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Ca.

7 CONCETTI SU CRISI, AREA DELL’AIUTO, COUNSELING,


AREA DELLA PSICOTERAPIA
Il termine crisi (dal greco:discerno,separo,decido) va inteso come
cambiamento,trasformazione, passaggio. Jaspers definisce la crisi come un punto di
passaggio dove tutto subisce un cambiamento subitaneo in cui l’individuo ne esce del
tutto trasformato, sia dando origine a una nuova risoluzione, sia andando verso la
decadenza. Consideriamo come il concetto di crisi viene inteso dai vari ambiti
scientifico–disciplinari interessati all’aiuto:
-La Psichiatria: considera la crisi come rottura di un equilibrio psicologico, in cui vi è
un turbamento della sfera intrapsichica. In caso di crisi la psichiatria assume due
atteggiamenti:
1) Di tipo diagnostico, considerandola come una malattia da curare tempestivamente, in
quanto è un fenomeno estraneo al vissuto normale del paziente;
2) in modo più interpretativo, considerando la crisi seppur un momento doloroso, utile
per una successiva crescita dell’individuo.
La crisi può tuttavia assumere un aspetto positivo quando le modificazioni intrapsichiche
e relazionali non sono ancora del tutto cristallizzate in comportamenti stereotipati, ma
sono espressione di bisogni emergenti, di desideri frustrati, di una personalità debole, di
perdite, fallimenti. In questa fase è facile e ricorrente che il paziente esprimi sintomi
aspecifici ma, se vengono trattati tempestivamente si possono risolvere facilmente con
risvolti positivi.
La crisi intesa come disturbo psichico va distinta da altri tipi di crisi esistenziali, come
l’adolescenza, la maternità, cambiamenti familiari, lutti, amore, malattie… In alcuni casi il
fattore che determina lo scatenare della crisi può essere del tutto oggettivo, esterno e
imprevisto , in cui è difficile in questi casi separare l’aspetto oggettivo della crisi (cioè il
mutamento che è intervenuto nella vita del soggetto) dall’aspetto soggettivo cioè dal
modo in cui il soggetto vive, interpreta e conduce la propria crisi. È bene considerare che
qualsiasi crisi esistenziale porta in sé il rischio di sfuggire al controllo del soggetto , il
quale non riuscirà più a utilizzarla in maniera produttiva per la propria crescita; ed è qui
che la crisi può causare sofferenza a tal punto da divenire tipica della condizione di crisi
propriamente di natura psichiatrica ( cioè causando turbamenti intrapsichici).
EVOLUZIONE DELLA CRISI SECONDO “CAPLAN”
1) un’iniziale ascesa della tensione, connessa con la messa in atto degli abituali
meccanismi di risoluzione dei problemi.
2) Il fallimento di queste strategie, che comporta un aumento della tensione tale per
cui l’individuo ne risulta sconvolto e incapace di agire (spesso caratterizzato dalla
rassegnazione e rinuncia alla soddisfazione del proprio bisogno)
3) La messa in atto di nuove strategie: possono essere presi in considerazione aspetti
del problema prima trascurati e utilizzati strumenti ma sperimentati in passato.
4) Il fallimento di ogni tentativo, tale da determinare un ulteriore aumento della
tensione per cui, dopo un periodo di 4-6 settimane, comunque si assiste,
spontaneamente al suo concludersi attraverso la manifestazione di una risposta,
qualsiasi sia.
- La Psicologia Clinica: pone distinzione tra crisi evolutive (dovute al fenomeno di
crescita della persona), crisi accidentali (situazioni della vita in il cui l’irrompere
improvviso può minacciare l’equilibrio psicologico raggiunto dal soggetto) e crisi come
situazione di acuta modificazione di uno stato di equilibrio o di compenso nell’individuo e
nel suo sistema sociale in un certo modo precedentemente stabile.
Rapaport ha individuato 3 condizioni che, associate tra loro possono provocare uno stato
di crisi:1) il verificarsi di un evento; 2) connessione tra questo evento e precedenti
tensioni che avevano già determinato una situazione conflittuale nel soggetto;
3)l’incapacità della persona di affrontare la crisi in modo adeguato servendosi dei suoi
consueti meccanismi.
- L’igiene mentale: il suo obiettivo è di prevenire l’insorgenza di malattie mentali, di
mantenere l’equilibrio psichico in modo da favorire l’adattamento all’ambiente. Esistono
diversi momenti della vita (contatto col mondo della scuola, l’inizio di una attività
produttiva o di formazione, l’esordio di una grave malattia…) nel corso dei quali ogni
soggetto è sottoposto a cambiamenti. Tali cambiamenti possono portare sia verso una
crescita personale, quanto mettere in moto meccanismi che non consentono
l’adattamento e provocano alterazioni a breve-medio-lungo termine. In tali situazioni di
scompenso, una forma di aiuto di tipo preventivo è rappresentata dal cosiddetto
intervento nella crisi, allo scopo di impedire la comparsa di un disturbo mentale,
garantendo un sostegno e una guida all’individuo cercando di creare le condizioni che
possano favorire una crescita del soggetto mediante l’elaborazione di nuove modalità per
affrontare la crisi.
Attualmente, il compito di tutelare la salute psichica si svolge su tre livelli di prevenzione:
prevenzione primaria: diretta all’ambiente in generale ed alle strutture, consiste nel
miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, educazione sessuale, informazione
sanitaria e con la profilassi di tutti quei fattori che possono causare stati di
disadattamento e patologie psichiche;
prevenzione secondaria: diretta ad intervenire appena si manifesta qualche segno di
devianza patologica, sia attraverso diagnosi e cura immediata, sia tramite la ricerca di
strategie rivolte all’evitamento di ricadute;
Prevenzione terziaria: in cui l’intervento è orientato verso la prevenzione di recidive
(ricomparsa di una malattia apparentemente guarita) in soggetti che mantengono un
parziale compenso psichico nell’ambito di un quadro patologico cronico, attraverso
programmi di risocializzazione, riabilitazione, reinserimento in ambito familiare e
lavorativo.
- Ambito Pedagogico: intende la crisi come causa della rottura di un equilibrio
precedentemente acquisito, determinando l’esigenza di trasformare e adeguare gli
schemi di atteggiamento e comportamento per far fronte alla nuova situazione critica
venutasi a creare.
Vengono distinti vari tipi di crisi:
-Evolutive: connesse alle fasi della vita (infanzia, adolescenza, senescenza) e a particolari
settori di sviluppo (affettivo, sessuale, intellettuale); perciò dato che tali eventi sono
prevedibili, l’aspetto pedagogico pone che vi possa essere la possibilità di preparare
l’individuo ad affrontare tali eventi di carattere evolutivo.
-Vocazionali: legate al passaggio evolutivo che, dalla preadolescenza porta
all’adolescenza e all’età adulta, durante il quale il soggetto decide della sua identità
ideale e del suo futuro.
-Accidentali: legati a eventi traumatici imprevedibili e indipendenti dalla persona (lutti,
malattie, cambiamenti di lavoro…)
-Crisi di Identità: dovute alla non corrispondenza tra identità personale e realtà esterna
che tuttavia risulta essere presente in modo normale in quanto costituisce un fattore di
crescita personale.
Perciò potremmo dire che gli orientamenti attuali della Pedagogia della crisi sono rivolti a
cercare di capire come rendere la crisi fattore di sviluppo e momento evolutivo e non
momento di stasi e regressione.
Concludendo potremmo dire che la crisi pone 2 grandi tipi di aree di intervento:
L’AREA DELL’AIUTO: in cui rientrano il counseling e tutte quelle professioni rivolte ad
aiutare le persone che vivono momenti critici dell’esistenza che una persona sana può
attraversare, in cui possono necessitare di aiuto o di un accompagnamento.
L’AREA DELLA PSICOTERAPIA: volta al trattamento degli aspetti psicopatologico della crisi,
dove si necessita di un intervento specifico.
LE ATTUALI FORME DELL’AIUTO E DELLA CURA IN PSICOLOGIA CLINICA
Il campo delle attività connesse al prendersi cura delle persone si è allargato
arricchendosi di visioni diverse, grazie a diversi fattori quali: al rapido sviluppo del sapere,
determinando l’insorgenza di prassi e metodologie nuove e diverse tra loro; l’affermarsi
della cura del benessere; l’aumento della domanda di cura psicoterapeutica; l’emergere
di nuovi bisogni d’intervento psicologico…
Perciò, tale campo della cura del malessere è in continua evoluzione in cui accanto alle
cure analitiche classiche si è via via aggiunto il vasto repertorio dei trattamenti
psicoterapeutici, forme brevi di psicoterapia, il counseling, interventi specifici sulla crisi…
Così oggi è possibile parlare di psicoanalisi (Freud), di analisi adleriana (Adler), analisi
junghiana (Jung), analisi kleiniana (Klein), terapia sistemica, terapia centrata sul cliente
(Rogers), analisi transazionale ( Berne), psicoterapia limitata nel tempo (Mann),
psicoterapia breve ansiogena (Sifneos), psicoterapia breve eclettica (Wolberg), inoltre
Volterra nelle tecniche di intervento utilizza mediatori corporei (rolfing, breathing
therapy) o espressivi (musicoterapia, danza terapia).
A partire dagli anni 70 vi è stato un continuo crescere di professioni che implicano
interventi di aiuto nei diversi ambiti dell’esistenza (infanzia, adolescenza, età adulta,
vecchiaia, del lavoro, famiglia) da parte di molteplici operatori, sia nelle tradizionali aree
sanitarie (psicoterapeuti, psicologi clinici, psichiatri, infermieri) e sociale (assistenti
sociali, educatori extrascolastici, operatori di comunità, mediatori). In tutti questi
operatori implicati alla cura del malessere, è indispensabile porre un chiarimento e
differenziazione di tali figure, in modo da poter delineare e definire i confini, i territori, le
specificità, gli ambiti di applicazione nonché i limiti dei vari interventi di aiuto. Tutto
questo determina che vi sia una distinzione tra le professioni che basano la propria
dimensione di aiuto verso la prevenzione e promozione della salute, dalle professioni che
invece intervengono sul malessere e sul disagio e inoltre da quelle che agiscono a livello
psicopatologico con una ottica curativa e riabilitativa.
LE RELAZIONI D’AIUTO: le relazioni d’aiuto effettuate da assistenti sociali, animatori,
infermieri , educatori… perseguono obiettivi specifici primari, cioè sono implicati nel
favorire l’apprendimento, la socializzazione, la riabilitazione… però al tempo stesso
realizzano obiettivi secondari, cioè di tipo psicologico, quali l’incremento dell’autostima,
della stabilità emotiva, integrazione sociale.
Il concetto di relazione d’aiuto è usato in molti ambiti, ponendo una concezione che va
dall’aiuto di tipo informale (quasi amicale) a concezioni sempre più articolate in cui in
quest’ultima si necessita che l’operatore abbia consapevolezza delle dinamiche che si
possono sviluppare e che possono condizionare la relazione stessa nonché competenze
specifiche per l’aiuto. Potremmo per tanto proporre differenti definizioni per meglio
comprendere ciò che è stato detto sopra:
- Relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell’altro la
crescita, lo sviluppo, la maturità, valorizzando le risorse personali,
- La relazione d’aiuto ha molto in comune con le relazioni di amicizia, con le relazioni
familiari e pastorali (prete). Tutte queste sono dirette ad appagare bisogni umani
basilari.
- Relazione professionale in cui si presuppone che chi aiuta deve essere in grado di
comprendere il problema che affligge quel particolare individuo facendolo evolvere
verso un miglioramento.
- Incontro tra due persone, di cui una si trova in condizioni di sofferenza e conflitto e
l’altro invece, essendo dotato di un grado superiore di adattamento di abilità e
competenza a questo tipo di problema o situazione.
Volendo porre una distinzione fra tutte quelle professioni che IMPLICANO L’AIUTO,
rispetto a quelle professioni che si BASANO SULL’AIUTO, potremmo dire che le prime non
hanno come obiettivo primario quello di fornire un aiuto di tipo psicologico ma
favoriscono l’apertura di quei canali comunicativi e relazionali empatici che consentono
all’individuo di sentirsi accolto e compreso nella sofferenza legata al suo problema
(prevenzione primaria). Mentre le seconde si caratterizzano per le varie modalità di aiuto
psicologico intervenendo sul malessere e sul disagio in modo da prevenire l’instaurarsi di
malessere psicopatologico (prevenzione secondaria e terziaria).
IL COUNSELING: il termine counseling non è molto facile da intendere, per 2 motivi:
A) Il primo aspetto è legato alla confusione che risiede in tale termine in quanto derivato
dalla lingua anglosassone, significa “dare consigli”. Infatti tale significato è poco attinente
alla pratica di counseling, il quale agisce in modo più tecnico e professionale di un
semplice consiglio. Per meglio intendere riportiamo il confronto fatto da Pagani sui due
termini in modo da individuarne le differenze:
CONSIGLIO: COUNSELING:
- rapporto paritario - rapporto con un esperto
- accordo sul tema - ricerca di una strategia
-suggerire scelte o modificazioni - rendere possibili scelte o modifiche
Sulla possibile “accettazione” della componente “consiglio” compresa nel termine
counseling, si ritiene particolarmente suggestiva la considerazione fatta da Adolfo
Pazzagli, ponendo che il counseling attraverso le componenti di chiarificazione e
riflessione, potrebbe facilitare un processo maturativo individuale, spesso inconscio,
capace di consentire il superamento di momenti critici mediante la creazione di nuove
VISIONI delle problematiche esistenziali, favorendo la scoperta di modalità idonee di
risoluzione delle difficoltà. Riporto di seguito alcune definizioni relative al counseling e al
couselour:
1) ci si impegna nel counseling quando una persona, che riveste regolarmente o
temporalmente il ruolo di counseluor, offre o concorda esplicitamente di offrire tempo,
attenzione e rispetto a un’altra persona temporaneamente nel ruolo di cliente. Compito
del couseling è di dare al cliente un’opportunità di esplorare, scoprire e chiarire dei modi
di vivere più fruttuosi e miranti a un più elevato stato di benessere.
2) il counselour può indicare le opzioni di cui il cliente dispone e aiutarlo a seguire quella
che sceglierà. Qualunque approccio usi il counselour, lo scopo fondamentale è
l’autonomia del cliente: che possa fare le sue scelte, prendere le sue decisioni e porle in
esse.
3) il counseling consiste nel recepire e comprendere le richieste del cliente, le sue attese,
i suoi problemi di scelta e decisione, i suoi stati d’animo, le sue difficoltà cercando di
analizzarli e di interpretare i motivi determinanti al fine di poter dare risposte valide
come spiegazioni, come aiuto, come guida.
4) Il counseling individuale è una particolare modalità di scambio comunicativo
colloquiale fra un operatore adeguatamente preparato al compito e un soggetto
bisognoso d’aiuto. Ha lo scopo di favorire il passaggio di quest’ultimo da una condizione
di disagio a una di benessere, in un tempo relativamente breve.
Quindi, in definitiva potremmo dire che il Counseling si presenta come una professione
che si serve di competenze specifiche, come intervento basato sulla comunicazione e
compartecipazione emotiva, in un clima relazionale cooperativo. Si rivolge a persone
Sane, che hanno difficoltà ad affrontare da sole un particolare periodo di crisi, ponendo
un intervento in cui la persona è aiutata a trovare da sé le risorse per far fronte a
situazioni di disagio.
B) il secondo elemento che reca difficoltà nel definire e chiarire gli ambiti di intervento
del counseling è di farlo rientrare come disciplina integrata all’area della Psicologia Clinica
applicata, quindi identificarla come specifica relazione d’aiuto come viene intesa la
psicoterapia. In tal senso il counseling è caratterizzato da una relazione che pone
l’attenzione sulle dimensioni psicologiche, emotive, cognitive e relazionali, con l’obiettivo
di favorirne un cambiamento psicologico attraverso un rapporto condiviso tra operatore
e utente. La prassi del counseling, proprio per il fatto che prevede l’utilizzo di tecniche
precise, la differenzia dalle generiche relazioni d’aiuto e da altri tipi di intervento, e
inoltre non è soggetta a improvvisazioni. Il presupposto di base del counselour è di
credere che il soggetto possieda le risorse che gli consentono di auto-orientarsi e di
affrontare i problemi.
Storicamente nel counseling si distinguono 3 ambiti di intervento:

1.Comunitario 2.Lavorativo 3.Socio-sanitario


AMBITO COMUNITARIO
Counseling psicopedagogico: si svolge all’interno del contesto scolastico e della
formazione, in cui gli esperti sono chiamati a gestire dinamiche di gruppo, rapporti
interpersonali talvolta conflittuali relativamente a utenza di diverse fasce d’età. I
destinatari dell’intervento, infatti, possono essere allievi o bambini, genitori o docenti, in
un’ottica spesso interindividuale favorendo la relazione insegnante-studente, insegnante
genitore e così via.
Counseling di comunità: l’intervento consiste nell’agevolare la comunicazione tra i
membri di una qualsiasi comunità (comunità carcerarie, per tossicodipendenti, per
giovani in difficoltà, orfanotrofi, ecc.) rimuovendo tutto ciò che ostacola il dialogo, per
fare in modo che le persone si ascoltino reciprocamente ed elaborino modalità di
convivenza più collaborative e decisamente più soddisfacenti.
Counseling di orientamento: lo scopo del counselor è quello di abilitare il paziente a
prendere una decisione di carattere personale (ad esempio scegliere un lavoro o un
percorso di studi) quando si trova di fronte a problemi o a difficoltà particolari. Il fine
perseguito è sempre l’autonomia della persona e un maggior senso di dignità e
autostima, da raggiungere attraverso un percorso individuale che consenta la libera
espressione delle proprie potenzialità. L’autonomia decisionale e la congruenza delle
scelte costituiscono pertanto le finalità principali del counseling di orientamento.
Counseling universitario: in questo ambito il counselor interviene offrendo sostegno allo
studente che attraversa un momento di difficoltà e se necessario gestisce dinamiche di
gruppo e rapporti interpersonali conflittuali. L’inserimento nel mondo universitario può
rappresentare per l’individuo un evento critico: le aspettative per lo studio, le domande
sul futuro, le fatiche e forse le frustrazioni legate ai risultati, spesso causano stress e
producono la caduta della motivazione. Un servizio di counseling universitario, capace di
intervenire precocemente sul disagio legato a difficoltà adattive sul piano sia relazionale
che cognitivo, può svolgere quella funzione di contenimento positivo che permette di
portare i singoli individui verso la scoperta di una maggior fiducia in se stessi, creatività,
autocontrollo, autodisciplina, autonomia e responsabilità.
AMBITO LAVORATIVO
Counseling aziendale: Spesso si orienta nei confronti di coloro i quali, trovandosi a
gestire ruoli chiave in azienda, necessitano di un processo di educazione alla sensibilità, al
fine di renderli in grado di cogliere i problemi all’interno del loro settore lavorativo, quasi
di prevenirli, prendendo necessariamente in considerazione anche gli aspetti più umani e
personali della situazione nella quale si trovano.
Career counseling: “bilancio di competenze”; è un lavoro sulla globalità della persona che
viene sostenuta nel rafforzare il concetto di sé attraverso una corretta scelta di carriera.
Aiuta le persone a conoscersi, a utilizzare le potenzialità inespresse e ad elaborare un
progetto lavorativo in sintonia con le capacità e gli interessi individuali.
AMBITO SOCIO-SANITARIO
Counseling psicologico: di esclusiva competenza dello psicologo, prevede una relazione
terapeutica breve con attività di sostegno, orientamento, diagnosi, prevenzione e
riabilitazione.
Counseling socio-sanitario: offre agli operatori momenti di riflessione e discussione sulla
qualità dei rapporti in ambito ospedaliero: tra pazienti, medici e personale paramedico;
non può che giovare alla gestione del complesso sistema di chi ha il compito di “curare”
la gente, nel senso più pieno del termine “prendersi cura di” (Danon, 2000). Fine ultimo è
l’agevolazione della comunicazione tra medico o infermiere e paziente, considerabile
come fattore coadiuvante del processo di guarigione.
Counseling socio-analitico: di competenza di sociologi e assistenti sociali, prevede
l’intervento su singoli individui o gruppi analizzando in un’ottica dinamica le relazioni tra
individuo e società.
Counseling negli stati avanzati di malattia: è frequentemente indicato anche come
counseling oncologico e può essere rivolto sia al soggetto affetto da malattia che ai suoi
familiari. Qualunque stadio della malattia può richiedere o beneficiare di un intervento di
counseling: la prima diagnosi, l’emissione della prognosi, sia essa favorevole o infausta, la
risposta alle terapie e gli effetti collaterali connessi, i cambiamenti nello stile di vita, le
modificazioni fisiche ed umorali, il ricovero ecc. Il counselor può facilitare il difficile
processo di accettazione della malattia terminale supportando il paziente e tenendo ben
presente l’importanza della disponibilità nei confronti dei familiari e del personale
medico, da sostenere nell’accettazione della realtà della malattia terminale e delle sue
implicazioni.
Counseling nell’infezione e nella malattia da HIV: si orienta secondo due dimensioni: la
prevenzione ed il controllo -intento preventivo- e il supporto psicosociale ai soggetti
affetti dalla malattia e ai loro familiari -intento supportivo.
Counseling di accompagnamento alla morte: intervento molto profondo che consente di
affrontare con maggiore serenità una situazione tanto delicata quale l’avvicinamento alla
morte. Cancro e aids sono le grandi sfide del secolo.
Counseling pedagogico-riabilitativo: si occupa di assistenza, reinserimento e
riabilitazione di soggetti singoli o gruppi con precedenti penali e/o con soggiorni in case
circondariali o similari .
Counseling telefonico: Telefono amico, Telefono azzurro, Telefono rosa, sono realtà
sempre più diffuse e note che offrono la possibilità anonima di richiesta d’aiuto a chi non
avrebbe mai il coraggio o la possibilità di farlo apertamente. Ha il compito di sostenere il
disagio della persona, indirizzandola, quando necessario, verso un intervento specialistico
o una terapia più specifica.
Counseling sportivo: è un approccio nuovo orientato agli sport singoli e di squadra.
L’obiettivo è di mantenere alto il livello delle performance degli atleti rendendoli
consapevoli delle proprie capacità e potenzialità. In genere il compito più delicato di un
counselor sportivo risiede nella capacità di aiutare l’atleta a trasformare i suoi punti di
debolezza in punti di forza, di ristabilire l’equilibrio psico-fisico, di allentare lo stress
agonistico e di ridefinire gli obiettivi a medio e lungo termine.
L’AREA DELLA PSICOTERAPIA:
“La psicoterapia è il trattamento, con mezzi psicologici, di problemi di natura psichica, in
cui una persona appositamente qualificata stabilisce deliberatamente una relazione
professionale col paziente con lo scopo di: rimuovere, modificare o attenuare i sintomi
esistenti, mediare i modi di comportamento disturbanti, promuovere la crescita e lo
sviluppo positivi della personalità”. Inoltre, la psicoterapia può favorire il trattamento
psicofarmacologico migliorando le complicanze, aiutando il paziente a tollerare e a
gestire meglio gli eventuali effetti collaterali della psicofarmacologia( mi hanno fatto
questa domanda all’esame!)
Per psicoterapia si intende:
1) La pratica degli operatori specializzati (psicologi, psichiatri, psicologi clinici,
neuropsichiatri infantili) nel settore dell’aiuto ai sofferenti di disturbi psichici di vario tipo,
è un intervento sulla psicopatologia. Tutte le psicoterapie istituzionalizzate, formalizzate
e riconosciute dal Ministero sono: - la psicoanalisi, la psicologia individuale, la psicologia
analitica, e le psicoterapie ad indirizzo psicodinamico; le psicoterapie relazionali;
-le psicoterapie umanistico-esperienziali; -le psicoterapie cognitivo- comportamentali;
- le psicoterapie brevi; - le psicoterapie di sostegno; - le psicoterapie focali;
2) Il suo oggetto di studio è la mente, come entità che continuamente si modifica e che
non è immediatamente collegabile alla realtà esterna. Secondo Corsini, la psicoterapia è
un processo di interazione tra due parti. Tali parti agiscono al fine di alleviare il malessere
che si verifica in una di esse, nelle seguenti aree di malessere: funzioni cognitive (disturbi
del pensiero), funzioni affettive(dolore o disagio emozionale) o funzioni comportamentali
(inadeguatezza del comportamento).
Uno dei principali obiettivi, in psicoterapia, consiste infatti, nell’agevolare il processo di
cambiamento delle modalità relazionali interpersonali del paziente, così da consentirgli di
rapportarsi agli altri in modo differente e meno conflittuale.
Risulta pertanto che lo scopo fondamentale è quello di aiutare l’individuo a ristabilire
l’equilibrio interno sconvolto dal momento critico e quindi ritornare al livello di
funzionamento precedente. Inoltre, il terapeuta talvolta dovrà anche assumere la
funzione di Io ausiliare (specie con pazienti con un Io fragile), aiutando i pazienti
nell’esame di realtà e nella valutazione delle conseguenze riguardo le loro azioni. Le
psicoterapie del profondo hanno come scopo primario quello di non fermarsi all’analisi di
problematiche di superficie, ma sfidare le resistenze dell’inconscio, in modo da analizzare
e svelarne i contenuti attuando cambiamenti nelle modalità comportamentali e
relazionali nell’individuo. Ciò avviene sia mediante la modalità dell’INSGHT (capacità di
vedere dentro), ovvero capacità dell’individuo di comprendere i significati inconsci del
proprio comportamento; sia mediante la risoluzione di un conflitto intrapsichico, cioè
comprensione delle difese e del desiderio alla base del comportamento. La frequenza
delle sedute e la durata del processo terapeutico sono variabili, tuttavia, uno degli aspetti
da tenere presente nella scelta delle frequenze sono i fenomeni del TRANSFERT e
CONTROTRANSFERT ( vedere pag. 432, anche transfert positivo, erotico e negativo. Lo
chiedono alle’esame).
Il percorso di apprendimento teorico è, in questa professione, inscindibile dall’esperienza
pratica, quella che trova la sua massima esplicitazione nel percorso di analisi personale
(risulta fondamentale il processo di riflessione su di sé per imparare a riconoscere e
gestire le proprie dinamiche interiori, spesso sollecitate dalla relazione con il paziente).
Nonostante il principale obiettivo comune, i diversi tipi di psicoterapia non sembrano
essere efficaci allo stesso modo nel trattare i vari disturbi mentali, in quanto la
personalità, l’atteggiamento e l’orientamento del terapeuta rivestono altrettanta
importanza del suo ruolo professionale. CAWLEY ha fornito la seguente classificazione:
La psicoterapia di 1° tipo, comporta una conoscenza sia della persona che dei problemi
che presenta, e richiede la capacità di comunicare in un clima di empatia con persone di
diversa estrazione.
La psicoterapia del 2° tipo, viene esercitata per lo più dallo psichiatra. Richiede la
capacità di capire e comunicare con pazienti affetti da tutti i generi e i gradi di disturbi
psichici. Anche se si manifestano i fenomeni di transfert, si evita di analizzarli a fondo. Si
preferisce impiegarli solo per permettere o incoraggiare un transfert moderatamente
positivo e per rinforzare l’alleanza terapeutica.
La psicoterapia del 3° tipo, viene qui indicata come psicoterapia dinamica.
L’atteggiamento del terapeuta verso il paziente è caratterizzato da rispetto,
comprensione e accettazione. Annette molta importanza all’aiuto dato dal paziente
nell’affrontare la verità e nell’assumersi la responsabilità di se stesso e delle proprie
relazioni. I fenomeni di transfer vengono incoraggiati e utilizzati, in quanto mettono in
luce la persistente influenza delle relazioni del passato, da cui il paziente può cominciare
a liberarsi non appena arriva a riconoscerle.
La psicoterapia del 4° tipo, viene qui indicata come psicoterapia comportamentale, che
utilizzano delle tecniche di modificazione del comportamento basate sulla teoria
dell’apprendimento. Questa psicoterapia si occupa soprattutto del comportamento
manifesto del paziente. Si evita di prendere in considerazione elementi meno consci della
motivazione. I disturbi sono considerati modelli di comportamento dannosi ai fini
dell’adattamento (o “cattive abitudini”), appresi in seguito a precedenti esperienze non
corrette.
PRINCIPALI APPROCCI PSICOTERAPEUTICI:
PSICOANALISI
Scopo: progressiva integrazione del materiale rimosso nella struttura globale della
personalità al fine di giungere a una sua ristrutturazione, ottenendo come risultato
indiretto il miglioramento della sintomatologia
Fondamenti teorici:
transfert: l’insieme dei sentimenti e comportamenti del paziente nei confronti
dell’analista che deriva dai desideri infantili del soggetto verso i propri genitori; questi
sentimenti inconsci emergono permettendo così al paziente di ottenere la gratificazione
attraverso l’analista.
controtransfert: risposta emotiva a livello inconscio dell’analista a stimoli provenienti dal
paziente. È importante che il clinico riconosca tali sentimenti per evitare che possano
essere d‘ostacolo alla relazione terapeutica (Kernberg, 1976).
interpretazione: rielaborazione esplicitata dell’analista del legame esistente tra un
sintomo, un comportamento o un’emozione e i vissuti inconsci.
resistenza: si tratta della repressione di idee e impulsi inaccettabili alla coscienza che
possono manifestarsi attraverso lunghi periodi di silenzio, ritardi agli appuntamenti,
mancati pagamenti.
Frequenza e durata: la durata è compresa di solito da un minimo di tre fino a cinque o
più anni, per quattro, cinque incontri a settimana.
Setting: di solito il paziente è steso su un lettino o su un divano e l’analista si pone dietro
di lui. Le verbalizzazioni del terapeuta sono limitate. Tali aspetti favoriscono la
regressione che, a sua volta, facilita il riemergere dei vissuti inconsci
Tecniche di trattamento:
-Libere associazioni: espressione del paziente di tutto quello che gli viene in mento senza
censure;
-Attenzione fluttuante: capacità dell’analista di prestare un’accurata attenzione sia ai
contenuti del paziente sia ai propri vissuti soggettivi.
-Regola dell’astinenza: posticipazione della gratificazione di ogni desiderio istintuale (non
permettendo al paziente di gratificare, nella relazione analitica, il desiderio di affetto e
amore originato nell’infanzia), così da generare una tensione che permetta
l’esplicitazione di associazioni rilevanti utilizzate dall’analista con lo scopo di aumentare
la consapevolezza del paziente.
Ruolo del terapeuta: ruolo di specchio riflettente; assoluta neutralità; frustrazione del
paziente
Fattore terapeutico:dominanza dell’introspezione in un ambiente relativamente
deprivato
Indicazioni:-Profonda motivazione; -Sensibilità psicologica; -Precedenti relazioni
oggettuali buone; -Capacità di mantenere la nevrosi di transfert; -Buona sopportazione
della frustrazione; -Nevrosi; -Lieve psicopatologia caratteriale
Controindicazioni: -Psicosi; -Dipendenze da sostanze; -Impossibilità di modificare le reali
condizioni di vita del paziente (l’analisi potrebbe peggiorare la situazione); -Disturbo
antisociale di personalità; -Limiti di tempo; -Una storia di grave sadismo e violenza;
-Intelligenza di livello inferiore o troppo superiore ala media; -Incapacità di instaurare
legami emotivi con gli altri.
PSICOTERAPIA PSICODINAMICA
Fondamenti teorici:
-I fattori emozionali condizionano il comportamento umano, per tale ragione la
comprensione di se stessi e la capacità di insight sono indispensabili per modificare e
controllare il comportamento ;
-La maggior parte dei vissuti emozionali è radicata nell’inconscio, quindi non accessibile
alla conoscenza e all’introspezione;
-È possibile ottenere consapevolezza, stabilità e controllo emozionale maggiori grazie ai
processi che permettono di rendere coscienti i significati profondi alla base dei conflitti e
delle tensioni inconsce.
Continuum espressivo - supportivo:
1).Terapie espressive: si basano sull’introspezione grazie alla quale il paziente può
comprendere la propria personalità
Frequenza e durata: da una a tre volte alla settimana, a breve o a lungo termine
Setting: paziente e terapeuta uno di fronte all’altro, in alcuni casi uso del lettino.
Scopi: riorganizzazione parziale della personalità e delle difese attraverso la risoluzione
dei conflitti preconsci e consci; sollievo del sintomo.
Tecniche e trattamento:
-Dinamiche e difese analizzate parzialmente;
-Confronto, chiarificazione parziale e interpretazione(hic et nunc); associazioni libere
limitate;
-Attenzione sugli eventi interpersonali attuali;
-Analisi del transfert negativo;
-Transfert positivo lasciato inesplorato se non costituisce un ostacolo alla terapia;
-Incoraggiamento a una regressione limitata.
Ruolo del terapeuta: atteggiamento attivo e partecipe; neutralità modificata;
gratificazione implicita del paziente
Fattore terapeutico: possibilità di introspezione all’interno di un ambiente empatico e di
identificazione con un “oggetto buono”.
2).Psicoterapie di supporto
Frequenza e durata: una volta a settimana o meno, a breve termine o intermittente a
lungo termine.
Setting: paziente e terapeuta uno di fronte all’altro, è controindicato l’uso del lettino.
Scopi:
-Reintegrazione dell’Io e delle capacità di coping;
-Ripristino di un equilibrio preesistente;
-Rafforzamento delle difese; -Miglioramento dell’adattamento sociale;
-Accettazione della malattia; -Miglioramento della sintomatologia.
Tecniche e trattamento:
-Instaurazione di un’alleanza terapeutica e di una relazione oggettuale reale;
-Attenzione agli eventi di vita consci;
-Confronto, chiarificazione e interpretazione dell’hic et nunc per rinforzare le difese;
-Suggestione, rinforzo, incoraggiamento, consigli e rassicurazioni;
-Abreazione utile;
-Le libere associazioni sono controindicate;
-La regressione è scoraggiata;
-L’analisi del transfert è utilizzata di rado.
Ruolo del terapeuta: ridotta neutralità; partecipazione attiva; gratificazione esplicita.
Fattore terapeutico:Io ausiliario; ambiente di sostegno; introspezione (limitata).
Indicazioni:-Gravi disturbi del carattere; -Psicosi latenti o manifeste; -Crisi acute;
-Grave crisi esistenziale; -Difetti dell’Io di natura persistente; -Scarsa capacità di tollerare
le frustrazioni; -Malattia fisica; -Motivazione e capacità di instaurare un’alleanza
terapeutica; -Mancanza di sensibilità psicologica; -Compromissione del giudizio di realtà;
-Relazioni oggettuali gravemente compromesse; -Intelligenza limitata; -Scarso controllo
degli impulsi; -Scarsa capacità di osservazione; -Disfunzioni cognitive su base organica.
PSICOTERAPIA SISTEMICA – RELAZIONALE
La terapia della famiglia nasce nell’ambito del disturbo schizofrenico e si rifà alla teoria
della comunicazione e alla teoria dei sistemi di Von Bertalanffy (1968), applicati al
sistema familiare. Si fonda sull’ipotesi che la malattia psichiatrica sia causata da turbe
relazionali all’interno della famiglia intesa come sistema, cioè una particolare omeostasi
relazionale che viene mantenuta nonostante possa essere disattivata.
Scopi: tale approccio postula l’esistenza del “paziente designato”, cioè di un membro
della famiglia che è stato etichettato come “malato” e che costituisce il “sintomo” della
famiglia patogena. La psicoterapia sistemico-relazionale aiuta a rivelare gli schemi
ripetitivi e prevedibili di comunicazione della famiglia che sostengono e riflettono il
comportamento del “paziente designato”.
Vantaggi: -Tende ad essere relativamente più breve di un trattamento individuale,
soprattutto di tipo analitico;
-Permette all’individuo di concentrarsi di più sui comportamenti reali che influenzano la
sua vita con le persone che gli sono più vicine;
-I fattori legati al transfert possono essere attenuati in un assetto in cui sono i membri
reali della famiglia a costituire l’oggetto di interesse;
-Tale trattamento, a differenza delle psicoterapie individuali, tende a promuovere
atteggiamenti più responsabili anche nei confronti delle altre persone.
Indicazioni: -Nella schizofrenia;
-Nei casi in cui l’unità familiare è in pericolo e i membri sono preoccupati più della sua
sicurezza che non del proprio personale sviluppo e benessere.
Controindicazioni: la possibilità che facili soluzioi conformiste e semplicistiche penetrino
nella pratica del trattametno familiare a causa della sua struttura intrinsecamente
conservativa.
PSICOTERAPIA COGNITIVO – COMPORTAMENTALE
Tale approccio si pone l’obiettivo di modificare schemi comportamentali e/o cognitivi
disfunzionali del soggetto, utilizzando tecniche terapeutiche combinate che derivano sia
dall’approccio cognitivo sia sa quello comportamentale (Jaconson, 1987). L’integrazioni
tra tecniche cognitive e comportamentali dipende dal fatto che comportamenti, pensieri
ed emozioni sono legati in un sistema di complesse relazioni reciproche; il cambiamento
stabile di un elemento del sistema porta all’inevitabile modificazione di un altro.
È opportuno che il paziente che si sottopone a tale psicoterapia possieda:
-La motivazione ad un intervento breve e diretto sui propri disturbi, e non esplorativo
sulla personalità;
-Un senso di sé coeso;
-Disturbi psicopatologici circoscritti ed egodistonici, che si esprimono nel comportamento
(evitamento delle situazioni fobiche, rituali ossessivi, riduzione dell’attività).
PSICOTERAPIA INTERPERSONALE
Nasce come terapia breve (dura una settimana) per la cura della depressione, in base alle
teorie della Scuola interpersonale di Sullivan (1953).
Si basa sull’ipotesi che l’esordio della sintomatologia depressiva sia legato a
problematiche interpersonali attuali piuttosto che a caratteristiche stabili della
personalità (Weissman, 2007; Klerman et al. 1984; Stuart, Robertson, 2003).
Ruolo del terapeuta: attivo e di supporto.
Tecnica:
I fase: i sintomi vengono collegati dal terapeuta alle quattro aree interpersonali, che
comprendono il lutto, i conflitti di ruolo, le transizioni di ruolo e le carenze interpersonali;
II fase: indagine specifica di una delle quattro aree interpersonali;
III fase: il terapeuta aiuta il paziente a rilevare i benefici della psicoterapia e ad acquisire
strategie per identificare e in seguito affrontare eventuali sintomi che potrebbero
insorgere in futuro.
Indicazioni: fase acuta della depressione;
PSICOTERAPIA DI LAISON
All’interno della consulenza psicologico-clinica e psichiatrica è prevedibile un intervento
psicoterapico a volte unico a volte contestuale a prese in carico brevi.
Scopo: introdurre a diversi livelli e a seconda del trattamento e del contesto, un
cambiamento nel soggetto, nella sua rete relazionale o nel contesto socio ambientale.
Obiettivi:
-Rafforzare le difese e le capacità di adattamento dell’hic et nunc;
-Rieducare attraverso interventi diretti, indicazioni, persuasione e riapprendimento;
-Ricostruire provocando cambiamenti nell’adattamento, nel comportamento e nella
personalità per modificare i modelli portai avanti lungo tutta la vita.
Indicazioni:-Patologie oncologiche; -Disturbi del comportamento alimentare;
-Trapianti d’organo; -Malattie dermatologiche; -Psicosomatica; -Ipertensione; -Diabete.
TERAPIA D’URGENZA
Obiettivi: -Il superamento della situazione di crisi; -La rimozione o il miglioramento di
specifici sintomi, senza agire in modo diretto sulla struttura della personalità;
-L’accrescimento dell’autonomia al fine di intraprendere un successivo, eventuale
trattamento psicoterapico a lungo termine;
-Favorire un buon legame terapeutico attraverso l’investimento sull’“oggetto-terapeuta”.
Durata e frequenza: flessibile; periodo massimo di trattamento: otto settimane.
Tecniche: -Trattamento immediato; -Terapia individuale; interventi sia espressivi
(facilitano l’abreazione e la catarsi) sia di sostegno, di tipo pedagogico e cognitivo;
-interpretazione utilizzata di rado, soltanto con lo scopo di limitare l’utilizzazione di
meccanismi di difesa primitivi (negazione, proiezione e scissione);
-Il transfert viene accettato e guidato, ma non interpretato se non nei casi necessari e
con estrema prudenza.
Indicazioni: qualsiasi individuo che stia attraversando un momento di crisi;
Controindicazioni: -Psicosi; -Tendenza all’acting out.
LE INDICAZIONI ALLA PSICOTERAPIA
Nel corso dell’incontro tra il terapeuta e il paziente, sia in ambito pubblico sia privato,
esiste una fase corrispondente all’indicazione per il trattamento. Tale fase è
fondamentale per comprendere meglio che cosa sia la psicoterapia.
L’indicazione per un determinato metodo psicoterapeutico dipende dalle seguenti
valutazioni:
-La domanda del paziente (motivazione);
-L’anamnesi;
-La personalità del paziente (osservazione, colloqui, intelligenza cognitiva e affettiva,
insight, rigidità-elasticità);
-La valutazione testistica (questionari di personalità, test proiettivi, test cognitivi, scale di
valutazione);
-La diagnosi e la sintomatologia;
-La situazione attuale in relazione alla realtà concreta (situazione familiare, lavorativa
ecc.);
-La disponibilità dei terapeuti (lista di attesa);
-La situazione d’urgenza (tentativo di suicidio);
-La fattibilità.
Terminate le suddette valutazioni, è necessario integrarle per giungere a una scelta (non
fare/fare la psicoterapia, quale tecnica psicoterapeutica scegliere) che dovrà essere
comunicata al paziente e con lui discussa.
La domanda del paziente
È fondamentale uno specifico contesto motivazionale all’interno del quale siano presenti:
-Una richiesta di aiuto psicologico da parte di un soggetto portatore di una sofferenza;
-Un professionista con una propria competenza tecnica;
-Aspettative condivise del paziente e dal terapeuta riguardo la possibilità di ricevere e
fornire aiuto.
Motivazione estrinseca (che viene da fuori): il soggetto viene invitato al colloquio da altri
(familiari, amici o figure professionali), per cui la motivazione alla conoscenza è
soprattutto del clinico a favorire il quale può comunque provare attraverso i colloqui a
favorire lo sviluppo nel soggetto di una motivazione almeno in parte estrinseca.
Motivazione intrinseca: è il paziente a essere motivato nel richiedere il colloquio
mettendo in discussione se stesso; tale motivazione è indispensabile per il processo
psicoterapeutico.
Secondo Schneider (1977) alla domanda del paziente possono sottostare i seguenti tipi di
motivazione:
-Motivazioni psicologiche ben elaborate: il paziente esprime attraverso il linguaggio il suo
disagio psicologico permettendo di comprendere in breve tempo il nucleo conflittuale;
-Motivazioni spostate: il paziente presenta come proprie problematiche che in realtà
sono di altri (familiari e/o amici), “come se” avesse bisogno di aiuto.
Pseudomotivazioni: il soggetto richiede la consulenza perché forzato dalle pressioni dei
familiari, degli amici o di un’autorità, in tali casi è possibile avviare una psicoterapia.
Motivazione “magica”: il soggetto si affida allo psicoterapeuta-“sciamano” convinto che
egli troverà come per magia le ragioni dei suoi disturbi;
Motivazioni intellettualizzate razionali: il paziente descrive il suo disagio psicologico
dando spiegazioni razionali e intellettualizzate che hanno una funzione difensiva nei
confronti dei conflitti inconsci;
Motivazioni autentiche: il paziente esprime il desiderio di essere aiutato a comprendere
le sue difficoltà attraverso sia la sua intelligenza sia i suoi sentimenti; tali pazienti sono
particolarmente indicati alla psicoterapia.
I clinici per valutare la motivazione alla psicoterapia di un paziente possono utilizzare
quattro metodi:
-Modello diagnostico: la scelta è basata soltanto sulla diagnosi; tale modello da solo è
insufficiente ;
-Modello conformista: i curanti scelgono i pazienti ritenuti ideali per il loro modello
teorico;
-Modello basato sui bisogni del paziente: i problemi e i desideri del paziente guidano la
scelta;
-Modello dell’accordo negoziato: vengono definiti ruoli, scopi e tempi del trattamento,
considerando sia le problematiche e la personalità del paziente sia le caratteristiche del
clinico; permette di giungere a un’indicazione valida.
L’anamnesi
Ha l’obiettivo di raccogliere informazioni sui dati demografici, la storia clinica e la
biografia del paziente circa il disturbo attuale. Un possibile metodo di raccolta considera
quattordici aree:
1.Motivo della richiesta della visita;
2.Disturbi attuali (inizio, decorso, condizioni attuali);
3.Disturbi precedenti (altri episodi precedenti a quelli attuali);
4.Eventi e situazioni di vita significativi;
5.Storia terapeutica;
6.Storia familiare (di origine e attuale);
7.Familiarità psichiatrica;
10.Sviluppo (nascita e adolescenza);
11.Storia scolastica;
12.Temperamento- personalità di base;
13.Storia medica;
14.Sintesi dei dati anamnestici;
15.Terapia in atto (Cassano et al., 2002).
L’anamnesi ha quindi l’obiettivo principale di giungere a un inquadramento diagnostico,
di scegliere la terapia adeguata e di ipotizzare la prognosi sul decorso della
psicopatologia.
La personalità del paziente
I fattori della personalità da prendere in considerazione per avere indicazioni alla
psicoterapia sono:
-intelligenza: è necessaria la presenza sia di una sufficiente intelligenza cognitiva
(capacità intellettuali) sia da un’intelligenza affettiva intesa come inclinazione alla
comprensione psicologica;
-Intuizione psicologica o insight: presuppone la capacità di non proiettare all’esterno i
propri vissuti interni; tale caratteristica permette quel minimo di interiorizzazione dei
conflitti indispensabile per un trattamento psicoterapico: più questa capacità è
sviluppata, più è possibile orientarsi verso forme di trattamento di tipo analitico;
-Valutazione della forza della personalità: l’approccio psicoterapico potrebbe essere
difficile nel caso di strutture di personalità molto patologiche con un “IO” debole o
troppo rigido (narcisistiche, masochistiche, paranoidi, psicotiche, borderline).
La valutazione testistica
Per fornire una corretta indicazione è importante il confronto e l’integrazione dei dati
ottenuti dai colloqui clinici e dai test somministrati in una prospettiva che è sia
diagnostica (identificazione di una malattia in base ai sintomi) sia prognostica (previsione
sul decorso clinico): è possibile così mettere in evidenza i punti forti o deboli di una
personalità che possono orientare verso un tipo o l’altro di psicoterapia.
I test Proiettivi
Il test di Rorschach e il TAT (Thematic Apperception Test) consentono i investigare la
personalità considerandola da un punto di vista dinamico come una totalità in continua
evoluzione, i cui elementi costitutivi sono in interazione reciproca. Tali tecniche
permettono uno studio della personalità dei meccanismi difensivi messi in atto, delle
capacità di adattamento e possibilità di evoluzione. Il soggetto durante la
somministrazione del test è obbligato a realizzare un compromesso tra il controllo
cosciente e le pressioni fantasmatiche inconsce.
I test cognitivi
I test di intelligenza valutano alcune capacità del soggetto dalle quali può essere dedotto
il livello intellettivo. Il rendimento al test dipende da numerose variabili, tra le quali:
potenziali capacità intellettuali, condizioni ambientali originarie, titolo di studio,
professione, disturbi organici, eventuali stati ansiosi e disturbi emotivi.
Il test di intelligenza più utilizzato è: Wechsler Adult Intelligence Scale-Revised (WAIS-R)
che, per la ricchezza del materiale, fornisce all’indagine clinica interessanti elementi di
tipo psicodiagnostico.
CAP.8 VECCHIE E NUOVE PROFESSIONI CHE IMPLICANO L’AIUTO
In questo capitolo si andranno a considerare i principali mestieri in cui è presente una
componente aiutativa. In tutte le professioni psico- sociali e pedagogiche il nucleo
comune è proprio la relazione d’aiuto che tutte attuano verso individui, gruppi, situazioni
problematiche a rischio. Vi sono tre ambiti principali di intervento di ogni professione
sociale:
1) interventi a tutela della vita, della salute e dell’ambiente materiale di sussistenza
(dove si trovano figure professionali a stretto contatto con quelle sanitarie, tipo i terapisti
della riabilitazione, della psicomotricità, ecc;)
2) interventi per la promozione, il recupero e lo sviluppo di condizioni di autonomia
(dove operano l’assistente sociale e l’educatore impegnati sul fronte del disagio, della
condizione giovanile a rischio, degli anziani, delle famiglie problematiche e in altri settori
dei servizi sociale e sanitari.)
3)interventi per l’arricchimento e lo sviluppo della qualità culturale e simbolica negli
ambienti di vita (dove si muovono professioni che operano per attivare circuiti di
conoscenza, informazione, progettazione culturale, attività del tempo libero come
l’animatore socio- culturale)
Le attuali e più significative professioni, nell’area sanitaria e in quella educativa che
comportano implicazioni d’aiuto, e che pertanto necessitano di consistente attività
didattica e formativa da svolgersi in ambito psicologico- clinico, possono essere così
schematicamente elencate:
EDUCATORE PROFESSIONALE: svolge la propria attività mediante la realizzazione di
progetti educativi volti a promuovere la formazione e l’integrazione dell’individuo nelle
diverse età dello sviluppo e della partecipazione sociale. Svolge la sua attività all’interno
di strutture pubbliche, private, associazioni e organizzazioni di volontariato. Le capacità
richieste sono: competenze pedagogiche, psicologiche, riabilitative, animative, culturali e
sociologiche.
ASSISITENTE SOCIALE: opera in tutte le fasi mirate alla prevenzione, sostegno e nel
recupero di famiglie, gruppi e comunità poste in situazioni disagiate. Collabora insieme ai
servizi sociali e le autorità giudiziarie per l’intervento su individui in difficoltà.
CONSULENTE FAMILIARE: è un esperto nelle relazioni, capace di costruire un
rapporto significativo con le persone in situazioni di bisogno, mettendo in atto strategie
relazionali più idonee per aiutare le medesime a cambiare e conoscersi meglio.
MEDIATORE FAMILIARE: è specifico per quelle famiglie in fase di separazione o a
seguito di una separazione. Si svolge in autonomia dal contesto giudiziario e opera per far
emergere le migliori qualità dei genitori e prevenire il disagio dei minori.
PEDAGOGISTA SCOLASTICO: impegnato nella realizzazione del progetto educativo
della scuola con la funzione di supporto psicopedagogico e organizzativo per gli
insegnanti, alunni e genitori. La Pedagogia studia i problemi relativi all’educazione e
formazione dell’uomo. La Psicopedagogista si occupa di:
- Analizzare i bisogni culturali e professionali degli insegnati, allievi e famiglia;
- Favorire la promozione di iniziative per l’assistenza psicologica, didattica ed
educativa;
- Favorire l’attuazione graduale dei suoi programmi della scuola dell’obbligo;
All’interno dell’ambito scolastico, lo psicopedagogista si occupa di analizzare la qualità
delle comunicazioni che si svolgono tra allievi, docenti e allievi, tra docenti e famiglia, e di
osservare le dinamiche relazionali e bisogni presenti sempre in tale ambito al fine di
agevolarne le problematiche tipiche di tali contesti.
LOGOPEDISTA: volta all’educazione e rieducazione di tutte le patologie che provocano
disturbi alla voce, della parola, del linguaggio scritto e degli handicap comunicativi.
TERAPISTA DELLA NEURO E PSICOMOTRICITA’ DELL’ETA’ EVOLUTIVA:
in collaborazione con l’equipe di neuropsichiatria infantile e con altre dell’area pediatrica,
svolgono interventi di prevenzione, terapia, riabilitazione delle malattie
neuropsichiatriche infantili, nelle aree della neuro – psicomotricità, della neuropsicologia
e psicopatologia dello sviluppo.
TECNICO DELLA RIABILITAZIONE PSICHIATRICA: svolgono interventi riabilitativi,
educativi sui soggetti con disagio psico-sociale e disabilità psichica.
Potremmo concludere nel dire che ognuno di questi operatori necessita di competenze
relazionali e comunicazionali ed è auspicabile la loro partecipazione a esperienze di
gruppo volte all’ ottenimento di opportuna sensibilizzazione e adeguata formazione
all’aiuto.
CAP.21 CONFRONTO TRA L’APPROCCIO PSICODINAMICO
ADLERIANO E QUELLO COGNITIVO NELLE INTERPRETAZIONI DELLO
SVILUPPP UMANO
LO STILE DI VITA: L’Adlerismo moderno considera fondamentale focalizzarsi sullo stile di
vita, la quale diviene uno strumento diagnostico per attuare un esame della personalità
tenendo conto dei schemi costituenti quali, lo “schema appercettivo” (coscienza di
percepire, capacità di apprendere cose nuove) e “schema comportamentale”.
- Schema appercettivo: centrato sulla visione di se stesso e del mondo, il cui inizio di
tale elaborazione avviene verso i 4-6 anni per poi rafforzarsi e modellarsi
attraverso le successive esperienze esistenziali in cui abbracciano tutti gli aspetti
della vita: il sé corporeo,identità sociale, gli ideali, principi etici.
- Schema comportamentale: permette di risalire al modo con il quale il soggetto
reagisce agli stimoli e alle strategie che mette in atto per il conseguimento degli
obiettivi.
Per meglio comprendere lo stile di vita secondo l’ottica Adleriana prendiamo in
considerazione i seguenti fattori:
- Lo stile di vita si struttura durante la prima infanzia e consiste nell’opinione che il
bambino ha di se e del mondo, queste opinioni si formano prevalentemente in
modo inconscio
- Mediante l’analisi dello stile di vita si individua e si attua un intervento terapeutico
psicologico del tutto individuale
- Lo stile di vita corrisponde all’impronta soggettiva di ogni essere umano (tratti
comportamentali, orientamento di pensiero, affetti, emozioni…)
- La relazione terapeutica è uno strumento per l’analisi dei tratti di personalità,
inoltre permette che vi sia l’incontro tra lo stile di vita del paziente e
dell’operatore.
Lo stile di vita, o meglio l’evolversi del tipo di stile di vita, è sottoposto a diverse influenze
a partire dai primi stadi di sviluppo (massima plasticità) fino a agli stati più avanzati
(maggiore rigidità). Tali fattori di rilevante influenza sono:
- Fattori ecologici (scienza che studia le relazioni tra gli esseri viventi e l’ambiente in cui
vivono): in modo innato predispongono un adattamento dell’individuo, modificandone la
propria struttura a tutte le possibilità di situazioni e ruoli sociali.
- Fattori costituzionali (con riferimento alla costituzione fisica): influenza delle ghiandole
endocrine e del sistema nervoso, l’aspetto e la salute fisica (basti pensare a
comportamenti diversi tra un ragazzo muscolo e bello in confronto a senza le medesime
qualità) e infine anche il grado di l’intelligenza, poiché condiziona la capacità di utilizzo
degli strumenti ( nel senso più ampio del termine)
- Fattori culturali: per Adler la cultura è sia un limite che un elemento di espansione per la
vita fisica in quanto tramanda le nozioni basilari per osservare il mondo e stimola verso lo
sviluppo e la crescita (basti pensare al confronto tra una cultura individualista ad una
collettivista). Inoltre modella i diversi valori inerenti alla sessualità, all’età, allo status
socioeconomico, all’etnia di appartenenza …
- Fattori familiari: la posizione nel contesto familiare, il proprio sesso, il modo di vivere la
vita quotidiana, il modo di vestirsi possono determinare specifiche influenze da parte
della famiglia. Inoltre i genitori possono essere permissivi, severi, iperprotettivi, evitanti
ecc (in ogni caso saranno dei modelli per il bambino); l’atmosfera in famiglia può essere
opprimente o libera, armoniosa o conflittuale, chiusa, fredda ecc.
GLI ERRORI FONDAMENTALI: le semplificazioni, le esagerazioni e il confondere la parte
con il tutto, sono i 3 errori che più comunemente si commettono nella considerazione del
proprio stile di vita e della personalità. Queste caratteristiche peculiari sono state
identificate e chiamate “atteggiamenti sovra guidati”da Karen Horney. Tale autrice ha
dedicato particolare attenzione nella modalità con cui si costruiscono i tratti di
personalità di un soggetto, elencando sia gli elementi di riferimento per l’attribuzione
(riferiti sempre a se stessi, ciò che noi teniamo in considerazione nell’attribuirci qualità
personali e altro) di un sano sviluppo del sé (calore emotivo, sicurezza, istruzione,
sensazione di valere…),
che gli elementi che costituiscono una connessione tra “atteggiamenti sovra guidati” e
“rivendicazioni (cioè che vi è conseguenza…) nevrotiche” sulla base delle seguenti
tendenze comportamentali: verso l’irrazionalità, l’insaziabilità, l’inappropriatezza,
l’egocentrismo, la compulsività, la vendicatività…
Gli errori fondamentali sono inconsapevoli e attuati maggiormente nelle situazioni
inerenti l’infanzia piuttosto che in quelle adulte, nella quale, secondo l’autrice, il
riconoscimento degli errori fondamentali sembra essere possibile da parte del terapeuta
(tipo, potrebbe riferire :” se non avesse mal interpretato la vita, non avrebbe problemi di
tipo nevrotico”).
Suddivisone degli errori fondamentali:
-Atteggiamenti distorti riguardo il sé: sono meno capace degli altri; sono qualcuno di
speciale e unico; non posso essere amato perché sono indesiderato e indegno, ecc.
-Atteggiamenti distorsi verso il mondo e le persone: la vita è totalmente imprevedibile;
le persone sono detestabili (gli uomini vogliono solo una cosa, le donne sono volubili); la
vita non mi offre opportunità; la vita è disonesta;
-Obiettivi impossibili da realizzare: devo essere perfetto; tutti mi devono amare; devo
essere un bravo ragazzo; devo avere tutto ciò che posso, ecc.
-Metodi e operazioni distorte: scoprire gli errori altrui per elevare se stessi; eccesiva
dipendenza; eccessiva competitività; eccessivo amor proprio; vanità; ribellione nei
confronti di ogni autorità; percorrere sempre la strada più facile;
-Ideali distorti: un vero uomo è aggressivo, coraggioso, eroico e senza sconfitte; tutte le
trasgressioni vanno severamente punite; la sola cosa che vale la pena diventare è una
stella (o un genio); ecc.
-Conclusioni distorte: pessimismo (la vita è solo una trappola, sono destinato all’errore,
non fidarsi di nessuno); cinismo= atteggiamento sprezzante o insensibile (fatti baciare i
piedi in tutte le occasioni, tutti sono a mia disposizione, c’è sempre un motivo nascosto);
fanatismo (l’atra parte è sempre in errore, sono l’unico che ha la vera verità)
In definitiva potremmo dire che il tipo di stile di vita può essere rappresentato come un
modello che guida e determina il comportamento tramite la componente percettiva, la
cognizione e la memoria che codifica (elabora) i ruoli attraverso le caratteristiche
attitudinali personali. Esso (lo stile di vita) si costituisce nella prima infanzia e si auto –
conferma con l’ausilio della selettività, cresce attraverso prove ed errori ed è influenzato
da fattori fisici, dello sviluppo, culturali e familiari.
LE IDEE IRRAZIONALI: IDEE E CONVINZIONI CHE PRODUCONO CONCETTI
Analizzando bene il titolo di questo paragrafo potremmo già farci una idea su come e a
cosa portano tali concetti edificati in modo del tutto irrazionale! Ne elenchiamo alcuni in
modo da poter avere una chiara idea, evitando, perché no, che ci possano intaccare e
deragliare il nostro processo di crescita:
-Io devo sempre essere amato, approvato, stimato dalle persone per me significative / tu
devi sempre comportarti in modo che io, che sono significativo per te,possa amarti,
approvarti, stimarti.
-Io devo dimostrarmi sempre competente e abile in tutto ciò che faccio / tu devi
dimostrarti sempre competente e abile in ciò che fai.
-Io devo sempre trovare soluzioni perfette ai miei problemi o a quelli altrui / tu devi
trovare una soluzione perfetta ai tuoi problemi o ai miei o a quelli altrui.
-Se ho motivo di pensare che possa accadermi qualcosa di dannoso o andare incontro a
qualche rischio, allora devo pensarci continuamente, perché solo così, essendo ben teso,
agitato e sconvolto al pensiero delle eventuali conseguenze, potrò controllarle meglio.
-Io devo sempre trovarmi perfettamente a mio agio con tutti.
-Io devo sempre stare in buona salute, senza dolori, sofferenze e malattie (in caso
contrario: perché proprio a me doveva capitare questo?)
-Il vero amore dà la felicità
-Io da solo non potrei assolutamente vivere
-La causa del mio nervosismo, della mia ansi, del mio cattivo umore, della mia rabbia è
sempre esterna. Sono gli altri, le cose, gli eventi e i problemi a generare i miei stati
disforici (alterazione dell’umore in senso depressivo).
-Io ho il mio carattere, sono fatto così, non posso cambiare: anche perché sono nel
giusto; sono gli altri quelli che devono cambiare atteggiamenti e comportamenti, per
andare d’accordo con me.
LE DISTORSIONI COMUNICATIVE
Queste distorsioni appartengono a quelle patologie di natura cognitiva recando
alterazioni sul piano comportamentale. Tali distorsioni comunicative tendono a far
sottovalutare le informazioni provenienti dalla realtà, producendo una visione
ipernegativa della realtà stessa! Ne elenchiamo alcune di queste distorsioni
comunicative:
-Polarizzazione: (pensiero Pitagorico); caratterizzato dalla presenza di pensieri dicotomici
(cioè pensieri contrapposti) della rappresentazione della realtà, secondo la legge del “o
tutto o nulla”, esempio = chi non è buono è cattivo: il mio collega non è buono quindi è
cattivo; chi non è casto è un maiale.
-La localizzazione semplice: convinzione che tutte le cose (oggetti, persone, situazioni,
eventi) che vengono designate (indicate) con uno stesso termine, abbiano realmente
proprietà in comune, esempio: diversamente dai meridionali, i settentrionali sono … ; il
carattere degli juventini è …
-La pseudo – induzione (la scorciatoia): partendo da pochi casi di cui si è fatta esperienza
diretta, si arriva alla legge che vale per tutti i casi dello stesso genere (un ragazzo che
riceve un no da 4 ragazze diverse, conclude che nessuna ragazza vorrebbe stare con lui,
così non ci proverà più)
-La fallacia del cambiamento: ci si aspetta che siano sempre gli altri a cambiare per
conformarsi ai nostri desideri, esigenze e bisogni
-La mancanza di simmetria: essere convinti che nessuno può mettersi al posto di un
altro, non riconoscere all’altro uguali opportunità, parità di diritti, di sentimenti. Esempio:
nessuno può capire come mi sento; io sono io tu sei tu.
-Il pensiero catastrofico: ci si attende sempre e comunque un disastro. Esempio: sono 2
giorni che non ci vediamo … penso proprio che il nostro rapporto stia per finire.
-La personalizzazione (auto centratura): tutto ciò che gli altri fanno o pensano è una
reazione ai nostri comportamenti. esempio: mi pare che qui tutti ce l’abbiano con me.
-L’estroversione della colpa (io non c’entro): sono gli altri i colpevoli dei nostri pensieri e
devono essere attaccati
-L’avere sempre ragione: convinzione di riuscire sempre a dimostrare a noi e agli altri di
avere ragione continuando ad agire come prima.
CAP.22 COUNSELING E PSICOTERAPIA BREVE
- IL COUNSELING
La nascita e l’evoluzione del counseling come “intervento professionale d’aiuto”, distinto
dalla psicoterapia, è dovuta grazie a due componenti: - al suo sviluppo all’interno del
sistema educativo e – all’inserimento nel settore del volontariato.
Verso gli anni 20 nascono a Vienna i primi uffici di consulenza, il quale fungono da
modello per l’espandersi in America di servizi con connotazione di tipo orientativo per
giovani in difficoltà a rispondere alle richieste scolastiche. Tuttavia, le radici profonde del
counseling vanno ricondotte al settore del volontariato, in quanto è proprio in questo
assetto che hanno avuto origine i primi centri e servizi oggi definibili tipicamente da
counseling (dato che si proponevano di fornire ascolto e sostegno in molteplici aree di
crisi, come il lutto, la violenza su donne e bambini, l’omosessualità).
Il counseling inizia a caratterizzarsi come specifica forma (o meglio pratica) d’intervento
d’aiuto, condotto da professionisti dell’ambito sociale e sanitario, a partire dai primi anni
40 nei USA. Il primo riferimento a tale pratica d’aiuto viene fatto da parte di Rollo May
con la pubblicazione del testo “L’arte del counseling”, contenente le lezioni e le
esperienza da lui svolte, in qualità di consulente psicologo non medico. Ma l’impulso più
importante e significativo allo sviluppo di tale pratica lo si deve a Carl Rogers. Rogers
insieme a Maslow e Rollo May, può essere considerato colui che ha rivoluzionato
l’ambito dell’aiuto. Infatti, pur non essendo un esponente della classe medica (fino ad
allora l’unica abilitata ad attuare interventi psicoterapeutici), in quanto docente di
Psicologia, formulò l’elaborazione di un modello che permettesse ai psicologi “non
medici” di superare il limite a loro consentito di attività (all’epoca esclusivamente di
natura psicometrica e psicodiagnostica). Questi 3 pionieri del counseling, sono stati
fortemente influenzati dal pensiero e approccio Adleriano ( la sua tecnica di approccio
era diretto e apparentemente semplice di mettersi in contatto con i pazienti).
Verso gli anni 40, avviene l’incontro tra lo psicologo e medico viennese, Rudolf Dreikurs e
Rogers, il quale fondano insieme l’istituzione del primo Centro di Counseling con finalità
didattico – formativo; per poi far sorgere scuole sperimentali di specializzazione in
counseling, con possibilità di accesso non solo da parte dei medici, ma anche degli
psicologi e laureati in filosofia.
In America il riconoscimento ufficiale del counseling come intervento professionale
distinto dalla psicoterapia e dal lavoro sociale (social work) avviene grazie alla
riorganizzazione attuata dall’APA (American Psychological Association).
Verso gli anni 50, il counseling (così come si è strutturato in America) si diffonde in
Europa, specie in Gran Bretagna. Inizialmente tale pratica di intervento era promosso da
agenzie territoriali, come ambulatori, consultori e centri giovanili il quale ponevano il loro
intervento specie nella modificazione dei comportamenti considerati a rischio (fumo,
alcol, eccessi alimentari …) o socialmente discutibili (maltrattatori e maltrattati, genitori
con carenti capacità accuditive …); gradualmente esso ha finito per coprire diverse altre
aree con problematiche esistenziali, in particolare quelle riguardanti la salute, la scuola, il
lavoro, la vita di coppia, ecc… per poi focalizzarsi alla condizione giovanile, specie quella
più emarginata, promuovendo varie iniziative sul territorio favorendo la partecipaizione
volontaria dei giovani. È a questo punto che si assiste in G. Bretagna all’ufficializzazione
della pratica professionale del counseling con la costituzione del British Association for
Counseling (BAC).
Questa rapida espansione della pratica del counseling o meglio dei counselor ha
determinato una proficua confusione nella differenziazione delle diverse modalità di
intervento implicanti l’aiuto, con la pratica del tutto professionale attuata dal counseling.
Attualmente per porre una netta differenziazione con le varie professioni d’aiuto, in
America la formazione del counseling viene effettuata a livello universitario attraverso
master o diplomi di specializzazione post – laurea.
Diversamente da quanto accade negli USA, in Inghilterra tengono conto della diversa
provenienza formativa dei counselours valorizzando il fatto che si possa comunque
contare sulla presenza e professionalità di una grande varietà di operatori che praticano
un’attività con le stesse prerogative del counselor. A tal proposito la BAC ha cercato di
classificare le differenze fra counseling specificamente inteso (cioè l’ attività di counseling
vera e propria) e altre modalità di relazione professionale (tipo gli operatori sociali, che
seppure differenti dal counselor, condividono la medesima esperienza lavorativa, cioè
hanno a che fare con persone in difficoltà che chiedono conforto e aiuto) che, attraverso
un rapporto operatore – utente, comportano il passaggio di informazioni e la ricerca di
soluzioni ai problemi (anche se in modo altamente differenziato).
Nel 1988 l’associazione Departement of education and science ha reso ancora più arduo il
tentativo di raggiungere una soddisfacente uniformità e univocità sugli ambiti del
counseling e sull’identità professionale del counselor, formalizzando l’articolazione della
pratica del counseling secondo tre modelli principali : 1) l’informal counseling (attività
esclusivamente di ascolto nella quale la relazione non è definita da un contratto); 2)
Formal counseling (caratterizzato da obiettivi che vanno oltre il semplice ascolto con la
presenza di uno specifico contratto); 3) Lo Psychoterapeutic counseling (trattamento
rivolto a soggetti fortemente disturbati).
Per limitare le ambiguità che possono sorgere da diverse interpretazioni si suggerisce di :
a) non parlare di counseling psicoterapeutico, ma solo di psicoterapia; b) abolire il
termine counseling skills (abilità di counseling) in quanto si presta a equivoci nell’ambito
di specifiche professioni, di quelle particolari competenze relazionali e comunicazionali
connesse con le tante attività lavorative implicanti l’aiuto.
IL COUNSELING NEL NOSTRO PAESE
In Italia lo sviluppo del counseling è avvenuto con ritardo rispetto ai paesi anglosassoni,
determinato soprattutto dal contesto socio – politico e culturale.
In seguito alla crisi del movimento antipsichiatrico, si è tornati alla necessità di interventi
rigorosi per affrontare le problematiche psicopatologiche , da un lato gli psichiatri di
orientamento organicista (concezione che attribuisce a fattori organici -anatomici,
fisiologici,ecc - la genesi degli eventi psichici e psicopatologici) si sono chiusi sulle loro
posizioni, privilegiando i trattamenti psicofarmacologici, dall’altro i più aperti alle ipotesi
psicogenetiche (da psicogenesi il quale studia l’origine e lo sviluppo delle funzioni
psichiche) si sono trovati di fronte a una vasta molteplicità di approcci con finalità
psicoterapeutica (comprendenti tutta una gamma di interventi di diversa e talvolta vaga
strutturazione e profondità, tra cui il counseling, infatti il counseling non sempre è stato
distinto dalla psicoterapia breve o di sostegno). A partire dagli anni 80 l’attività del
counseling ha assunto una grande importanza per la gestione dei problemi derivanti dalle
profonde ripercussioni della diffusione della AIDS che ha causato forti turbamenti
psicologici ai pazienti e ai loro familiari.
La legge del 18 Febbraio n.56 ha escluso il counseling dall’area della psicoterapia,
ponendo così il counseling ancora non ben definito nelle aree dell’aiuto. Ciò ha
determinato in Italia una mancanza di percorsi formativi inerenti il counseling in modo
professionalizzanti; pertanto, coloro che sono interessati a questa attività sono costretti a
rivolgersi a enti o associazioni private.
Una ricerca condotta nel 2005 ha evidenziato che circa il 90% delle scuole di couseling
non richiederebbero la laurea fra i requisiti necessari per l’iscrizione, e circa il 40%
nemmeno il diploma!! Ciò ovviamente reca gravi conseguenze ai soggetti che richiedono
un aiuto, in quanto si affidano a gente del tutto inesperta e poco attinenti alla concezione
cultura e tecnica delle relazioni d’aiuto. Si auspica quindi che, parallelamente alla
chiarificazione dei diversi ambiti di applicazione, si intervenga urgentemente per
identificare i criteri di base per un idoneo percorso di formazione.
Attualmente, nel nostro paese, gli ambiti del couseling che sembrano garantire buoni
livelli didattico formativi sono:
-il counseling Adleriano
-il counseling Junghiano
-il counseling psicodinamico a orientamento psicoanalitico
-il counseling Rogersiano (centrato sulla persona, in cui si cerca di far assumere una
piena consapevolezza e responsabilità dei propri comportamenti)
-il counseling sistemico (l’attenzione viene rivolta verso i processi e i contesti relazionali,
in cui viene data particolare importanza alla comunicazione come veicolo privilegiato per
esprimere la relazione tra sé e gli altri)
-il counseling gestaltico (obiettivo primario è far acquisire consapevolezza dei propri
comportamenti e far promuovere la capacità decisionale e di problem–solving)
-il counseling transazionale (promuove il raggiungimento di equilibrio tra le parti che
costituiscono ogni individuo: IO genitore (decide cosa è giusto fare); L’IO0 Adulto (prende
decisioni con approccio razionale alla realtà); L’IO Bambino (la parte di noi che esprime i
bisogni). L’interazione tra questi tre aspetti della personalità sembrerebbe poter spiegare
anche i rapporti e i conflitti interpersonali
-il counseling comportamentista (utilizza le teorie dell’apprendimento per analizzare e
modificare le condotte umane)
-il counseling cognitivo e cognitivo – comportamentale (ritiene che siano i pensieri
irrazionali la causa principale dei sentimenti dolorosi e quindi dei problemi, perciò,
l’obiettivo è proprio quello di cambiare il sistema di rappresentazioni, soprattutto le
credenze irrazionali)
-il counseling esistenziale (nel quale, attraverso l’elaborazione dei temi della vita e della
morte, il counselor si propone di aumentare la consapevolezza di sé da parte del cliente
(il suo essere) esorcizzando, così, il pericolo della perdita di identità (il non essere).
IL COUNSELING SECONDO L’OTTICA INDIVIDUAL PSICOLOGICA
Per meglio comprendere l’essenza dei fattori che determinano il counseling, prendiamo
in riferimento uno dei principali cardini, e cioè il concetto di incoraggiamento. Esso
consiste nel far sentire all’altro un sincero sentimento di fiducia nelle sue possibilità di
cambiare, nel senso di superare il momento critico che sta vivendo che potrebbe
affliggerlo a tal punto da sentire di non essere più in grado di affrontare nulla e di non
avere più la fiducia in se stesso. Ciò pone che vi sia la possibilità di intravedere una svolta
più adattiva, stimolata dalla comprensione che il vero coraggio è quello di accettare e
sapere di essere imperfetti … l’incoraggiamento è uno degli aspetti più importanti di
ogni sforzo correttivo.
La tecnica dell’incoraggiamento si basa sui seguenti punti:
1) fornire al soggetto il senso della propria stima
2) esprimergli affidamento (fiducia, assicurazione, saper custodire)
3) conquistare la sua fiducia, dimostrando di credere nelle sue capacità
4) riconoscere i suoi veri progressi elogiando gli sforzi per ottenerli
5) evidenziare le sue capacità e le sue risorse
Per poter incoraggiare gli altri ed essere dei buon contenitori dei loro stati emotivi è bene
tenere in considerazione tale pensiero di Pagani: “la competitività, che incita gli uomini
l’uno contro l’altro, tipica della società attuale, rinforza la tendenza a frustrare e a
umiliare! Da ciò ne deriva l’inclinazione a ripiegare in un atteggiamento difensivo e a
deviare verso il lato non utile della vita. Se viene a mancare la fiducia in se stessi e se si è
dominati dal pessimismo non si è in grado di incoraggiare gli altri”.
IL PROCESSO DI COUNSELING NELL’OTTICA INDIVIDUAL – PSICOLOGICA
Data la vastità delle possibili aree di intervento, si rende indispensabile individuare una
specifica procedura, o meglio la codificazione di passaggi ritenuti essenziali, per
identificare attraverso una specifica sequenza, un percorso capace di costituirsi come
linea guida per le metodologie di intervento di counseling secondo l’indirizzo individual -
psicologico:
-il primo colloquio di counseling: consiste nel saper sviluppare un rapporto, creare una
relazione e instaurare un clima di disponibilità e intimità. Nel sviluppare tale rapporto
basato sulla generazione di sicurezza e fiducia, il fine ultimo di questa fase è quello di
focalizzare il problema
-la stipulazione dell’accordo: il counselor e il cliente stipulano un accordo per valutare la
possibilità di continuare gli incontri, secondo la volontà del cliente. Per stipulazione di un
accordo si intende il raggiungimento di una relazione cooperativa
-la definizione del piano operativo di intervento: questa fase è volta a:
1) definire e rendere operativo, insieme al cliente, un piano per il cambiamento
2) stabilire con la massima chiarezza i punti che riguardano il cambiamento della
sua condotta
3) esaminare attentamente tutte le soluzioni già sperimentate in precedenza
senza successo
4) includere nella strategia anche le possibilità di insuccesso

- LA PSICOTERAPIA BREVE
La psicoterapia breve compare in concomitanza con la diverse pratiche terapeutiche nel
bagaglio professionale dei psicoterapeuti del secolo scorso. Tuttavia, verso gli anni 50 e
60 le psicoterapie analitiche a lungo termine erano considerate strumento principe di
cura, ma solo per poche persone che potevano permetterselo. Tale pratica analitica, o
pratiche basate su terapie a lungo termine, determinavano il costituirsi di lunghe liste di
attesa e ciò ha portato all’elaborazione di tecniche di psicoterapia breve, che peraltro si
sono rivelate in grado di ottenere risultati soddisfacenti al pari delle psicoterapie a lungo
termine.
Volendo riferirci alle prime attuazioni psicoterapeutiche sui fenomeni psicopatologici, si
riscontra che sin dai primi “Studi sull’isteria” (studi condotti da Freud e Breuer 1892 - 95)
si possono ritrovare molti elementi che attualmente caratterizzano la pratica della
psicoterapia breve a orientamento analitico. Negli “Studi sull’isteria” si possono trovare
alcuni trattamenti con durata simile a quella dell’attuale psicoterapia breve e anche
molte delle tecniche utilizzate per il metodo catartico ( dal greco “purificazione”; in
psicoanalisi: liberazione da affetti o conflitti patogeni attraverso la rievocazione dei
traumi che ne sono la causa) , inoltre Freud ha indicato alcuni dei requisiti necessari per
poter utilizzare questo metodo terapeutico (psic.breve), quali:
Da parte del paziente: un certo livello di intelligenza, la fiducia nel metodo terapeutico e
un alto grado di motivazione.
Da parte del terapeuta: essere fiducioso e in grado di trasmettere ottimismo al paziente
in modo da consente la “spiegazione “ (quasi in senso pedagogico: pratica ad indirizzo
educativo) di come si sviluppano i processi psichici, un autentico confronto dialettico
oltre che un valido sostegno terapeutico. È bene considerare che questo approccio Freud
lo ha attuato fino a quando non ha sviluppato le sue teorie in merito ai meccanismi di
difesa e sull’analisi dei sogni e delle fantasie. Questo cambiamento di posizione teorica e
pratica ha determinato una forte resistenza nei confronti della psicoterapia breve.
Successivamente, i primi autorevoli esponenti della psicoanalisi che si sono occupati della
durata del trattamento e di elaborare metodi terapeutici più brevi, sono stati:
FERENCZI: si è concentrato sul problema del livello di attività del terapeuta nel corso del
trattamento, sostenendo la necessità talvolta di dare minor rilevanza alla tecnica delle
libere associazioni;
FRANZ ALEXANDER (1946): si è focalizzato nell’individuare metodi psicoterapeutici più
brevi ed efficienti. Questo autore ha contestato il postulato freudiano secondo il quale la
profondità della terapia e la qualità dei risultati siano per forza e in ogni caso
proporzionali alla lunghezza del trattamento e alla frequenza delle sedute, sottolineando
che il metodo psicoanalitico può favorire il mantenimento in uno stato regressivo
(ovvero, ostacolando il progresso) da parte del paziente che, gratificato da questa
situazione, può sentirsi legittimato a prolungare la relazione terapeutica, senza effettive
motivazioni cliniche.
I punti centrali del modello di Alexander, attualmente usati nelle prassi
psicoterapeutiche, sono:
-la valutazione iniziale della personalità dei pazienti (in quanto si cerca di analizzare le fasi
di sviluppo e del tipo di resistenze adottate)
-l’approfondita analisi della forza dell’IO, in quanto da questa dipenderà in gran parte la
durata della terapia
-l’esperienza emotiva correttiva, che consiste nel far rivivere al paziente l’esperienza
traumatica originaria, attraverso soluzioni più adattive rispetto a quelle adottate
nell’infanzia.
FELIX DEUTSCH: in ambito psicoanalitico ha sviluppato un particolare metodo di
trattamento chiamato “terapia settoriale”, consistente nell’identificazione di un orizzonte
terapeutico, così delimitato: un’area circoscritta della vita intrapsichica del paziente, dove
concentrare i propri sforzi nell’esplorazione completa di un aspetto di un problema
ricorrente all’interno di quest’area. Deutsch, a differenza degli autori sopra citati, in cui
nel loro trattamento sceglievano di trattare solo alcune parti specifiche del conflitto del
paziente, senza attribuire molta importanza al singolo dominio, basava fortemente il suo
approccio nell’identificare uno specifico “focus”.
PRINCIPALI MODELLI DI PSICOTERAPIE BREVI
Tali modelli definiti brevi o meglio limitati nel tempo pongono che vi sia un numero di
sedute non superiore a 20 – 30. Queste psicoterapie si caratterizzano per la possibilità di
essere applicate a un maggior numero di soggetti, per giunta anche negli ambulatori dei
servizi pubblici.
Vi sono 3 principali modelli di psicoterapia breve:
PSICODINAMICA
COGNITIVO – COMPORTAMENTALE
INTERPERSONALE
1 PSICOTERAPIE PSICODINAMICHE BREVI
Derivano dai modelli psicodinamici del profondo: psicoanalisi freudiana,psicologia
individuale adleriana, psicologia junghiana. Questo tipo di psicoterapia breve pone una
“parziale” modificazione strutturale della personalità attraverso l’investigazione e il
lavoro focalizzato sulle conflittualità centrali (ovvero, senza girarci troppo intorno,
individua bene da dove deriva il conflitto, che può essere conscio o inconscio e lo affronta
in modo deciso). Infatti, il processo di focalizzazione su alcuni problemi, definito FOCUS,
costituisce uno dei fattori principali caratterizzanti la psicoterapia breve. Tuttavia,
nonostante l’investigazione sia parziale e ben focalizzata (cioè può riferirsi a un singolo
sintomo o difficoltà), le mete e le procedure non sono per questo limitate o che non
tengano in considerazione il nucleo profondo della personalità, più semplicemente sono
orientate a un lavoro focale.
-Durata: il numero di sedute è generalmente variabile; al paziente può essere
comunicato sin da subito il numero di sedute, oppure la brevità del trattamento.
-Setting: è stabile, le sedute sono regolari per frequenza e orario
-Atteggiamento del terapeuta: è attivo, in modo variabile a seconda dei diversi
orientamenti teorici
-Transfert: alcuni orientamenti teorici privilegiano un’interpretazione del transfert fin da
subito, altri solo nelle fasi finali del trattamento in relazione ai vissuti di perdita e
separazione, altri ne sconsigliano l’utilizzo.
-Controtransfert: è importante che il terapeuta possa utilizzare la sua capacità di provare
sentimenti in reazione a quelli espressi dal paziente, tenendo conto dei limiti temporali
del trattamento
-Finalità: gli obiettivi terapeutici possono variare dalla risoluzione del sintomo o del
conflitto focale a un rimodellamento degli assetti difensivi rigidi fino a quando
consentito, un riassestamento della personalità necessariamente circoscritto ad alcune
aree problematiche.
REPERTORIO DELLE PSICOTERAPIE BREVI:
- Psicoterapia focale breve di Malan: focus circoscritto in un conflitto intrapsichico
che ha origine nell’infanzia il quale spiega la problematica principale del paziente
- Psicoterapia a breve termine di Sifneos: lo scopo principale è costituito dalla
risoluzione del conflitto intrapsichico che viene da subito evidenziato, nel quale il
paziente viene posto di fronte alle proprie resistenze in modo drastico; le difese
non son o tanto interpretate, quanto affrontate
- Psicoterapia dinamica breve a focus allargato di Davanloo: viene attuata la tecnica
“confrontativa”, nel senso che pone il paziente costantemente di fronte alle sue
difese nei riguardi dei sentimenti inconsapevoli. Il numero di sedute varia a
secondo del tipo di conflitto inteso come focus (più lungo e complesso nelle
conflittualità riguardanti la perdita).
- Psicoterapia limitata nel tempo di Mann: la finalità di fondo è di curare il dolore
mentale e la negativa immagine di sé presenti nel paziente, lavorando sul conflitto
centrale attuale con particolare attenzione alle problematiche di che si cerca di far
emergere nelle varie sedute terapeutiche. La durata è rigorosamente limitata a 12
sedute!
2 PSICOTERAPIA BREVE COGNITIVO – COMPORTAMENTALE
Per prima cosa è bene porre una chiara distinzione tra le terapie cognitive e
comportamentali, per meglio capire la loro interazione e fusione nella terapia di stampo
cognitivo – comportamentale.
I principali modelli di terapia comportamentale: pongono al centro dell’intervento
clinico il “comportamento osservabile” del paziente il relazione al suo ambiente.
L’intervento psicoterapeutico breve ha come obiettivo la correzione del comportamento
disadattativo del soggetto, senza che vi sia la necessità di formulare ipotesi sui suoi
conflitti interni.
Tecniche comportamentali:
-Desensibilizzazione sistematica: il soggetto viene esposto a una serie di stimoli reali o
immaginari progressivamente più ansiogeni (che procurano ansia) solo dopo aver
raggiunto uno stato di rilassamento
-Inibizione reciproca: al comportamento deviante viene associato un comportamento con
esso incompatibile in modo da estinguerlo
-Flooding, Implosion: sono una serie di tecniche che utilizzano l’esposizione traumatica
per desensibilizzare il paziente
-Condizionamento avversativo: al comportamento deviante viene associato uno stimolo
sgradevole, venendo così progressivamente a estinguersi nel soggetto il comportamento
in questione.
I principali modelli di terapia cognitiva: pongono al centro dell’attenzione il tipo di
attenzione che il paziente ha di sé, degli altri e della realtà esterna in generale. Tale
intervento psicoterapeutico si basa sulla considerazione che la percezione, nonché il
comportamento di un individuo sono fortemente determinati dal modo in cui il soggetto
struttura (e interpreta) la conoscenza della realtà. Tale strutturazione avviene attraverso
processi cognitivi (idee oppure rappresentazioni) che si basano su processi di
automatismo e assunti (schemi sviluppati in base a precedenti esperinze)
Tecniche Cognitive:
-Scoprire gli automatismi del pensiero: sono specificamente dei meccanismi cognitivi che
intervengono tra gli eventi esterni e le relazioni della persona all’evento; tipo: è un
pensiero automatico il non sentirsi graditi dalle persone, quando incontrate non ti
salutano o non rispondono al saluto!
-Verificare gli automatismi del pensiero: il terapeuta aiuta il paziente a verificare i
meccanismi coinvolti nella risposta automatica; perciò, l’obiettivo è sia di incoraggiare il
rifiuto degli automatismi del pensiero improprio o esagerati sia, di fornire alternative per
gli eventi tali da indebolire gli automatismi inesatti o distorti.
-Identificare gli assunti disadattativi: a mano a mano che paziente e terapeuta procedono
nel percorso di smascheramento degli automatismi del pensiero, anche gli schemi
sottostanti, quelli che rappresentano le regole o gli assunti disadattativi generali che
guidano i processi cognitivi, divengono evidenti e consentono una modificazione adattiva.
3 PRINCIPALI ORIENTAMENTI INTERPERSONALI IN PSICOTERAPIA BREVE
Le teorie interpersonali: le teorie interpersonali tendono a far emancipare (liberare da
una soggezione) la formazione dell’IO dai condizionamenti biologici a cui Freud l’aveva
sottoposta (pulsioni), per ricondurla, invece, all’interazione umana considerata come
primaria e tale da condizionare la stessa evoluzione biologica! Perciò il paradigma
(modello) fondamentale di queste concezioni risiede nella visione dell’uomo come
risultato delle sue relazioni interpersonali e delle sue interazioni culturali e ambientali.
Il modello interpersonale si propone come un trattamento rivolto alle attuali situazioni di
vita del paziente. Si tratta di un intervento breve, con una durata di 12 o 16 sedute di
un’ora circa e con frequenza settimanale.
-il ruolo del terapeuta: non è neutrale, ma dalla parte del paziente. La relazione
terapeutica non è una relazione di transfert e non una relazione di amiciazia.
-Le tecniche specifiche utilizzate dal terapeuta nel corso dell’intervento: esplorazione,
incoraggiamento dell’espressione degli affetti, chiarificazione, analisi della
comunicazione, tecniche di modificazione del comportamento
-La conclusione del trattamento: seppur riconoscendo che la conclusione è un momento
doloroso, occorre orientare il paziente a riconoscere la propria raggiunta autonomia
decisionale.
Su tale orientamento interpersonale menzioniamo i 4 modelli più significativi:
La psicoterapia interpersonale della depressione di Klerman: metodo specificamente
rivolto al trattamento dei pazienti depressi, non psicotici e non bipolari. Tale intervento
mira a ridurre i sintomi depressivi e ad affrontare i problemi sociali e interpersonali
associati all’insorgenza della sintomatologia
La terapia individuale interattiva di Cashdan: si focalizza prevalentemente sulle strategie
disadattative e non nell’attuare una diagnosi clinica. L’obiettivo terapeutico si basa
nell’aiutare il paziente, attraverso una serie progressiva di esperienze di apprendimento,
a sostituire i modelli disadattavi con altri, relazionali, più produttivi: ciò avviene mediante
gli scambi più maturi e prettamente adattivi fra paziente e terapeuta.
Terapia Analitica della Comunicazione: si basa nella considerazione che ogni individuo,
quando sperimenta uno stato di malessere psicologico, viene precipitato (posto) in un
vissuto di carente accettazione verso la propria personale responsabilità.
Psicoterapia Breve Interattiva: questa modalità si basa nell’affermare che il problema
clinico presentato dal paziente va considerato come un aspetto dei suoi abituali sistemi di
rapporto interpersonale, ovvero, il suo malessere e i suoi sintomi sono considerati come
il risultato della cattiva conduzione di uno o più passaggi fondamentali della vita.
LA PSICOTERAPIA BREVE SECONDO IL MODELLO INDIVUDUAL PSICOLOGICO
Riportiamo le indicazioni basilari dell’approccio psicologico individuale delle psicoterapie
brevi:
la durata dell’intervento non dovrebbe superare le 20 sedute, in quanto la concezione
psicologica del tempo limitato sembrerebbe incoraggiare a superare velocemente le
proprie resistenze; il terapeuta deve saper dosare e orientare il proprio coinvolgimento
emotivo e ancor di più quello del paziente.
Anche nella psicoterapia breve vi sono una successione di diverse fasi:
1 FASE) a)caratterizzo dal processo di conoscenza e comprensione delle problematiche
del paziente mediante un ascolto attivo (compartecipazione emotiva); b)dalla particolare
attenzione rivolta alle sue modalità di comunicazione non verbale e alle sue esperienza in
ambito sociale e culturale, ovvero il modo di percepire il mondo e gli altri; c) dalla
valutazione della propria personalità e dei meccanismi di difesa;
2 FASE) momento volto alla promozione del processo di Insight mediante l’utilizzo di
strumenti tecnici terapeutici: interpretazione, confrontazione, chiarificazione (cioè far
acquisire una maggiore consapevolezza del proprio problema), incoraggiamento a
elaborare, convalidazione (cioè rafforzare,amplificare) empatica, sprone (incitamento) –
stimolazione e conferma.
3 FASE) definibile prospettica, in quanto si focalizza nel ridefinire il progetto nonché stile
di vita del paziente. In questa fase è indispensabile che il terapeuta scoraggi ogni forma
possibile di dipendenza da parte del paziente (utilizzando se necessario l’interpretazione
del tranfert negativo), in modo da permettere al paziente il passaggio al cosiddetto
Momento Conclusivo del processo terapeutico, caratterizzato dall’esprimere in modo
sintetico gli obiettivi prefissati e dal loro raggiungimento nonché dalla loro elaborazione
connesso al distacco dal terapeuta.
ANALOGIE E DIFFERENZE TRA PSICOTERAPIA BREVE E COUNSELING
Riproponendo il concetto di Crisi, il quale dice: “ogni individuo relativamente sano può
attraversare momenti critici dell’esistenza e può aver bisogno di aiuto per affrontare il
cambiamento e assestarsi su un nuovo equilibrio”, possiamo dire che un intervento in
questo ambito è prettamente di pertinenza della pratica di counseling, invece, la
psicoterapia interviene sugli aspetti patologici che la crisi può recare, al fine di impedire
la comparsa o la strutturazione rigida di un disturbo mentale.
- La Psicoterapia breve: il suo intervento è centrato sulla rimozione o il contenimento
dell’elemento psicopatologico; nella psicoterapia la richiesta di aiuto è ben specificata da
parte del cliente; la psicoterapia interviene quando si manifesta una condizione di
disturbo psichico o di malattia mentale stabilizzata. In merito alla questione del focus di
indagine, nella pratica psicoterapeutica breve si tende a esplorare i contenuti dinamici
profondi. Quindi ciò che ben caratterizza la psicoterapia breve sono:
a) Raggiungimento stabile di salute psicologica
b) Guarigione di disturbi psicopatologici e scompensi clinici acuti o cronici
c) Modificazione dei meccanismi di adattamento e della struttura di personalità
- Counseling: il suo intervento mira al superamento del bisogno, in quanto questa
esigenza è centrale nella richiesta d’aiuto; il counselour deve sempre avere presente che
il suo obiettivo primario è di ordine adattivo (cioè favorire l’adattamento alla situazione
disturbante o modificazione della stessa) limitandosi il più possibile a questo; il
counseling lavora in genere su richieste iniziali non del tutto ben specificate, spesso sono
mascherate da una scusante, come da motivazione informativa. Quindi si evince che il
couselour agisce con un mandato ben diverso da quello del psicoterapeuta. Il focus di
indagine nella pratica di counseling, si mantiene sempre centrato sul problema.
Ciò che caratterizza il conuseling sono: -Raggiungimento di obiettivi specifici;
superamento della crisi attraverso la focalizzazione sul bisogno; l’elemento
psicopatologico, se presente, resta in secondo piano; sviluppo delle potenziali capacità di
adattamento alla situazione disturbante.
In conclusione, potremmo dire che i principali elementi comuni tra psicoterapia breve e
counseling sembrano essere:- focalizzazione sul problema - ricerca di soluzioni pratiche
- valorizzazione delle risorse del soggetto – limitatezza dei tempi nell’intervento.
CAP.3 IL COUNSELING PSICOLOGICO – CLINICO
CENNI STORICI: negli Stati Uniti a partire dagli anni 40 nacquero innumerevoli movimenti
psicoterapeutici: - neofreudiano o neoadleriano; - di Horney, - Fromm; - Sullivan; quello
cognitivo – comportamentale; quello sistemico più breve (nonché economicamente più
economico). Inoltre si diffusero anche le psicoterapie di gruppo in modo da poter
allargare il campo di intervento a una più vasta fascia di popolazione, le terapie familiari e
la psicoterapia centrata sul cliente di Rogers.
Fino alla soglia degli anni 40 la psicoterapia era di competenza strettamente medica,
mentre gli psicologi si occupavano di psicodiagnostica (metodo di indagine e di analisi
della personalità, fondato sulle tecniche proiettive) e di una generica attività di
consulenza. Nel 1939 ROLLO MAY scrive il primo libro pubblicato in America, intitolato
L’arte del counseling che conteneva le lezioni da lui svolte in qualità di consulente
psicologico all’Università del Michigan, incarico che prevedeva, oltre all’insegnamento,
anche la consulenza psicologica degli studenti e la supervisione delle attività
studentesche. Rollo May riferisce che nell’attuare tale lavoro di counseling gli è stato
molto utile il seminario che aveva avuto con Adler negli anni trenta a Vienna, poco prima
del suo rientro in America.
Nel 1942 è l’opera di ROGERS, Counseling e psicoterapia: la psicoterapia di consultazione,
a dare l’avvio a quella che possiamo chiamare a tutti gli effetti la rivoluzione Americana in
campo psicoterapeutico …“Lo scopo del counseling non è quello di risolvere un problema
particolare, ma di aiutare l’individuo a crescere perché possa affrontare sia il problema
attuale sia quelli successivi in maniera più integrata, ovvero con maggiore autonomia,
responsabilità, consapevolezza”.
Con tale libro Rogers faceva sorgere l’idea che al più presto anche lo psicologo avrebbe
potuto attuare pratiche psicoterapeutiche, in quanto fino ad allora le scuole
psicoanalitiche americane dominanti, manifestarono un aristocratico disprezzo nei
confronti di queste nuove figure e dei nuovi approcci psicoterapeutici, continuando a
riservare ai soli medici il loro percorso formativo. Col tempo si assiste in America nel
favorire l’allargamento dei confini della psicoterapia e il confluire in essa dei più diversi
orientamenti psicologici.
RUDOLF DREIKURS, tra i più attivi allievi di Adler emigrò nel Sud America per poi
trasferirsi a Chicago dove costituì il terzo polo individual – psicologico ( i primi due centri
erano a New York e Los Angeles) il quale si differenziava dai due poli. Dreikurs infatti
trasferì il modello viennese dell’attività individual – psicologico in America.
All’università di Chicago, Rogers era docente di psicologia, mentre Dreikurs di psichiatria.
Dreikurs pur essendo uno psichiatra ( cioè medico abilitato all’epoca a praticare
psicoterapia) si interessò degli approcci emergenti in America in campo psicoterapeutico
promossi da Rogers.
Così ebbe inizio la loro collaborazione istituendo il primo centro di formazione al
counseling. Dreikurs fu il primo psichiatra ad orientamento psicodinamico ad accettare di
formare oltre ai medici anche psicologi e laureati in filosofia (dato che le scuole
psicoanalitiche dell’epoca ammettevano solo i medici nel training formativo alla
psicoterapia).
Dreikurs riteneva che il trattamento di counseling dovesse essere rivolto a persone in
difficoltà per problemi di natura correnti (diffusi, comuni, ordinari), aiutando le persone
nella chiarificazione e superamento delle loro difficoltà, mentre pensava che la
psicoterapia si dovesse occupare di soggetti affetti da disturbi psichici, con l’obiettivo di
favorire la revisione dello stile di vita, intesa come ristrutturazione della personalità.
Lo sviluppo in Gran Bretagna e Italia vedere cap.22
Origine:
L’origine e lo sviluppo del counseling possono essere ricondotti al CONTRIBUTO
ADLERIANO che sottolinea l’importanza dell’agire nei contesti relazionali ed educativi più
importanti, ossia la scuola e la famiglia, luoghi primari all’interno dei quali si sviluppa e
struttura la personalità.
È proprio nella costruzione della personalità e dello stile di vita che si riscontra l’elemento
cardine del pensiero adleriano, ossia il SENTIMENTO SOCIALE, elemento che costituisce il
terreno su cui si sviluppa il counseling.
La nascita del counseling è legata anche all’area del VOLONTARIATO che si è occupato sin
dall’origine di servizi riconducibili a parte all’attuale attività del counselor: OFFRIRE
SOSTEGNO (a chi si trova di fronte a problematiche concernenti disagi sociali).
Gli aspetti fondamentali del Counseling sono:
-La comunicazione come strumento centrale del processo di relazione, che comprende
tutti i sistemi di comunicazione verbale e non verbale di chi chiede aiuto e di chi accoglie
la domanda, indispensabili per elaborare i processi di comprensione e soluzione della
problematica sottostante;
-L’importante e la conseguente necessità di puntualizzazione sul concetto di crisi.
L’intervento di Counseling è finalizzato alla possibilità di identificare e cercare possibili
soluzioni a determinate realtà vissute come problematiche, e non contiene scopi
terapeutici nei confronti degli scompensi psicopatologico-clinici;
-La distinzione tra il Counseling inteso come specifica relazione professionale d’aiuto e
l’attitudine individuale “aiutativa” insita in molteplici professioni che implicano l’aiuto.
Tali aspetti appena elencati ci dovrebbero aiutare a ben delineare una netta differenza e
delimitazione degli ambiti di intervento del counseling con le altre professioni di varia
natura che rientrano nelle generiche relazioni d’aiuto. La strada che il counseling si
propone di seguire è quella di rientrare nell’area della psicologia clinica applicata e quindi
essere connotata (definita) come specifica relazione d’aiuto, come proprio la
psicoterapia. In tal senso il counseling è caratterizzato da una relazione che pone
l’attenzione sulle dimensioni psicologiche, emotive, cognitive, e relazionali, con
l’obiettivo di favorire un cambiamento psicologico attraverso un contratto condiviso tra
operatore e utente. Diversamente, le più generiche relazioni professionali che implicano
l’aiuto sono caratterizzate da una relazione i cui benefici psicologici sono secondari e
soprattutto aspecifici. Il confine tra il counseling e la generica relazione d’aiuto risiede
proprio nella stabilità e nella struttura del processo di counseling, che segue principi,
regole e strategie specifiche e con una continuità definita dal modello teorico di
riferimento. Pertanto, ricondurre il counseling tra le generiche relazioni d’aiuto sarebbe
un’operazione riduttiva che non tiene conto della specificità dell’intervento, ma solo di
quelle che possono essere le affinità riguardanti l’apprendimento delle abilità di
counseling di base, rappresentate dalle capacità relazionali e comunicative.
Le Vocazioni:
Le principali vocazioni formative, intese come vertici di osservazione da cui deriveranno
specifiche prospettive terapeutico-relazionali, possono essere suddivise e tipologizzate
nelle seguenti dizioni:
-La vocazione educazionale: si instaura una relazionale di tipo istruttiva o pedagogica.
Tale prospettiva trova il suo ancoraggio metodologicamente costante in un orientamento
concettualmente riferibile al modello cognitivo-comportamentale. O meglio, tale
modello, pur estratto dal suo contesto terapeutico, attua un approccio ai problemi
costantemente basato sulla possibilità di orientare e di influenzare consapevolmente e
positivamente la conoscenza di sé e ancor più le competenze dell’utente nella risoluzione
comportamentale dei suoi problemi.
-La vocazione maieutica(metodo di insegnamento socratico secondo il quale,
interrogando abitualmente un interlocutore lo si aiuto a mnettere in luce il suo
pensiero): tale prospettiva sembra dominare oggi; si caratterizza per la sua attenzione di
anteporre alle direttive un’organizzazione sulla domanda e di superare i limiti della
soluzione immediatamente dirigistica e comportamentale dei problemi. Questo metodo
si propone di scrostare il problema alla superficie per provare a osservare insieme
all’utente aspetti motivazionali, inibizioni o conflitti, riconoscibili allo sguardo in
prossimità (al di sotto) della coscienza vigile (esplicita). In tal modo l’utente diviene
l’interlocutore (che prende parte a una discussione) di un processo investigativo
(riflessivo e di investigazione progressiva), che trova nello psicologo clinico il supervisore
o la guida, ma che assegna ugualmente all’utente un compito prestazionale specifico per
la soluzione dei suoi problemi.
-La vocazione clinico dinamica: gli operatori che si ispirano a tale modello hanno
l’intenzione comune di riguardare le difficoltà (prestazionali o meno) come problemi
psichici soggettivi, come espressioni “sintomatiche” di un malessere che interessa
comunque la persona nella sua interezza e che, dunque, pur con le dovute relativizzazioni
e contestualizzazioni, non possono trovare soluzioni parziali che si traducano in
prescrizioni o strategie comportamentali. A ciò si aggiunge la convinzione che i problemi
psichici, per loro natura, non sono immediatamente percorribili interamente dalla
coscienza, pur nella sua estensione alla latenza preconscia, come sostenuto nella
vocazione maieutica, e che pertanto occorra sostenere l’intervento con procedure atte a
slatentizzare (condensare, compendiare), localmente o meno, i conflitti soggiacenti.
Consultazione - consulenza e collegamento nella psichiatria e nella
psicologia clinica di LIASON (lo chiedono all’esame)
Consultazione: Attività clinica che si configura come peculiare strumento di intervento da
parte dello psichiatra di cui rappresenta la predominante matrice medica; la specificità
connessa alla consultazione psichiatrica sembra fondata sia dalla sua connotazione
formativa, intrecciata di variabili biologiche, psicologiche e sociali, sia dalla sua prassi
clinica (momento di diagnosi, prognosi e terapia di un disturbo mentale). Lo psichiatra
consultante sembra pertanto indirizzato non solo all’attuazione di una presa in carico, ma
anche a una specifica assunzione di responsabilità (agire, decidere) nei confronti del
paziente (definibile come modalità parallela e complementare a quella del medico di
reparto).
Collegamento: Tipo di intervento articolato e continuativo, nato dalle esigenze insite nei
reparti medico-specialistici e/o nei servizi di medicina generale, che riguarda tanto lo
psichiatra quanto lo psicologo clinico con relazione all’eventuale loro possibilità di
collaborazione con l’équipe curante (collegamento: mediazione tra équipe, paziente,
familiari e personale sanitario). Esso si rivolge essenzialmente ai problemi che gli
operatori incontrano all’interno del proprio lavoro con i pazienti; le procedure possono
variare da suggerimenti e riflessioni rispetto agli atteggiamenti adottabili, a
interpretazioni riguardanti le dinamiche che si instaurano, in ambito istituzionale, tra
pazienti ed équipe sia nella prassi terapeutica sia nelle esigenze di formazione e
aggiornamento.
Consulenza: per consulenza si intende:“Forma di rapporto interpersonale in cui un
individuo che ha un problema, ma non possiede le conoscenze o le capacità per
risolverlo, si rivolge a un altro individuo, il consulente, che, grazie alla propria esperienza
e preparazione, è in grado di aiutarlo a trovare una soluzione. Il rapporto di consulenza,
limitato nel tempo e generalmente relativo ad uno specifico problema, fa parte delle
varie modalità di intervento della psicologia clinica, dove può assumere differenti forme,
a seconda dell’utente a cui si rivolge (cliente, paziente, collega, organizzazione)”.
Sempre relativamente alla consulenza in ambito psicologico – clinico, sono state
individuate come specialistiche le seguenti attività di intervento:
Attività di intervento cliniche: (utente-paziente coinvolto in una situazione di sofferenza)
intraprese da tecnici di un settore specialistico insieme a quelli di altri settori, nella
condivisa ricerca di “complementarità attraverso strategie diverse”, da attivarsi in un
programma unificato di interventi terapeutici e/o riabilitativi (indirizzato alla persona in
toto);
Attività di intervento con finalità informativo-formative: (utente-cliente che richiede un
mutamento per una propria situazione di disagio in rapporto a compiti istituzionali); si
distinguono gli interventi a seconda del loro essere indirizzati rispettivamente verso
problematiche istituzionali, dell’équipe, del singolo operatore.
Per ultimo va sottolineata l’esigenza di differenziare, nell’ambito delle attività
specialistiche di consulenza psicologico – clinica, il colloquio:
Specializzato: dove l’orientamento teorico assume un ruolo significativo così come
l’intenzionalità di presa in carico psicoterapeutica;
Di consulenza: con approccio caratterizzato da sospensione di giudizio, di decisione e di
aspettative di intervento, così come dalla prevalente ricerca delle aspettative, richieste,
emozioni, difficoltà e capacità insieme a eventuali componenti psicopatologiche.
La consulenza psicologica non va confusa con la psicoterapia!
Le fasi della consulenza specialistica psicologico-clinica:
Accoglimento: della domanda-richiesta (espressione di un disagio - malessere-sofferenza
che necessita di essere compresa attraverso ascolto, formulazione e successiva verifica di
ipotesi psicogenetiche l’origine e lo sviluppo delle funzioni psichiche). Tale fase si
caratterizza attraverso il tentativo di riformulare il disagio e la sofferenza in termini di
“problema” da condividere, affrontare e cercare di risolvere insieme, dove la disponibilità
ad accogliere non va confusa con una indiscriminata accettazione. Principali obiettivi:
conoscere il soggetto e analizzare la domanda di consulenza, raggiungere una condivisa e
chiara formulazione del problema cha la sottende sia degli investimenti eventualmente
necessari per i possibili progetti di intervento.
Analisi del problema: attraverso l’osservazione (come procedura o strategia fondata su
operazioni logiche) e l’intuizione (caratterizzata dal prodotto di determinate competenze
ed esperienze) paiono raggiungibili come principali obiettivi nei vari contesti i seguenti
problems (Grasso, Cordella e Pennella, 2003):
- problem finding: rendersi conto del disagio;
- problem seting: definisce il problema;
- problem analysis: scomporre il problema principale in problemi secondari;
- problem solving: definire e valutare la/e soluzione/i;
- decision making: assumere una decisione.
Studio dell’intervento o progettazione: ogni progetto di intervento comprende una più o
meno consapevole “intenzionalità”, in quanto “improntato” al raggiungimento di specifici
scopi e obiettivi. Si possono differenziare in questo ambito: finalità e obiettivi generali
(che indicano lo scopo di fondo verso cui si tende), finalità e obiettivi particolari (che
richiedono, invece, maggiore definizione). Principali obiettivi: elaborare una linea guida
dei possibili interventi e valutare la loro accettabilità e realistica applicabilità.
Accordo: ogni modalità di “accordo tra le parti” (definibile come contratto in ambito
giuridico - civile) sembra individuata da elementi causali (desiderio di guarire), contenuti
oggettuali (intervento psicoterapeutico o farmacologico o chirurgico), esplicitazioni
formali (verbali o non verbali), tutti fattori che concorrono al determinare, come
principale obiettivo di questa fase, quello connesso all’assunzione di un responsabile
reciproco impegno nel tentativo di raggiungere la condizione “desiderata”.
Pianificazione: fase che consente di tracciare dettagliatamente le linee guida relative alle
varie attività operative connesse all’intervento clinico; in essa assume significativa
importanza il monitoraggio, qui inteso come attività finalizzata a evidenziare gli
allontanamenti tra i risultati previsti e quelli accertati, cioè una verifica del lavoro attuato
o in corso!!
Valutazione: talora (a volte) espressa con sinonimi (quali verifica, giudizio di misura,
modalità di controllo) caratterizzati dall’interno di indicare i vari strumenti metodologici
più congeniali alla effettiva conoscenza del raggiunto conseguimento degli obiettivi (esito
degli interventi) pianificati durante le fasi precedenti. È inseribile in questa fase il
monitoraggio, inteso come insieme di attività in grado di consentire la verifica
dell’andamento di un fenomeno nel contesto dei suoi diversi momenti evolutivi.
Per concludere: nell’ambito della prestazione specialistica di consulenza psicologico -
clinica, per l’esercizio corretto di tale funzione nelle varie fasi, sembrano risultare
indispensabili, come peculiari “saperi”, sia “capacità tecniche” (insieme di conoscenze,
competenze e abilità caratterizzanti una specifica attività professionale) sia “capacità
organizzativo - relazionali” (insieme di conoscenze, competenze e abilità connesse con
finalità diagnostiche, comunicazionali e procedurali). Prospetto:

Ascoltare- osservare- intuire- restituire


Utilizzare un linguaggio comprensibile all’interlocutore

Rielaborare il disagio come problema


Se il problema è “generale” favorire la scomposizione in problemi particolari;
se si presenta come “particolare” incoraggiare verso la ricerca di una visione più globale

Elaborare ipotesi (da rielaborare quando non riscontrate)


Progettare e descrivere l’itinerario dell’intervento (rispettando l’eventuale diritto al rifiuto)
Descrivere gli elementi necessari per ogni singola attività dell’itinerario
Adoperare elementi chiari per la formulazione della valutazione (monitoraggio)
CAP.6 IL COUNSELING UNIVERSITARIO
I servizi di counseling per gli studenti universitari che si trovano in situazioni di disagio
hanno ormai una stabile collocazione nelle principali università del mondo, anche se lo
loro diffusione e, soprattutto le loro caratteristiche, variano da paese a paese
CENNI STORICI
Stati uniti: possiamo dire che oggi non esiste un’unica tipologia di servizio di Counseling
nelle università, ma una notevole diversificazione per quanto attiene la natura degli
interventi, le prestazioni offerte, il tipo e il numero di professionisti che vi operano. Si
spazia dai programmi di orientamento per i neoiscritti a vere e proprie prestazioni di
sostegno psicologico e psicoterapico.
Inghilterra: attualmente in Inghilterra il servizio di Counseling è presente in quasi tutti gli
atenei e recentemente è nato un coordinamento nazionale (AMOHSSE) che funge da
riferimento e raccordo tra le diverse esperienze. Le situazioni più rappresentative
forniscono modelli di approccio integrato che prende in considerazione aspetti sociali,
economici, anagrafici, di appartenenza a minoranze etniche, di difficoltà nella carriera
universitaria e nell’inserimento lavorativo, oltre ad aspetti più strettamente legati a
condizioni di disagio psicologico.
Francia: sono stati istituiti numerosi servizi per la salvaguardia e la cura dei disagi
psicologici degli studenti
Germania: da molti anni viene attribuito un grande valore socio-sanitario ai servizi di
consulenza che sono molto diffusi e molto diversificati per grandezza, organizzazione e
campo di intervento.
Polonia: presso la facoltà di psicologia dell’Università di Varsavia è attivo un centro, il più
all’avanguardia tra i paesi dell’Est europeo, che svolge attività di psicoterapia individuale
e interventi sulla crisi.
Italia: lo sviluppo di servizi di counseling nelle università è iniziato recentemente, dietro
la spinta delle istanze della fine degli anni ’60 e dei problemi legati all'aumento del
numero degli iscritti e al parallelo aumento del fenomeno dell’abbandono e del
"fuoricorsismo". Tra gli anni ’80 e gli anni ’90 il progressivo aumento dell’insuccesso
accademico ha stimolato un crescente interesse nei confronti del disagio emotivo e delle
necessità degli studenti universitari ed un aumento dei servizi di aiuto per gli studenti.
L’Università dell’Aquila ha istituito nel 1992 il servizio di ascolto e consultazione per
studenti. L’approccio utilizzato è di tipo cognitivo – comportamentale. È previsto un ciclo
di otto incontri ripetibili al massimo per altri due cicli.
I servizi di aiuto e consulenza psicologica negli atenei italiani sono abbastanza diffusi e
nascono da iniziative locali di ogni singola università, attualmente presenti in 23 sedi
universitarie. In queste 23 sedi universitarie è presente una notevole eterogeneità
(diversità) dei vari servizi, sia per le strutture utilizzate sia per le prestazioni erogate,
poiché ogni ateneo possiede un proprio profilo organizzativo. È possibile invece rilevare
una maggiore omogeneità sul tipo di consulenza richiesta, in quanto i fattori che possono
generare disagio possono essere così generalizzabili:
-Impatto con un ambiente totalmente diverso dalla realtà scolastica, sociale e affettiva
precedente; dovendo aderire a nuove regole sociali e, soprattutto, riorganizzarsi in modo
affettivo dovendo trovare anche un’indipendenza dalla famiglia e dagli amici abituali;
-Scelta della facoltà. I problemi sono di 2 tipo: il primo è che la scelta non viene sempre
attuata in relazione alle proprie esigenze, desideri e capacità, ma vine spesso compiuta
per imitazione di una figura stimata oppure per pressioni subite; il secondo è che in
alcuni casi, l’università è considerata un’alternativa precaria e poco gratificante.
-Difficoltà a chiudere il ciclo di studi. Quando si intravede la fine del percorso di studio ci
si rende conto che non è più sufficiente essere un bravo studente, ma occorre progettare
un percorso di vita personale e lavorativo.
-Il tutto avviene in un periodo di vita considerato di passaggio dall’adolescenza all’età
adulta con tutte le esigenze di autonomia e il rischio di disorientamento per chi non è
preparato.
Emergenza di chiarificare gli aspetti normativi e regolamentare la professione del
counselor. Si necessita di una adeguata competenza per poter far fronte alle
problematiche che gli studenti universitari possono affrontare nel particolare ciclo di vita
nel quale si trovano.
IL MODELLO DELL’UNIVERSITA’ DI SIENA( LO CHIEDONO ALL’ESAME): nel 1993 viene
istituito il servizio di consulenza e psicoterapia agli studenti universitari, nel quale viene
impiegato il personale di Psicologia clinica. Tale servizio nasce per rispondere
efficacemente e senza lunghe attese alle numerose richieste di aiuto degli studenti. Il
servizio è articolato in diverse fasi. Al primo appuntamento (richiesto dallo studente) si
cerca di cogliere e capire i motivi della richiesta d’aiuto, per formulare successivamente
un piano di aiuto. A distanza di pochi giorni viene effettuata una batteria di test (Adult
Attachament Interview) dopo di che il terapeuta che seguirà lo studente delinea una
strategia terapeutica. Questo tipo di accoglienza e attuazione terapeutica permette che vi
sia una migliore comprensione dei motivi del disagio e un’accurata riflessione per il
passaggio dal livello di diagnosi descrittiva, tipica della psichiatria, a una diagnosi
esplicativa, molto importante in psicologia clinica. L’importanza è data dal fatto che la
diagnosi esplicativa è volta a ricostruire le cause, i motivi che hanno portato la persona
sotto esame a manifestare un particolare disturbo e a capire come esso si è sviluppato e
perché è diventato come oggi si presenta. La scelta del terapeuta viene fatta sulla base
della formazione e delle competenze acquisite, anche se l’indirizzo terapeutico
prevalente è il cognitivo – costruttivista e la terapia si compone di dieci sedute per le
quali lo studente paga il ticket sanitario. Questo pagamento è stato introdotto come
forma di responsabilizzazione da parte dello studente, che in tal modo stipula un
contratto terapeutico. Terminate le dieci sedute si valutano i risultati ottenuti e
conseguentemente la possibilità di concludere la psicoterapia o la necessità della
prosecuzione del lavoro per altre dieci sedute. Volendo valutare questa modalità di
intervento si riscontrano una serie di vantaggi:
-Permette allo studente di effettuare, a un prezzo accessibile, sedute di psicoterapia che,
partendo da un problema specifico presentato, mirano a sviluppare un processo di
consapevolezza indispensabile per superare problemi di orientamento interiore;
-Permette agli specializzandi in psicologia clinica di esercitare la loro attività di counselour
protetti da una supervisione continua;
-Permette agli psicoterapeuti, docenti e tutor di svolgere attività didattica e di ricerca
cinica organizzata
I problemi diagnostici maggiormente registrati in tale attività di conuseling universitario,
sono stati i disturbi alimentari, fobici,d’ansia e disturbi dell’umore. Elevato è anche il
numero di studenti che si sono rivolti al servizio per difficoltà di studio o/e difficoltà
relazionali, la scelta della facoltà il metodo di studio.