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COUNSELING:

IL CONFLITTO COME
RISORSA,
SPAZIO DI CRESCITA E
IDENTIFICAZIONE

Monica Mano
Percorso di formazione in Counseling psicosomatico
Anno 2017/2018
Sommario

LA CHIMICA E L’ESSERE UMANO ....................................................................................................................... 3


IL CONFLITTO ..................................................................................................................................................... 6
IL CONFLITTO COME RISORSA ....................................................................................................................... 8
I CONFLITTI - COME LEGGERLI? .................................................................................................................... 9
DANIELE NOVARA SUL TEMA .......................................................................................................................... 11
IL BENESSERE SI COSTRUISCE NEL SAPER VIVERE LE CONTRARIETÀ COME RISORSA. ............................ 11
LA CARENZA CONFLITTUALE .................................................................................................................... 12
LA COMPETENZA CONFLITTUALE SI PUÒ IMPARARE .............................................................................. 14
I TASTI DOLENTI E LA TEORIA DEI BUCHI ......................................................................................................... 15
LA PERSONALITA’ ............................................................................................................................................. 18
OSHO E LA PERSONALITA’ .......................................................................................................................... 20
COMFORT ZONE E OLTRE ............................................................................................................................ 22
L’ALTRO È QUELLO CHE È ................................................................................................................................ 25
LA RELAZIONE SPAZIO CONFLITTUALE ........................................................................................................ 26
LE RELAZIONI CHE CONDUCONO A UN BIVIO ............................................................................................. 28
VERITA’ ASSOLUTA E VERITA’ RELATIVA ......................................................................................................... 29
IL COUNSELING E IL CONFLITTO ...................................................................................................................... 30
L’ARTE DELL’ASCOLTO, ASCOLTO PROFONDO. ............................................................................................... 32
ASCOLTO DI SÉ ................................................................................................................................................. 36
WHO IS IN E INQUIRY .................................................................................................................................. 40
ENNEAGRAMMA E CONFLITTO................................................................................................................... 44
CRANIO SACRALE ......................................................................................................................................... 45
SHIATSU ....................................................................................................................................................... 46
CONCLUSIONI .................................................................................................................................................. 47
NOTA DI CHIUSURA ......................................................................................................................................... 50
RINGRAZIAMENTI ............................................................................................................................................ 50

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 2


LA CHIMICA E L’ESSERE UMANO

La chimica (da kemà, il libro dei segreti dell'arte egizia, da cui l'arabo "al-kimiaa"
"‫ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ـ ــﺎء‬H‫ﻤ‬HJ‫ )"اﻟ‬è la scienza che studia la composizione della materia ed il suo comportamento in base
a tale composizione.
Ogni elemento ha specifiche caratteristiche che lo rendono unico nel panorama degli
elementi e che lo collocano in uno specifico spazio della tavola periodica a seconda degli elettroni
e numero atomico “z”.
Ognuno ha conformazioni energetiche diverse, orbitali liberi e elettroni in più o in meno su
questi ultimi. Nonostante questo, ogni elemento ha la sua stabilità interna.
Nel momento in cui vengono a contatto con altri elementi della tavola periodica succedono
delle reazioni tra di essi, diverse a seconda delle caratteristiche degli elementi interessati.
Notoriamente elementi posizionati in spazi adiacenti della tavola avranno meno capacità di
reazione che non elementi posizionati agli estremi della stessa, considerata proprio la maggior
diversità tra le conformazioni energetiche e gli spazi vuoti sugli orbitali o il surplus di elettroni.
Mano a mano che ci si allontana verso gli estremi della tabella tanto maggiore sarà a
reattività tra gli elementi sarà alta.
Gli elementi tendono alla stabilità, cioè ad avere 8 elettroni esterni. Da soli non possono
però raggiungerla e devono interagire con altri elementi; l’interazione avviene usualmente
attraverso uno scambio di elettroni.
Le reazioni portano alla condivisione e messa in comune di elettroni tra i due elementi
nella formazione di un nuovo composto chimico utilizzando gli spazi vuoti negli orbitali più esterni.
Per esempio il sodio metallico, che ha un elettrone di troppo, cerca disperatamente
qualcuno a cui cederlo. Se incontra l'acqua lo cede all'H dell'acqua. Il sodio così ha un numero di
elettroni perfetto, pari ad un gas nobile, e l'idrogeno diventa gas raggiungendo anche lui un
numero di elettroni pari al gas nobile elio.
Questa reazione, avvenendo, porta alla cessione da parte di entrambi gli elementi, di un
sacco di energia, tanto è che, cedendola provocano una piccola esplosione.
La stessa cosa vale se il sodio metallico incontra il cloro gassoso: i due elementi si
scambiano elettroni, diventano stabili e cedendo energia. Il cloruro di sodio è “felicissimo” e
stabile, infatti ne è pieno il mondo.
In ogni reazione ad entrare in gioco sono sempre entrambi gli elementi proprio in virtù di
Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 3
quella che è la loro conformazione: nessuna reazione può avviarsi ed avvenire se uno dei due
elementi non è predisposto a unirsi con l’altro in qualche modo o non ha elettroni da condividere
o mancanti.
Gli elementi della tavola periodica sono alla base di ogni singolo composto nella natura e
l’energia intrinseca degli elementi o quella che si sviluppa nelle reazioni tra di stessi è parte
integrante della vita, qualsiasi sia la forma in cui questa energia si esprima.
Se proviamo a passare da una visione puntuale a una più ampia proprio in considerazione
del fatto che ogni cosa è fatta di materia (elementi chimici), possiamo comprendere come le
stesse leggi che governano la chimica sottendano anche il divenire della vita e il suo svilupparsi e
modificarsi, ivi comprese le relazioni tra gli esseri umani.
Anche nel mondo dell’essere umano – composto complesso di atomi ed energia – si creano
reazioni tra elementi. Per questo l’analisi delle reazioni nella tavola degli elementi permette di
vedere come anche le persone, soprattutto quando molto diverse, possano facilmente incorrere in
“reazioni”.
Prendiamo ad esempio persone con ideologie politiche opposte, lati opposti della tavola
degli elementi. In questo caso sarà molto facile che tra queste persone si creino reazioni di
contrasto e lotta mentre molto più facile sarà l’accordo e la cooperazione tra persone simili,
metaforicamente più vicine nella tavola periodica.
La stessa cosa possiamo vederla nel caso di una squadra di calcio i cui obiettivi sono uguali
e per cui la cooperazione e la coesione sarà più probabile che non per giocatori appartenenti a due
squadre diverse i cui obbiettivi sono opposti, in questo caso le reazioni saranno più facili e
probabili.
Ancora possiamo pensare alle divergenze tra capo ufficio e sottoposti qualora l’obiettivo
non corrisponda per motivi diversi, mentre molto più facile sono le relazioni tra i vari elementi se
l’obiettivo a cui tutti ambiscono è lo stesso.
Anche all’interno di un’amicizia o di una coppia è possibile vedere come bisogni diversi e
lontani siano causa di contrasti mentre bisogni simili portano a facilità di rapporti e connessione.
Tornando al nostro esempio di partenza, ossia alla chimica, ogni elemento chimico ha le
sue modalità di comportamento e di reazione alle situazioni che dipendono da diversi fattori
intrinsechi.
Allo stesso modo, nel campo umano, ogni individuo ha il suo modo di reagire e di
comportarsi che dipende da fattori diversi, molti dei quali pregressi e risalenti all’infanzia,

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 4


momento in cui la personalità si è formata.
Peraltro, come nella chimica non possiamo definire gli elementi “giusti” o “sbagliati”e
parliamo piuttosto di elementi che reagiscono tra di loro in modo diverso, cosi nelle relazioni
umane possiamo semplicemente osservare le reazioni tra le persone come tali, rimanendo nel
campo dell’osservazione ed evitando di cadere nel giudizio.
Inoltre, ritornando una volta ancora alla chimica, si può aggiungere come le reazioni
esplosive siano quelle che, infine, immettono energia di spinta e cambiamento all’interno di un
sistema, portando trasformazione e evoluzione.
Questo punto ci permette di togliere la connotazione negativa dalle reazioni “esplosive” o
comunque in grado di provocare reazioni forti e per analogia passare a una rivalutazione dei
conflitti (con reazioni esplosive o forti) che possono nascere tra le persone.
Un conflitto, visto dal punto di vista della psicosomatica, può portare a blocchi corporei
anche importanti andando a toccare situazioni pregresse dolorose o difficili per la persona e/o
ricreandone di nuove, simili e dolorose, rimarcanti stati di non valore, fallimento e inutilità se non
di cattiveria o di “essere sbagliati”.
Qualora irrisolto, messo a tacere senza una chiusura e una restituzione alle parte, il
conflitto può risultate elemento menomante e talvolta paralizzante per le persone fino al punto di
non voler più costruire relazioni umane e di perdere la fiducia negli altri e nella vita. Per qualcuno
una situazione di conflitto irrisolto può arrivare anche a segnare una vita intera1.
Pertanto può essere interessante analizzare più in profondità il concetto di “conflitto”,
quanto gli sta intorno, le cause e le manifestazioni e altresì, le sue notevoli potenzialità a livello
umano, di crescita e di identificazione dell’individuo attraverso di esso e una sua corretta gestione.
Gestito in maniera corretta e supportante, il conflitto ha un forte valore positivo per le
persone coinvolte e per la crescita, personale e relazionale degli individui a prescindere dal
risultato finale del lavoro.
La domanda che val la pena farsi a questo punto è “Ccome il counseling e il couselor può
diventare figura in grado di supportare lo svilupparsi del conflitto e con esso della crescita dei
partecipanti rendendolo – il conflitto - uno degli spazi di vita più trasformativi e conoscitivi di sé e
dell’altro evitando di diventare una condanna o un giudizio di una delle parti?”.
Proviamo a indagare questa domanda facendo riferimento al libro di Daniele Novara e ad
altri autori.

1
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara

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IL CONFLITTO
Parlare di conflitto, soprattutto per noi italiani, ha un’accezione e una risonanza
fortemente negativa. Il conflitto, come dice Daniele Novara nel suo libro “La grammatica dei
conflitti” (da cui è tratto parte di questo lavoro), è nella concezione del vocabolario italiano
associato alla parola “guerra”. Come riportato da Novara, sembra quasi che la cultura italiana
“stenti a cogliere come l’armonia sia in realtà l’esito di un processo complesso che include
l’elemento dialettico del confronto, se si vuole anche quello dello scontro, per mantenere in
equilibrio un sistema relazionale.”2
“Anche nella mitologia greca la dea Armonia era figlia di Marte e di Venere: l’armonia non
deriva solo dalla bellezza ma anche dalla dimensione del contrasto e della conflittualità. Agli occhi
dei Greci non si possono isolare, nel tessuto delle relazioni sociali, cosi come nella struttura del
mondo, le forze del conflitto da quelle dell’unione”3.
In qualche modo anche Vernant riprende il concetto delle reazioni chimiche, non escludibili
dall’insieme della vita, sottolineando anche lui il bisogno di non creare separazione proprio perché
non c’è separazione nell’universo. Ogni singola cosa è parte del tutto.
Anche il Tao, nel suo inglobare il bianco nel nero e il nero nel bianco, ricorda come ci sia del
bene nel male e del male nel bene e che il tutto sia un continuo flusso e un tutt’uno.
Il concetto della non separazione e dell’esistenza di un UNO divino ci permette di guardare
al conflitto come a una parte del tutto, necessaria alla vita per evolvere e crescere.
In molte filosofie sufi o orientali l’essere umano è considerato come strumento per la vita
per apprendere, per aumentare la mole di conoscenza cosmica in grado di far evolvere il Tutto.
Ogni esperienza umana non è quindi giusta o sbagliata, ma “strumento attraverso cui la vita può
evolvere”.
Nello specifico Novara e i suoi collaboratori hanno evidenziato come il conflitto sia un
elemento sano di crescita all’interno del cui termine sono inclusi determinati atteggiamenti umani,
mentre di effetto opposto è quella che viene definita “violenza”, cosi come evidenziato nella
tabella sottostante.

2
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara -
3
Mito e società dell’antica Grecia, J.P. Vernant, Einaudi, Torino, 1981

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Nel conflitto il danno che si può creare alle persone coinvolte è reversibile. Si parla di
contrasto, divergenza, opposizione e di tutto ciò che attiene allo scontro/confronto.
Al contrario, la violenza ha caratteristiche di danno irreversibile, di identificazione del
problema con la persona stessa e della sua conseguente eliminazione per la risoluzione unilaterale
del conflitto.
“Per danno irreversibile, dal punto di vista sia fisico che psicologico, intendo un’azione
volontaria e intenzionale, estemporanea prolungata nel tempo, che produce danno permanente in
un’altra persona. [ ….]
Inoltre la violenza appare un’azione, più o meno premeditata, volta a sospendere qualsiasi
relazione in un’ottica che, attribuendo il problema a un “avversario”, prevede di risolvere il
problema eliminando l’avversario stesso. Si tratta di una strategia arcaica, banale e semplicistica,
ma proprio per questo capace di liberare dall’ansia e dall’incertezza. […]
La violenza insomma non può essere una sorta di conseguenza del conflitto, ma, al
contrario, è incapacità di stare nel conflitto stesso, di sperimentarlo come momento importante,
come elemento che fonda la relazione e attraverso il quale è possibile riconoscere la differenza e
la distanza, indispensabili a preservare la relazione stessa dalle sue componenti inglobanti e
tiranniche”.4
Anche Franco Fornari, psicanalista che ha lavorato sui temi della pace, riporta Novara nel
suo libro, rivela i vantaggi psichici della guerra come risoluzione dei problemi. A livello relazionale
la guerra e la violenza esprimono il tentativo di affrontare il problema eliminandolo. Eliminare la
4
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara -

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fatica della relazione, il limite che l’altro mi pone, la difficoltà, le complicazioni con i risvolti psichici
che comportano. Togliere di mezzo il nemico, non occorre fare fatica, l’importante è eliminare chi
ci porta il conflitto”
Nel sito www.filliozar.net c’è un’interessante citazione a cui vale la pena portare
attenzione: “Nel conflitto l’altro mi obbliga a considerarlo, m’invita a vedere un altro punto di vista
che non sia il mio, amplia il mio campo di comprensione del mondo. La felicità non dipende dalle
circostanze ma dal nostro atteggiamento di fronte alle circostanze”5.
D’altro canto l’idea di un “volersi bene a tutti i costi” sullo stile delle religioni più diffuse
annulla il confronto che invece permette la crescita e l’evoluzione.

IL CONFLITTO COME RISORSA

Il punto è che la difficoltà a stare nei conflitti è alta, proprio per una mentalità che vede il
conflitto come una guerra e per un background cattolico in cui il “siate tutti fratelli” prevale su
tutto.

“Nella storia educativa il conflitto è prevalentemente colpa, non bisogna litigare. I bambini
litigiosi….sono un problema. Imprinting infantile che limita la lettura dei conflitti a una dimensione
di ingiustizia da evitare. […].Se litigavi avevi comunque torto. […]
Un altro ostacolo che impedisce all’esperienza della contrarietà di essere formativa è la
lettura del conflitto unicamente come momento di sofferenza e di dolore o come ferita. I vissuti di
esperienze carenti infantili sono collegati a vissuti conflittuali adulti impedendone una visione più
consapevole e matura”.6
Novara riconosce in questo un aspetto chiave sottolineando come il vissuto infantile di
conflitto agisca in modo inconsapevole riportando un senso di abbandono, esclusione, paure di
varia natura, gelosie, scarso riconoscimento, mancanza di comunicazione.
Sembra deficitario, dice Novara, il valore derivante al codice paterno del “fare fatica”, la
fatica di accettare limiti e affrontare sfide. In un sistema duale in cui al codice materno dedito alla
cura, all’attaccamento, alla soddisfazione dei bisogni primari e all’affetto, si oppone un compito
del padre di staccare il bambino dal legame forte con la madre attraverso un essere normativo e

5
www.filiozar,net. Frase augurio natalizio 2006
6
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara – pag 44 e 46

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 8


un accompagnamento nel percorso di identificazione personale7.
E’ difficile anche pensare che un conflitto sia affrontabile se l’idea di fondo è spesso che
“se mi oppongo, se dico no, se do fastidio, sono colpevole”.
Eppure il conflitto, proprio in un’ottica evolutiva, è importante e fondamentale, è lo spazio
che sostiene il processo di differenziazione e può diventare un importante strumento di
autoregolazione e di conoscenza di sé, dei propri limiti e confini.
“Grazie al conflitto si acquisiscono competenze relazionali e si impara a stare al mondo. […]
Nell’altro si incontra un limite al proprio desiderio e alla propria azione.”8
Il punto chiave risiede però altrove, il conflitto spesso è pretestuoso e la parte significativa
del conflitto normalmente non viene espressa ed è rappresentata da aspettative non espresse e
incomprensioni. Non è cercare il colpevole quello che permette il passaggio e l’evoluzione ma
restare in ascolto e supportare il processo espressivo delle parti affinché superino dinamiche
consolidate.

I CONFLITTI - COME LEGGERLI?

Il conflitto in sé possiamo definirlo come una disparità di posizioni che nasconde carenza di
informazioni e mancanza di chiarezza che genera distanza tra le parti, contrasto e lotta.

Dice Novara che “Potremmo leggere il conflitto come uno stato della relazione
interpersonale nell’ambito del quale si realizza una dinamica inefficace tra due diverse strutture di
bisogni, una dinamica incapace di realizzare riconoscimento reciproco, quando non addirittura
rappresentante esplicitamente una minaccia”.9
Aggiunge come ciascuna parte in causa avverta un forte disagio rispetto alla situazione e
ritenga l’altra parte totalmente responsabile di quanto è accaduto e sta accadendo.
Evitare il conflitto comporta però dare spazio a quella violenza che tende a “eliminare” la
causa e i soggetti del conflitto ottenendo come risultato un mancato apprendimento nell’area
della relazione interpersonale e di gruppo. Evitare il conflitto e lasciarlo latente o inespresso può
diventare anche un’occasione di danno permanente alla persona, costituendo elemento di
turbamento, di svalutazione, di incomprensione di dinamiche relazionali importanti e utili per una
vita normale.

7
Citazione a Fornari – Il codice vivente. Femminilità e maternità nei sogni delle madri in gravidanza”
8
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara – pag 52
9
La grammatica dei conflitti – Daniele Novara – Pag 130-131

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 9


Proprio per questo Novara suggerisce di guardare al conflitto come a una risorsa e a
un’occasione per conoscere se stessi in maniera più intima e profonda e conoscere meglio l’altro;
un’occasione per far evolvere le persone coinvolte in senso costruttivo arrivando a costruire una
cultura di valorizzazione dell’individuo. In altri contesti si parla di situazioni “win-win” dove, a
prescindere dal risultato del conflitto, le parti in causa ne escono comunque vincitrici e positive,
riportando comprensioni profonde e trovando in sé nuove risorse per far fronte alle situazioni.
Novara sottolinea più volte come il punto finale non sia la risoluzione del conflitto in modo
positivo quanto più la comprensione dei bisogni profondi e la miglior conoscenza di se stessi,
lavorando per gradi verso un riposizionamento e ridefinizione delle posizioni dei singoli.
L’altro, dice Novara, mi interessa nel conflitto perché il conflitto parla di noi e solo se
entrambi sappiamo stare nel conflitto quest’ultimo potrà dispiegare la propria potenzialità
trasformativa ed evolutiva.
Nell’osservare e leggere i conflitti, Novara suggerisce di portare attenzione a quattro
aspetti principali, meglio riassunti nella tabella.

Individuare i bisogni e le emozioni che lo sottendono e caratterizzano, sentire nel corpo


cosa succede, cogliere quali “tasti dolenti”, nonché memorie del passato e stati emozionali va a
toccare e smuovere, diventa il passo principale e anche la possibilità di crescita ed evoluzione.
Anche determinare i vantaggi che il permanere nel conflitto porta ci permette di individuare i
bisogni che lo sottendono. A rendere chiaro questo passaggio l’esempio del bambino che disturba

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 10


in classe. Il vantaggio che ha nel farlo è di ottenere attenzione, seppur in modalità non del tutto
positiva, ma sempre attenzione. Emerge quindi chiaro il bisogno che sottende il conflitto.

DANIELE NOVARA SUL TEMA

IL BENESSERE SI COSTRUISCE NEL SAPER VIVERE LE CONTRARIETÀ COME RISORSA.


È importante realizzare che il conflitto è qualcosa che non si pone in antitesi alla quiete e
all’armonia relazionale, quanto piuttosto l’elemento imprescindibile perché si dia una vera
relazione vitale e propriamente umana.
Nell’ambito del mio lavoro di studio e di ricerca sulla gestione dei conflitti, uno degli aspetti
di cui mi sono sempre occupato fin dall’inizio e che non smetterò mai di sottolineare, riguarda la
fondamentale distinzione tra “conflitto” e “violenza” (Daniele Novara).
La nostra cultura (ma non è così ovunque in Europa), e un reiterato quanto inteso utilizzo
scorretto dei termini, ha fatto si che oggi in Italia, nell’immaginario più o meno comune,
coesistano un insieme di parole che tendono ad acquisire lo stesso significato negativo: conflitto,
guerra, litigio, bullismo, violenza, aggressività, prepotenza.
Si tratta di termini che appaiono connotati da un’unica matrice semantica – come se in
qualche modo appartenessero tutti a una stessa area di comportamento – e sono spesso utilizzati
con una certa libertà discrezionale.
Articoli di riviste e quotidiani, programmi radiofonici o televisivi, commenti di esperti ma
anche il linguaggio comune, spesso persino nell’ambito educativo e pedagogico, tendono a
utilizzare il termine “conflitto” come un contenitore generale, con una gamma di significati
piuttosto ampi che vanno dalla discussione tra due adulti al terrorismo, dall’azione del bambino
dell’asilo nido che morde il coetaneo al giovane che uccide i genitori, dalle prepotenze tipiche
della fascia d’età della seconda infanzia al bullismo.
Questo accade perché, in particolare la lingua e la cultura italiana, faticano a riconoscere
che l’armonia, l’equilibrio relazionale, è in realtà uno stato che non si dà a priori, quanto
piuttosto l’esito di un processo complesso, che include l’elemento dialettico del confronto e
anche dello scontro. Di questo la cultura orientale è ben consapevole (pensiamo alla dialettica di
Yin e Yang o al fatto che l’ideogramma cinese della parola conflitto ha un doppio significato:
catastrofe e opportunità) ma anche la stessa mitologia greca, da cui la nostra trae origine,
riconosceva la dea Armonia come figlia di Ares e Afrodite, un misto di bellezza e contrasto.
Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 11
È importante realizzare che il conflitto è qualcosa che non si pone in antitesi alla quiete e
all’armonia relazionale, quanto piuttosto l’elemento imprescindibile perché si dia una vera
relazione vitale e propriamente umana, è insomma una risorsa. È questa una condizione
fondamentale per riuscire a sviluppare competenze efficaci nell’ambito della gestione conflittuale
e per poter imparare a riconoscere la violenza e organizzarsi adeguatamente.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), nel suo Rapporto Mondiale sulla
Violenza e la Salute del 2002, afferma che la violenza è un fenomeno complesso da definire, ma
per il quale occorre individuare una definizione comune se si vuole svolgere un’efficace azione
preventiva. Con questo intento l’OMS definisce la “violenza” come: “L’utilizzo intenzionale della
forza fisica o del potere, minacciato o reale, contro sé stessi, un’altra persona, o contro un
gruppo o una comunità, che determini o che abbia un’alta probabilità di produrre morte, danno
psicologico, cattivo sviluppo o privazione”10, quindi come qualcosa di ben diverso dalla
conflittualità. Eppure, oggi sempre più spesso, accade che l’immaturità emotivo-neuronale
nell’affrontare un conflitto sia confusa con la “violenza”, senza rendersi conto di un aspetto che
l’ultima ricerca che ho condotto in collaborazione con lo staff del CPP ha messo in luce molto
chiaramente: esiste un costrutto, definito “carenza conflittuale”, che permette di leggere e
comprendere alcuni comportamenti, attualmente rubricati nell’area della psicolabilità o
dell’istintualità, che consente di cogliere i deficit che un individuo ha accumulato nel corso della
sua formazione e che lo portano a un atteggiamento di totale fragilità di fronte alle criticità
relazionali.

LA CARENZA CONFLITTUALE
Era alcuni anni che lavoravo all’ipotesi, tratta in parte da alcune tesi dello psicanalista
Franco Fornari11, che esistesse la possibilità di definire un costrutto in grado di creare uno stacco
molto netto con le tradizioni interpretative del legame “conflitto - violenza”, sia con quelle basate
sull’idea dell’escalation (la violenza come risultato di una tensione conflittuale che aumenta), sia
con quelle che si richiamano all’idea che il violento non sia in realtà un litigioso, ma qualcuno
incapace di litigare, intollerante al conflitto. In pratica la mia tesi era che la violenza potesse
nascere da un deficit di conflittualità piuttosto che da un eccesso. Il carente conflittuale è un

10
Word Health Organization, World report on violence and health: summary, Geneva 2002, p.4 (traduzione a cura dell’autore)
11
Franco Fornari ha sostenuto l’idea che la violenza si origini all’interno di relazioni fusionali che non lasciano spazio a possibilità di contrasto e che,
proprio per questo finiscono per generare pulsioni distruttive che sono proiettate all’esterno della relazione o rivolte verso l’altro della relazione
stessa. Si veda: F. Fornari, La malattia dell’Europa, Feltrinelli, Milano, 1981.

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 12


individuo che vive profondi deficit relazionali, ha una biografia che lo ha portato ad accumulare
pesanti mancanze, specialmente nell’ambito della competenza emotiva, e per questo di fronte
anche ad un accenno limitato e parziale di contrarietà (senza la presenza di particolari tensioni o
della classica escalation) reagisce con un comportamento totalmente fuori misura rispetto alle
norme sociali. Proprio per la sua incapacità di reggere la conflittualità è quindi particolarmente
esposto al rischio di agire comportamenti violenti verso gli altri o verso sé stesso.
Spinto da queste idee ho cominciato, tre anni fa, in collaborazione con la psicologa Carmen
Molinari, a impostare una ricerca per definire il concetto e verificarne l’effettiva capacità di
spiegare alcuni comportamenti. Dopo alcuni focus group e periodiche riunioni d’equipe siamo
arrivati alla stesura definitiva di un questionario composto da 20 domande a risposta multipla:
ogni risposta rifletteva una delle tendenze ipotizzare come caratteristiche del concetto. La persona
“carente conflittuale” infatti si caratterizza per quattro aspetti:

1. Non valorizza la parola. Non è in grado e/o non ha ancora imparato a valorizzare la parola,
sia per problemi temperamentali di rabbia e impulsività, sia per la propria storia educativa
familiare, come nel caso di modelli genitoriali con alta emotività espressa specie di tipo
aggressivo. Tende a equiparare la critica verbale all’atto violento e quindi un giudizio
negativo, un insulto o un “no” sono vissuti come un pericoloso attacco personale. Rispetto
alla violenza inflitta agli altri invece, far equivalere parole offensive a violenza cercando una
reazione immediata, forte, e tesa a ferire.
2. Agisce le emozioni senza filtro simbolico, senza elaborazione, mettendo a nudo la propria
fragilità psichica. Quando un’emozione negativa (ansia, tristezza, rabbia) invade la persona,
senza che questa riesca a pensarla o a nominarla, può accadere che chi tende a subire o
auto infliggersi violenza si senta sopraffatto e agisca nei suoi comportamenti
autodistruttivi, mentre nella violenza rivolta all’altro le emozioni diventano reattività
rabbiosa e aggressiva, con analoga incapacità di prendere distanza.
3. Confonde la persona col problema senza distinguere il contenuto comunicazionale
dall’emittente. Questa modalità è più collegata alla normalità rispetto alle altre due, e
risulta condizionata da una relazione emotiva che è una risposta quasi fisiologica nei
confronti di chi limita o inferisce con un bisogno o interesse del carente conflittuale.
4. Segnala una permalosità e suscettibilità eccessive, con agito di riluttanza estrema di
diniego relazionale totale. Permalosità e suscettibilità sono tratti temperamentali correlati

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 13


alla rabbia che richiamano l’area della fragilità, mentre l’agito è un comportamento non
consapevole di rifiuto estremo della relazione e dell’altro.

I risultati di questo lavoro, che ha portato a sottoporre il questionario a 241 soggetti di


unità compresa tra i 15 e i 30 anni, hanno confermato la mia ipotesi: la carenza conflittuale è a
tutti gli effetti un nuovo costrutto12, che rispetto ad altri mantiene la sua specificità proprio per il
suo manifestarsi nel momento della contrarietà in ambito relazionale.
Questa scoperta è estremamente interessante. Per la prima volta si pone una specifica
correlazione tra l’incapacità di reggere le situazioni di grave o lieve contrarietà e la fragilità
psicologica di alcuni soggetti. Se di fronte a una situazione di contrasto relazionale ciascuno di noi
può manifestare un comportamento che mette in luce alcune mancanze della propria capacità di
affrontare e gestire i conflitti, e sebbene alcuni atteggiamenti come la permalosità, la suscettibilità
e la reazione rabbiosa possano essere occasionalmente propri di chiunque, la differenza tra un
soggetto che esprime queste difficoltà un modo socialmente accettabile e una carenza
conflittuale, sta nell’intensità e nella pervasività in cui il secondo percepisce il contrasto, e nella
sua modalità reattiva che si manifesta con agiti impulsivi e rabbiosi propri del soggetto violento
verso se stesso o gli altri. La carenza conflittuale cioè si pone in mezzo tra violenza e quella che,
durante la ricerca, è stata definita come competenza conflittuale, cioè come la capacità di stare
nella situazione relazionale affrontandola come una situazione che può essere gestita.

CARENZA COMPETENZA
La perturbazione verbale La parola consente l’incontro e anche la divergenza (“le parole
viene assimilata alla servono a litigare senza farsi male” dicono giustamente i
violenza. bambini)
Le emozioni vengono agite
come filtri. Metto un filtro alle emozioni, riconosco i miei tasti dolenti
(“sono arrabbiato e te lo infantili e non mi lascio travolgere.
faccio sentire”).
La persona che mi ostacola
“Ho un problema con te, niente di personale”.
è il problema da eliminare.
L’altro può sempre ferirti. L’altro è una risorsa

LA COMPETENZA CONFLITTUALE SI PUÒ IMPARARE


I risultati di questo lavoro di ricerca sono stati diversi e interessanti. Il questionario,

12
Un costrutto è un concetto astratto derivato da modelli teorici, non direttamente osservabile ma definito da alcune caratteristiche specifiche
variabili che possono essere misurate.

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 14


sottoposto a un campione critico (che ipotizzavamo rivelarsi carente conflittuale) e a un campione
random di soggetti, oltre a dimostrare che la carenza conflittuale, nelle sue varie declinazioni, è un
fattore effettivamente presente in modo significativo nel campione critico, e a mettere in luce
come, in particolari condizioni educative i comportamenti carenti possano diventare reversibili, ha
prodotto risultati in linea con le più recenti ricerche neuroscientifiche sullo sviluppo della corteccia
prefrontale.
In pratica, avendo dovuto per necessità sottoporre il questionario a un campione di soggetti più
giovani rispetto a quelli ipotizzati in una prima fase di lavoro, ci siamo resi conto che
effettivamente si può presupporre come le competenze legate alle capacità di gestione dei
conflitti possano essere mediate dalle aree celebrali prefrontali, che sono quelle implicate nella
pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nell’espressione della personalità,
nell’assunzione di decisioni e nella moderazione della condotta sociale.
Questo mi porta, come pedagogista, a sottolineare le implicanze del ruolo dell’educazione
nell’ambito della capacità umana di gestire la conflittualità. Un’educazione che mortifica,
un’educazione puramente correttiva, un’educazione che nega il valore del conflitto e che
impedisce a bambini e ragazzi di apprendere da questa fondamentale esperienza umana
contribuisce a ridurre l’autostima, e a spingere le persone verso comportamenti di aggressività
violenta o di autolesionismo. Certamente negli ultimi decenni su questi aspetti sono stati fatti
passi importanti e significativi: educazione sempre più orientata verso modelli non mortificanti o
correttivi, ma ritendo che l’ambito dell’apprendimento dalla e sulla gestione della conflittualità sia
ancora da esplorare per raggiungere nuove consapevolezze.
La scoperta di questi nuovi costrutti e la scoperta che durante l'infanzia ma anche durante
l’adolescenza è possibile intervenire con particolari programmi centrati sull’apprendimento di una
conflittualità sana, relazionale e capace di ascolto profondo di se stessi e degli altri, può davvero
contribuire a costruire un futuro migliore, in cui la violenza lasci sempre più spazio alla
competenza emotiva e relazionale.”13

I TASTI DOLENTI E LA TEORIA DEI BUCHI


I tasti dolenti su menzionati non sono altro che momenti dolorosi vissuti nel passato che si
riattivano ogni qualvolta situazioni simili si ripresentano nella nostra vita.
Lo stesso fenomeno è individuato da Almaas nella sua “Teoria dei buchi” seppur in qualche

13
Articolo di Daniele Novara pubblicato sulla rivista Pedagogika numero 2-2016

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modo ribaltata, mentre per Novara le esperienze dolorose del passato creano dolore quando
ripercorse da nuove situazioni uguali, per Almaas le esperienze dolorose del passato creano buchi
che si cercano di riempire con elementi esterni durante l’intero ciclo della vita, traendone
esperienze alquanto dolorose nel momento in cui l’elemento esterno che riempiva il buco se ne
va.
Secondo Almaas “La gente, così come è in circostanze normali, è piena di quelli che noi chiamiamo
"buchi". Un buco è una qualunque parte di te stesso che si è persa, nel senso di qualunque parte di
te di cui tu hai perso coscienza. Quello che rimane è un buco, una mancanza. Ciò di cui abbiamo
perso coscienza è la nostra essenza.
Quando non siamo consapevoli della nostra essenza, essa smette di manifestarsi, ed è
persa. Allora sentiamo un senso di inadeguatezza. Così un buco non è altro che l'assenza di una
certa qualità, potrebbe essere l'amore, il valore, la forza, la volontà, la capacità di contatto, di
chiarezza, di piacere o di altre qualità dell’essenza. Questo non significa per altro che sia persa
irrimediabilmente.
Prendiamo, per esempio, la qualità del valore, della stima di se stessi. Quando sei tagliato
fuori dal tuo valore, lo stato attuale dell'essere tagliati fuori è la sensazione che ti è rimasto un
buco dentro: è vuoto. Allora provi un senso di mancanza, un senso di inferiorità, e vuoi riempirlo
col valore dall'esterno - approvazione, lode, qualsiasi cosa. Cerchi di riempire il buco col finto
valore che viene dall'esterno.”
Continua Almaas “Ognuno va in giro con un sacco di buchi, ma tu di solito non ne sei
consapevole. Di solito sei consapevole dei desideri: Voglio questo, voglio quello, voglio questo
premio, voglio aver successo, voglio che questa persona mi ami, voglio questa o quell'esperienza.
La presenza di desideri e bisogni indica la presenza di buchi. Naturalmente i buchi hanno origine
nella tua infanzia, in parte sono il risultato di esperienze traumatiche o di conflitti con l'ambiente
intorno. E' allora che vieni tagliato fuori da quelle qualità. Magari i tuoi genitori non ti davano
valore, intendo dire che non ti trattavano come se i tuoi desideri o la tua presenza avessero
importanza; non si comportavano in modo da farti comprendere che tu avevi importanza; hanno
ignorato il tuo valore essenziale. E siccome il tuo valore non è stato visto o riconosciuto, e forse
anche attaccato e scoraggiato, tu sei stato tagliato fuori da quella parte di te, e quello che è
rimasto è un buco, una deficienza.
Più tardi quando siamo in relazione con qualcuno in modo profondo - più è profonda e più
questo succede - riempiamo quei buchi con l'altra persona. Qualche buco si riempie con quello che

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 16


crediamo o sentiamo di ottenere dall'altro. Noi sentiamo di valere perché l'altro ci apprezza, e
questo riempie i nostri buchi. Consciamente non sappiamo che li stiamo riempiendo col
l’apprezzamento altrui, ci sentiamo solo pieni quando siamo con le altre persone, sentiamo di
valere. Così, quando sono con quella persona, sento proprio di valere, ma inconsciamente sento
che l'altra persona possiede il mio valore. Non solo l'altro mi fa sentire che ho valore, ma
qualunque cosa l'altro mi stia dando, è una parte di me, parte di quella pienezza che sperimento.
Così, inconsciamente, non vedo quella parte della persona che mi fa sentire il mio valore
come separata da me; la vedo come parte di me, di questo riempire il buco. Non so che c'è un
buco, sento solo la pienezza. Se la persona muore o la relazione finisce, non sento di star
perdendo quella persona, sento che sto perdendo quello che riempiva il buco. La perdita della
persona non è sentita come la perdita di una persona separata. La sperimenti come la perdita di te
stesso, perché inconsciamente, vedevi l'altro come un riempitivo per una parte di te. In questo
modo lui o lei sono diventati parte di te, e quando perdi quella persona, hai l'esperienza della
perdita di una parte di te, perciò senti un buco. E' per questo che è così doloroso. Ti senti come
tagliato e come se qualcosa ti fosse stato portato via. Questi sono la ferita e il dolore - il male della
perdita. Talvolta ti senti come se avessi perso il cuore; talvolta senti di aver perso la sicurezza, la
forza, la volontà – o qualsiasi altra caratteristica di cui l’altra persona ti riempiva. A volte la
persona ti dà volontà, forza o supporto, o amore, o valore. Così, quando perdi una persona vicina,
allora senti quel tuo buco che la persona aveva riempito.”
Allo stesso modo Novara individua i “tasti dolenti” proprio in questi spazi in cui, nell’età
dell’infanzia, si è perso il senso del valore, la capacità di amare o altro ancora proprio per eventi
“traumatici” avvenuti e che ora, ripresentandosi, provocano dolore. Anche per Novara il tasto
dolente è attivato dall’altra persona e da ciò che essa fa, agisce.
E ancora, riprende Almaas “Quando sperimenti la perdita e la separazione, hai la possibilità
di vedere che quello che ti riempiva non era veramente “te”. Se stai con il dolore e la pena della
perdita senza cercare di coprire questo dolore con qualcos'altro, ti sarà possibile sentire il vuoto,
sentire il buco, vedere il buco. Allora se ti permetti di sentire la deficienza, il vuoto, puoi trovare la
parte essenziale di te che riempirà il buco veramente, da dentro, una volta per tutte. Non è
neanche riempire, è l'eliminazione del buco e delle identificazioni con la deficienza. In questo
modo, tu riguadagni parte di te stesso. Ti connetti con la parte della tua essenza che hai perso, che
pensavi solo qualcun altro potesse procurarti.
Può essere molto doloroso. Molti sentono una mancanza di autostima quando una

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 17


relazione finisce ed è per questo che io uso questo particolare esempio di valore. Ma se stai con
questo sentire e gli dai attenzione, e ti chiedi " Come mai mi sento così senza valore, come mai mi
sento una nullità, solo perché quella persone non mi sta' più attorno? Perché sento di avere così
meno valore?" Se stai con questo tuo sentire senza cercare di riempirlo, e gli dai solo attenzione e
cerchi di comprenderlo, allora avrai l'esperienza della deficienza e del buco.
Se comprendi la deficienza e la sua origine, potrai persino ricordare l'avvenimento o la
serie di eventi che ti hanno portato alla mancanza del valore. Un buco di solito è riempito da una
parte della nostra personalità che ha ricordo della situazione che ci ha portato la perdita, i ricordi
del dolore e i conflitti. Dobbiamo passare attraverso il dolore ai livelli più profondi, avvicinarci al
buco stesso, e allora vedremo il ricordo di quello che è stato perso.
Quando vediamo il ricordo di ciò che si è perso, l'essenza perduta comincerà a fluire di
nuovo. Così ogni perdita profonda è un'opportunità per crescere, per comprendere se stessi di
più, per sperimentare buchi che credevamo potessero essere riempiti solo da qualcun altro.”

LA PERSONALITA’
Far fronte al dolore che i buchi o i tasti dolenti causano nella nostra vita comporta adottare
delle modalità di funzionamento che ci permettano di sopravvivere e che rappresentano quella
che definiamo “personalità”. Ogni individuo adulto agisce nel mondo attraverso la personalità.
La personalità non è pertanto quello che noi siamo ma come funzioniamo, un’imitazione
della nostra essenza. Schematizzata in modi diversi da diverse teorie è comunque qualcosa di
falso, un’imitazione. Essa è una falsa identità, quella che viene chiamata “una fissazione”.
Mentre per la psicosomatica sono raggruppate in 7 diverse neuro-personalità, secondo
l’Enneagramma, originariamente introdotto da Gurdjieff intorno al 1913, si possono individuare 9
tipi di personalità (da cui il nome) con gli elementi di meccanicità del nostro comportamento.
Nelle diverse fasi di sviluppo del bambino, attraverso il condizionamento familiare, sociale,
religioso e così via, si perde la connessione, il contatto con delle qualità “essenziali”, con l’essenza,
ossia con la nostra vera natura, dando origine a un’imitazione. La personalità peraltro non va vista
come qualcosa che va rifiutato, che è sbagliato o contro cui combattere, bensì semplicemente
come un tentativo inconscio del nostro sistema di riproporre, di rimanifestare qualità essenziali
con cui abbiamo perso il contatto. Se noi arriviamo a capire la personalità invece di lottarci contro,
se noi riduciamo la conflittualità o addirittura togliamo di mezzo la conflittualità con la personalità,
possiamo usarla per rientrare in contatto con delle qualità essenziali. Per farlo possiamo usare “i
Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 18
buchi”, le sensazioni di mancanza e di assenza di cui appunto parla Almaas.
Quando noi, invece di rifiutare questa sensazione, ci stiamo dentro e investighiamo,
facciamo inchiesta su che cos’è questa sensazione, su com’è che si manifesta in noi, allora
possiamo usare questa porta per ricollegarci con la qualità essenziale con la quale abbiamo
originariamente perso connessione. E proprio attraverso questo “rimanere nella difficoltà, nella
mancanza, nell’impossibilità di definire la situazione in pochi attimi” che si attua e verifica l’utilità
dello stare nel conflitto. Rimanere nella situazione che l’altra persona sta attivando in noi ci
permette di osservare più a fondo il nostro spazio interiore, il nostro modo di reagire, ci permette
di indagare con attenzione da cosa nasce e come accogliere la sensazione.
Ad esempio l’avidità. L’avidità è una cosa che tutti condannano. Tutti dicono: l’avidità è
sbagliata, non bisogna essere avidi, e così via. Però la realtà è che in un modo o nell’altro, siamo
tutti avidi. Ci sono quelli che sono avidi di denaro, ci sono quelli che sono avidi di successo, ci sono
quelli che sono avidi di amore, ci sono quelli che sono avidi di passione, ci sono quelli che sono
avidi di spiritualità e illuminazione e così via. Condannare l’avidità, semplicemente dicendo che è
una cosa sbagliata, non serve fondamentalmente a niente se non a farci sentire in colpa e a negare
qualcosa che c’è. Allora una domanda molto più intelligente è quella di chiedersi “Come mai c’è
questa avidità? Cosa c’è dietro a questo desiderio di possedere, di avere, sia che siano cose
materiali, sia che siano cose immateriali, cos’è questa voglia di avere?” Ora, se noi indaghiamo
profondamente e andiamo dentro questo buco, in cui sentiamo che ci manca qualcosa, quindi
vogliamo qualcos’altro, abbiamo il bisogno di possedere qualcosa o qualcuno, stando lì e
ricercando, prima o poi finiremo nel ricollegarci con quella che è una memoria profonda del fatto
che noi, quando siamo nati, e nei primi mesi di vita, eravamo tutto. Non avevamo niente, ma
eravamo tutto. Cioè c’era una completa unità a livello dell’essere. Questa unità è stata distorta, è
stata danneggiata, per cui cerchiamo di ricostruire questa unità possedendo oggetti e avendo
cose, invece che essendo noi. Dietro all’avidità ci sta in realtà un senso dell’unità dell’esistenza.
È chiaro quindi che se noi condanniamo questa cosa che succede nella personalità,
l’avidità, non riusciremo mai a capire cosa è che si nasconde dietro, qual è la qualità essenziale che
in realtà noi vogliamo riconquistare o con cui vogliamo riconnetterci.”14
Allo stesso modo se noi eliminiamo l’altra persona in quanto, a nostro avviso, causa del
nostro dolore o della nostra difficoltà, ci priviamo e priviamo l’altro di una grande possibilità di
scoprire quanto stava emergendo grazie alla presenza-specchio dell’altro.

14
https://www.craniosacral-training.it/2007/01/21/essenza-kapil-intervista-avikal/

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 19


OSHO E LA PERSONALITA’

Anche Osho si esprime chiaramente in merito alla personalità e addirittura descrive il


processo di abbandono della personalità e ritorno all’essenza come un atto istantaneo e
assolutamente necessario.
Amato Maestro, vale la pena mettercela tutta per migliorare la mia personalità?
“Mi hai mai veramente ascoltato? Io non ho fatto altro che dire che devi lasciar cadere la
tua personalità per scoprire la tua individualità. Ho insistito sul fatto che tu non sei la tua
personalità. E’ una maschera che gli altri ti hanno messo addosso, non è la tua vera realtà, non è il
tuo volto originale. E tu mi chiedi se devi mettere tutta la tua energia nel migliorare la personalità?
Impegnati con tutto te stesso per distruggerla, metti ogni tua energia nello scoprire la tua
individualità. E fai una distinzione netta: l’individualità è ciò che hai portato con te fin dalla nascita,
è la tua vera essenza, mentre la personalità, è ciò che la società ha fatto di te, o voleva fare, di te.
Nessuna società, fino a oggi, è stata in grado di dare ai propri figli la libertà di essere se stessi.
Sembra rischioso, possono rivelarsi dei ribelli, possono non seguire la religione dei loro avi,
possono avere dei dubbi sulla vera grandezza dei “grandi politici”, possono non fidarsi dei vostri
valori morali. Troveranno la propria moralità, il proprio stile di vita. Non saranno dei replicanti,
non ripeteranno il passato, ma saranno esseri del futuro.
Tutto ciò ha generato il timore che possano prendere una strada fuorviante. Prima che
questo accada, ogni società cerca di indirizzarli in una direzione ben precisa, dà loro una certa idea
di ciò che è bene e di ciò che è male, li orienta verso una particolare religione, verso certi testi
sacri. Questi sono i modi con cui si forma la personalità, e la personalità funziona come un carcere.
E tu mi dici di voler migliorare la tua personalità? Ma sei forse nemico di te stesso? Certo, non
capita soltanto a te. Milioni di persone, nel mondo, conoscono solo la propria personalità: non
sanno che esiste qualcosa di ben più grande, hanno dimenticato completamente se stessi, hanno
perfino dimenticato la strada per arrivare a se stessi. Sono diventati tutti attori, ipocriti; sono
diventati burattini nelle mani di preti, politici, genitori; fanno cose che non avrebbero mai voluto
fare e non fanno ciò che invece desiderano ardentemente fare da sempre. La loro vita è scissa in
direzioni così diametralmente opposte, che non possono mai essere in pace. La loro natura si
affermerà incessantemente, non li lascerà in pace, mentre la loro cosiddetta personalità
continuerà a reprimerla, spingendola sempre più nelle profondità dell’inconscio. Questo conflitto,
ti separa dalla tua stessa energia, e una casa spaccata in due non può stare in piedi a lungo. Tutta
la sofferenza degli esseri umani si riduce a questo: non si lasciano andare nella danza, nel canto,
Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 20
nella gioia. Le persone sono tutte prese nel fare la guerra a se stessi. Non hanno energia, né
tempo per fare altro che non sia combattere se stessi. Devono combattere con la propria
sensualità, devono combattere con la propria sessualità, devono combattere con la propria
individualità, devono combattere con la propria originalità. E devono combattere per qualcosa
che non vogliono essere, che non appartiene alla loro natura, che non è il loro destino.
Perciò, per un certo periodo riescono a conservare la propria finzione, poi la realtà torna ad
affermarsi. La loro vita prosegue con alti e bassi, ed essi non riescono a capire chi veramente
siano: il repressore o il represso; l’oppressore o l’oppresso. Ma qualunque cosa facciano, non
potranno mai distruggere la loro natura. Possono certamente avvelenarla; possono distruggere
certamente la gioia, possono distruggere la danza, possono distruggere l’amore. Possono rendere
la loro vita un inferno, ma non possono distruggere completamente la loro natura. Ne, del resto,
possono buttar via la loro personalità, perché questa porta con sé gli antenati, i genitori, gli
insegnanti, i preti, l’intero passato. E’ il loro retaggio, ed essi vi si attaccano.
Tutto il mio insegnamento, è un invito a non attaccarti alla personalità: non è tua né lo sarà
mai. Lascia che la tua vita si riempia di libertà, rispetta te stesso, sii orgoglioso di essere te stesso,
chiunque tu sia. Cerca di avere una tua dignità! Non ti lasciare distruggere dalla morte.
Nella tua testa si assiepano persone morte in migliaia di anni. Esse sono la tua personalità:
e vorresti fare meglio di loro? In questo caso, evoca altri morti! Va’ a scoperchiare altre tombe,
porta alla luce altri scheletri. Circondati di scheletri di ogni tipo… e la società ti rispetterà, ti
onorerà, ti apprezzerà, ti attribuirà un grande prestigio; sarai considerato un santo. Ma, vivendo
con i morti, circondato da persone morte, non riuscirai a ridere, sarai così fuori luogo, non potrai
danzare, non potrai cantare. Non potrai amare.
La personalità è una cosa morta. Lasciala cadere in un colpo solo, non a pezzetti. Non farlo
lentamente, un po’ oggi, un po’ domani, perché la vita è breve e il domani non è mai sicuro.
Ciò che è falso è falso. Lascialo da parte totalmente! Ogni essere umano vero, deve essere un
ribelle. Un ribelle contro chi? Contro la propria personalità.
[omissis] Lascia semplicemente perdere tutta questa storia della personalità. Sii solo te
stesso. Per quanto duro e pazzesco ti sembri all’inizio, presto comincerà a rivelare la sua grazia, la
sua bellezza.
Quanto alla personalità… continua pure a lucidarla, ma sarà come lucidare qualcosa di
morto, che non solo distrugge il tuo tempo, la tua energia, la tua vita, ma anche chi sta intorno a
te. Ci influenziamo tutti l’un l’altro. Quando qualcuno fa qualcosa, anche tu cominci a farlo. La vita

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 21


è contagiosa, tutti cercano di migliorare la propria personalità ecco perché ti è entrata in testa
quest’idea.
Ma la mia gente non lo sta facendo. Non è una folla, una massa. Rispettano se stessi e gli
altri. Sono orgogliosi della propria libertà e vogliono che tutti gli altri siano liberi, perché la libertà
ha dato loro infinito amore e gioia in abbondanza. Per questo, vorrebbero che ogni altro essere
umano, nel mondo intero, fosse libero, in amore e colmo di felicità.
E’ una cosa possibile solo se sei originale, non qualcosa di raffazzonato, di falso, ma
qualcosa che cresce dentro di te, radicato nel tuo essere, che giunge a fioritura, quando viene la
stagione giusta. E arrivare a veder sbocciare i propri fiori, è l’unico destino, il solo stile di vita che
abbia valore.
Viceversa. la personalità non ha radici: è di plastica, è falsa. Non è difficile lasciarla cadere,
ci vuole solo un po’ di coraggio. E la mia sensazione, dopo aver conosciuto migliaia di persone, è
che tutti hanno questo coraggio, semplicemente non viene utilizzato. Una volta che si comincia a
usarlo, si attivano fonti per ora sopite, e si diventa capaci di avere ancora più coraggio, di
diventare ancora più ribelli.
Farai la rivoluzione dentro di te. Chi vive questa rivoluzione dentro di sé, diventa un essere
che è una gioia a vedersi, perché ha realizzato il proprio destino. Ha trasceso la folla dozzinale, la
massa addormentata.”15

COMFORT ZONE E OLTRE

Il conflitto è lo spazio che può, più di ogni altro, permetterci di esplorarci e conoscerci più
in profondità. Attraverso un confronto con l’altro e l’osservazione dei meccanismi che mettiamo in
atto a livello relazionale, possiamo scoprire molto di noi; possiamo comprendere le modalità che
adottiamo per funzionare nel mondo e per relazionarci con gli altri, aprendo spazi di cambiamento
e accettazione.
Il conflitto è lo spazio per portare consapevolezza in merito alla nostra personalità e ai
nostri blocchi emotivi, permettendoci di riprovare nel corpo sensazioni legate a eventi del passato
(fanciullezza) e di permettere loro di sciogliersi nell’osservazione e accettazione. Proprio
attraverso le dinamiche relazionali ritorniamo ad adottare schemi consolidati dal passato che, nel
lasciare uscire catarticamente le emozioni, vengono riconfermati e reiterati.
Demonizzare il conflitto e fare ogni sforzo per evitare che questo accada è pertanto contro

15
The Golden Future – 19 aprile 1987 - Osho

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 22


produttivo e spesso causa di ulteriori difficoltà nei soggetti coinvolti, sottolineando l’incapacità
nella gestione delle proprie relazioni e riconfermando eventuali convinzioni già esistenti, sia sul
piano del “non sono ok”, sia sul piano del “basta eliminare l’altro per risolvere il problema”.
Anche Osho riporta spesso a quanto l’altro non sia che uno specchio ma che in quanto
specchio sia l’elemento attraverso cui ognuno di noi ha la magnifica possibilità di conoscersi.
Chi si incontra sul sentiero della vita molto spesso si rivela uno specchio: non troviamo forse
il nostro stesso riflesso negli altri? Se in te è presente dell’odio, troverai gli altri degni di quell’odio.
Quell’odio crea e inventa di per sé qualcuno di odioso. E queste creazioni e invenzioni hanno uno
scopo: in questo modo una persona si salva dal problema di vedere ciò che è odioso dentro di sé.
Quando si fa una montagna di una collinetta, e la si vede negli altri; ciò che sembra una montagna
in te inizia ad apparire come una semplice collinetta.[…]
Ricordiamoci che, quando incontriamo gli altri, dovremmo considerarli come specchi e,
qualsiasi cosa vediamo in loro, dovremmo prima di tutto ricercarla dentro di noi. In questo modo,
nello specchio delle interazioni quotidiane, chiunque può impegnarsi a ricercare il proprio essere.
Fuggire lontano dal mondo e dalle sue interazioni non solo è codardia ma è anche inutile.
La cosa giusta è usare quelle interazioni per ricercare il proprio essere; senza di loro, è
impossibile scoprire se stessi, così come è difficile vedersi senza uno specchio. Nelle forme degli
altri, noi continuiamo a incontrare il nostro stesso sé. Il cuore, che è colmo d’amore, vede amore in
tutti gli altri. In definitiva, il culmine di questa esperienza porta faccia a faccia con il divino.
Su questa Terra ci sono persone che vivono in un inferno e persone che vivono in un
paradiso. La fonte principale del dolore e del piacere, dell’inferno e del paradiso è dentro di noi, e
qualsiasi cosa sia dentro di noi viene riversata sullo schermo esteriore: sono gli occhi dell’uomo che
non vedono altro che morte, tra le cose di questo mondo, e di nuovo sono gli occhi dell’uomo che
osservano lo splendore eterno e la musica del divino in questo universo.
Pertanto, ciò che appare all’esterno non è l’eterno o l’essenza della vita, ma ciò che esiste
dentro di noi. Coloro che hanno gli occhi costantemente focalizzati su questa verità si liberano dalle
cose esteriori e si radicano nella propria interiorità. Coloro che conservano questa spinta primaria
nella loro mente, nel piacere e nel dolore, nell’odio e nell’amore, con l’amico e con il nemico, alla
fine scoprono che non esiste né il piacere né il dolore, né il nemico né l’amico ma soltanto il Sé: io
sono il mio stesso nemico e sono il mio stesso amico.16
Anche da una prospettiva più di supporto esterno, tanta è la differenza che si può fare

16
Osho: Crea il tuo destino

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 23


nell’approccio alla persona. Lo scopo ultimo non è la risoluzione del conflitto bensì il supporto dei
due (o più) soggetti coinvolti verso una nuova consapevolezza di sé e delle proprie dinamiche.
Riuscire a supportare i soggetti coinvolti nel permanere nel conflitto in modo positivo e
“indagativo” è dare la possibilità a entrambi di lavorare su di sé e di scoprire meccanismi,
atteggiamenti consolidati e emozioni che emergono.
In merito a questo val la pena ricordare quanto ad oggi teorizzato in merito alla “comfort
zone” e alle altre due aree ad essa più esterne (come rappresentato nella figura sottostante).

Il permanere costantemente nella Comfort zone ci permette di vivere in spazi di piacere e


rilassatezza, ma al contempo privi di reali momenti di apprendimento: ogni cosa è conosciuta e
nota e siamo in uno spazio di “non stimolo”.

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 24


È solo spostandoci verso la “stretch zone” che possiamo sviluppare apprendimento,
addentrandoci e permanendo per un certo periodo di tempo più o meno lungo in spazi non
conosciuti. La Stretch zone è comunque uno spazio in cui pur non conoscendo vari fattori della
situazione, ci è possibile in qualche modo gestirla seppur nella difficoltà.
Quando queste difficoltà aumentano e non siamo più in grado di far fronte a ciò che sta
succedendo intorno a noi e dentro di noi, sconfiniamo nella “panic zone” e si attivano meccanismi
come la fuga o il congelamento.
Il conflitto, e il permanerci, rientra pertanto pienamente nella “stretch zone”, uno spazio in
cui non è semplice rimanere ma che ci da la possibilità di apprendere qualcosa e migliorare.

L’ALTRO È QUELLO CHE È


Quello che accade più spesso è di fuggire in qualche modo da questo “spazio difficile”,
spazio condiviso in cui molte delle nostre paure e lati oscuri salgono a galla, mostrandocisi.
Abituati a dover essere i “bambini modello”, quelli bravi, belli, attenti, silenziosi, che portano
buoni voti e che si comportano sempre come gli adulti si aspettano, è difficile ammettere di
“essere anche quello”, ammettere di non essere perfetti come il mondo si aspetta, di avere dei
buchi, degli spazi oscuri. Abbiamo bisogno di sentirci “brave persone” e di pensare che i “cattivi”
siano gli altri, per questo la reazione più comune è di rifiutare l’altro o di distruggerlo (fisicamente
o psicologicamente), proprio come respingere o distruggere lo specchio. La responsabilità della
situazione è sempre “di là”.
Molto spesso in uno spazio di conflitto è facile sentire frasi come "All'inizio non era cosi…
ma poi è cambiato."
Attraverso questa scusa la responsabilità del distanziamento o della fine di una relazione
viene interamente addossata all'altra persona dipingendo noi stessi come "vittime" di una
cospirazione. In realtà l’altro è sempre stato com’è e siamo noi che abbiamo visto solo ciò che, in
quel momento, in qualche modo, risuonava con il nostro bisogno e che in qualche modo rientrava
nella nostra "lista della spesa" e nel nostro limitato campo percettivo. In fondo possiamo percepire
solo ciò che conosciamo di noi stessi e che ci è familiare (comfort zone) o, al contrario, siamo
attratti da ciò che non conosciamo e che, forse, a un livello profondo desideriamo essere. Quante
volte ci siamo innamorati di un'immagine luccicante mentre ignoravamo l'amica o l'amico fidati
che invece erano sempre al nostro fianco per sostenerci nella sofferenza?
"Le persone - diceva Charles Bukowski - non cambiano ma si rivelano". Tutti tendiamo a
Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 25
mostrare agli altri una maschera e ad essere attratti dalle maschere altrui, attaccandoci
all’immagine che ci costruiamo dell’altro/a.
Non serve cercare "vittime" e "carnefici" perché le relazioni si costruiscono sempre in due e
non incontriamo mai per caso l'altro ma proiettiamo i nostri vissuti, le aspettative, i bisogni, su un
altro essere umano perché ci sentiamo incompleti e cerchiamo di ricreare quella condizione di
fusione a cui aneliamo per il resto della vita. Osho dice: "La tua proiezione sul partner si è infranta,
semplicemente perché l'altro non si è dimostrato all'altezza. Ma l'altro non ha obbligo di soddisfare
le tue aspettative. E anche l'altro si sente ingannato, perché a sua volta sperava che l'amore fluisse
da te. Entrambi speravate che l'amore fluisse dall'altro, ed entrambi ne eravate privi: come
avrebbe potuto nascere l'amore? Al massimo, potrete essere miserabili assieme. Prima eravate
infelici da soli, ora potete esserlo insieme."
Non c'è nulla di male a cercare qualcuno da amare e da cui essere amati e non esistono
fallimenti ma solo esperienze. Quello che c'è da fare è osservare con attenzione cosciente come
cerchiamo altrove qualcosa che possiamo trovare solo dentro di noi.
Gli incastri relazionali, per quanto dolorosi, sono "perfetti" nella loro imperfezione perché ci
mostrano quali parti di noi "scomode" non vogliamo vedere e accettare. Una volta ancora vediamo
ribadita la teoria di Almaas in cui stare nel dolore dell’allontanamento dell’altro, quasi ci stessero
strappando un pezzo di carne viva, è lo spazio di guarigione.17

LA RELAZIONE SPAZIO CONFLITTUALE

Secondo alcuni, altresì, una persona si "attacca" ad un’altra, solo nella misura in cui questa
l'ha "incastrata" in un ruolo inconscio da recitare nel suo dramma interiore a causa dei suoi nodi
karmici e blocchi psichici irrisolti.
Si usa l'altro come proprio "centro" perché si è scollegati dal proprio centro, e questo
implica una lunga serie di conseguenze e di cause ed effetti, non sempre piacevoli, ne' sempre utili.
Ognuno, finché non si risveglia e non esce da questo gioco, ha bisogno di qualcuno su cui proiettare
un proprio complesso interiore che si porta dietro dall'infanzia, e alle volte, anche dalla vita
precedente: ci s'innamora di colui o di colei che rappresenta lo schermo ottimale sul quale
proiettare il proprio materiale psichico irrisolto. Non è amore appunto, ma innamoramento.
Interessante riflettere sulla differenza che passa tra due situazioni ben distinte ossia dal

17
Tiziano Cerulli - facebook

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 26


piacere di stare con qualcuno, rispetto al bisogno di stare con qualcuno; le dinamiche che si
manifesteranno nelle nostre relazioni e amicizie saranno diverse, per non parlare degli attriti. Dove
l'amore innalza l'essere e lo libera; e dove invece, l'innamoramento lo abbassa e lo ingabbia
(passata la sbornia emozionale ed ormonale) in un complesso sistema di transfert e di contro
transfert per rivivere parti di se' rimaste in ombra, di questa vita, e di quella precedente, dove
spesso i ruoli tenderanno ad invertirsi, anche in questa stessa vita. E il tutto continua all'infinito
finche' non ci si risveglia da questo incubo e non si riconosce la nostra vera natura interiore e
spirituale. Allora, non avendo più nulla da proiettare, non avrai più "bisogno" di una relazione
basata su delle "dinamiche psicologiche irrisolte" (cose rimaste in sospeso, che poi generano dei
blocchi psichici molto profondi, e dei nodi karmici), ma solo il piacere di avere qualcuno con cui
condividere il tuo essere. Niente più conflitti.
Niente più aspettative, ne' pretese. Niente attaccamento morboso e dinamiche negative. In
pratica: lasci in pace gli altri.
La quantità di pretese sottintende: molto materiale psicologico irrisolto e sepolto in
profondità, e molti lati ombra che necessitano di essere affibbiati a qualcuno.
Uno sta male da solo, semplicemente perché non sa dove buttare il suo carico interno di complessi
che egli stesso non accetta come suoi, di fatto: ha bisogno di qualcuno su cui scaricarli.
Venire abbandonato e rimanere solo significa riprendersi il proprio materiale fino a quel momento
scaricato sull’altro e questo genera molta sofferenza. Il punto è cogliere la vera causa di questa
sofferenza che è molto profonda e molto antica.
In questo preciso momento, come suggerisce anche Almaas, Il lavoro consiste nel ritornare
al proprio interno ascoltando il dolore che emerge, talvolta anche lacerante, e raggiungere lo
spazio in cui autonomamente trovare come riempire quel buco. Non c’è bisogno di nessuno per
farlo, solo di se stessi.
Non servono schermi ne' proiettori. Serve la meditazione, la preghiera, e molti altri metodi
interiori e spirituali.
Se ad esempio nella persona c'è molta rabbia ma questa viene rifiutata, per motivi diversi,
magari non si vuole che gli altri ci vedano in questo modo perché si ha un’immagine da difendere,
ecco allora che la si nega, la si rifiuta, e la si reprime profondamente al proprio interno.
Il punto è che la rabbia non può scomparire, semplicemente viene ancor più compressa all’interno
e in qualche modo l'energia della rabbia attirerà qualcuno nella vita della persona su cui poter
proiettare questo lato negato e represso. Spesso sarà qualcuno che incarna una persona rabbiosa

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 27


ed aggressiva, cosi che, inconsciamente provocata dalla persona repressa, si arrabbierà con questa
e il gioco sarà fatto: “Non sono io quella che si arrabbia, ma tu”.
La rabbia viene proiettata sull'altro e se ne “esce puliti”. Sarà giovo forza provocare la
rabbia dell’altro per evitare di riprendere su di sé quel ruolo.
Rimanere nella difficoltà e nel conflitto ci aiuta a capire il meccanismo innescato e ci
permette di fare un passo di crescita.
Il partner o l'amico/a si arrabbiano solo quando si esce dal suo copione, copione che egli
stesso non riconosce consciamente, ma che il suo inconscio agisce automaticamente, riportando la
persona designata nel dramma ogni qual volta cercherà di uscirne. Il suo inconscio tenterà sempre,
prima con le buone, e se non basta, anche con le cattive, di riportare la persona al posto che le
spetta nel suo film18.

LE RELAZIONI CHE CONDUCONO A UN BIVIO

Il riuscire a stare nel conflitto e a guardarsi dentro nel comprendere le proprie dinamiche e
i propri buchi può davvero permettere delle risoluzioni importanti.
“Alcune delle amicizie più importanti della mia vita, parlo di amicizie che durano da 20 anni,
le ho "costruite" con persone che non sopportavo e che non mi sopportavano... persone la cui
antipatia era reciproca... uomini e donne con cui mi è capitato di litigare e verso cui ho provato
rabbia e rancore… persone che avrei voluto cancellare dalla mia vita.
Se è vero che non siamo mai obbligati a frequentare le persone che ci "feriscono" o se le
persone si allontanano da noi perché, spesso inconsciamente, i primi a "ferire" siamo noi, è pur
sempre vero che quella relazione, arrivata a un bivio, può sempre prendere due strade: quella del
conflitto o quella della separazione. Non esiste una strada "giusta" o una "sbagliata" ma entrambe
conducono alla medesima strada: la lontananza fisica dall'altro.
Si, fisica e non psicologica, perché nel momento in cui il conflitto non è risolto, per lo meno
dentro di noi, siamo legati ancora all'altro.
Nel conflitto posso avere l'opportunità di crescere e di osservare che ciò che mi da "fastidio"
dell'altro e che mi colpisce emotivamente, è correlato al mio vissuto e posso "risolverlo" nella
misura in cui l'altro è disponibile a stare nel conflitto e a confrontarsi.
Nella separazione ci si prende l'opportunità di andare ognuno per la sua strada perché non
si è "pronti" per stare in quella relazione, in quel momento, con quella consapevolezza.

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Roberto Potocniak - facebook

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 28


A volte mi è capitato di allontanarmi da una persona o di essere allontanato da un amico, un
partner, perché la ferità era ancora sanguinante e ne io, ne l'altra o l'altro, eravamo in grado di
gestire in maniera "adulta" la relazione.
Allontanarsi non vuol dire non avere più "interesse" per la persona ma avere più interesse a
trovare un momento di raccoglimento in se stessi per ascoltarsi. Può essere anche un atto di amore
quello di lasciare andare l'altro in quanto dimostriamo a noi stessi, prima di tutto, di volere che
cresca da solo e non con il nostro "aiuto". Bisogna accettare di non essere "indispensabili" agli altri
ma solo a noi stessi. Allontanarsi da qualcuno può essere una grande dimostrazione d’affetto
perché la nostra presenza a volte non è sempre d’aiuto alla sua crescita ma a volte è esattamente il
contrario.
Nessuno di noi vorrebbe stare male, ma soffrire ci permette di maturare ed imparare che le
relazioni affettive non sono "promesse". Senza il conflitto e senza il dialogo, non saremmo in grado
di dare valore a ciò che teniamo veramente; senza ascoltare la rabbia e la tristezza non saremmo
capaci di comprendere e di scegliere ciò che è più "sano" per noi e il nostro benessere.
Se tra due persone c'è la possibilità di coltivare un terreno relazionale "sano" ci sarà occasione di
rivedersi e incontrarsi con una nuova consapevolezza.
Oltre il bivio delle "nostre" scelte ci sono le strade segnate dal destino”.19

VERITA’ ASSOLUTA E VERITA’ RELATIVA


In aggiunta a quanto espresso fin qui, occorre portare l’attenzione anche ad un altro
elemento, la soggettività. Ogni essere vivente – essere umano in questo caso - ha la sua propria
visione delle cose e le sue proprie modalità di interazione con il mondo. Ognuno nasce pura
essenza e piano piano viene sottoposto a limitazioni e imposizioni che lo portano ad indossare una
maschera: la personalità - una modalità operativa che gli permette di sopravvivere allo spazio che
si trova intorno, trattenendo diverse espressioni autentiche e limitando il proprio essere per non
sforare i limiti imposti.
Nel suo essere però, l’individuo ha la sua propria visione e il suo proprio sentire che è
assolutamente valido per lui/lei. Questo sentire, questa visione del mondo e delle cose è la sua
“verità”, a cui va aggiunto l’aggettivo “relativa” essendo che è assolutamente ristretta al soggetto
e, ancor più, mutevole nel tempo, pertanto doppiamente relativa: ciò che oggi è valido per una
persona, domani potrebbe non esserlo più.
19
Dott.Tiziano Cerulli – psicologo - https://www.facebook.com/Tizianando/posts/10218211761989937

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Parlando di “verità relativa” poniamo automaticamente l’esistenza di una “verità assoluta”,
verità che va oltre le verità dei singoli e che non può essere espressa a parole. Questo ci rende
molto chiara la probabilità, per le persone, di ritrovarsi di fronte a situazioni in cui le due verità
relative non corrispondono e pertanto, alla possibilità fondata che emergano difficoltà relazionali
e comunicative e conflitti.
Anche nell’ottica delle reazioni chimiche, tanto più le “verità relative” divergono, tanto
maggiore sarà la possibilità di attrito, reazione, conflitto.

IL COUNSELING E IL CONFLITTO
Il lavoro del counselor può essere, come detto prima, di fondamentale importanza nella
gestione del conflitto e nel sostenere le parti nell’auto-osservazione e utilizzo delle nuove
comprensioni che possono emergere.
Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire il significato del termine in sé e quella
che è la funzione della figura professionale. Il termine “counseling” viene usato per la prima volta
a inizio ‘900, ma trova un più ampio e consolidato uso grazie a Carl Rogers.
Termine inglese il cui significato è:
professional help in handling and processes private problems, such as behavior-related, job-
related, marriage, school, rehabilitative, school-based, life-stage, and emotionally rooted
problems. The therapist employs methods of proactive listening, advising the client, talk therapy,
clarifying, guiding the client, and the rendering of examinations20.
(aiuto professionale nella gestione e problemi privati, come problemi comportamentali,
connessi al lavoro, matrimonio, scuola, riabilitativi, scolastici, fase di vita e problemi
emotivamente radicati. Il terapeuta utilizza metodi di ascolto proattivo, consigliando il cliente,
parla terapia, chiarendo, guidando il cliente e rendendo gli esami)
In italiano il termine counseling ha significati quali:
• counseling (o counselling) Nell’ambito sanitario, è un’attività relazionale, svolta da personale
specializzato (counselor), finalizzata a orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità di
persone momentaneamente in difficoltà. Il c., che può essere individuale o di gruppo,
promuove atteggiamenti attivi verso soluzioni possibili di una problematica, aiuta a prendere
decisioni e a migliorare le relazioni interpersonali. Scopo fondamentale è lo sviluppo

20
Nugent, Pam M.S., "COUNSELING," in PsychologyDictionary.org, April 7, 2013, https://psychologydictionary.org/counseling/ (accessed October
26, 2018).

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 30


dell’autonomia della persona, che rimane sempre la protagonista del processo di c., e che
viene messa nelle condizioni di attuare scelte dopo essere stata guidata a esaminare la
situazione da diversi punti di vista21.
oppure
• Il termine counseling (o anche counselling in inglese britannico) indica un'attività professionale
che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del soggetto, promuovendone
atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non
specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente
circoscritti (famiglia, scuola, lavoro).
Ancora,
• “il Counseling è una professione versatile e di servizio orientata al sostegno e alla crescita delle
persone”22.
Peraltro, occorre precisare come “la sfera di applicazione del Counseling […] è tuttavia
circoscritta esclusivamente a quei problemi e persone che rientrano nell’ambito della normalità
evitando nella maniera più assoluta di trattare problemi o persone che possano ricondursi
all’ambito della patologia, intesa sia in senso medico che psicologico-psichiatrico.
Il Counselor pertanto accoglie le richieste del cliente con riserva, valutando in prima istanza
se il genere di problema e di persona che si trova di fronte rientrano tra quelli pertinenti la propria
professione o se è necessario reindirizzarli ad altra figura professionale.
Il Counselor illustra esplicitamente al cliente, attraverso il consenso informato, il proprio
ruolo e le metodologie che adotta. Con la stessa modalità esplicita e concorda col cliente gli
aspetti economici, organizzativi, procedurali e temporali dell’intervento”23.
La valutazione del cliente e la possibilità di poterlo sostenere sono valutabili attraverso una
serie di fattori, ben definiti dalla scuola di Psicosomatica e dalla D.ssa Ghiroldi, fattori di stabilità
sociale (amici, famiglia, relazioni, casa e lavoro) e fattori di identità psicosomatica (Percezione del
corpo, percezione energetica del corpo, percezione emotiva, percezione mentale e percezione di
sé)24.
Ogni individuo è unico e si definisce mano a mano nella propria vita attraverso esperienze e
relazioni, e si comprende e si scopre nell’osservazione di sé.

21
http://www.treccani.it/enciclopedia/counseling_%28Dizionario-di-Medicina%29/
22
https://www.cppp.it/la-scuola-di-counseling
23
https://cppp.it/la-scuola-di-counseling/dettaglio/il-counselor-maieutico/le-caratteristiche-del-ruolo-professionale-del-counselor
24
Il counseling in psicosomatica olistica PNEI – Silvia Ghiroldi – ISBN 9788892610996 - 2016

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 31


“Il rapporto che si instaura tra il “counselor” e il cliente si basa sia sulla fiducia e sulla
richiesta d’aiuto che sulla partecipazione attiva nella soluzione di conflitti personali o relazionali, o
traumi legati a situazioni contingenti che richiedono l’attivazione di forze dinamiche per la loro
risoluzione, singola o collettiva.
Tra le abilità che un counselor ha bisogno di sviluppare c’è pertanto l’ascolto attivo, il
formulare domande che aiutino realmente il cliente a individuare da solo le proprie risposte, che
non lo facciano sentire giudicato o sotto interrogatorio e che non siano già la risposta ai suoi dubbi
e domande. La riformulazione dei suoi pensieri per aiutarlo a chiarificare e focalizzarsi sulle aree e
questioni chiave che potrebbero essere difficili da gestire, la scelta di strategie appropriate
rispetto alla situazione d’intervento.
L’empatia, cioè la capacità di “sentire” ed entrare in relazione umana col disagio
manifestato, sta alla base di tutto il lavoro”25.
Proprio in questa ottica il counselor risulta la figura adatta a supportare lo svilupparsi del
conflitto e la lenta trasformazione delle posizioni reciproche dei soggetti coinvolti. Questo significa
anche e soprattutto supportare la persona a elaborare il conflitto e quanto ne emerge come
spazio di esplorazione di sé, di scoperta di sé, occasione di crescita e di autovalutazione, oltre che
possibilità di miglioramento della propria vita. La relazione di counseling non ha per nulla a che
fare con la demonizzazione dell’altro, la riduzione della persona e la sottolineatura di mancanze o
modalità di gestione di vita errate (secondo quali parametri poi?).

L’ARTE DELL’ASCOLTO, ASCOLTO PROFONDO.


Il lavoro del counselor richiede pertanto di sviluppare e allenare una serie di abilità e
capacità per poter essere presente e supportante per la persona con cui si sta lavorando e lo
svilupparsi del conflitto in maniera utile alle parti.
“Ogni sofferenza umana contiene in sé il germe della felicità, basta saperla ascoltare con
disponibilità. La psicoanalisi è appunto questo, l'arte di ascoltare le voci interiori per giungere alla
realizzazione personale”.26
Uno dei bisogni più profondi dell’essere umano sembra essere quello di essere capito,
ascoltato, preso sul serio, sentendosi riconosciuto nel suo essere e nel suo valore.

25
https://www.counselingitalia.it/articoli/1977-il-conflitto-che-crea-energia-positiva-con-il-counseling-si-puo
26
Erich Fromm, L'arte di ascoltare

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 32


Un desiderio quasi di sfuggire dall’isolamento e di connetterci all’altro. Molto spesso, più
spesso di quanto non sembri, l’ascolto che si riceve non ha le qualità tali da soddisfare questo
bisogno, spesso contaminato da un altrettanto grande “bisogno di rispondere” da parte
dell’ascoltatore e dalla presenza, in ogni essere umano, di idee, concetti e convinzioni uniche e
personali, convinzioni che “distanziano” e “differenziano” dall’altra persona.
In presenza di un ascoltatore ricettivo è però possibile, per la persona, esprimere
sentimenti profondi e inespressi dando loro forma di parole. Questo genera in chi parla una
sensazione di essere compreso e soprattutto un’opportunità, nel trasferirlo in parole, di
comprendere meglio se stesso e i propri meccanismi e funzionamenti.
Può sembrare paradossale, ma proprio nell’epoca della comunicazione globale e della
connessione virtuale continua, le persone non hanno mai fatto così tanta fatica a capirsi fra loro. A
causa di una sempre più diffusa cultura della prestazione e della sfida, per la quale ogni scambio
dialogico è una sorta di occasione per mostrare i propri “muscoli mentali”, negli scambi
interpersonali finiamo spesso per affermare i nostri pregiudizi invece di conoscere, capire e
integrare la realtà che ci circonda”27.
Emerge quindi quanto l’ascolto sia alla base di qualsiasi relazione umana e tra queste anche
la relazione di counseling e la relazione conflittuale.
Scrive Caterina Carloni, psicologa e psicoterapeuta, specializzata in Medicina Psicosomatica
presso l’Istituto RIZA di Milano, in merito ai tipi di ascolto:
• l’ascolto passivo: il ricevente non invia nessun feedback al proprio interlocutore; si limita
semplicemente ad udirlo ma le parole entrano in un orecchio ed escono dall’altro. Questa
modalità non solo lascia deluso l’emittente ma non permette di cogliere gli aspetti essenziali
della comunicazione;
• l’ascolto selettivo: si verifica quando il ricevente seleziona le informazioni che l’emittente invia,
recependo quelle che ritiene interessanti e scartando il rimanente. In tal modo una parte
importante del contenuto va perduta;
• l’ascolto attivo: è l’unico che porta ad una comunicazione efficace. Questo tipo di ascolto è
basato sul contatto nel “qui ed ora” e sulla restituzione di un feedback su quello che si è appena
ascoltato. Chi ascolta evita il giudizio e coglie i contenuti e le sfumature (verbali e non verbali)
della comunicazione. L’ascolto attivo richiede la capacità di ascoltare l’altro pienamente.28

27
Michael P. Nichols, “L’arte perduta di ascoltare”- (Positive Press, 1997).
28
https://www.psicologi-italia.it/disturbi-e-terapie/problemi-relazionali/articoli/larte-dellascolto.html

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 33


D. Goleman in merito dice:
“Impariamo ad ascoltare se sappiamo afferrare in pieno quanto l’altro sta dicendo
manifestando di averlo compreso con riformulazioni, se riusciamo a sottolineare gli aspetti più
salienti e significativi e rispettiamo le pause dell’altro, se non imponiamo il nostro stile
comunicativo ma siamo capaci di adattarci allo stile dell’altro, se evitiamo di fare domande su
domande ma ci dedichiamo ad approfondire un tema alla volta, se nell’ascolto riusciamo ad essere
noi stessi”29.
Ivey e altri ricercatori hanno dimostrato che la capacità di prestare attenzione ed ascolto è
costituita da quattro fondamentali dimensioni, definite dagli autori “le dimensioni cruciali
dell’ascolto” (3V + B). In breve, per comunicare che si sta realmente ascoltando e prestando
attenzione all’altro sono necessarie le tre “V” più un linguaggio corporeo (B) che dimostri
attenzione.
In sintesi, un buon ascolto richiede:
• Contatto Visivo (Visual Contact). Se stai per parlare con delle persone le guardi.
• Tono della voce (Vocal quality). Anche il tono di voce ed il ritmo nel parlare indicano chiaramente
come ci si sente verso un’altra persona. In quanti modi può dire: “Sono davvero interessato a ciò
che ha da dire” cambiando semplicemente il tono della voce ed il ritmo del discorso?
• Aderenza verbale (Verbal tracking). Il cliente [ndr: qui si parla di counselling, ma cliente può
essere inteso anche come l’amico, il familiare, il/la compagno/a o semplicemente l’altro] porta
una sua preoccupazione. Non cambiare argomento e rimanere aderente alla storia del cliente.
• Linguaggio corporeo che dimostri attenzione ed autenticità (Body language). I clienti sanno che si
è interessati se ci si pone di fronte a loro apertamente, se ci si inclina leggermente in avanti, se si
ha un viso espressivo e si usano dei gesti incoraggianti e facilitanti. In breve, se si è se stessi –
l’autenticità nell’ascolto è essenziale.” 30

Gli studi di T. Gordon, un importante ricercatore della comunicazione e teorico dell’ascolto


attivo, negli anni settanta sottolineano alcuni aspetti a cui portare attenzione
nell’ascolto/colloquio evitando di incorrerci:
1) Ordinare, comandare, esigere;
2) Avvertire, minacciare;

29
(Goleman, Intelligenza emotiva, 1997).
30
Ivey, A., Normington, N., Miller, D., Morril, W., & Haase, (1968). Microcounselling and attending hehavior: An approach to pre-practicum
counsellor training. Journal of Conseling Psycology, 15, 1-12.

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 34


3) Far la predica, rimproverare, dire cosa si deve o non si deve fare;
4) Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti;
5) Redarguire, ammonire, fare argomentazioni logiche;
6) Giudicare, criticare, disapprovare, biasimare;
7) Definire, stereotipare, ridicolizzare;
8) Interpretare, analizzare, diagnosticare;
9) Fare domande, indagare, mettere in dubbio, controinterrogare;
10) Eludere, distrarre, fare del sarcasmo, fare dello spirito, cambiare argomento.31
Sempre Gordon osserva come le barriere alla comunicazione contengono sempre il
pronome “Tu” (Tu sei così …,Tu non l’hai fatto …,Tu dovresti comportarti diversamente …) con il
risultato che l’altro si sente disconfermato. I messaggi -“Tu” esprimono un giudizio su chi ascolta. I
messaggi -“Io”, invece (Io sento che… Io vorrei…), palesano il sentimento di chi parla e
implicano un’ “assunzione di responsabilità” che predispone ad un confronto orientato alla
crescita del rapporto.
Le espressioni facciali dell’ascoltatore, i segni di assenso, i “mmh mmh”, sono tutti segnali
che chi parla può identificare come segnali che dall’altra parte ci sia ascolto. Anche riassumere con
parole proprie (riformulare) tipo “se comprendo bene stai dicendo che…”, “vuoi dire che…”; o fare
domande aperte per aprire un nuovo spazio di esplorazione per la persona sono ottimi spazi di
lavoro e supporto.
Pause e silenzi sono importanti cosi come comunicare, in quanto ascoltatore, quanto
arriva, quanto sta personalmente succedendo mentre si ascolta.
Il punto fondamentale è e resta l’ “Essere se stessi” senza dover compiacere o altro.

Letizia Sgalambro ha trovato un interessante acronimo per descrivere l’ARTE dell’ASCOLTO:


A Accogliere l’altro senza nessuna idea preconcetta.
R Riformulare ciò che abbiamo ascoltato per essere sicuri di aver capito e farlo risentire
all’altro. Rispettare le sue parole e le sue emozioni.
T Tacere per ascoltare meglio.
E Empatizzare con le sue emozioni senza cadere nell’immedesimazione.
A Accettare qualsiasi cosa venga detta. Accettare non vuol dire condividere, ma dare spazio.

31
Gordon, T. (1993). Insegnanti efficaci, Giunti Lisciani Editori.

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S Sospendere ogni tipo di giudizio.
C Comprendere le emozioni senza utilizzare i nostri filtri e senza farsi coinvolgere.
O Osservare anche tutti gli aspetti non verbali che aiutano a comprendere meglio cosa c’è dietro
alle parole.
L Lealtà nell’espressione del proprio sentire. Restare se stessi. Non fingere per far piacere a chi
parla.
T Tollerare le differenze.
O Offrire se stessi come specchio delle emozioni che hanno bisogno di venire fuori.

Chi chiede ascolto ha bisogno di trovare uno spazio in cui potersi esprimere e quindi
indagare il proprio sé interiore. Quasi sempre non ha bisogno di consigli, suggerimenti, giudizi,
incoraggiamenti, ha bisogno semplicemente di sapere che esiste qualcuno che lo accetta
esattamente per quello che è, è pronto ad accoglierlo e non vuole cambiare nulla di lui32.
E sottolineo il “bisogno di essere accettato esattamente per quello che è”, senza giudizi,
consigli, suggerimenti di cosa fare o non fare, senza diagnosi improprie o accampate alla bell’e
meglio.
Come arrivare a questo?
Dan Millman in “ La via del guerriero di pace” dice:
“Sono un insegnante che insegna con l'esempio. Un giorno, anche tu insegnerai agli altri
come io ho insegnato a te, e allora capirai che le parole non bastano. Devi trasmettere con
l'esempio quello che hai realizzato attraverso l'esperienza..... Ricorda, Dan: incarna ciò che insegni,
e insegna solo ciò che hai fatto tuo”.
Tradotto in termini più semplici, il bisogno di partire da sé, da un ascolto e un’accoglienza
di sé in toto; scoprendo chi si è e ascoltandosi, ci si apre all’ascolto dell’altro, consci dei propri
giudizi, schemi, limiti. Di qui il bisogno di intraprendere un cammino innanzitutto personale, di
ricerca, di pratica, di ascolto di sé.

ASCOLTO DI SÉ
Basilare, la pietra su cui basare tutto il resto del lavoro, conoscere e ascoltare se stessi. È lo
spazio per essere presenti, semplicemente presenti, nell’ascolto dell’altro.
Un grande maestro come Osho, nei suoi molteplici insegnamenti ha parlato dell’ascolto

32
https://ascoltoecrescita.wordpress.com/2012/04/22/larte-dellascolto/

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attraverso la connessione con il momento presente: L’arte dell’ascolto è il primo passo nella
dimensione dello spirito, nella sfera della religiosità. In cosa consiste l’arte dell’ascolto e come
ascoltare? Quando ascolti, non pensare; infatti, se pensi, non puoi ascoltare ciò che ti viene detto.
Ascolterai qualcos’altro!
Mentre ascolti, metti da parte ogni idea preconcetta, altrimenti ogni cosa verrà alterata.
Se metti la sveglia alle quattro del mattino per prendere un treno, quando l’allarme suonerà
sognerai di essere in un tempio con le campanelle che trillano. Quando suonerà l’allarme creerai
una scusa per non svegliarti. Più tardi, svegliandoti, ti chiederai cosa non ha funzionato. Avevi
messo la sveglia all’ora giusta, ma hai sognato… e hai perso il treno!
Quando ascolti con delle idee che frullano nella tua mente, ascolterai qualcos’altro.
Un giorno Mulla Nasruddin andò a trovare un amico. Chiacchierando non si accorse che si
era fatto tardi e ormai era notte fonda.
L’amico gli disse: “Tua moglie ti sgriderà per essere rientrato tardi.”
Il Mulla disse: “Mi credi così succube di lei? La prima parola che pronuncerà sarà ‘tesoro’.”
L’amico, che conosceva la moglie del Mulla, commentò: Non ci credo!”
Il Mulla lo sfidò a scommettere. Così entrambi andarono a casa del Mulla e, arrivato
davanti a casa sua, il Mulla disse: “Tesoro…”. La moglie, furiosa, strillò: “Tesoro… un corno! Vai al
diavolo!”
Al che il Mulla disse all’amico: “Visto, cosa ti avevo detto… la prima parola che ha
pronunciato è stata ‘tesoro’!”
Se ascolti in base a delle idee, con dei pregiudizi, ascolterai qualcosa di diverso. Renderai
falsa una verità.
Con Mahavira, il Buddha, Krishna, Zarathustra e Gesù voi tutti avete perso un’occasione;
purtroppo avete capito qualcos’altro. Chi ascolta ha una mente potente, ha idee, pregiudizi,
stereotipi che interferiscono.
Quando ascolti, metti da parte la mente, allora comprenderai ciò che Mahavira intende con
“ascolto”.
Non portarti dietro la mente, quando ascolti; mettila là dove ti sei tolto le scarpe, entrando.
Lasciala lì di fianco: entrare in un tempio con le scarpe non è così peccaminoso come portare la
mente all’interno di quello spazio sacro; se lo fai, meglio sarebbe non esserci entrato.
L’arte dell’ascolto apre soglie incredibili di beatitudine e auto-guarigione. E ti dà la
comprensione di cosa sia il peccato.

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L’arte dell’ascolto purifica i tuoi occhi, permettendo di distinguere tra ciò che è bene e ciò
che è male; diventi simile a un cigno. Ecco perché i santi vengono chiamati paramhansa – il cigno
sublime: i loro occhi sono così limpidi, liberi da pensieri, idee. Essi non travisano la verità: vedono
ciò che è il Vero.
Nessuno di voi è lontano dal tempio della verità; in realtà, ci state girando intorno da tempo
immemorabile. Il divino che è l’esistenza è disponibile dovunque, ogni cosa ruota intorno a lui,:
quando vedi, vedi lui, quando ascolti, ascolti lui. Quando ascolti il canto di un cuculo, il fragore di
una cascata, il fruscio della brezza che passa tra gli alberi… è il divino che sta passando vicino a te,
ma tu non riesci a riconoscerlo.
Eri seduto su un cumulo d’oro; purtroppo, non avevi alcuna pietra di paragone per testarlo.
Voi tutti siete seduti su un mucchio di diamanti, ma non avete gli occhi di un gioielliere per
riconoscerli.33
Aggiunge Osho:
L’ascolto è un silenzio positivo. Sei attento, presente, assorto, predisposto… non sei
indifferente, disinteressato. Non sbadigli e non guardi l’orologio; stai davvero ascoltando. Stai
riversando tutto il tuo cuore, donandolo all’altro; ti stai aprendo.
Ascolta le persone. Imparerai moltissimo su di loro, e su di te!
Ascolta le persone e avvertirai un’apertura. In te affiorerà un calore incredibile – non
importa ciò che l’altro dice, lascia che si esprima. Presta semplicemente attenzione, partecipa e
permetti alle altre persone di sentire che sono ascoltate.
Ben presto vedrai che la gente ti riterrà un buon ascoltatore. E lo dirà ad altre persone: “È
davvero uno che ascolta, e le sue parole sono meravigliose”… eppure tu non hai detto neppure una
parola! Forse hai detto un sì o un no, nulla più di semplici esclamazioni, ma la gente avrà
l’impressione che sei un ottimo conversatore, bravissimo a dialogare! E questo perché, proprio
come te, tutti stanno cercando qualcuno disposto ad ascoltarle.
Bertrand Russell ha scritto una novella ambientata nel venticinquesimo secolo, in cui ogni
quartiere – nel mondo intero – ha uno psicanalista, perché nessuno ascolta più nessun altro! In
quell’epoca per sgravare il proprio cuore, si dovrà pagare qualcuno… già adesso sono ormai passati
i bei vecchi tempi in cui la gente era disposta ad ascoltare qualsiasi cosa tu volessi dire.
Il problema è ormai collettivo: tu pensi che nessuno ti ascolti, gli altri pensano che tu non li

33
Da un discorso di Osho tenuto alla Patkar Hall di Bombay, 18 agosto 1971 Tradotto dall’hindi in inglese da Bhavesh Bhanjana
e
dall’inglese in italiano da Suha. Editing finale di Anand Videha

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 38


stia ascoltando. Ed è proprio così: nessuno sta ascoltando… perché tutti vogliono sfogarsi e
alleggerirsi. Le persone vogliono che tu sia ricettivo, così da potersi liberare da ciò che pesa sul
loro cuore. E anziché trovarti ricettivo, ti trovano aggressivo – disperatamente alla ricerca di un
modo per alleggerirti – e non resta che una soluzione: evitarti!
Parla il meno possibile – bastano poche parole qui e là, così da aiutare la persona a
continuare a parlare, così da non farla sentire a disagio. Sono sufficienti poche parole ogni tanto
per stimolarla, per rassicurarla, per farle capire che la stai ascoltando. Dei semplici cenni con la
testa potranno funzionare… e avvertirai dentro di te un’enorme apertura.34

Il punto fondamentale per Osho è “Arrendersi al silenzio”


«Se mi ascolti con la mente, mancherai l’opportunità di incontrarmi. Se ascolti una cascata
senza l’interferenza della mente, comprenderai. L’importante non è ascoltare me, il fattore
essenziale riguarda te, è racchiuso da qualche parte dentro di te, in quanto ascoltatore.
Ciò che io dico è irrilevante, ed è irrilevante chi dice quelle cose. Il fattore essenziale è
questo: ti sei arreso a un profondo silenzio? Sei diventano non-esistente nel momento in cui
ascolti? Senti, all’improvviso, di non essere, di essere un profondo vuoto che pulsa di vita, ricolmo
eppure vuoto; un silenzio incredibile, libero da qualsiasi minima increspatura di pensiero? Solo in
quel caso consegui un livello in cui la verità può penetrare in te.»35
E ascolta senza imporre nulla su ciò che stai ascoltando… non giudicare! Nel momento in
cui giudichi, l’ascolto si interrompe. Se dici “buono” o “cattivo”, “mi piace” o “non mi piace”, non
stai più ascoltando: hai assunto un atteggiamento. E ogni volta che qualcuno assume un punto
di vista, l’attenzione scompare.
L’attenzione vive solo quando tu non hai tratto alcuna conclusione. La persona davvero
attenta resta libera da qualsiasi conclusione, perché la vita è un processo: nulla finisce mai.
Soltanto uno sciocco può concludere, il saggio esiterà sempre.
…omissis… Limitati ad ascoltare: attento, silenzioso, aperto, ricettivo. Sii semplicemente
presente, accompagnati totalmente al suono che ti circonda. E rimarrai sorpreso: un giorno,
all’improvviso, il suono è presente, tu stai ascoltando… eppure c’è silenzio.
Per farlo, per supportare l’ascolto, Osho suggerisce diverse tecniche tra cui modi per
rilassare il respiro o il gibberish o altre ancora.

34
Osho, Beloved of My Heart, capitolo 25
35
Osho, Come Follow to You, volume 3, capitolo 10

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 39


Altre pratiche risultano importanti e supportanti nello sviluppare un ascolto di sé vero e
profondo, tra queste il lavoro sulla consapevolezza di sé sviluppata dal “Who is in” e, in parallelo,
dalla tecnica dell’inquiry risulta molto efficace.

WHO IS IN E INQUIRY

Uno spazio d’eccezione attraverso cui esercitare ascolto e ricerca di sé è definitivamente il


“WHO IS IN” o, in versione più estesa, il “SATORI”.
“L’Intensivo di Consapevolezza (tre giorni) e Satori (sette giorni) sono un tuffo nella realtà
più profonda, un lampo d’illuminazione, un riallinearsi della realtà interiore e di quella esterna oltre
ogni idea di separazione. È uno stato delicato o dirompente di semplice gioia e il riconoscimento
della naturalità di questo stato. E’ un sorso della Vera Natura che finalmente ci toglie la sete e da’
completamente senso a tutta la nostra ricerca.
Per secoli i ricercatori si sono chiesti: Chi sono io? Che cosa è la vita? Che cosa è l’amore?
Che cosa è la libertà? Queste, e altre ancora, chiamiamo “domande esistenziali”. Per secoli l’hanno
fatto in solitudine e per lunghi anni, fino a quando verso la metà degli anni sessanta un maestro
zen decise di sperimentare e vedere cosa succedeva se due persone sedendosi una di fronte
all’altra si facevano queste domande e comunicavano uno con l’altro. Il risultato fu miracoloso: il
processo d’introspezione divenne incredibilmente più potente e molto più veloce quando alla
domanda si aggiunse anche la comunicazione.
La tecnica usata in questi ritiri è la tecnica più radicale ed efficace per conoscere te stesso
direttamente, aldilà di concetti, credenze, opinioni, condizionamento familiare, sociale e
religioso”.36
A mio avviso, per quella che è ad oggi la mia esperienza, il “Who is in” è lo strumento più
potente per l’auto-esplorazione, uno spazio pulito e supportante in cui scoprirsi nell’ “esperienza
diretta del momento presente”. Un’apertura verso un’accettazione che non ha eguali,
un’accettazione in cui le cose perdono l’importanza che diamo loro per fondersi in un’esperienza
costantemente mutevole della nostra percezione della realtà, nella mente e nel corpo.
Un lavoro praticabile anche in solitaria, sfruttando il muro o lo specchio o una foto, per
ritornare costantemente a sé, al non giudizio, all’accettazione totale di ciò che si è anche nella
percezione della costante mutevolezza delle cose.

36
https://integralbeing.com/intensivo-di-consapevolezza-satori/

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 40


L’andare in profondità e in espansione, l’aprire alle infinite possibilità dell’universo e altresì
all’unico momento possibile: ORA.
Scoprire, nell’approfondire della ricerca, sensazioni sempre più precise, più vaste, più
vibranti, il costante mutamento dell’essere, dell’esistenza, del suo fluire e del mio fluire con lei. La
resa, il lasciare che l’universo, dio o qualsiasi altra sia la “cosa” che sento essere il tutto, si prenda
cura dell’evolvere delle situazioni. Imparare a non interferire, a lasciar fare, ad abbandonarsi con
leggerezza nelle sue braccia. Imparare a godere degli eventi, di quanto c’è, di quanto arriva e di
quanto va, senza attaccarcisi, senza rimanere sempre o un passo indietro o un passo avanti, ma
qui, ora, perfetti nell’imperfezione.
La cadenza dei 5 minuti a testa per apprendere, diade dopo diade, a lasciare andare quello
che è stato, quello che non c’è più, quello che era 5 minuti fa e che ora non è più qui. Il non
attaccamento, la non separazione, l’accogliere la possibilità di essere “questo” eanche il completo
opposto di “questo”, di essere il bianco e anche il nero, proprio come il tao, un po’ di bianco nel
nero e di nero nel bianco, in un continuo fluire da uno all’altro. Un passaggio che permette di
andare oltre ai giudizi che mi e ci intrappolano in una vita di dualità: buono o cattivo, giusto o
sbagliato, vero o falso, amore o odio, bianco o nero, luce o buio. Un passaggio che libera da
confini, schemi, paure, ossessioni, spingendo verso un sempre maggiore stato di accoglienza,
apertura, pieno rilassamento all’interno dell’esistenza, dell’essere UNO.
Lavorare con il “chi c’è dentro” o il “chi sono io” apre spazi immensi, possibilità
innumerevoli di scoperta, di incontro con parti di sé, con realizzazioni che…durano un po’ e
lasciano spazio ad altro, in un continuo di realizzazioni e cambiamenti. Nulla resta costante, tutto
evolve, cambia, si trasforma in altro. Solo il cambiamento è costante, come dice il Buddha.
Addentrarsi nella ricerca senza risposta attraverso i koan esistenziali, seguire i 4 passi di
• Intenzione: a vivere, avere, l’esperienza diretta nel momento presente;
• Direzione: dentro, come dice il koan stesso, osservare dentro, non fuori, non l’altro,
dentro;
• Apertura: a tutto ciò che arriva, piacevole, spiacevole, dicibile o non dicibile,
eliminare la censura e aprirsi al tuto;
• Comunicazione: comunicare tutto quello che arriva, attraverso il linguaggio, il
corpo, la luce che si emana, gli odori, la gestualità.
L’opportunità, immensa, di potersi soffermare sul CHI. “Chi” c’è dentro, “Chi” sente questo, “Chi”
mangia, “chi” osserva e avanti cosi. Uno spazio in cui scoprire, vivere, avvicinarsi sempre più a

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 41


spazi di presenza, di qui e ora, di momento presente. Sentire la schiena che si allinea, la colonna
che si distende, lo sguardo che si apre, il torace che si solleva, l’appoggio sul cuscino, percepire
una luce diversa intorno, un’aria più rarefatta, uno spazio di leggerezza, accoglienza, in cui nulla è
più necessario, tutto è dono e bellezza. E’ soggiornare per un attimo, momenti, secondi
nell’assoluto. Lasciare spazio al CHI, attraverso il cosa, in un’esperienza di non separazione.
Unita alle meditazioni attive durante l’intera giornata e un costante bere per smaltire le tossine
che si stanno liberando dal corpo, lo strumento ad oggi, per me, più potente per un incontro con
sé. Esplorare poi tematiche come l’amore, la vita, la fiducia, la sessualità, l’altro, la resa e altri koan
ancora, fino a “mu”, supporta aperture verso nuove prospettive, abbandono di schemi
preconfezionati, credenze, forme pensiero. Un lavoro che è presenza, che porta presenza, che vale
davvero la vita intera e forse anche la comprensione che vita e morte sono solo termini, umani.
In parallelo, ma con accezione più ampia e domande più “spaziose”, l’inquiry.
L’inquiry, come ci spiega Avikal nel suo libro “La libertà di essere se stessi” include allo
stesso tempo ricerca, inchiesta, investigazione e esplorazione. Ramana Maharshi è considerato
uno dei padri della ricerca spirituale attraverso l’uso della domanda, nel suo caso “Chi sono io?”,
koan della tradizione zen ripreso anche da Osho che gli dedica un intero libro “La ricerca”.
Inquiry è, riprende Avikal, un movimento dinamico che ci porterà fuori dalla zona
confortevole (citata precedentemente) aprendo territori molto al di là delle nostre aspettative e
aprendoci a comprensioni profonde e immediate che non potrebbero essere possibili usando la
logica lineare.37
Fondamentali per l’inquiry, cosi come per il lavoro con il “who is in”, l’intenzione nella
ricerca, di vedere, sentire e fare l’esperienza in tutti i modi possibili della verità; l’apertura verso ciò
che emergerà e il riconoscere di non sapere, ossia riconoscere che tutto il nostro sapere è il
risultato di eventi passati non applicabili meccanicamente a quanto accade nel presente.38
La domanda, permettendo di scrutare aspetti dell’anima e di sé spesso negati, nascosti o
evitati, ci permette di incontrarci nell’intimo e di avvicinarci sempre di più alla nostra essenza.
Uno spazio in cui esiste solo il “qui e ora” e di tanto in tanto, sempre più frequentemente,
si arriva all’esperienza diretta del momento, a quel qualcosa in cui non c’è giudizio, non c’è giusto
nè sbagliato. Semplicemente c’è quello che c’è. Attraverso la domanda “Dimmi chi sei?” o “dimmi
chi c’è dentro?” (nel Who is in) o altre domande più mirate, avviare un’esplorazione la cui

37
La libertà di essere se stessi – Avikal Costantino – 2013 tecniche nuove
38
La libertà di essere se stessi – Avikal Costantino – 2013 tecniche nuove

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 42


direzione è l’interno, la propria interiorità, il proprio essere sé in quel preciso istante, l’istante
della comunicazione.
Un comunicare la verità, qualsiasi essa sia, nella completa accettazione dell’essere bianco e
nero, bello e brutto, buono e cattivo, tutto e il contrario di tutto, semplicemente testimone di
quanto c’è. Un guardare in faccia, con paura, sgomento, schifo, rabbia o anche piacere e
ammirazione quanto emerge di momento in momento. La realizzazione finale di non potersi
definire, di ritrovarsi costantemente diversi e assetati della verità, la propria verità in quel preciso
momento. E la realizzazione della soggettività della verità, una verità per ogni persona, mutevole e
volubile, diversa dalla verità divina e universale non descrivibile a parole e unica.
Una conferma, in uno spazio in cui nulla è fisso e assoluto, proprio di questa mutabilità e
costante cambiamento, oltre che dell’impossibilità di applicare conoscenze specifiche sull’essere
umano in modo meccanico, legando esperienze passate a situazioni attuali apparentemente simili
ma basate su altre fondamenta. Proprio su questo concetto fondo la sensazione del bisogno di
rimanere in ogni conflitto, ascoltando quanto succede in quella specifica situazione, senza
riferimenti al passato, senza “ti è già successo in quell’occasione e in quell’altra….”, è la situazione
presente ed è unica. Il conflitto in questo spazio può essere visto come possibilità di sedersi uno di
fronte all’altro, stando alle modalità di inquiry e di Who is in (ascolto attivo, esplorazione di ogni
aspetto andando oltre il ragionamento logico, ecc), per comprendere l’altro e se stessi sempre più
in profondità.
L’Insight approach® definito dalla Carlenton University della California considera anch’esso
il lavoro in questa direzione e sottolinea, come già Novara, l’importanza del sostare nel conflitto.
Imparare ciò che conta per noi e gli altri e perché conta, e comprendere come ciò che è
importante è ora minacciato, fa sì che le parti diventino meno "certe" dell'intenzione dell'altra nei
confronti del danno. È questa "incertezza" che genera la curiosità necessaria per impegnarsi l'un
l'altro in una conversazione che porta a prendere decisioni collaborative. Queste nuove intuizioni
aiutano le parti a spostare il conflitto su un terreno nuovo e verso nuove possibilità di
cambiamento. Questi momenti di apprendimento rappresentano cambiamenti nelle prospettive e
negli atteggiamenti che rompono gli schemi negativi di comunicazione stabiliti, spostando così la
direzione dell'impegno delle parti su un terreno nuovo che non solo offre spazio per la risoluzione
ma anche per la guarigione e la riconciliazione.39
Prendendo come strumento di lavoro l’inquiry, anche il Diamond approach® di Almaas

39
https://carleton.ca/ccer/about/insight-approach-to-conflict/

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 43


lavora in questa direzione e proprio il conflitto può essere la base per la domanda o le domande d
usare per un approfondimento sempre maggiore della scoperta di sé.
L'indagine non solo porta a una maggiore consapevolezza e comprensione di noi stessi, ma
invita anche l'Essere a rivelare le sue possibilità nascoste attraverso lo sviluppo dell'esperienza e
dell'intuizione. Questo attiva la nostra presenza essenziale nelle sue varie manifestazioni in modo
naturale e ordinato. A loro volta, questi aspetti essenziali migliorano il processo di indagine e
comprensione, portando entrambi a dimensioni più sottili e più profonde dell'esperienza e della
percezione.
Questa attivazione delle dimensioni sottili dipende dalla nostra comprensione e questa
comprensione riflette la nostra capacità di indagare sulla nostra esperienza quotidiana.40

ENNEAGRAMMA E CONFLITTO

Molto interessante è anche guardare al conflitto attraverso lo schema dell’enneagramma


già precedentemente menzionato e utilizzato sia nell’Insight approach® che nel Diamond
approach®. Il nostro agire non è quello che siamo, semplicemente è quello che facciamo e lo
facciamo a seguito di una serie di condizionamenti subiti negli anni di vita, sia nell’infanzia che
successivamente per storie non riuscite o altre situazioni menomanti.
Permettersi di analizzare il proprio modo di funzionare attraverso i nove enneatipi
dell’enneagramma è un’opportunità ampiamente valida per portare consapevolezza su situazioni
e modalità. Rimanere nel conflitto ci permette di individuare delle modalità di azione che ci
contraddistinguono, senza con questo condannarle in alcun modo ne definirle sbagliate: sono
semplicemente il nostro modo di agire in quel determinato istante in base a quanto fino a li
appreso.
Analizzare i 9 enneatipi, provare a individuare quale di questi ci corrisponde di più e da li,
comprendere le nostre reazioni automatiche di personalità alla vita ci permette un approccio
diverso alle situazioni, una maggior competenza nell’osservare le reazioni e nel passare alle azioni.
Uno spazio di ricerca, ascolto, auto-osservazione appena cominciato e che mi affascia, mi
chiama, mi apre a mondi più vasti, a spazi più ampi. Una comprensione che va verso il sentire
quanto io (e gli altri con me) non sia la mia personalità, non sia quello che faccio; bensì sia essenza
e parte del tutto che si esprime attraverso la personalità: come funziono.

40
https://www.diamondapproach.org/public-page/way-inquiry

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 44


Io, l’altro, tutti funzioniamo in un certo modo a seguito di tante situazioni ed eventi,
limitazioni, forme pensiero, credenze: questo non fa di noi persone valide o meno, da premiare o
castigare, da additare come giuste o sbagliate (chi decide chi è giusto e chi è sbagliato? Chi fissa
l’astina? Chi ha il permesso di decidere se l’altro è giusto o sbagliato? Se l’altro va corretto? Se
l’altro è malato?).
Poter scoprire attraverso l’enneagramma le possibilità infinite di funzionamento apre tanti
spazi di accoglienza e non giudizio.

CRANIO SACRALE

Altro spazio di importante e profonda esplorazione di sé, per permettere una crescita in
quanto counselor e soprattutto in quanto persona in grado di sentire, ascoltare, percepire e aprire
all’esistenza, è il lavoro con la cranio sacrale.
Una disciplina, un approccio, all’essere umano e alla vita che apre e spazia.
Permettersi di soffermarsi nell’ascolto, nella neutralità, nella piena accoglienza di quello
che il sistema (sistema persona) comunica, senza giudizi e senza preconcetti, senza cercare, senza
aspettare nulla, semplicemente imparando a stare con quanto arriva, è possibilità e bellezza.
E’ un apprendere la FIDUCIA, la fiducia in un sistema superiore alla volontà umana, alle
nostre aspettative limitate e parziali, una fiducia nel sistema Salute guidato da un’Intelligenza con
la “I” maiuscola, dell’esistenza. Un sistema che sa cosa deve fare e che a noi lascia e apre lo spazio
di fiducia. Uno spazio che ci insegna a stare con quanto l’altro ci porta, con quanto noi viviamo, e
in questo spazio anche il conflitto. Lasciare che il Sistema in sé faccia il suo corso, rimanendo li,
semplicemente come un faro, nel sostenere il processo verso il suo naturale corso, senza
interferire e intervenire: la scoperta, incredibile e in rilassante, di non avere potere e di non sapere
nulla (già emersa nel lavoro con il who is in). La natura, la vita conduce, non io: io sostengo il
processo. Cosi pure nel conflitto, io sostengo il processo, l’osservazione della persona, il suo
interrogarsi e trovare risposte, temporanee o illuminanti, a-ah moments o altro ancora, la mia
presenza come counselor è solo presenza, sostegno, spazio a cui appoggiarsi nel camminare, faro
che sostiene il “sistema salute” (in questo momento indicato con un’accezione ampia del termine)
nel ritrovarsi, nel ritornare verso la quiete – spazio di guarigione.
Un incontrare l’altro, attraverso il contatto delicato e non invasivo, con il soma e con il
corpo fluido, rimanendo distinti e rimanendo nella neutralità. Una possibilità di apprendere,
trattamento dopo trattamento, la neutralità, la presenza, la verticalità.

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 45


E’ un apprendere che continua, uno scoprire e scoprirsi che avviene in ogni istante. E’ un
imparare minuto dopo minuto a lasciare il giudizio, a lasciare “l’attesa che qualcosa debba
succedere”. E’ anche uno stare nella frustrazione che nulla succeda, che nulla si manifesti,
nell’attesa che il sistema dell’altra persona lasci alla volontà del Sistema più ampio agire.
E’ uno spazio in divenire in cui mi apro alla scoperta.
(…) Stando insieme a un altro, si riesce a essere semplicemente presenti con ciò che si
manifesta in entrambi in quel momento, lasciando che accada così come viene? (...)
Per essere completamente presenti con qualunque cosa stia accadendo, dentro o fuori di
noi, dobbiamo proprio “saperne” tutto? Che cosa c‘è quando mancano etichetta e conoscenza?
Quando entriamo nel dolore e nella paura dobbiamo usare tecniche speciali? Una reazione
appropriata può venire direttamente, senza premeditazione, dall’ascoltare e dall’osservare insieme
all’altro con apertura, senza sapere.
Quale sarà la reazione in ogni situazione specifica non possiamo saperlo né pianificarlo.
(…) La reazione emerge dalla presenza silenziosa nel luogo dove tutto sta accadendo in
questo preciso istante, emerge dall’immobilità del non desiderio o della non opposizione.
I sentimenti e le emozioni sembrano cose molto concrete quando ne siamo prigionieri, e
tutti siamo abituati a
esprimerli o a rimuoverli, a fuggirli o a intervenire in qualche modo sull’ansia mentale e
fisica che essi provocano. Riesco a stare con te in maniera incondizionata alla presenza del dolore,
della paura o di qualsiasi altra cosa? Riesco a comprendere appieno il profondo desiderio di
liberarsi di tutto questo, ma senza sapere cosa farne, senza contare su una tecnica, semplicemente
lasciando che tutto accada?
Tutto è qui che aspetta di essere scoperto, veduto, sentito, ascoltato apertamente,
gentilmente, come il ticchettio della pioggia, come le nuvole che vanno, come il canto degli uccelli.
Le parole pronunciate da una persona possono non essere comprese dall’altro sull’istante,
ma quando la mente non è in preda alla paura o al desiderio – neanche al desiderio di portare
aiuto – è in atto qualcosa di molto profondo41.

SHIATSU

Come la cranio sacrale, anche lo shiatsu, di cui sto apprendendo i fondamenti, è un

41
Toni Parker – La luce della scoperta

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 46


immenso spazio di esplorazione di me, di chi sono, di come mi esprimo e agisco nell’universo.
Un’altra possibilità di comprendere come il sostegno sia alla base, di come gli sbilanciamenti
energetici siano riequilibrabili attraverso degli “inviti” al corpo e all’energia ad andare verso spazi
di benessere, lasciano al corpo stesso decidere e scegliere le direzioni e gli spazi verso cui andare.
Realizzare come tutto sia un qualcosa simile a un “vaso comunicante”, l’eccesso in alcuni
punti sia mancanza in altri: la fiducia che il sistema sa come riequilibrarsi, sostenerla nel passaggio,
senza immettere giudizio.
Ancora all’inizio di questo bellissimo percorso, cosi come della biodinamica cranio sacrale,
insieme con il training per la conduzione “Who is in” e il training “Dimensioni dell’essere”, sento
come la vita, l’esistenza si prenda cura di me, l’universo, dio, qualsiasi sia il nome che questa più
ampia presenza prenda. Si apre meraviglia, si apre spazio.
Si apre accoglienza verso ciò che arriva, e si connette tutto al lavoro sul conflitto, al lavoro
di counseling. Esserci, presente, semplicemente li: senza giudizio e nella piena consapevolezza di
“non sapere”. Nel conflitto – esserci! Sostenere la ricerca, togliere il giudizio, togliere la sensazione
di avere un “potere” sugli eventi e sull’altro. Togliere il bisogno di definire chi ha ragione e chi no,
chi è nel giusto e chi nell’errore. Lasciare al singolo lo spazio di rielaborazione, di ricerca, di auto
ascolto.

CONCLUSIONI

Molte ancora potrebbero essere le cose da dire e le sfumature da osservare, il diamante


che è la vita ha una varietà di sfaccettature assolutamente incontabile e nessuna di queste è in sé
la verità, bensì una sua parte. Ogni pezzo di verità è vero in sé, ma non completo e non escludente
gli altri pezzi. E in quanto diamante sarà difficile riuscire ad osservare tutte le sfaccettature
contemporaneamente, ma al contempo importante ricordare che solo tutte insieme possono dare
origine alla verità.
Nessuno sarà mai possessore della verità assoluta se non nel momento in cui ci fonderemo
nel tutto. Proprio partendo da questa consapevolezza, dalla presa di coscienza che la verità è
relativa e che esistono tante verità quanti sono gli uomini sulla faccia della terra, il mondo e le
relazioni possono davvero essere diversi.
Sale dal profondo la sensazione che il nuovo mondo, il nuovo paradigma esisterà solo
quando davvero l’uomo sarà in grado di lasciare all’esistenza lo spazio di agire. E mi ritorna una

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 47


riflessione letta recentemente sui social:
Nuovi paradigmi, nuovi dogmi, nuove crociate...
L'uomo non cambia mai, non cresce mai, perché continua a condannare chiunque non si adatti e
non si conformi al suo sistema di credenze, soprattutto se rinnovato, di moda, che sia una forma di
neo new age, che sia fisica quantistica, che sia veganesimo, che sia le nuove forme di meditazione,
di neo tantrismo, o di yoga, o di non dualismo, o che siano gli ufo, o che siano i vari mix di angeli-
sciamanesimo-reiki e numeri di Grabovoi.
L’uomo continua a giudicare, a condannare e a mettersi a litigare con chiunque non voglia far
parte del suo branco/élite.
E’ veramente cambiato qualcosa nel corso nei secoli nell’animo umano...se non quella di passare
da un sistema di credenze ad un altro, litigando, criticando e giudicando pesantemente chiunque
non la pensasse allo stessa maniera o che non praticasse allo stesso modo il credo o la disciplina
più in voga al momento?
Stiamo crescendo o involvendo?
Non basta praticare qualche tecnica per crescere.
Non basta “non praticare” qualche tecnica per crescere.
Non basta “non fare niente” per crescere.
Non basta fare qualcosa per crescere.
Non basta parlare, discutere e dibattere per crescere.
Non basta rimanere muti e e sordi per crescere.
Non basta osservare se stessi...
Non basta osservare gli altri...
Non basta condividere...
Crescere è una questione di cuore.
Riguarda il cuore.
Sei cambiato nel cuore?
Non basta avere “tecnicamente ragione” e saper parlare bene.
Sei cresciuto nel cuore, nell’apertura, nell‘accettazione, nella pazienza, nella comprensione, nella
sensibilità, nella capacità di ascoltare, nella capacità di metterti al posto degli altri, nel saper fare
un passo indietro ogni tanto?42
Roberto Potocniak

42
Roberto Potocniak https://www.facebook.com/roby.potocniak/posts/1154076018082241

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 48


Arriva, sempre più spesso, sempre più forte, la sensazione che ogni singola esperienza è
assolutamente nuova e fresca. Nessuna esperienza può essere valutata, gestita e vissuta con e
attraverso le esperienze passate; farlo, come siamo soliti, comporta perdere pezzi di bellezza, di
scoperta, di connessione con il qui e ora. Ogni spazio è nuovo e originale.
Quando riesco a entrare in questi spazi, spazi di apertura al nuovo, di curiosità, di “lasciar fare
all’universo”, tutto diventa incredibilmente fluido e scorrevole.
Questa la sensazione che arriva, da questo percorso di vita, da quelle che sono state le
esperienze fino a qui – belle o brutte, dolorose o felici, di apertura o chiusura -, da quello che sta
emergendo in questo costante lavoro sulla consapevolezza:

SO DI NON SAPERE

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NOTA DI CHIUSURA

Questo lavoro non intende essere in nessun modo una presunzione di sapere, un manuale
o nessun’altra cosa che la condivisione di esperienze vissute sulla mia pelle e che, ad oggi, mi
rendono la persona che sono, né giusta né sbagliata semplicemente Rikta, ANAND RIKTA. La scelta
di un sannyas che è ricerca, follia, apertura, scoperta. Che è “lasciare andare il vecchio” per “aprire
al nuovo”.

RINGRAZIAMENTI

Un grazie speciale va a chi in questo mio cammino ha rappresentato l’ostacolo, la porta in


faccia, il rimando negativo, lo sgambetto causa d’inciampo, lo specchio che ha attivato rabbia,
tristezza, incomprensione, senso di abbandono, di perdita, di vuoto.
Persone prima vicine e poi estremamente lontane, persone che hanno attivato reazioni e
distrutto mondi interiori.
Siete stati, più ancora che le presenze positive, lo spazio e lo sprone a continuare a cercare,
a cercarmi.
Un grazie speciale a Kapil e al supporto costante, la fiducia nell’Intelligenza cosmica.
E un grazie ad Avikal per la presenza.
Un grazie ad ogni singola persona che con tempi, modi, spazi diversi è entrata, anche solo
per un istante, a far parte della mia esperienza di vita fino a qui e a tutte quelle che ancora
vorranno attraversare il mio percorso.
Jairam!

Counseling: il conflitto come risorsa, spazio di crescita e identificazione Pag. 50

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