Sei sulla pagina 1di 11

Letteratura italiana

HOME PERCORSI AUTORI OPERE TESTI SCHEDE VIDEO

Niccolò Machiavelli (Firenze, 1469 - ivi, 1527) è stato il principale prosatore e scrittore politico del Cinquecento, nonché uomo politico
e funzionario di Stato prima al servizio della Repubblica di Firenze e poi dei Medici, nel tentativo (non sempre riuscito) di trasformare
l'esperienza accumulata sul campo in opere letterarie di pubblica utilità, a cominciare dal Principe che è il trattato politico più
importante del Rinascimento e della letteratura italiana in genere. Machiavelli è stato il fondatore della politica come scienza e il primo
autore a separare nettamente la sfera dell'agire pubblico da quella della morale e della religione, in modo talmente esplicito da attirare
su di sé varie critiche e la condanna postuma della Chiesa. Importanti anche le sue opere storiche, i suoi trattati militari e gli scritti
letterari in senso stretto, tra cui spiccano la commedia Mandragola e la Novella di Belfagor arcidiavolo, in cui riprende la tradizione
comica della letteratura volgare. Immensa è stata la sua influenza sul pensiero politico occidentale e la sua opera (primo caso di uno
scrittore del XVI sec.) ha avuto una risonanza europea, venendo in seguito rielaborata e talvolta distorta da più di un pensatore nel
periodo della Controriforma.

Biografia

La formazione e la prima attività politica

Niccolò Machiavelli nacque a Firenze il 3 maggio 1469, figlio di un Bernardo di Niccolò di Buoninsegna,
dottore in legge di modesta condizione economica, e di Bartolomea de' Nelli. Della sua prima formazione
siamo poco informati, ma sembra che studiasse grammatica e latino allo Studio della città (non è certo che
imparasse anche il greco) e di certo studiò autori classici del calibro di Tito Livio e Lucrezio, destinati a
influenzare profondamente il suo pensiero filosofico e politico. Nel 1498, dopo che Savonarola venne
giustiziato, entrò nella vita politica della Repubblica fiorentina (i Medici erano stati rovesciati nel 1494) e
ricoprì vari incarichi diplomatici, svolgendo missioni in Francia nel 1501-1502 e presso Cesare Borgia, il
famoso duca Valentino, nel biennio successivo; l'osservazione diretta del governo di questi stati avrebbe in
seguito stimolato la sua riflessione sull'agire politico dei sovrani, specie nel caso del Valentino protagonista di
alcune famose pagine del Principe e presentato quale modello, in positivo e in negativo, di uomo politico
capace di costruirsi la propria fortuna. Nel 1501 aveva sposato Marietta Corsini, dalla quale ebbe numerosi
Pier Soderini (ritr. XVI sec.) figli.
Dopo il 1502 divenne il principale collaboratore di Pier Soderini, eletto gonfaloniere perpetuo della
Repubblica il 20 settembre di quell'anno e col quale Machiavelli ebbe un rapporto di solida amicizia, pur non
lesinandogli critiche; fu in seguito soprannominato "segretario fiorentino", proprio per la sua vicinanza al Soderini e la sua influenza
sulla politica della Repubblica. Tra il 1505 e il 1506 lavorò al progetto di creazione di un esercito cittadino da sostituire alle
soldatesche mercenarie, da lui ritenute non affidabili, e vennero arruolati 5000 uomini nelle campagne di Firenze, al cui comando venne
chiamato (non senza polemiche) il capitano di ventura Miguel Corella, il famigerato "Micheletto" già al soldo del Valentino e suo
implacabile carnefice. Svolse altre importanti missioni diplomatiche e scrisse alcune relazioni politiche sui suoi viaggi all'esterno, specie i
due Ritratti sulla Francia e sulla Germania (1510-1512).

Il ritorno dei Medici e il confino all'Albergaccio

Nel settembre 1512 i Medici rientrarono a Firenze in seguito all'intervento delle


armi spagnole e Machiavelli venne allontanato dalla vita pubblica in quanto
troppo compromesso con l'attività della Repubblica: la sua situazione divenne
critica nel febbraio del 1513, quando venne sospettato di aver preso parte alla
congiura anti-medicea ordita da Agostino Capponi e Pierpaolo Boscoli e fu
arrestato, venendo anche sottoposto al supplizio della corda (non ci sono
conferme di un suo effettivo coinvolgimento nella cospirazione). Fatto sta che
venne rilasciato poco dopo e confinato in una sua proprietà presso S. Casciano,
l'Albergaccio, dove fu costretto a una sorta di ritiro forzato durante il quale si
diede agli studi e scrisse il Principe, come lui stesso ci informa nella famosa
lettera a Francesco Vettori del 10 dic. 1513. In questa fase lo scrittore si
rammaricava di essere stato estromesso dalla vita pubblica e la composizione
del trattato doveva dimostrare ai Medici la sua esperienza maturata al servizio
della Repubblica, sperando di rientrare nella loro orbita e di ottenere un nuovo
incarico. Godeva comunque di una discreta libertà di movimento e a partire dal
1516-1517 iniziò a frequentare gli Orti Oricellari, una sorta di circolo politico-
culturale che si raccoglieva intorno alla figura di Cosimo Rucellai ed era
tollerato dai Medici, benché fosse di simpatie vagamente filo-repubblicane. Fu
in questo contesto che scrisse i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, l'altra
grande opera politica dedicata proprio alle repubbliche e dedicata al Rucellai e a
Zanobi Buondelmonti; nello stesso periodo scrisse anche il dialogo Dell'arte
della guerra (1519) e forse la commedia La mandragola, che riflette un La villa dell'Albergaccio, a S. Casciano
interesse per il teatro non marginale in Machiavelli (una seconda commedia,
intitolata Clizia, verrà composta nel 1525). I trattati politico-militari avevano lo stesso fine del Principe, ovvero accreditarsi presso i
Medici che continuavano a tenerlo ai margini della vita politica cittadina.

L'impegno degli ultimi anni

La morte di Lorenzo de' Medici nel 1519 attenuò la diffidenza della famiglia nei confronti
di Machiavelli e l'anno seguente poté riavvicinarsi a loro ottenendo i primi incarichi
diplomatici, che comunque erano di scarsa importanza rispetto al servizio prestato alla
Repubblica (in questo periodo scrisse, tra l'altro, la Vita di Castruccio Castracani). In seguito
gli fu commissionata la composizione delle Istorie fiorentine, un'opera storiografica il cui
fine era nobilitare le origini della città e celebrare la famiglia Medici, che lo scrittore
completò nel 1525 presentandola ufficialmente a papa Clemente VII (il cardinale Giulio de'
Medici). Nel 1526 diventò provveditore dei Procuratori alle mura nell'ambito della guerra
ormai imminente tra la Lega di Cognac, cui Firenze aveva aderito, e l'imperatore Carlo V,
incarico militare di una certa importanza conferitogli anche per la sua precedente esperienza
con la Repubblica: collaborò con l'amico Francesco Guicciardini per organizzare le forze
della Lega, tuttavia i lanzichenecchi scesero in Italia in novembre scontrandosi con Giovanni
dalle Bande Nere, che rimase ferito a morte, e giocarono d'anticipo portandosi a Roma, che
venne orribilmente saccheggiata il 6 maggio 1527. L'avvenimento fu traumatico ed ebbe
ripercussioni politiche immediate, tra cui il rovesciamento dei Medici a Firenze (17 maggio) e
il ritorno della Repubblica: Machiavelli, per la recente collaborazione con la Signoria e la
sua fama di ateo, venne osteggiato dai nuovi governanti di simpatie savonaroliane e rimase
nuovamente ai margini della vita pubblica. Le sue condizioni di salute peggiorarono
Il cenotafio di Machiavelli a S. Croce (Firenze) rapidamente ed egli morì il 21 giugno a Firenze, circondato da pochi amici tra cui Zanobi
Buondelmonti e Luigi Alamanni, venendo sepolto in S. Croce (dove tuttora riposa) il giorno
seguente; alla tomba di Machiavelli dedicherà versi famosissimi Ugo Foscolo nei Sepolcri, celebrando proprio i "grandi" italiani tumulati
nella chiesa monumentale fiorentina.

Un breve video di presentazione


della vita e dell'opera
di Niccolò Machiavelli
sul canale YouTube "Video Letteratura"

La modernità scandalosa di Machiavelli


Machiavelli è considerato il fondatore del pensiero politico moderno, in quanto è stato il primo scrittore in Europa a separare le regole
della prassi di governo da quelle della morale e ad affermare che il fine del capo di uno stato, sia esso una repubblica o una monarchia,
è di conservare il proprio dominio a qualunque prezzo, anche quello di compiere azioni giudicate delittuose secondo i normali parametri
etici. La politica viene da lui concepita come l'esercizio di un potere coercitivo di alcuni uomini su altri e da questo punto di vista la
sua idea di "stato" non potrebbe essere più lontana da quella dell'odierna democrazia, per cui anche il ricorso alla violenza da parte di
chi governa è perfettamente giustificato nella sua ottica (secondo la massima "il fine giustifica
i mezzi", mai scritta da Machiavelli ma che condensa in modo efficace la sua visione del
potere). Tale concezione non era una novità assoluta nell'età moderna e si rifaceva in fondo al
realismo politico della cultura di Roma antica, tuttavia lo scrittore fiorentino fu il primo a
mettere nero su bianco queste idee in modo crudo ed esplicito, senza cioè gli infingimenti e le
ipocrisie dei testi medievali come i regimina principum che descrivevano un monarca ideale e
pieno di virtù, e al contrario dando precetti pieni di robusta concretezza a un principe che
doveva essere pronto anche a imbrogliare e a uccidere pur di mantenersi saldamente sul
trono (un atteggiamento definito presto come "machiavellismo", in senso per lo più negativo
e di condanna). Queste idee non vengono espresse in un corpus coerente di scritti e
organizzate intorno a un sistema di pensiero definito a priori, ma vengono messe insieme
poco alla volta sulla base dell'esperienza e dell'osservazione politica dell'autore, tanto dei fatti
moderni (che lui aveva conosciuto direttamente durante i suoi viaggi diplomatici e in qualità di
funzionario della Repubblica), quanto degli esempi forniti dagli storici antichi, specie Tito
Livio che lui lesse e studiò con enorme interesse e la cui opera fu al centro dei Discorsi, l'altro
grande trattato storico-politico dopo il Principe. Questo continuo raffronto tra antichi e
moderni costituisce la base di tutta la sua riflessione politica e ne rappresenta in parte anche il
limite, dal momento che Machiavelli sottovaluta la portata di alcuni elementi del mondo
moderno tra cui, molto importante, lo sviluppo delle armi da fuoco e delle artiglierie,
continuando ad avere una visione troppo tradizionale del confronto militare; ciò non gli
impedisce di avere una visione lucida degli eventi storici che avevano segnato in negativo i
primi decenni del XVI sec. in Italia e di maturare una chiara coscienza della crisi del nostro N. Machiavelli (ritr. di S. di Tito, XVI sec.)
paese, che egli attribuiva soprattutto a cause militari come il ricorso alle milizie mercenarie
giudicate insufficienti a contrastare la potenza degli eserciti stranieri, specie quelli francesi e svizzeri. Lo scrittore ha anche chiaro che la
frammentazione politica dell'Italia costituiva il primo ostacolo a una seria opposizione alle ingerenze straniere e auspica un movimento
di ribellione guidato dalla casa dei Medici in grado di restituire alla Penisola il suo antico prestigio, benché tale posizione appaia al
limite dell'utopia (è il contenuto dell'esortazione finale ai Medici nell'ultimo capitolo del Principe, in cui si avverte il forte fastidio per il
"barbaro dominio" che è alla radice secondo l'autore del declino politico dell'Italia).
In generale il pensiero di Machiavelli è costituito da un profondo pessimismo, che giudica negativamente la natura degli uomini (che
sono per lo più egoisti, rapaci, interessati solo al proprio utile) e considera lo "stato" come l'unico compromesso possibile tra la volontà
di dominio dei "grandi" e quella del "popolo" che non vuol essere oppresso, che ha come sola alternativa l'anarchia e il disordine sociale
(l'autore rielabora la teoria dello storico greco Polibio, secondo il quale dalla monarchia si passa all'oligarchia e poi al dominio confuso
della massa, da evitarsi assolutamente). Da qui la concezione della storia come perenne conflitto, sia tra gruppi sociali dagli interessi
contrastanti (patrizi e plebei nell'antica Roma, magnati e popolani nella Firenze del XIV-XV sec.), sia tra stati in lotta tra loro per il
potere, per cui l'arte politica diventa guerra per la sopravvivenza che impone al sovrano di agire in modo cinico e spietato per
sopraffare i suoi nemici, dai quali non può aspettarsi gesti di pietà o cortesia. Lo scrittore rielabora anche la stessa concezione della
"fortuna", che non viene più vista quale espressione della volontà divina ma come il capriccio del caso (in modo simile a quanto già
espresso da Boccaccio), non tale però da dominare tutte le vicende umane e contro la quale è possibile opporre la "virtù", l'insieme
delle qualità che gli uomini e soprattutto i governanti devono possedere per raggiungere i propri scopi. Tra i mezzi per dominare le
masse Machiavelli individua anche la religione, da lui vista classicamente come instrumentum regni (il riferimento è ovviamente al
paganesimo dell'antica Roma, religione di stato e dal valore politico) e insieme di norme il cui fine è tenere insieme la società
suggerendo implicitamente l'obbedienza a un'autorità superiore, per cui il Cristianesimo delle origini avrebbe contribuito a dissolvere la
compattezza dell'Impero Romano. Quest'ultimo aspetto delle sue teorie contribuì non poco alla condanna morale dello scrittore da parte
della Chiesa e della cultura in genere nell'età della Controriforma e spiega il vivace dibattito critico che dopo la sua morte si aprì sul
valore della sua opera, che vide ammiratori e detrattori portando anche a interpretazioni distorte del suo pensiero (per un più
dettagliato esame della fortuna di Machiavelli dopo il XVI sec. si veda oltre).

Gli scritti politici minori


Machiavelli accompagnò subito la sua azione politica al servizio della Repubblica con la
composizione di alcuni trattatelli in cui descriveva fatti politici rilevanti dell'Italia del tempo e
degli Stati stranieri da lui visitati in occasione di importanti missioni diplomatiche, scritti
"minori" che tuttavia già rivelano i capisaldi del suo pensiero che avrebbe successivamente
espresso nei capolavori della maturità (Principe e Discorsi, soprattutto). Tra queste operette
giovanili spicca anzitutto la Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare
Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini (1503), in cui
l'autore analizza in modo lucido la strategia usata da Cesare Borgia per eliminare i suoi
nemici che aveva attirato in un mortale agguato a Senigallia, mostrando già quella concezione
del potere come lotta per la sopravvivenza poi elaborata nel Principe (in cui il Valentino ha
grande spazio quale modello di "principe nuovo", in positivo e negativo). Interessante anche il
Discorso dell'ordinare lo stato di Firenze alle armi (1506), un trattatello di argomento militare
in cui illustra la necessità di arruolare i soldati nel contado per formare un esercito di cittadini
anziché usare le milizie mercenarie, da lui considerate inaffidabili e poco atte alla guerra (le
stesse idee verranno riprese anche nelle opere principali). Risalgono sempre agli anni del
servizio alla Repubblica il Ritratto delle cose di Francia (1510) e il Ritratto delle cose della
Magna (1512), due relazioni svolte sui viaggi diplomatici che Machiavelli aveva fatto in
Cesare Borgia (ritr. XVI sec.)
Francia, presso Luigi XII, e in Tirolo presso l'imperatore Massimiliano I ("Magna" sta per
Germania), in cui espone interessanti osservazioni circa l'organizzazione politica e militare di
quegli stati da lui presi in parte a modello e usati per analizzare le cause della crisi italiana di quegli anni. Nel periodo della forzata
inattività politica scrisse invece la Vita di Castruccio Castracani da Lucca, una sorta di biografia di stampo classicheggiante dedicata al
condottiero ghibellino del Trecento di cui vengono analizzate le gesta e che viene presentato come un "principe ideale", anche se meno
spietato del Valentino; l'autore concepisce l'opera più come racconto letterario che non come trattato storico e non si preoccupa
troppo dell'aderenza ai fatti reali o dell'adeguatezza delle fonti, difetto riscontrabile anche nelle opere storiche più importanti (sul punto
si veda oltre). Da citare anche i cosiddetti Ghiribizzi al Soderino, una specie di epistola che Machiavelli scrisse nel 1506 in risposta a
Giovan Battista Soderini (probabilmente mai inviata) in cui commenta la resa inaspettata del signore perugino Giampaolo Baglioni alle
truppe male armate di papa Giulio II e dove conclude che solo il felice "riscontro" fra il "modo di procedere" degli uomini e la "qualità
dei tempi" in cui ci si trova a operare consente la vittoria, argomentazioni che poi si ritrovano nel cap. XXV del Principe sulla fortuna.

L'epistolario
Dell'autore ci sono giunte circa una settantina di lettere private, indirizzate per lo più a
conoscenti e amici e non concepite come testi letterari da destinare alla pubblicazione, perciò
prive di elaborazione retorica e scritte con un linguaggio immediato e ricco di espressioni popolari.
L'epistolario è un documento spesso prezioso per apprendere elementi relativi alla vita di
Machiavelli e ai suoi rapporti con altri esponenti del potere di quegli anni, nonché per approfondire
parti essenziali del suo pensiero politico ulteriormente espresse nelle opere del periodo maturo
(associabili alle lettere sono i già citati Ghiribizzi al Soderino, sorta di epistola in risposta a Giovan
Battista Soderini per cui si veda sopra). Tra le epistole più interessanti vi sono quelle di
corrispondenza con l'amico e collaboratore politico Guicciardini, anche lui scrittore e spesso in
polemica con le idee di Machiavelli su vari argomenti (► AUTORE: Francesco Guicciardini), e
soprattutto quelle indirizzate a Francesco Vettori, l'ambasciatore fiorentino dei Medici presso la
sede pontificia a Roma cui Machiavelli si rivolge spesso nella speranza di un riavvicinamento alla
famiglia signorile dopo il suo allontanamento della vita pubblica. Particolarmente importante la
famosa lettera al Vettori del 10 dic. 1513, in cui Machiavelli descrive all'amico la noia della sua
vita ritirata all'Albergaccio (dove è costretto a occuparsi dell'amministrazione del podere) e la
consolazione che prova la sera quando si chiude nel suo studio a leggere le opere dei grandi autori
del passato, che gli consentono virtualmente di essere accolto nelle corti "delli antiqui huomini"; N. Machiavelli (ritr. tardo XVI sec.)
nella missiva l'autore dà notizia dell'avvenuta composizione del Principe, da lui presentato come
un "opuscolo" indirizzato ai Medici e finalizzato ad accreditarlo come esperto di cose politiche, nella speranza di ricevere un incarico
significativo da parte loro (► VAI AL TESTO). La lettera è interessante soprattutto in quanto mostra l'ansia di Machiavelli di tornare alla
vita politica attiva dopo l'allontanamento forzato in seguito ai fatti del 1513, nonché il suo particolare rapporto con i detentori del potere
rispetto ai quali egli non fa molte distinzioni (era stato al servizio della Repubblica, ora si offre a quello dei Medici) e il suo
temperamento di uomo dedito principalmente all'azione, sempre affiancata alla speculazione teorica contenuta negli scritti letterari.
L'epistolario in generale ci mostra un personaggio poco amante della vita ritirata e smanioso di mettersi in gioco operando per il
vantaggio della propria città, mostrandosi un uomo del Rinascimento in parte diverso dall'Ariosto quale emerge soprattutto dalle
Satire, in cui agogna una vita semplice fatta di piaceri modesti (posizione comunque molto manierata e da non prendere alla lettera; ►
AUTORE: Ludovico Ariosto; ► TESTO: La felicità delle piccole cose).

Il capolavoro della trattatistica politica: il Principe


Considerato di gran lunga il capolavoro di Machiavelli e di tutta la trattatistica del Cinquecento, il Principe non è tuttavia un'opera cui
l'autore abbia dedicato gran parte della sua vita, avendola anzi concepita come un modesto "opuscolo" durante il soggiorno forzato
all'Albergaccio per dimostrare la propria competenza politica ai Medici, dai quali sperava di ottenere un incarico pubblico (date le
ridotte dimensioni del libro, è probabile che la definizione dell'autore contenuta nella famosa lettera al Vettori non sia dettata da falsa
modestia). Machiavelli scrisse il trattato nel giro di pochi mesi durante il 1513 e probabilmente lo ritoccò in parte più avanti, come
dimostra il fatto che all'inizio pensasse di dedicarlo a Giuliano de' Medici e in seguito la lettera dedicatoria fu indirizzata a Lorenzo di
Piero de' Medici, poiché il primo era morto nel 1516; l'opera circolò nei primi anni in forma manoscritta
e venne stampata postuma nel 1532, con un titolo che forse non è quello pensato dal suo autore.
Nonostante tutto il Principe (cui è dedicata un'apposita sezione del sito, cui si rimanda per ulteriori
dettagli) ebbe un'enorme diffusione anche fuori dall'Italia e suscitò "scandalo" per il ritratto cinico e
spietato del potere politico che tratteggia, specie per l'affermazione, inaudita all'epoca, che le regole
della politica e quelle della morale sono del tutto separate e che il sovrano deve dare l'impressione di
avere tutta una serie di qualità positive (come essere fedele, generoso, clemente...), ma in realtà deve
comportarsi in modo diverso ed essere infedele, bugiardo, spietato, a seconda delle necessità. Il trattato
venne tradotto in molte lingue ed ebbe una discreta circolazione in Europa, dove suscitò un vivace
dibattito critico e riscosse reazioni molto diverse, con alcuni intellettuali che elogiarono la sincerità delle
affermazioni contenute nell'opera e altri che invece condannarono Machiavelli come una specie di genio
malefico, ispiratore di cattivi insegnamenti ai sovrani assoluti (da cui l'atteggiamento detto
"antimachiavellismo", per cui si veda oltre). La Chiesa in particolare pose quasi subito l'opera
all'Indice (nel 1559) e per molti secoli il Principe fu sottoposto a interpretazioni distorte e fuorvianti
anche da parte di importanti scrittori, per cui non è esagerato affermare che il libro è di gran lunga il più
discusso e controverso dell'intera letteratura italiana, fonte ancora oggi di giudizi contrastanti fra gli
Il "Principe", frontesp. dell'ediz. studiosi. Dal punto di vista stilistico l'autore sceglie una forma essenziale, priva di orpelli retorici e
1584
abbellimenti (se ne scusa nella lettera a Lorenzo de' Medici, dicendo che il contenuto deve prevalere
sulla forma) e la lingua usata è il fiorentino del tempo dell'autore, secondo la proposta da lui stesso
avanzata nel Discorso intorno alla nostra lingua e risultata poi perdente contro quella di Bembo (► PERCORSO: Il Rinascimento).
Particolarmente significativo è il procedere rigoroso e logico dello scrittore nelle sue argomentazioni, in cui spesso ricorre a un
ragionamento di tipo dicotomico (come nel cap. iniziale: "Tutti gli stati, tutti e’ dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra gli
uomini, sono stati e sono o republiche o principati"), conformemente alla sua volontà di analizzare la "verità effettuale" e non la
"imaginazione di essa", quindi l'obiettivo è di descrivere la realtà storica quale egli ha osservato sui libri e nel mondo senza delineare
uno stato utopico, inesistente nella società degli uomini. Da rilevare ancora che il Principe si qualifica in un certo senso come un trattato
di comportamento, non molto diversamente dal Cortegiano del Castiglione, dal momento che l'autore si rivolge idealmente a un
principe (che potrà essere Lorenzo de' Medici, ma anche un qualunque altro sovrano) e gli fornisce precetti sul modo migliore di
governare e di mantenersi saldo al potere, con un linguaggio spesso crudo e privo di infingimenti retorici o ipocrisie. Grande attenzione
è infine tributata al problema delle milizie mercenarie, fonte secondo Machiavelli della crisi politica dell'Italia nel XVI sec. e da
sostituire con milizie cittadine guidate dal principe in persona, benché in questo Machiavelli dimostri alcuni limiti nella sua capacità di
interpretare i cambiamenti sociali e politici della sua epoca, specie l'evoluzione delle armi da fuoco e delle artiglierie.

Per approfondire: ► OPERA: Il principe

I Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio


L'altro grande trattato di argomento storico-politico di Machiavelli nacque negli anni intorno al 1516-17, quando lo scrittore
(terminato il confino all'Albergaccio) frequentava i giardini di Palazzo Rucellai a Firenze, i cosiddetti "Orti Oricellari" dove un circolo di
intellettuali si raccoglieva intorno a Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti e coltivava malcelate simpatie repubblicane: l'opera si
intitola Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e si configura come una serie di riflessioni sui primi dieci volumi degli Ab Urbe condita
libri del grande storico latino, che l'autore del Principe aveva letto con interesse e che cita indirettamente in molte altre opere. Il
trattato, diviso in tre libri, non ha la struttura salda e unitaria del Principe e presenta una serie di divagazioni dedicate al tema delle
repubbliche, così come la precedente opera si occupava delle monarchie; costante è il raffronto tra gli Stati moderni e l'esempio
dell'antica Roma, orientamento che porta l'autore a più di una forzatura e che sarà oggetto di critiche da parte dell'amico Guicciardini,
che scriverà anche un'operetta (le Considerazioni intorno ai "Discorsi" del Machiavelli) con la quale
confuterà molte delle opinioni espresse da Machiavelli nel suo testo (► AUTORE: Francesco
Guicciardini).
Nonostante il carattere per lo più disorganico, i Discorsi affrontano comunque alcuni nuclei tematici
in cui si ritrovano molti capisaldi del pensiero dell'autore, ovvero la politica interna e l'organizzazione
delle repubbliche (I libro), la politica estera e militare (II libro), l'analisi di alcune figure di grandi
personaggi dell'antica Roma (III libro). Riguardo alla politica interna Machiavelli analizza le
dinamiche sociali dell'antica repubblica romana e individua il conflitto fondamentale tra patrizi e
plebei, da lui paragonato a quello tra aristocrazia e popolo minuto nella Firenze del XIV-XV sec. e che
fu risolto a Roma con una redistribuzione dei poteri che fu causa di progresso per lo Stato; nel
conflitto tra nobili e popolo afferma che il secondo non vuol essere oppresso, quindi è difficile per un
sovrano regnare senza l'appoggio popolare, per cui viene respinta l'idea di una monarchia assoluta
(è lo stesso concetto espresso in alcuni capitoli del Principe). Fondamentale per lui anche il ruolo
della religione a Roma, dove essa era vista come vincolo politico e civile, dunque come efficace
instrumentum regni, laddove nel mondo medievale il Cristianesimo allentò la coesione sociale dei
Romani e fu la radice prima dello sfaldarsi dell'Impero (► TESTO: Religione e politica); la religione
deve poi affiancarsi all'attività legislativa, poiché solo la legge può garantire l'ordine sociale ed
evitare lo scivolamento nell'anarchia (egli cita le figure di Romolo e Numa Pompilio come legislatori
d'eccezione).
Riguardo alla politica estera la sua attenzione va alle conquiste degli antichi Romani e in particolare
all'organizzazione del loro esercito, che in età repubblicana era formato da cittadini-soldati e
capeggiato da funzionari dello Stato: è evidente che tale modello militare viene esaltato contro quello Statua di N. Machiavelli agli Uffizi
delle soldatesche mercenarie del mondo moderno, che lui critica in quanto le considera inaffidabili e
causa prima del declino politico dell'Italia del Cinquecento (la visione è comunque viziata da errori di valutazione, a cominciare dal
paragone tra la Roma antica, città piccola e poco popolata, e gli Stati moderni assai più grandi e in cui il modello romano è del tutto
inapplicabile). Grande attenzione è riservata al rapporto virtù-fortuna, ripreso anche nel cap. XXV del Principe, con l'affermare che le
conquiste di Roma furono dovute più alle virtù militari di consoli e soldati che non al caso e tale tema si collega anche al contenuto del
terzo libro, in cui vengono esaminate alcune importanti figure di personaggi romani (Furio Camillo, i Fabi, Attilio Regolo...) additati
come modelli da imitare da parte dei moderni (► TESTI: L'importanza delle artiglierie; I condottieri e la fortuna). Interessante anche la
riflessione circa le teorie dello storico greco Polibio (vissuto a Roma nel II sec. a.C.) e già oggetto di trattazione da parte di Cicerone,
secondo il quale uno Stato può assumere la forma di monarchia, aristocrazia o democrazia (intesa come repubblica popolare), ma è
destinato a degenerare in tirannide, oligarchia, oclocrazia (dominio della massa), per cui un buon compromesso è proprio la Repubblica
di Roma che compendiava tutti e tre i poteri, quello monarchico dei consoli, quello aristocratico del senato, quello popolare dei comizi (►
TESTO: L'evoluzione degli Stati). È evidente che Machiavelli estende tale considerazione al mondo moderno, in particolare al caso di
Firenze che aveva sperimentato sia la forma repubblicana che quella monarchica sotto i Medici e l'autore sembra propendere per la
prima, ovvero per un regime in cui il potere del popolo è bilanciato dall'azione correttiva dell'aristocrazia (non c'è dubbio che tale
orientamento sia stato influenzato almeno in parte dalle discussioni degli Orti Oricellari, in cui come detto si radunavano intellettuali di
simpatie repubblicane tollerati dai Medici). Il trattato, stampato postumo nel 1531, è dedicato a Cosimo Rucellai e Zanobi
Buondelmonti.

I dialoghi Dell'arte della guerra


Machiavelli dedicò al problema delle milizie e della guerra molte pagine delle sue opere principali e nel 1519-20 scrisse un trattato
centrato proprio su questo argomento intitolato De re militari e noto anche come dialogo (o discorso) Dell'arte della guerra, strutturato
in 7 libri e in forma di dialogo come i principali trattati del Rinascimento: l'autore immagina che vari interlocutori reali (tra cui il nobile
condottiero Fabrizio Colonna, protagonista e portavoce delle sue tesi, Cosimo Rucellai e Zanobi Buondelmonti) discutano di vari
aspetti delle tecniche con cui combattere le guerre e contrappongano vari pareri, sul modello del dialogo ciceroniano assai imitato nel
Cinquecento (l'autore immagina che la discussione avvenga nel 1516 presso gli Orti Oricellari, l'ambiente in cui erano nati anche i
Discorsi). Machiavelli si ispira in modo evidente alle descrizioni della
storiografia di Livio già commentata nei Discorsi e l'idea di fondo è la
condanna delle soldatesche mercenarie, inadatte per lui a difendere
efficacemente uno Stato, mentre l'esercito deve essere formato da
cittadini-soldati arruolati direttamente tra la popolazione come lui stesso
aveva cercato di fare a Firenze qualche anno prima. Tali tesi sono
sostenute con passione da Fabrizio, l'interlocutore principale del dialogo, e
si rifanno in modo trasparente alla descrizione dell'antica Repubblica di
Roma contenuta nell'opera di Tito Livio in cui l'esercito era appunto
formato da cittadini comandati da consoli, dunque con una compattezza
che secondo l'autore consentì ai Romani di compiere impressionanti
conquiste (idee analoghe sono espresse anche in vari altri scritti, inclusi i
capp. XII-XIV del Principe). L'opera è interessante in quanto mostra il
grande interesse dell'autore per le questioni relative all'organizzazione
degli eserciti che per lui dipendono non solo da aspetti tecnico-militari ma
soprattutto politici, poiché delle milizie efficienti consentono allo Stato di
La battaglia di Pavia del 1525 (anon. fiammingo XVI sec)
sopravvivere e di mantenersi saldo, mentre proprio la debolezza militare
dei primi anni del XVI sec. aveva causato il declino degli Stati italiani e la
discesa nel nostro Paese di eserciti stranieri, come quello francese,
spagnolo e svizzero. Da questo punto di vista, anzi, il protagonista Fabrizio Colonna rivolge un appassionato appello ai giovani italiani
affinché si impegnino per il riscatto morale e militare del Paese, con un atteggiamento "visionario" che ricorda molto il cap. finale del
Principe in cui l'autore invoca utopisticamente l'intervento dei Medici per restituire all'Italia la libertà dallo straniero (► TESTO: L'appello
finale di Fabrizio Colonna). Il trattato mostra ovviamente anche alcuni limiti e il principale fra essi è la sottovalutazione della portata
delle artiglierie e delle armi da fuoco nelle guerre del Cinquecento, che Machiavelli considera fondamentali solo nell'assedio delle città,
mentre per il resto pare ancora legato a una visione dei conflitti molto "antica" e più simile a quella mostrata da Livio nelle sue
narrazioni, ovviamente in un contesto storico-politico del tutto diverso da quello del Rinascimento (l'autore è peraltro consapevole del
declino della cavalleria negli eserciti del XVI sec., in modo analogo a quanto mostrato da Ariosto in varie parti della sua opera; ►
TESTO: Orlando e l'archibugio; ► SCHEDA: Armi da fuoco e cavalleria; ► CINEMA: Il mestiere delle armi).

Le Istorie fiorentine
Il riavvicinamento ai Medici avvenuto a partire dal 1519-20 vide Machiavelli ottenere
alcuni incarichi pubblici di scarsa importanza e il suo impegno nella composizione delle
Istorie fiorentine commissionate dalla famiglia signorile, allo scopo di nobilitare le origini
della città e accrescere il prestigio della casata: l'autore si dedicò all'opera tra il 1520 e il
1525, presentando ufficialmente il lavoro a Roma a papa Clemente VII, l'ex-cardinale
Giulio de' Medici (non c'è dubbio che lo scritto rientri nella letteratura di carattere
encomiastico del Rinascimento, anche se Machiavelli non era uno stipendiato della corte
medicea). Il trattato è diviso in 8 libri, di cui i primi quattro ricostruiscono la storia di
Firenze dal 476, anno della caduta dell'Impero Romano d'Occidente, sino al 1434, quando
Cosimo il Vecchio prese il potere in città, mentre i successivi quattro coprono il periodo che
va sino al 1492, anno della morte di Lorenzo il Magnifico (la trattazione dei libri V-VIII è
assai più dettagliata in quanto ha per oggetto il periodo storico più vicino all'autore, assai
più ricco di fonti rispetto a quello medievale e in parte conosciuto dallo stesso Machiavelli).
L'opera è un trattato storiografico che tuttavia non si pone come scopo principale la
ricostruzione del passato su basi "scientifiche" secondo i criteri moderni, ma piuttosto la
celebrazione della famiglia dei Medici e del suo successo nel porre fine alle lotte intestine
che avevano dilaniato Firenze nel XIII-XIV sec., all'epoca delle lotte tra Guelfi e Ghibellini e
poi tra Bianchi e Neri; l'autore opera un raffronto tra la storia di Firenze e quella dell'antica
Roma repubblicana, in cui il conflitto patrizi-plebei trovò una soluzione "istituzionale" che fu Clemente VII (ritr. di S. Del Piombo, 1531)
ragione di stabilità e progresso per la città (tesi sostenuta anche nei Discorsi), mentre nella
Firenze del XV sec. questo ruolo pacificatore sarebbe stato svolto proprio dai Medici. È ovvio che in questa personale rilettura della
storia fiorentina l'autore non si ponga troppi problemi di aderenza alla verità dei fatti, che vengono taciuti o distorti in maniera
disinvolta per arrivare a sostenere le proprie tesi, mentre scarsissimo è il ricorso alle fonti documentarie o di altro tipo a sostegno delle
affermazioni fatte, in ciò allineandosi alla tradizione storiografica del XIV-XV sec. che concepiva l'opera come narrazione di eventi e
personaggi del passato in forme letterarie, secondo il modello della letteratura classica (in parte diverso sarà l'atteggiamento di
Guicciardini nella Storia d'Italia; ► AUTORE: Francesco Guicciardini). Le Istorie vennero stampate postume nel 1532, come gran parte
delle opere di Machiavelli.

La produzione teatrale: la Mandragola


Machiavelli si dedicò anche alla composizione di commedie, benché tale attività fosse marginale
rispetto alla stesura delle opere storiche e politiche, e il suo testo teatrale più famoso è senza dubbio
la Mandragola, che divenne anche la commedia più nota e apprezzata dell'intero Cinquecento
italiano: non sappiamo precisamente quando la scrisse, ma alcuni indizi interni al testo permettono di
datarla al 1518, certamente prima della composizione dell'altra sua commedia meno nota (la Clizia,
per la quale si veda oltre). La commedia venne rappresentata proprio nel 1518 a corte, in occasione
dell'annuncio delle nozze di Lorenzo de' Medici con Maddalena de la Tour d'Auvergne, e più volte
replicata a Roma (alla presenza di papa Leone X e poi, forse, di Clemente VII), a Venezia e a
Modena, riscuotendo grande successo. Machiavelli si è rifatto a diversi modelli e si è ispirato
variamente sia alla letteratura antica (molti sono i riferimenti alle commedie di Plauto), sia al teatro
comico del Cinquecento (ad es. la Calandria del Bibbiena, specie per il tema della beffa ai danni di un
personaggio sciocco), ma anche alla novellistica del XIV sec., in particolare al Decameron di
Boccaccio (il protagonista, Nicia, sembra modellato sulla figura di Calandrino). L'opera è
interessante non solo riguardo allo sviluppo del teatro comico in età rinascimentale, ma soprattutto
per la visione del mondo e della società contemporanea che la commedia riflette e che presenta
molte analogie con quella presente nelle opere politiche, a cominciare dal Principe (Machiavelli
descrive un mondo pervaso dalla corruzione, in cui tutti sono pronti a ingannare il prossimo per
raggiungere i propri fini e dove prevale una visione pessimistica). La Mandragola è ambientata nella
Firenze dei tempi dell'autore ed è scritta in prosa, anche se i cinque atti sono chiusi da delle
Front. dell'opera (ediz. 1566)
canzoni in endecasillabi e settenari che esprimono il punto di vista dell'autore e, in qualche caso,
ammiccano ironicamente al pubblico. La lingua usata è il fiorentino popolare e contemporaneo, in accordo con le idee in proposito di
Machiavelli e per le quali si veda il successivo approfondimento.

La trama

Il dottore in legge Nicia, uomo molto ricco e altrettanto ingenuo, è sposato con la bellissima Lucrezia, donna più giovane di lui e dalla
quale lui vorrebbe figli che però non arrivano. Il giovane Callimaco, ricco borghese appena rientrato da Parigi, è perdutamente
innamorato di Lucrezia (► TESTO: L'amore di Callimaco) e pur di farla sua ricorre a un elaborato inganno: con l'aiuto dell'amico e
parassita Ligurio fa credere a Nicia che il solo rimedio alla presunta sterilità della moglie è farle bere una pozione ricavata dalla
mandragola, pianta dalle proprietà medicinali, per cui chi andrà a letto con lei subito dopo la renderà incinta ma assorbirà il veleno
dell'intruglio e morirà entro una settimana. Nicia viene dunque convinto a far bere la pozione a Lucrezia e a far sì che uno sconosciuto
abbia un rapporto con la donna, in modo che sia lui e non il marito a morire: ovviamente a infilarsi nel letto della moglie di Nicia sarà lo
stesso Callimaco, che in tal modo potrà soddisfare i suoi desideri amorosi. Bisogna tuttavia superare le resistenze di Lucrezia, donna
molto religiosa che non vuol tradire il marito, e si incaricano di questo fra Timoteo, il confessore della ragazza che esercita su di lei
pressioni e le fa credere che questo atto non sarà peccato, e la stessa madre di lei, Sostrata, ben contenta che la figlia possa avere un
figlio in seguito a questa tresca (► TESTO: Fra Timoteo e Lucrezia). Alla fine Lucrezia accetta a malincuore e Nicia, Ligurio e Timoteo
(travestito da Callimaco) rapiscono un giovane per strada che, in realtà, è Callimaco a sua volta camuffato e che viene poi portato nella
camera della donna. Qui Callimaco sente il bisogno di svelare il proprio amore a Lucrezia e le spiega tutto l'inganno, al che la donna non
solo approva pienamente quanto è accaduto, ma farà in modo che la relazione possa proseguire anche in futuro all'insaputa del marito,
che al termine della commedia risulta cornificato, beffato e derubato dei danari che ha dovuto pagare a fra Timoteo per indurlo a fare
da mezzano (► TESTO: Il finale della Mandragola).

I personaggi

Le figure che animano la vicenda sono in gran parte negative e riflettono vari aspetti critici della società del tempo di Machiavelli, che lo
scrittore mette alla berlina in modo abbastanza impietoso: il giovane Callimaco è il classico innamorato della commedia antica, tuttavia
la passione che egli nutre per Lucrezia finisce per consumarlo e lo spinge ad architettare un complicato inganno pur di farla sua, anche
se alla fine sente il bisogno di confessare alla giovane il suo amore anziché approfittare della situazione favorevole. Interessante il fatto
che egli si sia innamorato di Lucrezia al solo sentirne elogiare la bellezza, quand'era a Parigi, dunque la sua passione ha un'origine che
ricorda vagamente alcuni precedenti letterari, come l'amor de lonh del trovatore provenzale Jaufré Rudel (► PERCORSO: Le Origini; ►
TESTO: L'amore di Callimaco), mentre il nome grecizzante significa non a caso "colui che combatte per la bellezza". Callimaco è aiutato
da Ligurio, suo amico e parassita, che agisce in modo apparentemente disinteressato per il solo gusto di beffare lo sciocco Nicia, il
dottore in legge marito di Lucrezia: l'uomo è presentato come un ingenuo che crede a qualsiasi fandonia, modellato sul personaggio di
Calandrino delle novelle del Decameron e tuttavia pieno di boria per la sua scienza giuridica, che non lo preserva dall'essere ingannato
da Callimaco che si finge un medico e lo induce a credere al rimedio miracoloso della mandragola. Non meno negativa la figura di fra
Timoteo, il confessore di Lucrezia che appare ben poco religioso e molto attento al suo profitto personale, poiché accetta di fare
pressioni sulla ragazza in cambio di denaro e poi ricorre a pretesti cavillosi per convincere la moglie di Nicia del fatto che l'adulterio non
costituirebbe un peccato (► TEATRO: La Mandragola). Il frate è forse la figura più odiosa della commedia e quella in cui l'autore esercita
una critica corrosiva alla Chiesa, mostrando tra l'altro Timoteo come assai astuto e abile a capire i raggiri di Ligurio ai suoi danni (anche
il suo nome è "parlante" e significa "devoto a Dio", con ovvi risvolti ironici). Completa il quadro Sostrata, la madre di Lucrezia che
spinge a sua volta la figlia a compiere l'adulterio per il desiderio che lei abbia figli, più per motivi di decoro familiare e opportunità che
non per amore (il nome è quello della protagonista dell'Hecyra, la commedia latina di Terenzio). Fa eccezione a questo squallore la sola
Lucrezia, che si presenta come fanciulla timorata di Dio e fedele al marito, che a malincuore accetta di compiacerne i voleri e, quando
Callimaco le svela la verità, lo sceglie come proprio amante e decide di proseguire la relazione anche in seguito, mostrando una certa
iniziativa e capacità di sfruttare la situazione (alcuni studiosi l'hanno paragonata al principe delineato da Machiavelli nell'opera
principale, in quanto abile a cogliere la propria "fortuna").
Questo sito usa i cookie per personalizzare l'esperienza utente, analizzare l'utilizzo del sito e offrire promozioni su misura. Politica sui cookie Ricordami più tardi
Ricordami più tardi

Il rapporto con le fonti letterarie

Machiavelli si rifà ovviamente ai modelli della commedia antica, specie nel delineare una vicenda al cui centro vi è un amore
contrastato (quello di Callimaco per Lucrezia, senza speranza per la fedeltà della donna) e una beffa ai danni di un uomo ricco e
sciocco, per di più anziano e dunque inadatto all'amore secondo l'intreccio tipico delle opere di Plauto, anche se l'autore moderno
reinterpreta liberamente lo schema della commedia plautina e costruisce una trama più complessa che va al di là della contrapposizione
tra giovane innamorato, vecchio sciocco e servo astuto, in questo caso rappresentato
dal parassita Ligurio. I personaggi presentano una profondità sconosciuta ai tipi fissi
della commedia classica e riflettono varie sfaccettature della società fiorentina del
Cinquecento, con un certo pessimismo di fondo dato dal fatto che essi agiscono spinti
da un certo cinismo e dalla volontà di giungere ai propri scopi a qualunque costo,
inclusa la bella Lucrezia che alla fine ottiene il suo profitto di tipo sessuale (Callimaco
è preferito come amante al vecchio marito, evidentemente incapace di soddisfare
pienamente la donna). Alquanto complessa anche la figura di Nicia, presentato come
lo sciocco che è bersaglio di una beffa e modellato sul Calandrino del Decameron di
Boccaccio, nonché sul protagonista della Calandria del Bibbiena, ma dotato anch'egli
di una certa caparbietà e convinto da Ligurio a ricorrere al rimedio della mandragola
perché spinto dalla volontà di avere figli, per cui accetta anche la conseguenza di
provocare indirettamente la morte di un uomo e si irrita degli scrupoli di Lucrezia nel
sottomettersi ai suoi voleri. In questo Nicia appare assai più perfido di Calandrino,
Mosaico romano con attori comici (I sec. a.C.)
tutt'altro che onesto ma presentato da Boccaccio in una luce più positiva, anche se le
beffe ordite ai suoi danni erano la giusta punizione per i suoi difetti tra cui l'avarizia
(► TESTO: Calandrino e l'elitropia). Boccaccio è senz'altro fonte diretta per Machiavelli soprattutto nella critica feroce alla corruzione
della Chiesa, attraverso la figura di fra Timoteo che ricorda a sua volta celebri personaggi dei Decameron (specie frate Rinaldo che nella
novella VII, 3 seduce Agnese ricorrendo ad argomenti teologici capziosi) e che tuttavia presenta maggior cinismo e mancanza di
scrupoli, in accordo con l'atmosfera cupa e pessimistica che domina l'intera commedia. Significativo inoltre che la vicenda si concluda
con un convegno di tutti i personaggi proprio in chiesa, dove tra l'altro viene sancito il rapporto di "comparaggio" tra Nicia e Callimaco
e dove i protagonisti sono soddisfatti di quanto hanno ottenuto, violando in vario modo le regole morali (anzi, Nicia accoglie in casa il
suo rivale in amore gettando le basi della futura relazione adultera tra Callimaco e Lucrezia, che avverrà sotto il suo naso e con gli
auspici di fra Timoteo che è stato il vero deus ex machina dell'intero raggiro). L'opera di Machiavelli presenta dunque una maggiore
modernità e indipendenza dai modelli teatrali rispetto alle altre commedie del periodo, specie quelle di Ariosto (la Cassaria, i
Suppositi che risalgono al decennio precedente) che erano più aderenti allo schema plautino, e anticipando in parte la novità del teatro
comico di Pietro Aretino, le cui opere hanno ambientazione moderna e contengono numerosi riferimenti polemici alla società del XVI
sec., specie al corrotto ambiente della Curia romana.

Fortuna editoriale e rappresentazioni

Rappresentata una prima volta alla corte dei Medici nel 1518, l'anno in cui
probabilmente fu composta, la Mandragola fu più volte replicata con successo
e stampata nel 1518 da un tipografo anonimo col titolo Comedia di Callimaco
et di Lucretia, non riconosciuto dall'autore (solo nella terza edizione romana
del 1526 il titolo divenne quello originale). La commedia riscosse enorme
apprezzamento per tutto il Rinascimento e divenne il testo teatrale più
famoso in assoluto, destinato a fare da modello al teatro comico per la sua
vivacità e modernità e ad esercitare un notevole influsso soprattutto sulle
opere di Pietro Aretino, che mostrano una visione altrettanto sconsolata
della realtà sociale del tempo (sul punto si veda sopra; ► PERCORSO: Il
Rinascimento). La fortuna dell'opera di Machiavelli andò declinando nel tardo
Cinquecento e in età barocca parallelamente al tramonto della commedia
classica, quando nel teatro si impose la commedia dell'arte che presentava
intrecci stereotipati e si affidava all'improvvisazione degli attori. La riforma di
Goldoni riporterà in auge il genere comico, tuttavia i testi dell'autore
P. Leroy e R. Schiaffino in una scena del film di A. Lattuada veneziano rifletteranno i gusti e i problemi tipici della società borghese e
nobiliare del Settecento, per cui il modello di riferimento non potrà più essere
la commedia del XVI sec. e di Machiavelli, le cui opere, nel frattempo,
verranno sottoposte a un vaglio critico molto spesso fuorviante (sul punto si veda oltre).
In età moderna la Mandragola ha conosciuto moltissime rappresentazioni teatrali ed è stata oggetto anche di riduzioni
cinematografiche, tra le quali val la pena citare il film di Alberto Lattuada del 1965 che ne costituisce una rielaborazione in parte
libera e presenta nel cast attori di grande notorietà all'epoca, quali Philippe Leroy nel ruolo di Callimaco, Rosanna Schiaffino in quello di
Lucrezia, Totò nei panni di frate Timoteo (la pellicola ottenne un buon successo al botteghino, anche perché strizzava l'occhio al grande
pubblico con allusioni alla commedia popolare). Totalmente diversa la trasposizione televisiva proposta dalla RAI nel 1978 e affidata alla
regia di Roberto Guicciardini, assai più aderente al testo originale di cui riproduce fedelmente i dialoghi modernizzando la lingua in
minima parte, anche se l'azione scenica appare sacrificata e la rappresentazione è assai meno vivace di quanto l'autore aveva
probabilmente immaginato (il cast vede la partecipazione di attori quali Giuseppe Pambieri, Alfredo Bianchini, Duilio Del Prete; ►
TEATRO: La Mandragola).
Le opere letterarie minori
L'interesse di Machiavelli per il teatro trovò espressione anche nella traduzione dell'Andria di Terenzio
e nella stesura di una seconda commedia, la Clizia, scritta nel 1525 e rappresentata nello stesso
anno alla corte dei Medici dove fu apprezzata: la vicenda è modellata sulla Casina dell'autore latino
Plauto e narra dell'amore del vecchio Nicomaco per la giovane schiava Clizia, finito male a causa
della beffa ordita ai suoi danni dalla moglie Sofronia e da altri familiari (sembra che la trama sia in
parte autobiografica e alluda alla passione senile dell'autore per la cantante Barbara Raffacani
Salutati). La comicità della commedia è venata di malinconia e l'opera è senz'altro meno riuscita
della Mandragola, il capolavoro del teatro italiano del Cinquecento, anche per una maggiore aderenza
agli schemi della commedia classica e una conseguente minore vivacità rappresentativa.
Più interessante la Novella di Belfagor arcidiavolo, narrazione in prosa che risale forse al 1518 e
che faceva parte di un gruppo di racconti più ampio, purtroppo perduti: vi si racconta la storia di
Belfagor, un diavolo mandato sulla Terra da Plutone per verificare se le mogli siano insopportabili
come raccontano gli uomini, per cui il protagonista assume sembianze umane e si sposa con monna
Onesta, di cui si innamora realmente. La donna gli rende la vita impossibile, specie per le continue e
assillanti richieste di denaro, e la conclusione ironica è che Belfagor preferisce tornare all'Inferno e
sottoporsi al dominio di Plutone piuttosto che vivere sotto il giogo della moglie, a causa della quale si
era pesantemente indebitato (► TESTO: Belfagor arcidiavolo). La novella, ambientata nella Firenze
del XIII sec., si rifà al motivo della poesia comica del Due-Trecento e presenta una notevole
misoginia, che in parte deriva dalla precedente tradizione letteraria e in parte riflette forse un H. Memling, "L'inferno" (1485)
orientamento dello stesso autore, visibile qua e là anche nelle altre opere.
Nel 1525-26 Machiavelli progettò anche un ambizioso poema in terza rima intitolato L'asino, in cui intendeva esporre la propria visione
della vita: l'autore narra in prima persona di essersi trovato nel regno di Circe, dove un gruppo di animali incarnano metaforicamente
varie tipologie di uomo e in cui lui stesso si dovrebbe tramutare in asino, anche se il poemetto rimane interrotto prima che la
metamorfosi avvenga (abbastanza evidenti i richiami all'Odissea e almeno in parte al Corbaccio di Boccaccio, in cui l'autore del Trecento
diceva di essersi smarrito in un "porcile di Venere").

Il Discorso intorno alla nostra lingua


Si tratta di un breve testo in prosa scritto forse nel 1524 e la cui attribuzione è stata in passato
fortemente messa in dubbio dagli studiosi, soprattutto per ragioni di stile e per il tema estraneo agli
interessi dell'autore (la paternità dell'opera si appoggia unicamente a una testimonianza del figlio
dell'autore, Bernardo): Machiavelli sostiene la necessità di usare il fiorentino del Cinquecento come
lingua letteraria e dunque contrasta sia la proposta di Bembo nelle Prose sia quella opposta di Trissino,
secondo il quale occorreva costruire una lingua che unisse i volgari parlati nelle varie corti d'Italia. In
particolare l'autore del trattatello polemizza fortemente con Dante, poiché nel De vulgari eloquentia lo
scrittore fiorentino aveva criticato il proprio volgare teorizzando quello "illustre", posizione ripresa e
rilanciata da Trissino che aveva "riscoperto" il trattato latino; Machiavelli immagina un dialogo fittizio col
grande poeta, il quale alla fine riconosce il proprio errore e ammette di avere sbagliato a esprimere un
giudizio così severo (non va scordato, del resto, che la base linguistica della Commedia era proprio il
volgare fiorentino). La proposta linguistica di Machiavelli non faceva che ribadire le scelte da lui fatte in
tutte le sue opere, dato che nel Principe e negli altri testi usava il fiorentino contemporaneo, ma si
trattava di una soluzione che non rispondeva all'esigenza tutta rinascimentale di individuare un "canone"
che si appoggiasse a modelli autorevoli del passato, motivo per cui alla fine la proposta di Bembo risultò
vincente e si impose nella successiva produzione letteraria di livello alto. Il Discorso non venne pubblicato
da Machiavelli in vita, anche se circolò ampiamente in forma manoscritta, e la prima edizione a stampa
risale al XVIII sec. Oggi, nonostante le molte incertezze, la paternità di Machiavelli dell'opera è Statua di Dante agli Uffizi
generalmente riconosciuta dai commentatori, anche se forse il testo è stato rimaneggiato da altri.

Fama e fortuna critica


La fama di Machiavelli fu immensa già negli ultimi anni della sua vita soprattutto grazie al Principe
e presto i suoi scritti furono oggetto di critica ad opera dell'amico e collaboratore F. Guicciardini,
che polemizzò con lui in alcuni dei Ricordi e specialmente nelle Considerazioni intorno ai "Discorsi"
di Machiavelli, operetta in cui sottoponeva a un severo vaglio critico il trattato dedicato all'opera di
Tito Livio (Guicciardini gli rimproverava in particolare la lettura libresca del testo latino e il
paragone forzato tra la realtà sociale e politica dell'antica Roma con quella della Firenze moderna;
► AUTORE: Francesco Guicciardini). In seguito fu soprattutto il Principe a suscitare grave scandalo
per le tesi moderne e ardite che proponeva e, in particolare, per la separazione tra politica e
morale che costituiva l'idea centrale del libro, così l'opera fu messa all'Indice dalla Chiesa già nel
1559 e per tutto il periodo della Controriforma (seconda metà del XVI sec.) si diffuse un
atteggiamento culturale definito "antimachiavellismo", proprio di intellettuali cattolici o
ecclesiastici che criticavano le teorie di Machiavelli in quanto immorali e tendenti all'anti-
clericalismo, tra cui val la pena citare soprattutto Jean Bodin, autore dei Sei libri della repubblica
(► PERCORSO: La Controriforma). Nello stesso periodo si colloca anche l'opera di Giovanni
Botero, che nel suo trattato Della ragion di Stato propone numerosi riferimenti alle affermazioni
dello scrittore fiorentino, tuttavia critica fortemente la sua concezione laica dello Stato e la
separazione della politica dalla sfera dell'etica (la posizione di Botero, ex-gesuita e operante nel
clima pesante della Controriforma, è del tutto coerente con lo spirito dei suoi tempi, anche se non
manca una tacita approvazione del principio per cui chi governa è legittimato a compiere atti
estremi per il bene e la sopravvivenza dello Stato). Interessante il fatto che il principio della
religione quale instrumentum regni, fortemente criticato da molti intellettuali nel Cinquecento,
venga ripreso e in parte accettato dallo stesso Botero, il quale accetta implicitamente che questo
principio machiavelliano possa essere alla base della prassi politica controriformistica. In questo
periodo si diffonde il concetto di "machiavellismo" inteso come l'uso spregiudicato dei mezzi
politici per mantenere il potere, secondo la massima (attribuita a Machiavelli ma da lui mai scritta)
che "il fine giustifica i mezzi", mentre il termine "machiavellico" è tuttora usato in senso
spregiativo per caratterizzare l'opera di politici contemporanei, cui si rimprovera la mancanza di
Ritr. di Jean Bodin (XVI sec.) senso morale o l'attenzione all'immagine pubblica per dissimulare la loro autentica indole.

Nel Settecento e nel periodo dell'Illuminismo l'atteggiamento degli intellettuali verso


Machiavelli fu ambivalente, poiché alcuni lo criticarono per ragioni analoghe a quelle sopra
esposte, mentre altri ne elogiarono il pensiero non senza operare alcune profonde distorsioni:
tra i primi ci fu certamente Federico II di Prussia, che nel trattato Anti-Machiavel (1739)
criticò il Principe in nome dei principi del dispotismo illuminato, considerando l'opera del
fiorentino come un "breviario per tiranni" (posizione analoga verrà in seguito espressa da
Voltaire, che recensì in modo positivo lo scritto del sovrano tedesco); tali tesi saranno
ulteriormente riprese alla fine del secolo anche da Immanuel Kant, che nel trattato Per la
pace perpetua (1795) critica Machiavelli in quanto per lui la politica deve essere sottomessa
alla morale. Non mancò tuttavia chi vide nello scrittore italiano un esempio positivo, dal
momento che le sue opere potevano apparire un modo per svelare ai popoli i meccanismi
della tirannide e denunciare le malefatte dei potenti: tale interpretazione "obliqua", che di
fatto distorceva il pensiero di Machiavelli, aveva già esempi nel XVI-XVII sec., tra cui ad es.
Traiano Boccalini che nei Ragguagli di Parnaso (I, 89) sosteneva ironicamente che le
pecore, grazie agli insegnamenti del Principe, avevano imparato a mettere i denti da cane,
creando non poca preoccupazione tra i pastori (ovvero i governanti; tale lettura era simile a
quella proposta per un altro grande storico del passato, Tacito, molto in voga nel periodo
della Controriforma). Una posizione del tutto analoga verrà abbracciata anche da alcuni Federico II di Prussia (ritr. 1739)
intellettuali illuministi, tra cui Diderot (probabile autore della voce "Machiavelli"
nell'Encyclopédie) e Rousseau, che elogiano l'autore del Cinquecento proprio perché svelava i meccanismi del dispotismo e metteva in
guardia i popoli, il tutto in un orizzonte politico repubblicano e critico nei confronti dell'assolutismo dei sovrani. Un ulteriore esempio di
questa interpretazione "obliqua" si ha nei Sepolcri di Ugo Foscolo, che nei vv. 154-158, descrivendo la tomba dello scrittore fiorentino
a S. Croce, dirà che Machiavelli "temprando lo scettro a’ regnatori, / Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela / Di che lagrime grondi e di
che sangue", rilanciando dunque la medesima lettura falsata che già si aveva in Boccalini (Machiavelli fingerebbe di dare consigli al
principe, in realtà per metterne in luce le malefatte e istruire i popoli).

La rivalutazione del pensiero di Machiavelli e la sua giusta collocazione nel suo contesto storico iniziò nel
XIX sec, specie in età romantica e risorgimentale in cui, ancora con qualche distorsione, l'opera del
grande scrittore si prestava ad essere letta come auspicio del riscatto politico dei popoli italiani oppressi
dallo straniero, specie (ovviamente) alla luce del profetico cap. conclusivo del Principe. A questo
proposito è significativo il contributo di F. De Sanctis nella sua Storia della letteratura italiana (1869-
71), in cui Machiavelli veniva esaltato in quanto scrittore capace di descrivere la "realtà effettuale" in
modo crudo e immediato, con passione civile e senza l'egoismo di cui invece darebbe prova il
Guicciardini, per cui se l’Accademia della Crusca con il suo regolismo fu "il Concilio di Trento della
nostra lingua", Machiavelli fu invece per l’Italia "il suo Lutero", in grado di offrire "un punto di partenza
nella storia, destinato a svilupparsi". Una lettura meno viziata dall'entusiasmo risorgimentale è poi quella
del filosofo Benedetto Croce, che in vari articoli dei suoi Quaderni della critica (1945-51) riconosceva in
Machiavelli il fondatore della scienza politica moderna e l'assertore dell'autonomia di questa dalla sfera
morale, nell'ottica di uno Stato laico e improntato al più rigoroso liberalismo. Notevole anche il contributo
di Antonio Gramsci all'analisi dell'opera di Machiavelli, in cui l'intellettuale comunista (specie nel
A. Gramsci Principe) vedeva un utile prontuario politico per l'azione del Partito nella realtà sociale dell'inizio del
secolo, quasi identificandolo con una sorta di moderno "sovrano" (l'idea di fondo era ancora una volta quella della separazione tra
politica e morale, la concezione dello Stato come organismo laico, la storia come espressione della volontà dei popoli). Gli studi critici e
i saggi su Machiavelli scrittore, non solo di politica e storia ma a tutto campo, non si contano nella seconda metà del XX sec. e fra i
principali commentatori che si sono occupati di lui è sufficiente citare nomi del calibro di A. Momigliano, R. De Mattei, L. Russo, C.
Dionisotti, senza contare i numerosi contributi ad opera di studiosi stranieri, specie del mondo anglosassone.

Potrebbero piacerti anche