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CRISTOLOGIA

[Dispense non ufficiali]

La materia de cristologia può essere organizzata nel seguente modo: si può


introdurre a partire del bisogno umano di salvezza e della presentazione che Dio fa di se
stesso come Salvatore dell’uomo in Gesù Cristo (parte introduttiva). Ciò porta a studiare la
persona e la missione di Gesù, e questo studio si può articolare in tre sezioni: la prima
dedicata a approfondire la persona di Gesù (I parte), la seconda per analizzare la sua funzione
di mediatore di salvezza (II parte) la terza per assimilare teologicamente la storia concreta in
cui tale salvezza si è realizzata, cioè, i misteri della vita di Gesù (III parte). Infine si può
concludere con lo studio della salvezza cristiana apportata da Gesù (Parte Conclusiva). La
storia di Gesù si apre infatti nello Spirito Santo alla nostra storia personale ed ecclesiale,
comunicando la salvezza che il Signore Risorto dona al mondo in ogni tempo nella potenza
dello Spirito santo.

In questa dispensa tratteremo soltanto della I parte (le altre parti sono oggetto di una
altra pubblicazione1), ovvero della Persona di Cristo, che è ciò che classicamente si è
chiamato la cristologia, per differenziarla dalle altre due parti che si riferiscono non tanto alla
persona di Gesù quanto alla sua funzione e missione di salvatore, e che ricevono insieme il
nome di soteriologia. Conviene comunque notare che, molto spesso, quando si parla di
cristologia (p. es. di “libro di cristologia” o di un “manuale di cristologia”), si sottintende
che si trattano entrambi gli aspetti, cristologici e soteriologici. In altre parole con il vocabolo
“cristologia” spesso indica l’intero discorso su Gesù, sulla sua persona e sulla sua missione.

SEZIONE I: GESÙ, FIGLIO DI DIO INCARNATO.

Ci disponiamo dunque a studiare la figura personale di Cristo. Due brevi annotazioni


son pertinenti prima di cominciare.
– Conviene tener sempre presente nello studio che Gesù viene al mondo propter nos et
propter nostram salutem e, perciò, che tutte le considerazioni sulla persona di Gesù si
realizzano sempre nell’orizzonte della sua missione di salvezza.
– Conviene anche notare che i dati biblici su Gesù sono normativi per il teologo, il quale
inoltre non deve nemmeno prescindere di quanto la Chiesa, nel suo cammino

1 A. Ducay, Riportare il mondo al Padre. Corso di soteriologia cristiana, EDUSC, Roma 2016.
2

secolare, ha saputo scoprire su Gesù.

A questo scopo copriremo il seguente itinerario: la preparazione a Gesù nell’Antico


Testamento (Tema III), l’insegnamento del nuovo Testamento su Gesù (Tema IV); la riflessione
patristica e dei concili antichi (Tema V); la riflessione sistematica sulla persona di Gesù (Tema VI).
Sono questi i temi che vedremo in questa prima parte della materia su Gesù, Figlio di Dio
Incarnato.
3

Tema III. La preparazione alla figura personale di Cristo nell’Antico Testamento

Tema III. La preparazione alla figura personale di Cristo nell’Antico Testamento.................... 3


1. Le figure divine: la Sapienza di Dio e la Parola di Dio. .................................................................................... 3
1. La Parola di Dio. ............................................................................................................................................................................. 4
2. La Sapienza di Dio. ......................................................................................................................................................................... 5
2. La tipologia umana di Cristo: ........................................................................................................................... 6
1. Figure umane concrete dell’AT che sono “tipo” di Cristo. ..................................................................................................... 6
2. Le figure misteriose: l’Emmanuele, il servo di Yhwh, il figlio dell’uomo. ............................................................................ 9

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L’Antico Testamento ha prefigurato e preparato in molti modi la venuta di Cristo. La


storia del popolo d’Israele è l’ambiente più immediato di collocazione della venuta di Cristo.
Assieme alla parola creatrice, la parola dell’Antico Testamento fornisce una indispensabile
trama di comprensione sul significato e sull’operato da Dio in Cristo. Adesso perciò
riprendiamo alcune delle prefigurazioni dell’AT sulla figura personale di Cristo, lasciando
per le parti successive altri preziosi dati che si riferiscono di più alla sua missione di
mediazione o alla storia in cui tale missione si è concretamente espressa.

Queste prefigurazioni di cui parliamo sono fondamentalmente di tre tipi:


– Figure divine. Si riferiscono a Gesù come Dio e sono legate alla sua preesistenza eterna.
Queste figure sono fondamentalmente due: la Sapienza di Dio e la Parola di Dio.
– Figure umane concrete. Altre sono figure di personaggi del popolo d’Israele, che si
possono considerare sotto qualche aspetto tipi di Cristo. Si tratta di persone concrete
come Abramo o Mosè.
– Figure misteriose. Infine altre sono figure misteriose, che non riescono a ricevere una
spiegazione chiara nell’AT ma che troveranno la sua espressione più compiuta in
Gesù.

1. Le figure divine: la Sapienza di Dio e la Parola di Dio.

La domanda sulla strada per raggiungere la felicità ha preoccupato sempre all’uomo.


Essa è essenziale nella cultura greca ma non è assente in nessun altra cultura. Nel popolo
d’Israele è stata sempre molto viva, ma, a differenza di altri popoli, l’esperienza che Israele
ha fatto del Dio vero lo ha portato a formulare una risposta, ripetuta come un ritornello nei
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libri sapienziali: se vuoi essere felice “affidati a Yhwh con tutto il tuo cuore e non appoggiarti
sulla tua intelligenza; in tutte le tue vie invocalo ed egli appianerà i tuoi sentieri” (Prv 3, 5-
6). Si tratta cioè di osservare la parola di Dio per essere felice e fortunato e per avere la vita
(cf. Sir 1,11-20). Chi segue la parola di Dio, diventa sapiente e così realizza la propria
esistenza: tale è uno dei messaggi centrali dell’AT. Perciò le tematiche sulla parola di Dio e
sulla sapienza di Dio hanno grande rilevanza nella Scrittura2.

1. La Parola di Dio.

Nell’AT la parola di Dio (debar Yhwh) è molto importante. Essa comunica la


rivelazione che Dio fa di se stesso, rivolgendo la sua parola al popolo. Essa non soltanto
procede da Dio ma è inoltre portatrice di un contenuto di salvezza. Per mezzo della parola
si stabilisce il Patto, l’Alleanza tra Yhwh e il popolo, che fa di Israele un popolo santo, e lo
impegna a vivere i comandamenti di Dio. Le dieci parole date a Mosè (i comandamenti)
sono il centro della vita morale d’Israele e la fonte di altri precetti divini.

Il profetismo sottolinea ancora il valore della Parola di Dio. Le ispirazioni dei profeti
sono ancora espressioni della volontà di Dio e dei suoi progetti, comunicano il disegno di
Dio per il popolo nelle vicende della storia. Con la parola del profeta è all’opera la parola di
Dio che giudica e salva, che annuncia e compie il suo disegno con la punizione o con la
promessa liberatrice. La Parola di Dio è perciò efficace, piena di energia e di potere.

Israele conosce la potenza di questa Parola. Tutto quanto è stato fatto da essa, l’intera
creazione e tutto riceve da essa il suo significato e la sua coerenza. Per mezzo della parola
divina ogni cosa è ciò che deve essere e ha la propria consistenza e il proprio posto
nell’universo. Ma non è il contesto cosmico a prevalere bensì quello storico salvifico:
caratteristico della concezione che Israele ha della parola divina è la sua attività e efficacia.
In questo senso essa è profondamente diversa del lógos della speculazione greca; non si
riferisce come questa a una ragione atemporale che ordina il cosmo ma a una parola viva,
con la quale Dio accresce e custodisce l’Alleanza nell’ambito di una salvezza universale.

In sintesi, la Parola di Dio si presenta nell’AT come uno strumento di mediazione del
disegno di Dio: della sua opera creatrice e dell’Alleanza. Essa sembra quasi diventare una
fonte di azione e rivelazione personale in alcuni testi biblici (Gn 1; Sal 32;6;28).

2 Cf. A. Bonora and M. Priotto, Libri sapienziali e altri scritti, Elledici, Leumann (TO) 1997, Logos: Corso
di Studi Biblici 4, Elledici, Leumann (TO) 1998, 387-390; M. Bordoni, Gesù di Nazaret: presenza, memoria, attesa,
Queriniana, Brescia 1988, pp. 99-101; M. Serentha, Gesù Cristo, ieri, oggi e sempre, Elle-Di-Ci, Torino-Leumann
1986, pp. 75-78. Utile la esposizione di J. Dupuis nel suo libro, Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso,
Queriniana, Brescia 1997, pp. 61-66. Sulle tesi sostenute in questo libro cf. però la nota critica della
Congregazione per la Dottrina della Fede del 24-I-2001 (Notificazione su un libro di p. Jean Dupuis, EV 20 (2001)
p. 147ss.
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2. La Sapienza di Dio.

Quando si parla di sapienza di Dio nel mondo della Scrittura non si deve pensare
anzitutto a una significato teoretico. La sapienza ebraica è collegata a una dimensione
pratica e vitale, e significa soprattutto la saggezza per risolvere i problemi della vita e anche
la capacità, l’acume necessario per l’attività umana. Perciò la nozione di sapienza abbraccia
quasi tutti i settori della vita dell’uomo: dai temi filosofico-teologici su Dio e la ricerca della
sua volontà ai temi etici del rapporto col prossimo, ai temi sociali della giustizia e della
politica e ai temi pratici dell’abilità manuale e della concretezza nella vita di ogni giorni.

La sapienza abbraccia la realtà della vita come la fede nel Dio d’Israele abbraccia
anche tutto l’agire umano. Questa correlazione mette in chiaro che la vera sapienza è quella
che viene da Dio, che mentre i pagani chiamano alcuni dei loro pensatori “saggi”, per Israele
la vera sapienza è quella che deriva dalla conoscenza, intellettuale, morale e affettiva di
Yhwh. La Torah e l’obbedienza alla Torah costituiscono la fonte della vera sapienza. Anzi,
Israele scopre progressivamente che la Torah è il cannale attraverso il quale Dio stesso ha
manifestato la sua Sapienza e perciò l’identificazione personale con la Torah rende figli di
Dio più sapienti che non la speculazione umana.

In questo contesto nascono gli inni alla sapienza di Dio presenti nei libri sapienziali
(cf. Prv 1,20-33; Sir 4,11-19; Sap 7,21-8,1). In questi inni la sapienza è glorificata come
presente agli inizi della creazione, come guida di tutta la storia salvifica, come dimorante in
mezzo al popolo e come gratificante di sé i ricercatori della vera felicità 3.

In modo analogo a come la parola di Dio è, a volte, personalizzata dagli autori sacri,
così anche la sapienza di Dio. Essa appartiene alla sfera del divino, è proprietà di Dio e
perciò preesiste all’opera creatrice (cf. Prv 8, 22-25). Il percorso della sapienza e quello della
parola di Dio sono abbastanza simili e in certo senso i due concetti possono essere
interscambiabili4. Entrambi possiedono connotati trascendenti e intramondani al tempo
stesso, sono come le concrezioni nel mondo di qualcosa che preesiste in Dio e che Dio
partecipa a Israele; sono due figure che attendono il loro compimento, il quale si realizzerà
in Gesù Cristo, la Parola e la Sapienza di Dio personale e preesistente che s’incarna per la
nostra salvezza.

3 Cf. M. Serenthà p. 78.

4 Cf. T. Maertens, 153.


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2. La tipologia umana di Cristo:

1. Figure umane concrete dell’AT che sono “tipo” di Cristo.

Vediamo adesso alcuni tra i principali personaggi del popolo d’Israele, scelti da Dio
nell’àmbito del suo disegno di salvezza e perciò aventi alcuni tratti o caratteristiche che
prefigurano Cristo, il Salvatore definitivo.

 1. Adamo, Capo dell’umanità.

Adamo è il primo tipo scritturistico di Cristo. La Sacra Scrittura lo presenta come


primo uomo origine e fonte di tutti gli altri. Adamo è Capo dell’umanità in quanto per il
suo peccato anche i suoi discendenti furono condannati: egli perse per tutto il genere umano
la condizione iniziale di giustizia. L’uomo, tratto dall’argilla della terra, non appare un
granché per la sua origine, benché Dio lo abbia fatto a sua immagine. Dopo il peccato di
Adamo, Dio fa notare all’uomo la sua misera condizione: egli non è così splendido come
crede, dalla terra è stato tratto e ad essa tornerà con la morte poiché si è opposto a Dio. In
modo simile la sua attività non sarà più fonte di piacere ma dopo il peccato egli finirà per
strappare con fatica alla terra il proprio sostentamento.

Gesù s’inserisce nella discendenza di Adamo (Lc 3, 23-38), e così la sua attività si
colloca all’interno di questa condizione segnata dalla morte e dalla sofferenza trasmessa da
Adamo ai suoi discendenti. La missione di Gesù è però, per certi versi, opposta a quella di
Adamo. S. Paolo ricorre al paragone tra Adamo e Cristo per indicare il ruolo antitetico che
corrisponde a Cristo nei confronti di Adamo. In questo senso due idee sono da sottolineare:
▪ come il peccato e la morte sono entrate nel mondo per un solo uomo, anche l’opera
e la fatica di un solo uomo sono l’origine di una nuova stirpe di uomini.
▪ la stirpe di uomini che procedono da Gesù è diversa di quella di Adamo, non è
un mero ripristino dell’uomo prima del peccato. Perché mentre l’Adamo terreno
genera l’uomo naturale che si lascia portare dalle passioni, Gesù genera l’uomo
spirituale capace di comprendere la realtà divina.

Adamo è Cristo sono entrambi progenitori e in questo Adamo e tipo di Cristo, danno
luogo a forme diverse e antitetiche di umanità.

 2. Abramo, principio del popolo eletto.

Il collegamento tra Gesù è Abramo non è così diretto come quello tra Gesù e Adamo.
Ciò perché, in certo senso, Abramo è tipo di Dio Padre, sia come Padre del popolo sia come
colui che dona il proprio figlio in sacrificio. Tuttavia Gesù è figlio di Abramo e con questa
denominazione la sacra Scrittura cerca di sottolineare che i discendenti di Abramo (Isacco e
i gli altri discendenti) non sono la sua vera discendenza, ma piuttosto è Cristo la discendenza
di Abramo. S. Paolo contrappone Isacco e Ismaele, figli di Sara e di Agar rispettivamente, la
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libera e la schiava, per affermare che ci sono “figli della carne” e figli che procedono dalla
promessa di Dio, e vede Gesù come il vero “figlio della promessa” (cf. Gal 4,22ss; Rom 9,6ss).

La figura di Abramo è tipo di Gesù anche da un'altra prospettiva. Abramo spicca tra
le altre figure dell’AT per diversi motivi, per la sua obbedienza a Dio, perché egli ebbe da
Dio la promessa di una terra e di una moltitudine di discendenti. Questi tratti si compiono
in pienezza in Gesù. La fede obbediente di Abramo è figura dell’atteggiamento di Cristo di
piena fiducia e obbedienza al disegno del Padre. Gesù, infatti va incontro alla morte nel
completo abbandono nelle mani del Padre. E attraverso questa morte anche la promessa
fatta a Abramo raggiunge la sua vera dimensione, che non è meramente terrena, ma
riguarda anzitutto la nuova creazione. Con la sua resurrezione Cristo prende possesso della
definitiva terra, della patria del cielo, e diventa Capo di una numerosa discendenza (la
Chiesa).

 3. Mosè, Mediatore del popolo dell’Alleanza.

Le somiglianze e le differenze tra Cristo e Mosè vengono messe in luce soprattutto in


rapporto al tema delle due Alleanze. Ciò che accomuna entrambi è in primo luogo il fatto
che tutti e due sono mediatori di una Alleanza tra Dio e gli uomini. Quella sinaitica tra Dio
e il popolo d’Israele e quella di Cristo universale e definitiva, tra Dio e l’umanità radunata.

In questo contesto, Mosè è tipo di Cristo come liberatore del popolo e Mediatore
dell’Alleanza sinaitica. Questa liberazione prefigura la liberazione del peccato operata da
Cristo per costituire un’alleanza nuova. Il nemico egiziano è annientato per mezzo
dell’acqua come lo sarà il peccato e il diavolo nel battesimo dei cristiani. Dopo la liberazione
dell’Egitto Mosè deve ancora condurre il popolo alla terra promessa, una terra “che mana
latte e miele”, cioè nella quale il popolo sarà molto felice se non abbandonerà il suo Dio.
Mosè dovette però sopportare molte fatiche nel deserto e morì prima di entrare nella terra
promessa. In tutto ciò egli si mostra come tipo di Cristo in quanto liberatore e guida del
popolo che dovete impegnarsi a fondo per condurre il popolo alla terra promessa.

Diversi eventi compiuti da Mosè prefigurano la figura di Cristo Mediatore: la manna


nel deserto prefigura il pane del Cielo, la roccia di Massa e Meriba prefigura le acque dello
Spirito che placano la sete per sempre (cf. Es 17,1-7); la vittoria sugli amaleciti ottenuta
mediante le braccia distese di Mosè prefigura quella di Gesù sulla Croce con le braccia
affisse con chiodi, il sangue del sacrificio che sigillò l’antico Patto prefigura il sangue della
nuova alleanza; il serpente di bronzo innalzato in croce nel deserto per la guarigione dei
morsi dei serpenti, parla dell’innalzamento di Gesù in Croce per la guarigione dei peccati,
ecc. Anche il fatto che Mosè diede la legge al popolo e Gesù diede sul monte la nuova Legge
e si riferì ai precetti dell’Antica, li corresse e gli portò a perfezione.

A differenza di Gesù però, Mose però non fu totalmente fedele a Dio. Gli mancò la
fede in alcuni momenti e non sempre seppe sopportare le prove con pazienza. Gli autori
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sacri sono molto discreti su questi aspetti ma notano implicitamente che Mosè soltanto poté
guardare dal dì fuori la terra promessa, mentre Cristo invece entrò nella vera terra (cf. Eb
3,16-19).

 4. Giosuè, il salvatore.

Il nome di Giosue appare in due momenti diversi della storia d’Israele. Il primo
Giosue fu colui che introdusse il popolo nella terra promessa. Fu un conquistatore che
attraverso i combattimenti si impadronì della terra e cacciò via da essa i popoli pagani. Il
secondo Giosue appare dopo la cattività di Babilonia, quando il popolo riuscì a ritornare
alla sua terra. Allora il sommo sacerdote Giosue fu incaricato della ricostruzione del Tempio
di Salomone, centro della vita religiosa d’Israele. Da notare il fatto che il nome Giosue
significa “Dio salva”, come quello di Gesù.

I due Giosue sono figure di Cristo nel nome, il primo lo è anche perché fece entrare
il popolo nella terra promessa e Gesù con la sua ascensione al cielo fa entrare il suo popolo
nella vera terra, il secondo consacrò il Tempio, come Gesù consacrò se stesso.

 5. Davide, uomo alla misura di Dio.

La tipologia davidica di Cristo è molto ricca, tanto quanto quella mosaica. Davide (s.
XI a.C.) fu soprattutto un uomo di grande cuore e magnanimità. A quanto pare il suo nome
significa amato o prediletto. Nato in una famiglia agiata Davide entrò al servizio della corte
di Saul dove spiccò per intelligenza e coraggio nel combattimento. I successi militari lo
resero famoso sicché poté entrare a contatto con la famiglia del re, ma ben presto la sua
notorietà lo rese sospettoso agli occhi di Saul e dovete fuggire dalla corte. Dopo varie
peripezie e dopo la morte tragica di Saul, Davide si fece proclamare re di Giuda in Ebron e
posteriormente re d’Israele. Fu un re abile che conquistò parecchi territori per Israele. Fu il
suo un cuore appassionato, teso alla amicizia e alla compassione, il che lo rese grandi e allo
stesso tempo debole. Debole perché lo portò al peccato di adulterio e alla eccessiva
indulgenza con i numerosi figli, grande perché seppe essere un uomo fedele alle sue
promesse e capace della pietà, del perdono dei suoi nemici, della riconciliazione e del
sincero pentimento. Questa sua capacità di amare e soffrire è ciò che fa di Davide un tipo di
Cristo.

La tradizione posteriore a Lui vide in Davide il tipo del Re-Sacerdote, e ciò costituisce
la più frequente tipologia rispetto a Cristo. Come sacerdote Davide portò l’arca a
Gerusalemme e diede inizio al progetto del Tempio in Gerusalemme, la città che Davide
eresse a capitale del suo regno. Gesù è nella sua umanità il nuovo Tempio di Dio in mezzo
alla Chiesa (nuova Gerusalemme). Davide ricevette da Dio la unzione regale, che gli fu
conferita da Samuele, innalzò il Regno d’Israele dalla sua condizione umile a una
condizione di splendore e ottenne un periodo di pace e di prosperità per Israele. Fu infine
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amato da Dio. In tutto ciò è tipo di Cristo, primo predestinato e Figlio Amato da Dio per
stabilire il definitivo regno di Dio sulla terra che è un regno di pace, di santità e di giustizia.

 6. Salomone, il sapiente

Salomone fu tipo di Cristo nella sua sapienza e nella sua sontuosa regalità.
Quest’ultima è più tipo della regalità di Cristo nella sua seconda venuta. Come re sapiente
Salomone attirò l’attenzione della regina di Saba, figura dei re gentili che possono ricevere
i beni salvifici da Israele. Anche Gesù attrasse verso di se i magi che lo riconobbero re a
nome dei gentili; inoltre Salomone seppe reggere il popolo con sapienza e giustizia. Fu tipo
in ciò di Cristo, la cui sapienza fu però maggiore, perché incarnò la sapienza di Dio.

2. Le figure misteriose: l’Emmanuele, il servo di Yhwh, il figlio dell’uomo.

Altre figure di Cristo nell’AT sono più generiche nel senso che non si corrispondono
a un personaggio storico determinato. Sono figure astratte che sorgono per la speranza che
Israele ha di un futuro migliore, speranza fondata sulle promesse di Dio. Questa speranza
per il futuro emerge dalla memoria del passato, in modo che le grandi opere compiute da
Dio attraverso Mosè, Giosue, Davide sono il presagio di una grande opera che Dio deve
ancora compiere attraverso un suo Unto o consacrato, il quale porterà l'Alleanza alle sue
ultime conseguenze di armonia, pace e felicità. E ciò sarà opera di un Re-Messia che resta
sempre misterioso nei suoi tratti caratteristici.

Israele ha interpretato la figura del Messia in vari modi e in sintonia con la storia
religiosa e politica di ogni periodo. Dai testi relativi alla promessa davidica di un
discendente e di un regno sempiterno (2Sam 7, 11.12) nascono sia la figura dell’Emmanuele
(libro d’Isaia) sia quella del celeste figlio dell’uomo (libro di Daniele); c’è anche la figura del
servo di Yhwh che presenta ugualmente tratti messianici. Accenniamo brevemente a queste
figure, la cui importanza è anche data dal fatto che furono probabilmente presenti nella
concezione che Gesù ebbe di se stesso e servirono come riferimento agli autori del NT per
mostrare la rilevanza salvifica di Gesù.

 1. L’Emmanuele.

L’Emmanuele (Dio con noi) è un personaggio che appare due volte nel libro d’Isaia:
Is 7,14 e Is 8,8. La prima ricorrenza è presente nella nota profezia di Is 7,14 in cui si promette
al re d’Israele, Acaz, un segno divino, un bambino che nascerà di una giovane donna e che
sarà chiamato Emmanuele. Nella seconda si parla dell’invasione della terra d’Israele da
parte del re assiro. Benché in questi brani la figura dell’Emmanuele sembra riferirsi in senso
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letterale al figlio del re Acaz, Ezechia5, nondimeno il contesto è indirettamente messianico,


poiché la nascita dell’Emmanuele è il segno della protezione di Dio alla casa di Davide e ha
come sfondo la promessa di un erede che governerà per sempre.

“Allora Isaia disse: Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta di stancare la pazienza degli uomini,
perché ora vogliate stancare anche quella del mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco:
la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. Egli mangerà panna e miele finché
non imparerà a rigettare il male e a scegliere il bene”. (Is 7,14-15).

Entro questo orizzonte messianico il libro d’Isaia parla anche di altre nascite. A volte
la prospettiva si dilata e intravede direttamente la nascita del futuro Messia, che governerà
un umanità riconciliata in un periodo ideale di pace e di giustizia. La figura dell’Emmanuele
pur rimanendo letterariamente limitata ai due brani da noi segnalati tende anche a
estendersi in forza del contesto messianico comune a tutti questi testi, e perciò può passare
a indicare il Messia stesso. Tra i testi di cui parliamo spicca:

“Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si
poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito
di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le
apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà
decisioni eque per gli oppressi del paese. La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; con il
soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi fianchi la
fedeltà. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il
leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà” (Is 11,1-7).

 2. Il servo di Yhwh.

La figura del servo di Yhwh corrisponde al Deuteroisaia (Is 40-55). Scritta


probabilmente durante il periodo dell’esilio babilonese, la figura descrive, attraverso
quattro carmi, un misterioso personaggio, che salverà il popolo con la sua predicazione e
con i suoi gesti ma soprattutto con la sua paziente sofferenza.

Il compito del Servo è quello di radunare il suo popolo per ricondurlo alla sua terra.
La sua missione però non ha successo direttamente ma solo attraverso la morte. Il servo
trova la morte come conseguenza, da una parte, della prepotenza dei poteri politici e,
dall'altra dell'omertà del suo popolo, dal quale non è stato compreso e quindi è stato isolato
e abbandonato alla sua sorte. La sua morte, però, accettata liberamente come espressione
della sua fedeltà totale a Dio e al popolo, ha l’effetto di suscitare un movimento di

5 Una esposizione più ampia sulla figura dell’Emmanuele e le varie interpretazioni che ha ricevuto si
può cf. in M. Guidi, Così avvenne la generazione di Gesú Messia. Paradigma comunicativo e questione contestuale nella
lettura pragmatica di Mt 1, 18-25, Gregorian Biblical Press, Roma 2012, pp. 293ss.
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riconciliazione e di aggregazione, che ha successo. In seguito ad esso gli esuli, non


esperimentano più ostacoli e possono ritornare nella loro terra6.

 3. Il figlio dell’uomo7.

Oltre un titolo (come per esempio figlio di Dio) il figlio dell’uomo è una figura
apocalittica che appare nel libro di Daniele (7,13 ss)8: si tratta di una visione del profeta di
una intronizzazione regale, nella quale viene presentato a un Vegliardo (Dio) uno giunto
sulle nubi del cielo. Costui è un misterioso personaggio di origine celeste che si avvicina a
Dio per l’investitura e che è simile a un figlio di uomo. Egli riceve da Dio un potere
universale (“tutti i popoli, nazione e lingue lo serviranno”) ed eterno (“il suo regno è tale
che non sarà mai distrutto”). Si tratta quindi di un re secondo la tipologia davidica
intronizzato nel cielo come uomo celeste.

Gesù ha riferito questo titolo a se stesso, sia per alludere alla sua condizione umana
sia per indicare che egli è il Re universale e definitivo. Più avanti torneremo su questo titolo.

6 Cf. A. Sacchi, La morte del Messia, YoucanPrint SelfPublihing, 1 ed. digitale 2015, pp. 53-55.

Una presentazione sintetica sullo stato attuale della ricerca per quanto riguarda l’espressione “il figlio
7

dell’uomo” in R. Penna, I ritratti originali..., o.c., pp. 135-138.

8Il titolo figlio dell’uomo appare spesso anche nel libro di Ezechiele riferito in genere al profeta stesso
(e qualche volta nei Salmi e in Isaia) per indicare semplicemente la condizione umana, il fatto che qualcuno è
un uomo. Cf, ad esempio, Ez 2,1; Sal 80 (79).