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Storia delle idee pedagogiche – Furio Pesci

1.La paideia. Socrate e Platone

La società e la cultura greca furono le responsabili del concepimento di un nuovo modo di intendere
l’educazione: da alcune esperienze concrete e dall’opera dei pensatori classici emerse una visione
dell’essere umano e della sua formazione che hanno avuto importanti influenze sul mondo occidentale.
Viene definita paideia il processo di maturazione dell’essere umano attraverso lo studio e la ricerca di
verità. Secondo Werner Jaeger, la formazione dell’uomo greco avveniva a contatto con il divino, presente
nella realtà e nell’interiorità dell’uomo stesso.
Lo scopo dell’educazione greca era quello di promuovere nei giovani lo sviluppo delle virtù, forze interiori
che permettono all’uomo di agire bene.

Socrate, di cui abbiamo scarse notizie biografiche, diede vita all’ideale di un uomo capace di penetrare negli
aspetti più profondi della realtà, sempre alla ricerca del vero. Ha fiducia che la ragione, istruita in modo
ragionevole, sia il più importante punto di controllo degli aspetti della vita umana.
Condannato di aver corrotto i giovani con i suoi insegnamenti empi, non si mostra timoroso di fronte alla
morte, seppur ingiusta, alla quale, pur potendo, non si sottare: questo atteggiamento è già percepibile nei
dialoghi platonici.
L’ideale socratico prevede che una volta riconosciuta la virtù, non si può non agire virtuosamente. Chi
agisce contrariamente alla virtù è infatti guidato da un’idea falsa di virtù. L’intento di Socrate è infatti quello
di attingere alle verità più profonde, spostando l’attenzione dalla natura all’uomo stesso.
In Socrate avviene la scoperta dell’essenza autentica dell’uomo, ossia l’anima. L’uomo è concepito come
essere spirituale: dunque Socrate attribuisce un nuovo significato alla virtù, quello di cura dell’anima.
Per quanto riguarda il metodo di ricerca, il metodo di Socrate viene da lui stesso definito maieutica,
termine che indica l’arte della lavatrice: come la lavatrice estrae dal grembo materno il figlio, allo stesso
modo il maestro estrae dall’allievo la verità insita in lui.

L’allievo più fedele di Socrate fu Platone, che si dedicò esclusivamente all’insegnamento della sua filosofia.
Condivide con Socrate l’idea che l’uomo sia un essere spirituale, la cui anima è divisa in tre parti distinte:
quella concupiscibile (sede dei desideri e del soddisfacimento dei medesimi; corrispondente alla virtù della
temperanza), quella irascibile (sede del coraggio e della fortezza, protegge l’individuo nelle difficoltà e nei
pericoli; corrispondente alla virtù della fortezza) e quella razionale (governa le prime due; corrispondente
alla virtù della prudenza).
La sua opera più importante è La Repubblica, in cui pone ai lettori il problema della giustizia: descrive quella
che per lui è la società ideale, articolata in tre classi (produttori, guerrieri, governatori-filosofi), che
corrispondono alle tre anime dell’uomo. La classe dei produttori non meritava grande attenzione, a
differenza delle altre due, che dovevano ricevere una formazione specifica. L’addestramento dei guerrieri
era volto a sviluppare le virtù necessarie in battaglia, mentre la formazione dei filosofi ha avuto attenzione
allo sviluppo della personalità, del corpo e dello spirito.
In Platone è costante il parallelismo tra visione politica e antropologica: si serve dei miti per rappresentare
il suo pensiero. Celebre è stato il mito della caverna, in cui gli uomini sono considerati vittime della cecità:
solamente pochi (filosofi) possono emanciparsi, ovvero coloro che sono in grado di andare oltre alle
apparenze; hanno inoltre il dovere di richiamare i propri simili a fare lo stesso.
La prospettiva platonica è fondamentale anche in ambito pedagogico: pensa alla formazione dell’individuo
come a un fenomeno assolutamente personale. La formazione non è solo intellettuale, ma anche spirituale
ed è necessario un ambiente adeguato in cui sviluppare la propria vita interiore.
Platone formò anche una scuola di formazione filosofica, chiamata Accademia, a dimostrazione
dell’influenza che esercitò sulla vita intellettuale dell’Occidente.
Per Platone la virtù consiste nella conoscenza, la quale si contrappone alla semplice opinione, che è
responsabile dei mali della società umana. Accetta ed elabora la tesi di Socrate, secondo cui la dialettica è
concepita come un dialogo tra uomini accomunati dalla ricerca della verità, ma anche un dialogo interiore
con se stessi: mentre Socrate pensava che questa capacità potesse essere competenza di tutti, Platone la
riversava in pochi uomini eletti.
Secondo Platone la società doveva essere organizzata su basi nuove, in modo che i filosofi controllino e
dirigano le attività e le relazioni nella società, tra individui e classi. Attraverso la guida dei filosofi si
dovrebbe giungere all’educazione del singolo individuo. Se all’interno della società, ogni classe facesse il
proprio lavoro, si giungerebbe facilmente alla giustizia sociale. L’appartenenza alle classi dipende dalla dote
e dal merito, e non dall’appartenenza di sangue.
L’educazione dei bambini va dall’infanzia fino alla fase adolescenziale. L’educazione più elevata viene
distinta in due fasi: scientifica e filosofica. La prima si verifica tra i venti e i trenta anni di età e vede
coinvolte materie come l’aritmetica, la geometria, la musica e l’astronomia; la filosofia invece si affida ad
uno studio di cinque anni in cui ci si occupa di dialettica.
Un capolavoro pedagogico di Platone è stato Leggi, scritto in età tarda: descrive l’ideale educativo che
torna ai valori della Grecia antica.
Il principio etico che si trova nei libri di Platone è fondato sull’assunto che ogni individuo dovrebbe dedicare
la sua vita a ciò per cui egli è disposto per natura. Platone prevede la medesima educazione sia per gli
uomini, sia per le donne.
Platone ha influenzato l’educazione dei secoli successivi anche con la sua convinzione che nella vita si
possano nutrire aspirazioni più alte della mera partecipazione attiva alla vita pubblica. Con l’istituzione delle
scuole filosofiche, il desiderio di far parte delle medesime finì per essere considerato degno per le
aspirazioni degli uomini migliori.

2. La paideia e il sistema aristotelico


Aristotele è stato un pensatore, la cui influenza è durata tutto l’arco della storia della cultura occidentale. È
stato anche il precettore di Alessandro Magno.
Ci presenta una visione dell’uomo meno incantata di quella platonica: giustifica, ad esempio, la schiavitù,
riconoscendola necessaria e ammettendo la possibilità che gli uomini debbano essere trattati come delle
macchine; filosofare invece è un’attività degna di pochi uomini liberi.
La sua filosofia è stata considerata dai suoi contemporanei, ma soprattutto dai suoi seguaci, come la
filosofia per l’eccellenza: compendia nel suo sistema tutte le conoscenze sul mondo, sulla natura,
sull’uomo, sulle divinità acquisite dai Greci nel corso dei secoli.
Tutta la sua logica ruota intorno alla nozione di sillogismo, struttura basilare del ragionamento. La logica
ebbe una grande influenza sul piano educativo e divenne uno dei pilastri dell’insegnamento superiore nel
Medioevo.
Fondamentale è stato il concetto di metafisica, la disciplina che studia l’essere. Diventerà uno dei principali
strumenti dell’educazione cristiana. Ogni essere è destinato ad una crescita, importante per lo sviluppo
delle sue forme interiori: altrimenti resteremmo allo stato grezzo (materia), se non si passasse dallo stato di
immaturità (potenza) ad una piena esplicitazione di ciò che è in noi (atto).
Sul piano pedagogico lo sviluppo avviene gradualmente, ciò che ne deriva è un passaggio dalla materia
informe a quella formata: il bambino assume gradualmente la sua identità e sviluppa le sue potenzialità.
Secondo Aristotele potenza e atto convivono sullo stesso piano.
Per Aristotele bene e felicità si chiamano a vicenda, in quanto la felicità è il fine dell’agire e il bene è il
mezzo attraverso il quale la felicità è possibile: la felicità è il fine essenziale dell’essere umano. Tutti gli
uomini dovrebbero essere educati per perseguire il bene autentico.
Le difficoltà nella vita sono determinate dal fatto che è possibile per l’uomo perdersi e perdere la propria
integrità di persona. Un carattere spiccato dell’etica aristotelica è il rifiuto dell’intellettualismo estremo che
contraddistingue l’etica socratico-platonica. La vita morale, la capacità di fare del bene dipendono dalla
costruzione affettiva e pulsionale dell’uomo.
La concezione dell’attività politica filosofica aristotelica risiede nella preoccupazione che il destino
dell’uomo singolo è legato al destino del gruppo sociale a cui appartiene. La vita buona è al centro della sua
concezione etica. È necessario quindi curare tutto il contesto della città per sperare che anche i singoli
individui siano in grado di vivere secondo le esigenze di vita morale. Una legislazione permissiva
risulterebbe diseducativa.
L’uomo deve usufruire dei suoi beni senza eccedere, perché l’etica aristotelica mira al raggiungimento del
benessere della persona, affrontando una vita armoniosa ed equilibrata.
La vita morale si anima di virtù (contrari a queste sono i vizi): rappresenta un costume, un’abitudine ad
agire bene e si acquisisce con l’esperienza. Il comportamento virtuoso ha necessità di esercitarsi in un
contesto favorevole.
L’obiettivo dell’educazione non è la trasmissione di una cultura o la preparazione ad un mestiere, ma lo
sviluppo di due virtù essenziali per la vita mentale e quella morale, congiunte dell’agire pratico della
persona.
Oltre alle virtù peculiari della morale, distingue due virtù dianoetiche: fortezza e saggezza, indispensabili
per la vita buona. L’educazione alla virtù è necessario che avvenga nell’infanzia, per poi proseguire
nell’adolescenza.
In campo educativo Aristotele attribuisce allo Stato un ruolo di garante e custode: come nella Grecia
classica, in cui i bambini, dopo un’educazione materna, passavano ad un insieme articolato di istituzioni. I
Greci consideravano le discipline artistiche, come la danza e il canto, essenziali per lo sviluppo armonioso
della persona.
Aristotele fondò una scuola, chiamata Peripato o Liceo, in cui vi era una formazione di altissimo livello,
riservata a pochi privilegiati che riservavano tutto il loro tempo ad uno studio impegnativo; era strutturata
in livelli di crescente complessità. Nonostante l’eredità di Aristotele fosse offuscata da oltre scuole,
continuò a resistere.

3. Il cristianesimo e l’educazione: sant’Agostino e san Tommaso


Il cristianesimo pone al centro della sua attenzione il problema della formazione dell’uomo: ha dunque una
valenza pedagogica. L’interesse pedagogico dei cristiani si sviluppò grazie al contatto con il mondo e la
cultura dei classici. Il problema dell’educazione è visto nella prospettiva della salvezza integrale della
persona, che è un essere che vive nel tempo, modificandosi, crescendo e prendendo forma nel corso della
vita: insieme alla persona cresce anche la fede. Il percorso di crescita riguarda il piano fisico, psichico e
spirituale. La famiglia ha una funzione sociale essenziale: alla funzione materna, in particolare, è attribuito
un valore significativo. Nei primi secoli, infatti, i cristiani non si posero il problema della scuola, perché la
formazione dei giovani avveniva proprio in famiglia; il problema si avvertì quando si frequentavano scuole
pagane: il contrasto tra cristianesimo e paganesimo fu inevitabile, fino a quando si attuò la cristianizzazione
delle scuole pagane grazie all’operato degli insegnanti, che professavano la loro fede: fu un momento
decisivo nello sviluppo della pedagogia cristiana.
Tra la fine del IV secolo e l’inizio del V, colui il quale riuscì ad esporre i contenuti della fede in modo
sistematica su Agostino: in lui è costante il tema della “terza navigazione”, che implica non solo un percorso
conoscitivo, ma d’amore. Infatti, la vita intellettuale non è separata da quella affettiva: l’essere umano è
desideroso d’amore. Il suo messaggio evangelico dice che la verità è Dio e Dio è l’amore. Agostino vede la
ricerca esistenziale che ogni uomo compie al riguardo di sé, anche quando gli esiti sono erronei e portano
lontano da Dio, come una “navigazione” al di là dell’apparente, ma questa navigazione alla scoperta della
vera consistenza delle cose coincide con una vita vissuta nell’esercizio affettivo dell’amore. La scelta di
credere diventa fondamentale nella ricerca della verità.
Il dialogo fiducioso con Dio si incontra in una delle sue opere più importanti, le Confessioni. Per
comprendere la sua idea di pedagogia bisogna tenere in conto la riflessione che elabora sulla concezione
della Trinità divina: la relazione pedagogica tra le persone (divine e umane) è costitutiva dell’identità di
esse. La relazione con l’altro è alla base dell’identità della persona divina e umana.
Pensa che ogni uomo debba raggiungere la felicità e la verità. La ricerca umana è desiderio del bene perché
solo il bene può portare al conseguimento della felicità autentica e l’educazione deve portare i giovani a
essere consapevoli del legame tra verità, bene e felicità. L’educazione è la ricerca del senso della vita
attraverso il conseguimento del bene più grande, Dio.
Le due fonti primarie sulle vedute agostiniane in materia filosofica dell’educazione e metodi educativi sono
De magistro, scritto intorno al 389 e il De catechizandis rudibus, composto dieci anni dopo.
Era convinto che colui che apprende possiede già un’apprensione interiore della verità: non è guidato dalle
parole del maestro, ma dalle cose che Dio ha reso manifeste in lui. Dunque, la verità viene da Dio.
Pensa che le parole non siano uno strumento adeguato dell’insegnamento, ma della comunicazione di ciò
che ciascuno sente e conosce interiormente. L’uomo, attraverso le parole, può aumentare la sua
conoscenza. Sono i segni delle parole, ad esempio i gesti, che sono utili all’insegnamento. Ai fini
dell’educazione, sono incluse le virtù teologali: fede, speranza e amore; il vero maestro è Cristo, che dimora
nell’interiorità dell’uomo.
Il metodo educativo presuppone che l’insegnante sia interessato a ciò che insegna; non deve consentire che
qualcosa lo distragga. Alla base c’è un’idea dell’unione fraterna che lega il maestro al proprio allievo, che
deve essere rispettato nella maniera più totale. Il linguaggio da usare deve essere adattato alle esigenze dei
singoli: è necessario che l’insegnante ricerchi un’intesa comprensiva con l’allievo. È necessaria la
partecipazione dei giovani, che devono essere incoraggiati in particolari situazioni: tutti devono essere in
grado di manifestare se stessi liberamente.
Tommaso d’Aquino (San Tommaso), principale teologo medievale, ha avuto all’interno della Chiesa
un’autorevolezza indiscussa. La sua opera più importante è Summa Theologica. Non si interessò mai
direttamente alle questioni dell’insegnamento e dell’apprendimento, ma si concentrò sulla natura della
verità e della conoscenza, e come l’uomo la acquista. L’educazione può essere definita come lo sviluppo
dell’uomo secondo le sue potenzialità. L’intero pensiero di Tommaso, su cui fonda anche il suo pensiero
pedagogico, è permeato da una visione teocentrica dell’uomo: Dio, inteso come Creatore, è sorgente e fine
di tutte le creature. L’uomo, nella sua visione, è la più nobile tra le sue creature, poiché dotato di intelletto.
I modi per acquisire la conoscenza erano di due tipi: la scoperta, che consiste nell’applicazione di principi
generali autoevidenti a qualche oggetto, e da questo procedere a conclusioni particolari. È considerato il
modo migliore per giungere alla conoscenza. Il secondo modo è l’apprendimento tramite istruzione, in cui
qualcuno aiuta la ragione naturale di chi apprende.
Altra tematica interessante è la questione delle virtù intellettuali, delle buone abitudini dell’intelletto: sono
qualità acquisite che dispongono l’uomo ad agire abitualmente in maniera adatta a raggiungere un fine. La
virtù dimostra la perfezione della potenza e la perfezione è da considerare in relazione al fine; il fine della
potenza è l’atto e la potenza è perfetta nella misura in cui è adeguata all’atto. Esistono cinque virtù
intellettuali: tre dell’intelletto speculativo e due di quello pratico. Le prime sono quelle che perfezionano
l’intelletto in vista della considerazione della verità. La verità è soggetta ad una duplice considerazione,
come conosciuta in se stessa e attraverso altro. Le virtù dell’intelletto pratico hanno a che fare con la
ragione applicata al fare. L’arte è la virtù del produrre e la prudenza quella dell’agire. Le virtù possono
essere acquisite tramite la ripetizione dell’atto virtuoso: il progresso deve avvenire gradualmente, dal più
facile al difficile. Chi apprende è un uomo alla ricerca di conoscenza.
È necessario che il maestro comprenda pienamente la materia che insegna: deve possedere questa
conoscenza con sicurezza. Chi insegna non è causa della verità, ma della conoscenza della verità.
L’insegnante deve essere guidato dalla natura di chi apprende, il quale, imparando attraverso la scoperta
proceda a sviluppare una conoscenza di ciò che gli è sconosciuto, affinché si metta in collegamento con ciò
che già sa. L’insegnamento infatti è una vera e propria arte: quando l’insegnante non è guidato dalla natura
dell’allievo, non insegna, ma indottrina.
Quindi la filosofia dell’educazione di Tommaso sostiene che i segni e i simboli che l’insegnante presenta ai
suoi studenti devono rendere capaci questi a correlarli ai principi primi. L’insegnante deve possedere una
conoscenza esplicita di ciò che insegna ed essere capace di condurre questa conoscenza ai principi primi.
Deve acquisire conoscenza del mondo materiale prima di avanzare nel mondo dell’astrazione, come nella
matematica, e nel mondo della metafisica, che considera gli esseri a prescindere dalla materia. La verità è
fondata nell’esistenza delle cose e la via alla verità è l’ordine dell’esistente nel mondo in cui può essere
appreso dall’essere umano.

4. Erasmo e l’ideale umanistico


L’umanesimo del 1400 è cardine della cultura moderna, in cui maggiore esponente è Erasmo da Rotterdam.
È percepibile la sua avversione dei confronti della cultura dotta tradizionale, ma anche l’impegno del
recupero della cultura classica, l’applicazione del metodo filologico e il proposito di tornare alla centralità
del messaggio evangelico. L’opera di Erasmo, considerata un vero capolavoro, è Elogio della follia. Per
Erasmo un modo per attingere a Dio e ottenere la salvezza è attraverso lo studio, elemento caratteristico
dell’uomo in quanto tale: la motivazione religiosa dell’impiego culturale è estremamente forte.
Compito dell’istruzione di trova nel far penetrare il seme della carità nella mente giovanile: sin dalla
giovane età è necessario assimilare regole di convivenza e di buone maniere. La gentilezza dei modi è un
segno che mostra preminenza della carità dell’animo umano, la capacità di porsi nel giusto rapporto con il
prossimo. Erasmo, grande conoscitore delle lingue classiche, dedicò molta attenzione all’insegnamento
delle lingue, secondo una prospettiva onnicomprensiva, che coinvolgeva teologia, agricoltura, geografia,
storia etc.
Il rapporto tra le generazioni doveva essere basato sulla fiducia e la confidenza: l’educazione doveva
iniziare in tenera età, andando a privilegiare giochi e racconti. Lo studio delle lettere poteva avvenire in
maniera efficace sotto la guida dei genitori e il maestro doveva intervenire quando questi erano
impossibilitati. La scuola non doveva mortificare le peculiarità di ciascuno individuo, ma valorizzarle. Nella
formazione della cultura c’era un fine morale, politico e religioso. È presente un’esaltazione della ragione
come guida verso la felicità: il principio della felicità consisteva in tre cose: la natura (capacità di
apprendimento), ragione (insegnamento che consiste in ammonimenti e precetti) ed esercizio.
Considera l’educazione come una sorte di equipaggiamento per affrontare la vita; la sua visione privilegia
l’acquisizione di una sapienza di ordine morale, non innata all’uomo, ma raggiungibile attraverso una
formazione adeguata. Il compito dell’educatore, del genitore, del precettore è quello di guidare le persone
di cui si prende cura verso una ragionevolezza in sintonia con la natura autentica dell’uomo. Per Erasmo
occorre coltivare l’esercizio fin dalla tenera età. La duttilità dell’animo infantile deve essere nei primi anni
stimolata dagli esempi e modelli che per Erasmo sono i più efficaci per l’educazione. Gran parte della
formazione dell’identità avviene attraverso l’assimilazione di esempi e comportamenti altrui, più che
attraverso discorsi e lo stesso vale per la consapevolezza di sé e degli altri, la quale cresce attraverso fatti di
vita quotidiana.
Erasmo contesta gli studi mnemonici, la seriosità delle lezioni e dei compiti. Il gioco è il metodo
dell’insegnamento più utile in quanto fa sembrare lo studio meno faticoso. Rilevante è l’indole personale
dell’insegnante, il suo impegno nell’osservazione del bambino per escogitare ogni accorgimento valido per
stimolare l’apprendimento. Da considerare è anche il valore dell’imitazione.

5. Comenio: educare l’uomo pansofico


Comenio incarna per intero l’ideale della grande Riforma, ossia l’intento di superare ogni compromesso con
i limiti ed i veri e propri mali del presente per raggiungere con ogni sforzo quell’ordinamento ideale del
mondo che gli eletti, ossia i veri credenti, leggevano nel volere di Dio.
Il contesto della sua vita è quello della guerra dei Trent’anni.
In campo educativo gli umanisti e la prima generazione riformata avevano lasciato numerosi problemi
irrisolti, che contribuirono a una notevole diminuzione del livello qualitativo degli studi. Cominciarono a
sorgere istituzioni collegiali, la cui formazione era riservata a pochi e appariva come espressione di una
lontananza dalla realtà sociale del tutto sterile rispetto alle esigenze di cambiamento. Lui stesso sperimentò
l’aridità del sistema scolastico, sia come allievo, sia come insegnante.
Il suo capolavoro pedagogico è Didactica magna, in cui si affrontava il tema del diritto all’istruzione per
tutti. L’ideale educativo di Comenio era la pansofia: tutti gli uomini dovevano conoscere i principi
fondamentali del sapere ed essere provvisti di ciò che serve nel viaggio della vita. Il suo impegno ruotava
attorno al prgetto di fondazione della nuova scuola, mai realizzato.
Recupera l’ideale educativo di Lutero e della Riforma, secondo cui l’educazione si doveva raggiungere
tramite la conoscenza di tutti i fatti dell’universo; l’istruzione doveva essere considerata come un diritto e
non un privilegio di classe.
L’agire libero dell’uomo sulla creazione in armonia con la volontà divina è la strada per la salvezza eterna.
Nel sistema comeniano trovano spazio i fenomeni naturali e soprannaturali; in lui è presente una
concezione mistica della realtà, in cui l’uomo è concepito come l’infinitamente piccolo di fronte a Dio, che
rappresenta invece l’infinitamente grande.
Tra i principi della didattica di Comenio troviamo quello di tenere conto della natura dei singoli alunni e
quello di dare precedenza dei sensi sull’intelligenza, perché per agevolare lo sviluppo interiore occorre
stimolare i sensi.
Comenio individua delle fasi dello sviluppo ben distinte: nella prima infanzia l’educazione era affidata alla
scuola materna, cioè alle cure parietali, in ogni casa, il cui scopo è esercitare i sensi; per l’infanzia occorre
istituire una scuola elementare in ogni villaggio, in cui esercitare sentimenti, immaginazione e memoria
attraverso un’istruzione in volgare e rivolta a tutti, a prescindere dalle classi sociali. Durante l’adolescenza la
scuola da frequentare sarebbe stata il ginnasio, da istituire nelle maggiori città, in cui poter esercitare la
facoltà di giudizio attraverso l’insegnamento pansofico, con la propedeutica dello studio di quattro lingue e
materie quali scienze, matematica, etica, dialettica e retorica. Infine, nella giovinezza erano indispensabili
gli studi universitari. Sosteneva la possibilità dell’insegnamento universale chiamato pampaedeia, per cui
tutti gli uomini potevano essere istruiti nella maniera più completa.
Per Comenio l’uomo è l’immagine di Dio e deve esserne all’altezza: l’istruzione doveva essere integrale e
servire agli uomini per occupare degnamente il proprio posto sulla terra, l’ignoranza invece era
inammissibile. Le cose che rendevano l’uomo felice e sapiente erano la prudenza per affrontare la vita
terrena, la concordia nelle relazioni tra individui, l’armonia, la previdenza per il futuro.
Il fine dell’educazione era quello di fornire gli elementi necessari per vivere una buona vita, che sia
coronata da un destino di immortalità.
Il proposito dell’uomo è capire la giusta direzione della sua vita, orientarsi in un mondo ricco di trappole,
che potrebbero recare un danno irreparabile all’anima.
La proposta di un’educazione universale è la strada per la trasformazione dell’uomo e, attraverso l’uomo, di
tutto il creato. L’uomo è il “giardiniere” a cui Dio ha affidato il compito di coltivare il mondo. Per
raggiungere questo obiettivo era necessaria la conoscenza e la saggezza.
Il destino ultimo delle cose non è dato dall’eternità, ma da quanto l’uomo sarà in grafo di fare nel suo
continuo sforzo di trasformare l’esistente secondo la sua ragione e le intenzioni divine.
6. Locke: educare il gentleman
Charles Taylor legge la filosofia lockiana come un momento centrale della cultura moderna e del lungo
cammino verso la società secolarizzata che costituisce il motivo conduttore delle vicende della modernità.
Locke scopre e sistematizza un’immagine dell’io, che Taylor definisce puntiforme, il cui carattere
fondamentale è la consapevolezza di porsi radicalmente in contrapposizione con il mondo esterno.
L’interiorità diviene con Locke la misura fondamentale della stessa realtà.
Locke (1632-1704) si forma nel contesto e morale del puritanesimo inglese. L’uomo puritano concepisce la
propria presenza nel mondo al servizio del disegno di Dio, che peraltro non interviene direttamente nelle
vicende della storia, lasciando all’uomo stesso il compito di instaurare l’ordine divino nella realtà. Nel
puritanesimo si fa strada una concezione religiosa che pone in risalto la soggettività dell’essere umano, e
dell’individuo singolo in particolare, aprendo la strada al soggettivismo e all’individualismo.
L’opera più importante di Locke per i problemi riguardo l’educazione è Pensieri sull’educazione: nasce come
insieme di consigli pratici rivolti ad un amico.
Locke si pone in contrasto con l’educazione impartita nelle scuole tradizionali, sottolineando l’esigenza di
superare la centralità assegnata all’asse degli insegnanti relativi alle lingue classiche, per rivendicare ai
giovani gentlemen l’esigenza di una cultura pratica. Le scuole tradizionali apparivano inadeguate anche sul
piano della formazione morale. L’interesse di Locke è rivolto interamente all’educazione del giovane
gentiluomo, che si appresta a fare il suo ingresso nella società altolocata con responsabilità di tipo
imprenditoriale.
Dal momento che Locke pensa che le finalità dell’educazione siano diverse, è convinto che il padre possa
provvedere meglio della scuola tradizionale all’educazione del figlio: riconosce più importanza al saper
giudicare gli uomini, piuttosto che alla conoscenza delle lingue classiche. Si dichiara contrario alle punizioni
corporali e pensa che l’educazione, affinché sia efficace, deve essere individualizzata. Riprende il principio
classico (mens sana in corpore sano), secondo cui la cura del corpo è fondamentale: il corpo deve essere
forte e vigoroso per obbedire alla mente.
L’educazione deve trasmettere da una generazione all’altra virtù, saggezza, educazione e istruzione,
componenti essenziali di un individuo sano e armonioso.
Per quanto riguarda l’educazione morale, pensa siano necessarie tre componenti: avere una chiara idea di
Dio, dire la verità e manifestare un’indole buona. Ciò che serve nella vita si procura attraverso il tempo,
l’osservazione, l’esperienza e la conoscenza degli uomini.
La sua proposta consiste in un programma da autodidatta: l’asse curriculare si articolava in cinque sezioni,
tra cui abilità strumentali, lingue, studi sociali, morali e attività manuali, mentre scompaiono discipline quali
il greco, la retorica, la logica, musica, pittura etc; era necessario anche un buon insegnamento della lingua
madre.
La riflessione di Locke prende le mosse da un’analisi empirica dei bisogni educativi tipici dei giovani di
famiglia agiata al suo tempo; si interessa essenzialmente alla condizione del futuro signore, preoccupandosi
di impartirgli un’educazione adatta alla futura vita di società, per la quale è necessaria una valida
conoscenza del mondo concreto. La vera virtù si impara da un’educazione che privilegia la realtà così come
è realmente. Il mondo è un mondo in cui non si può restare sicuri dei sentimenti che gli altri nutrono nei
nostri confronti. Locke dice che nella società inglese sono dominanti l’ipocrisia e la dissimulazione: l’unica
salvezza deriva dall’esercizio della ragione.
L’educazione contempla una credibile descrizione dei vizi del tempo. Consiste nell’aprire gli occhi dei
giovani per renderli consapevoli dei rischi che corrono; diventa esplicitamente una difesa contro il mondo.
Locke giunge ad affermare che nella consapevolezza della cattiveria umana consiste una parte importante
della stessa saggezza. Giudicare gli uomini e trattare con loro diventa uno dei fini principali dell’educazione.
La prosa lockiana si rivolge anche alla polemica con la filosofia del suo tempo.
La virtù consiste nella capacità di stare in guardia di fronte agli altri esseri umani, conoscendolo per quello
che sono realmente e mantenendo le distanze con cortesia. Per l’uomo sono necessari prudenza ed
educazione. La scelta del buon precettore, che dovrà mostrare senno e prudenza, dovrà essere fatta dalla
famiglia. Locke mostra sfiducia nella categoria dei precettori, il cui scopo non è quello di formare un dotto.
Tende a escludere dai ranghi anche chi non appartiene per nascita a un ambiente buono e non possiede le
qualità tipiche di tale ambiente.

7. La svolta naturalistica: Rousseau


Il pensiero di Rousseau (1712-78) fu considerato una sorta di illuminismo eretico per i rapporti complessi
che ebbe con gli esponenti dell’epoca dei lumi. Il cosiddetto paidocentrismo, che caratterizza una parte
cospicua della pedagogia contemporanea, nasce da Rousseau, che mette al centro dell’opera pedagogica il
bambino e la sua crescita. La sua filosofia parte da una riflessione problematica intorno alla società del
tempo e ai suoi mal principi: afferma che è la vita sociale ad aver deturpato l’uomo, facendolo allontanare
dalla sua vera natura. Per questo contrappone natura e società, natura e cultura e denuncia i guasti
provocati da un modo di vivere artificiale e sofisticato, in cui ai bisogni essenziali si contrappongono
desideri smodati, la ricerca del potere e del denaro; critica anche la divisione della società in classi.
La sua vita fu importante per comprendere il suo pensiero: nasce a Ginevra, ma ha un rapporto conflittuale
con questa città e quindi decide di allontanarsene. La vita sentimentale, allo stesso modo, è stata
determinante per il modo di concepire i rapporti tra uomini e donne nella società: ebbe molte amanti e figli
non riconosciuti; alcuni interpreti lo hanno tacciato di misoginia.
Emilio è il testo che comprende meglio la sua filosofia. Egli considera natura solo ciò che proviene dalle
mani del Creatore, dunque l’opera dell’uomo appare capace solo di una contaminazione progressiva che
corrisponde alla degenerazione della vita sociale. La società deturpa ciò che Dio ha creato.
Si nota l’inspirazione religiosa anche se non si conciliò mai con confessioni religiose: il suo fu,
filosoficamente, un deismo. L’uomo, secondo Rousseau, nella condizione primordiale può raggiungere ogni
potenzialità; la storia del genere umano appare una degenerazione progressiva dovuta allo sviluppo delle
società, con la divisione in classi sociali: questa divisione porta a una distinzione degli interessi personali e
di gruppo.
Rousseau critica gli illuministi, perché si basano su un sapere pieno di convenzioni, ipocrita e ideologico e
critica anche la loro idea di progresso.
L’Emilio è il romanzo che compendia al meglio la sua concezione pedagogica: rappresenta una sintesi di
tutto il suo pensiero. Vengono descritte le tappe dell’evoluzione psicologica, culturale e morale del
bambino. La sua pedagogia è la prima a fondarsi sul percorso psicoevolutivo del bambino, ribaltando
dunque l’impostazione tradizionale di una pedagogia fondata su idee e principi a priori. Inoltre, l’amore è
per Rousseau l’unica giustificazione all’unione sessuale e matrimoniale. Sono tre i “maestri” dell’essere
umano che cresce: la natura, gli uomini e le cose, anche se gli ultimi due possono avere degli influssi
ambivalenti. Dunque, l’unico autentico principio pedagogico è l’affermazione di un’educazione secondo
natura, che serve come libera espressione della propria intelligenza attraverso l’interazione con l’ambiente
fisico sotto la cura attenta dell’educatore, che ha il compito di prevenire le esperienze negative: educare
significa insegnare a vivere.
Assume un ruolo fondamentale l’educazione familiare, dal momento che la famiglia è il luogo degli affetti: il
compito dei genitori è quello di offrire ai figli l’opportunità di crescita libera, nella sicurezza di poter contare
sempre su di loro.
La grandezza di Rousseau consiste anche nella relativa novità di affermazioni di grande profondità
esistenziale, come quelle sul ruolo che ha l’esperienza del dolore nella formazione dell’individuo: il dolore è
presente nella vita dell’individuo e l’educazione deve contemplarlo, non per sadismo, ma nell’ambito di
preparazione alla vita.
Il bambino deve essere in contatto con la vita reale e la sua educazione deve essere indiretta. Infatti, va
contro all’insegnamento tradizionale, è contrario anche a un eccesso di ragionamenti con i bambini, ai quali
è preferibile proporre modalità di apprendimento che ricorrano all’esperienza diretta: tra sapere e fare è
privilegiato il fare. Gli educatori, inoltre, non devono intervenire con premi e punizioni, perché in questo
percorso di scoperta è necessario anche l’errore. Occorre che il bambino compia il processo di
apprendimento secondo i suoi tempi.
Rousseau si dedica anche all’educazione morale e religiosa, e a quella affettiva e sessuale: l’adulto deve
presentare al bambino le norme guida del comportamento morale, lasciando che il libero aire faccia
comprendere le conseguenze delle azioni compiute senza imposizioni e punizioni; anche l’insegnamento
religioso è improntato alle stesse coordinate. Se ogni essere porta in sé qualche riflesso della divinità, allora
non è possibile che esista il peccato: la religiosità di Rousseau si indirizza alla custodia della natura.
L’ultima fase della formazione del protagonista di Emilio è l’incontro con l’altro sesso; la donna dovrebbe
essere formata in vista dei suoi compiti domestici e la sua educazione rivolta al matrimonio: non contempla
un ruolo pubblico della donna, più debole e volubile, ma anche per lei vale il principio di un’educazione
libera, secondo natura.
8. Natura ed educazione: Pestalozzi
L’esaltazione della natura, uno degli elementi essenziali dell’atteggiamento romantico, riceve da Pestalozzi
la sua declinazione in prospettiva pedagogica. La sua teoria è ispirata ai motivi di Rousseau e alla lettura del
suo Emilio, ma la sua pedagogia vuole assumere un ruolo concreto.
Pensa che il ruolo materno, al fine dell’educazione, sia necessario: lo sviluppo naturale dell’essere umano
può avvenire nel modo migliore non per mezzo di eventi artificiali, ma tramite rapporti naturali con i
genitori e i familiari. Non c’è bisogno di una formazione speciale, ma attribuisce alla donna una
responsabilità di grande livello sociale.
Trova la propria vocazione di educatore dopo il fallimento nella politica, anche se anche le sue iniziative
educative furono volte a degli insuccessi.
Nella sua opera Geltrude, è la madre che educa i propri figli attraverso una vita di famiglia e di villaggio
operosa.
La virtù e il carattere si infondono attraverso il lavoro, così come la sua cultura formale, attraverso
l’esercizio dell’attenzione, dell’osservazione e della memoria. Queste doti devono essere sostenute dalla
cura dei genitori e degli educatori. La concezione della natura è alla base della sua pedagogia; è
strettamente collegata a una forte critica nei confronti della società, che deve essere trasformata
radicalmente: lo strumento principale della trasformazione è l’educazione stessa e l’insegnante deve
favorirne lo sviluppo naturale. Pestalozzi modificò l’impianto rousseauiano: se Emilio è il rampollo di una
famiglia doviziosa, Pestalozzi si interessa dei contadini e trova nel loro mondo tutto l’occorrente per
un’adeguata educazione dell’essere umano. Era certo che il progresso dell’umanità dipenda dallo sviluppo
degli individui, senza una distinzione di classe. Le fasi del processo di formazione delle conoscenze sono tre:
si va dalle intuizioni confuse a quelle distinte di elementi, fino alla formazione delle idee: si ravvisa l’eco
della gnoseologia kantiana.
Il punto cardine è l’assunzione del punto di vista del bambino in tutta l’interpretazione del percorso
evolutivo. Il compito dell’insegnante è guidare il bambino e mettere in ordine le sue impressioni confuse. È
essenziale fare in modo che il bambino comprendi operazioni di selezione dell’esperienza e separare gli
oggetti per renderli distinti. Si deve partire non da ciò che deve sapere, ma da quello che può apprendere. È
necessario preoccuparsi di risvegliare l’attività personale del bambino e fugare così la noia: a questo scopo,
oltre alle materie stesse, l’educazione deve avvalersi anche delle abilità pratiche.
Lo sviluppo autentico dell’essere umano implica una conformità alla sua natura, rappresentata come
espressione di leggi eterne, la cui violazione determina la degenerazione in ciò che non è più naturale né
desiderabile per la vita sociale dell’uomo. La conformità alla natura è data dall’esercizio adeguato di
ciascuna facoltà senza forzature da parte dell’uomo.
Il mancato esercizio atrofizza le facoltà inutilizzate, determinando nell’uomo una serie di stati d’animo
improduttivi o decisamente dannosi, lo scoraggiamento e la rinuncia.
Pestalozzi concepisce l’educazione come un percorso di elevazione eroica dell’individuo dallo stato
primordiale a quello della spiritualità creativa. Se la sua pedagogia è caratterizzata dall’esaltazione della
figura materna, la sua ragion d’essere consiste nel fatto che questo percorso richiede che il bambino sia
nutrito dall’amore di coloro che si prendono cura di lui.

9. L’ideale romantico: Froebel


Froebel (1782-1852), che visse in gioventù le vicende del periodo rivoluzionario e napoleonico, rispecchia
nella storia dell’educazione il movimento di idee che prende il nome di romanticismo. Un ascendente del
suo pensiero fu l’opera di Schiller, che insieme a Goethe, ebbe un grande influsso sul romanticismo
europeo, che poneva in rilievo il valore della creatività e della spontaneità, dei sentimenti e delle mozioni e
il loro rapporto problematico con le istanze della ragione.
Un elemento fondamentale della sua pedagogia è l’amore per la natura, anima di un cosmo nel quale
l’uomo deve vivere non come dominatore, ma rispettandola: il rapporto con la medesima di espresse nella
sua personalità.
Aveva la convinzione di pover costruire, tramite l’educazione, la vera umanità; con lui si può parlare di
umanesimo, nel senso che l’opera educativa ha come fine quello di suscitare ed esprimere ciò che è proprio
dell’uomo.
Ha legato il suo nome all’istituzione da lui creata, ossia il giardino dell’infanzia, luogo in cui, attraverso la
coltivazione dell’uomo, la natura prende forma, raggiungendo la perfezione. Altra opera sono una raccolta
di filastrocche e canti: era convinto che il canto fosse un importante mezzo educativo per tutte le età. La
sua opera più importante, seppur incompleta, è L’educazione dell’uomo, in cui si coglie l’ispirazione,
fondamentalmente religiosa, della sua pedagogia.
Sostiene l’unità di tutte le cose in Dio con accenti che ad alcuni sembrano legati ad una sorta di panteismo,
anche se ci sono riferimenti anche alla Bibbia.
La realtà è segno dell’opera divina, molteplicità creata che rispecchia l’unità assoluta di Dio. Dio è unità e
tutti gli enti lo rispecchiano nella loro molteplicità. La molteplicità del reale indica l’esigenza di andare al di
là delle apparenze e di cogliere il legame di tutte le cose; il molteplice è orientato a recuperare quell’unità
che consiste solo in Dio: l’essere più completo, l’uomo, è teso a ritrovare questa unità, almeno nel pensiero.
Froebel è tra i primi ad intuire il legame che deve intercorrere tra l’educazione, il periodo dell’età evolutiva
e la vita nella sua totalità: il bambino, sin dai primi anni di vita, ricerca l’unità attraverso il contatto con la
molteplicità. Soggettività ed oggettività sono legate: la soggettività del bambino si incontra con l’oggettività
del reale e il processo educativo consiste nell’unificazione di queste istanze. L’uomo può superare la propria
finitudine, fatta di colpa morale, se aspira ontologicamente alla perfezione.
Sul piano pedagogico si intende l’uomo come essere che è in grado di maturare; la pedagogia froebeliana è
la pedagogia del bambino che porta a maturazione la propria interiorità. Questo destino di crescita
interiore è condiviso dall’uomo con tutti gli esseri, persino quelli inanimati. Froebel parla di scienza
dell’educazione intesa come conoscenza della vita attraverso il riconoscimento della legge del divino. A
questa scienza corrisponde, nella pratica, l’arte.
L’educazione è rivolta dall’educatore agli altri, ma anche a se stesso.
C’è in Froebel l’intuizione di una reciprocità di posizioni tra educatore e allievo e tra genitore e figlio: per
evitare che siano caratterizzati dall’oppressione delle autorità o dal permissivismo, i rapporti educativi non
devono essere concepiti dialetticamente, ma con la consapevolezza che tra educatore e allievo non deve
collocarsi l’idea del divino. Gli adilti hanno il ruolo di aiutare i bambini con il contatto con la saggezza,
altrimenti lo slancio del bambino sarebbe privo di meta.
La pedagogia froebeliana è anche conosciuta come pedagogia del gioco, in quanto il gioco assume dignità
educativa. Il bambino, in questo modo, può osservare il mondo esterno e assimilarlo, interiorizzarlo, tanto
che una delle sue intuizioni riguarda l’interpretazione delle modalità spesso distruttive che i bambini
manifestano nei confronti del gioco: quando rompono un gioco cercano di capirne il suo funzionamento. Ha
riconosciuto il carattere simbolico dei giochi e degli oggetti che i bambini usano nel gioco.
Le materie di studio dovevano essere la religione, la scienza naturale, la lingua, l’arte, il giardinaggio e
l’allevamento degli animali.
La convinzione di Froebel è che ogni fenomeno che giunge alla percezione e alla comprensione dell’uomo è
una via che porta a Dio.

10. Le pedagogie nell’epoca della mobilitazione: Herbart


Herbart (1776-1841) divenne importante nella cultura europea grazie al successo conseguito dalla sua
visione dell’educazione. Diede vita a un sistema filosofico che definì “realismo”. Ideò una psicologia molto
articolata, a partire dalla più assoluta definizione dell’anima come “tabula rasa”: la mente si sviluppa non
dall’interno, ma dall’esterno, nel contatto con gli altri uomini. Nella psicologia herbartiana le
rappresentazioni mentali sono delineate come effetto di forse che esercitano un’influenza sull’uomo che le
prova. I contenuti della vita mentale non hanno ragion d’essere in sé, ma sono la risultante delle influenze
esercitate sulla mente dall’esterno. L’uomo dunque è frutto di un sistema di forze che si esercitano nel
tempo. La rappresentazione mentale è un’attività essa stessa e nella vita mentale si presentano
continuamente conflitti tra rappresentazioni differenti in base alla loro forza relativa.
Allo stesso modo di costituiscono complessi di rappresentazioni più o meno armonici, alcuni coscienti altri
no. Il fine dell’educazione è la moralità intesa come l’insieme delle rappresentazioni ordinate che la volontà
tiene insieme: la volontà deriva dal pensiero come anche i sentimenti verso gli altri; dunque, una cattiva
volontà è segno di rappresentazioni mentali inadeguate.
È necessario uno sviluppo armonico e integrale e l’obiettivo dell’educazione è di raggiungere l’armonia
dell’essere psicofisico data dalla cinque idee o virtù fondamentali: libertà interiore, perfezione,
benevolenza, diritto, equità.
Sul piano evolutivo se l’idea di moralità rappresenta il fine ultimo, nei vari momenti di sviluppo, quella
trainante è l’idea di perfezione che si raggiunge con l’instaurarsi di abitudini adeguate. Il mezzo per
raggiungere questo fine è l’istruzione educativa che ha per scopo la formazione del carattere; l’educazione
non ha valore se manca l’istruzione.
Per realizzare il concetto di istruzione elaborato da Herbart si rendeva necessario considerare i fattori dello
sforzo intellettuale: intensità, estensione e concentrazione. L’interesse è ciò che conduce allo sforzo serio,
cioè è un’efficace applicazione dell’attenzione: tutta la prospettiva dell’autore è caratterizzata dalla severità
dell’atteggiamento e dell’atmosfera educativa. L’attenzione utile è apercettiva intendendo l’attenzione che
permette al soggetto di rendersi conto della significatività dello stimolo ricevuto dall’ambiente o del
maestro. Il metodo usato è complesso ed è volto a garantire la giusta distribuzione e intensità degli
interessi attraverso un adeguato assorbimento e riflessione da parte del bambino, e la cura dell’insegnante
a rispettare i momenti della presentazione dei contenuti attraverso l’associazione con ciò che è noto, la
sistematizzazione delle connessioni e l’applicazione a casi nuovi. L’educazione deve essere varia, coltivare
non solo l’intensità, ma anche l’estensione degli interessi. Herbart elaborò una complessa classificazione
degli interessi nell’età evolutiva individuandone in due sfere distinte: una relativa alla natura delle cose,
l’altra relativa alla vita sociale. Questa classificazione fondava la stessa articolazione del curriculum diviso in
due sezioni: quella storico letteraria fondamentale per lo sviluppo morale e quella delle scienze naturali,
della matematica e della geografia. La pratica del lavoro manuale era auspicata come collegamento efficace
della realtà naturale alle esigenze umane.
Herbart diede vita a una nuova scuola che si affermò in ambito pedagogico. La sua pedagogia fu orientata a
stabilire regole di un metodo di insegnamento efficace ed efficiente cercando di conciliare l’esigenza di
trarre il massimo possibile dai singoli allievi con quella di un’organizzazione scolastica stabile e produttiva.
Vi era l’esigenza di ordine inteso come presupposto necessario di qualsiasi opera educativa.
Nel metodo herbartiano tutto doveva essere collocato al suo posto, secondo un processo graduale per cui
alcune capacità risultano innate o precoci, mentre altre richiedono l’intervento dell’adulto. Ciò che importa
è la necessità di un passaggio graduale, per stadi dal concreto all’astratto, attraverso il gioco. La
preoccupazione di Herbert era ottimizzare il tempo e produrre effetti uniformi riconoscendo anche il valore
dell’esempio e dell’emulazione.
Secondo la sua analisi il bambino e l’adolescente sono esseri immaturi e insicuri: dunque l’opera educativa
richiede l’intervento dell’alunno e si configura progressivamente come sempre più adeguato adattamento
dell’allievo al mondo dell’adulto. L’opera ordinatrice dell’adulto va nella direzione di un progressivo
allargamento della prospettiva del bambino e questo ampliamento avviene attraverso l’acquisizione di
significati nuovi.
Emerge la preoccupazione che nulla vada perduto, insieme all’ansia dell’educatore di fronte al pericolo
sempre imminente di perdere tempo e occasioni preziosi irripetibili. L’esorcizzazione di questo rischio
avviene attraverso la separazione dei singoli in base a criteri oggettivi o casuali o esigenze didattiche. La
grandezza della riflessione di Herbart sull’educazione consiste nell’aver compreso la struttura logica delle
materie curricolari non corrisponde alla costruzione psicologica dell’allievo.
Herbart sottolineava la necessitò che l’insegnamento fosse basato su un’adeguata capacità di osservazione
e sulla condotta corretta dell’insegnante con i suoi allievi. Un altro elemento significativo è il
riconoscimento delle differenze individuali nei tempi dello sviluppo e nelle circostanze ambientali. Vi è in
Herbart un’attenzione all’educazione morale e qui doveva valere la regola dell’ampliamento della
prospettiva esperenziale attraverso il contatto con gli adulti e malgradi le tendenze distorte presenti nei
rapporti con i coetanei. La sua prospettiva è segnata dall’adesione ad un ideale umanistico di persona colta
che privilegia le professioni liberali. Il carattere della sua pedagogia emerge nella considerazione delle fasi
dell’età evolutiva che comportava la ricerca di un equilibrio giusto, diverso da individuo a individuo, nella
distribuzione del tempo studio e di quello libero, nonché la collaborazione tra scuola e famiglia.

11. Le pedagogie nell’epoca della mobilitazione: Rosmini


La figura di Rosmini (1797-1855) è stata spesso letta nella prospettiva del Risorgimento italiano. Fondò nel
1828 l’Istituto della Carità; nel 1888 venne condannato per alcune proposizioni all’epoca definite
pericolose. Portò avanti tesi filosofiche tese a contrastare l’illuminismo.
La sua posizione era del tutto originale: cercava di portare la Chiesa dalla parte delle riforme. In campo
pedagogico, sottolinea l’esigenza di una formazione integrale dell’uomo come fine dell’educazione. L’unità
dell’uomo, la sua armonia, si manifesta nella convergenza di mente e cuore: l’educazione non è solo
trasmissione di conoscenza, ma anche di saggezza fondata sulla riflessione ontologica e antropologica
cristiana. L’educatore deve essere consapevole e riconoscere l’ordine oggettivo degli esseri e il loro
orientamento gerarchico a Dio: questa conoscenza è l’unica veritiera. La verità non è opera dell’uomo, ma il
suo compito è quello di coglierla con intelligenza. Dunque, la sua pedagogia è fondata su una dottrina delle
verità e dell’essere ed assume un’ispirazione fortemente religiosa. Dio è al centro di tutte le cose, unità
fondamentale del cosmo e l’uomo arriva a Dio attraverso l’attività morale. Un motivo rilevante della
posizione di Rosmini è la perfezione della persona che deriva dalla volontà e dall’attività morale; è compito
dell’educatore osservare ed agevolare.
L’educazione è il mezzo per la crescita dello sviluppo della dimensione spirituale e quindi il metodo di
insegnamento deve adeguarsi all’ordine oggettivo dell’essere e l’articolazione del curriculum deve
rispecchiare l’ordine ontologico ed aderire alla struttura dell’essere umano. Rosmini crede di impostare in
modo nuovo e scientifico il problema del metodo educativo. Nell’insegnamento occorre fare in modo che la
verità sia proposta secondo un ordine sequenziale, in modo che le nozioni che precedono non abbiano
bisogno per essere chiarite e comprese di quelle che devono seguire: l’insegnamento deve cominciare da
ciò che è già noto.
Lui visse nello stesso periodo di Don Bosco e ci sono alcuni elementi di contatto. La pedagogia salesiana ha
un orientamento pratico, mentre Rosmini tenta una sistemazione teorica di ampio respiro, ma entrambe si
rivolgono a fondere un clima di libertà interiore, ma entrambe si rivolgono a fondere un clima di libertà
interiore ed esteriore che vuole essere motivo distintivo dell’educazione cattolica moderna. Rosmini fu uno
spirito innovatore e riformatore, le sue posizioni non furono mai estreme; era consapevole di essere di
fronte a una crisi acuta della società, che richiedeva riforme da affrontare con equilibrio. L’opera
riformatrice degli uomini saggi era necessaria anche in campo educativo e l’unità dell’educazione poteva
essere raggiunta solo a partire da un’antropologia e un’ontologia di carattere religioso. Sottolineava
l’opportunità di superare le diversità di opinione. La crisi del senso religioso della vita, che comportava la
crisi delle pratiche educative, trovava nel disorientamento presente all’interno della chiesa una delle radici
più profonde. La religione è l’unica possibilità che l’uomo ha a disposizione per scoprire la verità, per
trovare il senso della vita; la religione doveva essere anche la risposta essenziale per l’educazione e la fede
cristiana come compito dell’ansia religiosa dell’uomo ed espressione della verità più autentica, doveva
essere considerata come una fonte di un’educazione adeguata all’umano oltre che veritiera.
12. L’educazione nella prospettiva rivoluzionaria: il marxismo
Karl Marx nasce nel 1818; terminati gli studi, diventa giornalista e redattore capo di un giornale liberale che
viene soppresso nel 1843 per le sue posizioni politiche. Trasferitosi a Parigi, diviene amico di Engels; nel ’64
fu uno dei fondatori della Prima Internazionale, in cui svolge un ruolo molto attivo, fino all’esaurirsi
dell’associazione. Nel ’71 segue le vicende della Comune di Parigi e negli ultimi anni polemizza con i
sostenitori di Ferdinand Lassalle, che puntava a far giungere il movimento socialista al potere in Germania
senza rivoluzione. Marx morirà a Londra nell’83.
Il pensiero marxista ha una notevole importanza anche in ambito pedagogico; negli stessi scritti di Marx ed
Engels si trovano importanti riflessioni di carattere educativo, soprattutto a proposito della condizione
dell’infanzia e dell’adolescenza nel mondo industriale e della vita familiare nella storia occidentale. Le sue
teorie, le sue analisi economiche e sociali, hanno sempre come obiettivo ultimo la trasformazione di una
realtà che considera ingiusta. Per cambiare la realtà bisogna comprenderla, e per farlo, occorre considerare
le forze reali che agiscono in essa. Proveniva dalla scuola dell’idealismo di Hegel, ma finisce per rovesciarlo:
la storia per lui non è mossa da una forza ideale o spirituale, ma è fatta da uomini e donne concreti, che non
possiedono una forza astratta, ma sono quello che sono in base a condizioni concrete in cui si trovano a
vivere, le quali sono in primo luogo economiche.
Si può affermare che Marx e Engels non si dedicarono mai profondamente a questioni pedagogiche, le cui
problematiche erano messe in secondo piano rispetto alla filosofia. Tutti i fenomeni culturali sono
espressioni della struttura economica e rientrano in quella che il marxismo intende come ideologia,
concetto fondante anche per la pedagogia marxista. Il compito dell’ideologia è mascherare la realtà dello
sfruttamento e propone una visione gerarchica del mondo fisico e sociale, la cui esistenza sarebbe
giustificata sul piano religioso. Lo scopo dell’educazione sarebbe quello di adattare i singoli individui alla
loro posizione. Ciò che l’educazione deve far sorgere è una nuova coscienza di classe. La presa di coscienza
e l’umanizzazione sono le finalità principali dell’educazione.
Nel 1844 scrisse Manoscritti economico-filosofici, in cui veniva esposta l’idea marxiana dell’alienazione
dell’uomo nel sistema capitalistico industriale, che espropria il lavoratore del proprio lavoro, alienandolo
dal prodotto del suo stesso fare. La società capitalistica produce alienazione, perché l’uomo non è più
padrone del proprio lavoro, e per riportare l’uomo ad essere protagonista della propria attività occorre una
trasformazione radicale del sistema sociale ed economiche. Nel ’48 viene pubblicato il Manifesto del
Partito comunista, composto da lavoratori, intellettuali e contadini. Dopo questo periodo si mise a studiare
l’economia classica: l’economia sarà tematica centrale delle sue opere. Una volta fatta la rivoluzione, per
Marx ed Engels occorrerà passare attraverso una fase transitoria di dittatura del proletariato, una
rivoluzione. L’obiettivo non era quello di creare uno Stato comunista, ma realizzare una società libera e
giusta. Nella fase di transizione si creerà uno Stato proletario, che attuerà le riforme necessarie, prima tra
tutte l’abolizione della proprietà privata e la concezione di tutto il capitale nelle mani dello Stato, anche se
anche lo Stato tenderà a scomparire. La necessità dello Stato sussiste fino a quando esistono classi sociali.
Un’altra tematica importante è l’educazione pubblica per tutti. Si tratta di un principio che era già stato
affermato da Comenio, ma che non aveva trovato realizzazione storica. Parlano, inoltre, dell’abolizione del
lavoro infantile: in realtà non si è contrari al lavoro, ma allo sfruttamento, anche perché per Marx il lavoro è
l’attività attraverso la quale l’uomo si distingue dagli animali.
L’educazione dell’uomo: i due mondi della fabbrica e della scuola, del lavoro e dell’educazione, dovranno
incontrarsi e contribuire insieme alla formazione dei bambini. Un ulteriore aspetto da considerare è la
critica della famiglia, considerata una istituzione che non ha validità assoluta, ma nasce in stretta relazione
con l’evoluzione della società. Con l’avvento del comunismo e l’abolizione della società privata la famiglia
(che implica anche il dominio dell’uomo sulla donna) non ha senso e l’educazione viene affidata alla società.
Appena possibile i bambini dovranno essere sottratti alle cure materne e affidati a istituti educativi pubblici.
13. L’affermazione della prospettiva secolare: il positivismo
Nella seconda metà del 1800 in Europa si sviluppò la filosofia del positivismo, che consisteva in un’alleanza
tra scienze e tecniche: era l’uomo stesso a dare senso e ordine al mondo con le sue attività.
August Comte (1798-1857), che rappresentò il positivismo, propose un sistema delle scienze positive, che si
adattavano all’era industriale. L’umanità era passata attraverso tre stadi di sviluppo: quello teologico-
religioso, quello metafisico e quello scientifico.
Per Comte, matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia e sociologia erano fondamentali, mentre tutto
il resto doveva essere eliminato e sperava anche di annullare le differenze di classi e far unire filosofi e
produttori. Il positivismo dedica molta attenzione alla formazione dei lavoratori; la scienza doveva essere
indipendente dal potere politico. Formare una nuova classe di sapienti, con un indirizzo multidisciplinare,
che si dedicasse allo studio complessivo delle discipline, studiando le relazioni tra loro e i principi comuni.
Importante per l’educazione è il ruolo sociale, del rapporto tra individuo e società nella formazione della
personalità. Distinse due generi di scienze naturali, quelle astratte che studiavano le leggi generali dei
fenomeni e quelle descrittive e osservative, che analizzavano i fenomeni nei dettagli.
La scienza non doveva dipendere dalla politica e l’educazione diventava una necessità individuale, in cui
ognuno sviluppava le ricerche adeguatamente.
Questi temi sono stati studiati da un altro positivista, Durkheim. Ha dato vita a una concezione
problematica della società contemporanea, nella quale i fattori fondamentali sono: organizzazione
razionale degli spazi e dei tempi di vita; complessità crescente della vita sociale; pianificazione del lavoro
centrata sulla produzione. Afferma che quasi tutto ciò che si trova nelle coscienze individuali proviene dalla
società: pensare e sentire, la stessa individualità della persona, gli stati psichici come la religiosità o la
gelosia derivano tutti dall’organizzazione collettiva e dagli stereotipi diffusi. L’autentica scienza pedagogica
potrà essere formulata soltanto dopo aver studiato i gruppi sociali. Particolare attenzione viene posta
all’educazione morale: spirito di disciplina, attaccamento al gruppo, autonomia delle volontà. Si individuava
una confusione terminologica riguardo l’educazione, spesso confusa con la pedagogia. Per Durkheim
l’educazione è l’azione esercitata sui fanciulli dai genitori e dai maestri; il ruolo degli educatori è pervasivo e
va oltre l’ambito delle istituzioni educative tipiche delle società moderne. Si va a plasmare l’anima dei figli
con le parole e azioni. La pedagogia consiste non in azioni, ma in teorie, cioè modi di concepire
l’educazione. Secondo Durkheim la pedagogia ha un carattere scientifico, perché si riferisce a fatti acquisiti
mediante osservazione e ha come oggetto di studio qualcosa che realmente esiste ed è tangibile. Lo
scienziato viene visto come unico detentore del sapere e quindi l’unico che possiede la verità: il suo
compito è ricercare la realtà, non di giudicarla. Da tutto ciò si scaturisce la possibilità che esista un potere di
carattere scientifico anche sull’educazione. Allo stesso tempo, Durkheim è consapevole del carattere
imperativo delle strutture sociali e di quelle educative e dichiara che lo stesso ruolo del genitore è mediato
dalle società.
14. La pedagogia scientifica di Maria Montessori
Maria Montessori nasce nel 1870 a Chiaravalle, in provincia di Ancona e studia medicina a Roma. Inizia nel
1906 l’esperimento delle “case dei bambini” di S. Lorenzo, che diventerà famoso in tutto il mondo. Da allora
comincia a viaggiare in Europa e negli Stati Uniti, diffondendo il suo metodo in tutto il mondo. Le vicende
della sua vita si confondono con quelle della dissuasione del metodo e della crescita delle organizzazioni da
lei stessa fondate per divulgarne i principi e per gestire le numerose scuole che li applicavano. Muore nel
1952 in Olanda.
La pedagogia montessoriana è una delle espressioni più significative dell’educazione attiva novecentesca, il
movimento pedagogico che puntò ad un profondo rinnovamento delle idee e delle pratiche educative,
tanto nella scuola che nei rapporti tra genitori e figli. Ebbe un successo assolutamente sorprendente sia sul
piano della fama personale, sia sul piano della diffusione delle sue idee nei grandi paesi del mondo
occidentale e il suo approccio si costituisce a partire dalle prime esperienze di medico che compì sotto la
guida dei suoi grandi maestri antropologi, dai quali fu incoraggiata ad indirizzarsi allo studio dell’infanzia. La
sua pedagogia si presente come un insieme di attività efficaci basate sull’osservazione del bambino nel suo
ambiente di vita. Sarà la stessa Montessori a precisare di non aver scoperto nulla di originale, ma piuttosto
di non avere altro merito se non quello di essersi lasciata guidare dai bambini. Occorre osservare che la
fama della sua opera si deve al metodo con cui volle caratterizzare le esposizioni delle pratiche educative da
lei utilizzate; questo metodo è fatto di un’ampia varietà di materiali di sviluppo, vale a dire di oggetti, il cui
uso adeguato consente al bambino di compiere osservazioni personali che sviluppano intelligenza e
creatività senza l’intervento diretto dell’adulto. Uno degli aspetti importanti da comprendere nella sua
metodologia è il legame tra ricerca pedagogica e conoscenze scientifiche, specialmente mediche ed è
proprio per questo che andò a definire la sua pedagogia come pedagogia scientifica. Un aspetto su cui
bisogna soffermarsi, poiché di notevole interesse, è il motivo per cui scelse di chiamare le sue scuole “case
dei bambini”; innanzitutto un primo motivo risulta essere la volontà di dar vita ad un luogo per la custodia
dei figli degli inquilini che vivevano nello stabile e lavoravano fuori casa, i padri nelle fabbriche, le madri
come domestiche. Quindi una prima motivazione è quella di voler aiutare i genitori, seguita dalla volontà di
condurre un esperimento pedagogico, utilizzando quei materiali che aveva conosciuto nello studio di Itard e
Seguin e che aveva applicato con successo nell’istruzione degli adulti portatori di disagio e/o svantaggio. Si
può evidenziare come l’intenzione montessoriana era quella di offrire ai bambini uno spazio per una vita
serena in cui vivere armoniosamente le prime esperienze di apprendimento e socializzazione. Tutto ruota
intorno alla libertà che deve costituire il rapporto tra adulto-bambino. Sempre di più inserì di più nel
confronto tra scuole di pensiero diverse, tanto che, a un certo punto della sua vita avvenne nel suo
percorso di ricerca un vero e proprio mutamento di paradigma, l’allontanamento dal pesante fardello
positivistico e l’adesione al vitalismo biologico e alla psicoanalisi. A proposito della psicoanalisi,
probabilmente la scuola psicologica più consonante con l’antropologia montessoriana, va detto che
Montessori ne rielaborò in maniera personale il concetto essenziale di inconscio, deturpandolo, da ogni
riferimento alla libido, centrale in Freud. Per lei, la vicenda dello sviluppo infantile è una testimonianza
preziosa dalla tendenza degli organismi più evoluti e complessi ad elevarsi dal piano della natura a quello
dello spirito. Queste considerazioni si mantenevano all’interno del discorso scientifico del tempo e
trovavano spazio nella riflessione epistemologica e antropologica. La casa dei bambini è un ambiente
curato, per il quale l’adulto spende tempo ed energie, nella consapevolezza che attraverso la preparazione
dell’ambiente si esercita nella maniera più proficua la sua influenza educativa. Un punto essenziale della
sua pedagogia è costituito dall’ambiente: la sua preoccupazione principale è che il bambino cresca
attraversi l’esperienza libera dell’ambiente, dunque è l’ambiente il vero educatore. La casa dei bambini è
descritta come un laboratorio di psicologia in cui l’insegnante smette di svolgere attività tradizionali e
smette di far lezioni frontali; non deve porsi al centro dell’attenzione, ma adeguare le attività a quelli che
sono i bisogni reali degli allievi, mentre questi ultimi devono collaborare nelle attività di pratica, alle quali
Maria Montessori attribuiva un’importanza pari a quella dell’attività con i materiali di sviluppo: i bambini
dovevano rendersi conto delle proprie capacità.
Viene però rimproverato alla Montessori e alle scuole, di aver sminuito l’importanza delle relazioni
interpersonali, tanto tra i bambini, quanto tra adulti e bambini.
15. Il movimento attivistico e l’educazione per la democrazia: Dewey
In generale si può dire che i bambini, ma anche gli adulti, riescono ad apprendere maggiormente quando
sono interessati alla materia da studiare: nel 900 si afferma il “principio dell’interesse”. Le ricompense
estrinseche all’attività del bambino, come premi e punizioni, hanno influenzato negativamente la
motivazione all’impegno personale. È essenziale anche il contesto in cui si svolge l’attività di
apprendimento, che deve essere, soprattutto per il bambino, significativo. Inoltre, l’apprendimento è
connesso anche con le modalità di interazione tra bambino e adulto, che viene agevolato quando il legame
è stretto. Dewey (1859-1952), filosofo americano, è stato uno dei principali esponenti del movimento che
predilige le scuole attive; la scuola nuova avrebbe rappresentato il prodromo di una società nuova,
autenticamente democratica. Erano necessarie delle caratteristiche: la scuola doveva essere in movimento,
del lavoro e non libresca; in tal modo si sposta l’attenzione dall’insegnante allo scolaro. Una delle sue opere
più importanti fu Democrazia e educazione (1916), in cui la concezione di vita era intesa come processo di
auto-rinnovamento. L’educazione era per Dewey acquisizione della capacità di riconoscere la realtà,
ricostruzione dell’esperienza attraverso il pensiero. Alla base vi è un’interazione sociale per cui la scuola è
intesa come comunità di vita, come società. Dal momento che le società divenivano sempre più complesse,
aumentava la necessità anche di un nuovo tipo di insegnamento formale.
Dewey parlò di quella che definì pedagogia dell’ambiente, in cui l’interazione tra l’individuo era
fondamentale, perché l’ambiente sociale consisteva in tutte le attività degli esseri umani che si trovavano in
condizioni simili. L’ambiente sociale è educativo, perché l’educazione più profonda avviene inconsciamente
quando i giovani partecipano gradualmente alle attività dei gruppi a cui appartengono. Talvolta, può
capitare che i giovani non corrispondano con gli usi della vita del gruppo nel quale sono nati: è necessario
che vengano guidati, ma questo controllo non è da intendere come violenza fisica, ma è dalla pratica
dell’interazione sociale che scaturisce il controllo.
Un altro concetto basilare della pedagogia di Dewey è la concezione della crescita, che si rifà a una visione
dell’uomo come essere che forma sé stesso grazie all’acquisizione del controllo di sé e sull’ambiente basato
sulle sue abitudini, contrapposte alla routine che invece blocca la crescita. L’educazione è tutt’uno con la
crescita. Dewey aggiunge che la vera società democratica è quella entro la quale si svolge una continua
interazione tra singoli, gruppi, culture, ciascuno portatore di esigenze e interessi diversi: è necessaria una
partecipazione attiva degli uomini.
Un altro risvolto della concezione deweyana della conoscenza era l’idea della cultura come strumento per
agire, dunque si instaura un legame tra lo studio e l’agire stesso.
Dewey identifica alcuni elementi essenziali per la situazione educativa: l’allievo deve essere posto in una
situazione genuina di esperienza, avere una continua attività che lo interessi; sviluppare un problema reale
come stimolo al pensiero, fare delle osservazioni necessarie, sviluppare delle soluzioni, saggiare le proprie
idee applicandole e rendere chiaro il loro significato, per scoprire la loro validità. Quindi è un metodo
didattico che consente di riflettere sull’esperienza: per la prima volta, nella storia delle idee pedagogiche, si
parla di metodo individualizzato.

16. Il neoidealismo italiano. Soggettività assoluta e educazione


Nel clima culturale del primo Novecento si affermò il movimento idealistico: il clima della Prima Guerra
Mondiale aveva fatto tramontare l’ottimismo positivistico legato alla convinzione che la storia umana fosse
guidata da una tendenza intrinseca al progresso. Si fanno strada nuovi movimenti filosofici che pongono al
centro dell’attenzione non la comprensione della realtà concreta, quanto piuttosto la vita interiore, unica
via per penetrare il reale stesso. La scuola idealistica fiorisce grazie a Benedetto Croce e Giovanni Gentile,
che si impegnarono personalmente nella vita politica, assumendo anche cariche di governo, in particolare
guidando il ministero della Pubblica istruzione.
Avevano un’affascinante concezione filosofica, volta alla consapevolezza della molteplicità delle forme in
cui si esprime la vita spirituale dell’uomo. La novità dell’idealismo è considerare la sua egemonia come
frutto dei legami con il potere politico e come manifestazione della componente retorica, legata ai valori
della classicità. L’espressione della filosofia di Gentile si trova in una sua opera nel 1913, Sommario di
pedagogia come scienza filosofica: afferma l’infinità e la libertà dell’io, che concepisce lo spirito umano
come autocoscienza. La sua stessa pedagogia è intesa da lui come scienza dello spirito, dell’uomo che si
forma secondo il suo concetto, come coscienza di sé. Caratteristica di questa filosofia è l’ambizione di
eliminare tutte le antinomie presenti nella realtà; l’essere umano si compie soltanto identificandosi con il
dover essere; destino dell’educando è identificarsi con il suo educatore.
La riforma di Gentile è il frutto della sua collaborazione con Mussolini: questo è uno degli elementi che lo
differenzia da Croce, nonostante le tante affinità, perché quest’ultimo assunse un atteggiamento distaccato
da Mussolini, per rappresentare la voce più autorevole della fronda antifascista in Italia.
La scuola disegnata da Gentile era di stampo conservatore, improntata sulla distinzione tra due culture,
quella liberale-umanistica e quella popolare. Era improntata sul rigore, la selettività, dunque vigeva un
criterio meritocratico: l’appartenenza alle classi agiate non giovava. Giuseppe Lombardo Radice aveva
collaborato con Gentile nel periodo della riforma: con lui si attua l’esaltazione della creatività infantile e la
peculiare concezione del bambino come artista; mantenne viva la pratica dell’educazione attiva; la crescita
culturale era strettamente connessa con la disciplina.
17. Il Novecento cattolico: Guardini e il personalismo
L’impegno di Guardini (1885-1968) si concentrò soprattutto in ambito ecclesiale, fino ad assumere un ruolo
primario nel panorama della cultura della metà del secolo scorso. Deve la sua notorietà e la sua influenza
alla sua opera di formatore della gioventù cattolica; il suo carattere filosofico emerge nell’opera Mondo e
persona. Cerca di cogliere i caratteri essenziali dell’uomo in un’antropologia che fa parte del dato
osservativo riguardante la costituzione dell’essere umano. Una delle peculiarità dell’uomo è l’intenzione: in
quanto persona, si possiede sé stessi nella coscienza, nella libertà e nell’azione; ha iniziativa perché è libero.
La libertà umana è fondamentale perché caratterizza il processo educativo e le relazioni con gli altri.
Guardini scrisse anche Persona e libertà, in cui si mostra che l’attività pedagogica è un’attività orientata: ha
un fine e un senso. È presente il tema del divenire: io divento nel corso del tempo. Non posso diventare me
stesso se non mi apro alla realtà che ho di fronte. Posso realizzare me stesso vivendo, protendendomi al di
là di ciò che sono, verso le cose, le persone, le idee, le opere. Questo divenire è libero. Ma il divenire corre
un rischio: scegliendo posso decidere del mio essere in modo sbagliato; c’è la possibilità di errare e persino
di giungere all’autodistruzione.
- Nedoncelle > Una delle vocazioni dell’uomo è appunto intrecciare relazioni con gli altri, ma questa
rappresenta anche una fragilità, perché l’uomo è sempre minacciato dall’imprevedibilità delle relazioni: c’è
rischio anche di un destino di fallimento. L’educazione deve essere vista come una sorta di cura verso
l’altro.
- Mounier e Marrou > hanno avuto un intento politico.
- Stein > fece una “filosofia al femminile”. Sul piano pedagogico integra la sua riflessione ontologica con
l’antropologia e riflette sul legame che c’è tra questa prospettiva e quella morale-religiosa.
- Girard > evidenzia l’esigenza di comprendere dinamicamente l’uomo attraverso il suo agire, dominato dal
desiderio e dalla tendenza a seguire modelli nella realizzazione del desiderio stesso. La legge mosaica apre
strada a quella della speranza profetica realizzata dall’uomo che ha portato l’amore a fondamento della vita
morale; è l’amore stesso a trasfigurarsi nella legge nuova di Cristo. Si deve imitare Cristo, che non ha fatto
la sua volontà, ma quella del Padre. Solo in questa logica di superamento di sé l’uomo può trovare la
realizzazione autentica del proprio desiderio. Il movente della crescita è il desiderio. Sorge la morale
dell’amore autentico, che promuove il bene dell’altro ed è fatto dalla preposizione del bene dell’amato al
proprio e al dono di sé.

18. Bisogni ed interessi: dall’attivismo alla psicologia dell’educazione


Cleparede (1873-1940) crea un nesso tra psicologia e biologia. Ogni reazione, ogni comportamento ha
sempre per funzione il mantenimento, la preservazione o restaurazione dell’integrità dell’organismo. La
rottura di questo equilibrio viene chiamata bisogno, che tende a provocare reazioni adatte a soddisfarlo.
L’attività è quindi sempre suscitata da un bisogno. Lo scopo dell’individuo nel suo sviluppo è quella che
viene chiamata estensione dell’io. Occorreva salvaguardare l’interesse del bambino: compito
dell’educatore, in famiglia e a scuola, è la continua stimolazione della volontà di ampliare l’esperienza in
maniera significativa. Elaborò un documento programmatica nel quale presentava le sue concezioni
educative, in cui riassumeva il suo ideale di educazione progressiva, funzionale, su misura del bambino e
per la vita. Fondamento dell’educazione non doveva essere il timore di un castigo ma l’interesse profondo
per la cosa che si stava assimilando. Importante è il periodo dell’infanzia, in cui non bisognava bruciare le
tappe. La scuola doveva essere attiva, cioè mettere in moto l’attività del fanciullo: doveva essere un
laboratorio più che un uditorio. Il maestro doveva essere uno stimolatore di interessi, un risvegliatore di
bisogno intellettuali e morali: la sua principale virtù non doveva essere l’erudizione, ma l’entusiasmo.
Doveva essere una scuola su misura per far attenzione alle attitudini individuali. C’erano materie che i
ragazzi potevano scegliere di studiare di loro iniziativa: dunque mossi dall’interesse e non dall’obbligo. Era
necessario sopprimere gli esami e sostituirli con valutazioni fatte su lavori individuali durante l’anno.
Cleparede sottolinea il nesso tra corporeità e vita mentale, tra interessi e competenze, tra intelligenza e
personalità.
-Rogers > dice che è necessario liberare le pratiche terapeutiche superando i limiti di un’impostazione
medicalistica e costruire un vero e proprio deposito di conoscenze utili per lo sviluppo delle relazioni
umane.
- Continuazione dell’orientamento di Rogers è stata l’opera di Carkhuff: studiò le modalità di un
ampliamento di prospettiva dalla clinica alle altre forme di relazione d’aiuto. Inserì le teorie di Rogers in uno
studio sistematico delle relazioni umane.
- Gordon > si è dedicato all’applicazione delle idee di Rogers e di Carkhuff nell’ambito specifico
dell’educazione, con particolare riguardo ai tre settori principali: quello informale della famiglia, quello
scolastico e quello delle attività associative giovanili. Propose un metodo, che prende il suo nome, volto a
sensibilizzare il mondo dei formatori intorno all’esigenza di un metodo democratico in famiglia e a scuola.
- Piaget > fu il continuatore dell’opera di Claparede, dal quale prese le mosse la sua epistemologia genetica.
Ha elaborato alcuni capisaldi teorici dell’attuale psicologia dell’età evolutiva, descrivendo gli stadi dello
sviluppo cognitivo come un passaggio dal concreto all’astratto. Ha riconosciuto tappe evolutivo dell’essere
umano. Spiega il processo attraverso il quale un essere umano sviluppa le sue abilità cognitive nel corso
della vita, a partire dalla nascita ed attraversando stadi sequenziali di sviluppo: dimostrò una differenza
qualitativa tra modalità del pensiero del bambino e quelle dell’adulto. Individua cinque periodi
fondamentali: fase senso-motoria (fino ai due anni), fase pre-operatoria (2-4 anni), fase del pensiero
intuitivo (4-7 anni), fase delle operazioni concrete (7-12 anni), e fase delle operazioni formali (dai 12 anni in
poi). Il centro Internazionale di epistemologia genetica fu fondato da Piaget nel 1955 e diretto da lui fino
alla sua morte nel 1980.
- Berne > è un esempio di quanto i saperi e i linguaggi scientifici possano rappresentare, con i loro
formalismi e le scuole di pensiero che li elaborano e se ne pongono a custodi esclusivi, autentici ostacoli
nella ricerca della verità. Ha riformulato in maniera originale l’antropologia freudiana, eliminando il
substrato naturalistico del pensiero di Freud e reinterpretando le tre famose istanze della psiche (es, io,
super-io) nei termini di una teoria della comunicazione. Legge la mente alla luce della complessa e
contraddittoria interazione tra quello che chiama il Bambino, il Genitore e l’Adulto; la vita psichica è
animata dall’interazione continua, nel dialogo intrapsichico e in quello interpersonale, tra le tre istanze di
ciascun individuo e delle persone che interagiscono nelle occasioni formali e informali della vita relazionale.
Si allontana dalla psicoanalisi di Freud perché dice che lo sviluppo della personalità procede lungo un arco
di tempo assai più lungo dei primi tre anni di vita e che il peso della vita sessuale è relativo rispetto alla
vasta molteplicità e varietà degli altri ambiti dell’esperienza comunicativa.
- Indirizzo ecologico > è legato al nome di Herry S. Sullivan, Gregory Bateson, Ronald D. Laing e Paul
Watzlavick. Privilegia la capacità dell’uomo di comunicare e individuare la complessa stratificazione della
comunicazione come fenomeno mentale e sociale. Punta l’attenzione sulla disfunzione dei sistemi
relazionali ed educativi, sulla famiglia e sulla scuola in particolare. La prospettiva ecologica analizza nei
particolari le forme distorte della comunicazione umana e prospetta anche le vie più praticabili per una
pratica comunicativa ed educativa efficace. La vita umana non è vissuta pienamente se è priva di relazioni.
- Frankl > fondò una scuola psicoterapeutica che pone al centro della clinica la questione del senso della
vita, individuando nella sofferenza di una vita senza senso la radice di alcune forme di nevrosi e di psicosi;
coniò l’espressione di vuoto esistenziali, indicando la condizione difficilmente eludibile dell’uomo
contemporaneo.
- Erkson > individua nell’adolescenza un periodo di crisi d’identità che attraversa tutta l’età giovanile e ha
per effetto la progressiva strutturazione dell’identità personale nel confronto, spesso dialettico, con gli altri,
con il mondo adulto non meno che con quello dei pari. Giunge alla conclusione che lo sviluppo della mente
umana procede lungo tutto l’arco dell’esistenza, persino nell’ultima fase di vita, quella della vecchiaia.

19. Al femminile. Arendt e Zambrano


Nel corso del Novecento si è affermata una cultura femminista, che ha dato importanti apporti a molti
ambiti, tra cui quello pedagogico. Le donne, allora, furono impiegate nelle per sostituire gli uomini partiti
per il fronte; nei paesi vincitori la manodopera femminile rimase anche dopo la fine delle ostilità. Si assiste
a un’emancipazione femminile dal ruolo sostanzialmente casalingo; la minore dipendenza economica delle
lavoratrici dai loro mariti causò molte separazioni, ma anche cambiamenti in ambito scolastico, in cui molte
giovani furono spronate a perseguire l’accesso ai più elevati livelli di istruzione. Due esempi emblematici,
nell’ambito della filosofia contemporanea furono quelli di Hannah Arendt e Marìa Zambrano: si deve
precisare che non parlando di filosofia femminista, dunque il dato sessuale o di genere non caratterizza la
loro posizione teoretica.
Arendt fu testimone dell’olocausto: tutta la sua opera appare dopo che si trasferì negli Stati Uniti, dove
intraprese l’attività di docente universitaria. Si contrappose alla modernità, che appare agli occhi di Hanna
come quella che chiamerà “vita attiva”, in cui il fare prevale sulle interazioni tra l’uomo e l’altro. L’uomo,
nell’età moderna, è un essere solo con sé stesso. Pensare significa non uscire da sé stessi, non andare
incontro a nessuna realtà: fuori di sé l’uomo non trova nulla, ma rientra in sé stesso, in una soggettività che
lo rende tragico. L’esito del soggettivismo moderno è l’indebolimento paradossale della propria
soggettività, in quanto l’uomo finisce a concepire sé stesso come essere privo di senso, la cui sola finalità è
vivere comodamente. Il soggettivismo diviene emotivismo: il soggetto riconosce come validi affetti,
sentimenti, il mero piacere; questo ha contribuito alla crisi della razionalità. Una tesi inquietante di Arendt
è che il totalitarismo non è una deviazione, quanto piuttosto l’esito coerente della modernità: il nazismo fu
l’espressione logica dell’evoluzione dello stato moderno, sempre orientato verso l’attuazione di una forma
totalitaria. Dunque, la modernità, nell’analisi arendtiana, appare destinata alla dissoluzione dell’uomo
attraverso il totalitarismo politico e la sua profonda persuasività morale e pedagogica. L’uomo moderno
sarà attratto dalla possibilità di rendere la natura mera materia a disposizione dell’opera plasmatrice
dell’uomo: homo faber, dal tragico destino, ma anche homo consumens del consumismo.
Hanna Arendt scrisse una breve opera sulle difficoltà de sistema formativo statunitense, partendo da una
domanda provocatoria, ossia il perché alcuni bambini, impiegassero anni per imparare a leggere e scrivere,
talvolta con fatica, nonostante la scolarizzazione diffusa. La risposta arendtiana è disincantata: dice che ai
bambini è stata concessa eccessiva libertà e le pratiche della società contemporanea sono spesso negative.
Il risultato è una profanazione dell’infanzia, che porta a una maturazione parziale, anche dannosa per la
società. Per la Harendt conta solo l’uomo nella sua attualità concreta, con le sue grandezze e i suoi limiti, le
sue ansie e paure. Il compito dell’educazione è dare all’uomo lo spazio adeguato allo sviluppo della sua
umanità.
Zambrano visse nella Spagna del regime franchiano. Il suo metodo fu molto influenzato da Ortenga,
soprattutto nell’affermazione che parlava dell’impossibilità di incasellare l’individualità in definizioni.
L’essere umano, il singolo non è definibile in determinazioni biologiche o culturali; dunque non si possono
stabilire dei criteri o delle categorie.
Per lei la filosofia è quel sapere che consiste nel porre domande. Se domandare è l’essenza della filosofia,
non appartiene alla filosofia stessa il compito di scoprire le risposte: questo compito è affidato ad una’altra
forma di sapere: la poesia. Il linguaggio poetico è la più valida e autentica continuazione del linguaggio
filosofico. Pur non considerandosi una pensatrice religiosa, ha preso parte anche alle discussioni
contemporanee sulla fenomenologia del divino. Disse che la risposta poetica alle domande filosofiche
abilitasse il linguaggio religioso nella ricerca delle verità. Per Zambrano la filosofia è una preparazione alla
morte e il filosofo è maturo per la morte. La morte è quell’esperienza che l’uomo patisce ed attraverso la
quale trascende se stesso e il mondo verso l’unità agognata in ogni anelito verso la ricostruzione di quello
stato che il sorgere della coscienza impedisce di sperimentare in questa vita. Può sembrare che queste
prospettive siano lontane dal problema pedagogico, ma la sua prospettiva pone delle riflessioni relative
all’educazione: educare significa suscitare nell’uomo l’attitudine alla domanda, alla ricerca di una
dimensione non banale dell’esistenza, che rende la vita pienamente umana e ricca di significati. La
maturazione personale avviene attraverso la riflessione sul senso della vita e della realtà.
Maria Montessori portò nella pedagogia del primo Novecento una sensibilità femminile pressoché assente
nei secoli precedenti. Femminista convinta, visse una vita inusuale per una donna del primo Novecento: fu
una docente universitaria, rivendicatrice dei diritti femminili. La pedagogia montessoriana rivendicava la
libertà del bambino, infatti l’obiettivo della sua opera era rinnovare la società attraverso l’educazione. La
sua fu un’autentica pedagogia al femminile.
Noddings esalta il valore e il significato della vita familiare e domestica, per le donne fonte di felicità e non
solo di doveri imposti da convenzioni atavistiche di stampo maschilista. È autrice di studi significativi di
filosofia dell’educazione. Segnala l’esigenza che l’educazione abbia un fine fondamentale, lo individua nella
felicità, verso la quale ogni uomo è orientato. Il compito dell’educazione è indicare ai giovani e offrire loro
occasioni per fare l’esperienza della felicità e porre le basi per una possibile felicità futura lungo l’arco
dell’intera esistenza.

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