Sei sulla pagina 1di 4

L'ETÀ  

AUGUSTEA
Virgilio fa parte dell'età di Augusto.  L'età di Augusto va dal 31 a.C., anno della
battaglia di Azio, in cui Ottaviano sconfisse Marco Antonio, al 14 d.C., anno della
morte di Augusto.  Quest'ultimo fu ufficialmente nominato "imperatore" nel 27 a.C.
ed il titolo di "imperator" gli fu dato perché egli ottenne il titolo di comandante
supremo.  Augusto inaugurò per Roma una sorta di "diarchia", cioè un potere
condiviso col Senato in cui Augusto era il "primus inter pares".  Egli lasciò intatte le
magistrature repubblicane, però attribuì a se stesso alcune prerogative, che di fatto gli
diedero un potere superiore a tutti gli altri magistrati.  Infatti, la sua fu una
monarchia, che i romani videro di buon grado perché, finalmente, si pose fine alle
guerre civili.  Roma fu abbellita con moltissime opere pubbliche e la vita sociale subì
un processo di moralizzazione perché Augusto puntò sulla valorizzazione della
famiglia, conducendo una aspra lotta contro i divorzi e contro gli aborti.  Augusto
puntò anche sul rispetto degli Dei e sull'importanza dell'agricoltura, riportando i
romani agli antichi tempi in cui la coltivazione era un caposaldo della vita
quotidiana.  Augusto condusse anche un'abile politica culturale, istituendo dei circoli
letterari, il più famoso dei quali è il circolo di Mecenate, del quale facevano parte
anche Virgilio e Orazio.  Nei confronti di Augusto, i letterati erano molto
riconoscenti;  grazie alla Pax Augusta, infatti, poterono dedicarsi all'otium letterario,
anche se spesso troviamo in loro la "recusatio", cioè la volontà di non celebrare la
gloria dell'imperatore poiché non si ritenevano all'altezza.  Nella letteratura augustea,
anche gli encomi che potrebbero sembrare ipocriti, in realtà nacquero da una
riconoscenza sincera verso Augusto per la pace restaurata.  Con Augusto la poesia
raggiunge la perfezione con Virgilio e Orazio.

VIRGILIO
Virgilio nacque ad Andes, vicino a Mantova, nel 70 a.C.  Studiò in Lombardia
retorica e a Napoli la filosofia epicurea sotto la guida di Sirone, dove conobbe
Orazio, al quale si legò con amicizia fraterna.  Il padre di Virgilio era un piccolo
proprietario e in egli si sente la sua provenienza dalla vita contadina e il suo
attaccamento alla campagna.  Dopo la battaglia di Filippi, il padre di Virgilio rischio
di perdere (o perse) le sue terre e nelle opere di Virgilio c'è il riflesso delle minacce
che le proprietà agricole subirono alla fine delle guerre civili.  Infatti, alla fine di
questi conflitti, le terre furono sottratte ai legittimi proprietari e concesse ai veterani. 
La prima opera di Virgilio furono le "Bucoliche".  Successivamente Mecenate gli
commissionò le "Georgiche", che si allineano alla valorizzazione dell'agricoltura
promossa da Augusto.  Nel 29 a.C. Virgilio cominciò la composizione dell'"Eneide". 
Nel 19 a.C., invece, iniziò un viaggio in Grecia per perfezionare la sua opera, ma
morì a Brindisi durante il viaggio di ritorno.  Prima di morire aveva lasciato ai suoi
amici Vario e Tucca l'incarico di non pubblicare il manoscritto, ma Vario decise di
pubblicare l'Eneide.
LE  BUCOLICHE
Sono dieci componimenti in esametri il cui titolo deriva dal greco "τά βουκολικά"
(riferito alla vita dei pastori), ("boucolus", "mandriano";  "bous", "bue").  Le
"Bucoliche" hanno, infatti, come tema la vita dei pastori e sono ambientate in
campagna con accenni sia appunto alla campagna mantovana, sia all'Arcadia, per
antonomasia la terra dei pastori, sia alla Sicilia, che era la patria del poeta greco
Teocrito, considerato l'iniziatore della poesia pastorale che è anche il modello di
Virgilio.  Le "Bucoliche" sono chiamate anche "egloghe" o "ecloghe", dal greco
"εκλέγω" ("scegliere").  Il termine vuol dire letteralmente "canti scelti", perché sono
componimenti indipendenti l'uno dall'altro.  I componimenti con numero dispari sono
chiamati "bucoliche mimetiche o dialogiche", in quanto sono basate su dialoghi e il
dialogo inizia la realtà ("mimesis" imitazione).  I componimenti con numero pari
sono dette "diegetiche o narrative" (da "dièghesis", racconto).  La Prima Bucolica è
incentrata su un dialogo tra due pastori, Titiro e Melibeo.  Titiro è un pastore che ha
conservato le sue terre e si gode la pace all'ombra di un faggio;  Melibeo è un pastore
che, invece, ha perso le terre e deve allontanarsi dalla patria.  In questa bucolica,
molto probabilmente, Titiro rappresenta Virgilio che può conservare le sue terre, ma
al di là dell'identificazione, è sicuro il richiamo alla realtà dell'espoliazione dopo le
guerre civili.  È evidente anche la gratitudine di Virgilio verso Augusto, che è
chiamato "Dio", per aver sostenuto i romani e adornato la città di Roma.  La Seconda
Bucolica è il lamento di un pastore, chiamato Coridone, che è innamorato di un
fanciullo, Alessi, che non lo corrisponde.  Questa è un'egeoga nella quale traspare la
concezione virgiliana dell'amore:  Virgilio percepisce l'amore come "follia", che
toglie all'uomo la capacità di ragionare.  Per il poeta l'amore è anche "insania", un
sentimento non sano che fa ammalare.  La Terza e la Settima Bucolica hanno come
tema una gara di canto fra pastori.  Il canto era una delle occupazioni predilette dai
pastori virgiliani, tanto che l'assenza di canto è "non vita" per Virgilio.  Infatti, nella
prima bucolica, Melibeo, Per indicare la sua tristezza dice: "carmina nulla canam",
("non canterò nessun canto").  La Quarta Bucolica preannuncia la nascita di un puer
che vedrà rinnovarsi, nella sua vita, l'età dell'oro.  Nel medioevo questo Puer venne
identificato come Gesù Cristo e Virgilio fu identificato come profeta del
cristianesimo.  Su chi fosse questo puer vennero date varie interpretazioni, ma
indipendentemente dall'identità del fanciullo, Virgilio vuole esprimere quest'ansia di
palingenesi dopo il tedio delle guerre civili.  La Quinta Bucolica canta la morte di
Dafni, un semidio considerato l'inventore della poesia bucolica.  Nella Sesta
Bucolica, che contiene una recusatio, perché Virgilio sostiene di non essere all'altezza
del compito di scrivere la poesia epica, per cui sceglierà la poesia breve;  troviamo
come protagonista Sileno, una divinità boschiva, che canta una serie di miti, come il
"mito della nascita del mondo".  L'Ottava Bucolica contiene una scena di magia,
attraverso la quale un amante cerca di attirare l'amato.  Nella Nona Bucolica troviamo
un poeta, Menalca, che ha perso le sue terre, a causa di un soldato barbaro.  Nella
Decima troviamo un poeta di elegie, Cornelio Gallo, che si strugge d'amore per
Licoride, ma alla conclusione dell'egloga, si rassegna a rimanere sottomesso
all'amata, affermando: "Omnia vincit amór, et nos cedamus amóri", ("L'amore vince
tutto, e noi abbandoniamoci all'amore").  Il modello di Virgilio nella composizione
delle Bucoliche è il poeta greco Teocrito, del III secolo a.C., nativo di Siracusa.  Per
tributargli un omaggio, Virgilio nella quarta bucolica si rivolge alle Muse siciliane. 
Teocrito aveva scritto gli "Idilli", che non contengono solo poesie pastorali.  Il
modello teocriteo è utilizzato in vari modi da Virgilio.  Alcune bucoliche riprendono
interamente gli Idilli del poeta greco;  per esempio, la quinta bucolica riprende il
primo idillio.  In altre bucoliche si trovano riprese di versi teocritei, ad esempio, nella
seconda viene ripreso in più parti un idillio che si chiama "Il Ciclope".  Virgilio, però,
si differenzia dal suo modello teocriteo:  infatti, riesce a immedesimarsi nei suoi
pastori, mentre Teocrito si limita a guardarli;  il paesaggio virgiliano è un paesaggio
malinconico, fotografato per lo più allora del tramonto quando cominciano a
delinearsi le ombre, mentre il paesaggio teocriteo è ridente, gioioso, fotografato per lo
più nelle ore più soleggiate del giorno.  Secondo gli studiosi queste due tipologie
differenti di paesaggio riflettono i due caratteri degli autori, più introspettivo quello di
Virgilio, più ridente quello di Teocrito.

LE  GEORGICHE
Le "Georgiche" sono un poema sull'agricoltura in quattro libri.  Il termine deriva dal
greco "γεωργικά" ("relativo alle cose dei campi").  Secondo un'indicazione di Virgilio
stesso le Georgiche furono scritte su invito di Mecenate.  L'opera fu avviata, in realtà,
nel 37, quando Augusto non era ancora imperatore.  Molto verosimilmente con
questo poema Virgilio voleva esprimere il suo desiderio di ritorno alla vita dei campi,
che egli amava in quanto figlio di un proprietario terriero.  Quando Augusto
successivamente promosse il ritorno alla vita agricola, l'opera di Virgilio si trovò in
perfetta consonanza con questo programma augusteo, quindi lo scrittore dichiarò di
aver assecondato il sovrano.  Le Georgiche dovettero risultare anche un'esaltazione di
Augusto e delle sue imprese, perché si trovano accenni nell'opera ad alcune azioni
militari dell'imperatore.  L'adesione virgiliana alla politica augustea è un'adesione
sincera, in quanto Virgilio, come tanti letterati dell'epoca, era sinceramente grato ad
Augusto.  Insieme con l'esaltazione dell'agricoltura, nell'opera si trovano elogiati
alcuni valori come il rispetto per gli Dei, la sobrietà, l'operosità, la parsimonia, che
nell'ottica dei romani erano inevitabilmente connessi alla vita modesta dei contadini.
STRUTTURA DELL'OPERA
 L'opera è divisa in quattro libri e ha una struttura armonica, perché ogni libro si
conclude con un finale che è lieto o triste in maniera alternata.  In ogni libro è inserito
un excursus o digressione che ha la funzione sia di ovviare alla monotonia del
racconto sia di fornire insegnamenti o illustrare concetti che Virgilio ritiene
importanti. Il Primo Libro parla del lavoro dei campi con richiami a "Le Opere e i
Giorni" di Esiodo.  Virgilio parla anche di segni premonitori di cui il contadino deve
tener conto per impostare una nuova attività.  In questo libro è contenuto un excursus
sulla teodicea del lavoro ("giustizia divina del lavoro").  Virgilio dice che il lavoro è
una necessità imposta dagli Dei agli uomini per evitare che languissero Nell'ozio e si
indebolissero.  Nella concezione del lavoro Virgilio si differenzia da Esiodo in quanto
per quest'ultimo il lavoro è una punizione data agli uomini per punirli della loro
malvagità.  Il finale cupo del primo libro è costituito dalla descrizione dei cupi
presagi che preannunciano la morte di Cesare.  Il Secondo Libro parla della
coltivazione delle piante;  in questo libro è contenuta una digressione nella quale
Virgilio esalta l'Italia, che è considerata "magna parens", "grande madre" di tutte le
piante.  In questo passo l'Italia è esaltata anche perché ha un clima mite e non ospita
animali pericolosi ed è popolata da gente con costumi morigerati.  Il finale del
secondo libro, che è lieto, contiene un elogio della vita dei campi e del contadino che
in campagna realizza la pace epicurea perché non conosce la discordia delle guerre,
non prova invidia perché è contento di quello che possiede, è abituato alla fatica,
rispetta gli Dei che gli offrono la loro protezione ed in generale si tiene lontano da
tutte quelle attività cittadine che possono portare a turbamento.  Il contadino
virgiliano è da lui stesso paragonato a un filosofo, infatti nel passo il poeta cita
implicitamente Lucrezio chiamandolo "felix" perché ha spiegato la causa delle cose e
chiama "felice" anche chi conosce le divinità agresti.  Nel Terzo Libro si parla
dell'allevamento degli animali;  Virgilio dice che anche gli animali sono vittime della
passione amorosa, dell'eros e conclude il libro con un quadro tragico raccontando la
peste del Nòrico (regione dell'Austria).  La peste del Nórico fu un'epidemia che colpì
i bovini (term. tecnico epizoozia).  Il Quarto Libro parla dell'allevamento delle api;
secondo lui le api sono una comunità perfetta perché conoscono una straordinaria
organizzazione del lavoro e lavorano tutte per il bene della collettività.  Le api non si
riproducono con l'accoppiamento e quindi non conoscono la follia dell'eros perché
nascono dalle carcasse putrefatte degli animali offerti in sacrificio e racconta con un
excursus la vicenda del pastore Aristeo.  Il pastore Aristeo si era innamorato di
Euridice, sposa di Orfeo;  per sfuggirgli Euridice fu morsa da un serpente e morì.  Il
marito Orfeo, mitico cantore, chiese di poterla riavere in cambio del suo canto, ma
empiamente violò il divieto di girarsi a guardarla e la perse per sempre.  Aristeo,
invece, che aveva perso tutte le sue api per la sua empietà, riesce grazie alla pietas,
che dimostra agli Dei, a recuperare le api perché le vede rinascere dalle carcasse
putrefatte degli animali offerti in sacrificio. 

Potrebbero piacerti anche