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MIMESIS / FILOSOFIE

N. 389

Collana diretta da Pierre Dalla Vigna (Università “Insubria”, Varese)


e Luca Taddio (Università degli Studi di Udine)

comitato scientifico
Paolo Bellini (Università degli Studi dell’Insubria, Varese-Como)
Claudio Bonvecchio (Università degli Studi dell’Insubria, Varese-Como)
Mauro Carbone (Université Jean-Moulin, Lyon 3)
Morris L. Ghezzi (Università degli Studi di Milano)
Giuseppe Di Giacomo (Università di Roma La Sapienza)
Enrica Lisciani-Petrini (Università degli Studi di Salerno)
Antonio Panaino (Università degli Studi di Bologna, sede di Ravenna)
Paolo Perticari (Università degli Studi di Bergamo)
Susan Petrilli (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”)
Augusto Ponzio (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”)
Luca Taddio (Università degli Studi di Udine)
Valentina Tirloni (Université Nice Sophia Antipolis)
Antonio Valentini (Università di Roma La Sapienza)
Jean-Jacques Wunemburger (Université Jean-Moulin Lyon 3)
MACHIAVELLI
CINQUECENTO
Mezzo millennio del Principe
a cura di
Gian Mario Anselmi, Riccardo Caporali, Carlo Galli

MIMESIS
Questo libro viene finanziato con il contributo dell’Assemblea Legislativa della Regio-
ne Emilia-Romagna e dei Dipartimenti di Filosofia e Comunicazione, Filologia Classi-
ca e Italianistica, Storia Culture e Civiltà dell’Università di Bologna.

MIMESIS EDIZIONI (Milano – Udine)


www.mimesisedizioni.it
mimesis@mimesisedizioni.it

Collana: Filosofie, n. 389


Isbn: 9788857529714

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INDICE

Premessa 7
dei curatori

PRIMA PARTE
STORIA E FORTUNA DELL’OPERA

Storia del Principe: le edizioni critiche 11


di Giorgio Inglese

«L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna


del Principe prima della stampa (1516-1531) 25
di Francesco Bausi

La riscrittura dei classici: Erodiano nel capitolo XIX


del Principe 43
di Jean-Jacques Marchand

Principato civile e tirannide: il capitolo IX del Principe


e il De Principatu di Mario Salamonio degli Alberteschi 57
di Angela De Benedictis

«Et favellar francese non gli spiace».


Sulle traduzioni francesi del Principe, XVI-XVII secolo 73
di Jean-Claude Zancarini

Niccolò Machiavelli nella cultura tedesca


dell’età moderna 91
di Merio Scattola
Machiavellismo e antimachiavellismo:
Strauss e l’eccezionalismo 109
di Roberto Dainotto

SECONDA PARTE: STORIA DELLE IDEE

Quod principem deceat… 123


di Mario Tronti

Razionale e irrazionale nella politica:


la presunta scienza politica di Machiavelli 129
di Diogo Pires Aurelio

Il luogo del Principe. Machiavelli e lo spazio


dell’azione politica 145
di Stefano Visentin

Il Principe tra Gramsci e Althusser 161


di Vittorio Morfino

Machiavelli e le congiure: la prospettiva dei Discorsi 181


di Marco Geuna

Comunione e obbligazione. Per un profilo del consenso


nel Principe 203
di Rinaldo Rinaldi

Dalla parte di Agatocle. Dualismo e analogia nel Principe 213


di Raffaele Ruggiero

La virtù scellerata e nefaria (sul capitolo VIII del Principe) 229


di Riccardo Caporali

“Disegnare” il Principe: gli spazi della politica 245


di Carlo Varotti

La questione dell’amore nella politica machiavelliana:


amore, odio, paura 261
di Jean-Louis Fournel
Francesco Bausi
«L’AUREO LIBRO MORAL».
CIRCOLAZIONE E FORTUNA
DEL PRINCIPE PRIMA
DELLA STAMPA (1516-1531)

La tradizione del Principe ci trasmette un testo sostanzialmente monoli-


tico, senza tracce certe di quella pluriredazionalità che pure l’opuscolo ha
sicuramente conosciuto. Le varianti offerte in abbondanza dai testimoni,
infatti, rientrano sempre in due tipologie: accidenti di trasmissione o in-
novazioni volontarie introdotte da copisti e soprattutto stampatori. A loro
volta, queste innovazioni sono di due tipi: quelle volte a sanare errori so-
stanziali o imperfezioni formali (vere o presunte) del dettato machiavel-
liano, e quelle che traggono origine dalla volontà di attenuare o eliminare
affermazioni ed espressioni considerate troppo ardite. I diciannove codici
oggi noti (esclusi i descripti della princeps) e le due prime stampe (Roma,
Blado, 4 gennaio 1532; Firenze, Giunti, 8 maggio 1532) ci consegnano il
Principe allestito per Lorenzo de’ Medici il Giovane: un testo che, anche a
prescindere dalla dedica, difficilmente sarà in tutto identico a quello pensa-
to e almeno in parte composto nell’autunno-inverno del 1513 per Giuliano.
Ma quell’Ur Principe (annunciato da Machiavelli a Francesco Vettori nella
celeberrima lettera del 10 dicembre 1513) non ci è giunto: evidentemente
perché quell’Ur Principe, con ogni probabilità mai concluso e recapitato a
Giuliano, non ebbe di fatto alcuna diffusione.
Una prima circolazione dell’opuscolo, in effetti, è dimostrabile solo a
partire dal 1515. Poniamo mente a una minima ma significativa variante te-
stuale: nel cap. XVI, dove Machiavelli, alludendo a Luigi XII, scrive «El re
di Francia presente»1, tutti i diciassette manoscritti del ramo y (tranne uno)
leggono «Al re di Francia», omettendo presente, recato invece dai codici
D e G, che costituiscono l’altro ramo (z) del persuasivo stemma bipartito
tracciato dallo stesso Inglese nella sua nuova edizione (2013)2, rivedendo

1 Tutte le citazioni del De Principatibus sono ricavate dal testo critico a cura di G.
Inglese, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Roma 1994.
2 Di questa nuova ed. sono apparse una versione minor (Einaudi, Torino 2013) e
una maior (in N. Machiavelli, Il Principe. Testo e saggi, a cura di G. Inglese, Isti-
tuto della Enciclopedia Italiana, Roma 2013, pp. 69-151, con nota filologica alle
26 Machiavelli Cinquecento

in parte quello, tripartito, da lui proposto nell’edizione critica del 1994.


L’omissione potrebbe derivare da un’esigenza di “aggiornamento” del te-
sto, poiché Luigi XII morì il 31 dicembre 1514, data che secondo Inglese
costituisce pertanto «un limite invalicabile per la composizione e la messa
in circolazione del Principe»3. Subito dopo, nello stesso capitolo, compare
«el re di Spagna presente» (così in tutti i testimoni tranne due, che recano
invece: «Ferrando re di Spagnia»): si tratta di Ferdinando il Cattolico, mor-
to il 23 gennaio 1516. Dunque i manoscritti del ramo y parrebbero riflettere
un testo del Principe sommariamente rivisto nel 1515 da Machiavelli o
da persona a lui vicina; ancora Inglese, a questo proposito, afferma che y
doveva essere «una delle copie che circolarono fra gli amici di Machiavelli
subito dopo la conclusione del lavoro»4, e che essa aveva probabilmente
i caratteri di una vera e propria editio manoscritta, allestita in vista della
diffusione dell’opuscolo, come fa supporre la presenza, in alcuni codici di
questo gruppo, di una tavola dei capitoli dotata di apposita intestazione,
nonché di notabilia omogenei.
Fra i manoscritti del ramo y si trovano tre codici copiati da Biagio Buo-
naccorsi (morto all’inizio del 1526), ma tutti i manoscritti del ramo y tranne
uno, e dunque ben sedici su diciannove complessivi, sembrano in realtà di-
pendere da una copia allestita da Biagio, forse identificabile con lo stesso
capostipite del ramo y. Ciò fa supporre che quella del 1515 (e degli anni
immediatamente successivi) non sia stata una circolazione occasionale del
Principe, ma una vera e propria diffusione promossa da Machiavelli con il
supporto del Buonaccorsi, il quale, oltre a essere suo ex collega, amico in-
timo e compare, era anche copista di professione. Comunque sia, è giustap-
punto fra 1516 e 1517 che appaiono le prime testimonianze della “fortuna”
del Principe5: Francesco Guicciardini dà prova di conoscerlo nel Discorso

pp. 153-74). Per la revisione dello stemma del 1994 cfr. già, dello stesso studioso,
Lo stemma del ‘Principe’. Nuove riflessioni, in Storia, filosofia e letteratura. Studi
in onore di Gennaro Sasso, a cura di M. Herling e M. Reale, Bibliopolis, Napoli
1999, pp. 191-201.
3 G. Inglese, commento a N. Machiavelli, Il Principe, nuova ed. a cura di G.I.,
Einaudi, Torino 1995, p. 106. L’importanza di questa variante è stata di recente
sottolineata anche da R. Black, Notes on the date and genesis of Machiavelli’s
‘De principatibus’, in Europa e Italia. Studi in onore di Giorgio Chittolini, Fi-
renze University Press, Firenze 2011, pp. 29-41: 34; e da W.J. Connell, Dating
‘The Prince’: Beginnings and Endings, «The Review of Politics», 75/2013, pp.
497-514: 509-10.
4 G. Inglese, Introduzione a Machiavelli, Il Principe, ed. 1995, cit., p. LIV
5 Per quanto segue, cfr. G. Inglese, Introduzione alla sua cit. ed. critica del Principe,
pp. 14-16.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 27

del modo di assicurare lo stato alla casa de’ Medici (dei primi mesi del
1516), scritto non per essere divulgato, ma per sua «soddisfazione e chiarez-
za», e dunque destinato a rimanere privato e segreto; Ludovico Alamanni ne
riecheggia alcune parti in due discorsi del 25 novembre e 27 dicembre 1516,
indirizzati ad Alberto Pio da Carpi; il sedicenne Niccolò Guicciardini, in una
lettera del 29 luglio 1517 al padre Luigi – dedicatario del machiavelliano
capitolo De ambitione – rinvia esplicitamente al cap. VIII dell’opuscolo (e,
poco dopo, si ricorderà del Principe anche nel suo Discorso del modo del
procedere della famiglia de’ Medici in Firenze, del 1518-19).
Sono tutte, come si vede, testimonianze di fiorentini e di persone vi-
cinissime a Machiavelli. Questa prima circolazione del Principe (1515-
1519) fu infatti prettamente fiorentina e limitata ad alcuni amici, colleghi
e conoscenti dell’ex Segretario, come provano anche i tre manoscritti del
Buonaccorsi a noi giunti: il Laur. 44, 32, da lui copiato per Pandolfo di
Marco Bellacci, probabilmente prima del febbraio 1517; il Ricc. 2603, ap-
partenuto al padre di Pandolfo, Marco di Tinoro Bellacci; il Parig. Ital. 709,
scritto da Biagio per Giovan Battista o Giovanni Bartolomeo Quaratesi6.
Tutti uomini a vario titolo legati, professionalmente o personalmente, sia a
Machiavelli che al Buonaccorsi.
Se le cose stanno così, se ne deduce che la seconda stesura del Principe
si colloca posteriormente al 31 dicembre 1514, ma anteriormente al gennaio
1516, e dunque nel 1515, come già supposero, fra gli altri, Francesco Nitti
e Oreste Tommasini7. L’ipotesi ha una sua plausibilità, giacché il 1515 è un
anno importante: prima, a gennaio, si sparge la voce dell’imminente conces-
sione a Giuliano di uno stato nell’Italia settentrionale, e Machiavelli scrive
subito a Francesco Vettori per dare consigli politici, offrire i propri servigi e
raccomandare l’esempio di Cesare Borgia, «l’opere del quale – egli scrive – io
imiterei sempre quando io fossi principe nuovo»8. Pochi mesi dopo, la grave
malattia di Giuliano (che sarebbe morto il 17 marzo 1516) segna la rapida
ascesa di Lorenzo, che già dall’estate del 1513 aveva sostituito lo zio a Firen-
ze e che ora, fra maggio e giugno 1515, concentra su di sé le due cariche di
capitano delle milizie fiorentine e di gonfaloniere della Chiesa (cioè capo de-
gli eserciti pontifici), mentre in città, come anche dimostrano l’allestimento e
la stampa del Lauretum9, crescono le aspettative in lui riposte quale difensore

6 Ivi, pp. 46-48 e 50-51.


7 Cfr. F. Bausi, Machiavelli, Salerno Editrice, Roma 2005, p. 197.
8 Lettera di Machiavelli a Francesco Vettori del 31 gennaio 1515, in N. Machiavel-
li, Tutte le opere, a cura di M. Martelli, Sansoni, Firenze 1971, pp. 1190a-1191a.
9 Si tratta di una silloge di carmi latini di vari autori in lode di Lorenzo il Giovane,
pubblicata probabilmente dai Giunti nell’estate 1515 (cfr. F. Bausi, Lauretum,
28 Machiavelli Cinquecento

della Toscana e dell’Italia tutta contro l’imminente invasione francese (Fran-


cesco I varcò in effetti le Alpi all’inizio di agosto). Due momenti, questi (gen-
naio e primavera-estate 1515), che molto probabilmente spinsero Machiavelli
a riprendere in mano il Principe e a ristrutturarlo, aggiungendo alcune parti
(prima, per Giuliano, l’epopea del Valentino nel cap. VII; poi, per Lorenzo, la
nuova dedica e alcune sezioni della conclusiva exhortatio) e convincendolo a
divulgare il trattato, fino ad allora mai messo in circolazione10.
Difficilmente, infatti, Machiavelli avrebbe potuto dedicare a Lorenzo
un opuscolo già inviato a Giuliano meno di due anni prima; d’altronde,
nella dedica del sopra ricordato manoscritto Laurenziano, che Buonaccorsi
indirizza a Pandolfo Bellacci, il Principe è definito «operetta composta
nuovamente»11, con parole che non si addicono a un testo già da tempo
circolante. La decisione di indirizzare il trattato a Lorenzo deve essere stata
presa e attuata in tempi rapidi, come dimostra il fatto che i ritocchi nelle
sezioni già composte furono limitati alla soppressione del «re di Francia
presente», mentre non vennero aggiornati i riferimenti storici a eventi del
1512-151312, che tuttavia erano meno immediatamente riconoscibili e dun-
que meno insidiosi, per il lettore, di quanto non fosse l’introdurre come
ancora regnante un sovrano già morto.
Ulteriori indicazioni in tal senso vengono dallo studio poc’anzi citato di
Bill Connell, che colloca la seconda stesura del Principe fra il gennaio e il
settembre del 1515, e propende per datare al maggio-giugno la consegna
del trattato a Lorenzo13. Connell constata che i Machiavelli, Niccolò com-

in Enciclopedia machiavelliana, Istituto della enciclopedia italiana, Roma 2014,


vol. II, pp. 59-60. Lungo la stessa linea si muove anche la coeva raccolta poetica
latina dedicata al medesimo Lorenzo da Carlo Viviani: inedita, è trasmessa dal
ms. Magliab. VII 389 della Bibl. Nazionale Centrale di Firenze (cfr. Id., Politica
e poesia: il ‘Lauretum’, «Interpres», 6/1985-86, pp. 214-82: 280-82).
10 Alla stessa datazione (fine primavera – inizio estate 1515) approda per altra via
anche W.J. Connell, Dating ‘The Prince’, cit., pp. 497-505. Leggermente più
tarde le datazioni proposte per questa seconda stesura del trattato da P. Larivaille,
In attesa della stele di Rosetta. Appunti sulla cronistoria di un rompicapo ma-
chiavelliano, «Filologia e critica», 34/2009, pp. 261-81 (autunno 1516), e da R.
Black, Machiavelli, Routledge, London-New York 2013, pp. 91-96 (settembre
1515 – gennaio 1516).
11 La dedica è riportata da G. Inglese, Introduzione alla sua ed. critica del Principe,
cit., p. 47.
12 Cfr. al riguardo F. Chabod, Sulla composizione de ‘Il Principe’ di Niccolò Ma-
chiavelli (1927), in Id., Scritti su Machiavelli, Einaudi, Torino 1964, pp. 156-85,
dove si evidenziano i passi che presentano situazioni e avvenimenti del 1512 e del
1513 come tuttora in corso o come recentissimi.
13 W.J. Connell, Dating ‘The Prince’, cit., pp. 497-505.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 29

preso, si trovavano in gravi difficoltà finanziarie nel luglio del 1515; che
del secondo semestre di quell’anno ci sono giunte due sole lettere di Nic-
colò, brevi e sconsolate, scritte entrambe al nipote Giovanni Vernacci il 18
agosto e il 19 novembre; e che quest’ultima epistola contrasta in modo stri-
dente con l’entusiastica lettera al Vettori del 31 gennaio, piena di speranze
nel futuro principesco di Giuliano e nelle prospettive che avrebbero potuto
aprirsi per Niccolò quale funzionario del suo nuovo stato. Da tutto ciò egli
desume che un pesante rovescio e una grave delusione devono aver colpito
Machiavelli in questi mesi, e suggerisce di identificare rovescio e delusione
prima con il veto alla sua “assunzione” da parte di Giuliano14, e poi con
la cattiva accoglienza riservata al Principe da Lorenzo, che avrebbe fatto
crollare tutte le aspettative di riscatto personale riposte da Machiavelli nel-
la presentazione dell’opuscolo al nuovo dedicatario.
Non tutti gli argomenti addotti da Connell persuadono allo stesso modo
(la situazione finanziaria della famiglia Machiavelli era precaria da sem-
pre, e la lacunosità dell’epistolario di Niccolò nella seconda metà del 1515
può essere almeno in parte dovuta a cause puramente accidentali): ma certo
lo sconforto e la disperazione che emergono da quelle epistole al Vernacci15
autorizzano a pensare che i giochi, per quanto riguarda il Principe, si siano
chiusi – negativamente per il suo autore – entro la prima metà di agosto,
e rendono difficile supporre che Machiavelli abbia continuato a lavorare
all’opuscolo nei mesi successivi. A questo proposito, può notarsi che la
prima lettera al Vernacci è datata 18 agosto, ossia soltanto due giorni dopo
la partenza di Lorenzo a capo delle truppe pontificie e fiorentine alla volta
dell’Italia settentrionale per contrastare i francesi: potrebbe non trattarsi
di una mera coincidenza, se il Principe era stato offerto da Machiavelli al
nipote del papa poco prima, e se questo gesto – come pare certo – non sortì
l’effetto sperato da Niccolò, e magari valse anzi a ribadire il veto mediceo
pronunciato pochi mesi prima nei suoi confronti.

14 Cfr. la ben nota lettera di Piero Ardinghelli a Giuliano del 14 febbraio 1515 (in
O. Tommasini, La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli, Loescher, Torino-Roma
1883-1911 [rist. anast. Il Mulino, Bologna 1994-2003], II, pp. 1064-1065). Secon-
do C. Dionisotti, Machiavellerie. Storia e fortuna di Machiavelli, Einaudi, Torino
1980, p. 26, il veto del febbraio 1515 colpì in Niccolò anche l’autore del Principe;
ma a quell’altezza è difficile che qualcuno della famiglia Medici avesse letto il
trattato.
15 «Se io non ti ho scritto per lo addietro, non voglio che tu ne accusi né me, né
altri, ma solamente i tempi, i quali sono stati et sono di sorte che mi hanno fatto
sdimenticare di me medeximo» (18 agosto 1515); «La fortuna non mi ha lasciato
altro che i parenti et gli amici, et io ne fo capitale, et maxime di quelli che più mi
attengono, come sei tu» (Machiavelli, Tutte le opere, cit., pp. 1192a-b).
30 Machiavelli Cinquecento

Una seconda fase di diffusione del Principe, con caratteristiche diverse


dalla prima, è documentabile a partire dal 1520. Dobbiamo ancora prende-
re le mosse dal Buonaccorsi, che nei suoi Ricordi, in un’annotazione non
datata ma risalente all’autunno del 1520, riferisce di aver consegnato a Gio-
vanni Gaddi una copia dell’opuscolo e una dell’Arte della guerra (entram-
be da lui stesso trascritte), e di aver venduto altre sue copie del Principe ad
altri, al prezzo di due fiorini larghi16. Il Gaddi (1493-1542), influente uomo
di Chiesa, legatissimo ai Medici e in particolare a Giuliano e al cardinale
Giulio (che nel 1523, divenuto papa Clemente VII, lo avrebbe chiamato in
Curia, nominandolo nel 1528 chierico della Camera apostolica), era soprat-
tutto un bibliofilo e un generoso protettore di artisti e di letterati, oltre che
un assiduo collaboratore di importanti tipografi (prima il Giunta a Firenze,
poi il Blado a Roma)17. Rivolgersi al Gaddi, per Machiavelli, significava
quindi mirare a un triplice obiettivo: raggiungere i Medici, assicurare alle
sue opere una più ampia diffusione, pubblicare a stampa il Principe e gli
altri suoi scritti. Il mediatore era ben scelto: l’Arte della guerra sarebbe
uscita di lì a poco (nel 1521, proprio per i tipi dei medicei Giunti) e il Prin-
cipe – anche se, con il decisivo contributo del Gaddi, approdò in tipografia
solo molti anni dopo, nel 1532 – avrebbe conosciuto in quegli anni una
diffusione manoscritta ben più larga di quella precedente, sia in Toscana
che fuori, con i suoi due “fuochi” principali a Siena e a Roma.
Ciò è documentato in primo luogo, ancora, dalla tradizione manoscrit-
ta. Basti ricordare i due codici copiati a Roma (nell’atelier di Ludovico
degli Arrighi, celebre calligrafo vicentino), fra cui quello, di gran pregio,
allestito dallo spagnolo Genesio de la Barrera fra 1519 e 152318; e i due
manoscritti senesi, uno dei quali si deve al notaio Teofilo Mochi19. Tutti
manufatti presumibilmente anteriori alla princeps del trattatello. Un altro
codice, poi, conferma il progetto machiavelliano di organizzare in quel pe-

16 B. Buonaccorsi, Ricordi, in D. Fachard, Biagio Buonaccorsi: sa vie, son temps,


son oeuvre, Boni, Bologna 1976, pp. 171-223, a p. 215. I codici del Principe e
dell’Arte della guerra copiati da Biagio per il Gaddi non ci sono pervenuti.
17 Cfr. V. Arrighi, Gaddi, Giovanni, in Dizionario biografico degli italiani, 51,
Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1998, pp. 156-58. Su di lui cfr. anche
D. Chiodo – R. Sodano, Le muse sediziose. Un volto ignorato del petrarchismo,
FrancoAngeli, Milano 2012, pp. 176-80 e passim.
18 Si tratta dei mss. L.2 dello Charlecote Park Museum (Charlecote, GB) e Barber.
Lat. 5093 della Biblioteca Apostolica Vaticana (il codice di Genesio).
19 Sono i mss. 43.B.35 della Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Cor-
siniana di Roma (il codice del Mochi) e Urbin. Lat. 975 della Biblioteca Apostoli-
ca Vaticana (rimaneggiamento-plagio di anonimo senese, forse eseguito fra 1525
e 1532).
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 31

riodo una nuova circolazione del Principe, finalizzata anche al tentativo di


stampare il trattato: mi riferisco al manoscritto di Carpentras, opera dello
stesso copista fiorentino cui Machiavelli, nei medesimi anni (1520-1521),
affidò la trascrizione dell’Arte della guerra, eseguita sotto la sua diretta
sorveglianza in vista della pubblicazione del dialogo20.
È questo il momento in cui Machiavelli vede finalmente coronata dal
successo la sua quasi decennale marcia di accostamento ai Medici, grazie
ai buoni uffici del Gaddi e degli amici degli Orti Oricellari, che per farlo
entrare nelle grazie di Leone e di Giulio puntano su alcune delle sue opere
maggiori: Mandragola, Arte della guerra e Principe (non i Discorsi, pro-
babilmente lasciati da parte perché non ancora finiti, e, in seguito, perché
dedicati, oltre che a Cosimo Rucellai, a quello Zanobi Buondelmonti che
insieme a Luigi Alamanni aveva preso parte nel 1522 alla congiura contro
il cardinale Giulio e, fuggito da Firenze, era ricercato come cospiratore an-
timediceo). Si ponga attenzione alle date. Lorenzo Strozzi si fa promotore
dell’incontro fra Machiavelli e il cardinale Giulio, che ebbe luogo il 10
marzo 1520, e poco dopo il cardinale incarica Niccolò di redigere una pro-
posta di riforma del governo fiorentino, da presentare al papa21. In aprile,
Battista della Palla perora presso Leone X la causa dell’ex Segretario, an-
che lui facendo leva, per riabilitarlo, non tanto sulle sue “sospette” compe-
tenze ed esperienze politiche, quanto sulle sue doti di letterato: cerca infatti
di procurargli una «commissione per scrivere» (probabilmente le Istorie
fiorentine) e di far rappresentare la Mandragola a Roma alla presenza del
pontefice22. L’8 novembre 1520 Machiavelli ottiene dagli Ufficiali allo Stu-
dio Fiorentino (a capo dei quali era Giulio de’ Medici) la condotta per com-
porre le Istorie; il 17 novembre Filippo de’ Nerli – altro amico oricellario di

20 Il ms. del Principe conservato a Carpentras (Bibliothèque Inguimbertine, 303) è


stato utilizzato da Mario Martelli come testimone base per la sua edizione critica
(N. Machiavelli, Il Principe, a cura di M. Martelli, corredo filologico di N. Mar-
celli, Salerno Editrice, Roma 2006). Il codice dell’Arte della guerra (un idiografo
recante intestazioni, tavole, didascalie e correzioni autografe di Machiavelli) è il
511 della Biblioteca Civica di Verona: su di esso cfr. G. Masi, Nota al testo a N.
Machiavelli, Arte della guerra. Scritti politici minori, a cura di D. Fachard et alii,
Salerno Editrice, Roma 2001, pp. 321-24. .
21 Si tratta del Discursus Florentinarum rerum post mortem iunioris Laurentii Me-
dices (ed. a cura di J.-J. Marchand, in Machiavelli, Arte della guerra. Scritti
politici minori, cit., pp. 624-41), databile nell’inverno 1520-21; poco dopo, nella
primavera del 1522, Machiavelli redasse un analogo testo, indirizzato al cardinale
Giulio de’ Medici (la cosiddetta Minuta di provvisione: ed. ivi, pp. 646-54).
22 Lettera di Battista della Palla a Machiavelli del 26 aprile 1520 (in Machiavelli,
Tutte le opere, cit., pp. 1197a-1198a).
32 Machiavelli Cinquecento

Niccolò – sollecita Zanobi Buondelmonti a mandargli la copia manoscritta


dell’Arte della guerra che egli era stato incaricato di consegnare al cardi-
nale Giulio23. Di poco precedente o coevo, come abbiamo visto, è l’invio di
Principe e Arte della guerra al Gaddi da parte del Buonaccorsi.
Una vera e propria manovra corale, insomma, sicuramente concertata, ma
che sortisce solo in parte gli effetti sperati: ai torchi accedono infatti per ora
solo due opere politicamente “neutre” come la Mandragola (forse nel 1520,
a Firenze o a Siena, e forse dopo una apposita revisione dell’autore)24 e l’Arte
della guerra, ma non il Principe, certo ritenuto troppo “ardito”, sia per il con-
tenuto, sia perché dedicato ai Medici, che non dovettero ritenere opportuno
legare apertamente ad esso il proprio nome in un frangente politico tanto de-
licato. La stampa del trattatello avrebbe infatti potuto far pensare a mire prin-
cipesche della famiglia su Firenze, proprio quando, dopo la morte di Lorenzo
(maggio 1519), Leone X e Giulio ostentavano invece la massima prudenza
e moderazione: prudenza e moderazione che lo stesso Machiavelli di lì a
poco avrebbe raccomandato loro nel Discursus Florentinarum rerum (scritto
nell’inverno 1520-21), escludendo per la città una soluzione monarchica, a
favore di uno stato “misto” dai connotati almeno formalmente repubblica-
ni. Un contesto, questo, in cui era evidentemente impensabile procedere, da
parte dei Medici e di Machiavelli, alla stampa di un’opera come il Principe.
Diversamente dalla prima, questa seconda fase di diffusione del tratta-
tello non coincise però con una nuova stesura dell’opera, che dopo il 1515
non pare aver subito modifiche sostanziali. Il fatto è ben spiegabile, pen-
sando al carattere “militante” del Principe, nato e cresciuto in relazione a
circostanze precise, tramontate le quali esso finì col perdere qualunque at-
tualità e applicabilità politica. Un suo “aggiornamento”, insomma, era inu-
tile e improponibile, soprattutto dopo la morte di Lorenzo e il conseguente
passaggio del timone della famiglia Medici nelle mani di due alti prelati
quali Leone e Giulio; “aggiornamento” cui fu invece sottoposta dall’autore
un’opera più “erudita” e “filosofica” come i Discorsi, a lungo rielaborati e
mai portati a termine, come provato anche dal fatto che essi non conobbero
alcuna circolazione vivente Machiavelli, e che ce ne è giunto un solo, tardo

23 Lettera di Filippo de’ Nerli a Machiavelli del 17 novembre 1520 (ivi, p. 1201a).
Il Nerli era in quel momento oratore della repubblica fiorentina presso la Santa
Sede.
24 Cfr. P. Stoppelli, La ‘Mandragola’: storia e filologia. Con l’edizione critica del
testo secondo il Laurenziano Redi 129, Bulzoni, Roma 2005, pp. 154-55 e 161; G.
Inglese, Per Machiavelli. L’arte dello stato, la cognizione delle storie, Carocci,
Roma 2006, p. 159.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 33

codice completo, a fronte dell’ampia tradizione manoscritta del Principe25.


Gli stessi Discorsi, però, dimostrano al tempo stesso l’avvenuta diffusio-
ne del Principe prima della morte del loro autore, giacché contengono, nel
secondo e nel terzo libro, ben cinque rinvii diretti all’opuscolo, spiegabili
solo alla luce del fatto che esso già circolasse piuttosto largamente quando
Machiavelli li introdusse: cosa che, per le ragioni esposte fin qui, non può
essere avvenuta se non nei primissimi anni ’2026.
La ricostruzione abbozzata nelle pagine precedenti può essere ulterior-
mente arricchita e comprovata grazie alla testimonianza del filosofo cam-
pano Agostino Nifo, che nell’aprile 1521 pubblicò a Firenze per i tipi del
Giunta un breve trattatello politico latino, il Libellus de his quae ab optimis
principibus agenda sunt27. L’operetta ha tutta l’aria di essere stata concepita
come una replica implicita e indiretta al Principe, che da pochi mesi era stato
di nuovo, e su più larga scala, rimesso in circolazione: vari capitoli del Libel-
lus, in effetti, mentre tratteggiano la consueta immagine del principe onesto
e virtuoso, si oppongono frontalmente ad altrettanti capitoli dell’opuscolo
machiavelliano, su temi quali la religione, la liberalità, la fede alla parola
data, la pietà28. Una sorta, insomma, di controcanto alla sezione più “ardita”
del Principe, quella costituita dai suoi capp. XV-XIX, nonché dal cap. VII,
con la sua “scandalosa” esaltazione di Cesare Borgia. Non sembra dunque
illegittimo considerare il Libellus un precoce documento della seconda fase
di diffusione dell’opuscolo, successiva al 1520; anzi, per dir meglio, del fatto
che proprio tra la fine del 1520 e i primi mesi del 1521 il Principe comin-
ciasse per la prima volta a circolare più ampiamente anche al di fuori della
ristretta cerchia degli amici, conoscenti e colleghi di Machiavelli.
È comprensibile che l’ampia diffusione dell’opuscolo machiavelliano,
preceduto dalla dedica a Lorenzo e concluso da un’exhortatio rivolta alla
«illustre Casa» Medici, potesse preoccupare – in un momento politica-
mente difficile – la famiglia egemone, inducendola a correre ai ripari e a

25 Cfr. per questo la Nota al testo posposta a N. Machiavelli, Discorsi sopra la pri-
ma deca di Tito Livio, a cura di F. Bausi, Salerno Editrice, Roma 2001, II, pp. 805-
806 e 849-57. Il ms. in questione è l’Harley 3533 della British Library di Londra,
che dovrebbe essere di poco precedente o coevo alla prima stampa (Blado, Roma,
ottobre 1531).
26 Del resto, è dimostrabile che Machiavelli lavorasse ai Discorsi ancora nel 1524 (F.
Bausi, Machiavelli, cit., pp. 167-68), quando egli avrebbe ben potuto rimandare
il lettore al Principe come a opera nota e circolante. I rinvii al Principe si trovano
nei capp. II, 1; II, 20; III, 6; III, 19; III, 42.
27 Sul Libellus cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, Istituto storico
italiano per l’età moderna e contemporanea, Roma 1965, pp. 4-5.
28 Già lo osservava C. Dionisotti, Machiavellerie, cit., p. 133.
34 Machiavelli Cinquecento

commissionare a tamburo battente una sorta di “anti-Principe”. La scelta


sarebbe caduta sul Nifo perché il filosofo campano, oltre a godere di larga
notorietà negli ambienti accademici e umanistici, era strettamente legato ai
Medici e direttamente protetto da Leone X (che nel 1519 lo fece nominare
professore a Pisa e nel 1520 lo creò conte palatino, autorizzandolo ad ag-
giungere, al proprio, il cognome dei Medici); perché egli si trovava allora
in servizio presso lo Studio pisano, e dunque era facilmente “arruolabile”;
e perché ben note erano la sua versatilità e la sua rapidità di scrittura. Va
tenuto presente, poi, che Nifo, negli anni trascorsi a Pisa (1519-1522), col-
laborava piuttosto assiduamente con la tipografia giuntina, presso la qua-
le diede alle stampe nell’aprile 1520 il De falsa diluvii prognosticatione,
nell’agosto dello stesso anno i Dialectica ludicra, e nell’aprile 1521, come
detto, il Libellus29. Gli incroci, ancora una volta, sono significativi: dician-
nove giorni dopo il Libellus esce nel 1521 presso i Giunti la prima stampa
della Ciropedia di Senofonte (nel volgarizzamento di Jacopo Bracciolini),
patrocinata e curata dal Gaddi con la probabile collaborazione del Buonac-
corsi30, e il 16 agosto vede la luce l’Arte della guerra, di cui Biagio aveva
fatto avere al medesimo Gaddi nell’autunno del 1520 una copia mano-
scritta.
Poco dopo, il Nifo mise in cantiere un’operazione analoga ma più artico-
lata e complessa, allestendo e subito pubblicando un altro trattato politico, il
De regnandi peritia31, che uscì a Napoli nel marzo 1523 con dedica a Carlo
V, ma che, recando quale data finale di stesura il 3 ottobre 1522, fu sicu-
ramente avviato e in larga misura composto a Pisa, dove il filosofo aveva

29 G. Tallini, Cronologia degli scritti e motivazioni didattiche nelle opere di Ago-


stino Nifo durante il periodo pisano (1518-1523), in Umanesimo e Università in
Toscana (1300-1600), Atti del Convegno di Fiesole-Firenze (25-26 maggio 2011),
a cura di S. Baldassarri et alii, Firenze 2012, pp. 327-47: 333-35.
30 Lo dimostra la copia manoscritta primo-cinquecentesca del volgarizzamento se-
nofonteo trasmessa dal ms. Magliab. XXIII.60 della Nazionale di Firenze: il codi-
ce, infatti, passò per le mani del Buonaccorsi (che sul margine sinistro di c. 145v
trascrisse, firmandolo, un suo epigramma ispirato al suicidio di Pantea) e proviene
dalla biblioteca gaddiana (della quale conserva la vecchia segnatura: G.276). È
probabile che ci si trovi di fronte a un manoscritto confezionato per Giovanni
Gaddi – forse in vista della stampa giuntina – per iniziativa o con la collaborazio-
ne di Biagio; ma la mano che copia il testo non è la sua, diversamente da quanto
afferma Lucio Biasiori (Letture di Niccolò. Storia e fortuna di Machiavelli, Tesi
di perfezionamento, Pisa, Scuola Normale Superiore, a.a. 2010-2011, pp. 23-34),
al quale spetta in ogni caso il merito di aver richiamato l’attenzione sul codice.
31 A. Nifo, De regnandi peritia, texte établì par S. Mercuri, Introduction, traduction
et notes de P. Larivaille, in Machiavel, Il principe / Le prince – A. Nifo, De
regnandi peritia – L’art de régner, Les Belles Lettres, Paris 2008, pp. 219-312.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 35

insegnato fino alla primavera di quell’anno32. Come è risaputo, l’opera in al-


cune sue sezioni riprende, parafrasa e traduce ampie parti del Principe, senza
mai citarlo esplicitamente e senza mai nominare Machiavelli33: Nifo si serve
dell’opuscolo nei primi quattro libri del suo trattato (variamente tagliando,
riscrivendo, adattando, censurando), e poi ne aggiunge un quinto – che recu-
pera materia e impianto del Libellus – riservato alla trattazione dei modi one-
sti di regnare, così da dipingere il ritratto dell’ottimo e virtuoso principe34.
Non per questo, tuttavia, è corretta la definizione di “plagio” con cui
di norma lo si designa, giacché Nifo fece ciò che tutti facevano all’epoca
sua, nel momento in cui riutilizzavano testi altrui; né può essere condi-
viso il grottesco profilo che del Nifo volle tratteggiare Carlo Dionisotti,
descrivendolo come un pennaiolo mediocre e privo di scrupoli, un «abile,
intraprendente e sfrontato mestierante della filosofia», «pronto a cambiare
idea senza sacrificio del suo buon umore e del suo orgoglio e vanità»35.
Piuttosto, alla luce del precedente prossimo del Libellus, la composizione
del De regnandi peritia dovrà essere interpretata in modo analogo, pur te-
nendo conto della diversità dei due scritti. Questo secondo trattato politico
del Nifo, infatti, non è, come il primo, un’implicita e indiretta confutazione
del Principe, ma una sua rielaborazione “purgata”, o meglio una sua “nor-
malizzazione”, attuata sopprimendone non poche pagine (i capp. XI, XV e
XXIV-XXVI, oltre a varie parti di altri capitoli) e inquadrando le restanti
entro un’ottica etico-politica tradizionale, di stampo aristotelico36.
Se le cose stanno così, è impensabile che Machiavelli fosse all’oscuro
dell’operazione, visti i rapporti allora intrattenuti dall’ex Segretario con
le persone e i circoli tramite i quali il Principe poté arrivare al filosofo di

32 Cfr. M. Palumbo, Nifo, Agostino, in Dizionario biografico degli italiani, cit.,


78/2013, pp. 547-52.
33 Va detto che Nifo afferma nella dedica di essersi fondato su storici antichi e mo-
derni («iuniores historici»), ma nessuno di questi ultimi è citato nell’opera: si
tratterà dunque di Machiavelli, e infatti nel De regnand alcuni dei passi ricavati
dal Principe sono introdotti da formule del tipo «historici dixerunt», certo in rife-
rimento a Machiavelli e al suo incarico di storiografo ufficiale fiorentino.
34 Nel 1526 Nifo tornò di nuovo sull’argomento, pubblicando a Napoli un Libellus
de rege et tyranno, che nel primo libro riprende e rielabora i primi quattro libri del
De regnandi peritia, mentre nel secondo recupera nei temi e nell’impostazione il
Libellus del 1521, e dunque il quinto libro del De regnand. Cfr. G. Procacci, Studi
sulla fortuna del Machiavelli, cit., p. 25.
35 C. Dionisotti, Machiavellerie, cit., pp. 128-35.
36 Cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, cit., pp. 3-26.
36 Machiavelli Cinquecento

Sessa (in sostanza: il Gaddi, gli Orti Oricellari, lo Studio37 e la tipografia


giuntina). È probabile che proprio la tipografia e la bottega dei Giunti, e
dunque anche il Gaddi, siano stati i tramiti attraverso i quali Nifo venne in
possesso di una copia del Principe; certo ebbe a disposizione un buon testo
– forse quello stesso del Gaddi –, perché le parti del De regnandi peritia
da esso ricavate sono immuni da alcuni errori del ramo y38. A volte è Nifo
stesso, con ogni probabilità, a sistemare lezioni poco soddisfacenti; ma è
verosimile che la copia su cui lavorò fosse migliore di quelle circolanti,
perché direttamente proveniente dall’autore o da persone a lui vicine39. Del
resto, se Machiavelli si adoperò in quel momento per far arrivare copie di
alcune sue opere ai Medici e ai loro aderenti, è presumibile che si sia pre-
murato di mandare in giro testi in qualche modo corretti e “ripuliti”.
Il De regnandi peritia, dunque, costituisce un capitolo, e un capitolo im-
portante, della prima circolazione e diffusione del Principe, che così ap-
prodò per la prima volta alla stampa, anche se in modo parziale, indiretto
e decisamente anomalo. Fra l’altro, nella dedica del De regnandi peritia,
il Nifo precisa la chiave in cui leggerne le sezioni più “ardite”, quelle cioè
desunte dall’opuscolo machiavelliano: «Invenies enim in his tum tyrannica,
tum regia facinora breviter explicata, veluti in medicorum literis venena et
antidota: illa quidem ut fugias, haec vero ut prosequaris»40. Il fatto, più volte
sottolineato, che parole pressoché identiche («et lo difenderà da quegli che
per il soggetto suo lo vanno tutto il giorno lacerando sì aspramente, non
sapendo che quegli che l’herbe et le medicine insegnano, insegnano pari-
mente ancora i veleni, solo accioché da quegli ci possiamo cognoscendoli
guardare»)41 tornino nella dedica di Bernardo Giunti a Giovanni Gaddi della
prima edizione fiorentina del Principe dimostra che c’è contiguità fra l’ope-
razione del Nifo e le prime stampe delle opere machiavelliane. Nel 1532 –
morto Machiavelli da cinque anni – l’opuscolo entra finalmente in tipografia

37 Anche Machiavelli si trovava, dall’8 novembre del 1520, alle dipendenze dello
Studio, come storico ufficiale; e nella primavera dello stesso anno suo fratello
minore Totto (1475-1522) lavorava allo Studio pisano con compiti di carattere
amministrativo, come emerge da alcune sue lettere a Francesco Del Nero, provve-
ditore allo Studio e cognato di Niccolò (cfr. V. Arrighi, Machiavelli, Totto, in Di-
zionario biografico degli italiani, cit., 67/2007, pp. 105-107). Non è improbabile
che il Del Nero e Totto abbiano in qualche modo contribuito a favorire i contatti
tra Niccolò e il Nifo, o comunque ad agevolare l’approdo a Pisa di una copia del
Principe.
38 G. Inglese, Introduzione alla sua cit. ed. critica del Principe, pp. 19-21.
39 Cfr. Id., Sul testo del ‘Principe’, «La cultura», 52/2014, pp. 47-76: 70-71.
40 A. Nifo, De regnandi peritia, cit., p. 220.
41 Cito dalla stampa giuntina del 1532, modificando la punteggiatura.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 37

nelle due città medicee, ma a Firenze il suo stampatore, significativamente,


si premura di recuperare da Nifo l’immagine del Principe come testo che
pone davanti gli occhi il male per insegnare a riconoscerlo e ad evitarlo:
primo passo verso la fortunata interpretazione “obliqua” dell’opuscolo, se-
condo la quale l’ex Segretario avrebbe composto il trattatello con lo scopo
non dichiarato ma primario di smascherare – ambiguamente atteggiandosi a
precettore – i fondamenti perversi e nefandi del potere regio42. E fu, questo,
il prezzo che il Principe dovette a lungo pagare per poter essere letto e stam-
pato nell’Europa moderna.
L’altro aspetto importante della fortuna dell’opuscolo prima del 1532
è quello relativo alla precoce conoscenza che ne ebbero i letterati italiani
coevi. Limitandomi ai casi più sicuri, mi fermerò soltanto su tre autori,
cominciando con Antonio Brucioli, che pubblica a Venezia nel 1526 la pri-
ma stampa dei suoi Dialogi della morale filosofia, nei quali Machiavelli
non figura tra gli interlocutori né è mai citato, ma dove nondimeno le sue
opere maggiori risultano qua e là tacitamente utilizzate43. Brucioli evita di
nominare Machiavelli e anzi spesso polemizza implicitamente con certe
sue tesi, perché Niccolò è per lui a tutti gli effetti un mediceo che ha finito
la vita lavorando per Clemente VII; tuttavia, egli mostra di conoscere sia
l’Arte della guerra (a stampa fin dal 1521) che il Principe, allora inedito
ma già circolante anche fuori di Toscana, e del quale chiare memorie – ri-
conducibili ai capitoli XV, XIX, XXI e XXIII – risuonano, in particolare,
nel dialogo V Della repubblica e nel dialogo VII Del governo del principe.
Contrariamente a quanto alcuni sostengono, invece, al Brucioli della prima
edizione dei Dialogi sono ignoti i Discorsi: tutte le parti che da essi con
certezza dipendono sono state infatti aggiunte in occasione delle seconda
edizione dei Dialogi, apparsa sempre a Venezia nel 153744, e non a caso al-
lestita quando il Brucioli si era avvicinato ai Medici. Qui la presenza degli
scritti machiavelliani si fa più massiccia, e Niccolò viene per la prima volta
introdotto anche come interlocutore (sia pure con un ruolo secondario); ciò

42 G. Procacci, Machiavelli nella cultura europea dell’età moderna, Laterza, Roma-


Bari 1995, pp. 293-95, 329-30, 332-33, 341, 376-78.
43 A. Brucioli, Dialogi, a cura di A. Landi, Prismi, Napoli 1982 (il Landi pubblica
il testo secondo la stampa del 1544-45, accogliendo in apparato le varianti delle
edizioni precedenti: 1526-27 e 1537-38).
44 Cfr. F. Bausi, Sulla prima circolazione del ‘Principe’ e dei ‘Discorsi’: i casi di
Antonio Brucioli e di Bartolomeo Carli Piccolomini , in «Quel cibo che solum
è mio». Niccolò Machiavelli, l’uomo, il politico (Atti della giornata di studio di
Urbino, 28 novembre 2013), in corso di stampa in «Interpres», 33/2015.
38 Machiavelli Cinquecento

è specialmente evidente nel dialogo VI Della republica e nel dialogo IX


Del capitano45.
Un cenno merita poi Bartolomeo Carli Piccolomini (1503 – 1538 o ’39),
esponente di spicco della cultura e della vita politica di Siena, dove fu can-
celliere della repubblica dal 1525 al 152946. Tra i suoi scritti si annovera
un Trattato del perfetto cancelliere, datato 7 novembre 1529, alla fine del
quale leggiamo un caldo elogio di Machiavelli e delle sue opere maggiori:

In tale esercitio [scil. quello della perfetta eloquenza, cioè dell’arte di scriver
bene in volgare] si faranno gli huomini esperti di molte cose maneggiandone
infinite, come ha fatto Nicolò Machiavelli ne la fiorentina segreteria, con ha-
versi acquistata una varia et longa notitia, un profondo et raro discorso de le
cose del mondo, onde son nate l’opere sue sì pregiate del Principato, de la
Guerra, de’ Discorsi sopra Livio et de le Istorie, ne le quali si vede un’armonia
perfetta d’un ingegno grande, con una grande esperienza di varie cose apparte-
nenti a l’humana vita47.

Nel 1529 soltanto l’Arte della guerra era a stampa, ma il Carli Picco-
lomini afferma che anche le altre opere principali dell’ex Segretario sono
«pregiate», e dunque che circolano e sono ampiamente diffuse; d’altra par-
te, egli non si limita a una generica citazione e a un occasionale elogio,
ma dà prova di conoscere realmente questi scritti e se ne serve nel suo
trattato. Del Principe, Carli Piccolomini recupera chiaramente passi della
dedica e del capitolo VI; dei Discorsi, mette a frutto almeno i capitoli 9 e
25 del libro I, e il capitolo 1 del libro III. D’altronde, alla fine del 1529 il
Principe ha ormai varcato i confini di Firenze, e due manoscritti senesi,
poc’anzi ricordati, documentano la diffusione dell’opuscolo in quella città
prima delle stampe; quanto ai Discorsi, ancora ignoti al Brucioli della pri-
ma edizione dei Dialogi, sappiamo che proprio nel 1529 essi cominciano a
circolare non solo a Firenze, ma anche altrove (ad esempio, a Bologna), e
che di lì a breve approderanno a Roma. Il Carli Piccolomini (che si servirà
degli scritti dell’ex Segretario – ormai pubblicati a stampa – anche nelle

45 G. Procacci, Studi sulla fortuna del Machiavelli, cit., pp. 35-43; C. Dionisotti,
Machiavellerie, cit., pp. 223-26.
46 Cfr. su di lui la “voce” redatta da V. Marchetti e R. Belladonna per il Dizionario
biografico degli italiani, cit., 20/1977, pp. 194-96.
47 Il trattato si legge in R. Belladonna, The Waning of the Republican Ideal in Bar-
tolomeo Carli Piccolomini’s ‘Trattato del perfetto cancelliere’ (1529), «Bullettino
senese di storia patria», 92/1985, pp. 154-97 (ma è in preparazione l’ed. critica a
cura di Germano Pallini). Il passo da me citato è a p. 196.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 39

sue opere successive)48 è il primo e l’unico, a quest’altezza di tempo, a


citare esplicitamente Machiavelli e a farne l’elogio: ma ciò non stupisce,
visto che il cancelliere senese era uomo vicino alle idee riformate (nel 1530
avrebbe aderito al valdesianesimo) e trovava in Erasmo uno dei suoi aucto-
res di riferimento49. Due elementi, questi, che lo accomunano al Brucioli.
E chiudo, dando ragione del titolo del mio contributo, con Luigi Ala-
manni. Già Dionisotti richiamò l’attenzione su un passo della sua seconda
satira, additandolo come «l’atto di nascita dell’antimachiavellismo» e «la
prima denuncia pubblica del Principe»50. I versi sono questi:

Chi non volge i suoi dì tra ’nganni et frode,


cerchi altro mondo, ché di ’nvidia il dente
quanta è ’n questo virtù consuma et rode.
Chi vuol fede servar, chi non consente 25
nell’altrui morte a sua vergogna stessa,
semplice et rozzo ’l tien la sciocca gente.
Deve ’l saggio tener la sua impromessa
quand’util sia; ma se dannosa viene,
folle è da dir chi si ricorda d’essa. 30
Santo precetto et bel, che ’n sé contiene
l’aureo libro moral ch’han quegli ’n mano
ond’hoggi Italia di servir sostiene!
[…]
Taccia ’l gran saggio che per tutto suona [i.e. Aristotele],
ché nulla son quanti costumi ’nsegna,
ch’hor per altro sentiero al ben si sprona!
L’alta dottrina tua sol hoggi è degna 40
dell’humil plebe, et ciò sia con tua pace,
ché da nostri signor’ chiamata è ’ndegna51.

48 Ad es. nei Trattati nove della prudenza, del 1537 circa: cfr. Ead., Aristotle, Ma-
chiavelli, and religious dissimulation: Bartolomeo Carli Piccolomini’s ‘Trattati
nove della prudenza’, in J.C. McLelland (ed.), Peter Martyr Vermigli and Italian
Reform, Wilfrid Laurier University Press, Waterloo [Ontario] 1980, pp. 29-41.
49 Una delle fonti primarie del Trattato del perfetto cancelliere è l’erasmiano De
conscribendis epistolis, edito in Italia per la prima volta nel 1524 a Venezia (e ivi
ristampato nel 1526 e nel 1528). È noto che in quegli anni la fortuna di Machiavelli
e quella di Erasmo corrono parallele – spesso intrecciandosi e sovrapponendosi –
negli ambienti italiani favorevoli alla Riforma: cfr. L. Perini, Gli eretici italiani
del ’500 e Machiavelli, «Studi storici», 10/1969, pp. 877-918: 880-83; S. Seidel
Menchi, Sulla fortuna di Erasmo in Italia. Ortensio Lando e gli altri eterodossi del-
la prima metà del Cinquecento, «Rivista storica svizzera», 24/1974, pp. 537-627:
556-57; L. D’Ascia, Erasmo e l’Umanesimo romano, Olschki, Firenze 1991, p. 8.
50 C. Dionisotti, Machiavellerie, cit., p. 153.
51 L. Alamanni, Satire, a cura di R. Perri, Cesati, Firenze 2013, pp. 100-102.
40 Machiavelli Cinquecento

L’«aureo libro moral», alla cui assidua consultazione da parte dei gover-
nanti si imputano la rovina e la servitù dell’Italia, dovrebbe essere in effetti
antifrastico e sarcastico riferimento al Principe, come conferma il chiaro
accenno al suo cap. XVIII (Quomodo fides a principibus sit servanda); del
resto l’Alamanni, al pari del Brucioli52, era un esule antimediceo e un ex
amico oricellario di Machiavelli, rimasto deluso, come lui, dall’avvicina-
mento di Niccolò ai Medici e dalla sua decisione di promuovere un’ampia
circolazione del Principe negli anni ’20, così “tradendo” il proprio credo
repubblicano. Ma qui conta, e molto, la cronologia: Dionisotti assegnava
questa satira al 1532 (anno di stampa delle alamanniane Opere toscane),
ma essa già si trova, con altre, in un manoscritto copiato ad Avignone nel
1528, e vari indizi interni spingono ad assegnarne la stesura al 1525-26 o,
al più tardi, al 152753.
Ciò è della massima importanza: l’Alamanni, è vero, potrebbe qui parla-
re almeno in qualche misura per iperbole, mosso dallo sdegno polemico nei
confronti dei regnanti del suo tempo, tanto corrotti da sembrargli compiute
incarnazioni del “principe” machiavelliano; ma i suoi versi sono prova, in
ogni caso, della vasta diffusione italiana dell’opuscolo a partire dal 1520,
ben a monte delle prime stampe. Tuttavia, come anche accade nel Brucioli,
la damnatio di Machiavelli non impedisce a Luigi di servirsi, senza no-
minarlo, degli scritti dell’ex amico: infatti, nei versi appena citati risuona
una chiara eco del capitolo Dell’ingratitudine54, e nell’Orazione al popol
fiorentino sopra la militar disciplina (pronunciata nel 1529 in una Firen-
ze nuovamente ricostituitasi come repubblica) si sorprendono memorie sia
dei Discorsi che, nientemeno, dell’ultimo capitolo del Principe55. Appena
due anni dopo, tramontata quell’ultima, effimera esperienza repubblicana,
le opere maggiori di Machiavelli potranno finalmente essere stampate, con
tutti i crismi e tutti gli onori, nella Roma di Clemente VII e in una Firenze
definitivamente tornata medicea e principesca. Si realizzò in tal modo una

52 Cui l’Alamanni dedica non a caso la sua satira III (ivi, pp. 111-25). Da parte sua,
il Brucioli concede largo e privilegiato spazio nei suoi Dialogi all’amico Luigi
(Dionisotti, Machiavellerie, cit., pp. 222-23).
53 R. Perri, cappello introduttivo alla satira II, in Alamanni, Satire, cit., pp. 95-97.
54 Se ne veda il v. 2 («pel dente della Invidia che mi morde»: N. Machiavelli, Scritti
in poesia e in prosa, a cura di A. Corsaro et alii, Salerno Editrice, Roma 2012,
p. 91; l’ed. dei Capitoli è curata da N. Marcelli), confrontandolo col v. 23 della
satira. A monte sia di Machiavelli che dell’Alamanni sta qui Orazio, Carm. IV, 3,
16: «Et iam dente minus mordeor invido».
55 L. Pieraccini, Alcuni aspetti della fortuna di Machiavelli a Firenze nel secolo
XVI, «Studi e ricerche dell’Istituto di storia della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell’Università degli studi di Firenze», 1/1981, pp. 220-70, alle pp. 224-26.
F. Bausi - «L’aureo libro moral». Circolazione e fortuna del Principe 41

sorta di infausta quadratura del cerchio, che rese facile a molti presentare il
povero Niccolò non solo come luciferino teorico della tirannide e dell’im-
moralità politica, ma anche come precettore e collaboratore dei tiranni del-
la sua patria. Supremo, postumo paradosso, per quel Principe cui il suo
autore aveva a lungo affidato le migliori speranze di riscatto per sé stesso
e per l’Italia intera.