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“LA MISSIONE DEL DOTTO”DEL 1794, FICHTE

Se la parte eletta della società umana è corrotta, dove si dovrà mai cercare il bene morale?

La missione del dotto è la quarta di una serie di cinque lezioni tenute da Fichte nel 1794 all’università di Jena tra il grande
entusiasmo degli studenti.

Chi è il dotto per Fichte? Il dotto è l’intellettuale, il saggio, egli deve essere l’uomo moralmente migliore dei propri tempi. La
moralità per Fichte, è come un continuo (e infinito) auto perfezionamento interiore scavalcando anche gli ostacoli che gli
impediscono di arrivare ad una totale libertà interiore per raggiungere la moralità perfetta, per poi poter “liberare” gli altri e far
progredire la società. … una specie di missione sociale dell’intellettuale. Fichte dice che l'uomo non potrà mai raggiungere la
perfezione. L'azione dell'uomo consiste in un continuo superamento degli ostacoli, l'IO che deve superare il NON-IO.
Non raggiungerà mai la perfezione, ma dovrà raggiungere una meta ossia quella di avvicinarsi alla perfezione.
L'io è finito perché deve essere delimitato, però in questa finitezza è infinito perché il confine può essere spostato sempre più in
là, all'infinito. È infinito secondo la sua finitezza e finito secondo la sua infinità. Fondamento dell'intera dottrina della scienza

Il dotto quindi dovrà essere un modello per l'umanità, ed è compito suo avendo una maggior consapevolezza di essere parte dell'IO
PURO togliendo i suoi interessi personali per mettere a servizio la sua cultura al popolo, in modo da poter guidare le classi
sociali. Non deve sovrastare gli altri, deve aprire una strada alle classi sociali.

Il dotto è il filosofo, l'educatore dell'umanità ed agisce tramite la cultura che è contro la pigrizia che è il vero male radicato
nell'uomo.

La pigrizia spinge l'uomo all'abitudine ed è passività, inerzia dell'IO.

Fichte dice che l'uomo non potrà mai raggiungere la perfezione. L'azione dell'uomo consiste in un continuo superamento degli
ostacoli, l'IO che deve superare il NON-IO.
Non raggiungerà mai la perfezione, ma dovrà raggiungere una meta ossia quella di avvicinarsi alla perfezione.

LA CONCEZIONE DELL’ETERNITÀ DI FICHTE È LA SEGUENTE:

siccome l’uomo non appartiene solo a se stesso, ma all’umanità, e siccome il compito che ciascun uomo si
assume, ossia il perfezionamento proprio e altrui, non può essere completato nell’arco di una vita umana,
questo compito verrà ripreso e continuato da altri uomini, da altre generazioni, ma non verrà mai portato
definitivamente a termine però: e dunque IL CERCHIO NON VERRÀ MAI CHIUSO.
Questa, per lui, è l’eternità: fare parte di un circolo che procede senza sosta, ma che non si chiude mai.. la
riflessione di Fichte, quel suo continuo “dover essere”, la concezione di un continuo tendere dell’uomo alla
perfezione, all’assoluto, alla verità, senza però mai raggiungerli, sforzandosi eternamente verso una meta che
va al di là, che trascende le possibilità dell’individuo, è tipicamente romantica: qualche cosa che sta a mezza
strada fra il titanismo prometeico e il concetto dell’eterno ritorno dell’uguale. Fichte e porre all’uomo una
missione impossibile, vale a dire quella di raggiungere l’infinito nel finito, significa, logicamente e
inevitabilmente, porlo in una situazione insostenibile: non solo di angoscia, ma  (come vorrebbe Kierkegaard)
di autentica disperazione, ossia di “malattia mortale”.
Nella «missione del dotto», che egli affronta solo nella quarta lezione il filosofo tedesco sostiene che il dotto
deve essere, il migliore degli uomini, colui che è d’esempio alla sua intera società; e che deve fare della sua
vita una specifica missione al servizio degli uomini: egli cioè deve indossare i panni, né più, né meno, del
sacerdote della verità, dato che egli solo riesce a vederla, o a vederne una porzione maggiore dei suoi simili.
Concezione nella quale, di nuovo, entra sia la componente illuminista fondata sulla religione del progresso (di
cui, infatti, il dotto si fa personalmente interprete e missionario), sia quella romantica – e, se si vuole,
decadentista – secondo la quale l’uomo “superiore” è colui che riesce a gettare uno sguardo oltre la comune
vista degli uomini, in virtù della sua speciale missione e della sua particolare capacità di vedere “oltre”,
facendosi, così, sacerdote dell’invisibile; un sacerdote di cui l’umanità ha estremamente bisogno, anche se, a
dire il vero – e sempre più nel corso del XIX secolo, per non parlare del XX – si direbbe proprio che non lo
sappia.
Il ragionamento di Fichte è il seguente: non lo stato sociale, ma la missione di ciascun uomo è quello che
importa, vale a dire che ciascuno compia il proprio dovere (e siamo sempre nella scia del «tu devi» kantiano,
dell’imperativo categorico del filosofo di Königsberg; ora, anche la società che voglia divenire perfetta,
necessita   che qualcuno si dedichi alla missione di conoscere perfettamente quali siano i reali bisogni
dell’uomo e della società, e quali i mezzi idonei per soddisfarli: tale è la definizione che egli dà del dotto, e di
una simile figura fa il cardine della società intera. La società, infatti, non può degnamente organizzarsi, senza
sapere ciò di cui ha realmente bisogno.
 
«Dotto si chiama colui che all’acquisto di tali conoscenze (filosofica, filosofico-storica e storica) dedica la sua
vita (pag. 155). Così ci si rivela finalmente la vera missione dello stato dei dotti:; tale missione consiste nella
suprema vigilanza sopra il progresso reale della stirpe umana in genere e nell’attività continuamente diretta a
promuovere questo progresso (pag. 155) [specie il progresso delle scienze, perché] dal progresso delle scienze
dipende in modo immediato il progresso del genere umano. Chi ferma quello, ferma questo (pag. 156).
[Dunque, il dotto dovrà] sforzarsi per portare a un grado più elevato le scienze, e in particolare quel ramo
della scienza che egli ha prescelto […]. [Inoltre,] dovrà sviluppare in se stesso quanto più gli è possibile le
disposizioni socievoli, la capacità di ricevere e quella di comunicare (pag. 160), [perché il dotto] esiste in virtù
della società e per il vantaggio della società (ib.). [Il dotto] deve portare gli uomini alla consapevolezza dei
loro bisogni, alla conoscenza dei mezzi atti a soddisfarli (pag. 161) […]
Il dotto non deve soltanto istruire gli uomini sopra i loro bisogni e sopra i mezzi necessari per soddisfarli in
generale. Deve anche guidarli, in particolare, in un determinato tempo e in un determinato luogo, a prendere
coscienza dei bisogni che si presentano in quelle particolari circostanze e a scoprire quei mezzi particolari che
servono per raggiungere i fini in certo modo imposti dalla situazione presente (pag. 163)… [Il dotto, poi, deve
dare il buon esempio, perché] deve essere l’uomo moralmente migliore della sua età(  pag. 167). […]
Questo è l’ufficio a cui sono chiamato, a rendere testimonianza della verità. Nulla importano… la mia vita e la
mia sorte, ma l’ufficio che io compio ha una importanza infinita. Io sono un Sacerdote della verità. Appartengo
alla sua milizia.; ad essa ho prestato giuramento  di fare, di osare, di soffrire tutto fedelmente per lei (pag.
168).»
 
E così, alla fine, scopriamo che il dotto, modestamente, è lui, proprio lui: Johann Gottlieb Fichte, l’oratore che
sta tenendo, all’Università di Jena, nell’estate del 1794, questo ciclo di lezioni, la domenica, dopo la messa.
Anch’egli, come il pastore luterano, è un sacerdote; anzi, è un sacerdote più alto: quello non serve che il Dio
rivelato, mentre lui, Fichte, serve la Verità stessa, la Verità filosofica, che, per gli idealisti, comprende, e
soprattutto supera, la verità religiosa (riservata, quest’ultima, a coloro che dotti non sono, e devono
accontentarsi di una verità di grado inferiore). In compenso, Fichte, nel suo delirio di onnipotenza, è
perfettamente sincero: quando afferma che la sua vita e la sua sorte non contano, perché egli si è totalmente
votato alla propria missione, bisogna prenderlo sul serio: dopo aver incitato i Tedeschi a combattere contro
Napoleone (non solo in nome della libertà conculcata, ma proprio di una supposta superiorità culturale della
Germania), spingerà la moglie a prestare la sua opera di infermiera negli ospedali militari, dove ella avrebbe
contratto il colera, contagiando il marito - divenuto ormai rettore dell’Università di Berlino, nonostante le
accanite polemiche sul suo ateismo - e portandolo a morte, nel 1814.
A quanto pare, Fichte non si rende conto sino in fondo (a meno che se ne renda conto anche troppo…) delle
implicazioni totalitarie, e peggio che totalitarie, della sua concezione del dotto, e di quella che ritiene la sua
specifica missione. Innanzitutto, egli definisce il dotto in maniera tale da identificarla con la categoria dei
filosofi: e sin qui, niente di particolarmente originale, visto che anche Platone, nella sua «Repubblica», aveva
fatto lo stesso; e visto che lo stesso Socrate aveva fatto della sua vita un perenne richiamo alla verità nei
confronti dei suoi concittadini. Ma Fichte si spinge molto oltre: sostiene che il dotto ha il diritto e il dovere di
governare egli stesso la società. Dal momento che egli solo ne conosci i “veri” bisogni, nonché i mezzi per
soddisfarli. La sua totale dedizione alla società non attenua la realtà paurosa, demoniaca di questo potere
illimitato, che si pone da se stesso al di sopra di tutti e stabilisce da solo cosa sia bene e cosa sia giusto per i
suoi simili: sappiamo bene come un dittatore possa arrivare al sacrificio di sé per il bene della sua patria, ma
non senza averla portata, a suo insindacabile giudizio, oltre l’orlo della catastrofe. Nessun controllo, dunque,
nei confronti di chi guida i destini comuni: il dotto è giudice di se stesso, la purezza delle sue intenzioni è
sufficiente garanzia di moralità e di saggezza. Non occorre che siano gli altri a riconoscergli quel ruolo: del
resto, non conoscendo la verità, non potrebbero.
Ora, se si allarga l’orizzonte – come vuole Fichte – al mondo intero, e si immagina una repubblica mondiale
governata dai dotti, i quali sono gli uomini “moralmente migliori” del proprio tempo, c’è da avere i brividi: sì,
è proprio il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale che costoro perseguono; e lo perseguono in perfetta buona
coscienza, cosa che li rende ancor più pericolosi, come lo sono i fanatici di ogni tempo e di ogni idea.
Si noti, del resto, quel passaggio conclusivo alla prima persona: dopo aver parlato, e a lungo, del dotto in
terza persona, e spiegato quel che egli deve essere e quel che deve fare, a un certo punto Fichte rivendica,
senza arrossire, di essere lui, proprio lui, quel dotto, quel Sacerdote della verità, quell’uomo moralmente
eccellente, che svetta al di sopra dei propri simili. Si potrebbe pensare, semplicemente, al delirio di un pazzo,
ma si tratta di qualcosa si assai più sottile e di assai più pericoloso: si tratta del logico e coerente punto
d’arrivo della filosofia idealista del Nostro, il quale fa derivare l’essere dal pensiero, e non viceversa. In
buona sostanza, Fichte sostiene, imperturbabile, che il mondo è la sua creazione, la creazione del suo spirito,
ed è quindi perfettamente logico che egli solo rivendichi a se stesso il diritto e il dovere di comprenderlo, di
spiegarlo, di guidarlo, imponendo l’obbedienza a tutti gli altri.
Certo, le frasi in cui egli afferma che il dotto nulla vuole per sé, e tutto vuole offrire alla società, appunto per
restituirle ciò che ha ricevuto, si sprecano addirittura; così come si sprecano quelle ove sostiene che il dotto è
colui che deve dare il buon esempio dell’impegno per il bene comune, che deve porre la sua vita sotto il segno
della dedizione agli altri. Ma chi sono, in pratica, codesti altri? Se l’Io penso è il mondo, tutto il mondo, chi
sono codesti altri, se non ombre o fantasmi della mia coscienza, nella quale nulla esiste che non sia l’Io penso,
nulla, dunque, al di là e al di fuori della mia coscienza soggettiva, arbitrariamente dilatata sino ad inglobare e
a comprendere in se stessa ogni manifestazione del reale?
Questo è il problema di fondo dell’Idealismo: che, di fatto, nelle sue vertiginose costruzioni speculative viene a
mancare il “tu”, il tu concreto, l’altro. Non c’è posto che per l’Io. E se ciò avviene, non deve fare meraviglia
che l’altro debba essere ridotto alla condizione di creta da modellare, alla quale l’Io impone la forma che
ritiene giusta e necessaria, senza interpellare nessuno, senza ascoltare altri che sé medesimo.
Anche questa, del resto, è una conseguenza logica e necessaria. Dove è andato a finire Dio, nella concezione
fichtiana? Dio si è ridotto alle proporzioni dell’ordine morale del mondo: più che un Dio, una necessità del
pensiero. Dio, per l’idealismo, non è Persona, non è neppure l’Essere in senso metafisico, causa prima e
motore della realtà sensibile: è soltanto una astrazione del ragionamento filosofico. Ora, se Dio non è più il
Tu, cui l’io possa e debba far riferimento, per tornare all’Essere da cui proviene, inevitabile conseguenza è che
anche il “tu” sensibile, il “tu” degli altri, finisca per essere subordinato e relegato in posizione di sudditanza.
È uno gnosticismo vero e proprio, quello degli idealisti, nel quale solo il sapiente conosce la verità, e a lui
solo, pertanto, spetta la responsabilità di guidare gli uomini verso di essa. Perché il sapiente, o meglio il
sacerdote, della verità, è anche una sorta di scienziato (si noti l’enfasi posta da Fichte sulla funzione delle
scienze per il bene comune: non lo sfiora il sospetto che tutto dipende da come la scienza viene concepita,
realizzata ed impiegata: per fare il bene o per fare il male): in definitiva, egli è il sacerdote di una religione
immanente, la religione del Progresso. La scienza, in fondo, per Fichte è un’astrazione: una concezione
teorica, alla quale tutto si deve assoggettare.
E abbiamo visto, purtroppo, dove ci portano siffatti sacerdoti delle astrazioni, posto che riescano a conquistare
il potere. L’epistemologo Paul K. Feyranbend, più recentemente, ci ha messi in guardia contro i rischi di una
scienza che si proclama guida necessaria e sufficiente del genere umano: essa è una costruzione astratta,
un’idea che vale quanto un’altra idea e che non può rivendicare un valore assoluto e indiscutibile. Essa,
pertanto, diviene un’idea totalitaria, che fa paura, e dalla quale ci si deve difendere.   Prima che sia troppo
tardi…