientamento
utile;132 di maggiore conforto sono i dizionari storici dell’italiano,133 ma i
casi concreti mostrano ancora molti ostacoli a una comprensione com-
plessiva.

130. Una raccolta di lavori esemplare è in Catégories et mots de la politique à la Renaissance


italienne / Categorie e termini della politica nel Rinascimento italiano, éd. par J.-L. Fournel, H.
Miesse, P. Moreno, J.-C. Zancarini, Bruxelles et al., P.I.E. Peter Lang, 2014; al lessico del
Quattrocento sono dedicati alcuni saggi in L’italiano della politica e la politica per l’italiano. Atti
dell’xi Convegno ASLI, Napoli, 20-22 novembre 2014, a cura di R. Librandi e R. Piro, Fi-
renze, Cesati, 2016; cfr. inoltre A. Felici, « Honore, utile et stato ». “Lessico di rappresentanza” nelle
lettere della cancelleria fiorentina all’epoca della pace di Lodi, in « Studi di lessicografia italiana »,
xxxiv 2017, pp. 83-130.
131. N. Tranchedini, Vocabolario italiano-latino. Edizione del primo lessico dal volgare, secolo XV,
a cura di F. Pelle, Firenze, Olschki, 2001; Enciclopedia machiavelliana, Roma, Ist. della Enciclo-
pedia Italiana, 2014, 3 voll. Sui carteggi diplomatici pubblicati cfr. La diplomazia bassomedieva-
le in Italia, a cura di T. Duranti, in « Reti medievali. Repertorio » (versione dell’ottobre 2009,
disponibile on line). Utile anche Diplomazia edita. Le edizioni delle corrispondenze diplomatiche
quattrocentesche, in « Bullettino dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio mu-
ratoriano », cx 2008, fasc. 2 pp. 1-143.
132. Li elenco: « Maiestas; auctoritas; dignitas; dignacio; gloria; fama; prestancia; excellen-
tia; elegantia; nobilitas; gravitas; gradus; honor; honestas; splendor; amplitudo; opinio; laus;
decus; celebritas; existimacio; ornamentum; magnitudo; habitudo; nomen; fastigium »
(Tranchedini, Vocabolario italiano-latino, cit., p. 146, s.v. Reputatione).
133. GDLI, s.v. reputazione; TB, s.v. riputazione.

408
lessicografia e filologia
Sembra una dittologia sinonimica quel sintagma reputatione et credito
usato da Antonio da Trezzo, ambasciatore dello Sforza a Napoli, nel rife-
rire al duca di Milano le parole di Ferrante d’Aragona quando nominò
suo figlio Alfonso luogotenente del Regno:
la serenissima maiestà del signore re per dare reputatione et credito al prefato signore
principe suo primogenito l’ha constituito et creato suo locotenente generale in
tuto questo suo regno cum amplissima possanza de potere fare quello che poria
sua maiestà [. . .]. Et ha dicto sua maiestà ad Zohanne Cayme et ad me che, se esso
suo figliolo serà virtuoso et da bene come spera, non lo tegnerà cosí basso né re-
messo come la maiestà del signore re condam suo padre l’ha tenuto luy, che gli
darà de le imprese et gli remetterà la mazore parte de le facende occorrerano.134

La formula reputatione et credito ricorre con una buona costanza nelle missi-
ve diplomatiche. Ma la seconda parte della citazione insinua un dubbio: le
imprese (militari) e le facende (di politica interna ed estera) nominate distin-
tamente alla fine della lettera possono lasciar credere che reputatione et cre-
dito facciano riferimento a due sfere del potere del monarca, quella milita-
re e quella della gestione politica e amministrativa, tenute distinte nella
terminologia e nella semantica. L’imbarazzo esegetico aumenta quando si
va a leggere un’altra lettera di Antonio da Trezzo, dove, con termini affini
a quelli visti nella missiva precedente, vengono riportate le parole di Fer-
rante che, per sollecitare l’aiuto del duca di Milano, spiega la sua situazione
di “minorità” al momento della morte del padre. Scrive da Trezzo:
Me subiunxe poi che, finché ’l re suo patre è vivuto, l’ha tenuto cosí basso in darli
principio de reputatione et condictione de stato, che ’l se trova tuto novo ad queste cose
et convenne che in adaptarseli el cominci da capo, et però gli bisogna durare piú
fatica a drizarse, siché ’l bisogna la signoria vostra habi parte de queste fatiche,
saltim in aiutarlo et consigliarlo quello che ’l habia a fare, sperando che ’l drizarà
cosí bene lo stato suo che vuy et vostri figlioli ne havereti ad essere ben contenti.135

Come si dovrà spiegare « principio de reputatione et condictione de sta-


to »? Si tratta di una dittologia sinonimica o dell’accostamento di elemen-

134. Dispacci sforzeschi da Napoli, ii (4 luglio 1458-30 dicembre 1459), a cura di F. Senatore, Sa-
lerno, Carlone, 2004, p. 123 lett. n. 42 (Teano, 14.9.1458).
135. Ivi, p. 37 lett. n. 10 (Capua, 22.7.1458). L’accostamento dei due passi è già in F. Senato-
re, L’itinérance degli Aragonesi di Napoli, in L’itinérance des seigneurs (XIVe-XVIe siècles). Actes du
Colloque international de Lausanne et Romainmôtier, 29 novembre-1er décembre 2001, éd.
par A. Paravicini Bagliani, E. Pibiri, D. Reynard, Lausanne, Univ. de Lausanne, 2003, pp.
275-325. Per drizare cfr. n. 141.

409
francesco montuori
ti che rinviano a un elemento terzo lasciato inespresso?136 Proporre una
parafrasi è un esercizio che deve gestire troppi margini di incertezza:137
per reputatione e stato si può pensare a dei significati generici e ben docu-
mentati come ‘prestigio’ e ‘ruolo sociale’; oppure si possono ipotizzare
accezioni piú specialistiche, come ‘immagine pubblica’ e ‘autorità’ o, in
modo ancor piú restrittivo, ‘forza militare’ e ‘potere politico’.
La formula sembra essere una sintesi della maiestas quattrocentesca,
non molto diversa, dunque, da quella attestata nella coeva storiografia e
nella letteratura parenetica, per esempio nel discorso di Alfonso al giova-
ne Ferrante in procinto di andare in missione militare contro Firenze nel
1452:138 « Praeterea decus et existimationem tui tibi plurimum commendatam
optarim »; la reputazione è l’existimatio che il principe si deve preoccupare di
conseguire, importante soprattutto in guerra.139 Proprio in questa trattati-
stica l’abilità militare e l’esperienza di governo sono tra i requisiti essen-
ziali della maiestas.140

136. Un dubbio preliminare, su cui qui non mi soffermo, è nella segmentazione: è anche
possibile che da principio dipendano sia de reputatione sia [de] condictione.
137. In un lavoro precedente fornivo questa spiegazione: « Il re lamenta che il padre, fin-
ché ha vissuto, l’ha tenuto basso nel dargli principio de reputatione e condictione de stato, cioè nel
dargli una dote iniziale di buona fama e nell’attivare in lui il ruolo del sovrano » (F. Mon-
tuori, Scrittura politica e varianti linguistiche nelle lettere autografe di Ferrante d’Aragona, in Il Mezzo-
giorno italiano. Riflessi e immagini culturali del Sud d’Italia / El mediodía italiano. Reflejos e imágenes
culturales del Sur de Italia, a cura di C.F. Blanco Valdés et al., Firenze, Cesati, 2016, 2 voll., ii
pp. 747-60, a p. 750).
138. Il discorso è uno speculum principis; sulle due redazioni scritte dal Panormita, ripreso da
Facio e di qui volgarizzato e tradotto nel Cinquecento, cfr. F. Delle Donne, Le parole del
principe: effetto di realtà e costruzione del consenso, in Linguaggi e ideologie del Rinascimento monarchico
aragonese (1442-1503). Forme della legittimazione e sistemi di governo, a cura di F. Delle Donne e
A. Iacono, Napoli, FedOAPress, 2018, pp. 13-24; Id., I detti memorabili del re. Riscritture di un
discorso di Alfonso il Magnanimo al figlio Ferrante, in Ingenita curiositas’ Studi sull’Italia medievale per
Giovanni Vitolo, a cura di B. Figliuolo, R. Di Meglio, A. Ambrosio, Battipaglia, Laveglia &
Carlone, 2018, 3 voll., iii pp. 1445-58.
139. Dalla versione del discorso di Alfonso elaborata da Bartolomeo Facio, cosí traducono
G. Mauro e poi A. Di Costanzo, nel XVI secolo: « Dovete esser sommamente geloso della
fama e della riputation vostra, e pensare che tra le cose di qua giú non ve n’è alcuna di mag-
giore importanza di lei, e specialmente nella guerra »; « abbi cura non meno della riputazion
tua, che della vita, perché spesso a la buona fama ha bastato senz’armi a dare gran vittoria »
(Delle Donne, I detti memorabili del re, cit., pp. 1456 e 1455). Allo stesso modo, anche nel De
Principe di Pontano l’aestimatio caratterizza la maiestas del re: « Ex his igitur atque aliis quae
natura, tempus, res et ars docuerit, de quibus nulla certa praecepta tradi possent, nascetur
admiratio quaedam, sine qua maiestas esse nullo modo potest » (G. Pontano, De principe, a
cura di G.M. Cappelli, Roma, Salerno Editrice, 2003, p. 56).
140. « Qui Ferrante [prima di partire per la guerra contro Firenze] è ancora lungi dall’es-

410
lessicografia e filologia
Si può ipotizzare, allora, che ciò che lamentava Ferrante nelle parole ri-
ferite da Da Trezzo fosse la mancanza di legittimazione, per non essere
stato indirizzato a un comportamento disciplinato all’interno delle man-
sioni militari e di governo: l’accostamento tra gestione del potere politico
e forza militare doveva essere naturale per una monarchia come quella
aragonese, che vedeva la sua origine negli acquisti territoriali operati da
Alfonso. Del resto la reputatio può riferirsi all’ambito militare anche se
privo di specifiche determinazioni, ed è anzi un requisito particolarmen-
te importante nell’azione del condottiero, è molto volatile e quindi va
sempre inseguita, perché facilita la gestione del territorio su cui si opera.
Lo stato, d’altra parte, indica la condizione di una persona, il suo onore e il
suo patrimonio e quindi, a proposito di un monarca, quel complesso di
beni, di entrate fiscali, di prerogative giurisdizionali che fanno capo a lui
nel suo territorio.141
D’altra parte, la maiestas consiste anche nella “visibilità” del re, che espo-
nendosi alla vista dei sudditi si propone come modello pubblico ma ma-
nifesta anche una disponibilità al controllo.142 Avere una reputazione per
Ferrante è, quindi, un requisito di base per esercitare il governo, dal mo-
mento che « la reputazione è la condizione necessaria a preservare il re-
gno dai pericoli che potrebbero turbarne la stabilità: strumento utile alla
conservazione dello stato e della pace »,143 la reputazione garantisce con-
tinuità e controllo nella gestione del potere: a Ferrante fanno difetto la

sere nuovo re; egli deve ancora dimostrare di essere pronto a succedere al trono, innanzitut-
to con l’abilità bellica » (Delle Donne, Le parole del principe, cit., p. 21); Ferrante « deve dimo-
strare di possedere tutte le virtú di un buon comandante che deve guidare in maniera equi-
librata i soldati in guerra, cosí come dovrà governare in maniera equa i sudditi » (Id., I detti
memorabili del re, cit., p. 1451).
141. Nella seconda lettera citata il verbo drizare ha come complementi una volta Ferrante
e una volta lo stato suo: « et però gli bisogna durare piú fatica a drizarse, [. . .] sperando che ’l dri-
zarà cosí bene lo stato suo che vuy et vostri figlioli ne havereti ad essere ben contenti ». È incerto se il
cambio di oggetto comporti un diverso significato del verbo, che oscilla tra ‘dare un indiriz-
zo efficace e opportuno’ e ‘sollevare da una situazione di incertezza, sistemare’; quest’ultimo
sembra piú adeguato quando si parla di “stati” non consolidati; cosí, Antonio da Trezzo
racconta che Alfonso I concesse per necessità la dogana del sale al principe di Salerno, ma
« Vedendose poi esso signore re havere drizato lo stato suo, revocò dicta gratia facta de dicto
sale » (Dispacci sforzeschi da Napoli, cit., pp. 125-26 lett. n. 44, Venafro, 22.9.1458).
142. Cfr. G. Cappelli, Maiestas. Politica e pensiero politico nella Napoli aragonese (1443-1503),
Roma, Carocci, 2016, specialmente parr. 1 e 4.
143. Cfr. F. Storti, El buen marinero. Psicologia politica e ideologia monarchica al tempo di Ferdi-
nando I d’Aragona re di Napoli, Roma, Viella, 2014, p. 149.

411
francesco montuori
personalità pubblica e l’autorità che lui deve far crescere per adeguarli a
sé e al suo nuovo ruolo.
Una precisa semantica della reputazione, come si vede, è difficile da ri-
costruire: una soluzione a tali incertezze esegetiche si trova solo avendo
disponibile il repertorio di tutto il lessico usato nei diversi contesti diplo-
matici opportunamente spiegati e con una visione chiara del funziona-
mento delle istituzioni quattrocentesche d’Italia. Sarebbe lavoro merito-
rio, utile per seguire con cognizione di causa il formarsi del linguaggio
politico nelle corti italiane e per poter meglio valutare le dinamiche fio-
rentine e cinquecentesche.144
Su un piano solo parzialmente diverso, infatti, anche Machiavelli era
molto interessato a valutare la funzione politica dell’immagine pubbli-
ca;145 ed era anche particolarmente attento alle dinamiche di acquisizione
di un nuovo stato o del passaggio di regime, accostando frequentemente
armi e potere politico. Per questo motivo un esercizio di « filologia poli-
tica » su reputazione (e stato) non potrebbe non coinvolgere anche gli usi
linguistici di Machiavelli.146 Questi nei Discorsi poteva tradurre con riputa-
zione o grado la maiestas di Livio,147 e nel piú celebre dei suoi scritti dava a
riputazione e stato il compito di descrivere il potere del principe: « Alcuno
principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai
altro che pace e fede, e dell’una e della altra è inimicissimo: e l’una e l’altra

144. Cfr. da ultimo A. Felici, « Parole apte et convenienti ». La lingua della diplomazia fiorentina
di metà Quattrocento, Firenze, Accademia della Crusca, 2018, con un ampio « glossario cancel-
leresco » (pp. 71-197).
145. Cfr. il classico L. Vissing, Machiavel et la politique de l’apparence, Paris, Puf, 1986.
146. Per l’accezione con cui si deve intendere la locuzione filologia politica, cfr. J.-C. Zanca-
rini, Une philologie politique. Les temps et les enjeux des mots (Florence, 1494-1530), in « Laboratoire
Italien », vii 2007 (Filologia e politica, a cura di C. Del Vento e J.-L. Fournel), pp. 61-74. Il
legame tra Machiavelli e la lingua volgare di fine XV sec. è oggetto del lavoro di F. France-
schini, Lingua e stile nelle opere in prosa di Niccolò Machiavelli: appunti, in Cultura e scrittura di
Machiavelli. Atti del Convegno di Firenze-Pisa, 27-30 ottobre 1997, Roma, Salerno Editrice,
1998, pp. 367-92.
147. « Non ostante che la virtú di Furio Cammillo, poi che gli ebbe libera Roma dalla
oppressione de’ Franciosi, avesse fatto che tutti i cittadini romani, sanza parere loro tôrsi ri-
putazione o grado, cedevano a quello, nondimanco Mallio Capitolino non poteva sopportare
che gli fusse attribuito tanto onore e tanta gloria [. . .] » (Disc., i 8 2 ); in nota il curatore rinvia
a Liv., vi 6: « collegae fateri regimen omnium rerum, ubi quid bellici terroris ingruat, in viro
uno esse sibique destinatum in animo esse Camillo summittere imperium, nec quicquam de
maiestate sua detractum credere quod maiestati eius viri concessissent » (cfr. N. Machiavelli,
Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, a cura di F. Bausi, Roma, Salerno Editrice, 2001, 2 voll.,
i p. 56).

412
lessicografia e filologia
quando e’ l’avessi osservata, li arebbe piú volte tolto e la reputazione e lo
stato » (Principe, xviii 19).148
Insomma reputazione e stato è un sintagma utilizzato con continuità tra
XV e XVI secolo, i cui significati possono essere molteplici ed evocare
coppie in opposizione o giustapposte; ma oltre ai cambiamenti semantici,
anche i referenti a cui i termini si riferiscono possono essere profonda-
mente diversi. Per arrivare a parafrasi soddisfacenti e a una piena com-
prensione del significato delle parole è importante capire che la scrittura
di Machiavelli può differire da quella dei pionieri della diplomazia in
volgare nel Quattrocento non perché rispecchia l’interesse per una for-
mulazione che sorge da una riflessione teorica (contro un atteggiamento
tutto pratico tipico dei diplomatici), ma soprattutto quando vi sia anche
una profonda differenza nelle istituzioni politiche di riferimento, nel loro
funzionamento o nella loro concezione.
Un dizionario politico dell’italiano rinascimentale, allora, dovrebbe
partire dall’analisi dei contesti, dallo studio delle concordanze, dalla disa-
mina delle locuzioni, dagli spogli non di sole parole ma di sintagmi e lo-
cuzioni, su testi non solo cinquecenteschi ma anche scaturiti dalla vita
politica quattrocentesca, e non solo teorici ma anche pratici, non solo vol-
gari ma anche latini: è ora che le parole dei testi e i molti materiali che
sono accumulati nei saggi e nei commenti alle edizioni siano raccolti e
sistemati in repertori lessicografici utili per descrivere gli usi di alcuni
ambienti culturali e professionali.149
Allo stesso tempo un dizionario politico del Rinascimento non potreb-
be esimersi dal fare riferimento, come le opere enciclopediche, ai concre-

148. N. Machiavelli, Il Principe, a cura di M. Martelli, corredo filologico a cura di N.


Marcelli, Roma, Salerno Editrice, 2006, p. 242. Su “stato” in Machiavelli, cfr. R. Descen-
dre, voce Stato, in Enciclopedia machiavelliana, cit.; su “reputazione”: G. Paparelli, Feritas Hu-
manitas Divinitas. Le componenti dell’Umanesimo, Messina-Firenze, D’Anna, 1960, pp. 181-83; R.
Zanon, Potenza, autorità, reputazione in Machiavelli (‘Principe’, ‘Discorsi’, ‘Arte della guerra’), in « Cul-
tura neolatina », xl 1980, fasc. 4-6 pp. 319-32; T. Perez, ‘Reputazione’ in Machiavelli’s Thought, in
« Yearbook of European Studies - Annuaire d’études européennes », 8 1996 (Machiavelli:
Figure-Reputation, ed. by J.T. Leerssen and M. Spiering), pp. 165-77; F. Pommier Vincelli,
Il concetto di reputazione e i giudizi sulla monarchia spagnola, in Filippo II e il Mediterraneo. Atti del
Convegno di Roma, 2-4 dicembre 1998, a cura di L. Lotti e R. Villari, Roma-Bari, Laterza,
2003, pp. 289-324.
149. C. Manchio, Machiavel secrétaire et l’écriture de la politique. Étude d’une langue de chancellerie
au temps des guerres d’Italie (1498-1512), Tesi di dottorato, Université Vincennes-Saint-Denis
Paris 8 e Università di Napoli « Federico II », 2016.

413
francesco montuori
ti referenti designati, alle istituzioni e alle idee.150 E questo è tanto piú
vero dal momento che è proprio il lessico, insieme con la sintassi e la te-
stualità, il campo su cui indagare le modalità di uso e citazione delle fonti,
soprattutto in un periodo in cui le pratiche politiche sembravano mettere
in crisi i “protocolli” degli umanisti, le loro procedure storiografiche e la
loro riflessione teorica. Un quadro chiaro della terminologia politica lati-
na e italiana tra Quattrocento e Cinquecento è utile per leggere i testi,
infatti, ma è anche un requisito necessario per seguirne le complesse vi-
cende intertestuali: come è noto, il riuso di Livio nei Discorsi è un processo
difficile da valutare ma è necessario farlo con il piú ricco corredo possibi-
le di strumenti linguistici e filologici affinché emergano le modalità criti-
che della teoria e della pratica politica italiana posteriore alla crisi degli
ultimi anni del XV secolo:151 solo tenendo sempre fermo l’accertamento
filologico sarà possibile recuperare il Quattrocento nella riflessione di chi
ha ricostruito gli sviluppi del pensiero politico e giuridico rinascimenta-
le.152

150. J.-L. Fournel, I tempi delle parole nella prosa machiavelliana. Considerazioni su tre storie in-
crociate, in Lessico ed etica nella tradizione italiana di primo Cinquecento. Atti del Seminario di Bari,
5-6 marzo 2015, a cura di R. Ruggiero, Lecce, Pensa MultiMedia, 2016, pp. 123-38; M. Pozzi,
Pour un lexique politique de la Renaissance. La situation linguistique italienne au début du XVIe siècle,
in « Laboratoire Italien », vii 2007 (Filologia e politica, cit.), pp. 41-59. Resta necessario il rinvio
ai saggi di Fredi Chiappelli (Studi sul linguaggio di Machiavelli, Firenze, Le Monnier, 1952;
Nuovi studi sul linguaggio di Machiavelli, ivi, id., 1969).
151. Oltre al lessico, adopera anche la sintassi e la testualità A. Salvo Rossi, « Accomodare
rebus verba ». L’uso politico delle fonti: Tito Livio nei ‘Discorsi’ di Niccolò Machiavelli, Tesi di dottora-
to, Université Vincennes-Saint-Denis Paris 8 e Università di Napoli « Federico II », 2018.
152. A lungo si è stati poco attenti alle codificazioni presenti nelle opere politiche e giuri-
diche del Quattrocento: cfr. G. Pedullà, Machiavelli in tumulto. Conquista, cittadinanza e conflit-
to nei ‘Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio’, Roma, Bulzoni, 2011.

414
INDICE

Convegno internazionale sul tema: « La critica del testo. Pro-


blemi di metodo ed esperienze di lavoro. Trent’anni dopo, in
vista del Settecentenario della morte di Dante » 7
Programma del Convegno 8
Introduzione al Convegno, di Enrico Malato 13

I. PROBLEMI DI METODO
Andrea Mazzucchi, La critica del testo trent’anni dopo. La prospettiva dan-
tesca 21
Roberto Antonelli, La filologia del lettore 43
Maria Luisa Meneghetti, Edizione critica ed esegesi 57
Lino Leonardi, La storia del testo, la prassi ecdotica e il ruolo della filologia 73
Giancarlo Breschi, Copista “per amore”: Boccaccio editore di Dante 93
Paola Italia, Filologie d’autore 119
Giovanni Palumbo, Morfologie della contaminazione 133
Rosario Coluccia, Morfologie e funzioni degli apparati critici 153
Rossana E. Guglielmetti, L’edizione dei testi a basso livello di autorialità 177
Paolo Chiesa, Le tradizioni sovrabbondanti. Strategie di approccio 201
Stefano Carrai, Metrica e critica del testo 223
Pietro Trifone, Lingua, stile e critica del testo. La punteggiatura nell’edizione
delle opere a stampa 237
Marco Cursi-Maurizio Fiorilla, Fisionomia del manoscritto ed ecdotica:
Boccaccio e Mannelli copisti del ‘Decameron’ 249
Vincenzo Fera, La filologia dei testi umanistici 295
Lina Bolzoni, Per una filologia integrata dei testi e delle immagini: tre esempi 311
Vittorio Formentin, Problemi di localizzazione dei testi e dei testimoni 327
Michele Rinaldi, Problemi di stratigrafia linguistica e di ricostruzione della
veste formale nei testi mediolatini 355

801
indice
Francesco Montuori, Lessicografia e filologia 369
Maria Careri, Raccogliere errori nei manoscritti romanzi 415
Inés Fernández-Ordóñez, Las variantes de lengua: un concepto tan necesa-
rio como necesitado de formalización 439
Pasquale Stoppelli, Metodologia delle attribuzioni letterarie 469
Alberto Cadioli, Filologia e dinamiche editoriali tra Otto e Novecento 483
Emilio Russo, Pratiche filologiche per opere incompiute. Il caso della ‘Liberata’ 495
Nicola De Blasi, Edizione di testi teatrali 509
Paolo Procaccioli, Filologia, pratiche editoriali e storia culturale. La mili-
tanza dei poligrafi 531
Niccolò Scaffai, Pratiche editoriali e questioni testuali nelle raccolte di lirica
del secondo Novecento 545

II. ESPERIENZE DI LAVORO

Vittorio Celotto, Problemi filologici della poesia del ‘nonsense’: il caso delle
‘Mattane’ di Niccolò Povero 563
Massimiliano Corrado, Alle origini della tradizione fiorentina della ‘Com-
media’: il testo dantesco nell’ ‘Ottimo Commento’ 581
Chiara De Caprio, Il tempo e la voce. La categoria di ‘semicolto’ negli studi
storico-linguistici e le scritture della storia (secc. XVI-XVIII) 613
Alessio Decaria, Pratiche di copisti e tradizione dei testi tra Tre e Quattrocento 665
Ciro Perna, La scrittura satirica degli epigoni ariosteschi: il caso di Camillo
Pellegrino 685
Irene Romera Pintor-Susanna Villari, Gli studi “giraldiani” tra filologia
e critica: un laboratorio di ricerca 701

TAVOLA ROTONDA SUL TEMA: CRITICA DEL TESTO ED


ERMENEUTICA 719

INDICI
Indice dei nomi 773
Indice delle tavole 797

802