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Antonio Montanari

MARINERIA E SOCIETÀ RIMINESE


TRA 1700 E 1800
Nel corso del 1700 (*) e per la prima metà del 1800 nella vita sociale di
Rimini (1), la Marineria gioca un ruolo molto importante, a cui però non
corrispondono né una soddisfacente condizione economica, né un qualsiasi
coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica.
Nel 1791 Francesco Battaglini scrive che alla «classe marinaresca tanto
utile alla Città nostra, e nel tempo stesso sì grama, e misera», fanno capo «a
dir poco» duemila persone (2).
Cinque anni dopo, nel 1796, un documento ufficiale della Municipalità
riminese calcola questa classe in «circa tre mila Persone» (3), quasi un
quarto degli abitanti della città. Faticosamente, dopo l’armistizio del 23
giugno dello stesso 1796, la Municipalità riminese ha impedito
«l’emigrazione di molti abitanti del Porto» (4).
Nel 1835 «Naviganti e Pescatori» attestano che la «numerevole marina» del
nostro Porto è «forte di tremila e trecento anime tutto compreso, tanto
naviganti che peschereccia» (5). Cessato ogni commercio e resosi
«scarsissimo il pesce» (essi scrivono alla Segreteria di Stato), «languiscono e
moion di fame sì i Naviganti, che i Pescatori colle innocenti numerevoli loro
Famiglie». Sono «gente buona sì, ma rozza, impetuosa, ed amareggiata da
una miseria, che quasi la sospinge alla disperazione».
Nel 1843 la «classe infelice» e «numerosa de’ Marinai, e Calafati non che
Commercianti» si dichiara costituire «una quarta parte della Popolazione»
riminese (6).
Nel 1856, in lettera del Gonfaloniere di Rimini all’ingegner Maurizio
Brighenti, autore di un progetto di rinnovamento del canale (7), si scrive
che l’attività portuale è «l’unico mezzo di alimento» per «più di cinque mila
persone dedite specialmente ai negozi marittimi d’ogni specie» (8).
Nel 1857 risultano 199 navigli, con 23 capitani mercantili, 65 «paroni di
piccolo corso» ed 820 marinai in genere, per un totale di 908 addetti (9).
Nel 1861 il personale di Marina nel porto di Rimini raggiunge un totale
complessivo di 1.659 addetti (1.165 per il commercio e 494 per la pesca)
(10), per 123 navigli (46 da commercio e 77 da pesca). Nel commercio ci
sono 27 capitani, 108 padroni, 730 marinari, 300 mozzi. Nella pesca, 90
padroni, 334 marinai, 70 mozzi.
Ad una famiglia di miseri pescatori appartiene Giuseppe Giulietti che nasce
nel 1879, sul finire di un secolo in cui le cose non mutano granché rispetto
al Settecento, come non muteranno neppure all’inizio di quello successivo,
secondo quanto testimonia il deputato liberale Gaetano Facchinetti a
proposito degli eventi bellici del 1915, annotando che essi colpirono
gravemente «la numerosa e povera classe marinara» (11).
Nella catena delle forze sociali che vivono all’interno dell’«antico regime», la
«classe marinara» costituisce l’anello più debole. Essa però è ugualmente
temuta, come ricaviamo da una lettera del 14 luglio 1796 (dopo l’apparire
dei Francesi in Romagna), in cui la Municipalità scrive al Legato, che
questa «classe marinara» è non soltanto «numerosa», ma anche «poco docile»
(12).
E «poco docile» essa si è già dimostrata il 26 aprile 1768, organizzando «un
terribile tumulto» contro Serafino Calindri ed il suo progetto di
espurgazione del canale. Calindri se ne era andato da Rimini temendo che
un bandito, il «noto Brugiaferro», fosse stato assoldato per toglierlo dalla
circolazione, allo scopo di favorire il prolungamento dei moli proposto dal
medico Giovanni Bianchi (Iano Planco 1693-1775), nume tutelare della
cultura e della scienza riminese (13). Sono questi gli anni in cui padre
Boscovich definisce il porto «massima risorsa» della nostra città (14).
Ma «poco docile» la classe marinara appare anche nelle questioni che oggi
chiameremmo sindacali, quando si tratta di difendere i diritti dei lavoratori
nei confronti dei «Padroni» delle Barche che, ad esempio, somministravano
ai loro marinai cattivo vitto e «vino corrotto» (15).
«Padroni» sono detti non i proprietari, ma i «Conduttori» della barche. Non
sempre i «Padroni» sono anche i proprietari delle barche. Ad investire
nell’ambiente del porto, oltre ai commercianti, figurano pure nobili
cittadini che «impiegano vistose somme di denaro in crediti, cambi
marittimi e nell’acquisto di barche» (16).
Fra questi nobili troviamo Nicola Martinelli, il quale, seguendo le teorie di
Cesare Beccaria, si batte per la libertà di panizzazione, e si oppone a
Francesco Battaglini che sostiene invece il sistema pubblico dell’Annona
(17). La famiglia Martinelli inoltre possedeva 21 case nel Borgo San
Giuliano (18).
Un «Padrone» per farsi la barca deve indebitarsi per un periodo così lungo
che normalmente coincide con quasi tutta la durata della barca stessa, che
è di dieci-quindici anni (19). Il povero pescatore, si scrive nel 1869 in un
documento ufficiale, consuma tutta la sua vita «sempre in debito ed a
vantaggio di quattro vampiri: costruttore, fabbro-ferraio, cordaio e
venditore di pesce» (20).
Il «Padrone», nell’ingaggiare i marinai della sua ciurma, deve rispettare
alcune regole che la Municipalità impone nel 1745 con i «Capitoli del Porto»
(21), seguendo l’«inveterato stile» comunemente osservato. Sono regole che
costituiscono una specie di contratto collettivo di lavoro. Nel periodo che va
da dopo le «Feste di Natale» sino a Pasqua, il «Conduttore» non può
licenziare gli uomini della barca «senza legittima causa da riconoscersi dal
Signor Capitano» del Porto, sotto pena del pagamento dei danni da
calcolarsi «secondo il guadagno della Barca». In caso di malattia, sia al
«Patron conduttore» sia a qualsiasi «Uomo di Barca», è garantita «almeno
per un Mese» la solita parte di guadagno.
A proposito dell’«inveterato stile» comunemente osservato, riporto un
episodio del luglio 1804: «due Barche Pescareccie di questo Porto» sono
«fatte preda di un Corsaro Inglese», e di conseguenze trenta marinai
restano senza lavoro. Con una petizione alla Municipalità, essi chiedono ai
«Patronati di Barche» di anticipare di due o tre mesi il «costume di
aumentare un uomo per Barcha prima che entri la nuova stagione» che
iniziava a novembre (22). La Municipalità immediatamente sollecita i
proprietari ad anticipare questo «solito aumento di un uomo per Barca»
(23).
I pescatori sono più tutelati dei lavoratori dei campi, duramente colpiti
dalla carestia (24) che si sviluppa pure a Rimini tra 1765 e 1768. Molti di
loro fuggono a Roma, ospitati a spese dell’Erario in due «serragli», in mezzo
ad un’epidemia di vaiolo. In questa «miserabile città», scrive il cronista
riminese Ubaldo Marchi nel 1767, i marinai sono «in molto gran numero» e
lavorano su quaranta barche pescarecce; tremila sono invece i poveri che
campano «con cercare elemosina» (25).
Un altro cronista cittadino, Ernesto Capobelli, scrive che «il Pontefice non
pensò a solevar in conto alcuno li suoi sudditi, dispensò soltanto tesori
spirituali» (26). La Congregazione del Buon Governo nel 1767 fa sapere ai
riminesi che con «Erbaggi e Frutti» si poteva supplire «a qualche defi-cienza
di Pane» (27).
Certamente la nostra marineria non era come il popolo romano durante la
carestia, descrittoci da un abate francese, Gabriel François Coyer: «bien
dévot, bien soumis», esso si riuniva soltanto «pour faire des processions et
pour gagner des indulgences sous le doigt de Sa Sainteté» (28).
Alla carestia, il 22 luglio 1765 si aggiunge l’alluvione del Marecchia che
porta all’«ultima rovina» il porto canale (29).
Nel 1799 la marineria riminese dimostra tutta la rabbia accumulata in
molti decenni di sofferenze. Prima mette in fuga i soldati francesi dopo
l’arrivo degli austriaci. Poi, seguìta dai «villani» dei dintorni, organizza una
sommossa lunga e violenta che subentra alle devastazioni, alle prepotenze,
agli abusi dei napoleonici.
I ripetuti e severi proclami degli austriaci, lasciano il tempo che trovano.
Dal 30 maggio 1799 al 13 gennaio 1800, la Municipalità riminese vive una
crisi istituzionale che non è una insorgenza a favore del Papato. Gli umori
popolari sono ben riassunti da un sonetto anonimo in cui Roma è definita
«infame», e si inneggia agli austriaci. I quali innalzano le insegne, care ai
reazionari, dell’aquila imperiale e dell’«amore della Santa Fede».
I rivoltosi saccheggiano le botteghe degli Ebrei, assaltano il Palazzo
pubblico dove rubano «tutto quello che vi era» dopo aver «rotto ogni cosa»
(30). Arrestano, incarcerano, mandano in esilio.
Entrati nella Guardia Civica, i marinai fanno da pompieri e da incendiari. Il
loro comandante Lorenzo Garampi ne approfitta per tentare di dominare
sulla città, favorito dal fatto che agli austriaci sfugge il controllo di una
situazione in continuo fermento. I marinai tentano di sistemare anche
Lorenzo Garampi che per salvarsi, il 27 agosto in cattedrale durante una
«sanguinosa zuffa», è costretto a rifugiarsi sul campanile.
Per tutto il Settecento i «Poveri Pescatori» tentano di migliorare le loro
condizioni (31). A Roma trovano più ascolto che a Rimini, dove negano la
loro miseria in base a due argomenti: essi si costruiscono case, e le loro
mogli vanno «come tutto dì si vedono, tanto pompose» (32).
Nel 1787 in via provvisoria, e nel 1791 definitivamente, al posto del dazio
del quindici per cento «del Prezzo ricavato» dalla vendita del pesce,
subentra una tassa annuale sulle barche, suddivise in sei categorie.
L’accordo finale approvato dal Legato, è firmato il 20 giugno 1792 come
Transazione, e amichevole composizione fra Comunità riminese e
Procuratore dell’Arte della Pesca a nome dei suoi iscritti.
La Municipalità per difendere il dazio del quindici per cento, ha sostenuto
(33) che esso normalmente dall’appaltatore era ridotto all’otto, e che se i
pescatori guadagnavano poco, la colpa era soltanto dei rivenditori del
pesce, i cosiddetti «porzionevoli», che formavano società fra loro per
esportare al prezzo più vantaggioso il pesce a Bologna ed in Toscana.
Questo fatto diminuiva il «frutto de’ sudori, e pericoli degli infelici
Pescatori». E lasciava Rimini senza pesce, o lo faceva pagare ad un prezzo
maggiorato di un terzo.
Nel 1805, secondo un testo ufficiale, nel porto di Rimini sono attive oltre
settanta barche con 780 marinai: settanta sono da pesca con 480 marinai,
e trentaquattro da traffico con 300 addetti (34). In un anno nel nostro
porto «entrano più di 400 bastimenti carichi di varie mercanzie e generi, e
ne partono altri quattrocento carichi di effetti del Paese e dell’Estero». Per
questa sua situazione, si sottolinea, Rimini meriterebbe di ottenere il «Porto
Franco».
L’indotto è costituito da un cantiere senza loggiato, dove non è possibile
lavorare nei mesi invernali, da fabbriche di cordami, e dalla manifattura
della cotonina per le vele con 300 donne impiegate annualmente. Esistono
poi buone fabbriche di concia di pelle, di vetri e cristalli a uso di Venezia, di
ombrelle di tela cerata, di cappelli fini a uso di Germania, ed «un
considerevole lavoro di seta greggia». Si fanno «paste di frumento a uso di
Genova» ed il «Biscotto pei Marinai».
Il «Biscotto» è un tipo di «pane par-ticolare per gusto, e per la forma», che i
marinai «trasportano in Mare» (35), ed è diverso da quello spacciato
dall’Annona che «non può resistere ai dieci, o dodici giorni di navigazione»
(36).
Il 5 dicembre 1799 all’Annona era stata imposta dalla Reggenza
municipale la fabbricazione provvisoria di una «terza qualità» di pane ad
uso esclusivo della Marineria, «fra il Bianco, ed il Bruno», che è migliore del
«Bruno», richiede una maggior cottura, ed ha «il sale, che vi occorre
uniformemente a quello che sogliono fare in casa» gli stessi marinai (37).
Esso poteva essere spacciato soltanto alle «Porte di S. Giuliano, e di Marina
in Città».
Peggio se la passano gli altri cittadini. Due anni dopo, nel 1801 il medico
Michele Rosa illustra il modo di rendere commestibile la ghianda, ed un
panettiere lo mette subito in pratica ottenendo un’entusiastica
approvazione da parte della Municipalità (38).
Nel 1816, racconta Carlo Tonini, avvengono tumulti cittadini contro
l’aumento del prezzo del frumento, con la partecipazione «di villani e di
marinai, ai quali ultimi dalla stagione burrascosa e imperversante era
impedito il rimettersi in mare». I «sedizioni del porto» hanno anche un
cannone levato da una loro barca, con il quale entrano in città, e che
puntano da sotto la statua di Paolo V «contro la scala del palazzo
consolare». Una trattativa e la promessa di diminuire il prezzo del grano,
fanno rientrare i marinai nel porto, assieme alla loro bocca da fuoco,
mentre il vescovo li benedice da palazzo Garampi (39).
Nel 1817, l’11 aprile, per «improvvisa, e gagliardissima burrasca»,
affondano quattro «baragozzi da pesca», e perdono la vita venticinque
«individui di mare». Ventitré famiglie restano «nella massima desolazione e
miseria» (40).
Nel 1831, al termine dei moti riminesi estesisi in altri territori dello Stato
romano, «la crisi della marineria pontificia ha ridotto i commerci marittimi
quasi esclusivamente al trasporto – poco remunerativo – di legna e
carbone», mentre la pesca non fornisce «redditi sufficienti a chi la pratica».
Ai nostri marinai («circa 2.000 persone più le famiglie»), le autorità
pontificie concedono «numerose agevolazioni tra le quali l’esenzione della
tassa del passaporto marittimo», cercando di non scontentarli (41).
Osserva al proposito A. Silvestro: «Ora nel momento in cui le istituzioni
sono prossime al collasso, non solo la gente di mare è tenuta in
considerazione ma vengono disposte provvidenze a favore delle classi più
misere della popolazione: i nemici dello Stato sono i borghesi, gli studenti, i
militari nostalgici dei gloriosi tempi napoleonici» (42).
Il comandante delle truppe pontificie Domenico Bentivoglio, «paladino della
gente di mare» (43), invia al papa una «relazione allarmante sulla
situazione a Rimini», chiedendo «provvedimenti urgenti per alleviare la
povertà dei marinai, allontanarli da tentazioni rivoluzionarie e renderli
favorevoli al governo» (44). Bentivoglio scrive che occorre blandire «una
numerosa e temibile classe di Popolazione, che potrebbe riuscire assai
pericolosa», e che merita una ricompensa per «la buona condotta» tenuta
nei recenti «sconvolgimenti» (45). A Roma, il pro-segretario di Stato «vuole
evitare ad ogni costo che i marittimi si schierino con i rivoluzionari».
Da Rimini l’ispettore circondariale marchese Alessandro Belmonte (46)
suggerisce di non dare «una imprudente pubblicità» all’esenzione della
tassa del passaporto marittimo: i pescatori marchigiani «che trovansi
anch’essi oppressi dalla stessa miseria», potrebbero rivendicare lo stesso
trattamento (47). Belmonte avverte il magistrato centrale della Sanità
anconetana che le nostre Province sono «minacciate da una nuova
insurrezione che solo può fermarsi con una forza imponente». Infatti i
pescatori riminesi hanno fatto pressioni per ottenere l’esenzione da altri
loro tributi, ottenendo soddisfazione alle loro richieste, e provocando una
forte diminuzione delle entrate statali.
La Sacra Consulta riepiloga al pro-segretario la situazione: i marinai di
Rimini addetti alla pesca «sono per loro natura le persone le più garrule, e
le più insubordinate di ogni tempo» (48). Nel 1834 i tributi, ripristinati,
vengono fatti pagare non ai marinai mai ai proprietari dei legni (49).
Se nella seconda metà del 1700 il numero delle barche pescarecce aumenta
del 128 per cento (50), a cavallo dei due secoli c’è un calo del 15 per cento
(51). Segue fino al 1836 una risalita del 36 per cento (52), a cui subentra
un calo di quasi il 50 per cento sino al 1869 (53), quando la flotta
peschereccia torna con 51 barche al livello di un secolo prima (1773). Il
declino continua: nel 1902 le barche sono soltanto 46 (54).
Nel giro di un secolo, dal 1805 al 1902, la forza lavoro passa da 480
marinai a 280, cioè ad oltre un 41 per cento in meno (55).
Nel 1839 da Forlì scrivono a Roma che nel nostro porto ci sono
complessivamente 140 legni da commercio e da pesca, con una popolazione
di circa quattromila anime. Rimini «è il primo Porto dello Stato per
Bastimenti, e per Gente di Mare», costituita da un popolo «così ignaro di
tutto, che serve alla Civilizzazione, così fervido, così impetuoso nelle sue
iracondie» (56).
A metà della crisi, nel 1864, Luigi Tonini censisce 5.284 riminesi
«portolotti», cioè pescatori, naviganti, calafati, commercianti, industrianti
ed i componenti i loro nuclei famigliari (57). Sono poco meno di un terzo
della popolazione urbana complessiva (rioni di città e borghi), «che nel
1862 ascendeva a 16.874 anime» (58).
I pescatori risultano 419, i naviganti 458 (59). I pescatori e le loro famiglie
sono soltanto mille persone, un terzo di quanto erano sul finire del secolo
precedente. I naviganti e famiglie arrivano a 1.823 unità.
I «portolotti» abitano prevalentemente, ma non soltanto, nei Borghi Marina
e San Giuliano (60), ed anche in zone lontane dal mare (61).
Le imprese che abbiamo incontrato nel documento del 1805, hanno
dimensioni molto ridotte. Da altra fonte del 1812 ricaviamo che appaiono
consistenti soltanto il filatoio di seta con 66 dipendenti e due fabbriche di
vetri e cristalli con 49 (62).
Nel 1824 «la fabbricazione delle vele di canapa e cotone risulta quasi
totalmente abbandonata»: vi provvedono con lavoro a domicilio circa 70
donne per quelle di canapa; e 30 per quelle di cotone, contro le 300
impiegate nel 1805 (63).
Nel 1840 la più grossa fabbrica di Rimini è quella dei fiammiferi di
sicurezza Ghetti (1837 c.), con 300 donne e 50 uomini (64).
Nel 1818 la tassa d’ancoraggio per le barche (65) è raddoppiata rispetto al
1796. Il 1829 è una «calamitosa annata» per la pesca. Il papa concede un
«caritatevole sussidio di scudi 1.000» che però non si sa come distribuire,
mentre si confida che «cessato il vento i pescatori andranno in Mare» a
guadagnarsi da vivere perché quel sussidio risulta inadeguato alla
necessità (66).
Dal 1836 il «legato» del conte Giacinto Martinelli bonae memoriae benefica
annualmente (67) con 200 scudi i «Marinai di questo Porto, quivi nati, e
domiciliati, vecchi oltre l’età di cinquanta anni, miserabili, ed invalidi»
(68). A questo lascito nel 1877 si aggiunge quello (più sostanzioso, mille
scudi) di Giambattista Soardi (69). Dal 1883 entrambi i «legati» sono
trasformati in opere pie che l’anno successivo sono riconosciute come enti
morali dal re d’Italia Umberto (70).
La situazione idraulica del nostro canale rende «poco servibile il porto»,
reca «danno al commercio» e mette «in crisi l’attività delle costruzioni
marittime» (71). A questa situazione negativa si cerca di porre rimedio tra
1842 e 1863 con un duplice prolungamento dei moli secondo la ricetta
settecentesca dal medico Giovanni Bianchi, per complessivi 328 metri a
Levante e 373 a Ponente (72).
Nel frattempo (1843), nasce l’industria turistica balneare su cui
s’indirizzano gli interessi e le cure della classe dirigente locale, a danno
delle attività portuali (73), per le quali mancano gli investimenti necessari
(74). Ed il restaurato Porto Corsini di Ravenna dal 1870 toglie a quello di
Rimini il primato che aveva nel tratto di costa fra Venezia ed Ancona (75).
Nel 1859 inoltre il porto di Rimini è stato declassato a semplice
«Commissariato di prima classe» da «Capoluogo di circondario marittimo»
che era dal 1803. Il nuovo Capoluogo è Ravenna (76). Nel 1843 il nostro
porto era stato dichiarato «scalo di merci per la Toscana» (77). Quando
passa da Rimini alla fine del 1860 il re Vittorio Emanuele, una
commissione gli consegna un foglio «per il Porto» (78).
Più che la crisi del porto e della marineria, è stato scritto, è l’intera crisi
politica della città, provocata dai suoi «maggiorenti conservatori», che ne
ipoteca «le forme ed i tempi dello sviluppo» (79).
E contro quest’ordine delle cose insorgono i popolani nel settembre 1845
con Pietro Renzi, lasciando una testimonianza di rivolta contro
l’arretratezza e la stagnazione degli Stati Pontifici (80). Parte degli insorti
fuggono via mare, aiutati proprio dai pescatori riminesi (81).
Nel successivo novembre i nostri marinai tentano una sommossa contro
l’aumento del prezzo del grano. Il Cardinal Legato Giorgi assicura con un
editto la popolazione che il governo vegliava anche sopra i poveri, e che
non temessero (82).
Altre due proteste delle donne di marina avvengono nel luglio 1848. La
seconda si conclude con l’incendio totale di una barca che doveva esportare
grano a Venezia (83).
Nel 1855 arriva il «Cholera Morbus» con i suoi danni anche sull’attività
marittima, e con 717 decessi dei 1.264 affetti sopra una popolazione
cittadina di 17.627 abitanti (84).
La sua prima comparsa è proprio nel Borgo di San Giuliano con la morte di
un pescatore il 18 marzo, dopo tre giorni di malattia. Quel Borgo San
Giuliano che un suo figlio illustre, lo scrittore Luigi Pasquini, battezzerà
come «il sobborgo più torbido della città», e «covo di “anarchici storici”»
(85).

NOTE

* Abbreviazioni usate nel testo:


ASR, Archivio Storico Comunale, Archivio di Stato di Rimini
BGR, Biblioteca Civica Gambalunghiana di Rimini

1 In P. Meldini, Rimini 1800-1860: la cultura portolotta, «Romagna arte e


storia», n. 9, 1983, pp. 89-110, si legge che «il mondo marinaro riminese e
romagnolo ci appare un continente in gran parte inesplorato e chissà se
esplorabile». Infatti, «sul contesto economico-sociale e sulle condizioni di
lavoro e di esistenza dei marinai si attendono ancora contributi
scientificamente apprezzabili, ma meno per carenza di dati che di criteri
metodologici» (p. 89).
2 Cfr. F. Battaglini, Panfangolo riminese, Rimini 1791, p. 51. A p. 3 si legge
che «panfangolo» è un «vocabolo riminese equivalente a panettiere». Su
questo argomento, cfr. A. Montanari, Il pane del povero. L’Annona
frumentaria riminese nel sec. XVIII, «Romagna arte e storia», n. 56, 1999,
pp. 5-26.
3 Cfr. A. Montanari, Fame e rivolte nel 1797. Documenti inediti della
Municipalità di Rimini, «Studi Romagnoli» XLIX (1998), Cesena 2000, pp.
671-731, cit. p. 681.
4 Cfr. AP 502, Copialettere della Magistratura, 1796-97, ASR, 24 giugno
1796.
5 Cfr. B 595, titolo XXVI, ASR. Si tratta di un documento del 15 aprile
1835.
6 Cfr. B 684, titolo XXVI, ASR. Ricaviamo la citazione da una lettera del 6
marzo 1843, con cui la «classe» marinara della città richiede interventi
governativi a favore del porto di Rimini, ritenuto importante per la sua
posizione geografica. Da altro documento sul 1842, contenuto sempre in B
684, apprendiamo che c’erano a Rimini 142 legni di cui 26 mercantili e
116 da pesca, con 1.366 addetti. Nel 1845 sono invece registrati 72 legni
da pesca (cfr. B 706).
7 Cfr. G. C. Mengozzi, Figure e vicende del Risorgimento, «Storia di Rimini
dal 1800 ai nostri giorni. 1. La storia politica», Rimini 1978, p. 123.
8 Cfr. B 817, titolo XXVI, ASR. Per i lavori al porto, cfr. in B 868, 1862,
titolo XXVI, ASR.
9 Cfr. il documenti del primo aprile 1957, B. 826, tit. XXVI, ASR. In una
statistica di pari data, ibid, sul traffico del porto riminese, si legge che dal
1847 al 1857, sono entrati 4.606 legni e ne sono usciti 4.714. Sempre per
questo decennio, gli esami sostenuti presso la Commissione nautica
riminese sono stati 18 di lungo corso, e 126 di piccolo cabotaggio. Le navi
costruite nel cantiere di Rimini, nello stesso periodo, sono state 63, per
1.907 tonnellate. Al proposito, torna utile una serie di documenti del 1864,
in B 891, tit. XXVI, ASR, tra cui le «Riflessioni sull’industria delle
costruzioni navali nel Porto di Rimini».
10 Cfr. la relazione in B. 855, tit. XXVI, ASR, intitolata «Nozioni generali
sui Porti-Canali di Rimini e Cesenatico»: è particolarmente interessante la
parte di questa relazione dove si segnalano «i prossimi vantaggi per il porto
di Rimini» in seguito all’attivazione della strada ferrata.
11 Cfr. G. Facchinetti, Il travaglio e la fede di una città adriatica (Rimini dal
1914 al 1919), Città di Castello 1931, p. 9.
12 Cfr. Montanari, Fame e rivolte, cit., nota 38, p. 686. Cfr. AP 502,
Copialettere della Municipalità, dal 1° maggio 1796 al 28 febbraio 1797, Al
Legato, 14 luglio 1796, ASR.
13 Cfr. A. Montanari, Lumi di Romagna, Il Settecento a Rimini e dintorni,
Rimini, 1993 1ª ristampa, p. 69.
14 Cfr. R. Boscovich, Memoria istruttiva sopra il porto di Rimino, 1764, p.
50. La cit. è ricordata da M. L. De Nicolò, Note sull’attività cantieristica e
portuale a Rimini nel Settecento, «Barche e gente dell’Adriatico», Bologna
1985, p. 118, nota 14
15 Cfr. AP 725, 1500-1700, Porto e Marinari [1772], lettera della
Comunità di Rimino, pp. 13, datata 30 dicembre 1772, con allegato
«Memoriale» alla Congregazione del Buon Governo della Comunità di Rimini
contro i «Padroni di Barche, e Barcaroli di Città» di cc. 4.
16 Cfr. De Nicolò, Note..., cit., pp. 38, e 124, nota 113.
17 Cfr. Il pane del povero, cit. pp. 14-15, e nota 43. Su Nicola Martinelli,
cfr. De Nicolò, Note..., cit., p. 121, nota 53.
18 Cfr. G. Gobbi-P. Sica, Rimini, Bari 1982, p. 150.
19 Cfr. Cfr. De Nicolò, Note..., cit., p. 123, nota 95.
20 Si tratta di un testo della Sotto Commisione di Chioggia. CfrDe Nicolò,
Note..., cit., p. 42. Sul testo ricordato, cfr. ibid., a p. 123, nota 94.
21 Questo è il titolo della rubrica in AP 875, Atti Consigliari 1735-1745, 17
marzo 1745, c. 167v-170r. Il titolo completo è «Capitoli, ed Ordini per
l’Ufficio, e Giudicatura del Porto di Rimino», approvati con 45 voti su 45.
Qui si legge: «Per quello che riguarda il buon regolamento della Marineria si
stabiliscono le seguenti Leggi rilevate da Giudicati sopra di ciò più volte
emanati, e dall’inveterato stile di questo Porto» (c. 168v). Esiste anche il
testo a stampa di questi «Capitoli», v. in AP 727, 1500-1700, Porto e
Marinari. Questi capitoli sono citt. ma non esaminati per i loro importanti
aspetti sindacali, in S. Bugli-A. Turchini, I porti, «Storia illustrata di
Rimini», Milano 1990, p. 571.
22 Cfr. B 93, titolo XXVI, ASR, 17 luglio 1804.
23 Cfr. B 93, titolo XXVI, ASR, 19 luglio 1804. Cfr. la lettera al Signor
Podestà Provvisorio di Comacchio del 7 giugno 1807, in risposta a sua del
22 maggio 1807, B 145, titolo XXVI, ASR. Per ogni tartana o trabaccolo
sono impiegati «dieci pescatori almeno vi occorrono, ed undici da prima dei
morti a Pasqua. Questi non hanno soldo fisso, ma entrano a parte del
prodotto della Pesca, che ordinariamente rende a ciascuno scudi 100=, o £
537:26. La Pesca è sempre incerta: ma si calcola approssimativamente di
una Tartana scudi 550 annui o £ 2.985:65/100». Sull’argomento, cfr. pure
in B 211, titolo XXVI, ASR: obblighi dei «Padroni Conduttori» («Avviso» a
stampa del 14 aprile 1810 del Capitano di Porto Alessandro Belmonti).
Sulle funzioni del Capitano di Porto, cfr. B 240, titolo XXVI, ASR, foglio 95,
14 marzo 1811. Alessandro Belmonti, nominato nel 1802, era già stato
presidente della Commissione economica del Porto: cfr. L. Tonini, Il porto di
Rimini, Brevi memorie storiche, «Atti della Deputazione di Storia Patria per
le Provincie di Romagna», III (1864), p. 25. (Qui Tonini scrive che, tornato
il Governo Pontificio, nel 1815 fu posto a Rimini un ispettore, lo stesso
Alessandro Belmonti, che fungeva le veci di Capitano e Commissario. Dal
1863 il Porto di Rimini è sede di un Console.)
24 Cfr. A. Montanari, Una fame da morire, Carestia a Rimini 1765-1768,
«Pagine di Storia & Storie», V, 11, supplemento a «Il Ponte», Settimanale
cattolico riminese, XXIV (1999), 11, pp. 1-8; ed il cit. Il pane del povero,
cit., pp. 10-11.
25 Cfr. U. Marchi, Memorie Ariminesi, SC-MS 182, BGR, c. 128r.
25 Cfr. G. Capobelli, Commentari delle cose accadute nella Città di Rimino e
in altri luoghi, BGR, SC-MS. 306, pp. 36, 233.
27 Cfr. il cit. Una fame da morire.
28 Cfr. F. Venturi, Elementi e tentativi di riforme nello Stato pontificio del
Settecento, «Rivista Storica Italiana», LXXV (1968), p. 789.
29 Cfr. il cit. Il pane del povero, p. 11.
30 Cfr. N. Giangi, Cronaca 1782-1809, SC-MS. 340, BGR.
31 Il primo ricorso di cui ho trovato notizia è del 1725: esso è cit. in
documento del 1755 in AP 536, Registro delle Informazioni 1755-1757,
ASR, cc. 4v-11r, che è un successivo ricorso dei «Poveri Pescatori» contro la
Comunità di Rimini. Qui leggiamo pure che il dazio in oggetto era nato in
età malatestiana (1494), che nel 1629 era stato aumentato del 5 per cento,
e che infine nel 1709 (al tempo di mons. Marabottini presidente della
Romagna) era stato portato al 22 per cento.
32 AP 732, Piscaria e pescivendoli 1600-1700. 1760, ASR, Ricorso dei
«Poveri Pescatori» al Soglio Pontificio.
33 Cfr. i citt. documenti di AP 725, 1500-1700, lettera della Comunità di
Rimino, con allegato «Memoriale» contro i «Padroni di Barche, e Barcaroli di
Città».
34 Cfr. B 113, titolo XVI, ASR, «Rimini 10 Maggio 1805. Memorie relative
al Porto, alle manifatture ed Arti di Rimini». Anche le notizie che seguono
sono riprese da questo documento, dove si elencano pure «i generi
preferibili» del commercio locale: «legname da costruzione, cotoni filati per
la fabbrica delle cotonine, ferrarecce, cuoi grezzi in pelo, olio, risi e fave».
35 Così troviamo in un documento riportato nel cit. Fame e rivolte nel
1797, p. 681, in cui leggiamo pure: «Una buona parte de migliori Artisti, e
di Persone, ch’esercitano profes-sioni liberali, non vivono del Pane
dell’Annona».
36 Cfr. AP 99, Annona frumentaria, ASR, c. 222v, 30 agosto 1796.
37 Cfr. AP 617, 1799-1800, Atti della Cesarea Regia Reggenza, ASR. c. 54
v.
38 Cfr. S. De Carolis, Michele Rosa, medico leontino, «Atti del XL Congresso
Nazionale della Società Italiana di Storia della Medicina», 2001, pp. 323-
324.
39 Cfr. C. Tonini, Compendio della Storia di Rimini, Parte seconda. Dal
1500 al 1861, ed. anast. Bologna 1996, pp. 447-449.
40 Cfr. B 362, titolo XXVI, ASR, foglio 9, 15 aprile 1817.
41 Cfr. A. Silvestro, Colera, insurrezioni, pescatori e militari a Rimini nel
1831, «Studi Romagnoli», LI (2000, ma 2003), pp. 503-504. (Il saggio, pp.
503-522, presenta documenti inediti dell’Archivio di Stato di Roma.) Qui si
ipotizza come a Roma ed in Romagna fosse ancor vivo il ricordo
dell’insurrezione del 1816: «A differenza dei popolani sprovvisti di armi, o
tutt’al più in possesso di quelle raccogliticce strappate alla truppa e alla
gendarmeria pontificia, i naviganti dispongono di artiglieria e di armi
leggere perché l’incessante minaccia della pirateria aveva costretto già da
molto tempo le autorità a consentire d’imbarcare armi sulle navi» (p. 505).
42 Ibidem, p. 505.
43 Ibidem, p. 511.
44 Ibidem, p. 507.
45 Ibidem.
46 Secondo Silvestro, ibidem, p. 522, «il marchese Belmonte è tra i
principali esponenti dei democratici ma, più che dalle due convinzioni
politiche, il suo comportamento pare dettato dal desiderio di migliorare
l’efficienza e la prosperità della marina pontificia e di procurare vantaggi ai
marinai».
47 Ibidem, p. 509.
48 Ibidem, pp. 513-514. A Roma si è consapevoli dei bisogni della
«numerosa, e povera Classe de’ marinari», come testimonia uno scritto del
tesoriere generale: cfr. ibidem, p. 515. Nel contempo, la si definisce «una
popolazione querula e tumultuosa, a cui la frequente comunicazione colla
marineria Anconitana è ora causa possente di seduzione e di scandalo» (p.
516). Tralasciamo altri particolari sugli sviluppi della situazione adriatica,
così ben documentati dall’autore. Ricordiamo soltanto che due anni dopo,
l’esenzione valeva soltanto per i pescatori di Rimini e Riccione, e non pure
per quelli di Cattolica che però l’avevano ottenuta nel settembre 1831 (p.
519).
49 Ibidem, pp. 519-520.
50 Tale numero passa da 39 nel 1749 a 49 nel 1773 e ad 89 nel 1792. I
dati sul periodo 1749-1773 sono in AP 622, 4. Barche, ASR, fasc. 6, Nota
delle Barche Pescareccie dal 1749 al 1770 (in realtà, come abbiamo scritto,
i dati arrivano sino al 1773); cfr. pure in De Nicolò, Note..., cit., p. 39; ed
Ead., La navigazione e la pesca, «Storia illustrata di Rimini», Milano 1990,
p. 586. Per il 1792, cfr. la cit. «Transazione, e amichevole composizione», in
AP 732.
51 Tra 1792 (vedi nota precedente) e 1819, le barche passano da 89 a 74.
Per il dato del 1819, cfr. B 390, ASR, c. 11, «Elenco delle barche
pescareccie».
52 Cfr. B 612, ASR, «Stato dimostrativo...».
53 Nel 1864 le barche pescarecce sono 59; nel 1869 sono 51: cfr. De Nicolò,
Note..., cit., pp. 118-119. Nel 1858 erano invece 75
54 Cfr. F. Silari, I bagni ed altro. L’evoluzione dell’industria e dei servizi nel
Riminese dalla metà dell’Ottocento alla fine del Novecento, «Economia e
società a Rimini tra ’800 e ’900», Cinisello Balsamo 1992, p. 175. Questo
declino si condensa in poche aride cifre. Le barche da pesca, tra 1858 e
1902, passano da 75 a 46, e gli occupati da 525 a 280. Secondo Silari (p.
173), il declino è dovuto sia all’interramento del porto canale sia alla
concorrenza di altre forme di trasporto merci.
55 Per il 1805, cfr. le citt. «Memorie relative al Porto», B 113. Per il 1902,
cfr. il cit. Silari (v. nota precedente).
56 Cfr. Silvestro, Colera, insurrezioni, pescatori e militari a Rimini nel
1831, cit., pp. 520-521.
57 Cfr. nel cit. Tonini, Il porto di Rimini, p. 32. Qui si legge che tale
popolazione di «portolotti» è «sempre in aumento».
58 Cfr. Meldini, op. cit., p. 90.
59 Cfr. Tonini, Il porto di Rimini, cit., p. 28, e Meldini, op. cit., p. 90. I
calafati sono 41: cfr. Tonini, Il porto di Rimini, cit., p. 32.
60 Gli abitanti di Borgo Marina nel 1862 sono 1.477, quelli di San Giuliano
2.232. Per arrivare al totale «portolotto» di 5.284, ne mancano altri 1.575.
61 Su questo aspetto, possiamo ricavare alcuni dati inediti dalla
distribuzione del «Legato Martinelli» di cui si dirà in seguito.
62 Cfr. G. Porisini, Nascita di una economia balneare (1815-1914),«Storia
di Rimini dal 1800 ai nostri giorni, II, Lo sviluppo economico e sociale»,
Rimini 1977, p. 11.
63 Ibidem, p. 17.
64 Cfr. Silari, op. cit., pp. 101, 107.
65 Tale tassa in precedenza era detta d’alboraggio. Cfr. in B 375. titolo
XXVI, ASR.
66 Cfr. documenti del 21 gennaio e del 6 febbraio 1829 in B 523, titolo
XXVI, ASR.
67 I beneficiati nel periodo 1836-1875 sono 305. Le domande rifiutate 184.
I dati disponibili si riferiscono solamente a 33 dei 40 anni di questo
periodo. Non abbiamo calcolato i dati degli anni in cui mancano in ASR i
relativi prospetti. Per alcuni degli anni mancanti di prospetti, esistono però
le domande che non abbiamo ritenuto opportuno esaminare perché il dato
che esse forniscono è insufficiente per calcolare sussidi erogati e negati,
mancando in esse ogni annotazione al riguardo.
68 Cfr. B 612, titolo XXVI, ASR, «Legato Martinelli», 1 gennaio 1836. Nel
primo anno vengono distribuiti 39 sussidi: 14 a marinai compresi tra 50 e
60 anni; 11 fra 61 e 70; 14 oltre i 71. Le parrocchie di provenienza sono:
San Giovanni B. (1); Santa Maria in Corte (2); Santa Colomba (3); San
Martino (6); San Giuliano (11), San Nicolò (Borgo Marina, 16). Nel
secondo anno (1837, B 628, titolo XXVI, ASR), i sussidi distribuiti sono 44,
di cui nove sono nuovi iscritti mentre gli altri 35 erano già stati beneficati
nel 1836. Questi nove provengono da San Nicolò (2), San Giuliano (3), San
Martino (2), Santa Colomba (1), San Bartolomeo (1). I beneficiati nel
periodo 1836-1875 sono stati 305. Le domande rifiutate 184.
68 Per il periodo 1876-1880, dagli atti comunali si hanno questi dati: 1876,
lascito Martinelli, 45 erogazioni; lascito Soardi 47 erogazioni. 1877, lascito
Martinelli, 9 erogazioni; lascito Soardi 47 erogazioni. 1878, complessive 54
erogazioni su 102 domande, per entrambi i lasciti (mancano gli elenchi
distinti). 1879, lascito Martinelli 61 erogazioni; lascito Soardi 56
erogazioni. 1880, lascito Martinelli 64 erogazioni; lascito Soardi 66
erogazioni. Mancano gli atti comunali successivi al 1880. Giambattista
Soardi [1790-1875] era figlio di Luca Soardi e di Maria Martinelli la quale
era figlia del già ricordato Nicola Martinelli e Diamante Garampi. Nicola
Martinelli era nipote di Giulio, il quale era fratello di Ignazio bisnonno di
Giacinto Martinelli. Il padre di Giacinto Martinelli, Pietro, ebbe una sorella,
Gertrude andata sposa a Francesco Garampi (figlio di Lorenzo e di
Diamante Belmonti). Da Francesco Garampi e Gertrude Martinelli nasce
Lorenzo padre di un’altra Diamante che sposa Giuliano Soleri generando
Pietro Soleri. Questo Pietro Soleri è nominato erede proprio dal nostro
Giacinto Martinelli. Giacinto compie tale scelta avendo avuto due figli
deficienti. Pietro Soleri ebbe l’obbligo «di prendere dimora in Rimini e di
assumere il cognome di Martinelli trasmissibile ai suoi figli e discendenti».
Pietro Soleri-Martinelli muore nel 1862 lasciando eredi i figli Giacinto,
Diamante, Chiara, Claudia e Giovanna. Giacinto fondò a Riccione nel 1878
un Ospizio Marino. (Cfr. A. Montanari, Un «Diario» inedito di Aurelio
Bertòla, «Quaderno di Storia n. 1», Rimini 1994, p. 10; e P. G. Giovanardi, I
Martinelli conti di Francolino, Rimini 1927, p. 7.) Nella Statistica del
Regno d’Italia. Le Opere Pie nel 1861. Compartimento dell’Emilia, Firenze
1869, alle pp, 32-33 dedicate a Rimini si riferisce di un «Lascito Piangi»
istituito nel 1846 per «sussidi in denaro ai marinai resi impotenti al
lavoro»: di esso non abbiamo trovato notizia negli atti comunali.
70 Cfr. i relativi Statuti pubblicati a Rimini nel 1884. Da essi si ricava che
l’Opera pia Martinelli beneficava i marinai riminesi «vecchi oltre l’età di
cinquanta anni, miserabili, ed invalidi», o le loro vedove. L’Opera pia Soardi
aveva lo stesso scopo ma non poneva il limite dei cinquanta anni d’età, e
riguardava pure le famiglie che avevano avuto vittime in naufragi. Negli
Statuti, in conclusione (p. 61) si trova pure un prospetto riassuntivo delle
beneficenze erogate annualmente con il «legato Soardi» fra 1876 e 1883 (ne
godono rispettivamente 47, 55, 60, 69, 70, 73, 65, 69 marinai). Nell’ASR
dal 1881 alla fine del secolo (al quale ci limitiamo per quanto qui ci
riguarda), non esistono documenti dell’Archivio Comunale.
71 Cfr. Porisini, op. cit., p. 18.
72 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 566.
73 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 568.
74 Cfr. G. Conti, La formazione della società balneare, «Rimini città come
storia 2», a cura dello stesso G. Conti e di P. G. Pasini, Rimini 2000, p. 147.
75 Cfr. Bugli-Turchini, op. cit., p. 566.
76 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., pp. 145-147. Sulla protesta di Rimini,
cfr. Cronaca riminese (1843-1874), Rimini 1979, p. 99.
77 Cfr. Tonini, Compendio, cit., p. 509.
78 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., p. 106, Tonini, Compendio, cit., p.
596.
79 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., p. 145.
80 Cfr. G. Conti, La formazione, cit., p. 305, nota 47.
81 Cfr. la relazione del conte Torcigliani, console generale per la Toscana
ad Ancona, riportata in I. Grassi, La capitolazione delle bande di Rimini, il
governo toscano e l’estradizione di Pietro Renzi (1845-1846), «La
Romagna», V (1908), VI-VII, p. 349, nota 3.
82 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., p. 15; e Meldini, op. cit., p. 103.
83 Cfr. Tonini, Cronaca riminese, cit., pp. 34-35. Sull’episodio della barca,
cfr. Tonini, Compendio, cit., p. 539.
84 Cfr. S. De Carolis, Un singolare revival: Il trattato sul coléra di Michele
Rosa (1731-1812) e l’epidemia riminese del 1855, «Le geografia delle
epidemie di colera in Italia. Considerazioni storiche e medico-sociali», San
Giovanni in Fiore 2002, pp. 117-128. Cfr. pure Meldini, op. cit., p. 100.
85 Cfr. L. Pasquini, Ballata per un borgo che non vuole morire, La Piê,
1972, n. 4, pp. 152, 154.

Antonio Montanari