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O SCHIAVISMO A TRAPANI

Trapani rappresentò, dal XIII al XVIII secolo, forse la più importante città del
Mediterraneo per il commercio degli schiavi.
Fino al 1600 il mercato veniva tenuto nel Rione Casalicchio, nella Piazza dei
Saraceni, poi fu spostato nella Rua Grande (l’odierno Corso Vittorio Emanuele). Così
come dice lo stesso nome della Piazza, gli schiavi erano soprattutto nordafricani
che erano stati fatti prigionieri durante le incursioni nelle nostre coste. Capitò però
anche che avventurieri trapanesi si spingessero fino alle coste del Nord Africa per
catturare “merce umana”.
Fu un commercio floridissimo, gli schiavi venivano acquistati per lavori domestici,
per le coltivazioni dei campi, e in generale per tutte le attività che comportavano
un impegno fisico. Invece le schiave, oltre che ai lavori domestici, si può ben
immaginare a cosa fossero destinate. Nacquero così dei postriboli che venivano
gestiti da persone senza scrupoli e avide di facili guadagni.
Generalmente gli acquirenti si dividevano in due categorie: quelli che compravano
gli schiavi per uso proprio e quelli che li compravano per rivenderli o per “affittarli”.
Quest’ultima fattispecie non fu infrequente, si trattava di veri e propri
“imprenditori” che mettevano a disposizione mano d’opera a basso costo per
qualsiasi genere di lavoro.
Quelli che compravano gli schiavi per la propria casa, se erano persone abbienti
potevano permettersi il lusso di possedere più di uno schiavo, a volte ne furono
registrati fino a sei in unica famiglia.
Vi chiederete: “registrati” ? Eh sì, c’era l’obbligo del “rivelo” , cioè una sorta di
“redditometro” dell’epoca, in base al quale poi venivano applicate le relative tasse.
Purtroppo ogni medaglia ha il suo rovescio e, quindi, così come noi catturavamo “ i
turchi”, capitava – e anche spesso – che noi venissimo catturati dai corsari
barbareschi. Che fine facevano i cristiani catturati ? Se erano povera gente, il loro
destino era segnato, cioè restavano schiavi a vita, a meno che non si convertissero
alla religione islamica. Se invece si trattava di persone benestanti, veniva chiesto
un riscatto alle loro famiglie. C’era una terza possibilità, cioè lo scambio dei
prigionieri, ma storicamente ciò avvenne raramente.
Per dare un’idea della vastità che assunse il fenomeno in Sicilia , si pensi che alla
fine del 1700 – quando lo schiavismo era già in forte flessione, per scomparire poi
del tutto nel primo ventennio del 1800 – risultavano riscattati 126 schiavi mentre
altri 714 erano ancora prigionieri presso Tunisi, Algeri e Tripoli. Di questi, ben 116
erano di Trapani
( 81uomini maturi, 24 giovanetti, 6 donne mature, 5 donzelle) e 74 della provincia.
Alla luce di ciò, si può ben comprendere che si rese necessaria una organizzazione
che avesse lo scopo di disciplinare, seguire e concludere le trattative per il riscatto
dei cristiani prigionieri. A tal fine, nel 1597 fu creata a Palermo la Arciconfraternita
per la Redenzione dei Cattivati, presso la Chiesa di S.Maria la Nova (fig.1) mentre a
Trapani nella metà del 1600 fu istituita l’Opera di Redenzione dei Captivi presso il
Convento dei Padri Mercedari. Tale convento sorgeva nella via Mercè ad angolo con
la via XXX Gennaio, dove sono ancora visibili tracce di un edificio religioso (l’area
adesso è in parte adibita a parcheggio).
E’ doveroso ricordare che il denaro per i riscatti era raccolto fra la popolazione con
donativi e lasciti, ed un particolare merito va riconosciuto ai marinai che
destinarono fino al 25% dei loro guadagni per questa causa.
Dai documenti che mi è stato possibile esaminare, non ho trovato alcuna
corrispondenza inviata all’ Opera di Trapani, mentre mi sono note molte lettere
indirizzate all’ Arciconfraternita di Palermo. Ritengo che quest’ultima fungesse
anche come centro di raccolta delle varie istanze provenienti da tutta la Sicilia.
Pubblichiamo una lettera (fig.2) spedita il 16 dicembre 1800 da Trapani a Padre
Girolamo Castelli, Rettore della Confraternita per la Redenzione dei Cattivati:
“Giusta l’avviso che mi comanda nella pregiatissima di questo procaccio, ho fatto
sentire ai parenti delli due schiavi Antonino La Rosa e Paolo Caruso di approntare
le onze cento per ognuno, e mi risposero che sono pronti, come infatti domani
porteranno i denari a me per so(ddis)farne le corrispondenti cambiali e farceli
capitare all’Ecc.V.Rev.ma per farne il diposito nella cassa della Redenzione che
ritrovasi presso di se; io essendo sicuro che questi adempiranno La priego a
presentarli ossia a notarli nella nota che dovrà presentarsi alla cassa per essere
nel prossimo riscatto e non ritardarsi per mancanza di denaro cioè delle citate
onze duecento. La priego quindi di farmi sentire il riscontro che riceverà da Tunis
per il povero vecchio Antonio Monaco per cui la stragrazio della carità usatagli,
protestandole la mia servitù baciandole le mani come pratticano questi miei
fratelli.
Trapani 16 dicembre 1800
Firmato Sacerdote Andrea d’Angelo”.
Passeranno ancora alcuni anni e la storia dello schiavismo si potrà considerare
conclusa. Infatti, con una circolare del settembre 1824, la Deputazione Generale
della Redenzione de’ Cattivi invita i Segreti (gli attuali Intendenti di Finanza) a
destinare ad opere di pubblica beneficenza tutte quelle somme che non è più
necessario utilizzare per redimere schiavi, essendo il fenomeno dello schiavismo
quasi del tutto scomparso.

Trapani, centro corsaro del mediterraneo..

"Cu afferra un turcu è ‘ssò."

Trapani, come realtà cittadina e non solo come semplice rifugio di navi, sostiene Braudel, fu " centro
corsaro" del mediterraneo.

Nella seconda metà del Quattrocento, le incursioni dei Barbareschi e la minaccia sempre più presente
dell’espansionismo turco-ottomano nel Mediterraneo avevano spinto i mercanti trapanesi ad armare galee
e brigantini per garantire la sicurezza delle tonnare, della pesca del corallo e dei caricatori di grano siciliano.

Ebbe così inizio la guerra di corsa.

La guerra di corsa viene comunemente definita come "azione bellica esercitata da privati, autorizzata da uno
Stato, che si esercita ai danni della marina mercantile di un avversario."

La commissione veniva formalizzata da una lettera di corsa (o patente di corsa) che concedeva altresì il
diritto di preda sul bastimento avversario. La differenza, invero, tra un corsaro e un pirata era molto sottile.
Nel linguaggio comune della Sicilia di allora tutti erano detti pirati.
Non pochi furono i trapanesi, che a vario titolo ne furono protagonisti, come si può riscontrare in parecchi
documenti contenuti negli " Atti del Senato di Trapani", depositati nella Biblioteca Fardelliana e negli atti
notarili della Secrezia. depositati nell'Archivio di Stato di Trapani.

Scrive il prof. Salvatore Costanza:

Alla fine del ‘400 la flotta trapanese era costituita da almeno un terzo di navi adibite alla guerra su un totale
di un centinaio di caravelle, brigantini, galeotte e tartane. Gli impresari si riunivano in societas per
intraprendere le scorrerie sul mare, formando un’agguerrita classe di mercanti-corsari (De Abrignano, De
Aiuto, Incumbao, Maccagnone, Riccio, De Sigerio), le cui fortune erano pure sostenute dalla partecipazione
finanziaria di Ebrei, come Elya Sadias, o di potenti cittadini trapanesi, come i Fardella: Quest'ultima era
ancora attiva nel '500, insieme con gli Ajuto, nell'arte piratica.

I principali centri corsari del Mediterraneo furono, da parte cristiana, La Valletta, Livorno, Pisa, Napoli,
Messina, Palermo, Trapani, Palma di Maiorca, Almeria, Valencia, Segna, Fiume; mentre da parte
musulmana, Valona, Durazzo, Tripoli, Tunisi, Biserta, Algeri, Tetuan, Larache e Salé.

Riguardo il meridione d’Italia dunque, famoso e importante centro piratesco, di cui si ha buona
documentazione, fu Trapani...

Ne il Novellino (a cura di G. Petrocchi, Firenze, Sansoni, 1957, p. 221), Masuccio Salernitano, scrive «Trapani,
cità nobile de Scicilia, como multi sanno, è posta ne le postreme parte de l’isola, e quasi più vicina in Affrica
che altra terra de’ cristiani; per la cui accagione i trapanisi multo spesso con loro ligni armati corsiggiando
discorreno le spiagge e rivere de’ mori, fandove de continuo grandissime prede, e anco loro sono a le volte
da’ mori depredati; de che spesse volte avviene che, per contrattare gli recatti de’ pregioni, da parte in parte
vi fanno le tregue, e portano le mercanzie, e comparano e vendono, e con gran facilità pratticano insiemi;
per la quale ragione pochi trapanisi sono, che non sappiano le circustanzie de’ paesi de’ mori como sanno le
loro medesme».

Anche Salomone Marino esalta le doti degli «audaci marinai di Trapani, che coi loro minuscoli liutelli e la
primitiva arma dei ciottoli, non solamente sanno vincere e predare le fuste e le galeotte dei corsari
barbareschi, ma tengono rispettate le spiagge trapanesi e paventati e indisturbati esercitano la pesca fin nei
lidi africani” (G. Bonomo, Schiavi siciliani e pirati barbareschi, Palermo, Flaccovio, 1996, p. 36).

Interessante è la documentazione raccolta da Bonomo sugli usi che i Trapanesi, ma non solo i trapanesi,
facevano degli schiavi: “A Trapani tra il 1590 e il 1610, scrive il Bonomo, molti personaggi che vivevano di
rendite di proprietà non terriere, possedevano e avevano in affitto schiavi e schiave addetti ai lavori
casalinghi. Non sempre chi comprava schiavi li impiegava direttamente: c’erano mercanti che li compravano
per darli in affitto, individualmente o a gruppi, a terzi, che li richiedevano per lavorare nei campi o nelle
masserie, per cavare pietre, per costruire case, ecc.”
Come scrive Emilio Milana ne LA SCIA DEI TETRAEDRI, la pirateria dei Trapanesi non era dissimile dalla
pirateria dei Barbareschi o dei Turchi e l’infelice condizione dei captivi mori sotto le benestanti famiglie
siciliane non si differenziava dalle sofferenze degli schiavi cristiani.

Il viceré Colonna, nel 1582, sulla scia di una legge di Carlo V, incoraggiava una scorreria di bergantini
trapanesi a Monastir promettendo loro l’esenzione dalla decima sul bottino realizzato e “ordinando che il
tutto fosse interamente di quelli che si ponessero in avventura di fatti [pirateschi]”.

Nasceva probabilmente allora l’ancora viva e ammiccante espressione trapanese:

Cu afferra un turcu è ‘ssò.

(Chi afferra un turco è suo.)

come sarcastico riconoscimento di un diritto di possesso unilaterale in un’azione spregiudicata e caotica di


illecita appropriazione.

La fama del “caratterino” dei Trapanesi era già nota nell’Italia peninsulare del XV sec., tanto da non
rimanere lontana dallo spirito satirico e sarcastico di Masuccio Salernitano, che all’argomento aveva
dedicato la novella XXII del suo Novellino, inserito già allora dalla censura ecclesiastica nell’Indice dei libri
proibiti.

La lapide, collocata lateralmente alla porta Ossuna chiamata anche porta Serisso, è legata alla leggenda del
nobile trapanese Nicolao D’Aguito, il quale aveva decapitato la moglie infedele Serisso e ne aveva esposto la
testa, alla moda dei Turchi, davanti casa. Della leggenda esistono due versioni: quella di Masuccio testé
descritta e quella, non molto dissimile, di Benigno da Santa Caterina

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