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RETI, SAPERI.

LINGUAGGI - Registrazione al Tribunale di Messina n° 3 del 2012

Corisco ..Marchio Editoriale.. EDAS Sas


via Concezione 6-8 Messina

Direttore Antonino Pennisi


Comitato scientifico
Francesco Ferretti, David Freeberg, Vittorio Gallese, Amelia Gangemi, Philip Johnson Laird, Paolo Leonardi, Alessandro Minel-
li, Sandro Nannini, Demetrio Neri, Pietro Perconti, Telmo Pievani, Alessio Plebe, Rui Braz Afonso.
Comitato redazionale
Domenica Bruni, Valentina Cardella, Vivian De La Cruz, Alessandra Falzone, Edoardo Fugali, Mario Graziano, Sebastiano
Nucera, Francesco Parisi, Maria Primo, Caterina Scianna.

Scopi scientifici ed editoriali


La rivista “Reti, Saperi, Linguaggi” promuove le proprie pubblicazioni all’interno della comunità scientifica, nazionale e inter-
nazionale, secondo le direttive del Consiglio Universitario Nazionale (adunanza dell’11 Marzo 2009, prot.n 372), dell’Anvur e
al decreto ministeriale del 28 luglio 2009, prot. n. 89/2009.
La selezione delle opere e degli articoli degni di pubblicazione avviene tramite peer review: il direttore approva le opere e
le sottopone a referaggio con il sistema del «doppio cieco» («double blind peer review process») nel rispetto dell’anonimato
sia dell’autore, sia dei due revisori che si scelgono: uno da un elenco deliberato dal comitato scientifico, l’altro dallo stesso
comitato in funzione di revisore interno.
Indice

4 Scienza cognitiva incarnata e modelli evoluzionistici


Domenica Bruni e Edoardo Fugali
12 Il ragionamento come superorganismo
Francesco Bianchini
19 Le categorie sociali e l’organizzazione lessicale-semantica delle conoscenze
Andrea Carnaghi, Francesco Foroni e Raffaella I. Rumiati
22 Psicoanalisi: semantica del transfert
Marco Casonato
33 Sviluppo Cognitivo e Naming Explosion,
il contributo dei modelli computazionali nello studio delle tappe fondamentali dell’acquisizione del linguaggio
Giuseppe Città
38 Aveva ragione Whorf? La lingua embodied/embedded
Vito Evola
44 Specie-specificità, linguaggio, rappresentazione: la tecnologia uditivo-vocale nel sapiens
Alessandra Falzone
48 “I limiti del mio corpo sono i limiti del mio mondo”. IL tema del corpo proprio nella riflessione filosofica contemporanea e
nella scienza cognitiva incarnata
Edoardo Fugali
57 Embodied simulation theory and intersubjectivity
Vittorio Gallese
65 Who is reading the neural activity? Sulla funzione “cognitiva” dei neuroni specchio
Paolo Giuspoli
73 Second nature. For a liberal naturalism of mathematics
Mario Graziano
77 Creatura collettiva. Note sul concetto di cognizione distribuita
Francesco La Mantia
82 Language patterns and innateness
Edoardo Lombardi Vallauri
88 La natura dinamica del suono tra fonetica e fonologia
Maria Primo
93 Constraining language theories. Learning and evolution
Maria Grazia Rossi
98 La sinfonia mimetica dei corpi
Maria Grazia Turri
106 Preghiere per una nazione malata. Le basi morali delle metafore di Silvio Berlusconi
Elisabeth Wehling
111 Linguaggio, evoluzione, cognizione. Per una revisione della grounded cognition
Alessandra Falzone
Scienza cognitiva incarnata e modelli
evoluzionistici1

Domenica Bruni - dbruni@unime.it


Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e dell’Educazione, Università di Messina
Edoardo Fugali - efugali@unime.it
Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e dell’Educazione, Università di Messina

1. 2.
Ogni qual volta ci troviamo di fronte ad un titolo di un Nel corso degli ultimi vent’anni ha progressivamente
libro, di una rivista o di un saggio che sembra farsi carico di preso corpo quella che a detta di molti interpreti verrebbe
un’analisi di questioni ancora aperte e intorno alle quali il a configurarsi come una vera e propria rottura paradig-
dibattito non sembra essere concluso né pacificato siamo matica nell’ambito delle scienze cognitive. In termini più
come spinti a chiederci se, arrivati in fondo nella lettura, precisi, la storia di questo complesso e composito campo
troveremo anche solo un indizio che ci consenta di acco- disciplinare sarebbe stata scandita da tre cesure rivolu-
starci in modo nuovo alle questioni in oggetto. Questa zionarie, ossia la scienza cognitiva di prima generazione,
appena descritta sembra proprio essere la sensazione che basata sull’intelligenza artificiale forte e sull’equiparazione
può suscitare questo volume dal titolo Scienza cognitiva – non solo metaforica – della mente umana al computer,
incarnata e modelli evoluzionistici. Senza dubbio si tratta di che data agli anni Cinquanta del secolo scorso; negli anni
una sfida ambiziosa. La scelta dei due temi non è casuale Ottanta questo indirizzo di ricerca è poi stato affiancato,
ma è motivata dalla convinzione che tanto l’evoluzionismo in direzione di un’integrazione reciproca o, più spesso, in
quanto la cognizione incarnata rappresentino una radica- quella di un antagonismo irriducibile, dall’affermarsi del
le rivoluzione la cui portata va a scalfire la concezione che connessionismo, che abbatte il dogma dell’equivalen-
l’uomo ha di stesso e il posto che da sempre le creature za mente/computer a favore di modelli maggiormente
umane occupano all’interno del mondo naturale. aderenti alla realtà biologica del cervello; infine, le ultime
La rivoluzione, seguendo lo schema di questo volume, decadi del secolo sono percorse da una terza ondata rivo-
percorre due strade. Una mette in relazione mente, corpo luzionaria, i cui rappresentanti si riconoscono nelle parole
e l’ambiente biologico, sociale e culturale in cui l’organi- d’ordine della nuova scienza cognitiva incarnata, riassun-
smo è situato. Numerosi processi cognitivi, infatti, sem- te nel fortunato slogan delle 4E – embodied, embedded,
brerebbero estendersi al di là dei rigidi confini del sistema enacted, extended: secondo la tesi fondamentale in cui
nervoso centrale e dello stesso corpo dal momento che questo approccio si sostanzia, la mente non è un sistema
sarebbero localizzabili all’interno dell’ambiente fisico e ric- isolato e conchiuso in se stesso, ma va indagata nelle rela-
co di trame sociali in cui l’organismo agisce. L’altra strada zioni essenziali che essa intrattiene col corpo e l’ambiente
a cui facciamo riferimento è quella tracciata dal naturali- biologico, sociale e culturale in cui l’organismo è situato.
sta inglese Charles Darwin che elaborò, in un’affascinante Ricostruire nel dettaglio le vicende di questa storia è
prosa britannica, la sua teoria dell’evoluzione per selezio- un compito che sicuramente esorbita dai limiti di questa
ne naturale estendendo le sue leggi anche alle creature introduzione, il che tuttavia non ci impedisce di offrire dei
umane ed elaborando così una genealogia naturale delle ragguagli al riguardo, per quanto sommari possano es-
nostre capacità intellettuali e morali (Franceschelli, 2009). sere. Se seguiamo la periodizzazione proposta da Varela
Darwin invita l’uomo a scendere dal suo trono negando (1992), possiamo distinguere quattro stadi di sviluppo del-
che la diversità tra uomo e mammiferi superiori riguardo la scienza cognitiva: 1) un prologo, individuato in quella
le loro facoltà mentali sia qualitativa. che Varela chiama “l’età dei padri fondatori” (1943-1953),
Anche la moralità, le inclinazioni e le attitudini ad essa con- che assiste alla nascita della cibernetica; 2) l’ascesa e la fio-
nesse, lontane dall’essere prerogative umane, sono declinate ritura della scienza cognitiva classica propriamente detta;
come un volto maturo delle inclinazioni sociali che ci acco- 3) il connessionismo e 4) l’approccio incorporato/enattivo.
munano agli altri animali e come risultato di un progressivo L’impresa culturale della cibernetica è animata dal pro-
miglioramento delle facoltà mentali che condividiamo con posito di fondare una scienza naturale del pensiero e della
le altre creature. Charles Darwin ci consente di ragionare, conoscenza capace di spiegare questi fenomeni facendo
proprio nel modo in cui siamo abituati a fare oggi, sulla na- esclusivo riferimento a processi meccanici e modelli mate-
tura umana. In alcuni saggi che compongono questo volume matici. McCulloch e Pitts (1943) ad esempio partono dalla
emerge come la concezione evoluzionista della natura uma- duplice assunzione secondo cui a) la logica fornisce i modelli
na elaborata da Darwin viene fatta propria anche da molte esplicativi del pensiero e b) il cervello, a livello dei suoi ele-
discipline, come le neuroscienze, la psicologia, l’etologia, menti costitutivi, i neuroni, e delle connessioni che questi in-
impegnate ad aggiungere qualcosa di nuovo al programma trattengono, incorpora una struttura logica, tale da renderne
darwiniano con l’intento di portalo a compimento. Esiste, possibile l’equiparazione a una macchina deduttiva. È sulla
dunque, un mondo prima di Darwin e uno dopo l’elabora- base di queste idee Von Neumann elabora il suo modello
zione delle sue teorie, un mondo in un certo senso affrancato di macchina calcolatrice, basato sull’architettura seriale che
dall’idea che cultura, civiltà e progresso fossero il risultato di prende il suo nome. I risultati generali della cibernetica pos-
forze misteriose e indescrivibili dall’indagine scientifica. sono dunque essere elencati in sintesi come segue:

1. Il primo e il terzo paragrafo di questa Introduzione sono stati scritti da Domenica Bruni e il secondo da Edoardo Fugali. Il paragrafo conclusivo è opera
di entrambi gli autori.

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1. l’adozione della logica matematica per la compren- priamente la sola dimensione in cui è lecito attribuire agli
sione dell’attività del sistema nervoso e del pensiero stati mentali efficacia causale. L’architettura della mente è
umano; poi modulare (Fodor, 1983), giacché essa consiste di una
2. la fondazione di una metadisciplina, come la teoria molteplicità di sottoinsiemi specializzati che espletano le
dei sistemi, cui spetta il compito di formulare principi loro funzioni indipendentemente gli uni dagli altri, ferma
universali che valgano per tutti i sistemi complessi; restando la natura amodale del codice simbolico impiega-
3. la teoria dell’informazione come teoria statistica della to nelle computazioni, laddove tali funzioni sono descri-
trasmissione dei segnali e dei canali di comunicazio- vibili in termini di processi meccanici conformi a leggi e
ne; procedono nell’ordine della genesi dal semplice al com-
4. la possibilità di creare robot e sistemi capaci di auto- plesso, in conformità all’approccio composizionale che del
organizzazione. modularismo è un logico corollario.
La tesi fondamentale che caratterizza la rivoluzione co- Già negli anni della cibernetica erano stati sviluppati
gnitivista (che si diffonde a partire dal 1956, l’anno delle approcci alternativi al programma computazionale, mossi
celebri conferenze di Cambridge e Dartmouth) è che l’in- da una generale insoddisfazione nei confronti dell’assunto
telligenza emula nei suoi tratti fondamentali il funziona- teorico secondo cui nel cervello è possibile individuare al-
mento di un computer, al punto che la cognizione può goritmi computazionali e unità centrali di elaborazione. Il
essere definita in termini di computazioni eseguite su cervello in realtà non immagazzina informazioni avvalen-
rappresentazioni simboliche, dotate di valore rappresen- dosi di codici rigidi ed esatti; la sua attività si basa piutto-
tativo (Newell & Simon, 1972; Fodor & Pylyshyn, 1988). I sto su una fitta e complessa rete di connessioni tra neuroni
due concetti fondamentali che stanno alla base di questa che mutano in continuazione al variare delle nostre espe-
ipotesi sono quello di rappresentazione e di intenzionali- rienze e mostrano poteri di auto-organizzazione che non
tà: i simboli posseggono entrambe queste proprietà, ossia trovano riscontro nei modelli logici di indole cognitivista.
rappresentano sotto determinate modalità gli oggetti del Con l’affermarsi del modello cognitivista, queste ipotesi
mondo e vertono su di essi. Gli stati intenzionali e le rap- retrocedono sullo sfondo, per venire poi riesumate soltan-
presentazioni sono realizzati fisicamente sotto forma di to sul finire degli anni settanta, in concomitanza alla con-
un codice simbolico implementato dal cervello o da una temporanea rinascita dell’idea di auto-organizzazione in
macchina, il che non vale soltanto a mostrare in che modo fisica e della matematica non-lineare. A questo rinnovato
gli stati intenzionali e le rappresentazioni sono fisicamen- interesse hanno contribuito due motivi di insoddisfazione
te possibili, ma richiede che venga spiegato anche come per i modelli cognitivistici, ai quali veniva imputato 1) di
essi possano determinare causalmente il comportamento concepire i processi di elaborazione dei simboli in termini
intelligente. È qui che entra in gioco la nozione di simbolo, di operazioni seriali e 2) di aver insistito sulla natura loca-
inteso come un’entità di natura fisica dotata al contempo lizzata e modulare di questi processi: il malfunzionamento
di valore semantico: viene dunque istituito un parallelismo di una parte del sistema compromette in maniera signifi-
forte tra il piano fisico, ossia le operazioni sintattiche effet- cativa il funzionamento globale del sistema stesso, il che
tuate da una macchina, e il piano semantico delle rappre- di fatto non avviene in sistemi biologici quali il cervello,
sentazioni e dell’intenzionalità, al fine di mostrare come che lavorano secondo una modalità distribuita e parallela.
l’intelligenza e l’intenzionalità siano essenzialmente ricon- Le capacità adattive del cervello e il grado d’immunità che
ducibili a un meccanismo che obbedisce a leggi fisiche. Va esso presenta quando si verificano danneggiamenti non
detto che per quanto sia necessaria la realizzazione fisica vengono dunque spiegati in maniera soddisfacente sulla
del livello simbolico, questo resta irriducibile al medium base del paradigma computazionale classico. Di quest’ap-
materiale, vale a dire che è indifferente quale specifica mo- proccio il connessionismo mantiene l’acquisizione fonda-
dalità di realizzazione venga prescelta per implementare i mentale secondo cui i processi mentali sono da definire in
processi computazionali. In questa prospettiva, la mente termini di computazioni, ma se ne differenzia per il fatto di
funziona come un elaboratore di rappresentazioni interne rifiutare l’equivalenza tra la computazione e la manipola-
al sistema, in cui è possibile individuare un’istanza piani- zione di simboli logici. In una rete neurale i processi com-
ficatrice centrale che processa le informazioni secondo la putazionali occorrono in modo distribuito e parallelo, per
sequenza lineare input/manipolazione di simboli/output, cui l’attività rappresentativa emerge come una proprietà
laddove gli aspetti sensori-motori della cognizione si limi- globale del sistema non riconducibile a manipolazioni
tano alle informazioni veicolate dalle percezioni in entrata puntuali e localizzate eseguite sui simboli discreti del lin-
e alle risposte comportamentali in uscita. Il cognitivismo guaggio del pensiero, dal momento che ad essere deter-
classico riesce dunque ad elaborare una concezione del- minante è la configurazione complessiva della rete, il che
la mente compatibile con i requisiti di scientificità del richiede l’impiego di strumenti matematici maggiormente
meccanicismo fisicalistico, ma al prezzo di estromettere sottili e sofisticati, quali le equazioni differenziali non-line-
dall’ordine di considerazione prescelto due caratteristiche ari. Il funzionamento concreto del cervello viene emulato
che la psicologia del senso comune attribuisce agli stati attraverso i modelli basati sulle reti neurali: ai simboli e alle
mentali, ossia il loro essere consci e la loro appartenenza regole vengono sostituite le connessioni dinamiche tra i
a un soggetto unitario. In primo luogo, i processi mentali neuroni, concepiti come elementi semplici, ognuno dei
indagati dagli scienziati della cognizione sono inconsci e quali opera in un ambiente strettamente delimitato, men-
subpersonali, nel senso radicale di una costitutiva incapa- tre il sistema nel suo complesso emerge spontaneamen-
cità da parte del soggetto che ne è il portatore di accede- te dall’azione reciproca di tutti gli elementi componenti,
re ad essi sul piano della consapevolezza: ciò di cui siamo senza che sia necessario postulare un’unità di elaborazio-
coscienti è al massimo una proiezione epifenomenica di ne centrale. È dunque il carattere di auto-organizzazione
manipolazioni computazionali che hanno luogo a un livel- dinamica esibito dalle reti neurali quanto spiega il passag-
lo profondo rispetto a quello apparente, ed è questa pro- gio dal livello locale al livello globale, dato che gli elementi

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significativi di un sistema dinamico come il cervello non predefiniti, ma nella produzione attiva di strategie dipen-
sono i simboli, ma i modelli complessi che descrivono denti dal contesto in cui gli agenti cognitivi sono collocati,
in termini di vettori di attivazione le configurazioni che dato che la mente non è un dispositivo di immagazzina-
emergono dalla rete delle connessioni neurali. Viene così a mento e di elaborazione di dati, ma un organo di controllo
cadere uno dei dogmi centrali della scienza cognitiva clas- del corpo biologico nelle sue interazioni con l’ambiente
sica, ossia il postulato dell’esistenza di un livello simbolico (Clark, 1997). Questo mutamento di prospettiva comporta
separato, che funga da mediatore tra il piano semantico e una critica radicale del concetto di rappresentazione in-
quello fisico-meccanico. Il problema di quest’approccio è valso nella scienza cognitiva tradizionale: il termine stesso
che non riesce a spiegare in che modo delle unità simboli- postula l’esistenza di un mondo già dato, che in seconda
che discrete possano ottenere il loro significato. Secondo istanza le nostre attività cognitive si incaricherebbero di
i fautori dell’approccio connessionistico, il significato non riprodurre in modo speculare. A questo concetto i teorici
va localizzato in singole unità simboliche, ma è la funzione dell’enattivismo contrappongono il modello della com-
di uno stato complessivo del sistema, che emerge dalle in- prensione, da intendere come un processo circolare nel
terazioni tra le sue unità, di gran lunga più “fini” di quanto quale individuo e ambiente sono i termini di una relazione
non siano i simboli. Ciò ha indotto molti teorici a postulare inscindibile che li precede entrambi e in cui agire e cono-
l’esistenza di un livello sub-simbolico che, se non coincide scere sono reciprocamente implicati nella produzione di
con quello biologico, sembra tuttavia ad esso molto più un mondo che siamo noi stessi a rifigurare di continuo.
vicino di quanto non sia il livello simbolico. È evidente riguardo a questo punto l’intento di riallac-
Secondo gli esponenti della scienza cognitiva incarna- ciarsi alla tradizione ermeneutica e fenomenologica e ai
ta, il cui atto di nascita ufficiale può essere ricondotto al suoi esponenti di punta, quali soprattutto Heidegger e
volume collettivo di Varela, Thompson e Rosch (1991), tan- Merleau-Ponty, perseguito già con un notevole anticipo
to il cognitivismo classico, quanto il connessionismo sono rispetto all’affermarsi del paradigma embodied/enacted da
affetti dall’ipoteca dell’eredità cartesiana, data l’enfasi da H. Dreyfus intorno ai primi anni Settanta del secolo scorso.
essi posta sul ruolo esclusivo della mente/cervello nella Dreyfus imputa in sostanza alla scienza cognitiva tradizio-
genesi dei processi cognitivi, a prescindere dall’apporto nale la pretesa di ricondurre l’intelligenza a leggi espres-
dei processi sensori-motori corporei e dei fattori ambien- se in algoritmi formali che governano processi interni di
tali che pure concorrono a forgiare e a definire la cognizio- computazione in modo indipendente dal contesto. A
ne. Intesa in senso più ampio, la cognizione presuppone rendere problematica l’assimilazione del comportamento
invece l’esercizio di capacità percettive e motorie che di- umano a questo modello è il fatto che la nostra capacità di
pendono direttamente da caratteristiche del corpo fisico risolvere problemi e di entrare in relazione con gli oggetti
e il suo essere situata ed estesa in uno specifico contesto del mondo e le altre persone presuppone una conoscenza
ambientale (Wilson & Foglia, 2011). In questa prospettiva, di sfondo tacita che non è codificata in formato proposi-
gli stati cognitivi non sono più equiparabili a rappresenta- zionale, ma discende da abilità pratiche spesso implicite e
zioni interne di un sistema isolato, passivamente esposto altamente sensibili al contesto dell’azione (Dreyfus, 1972;
agli impatti che gli stimoli sensoriali di input provenienti 1992). Dreyfus si riallaccia qui a due nozioni chiave della
dal mondo esterno esercitano su di esso, ma sono prodot- filosofia heideggeriana, che costituiscono un precedente
te da un agente già sempre in relazione col suo mondo teorico importante per l’enattivismo, ossia l’essere-nel-
ambiente. È su questa caratteristica che insiste in partico- mondo e la distinzione tra utilizzabilità e semplice-presen-
lare l’approccio enattivista, che possiamo sintetizzare nei za. L’essere-nel-mondo, afferma Heidegger (1927), è una
cinque punti seguenti (Thompson, 2007:13): struttura costitutiva dell’esistenza, in cui si esprime l’aper-
1. gli esseri viventi sono agenti autonomi capaci di pro- tura originaria e intenzionale dell’Esserci – ossia dell’indi-
durre e di mantenere in vita se stessi, delineando al viduo umano – verso un mondo che lo trascende e con
tempo stesso i propri domini cognitivi; cui nondimeno intrattiene una relazione di intrinseca ap-
2. il sistema nervoso nel suo complesso – e non soltanto partenenza, nonché il suo carattere di progettualità. Nel
il cervello – è un sistema autonomo e dinamico che suo commercio quotidiano col mondo, in cui non è sem-
genera le proprie configurazioni d’attività grazie a una plicemente inserito come un oggetto inerte in un conteni-
rete circolare di connessioni neurali rientranti; tore, ma che contribuisce esso stesso a forgiare nella sua
3. la cognizione consiste nell’esercizio di abilità pratiche fisionomia caratteristica, l’Esserci si rapporta alle cose an-
nel corso di azioni situate e incorporate; zitutto in quanto utilizzabili. Solo in situazioni limite, qua-
4. il mondo non è un dominio esterno da cui l’organismo li l’improvvisa perdita di funzionalità che uno strumento
agente è segregato, ma una struttura relazionale che può subire a causa di una rottura o di un guasto, o nel caso
emerge dagli accoppiamenti adattivi che l’organismo dell’adozione deliberata dell’atteggiamento teoretico, le
pone in essere con l’ambiente; cose si appalesano all’Esserci nel modo della semplice-
5. l’esperienza cosciente non è un abbellimento epife- presenza, ossia a partire da un’attitudine obiettivante che
nomenico che si limita a tingere gli stati computazio- spoglia l’oggetto di ogni determinazione che non sia quel-
nali o neurofisiologici di una coloritura qualitativa, ma la fisica della localizzazione spazio-temporale. Strettamen-
svolge un ruolo centrale per la comprensione del fun- te apparentata all’accezione heideggeriana di utilizzabilità
zionamento della mente. è la nozione di affordance (dal tedesco Aufforderung) che
Rispetto alla scienza cognitiva di prima e seconda ge- lo psicologo J. J. Gibson (1979) riprende dalla psicologia
nerazione l’approccio enattivo promette dunque un pieno della Gestalt a designare le caratteristiche degli oggetti
recupero della dimensione dell’esperienza soggettiva, così che ci spingono irresistibilmente a prenderli tra le mani
come è stata codificata nella psicologia del senso comune. e a farne uso. I nostri sistemi percettivi sono sintonizzati
I processi di conoscenza che caratterizzano la nostra pras- direttamente con le affordances mondane senza che sia
si ordinaria non consistono nella risoluzione di problemi necessaria l’intermediazione di rappresentazioni interne: il

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sistema visivo non deve risolvere il problema di ricostruire li amodali indipendenti dal contesto, le nostre capacità
nella sua pienezza un mondo tridimensionale di oggetti concettuali sono modellate e strutturate da pattern ricor-
a partire dalle informazioni che rifluiscono nell’immagine renti di attività corporea, in particolare atti di simulazione
bidimensionale della retina, ma si relaziona direttamente percettivo-incorporata (Barsalou, 2008; 2009). Nella gene-
alle invarianti dell’arredo ambientale ottico grazie a mo- si dei concetti un ruolo fondamentale è svolto dalle me-
vimenti d’esplorazione che chiamano in causa l’attività tafore: persino i concetti più astratti sono in buona parte
corporea. Di tenore analogo sono le considerazioni di forgiati sulla base di una mappatura metaforica che ha nel
Merleau-Ponty (1945), che vede nella percezione l’istan- corpo il proprio dominio d’origine e può essere proietta-
za primaria che garantisce la nostra inerenza al mondo: ta in differenti domini bersaglio (Lakoff & Johnson, 1980;
la percezione sfocia direttamente sulle cose e non è fun- 1999);
zionale all’elaborazione di rappresentazioni da processare 1. immaginazione, memoria e ragionamento: anche
all’interno della testa, ma funge da dispositivo di controllo questi processi cognitivi di ordine superiore dipen-
dell’azione e di orientamento motorio. Coerentemente a dono da azioni incorporate che possono occorre-
questo assunto, Merleau-Ponty può così proporre una vi- re in tempo reale, nel caso delle nostre interazioni
sione della cognizione come processo integrato costituito immediate con l’ambiente durante l’esecuzione di
dalla sinergia tra organismo, corpo e mondo sulla base di compiti cognitivi complessi, o off-line, qualora il
un ampliamento della nozione tradizionale di intenziona- compito non venga effettivamente eseguito, ma
lità: nell’“arco intenzionale” rifluiscono infatti a pari titolo solo immaginato o ricordato. L’imitazione incorpo-
non solo il momento percettivo, ma anche quello motorio rata delle azioni altrui svolge inoltre un ruolo non
e pratico. Centrale nell’impostazione di Merleau-Ponty è secondario nella cognizione sociale e presuppone
il concetto di corpo vivo, o corpo proprio, le cui capacità l’esistenza di un meccanismo di risonanza – i neu-
motorie danno luogo all’intenzionalità originaria dell’“io roni-specchio – che ci consente di riconoscere in
posso”, per il quale primaria è non la capacità di produrre modo immediato prima di ogni inferenza gli altri
rappresentazioni fungenti da intermediari mentali tra noi in quanto persone simili a noi (Gallese & Goldman,
e il mondo, ma l’autotrascendersi dell’esistenza verso cose 1998; Rizzolati & Sinigaglia, 2006);
già immediatamente dotate di un significato. Già prima di 2. linguaggio e comunicazione: il significato non è
Merleau-Ponty tuttavia era stato il tardo Husserl (1952) ad un’entità astratta codificata a livello profondo in un
aver attratto l’attenzione sulla centralità del corpo proprio “linguaggio del pensiero”, in cui vengono tradot-
nella genesi della percezione oggettuale, nella costituzio- te le informazioni fisiche provenienti dal mondo
ne del nostro senso di autoconsapevolezza e nelle relazio- esterno, né il linguaggio può essere spiegato sol-
ni intersoggettive che intratteniamo con le altre persone. tanto sulla base della corrispondenza arbitraria di
Il corpo si configura in Husserl come un sistema integrato simboli disincarnati alle entità del mondo esterno
di percezioni sensoriali, propriocettive, cinestesiche e af- e delle regole composizionali che presiedono alla
fettive che determinano il riferimento a sé dei vissuti d’e- loro combinazione nella produzione di enunciati.
sperienza e al contempo la sintesi multimodale delle diffe- Tanto all’apprendimento del linguaggio quanto
renti sorgenti di informazione sensoriale, in modo tale da al suo esercizio prendono parte esperienze per-
consentire la formazione di percetti unitari diretti inten- cettive e concettuali relative al contesto in cui gli
zionalmente verso oggetti compiuti. Oltre a ciò, il corpo enunciati sono prodotti che rilevano da pattern di
proprio è l’operatore che veicola e mobilita le risorse sen- attività incorporata
sori-motorie necessarie per l’empatia e per l’attribuzione In conclusione, come anche questa breve rassegna sem-
ad altri soggetti di vissuti intenzionali analoghi ai nostri. bra in grado di suggerire, il paradigma embodied sembra
Proviamo ora a gettare un rapido sguardo sulle aree di promettere non solo sul piano delle enunciazioni teoriche
ricerca in cui il paradigma embodied si è dimostrato più ma anche su quello della ricerca sperimentale una visione
fertile, che possiamo classificare sommariamente nell’e- maggiormente aderente alla complessità e alla concre-
lenco seguente (cfr. Gibbs, 2005; Wilson & Foglia, 2011): tezza delle interazioni tra gli agenti cognitivi e il loro am-
il tema dell’identità personale e della consapevolezza di sé: biente, e una spiegazione più plausibile del modo in cui
il modo in cui facciamo esperienza della persona che noi vengono a generarsi l’autoconsapevolezza e il senso del
stessi siamo e le relative ascrizioni di significato sono mo- proprio sé personale. Quest’approccio si contraddistingue
dulate dal nostro senso di autoconsapevolezza corporea e inoltre per il suo valore euristico, nel momento in cui è ca-
dal particolare corpo che ci capita di essere. In particolare, pace di dare conto entro un’ottica integrata e in modo em-
sono le regolarità esibite dall’esperienza cinestesico-tattile piricamente plausibile di un ampio spettro di fenomeni, e
a costituire non solo il nostro sé nucleare a livello sensori- per la sua capacità di chiamare in causa, come del resto è
motorio, ma anche le rappresentazioni di ordine superiore avvenuto per la scienza cognitiva di prima e seconda ge-
che lo riguardano; nerazione, uno spettro estremamente ampio di discipline,
percezione e azione: la percezione non è un processo in- in cui confluiscono l’analisi descrittiva fenomenologica, la
ferenziale interno alla mente/cervello scomponibile in sta- filosofia della mente, la biologia evoluzionistica, le neuro-
di di elaborazione computazionale su informazioni estrat- scienze, la psicologia dello sviluppo e la robotica di ultima
te da invarianti ambientali statiche, ma è intrinsecamente generazione, incentrata sull’ambizioso programma di ri-
connessa alle attività esplorative esercitate dal corpo in cerca sull’Artificial Life. Un limite difficilmente aggirabile, di
movimento, che concorrono a determinarla nel corso di cui l’embodied cognition è affetta soprattutto nelle sue ver-
accoppiamenti strutturali e ricorsivi tra organismo e am- sioni più radicali, consiste tuttavia nell’aver voluto sotto-
biente (cfr. Noë, 2004; 2009; O’Regan & Noë , 2001); porre a una condanna senza appello affrettata e per molti
concettualizzazione: contrariamente alla concezione versi non giustificata la nozione di rappresentazione, pre-
tradizionale, secondo cui i concetti consistono di simbo- cludendosi così la possibilità di spiegare compiutamente

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aspetti della cognizione quali il problem solving, il decision spongono di un notevole potere coercitivo. Scrive ancora
making, il ragionamento e il calcolo deduttivo-inferenziale Durkheim:
e l’immaginazione controfattuale (Wilson & Foglia, 2011;
Shapiro, 2011). È un fatto che per indagare esaustivamen- Indubbiamente, quando mi conformo ad essi di mia sponta-
te l’origine di questi fenomeni l’azione incorporata e i pat- nea volontà, questa coercizione non si fa sentire, o si fa senti-
tern ricorrenti di attivazione sensori-motoria costituiscono re poco, perché è inutile. Ma essa rimane tuttavia un carattere
una base empirica troppo esile e che i modelli rappresen- intrinseco di tali fatti. […] Essi consistono in modi di agire, di
tazionali e simbolici tradizionali possono cooperare con pensare e di sentire esterni all’individuo, e dotati di un potere
quelli embodied in un’ottica integrata, come suggerito dal di coercizione in virtù del quale si impongono ad esso. Di con-
“rappresentazionalismo minimale” propugnato da Clark seguenza essi non possono venire confusi né con i fenomeni
(1997: 174-175), secondo cui le rappresentazioni sono organici, in quanto consistono di rappresentazioni e di azioni,
strutture semplici, localizzate nello spazio e nel tempo, co- né con i fenomeni psichici, i quali esistono soltanto nella e me-
dificate secondo molteplici formati e orientate all’azione. diante la coscienza individuale. Essi costituiscono quindi una
Non è necessario postulare un linguaggio del pensiero o nuova specie, e a essi soltanto deve essere data e riservata la
del cervello che codifichi le informazioni secondo il mede- qualifica di sociali (trad. it., 1963: 27).
simo formato e in tutte le specificazioni possibili, dato che
gli eventi interni possono includere sia i processi neurali È chiaro come in un siffatto modello che porta con sé
che possono essere spiegati con l’ausilio della teoria dei un esplicito riferimento al primato dei fattori educativi e
sistemi dinamici, ma anche strutture rappresentazionali ambientali occorra analizzare, seppur brevemente, il mo-
interne nel senso classico. dello di apprendimento a cui si fa riferimento, ossia l’asso-
ciazionismo. Per il modello associazionista la mente è una
tabula rasa su cui la cultura imprime i contenuti. La natura
3. umana, proprio perchè priva di determinazioni cognitive
interne, si classificherebbe come incompleta, plastica e
Studiare la cultura è stata da sempre una caratteristica duttile. L’esperienza assume un ruolo centrale e si sostie-
propria degli antropologi e più in generale delle scienze ne che tutto ciò che caratterizza le creature umane sia da
sociali. Tuttavia, se si esamina come le scienze sociali af- ascrivere ai processi di apprendimento. La cultura diventa
frontano la cultura si nota l’assenza di una definizione che qualcosa che si apprende. Questo sancisce una sorta di
metta d’accordo gli studiosi. Su una cosa in effetti concor- primato dei fattori esterni all’individuo e una concezione
dano, ossia nel considerare il loro oggetto di studio svin- della mente priva di qualsiasi tipo di determinazione in-
colato dalla biologia degli individui e autonomo rispetto terna. Un simile modello, tuttavia, non sembra plausibile
alle loro caratteristiche psicologiche. L’idea reiterata dalle da un punto di vista cognitivo. Resta, infatti, inevasa la
scienze sociali è che le creature umane siano animali cultu- domanda su che genere di architettura cognitiva debba
rali, ossia che tutto ciò che caratterizza il nostro comporta- possedere un individuo perché il modello proposto dai
mento sia determinato dalle pratiche sociali che veicolano sostenitori del MSSS funzioni. Proviamo a fornire un esem-
la trasmissione di valori e credenze (il linguaggio verbale pio prototipico utile a spiegare questa affermazione. Co-
rappresenta il meccanismo principale di trasmissione), loro che sostengono il MSSS considerano il linguaggio
escludendo qualsiasi considerazione di natura biologica e uno strumento grazie al quale è possibile la trasmissione
psicologica. I fatti culturali sono, secondo questa visione, dei fatti sociali. Sia nella filogenesi che nell’ontogenesi si
autonomi. Siamo di fronte, dunque, a una prospettiva che assiste ad un forte legame tra linguaggio e cultura. Nella
non si cura di ciò che costituisce i singoli individui, ma si filogenesi, infatti, la presenza della cultura sembra coinci-
sbilanciata verso le pratiche collettive che caratterizzano i dere con la nascita del linguaggio (Deacon, 1997; Tatter-
gruppi sociali. Scrive Émile Durkheim: «Vi sono […] modi sal, 1998) e se il nostro sguardo si sposta sull’ontogenesi
di agire, di pensare e di sentire che presentano la notevole notiamo che nello sviluppo individuale acquisire un lin-
proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali» guaggio significa fare proprie e comprendere le pratiche
(trad. it., 1963: 25). I doveri dettati dai costumi e dal diritto, sociali e dunque la cultura in cui si è immersi. Per questo
le credenze e le pratiche della vita religiosa, il sistema dei motivo l’analisi dell’acquisizione del linguaggio sembra
segni che ciascuno di noi utilizza per esprimersi, il sistema essere un ottimo banco di prova per la plausibilità cogni-
monetario sono cose che esistono prima dell’individuo tiva del modello culturalista dal momento che ne costitu-
proprio «perché esistono al di fuori di lui». Si delinea così isce uno degli esempi maggiormente perspicui. Il lessico
da un lato un mondo culturale completamente privo di è senz’altro un aspetto del linguaggio che è sicuramente
vincoli con gli esseri umani in carne e ossa, dall’altro un appreso. La conoscenza del significato delle parole, infat-
modo di procedere dell’indagine scientifica caratterizzata ti, rappresenta «il caso di apprendimento più chiaro che si
profondamente dalla separazione tra fatti sociali e biologi- possa immaginare. Nessuno nasce con la conoscenza del
ci. John Tooby e Leda Cosmides (1992) si riferiscono a una significato della parola inglese rabbit» (Bloom, 2000:15).
simile prospettiva che giunge a una concezione dualistica Tuttavia l’associazionismo empiristico non è affatto una
della natura umana usando l’espressione “Metodo stan- strada promettente. La maggioranza dei risultati che pro-
dard delle scienze sociali” (MSSS). È immediatamente chia- vengono dalla psicologia dello sviluppo, infatti, mal si
ro quale genere di problema emerga da una concezione accordano con questo genere di modelli di acquisizione
dualista. Il problema è il seguente: come interagiscono i lessicale sostenuti dall’idea di una mente povera e priva
due fenomeni? Chi adotta la prospettiva del MSSS sostie- di alcun tipo di determinazione. Sembra alquanto lontano
ne che è l’agire nella società che consente agli individui dalla realtà dei fatti che un bambino impari il significato
di introiettare la complessità dell’organizzazione culturale della parola “coniglio” perché fa caso al fatto che la parola è
che si agita fuori di lui dal momento che i fatti sociali di- pronunciata in presenza di conigli. Le parole normalmente

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non sono usate in presenza dei loro referenti. Secondo lo
psicologo Paul Bloom l’apprendimento del lessico è affi- Vi è qualcosa di meraviglioso in questa concezione della vita, con le
sue molte capacità, che inizialmente fu data a poche forme o a una
dato oltre a varie capacità come comprendere la struttura sola e che, mentre il pianeta seguita a girare secondo la legge im-
sintattica delle frasi, acquisire concetti, avere memoria e mutabile della gravità, si è evoluta e si evolve, partendo da inizi così
altre capacità simili, soprattutto al possesso di una teoria semplici, fino a creare infinite forme estremamente bellissime e me-
della mente, ossia alla capacità di mettersi nei panni degli ravigliose (Darwin, 1859, trad. it. pp. 553-4).
altri e di inferirne le intenzioni (nel caso dell’acquisizione
del lessico, Bloom si riferisce a intenzioni referenziali). La Ogni cosa ha avuto una storia e quando saremo in
conseguenza di tutto ciò è che le creature umane sia per grado di osservare ciò che ci circonda in questo modo
apprendere il linguaggio e la cultura sia per la loro trasmis- diventerà più interessante lo studio della storia naturale.
sione necessitano di una architettura cognitiva comples- Quando parliamo di ‘evoluzione’ non facciamo riferimento
sa e innata. Lo studio comparato delle culture, inoltre, fa solo alla bellezza e alla semplicità di un’idea e di un’intu-
emergere la presenza di un set ricco di emozioni, compor- izione ma ci riferiamo ad un fatto concreto che, nel cor-
tamenti, visioni del mondo, di ciò che possiamo definire so del tempo, i biologi hanno contribuito a spiegare e a
“universali” umani. Con lo sviluppo delle tecniche di neu- dimostrare. Psicologia e biologia, pur non condividendo
roimaging è stato possibile migliorare la conoscenza di se- una medesima prospettiva, hanno in comune l’attenzio-
zioni del cervello coinvolte in compiti specifici, come l’ela- ne al legame tra corpi e comportamenti (Baldwin, Piaget,
borazione sensoriale, l’attenzione, la memoria e i processi Koffka) e al modo in cui questi elementi interagiscono e si
decisionali. I progressi delle neuroscienze stanno mostran- relazionano tra loro. La psicologia, secondo Piaget (1977)
do sempre di più come l’intricata e elaborata architettura ha origine proprio quando l’organismo manifesta un com-
cognitiva sia influenzata da fattori genetici. Scrive Richard portamento rispetto a certe situazioni esterne e risolve dei
Dawkins nell’incipit de Il gene egoista: problemi. Gli psicologi, dunque, mettono al vertice della
loro indagine un particolare aspetto del comportamento
La vita intelligente su di un pianeta diventa tale quando, per vale a dire il “mentale”. Il diffondersi dell’evoluzionismo ha
la prima volta, elabora una ragione della propria esistenza. Se favorito la nascita di un nuovo tipo di psicologia definita
delle creature superiori provenienti dallo spazio mai visiteran- evoluzionistica. È lo stesso Darwin a indicare la strada fu-
no la Terra, la prima cosa che domanderanno, per stabilire il tura derivante dall’applicare la sua teoria e i suoi principi
nostro livello di civilizzazione, sarà: “Hanno già scoperto l’evo- all’indagine della natura umana universale e lo fa nel capi-
luzione?”. Organismi viventi sono esistiti sulla terra senza mai
tolo conclusivo dell’Origine delle specie:
sapere perché, per più di tre miliardi di anni prima che uno di
essi cominciasse a intravedere la verità. Il suo nome era Char-
Per l’avvenire vedo campi aperti a più importanti ricerche,
les Darwin (trad. it., 1992, p.19).
la psicologia sarà sicuramente basata su nuove fondamen-
ta, quelle della necessaria acquisizione di ciascuna facoltà
Dello stesso parere sembra essere Michael Shermer, bio- e capacità mentale per gradi. Molta luce si farà sulla origine
logo sperimentale e professore di economia alla Claremont dell’uomo e sulla sua storia (Darwin, 1859, trad. it. p. 552).
Graduate University che nel suo Why Darwin Matters: The
Case Against Intelligent Design (2006) attribuisce un ruolo Secondo Darwin la psicologia avrà una nuova fondazio-
centrale all’evoluzionismo per il progresso della conoscen- ne che si baserà sui principi propri della selezione naturale
za scientifica. Dalle parole di Shemer: «Darwin è importante responsabili dell’evoluzione delle capacità umane. Se le
perché l’evoluzione è importante. L’evoluzione è importan- nostre capacità cognitive si sono evolute al pari dell’an-
te perché la scienza è importante. La scienza è importante datura bipede e della postura che ci caratterizzano, esse
perché rappresenta la storia fondante del nostro tempo, sono soggette, dunque, alla selezione naturale. In un certo
una saga epica che ci racconta chi siamo, da dove venia- senso questo potrebbe essere considerato un modo piut-
mo e dove stiamo andando». Viviamo in un universo pieno tosto minimalista di declinare la nuova psicologia ma, se
di meraviglie e di stravaganze, i cui misteri la scienza sta vogliamo, è proprio questo senso che crediamo non susci-
contribuendo a svelare. Una di queste meraviglie è l’evolu- ti disaccordo fra gli studiosi o fra coloro che fanno propria
zione, un concetto tanto affascinante quanto controverso la teoria della selezione naturale e la straordinaria rivo-
e dibattuto. La causa delle numerose controversie credia- luzione intellettuale che essa porta con sé. La psicologia
mo risieda in un motivo ben preciso: nessun fatto, nessuna evoluzionistica è caratterizzata da particolari interrogativi
indagine scientifica ci coinvolge in prima persona come la incentrati sull’origine della mente umana (Buller, 2005) e
teoria dell’evoluzione per selezione naturale. «Ciò di cui si viene ritenuta una sorta di paradigma unificante che sa-
è una piccola parte non può essere né un mezzo per sé, né rebbe in grado di spiegare come nel corso della storia si
un fine al di là di sé» scrive Telmo Pievani ne La vita inaspet- siano evolute le diverse funzioni della cognizione umana.
tata (2011: 232). E «ciò di cui si è una piccola parte» siamo Essa è un particolare tipo di approccio alle scienze psico-
noi, creature umane, profondamente convinti che l’intellet- logiche in cui i principi guida e i risultati derivanti dalla
to sia l’unico scopo di questo mondo e ossessionati dal no- biologia evoluzionistica, dalle scienze cognitive, dall’an-
stro posto nell’universo. L’evoluzione avvicina, in un’unica tropologia e dalle neuroscienze vengono integrati con la
catena dell’essere, tutte le creature quelle ancora viventi e psicologia con un fine ben preciso, ossia dare vita a una
quelle scomparse già da molto tempo e ci insegna non solo mappatura della natura umana. Con il termine “natura
che siamo tutti imparentati, ma che siamo anche il prodot- umana”, gli psicologi evoluzionisti si riferiscono all’indivi-
to di forze impersonali e cieche. duazione di tutto ciò che caratterizza l’architettura com-
Questo aspetto, da alcuni celebrato e da altri scettica- putazionale e neurale della mente e del cervello tipica
mente respinto, rappresenta il cuore dell’evoluzione che delle creature umane. Secondo tale visione, le compo-
Charles Darwin nel capitolo conclusivo dell’Origine delle nenti funzionali dell’architettura cognitiva sono state pro-
specie (1859) descrive con queste parole: gettate dalla selezione naturale per risolvere i problemi

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adattativi che i nostri progenitori si sono trovati di fronte dell’esperienza soggettiva in cui ha luogo l’attribuzione
e per regolare il comportamento in modo tale da affronta- di eventi motori ad altri soggetti e la loro interpretazio-
re tali problemi con successo. La conoscenza del contesto ne e quello dei meccanismi neurofisiologici soggiacenti.
evolutivo dei fenomeni psicologici contribuirà, secondo la Edoardo Fugali affronta poi il tema della genesi dell’auto-
PE, alla comprensione dei fenomeni stessi. L’antropologo consapevolezza corporea secondo la duplice prospettiva
americano John Tooby e sua moglie, la psicologa evoluzio- della fenomenologia e della scienza cognitiva incarnata in
nista Leda Cosmides, due dei principali rappresentanti di riferimento alla dimensione del corpo vissuto in quanto
questo campo di studi, hanno definito la psicologia evolu- strato esperienziale ontologicamente genuino ed espe-
zionistica come «l’applicazione della logica adattazionista rienzialmente autonomo che non si lascia ridurre alla
allo studio dell’architettura della mente umana» (1997, p. componente del corpo materiale a cui essa è pure inestri-
14). L’approccio evoluzionistico, infatti, è l’unico all’interno cabilmente legata. Francesco Bianchini si confronta con il
delle scienze sociali che spiega perché le persone fanno fenomeno della swarm intelligence (intelligenza di sciame),
ciò che fanno. Proprio per questo la psicologia evoluzioni- ossia con l’idea che accosta il funzionamento del cervello
stica sembra smascherare le ipocrisie tipiche della specie a quello delle colonie di insetti eusociali e considera il ra-
umana indagando cosa sta dietro alle nozioni delle quali gionamento stesso come un superorganismo. Da questo
ci serviamo per descrivere i valori morali e sociali ai quali ci confronto potrebbero emergere importanti conseguenze
appelliamo, rivelando il lato più oscuro della nostra natura. che hanno a che fare con la produzione di modelli in cui
l’informazione semantica trovi una sua applicabilità mag-
giormente plausibile dal punto di vista cognitivo e una
In questo numero migliore comprensione del modo in cui essa determina gli
aspetti cognitivi delle creature umane. Francesco La Man-
I contributi che presentiamo qui al lettore esibiscono tia prende in esame il concetto di “cognizione distribuita”
una rispondenza al doppio titolo che abbiamo scelto per delineandone i suoi significati nel contesto della scienza
il secondo numero di “Reti, Saperi, Linguaggi” sia quanto cognitiva per poi analizzare la sua interazione con la teoria
allo stile di ricerca che li anima sia quanto ai contenuti spe- computazionale della mente, la social cognition e la mente
cifici in essi trattati. Direttamente ispirati alle tesi di Lakoff personale.
e Johnson sul ruolo delle metafore concettuali nella genesi Edoardo Lombardi Vallauri offre un contributo, da una
e nella strutturazione della cognizione umana sono i con- prospettiva strettamente linguistica, alla comprensione
tributi di Elisabeth Wehling e Marco Casonato. La Wehling di che cosa potrebbero non essere le strutture presenti
analizza le modalità in cui le metafore del discorso politico nel cervello preposte al linguaggio mostrando, in parti-
di Berlusconi hanno permeato di sé l’immaginario colletti- colare, che molte pretese evidenze a favore della Gram-
vo della cittadinanza italiana, fino ad agire pervasivamen- matica Universale non lo sono affatto. Le precondizioni
te sui meccanismi inconsci soggiacenti al decision making, cerebrali per il linguaggio, infatti, potrebbero essere assai
mentre Casonato si concentra in particolare sull’esempio meno “dedicate” di una Grammatica Universale e le diver-
delle metafore concettuali dell’amore e sulla funzione che se grammatiche delle lingue, prodotti storici della civiltà
esse svolgono nella dinamica trasferenziale tra paziente e umana, possono essere acquisite per imitazione anche se
terapeuta che si instaura nel setting psicoanalitico. In ma- non sono cablate fina dalla nascita nel nostro cervello.
niera analoga, e sulla scorta di un’originale ripresa delle Maria Grazia Rossi pone invece l’accento sulla natura
tesi di Sapir e Whorf, insiste sulla preminenza degli aspetti del linguaggio che deve essere affrontata affiancando al
embodied e embedded della cognizione nella genesi del- vincolo della plausibilità psicologica quello della plausi-
le nostre competenze linguistiche Vito Evola, secondo cui bilità evolutiva, sollevando numerose critiche sull’ipotesi
la lingua naturale, parlata da un agente situato in un am- della natura culturale del linguaggio avanzata all’interno
biente concreto e incarnato in un corpo fenomenologico, dei modelli funzionali. L’analisi del cambiamento storico e
plasma anche i processi di pensiero più astratti. osservabile delle lingue non sembra essere, infatti, la me-
La prospettiva incarnata è l’orizzonte di riferimento in todologia d’indagine adeguata per dar conto dell’evolu-
cui si colloca il tentativo intrapreso da Maria Primo di ricon- zione del linguaggio.
durre i suoni linguistici alla loro origine gestuale e motoria, Giuseppe Città si concentra sull’uso di modelli compu-
in direzione di un superamento degli approcci formalisti- tazionali nello studio dell’acquisizione del linguaggio esa-
ci in fonetica e del recupero dell’unità tra il livello dell’e- minando alcune questioni centrali che riguardano il pro-
spressione e quello della programmazione. Vittorio Galle- cesso di apprendimento di una lingua in una fase specifica
se s’inserisce autorevolmente nel dibattito sulla embodied che è quella dell’esplosione del vocabolario e degli errori
cognitive science proponendo una teoria della costituzione linguistici. Il linguaggio umano considerato come una tec-
dell’intersoggettività a partire dal dispositivo della simu- nologia è al centro del saggio di Alessandra Falzone. La sua
lazione incarnata implementato a livello neuronale dal analisi mette in evidenza come il linguaggio consente sia
sistema specchio che si fonda sulle più recenti evidenze la manipolazione e la trasformazione di elementi percepiti
sperimentali maturate in sede di neuroscienza cognitiva e in rappresentazioni sia di formulare materialmente neces-
sul recupero delle teorie fenomenologiche dell’empatia e sità interne mettendole in relazione con il mondo esterno.
dell’intracorporeità (Husserl, Stein, Merleau-Ponty). Con la sua tesi, la Falzone cerca di dimostrare che il lin-
Paolo Giuspoli offre una serie di interessanti spunti per guaggio, per specifiche ragioni evolutive, è la tecnologia
una riflessione critica intorno alle basi biologiche dell’i- della nostra cognizione.
mitazione e della cognizione sociale individuate in lette- Maria Grazia Turri investiga il legame tra neuroni spec-
ratura neuroscientifica nel sistema-specchio, invitando chio, imitazione e il concetto di responsabilità. La sociali-
a mantenere un atteggiamento di cautela riguardo al ri- tà è un fatto costitutivo delle creature umane, iscritto nel
schio di incorrere in indebite sovrapposizioni tra il piano nostro corpo. Questo aspetto implica di per sè, secondo la

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Turri, la responsabilità verso se stessi e verso gli altri che nomenologischen Philosophie. Zweites Buch: Phänomenolo-
ciascuno di noi esercita al di là delle proprie intenzioni gische Untersuchungen zur Konstitution. In Biemel, W. (ed.).
consapevoli grazie al meccanismo di risonanza iscritto nel Husserliana, vol. 4. Dordrecht-Boston-London: Kluwer, trad.
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zano la conoscenza dei conspecifici e delle categorie so-
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ciali. Dedicato a questioni epistemologiche di principio è il
saggio di Mario Graziano, che contrappone al naturalismo Lakoff, G., & Johnson, M., (1999). Philosophy in the Flesh: The Em-
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scientifico (espresso in modo esemplare nella versione Basic Books.
radicale di Quine) un naturalismo liberale che rispetto al
primo sembra offrire una base esplicativa maggiormente McCulloch, W., Pitts, W. (1943). A Logical Calculus of the Ideas Im-
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11 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Il ragionamento come superorganismo
Francesco Bianchini - francesco.bianchini5@unibo.it
Dipartimento di Filosofia, Università di Bologna

Abstract
The discussion concerning the new trends in cognitive science seems very strictly tied to two fields of research: neu-
roscience and biology. First of all, because cognitive phenomena are neuroscientific and biological phenomena as well.
Secondly, because such disciplines are able to contribute to the understanding of mental events and cognitive capabili-
ties. In this paper, I deal with a special class of biological entities, superorganisms, in order to show how biological inspired
computation could benefit from the studies on such particular entities, that are intermediate between low organisms and
higher level organisms made by low organisms. Latest scientific outcomes about superorganisms are interesting from the
point of view of the notion of emergence, that is crucial in biological and cognitive science, for it explains phenomena by
means of two connected features: autonomy and dependence on lower levels of a certain phenomenon. In superorgani-
sms we could see some ways in which high levels depends on low levels, and such a dependence arises from a connection
of cooperative and competitive actions of lower entities. I argue that biological inspired models of cognition could benefit
from some traits of superorganisms, in order to simulate cognitive capabilities as representation and perception.

Keywords
Superorganisms, emergence, biocomputation, representation, modularism, connectionism.

1. Introduzione su due vecchie scienze una marcata tendenza costitutiva della prima per il ridu-
zionismo e della seconda per l’emergentismo, è connessa
Mentre la fisica contemporanea si interroga e si inter- con gli studi sulla mente, il pensiero e la cognizione che si
rogherà ancora a lungo sul significato dei recenti risultati sono sviluppati negli ultimi decenni e che in questo pe-
sulla scoperta del bosone di Higgs, entità postulata diversi riodo stanno vivendo una fase di transizione da modelli
decenni fa e soltanto oggi trovata grazie alle sperimen- di spiegazione riduzionistici e analitici a modelli che adot-
tazioni dell’LHC di Ginevra, la biologia di questo stesso tano approcci integrati. Perciò, se da un parte gli studi sul
periodo consolida le acquisizioni compiute nell’ultimo pensiero in generale e la psicologia, nelle sue varie sotto-
decennio relative al superamento di una visione troppo discipline, sembrano sulla soglia di essere assorbiti dalle
sbilanciata sulla genetica, inserendosi in un quadro teori- neuroscienze quanto a metodi, linguaggio e universo
co in cui la differenziazione e l’integrazione fra livelli sono ontologico, pagando in questo modo un forte tributo al
diventati il frame concettuale attraverso cui analizzare la riduzionismo, dall’altra, la prospettiva integrata, multilivel-
realtà naturale vivente evoluzionisticamente intesa. Così, lo, emergentistica della biologia sembra fornire agli studi
mentre la fisica soddisfa il suo bisogno di mattoni fonda- sulla mente nuove vie per sfuggire ad un riduzionismo ed
mentali della realtà, la cui necessità prescritta dal Modello a un eliminazionismo intesi in senso forte2. Questa sembra
Standard serve a conferire massa a quegli elementi ogget- anche una delle lezioni che si può trarre dalla modellistica
tivisticamente elusivi della fisica subatomica che si trovano computazionale cognitiva biologicamente ispirata (biolo-
al livello più basso, la biologia sembra doversi confrontare gically inspired) e dalla bio-computazione. Si può vedere,
continuamente con l’opposta tendenza alla ridefinizione infatti, in questo tipo di ricerche una duplice motivazione
degli elementi oggettivi che compongono le entità dei di fondo: quella di ricondurre gli studi sui vari aspetti del
suoi vari campi di studio e non può non avvicinarsi sem- pensiero a una più generale cornice biologistica, essendo
pre di più a una prospettiva in cui i livelli superiori sono esso, il pensiero, un fenomeno che trova origine, evoluti-
fondanti, e dunque causalmente esplicativi, tanto quanto vamente, nel mondo biologico e, ontologicamente, negli
quelli inferiori. organismi viventi, fatto ormai non più trascurato dall’in-
La dottrina dell’emergenza, intesa in un senso ontologi- sieme delle discipline interessate a questo tipo di ricerche;
camente realistico ma debole, propugna infatti una relati- e quella di recuperare dal mondo del vivente schemi, for-
va autonomia dei livelli superiori rispetto a quelli inferiori, me e processi per simulare e modellare il pensiero senza
senza negare la dipendenza ontologica e l’interdipenden- rinunciare alle sue peculiarità, ma neanche alla plausibilità
za esplicativa delle realtà che considera come oggetto (Be- esplicativa da un punto di vista evolutivo.
dau & Humphreys, 2008). Per quanto riguarda la biologia, Al di là delle questioni sollevate dalla psicologia evolu-
si pensi in particolare alla triplice interazione che avviene zionistica, che qui non possiamo affrontare e commenta-
fra il livello genetico, quello organismico e quello di spe- re per ragioni di spazio, uno degli aspetti più interessanti
cie, senza contare la relazione orizzontale di influenza reci- della prospettiva biologically inspired è legato ai numerosi
proca e retroattiva che le entità di questi livelli instaurano tentativi che sono stati fatti attraverso di essa per spiegare
con l’ambiente (naturale e sociale) in cui si trovano1. le forme di pensiero più astratte, come i vari tipi di ragio-
La tensione fra riduzionismo ed emergentismo, propria namento logico e analogico, i quali sembrano implicare
di entrambe queste discipline, la fisica e la biologia, con imprescindibilmente aspetti rappresentazionali, sequen-
ziali, top down e di controllo unificato e/o centralizzato del
1. Per una presentazione della teoria dell’evoluzione in senso gerarchico
si veda Eldredge (1999). Per una discussione e una relativa bibliografia si 2. Sul problema della spiegazione in scienza cognitiva da un punto di
rimanda a Pievani (2005). vista epistemologico si rimanda a Marraffa, Paternoster (2011).

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processo di ragionamento. Le due cose paiono stare, infat- scienza cognitiva è comune a varie branche della biocomputa-
ti, su poli opposti, quasi antagonisti, e le vie d’accesso per zione. Oltre agli algoritmi genetici e alle reti neurali, possiamo
arrivare a una comprensione dei secondi attraverso la pri- ricordare gli automi cellulari, i sistemi immunitari artificiali, la
ma sembrano molto strette, o molto difficili da percorrere, vita artificiale, le reti di comunicazione, le reti sensoriali e altre
euristiche ancora, tutte ispirate a fenomeni specifici del mondo
e intrinsecamente correlate con il concetto di rete.
biologico. Al di là degli indubbi progressi in termini di strumenti
messi a disposizione da questo tipo di ricerche, la scorporabilità
o separabilità funzionale di questo tipo di fenomeni, al di là del-
2. Biocomputazione e rappresentazione le critiche rivolte al funzionalismo computazionale4, ne ha per-
Allo scopo di definirne alcune coordinate, si può ricordare che messo un uso anche in termini esplicativi per quanto riguarda
la biocomputazione, o computazione biologicamente ispirata, è determinate capacità riconducibili al pensiero e all’intelligenza.
un campo all’interno della computazione naturale, un filone di Si tratta in particolare di quelle capacità che possono essere de-
ricerca a sua volta composito, perché comprende, fra gli altri, sia finite di alto livello, come il ragionamento, il senso di identità, la
i tentativi di utilizzare i computer per simulare e in questo modo pianificazione e altre, che appaiono tutte chiamare in causa una
“sintetizzare” i fenomeni naturali, sia i programmi di ricerca basati sostanziale, imprescindibile capacità rappresentazionale. L’utiliz-
sulla costruzione di metodi per il problem solving che si ispirano zo di elementi funzionali ripresi da sistemi biologici, unitamente
ad aspetti naturali, in particolare ripresi dal mondo biologico. A al concetto di emergenza e ai contributi della matematica impie-
questo complesso panorama va aggiunta la considerazione che gata per spiegare i fenomeni complessi, ha dischiuso negli ultimi
la robotica si pone al di fuori di, ma molto vicino e in stretta con- decenni nuovi e interessanti tentativi di spiegazione dei fenome-
nessione a, questo tipo di ricerche, sfruttando cospicuamente i ni mentali di livello superiore.
risultati delle metodologie impiegate nella computazione natu-
rale e nella biocomputazione.
Se è vero che uno degli assunti epistemologici della biologia 3. La mente come società, la coscienza come
si fonda sull’idea che ogni fenomeno suo oggetto di studio per competizione
essere compreso va vagliato anche, e necessariamente, dal pun-
to di vista della sua storia evolutiva, questo aspetto è solo una Una delle principali prospettive che si sono occupate di spie-
delle variabili in gioco nella biocomputazione. In altri termini, la gare il pensiero con metodi biologicamente ispirati è, come è
biocomputazione, come la computazione naturale, può portare noto, il connessionismo, che si è avvalso delle reti neurali, una
a comprendere, in un movimento di ritorno, alcuni fenomeni metodologia imperniata sull’estrazione di alcuni aspetti del
biologici. Tuttavia, essa sfrutta piuttosto le caratteristiche dei fe- funzionamento del cervello e dei suoi componenti, i neuroni.
nomeni naturali, modellizzandole, come euristiche, prefiggen- Tuttavia, l’utilizzo di reti per fornire una spiegazione emergen-
dosi come scopo principale quello di risolvere questioni legate te dei processi mentali a partire dall’interazione di componenti
alle computazione in modo migliore o ottimale rispetto ai meto- di livello inferiore è anche quella proposta da Minsky nello stes-
di tradizionali dell’intelligenza artificiale (IA). Tutto ciò ha avuto so periodo in cui si assiste alla proliferazione delle metodolo-
negli anni un forte impatto anche sulla scienza cognitiva, per gie connessioniste (Minsky, 1986). In termini generali, l’idea di
quanto riguarda la comprensione di quei fenomeni mentali che Minsky, nel tentativo di ricomprendere in un quadro unitario la
sono stati al centro del dibattito degli ultimi decenni. Dunque, totalità dei processi mentali, è quella di “spiegare l’intelligenza
la biocomputazione, come branca della computazione natura- come una combinazione di cose più semplici” (Minsky, 1986: 34).
le, non ha prodotto solo nuovi strumenti per lo svolgimento di A tale principio guida corrisponde un sistema basato su agenti,
compiti un tempo dominio esclusivo dell’IA di tipo, cosiddetto, identificati funzionalmente, la cui azione combinata produce il
ingegneristico, ovvero tesa al risultato più che alla comprensio- fenomeno da spiegare e la cui spiegazione in termini funzionali
ne del fenomeno, ma anche nuovi metodi per ideare e realizzare è ottenuta grazie alla scomposizione in sottoagenti meno com-
simulazioni a fini esplicativi della cognizione umana. plessi fino ad arrivare, pena il regresso all’infinito, ad agenti che
Alcuni campi all’interno della biocomputazione hanno avuto compiano operazioni molto semplici, non ulteriormente scom-
un’influenza fin dagli anni Settanta del secolo scorso, proceden- ponibili e direttamente eseguibili dalla macchina (cerebrale5).
do in parallelo con lo sviluppo delle reti neurali e del connes- Combinando i ruoli degli agenti e dei sottoagenti in modo ge-
sionismo. Si pensi, ad esempio, agli algoritmi genetici (Holland, rarchico ed eterarchico, Minsky prova a dare una spiegazione, o
1992)3, sviluppati già prima che il connessionismo ritrovasse un quadro generale di spiegazione, all’interno del quale vanno
nuova fortuna dopo decenni di relativo oblio e che nascono poste le singole ricerche specifiche, i vari aspetti del pensiero: il
come algoritmi di ottimizzazione nella soluzione di problemi di ragionamento, l’apprendimento, la memoria, la comprensione, il
ricerca. Essi furono impiegati, anche se non esclusivamente, nel Sé, ecc. Gli agenti preposti a un certo compito possono entra-
campo dell’IA per affrontare problemi difficili da risolvere con al- re in conflitto, uscirne indeboliti e trasmettere la loro debolezza
goritmi di tipo classico e furono così chiamati perché si ispirano agli agenti di livello superiore, ma non in tutti i casi. La mente
alla genetica e alla selezione naturale, costituendo una sottopar- come risultato generale del sistema emerge anche, e in certi casi
te degli algoritmi di matrice “darwiniana”, generalmente chiamati soprattutto, come comportamento coordinato, se non coopera-
algoritmi evolutivi. Il principio su cui si fondano gli algoritmi ge- tivo, di agenti che solo da un certo livello in su sono in grado di
netici è quello della riproduzione selettiva di stringhe di codice, negoziare la loro attività in modo da evitare interferenze recipro-
chiamate geni, che codificano diverse soluzioni per un problema che. In molte situazioni anche la cooperazione degli agenti sarà
di ottimizzazione. Tale riproduzione selettiva, di popolazione in un risultato emergente (Minsky, 1986: 54-55).
popolazione, avviene secondo i canoni classici della selezione L’idea di una scomposizione delle capacità cognitive comples-
darwiniana: mutazione (casuale) e fitness (verso l’obiettivo otti- se in capacità più semplici è già presente nella scienza cognitiva
male), con anche una certa misura di crossing-over genetico. Ciò prima di Minsky ed è direttamente collegata al modularismo, che
che conta, però, è che la facoltà di ricorrere a questi principi è si afferma definitivamente a partire dagli anni Ottanta (Fodor,
resa possibile dalla loro interpretazione funzionale, che ne per-
mette una modellizzazione passibile di applicazioni ad ampio ����������������������������������������������������������������������
. Sono ben note a tale proposito le posizioni di Searle (1980) e Edel-
raggio, dalla bioinformatica e all’ingegneria fino all’economia e man (2004), che pure si riferiscono o sembrano intaccare solo una ver-
sione molto ristretta di funzionalismo, finendo per accettarne i principi
alle scienze sociali.
di fondo.
La scelta di ricorrere a euristiche di ispirazione biologica e
naturale anche per risolvere problemi tipici dell’IA e legati alla ����������������������������������������������������������������������
. L’argomento “del cervello” è affrontato solo tangenzialmente da Min-
sky (1986: 618-623), il quale si muove in un’ottica simulativa ancora larga-
3. La prima edizione è del 1975. mente simbolica dal punto di vista tradizionale.

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1983). Il modularismo ha da subito suscitato un ampio dibattito. ciamento sull’aspetto competitivo tanto maggiore quanto più si
Nel corso degli anni si è assistito al tentativo di superare i vincoli tenta di spiegare gli aspetti unitari o unificanti della cognizione
posti da una concezione di modulo come unità di elaborazione (la coscienza, l’io, l’elaborazione centrale o l’idea di un’unità di
specializzata, incapsulata e isolata informativamente, che impo- supervisione centrale dei processi di pensiero). Il tutto, senza ri-
ne restrizioni insormontabili nel momento in cui si intendono nunciare, o meglio, per non rinunciare, agli aspetti positivi della
spiegare le capacità cognitive di livello superiore. In quest’otti- componente rappresentazionale coinvolta nella cognizione. Nel-
ca va visto il tentativo fatto da Minsky, ma sono da annoverare la convergenza che tutto questo apparato esplicativo manifesta
anche gli altri compiuti all’interno di questo filone etichettabile attualmente con il suo inquadramento in una cornice biologica,
come “analisi funzionale”6. Uno dei più riusciti, e dei più completi, attraverso lo sviluppo delle neuroscienze, un’ulteriore branca
è quello compiuto da Dennett per spiegare la coscienza (Den- della biocomputazione potrebbe essere in futuro ancora porta-
nett, 1991). trice di ulteriori significativi progressi in questa direzione. Vedia-
La componente competitiva è alla base del modello che Den- mo quale e come.
nett fornisce per spiegare la coscienza, da lui chiamato Model-
lo delle Molteplici Versioni (Multiple Drafts Model). L’obiettivo
di Dennett è quello di fornire una spiegazione dei fenomeni 4. La nozione di superorganismo
coscienti alternativa a quella da lui definita Teatro Cartesiano,
ovvero l’idea che esista un luogo privilegiato nel nostro cervello Una delle modalità della computazione biologicamente ispi-
che costituisca il punto di arrivo nel quale i nostri contenuti di rata cui non si è accennato in precedenza, ma in cui è rintrac-
pensiero diventano coscienti nell’ordine in cui vi arrivano. A tale ciabile in massimo grado la tendenza a recuperare gli aspetti
visione ingenua, materialistica, Dennett oppone un modello di emergentistici tipici di alcuni fenomeni biologici, è quella della
tipo eliminazionista (ma soltanto relativamente ai qualia, all’io swarm intelligence (intelligenza di sciame). In natura esistono di-
e a ciò che rientra nella categoria di fenomeno cosciente sog- versi esempi di comportamenti complessi che nascono dall’inte-
gettivo o in prima persona), mantenendo comunque una forte razione del comportamento collettivo di molti agenti locali dalle
componente rappresentazionalista all’interno della sua propo- possibilità limitate. È il caso delle colonie di formiche, vespe, api,
sta. Secondo il suo modello, i contenuti di pensiero sono editati termiti, ma anche degli stormi di uccelli o dei banchi di pesce.
in parallelo nel cervello, ma una sola volta. Ciò produce molte- A differenza dei fenomeni complessi in fisica, nel caso biologi-
plici versioni della rielaborazione del materiale percettivo (o dei co degli sciami o delle colonie, l’enorme potere adattativo di tali
contenuti di pensiero in generale) e la coscienza consiste nel insiemi di esseri viventi ne ha fatto degli ottimi candidati per
particolare sondaggio che in ogni dato momento viene fatto nel la spiegazione bottom up di fenomeni altrimenti difficilmente
flusso di queste versioni. Tale sondaggio non decide, ma indica spiegabili all’interno di una cornice evolutiva, cioè non come ri-
quale insieme di contenuti ha prevalso sugli altri, ed è dunque il sultato di una creazione imposta dall’alto. Tuttavia, l’importanza
risultato di un incessante confronto competitivo che porta bot- del fenomeno della swarm intelligence non sta soltanto nel com-
tom up a un determinato flusso narrativo cosciente, corrispon- prendere come essa possa essersi determinata da un punto di
dente a quella parte dei contenuti che in un certo momento è vista evolutivo, ma nel capire anche che cosa ha determinato la
monitorata7. Dunque, la coscienza segue, e non guida, la produ- nascita e lo sviluppo di questi fenomeni.
zione di contenuto, una produzione che è di fatto ancora di tipo Dal punto di vista delle computazione, la prima applicazio-
rappresentazionale, anche se la teoria di Dennett consiste, nella ne degli elementi funzionalmente rilevanti e scorporabili della
sua essenza, nel tentativo di mantenere gli o alcuni aspetti rap- swarm intelligence è avvenuta in robotica (Beni, Wang, 1989; Beni
presentazionali che paiono molto difficilmente eliminabili nella 2007), ma essa ha influenzato anche altri campi di ricerca come
spiegazione dei sistemi cognitivi senza incorrere nel rischio del l’IA o le neuroscienze (Bonabeau, Dorigo, Theraulaz, 1999), por-
regresso omuncolare all’infinito8. tando alla costruzione di algoritmi e sistemi di agenti in grado di
Certamente, l’idea che numerosi agenti e molteplici contenuti coglierne gli aspetti essenziali. Quello che a noi interessa è valu-
siano il substrato funzionale da cui emerge il pensiero, la cogni- tare se i punti di forza di questo tipo di sistemi adattativi com-
zione o anche la coscienza, si sviluppa ben prima delle proposte plessi, cioè la robustezza e la flessibilità, possono essere utili nel
di Minsky o Dennett, già agli albori dell’IA. Basti pensare all’ar- comprendere, e simulare, non solo il comportamento di sistemi
chitettura Pandemonium proposta da Selfridge (1959), cui anche complessi, ma anche certe forme di ragionamento. Alcune indi-
Dennett esplicitamente si richiama. Ciò che è interessante, però, cazioni in questo senso possono venire dalla considerazione di
è il fatto che, per avvicinarsi a una spiegazione effettiva delle ca- un fenomeno strettamente collegato a quello della swarm intelli-
pacità cognitive, siano necessari al contempo processi bottom gence: il superorganismo.
up, parallelismo, l’accettazione della validità di principi come L’idea di accostare il funzionamento del cervello a quello
quelli dell’emergenza, dell’auto-organizzazione, e un’interazio- delle colonie di insetti eusociali si sviluppa negli anni Settanta
ne dinamica fra cooperazione e competizione, con uno sbilan- anche a seguito della pubblicazione del noto studio di Wilson
sull’argomento (Wilson, 1971). Un dialogo di Hofstadter (1979:
6. Per una presentazione e una discussione della questione e delle varie 337-364) ne è forse l’esempio più celebre e affronta il tema dell’e-
posizioni in merito si rimanda a Marraffa (2008). mergenza dei livelli in un sistema organizzato secondo caste di
7. Come chiarisce Dennett, ciò di cui siamo coscienti è il risultato della individui che basano la loro l’interazione e la loro comunicazione
competizione, ma non ogni competizione porta a un contenuto coscien- su segnali di tipo prevalentemente chimico (ma non solo), colle-
te, perché la competizione fra i contenuti del cervello avviene a più livelli: gandolo al problema della conoscenza e dell’intelligenza: “tutti
“Io ho evitato di affermare che una qualche vittoria particolare in questo questi strati di struttura sono necessari ad immagazzinare quei
turbinio competitivo equivalga all’assunzione nella coscienza. In effetti, tipi di conoscenza che permettono a un organismo di essere
ho insistito nel dire che non c’è alcun motivo giustificato per tracciare ‘intelligente’ in un qualche ragionevole senso della parola. Ogni
una linea che divida gli eventi che sono definitivamente ‘nella’ coscienza sistema che possiede la facoltà del linguaggio ha essenzialmente
da quelli che stanno per sempre ‘fuori’ o ‘sotto’ la coscienza […]. Tuttavia,
lo stesso insieme di livelli sottostanti” (Hofstadter, 1979: 351). Il
se la mia teoria della macchina joyceana dovrà gettar luce sulla cosci-
enza, è bene che ci sia qualcosa di notevole su alcune, se non tutte, le paragone fra un cervello e un formicaio serve a Hofstadter come
attività di questa macchina, perché è innegabile che la coscienza sia, in- giustificazione della sua teoria simbolica, che, in aperto contrasto
tuitivamente, qualcosa di speciale” (Dennett, 1991: 308; corsivo aggiunto). con il simbolismo dell’IA e della scienza cognitiva tradizionale
8. Dennett ha poi raffinato il suo modello della coscienza proponendone (che, da un punto di vista filosofico, possiamo far coincidere con
alcuni aggiornamenti per rispondere alle critiche di insufficienza espli- la Teoria Computazionale e Rappresentazionale della Mente di
cativa. Egli ha parlato perciò di modello della “fama nel cervello” o della Fodor), vuole essere un tentativo di spiegazione della capacità
“celebrità cerebrale”. Per un’esposizione di queste tesi, e una relativa bib- di avere e costruire rappresentazioni mentali, che eviti le rigidità
liografia, si rimanda a Dennett (2005: 152-153).

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delle rappresentazioni tradizionali e salvi al contempo la flessibi- ad alcuni individui la riproduzione è negata. Da un punto di vista
lità come tratto distintivo delle effettive rappresentazioni menta- teorico, nel superorganismo la dinamica competizione/coopera-
li umane. I simboli per Hofstadter rappresentano la realtà grazie a zione si sposta, nell’avanzamento evolutivo, e dunque anche in
una relazione di isomorfismo e compiono la loro funzione quan- termini di complessificazione, da un atteggiamento competitivo
do sono attivi, cioè quando inviano messaggi per “risvegliare, a uno cooperativo, generando in questo modo la forza del supe-
o attivare, altri simboli”. In altri termini, forse più vicini a quelli rorganismo. Va anche notato come la transizione a questo tipo di
delle contemporanee ricerche in ambito neurocomputazionale, eusocialità avanzata avvenga solo al di sopra di un certo valore
si potrebbe dire che l’isomorfismo dei simboli non solo permette di soglia, e dunque in un certo senso è rara dal punto di vista
il riconoscimento di pattern, ma lo fa proprio perché esso stes- naturale, a causa delle forze opposte che operano a livello di se-
so è una questione di pattern; è, cioè, la caratteristica di alcune lezione individuale (Hölldobler, Wilson, 2009: 41-64).
porzioni cerebrali di costituire pattern dotati della possibilità di Un superorganismo allo stadio più avanzato, tuttavia, riesce
allinearsi, o sincronizzarsi, con la realtà, in una continua dinami- a incorporare alcune elementi tipici dell’organismo, ma con una
ca di allineamento e disallineamento in cui consiste l’essenza del maggiore flessibilità e robustezza, risultando in un certo senso
ragionamento umano (e forse di alcuni animali superiori) on-line vincente e superiore. La specializzazione dei compiti riprodutti-
e off-line. vi, di difesa, di esplorazione, di recupero e distribuzione del cibo
Se l’intento di Hofstadter è stato quello di dare una risposta corrispondono ai vari elementi di un organismo normale. Così
a un problema molto sentito negli anni Settanta anche nell’IA, come gli individui corrispondono alle cellule, le caste possono
il problema del significato, ci potremmo chiedere se il concetto essere considerate come organi o le caste difensive come il si-
di superorganismo può gettare luce ancora oggi non tanto sul stema immunitario. Inoltre, nel parallelismo fra organismi e su-
modo in cui funziona il cervello, ma sul modo in cui si struttu- perorganismi (Hölldobler e Wilson, 2009: 96) anche altri organi
rano alcuni tipi di ragionamento, anche in considerazione del degli organismi possono essere ritrovati nel superorganismo,
fatto che il problema del significato è collassato in una duplice realizzati in modo funzionale: gli organi di senso sono il risultato
questione a lungo, e tutt’ora, dibattuta: la questione dei concet- dell’azione degli apparati sensoriali dei membri della colonia; il
ti e delle rappresentazioni mentali. Tralascerò ora di parlare dei sistema nervoso corrisponde alle modalità di comunicazione fra i
concetti9 e mi concentrerò sulle rappresentazioni e sulla capacità vari membri della colonia (da cui l’accostamento fra il cervello e il
rappresentazionale, dopo aver brevemente illustrato alcuni tratti formicaio); il nido può essere considerato analogo (non in senso
rilevanti della nozione di superorganismo. specificamente biologico) allo scheletro dell’organismo. Secon-
In un recente studio, Hölldobler e Wilson (2009) fanno il punto do la teoria della selezione multilivello i cambiamenti evolutivi
in merito alle ricerche sulle colonie di insetti eusociali. Tale disa- avvengono anche a livello di gruppi di individui e, dunque, può
mina diventa anche l’occasione per fare alcune interessanti con- essere considerata qualcosa che agisce direttamente sul superor-
siderazioni sulla nozione di superorganismo, con cui è possibile ganismo e solo indirettamente sugli individui, per quanto ogni
caratterizzare talune particolari società di insetti. Gli autori non cambiamento a un livello si riverbera su tutti gli altri. La superio-
mancano di riconoscere che, nel corso degli ultimi decenni, “le rità del superorganismo, che in questo modo sarebbe soggetto
reti di individui cooperanti delle società degli insetti hanno sug- alle stessi leggi evolutive dell’organismo, può essere vista consi-
gerito nuovi schemi per la progettazione dei calcolatori e han- stere nel fatto che l’equilibrio coesivo che si crea tra i suoi mem-
no fatto luce sul modo in cui probabilmente i neuroni cerebrali bri è più difficilmente soggetto a distruzioni esterne (riattaccare
interagiscono nella creazione della mente” (Hölldobler, Wilson, un arto è un’operazione più difficile che non ricostruire una fila di
2009: 21). Tale affermazione, pur nella sua genericità, testimonia formiche che viene interrotta). Ciò avviene a scapito dell’indivi-
l’influsso non limitato alla biocomputazione, ma estendibile alla dualità dei suoi membri. Un’individualità forte, un senso di iden-
(neuro)scienza cognitiva, all’IA e alla filosofia della mente, che la tità maggiore dei singoli individui, sia esso il risultato, parlando
nozione di superorganismo ha avuto per alcuni suoi aspetti pe- in termini astratti, di spinte genetiche o di un senso di identità
culiari. più consapevole, chiaramente mina o impedisce la costruzione
Gli elementi che hanno interessato gli studiosi delle capaci- del superorganismo. Tuttavia, è proprio in una certa quantità di
tà (neuro)cognitive sono in genere due: la presenza nei supe- individualità residua nei suoi singoli membri che risiede la forza
rorganismi di un sistema di comunicazione robusto, flessibile del superorganismo.
e raffinato, gestito nella grande maggioranza dei casi da fattori Come fanno notare Hölldobler e Wilson (2009: 68), in biologia
chimici, che assume il nome di stigmergia (ad esempio, la traccia è invalso l’uso di utilizzare concetti informatici per esprimere il
feromonica lasciata dalle formiche per “costituire” un percorso comportamento dei membri della colonia. Una simile influenza
fra il formicaio e una certa fonte di cibo); una suddivisione del di ritorno dall’informatica alla biologia11 può essere certamente
lavoro in caste, che diventa sempre più rigida in quelle specie in utile a comprendere, e ad avallare, alcuni aspetti dell’emergen-
cui il superorganismo è, o si considera, più evoluto. Al di là del- tismo che entra nella spiegazione di simili fenomeni biologici.
le spiegazioni su come si possa essere evoluto un superorgani- Ad esempio, i membri delle colonie vengono caratterizzati come
smo10, uno degli aspetti più interessanti evidenziato dagli autori agenti che eseguono un (semplice) algoritmo. Si parla di algo-
è l’importanza che riveste in questo caso la selezione naturale ritmo perché essi non compiono soltanto una sequenza lineare
multilivello, la quale opera a livello genetico, ma anche a quello di azioni, ma vanno incontro a occasionali, ma allo stesso tempo
degli organismi, dei gruppi e dell’intera colonia. La suddivisione geneticamente vincolati, punti decisionali, nei quali “scelgono”
in caste, ad esempio, diventa qualcosa di sempre più evidente sulla base del contesto la sequenza delle azioni che compiran-
nell’evoluzione del superorganismo, fino a realizzarsi morfologi- no in seguito, cambiando a volte ruolo in maniera reversibile o
camente nei singoli individui, la cui diversa funzione si rispecchia addirittura irreversibile. In questo modo la colonia non solo può
nella loro forma. Ciò va a scapito della forza selettiva opposta, portare avanti azioni – che i singoli individui svolgono in serie –
quella imposta agli individui dalla lotta per la riproduzione indi- in parallelo grazie alle differenti caste, ma anche intrecciare i vari
viduale e quindi della trasmissione del proprio materiale genico, processi in un andamento generale serie/parallelo attraverso gli
e proprio per questo produce una eusocialità più evoluta, in cui stessi membri, che sono in grado di passare da una sequenza di
esecuzione di un compito a un’altra. In questo modo, il paralle-
9. Anche se la questione è strettamente collegata, nonché piena di lismo del livello superiore si ritrasferisce nel livello inferiore, ren-
numerosi aspetti irrisolti. Su questo tema si veda Cordeschi & Frixione dendo molto elevata l’efficienza del sistema. Ciò può essere visto
(2011).
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. Che chiamano in causa il dibattito in merito all’altruismo sulla selezi- ������������������������������������������������������������������������������
. Non l’unica, né la prima, se si pensa all’utilizzo di termini della teoria
one di parentela (kin selection) di Haldane, poi ripresa da Hamilton e dell’informazione per la genetica già a partire dalla metà del ventesimo
inserita nel teoria più generale della fitness inclusiva (Hamilton, 1964, secolo. Per una discussione di taglio epistemologico su questo tipo di
1972). contaminazioni si veda Boniolo (2003).

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anche come una realizzazione effettiva di uno degli aspetti pe- va del fare analogie, intesa nel senso più ampio di scoprire o co-
culiari dell’emergenza, cioè quello che accosta all’autonomia dei struire relazioni di somiglianza a un qualche livello sulla base di
livelli superiori la loro influenza su quelli inferiori. Questo, però, elementi (dell’ambiente di elaborazione) che costituiscono a un
solo a patto di accettare come causa originaria di questa serie di tempo gli elementi del problema e lo spazio stesso del problema.
azioni una selezione evolutiva che operi a livello di colonia e non Tuttavia, non c’è una ragione di principio per cui l’architettura di
a un livello dirigenziale autonomo in grado di prendere decisioni. base su cui sono costruiti tali modelli debba essere confinata alla
Il comportamento emergente sorge, perciò, sulla base di al- costruzione di analogie.
goritmi molto semplici ed eseguibili velocemente da individui In secondo luogo, l’aspetto più interessante di questi model-
con cervelli molto piccoli. Tali algoritmi determinano lo sviluppo li è che rientrano nella più generale categoria dei sistemi com-
e il comportamento dei membri della colonia facendo emergere, plessi adattativi, almeno dal punto di vista della dinamica della
grazie alle caratteristiche senzienti e alle modalità di comunica- loro elaborazione interna e, dunque, possono essere considerati
zione e interazione dei singoli individui, quell’“intelligenza com- un’altra forma, specifica e particolare, di computazione biologi-
plessiva della colonia che è maggiore dell’intelligenza di ciascu- camente ispirata. L’aspetto che ci interessa è il modo in cui essi
no dei suoi membri” e che opera sulla base di un’informazione, di affrontano il problema della rappresentazione, cercando di supe-
una conoscenza, distribuita – rappresentata in modo distribuito rare gli ostacoli della rappresentazione tradizionalmente intesa
– tra tutti i membri specializzati della colonia. Hölldobler e Wilson in IA, ma anche di conservare un certo livello rappresentazionale
chiariscono, inoltre, che in questo processo di auto-organizzazio- come elemento imprescindibile delle abilità cognitive14.
ne mantenere una visione separatista fra i livelli sarebbe sbaglia- In linea generale, l’architettura di questi modelli si basa su tre
to: “per quanto tali proprietà emergenti destino meraviglia in chi componenti fondamentali: una rete concettuale in cui è rappre-
le osserva, di per sé i loro meccanismi non sono misteriosi. [… vi sentata la conoscenza stabile del programma sotto forma di nodi
è in effetti] un’ampia gamma di fenomeni emergenti abbastanza e archi etichettati; uno spazio di lavoro in cui sono rappresenta-
semplici da poter essere spiegati con un graduale aumento di ti gli elementi del problema e che corrisponde alla memoria di
complessità a partire dal comportamento degli elementi costi- lavoro (o memoria a breve termine); un insieme di microagenti,
tuenti. Questo è il vantaggio offertoci dalle piccole dimensioni detti codicelli (codelets), in grado di eseguire semplici operazioni.
del cervello degli insetti sociali e dalle decisioni generali, sem- L’elaborazione del programma consiste nell’interazione tra que-
plici e rapide, che essi devono prendere avvalendosi di algoritmi ste tre componenti fondamentali. I codicelli esaminano gli ele-
limitati” (2009: 74; corsivo aggiunto). Nel caso dei superorganismi menti nello spazio di lavoro, costruendo e distruggendo relazio-
la complessità è il portato di una specializzazione degli individui, ni di accoppiamento e raggruppamento sulla base dei concetti
non di un loro comportamento individuale divenuto sempre più della rete concettuale (“opposizione”, “uguaglianza”, “ a destra di”,
complesso (Hölldobler, Wilson, 2009: 129). Questo è l’elemento ecc.); nel fare questo causano l’attivazione dei concetti nella rete,
che ha determinato lo sviluppo di simili entità, che sono inter- che a sua volta genera l’invio di nuovi codicelli per stabilizzare le
medie fra organismi di diversa complessità (ad esempio, tra una strutture promettenti fino ad arrivare a una visione unica in base
formica, un’ape o una termite e una scimmia o un essere umano), alla quale dare la soluzione del problema (analogico) da risol-
in cui l’unione più flessibile fra i diversi organismi loro compo- vere (ad esempio in COPYCAT, trovare una stringa di lettere che
nenti ha prodotto vantaggi e svantaggi diversi da quelli dei or- sia in relazione con un’altra, ma nella stessa relazione che c’è fra
ganismi multicellulari, ma che, esattamente come in questi, pos- due stringhe iniziali e che è quella da analogizzare15). La visione
sono essere studiati a differenti livelli. La compattezza e l’unità unitaria è il risultato emergente dell’agire dei singoli codicelli, la
degli organismi multicellulari, infatti, non implica che non si pos- cui attività competitiva/collaborativa è autonoma, ma allo stesso
sano ritrovare negli uni e negli altri in larga parte le medesime tempo determinata sia dalla rete concettuale sia dall’informazio-
caratteristiche biologiche. D’altra parte, come afferma il biologo ne che viene costruita progressivamente, in termini di strutture
Thomas Seeley (citato in Hölldobler, Wilson, 2009: 163): “la teoria di dati, nello spazio di lavoro. Tale visione unitaria, e i passaggi
della selezione multilivello mostra che, quando la selezione tra che portano ad essa, possono essere visti anche come l’informa-
gruppi predomina su quella all’interno del gruppo, i gruppi stessi zione totale di cui il sistema dispone in un determinato istante
possono raggiungere un elevato grado di organizzazione funzio- di elaborazione, informazione che è suddivisa fra le tre compo-
nale” (Seeley, 1997)12. nenti del programma. Per tale ragione, essa è una sorta di rete di
dati relazionalmente organizzati che sta a un livello superiore di
quello della rete concettuale che costituisce una sola delle com-
5. Il livello del ragionamento ponenti. Tale rete informazionale di livello superiore sembra co-
gliere la quintessenza degli aspetti rappresentazionali necessari,
Ora non resta che vedere in che modo tutto ciò può avere ma non troppo rigidi, di cui un sistema cognitivo deve disporre
conseguenze sulla nostra comprensione delle capacità cognitive per poter essere “intelligente”, in un senso ampio del termine che
di ragionamento. Per far questo faremo riferimento in particolare comprende anche l’essere in grado di adattarsi autonomamente
ad alcuni modelli computazionali sviluppati nel corso degli ulti- all’ambiente/contesto in cui si trova. Ciò conforta l’idea che una
mi decenni e definiti dai loro autori come subcognitivi13. rappresentazione non reticolare (ad esempio, una lista di descri-
In primo luogo, occorre chiarire che qui “ragionamento” va zioni) sia non tanto impossibile, quanto infruttuosa dal punto di
inteso non nel senso ristretto di un procedimento logico-dedut- vista cognitivo; e per tale ragione non esplicativa degli aspetti
tivo, ma in uno più ampio relativo a tutte quelle modalità che centrali della cognizione.
riguardano il prendere decisioni in un contesto in cui l’informa- Una rappresentazione di questo tipo può essere definita
zione è abbondante, diversificata e incompleta. Molti modelli “parziale ma sufficiente” (Lawson & Lewis, 2004) ed è uno dei
subcognitivi sono stati costruiti per simulare la capacità cogniti- pilastri alla base di modelli come MADCAT e STARCAT, che han-
no cercato di estendere oltre la costruzione di analogie e verso
�����������������������������������������������������������������������
. Va specificato che la teoria della selezione di gruppo (che sarebbe un’interazione effettiva con l’ambiente (ad esempio, in compiti
sicuramente una delle prove a sostegno della selezione multilivello) è
ancora allo stadio di ipotesi non comprovata, e sulla quale nel corso degli
di mappatura e navigazione da parte di robot mobili) l’architet-
anni si è imperniato un lunghissimo dibattito fra sostenitori e detrattori. tura dei modelli subcognitivi (Lewis & Lawson, 2004). Una rap-
I superorganismi appaiono essere un campo piuttosto fertile per arrivare presentazione parziale ma sufficiente è in continua evoluzione
a comprendere meglio l’effettiva validità teorica della selezione multiliv-
ello, pur tenendo conto di tutte le differenze che intercorrono fra colonie �������������������������������������������������������������������������
. A differenza, tanto per fare un esempio, delle architetture di sussun-
di insetti eusociali ed altre società di individui all’interno del mondo ani- zione alla Brooks (1991).
male in cui essa potrebbe essere rintracciata. ��������������������������������������������������������������������������
. Si veda Mitchell (1993). Per un modello più sbilanciato sulla simulazi-
. Si veda Hofstadter et al. (1995). Per una trattazione approfondita mi
���������������������� one di questo tipo di abilità in ambienti reali, ma non dissimile quanto ad
permetto di rinviare a Bianchini (2008). assunzioni di base, si veda French (1995).

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e si adatta al compito che il modello sta affrontando, nel senso determina gli aspetti cognitivi umani, mantenendo intatte le
che sempre nuove rappresentazioni vengono prodotte e distrut- prerogative del substrato e la necessità del rappresentare.
te conformemente alla dinamica della sua attività. Tale risultato
viene raggiunto attraverso l’azione coordinata dei microagenti, Bibliografia
che sono generati e lanciati nell’elaborazione sulla base della Bedau, M. A., & Humphreys, P. (eds). (2008). Emergence: Contem-
situazione sia della rete concettuale, sia dell’attività e degli ele- porary Readings in Philosophy and Science. Cambridge, Mass.:
menti presenti nello spazio di lavoro, o negli spazi di lavoro che MIT Press.
possono essere prodotti in parallelo. In tal modo, è possibile che
gli attrattori del comportamento, cioè i concetti della rete e gli Beni, G. (2007). Swarm Intelligence. In Meyers, R. A. (ed.). (2008),
elementi dello spazio di lavoro (che sono il riflesso di quello che Encyclopaedia of Complexity and Applied System Science. New
il modello trova nell’ambiente), siano il punto di congiunzione York: Springer.
che permette l’accoppiamento fra il sistema e il suo ambiente. In Beni, G., & Wang, J. (1989). Swarm Intelligence in Cellular Robotic
tal modo, il sistema, grazie agli stessi meccanismi interiori, può Systems. In Proceedings of NATO Advanced Workshop on Ro-
compiere una serie di differenti attività modificando i suoi scopi bots and Biological Systems, Tuscany, Italy, June 26–30.
senza che essi siano del tutto determinati in precedenza, come Bianchini, F. (2008). Concetti analogici. L’approccio subcognitivo
nel caso dei problemi di analogia. allo studio della mente. Macerata: Quodlibet.
Lawson e Lewis paragonano il modo in cui questi modelli pro-
ducono rappresentazione con l’attività stigmergica delle colonie Bonabeau, E., Dorigo, M., & Theraulaz, G. (1999). Swarm Intel-
di insetti eusociali16. Anzi, essi fanno collassare le due attività, ligence. From Natural to Artificial Systems. New York: Oxford
sulla base dell’idea che la rappresentazione sia una conseguenza University Press.
dell’attività dei microagenti e dello spazio effettivo, ancorché si- Boniolo, G. (2003). Biology without Information. History and Phi-
mulato, in cui l’attività ha luogo. Il risultato emergente di questa losophy of the Life Sciences, 25, 255-274.
attività rappresentazionale produce quell’accoppiamento siste- Brooks, R. A. (1991). Intelligence without Representation. Artifi-
ma/ambiente che ha un riflesso nell’informazione globale con- cial Intelligence, 47, 139–159.
tenuta nel sistema, esattamente come in un superorganismo, il Cordeschi, R., & Frixione, M. (2011). Rappresentare i concetti: fi-
cui comportamento complessivo è dovuto all’attività molto sem- losofia, psicologia e modelli computazionali. Sistemi intelli-
plice degli individui che lo compongono, descritta in termini di genti, 33, 1, 25-40.
algoritmi sequenziali con una o poche possibilità di scelta.
Un accostamento fra questi modelli, in cui le capacità rappre- Dennett, D. C. (1991). Consciousness Explained. Boston: Little
sentazionali sono uno degli elementi essenziali all’interno del Brown, trad. it. Dennett, D. C. (1993, 2009). Coscienza. Milano:
più ampio tentativo di simulare il riconoscimento di pattern, e Rizzoli.
aspetti del mondo biologico a livello di organismo, come il me- Dennett, D. C. (2005). Sweet Dreams. Philosophical Obstacles To a
tabolismo cellulare o il sistema immunitario, non è certamente Science of Consciousness. Cambridge, Mass.: MIT Press, trad. it.
nuovo (Hofstadter et al., 1995: 154-159; Mitchell, 2006). Un con- Dennett, D. C. (2006). Sweet Dreams. Illusioni filosofiche sulla
tributo interessante che può venire dall’accostamento con i su- coscienza. Milano: Raffello Cortina.
perorganismi risiede invece nella maggiore flessibilità che essi Edelman, G. M. (2004). Wider Than the Sky. The Phenomenal Gift of
esibiscono in termini di rappresentazione più che di elaborazio- Consciousness. New Haven: Yale University Press, trad. it. Edel-
ne. La stigmergia sembra un candidato più valido per cogliere man, G. M (2004). Più grande del cielo. Lo straordinario dono
alcuni aspetti ineliminabili delle capacità rappresentazionali dei fenomenico della coscienza. Torino: Einaudi.
sistemi cognitivi, essendo essa basata su capacità comunicative
fra microagenti preposti a svolgere ruoli in gruppi, che produco- Eldredge, N. (1999). The Pattern of Evolution. New York: W. H. Free-
no bottom up informazione per differenti livelli di attività. Inoltre, man, trad. it Eldredge, N. (2002). Le trame dell’evoluzione. Mi-
nei superorganismi sembra possibile rintracciare più facilmente lano: Raffello Cortina.
quegli elementi di interazione fra livelli che caratterizzano la no- Fodor, J. A. (1983). The Modularity of Mind. An Essay on Faculty
zione di emergenza intesa in senso debole, ma che pure conser- Psychology. Cambridge, Mass.: MIT Press, trad it. Fodor, J. A.
va quegli aspetti di dipendenza e autonomia che tale nozione in- (1988). La mente modulare. Saggio di psicologia delle facoltà.
corpora. In senso più specifico, l’attività di un microagente in un Bologna, Il Mulino.
superorganismo, e nei sistemi che ne simulano alcuni elementi French, R. M. (1995). The Subtlety of Sameness, Cambridge, Mass.:
centrali dal punto di vista funzionale, è allo stesso tempo pro- MIT Press.
duttiva di informazione e guidata dall’informazione che produce. Hamilton, W. D. (1964). The Genetical Evolution of Social Behav-
Di certo, restano fuori molti problemi che qui non sono stati iour, I, II. Journal of Theoretical Biology, 7, 1, 1-52.
affrontati, relativi al modo in cui queste capacità rappresentazio-
nali entrano nel computo e nella spiegazione di aspetti cognitivi Hamilton, W. D. (1972). Altruism and Related Phenomena, Mainly
superiori, come il senso di identità, la coscienza o l’auto-osserva- in Social Insects. Annual Review of Ecology and Systematics, 3,
zione. Tuttavia, sarà forse in futuro anche da una maggiore com- 193-232.
prensione sul funzionamento delle colonie di insetti eusociali Hofstadter, D. R. (1979). Gödel, Escher, Bach: an Eternal Golden
che si potrà avere una più precisa intuizione su come funziona il Braid. Basic Books: New York. trad. it. Hofstadter D. R. (1984),
ragionamento inteso come processo di decisione in tempo reale, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante. Milano:
che pure avviene a partire da un substrato a rete, la struttura ce- Adelphi.
rebrale, che sembra condividere solo alcuni degli aspetti funzio- Hofstadter, D. R., & FARG (1995). Fluid Concepts and Creative Anal-
nali rintracciabili nella descrizione del superorganismo. Resta il ogies: Computer Models of the Foundamental Mechanisms of
fatto che considerare il ragionamento come un superoganismo, Thought. New York: Basic Books, trad. it Hofstadter, D. R. et al.
per gli aspetti che si sono detti e che riguardano la creazione di (1996). Concetti fluidi e analogie creative. Modelli per calcola-
reti di informazioni e dati analizzabili a più livelli, ma compresi in tore dei meccanismi fondamentali del pensiero. Milano: Adel-
un’unica entità, potrebbe avere in futuro due auspicabili conse- phi.
guenze: 1) la produzione di modelli in cui l’informazione seman-
Holland, J. H (1992). Adaptation in Natural and Artificial Systems:
tica trovi una sua applicabilità più plausibile dal punto di vista
2nd edition. Cambridge, Mass.: MIT Press.
cognitivo; 2) un maggiore comprensione del modo in cui essa
Hölldobler, B., & Wilson, E. O. (2009). The Superorganism. The Beau-
����������������������������������������������������������������������������
. In questo senso va visto il tentativo di simulare nello spazio di lavoro ty, Elegance, and Strangeness of Insect Societies. New York: W.
algoritmi di Ant Colonie Optimization (Lawson & Lewis, 2004). W. Norton & Company, trad. it. Hölldobler, B. & Wilson, E. O.

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18 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Le categorie sociali e l’organizzazione
lessicale-semantica delle conoscenze
Andrea Carnaghi - acarnaghi@units.it
Dipartimento Di Psicologia, Università di Trieste
Francesco Foroni - fforoni@sissa.it
SISSA, Cognitive Neurosciences Sector
Raffaella I. Rumiati - rumiati@sissa.it
SISSA, Cognitive Neurosciences Sector

Abstract
A long-lasting question for philosophers and cognitive neuroscientists has been how knowledge is organized in our
brain. Insights from neuropsychological studies reporting patients with a selective impairment for processing natural or
artificial objects in cognitive tasks led to the development of important theoretical advancements on semantic knowl-
edge organization. However, very little has been done to date regarding the way humans organize knowledge about
other humans and social categories. Starting from the current state of the research on the organization of semantic
memory, we review the reasons whereby social groups might be a category on its own and, as such, could have a distinct
and separate neural correlate.

Keywords
Semantic memory, category specificity, social groups, stereotypes.

1. Introduzione 2. Le principali teorie generate dalla neuropsicologia


L’interesse per come le nostre conoscenze siano organizzate Negli ultimi trent’anni i neuroscienziati hanno suggerito di-
nella mente-cervello è molto antico. Una delle prime teorie se- versi meccanismi che potrebbero essere alla base dell’organiz-
condo cui tutto ciò che sappiamo è organizzato in categorie è zazione delle nostre conoscenze (si veda Forde & Humphreys,
stata introdotta e sviluppata dai filosofi (es. Kant, 1781/2003; Ari- 2002). Qui di seguito presentiamo le più importanti.
stotele, I sec a.C./1975) molto tempo prima che le neuroscienze In una serie di studi, Warrington, Shallice e McCarthy (War-
abbiano fornito le prime prove empiriche di una organizzazione rington & McCarthy, 1983; Warrington & Shallice, 1984; Warring-
categoriale nella mente umana. Le categorie in generale, e quel- ton & McCarthy, 1987) per primi hanno descritto pazienti con de-
le sociali in particolare, ci permettono di ridurre la complessità ficit categoriali-specifici, ovvero pazienti che mostravano enormi
delle informazioni cui siamo continuamente sottoposti nell’am- difficoltà nell’esecuzione di compiti che riguardavano una ca-
biente in cui viviamo. In questo modo, ogni volta che incontria- tegoria specifica, avendo però inalterata la capacità di eseguire
mo uno stimolo o un esemplare non lo trattiamo come se fosse gli stessi compiti con altre categorie. Questi autori proposero,
uno stimolo nuovo ma lo elaboriamo utilizzando quello che già quindi, che le categorie sono definite dal tipo d’informazioni su
conosciamo della categoria a cui appartiene. In altre parole, le cui si basa il riconoscimento dei loro esemplari. Secondo questa
categorie ci permettono, ogni qual volta che riconosciamo un teoria, nota come Sensory-Functional Theory (teoria sensoriale-
oggetto, di accedere alle conoscenze generali che caratterizza- funzionale), mentre il riconoscimento delle entità naturali o vi-
no l’intera classe alla quale quell’oggetto appartiene. In questo venti (per esempio un’arancia) richiede principalmente l’elabora-
modo, oltre a semplificare l’ambiente, le categorie funziona- zione di caratteristiche percettive (nel caso dell’arancia, la forma
no come information provider. Per esempio, quando vediamo rotonda, il colore arancio, la caratteristica buccia e così via), il
un certo oggetto e lo categorizziamo come una scarpa (cioè lo riconoscimento degli oggetti artificiali (o non viventi) dipende
assegniamo alla categoria “scarpe”), recuperiamo subito l’infor- principalmente dalle informazioni riguardanti le loro funzioni e
mazione relativa al fatto che esse si calzano, che devono essere le azioni che essi permettono di eseguire (per esempio, un mar-
della nostra misura, che si presentano in coppie, e così via. Dallo tello può essere impugnato per piantare i chiodi nel muro).
studio delle funzioni cognitive in pazienti con lesioni cerebrali è Altri autori come, per esempio, Garrard, Lambon Ralph, Hod-
risultato che ciò che sappiamo a proposito delle entità naturali, ges e Patterson (2001) o Tyler e Moss (2001), hanno invece pro-
quali gli animali, la frutta e la verdura e, meno frequentemente, posto la Teoria del Principio della Struttura Correlata, secondo cui
le nostre conoscenze concernenti entità artificiali, quali i veicoli, l’organizzazione concettuale rifletterebbe la co-occorrenza stati-
gli utensili o i mobili, puó risultare selettivamente inaccessibile stica delle proprietà degli oggetti.
(si veda Capitani et al., 2003, per una rassegna). In base alla logica Infine, Caramazza e i suoi collaboratori (Caramazza & Shelton,
della doppia dissociazione1 (Shallice, 1989), i pattern delle presta- 1998; Caramazza & Mahon, 2003; Mahon & Caramazza, 2011)
zioni compromesse e preservate nei compiti volti a testare le co- hanno sostenuto che la conoscenza concettuale è organizzata
noscenze concettuali di entità naturali ed entità artificiali hanno secondo vincoli specifici, caratteristici di un dato dominio con-
portato a suggerire che questi due classi di concetti (entità natu- cettuale (Domain-Specific Hypothesis, DSH in breve). Secondo la
rali ed entità artificiali) siano rappresentate nel nostro cervello in DSH, l’evoluzione avrebbe favorito l’esistenza di circuiti neurali
categorie differenti con correlati anatomici distinti. innati allo scopo di permettere un’elaborazione efficiente di un
numero limitato di ambiti concettuali (vedi Mahon & Caramaz-
za, 2011). Secondo questa ipotesi la spinta evolutiva potrebbe
aver favorito il modo in cui la conoscenza concettuale sia orga-
nizzata nel cervello, tale per cui le informazioni relative a ciò che
1. Una doppia dissociazione si osserva quando si osserva, da un lato, un è rilevante per la sopravvivenza (cioè, animali, frutta, verdura e
paziente P1 che cade a un compito A ma svolge normalmente il compito conspecifici) sarebbero rappresentate insieme. Questo spieghe-
B e, dall’altro, un paziente P2 che svolge normalmente il compito A ma rebbe perchè un danno alla corteccia temporale spesso riduca la
cade al compito B.

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capacità di riconoscere le entità naturali. Infatti, i settori centrali Utilizzando la risonanza magnetica funzionale, è stato possibile
e posteriori della corteccia temporale sinistra sembrano essere dimostrare che i correlati neurali dell’elaborazione degli oggetti
necessari per il riconoscimento di frutta e verdura e le aree tem- artificiali sono distinti da quelli implicati nell’elaborazione delle
porali anteriori sinistre per il riconoscimento di animali (Capitani categorie sociali. Infatti, le categorie degli oggetti artificiali, ma
et al., 2003). Inoltre un deficit selettivo nel riconoscimento di en- non degli stimoli sociali, erano associate a una maggiore attività
tità artificiali è stato osservato in pazienti con lesioni nelle regioni nel giro frontale inferiore e nella corteccia inferotemporale dell’e-
dorsolaterale e peri-silviana sinistre (cfr. Gainotti, 2000, per una misfero sinistro. Le categorie sociali invece, rispetto agli oggetti
rassegna), osservazione che è stata in seguito confermata anche artificiali, attivavano maggiormente la corteccia prefrontale me-
da studi di neuroimmagine con individui sani (si vedano le recen- diale, il cingolo posteriore, la corteccia temporale anteriore e, bi-
ti rassegne della letteratura: Martin, 2001; Gerlach, 2007). lateralmente, la giunzione temporoparietale. Queste prime evi-
denze ci permettono di concludere che le due categorie (oggetti
artificiali e gruppi sociali) abbiano correlati anatomici distinti.
3. Come sono organizzate le conoscenze sui gruppi Rimane però irrisolto lo status delle categorie sociali rispetto alle
sociali? categorie dei viventi.
Tornando alle teorie neuropsicologiche che abbiamo presen-
Le categorie organizzano non solo le nostre conoscenze sugli tato nella sezione 2, le prime due non ci permettono di fare una
oggetti animati e inanimati ma guidano anche le nostre interazio- previsione precisa sul modo in cui la conoscenza sui gruppi so-
ni con tali oggetti allo stesso modo in cui guidano le nostre inte- ciali possa essere rappresentata nel nostro cervello. Secondo la
razioni con le tante persone che incontriamo nella vita di tutti i DSH, invece, ci si dovrebbe aspettare che i gruppi sociali (es. altre
giorni. etnie, politici o ebrei) e le conoscenze ad essi relative (es. trat-
Sappiamo dalla psicologia sociale che noi tutti tendiamo a ca- ti stereotipici quali violenti, disonesti, e così via), siano rappre-
tegorizzare la maggior parte degli individui che incontriamo sulla sentate congiuntamente agli esseri viventi poiché come gli altri
base della loro età (giovani e vecchi), del sesso (donne e uomini), esseri viventi, anche i gruppi sociali posso essere utili e persino
del loro gruppo etnico (europei, cinesi ecc.), del loro orientamento necessari per la sopravvivenza (si veda Adolph, 1999).
sessuale (omosessuali, eterosessuali), della religione di apparte- La nozione che i gruppi sociali e le informazioni sociali siano
nenza (ebrei, musulmani ecc.) e così via (Allport, 1954). Anche nel molto importanti per la sopravvivenza è in linea con i risultati che
caso delle categorie sociali, infatti, la possibilità di categorizzare mostrano come, quando le persone appartenenti a un gruppo
una persona come appartenente a un gruppo sociale (es. i cinesi), osservano volti di persone che appartengono a un gruppo di-
permette di accedere a diverse caratteristiche che descrivono gli verso dal loro, si attivino regioni cerebrali, come l’amigdala, che
esemplari categoriali (es. lavora molto), sebbene tali caratteristiche normalmente sono associate alla percezione di stimoli rilevanti
non siano necessariamente accurate o realistiche. L’informazione per la nostra sopravvivenza o che mettono in pericolo la nostra
recuperata in una categorizzazione sociale corrisponde alle cono- vita (es. Phelps et al., 2000; Wheeler & Fiske, 2005). Sebbene gli
scenze stereotipiche (o stereotipi) che abbiamo di quel gruppo. In stimoli sociali siano accomunabili agli stimoli legati alle catego-
breve, uno stereotipo è una conoscenza semplicistica largamente rie dei viventi per il loro cruciale ruolo nella nostra sopravviven-
diffusa e fissa su un particolare gruppo di persone accomunate da za, è altresì importante per la nostra esistenza che esistano due
certe caratteristiche o qualità (Katz & Braly, 1933). meccanismi distinti per la loro organizzazione cognitiva. Infatti,
Nonostante categorie sociali e categorie degli oggetti natu- distinguere gli stimoli sociali dagli stimoli dei viventi è funzionale
rali e artificiali abbiano molto in comune, sorprendentemente alla riproduzione e al soddisfacimento del bisogno di affiliazione
in nessuna delle teorie sull’organizzazione della conoscenza de- (Maslow, 1943; Baumeister & Leary, 1995). Inoltre i comporta-
scritte brevemente nella sezione precedente, si trova alcun rife- menti pro-sociali, così come i comportamenti di conflitto inter-
rimento esplicito a come le conoscenze sui gruppi sociali siano gruppo, si generano da una primaria capacità di porre in essere
rappresentate, e tanto meno al fatto che siano eventualmente da categorie umane, al loro interno divisibili in gruppi a cui apparte-
considerarsi come affini alle categorie naturali o artificiali. niamo e gruppi estranei, distinte dalle categorie di essere viventi
Le ricerche nell’ambito della cognizione sociale presentano non umani (es. animali).
teorizzazioni contradditorie in merito allo status delle catego- Un primo test di queste ipotesi alternative è stato condotto da
rie sociali. Secondo alcuni autori (Spears et al.,1997) le categorie un recente studio di Rumiati e colleghi (articolo inviato per la pu-
sociali e le informazioni ad esse collegate sarebbero elaborate blicazione). Questo studio includeva 21 pazienti con diversi tipi
come le informazioni sugli oggetti naturali e artificiali. Altri auto- di demenza primaria. In questo studio, Rumiati e colleghi hanno
ri, affermano invece che le categorie sociali, a differenza di quelle decritto doppie dissociazioni in compiti di categorizzazione di
riguardanti gli oggetti inanimati, siano strutture di conoscenza nomi che designavano entità appartenenti a tre categorie (entità
più complesse (Wattenmaker, 1995) e che sollecitino reazioni naturali, entità artificiali e gruppi sociali). Queste doppie disso-
emotive più forti (Norris et al., 2004). Inoltre gli elementi sociali, ciazioni sembrano suggerire che queste tre diverse categorie sia-
diversamente da quelli artificiali, sono solitamente soggetti ad no rappresentate separatamente nella memoria semantica.
appartenenze categoriali multiple, cioè una stessa persona può Le conoscenze concernenti i gruppi sociali potrebbero essere
appartenere contemporaneamente alla categoria delle donne, indipendenti anche da quelle che codificano le parti del corpo,
degli italiani e degli eterosessuali (Lingle et al.,1984). Le cate- volti o nomi di persone note. Evidenze precedenti, infatti, han-
gorie artificiali sono soggette a un’elevata formalizzazione (es., no dimostrato come le conoscenze delle parti del corpo, volti o
sono figure che hanno tre lati e la somma degli angoli dà origine nomi di persone note possono risultare selettivamente compro-
a 180°), mentre le categorie sociali non riescono a essere forma- messe (es., per le parti del corpo: Barbarotto et al., 2001; Sacchett
lizzate accuratamente (Medin & Smith, 1984). Di conseguenza, & Humphreys, 1992; per le facce: Forde et al., 1997; per i nomi di
mentre la categorizzazione di un oggetto artificiale si basa sulla persone note: Miceli et al., 2000). Queste osservazioni non do-
co-presenza di tutti gli attributi definitori della categoria, l’in- vrebbero sorprenderci poiché, in effetti, i gruppi sociali non sono
clusione (o l’esclusione) di un membro sociale da una categoria parte di un individuo e non denotano singoli individui ma insie-
avviene attraverso criteri di ‘family resemblances’, ovvero criteri mi di individui con alcune caratteristiche condivise.
di somiglianza percepita tra l’esemplare da categorizzare e l’e-
semplare che idealmente sintetizza le caratteristiche categoriali,
ossia il prototipo (Rosch & Mervis, 1975; Wittgenstein, 1953). 4. Direzioni future
Come vengono rappresentate allora le categorie sociali nella
nostra mente/cervello? Una prima risposta a tale quesito è stata Queste riflessioni aprono un ampio ventaglio di possibilità di
fornita da un recente studio di Contreras, Banaji e Mitchel (2011). ricerca con implicazioni sia teoriche che applicative. Nell’ambito

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dello studio dell’organizzazione delle conoscenze in generale e Kings: Assessing the Extendability of Natural Object Concept
dei gruppi sociali in particolare, un aspetto che meriterebbe un Models to Social Things. In Wyer, R.S., Srull, T.K., (eds). (1984),
ulteriore approfondimento è la relazione tra i concetti stereotipi- Handbook of Social Cognition, Vol. 1, Hillsdale, NJ: Lawrence
ci legati ai gruppi sociali e le reazioni affettive ad essi associate. Erlbaum, pp. 71–118.
Infatti, è possibile che tali conoscenze non siano rappresentate Mahon, B., & Caramazza, A. (2011). What Drives the Organization
congiuntamente nel nostro cervello. Alcuni autori hanno già of Object Knowledge in the Brain? Trends in Cognitive Sci-
suggerito che questi due aspetti, ossia la componente seman- ences, 16, 97-103.
tica e valutativa della rappresentazione delle categorie sociali,
non coincidano e che siano probabilmente da considerare come Martin, A. (2001). Functional Neuroimaging of Semantic Memo-
componenti di una rete di conoscenze (Amodio, 2008; Amodio ry. In Cabeza, R., & Kingstone, A., (eds.). (2001), Handbook of
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Psicoanalisi: semantica del transfert
Marco Casonato - marco.casonato@unimib.it
Dipartimento di Psicologia, Università Milano-Bicocca

Abstract
Transference, itself a metaphorical concept, operates through metaphor. Conceptual metaphors for love underlie much psychoa-
nalytic discourse about the patient-analyst relationship. We analyze a series of metaphors--e.g, love is magic, love is a collaborative work of
art, love is a journey--and examine how they may function within psychoanalytic therapy. Deeply entrenched metaphors like Love is a
journey and Therapy is a journey allow us to reason about love and therapy on the basis of what we already know about journeys. Metapho-
rical referencing to journeys commonly occur in both the narration of dreams and the general discourse of analytic patients, and they
may be used to monitor the progress of a treatment and to identify issues in it that require attention.

Keywords
Transference, Metaphor, Theory of Conceptual Metaphor, Dream, Transference Love

1. Introduzione ambiti.
Questo articolo intende fornire un ulteriore contributo (Caso-
La Teoria della Metafora Concettuale (Lakoff & Johnson, 1980; nato, 1998 a, 1998 b) all’interdisciplinarità tra Psicoanalisi e Scien-
1999; Lakoff, 1987; 1996 inter alia), considera la metafora non tan- ze Cognitive. Ma più in generale e, cosa più importante, portare
to un mero strumento linguistico astratto, o retorico, ma un siste- la TMC nel mondo della Psicoanalisi e includere il sapere psicana-
ma adattativo per comprendere concetti più astratti nei termini litico nella generazione di nuove teorizzazioni in TMC, promet-
di concetti più concreti. Infatti, la metafora non solo permette te di offrire una più ampia e unitaria comprensione di processi
di comprendere nuovi domini attraverso proiezioni analogiche, mentali inconsci finora ritenuta possibile.
ma anche permette di moltiplicare l’ampiezza delle proprie basi
di conoscenza in modi fortemente adattativi. La metafora può
essere intesa come uno schema processuale di corrispondenze, 2. Psichiatria biologica e psicoterapia
detto mapping, che parte da un origine, il Dominio Fonte, ed è
diretto al Dominio Target. Nell’attuale era della psichiatria biologica, la psicoanalisi e la
L’accezione della proiezione secondo la teoria è di tipo ma- psicoterapia, ormai libere dall’eredità metapsicologica del Nove-
tematico; ad esempio: di “X è Y”, dove Y è il dominio fonte e X cento, sono in cerca di nuovi fondamenti.
quello target. Ad esempio: «Guarda sin dove siamo arrivati», «La Sfidare la psichiatria biologica non è un compito facile. Ri-
nostra relazione è andata fuori strada» e altre metafore, sono solo chiede, per esempio, la convalida dell’efficacia della psicoterapia
alcuni esempi in cui i termini che usiamo per esprimere una ca- rispetto alle terapie farmacologiche. Significa anche cercare una
tegoria concettuale astratta, amore in questo caso (Y = amore = teoria neurobiologica per la psicoterapia  che  spieghi,  con lin-
relazione), si rendono comprensibili grazie ai termini di un’altra guaggio scientifico contemporaneo (come ad esempio quella
categoria concettuale, ma meno astratta: i viaggi (X = andare fuori della neuroplasticità) come agisce la “terapia della parola”.
strada = viaggio). Da sola però la psicoterapia non può portare a termine una
Per Lakoff e Johnson (1980) il sistema concettuale umano, in valida ricerca, per esempio, sul funzionamento del cervello. È
base al quale si pensa e agisce è essenzialmente di natura me- quindi necessario creare interazioni tra psicoterapia, ricerca sul
taforica. cervello e psicopatologia sperimentale.
La TMC (d’ora in avanti per semplificare si utilizzerà l’acronimo La Teoria Neurale del Linguaggio (Feldman, 2006) rappresenta
che sta per Teoria della Metafora Concettuale) costituisce uno dei un importante e proficuo impianto concettuale che si muove in
più rilevanti sviluppi della Linguistica degli ultimi trent’anni ed tale direzione.
è componete essenziale della linguistica cognitiva. La linguisti- Questa teoria si propone come un ponte che collega neuro-
ca cognitiva può essere considerata una linguistica “semantico- scienze cognitive, linguistica cognitiva, informatica, psicologia
centrica”, laddove la linguistica chomskyana risulta grammatico- cognitiva e neuro-filosofia. Trattando la mente in termini biolo-
e sintattico-centrica. gici, Feldman radica il linguaggio e il pensiero nell’esperienza
La TMC si focalizza sulla natura di taluni processi mentali uma- corporea e nell’attività neurale: “Il linguaggio è indistricabile dal
ni inconsci, così come si manifestano nel linguaggio o in altre pensiero e dall’esperienza” (Feldman, 2006, p.3).
attività simboliche. Inoltre questa teoria pone l’accento, come la Questo approccio è l’ormai noto paradigma cognitivo dell’ em-
psicoanalisi, su come i processi mentali abbiano un fondamento bodiment, (Lakoff and Johnson, 1999; Johnson, 2007) che ha tro-
nell’esperienza corporea. È proprio l’accento su questa derivazio- vato sostenitori anche in altre discipline quali - si citano solo pochi
ne che ha permesso lo sviluppo del paradigma dell’embodiment riferimenti non esaustivi - la biologia (Maturana e Varela, 1980), le
che oggi è ampiamente accreditato. neuroscienze (Damasio, 1994; Edelman, 2004), la psicologia co-
Da quando questa teoria ha iniziato a fornire varie interpre- gnitiva (Barsalou, 1999) e la filosofia (Gallagher e Zahavi, 2008).
tazioni sulle manifestazioni del linguaggio umano, ha contribu- Embodiment è un termine di difficile traduzione e si riferisce
ito anche a fare chiarezza su importanti aspetti della natura del alla inseparabilità tra facoltà cognitive ed esperienza corporea. In
dialogo psicanalitico, oltre che su sulla teoria psicanalitica stessa. italiano si tende ad utilizzare il termine inglese o, laddove tradot-
Gli psicoanalisti sono sempre stati consapevoli della natura to, si preferisce la forma aggettivata “incarnato” di derivazione re-
metaforica di molte faccende con cui hanno avuto a che fare. ligiosa o talora “incorpato” da affiancare ad altri termini: “Facoltà
Tuttavia sono solo agli inizi della nuova visione radicale previ- cognitive incarnate”, “Significati incarnati” ecc. oppure “che coin-
sta dalla TMC. Da parte loro, scienziati e linguisti cognitivi hanno volgono anche il corpo”.
mostrato inizialmente scarsa consapevolezza del contributo che Nell’ambito della psicopatologia clinica e della psicoterapia,
la psicoanalisi e la psicoterapia può ottenere dai loro rispettivi che si focalizzano sul discorso interpersonale e intersoggettivo, la

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Teoria Neurale del Linguaggio rappresenta senz’altro un valido duo a riprodurre il passato, in accordo con il sopramenzionato
impianto scientifico di base in grado di spiegare come funzioni concetto di tempo ciclico, anch’esso importante in termini biolo-
una terapia psicologica. gici. Questa tendenza a rivivere il passato non migliorerebbe tut-
Una prima applicazione della teoria di Feldman permette un tavia la vita del paziente. Non modificherebbe neppure il ricordo
nuovo approccio al concetto principe della psicoanalisi, ossia il del passato o le aspettative per il futuro. La coazione a ripetere
Transfert. finirebbe con il perpetrare vecchi schemi comportamentali ed
emozionali fino a quando questi non vengono incorporati nel
Transfert analitico, per essere così analizzati e modificati sia da
3. Il Transfert un’esperienza correttivo-emozionale che dal lavoro psicoanaliti-
co di interpretazione.
Il termine di paragone “come se”, utilizzato quando si parla di La fenomenologia della coazione a ripetere deriva dal sempli-
transfert (ad esempio: “il paziente inconsciamente tratta la sua ce fatto che una persona è in grado di utilizzare solo gli schemi
terapeuta come se ella rappresentasse la figura materna”), è basa- comportamentali che ha già a disposizione.
to su un’ampia quantità di metafore tramite cui gli psicoanalisti Alcuni osservatori clinici non sanno dare spiegazione a certe
costruiscono le peculiari realtà dei loro differenti approcci alla compulsioni perché non riescono a prendere in considerazione
psicoanalisi classica. il punto di vista della persona che agisce dentro una realtà che
Arlow (1969) fu un precursore nell’affermare che il processo egli stesso definisce cognitivamente e che quindi interpreta ed
psicoanalitico è in se stesso una metafora. Semi (1981) propo- esplora basandosi sulle proprie modalità comportamentali ed
ne un punto di vista analogo. Schafer (1983) accentua la carat- emozionali.
teristica intrinsecamente narrativa del transfert e definisce il Strutture mentali acquisite nel passato continuano, di fatto,
transfert come “una macchina del tempo” la quale, portando il ad attivarsi nel presente, anche nel qui ed ora del setting ana-
paziente a lavorare sulla propria infanzia, non è altro che un abile litico.
impiego di metafore che ri-definiscono, in termini psicoanalitici, La coazione a ripetere perde quindi il suo carattere misterio-
l’esperienza clinica del paziente stesso. In altre parole l’analista so e si comprende come un fenomeno clinico abbastanza ovvio,
usa metaforicamente i richiami all’infanzia per costruire un’espe- cioè nell’utilizzo, da parte del paziente, di pregressi schemi per-
rienza psicoanalitica che segue diverse tradizioni, proprio come ché non ne ha altri a disposizione.
possono essere utilizzate altre metafore psicoanalitiche di base, Gli psicoanalisti kleiniani (Racker, 1968; Bion, 1962) conside-
che tratteremo in questo articolo . rano il transfert come una manifestazione di proiezioni multiple.
Esperienze così costruite entrano a far parte del dominio con- Per Racker (1968), che ha fornito uno dei più importanti contri-
cettuale di transfert clinico: aspetto molto significativo perché il buti allo studio del transfert e del controtransfert, il transfert è
transfert riveste un’importanza indiscutibile in psicoanalisi ed ha l’esito di proiezioni verso l’analista di oggetti interni rifiutati.
avuto un forte impatto sulla cultura terapeutica che ne è deri- Attraverso questo processo alcuni conflitti interni intollerabili
vata. vengono trasformati in conflitti esterni. Questo punto di vista è
L’idea di Transfert compare nel saggio Studi sull’isteria di Breuer presente anche in Bion (1962) e ha goduto di grande popolarità
e Freud (1895) nell’accezione di “falsa connessione” (nei termini nei decenni successivi.
della scienza neurologica dell’Ottocento) nei ricordi dei pazienti. Kohut (1971, 1977) introdusse il concetto di transfert ogget-
Ciò significava che il paziente stava trasferendo nella figura del to-sé, diviso in transfert idealizzante e transfert speculare. Secon-
medico alcune idee emerse durante il processo analitico. Tale vi- do Kohut il paziente, mediante un transfert oggetto-sé, tenta di
sione è anche collegata al cosiddetto modello archeologico dell’ ristabilire con l’analista quei legami del passato creatisi con certe
“attività clinica” ed alla concezione di Breuer della memoria come figure di riferimento e traumaticamente spezzati durante l’infan-
un magazzino e sistema di archivio. zia.
Nei successivi sviluppi del concetto di Transfert si mantenne Storolow, Brandchaft e Atwood (1987), concepiscono il tran-
la nozione di “falsa connessione”, intesa però come una sorta sfert come una sorta di microcosmo della vita psicologica del
di distorsione della realtà. In questa prospettiva sembrava che il paziente. L’analisi del transfert fornisce il focus attraverso cui
terapeuta possedesse la “realtà giusta” mentre il paziente quella gli schemi che governano la vita di un paziente possono essere
“sbagliata” che andava corretta attraverso la psicoterapia. chiariti e trasformati.
Più tardi emerse il concetto di Transfert come regressione e Il transfert è visto come l’espressione di principi organizzativi
venne considerato un tentativo di rievocare e riprodurre episodi ed immagini formatesi nel corso dell’esperienza di attaccamento
dell’ infanzia durante la seduta, grazie allo psicoanalista. della persona, ovvero come il processo che organizza l’esperien-
Oggi si preferisce il termine di ricostruzione o meglio di ri- za. Prende quindi parte alla costruzione della realtà e consiste
attualizzazione o “messa in scena” dei contenuti intrapsichici e nell’espressione di strutture di significato che di norma inclu-
relazionali dell’individuo. dono l’analista, le sue azioni e ciò che accade durante la seduta
Nel passato il modo di concepire il Transfert era legato an- analitica.
che all’idea di natura ciclica e di reversibilità tipiche della cultura In questo modo il transfert è soggetto ai meccanismi piage-
scientifica del Novecento. Schafer (1983) ha sottolineato con for- tiani di assimilazione e accomodamento (Watchel, 1980). Questo
za alcune delle assurdità implicite nella metafora della psicoana- processo attinge a più fonti che vanno dalla storia personale agli
lisi come “macchina del tempo” che fa uso della regressione per aspetti del qui ed ora della seduta analitica e ai significati e co-
riportare il paziente ad un momento della sua infanzia. strutti personali che la connotano, così come alla vita reale del
Il Transfert è visto anche come una forma di spostamento, con- paziente.
cetto che ha un’origine metapsicologica ed è legato ad un altro Il transfert appare quindi come una molteplicità di strutture
concetto, quello di energia psichica. Una scarica energetica viene tematiche e livelli di organizzazione psicologica attivati dalla
inviata lungo un percorso associativo, cioè da un’ “idea” centrale psicoanalisi. Nella visione di questi autori il transfert si riferisce
di forte intensità emozionale ad una più periferica e debole. La all’assimilazione della relazione psicoanalitica nelle strutture te-
comprensione dello spostamento si basa sulla neurologia intro- matiche del mondo soggettivo del paziente. In questo modo il
spettiva degli ultimi decenni del Novecento: le idee contenute transfert è l’espressione degli sforzi della psiche di organizzare
nel sistema nervoso possono muoversi mosse dalle cariche ener- l’esperienza. Da questo punto di vista le metafore esprimono
getiche. precisamente i temi personali utilizzati per organizzare il presen-
Il Transfert è stato considerato anche la manifestazione di una te del rapporto paziente-analista.
coazione a ripetere a cui Freud (1920) assegnò un fondamento Sia storicamente che attualmente l’innamoramento da parte
biologico. Una tale compulsività porta inevitabilmente l’indivi- di una paziente donna verso il proprio analista è uno dei temi

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più comunemente collegati al transfert (anche se non il più im-
portante). l’amore è pazzia
Il fallimento nell’analizzare questo fattore ha contribuito «Sono pazzo di lei», «Mi fa andar fuori di testa», «Spesso lui farnetica
all’interruzione dell’analisi nel caso di Dora (Freud. 1901) ed ha di lei», «È diventata pazza di lui».
evidenziato l’urgenza di una riflessione clinico-teorica sul feno- Infine un’importante metafora che sta alla base della pratica
meno. In più l’amore, nella tradizione psicoanalitica, è conside- clinica. Basti pensare ai “conflitti” di una coppia, “guerre” familiari
rato un elemento particolarmente pertinente nella filosofia della o tra gruppi istituzionali.
cura e per il processo di guarigione. Oggi è anche ritenuto un
l’amore è una guerra
importante “fattore terapeutico”.
«È famoso per le sue numerose e rapide conquiste», «Ha lottato per
Ma l’amore appartiene anche ad una solida e ben radicata lui, ma la sua amante vinse», «È fuggito dalle sue avances», «Lei lo per-
tradizione narrativa, elaborata proprio grazie alle nostre comuni seguita senza sosta», «Sta lentamente guadagnando terreno nei suoi
metafore. confronti», «Ha vinto la sua mano», «L’ha sopraffatta», «È assediata dai
pretendenti», «Ha arruolato i suoi amici», «Ha stretto un’alleanza con
la madre».
4. Una questione cruciale in psicoterapia: l’amore.
Queste metafore d’amore costituiscono una sorta di “noccio-
Lakoff e Johnson (1980, p.49) hanno fornito un’utile analisi di lo duro” concettuale che plasma i linguaggi clinici specialistici
parecchie metafore di base1 riguardanti l’amore, così come ha come le storie personali dei pazienti.
fatto Kövecses (1988). Tali metafore suggeriscono connessioni Lakoff e Johnson (1980, p. 173) hanno evidenziato che si tratta
con concetti metapsicologici o clinici di diversi metodi psicote- di “metafore convenzionali, ossia metafore che strutturano il siste-
rapeutici, sia psicoanalitici che non. ma concettuale comune della nostra cultura, che è riflesso nel no-
La prima delle metafore fondamentali individuate da questi stro linguaggio quotidiano”.
autori, che ha a che fare in particolare con l’energia psichica e la Esse sono accettate nella narrativa usuale della nostra comu-
libido, evoca anche concetti derivati dalla fisica utilizzati in psico- nità e costituiscono la rete entro la quale il linguaggio clinico
analisi (metapsicologia). specialistico è legittimato. Oltre a questo le metafore consento-
no la produzione di nuovi significati attraverso la ricombinazione
l’amore è una forza fisica (elettromagnetica, gravitazionale, chimica ecc.) di differenti ambiti di esperienza.
«Sento elettricità tra di noi», «C’è stata una scintilla», «Ero (magnetica- Sia Lakoff e Johnson (1980) che Schafer (1983) suggeriscono
mente) attratto da lei», «Sono attratti l’un l’altro», «La sua vita intera che le metafore possano dare nuovi significati al nostro passato e
le ruotava attorno», «L’atmosfera intorno a loro è sempre carica», «C’è
a ciò che conosciamo e in cui crediamo. Le metafore d’amore co-
un’incredibile energia nella loro relazione», «La nostra è stata subito
un’attrazione di pelle». muni nella società occidentale coincidono con le caratteristiche
proprie della seduta analitica.
La relazione amorosa può essere espressa anche tramite Queste straordinarie corrispondenze e sovrapposizioni sono
un’altra metafora antropomorfica che rievoca le classiche “pozio- ciò che produce luoghi comuni psicoanalitici che rendono la re-
ni d’amore” preparate da streghe e maghi. Questa metafora ri- lazione terapeutica un’esperienza da provare, plausibile e vera.
chiama alla mente l’“amore ipocondriaco” rilevato in donne spes- Le metafore d’amore permettono tutto questo.
so in cerca di prove o misure della loro relazione d’amore. Queste Il ruolo dell’amore, come fattore terapeutico tecnicamente
donne infatti fanno spesso ricorso a maghi o anche a terapeuti, usato, riguarda la seguente metafora:
dai quali ottengono una risposta.
l’amore è un’opera d’arte fatta in collaborazione

l’amore è un paziente
Questo è un ottimo esempio di una metafora fondamentale, sottesa
«Questo è un rapporto malato», «Loro due vivono un matrimonio ai concetti psicoanalitici, che governa il processo terapeutico. Questa
sano», «Il matrimonio è morto, non può essere resuscitato», «Il loro metafora è particolarmente potente, perspicace e appropriata da im-
matrimonio è in via di guarigione», «La loro relazione è davvero in for- primere la nostra esperienza come membri di una generazione e di
ma», «Il loro matrimonio è allo stadio terminale», «È una storia stanca», una cultura, rendendo le nostre esperienze amorose coerenti e con-
«Uccideranno il loro amore in questo modo», «Hanno bisogno di una ferendo loro una qualità condivisa.
terapia di coppia».
Lakoff e Johnson elencano alcune metafore (1980, p. 174)
Connessa a questa metafora c’è la concezione che la relazio- che possono, a nostro avviso, essere applicate anche a un cer-
ne d’amore sia qualcosa di magico. In letteratura questa è una to numero di concetti psicoanalitici base che permettono di di-
tipica qualità del potere che le donne possono esercitare sugli spiegare la complessa mappatura dell’ “Amore” in senso clinico-
uomini. Si pensi ad esempio a Circe nell’Odissea: uomini comuni psicoanalitico:
trasformati in porci e la sottomissione sessuale dell’incantatrice
su Ulisse. Quindi L’amore è lavoro: la psicoanalisi è un lavoro, l’elaborazione [il
Durcharbeitung di Freud] è la principale caratteristica del proces-
l’amore è magia so, il lavoro analitico, l’alleanza di lavoro;
«Gettò il suo incantesimo su di me», «La magia non c’è più», «Ero in- L’amore è attivo: ad esempio la posizione di Ferenczi sulla gua-
cantato», «Mi ha ipnotizzato», «Lui mi tiene in uno stato di trance», rigione (recentemente rivalutata in psicoanalisi);
«Ero estasiato da lei», «Sono affascinato da lei», «È ammaliante». L’amore richiede cooperazione: alleanza di lavoro, alleanza te-
rapeutica;
Da tempi immemorabili l’amore è stato sovente paragonato L’amore richiede dedizione: motivazione analitica, motivazione
alla pazzia. Mentre anticamente era necessario salire su un ippo- cercata nel candidato, processo secondario, capacità di rimanda-
grifo e volare sulla luna, per recuperare la propria sanità mentale, re la soddisfazione;
nell’era delle esplorazioni spaziali la psicoanalisi sembra meglio a L’amore richiede compromesso: risoluzione analitica dei conflitti;
suo agio a viaggiare nel “mondo interiore” o nel “mondo interno” L’amore richiede disciplina: programmazione, setting, paga-
secondo l’accezione kleiniana. mento delle sedute saltate, dire tutto quello che passa per la
mente senza censure, un lungo e rigoroso periodo di training è
1. Le metafore di base sono le metafore convenzionali, come verrà ripreso richiesto per diventare psicoanalista;
più sotto nell’articolo. Con queste accezioni gli autori intendono quelle L’amore implica responsabilità comuni: motivazione all’analisi
metafore di uso comune talmente radicate nel nostro sistema metaforico del soggetto nevrotico, transfert/ controtransfert, equilibrio per-
concettuale da poter essere dei punti di partenza per la generazione di sonale dell’analista;
nuove metafore e nuovi significati.

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L’amore richiede pazienza: analisi a lungo temine, processo sono quindi mascherati. Infatti, secondo Lakoff e Johnson (1980)
secondario, maturazione lenta, regola astinenza, atteggiamento il nostro sistema concettuale comune non si accorge degli aspet-
analitico, non cercare immediato sollievo dei sintomi o risultati ti emozionali dell’amore come se fossero sotto il controllo attivo
terapeutici rapidi; di chi ama.
L’amore richiede valori e scopi comuni: il paziente acquisirà al- Per esempio, nella metafora l’amore è un viaggio e, per il discor-
cuni dei valori dell’analista, credenza certa nell’esistenza dell’in- so che qui ci interessa, anche la psicoanalisi è un viaggio, entrambe
conscio o degli “oggetti interni”; incluse nella più generale metafora le relazioni sono un viaggio, la
L’amore richiede sacrificio: rispetto delle regole dell’astinenza, relazione è vista come un veicolo che non è sotto il controllo at-
non azione, soddisfazioni limitate e ritardate; tivo della coppia, dato che può andare fuori strada, spiaggiarsi o
L’amore regolarmente si accompagna a frustrazioni: frustrazio- non andare da nessuna parte.
ne ottimale, ruolo delle contro-domande; Lungo la stessa linea, in accordo con Lakoff e Johnson, nella
L’amore richiede comunicazione istintiva: associazioni libere, metafora l’amore è follia («Sono pazzo di lei», «Mi fa andar fuori di
empatia; testa») “si verifica l’estrema perdita di controllo” (ivi, p. 175).
L’amore è un’esperienza estetica: la psicoanalisi è un’arte e non In l’amore è salute, che gioca un ruolo nella valutazione dei ri-
una scienza, ineffabilità dell’interpretazioni analitica; sultati dell’analisi, la relazione è un paziente: «Questo è un rap-
L’amore ha valore per se: “Non posso prometterti nulla, la cono- porto malato», «Il matrimonio è morto, non può essere resusci-
scenza è un valore intrinseco”, ha detto un importante seguace di tato», «Il loro matrimonio è in via di guarigione». In questo modo
Bion durante l’età “d’oro” della psicoanalisi”; la passività che la nostra cultura attribuisce alla salute è trasferita
L’amore implica creatività: psicoanalisi come processo creati- all’amore. Quindi, sempre in accordo con gli autori, questa me-
vo, l’inconscio creativo; tafora “focalizzando vari aspetti dell’attività (opera, creazione,
L’amore richiede un’estetica in comune: l’empatia rende possibi- perseguire gli scopi, costruzione, aiuto ecc.), fornisce un’organiz-
le trasferire il Sé di una persona in quello di un’altra; zazione per importanti esperienze d’amore che il nostro conven-
L’amore non si può ottenere applicando una formula: parametri zionale sistema concettuale non rende disponibile” (ivi, p. 175).
della psicoanalisi, psicoanalisi euristica e psicoanalisi stereotipa- Ad ogni modo la metafora non implica altri concetti, ma piut-
ta, rifiuto della diagnosi, nessun DSM è necessario per la psicoa- tosto ne specifica alcuni aspetti. Lakoff e Johnson sono convinti
nalisi; che “sebbene la metafora possa eliminare gli aspetti di perdita di
L’amore è unico in ogni sua realizzazione: ogni analisi è diversa controllo propri della metafora l’amore è follia, essa mette però in
dall’altra, l’esperienza analitica è ineffabile, terapie basate sugli luce un altro aspetto, precisamente il senso di possesso quasi de-
schemi non possono essere efficaci come la vera psicoanalisi; moniaco che vi è dietro al nesso che nella nostra cultura associa
L’amore è espressione di ciò che uno è: ogni psicoanalisi riflette genio artistico e follia” (ivi, trad. it., p. 176).
le profonde idiosincrasie della storia del paziente; Inoltre la metafora mette in evidenza e dà coerenza a talu-
L’amore crea una realtà: il processo analitico rende presente ne esperienze amorose, contribuendo così alla strutturazione di
il passato o libera il presente dal passato, crea una nuova realtà un’attività narrativa, mentre altre esperienze amorose sono mes-
analizzata, cambia sia il mondo interno che gli oggetti interni; se in ombra.
L’amore riflette il modo in cui tu vedi il mondo: durante l’analisi La narrazione, con le proprie metafore chiave, assegna all’a-
l’analista accede solo al modo in cui il paziente vede la propria more un nuovo significato, proprio come può succedere nel cor-
realtà; so di una terapia.
L’amore richiede la più grande onestà: il processo analitico Infine se gli elementi inclusi nella metafora rappresentano per
esclude qualsivoglia abuso sessuale o finanziario, come ha detto noi i più importanti aspetti dell’esperienza amorosa mai vissuti
Bion, la mente ha bisogno di verità; o immaginati, allora essa può essere considerata un truismo e
L’amore può essere passeggero o duraturo: la psicoterapia può diventare un assunto di base della realtà; per molte persone l’a-
essere breve, lunga o interminabile; more è proprio un’opera d’arte.
L’amore ha bisogno di investimenti: la psicoanalisi richiede in- La metafora può in questo modo costituire un feedback per
vestimenti nel senso del Besetzung [investimento di energia/ ca- guidare le nostre azioni future e per costruire ciò che Schafer
tessi] e nel senso di consistenti costi nel corso degli anni; (1983) definisce la “natura” del paziente in termini narrativi: ad
L’amore produce, da sforzi condivisi, una soddisfazione estetica esempio una serie di strutture narrative del Sé che auto-attualiz-
comune: insight, interpretazione empatica e buone sedute ana- zano se stesse con l’esperienza.
litiche. Ciò significa che se considero la metafora l’amore è follia, diffi-
cilmente mi focalizzerò su quello che dovrei fare per confermar-
Come mostrano questi esempi, ciò che implica la Metafora la. Se invece vedo l’amore come opera d’arte, allora mi attivo e, se
dell’Amore coincide con il maggiore dei luoghi comuni della psi- l’attività è collaborativa è piuttosto naturale collaborare col te-
coanalisi. Inoltre se consideriamo i cambiamenti occorsi nel con- rapeuta.
cepire ed eseguire un’opera d’arte, dal tempo di Freud ad oggi, Questo è il tipo di cambiamento che la terapia produce nelle
troveremo un corrispondente salto dal modello archeologico- metafore sottostanti le narrative analitiche. Oltre a ciò, il signifi-
investigativo (Fara, Cundo, 1981; Spence, 1982) a modelli meno cato di una metafora è in parte determinato culturalmente e in
strutturati o univoci, esattamente come nell’idea contempora- parte legato all’esperienza del passato di una persona.
nea di opera d’arte. l’amore è un’opera d’arte fatta in collaborazione assume un signifi-
Le nostre esperienze formano un tutto coerente e supportano cato diverso nel caso di due quattordicenni al loro primo incon-
l’evidenza della metafora che, attraverso la sua rete di implicazio- tro o di una coppia matura di artisti, oppure nel caso di chi con-
ni, ci permette di provare una sorta di “riverbero”. Questo riverbe- cepisce l’arte come un oggetto da sfoggiare o pensa che l’arte
ro risveglia e connette il nostro ricordo di una passata esperienza produca solo illusioni. Ad esempio si può descrivere il mapping:
d’amore e ci serve come guida per quelle future. «L’amore è un oggetto da ostentare», «L’amore esiste solo per
L’esplorazione narrativa adottata dalla psicoanalisi si basa essere giudicato e ammirato dagli altri», «L’amore crea un’illusio-
su tale connessione, come è, ad un livello più generale, la cre- ne», «L’amore obbliga a nascondere la verità». Quest’ultima me-
dibilità della concezione stessa della psicoanalisi. La metafora tafora, nell’ambito di una psicoanalisi, rappresenta una credenza
l’amore è un’opera d’arte fatta in collaborazione mette in evidenza e patogena (Weiss,1992).
in ombra alcuni concetti addizionali e caratteristiche degli am- In presenza di un paziente narcisista, che sviluppa relazioni
biti che stiamo esplorando. L’aspetto attivo dell’amore è messo d’amore in base a modalità narcisistiche, la metafora dell’opera
in primo piano attraverso la nozione di lavoro, nel senso sia di d’arte è senz’altro appropriata, ma comprensibile in termini di
opera collaborativa che di opera d’arte. Aspetti passivi dell’amore “collaborazione” costruttiva piuttosto che “oggetto perfetto”, nel-

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le sue profonde implicazioni personali, solo attraverso un lungo nessuna parte», «Il nostro trattamento sta fallendo», «Abbiamo
lavoro clinico (Kohut,1977; Weiss, 1992). raggiunto un vicolo cieco».
Espressioni come «Guarda fino a che punto siamo arrivati»
non si riferiscono esclusivamente alla psicoanalisi o all’amore,
5. Amore e Psicoanalisi come viaggi ma sono comprese anche nella classe delle relazioni concettua-
lizzate come viaggi. Le metafore d’amore appartengono a questa
La metafora concettuale l’amore è un viaggio sembra essere un classe esprimono un tipico modo di pensare all’amore. Gli aman-
elemento chiave per la comprensione di alcuni aspetti dell’ana- ti sono viaggiatori in un viaggio che hanno intrapreso insieme,
lisi clinica e della fenomenologia della seduta psicoanalitica. In proprio come la coppia paziente-analista con i loro obiettivi con-
questi ambiti un ruolo ovvio è giocato dai “principi metaforici”: divisi.
l’amore è terapia e l’agente terapeutico della psicoanalisi è l’amore. La relazione è il veicolo che consente loro di raggiungere i
Infatti dalla metafora l’amore è un viaggio segue una sorta di se- propri obiettivi condivisi. Il viaggio non è facile, ci sono ostacoli
condo ordine di metafore, riscontrato nel pensiero dei pazienti, e crocevia dove decidere che direzione prendere e se continuare
nei loro sogni sia notturni che in quelli ad occhi aperti e anche insieme.
nell’analista stesso: la terapia è un viaggio. «Il mio analista mi sta Appare chiaro dunque come le metafore sorreggano la tradi-
portando su un pendio irto di difficoltà», «L’analisi mi ha portato zionale narrativa dei luoghi comuni psicoanalitici, trasmessi nei
in un vicolo cieco», «In seduta viaggio con la mente», «Il mio ana- training psicoanalitici e nelle supervisioni.
lista è una guida sicura». Tali luoghi comuni pretendono di essere “fatti clinici” scoperti
D’altronde il viaggio è uno dei grandi temi della narrativa per merito di una speciale abilità psicoanalitica di arrivare a di-
mondiale (si pensi all’Odissea, alla Divina Commedia e ai Viaggi mensioni nascoste, ma nei fatti queste dimensioni sono di natura
di Gulliver).  In epoca romantica, come noto, il viaggio divenne squisitamente metaforica.
metafora dell’esplorazione interiore: il viaggio romantico a Pom- Le cosiddette fantasie inconsce sono spesso, se non sempre,
pei nella Gradiva di Wilhelm Jensen diviene per Freud (1906) un metafore che operano a livello inconscio come processi cognitivi
modello dei cambiamenti indotti dalla psicoanalisi tramite il e sono rese esplicite da una sorta di processo psicoanalitico di
“viaggio analitico”. mappatura delle metafore.
Per Schafer (1983) la metafora del viaggio, in senso più ampio, I modi di viaggiare possono essere diversi: in macchina («È
comprende il crocicchio di Edipo Re; è inoltre possibile sussume- stata una lunga strada accidentata», «Siamo immobili, stiamo
re anche un concetto più generale dei “viaggi della droga” e dei solo perdendo tempo»), in treno («Siamo usciti fuori dai binari»),
“viaggi egoistici” di chi si sente superiore. “Il viaggio può anche in barca («Siamo andati a finire contro gli scogli», «Stiamo nau-
descrivere e implicare (allegoricamente) un viaggio attraverso il fragando») o in aereo («Stiamo decollando», «Siamo in caduta
prorio passato o lo sviluppo del proprio mondo interiore, o esse- libera»).
re implicito in essi” (ivi, p.248) È facile rendersi conto della rilevanza di queste metafore nelle
È precisamente la propensione umana a raccontare storie che varie fobie, azioni contro fobiche o concezioni della realtà indot-
fa sì che la metafora del viaggio si possa applicare alla terapia, te dal carattere di una persona. Per Lakoff (1986), come abbiamo
laddove,  nell’ambito del senso comune, l’amore è  visto come accennato nell’introduzione, le metafore implicano una mappa-
un viaggio. Infatti gli psicoanalisti appartengono alla stessa co- tura (in senso matematico) da un certo dominio fonte dell’espe-
munità narrativa dei  propri pazienti e quindi condividono con rienza (il viaggio, nel nostro caso) a un dominio target (amore e
loro modelli e metafore del mondo reale nel corso della terapia. terapia). A sua volta l’amore diventa il dominio fonte per la meta-
Schafer (1983) parlando di competenza narrativa dice che que- fora clinica di secondo ordine, il cui dominio target coincide con
sta sembra derivare da tre fonti principali: il linguaggio appreso, la psicoanalisi.
i sogni a occhi aperti e l’esperienza psicoanalitica. Proprio  con La mappatura è estremamente strutturata: ci sono corrispon-
quest’ultima possiamo diventare specialisti nell’analisi tra mem- denze ontologiche, per cui entità del dominio dell’amore (ad
bri della stessa comunità narrativa. Non si tratta di comuni “fanta- esempio gli amanti, i loro obiettivi comuni, le loro difficoltà, la loro
sie inconsce”, ma di temi narrativi appartenenti alla propria cultu- relazione d’amore ecc.) corrispondono sistematicamente ad enti-
ra utilizzati idiosincraticamente per raccontare esperienze di vita. tà del dominio dei viaggi (i viaggiatori, il veicolo, la destinazione
Basandosi sul pensiero di Sachs (1942), Arlow (1969) ha sug- ecc.). Queste corrispondenze possono essere facilmente estese
gerito che noi apparteniamo alla stessa comunità dei sognatori al dominio delle esperienze affettive nella terapia psicoanalitica
ad occhi aperti, dei nostri pazienti. Spesso, a seconda dei tratti (coppia paziente-terapista, relazione terapeutica, transfert, com-
caratteriali del paziente, il viaggio diventa il modello narrativo pimento dell’analisi) ed esprimersi ad esempio nei sogni.
per la storia che si racconta in analisi, almeno durante certe fasi. La metafora l’amore è un viaggio ci permette di leggere altrettan-
In questo modo si assiste ad un’interazione tra la narrativa di un to facilmente i cosiddetti “simboli onirici”; questi infatti corrispon-
viaggio verso una qualche destinazione e la narrativa dell’amore, dono a particolari strutture narrative (tipiche di certe culture e in
oppure quella del viaggio iniziatico. certi periodi della storia dell’uomo) che sono centrali anche per
Data la natura metaforica dell’interazione tra due narrati- l’organizzazione dell’attività immaginativa durante il sonno.
ve, l’interazione viaggio-amore è stata riconosciuta come un fat- Elaborando la schematizzazione proposta da Lakoff (1986), la
tore terapeutico in psicoanalisi. mappatura tra la metafora ontologica2 l’amore è un viaggio e quel-
Lakoff precisa che “esiste, nella nostra cultura, una metafora la di secondo ordine, o strutturale,3 che ne deriva, la terapia è un
pienamente sviluppata dell’amore-come-viaggio, utilizzata per viaggio, si può costruire la seguente tabella (Tab. 1) che mostra
comprendere certi aspetti dei rapporti sentimentali e ragionare l’interconnessione dei tre domini, come finora descritta, nella ge-
su di loro, in modo particolare per quegli aspetti che hanno a nerazione di una nuova metafora:
che fare con la durata, la vicinanza, le difficoltà e finalità comuni” La mappatura, oltre alla metafora ontologica (amore = viag-
(ivi., p. 216). gio) include corrispondenze epistemiche4 grazie alle quali la co-
Molte espressioni del linguaggio comune riflettono la con-
cettualizzazione dell’amore come un viaggio (Lakoff e Johnson, 2 Ossia una metafora che trae il proprio significato dalla nostra esperien-
1980). Alcune hanno a che fare con l’amore e altre vi si possono za con gli oggetti fisici. La mappatura delle corrispondenze è sistematica
adattare. Tutte possono essere applicate alla relazione psicoana- e comprende eventi, attività, azioni, oggetti percepiti nel campo visivo e
litica: «Guarda fino a che punto siamo arrivati», «È stata una lunga altri (Lakoff e Johnson, 1980).
strada difficile», «Non possiamo più tornare indietro», «Siamo a ����������������������������������������������������������������������
Una metafora strutturale deriva da metafore convenzionali più elemen-
un bivio», «Dobbiamo prendere due vie separate», «Siamo im- tari già sedimentate nel sistema concettuale di una cultura. È inoltre in
mobili, stiamo solo perdendo tempo», «Questa storia non va da grado di creare nuovi significati. (cfr. n. 2)
4. Quando le corrispondenze tra domini non sono di tipo ontologico (cfr

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Metafora strututrale (La terapia è un viaggio)
Metafora ontologica (L’amore è un viaggio)
Domino Fonte = Viaggio, Dominio Target: Terapia, Dominio Target
Dominio Fonte = Viaggio, Dominio Target = Amore
esteso = Terapia
Amore Viaggio Terapia/ Psicoanalisi

Amanti Viaggiatori Coppia paziente-terapeuta


Relazione d’amore Veicolo La terapia
Essere in un rapporto Essere fisicamente vicini La relazione analitica; Transfert/ Controtransfert (Sogni sull’ana-
Essere intimi in un veicolo lisi)
Avere obiettivi in co- Mete comuni del viag-
Obiettivi terapeutici condivisi; Compimento della terapia
mune gio
Ostacoli durante il Problemi paziente-analista durante il percorso analitico; Resi-
Difficoltà relazionali
viaggio stenze
Tab. 1 - Mappatura corrispondenze tra domini concettuali

noscenza del dominio del viaggio viene proiettata in quella sia allora le espressioni “vicoli ciechi” e “crocevia” valgono sia per l’a-
dell’amore che della terapia. Tali corrispondenze ci consentono more che per la psicoanalisi.
di ragionare sull’amore tramite il concetto del viaggio, oltre che Se si dispone di corrispondenze ontologiche e altre cono-
di ragionare sulla psicoanalisi tramite i concetti sia dell’amore scenze sui viaggi, nuove estensioni per la mappatura saranno
che del viaggio. Lakoff scrive: rapidamente comprese (Lakoff, 1986). Ad esempio una forma
“Due viaggiatori stanno andando da qualche parte in un aberrante di terapia con caratteristiche ipo-maniacali è ben resa
veicolo quando questo incontra un ostacolo e si ferma: se non da questa metafora «Stiamo guidando nella corsia di sorpasso in
fanno niente, non raggiungeranno la loro destinazione. Esiste un autostrada» che implica una conoscenza del tipo: “Quando guidi
numero limitato di alternative per l’azione: a) essi possono cer- nella corsia di di sorpasso fai tanta strada in poco tempo e questo
care di far sì che il veicolo riprenda a muoversi, sistemandolo o è sì eccitante, ma efficace solo in apparenza e soprattutto è pe-
portandolo al di là dell’ostacolo; b) possono restare nel veicolo ricoloso”. Il pericolo sta nel veicolo (il rapporto può non durare)
fermo e rinunciare ad arrivare alla loro destinazione con esso; e c) o nei passeggeri o nel guidatore spericolato. Questi, che corri-
possono abbandonare il veicolo. L’alternativa di restare nel veico- spondono agli amanti o alla coppia paziente-analista, possono
lo fermo richiede lo sforzo minore, ma non soddisfa il desiderio ferirsi emozionalmente e la terapia-veicolo può essere distrut-
di raggiungere la destinazione.” (1986, trad. it., p. 218) [Questa si- ta o danneggiata. L’eccitazione del viaggio d’amore può anche
tuazione si può applicare anche al cosiddetto impasse analitico.] trasformarsi in un’attrazione sessuale. Sempre Lakoff scrive (ivi)
Le corrispondenze ontologiche in questo modo mappano il che la nostra comprensione di una nuova metafora (cfr. nota 2)
Frame del viaggio in quello corrispondente dell’amore, che si dipende, nella maggior parte dei casi, da una comprensione di
avvarrà delle corrispondenti alternative per l’azione. Applicando metafore convenzionali pre-esistenti, che fanno cioè già parte
dette corrispondenze a questa struttura di conoscenza, si arriva del sistema concettuale di una cultura.
a uno Script d’amore. La TMC permette di affrontare nuovi e interessanti tematiche
“Due persone si amano e perseguono i loro obiettivi comuni e problemi mai prima d’ora formulati, oltre alla possibilità di ge-
in un rapporto sentimentale. Incontrano alcune difficoltà nel rap- nerare nuove metafore.
porto, difficoltà che, se nulla viene fatto, impediranno loro di per- Riprendendo la schematizzazione utilizzata da questi autori
seguire il loro obiettivi. Le alternative per l’azione sono: a) posso- (cfr. Tab. 1), è possibile analizzare nuove metafore strutturali che
no cercare di fare qualcosa in modo che il rapporto permetta loro permettano alla psicoanalisi (o anche alla psicoterapia in genera-
nuovamente di perseguire gli obiettivi scelti; b) possono lasciare le) di fornire un Dominio Fonte concettuale, un “sapere psicoana-
il rapporto così com’è e rinunciare a perseguire quegli obiettivi; litico-terapeutico”, per possibili interventi clinici. Per fare questa
c) possono abbandonare il rapporto. L’alternativa di restare nel operazione bisogna partire da metafore più elementari.
rapporto richiede lo sforzo minore ma non soddisfa obiettivi Una prima metafora (ontologica) è i propositi come destinazioni o,
esterni al rapporto stesso” (1986, trad. it., p. 218). detta in altri termini le intenzioni sono spazi (Lakoff, 1986). La tabella
Lo stesso vale per il dominio della psicoanalisi. Paziente e 2 nella pagina seguente sintetizza le corrispondenze tra i domini.
analista sono coinvolti una relazione analitica che li trasporta Come nell’esempio precedente anche qui si trovano corri-
in un “mondo interno”, “labirinto di memorie” o nel “paese del spondenze epistemiche grazie alle quali la conoscenza del domi-
transfert”. Incontrano resistenze che, se non appropriatamente nio dello spazio viene proiettata in quella sia delle intenzioni che
interpretate, impediranno il dispiegarsi del processo analitico. Ci della terapia, dando origine alla metafora (strutturale) la terapia è
sono solo poche azioni che la coppia analitica può intraprendere una destinazione.
rispettando il setting: Espressioni metaforiche, estendibili in ambito terapeutico,
a) affrontare ed analizzare le resistenze che si presentano nel sono: «Abbiamo ancora molta strada da fare», «Ci siamo qua-
prosieguo della cura (conoscenza psicoanalitica); b) impanta- si», «Il nostro obiettivo è in vista», «Abbiamo raggiunto il nostro
narsi in una interminabile e fallimentare psicoanalisi perché non obiettivo», «Per tutto il tempo è stata una strada in salita», «Ora
sono state analizzate le resistenze, o per collusioni, folie à deux, e può girarsi e guardare indietro».
così via; c) interrompere la terapia. Legata alla metafora dell’amore come un viaggio è la vita è un
Il tema narrativo implicito delle metafore l’amore è un viaggio e viaggio che influenza il modo di raccontare la propria biografia
la psicoanalisi/ terapia è un viaggio non si trova in una particolare pa- durante un’analisi.
rola o espressione: sta nella mappatura ontologica ed epistemica Una lunga relazione d’amore è così compresa come un viag-
tra i domini concettuali, o conoscenze, che connettono una delle gio attraverso la vita di coppia e il veicolo è, come detto più so-
nostre comuni modalità di comprendere l’amore e la psicoanali- pra, il rapporto stesso. Tutto questo corrisponde alla tipica con-
si. Se amore e terapia sono comprese nei termini di un viaggio, cettualizzazione, in cui amore, viaggio, vita, storia di vita, storia
di un viaggio (transfert) si sovrappongono e si intrecciano l’un
n. 3) ma conducono comunque a una comprensione, grazie all’utilizzo di l’altro. Metaforicamente chi vive una relazione d’amore da lungo
metafore più generali. Questo processo di corrispondenze epistemiche tempo, viaggia insieme al partner, poiché scopi comuni corri-
permette la creazione di nuove metafore e nuovi sistemi di pensiero. spondono a destinazioni comuni.

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Metafora strutturale
Metafora ontologica
(La terapia è una destinazione)
(Le intenzioni sono spazi)
Domino Fonte = Spazio, Dominio Target = Intenzione:, Dominio
Dominio Fonte = Spazio, Dominio Target = Intenzione
Target esteso = Terapia
Spazio Intenzioni Terapia/ Psicoanalisi

Destinazione Proposito Maturazione; Arricchimento personale; “Normalità”.


Realizzazione del pro-
Giungere a destinazione Compimento dell’analisi, analisi completa, analisi profonda.
posito
Impedimenti nel muo- Rimanere bloccati, Andare in salita, incontrare una barriera
Difficoltà
versi autistica, una impasse analitica, resistenza.
Tenere bene in vista la
Mantenere il proposito Mantenere invariato il setting terapeutico.
destinazione
Tabella 2 - Mappatura corrispondenze tra domini concettuali
Per capire in che modo la relazione d’amore venga compresa da un “percorso nel tempo” o “nel ricordo del percorso della vita”.
come un veicolo dobbiamo prendere in esame una metafora il Le metafore fin qui prese in esame non sono certamente pro-
cui dominio fonte è uno spazio fisico e quello target è una re- dotti della fantasia, né idiosincrasie, per comprendere relazioni
lazione interpersonale: “L’intimità corrisponde alla vicinanza. La d’amore, la vita e una psicoanalisi o psicoterapia in generale. Al
mancanza di intimità corrisponde alla distanza. Gli esempi com- contrario, fanno parte della nostra cultura radicata nel sistema
prendono: «Eravamo molto vicini ma ci siamo allontanati negli cognitivo umano. Ogni aspetto della metafora dell’amore come
anni. Oggi siamo piuttosto distanti»” (Lakoff, 1986: 223) viaggio è motivato da altre metafore nel nostro sistema concet-
Queste espressioni metaforiche possono essere utilizzate tuale e nella conoscenza popolare.
anche per discutere sullo sviluppo del transfert nel corso di una Il resto del nostro sistema concettuale procurerà le risorse ne-
terapia a lungo termine (si veda a tal proposito Kövecses, 1988, cessarie per vedere amore, vita e terapia come viaggi.
1990).
Una terza metafora base (ontologica) è una relazione d’amore è
un contenitore. Chi ha una relazione d’amore corrisponde al con- 6. Sogni e viaggi nel dominio del Transfert
tenuto di un contenitore. Già Bion (1962) aveva parlato di setting
come un “contenitore” del rapporto analitico in cui si verificano I sogni sono un’altra importante manifestazione di pensieri
investimenti libidici. Siamo in grado ora di vedere negli sviluppi inconsci e fanno largo uso di metafore concettuali (Lakoff, 1996).
successivi del concetto psicoanalitico bioniano di “Contenitore”, Come suggerisce Freud l’attività onirica è essa stessa una forma
delle ovvie estensioni metaforiche di concetti metapsicologici di pensiero. Sogni di potere sono forme di pensiero che esprimo-
classici. no contenuti emozionali di potere.
Esempi includono: «Ci siamo messi insieme senza pensarci», Proprio perché i sogni sono una delle modalità in cui si espri-
«È entrato in analisi», «È difficile uscire da questa storia», «Sto me il  pensiero, e il pensiero produce metafore, i sogni posso-
pensando di tirarmi fuori da questa relazione (o dall’analisi)». no avvalersi di metafore.
Infine una quarta metafora (ontologica), particolarmente rile- Il processo del sogno offre infinite possibilità per l’espressio-
vante, è un rapporto interpersonale è un oggetto costruito. ne delle metafore. Queste possibilità sono date dalle metafore di
“Gli esempi comprendono: «C’è voluto molto tempo per costruire base convenzionali fissate nel nostro sistema concettuale.
quel rapporto», «Abbiamo un rapporto solido», «Il loro rapporto è Si ricorda che le metafore, nell’ambito della teoria di Lakoff e
molto fragile e può spaccarsi», «Abbiamo bisogno di ricucire il no- Johnson (1980) sono corrispondenze fissate tra domini concet-
stro rapporto»” (Lakoff, 1986: 223). tuali, a livello sovraordinato. Le corrispondenze fissate consen-
Consideriamo ora alcuni esempi ricavati dalla conoscenza tono al livello base dell’immaginazione di produrre nuovi signi-
popolare sui veicoli, sulle relazioni d’amore e sulla relazione pa- ficati sistematici.
ziente-terapeuta: «Un veicolo è un contenitore», «Un veicolo è un Poiché le possibilità per il livello, sia base che derivato, dell’im-
oggetto costruito», «Le persone all’interno di un veicolo sono fisi- maginazione sono illimitate, le corrispondenze metaforiche fis-
camente vicine», «Le persone in un rapporto sentimentale sono sate consentono illimitate possibilità costruttive in ogni partico-
in intimità», «Le persone nello stesso veicolo stanno facendo lo lare sogno.
stesso viaggio», «Un veicolo agevola un viaggio». In sintesi, il sogno è un processo dinamico che fa uso di cor-
Se, come Lakoff (ivi), mettiamo insieme tutto questo possia- rispondenze metaforiche fissate per costruire le sequenze di im-
mo comparare metaforicamente la nostra conoscenza dei veicoli magini che si verificano nei sogni stessi.
alla relazione d’amore e a quella psicoterapeutica, dove l’amore Il sistema metaforico potrebbe essere concepito come un set
è un fattore terapeutico: un veicolo è un oggetto costruito, è un di “principi generali fissi” che permette la generazione di infiniti
contenitore con persone al suo interno che stanno vicine e stan- sogni, costruiti dinamicamente in accordo con tali principi. Capi-
no facendo lo stesso viaggio, e agevola il viaggio. Un rapporto re il sistema delle metafore significa capire questi principi.
sentimentale, come anche un rapporto analista-paziente, è un Un esempio di metafora base profondamente radicato nel no-
oggetto costruito, è un contenitore con persone al suo interno stro sistema concettuale e che spesso si manifesta nelle imma-
che stanno vicine e stanno facendo lo stesso viaggio, e agevola gini oniriche durante una psicoterapia è la terapia è un viaggio. La
il viaggio. metafora precedentemente analizzata, l’amore è un viaggio, si lega
Una relazione psicoanalitica è un contenitore (Bion, 1962) in a quest’ultima, è fonte di informazioni sul transfert e permette di
cui la coppia è vicina e empatica (Kohut, 1971), ed ha intrapreso esplorare le fondamenta della conoscenza.
lo stesso viaggio. Tutto questo è reso facile dal contenitore stes- Nei sogni dei pazienti tutti i viaggi vengono considerati viag-
so. Le proprietà che caratterizzano il veicolo in un viaggio sono gi nel territorio del transfert, o “paese del transfert” per dirla con
quindi proprietà metaforiche che caratterizzano la relazione Schafer (1983).
d’amore nella metafora “L’amore è un viaggio” e che, a sua volta, Sogni tipici che le persone riferiscono mentre sono in analisi
caratterizzano la psicoanalisi come un processo clinico costituito sono infatti sogni che rappresentano la terapia come un viaggio.

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Se gli psicoterapeuti, durante il loro lavoro, tengono ben pre- “In questo modo non so dove vado a parare” (ivi: 249). La pa-
sente sia il contenuto manifesto del sogno sia la direzione delle ziente di Schafer che ha espresso questo dubbio stava rifletten-
relative associazioni fornite dal paziente, nonché le variazioni del do, perplessa, sulle sue associazioni. La storia implicita del viag-
dominio dei viaggi, hanno la possibilità di meglio comprendere il gio emersa dall’analisi era che la donna associava agilmente solo
prosieguo dell’analisi. quando le era nota la destinazione. Nonostante l’impressione di
Schafer (1983), nella situazione clinica, si domanda e rispon- libera associazione, in realtà stava seguendo un piano di viaggio
de: prestabilito. Schafer riuscì a scoprire la sua strategia: a livello pre-
“È un viaggio solitario o ci sono dei compagni? Chi conduce, conscio lottava contro l’identificazione con una madre disgre-
pilota, guida o blocca la strada, e fino a che punto svolge bene gata, mentre a quello inconscio agiva un’identificazione, che le
questo lavoro? Il viaggio viene fatto nell’aria, in mare, nella giun- metteva orrore, nei confronti di un padre troppo controllato e a
gla o in una cantina buia e piena di topi? La strada è libera da sua volta controllante.
serpenti e trabocchetti? Chi viaggi ha perso la strada? Ha passato In un successivo resoconto del suo viaggio, legato a prototipi
la stazione? Ha perso il treno? La destinazione è nota? C’è luce sessuali, emerse che la paziente viveva una doppia trappola: la
alla fine del tunnel? Avendo a disposizione una serie di domande paura di perdere controllo e, allo stesso tempo, la sensazione di
e di aspettative analitiche, sappiamo come organizzare e segui- essere imprigionata in una situazione in cui sarebbe stata troppo
re queste storie sognate ed elaborate mediante l’associazione” strettamente controllata.
(1983: 248). Questa simultaneità permise l’emergere di due lati di un’unica
Per riconoscere i vari frammenti di storie di viaggi nei sogni, posizione conflittuale, perché il viaggio e la prigionia si erano fusi
come autobus che appaiono, un sentiero o un cartello stradale, in un’unica metafora. “In quella che si poteva considerare un’altra
l’analista deve attingere ad altre fonti. Ad esempio la preoccupa- versione delle sue storie di prigione e di viaggio, storie condensa-
zione infantile per il via vai degli stimoli e delle persone in cui ci te e conflittuali, la donna si presentava come un cane addestrato
si imbatte nel corso della sua crescita. Sempre Schafer (ibidem) con severità – obbediente, pulito, protettivo, leale, che si rannic-
sottolinea come l’analista sia pronto per trovare altri frammenti chiava tutto quando riceveva una parola dura e scodinzolava a
dalla narrazione del suo paziente in altro materiale. Ad esempio una parola gentile; così, per lei, sapere dove andava a parare con
l’analizzando chiede di prendere in prestito soldi per il taxi, im- le associazioni significava anche essere un buon cane” (ivi: 249).
bocca l’uscita sbagliata dall’autostrada mentre si sta recando in Come abbiamo discusso in precedenza le immagini utilizzate
seduta oppure inciampa mentre si avvia verso il lettino. L’analista nei sogni non sono arbitrarie: sono vincolate da metafore gene-
sarà allora presterà particolare attenzione ad una ad una delle rali. Le metafore generali sono dei set di corrispondenze, ad un
metafore del viaggio espresse nel linguaggio del suo paziente. livello sovraordinato, tra domini concettuali, di cui uno è la fonte
Nelle metafore infatti si trova sempre un potenziale o impli- e l’altro il target.
cito filo narrativo, che poggia su modelli concettuali dell’infan- Le immagini del sogno vengono scelte da livello base (e su-
zia. Lachmann e Lichtengerg (1992) riportano un tipico sogno di bordinato), ossia da casi speciali di categorie sovra ordinate pre-
viaggio presentato in un’analisi, relativo ai costrutti transferali di senti nelle metafore generali.
una paziente. Si supponga per esempio che la metafora l’amore è un viaggio
Inizialmente ella aveva assegnato all’analista (come anche al venga utilizzata nel sogno. In questo caso le immagini del so-
fidanzato della donna o ad altre persone importanti della sua gno saranno di un particolare tipo di viaggio, come un viaggio
vita) la parte della madre vulnerabile di cui doveva prendersi in macchina o su uno scuolabus. Il sogno includerà quindi una
cura, e doveva fare tesoro delle poche ore preziose durante le macchina, strade, ponti, brutto tempo, incroci e così via.
quali sarebbero stati ancora a sua disposizione. Il pensiero metaforico è naturale, di conseguenza anche l’uso
In un momento successivo, la paziente iniziò ad esperire l’ana- di immagini nei pensiero onirico è naturale.
lista come un adulto competente, in grado di alleviarla dal preco- Schafer (1983) propone di arrivare a interpretazioni pratica-
ce fardello provato nell’accudire gli altri. Sei mesi dopo l’affiorare bili attraverso l’esame in seduta di domande/interventi analitici
del transfert, si smosse ulteriormente la sua precaria natura della sul tipo: Il viaggiatore è da solo o con qualcun altro? Chi guida ?
dipendenza dagli altri raccontando questo sogno: è questi un bravo guidatore o no? Il viaggio è in aria, per mare,
“C’era questa piccola automobile. Un uomo, abito grigio, paf- sulla strada, dentro un’abitazione o in un luogo profondo, scuro
futo, basso, un tipo anonimo. La macchina era a due posti, così o sporco? È possibile collegare ad un problema attuale il sogno
piccola che io viaggiavo sul lato esterno, seduta sul tetto, nella odierno del paziente che stava facendo il percorso camminando
parte posteriore, tenendomi aggrappata con le dita. Pensavo tra la porta e il lettino dello studio dello psicoanalista?
davvero che mi avrebbe permesso di viaggiare nei sedili davanti, Oppure quando, all’inizio della sua analisi, una donna sognò
ma ero confinata nel mio posto” (ivi: 126, trad. nostra). di iniziare il viaggio su uno scuolabus, ci si chiedeva se avrebbe
La paziente ha continuato poi a parlare della sua burrascosa potuto avere fiducia nell’autista? Nello sfondo del sogno la don-
relazione con il fidanzato. Durante la seduta l’umore è stato ami- na ricordò più avanti un incidente d’auto in cui sua sorella perse
chevole, anzi ha condiviso risate con il terapeuta per la chiarezza la vita.
delle immagini e allusioni del sogno, in particolare del piccolo e Può essere considerato un sogno orientato da un piano (Weiss,
paffuto uomo “anonimo”. 1993) nelle prime fasi di una seduta psicoanalitica: il paziente sta
Il transfert che emerse era centrato sulla sua ammirazione e ide- costruendo l’esperienza di iniziare un’analisi e si chiede se può o
alizzazione dell’analista. Si sentiva indegna e infantile. In particola- meno avere fiducia nell’ “analista-autista”, incorporando nel pre-
re era acutamente consapevole di temere che l’analista perdesse sente “viaggio-analitico”, per il tramite del transfert, quello “trau-
interesse nei suoi confronti e lei doveva “tenersi aggrappata”. matico” di uno scuolabus dirottato da un folle armato vissuto
Schafer (1983) pone l’accento sul fatto che l’analista non si durante l’infanzia.
aspetta di trovare un’unica storia di viaggio, ma si imbatte in una Il piano del paziente è quello di viaggiare (entrare in analisi),
serie di storie di viaggi, raccontate o implicite. “La competenza superando i sentimenti di paura grazie ad un autista-analista che
dell’analista a lavorare su tutte queste narrative e nell’elaborarle sia davvero bravo.
è un aspetto essenziale della sua competenza generale nell’inter- Troviamo un esempio anche nel sogno di Freud cosiddetto
pretazione analitica” (ivi: 250). della “preparazione anatomica”(1899) in cui la strada si stringeva
Ciò significa che la competenza psicoanalitica con la pratica dopo un po’ e si trasformava in una strada piena di sporcizia. La
può essere raffinata per la comprensione e l’utilizzo del sistema strada diventava sempre più stretta e il terreno accidentato e pe-
metaforico umano. ricoloso. Il sognatore, esausto, raggiungeva una capanna in cima
Vediamo ora come la terapia-come-viaggio possa manifestar- dove gli era apparso un abisso. Sapeva che al posto delle assi due
si nelle associazioni di un paziente. bambini potevano aiutarlo per attraversare l’abisso (Freud, 1899).

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Questo sogno è stato considerato come l’auto-rappresenta-
zione del periodo della vita di Freud mentre scriveva L’interpreta- «Siamo ad un crocevia» - un analista potrebbe dire al paziente dopo
zione Dei Sogni (1899). che questi avesse manifestato l’intenzione di interrompere l’analisi.
Alla luce della Teoria della Metafora Concettuale di Lakoff e Lo psicoanalista paragona la terapia in sé ad un obiettivo di vita in-
teressante e ragionevole. La sua interpretazione vorrebbe collocare
Johnson è possibile rintracciare l’uso della metafora la vita è un l’analisi sul lato opposto dell’incrocio e prevenire interruzioni senza
viaggio, che consente di interpretare il sogno per il fatto che ap-
bloccare gli sforzi del paziente;
partiene ad un sistema concettuale umano tipico e condiviso da
paziente ed analista. «Ormai non possiamo tornare indietro» - direbbe un paziente dopo
Una metafora convenzionale che struttura questo tipo di so- varie sedute in cui sta in silenzio. «Esattamente!» - direbbe l’analista
gno è la Metafora della Struttura degli Eventi5 (Lakoff e Johnson, con implicito, ma un po’ agito, riferimento al silenzio;
1980) composta da un certo numero di parti:
gli stati sono luoghi; «A che punto siamo?» - direbbe un paziente disorientato esprimendo
le azioni sono movimenti autoprodotti;
il proprio dubbio che l’analisi assomigli a qualcosa che sa o di cui ha
letto qualcosa;
i propositi sono destinazioni;
i significati sono sentieri;
«Siamo bloccati» - direbbe un paziente, mostrando in tal modo le sue
le difficoltà sono ostacoli al movimento. paure claustrofobiche;
Richiamando la metafora l’amore è un viaggio si può vedere
come questa sia un’estensione di una vita che persegue scopi è un viag- «L’analisi ha raggiunto un vicolo cieco» - direbbe una paziente all’a-
gio. nalista riproducendo nel transfert una situazione tipica delle sue rela-
l’amore è un viaggio ha un doppio fondamento di cui uno è una zioni d’amore e delle sue paure narcisistiche di restare imprigionata in
vita che persegue scopi è un viaggio, l’altra di una vita che persegue scopi è un rapporto simbiotico interpretabile in due modi: la donna è intrap-
un’ impresa.
polata in una pericolosa morsa sessuale con l’analista, la donna lascia
intendere di voler interrompere l’analisi;
Queste due metafore base si estendono sia a l’amore è un viag-
gio sia a l’amore è alleanza, ovvero un’impresa tra due persone. In
«È stato un percorso accidentato» - direbbe una paziente dopo una
questo modo noi parliamo di amanti come “partner”. Sembra difficile ma soddisfacente seduta in cui avesse percepito inconscia-
quindi che ci sia un “accordo implicito” tra la coppia, o anche in mente una situazione simile a quando, nell’infanzia, si sarebbe ma-
casi particolari un contratto di una sorta di amore ”perverso”. sturbata senza volerlo mentre giocava a cavalluccio sulle spalle del
Si può trovare un’analogia anche nella “coppia analitica”. padre;
Le relazioni d’amore di lunga durata falliscono alle stesse con-
dizioni di un’impresa che fallisce, quando quello che i partner di- «L’analisi sta andando in profondità» - direbbe un paziente che non sa
sinvestono dalla relazione non è importante quanto quello che nuotare, con una malcelata paura;
vi investono (esiti poveri di una terapia). «Stiamo deragliando» - direbbe un paziente particolarmente affezio-
La linguistica cognitiva fornisce anche esempi sui sogni di nato ai modelli giocattolo dei treni.
volo con metafore implicite come
le azioni sono movimenti autoprodotti;
Dalla metafora centrale del viaggio si diramano differenti
la libertà è assenza di costrizione;
tipologie di viaggio che possono essere ipotizzate nel corso di
l’azione intensa è un movimento veloce.
una terapia. Non è però possibile trovare un’unica immagine del
Volare, in quest’ultima metafora, è una forma di movimento viaggio che derivi in qualche modo interamente dall’interazione
senza costrizioni, ma con il sottinteso pericolo di cadere e crolla- tra altre metafore di viaggi possibili e dai vari significati del tra-
re, con conseguente danno. Metaforicamente il volo è un’azione sporto.
intensa con un senso di libertà in grado di esprimere immagina- La psicoterapia dinamica a breve termine invece si focalizza
zione narcisistica grandiosa, così come esplosioni maniacali. esclusivamente su un’unica metafora del viaggio. Durante una
psicoanalisi classica, al contrario, vengono sperimentate con con-
sapevolezza varie trame narrative. L’analista deve tenere sempre
7. Associazioni libere in mente che trame narrative “standard” valide con chiunque non
esistono, e che ci sono anche trame narrative inconciliabili.
L’uso delle metafore per rappresentare l’analisi come un viag-
gio è differente tra paziente e analista. Esiste anche un perico-
lo di collusione se si prende per garantito che l’unico modo per
descrivere la situazione analitica è la metafora del viaggio. Detta
8. Conclusioni
visione unitaria esclude a priori l’uso di altre metafore che pos- Dopo aver letto questo articolo, qualcuno potrebbe tornare ai
sono essere generate dal sistema concettuale umano. Se ciò do- primi paragrafi e chiedersi ancora una volta come una metafora
vesse succedere, una proficua analisi del controtransfert (ovvero abbia qualcosa da dirci sul funzionamento del cervello. Dovreb-
che l’analista sia in grado di riconoscere consapevolmente le be anche meravigliarsi di come delle semplici metafore possano
metafore che egli stesso usa), dipenderebbe in parte dall’abilità essere rilevanti anche in una terapia psichiatrica – a cui la psico-
dell’analista di rendersi conto quando rimane bloccato nell’uso terapia dovrebbe dare i suoi contributi in questo senso.
della sola metafora “la vita è un viaggio”. Se vi riuscisse potrebbe Infine dovrebbe affermare, in base alla teoria retorica classica,
cercare trame di storie e relative metafore che tendono a essere che le metafore sono “solo parole.” Direbbe forse che migliorano
nascoste nella narrativa del paziente. la comunicazione, ma creano facili illusioni e non possono essere
Entro il contesto metaforico lo psicoanalista, comunque, po- “vere” nell’accezione scientifica del termine che la psichiatria bio-
trebbe mettere in atto manovre per produrre validi interventi logica contemporanea impone.
nel corso della terapia. Detto altrimenti la metafora stabilisce un Un tale lettore tradizionale potrebbe insistere e dire che le
contesto in cui diventa possibile introdurre differenti e peculiari metafore servono solo per abbellire le nostre storie o i nostri
modi di pensare il viaggio-terapia. Lakoff e Johnson (1980) of- discorsi. Cosa hanno a che fare quindi con un serio trattamento
frono degli esempi che possono essere estesi all’ ambito psico- psichiatrico o psicoterapeutico? E come, ancora più cruciale, pos-
analitico: sono essere connesse le metafore all’attività cerebrale al posto di
essere dei meri epifenomeni?
«Guardi fino a che punto siamo arrivati» - un analista potrebbe dire al
In breve possiamo ricordare che il grande contributo della
paziente dopo cinque anni di terapia;
scienza cognitiva allo studio delle metafore risale alla fine degli
anni settanta, quando si riconobbe che le metafore, invece di es-
5. (cfr n. 3 e 4)

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sere solo delle parole, sono strutture di pensiero al lavoro. Feldman, J. A. (2006). From Molecule to Metaphors: A Neural Theo-
Non solo, ma esiste un Sistema Metaforico Concettuale basa- ry of Language. Cambridge, Mass.: The MIT Press.
to sull’esperienza corporea, reso possibile da come è fatto il cor- Fossi, G. (1984). Le teorie psicoanalitiche, Padova: Piccin.
po umano che interagisce con le costrizioni dell’ambiente terre-
stre (Lakoff e Johnson, 1999; Casonato, 2003; Johnson, 2007). In Freud, S. (1940-52). Gesammelte Werke. Chronologisch geordnet.
particolare le emozioni e i sentimenti giocano un ruolo di primo London: Imago, trad. it. Freud, S. (1975). Opere. Boringhieri:
piano nell’interazione dell’uomo con il suo ambiente sia sociale Torino.
che fisico; le esperienze corporee forgiano il nostro modo di ap- Freud, S., (1906). Der Wahn und Die Träume in W. Jensens “Gradi-
procciarci ed adattarci al mondo. va”. In Freud, S. (1940-52), vol. 7, Werke aus den Jahren 1906-
Riprendendo l’esempio dell’esperienza del sentimento del 1909, trad. it. Freud S. (1975). Il delirio e i sogni della Gradiva di
dubbio avanzata da William James più di un secolo fa, Johnson Wilhelm Jensen. In Id., vol. 5.
(2007) ricorda come questa si manifesti inestricabilmente con Freud, S. (1926). Hemmung, Symptom und Angst. In Freud, S.
sensazioni corporee ben precise: tensioni e costrizioni corporee (1940-52), vol. 14, Werke aus den Jahren 1925-1931, trad. it.
come quella del diaframma, del respiro e probabilmente anche Freud S. (1975). Inibizione, sintomo, angoscia. In Id., vol. 8.
delle viscere. “Il dubbio ritarda o ferma il flusso armonioso di ciò Freud S. (1937). Konstruktionen in der Analyse. In Freud, S. (1940-
che si provava prima di averlo” (Johnson, 2007: 53). 52), vol. 16, Werke aus den Jahren 1932-1939, trad. it. Freud S.
Allo stesso modo possiamo ritenere la “terapia della parola”, (1975). Costruzioni nell’analisi. In Id., vol. 9.
che è fatta di metafore e che ne fa ampio uso a sua volta, come
l’espressione delle peculiarità del pensiero disturbato – la psico- Freud, S. (1938). Abriss der Psychoanalyse. In Freud, S. (1940-52),
patologia – un’area di ricerca e intervento pienamente legittima- vol. 17, Schriften aus dem Nachlass, trad. it. Freud S. (1975).
ta della linguistica cognitiva. Compendio di psicoanalisi. In Id., vol. 10.
Inoltre, grazie alla Teoria Neurale del Linguaggio (Feldman, Gibbs R. (ed.). (2009). The Cambridge Handbook of Metaphor and
2006; Lakoff, 2009) per la quale il linguaggio, e le sue metafo- Thought. New York: Cambridge University Press.
re, non sono simboli astratti, ma capacità umane biologiche, Gill, M. (1982). Analysis of transference: Theory and technique. New
sono possibili collegamenti interdisciplinari tra i vari ambiti delle York: International Universities Press.
Neuroscienze Cognitive, che oggi sono la pietra angolare della
Psichiatria, e la Psicoterapia, anche psicoanalitica in questo con- Johnson, M. (2007). The Meaning of the Body. Aesthetics of Human
testo. Understanding. Chicago/London: The University of Chicago
Lavorare con le metafore significa quindi lavorare con alcune Press.
attività cerebrali; basti pensare a funzioni cognitive legate al lin- Kohut, H. (1971). The Analysis of the Self. New York: International
guaggio come l’apprendimento, l’adattamento ai cambiamenti Universities Press.
ambientali, il problem-solving e altro ancora, su cui sono state Kohut, H. (1977). The Restoration of the Self. New York: Interna-
fatte numerose ricerche che mostrano come i meccanismi cere- tional Universities Press.
brali vengono di fatto forzati o alterati. Lachmann, F., & Lichtenberg, J. (1992). Model Scenes: Implica-
Per concludere, lavorare con le metafore significa richiamare tions for Psychoanalytic Treatment. Journal of the American
alcune strategie relazionali e comunicazionali, con l’obiettivo Psychoanalytic Association, 40, 1, 117-37.
di costruire esperienze fittizie che retroagiscono sui ricordi e
sull’immaginazione costituendo il “nucleo tecnico” operante del- Lakoff, G., & Johnson, M. (1980). Metaphors We Live By. Chicago,
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32 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Sviluppo Cognitivo e Naming Explosion,
il contributo dei modelli computazionali
nello studio delle tappe fondamentali
dell’acquisizione del linguaggio
Giuseppe Città - langravio@gmail.com
Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali, Università di Messina

Abstract
The aim of this article is to focus the use of computational models in the study of language acquisition. Specifically, we will refer to
a kind of model – neural networks – whose primary focus is to simulate the computations that occur in the brain. These models, mo-
reover, assume the biological plausibility and the psychological plausibility as their hallmarks. After examining some central issues that
affect the process of language learning in the specific phase of the vocabulary spurt (the multimodality of human cognition and the
trajectory of cognitive and linguistic development), we will show, through the analysis of two computational approaches, how these
issues are computationally addressed.

Keywords
Neural networks, multimodality of cognition, naming explosion, shape of change, naming errors.

1. Strumenti ed oggetto d’analisi: modelli spositivi il primo passo da compiere è esplicitare i loro oggetto
d’analisi: il fenomeno dell’acquisizione del linguaggio e in parti-
computazionali e acquisizione del lessico colare i processi che interessano l’acquisizione del lessico.
L’approccio che si prediligerà è quello portato avanti da que-
L’utilizzo dei modelli computazionali per lo studio di un feno- gli studi che pongono il lessico come elemento cognitivo fonda-
meno complesso quale è l’acquisizione del linguaggio implica mentale (Elman, 2005). Particolarmente illuminante è una meta-
numerose riflessioni relative alla validità di tali modelli soprat- fora operativa (Elman, 2004) secondo cui è molto più fruttuoso
tutto in riferimento alla loro plausibilità biologica e psicologica. concepire le parole come operatori piuttosto che come operandi.
In letteratura si possono distinguere due macro-classi di mo- Esse hanno una funzione attiva che si viene a configurare come
delli computazionali. All’interno della prima classe si possono la base di uno studio del rapporto che intercorre tra la struttura
inserire tutti quei modelli basati sull’intelligenza artificiale sim- del lessico stesso e i processi di organizzazione della conoscenza.
bolica dei quali uno scopo primario di realizzazione è lo studio Un tal modo di pensare alle parole di una lingua, richiamando
di determinati fenomeni cognitivi prescindendo dai processi ce- una pregnante similitudine, consente uno studio di esse non
rebrali coinvolti. tanto come particelle linguistiche che danno vita a impalcature
Nella seconda classe, invece, si possono inserire tutti quei grammaticali, ma quanto come elementi portanti che sono già di
modelli che assumono tra i loro fondamenti teorici la centralità per sé ricche entità grammaticali (Elman, 2009: 2).
della simulazione delle computazioni che avvengono nel cervel- Che le parole siano operatori suggerisce che esse sono molto
lo. Un loro fine realizzativo primario è generare comportamenti più che semplici oggetti; suggerisce un abbandono della conce-
simili a quelli osservati nella realtà gettando luce, così, su come il zione di un lessico-lista in cui le parole sono degli elementi su cui
cervello riesce ad implementare i vari compiti cognitivi. operare attraverso un gruppo di regole; suggerisce l’assunzione
Lo scopo di questo lavoro è problematizzare l’utilizzo delle di una rappresentazione più complessa, articolata e flessibile
reti neurali, appartenenti, alla seconda tipologia di modelli so- nella quale l’informazione lessicale sia sintattica che semanti-
pra menzionata, nei termini di strumenti d’analisi del fenomeno ca gioca una partita fondamentale nella strutturazione e nella
dell’apprendimento del linguaggio, in relazione a delle proble- costruzione on-line delle proposizioni (Elman, 1995, Jackendoff,
matiche specifiche quali la traiettoria dello sviluppo cognitivo- 2007). Le parole, secondo la prospettiva che si sta sostenendo,
linguistico e la natura multimodale dell’input con cui il bambino potrebbero essere di per sé gli elementi fondativi dai quali epi-
viene in contatto in determinate fasi del processo d’ontogenesi. fenomenicamente emergerebbe la grammatica (Elman, 2009:
Come punto d’avvio si utilizzerà la seguente definizione: un 2); elementi che solo un’osservazione che rimanga in superficie
modello è la rappresentazione compatta di un fenomeno che può restituirebbe come costituenti semplici del linguaggio celando
generare un comportamento paragonabile a quello sotto esame una loro natura predicativa interna molto più complessa (Lenci,
nel sistema reale di riferimento. In più è un mezzo per rendere più 2006).
evidenti le caratteristiche chiave di un oggetto d’analisi (Nyamapfe- Attribuire alle parole un tale ruolo, di conseguenza, significa
ne, 2009: 36). Inoltre, un modello, incrementando la chiarezza concepirle alla stessa stregua degli stimoli sensoriali, come com-
della teoria che affianca, offre la possibilità di formulare e verifi- ponenti, cioè, che agiscono direttamente sugli stati mentali (El-
care nuove ipotesi. man, 2004).
Generalmente lo si trova all’interno di una teoria, all’interno Una prospettiva questa che si fa carico di ricercare nei pro-
cioè di un modo ben preciso di guardare e concepire un determi- cessi cognitivi che interessano la strutturazione del lessico, delle
nato fenomeno. Lo si può concepire, come detto, come ciò che costanti, delle regolarità tra categorie lessicali, proprietà per-
articola con maggior precisione di dettaglio una teoria specifi- cettive degli oggetti del mondo e proprietà dei vari elementi
ca, cosa che una descrizione semplicemente verbale potrebbe che compongono il linguaggio (Colunga & Smith, 2008), ed è
non essere in grado di fare. Esso offre l’opportunità di esplorare proprio questo il terreno entro il quale si registra uno dei con-
aspetti di un fenomeno che può non essere facilmente testato tributi maggiormente fruttuosi fornito dai modelli computazio-
nel mondo reale; lo si può pensare come un vero e proprio ge- nali dell’acquisizione del linguaggio, in particolare da quelli che
neratore di ipotesi: suggerisce nuovi modi di comprendere un hanno come fulcro d’analisi il processo di acquisizione: i modelli
fenomeno, anche se la validità di un’ipotesi dipenderà, in ultima connessionisti.
istanza, dai test empirici effettuati nel mondo reale.
Allo scopo di chiarire ulteriormente il ruolo giocato da tali di-

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2. Nuove ipotesi da ‘vecchi’ problemi In realtà si è di fronte ad un fenomeno ben più complesso che
si configura come tutt’altro che statico e che è strettamente le-
Questo genere di modelli ha contribuito nel corso del tempo gato al mondo (Smith, 2005) sia nello sviluppo dei suoi specifici
a gettar luce su nuclei centrali del processo di acquisizione del processi che nella sua generale evoluzione. E capire lo sviluppo
linguaggio e, più in generale, dello sviluppo cognitivo di cui l’ap- cognitivo richiede la comprensione di come i processi che lega-
prendimento della lingua è tappa fondamentale. Ora, proprio di no il nostro sistema cognitivo al mondo fisico si modificano attra-
questi ‘vecchi’ nuclei teorici sarà opportuno occuparsi per fornire verso l’interazione con il mondo stesso. Per dirla in altri termini, i
al lettore gli strumenti necessari per una comprensione chiara meccanismi di apprendimento che supportano l’evoluzione del
e lineare delle ipotesi che emergeranno nei paragrafi successivi sistema cognitivo sono profondamente sensibili, nei vari domini,
(Barsalou et al., 2007; Elman, 2005, 2006; Rogers et al., 2004). compreso quello linguistico, alle variazioni e agli schemi di co-
Verranno presi in esame: variazione presenti nell’ambiente (Rogers et al., 2004). Facendo
• la multimodalità della cognizione umana; riferimento agli schemi di sviluppo linguistico-cognitivo, quindi,
• la traiettoria dello sviluppo linguistico-cognitivo, la co- una traiettoria di sviluppo non-lineare appare molto più adegua-
siddetta shape of change, e le correlate fasi critiche quali ta per descrivere i processi relativi all’acquisizione di una lingua,
l’improvviso incremento quantitativo delle perfomance processi che ci si troverebbe in profondo difetto nel leggere
linguistiche e la decadenza delle stesse. come semplici eventi incrementali e progressivi. Tale traiettoria
sembra procedere, difatti, alternando lunghi periodi in cui sem-
bra mutare ben poco a brevi fasi esplosive in cui si registra un
2.1 La natura multiforme della cognizione cambiamento significativo sia in termini di qualità che in termini
Un assunto fondamentale da cui è opportuno trarre avvio è la di quantità. Si tratta di un percorso evolutivo a cui generalmente
tesi secondo cui la cognizione sia un fenomeno composito emer- ci si riferisce con l’espressione ‘traiettoria di sviluppo ad U’ (o ad
gente da un insieme articolato di processi connessi tra loro e al N) la quale ha un ruolo cruciale nella formulazione di ipotesi teo-
mondo (Smith, 2005), un fenomeno, cioè, che emerge dalla stret- riche circa i meccanismi coinvolti nei processi cognitivi6.
ta relazione tra i diversi sistemi cognitivi, quali, ad esempio, la
percezione, l’azione, il linguaggio, l’apprendimento, la memoria, 2.2.1 Il naming explosion: fisionomia dell’evoluzione di un fenomeno
attraverso i quali interagiamo con la realtà. Descrivere la cogni- linguistico
zione in tal modo significa ancorarla a delle caratteristiche che Un esempio empirico di quanto descritto lo si può rintracciare
vanno a costituire ciò che viene riconosciuto come la magia della nella specifica traiettoria ad U relativa al più ristretto dominio del
cognizione umana, espressione, questa, che sottolinea profonda- processo di apprendimento del linguaggio nella fase dell’esplo-
mente la capacità di costruire rappresentazioni e comportamen- sione del vocabolario e degli errori linguistici (naming errors) ad
ti che favoriscono il raggiungimento di obiettivi e la coordina- esso connessi. Puntando la lente su uno di quei momenti critici
zione sociale riferendosi tanto alla duttilità quanto alla solidità che rappresentano i due versanti opposti del percorso evolutivo7
dell’apprendimento nei vari contesti (Barsalou et al., 2007). Si fa delle prestazioni in un dominio circoscritto, il dominio linguisti-
riferimento ad alcuni tratti che sarà opportuno scandire più chia- co, si potrà comprendere con maggior chiarezza come si confi-
ramente marcando il fatto che, quando si parla di cognizione, gura la parabola fin qui discussa.
non ci si riferisce ad un insieme di contenuti mentali immobili La fase critica in questione è la cosiddetta esplosione del les-
legati alla realtà, contenuti che forniscano eventualmente una sico (vocabulary spurt) che è da rintracciare in senso ampio nella
spiegazione del fenomeno in termini di strutture cognitive rigi- fascia d’età che va dai 18 ai 30 mesi e il cui picco quantitativo si
de e astratte messe alla prova in contesti differenti e in modo assesta mediamente nel periodo compreso tra i 18 e i 21 mesi. Si
reiterato. Per comprenderne in pieno la vera natura, piuttosto, tratta di quello stadio in cui i bambini attraversano un repentino
la si deve legare alla comprensione e allo studio dei contributi passaggio che interessa il loro vocabolario sia nella produzione
che hanno origine da quei sistemi che sono generalmente e a che nella comprensione. Generalmente l’incremento del voca-
torto classificati come sistemi non cognitivi. Ciò comporta che bolario ad un primissimo stadio, che è da rintracciare nei 4-8
si metta da parte un approccio alla problematica che leghi la mesi precedenti al vocabulary spurt e che solitamente viene in-
cognizione esclusivamente alla sfera del pensiero. Una visione dicato con l’espressione one-word stage, è molto lento e a livello
che seziona la vita mentale in gradini separati quali, ad esempio, quantitativo la vera e propria esplosione si verifica generalmente
pensiero, sensibilità e azione, e conferisce alla fase del pensiero quando tale vocabolario raggiunge un numero compreso tra le
il ruolo di componente cognitiva, si concentra, di conseguenza, cinquanta e le cento parole. Ora, nel momento in cui si verifica
sulla stabilità della cognizione e tende a darne una spiegazione una veloce crescita della massa del vocabolario specularmente,
attraverso la formulazione di contenuti mentali (i concetti, le ca- in contemporanea al raggiungimento dell’acme del processo
tegorie) organizzati in rappresentazioni simboliche fisse e cristal- esplosivo, in contesti in cui il bambino si trova a dover denomi-
lizzate. Secondo questa prospettiva ognuno di noi avrebbe degli nare oggetti del mondo con dei termini che già fanno parte del
schemi fissi di vario genere (temporali, causali, logici) relativi alla suo lessico, ha luogo un cambiamento nelle abilità del bambino
struttura del mondo che però sarebbero nettamente separati da nel recuperare i nomi dalla memoria. In altri termini, avviene un
processi in tempo reale quali il percepire, l’agire e il ricordare. Im- incremento temporaneo degli errori di denominazione nel mo-
parare a pensare adeguatamente al fenomeno della cognizione mento in cui il vocabolario produttivo viene, nella fase esplosiva,
equivale a pensare ogni singolo processo cognitivo in stretta co- inondato da nuove numerose componenti lessicali. Man mano
ordinazione con gli altri. È necessario, cioè, non perdere di vista la che il bambino continua ad usare gli elementi lessicali origine
relazione di co-azione tra percezione, linguaggio, azione, memo- degli errori, la frequenza e la quantità degli stessi comincia a di-
ria che insieme ad altri elementi fondamentali quali, ad esempio, minuire e le performance corrette cominciano a stabilizzarsi8. Gli
le emozioni e l’attenzione si configurano come i connotati pecu- errori di denominazione, dunque, sono da localizzare in una fetta
liari di un elemento stratificato e multiforme.
6. In Rogers et al. (2004) si mette in atto una simulazione che illustra come
2.2 La fisionomia dello sviluppo cognitivo un sistema di apprendimento generale è in grado di produrre una traiet-
toria di sviluppo ad U man mano che esso progredisce in un compito di
All’interno di un contesto che fornisce una raffigurazione dina- categorizzazione di un dato numero di oggetti (animali e piante) sulla
mica del fenomeno, pensare l’evoluzione di un determinato pro- base delle loro proprietà fisiche specifiche.
cesso cognitivo come un percorso lineare che partendo da un mi- 7. Quello ascendente con l’incremento quantitativo e qualitativo della
nimo quantitativo approda ad un massimo quantitativo significa performance e quello discendente con il deterioramento quantitativo e
abbracciare un’immagine della conoscenza poco fedele al reale. qualitativo della stessa.
8. Secondo versante della ormai famosa traiettoria ad U.

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temporale ristretta, in un punto in cui i bambini trovandosi con questo, difatti, un tratto primario dei processi cognitivi che per
un vocabolario quantitativamente numeroso e in rapida crescita natura sono multimodali e ciò è evidenziato dall’abilità che ha il
si trovano per la prima volta a dover nominare oggetti in scansio- cervello di integrare informazioni provenienti da input di diversa
ni temporali tra loro molto vicine e a ritmi più veloci. Sulla base natura. Secondo tale assunto, e secondo quanto si è sostenuto
di analisi ben precise (Gershkoff-Stowe & Smith, 1997) proprio il nelle sezioni precedenti, l’acquisizione del linguaggio bisogna
ruolo centrale che gioca il tempo (tentativi di nominare oggetti vederla, precisamente, come un processo multimodale in cui i
sempre più vicini temporalmente – quindi ritmi di performance vari elementi sono intrinsecamente connessi.
più sostenuti) determina la natura specifica dell’errore che em- In riferimento a ciò la rete codifica le prime espressioni del
piricamente appare come l’errata attribuzione di un etichetta bambino come unità multimodali complesse a tre dimensioni
linguistica ad un determinato oggetto (labeling) ma che, in real- rappresentanti l’entità percettiva di riferimento, l’intenzione co-
tà, è strettamente legato al recupero della parola esatta (retrie- municativa, l’espressione fonologica.
val error) per un determinato oggetto in un particolare contesto.
Errore, quindi, non relativo alla conoscenza di una singola parola 3.1.1 L’ input complesso della rete e la sua traiettoria d’apprendimento
ma relativo all’accesso alla parola corretta nel lessico mentale e
A livello di architettura il modello in esame è una multi-rete
che con molta probabilità nasce da interferenze linguistiche pro-
costituita da tre reti neurali in connessione reciproca di cui la pri-
vocate da parole recuperate immediatamente prima nel tempo
ma simula il comportamento linguistico nella fase ad una parola,
(repetition effects), o provocate da parole simili, fonologicamente
la seconda simula il comportamento linguistico nella fase a due
o semanticamente, a quella da recuperare9. parole e la terza mette in connessione reciproca le due prece-
denti13.
Nella simulazione della fase ad una parola la rete dedicata a
3. Due originali generatori d’ipotesi tale compito viene addestrata, come anticipato, su un gruppo
di dati trimodale comprendente ciascuno (1) l’entità percettiva
Esposte alcune delle problematiche fondamentali relative al a cui un’espressione a parola singola si riferisce, (2) la relazione
processo di apprendimento della lingua, è giunto il momento di concettuale che si inferisce dal contesto comunicativo da cui l’e-
mostrare come queste stesse vengono affrontate computazio- spressione è stata estratta, (3) l’espressione vera e propria.
nalmente traendo spunto dalla realizzazione di due modelli di (1) Per quanto riguarda le entità viene usato uno schema di
apprendimento linguistico. Il primo è relativo a quella fase transi- codifica costituito da otto categorie base: (i) persona, (ii) animale,
toria in cui il bambino passa dall’utilizzo delle espressioni mono- (iii) veicolo, (iv) arredamento, (v) indumento, (vi) cibo, (vii) parte
parola all’utilizzo delle espressioni bi-parola10. Il secondo, invece, del corpo, (viii) luogo. Ogni categoria possiede delle caratteristi-
è relativo all’acquisizione delle prime parole e al ruolo centrale che che distinguono le entità che ne fanno parte. Alcune di que-
che hanno in questo compito la percezione visiva, la percezione ste caratteristiche sono specifiche di una sola categoria, mentre
uditiva e le aree cerebrali ad esse dedicate. Dei due modelli si altre si spalmano su diverse categorie. Nel caso della categoria
prenderanno in esame principalmente la natura dell’input lingui- ‘animale’, ad esempio, viene codificato se l’entità in questione è
stico a cui essi sono esposti e la natura delle loro prestazioni in munita di corna o no, se possiede una pelliccia folta oppure no,
seguito alle fasi di addestramento, in modo tale da evidenziare ecc. La rete, durante la fase di addestramento, impara a discrimi-
all’interno dei processi di simulazione l’emergenza dei fenomeni nare la presenza-assenza di caratteristiche in generale, la presen-
fin qui discussi o di fenomeni ad essi connessi. za-assenza di una caratteristica specifica, la presenza-assenza di
caratteristiche non specifiche (Nyamapfene, 2011: 1625).
3.1 Una multirete multimodale (2) Relativamente alle relazione concettuali si segue l’assunto
secondo cui in questa fase linguistica il bambino impara a rap-
Il modello in questione – una multirete neurale multimodale presentare le regolarità nel suo ambiente in termini di relazio-
non supervisionata11 (Nyamapfene & Ahmad, 2007; Nyamapfe- ni tra persone, oggetti ed eventi del mondo14 (Bloom, 1973). Ciò
ne 2009 e 2011) - simula quella transizione linguistica, proprio equivale, secondo questa prospettiva, al tentativo del bambino
a ridosso dell’esplosione del vocabolario, che vede il bambino di esprimere una propria intenzione comunicativa, dei tratti de-
passare dalla fase ad una parola (one-word stage) alla fase suc- scrittivi di un evento, dei tratti peculiari di uno stato fisico, per
cessiva a due parole. Esso, inoltre, ha come obiettivo primario mezzo di una parola che, quindi, rappresenta la realizzazione
generare comportamenti specifici usando processi simili a quel- linguistica di una relazione concettuale determinata. La rete du-
li che si verificano nel cervello12. L’assunto teorico primario è la rante la fase di addestramento impara a discriminare la presenza-
multimodalità del processo cognitivo che la rete deve simulare, assenza di una specifica intenzione comunicativa15, la presenza-
dove con il termine “multimodalità” qui ci si riferisce precisamen- assenza di tratti descrittivi di un evento16, la presenza-assenza di
te a quel processo che consente di stabilire delle connessioni tra tratti peculiari di uno stato fisico (Nyamapfene, 2011: 1628).
varie modalità e fonti di informazione agevolando la possibilità (3) Infine, in relazione all’espressione reale, alla parola vera e
di passare da un modalità all’altra (Nyamapfene, 2011: 1614). È propria, lo schema di codifica dell’input della rete rappresenta
ogni parola tenendo conto di tre peculiarità fondamentali. La pri-
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Per uno studio dettagliato sulle varie tipologie di interferenze linguis- ma riguarda le consonanti le quali vengono distinte in base alla
tiche cfr. Gershkoff-Stowe & Smith (1997: 52-54) modalità di articolazione (le caratteristiche fonetiche composte
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In questa sede ci si limiterà a prendere in considerazione solamente dai tratti acustici che costituiscono il suono)17 e in base alle pro-
quella parte del modello dedicata alla simulazione della fase mono- prietà articolatorie (caratteristiche relative al modo in cui il tratto
parola.
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Cfr. Nyamapfene (2007; 2009; 2011).
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Si prendono le distanze da quegli approcci secondo cui i processi mul- 13. Per un’analisi dettagliata delle diverse tipologie di reti utilizzate cfr.
timodali sono processati nel cervello da diversi moduli specifici legati tra Nyamapfene, 2011.
di loro. Difatti, uno degli obiettivi primari del modello in questione è la ����������������������������������������������������������������������������
. Su un oggetto si esercita un’azione, può esistere, cessare di esistere o
fedeltà ai processi cerebrali mantenendosi nella sfera della plausibilità ricorrere in diversi eventi, apparire e sparire.
psicologica e biologica, in riferimento ai più recenti risultati delle tec- 15. Commentare, nominare, esprimere una posizione nello spazio, espri-
niche di neuroimaging dai quali emerge il fatto che gli input di diversa mere un possesso, formulare una richiesta, esprimere un rifiuto.
natura convergono nello stesso gruppo di rappresentazioni che, quindi,
vengono ad essere rappresentazioni amodali (modal-nonspecific). E ciò 16. Ricorrenza, esistenza, non-esistenza, sparizione, cessazione di un
equivale a dire che si tenta di simulare un sistema di rappresentazione evento.
concettuale che in partenza sembra abbastanza indifferenziato. (Nya- ������������������������������������������������������������������������
. «Nasal, stop, fricative, approximant and lateral» (Nyamapfene, 2011:
mapfene, 2011:1615) 1629).

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vocale, la bocca, la lingua e gli organi associati creano il suono)18. pa astratta (ACM)26 che è l’unica componente non riconducibile
La seconda riguarda le vocali le quali sono distinte in base all’al- ad una precisa area del cervello essendo un’astrazione di proces-
tezza19 e alla posizione della lingua20(Ladefoged, 1982). La terza, si che interessano diverse aree cerebrali (Plebe et al., 2010: 221).
infine, è relativa allo status del fonema che rende chiaro se un
determinato fonema è una vocale, una consonante sorda o una 3.2.1 L’input bimodale nell’addestramento del modello
consonante sonora (Li & MacWhinney, 2002). Nell’addestramento della multirete viene seguita una pro-
Ricevuto un tale input la rete dedicata alla simulazione della cedura che riproduce, in versione semplificata, le varie tappe
fase mono-parola, a seguito di un ben preciso addestramento, dell’ontogenesi del linguaggio che conducono all’apprendimen-
mostra un comportamento che sembra simulare fedelmente lo to delle prime parole: (1) prenatale, (2) prelinguistica e (2) lingui-
sviluppo del vocabolario produttivo nel bambino, andando in- stica vera e propria.
contro, per qualsiasi valore del ritmo di apprendimento, ad un (1) Durante la fase pre-natale gli stimoli/input presentati alle
periodo iniziale ad alta percentuale di errore che va scemando mappe che costituiscono il percorso visivo (V0,V1,V2) sono mac-
man mano che l’addestramento prosegue. Essa segue, coeren- chie casuali che riproducono onde di attività spontanea e che
temente con quanto precedentemente esposto, una traietto- giocano un ruolo essenziale nello sviluppo precoce del sistema
ria evolutiva ad U e mostra una simulazione psicologicamente visivo. Sul versante del percorso uditivo l’input consta di catene
plausibile (a) dell’abilità di padroneggiare l’uso delle espressioni di onde sonore (Plebe et al., 2010: 222).
mono-parola e (b) una simulazione psicologicamente plausibile (2) Per quanto riguarda la fase pre-linguistica gli input rela-
del deterioramento della capacità di recupero della parola cor- tivi al percorso visivo, diretti alla mappa che simula il LOC, sono
retta, entrambi fenomeni che si potrebbero indicare come limite costituiti da immagini di oggetti ritratti da otto prospettive dif-
interno e limite esterno dell’esplosione del lessico. ferenti27 con lo scopo di modellare il più realisticamente possi-
bile le diverse facoltà coinvolte nel processo di riconoscimento.
Omologamente la mappa che simula MGN e tutte le altre mappe
3.2 Una multirete che vede e sente del percorso uditivo ricevono come input parole di lunghezza
Il secondo modello che verrà preso in esame è una rete che compresa tra i tre e i dieci caratteri convertite in onde sonore.
simula i processi corticali di auto-organizzazione che si dispie- In questa fase, al termine dell’addestramento, accade che ogni
gano lungo la fase dell’apprendimento delle prime parole (Plebe mappa evolve nelle proprie specifiche funzioni28 tra le quali una
et al., 2010). La peculiarità primaria del modello in questione la delle più importanti è l’invarianza visiva. Una proprietà mostrata
si deve rintracciare nel tentativo di simulare il più fedelmente dalla mappa che simula il LOC, riscontrata anche nel LOC umano,
possibile il contributo che alcune aree della corteccia forniscono e che consiste nella capacità che ha un neurone di rispondere a
nell’emergenza delle prime parole. Tale modello, quindi, eviden- delle caratteristiche specifiche di un oggetto nonostante i muta-
zia la centralità dei meccanismi interni del cervello sottolineando menti dello stesso dovuti ai differenti punti di vista.
la plasticità cerebrale come una delle proprietà fondamentali dei (3) La fase linguistica, infine, coinvolge direttamente la mappa
processi cognitivi in generale e dell’apprendimento del linguag- delle astrazioni ad alto livello (ACM) e comprende la simulazione
gio in particolare. La realizzazione della rete nasce dalla connes- del processo di denominazione ostensiva intenzionale di un og-
sione di due differenti approcci di cui uno adatto a simulare le getto e la simulazione del associazione casuale di schemi sonori
mappe fisicamente esistenti nella corteccia e l’altro adatto ad a scene naturali. L’input è formato (a) da 100 oggetti raggruppati
astrarre funzioni di livello superiore che non sono processate in in 38 categorie e dai rispettivi nomi convertiti in onde sonore e
aree definite del cervello ma che sono distribuite con molta pro- (b) da scene visive29 e suoni30 non connessi tra loro.
babilità in diverse zone (Plebe et al., 2010: 219). Nelle prime fasi d’addestramento il modello viene esposto
L’architettura del modello consta di una collezione di reti21 molto più spesso a coincidenze casuali tra suoni e scene e meno
organizzate in modo da costituire una versione semplificata dei alla denominazione intenzionale degli oggetti. Man mano che ci
percorsi visivi e uditivi della corteccia cerebrale. I percorsi princi- si avvicina alle fasi finali, invece, la pratica si inverte privilegiando
pali sono due: uno relativo al processo visivo (LGN)22, l’altro rela- un input linguistico in cui il rapporto oggetto-etichetta linguisti-
tivo al percorso uditivo (MGN)23. Per quanto riguarda il percorso ca non è casuale.
visivo i processi ad esso relativi confluiscono in una mappa cor- Alla fine del processo di addestramento31, la multi-rete mostra
ticale che simula l’area che per prima, nell’uomo, viene coinvolta una buona capacità di operare delle generalizzazioni, di estende-
nel riconoscimento degli oggetti (LOC)24. In riferimento, invece, re un nome a un nuovo oggetto, già sulla base di brevi esposizio-
al percorso uditivo i processi ad esso relativi confluiscono in una ni ad un solo esemplare di una nuova categoria, evento questo
mappa (STS)25 che simula i processi della principale area cerebra- che si configura come una buona simulazione del fenomeno del
le sensibile ai suoni vocali. Le due mappe gerarchicamente su- fast mapping32 riscontrabile nel processo reale di ontogenesi e
periori (LOC, STS) sono quelle che nel modello forniscono rispet- tutto interno al fenomeno dell’esplosione del lessico.
tivamente la rappresentazione delle caratteristiche visive di un
oggetto e la rappresentazione delle caratteristiche della parola.
Queste due rappresentazioni, in più, sono connesse in una map- 4. Le prossime sfide computazionali
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. «Bilabial, labio-dental, dental, alveolar, palatoalveolar, palatal, velar Nonostante la soluzione della multirete consenta di formulare
and glottal» (Nyamapfene, 2011: 1629). nuove ipotesi e di suggerire nuove soluzioni relative a problemi
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. «High, mid-high, mid, mid-low and low» (Nyamapfene, 2011: 1629).
centrali come quelli messi in campo nelle sezioni precedenti, la
strada che si pone davanti ai modelli connessionisti è in salita e
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. «Front, central and back» (Nyamapfene, 2011: 1629).
. LISSOM (Laterally Interconnected Synergetically Self-Organizing Map)
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. Mappa categoriale astratta (ACM).
ad eccezione della mappa che simula i processi di astrazione che è una
SOM (Self-Organizing Map). ���������������������������������������������������������
. Estratti dal database COIL-100 (Murase & Nayar, 1995).
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. Nucleo genicolato laterale (LGN). 28. Per un resoconto dettagliato dell’evoluzione delle funzioni delle diver-
se aree cerebrali del percorso visivo e uditivo cfr. Plebe et al. (2010: 222).
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. Nucleo genicolato mediale (MGN)
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. Immagini di paesaggi e fiori.
������������������������������������������������������������������������
. Complesso occipitale laterale (LOC). I processi che confluiscono nel
LOC viaggiano lungo due flussi: la componente acromatica processata ������������������
. Suoni naturali.
dall’area visiva primaria (V1) e dall’area visiva secondaria (V2) e le due 31. Cfr. Plebe et al. (2010:222-224).
componenti spettrali processati dall’area occipitale ventrale (VO) (cfr. 32. «It has been shown that children […] can correctly and consisten-
Plebe et al., 2010: 220). tly map a novel word to a novel object in the presence of other familiar
�����������������������������������
. Solco temporale superiore (STS). object.» (Alishahi, 2011:26).

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piena di difficoltà. Pur essendo i modelli connessionisti, in defi- of 3-D Object Coherence. International Journal of Computer
nitiva, modelli dell’apprendimento, bisogna considerare il fatto Vision, 14, 5-24.

che essi sono comunque delle semplificazioni relative a fenome- Nyamapfene, A. (2011). Towards Understanding Child Language
ni molto complessi. Difatti, al di là della semplificazione offerta Acquisition: An Unsupervised Multimodal Neural Network
da un modello, lo sviluppo cognitivo e linguistico di ogni bambi- Approach. Journal of Information Science and Engineering, 27,
no si presenta come un processo che si dispiega su diversi livelli 1613-1639.
e a diversi gradi di complessità. A livello temporale, ad esempio,
esso sembra un processo di integrazione costante in cui ci sono Nyamapfene, A. (2009). Computational Investigation of Early
componenti che si dispiegano lungo scale temporali differenti. Child Language Acquisition Using Multimodal Neural Net-
Ci sono componenti che si dispiegano lungo l’asse dell’imme- works: A Review of Three Models, Artificial Intelligence Review,
diatezza che orientano il processo nell’immediato e che possono 31, 35-44.
essere identificate con l’input percettivo immediato – l’oggetto e Nyamapfene, A., & Ahmad, K. (2007). A Multimodal Model of
le sue proprietà sensibili tra le quali facciamo rientrare anche la Child Language Acquisition at the One-Word Stage. Proceed-
percezione del suo nome. Asse temporale immediato che si di- ings of International Joint Conference on Neural Networks, Or-
spiega nel dominio della consuetudine, della reiterazione e della lando, Florida, USA, 1-6.
sensibilità al contesto che di per sé necessita e, nello stesso tem- Plebe, A., Mazzone, M., & De la Cruz, V. (2010). First
������������������
Words Learn-
po, contribuisce a strutturare la storia a lungo termine di chi ap- ing: A Cortical Model. Cognitive Computation, 2, 217-229.
prende facendo emergere regolarità di relazione tra le parole, le Rogers, T. T., Rakison, D. H., & McClelland, J. L., (2004). U-Shaped
proprietà degli oggetti e le organizzazioni categoriali che sono Curves in Development: A PDP Approach. Journal of Cogni-
acquisite su una scala temporale molto meno frenetica. Spostan- tion and Development, 1, 5, 137-145.
dosi su un altro livello, invece, bisogna tenere in considerazione
anche il fatto che i bambini avendo pulsioni, desideri e attenzioni Samuelson, L.K., & Smith, L.B. (2000). Grounding Development in
nel processo di crescita recitano un ruolo di attori e non sono Cognitive Processes. Child Development, 71, 1, 98-106.
mere entità passive che assorbono semplicemente stimoli ester- Smith, L. B. (2005). Cognition as a Dynamic System: Principles
ni più o meno complessi. from Embodiment. Developmental Review, 25, 278-298.
Bene, i modelli computazionali, quelli connessionisti in parti-
colare, sapranno farsi carico di questi problemi?
Sapranno accettare queste sfide?

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37 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Aveva ragione Whorf?
La lingua embodied/embedded
Vito Evola - evola@humtec.rwth-aachen.de
Natural Media & Engineering, HumTec, RWTH Aachen University
Bonn-Aachen International Center for Information Technology (B-IT)

Abstract
One of the fundamental premises of contemporary cognitive linguistics and psychology is that human perception and expression
are intimately coupled with human biology, to a much greater degree than linguists and psychologists had previously thought. In this
essay I provide an overview of contemporary literature from cognitive linguistics and psychology that posits language-thought inde-
pendence. I also highlight the theoretical problems and the further empirical research specific to these issues which make this position
problematic. I then provide evidence for the counter-theory, that thinking in fact involves natural language and that language and
thought influence one another.
This position indexes the supposition that our minds are embodied in a phenomenological body built on our everyday experiences,
and daily external stimuli dynamically form our way of thinking. The mind is the product of the interaction of introspections and daily
interactions; it is influenced, and to a certain extent even conditioned, by language and how it is used. Understanding the dynamic
nature of language and thought will guide us in better understanding figurative language in general and metaphor in particular as well
as how they motivate our way of reasoning about our world.

Keywords
Sapir-Whorf, language-thought, language and culture, embodiment, cognition

1. Introduzione1 Nelle pagine seguenti si riassumerà (e criticherà) la letteratu-


ra cui Katz (1998) si riferisce, ricapitolando la sua revisione della
Uno degli assunti fondamentali della linguistica e psicologia letteratura precedente e integrandola con altri casi studio (cfr.
cognitive è che ogni percezione ed espressione è connessa alla infra) relativi alle due tendenze costituenti e opposte nelle scien-
nostra biologia. Dopo una panoramica della letteratura cogniti- ze linguistiche (indipendenza versus dipendenza nel rapporto
vista orientata per l’indipendenza tra linguaggio e pensiero, evi- linguaggio-pensiero) rifiutando le prove comunemente usate a
denzierò punti problematici di questa posizione avvalendomi di favore dell’idea secondo cui il pensiero si produce indipendente-
ricerche empiriche da un lato condotti in ambito neuro-cogniti- mente dal linguaggio.
vista e dall’altro di tipo psicolinguistico. Proporrò degli spunti a
favore della ‘contro-tesi’ per cui il pensiero implica la lingua natu-
rale: linguaggio e pensiero, cioè, si influenzano l’un l’altro. 2. Pro e contro di una visione funzionalmente
Questa posizione (Evola, 2010a; 2010b; 2008) implica che la indipendente del linguaggio e del pensiero
mente umana sia in corpore (embodied) in un corpo fenomeno-
logico e strutturata dalle nostre esperienze, e gli stimoli ester- Esistono molte prove e riflessioni teoriche che sostengono
ni quotidiani offerti dall’ambiente in cui si è situati (embedded) la posizione dell’indipendenza funzionale del linguaggio e del
formino dinamicamente il modo di pensare degli esseri umani. pensiero. Vygotsky (1962) propone che una simile indipendenza
La mente – costrutto più filosofico che “scientifico” – è il locus di possa essere riscontrata nei bambini più piccoli, dal momento
formazione di concetti quali il Sé e il Mondo, il Reale e il possibile; che i loro primi tentativi di risolvere problemi (problem-solving)
è il prodotto dell’interazione delle proprie introspezioni con le in- mostrano un pensiero privo di linguaggio e i loro enunciati olo-
terazioni quotidiane; è influenzata, e in una certa misura persino frastici rappresentano delle manifestazioni di un linguaggio pri-
condizionata, dalla lingua parlata e da come è usata. Conoscere vo di comunicazione ed espressione del pensiero o di processi
la natura dinamica del rapporto tra linguaggio e pensiero per- ad esso relativi. Chomsky (1965, inter alia) propone una versione
mette una migliore comprensione della natura del linguaggio più forte di questa tesi anche negli adulti, evidenziando, all’inter-
e di come la lingua motivi il modo in cui si ragiona del proprio no del sistema lingua, l’indipendenza delle funzioni specifiche di
mondo. sintassi (sistema produttivo) e semantica (sistema comprensivo)2,
Il nesso tra linguaggio e pensiero ha tormentato filosofi, lin- considerando il linguaggio una facoltà autonoma distinta dagli
guisti e psicologi nel corso della storia, non solo dell’Occidente altri processi cognitivi (come il pensiero). Seguendo Chomsky,
(e.g. Boas, 1911; Whorf, 1956; Vygotsky; 1962; Chomsky, 1968 e Fodor (1983) ipotizza che il linguaggio sia innato e risieda nelle
2000; vedi anche Katz, 1998; Lakoff & Johnson, 1999; Cacciari, strutture del cervello umano, composto da un sistema centrale e
1991) ma anche dell’Oriente (si pensi, ad esempio, ai grammatici da moduli specializzati per varie funzioni (come il linguaggio o il
indiani dell’antichità, Bhartrhari e Pānini). Sebbene si asserisca riconoscimento delle facce, ad esempio)3. Ogni modulo è carat-
che il linguaggio ha una funzione socio-comunicativa, molti stu- terizzato da informational encapsulation che consiste in un’attivi-
diosi mostrano forti riserve nei confronti di affermazioni come tà quasi istantanea, cioè non ostacolata da altri processi cognitivi
quelle in Jackendoff (1992: 7): “Meaning, of course, is presumably
the reason for there being such a thing as language at all, since 2. Più recentemente Chomsky (1995) ammette anche un terzo e distinto
sottosistema della facoltà linguistica, ovvero un sistema inferenziale, che
the language faculty is at bottom a device for externalizing and
consentirebbe la rappresentazione solo in forma logica, cioè indipen-
communicating meaning”. Eppure, per dirla con Katz (1998: 5): dentemente da quanto prodotto fonologicamente. Si veda Carruthers
“[this] seeming ‘obvious’ relation […] has not proven so obvious (1998: 48-49).
to others, and one can discern several relations in the literature.” 3. La medicina del Novecento condivideva una prospettiva del cervello
analoga, secondo la quale le formazioni craniali presumibilmente indi-
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. Questa ricerca è stata in parte finanziata dalla Bonn-Aachen Interna- cavano la qualità di certe facoltà cognitive “sottostanti”. Secondo questa
tional Center for Information Technology e dalla Excellence Initiative prospettiva, il “modulo” del linguaggio, ad esempio, risiedeva sotto
(DFG) dei governi federale e statali tedeschi. Un ringraziamento partico- l’occhio sinistro. Questa pseudo-scienza, sviluppata da Franz Joseph Gall,
lare va a Luisa Brucale, Marco Casonato, Mara Green e Gina Joue per i loro prese il nome di frenologia, e ha influenzato, più che verosimilmente, le
commenti e preziosi consigli. neuroscienze moderne sotto questo aspetto.

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elaborati negli altri moduli individuali, quasi fosse un riflesso. Il Controversa�������������������������������������������������
può essere considerata anche la descrizione del-
modulo del linguaggio elabora l’informazione e i risultati sono in la dissociazione tra linguaggio e pensiero nelle sindromi di Down
seguito analizzati dal sistema centrale; gli aspetti semantici del e di Williams, soprattutto perché tra le due la sindrome di Wil-
linguaggio elaborati nel modulo linguistico, quindi, secondo al- liams è relativamente poco documentata. Maratsos e Matheny
cune teorie modulariste, non sono influenzati né da conoscenze (in Katz, 1998: 8) sottolineano alcuni dei problemi succitati legati
empiriche, euristiche ed enciclopediche (viz. esperienze passa- a questa tesi, citando l’uso difettoso di compiti piagetiani per
te), né dalla contestualizzazione dell’informazione, provenienti misurare le capacità cognitive, i cui risultati negativi potrebbe-
dagli altri moduli. ro implicare la presenza di problemi legati all’attenzione e alla
Pinker (1994) sviluppa la tesi della modularità e della scissio- memoria e non essere necessariamente connessi con l’incapacità
ne netta tra linguaggio e pensiero usando esempi provenienti relativa ad alcuni compiti cognitivi. Inoltre, la presenza di compe-
da casi clinici relativi alle sindromi di Down e di Williams. Nella tenze grammaticali, tra cui l’uso del passivo e del condizionale,
sindrome di Down l’esecuzione linguistica è in ritardo rispetto non è considerata dirimente dal momento che tali competenze
al resto dello sviluppo cognitivo. Se il linguaggio dipendesse si riscontrano anche in bambini neurologicamente tipici.
dall’insieme dei processi cognitivi, secondo l’autore, si dovrebbe I soggetti affetti da afasia di Wernicke mostrano una mino-
prevedere uno sviluppo parallelo per cui il soggetto Down do- re ‘asemanticità’ (Heeschen, 1985) ma manifestano problemi di
vrebbe utilizzare un linguaggio appropriato alla sua età mentale ordine sintattico più radicati di quanto si ipotizzasse negli studi
(affidando la valutazione di tale appropriatezza a test cognitivi precedenti (cfr. Kolk, Van Grunsven, & Geyser, 1985). D’altro can-
non-linguistici); ma ciò non si verifica. Pertanto, si potrebbe so- to, a proposito dell’afasia di Broca, essa potrebbe essere meglio
stenere che le capacità cognitive non siano subordinate alle ca- caratterizzata come un disturbo dell’esecuzione piuttosto che
pacità linguistiche. La dissociazione inversa è stata descritta nei della competenza linguistica (Linbarger, Schwartz, & Saffran,
soggetti affetti dalla sindrome Williams; questi manifestano delle 1983). Inoltre, gli studi di Kimura (1993) indicano che pazienti
buone competenze linguistiche (come l’uso della diatesi passiva con lesioni all’area di Broca o a quella di Wernicke si comportano
e del periodo ipotetico), ma esibiscono grosse lacune in campi in modo analogo nei compiti di produzione o di comprensione,
ragionativi, relazionali, e in altre funzioni cognitive più comples- ma in modo nettamente divergente per quanto attiene ai movi-
se. Ad esempio, questi soggetti non superano regolarmente dei menti orali o motori. Sembra che non basti una lesione all’area
compiti piagetiani tradizionalmente tesi ad indicare ragiona- di Broca per soffrire di afasia (Mohr, 1976) e, al contrario, sono
menti di tipo transitivo e categoriale. documentati dei casi di afasia di Broca senza il coinvolgimento
Un’altra contestazione contro la teoria che postula l’associa- dell’area di Broca (Dronkers et al., 1992). Discrepanze simili esi-
zione di linguaggio e pensiero nasce dall’ipotesi che il linguag- stono anche per gli afasici di Wernicke (Dronkers, Redfern, &
gio sia innato, cioè che ci siano delle funzioni linguistiche spe- Ludy, 1995). Verosimilmente i processi linguistici sono prodotti
cifiche biologicamente “hard-wired” nel cervello umano insieme da reti di zone individuali che danno un contributo specifico e
a un sistema di regole atte a strutturare la lingua (la cosiddetta interattivo; tali reti sono diverse per uomini e donne, per mono-
“grammatica universale”). Un’ampia letteratura psicologica e lingui e bilingui, per mancini e destrimani (Dronkers et al., 1992).
psicolinguistica ha teso a dimostrare che esistono delle zone La teoria della modularità è stata modificata negli ultimi anni
del cervello specificamente dedicate al linguaggio: esperimenti da scoperte rese possibili da nuove tecniche non-invasive e da
condotti su soggetti destrimani cerebrolesi e sani, ad esempio, metodi di indagine elaborati negli studi psico- e neuro-linguistici
hanno mostrato che entrambi presentano asimmetrie nel fun- (ad esempio, eye-tracking, modellazione computazionale, fMRI,
zionamento cerebrale motivate, in questi soggetti, dal controllo MEG, TMS, gli ERP, etc.). Tali studi tendono a spostare l’attenzio-
da parte dell’emisfero sinistro di buona parte delle attività lin- ne su alcune “zone di convergenza” connesse con l’attivazione
guistiche. (Hellige, 1990). Lo stesso fenomeno è presente anche di funzioni caratterizzanti, ma nelle quali tali funzioni non sono
nei segnanti, cioè coloro che comunicano con il linguaggio dei propriamente eseguite (Casonato, 2003: 7; si veda in particolare
segni (Poizner, Klima & Bellugi, 1987), implicando l’esistenza di Damasio, 1994). L’ipotesi di una doppia dissociazione, cioè di una
un’area cerebrale specializzata per il linguaggio in sé e non solo visione funzionalmente indipendente del linguaggio e del pen-
per quello parlato. siero, ha bisogno di ulteriori prove prima di potere essere accet-
In particolar modo due aree dell’emisfero sinistro sono state tata; al contrario, l’ipotesi secondo cui il pensiero sia dipendente
chiamate in causa: l’area di Broca e l’area di Wernicke; lesioni a dal linguaggio appare più convincente.
quest’ultima producono un’afasia in cui i soggetti producono
fluidamente enunciati ma palesano problemi legati alla seman-
tica, come l’utilizzo di pronomi privi di riferenti evidenti. Al con- 3. Casi studio a sostegno del rapporto linguaggio-
trario, i soggetti affetti da cosiddetta afasia di Broca producono
enunciati semanticamente appropriati al contesto, ma mostrano
pensiero: il Neowhorfianismo
difficoltà a produrre espressioni sintatticamente corrette. Queste Una seconda prospettiva sul rapporto linguaggio-pensiero è
due forme di afasia sembrano offrire prove a favore dell’ipote- quella per cui il pensiero è condizionato dal linguaggio, almeno
si della modularità e, quindi, dell’indipendenza tra linguaggio e ad alcuni livelli. Un’implicazione fondamentale di questa tesi è
pensiero. quella secondo cui le diverse comunità linguistiche pensano in
Per quanto riguarda l’asimmetria cerebrale degli emisfe- modo diverso perché parlano lingue diverse. Sebbene vada oltre
ri, sono stati condotti studi che hanno fornito prove crescenti gli obiettivi di questo articolo una documentazione diacronica
dell’importanza dell’emisfero destro nel processo lingui-stico. Ad delle varie versioni della cosiddetta ipotesi di Sapir-Whorf, è suf-
esempio, sono stati condotti studi relativi al priming semantico ficiente dire che la sua sostanza non è nuova, ma già presente in
sull’emisfero destro (Chiarello, Burgess, Richards, & Pollock, 1990) Aristotele (Retorica, III), Vico (Scienza nuova), Humboldt (Über das
che hanno mostrato come le lesioni a suo carico comportino dif- vergleichende Sprachstudium), e negli studi antropologici di Franz
ficoltà nella comprensione del linguaggio figurativo (Burgess & Boas (1911). L’ipotesi (meglio definita come assioma) che oggi
Chiarello, 1996). Ciò potrebbe implicare un forte impegno dell’e- prende il nome dai suoi due fautori, Edward Sapir e Benjamin
misfero sinistro nell’elaborazione fonologica e sintattica, ma non Lee Whorf, è stata scartata da molti studiosi perché poco convin-
necessariamente in quella pragmatica, per cui quest’autonomia cente; negli ultimi anni si è assistito ad una sua ripresa operata
del linguaggio da altri aspetti cognitivi sembra ancora meno pro- soprattutto da un’area della linguistica cognitiva che ne ha licen-
babile (Gardner, 1983). Gli studi di Kimura (1993), inoltre, hanno ziato una versione “debole”.
messo in evidenza la specializzazione dell’emisfero sinistro nella L’ipotesi Sapir-Whorf ha due varianti principali: a) il deter-
motricità dei muscoli della bocca e della mano, e hanno ricon- minismo linguistico, ovvero la convinzione per cui la struttura
dotto l’afasia ad alcune difficoltà motorie di esecuzione. di una lingua determini il modo in cui il parlante percepisce e

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ragiona sui fatti e sul mondo, e b) la relatività linguistica, per la che, poiché in alcune lingue non ci sono le parole “adatte” per
quale membri di comunità linguistiche diverse hanno visioni esprimere le diverse sottigliezze di una nozione, questa non è, o
diverse della realtà, influenzate dalla propria lingua nativa. L’e- potrebbe non essere, presente: una versione così forte di quest’i-
sempio classico proviene dalla lingua degli Inuit i quali hanno potesi tradirebbe le capacità poetiche e la creatività lessicale de-
un maggior numero di nomi per descrivere il fenomeno cono- gli esseri umani.4 L’esistenza di un concetto non dipende dalla
sciuto genericamente in italiano come “neve”, come aput “neve- pre-esistenza della parola che lo designi: è la rappresentazione
sul-terreno”, qana “neve-che-cade”, piqsirpoq “neve-a-vento”, and che precede logicamente e governa la comunicazione e, come
qimuqsuq “valanga-di-neve” (Boas, 1911). Secondo l’interpreta- ci si augura di dimostrare in questo lavoro, gli individui tendono
zione di Whorf (in Lucy, 1992: 148-149), ciò manifesta linguistica- a percepire diversamente la realtà non a causa della lingua che
mente che per eschimesi il lessico riferito al concetto ‘neve’ indica usano, ma a causa delle proprie esperienze culturali situate (em-
una raffigurazione senza attributi, mentre per un parlante inglese bedded) all’interno di interazioni sociali e linguistiche.
dovrebbe avvenire una classificazione, cioè il parlante inglese o
italiano, al contrario dell’inuit, percepirebbe questi riferenti come
varietà di neve. “To an Eskimo, this all-inclusive word [‘snow’] 5. Relatività Linguistica
would be almost unthinkable; he would say that falling snow,
slushy snow, and so on, are sensuously and operationally differ- Una versione più moderata dell’ipotesi whorfiana come la
ent, different things to contend with; he uses different words for relatività linguistica è più convincente e ha più prove empiri-
them and for other kinds of snow” (Whorf, 1956: 216). Secondo che a supporto. Questa versione più debole (conosciuta come
la versione deterministica dell’ipotesi Sapir-Whorf, un inuit “per- “Neowhorfianismo”) ritiene che il linguaggio non determini il
cepisce” un fenomeno fisico quale la neve in modo diverso, ad pensiero, ma possa facilitarlo o inibirlo. Il genere grammaticale, il
esempio, di un tunisino. lessico, e altri elementi linguistici hanno la capacità di alterare il
In un mondo di viti spaccate, si potrebbe dire, un cacciavite a modo in cui si pensa.
croce è inutile. Perché una comunità linguistica che non ha alcu-
na interazione con un mondo (reale o immaginario) dove esiste
la neve dovrebbe avere bisogno di distinzioni cosi dettagliate? In
5.1. Spazio
una prospettiva funzionalista (o usage-based) come quella che si La propria lingua impone dei frame che condizionano in un
propone qui, si sostiene che avere tante espressioni per un con- modo o in un altro il proprio modo di pensare (Evola, 2010a), ad
cetto come neve sia utile per alcuni e inutile per altri. L’interazione esempio, a proposito dello spazio. In alcune lingue come l’italiano
tra gli oggetti, l’esperienza percettiva, la dimensione sociale del o l’inglese, ma non in altre come il coreano, esiste una distinzione
linguaggio formano sì la percezione della realtà del parlante, ma codificata tra contenimento e supporto, cioè tra ciò che è posto
non la forgiano di certo indefinitamente. dentro un contenitore (“la mela nella ciotola,” “la lettera nella bu-
sta”) e ciò che è posto sopra una superficie (“la mela sul tavolo,”
“il quadro sul muro”). In coreano invece esiste una distinzione lin-
4. Il linguaggio come strumento semiotico-cognitivo guistica relativa al grado di contatto/adesione più o meno stretti
tra due oggetti. In coreano, dunque, come termine di rapporto
Vorrei proporre piuttosto una variante della metafora: viviamo per esprimere che una mela è dentro una ciotola si usa “nehta”,
in un mondo di viti a croce con un cacciavite spaccato. Lo stru- ma volendo parlare di una lettera dentro una busta dovremo usa-
mento che abbiamo (la lingua come parole e non come langue) re “kitta” in quanto quest’ultima espressione veicola un rapporto
non è quello adatto specificamente per quel tipo di lavoro (la di contatto più stretto. Lo stesso kitta verrebbe usato anche per
rappresentazione), e potrebbe non esserci sempre un fit perfet- dire che il quadro è sul muro perché c’è lo stesso rapporto di con-
to, ma con un po’ di impegno il lavoro può essere portato a termi- tenimento/adesione. McDonough et al. (2000; si veda Boroditsky,
ne. Un vento molto comune nelle estati siciliane è lo scirocco, un 2001) hanno studiato come questi due modi per rappresentare
vento caldo che si origina secco dal Sahara e che diventa umido i rapporti spaziali si manifestino anche nel modo di pensare di
passando sopra il Mediterraneo. Il vento è presente nella lingua parlanti nativi coreani o inglesi a cui sia stato assegnato il compi-
quotidiana, e quando si dice “c’è scirocco”, non si vuole solo indi- to di identificare scene di contenimento o di supporto. I parlanti
care la presenza del vento, ma anche di uno stato di sconforto, coreani hanno mostrato tempi di reazione più rapidi rispetto a
inerzia e offuscamento causato dal calore e dall’afa. Eppure chi quelli degli inglesi quando veniva loro chiesto di scegliere l’im-
non ha mai esperito il vento di scirocco può, tuttavia, averne un’i- magine che rispetto alle altre fosse “dissimile” relativamente al
dea attraverso la lingua e attraverso il ricordo di altre esperienze parametro di contatto/adesione (ad esempio l’immagine di un
(la percezione dell’aria calda sulla pelle, la necessità costante di oggetto con un alto livello di inclusione/adesione collocato tra
procurarsi aria fresca, l’esperienza del caldo-umido, la sensazio- vari oggetti con un livello più basso rispetto allo stesso parame-
ne di apatia e di disorientamento) anche se non possiedono il tro ). Ancora più rimarchevole sono i risultati degli esperimenti
lessema adatto nel loro repertorio linguistico o la sua conoscen- condotti su bambini in età prelinguistica provenienti da famiglie
za empirica nel loro repertorio esperienziale. Un turista in Sicilia di parlanti coreani e inglesi, i quali, in test di “preferential looking”
probabilmente lo percepirebbe come un semplice vento caldo, (fissazione preferenziale), erano ugualmente capaci di distingue-
mentre il siciliano l’ha categorizzato perché è saliente nella sua re oggetti dell’uno e dell’altro tipo. I bambini in età prelinguistica
vita quotidiana. Le nuance di una lingua non sono sempre perce- sembrano, quindi, non avere costrizioni per quanto riguarda le
pibili da parte di chi non usa quella lingua, e per questo motivo è rappresentazioni spaziali, pertanto è possibile concludere soste-
difficile trasferirle in un altro codice, ma non impossibile. È come nendo che le distinzioni spaziali si apprendono con la lingua e
usare uno strumento non specifico per svolgere un determinato sono rafforzate da essa (Choi & Bowerman, 1991; Choi & Gopnik,
lavoro: ci vorrà più sforzo, più creatività per compiere quel lavoro. 1995; Boroditsky, 2001).
La lingua, come altri processi cognitivi, tende verso uno stato Prove di restrizioni sulla rappresentazione spaziale sono pre-
economico ed ecologico così da operare quasi istantaneamente senti anche nelle ricerche di Stephen Levinson (1996) che ha
e inconsciamente, e ciò che si richiede nei casi dove bisogna es- studiato il sistema di riferimento assoluto in tzeltal, una lingua
sere “creativi” è un investimento cosciente e volizionale da parte parlata nella regione messicana del Chiapas da un popolo autoc-
di chi usa la lingua. In questo senso la lingua è “user-friendly”: è tono discendente dai Maya. A differenza dell’italiano e dell’ingle-
stata progettata da e per gli esseri umani (Deacon, 1997). Così se, lingue in cui la posizione di un oggetto può essere codificata
come cambia l’uso della lingua, cambia anche la lingua per av-
vicinarsi all’uso, e il locus di questi cambiamenti è nelle comuni- 4. Per un resoconto su come alcuni individui religiosi descrivono le loro
tà (e sub-comunità) linguistiche. Sarebbe troppo riduttivo dire esperienze mistiche e su come questi fenomeni si manifestino linguisti-
camente, si veda Evola (2010b).

40 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


come “a destra” di o “davanti” a un’altra cosa, in tzeltal questi con- ticamente anche dei termini che indicano la verticalità spaziale,
cetti non sono lessicalizzati e si usano invece termini propri di quindi qualcosa che temporalmente è successivo è indicato con
un sistema di referenza assoluta (analogo al sistema di direzioni xià (“giù”), antecedente con shàng (“su”). Ad esempio i parlanti
cardinali nord/sud). Un parlante tzeltal direbbe che qualcosa si mandarini dello studio erano più propensi a ragionare a propo-
trova “in salita” o “in discesa” rispetto a un’altra cosa, ponendo la sito del tempo in termini di verticalità quando si chiedeva loro
collina della comunità come punto di riferimento assoluto. Ciò se “marzo viene prima di aprile” mentre i parlanti inglesi ragiona-
vale per qualsiasi tipo di oggetto, anche piccolo, e anche in una no in termini di orizzontalità. A seconda della metafora spazio-
stanza chiusa o su un terreno piano. Secondo Levinson, i parlan- temporale usata durante la concettualizzazione, l’idea del tempo
ti tzeltal sono fortemente influenzati dalla loro lingua anche in è rappresentata spazialmente secondo il modello linguistico del
compiti non prettamente linguistici come la creazione di mappe parlante nativo.
mentali (si veda anche Levinson, 2003).
5.4. Attributi
5.2.Oggetti Uno degli studi più interessanti in cui si cerca di provare un
John Lucy, antropologo dell’Università di Chicago, ha notato certo determinismo linguistico è stato condotto ancora da Bo-
invece che i Maya dello Yucatec tendono a parlare delle cose nei roditsky et al. (2003). I soggetti dello studio sono, in questo caso,
termini della materia di cui sono costituite, quindi una “candela” dei bilingui tedeschi-inglesi e spagnoli-inglesi ai quali sono state
è “cera lunga e sottile”. In uno studio (Lucy & Gaskins, 2001) veni- mostrate delle immagini di oggetti seguite dalla richiesta di attri-
va chiesto a parlanti Yucatec-Maya di associare oggetti ritenuti buire degli aggettivi in inglese a ciò che vedevano. Nell’esempio
simili; quando veniva mostrato loro, ad esempio, un pettine di dell’immagine di una chiave, che ha come genere grammaticale
plastica con il manico, veniva facilmente associato ad esso un il maschile in tedesco (der Schlüssel) e il femminile in spagnolo
pettine di plastica senza manico, mentre i parlanti inglesi pre- (la llave), gli attributi erano prettamente relativi al genere della
ferivano fare un’associazione per forma, abbinando un pettine lingua madre. Per il madrelingua tedesca, la chiave era “dura,”
di legno con il manico. Per i Maya dello Yucatec, la somiglianza “pesante,” “metallica” mentre per lo spagnolo era “piccolissima,”
si trova nella materia e non nella forma, proprio perché, come “adorabile,” e “dorata”, rispettivamente attributi “maschili” e “fem-
l’esperimento vuole suggerire, nella loro lingua, diversamente da minili”. Oggetti inanimati che hanno il genere grammaticale
quanto accada in italiano o in inglese, predomina un sistema di sono percepiti come aventi attributi coerenti con quel genere.
categorizzazione per materia e non per forma. Jakobson (1966) riferisce qualcosa di concettualmente simile a
proposito dei parlanti russi cui viene chiesto di personificare i
giorni della settimana; tale personificazione avviene coerente-
5.3. Tempo mente col genere grammaticale: i giorni codificati con genere
grammaticale maschile (lunedì, martedì, giovedì) sono perso-
Le ricerche di Lera Boroditsky al MIT hanno fornito prove
nificati come maschi, gli altri (mercoledì, venerdì, sabato) come
delle costrizioni che il linguaggio impone al pensiero. Concetti
femmine.
astratti come quello di tempo sono fortemente influenzati dalla
rappresentazione dello spazio per mezzo di metafore (cfr. Lakoff,
1993; Haspelmath, 1997; Casonato, 2004; Evola, 2008; inter alia).
In uno studio (Boroditsky & Ramscar, 2002) si chiede ai soggetti 6. Conclusione: Interazione con il mondo e la lingua
dell’esperimento di immaginare una situazione in cui un incon- embedded
tro previsto per un giorno preciso della settimana, il mercoledì,
sia stato spostato in avanti di due giorni. Viene poi chiesto ai sog- La lingua che si usa condiziona il modo di percepire, ma an-
getti di rispondere ad una domanda: “Che giorno è l’incontro, ora che di interagire, con il proprio mondo. L’uso della forma di corte-
che è stato riprogrammato?” I soggetti, reclutati ad una stazione sia come allocutivo di seconda persona singolare in molte lingue
dei treni, sono stati divisi in due categorie: chi viaggiava come (come l’italiano o il francese) è difficile da acquisire per un par-
passeggero e chi aspettava un passeggero. I risultati hanno mo- lante nativo inglese il cui sistema linguistico non richiede questa
strato che coloro che hanno concepito il tempo come in movi- distinzione sociale categoriale, e viceversa, uno studente italia-
mento verso di loro (cioè, chi aspettava) hanno percepito che “in no che visiti un’università americana potrebbe sentirsi a disagio
avanti” fosse più vicino, rispondendo quindi al quesito con “lu- a parlare in una lingua straniera e non avere gli strumenti per
nedì”. Invece coloro che hanno percepito il proprio muoversi nel mostrare questo tipo di formalità. Questo fenomeno comune po-
tempo (i viaggiatori) tendevano a sentire “in avanti”5 più lontano, trebbe essere letto appunto nella chiave di lettura di questo sag-
rispondendo quindi “venerdì”. Questa è un’ulteriore indicazione gio: la lingua saliente di un parlante bilingue influisce su come
di quanto contesto, linguaggio e cognizione siano intimamente questi percepisce la realtà immediata e interagisce con essa.
interconnessi. Il contesto dei parlanti – o meglio, la loro interazio- Se il linguaggio di per sé fornisce la motivazione al pensiero
ne fenomenologica con il loro mondo – condiziona il loro modo del mondo e di sé stessi, in un modo più o meno condizionato,
di incarnare (embody) i loro percetti (in questo caso il Tempo per- in questo contesto è necessario rivalutare il ruolo del linguag-
cepito nei termini dello Spazio), e quindi la percezione della loro gio figurativo, e in particolare della metafora. Un aneddoto ben
stessa realtà. conosciuto nel campo dell’antropologia (Katz, 1998: 33-34) può
In un altro studio Boroditsky (2001) analizza la categoria del servire da esempio di come una metafora possa condizionare il
tempo in inglese e in mandarino. L’italiano esibisce un comporta- nostro modo di pensare. Tra i primi europei che sono stati in con-
mento analogo a quello inglese in quanto il tempo è considerato tatto con gli Inuit c’erano dei missionari che hanno voluto tradur-
come qualcosa di lineare nello spazio, quindi il futuro è davanti e mara il paradigma è invertito e manifestato anche nella loro gestualità
il passato è dietro di noi.6 In mandarino, vengono usati sistema- coverbale con la quale codificano il passato come davanti a loro e il fu-
turo dietro. Secondo (Sweetser, 1991) questa rappresentazione si fonda
5. “Next Wednesday’s meeting has been moved forward 2 days. What day sulla metafora conoscere è vedere e pertanto ciò che è stato visto (il passato)
is the meeting, now that it has been rescheduled?” In inglese, “move for- sta davanti agli occhi, al contrario del futuro che è ancora da esperire.
ward” è ambiguo, lecitando delle risposte in inglese forse improponibili Queste nozioni sono talmente radicate che anche nella gestualità, par-
in italiano. lando di un evento passato, i parlanti tendono a portare avanti la mano,
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. Fino a poco tempo fa, si riteneva che in tutte le culture esistesse sola- e al contrario il futuro può essere espresso facendo un gesto con la mano
mente un modello del Tempo, in cui il passato era concettualizzato come che tende verso la parte posteriore del corpo. È importante rilevare che,
‘dietro’ al concettualizzatore e il futuro davanti a lui. Ricerche sul campo anche in questo caso, il tempo è organizzato in termini spaziali, il che
recenti sugli Aymara, un popolo indigeno delle Ande, condotti da Rafael sembra essere un universale, e il modello linguistico usato condiziona la
Núñez (Núñez & Sweetser, 2006) hanno mostrato che per i parlanti ay- cognizione (Casonato, 2004).

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re la Bibbia per il popolo indigeno. Uno dei problemi che hanno Chomsky, N. (1965). Aspects of the Theory of Syntax. Cambridge:
incontrato riguarda la traduzione del Salmo 23 il cui incipit è “Il The MIT Press.
Signore è il mio pastore”. L’immagine del buon pastore insieme Chomsky, N. (1968). Language and Mind. New York: Harcourt
al suo gregge era difficile da tradurre, perché gli Inuit erano di Brace.
cultura nomade fondata sulla caccia. I missionari hanno quindi
tradotto la frase con qualche cosa di più vicino alla cultura di quel Chomsky, N. (1995). The Minimalist Program. Cambridge: The MIT
popolo e hanno deciso di parlare de “il cacciatore e i suoi cani.” Press.
Quest’immagine metaforica comunque non aveva la resa espres- Chomsky, N. (2000). New Horizons in the Study of Language and
siva desiderata dai missionari cristiani perché un cacciatore Inuit Mind. Cambridge: Cambridge University Press.
in stato di necessità potrebbe anche picchiare, nonché mangiare, Damasio, A. R. (1994). Descartes’ Error: Emotion, Reason, and the
i propri cani, e quindi l’idea del Dio cristiano per gli Inuit era quel- Human Brain. New York: G. P. Putnam.
la di un potente e terribile cannibale. Deacon, T. (1997). The Symbolic Species: The Co-Evolution of Lan-
Sembra quindi che il linguaggio condizioni il pensiero (e la guage and the Brain. New York: W. W. Norton & Co.
cognizione umana in genere) molto più di quanto si pensasse in
precedenza. Sebbene gli esempi qui elencati si riferiscano a ca- Dronkers, N. F., Redfern B. B. & Ludy, C. A. (1995). Lesion Localiza-
tegorie come spazio e tempo, oggetti e attributi, esistono nume- tion in Chronic Wernicke’s Aphasia. Brain and Language, 51,
rosi altri esempi concernenti il condizionamento nel campo dei 1, 62-65.
colori e dei numeri (e.g. Brown & Lenneberg, 1954; Lucy, 1992; Dronkers, N. F., Shapiro, J. K., Redfern, B. B., & Knight, R. T. (1992).
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Specie-specificità, linguaggio, rappresentazione:
la tecnologia uditivo-vocale nel sapiens
Alessandra Falzone - amfalzone@unime.it
Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali, Università di Messina

Abstract
The term “species-specificity” has been often used to define what elements underlie human nature. It has had various meanings,
most of which can be interpreted as “special”, “unique”. A due definition of this term is not only necessary to move out linguistic misinter-
pretation from our research field, but it is also useful to investigate, in a non anthropocentric way, such anatomical and functional traits
that have been considered uniquely human since Aristotelian works. In the present paper a technical definition of species-specificity is
offered as a constraining capability: an auditory-vocal technology which influences the sapiens’ specific way to build representations
of reality. This is possible thanks to biological structure which have been selected during human evolution (including the loss of some
morphological aspects, i.e. gracilization, a process named handicap selection).

Keywords
Species-specificity, speech making, exaptation, gracilization, representation.

1. Specie-specificità: definizione tecnica a meno di rivoluzioni che portano alla speciazione (cfr. Minelli,
2007; Pennisi-Falzone, 2010 e 2011.).
La definizione delle specie-specificità dell’essere umano ha La definizione lorenziana di specie-specificità, e le recenti de-
appassionato i dibattiti recenti e passati sull’evoluzione del sa- clinazioni nell’ambito della biologia evoluzionistica dello svilup-
piens e sulla natura stessa della cognizione umana. Le accezio- po, consente di considerare anche le funzioni cognitive più com-
ni con cui questo termine è stato impiegato in vari ambiti degli plesse (ma soprattutto quelle che vengono ritenute unicamente
studi sul linguaggio e sulla mente umani sono davvero molte- umane, prima tra tutte il linguaggio) come capacità determinate,
plici. Spesso, infatti, specie-specifico è stato impiegato, in linea vincolate anatomicamente in quanto prodotte da un’evoluzione
con la tradizione predarwiniana (linneana) caratteristico di una centrale e periferica che ci lega ai nostri predecessori evolutivi,
specie (sulla base delle caratteristiche morfologiche). Più di re- ma che ci differenzia nelle possibilità.
cente, in ambiti di indagine più vicini agli studi sul linguaggio, Se volessimo formulare questa tesi, così come Ninni Pennisi
specie-specifico è stato impiegato con l’accezione di “speciale” ha proposto a un recente incontro tra linguistica e scienze cogni-
“unico”. Si pensi alla famosa definizione chomskiana di linguag- tive (Pennisi, 2012), il linguaggio è specie-specifico del sapiens
gio (Linguaggio=capacità specie specifica=tipo unico di organiz- in quanto tecnologia uditivo-vocale (speech making) applicata
zazione intellettuale). ai bisogni simbolici e altamente specializzata almeno quanto la
Una adeguata definizione di questo termine risulta non solo tecnologia manuale (tool making). Niente specialità o unicità da
necessaria per sgombrare il campo di indagine da equivoci pu- chiamare in causa: la tecnologia uditivo-vocale dipende dall’evo-
ramente linguistici, ma anche utile per indagare in maniera non luzione di strutture e funzioni che in parte provengono da una
antropocentrica quelli che almeno sin dagli studi aristotelici ven- storia evolutiva lunga, ma che nella linea dei primati non umani
gono considerati tratti strutturali e funzionali unicamente umani. hanno acquisito un ruolo adattativo in virtù dell’organizzazione
Questa definizione di tratto specie-specifico fa ricorso a quella sociale, ma anche di altri aspetti come il passaggio al bipedismo,
adottata in ambito etologico da Konrad Lorenz che ne propone la cura della prole e il social learning. Ovviamente non dobbia-
una adozione di tipo tecnico (Lorenz, 1978). Formulato in ambito mo dimenticare che si tratta di tecnologia specie-specifica che,
strettamente biologico, infatti, il concetto di specie-specificità in- in quanto tale, racchiude in sé tutte le possibilità articolatorio-
dicherebbe il fatto che certi organismi sarebbero attivi solo verso uditive cui la nostra cognizione è condannata.
una determinata specie animale o vegetale (si pensi a quei paras- La nostra cognizione, dunque, non è banalmente caratteriz-
siti che vivono esclusivamente in determinate specie di animali zata dalla presenza del linguaggio ma è vincolata da condizioni
o piante). biologiche che, selezionate nel corso dell’evoluzione, hanno of-
Lorenz ha mutuato questo concetto biologico assegnando- ferto alcune possibilità funzionali, non altre. In sostanza il vinco-
lo a una sfera più complessa rispetto alla compatibilità chimica, lo funziona sia da delimitatore delle possibilità di un organismo
quella del comportamento, che segue leggi di funzionamento di presentare una certa funzione (per l’evo-devo, ad esempio, la
differenti rispetto a quelle della biologia animale o vegetale. relazione struttura-funzione non è minimamente problematica:
La componente centrale della nozione di specificità che Lorenz non è necessario chiedersi come da una certa struttura si è svi-
intendeva applicare al comportamento animale era l’elemento luppata una certa funzione. Se la struttura è presente o ha una
costrittivo: i parassiti che non possono scegliere quale pianta funzione o è neutra), sia da costrizione alla funzione.
infestare, ma possono anzi devono attaccare, per la loro soprav-
vivenza e riproduzione, una sola specie, presentano Speziesspezi-
fität. Così anche i comportamenti che i membri di una determina- 2. La specie-specificità umana: la tecnologia udito-voce
ta specie sono costretti a mettere in atto in una data condizione
ambientale, sono specie-specifici (ad esempio, la ricerca dei pul- L’introduzione della prospettiva etologica e quella evoluzio-
cini da parte della chioccia, la costruzione del nido nelle femmi- nistica ha costituito una vera e propria rivoluzione nelle scienze
ne dei ratti, i riti di accoppiamento o di lotta per la dominanza cognitive che, nate in un secolo fortemente antropocentrico, si
di gruppo e territoriale in numerose specie di animali). Questa sono trovate a scontrarsi con una mole di dati sempre crescente
accezione di specie-specificità è vicina al ruolo che secondo i so- che dimostrava la derivazione filogenetica delle specialità uma-
stenitori dell’evo-devo svolgono i kit genetici sugli organismi e ne almeno a partire dai primati non umani.
le strutture anatomiche sulle funzioni che esse stesse rendono Come già detto prima, lo scopo di questo lavoro è individuare
possibili: costituiscono un vincolo, un dente d’arresto dal quale la nella tecnologia uditivo-vocale la specie-specificità della cogni-
ruota strutturale e funzionale dell’evoluzione non può sganciarsi, zione umana. Cercherò di dimostrare questa tesi proprio a par-

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tire dai dati provenienti da discipline che erano state accusate associazione all’aumento delle dimensioni del cranio. È come se
di investire di specialità le strutture anatomiche e le capacità le dimensioni corporee (le viscere in particolare, Aiello, 1997; Mi-
cognitive del sapiens (dagli studi filosofici sul linguaggio, alle then, 2007) fossero dovute diminuire in favore delle aumentate
neuroscienze, alla paleoantropologia). Tali discipline, infatti – un dimensioni cerebrali che assorbono una alta percentuale delle
po’ per l’avanzamento delle metodologie multidimensionali che risorse energetiche dell’organismo. Nel sapiens questo processo
permettono di intrecciare dati ottenuti in ambiti differenti, un di gracilizzazione si è verificato sia nella prima forma della specie
po’ grazie al salutare ingresso della prospettiva evoluzionistica (il sapiens arcaico, che presentava già una gracilizzazione rispetto
(e in particolare della sintesi moderna e dell’evo-devo) e della al Neanderthal) sia nella forma moderna (in cui si è verificata una
genetica negli studi sulle capacità dell’uomo – si sono “redente” ulteriore riduzione della massa corporea generale).
dimostrando in maniera puntuale la innegabile derivazione filo- Ma è interessante notare come la gracilizzazione non coin-
genetica di strutture e capacità del sapiens da altre specie evolu- volga solo in generale le dimensioni corporee: negli ominidi e
tivamente precedenti (alcune anche lontane da un punto di vista in particolare nel sapiens è possibile rintracciare la cosiddetta
filogenetico, se non addirittura non imparentate). gracilizzazione del volto (diminuzione delle dimensioni della
mandibola e dell’arcata sopraciliare). In particolare alcuni ricer-
catori (Stedman et al., 2004) hanno dimostrato come nei primati
2.1. Vantaggi immediati ed exaptation non umani sia attivo un gene (il gene che codifica per la catena
Negli ultimi quindici anni, infatti, sia in ambito comparativo, pesante della miosina) che nel sapiens è presente ma inattivo. In
che in quello ricostruttivo sono state formulate ipotesi che hanno sostanza la differenza nei muscoli masticatori tra gorilla e sapiens
assegnato alle strutture anatomiche oggi utilizzate dal sapiens sarebbe dovuta all’inattivazione di un gene che codifica per la
dei vantaggi adattativi non direttamente connessi al linguag- miosina, una proteina che produce la forza contrattile dei musco-
gio. Si pensi alla famosa ipotesi sulla centralità del tratto vocale li. Meno miosina uguale meno forza muscolare, ma anche diffor-
per l’insorgenza del linguaggio nel sapiens. Studi comparativi e mità nelle strutture ossee cui i muscoli si legano. A differenza dei
paleoantropologici, infatti, avevano considerato tale struttura la primati non umani, allora, l’uomo ha acquisito una mutazione in
prova innegabile della presenza del linguaggio articolato: la con- questo gene ereditato filogeneticamente dai primati che impe-
figurazione anatomica del tratto vocale sarebbe stata l’unica a disce l’accumulo di miosina nei tessuti mascellari, inducendone
garantire la fonazione. Da questo assunto, ancora oggi valido, si una riduzione dimensionale.
derivava la convinzione (spesso provata sperimentalmente) che Tale processo, che ha determinato la liberazione delle struttu-
nel corso dell’evoluzione il tratto vocale fosse stato selezionato re ossee dai compiti masticatori, con conseguente allargamento
perché offriva un vantaggio enorme al sapiens: il linguaggio arti- del cranio (Rotilio, 2006), è considerato un esempio chiaro della
colato (con conseguente miglioramento delle capacità comuni- cosiddetta “selezione dell’handicap” (Zahavi, 1975). Tale nozione
cative e organizzative). è applicata ai casi evolutivi in cui i processi di speciazione si verifi-
Diversi studi hanno smentito la connessione diretta tra adat- cano per selezione di tratti minoritari presenti nella popolazione
tatività del tratto vocale e linguaggio. Un’ipotesi famosa è quel- che però risultano o neutrali o addirittura dannosi. La perdita di
la formulata da Aiello (1996), secondo cui durante l’evoluzione fibre muscolari utili alla masticazione, infatti, costituisce un evi-
che ha condotto al sapiens la laringe ha svolto varie funzioni di dente svantaggio evolutivo, soprattutto in relazione alle aumen-
protezione delle vie respiratorie, ma l’abbassamento della la- tate esigenze energetiche indotte dalla presenza di una massa
ringe sarebbe stato sì conseguenza del bipedismo, ma sarebbe cerebrale di dimensioni maggiori. Ma questo tratto anatomico
selezionato positivamente in quanto consentiva di trattenere è presente in tutti i sapiens e dunque deve essere stato associa-
la pressione intratoracica e intraaddominale (laringe valvulare). to a un vantaggio. Una delle prime e più immediate spiegazioni
Tale pressione nel tratto vocale del sapiens è maggiormente ipotizzate è stata proprio la possibilità di produrre linguaggio
modulabile grazie alla membranosità delle pliche vocaliche e articolato: paradossalmente, la riduzione delle dimensioni dei
alla flessibilità delle pareti faringali che consentono di variare la muscoli masticatori avrebbe consentito la selezione di una strut-
geometria del tratto vocale e di produrre suoni acusticamente ture ossea su cui si dovrebbero agganciare i muscoli temporali
armoniosi. relativamente più piccola, consentendo la liberazione da compiti
Un’altra ormai nota ipotesi formulata per dimostrare che il masticatori del tratto orofacciale indispensabile per la produzio-
linguaggio non ha costituito un vantaggio immediato per la se- ne di suoni linguistici. Alcuni studi hanno cercato di individua-
lezione del tratto vocale è quella di Tecumseh Fitch sull’ingrandi- re la “compensazione adattativa” al micrognatismo connesso a
mento della stazza. Secondo Fitch (2005) l’abbassamento della variazioni dell’architettura facciale e craniale con conseguente
laringe forzato muscolarmente è presente in molte specie anima- aumento delle dimensioni cerebrali chiamando in causa motiva-
li perché consentirebbe di fingere di avere dimensioni corporee zioni di tipo funzionale come l’incremento delle attività di coo-
maggiori rispetto a quelle effettive, producendo suoni più gravi e perazione e di comunicazione che avrebbero favorito un miglio-
definiti, caratteristica questa dei membri con la stazza maggiore, ramento delle tecniche per il procacciamento del cibo. Queste
e risultando così più appetibili per la riproduzione. Nel sapiens, spiegazioni però sembrano non rispondere alla questione della
allora, l’abbassamento permanente della laringe sarebbe sta- adattatività: un tratto “handicap” come un cervello che brucia
to selezionato in quanto offriva la possibilità di operare questa tantissima energia e che richiede molto cibo non può attendere,
finzione senza alo sforzo muscolare continuo cui sono costrette per venire selezionato, l’attecchimento di comportamenti colla-
le altre specie animali. Il vantaggio immediato associato all’ab- borativi. Questi semmai sono una conseguenza dell’aumento del
bassamento della laringe, dunque, non avrebbe direttamente a volume cerebrale, non una causa. Sembrano, invece, plausibili
che fare con il linguaggio, ma con un incremento della fitness. Il quegli studi che rintracciano nei cambiamenti genetici associati
linguaggio si sarebbe installato in un secondo momento (exapta- alla struttura del tubo digerente e degli enzimi contenuti al suo
tion) e solo quando anche il cervello umano è stato speech-ready, interno le cause dell’attecchimento di una struttura cerebrale
cioè pronto per la gestione volontaria dei movimenti articolatori. così grande (Rotilio, 2006).
Tali movimenti, inoltre, sono stati favoriti da un processo che Svante Pääbo e collaboratori (Green et al., 2009) hanno indivi-
ha interessato il genere Homo e in particolare il sapiens: la graciliz- duato nel DNA del Neanderthal una differenza decisiva rispetto
zazione che ha determinato la riduzione delle dimensioni corpo- al sapiens: in quest’ultimo, infatti, sarebbe presente una variazio-
ree. Tale processo in generale è spiegato mettendo in relazione ne genica responsabile della scissione del lattosio in zucchero,
le dimensioni corporee con le richieste energetiche che queste carburante per i processi metabolici del cervello, che sarebbe del
comportano. Di norma, maggiore è la stazza, maggiori sono le tutto assente nel Neanderthal. Mentre quest’ultimo doveva re-
risorse energetiche necessarie per il mantenimento dell’organi- cuperare le sostanze metaboliche e gli acidi polinsaturi necessari
smo. La gracilizzazione, infatti, è presente nel genere Homo in per il funzionamento del cervello tramite processi complessi di

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trasformazione intestinale ed epatica, il sapiens poteva ottenerle
in maniera quasi immediata grazie ad una tipologia di alimenta-
4. Conclusioni: specificità, linguaggio e rappresentazione
zione più variata (il sapiens è “più onnivoro” del Neanderthal) e Questo è il punto più delicato dell’ipotesi che abbiamo in di-
più ricca di costituenti essenziali immediati da assimilare. verse occasioni sostenuto: il linguaggio umano non è un sem-
plice sistema di comunicazione, come di norma interpretato
dalla stragrande maggioranza delle teorie linguistico-evolutive
3. Da “speciale” a “specifico”: la tecnologia uditivo-vocale (Dunbar, Bickerton etc.). Il linguaggio è una tecnologia, che con-
sente la manipolazione e la trasformazione di elementi percepiti
Gli esempi descritti sopra sembrano dimostrare come le mo- in rappresentazioni e viceversa consente di formulare material-
difiche anatomiche complessive che hanno riguardato i processi mente necessità interne mettendole in relazione con il mondo
di speciazione del sapiens non siano connesse direttamente alla esterno. La tesi secondo cui il linguaggio non è uno strumento di
funzione linguistica. Questo ha finalmente consentito di elimi- comunicazione ma una modalità di rappresentazione del mondo
nare ogni possibile preoccupazione antropocentrica e ha spinto non è ormai più relegata all’ambito filosofico-fenomenologico.
molti settori di indagine a occuparsi del linguaggio, della sua na- Studi neuroscientifici condotti con varie tecniche di valutazione
tura e della sua evoluzione senza la preoccupazione di apparire dell’attività cerebrale in vivo (PET, ERP) hanno messo in evidenza
antievoluzionisti, politicamente scorretti o, peggio ancora, salta- che il linguaggio entra in gioco nella costruzione delle nostre co-
zionisti! noscenze sul mondo, quelle che ci formiamo in quanto apparte-
Se un merito ha avuto questa sorta di moral suasion sulla nenti ad una determinata comunità sociale e linguistica e questo
non centralità del linguaggio negli studi cognitivi ed etologici da un punto di vista non solo funzionale, ma anche anatomico.
di prima generazione è stata proprio quella di dimostrare che il Hagoort et al. (2004) hanno individuato nell’area di Broca il loco
sapiens non ha nulla di “speciale” e dunque ci si può occupare neurale in cui si realizzerebbe la “verifica” delle espressioni lin-
di comprendere cosa ha di “specifico” in senso tecnico lorenzia- guistiche con la realtà sociale in cui è inserito il soggetto. Questi
no. A questo punto, infatti, ci si potrebbe chiedere: ma se già da dati confermerebbero la nostra ipotesi secondo cui il linguaggio
un punto di vista strutturale è stato da più parti dimostrato che è una tecnologia che serve a rappresentare la realtà (conoscenze
le strutture anatomiche che si ritenevano selezionate per il lin- sul mondo prodotte e categorizzate grazie all’area di Broca, l’area
guaggio in realtà si sono diffuse a livello di popolazione per altri classicamente deputata alla produzione del linguaggio).
vantaggi (tipicamente associati alla riproduzione o al procaccia- Esiste, inoltre, un dibattito abbastanza vivo sull’idea che il
mento di cibo), quando è intervenuto il linguaggio nella storia linguaggio articolato abbia fornito alla cognizione umana un
evolutiva dell’uomo? Perché è solo il sapiens a mostrarlo? Diversi incremento di potenza legato al principio della segmentazione.
studi paleoantropologici, paleoneurologici e psicobiologici han- Secondo Wray (2002) e anche secondo Carruthers (2002) la seg-
no dimostrato come il linguaggio si sia installato su una morfo- mentazione fonetica ha consentivo lo sviluppo del linguaggio
logia “pronta per l’articolazione” sia a livello centrale che perife- composizionale che ha funzionato da vincolo per gli altri proces-
rico. Lieberman e McCarthy (2007) ad esempio hanno sostenuto si cognitivi. Mithen (2007) sostiene che l’abilità di segmentare la
che nel sapiens anatomicamente moderno si sarebbe verificato produzione, di combinarla e di decodificare tale segmentazione
un ulteriore e definitivo abbassamento della laringe rispetto al combinata è alla base persino della possibilità di trasmissione
sapiens arcaico. Solo in questo caso sarebbe raggiunta la propor- delle nostre conoscenze (fluidità cognitiva), della nostra cultu-
zione di 1:1 tra la canna verticale e quella orizzontale, aspetto ra. Proprio la composizionalità sarebbe il tratto distintivo tra la
anatomico questo che ha aumentato la variazione geometrica comunicazione olistica che Mithen assegna ai Neanderthal e il
del tratto vocale e la possibilità di modulare l’aria non solo attra- linguaggio umano.
verso le pliche vocaliche ma attraverso il canale faringeo. Diverse sono le ipotesi che cercano di dare una spiegazione
Anche da un punto di vista centrale, pare che la morfologia del passaggio dalla comunicazione olistica al linguaggio artico-
adatta alla produzione del linguaggio articolato si sia affermata lato. La nostra tesi, invece, cerca di dimostrare che il linguaggio
con il sapiens, non prima: alcuni studi paleoneurologici hanno in- è la tecnologia della nostra cognizione (speech using) e questo
dividuato nella Broca’s cup (BA 44, 45, 47) e nelle aree del control- per ragioni evolutive specie-specifiche. L’uomo non può esimersi
lo motorio della vocalizzazione e le funzioni cognitive complesse dall’impiegare il linguaggio per rappresentarsi il mondo e la fun-
(BA 8, 9, 10, 13, 46) del sapiens le aree di più recente modifica zione linguistica influenza le altre funzioni presenti nella nostra
rispetto ai calchi endocranici di ominidi precedenti (Holloway mente. In sostanza le possibilità offerte dalle modifiche biologi-
2009). Inoltre studi comparativi hanno dimostrato lo sviluppo che del sapiens moderno avrebbero consentito l’installazione e
specializzato nel sapiens di una parte della corteccia uditiva per l’uso di una funzione che cognitivamente ha funzionato da ca-
la comprensione del linguaggio articolato nella corteccia uditiva talizzatore delle altre, già presenti, ereditare filogeneticamente e
secondaria (area di Wernicke), l’organizzazione tonotopica e la adattativamente selezionate (core knowledge), che hanno subito
presenza di una Vocal Area nella corteccia uditiva primaria, sen- un processo di potenziamento dall’interazione con le possibilità
sibile e specializzata per i suoni appartenenti alla lingua materna segmentatorie produttive e di decodifica del linguaggio.
(Belin, Grosbras, 2010).
Ulteriori studi sull’evoluzione genetica hanno dimostrato che
alcuni geni regolatori sono coinvolti nella costrizione embrionale Bibliografia
di strutture cerebrali coinvolte nella articolazione del linguaggio Aiello, L. C. (1996). Terrestriality, Bipedalism and the Origin of Lan-
(i gangli basali). Si tratta della scoperta genetica del secolo, dopo guage. In Maynard‐Smith, J. (ed.). (1996), Evolution of Social
l’individuazione del DNA: il FOXP2, il cosiddetto gene dell’artico- Behaviour Patterns in Primates and Man. London, Proceedings
lazione del linguaggio umano, che espresso a livello embrionale of the British Academy.
codifica per la specializzazione dei gangli della base, strutture
Aiello, L. C. (1997). Brains and Guts in Human Evolution: The Ex-
cerebrali filogeneticamente antiche che svolgono un ruolo cen-
pensive Tissue Hypothesis, Brazilian Journal of Genetics, 20,
trale nella gestione dei movimenti articolatori fini.
141-148.
Il linguaggio allora, potrebbe essersi installato in un secondo
momento evolutivo del sapiens su strutture che hanno subito Belin, P., & Grosbras, M. H. (2010). Before Speech: Cerebral Voice
ulteriori cambiamenti tali da rendere il nostro corpo “speech- Processing in Infants. Neuron, 65, 733-735.
ready”. È a questo punto, però, che si manifesta la coazione fun- Carruthers, P. (2002). The Cognitive Functions of Language. Be-
zionale del linguaggio: una volta instanziato, non è più possibile havioral and Brain Sciences, 25, 657-726
per il sapiens scegliere altra modalità tecnologica per esprimere i Chomsky, N. (1966). Cartesian Linguistics. A Chapter in the His-
suoi “bisogni simbolici” che quella uditivo vocale. tory of Rationalist Thought. New York: Harper and Row, trad.

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“I limiti del mio corpo sono i limiti del mio
mondo”. IL tema del corpo proprio nella
riflessione filosofica contemporanea e nella
scienza cognitiva incarnata
Edoardo Fugali - efugali@unime.it
Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali, Università di Messina

Abstract
Consciousness and self-consciousness are not emanations of a disembodied mind, but presuppose the dimension of living body,
since it exhibits like our conscious experiences the property of self-reference. As the only substantial bearer of every mental state and
constitutive basis of personal subject, the living body is an ontologically genuine and epistemologically autonomous experiential layer
which can be reduced neither to the sole mental dimension nor to the component of objective body, although the latter is inextricably
bound with it. The objective body becomes the only subject of scientific explanation once the naturalistic attitude of cognitive science
has been adopted. With this article I will contribute to the attempt to give rise to an integrated approach which takes into account
both the phenomenological analyses about the living body and the experimental evidences relative to the cognitive mechanisms that
realize the sense of bodily self.

Keywords
Bodily self-awareness, body schema, body image, sense of ownership, sense of agency, living body.

1. Chi dice veramente “io”. Corpo vissuto e corpo una totale identificazione tra il sé personale e il corpo, mentre
una soluzione intermedia è offerta dal costituzionalismo di Baker
materiale (2000), secondo cui il corpo è una componente fondamentale
nella costituzione del soggetto personale pur senza esaurirne in
Coscienza e autocoscienza non sono emanazioni di una men- toto la consistenza ontologica.
te disincarnata, ma esprimono la proprietà dell’autoriferimento A tale questione, che viene a porsi nel momento in cui si
esibita dai vissuti d’esperienza che presuppongono la dimensio- adotta un punto di vista schiettamente metafisico-descrittivo (e
ne del corpo vissuto, unico portatore sostanziale di ogni stato su cui in questa sede non intendo soffermarmi nel dettaglio),
mentale e istanza costitutiva del soggetto personale. Se non è fa da contraltare quella relativa alla certezza che ogni soggetto
riconducibile alla sola dimensione del mentale, il corpo vissuto è personale ha del proprio corpo e che investe invece il versante
d’altra parte uno strato esperienziale ontologicamente genuino soggettivo-esperenziale della relazione tra sé e corpo. La natura
ed epistemologicamente autonomo che non si lascia ridurre alla peculiare della certezza del proprio sé corporeo non ha manca-
componente del corpo oggetto che pure è ad esso inestricabil- to di suscitare una serie di interrogativi (Cassam, 2011: 140-141):
mente legata e si impone in modo esclusivo allo sguardo una cos’è che contraddistingue questa certezza rispetto a quella
volta che sia stato adottato l’atteggiamento naturalistico delle relativa a qualsiasi altro oggetto corporeo? Ci troviamo qui di
scienze della cognizione, pienamente legittimo a condizione che fronte a una certezza di tipo percettivo? Il corpo che di questa
non travalichi i limiti del proprio ambito di considerazione. Con certezza è il contenuto e il latore è da intendere come oggetto,
questo saggio intendo contribuire al tentativo di dare vita a un come soggetto o in entrambi i modi? Ciò che sembra resistere
approccio integrato, che tenga in debito conto sia le analisi feno- a ogni dubbio è il dato della direzione di provenienza dell’auto-
menologiche sullo strato del corpo vissuto sia le evidenze spe- consapevolezza corporea – si tratta infatti di una certezza pro-
rimentali relative ai meccanismi cognitivi e neurofisiologici che priocettiva che proviene “dall’interno” – e il tratto caratteristico
implementano e realizzano il senso del sé corporeo. dell’inemendabilità che l’accompagna: in altre parole, i giudizi
Una delle questioni principali che hanno attratto l’attenzione emessi alla prima persona relativi ai nostri stati corporei sulla
della maggior parte degli studiosi interessati al tema della corpo- base di questa certezza sono immuni dagli errori di autoiden-
reità e da cui qui voglio prendere le mosse è quella relativa alla tificazione.
relazione peculiare che intrattengono il sé personale e il corpo.
Dobbiamo assumere questi due termini come due istanze inizial-
mente separate che verrebbero successivamente a incontrarsi in 1.1. Alle radici della coscienza del Sé: schema corporeo e imma-
modo misterioso, come sembra suggerire la locuzione “sé incor- gine corporea
porato”, o dobbiamo piuttosto supporre che la proprietà dell’es-
sere incorporato preceda ogni distinzione tra sé e corpo, tanto Analizziamo partitamente entrambi questi punti, cercando
che sarebbe più appropriato parlare al riguardo di un sé corpo- in primo luogo di individuare i contrassegni salienti della no-
reo? In questa direzione si muove la proposta terminologica di stra certezza corporea, impresa questa che non si preannuncia
Legrand (2006, 89-91), secondo cui l’espressione “sé incorporato” affatto facile, dati i molteplici modi grazie ai quali facciamo espe-
lascia ancora trapelare residui dualistici e suggerisce l’idea di un rienza del nostro corpo e alla disparità di opinioni che regna nel
sé puramente mentale collocato all’interno di un corpo inteso dibattito filosofico riguardo a quali siano tra questi quelli privile-
ancora soltanto in termini oggettuali. Recentemente è stata pro- giati. Si impone anzitutto a tal proposito una prima distinzione
posta una partizione sommaria che contempla tre opzioni teo- tra il modo in cui percepiamo come dall’interno il corpo che noi
riche riguardo al modo in cui intendere tale relazione (Cassam, stessi siamo e con il quale intratteniamo una relazione talmente
2011: 140). La prima è espressa dal dualismo classico di ascen- intima da indurci all’idea di coincidere in tutto e per tutto con
denza cartesiana, secondo cui le proprietà che costituiscono il esso, e il modo in cui percepiamo il corpo che ci capita di essere
soggetto personale sono individuate in via esclusiva da un’anima – le nostre sembianze riflesse allo specchio e esibite allo sguardo
immateriale rispetto alla quale il corpo sarebbe del tutto subor- altrui – e che spesso non manca di sorprenderci, magari ingene-
dinato. All’estremo opposto si situa il materialismo che postula rando singolari effetti di estraniazione. Istruttiva è a tal proposito

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l’esperienza di cui riferisce il filosofo austriaco Ernst Mach in un al mantenimento della postura e deputati al controllo dell’a-
famoso aneddoto: «una volta, dopo un viaggio notturno assai zione. Questo non vuol dire però che qui ci troviamo di fronte
faticoso in ferrovia, salii molto stanco su un omnibus proprio nel a un insieme più o meno instabile di meri riflessi meccanici o di
momento in cui vi saliva dall’altra parte un’altra persona. “Che rappresentazioni neuronali; è vero invece che lo schema corpo-
maestro di scuola mal ridotto sta salendo”, pensai. Ed ero proprio reo si configura grazie all’apporto congiunto dei processi che lo
io, poiché dinanzi a me si trovava un grande specchio. L’aspetto costituiscono come una struttura integrata e olistica che informa
del ceto mi era dunque molto più familiare della mia fisionomia» di sé azioni consapevoli e orientate a uno scopo e che è quindi
(Mach, 1900: 39). È al primo tipo di esperienza che allude Carte- coestensiva al corpo vissuto soggettivo così come si offre sul pia-
sio nel celebre passo delle Meditazioni dedicato alla relazione tra no dell’esperienza preriflessiva e prenoetica. In quanto compo-
il sé immateriale e il corpo: «la natura insegna inoltre, per mezzo nente materiale dell’azione e dell’intenzione consapevole esso
delle sensazioni del dolore, della fame, della sete, eccetera, che io partecipa dell’intenzionalità ad esse sottese, pur senza rivestire
non sto al mio corpo solo al modo in cui il nocchiero sta alla sua direttamente questa caratteristica. De Vignemont (2011a: 87) in-
nave, ma che sono congiunto ad esso in modo strettissimo e che dividua proprio nel fatto di essere impiegato per il compimento
gli sono quasi mescolato, tanto da costituire con esso un’unica dell’azione il criterio funzionale che identifica lo schema corpo-
entità» (Descartes, 1642: 116-117). reo e lo contraddistingue rispetto a ogni altra rappresentazione
Il corpo che abitiamo dall’interno e il corpo che ci capita di del corpo. In modo più radicale, Gallese e Sinigaglia (2010: 747-
essere (che nel linguaggio fenomenologico corrispondono al 748) attribuiscono direttamente allo schema corporeo una ge-
corpo vissuto e al corpo oggetto) sono dunque due contenuti nuina intenzionalità di carattere motorio che guida e permea di
distinti che rinviano a due specifiche forme di certezza corporea, sé l’azione, senza limitarsi al monitoraggio e alla calibrazione dei
ossia quella alla prima persona che viene a costituirsi sulla base processi sensori-motori preposti all’esecuzione dei movimenti.
di informazioni intorno a processi che ricadono all’interno dei Tra le informazioni processate al livello dello schema corpo-
confini del proprio corpo, e una certezza alla terza persona che reo, corrispondenti in sostanza a quelle elencate sotto il primo
presuppone l’esercizio delle capacità sensoriali dirette all’esterno punto della tassonomia proposta da Bermùdez, rientrano le sen-
e che sotto questo riguardo è assimilabile alla certezza relativa a sazioni tattili e propriocettive, e in generale i contenuti spaziali di
ogni altro oggetto materiale. La partizione prima persona/terza tutte le sensazioni corporee, il che mostra come la localizzazione
persona viene ad intersecarsi con le coppie conscio/inconscio e degli stimoli costituisca una delle sue caratteristiche funzionali
concettuale/non-concettuale nella seguente tassonomia propo- principali (Longo et al., 2009: 167). Sotto questo profilo, lo sche-
sta da Bermùdez (2011: 161): ma corporeo si configura come un modello dinamico basato su
1. le informazioni corporee alla prima persona inconsce meccanismi bayesiani di integrazione multimodale, relativi cioè
che comprendono le sensazioni vestibolari preposte al a inferenze probabilistiche soggettive operate dall’agente sulle
controllo dell’equilibrio e dell’orientamento spaziale e le informazioni sensoriali in entrata e gli output motori, dati de-
sensazioni propriocettive relative alla posizione e ai mo- terminati vincoli biologici e ambientali (de Vignemont, 2010:
vimenti delle membra, entrambe indispensabili per la 669 e 678-679). Lo schema corporeo consta di due compo-
corretta esecuzione delle azioni; nenti, ossia un dispositivo di monitoraggio in tempo reale e
2. le informazioni alla prima persona consce si suddivi- a breve termine delle informazioni relative alla postura corpo-
dono a loro volta in informazioni concettuali, che met- rea (Tsakiris, 2010: 707) e una struttura stabile a lungo termi-
tono capo all’immagine corporea affettiva, fortemente ne, peraltro passibile di modificazioni anche significative nel
permeata da fattori di ordine valutativo e culturale, e in corso del tempo (Graziano & Botvinick, 2002: 151-152), anche
informazioni non concettuali (enterocezione, proprioce- se nella sua costituzione entrano in gioco delle componenti
zione visiva, senso della posizione e del movimento); innate. A supporto dell’ipotesi dell’innatezza dello schema
3. le informazioni alla terza persona sono sempre consce: corporeo, Gallagher (2005: 70 ss.) riporta gli studi di Meltzoff
quelle concettuali comprendono le conoscenze seman- e Moore sull’imitazione neonatale (Meltzoff & Moore, 1977 e
tiche relative alla struttura del corpo e alla funzione delle 1983) e il fenomeno degli arti fantasma aplasici (Weinstein &
sue parti, mentre quelle non concettuali coincidono col Sersen, 1961) che, per quanto abbiano a stretto rigor di ter-
campo delle sensazioni esterocettive. mini lo statuto di immagini corporee, si fondano sugli stessi
I dati provenienti da queste differenti fonti di informazione circuiti neurali preposti allo schema motorio di coordinazione
confluiscono in due strutture integrate che in letteratura sono tra la bocca e la mano. Pienamente integrato con l’ambiente
state definite schema corporeo e immagine corporea. Il concetto circostante, lo schema corporeo è abbastanza plastico perché
di schema corporeo, che è andato incontro nel corso della sua possa espandersi fino a incorporare al suo interno strumenti,
storia a una serie di fraintendimenti e di confusioni teoriche, è dispositivi prostetici e perfino avatar virtuali (Gallagher, 2005:
stato introdotto per la prima volta nella letteratura neuroscien- 37; de Vignemont, 2011a: 84).
tifica da Bonnier (1905) in riferimento all’assetto spaziale delle L’immagine corporea, che comprende tutte le rappresen-
sensazioni attinenti alla certezza corporea che consente l’orien- tazioni personali, intenzionali e consapevoli del proprio corpo
tamento nell’ambiente esterno e invalso nell’uso corrente gra- non finalizzate al compimento dell’azione, si genera a livello ri-
zie a Head e Holmes (1911/1912) nel quadro di una tassonomia flessivo grazie all’apporto congiunto di tutti i canali sensoriali,
che distingue tre tipi specifici di rappresentazioni corporee, lo sebbene a svolgere un ruolo preponderante sia la modalità vi-
schema posturale, che è una rappresentazione continuamente suale. A costituire l’immagine corporea concorrono dunque tut-
aggiornata relativa alla posizione delle membra e che funge da te le rappresentazioni consce raggruppate nella tassonomia di
istanza di controllo per l’esecuzione dei movimenti corporei, lo Bermùdez sotto il secondo e terzo punto, ossia rappresentazioni
schema superficiale, preposto alla capacità di localizzare e orga- percettive, rappresentazioni concettuali (conoscenze semanti-
nizzare gli stimoli sensoriali sulla superficie cutanea, e l’immagi- che, attitudini e credenze), affetti e valutazioni emotive, che nel
ne corporea che comprende le rappresentazioni consce del cor- loro insieme hanno quale contenuto intenzionale il corpo come
po e delle sue parti. oggetto compiutamente individuato e ben distinto dagli altri
Lo schema corporeo comprende in sé quali sue sub-com- oggetti dell’ambiente circostante. Sotto questo riguardo, il cor-
ponenti lo schema posturale e lo schema superficiale, e opera po viene appreso come qualunque altro oggetto materiale nel
a livello inconscio e preintenzionale. Secondo la definizione ag- corso di una successione di aspetti parziali e quindi in modo non
giornata che ne è stata presentata nella letteratura più recente olistico, a differenza di quanto avviene nello schema corporeo.
ad opera soprattutto di Gallagher (2005: 24 ss.), esso consiste Anche al livello dell’immagine corporea occorre distinguere tra
essenzialmente di un set di capacità sensori-motorie che danno rappresentazioni a breve termine, ossia i percetti corporei, che
vita a processi sub-personali, modulari e automatici, finalizzati sono sempre consci, e rappresentazioni a lungo termine (atti-

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tudini valutative, credenze ecc.), che possono fungere anche a tripartita che distingue tra: a) lo schema corporeo nel senso pre-
livello prenoetico e non richiedono necessariamente di essere cedentemente precisato (fatte salve le riserve sulla sua natura in-
riattualizzate da un atto cosciente (O’Shaughnessy, 2000: 638 ss.; conscia), b) una descrizione strutturale del corpo che trae le sue
2008: 273 ss.). risorse dalla percezione e dalla propriocezione per dare forma a
Sul piano pragmatico (e in assenza di patologie dissociative) una mappa corporea di natura visuospaziale, e c) una semanti-
i confini tra schema corporeo e immagine corporea, che concor- ca corporea che presuppone l’utilizzo di capacità concettuali e
rono in modo strettamente congiunto a strutturare la nostra co- linguistiche. Una classificazione analoga per molti versi a questa
scienza e il nostro agire, sono molto più sfumati di quanto non è stata proposta da Bermùdez (2005: 303-308) e da Longo et al.
possa apparire prima facie da questa sommaria caratterizzazione (2010: 655 ss.). Le rappresentazioni corporee si suddividono anzi-
concettuale. Questa circostanza ha ingenerato in molti autori un tutto in rappresentazioni di ordine inferiore e rappresentazioni di
senso di insoddisfazione nei riguardi di una distinzione talmente ordine superiore (Bermùdez tiene da parte sua a precisare come
rigida e artificiosa da indurli ad esprimersi a favore della necessità tale distinzione non coincida con quella tra conscio e inconscio o
di abbandonarla del tutto o quanto meno di integrarla con altre personale e sub-personale):
tassonomie. A favore della prima opzione si esprime Stamenov 1. al livello base si collocano le sensazioni somatiche che
(2005), secondo cui né lo schema corporeo né l’immagine corpo- comprendono rappresentazioni somatosensorie della
rea mettono capo a strutture rappresentazionali integrate e uni- superficie cutanea (Medina & Coslett, 2010: 645), infor-
tarie. La certezza del proprio sé corporeo è in realtà un costrutto mazioni sulla struttura e sui limiti del corpo, rappresenta-
precario ed evanescente che deve la sua apparenza olistica al zioni in tempo reale delle parti corporee; queste rappre-
solo fatto che elegge a suo modello i contorni e la fisionomia del sentazioni espletano la duplice funzione di localizzare
corpo fisico. La certezza corporea non è dunque che un’istanza di le sensazioni nello spazio intracorporeo e di specificare
monitoraggio on-line, aggiornata di continuo, che emerge diret- le parti del corpo disponibili per l’azione. Questo livello
tamente dall’integrazione multimodale tra una “molteplicità dis- preriflessivo, che coincide sostanzialmente con lo sche-
sipativa” di stimoli neurofisiologici provenienti da fonti differenti ma corporeo, si caratterizza per il suo legame diretto e
e di per sé privi di organizzazione strutturale, grazie a meccani- immediato con l’azione.
smi di estrazione cui è preposto il sistema dei neuroni specchio, 2. al livello propriamente cognitivo sono situate le rappre-
che selezionano le informazioni necessarie da pattern sensori- sentazioni di ordine superiore, che comprendono:
motori frammentari secondo la logica opportunistica del first co- • percezioni di alto livello del corpo e degli oggetti
me-first serve. Nel quadro di un’impostazione teorica differente, che con esso vengono in contatto (somatoperce-
ma con analoghi esiti, Gallese e Sinigaglia (2010: 746-748) elido- zione):
no ogni differenza tra schema corporeo e immagine corporea ad • conoscenze astratte, credenze e attitudini sul
esclusivo favore del primo termine per ricondurre nel suo alveo proprio corpo e sui corpi in generale (somato-
tutte le rappresentazioni che rientrano nella seconda. In questa rappresentazione), tra cui rientrano rappresenta-
prospettiva, fortemente permeata da un’impostazione enattivi- zioni concettuali e semantiche, rappresentazioni
sta che si ispira alla fenomenologia di Merleau-Ponty (1945) e affettive e rappresentazioni omeostatiche.
insiste sulla reciproca compenetrazione tra percezione e azione Vediamo di ricapitolare le considerazioni sinora svolte. La va-
nonché sulla preminenza di rango della seconda, il sé corporeo rietà dei modi e delle prospettive secondo cui possiamo riferirci
è un’istanza unitaria, depositaria di un potere d’azione sempre al nostro corpo dà luogo a una proliferazione di rappresenta-
fungente in ogni atto intenzionale anche quando essa non viene zioni e di esperienze refrattarie a lasciarsi classificare sulla base
effettivamente eseguita. In questo senso, il sé corporeo è sotteso di criteri univoci che consentano di tracciare una netta linea di
globalmente all’integrazione sensori-motoria e svolge un ruolo discrimine tra una categoria e l’altra, tanto più che sul piano
preponderante sia rispetto alle componenti del controllo postu- dell’esperienza pratica e in assenza di dissociazioni patologiche
rale e cinetico su cui insistono gli approcci standard, sia rispetto i differenti tipi di rappresentazione corporea sono inestricabil-
ad ogni rappresentazione di ordine percettivo e concettuale. Il mente intrecciati tra loro. Tra i criteri passati in rassegna è senza
senso corporeo non trae la propria origine da uno specifico cana- dubbio quello basato sull’origine o sul tipo delle informazioni
le sensoriale come la propriocezione, che verte anche su oggetti processate a mostrarsi meno adeguato, mentre maggiormente
esterni al corpo, nella misura in cui intrattengono con esso una produttivi sembrano invece il criterio funzionale e quello offerto
relazione spaziale, e travalica i confini del corpo esperito come dalla direzione del riferimento intenzionale. Quanto al primo, ho
oggetto. Occorre dunque distinguere tra un’autocoscienza cor- già avuto modo di rilevare come la possibilità di individuare il
porea preriflessiva e una coscienza del corpo che capita di es- concetto di schema corporeo e di distinguerlo da quello di im-
sere il proprio, laddove solo la prima costituisce una coscienza magine corporea (o per meglio dire da tutti i molteplici generi
corporea in senso genuino. Ancora Gallese (2005: 24 e 42) rileva di rappresentazione che a vario titolo rientrano sotto quest’eti-
come la distinzione tra schema corporeo e immagine corporea chetta) risieda nel suo essere finalizzato all’esecuzione dell’azio-
vada impugnata anche alla luce dell’insostenibilità della dicoto- ne. In particolare, mentre lo schema corporeo è preposto all’a-
mia inconscio/conscio su cui essa è imperniata. Sono infatti le zione e alla localizzazione degli stimoli corporei, rispondendo
medesime strutture neurali preposte alla simulazione incorpora- alle domande relative al “come” e al “dove”, le rappresentazioni
ta, ossia le reti corticali dell’area parietale posteriore premotoria dell’immagine corporea rispondono alla domanda relativa al
funzionali al controllo delle azioni proprie e altrui e degli oggetti “cosa” e sono funzionali primariamente all’esigenza di catego-
in esse implicate, quelle che presiedono tanto alla certezza del rizzare le parti corporee, le sensazioni, gli affetti e in generale
corpo vissuto quanto alla certezza degli oggetti, ivi compreso il tutte le attribuzioni di senso e di valore relative al corpo (de Vi-
corpo materiale. In altre parole, queste strutture non si limitano gnemont, 2007: 439).
soltanto alla mappatura degli stimoli sensoriali e motori, ma con- Riguardo al criterio della direzione del riferimento intenziona-
tribuiscono anche a generare la certezza del proprio sé corporeo. le, occorre in via preliminare sgombrare il campo da un equivoco
Verso una conclusione analoga convergono le considerazio- esiziale. Possiamo legittimamente attribuire allo schema corpo-
ni di de Vignemont (2010: 672), che osserva come lo schema reo il rango di una rappresentazione che in quanto tale è definita
corporeo possa essere accessibile alla coscienza nell’immagina- per il suo dirigersi verso un contenuto intenzionale oggettuale?
zione motoria o nella forma di una certezza marginale relativa Gallagher (1986: 149; 1995: 239) e Legrand (2006: 97) assumono
alle parti del corpo e alla sua postura di cui ogni nostra azione al riguardo una posizione piuttosto netta: lo schema corporeo
consapevole è continuamente circonfusa (Gurwitsch, 1985: 31). rende sì possibile – e vincola al tempo stesso – la coscienza in-
De Vignemont (2010: 671) propone in alternativa al modello tenzionale sottesa alla percezione e all’azione; tuttavia, di per
binario schema corporeo/immagine corporeo una tassonomia se stesso considerato, non coincide né con una percezione, con

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un’immagine o anche solo con una forma marginale di consape- troviamo anzitutto informazioni di natura enterocettiva (Craig,
volezza, ma esprime piuttosto l’assetto strutturale del corpo nel 2003; de Preester, 2007: 605-606), quindi visiva, tattile, cineste-
compimento dell’azione in ottemperanza a interessi di ordine sica e propriocettiva che si offrono in tempo reale e fungono
pragmatico. Se lo schema corporeo costituisce un sub-compo- a livello bottom-up. Le rappresentazioni off-line ( di tipo visivo,
nente fondamentale per la genesi del senso di certezza corpo- propriocettivo, affettivo, concettuale ecc.) modulano invece le
reo, di certo non corrisponde allo strato del corpo vissuto come informazioni afferenti in direzione top-down e ne influenzano
proprio che qualifica in modo eminente questo tipo di consape- i decorsi. Nessuna delle due componenti è sufficiente da sola a
volezza. Quanto alle rappresentazioni che ricadono sotto il titolo produrre il senso di proprietà (Costantini & Haggard, 2007: 230-
dell’immagine corporea, abbiamo rilevato a più riprese come il 231), mentre lo è l’apporto delle differenti modalità sensoriali
loro carattere oggettuale non le renda idonee a catturare nella anche in assenza del senso di agentività (de Vignemont, 2007:
sua effettiva fisionomia qualitativa e nel suo modo soggettivo 440; Tsakiris et al., 2007b: 2235). Nella genesi della fenomenolo-
di manifestazione la consapevolezza corporea. Occorrerà allora gia del senso di proprietà corporea rifluiscono dunque informa-
muovere un passo innanzi verso l’esperienza della corporeità zioni sensorie provenienti tanto dallo schema corporeo, quanto
così come la viviamo ordinariamente e prendere in considera- dall’immagine corporea. Va precisato tuttavia a tal proposito
zione un’ulteriore coppia concettuale, che vede strettamente che è lo schema corporeo ciò che in prima istanza fonda la cer-
congiunti e integrati i due poli del senso di proprietà e di agen- tezza alla prima persona che caratterizza il senso di proprietà
tività. corporea, dato che non lo condividiamo con nessun altro e che
esso veicola le sensazioni corporee (tattili e propriocettive) che
danno vita al senso di proprietà corporeo e allo spazio intracor-
1.2. Il corpo che sente e il corpo che fa. Senso di proprietà e poreo del corpo vissuto soggettivamente a partire dalla loro
senso di agentività localizzazione spaziale (De Vignemont, 2007: 438 ss.). Le cose
stanno diversamente col senso di agentività, alla cui costituzio-
L’autoconsapevolezza corporea può essere definita nel suo
ne concorrono esclusivamente i comandi motori efferenti che
nucleo minimale come la certezza irrefutabile di essere il latore
precedono l’azione e traducono in movimento effettivo l’inten-
delle proprie sensazioni corporee e l’iniziatore dei propri movi-
zione motoria, nonché gli input sensoriali della copia efferente
menti volontari. Queste funzioni rimandano alle due compo-
di feedback, analoghi in tutto e per tutto alle sensazioni affe-
nenti del sé personale individuate nella letteratura più recente
renti che a livello bottom-up fungono da materiale grezzo per
in sede di filosofia della mente, scienze cognitive e neuroscienze,
il senso di proprietà. Più che a strutture rappresentazionali, qui
ossia il senso di proprietà (corporea) e il senso di agentività, che
ci troviamo propriamente di fronte a quegli eventi cinestesici,
condividono con le forme più elaborate di autocoscienza la me-
tattili e propriocettivi che danno origine allo schema corporeo,
desima struttura del riferimento a sé e la proprietà dell’immuni-
in conformità del resto alla fenomenologia “sottile” del senso di
tà da errori di autoidentificazione (Bermùdez, 2011: 157). Se il
agentività, in cui il corpo non è tanto l’oggetto di una certezza
senso di proprietà è definito come la sensazione o il sentimento
tematicamente indirizzata verso un correlato oggettuale, quan-
di appartenenza del proprio corpo che qualifica l’esperienza che
to una struttura trasparente e pre-riflessiva che regredisce sullo
ne faccio nella sua provenienza “dall’interno” e che contrassegna
sfondo dei nostri pensieri e delle nostre azioni consapevoli (Tsa-
questo corpo fisico che mi capita di essere in quanto “il mio”,
kiris et al., 2007a: 645).
il senso di agentività investe invece la certezza altrettanto in-
Anche riguardo alla specifica fisionomia del modo di mani-
defettibile di essere l’autore delle proprie azioni consapevoli e
festazione di queste forme di certezza corporea, notiamo dun-
volontarie (Gallagher, 2000: 16). Dal punto di vista funzionale,
que come tanto l’una quanto l’altra, piuttosto che presentarsi
le due componenti differiscono inoltre per il fatto che il senso
come strutture monolitiche e compatte, siano articolate al loro
di agenzia induce una forma maggiormente globale e coerente
interno secondo una caratteristica stratificazione di componenti
di certezza propriocettiva rispetto al senso di proprietà e per la
ordinate gerarchicamente. A un livello base, individuiamo una
relazione gerarchica che esse intrattengono (Tsakiris et al., 2006:
molteplicità di rappresentazioni non-concettuali momentanee
430-431; Tsakiris et al., 2007a: 651): attribuire a me stesso il ruolo
preposte alla registrazione sensoriale degli effetti delle proprie
di iniziatore di un’azione implica necessariamente essere consa-
azioni (ossia le informazioni afferenti e i comandi motori afferen-
pevole delle membra corporee che impiego nell’eseguire i mo-
ti prima menzionati), quindi uno strato di rappresentazioni non-
vimenti che la realizzano, ma posso continuare a mantenere il
concettuali e stabili (percezioni e sentimenti) che danno origine
mio senso corporeo di proprietà anche in assenza di movimenti
al senso di proprietà e di agentività propriamente detto. A un
volontari. Nell’esperienza quotidiana, senso di proprietà e senso
livello superiore si collocano le rappresentazioni concettuali
di agentività concorrono entrambi a dar vita alla certezza di sé
coinvolte nella formazione dei giudizi di proprietà e di agen-
corporea e a impregnare di sé tutte le nostre azioni e movimen-
tività, quindi uno strato metarappresentativo, in cui rientrano
ti, tanto da essere fenomenicamente quasi indistinguibili, data
credenze culturali di sfondo e norme sociali condivise che con-
l’immediatezza con cui viviamo l’“esser sempre qui” del corpo
corrono all’estensione del senso di proprietà al di là dei confini
(Van den Bos & Jeannerod, 2002: 178; Gallagher, 2005: 190).
del sé corporeo e all’attribuzione della responsabilità morale al
Come vengono a combinarsi le rappresentazioni dello sche-
soggetto d’azione (Synofzik et al., 2008: 415-420; de Vignemont,
ma e dell’immagine corporea nel dar vita al senso corporeo di
2011a: 83).
proprietà e di agentività? Abbiamo notato come la distinzione
Alla luce di quanto detto finora, sorge l’interrogativo relativo
tra schema e immagine corporea abbia natura prettamente
a quale sia il livello in cui individuare propriamente la certezza di
concettuale, dato che, come nel caso del senso di proprietà e
sé corporea, sotto il duplice riguardo delle sue modalità di strut-
di agentività, le due componenti concorrono in modo stretta-
turazione e degli aspetti qualitativi che ne contraddistinguono la
mente congiunto a strutturare la nostra consapevolezza e il no-
fenomenologia alla prima persona. Come accennato in apertura
stro agire, cosicché nell’esperienza normale i loro confini sono
del presente contributo, le esperienze in cui giunge a manifesta-
molto più sfumati di quanto non possa apparire a prima vista.
zione il sé corporeo sono accomunate dal possesso della strut-
È un’acquisizione ormai consolidata in letteratura neuroscien-
tura formale dell’autoriferimento, che si annuncia in modo tal-
tifica e corroborata da solide evidenze sperimentali (ad es. lo
mente immediato ed evidente da costringerci ad attribuire a noi
studio delle patologie dello schema e dell’immagine corporea
stessi i nostri stati corporei e le nostre azioni. Questa circostanza
e gli esperimenti sull’illusione della mano di gomma) che il sen-
ha indotto molti filosofi ad attribuire all’autoconsapevolezza
so di proprietà sia costituito da un lato da sensazioni afferenti
corporea la proprietà dell’immunità dagli errori di auto-identi-
momentanee e dall’altro da rappresentazioni cognitive off-line
ficazione, descritta da Shoemaker (1968: 556 ss.) sulla falsariga
preesistenti e permanenti (sulla distinzione tra rappresentazio-
della distinzione introdotta da Wittgenstein nel Libro blu tra usi
ni corporee on-line e off-line cfr. Carruthers, 2008). Tra le prime

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soggettivi e usi oggettivi del pronome “io” (Wittgenstein, 1958: gambe, col che ci troveremmo però dinanzi a una descrizione
90). Nel caso dei primi, che occorrono in espressioni come “ho non indipendente e tautologica. La descrizione di una rapida
mal di testa” o “sto alzando il mio braccio destro”, non possiamo discesa in ascensore nei termini di un’improvvisa sensazione di
ingannarci intorno al riferimento delle proprietà espresse dal leggerezza e di sobbalzo allo stomaco cattura invece sia pure
predicato al soggetto stesso che le profferisce, a differenza degli in modo approssimativo qualcosa di questa esperienza, poiché
enunciati in cui il pronome “io” viene impiegato secondo l’uso non menziona gli stessi termini impiegati nel fenomeno da de-
oggettivo (“sono alto un metro e settantasette”, “la mia gamba è scrivere ed è quindi indipendente da questo.
rotta” ecc.). Va precisato però che nell’ottica di Shoemaker il fe- Tutto ciò che ci rimane in mano dunque quando parliamo
nomeno dell’immunità interessa soltanto gli stati mentali, dato di senso di proprietà si riduce ad alcuni fatti relativi agli aspetti
che la certezza introspettiva alla prima persona non ci rivela a qualitativi delle sensazioni corporee e ai giudizi alla prima per-
noi stessi come soggetti incarnati e l’accesso ai nostri stati cor- sona sul nostro corpo, che formuliamo a prescindere da ogni
porei è in ogni caso mediato da rappresentazioni mentali (Sho- contenuto sensoriale. Non c’è un senso qualitativo di proprietà
emaker, 1984; 1986). Questo tuttavia non ha impedito a Evans che aleggia sulle nostre sensazioni corporee, che considerate
(1982: 220-224) di estendere la proprietà dell’immunità anche di per se stesse sono neutrali quanto alla possibilità di quali-
ai modi in cui noi veniamo a conoscenza delle nostre proprietà ficarle come soggettive od oggettive, e si differenziano dalle
corporee, ossia 1) la capacità generale di percepire il nostro cor- sensazioni esterocettive per il solo fatto di ricadere all’interno
po basata sulle risorse fornite dalla propriocezione, dal senso di dei confini del corpo (Dokic, 2003: 325; Martin, 1995: 270 ss.).
equilibrio, dalle sensazioni enterocettive e nocicettive ecc., e 2) Bermùdez attribuisce dunque la proprietà dell’immunità da er-
la percezione del nostro corpo in relazione al suo orientamento rori di identificazione soltanto ai giudizi in cui la certezza cor-
e alla sua posizione rispetto agli oggetti del mondo circostante. porea trova espressione e non ritiene che gli aspetti qualitativi
Nella prospettiva di Evans, l’immunità da errori di identificazio- delle sensazioni corporee costituiscano uno strato fenomeno-
ne ci attesta del fatto che le esperienze di auto-attribuzione di logico dotato di autonoma consistenza. Questa conclusione si
proprietà corporee (e mentali) si impongono al soggetto che le rivela problematica per almeno due ordini di motivi. In primo
intrattiene con un’evidenza diretta e immediata che non ha ri- luogo, se il senso di proprietà è di pertinenza esclusiva di un
scontro negli stati intenzionali in cui facciamo esperienza degli atto cognitivo giudicativo e non osservazionale, non v’è nulla
oggetti del mondo esterno. Anche Legrand (2006: 93 ss.), che su che distinguerebbe l’apprensione diretta del mio corpo da una
questo punto si richiama esplicitamente a Shoemaker e Evans, conoscenza anatomica relativa alla posizione dei miei organi
attribuisce all’autoconsapevolezza corporea così come è intrat- interni, di cui in condizioni normali non ho alcuna percezione
tenuta a partire dalla prospettiva alla prima persona la proprietà (cfr. de Vignemont, 2011b). In secondo luogo, non si compren-
dell’immunità, dato che essa non mette capo a un contenuto de affatto su quale base percettiva dovrebbero fondarsi i giu-
oggettuale, ma esprime direttamente la relazione a sé del cor- dizi del senso di proprietà e la stessa autocoscienza corporea,
po soggettivo che esperisce se stesso come latore delle proprie dato che Bermùdez ha già escluso in partenza che le sensazio-
percezioni e delle proprie azioni. ni propriocettive e cinestesiche possano fungere da candidati
L’elusività della certezza di sé corporea e della fenomeno- idonei. Del resto a non consentirlo è la stessa caratterizzazione
logia dell’esser-mio che l’accompagna rappresenta agli occhi che Bermùdez imprime alle rappresentazioni corporee, equipa-
di molti autori la spia di un’anomalia che rende problematico rate in conformità a un pregiudizio empiristico ormai datato ad
assimilarla a questa o a quella categoria di stato cognitivo. Lo aggregati puntillistici di atomi sensoriali, quando è vero invece
stesso Shoemaker (1968: 563-564) afferma risolutamente che che esse costituiscono la componente “materiale” degli eventi
per venire a capo della certezza di sé occorre abbandonare ogni percettivi unitari in cui sono inscritte e presuppongono la strut-
modello basato sulla percezione e in generale sulla conoscenza tura olistica dello schema corporeo (cfr. Waldenfels, 2000: 45
osservazionale. Sembra dunque che ogni definizione del senso ss.).
di certezza corporea non vada molto al di là di una ripetizione
tautologica dei termini in essa impiegati, in cui non si riesce ad
esprimere altro se non il puro fatto che il mio corpo è ciò che io 2. L’esperienza del corpo in fenomenologia: Husserl e
stesso sono, e non semplicemente un mio annesso o possesso
(Borghi & Cimatti, 2010: 767).
l’autocostituzione del corpo vissuto
La difficoltà di catturare in termini concettuali la dimensione Come dovrebbe risultare dalle considerazioni precedenti, il
esperienziale e qualitativa in cui si offre l’autoconsapevolezza modo in cui il nostro corpo si manifesta a noi stessi è contras-
corporea è forse il motivo che induce Bermùdez (2011: 161-166) segnato da una fondamentale duplicità. Da una parte trovia-
ad avallare un approccio alla certezza corporea di sapore schiet- mo il corpo assimilato ad ogni altro oggetto intenzionale, che
tamente eliminativista: non vi è nulla come una dimensione di- come questi si offre alla nostra percezione solo attraverso scorci
stinta e fenomenologicamente rilevante del senso di proprietà, parziali. In questa dimensione non rientra soltanto l’esperienza
inteso al modo di una certezza immediata e non osservazionale, ordinaria del corpo reificato, ma anche l’immagine della corpo-
non veicolata da percezioni o giudizi, contrariamente all’ipotesi reità mediata dall’anatomia, dalla biologia, dalla neurofisiologia
“inflazionaria” propugnata da Gallagher (2005: 29). Bermùdez e dalle scienze cognitive, che eleggono il corpo a oggetto di in-
adotta una linea argomentativa analoga a quella di Anscombe dagine a partire da una prospettiva alla terza persona. Dall’altra
(1962), secondo cui la conoscenza dei nostri stati corporei equi- parte dobbiamo però confrontarci con una dimensione appa-
vale a una certezza non osservazionale non mediata da sensa- rentemente intrattabile, che recalcitra ad ogni tentativo di la-
zioni propriocettive o cinestesiche, dato che queste sono sotto- sciarsi catturare attraverso strategie d’approccio oggettivanti,
determinate rispetto alla conoscenza che dovrebbero fondare dato che propriamente non si presta a un’apprensione di tipo
e non sono descrivibili in modo indipendente da essa. Di per percettivo od osservazionale, ossia quella in cui si annuncia il
sé considerate, le sensazioni corporee non ci informano sull’as- corpo come soggetto, il corpo che noi stessi “siamo” transitiva-
setto delle nostre membra, e meno ancora su quell’impalpabile mente e viviamo “dall’interno” e che, pur fungendo di continuo
sensazione di “miità” che dovrebbe accompagnarle: il contenuto alle spalle della nostra esperienza del mondo come sfondo uni-
di queste sensazioni è infatti estremamente povero e generico, tario, si sottrae per lo più alla nostra consapevolezza diretta. Ci
giacché si riduce ai dati relativi agli stimoli tattili esercitati sul- siamo imbattuti a più riprese nelle difficoltà inerenti a ogni ten-
la superficie cutanea, alla tensione muscolare ecc. e non dice tativo di cogliere questo strato nella sua fisionomia originaria,
nulla di specifico riguardo a ciò che provo ad es. quando le mie difficoltà addebitabili anzitutto alla fenomenologia recessiva
gambe sono incrociate, a meno di non appellarsi a una sensa- che caratterizza la certezza di sé corporea e che vengono ad
zione particolare avente come oggetto l’essere incrociato delle acuirsi ulteriormente nel momento in cui adottiamo nei con-

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fronti di questa esperienza l’attitudine oggettivante che vige sazioni di contatto” (Empfindnisse) di natura enterocettiva che
negli orientamenti mainstream adottati in sede di scienze co- mi consentono di apprenderla come parte non separabile del si-
gnitive. Anche gli approcci animati dal proposito di riconoscere stema complessivo di percezioni sensoriali e di capacità motorie
la consistenza genuina dell’autoconsapevolezza corporea (su che è il mio corpo vivo e danno quindi luogo a una sorta di auto-
cui ci siamo soffermati nei paragrafi precedenti) tendono infatti rappresentazione riflessiva della superficie corporea nell’unità
a risolverla senza residui nei meccanismi cognitivi e neurofisio- delle sue parti localizzata lungo tutto il campo delle rappresen-
logici di base che la implementano, e si contraddistinguono per tazioni tattili. Le sensazioni di localizzazione non mettono capo
una sostanziale diffidenza nei confronti della visione “inflazio- a una reificazione, ma piuttosto a una tematizzazione riflessiva
naria” offerta dalla fenomenologia della corporeità e della per- del corpo vissuto in quanto organo d’esperienza (Zahavi, 1999:
sonale rilettura che ne propone Gallagher (per una posizione 106). In altre parole, le sensazioni tattili che avvertiamo quando
che esemplifica appieno questo atteggiamento cfr. de Vigne- un oggetto entra in contatto con la nostra superficie cutanea
mont, 2011b). suscitano simultaneamente una certezza relativa alla materia-
In realtà, a dispetto di queste difficoltà, la fenomenologia lità dell’oggetto e una certezza quasi-spaziale non intenzionale
ha offerto un’analisi estremamente raffinata e minuziosa degli relativa ai limiti e alla sensibilità del corpo vissuto, che costitu-
aspetti soggettivi della dimensione della corporeità che rimane isce la base sensoria del senso di proprietà corporeo (Slatman,
a tutt’oggi insuperata quanto ad aderenza e resa descrittiva, ed è 2005: 310; 2009: 323-324). Le intuizioni di Husserl sono state
senz’altro meritevole di un confronto con le evidenze sperimen- recentemente corroborate in sede sperimentale: in uno studio
tali maturate dalle scienze della cognizione. Il corpo soggettivo, sulle manipolazioni indotte nell’esperienza del doppio contatto
che in fenomenologia è designato col termine corpo vivo o cor- è stata avanzata l’ipotesi che l’atto del toccare se stessi modula e
po proprio (Leib), è un sistema unitario e integrato di percezioni influenza la rappresentazione strutturale del corpo, anziché es-
sensoriali, propriocettive, cinestesiche e affettive che in quanto serne tributario, e costituisce il fattore che guida l’integrazione
tale costituisce il centro di irradiazione del senso di proprietà e delle molteplici esperienze sensori-motorie che concorrono alla
di agentività e si sorregge essenzialmente sulle risorse informa- sua genesi (Schütz-Bosbach et al., 2009).
zionali offerte dallo schema corporeo, in particolare i comandi Sono dunque le sensazioni tattili di localizzazione e le cine-
motori efferenti e le percezioni tattili e propriocettive. In modo stesie che ne guidano i decorsi a fondare l’esperienza del corpo
analogo allo schema corporeo, sia pure senza coincidere con vissuto alla prima persona, realizzando la piena coincidenza tra
esso, il corpo vivo è una struttura olistica e globale aggiornata corpo senziente e corpo sentito secondo una modalità peculiare
di continuo che accompagna in modalità on-line ogni nostro che rimane preclusa agli altri sensi (Paterson, 2007: 30-31). Il fe-
vissuto e ogni nostra azione senza mai venir meno del tutto. nomeno del doppio contatto istituisce la possibilità di una strut-
Alla costituzione del corpo oggetto (Körper) concorrono invece tura di autoriferimento grazie a cui il corpo vivo si manifesta a se
tutte le informazioni percettive multimodali (ferma restando la stesso dando luogo a una certezza di sé di ordine soggettivo e
predominanza di quelle visive), nonché le rappresentazioni con- preintenzionale, che non si origina da un atto categoriale, ma da
cettuali, affettive e valutative già preesistenti e fungenti off-line una sintesi estetica che non procede per adombramenti parziali
comprese sotto il titolo dell’immagine corporea. Il corpo ogget- (Welton, 1999; 46; Legrand, 2011: 219 e 223-224), come avvie-
to ricade dunque in via quasi esclusiva nel versante del senso di ne nel caso degli oggetti percepiti, bensì è retta dall’esercizio
proprietà corporea, dato che le capacità motorie implicate dal regolato di cinestesie tattili e motorie (Petit, 2005: 203; 2010:
senso di agentività svolgono un ruolo marginale, che consiste 210-212). Si tratta in altri termini di una forma primitiva e non
nel conferire unitarietà alle rappresentazioni parziali veicolate osservazionale di coscienza di sé, che colora ogni mia esperien-
dall’immagine corporea. za fenomenica della qualità dell’“essere per me” (Legrand, 2007:
Nel secondo volume di Idee Husserl (1952, 147-159) tenta di 584). Nel corso di questo processo, che chiama in causa tutte le
ricostruire la genesi dello strato esperienziale del corpo vissuto modalità sensori-motorie preposte alla formazione dello sche-
attraverso un’analisi regressiva mirante a individuare nelle sen- ma e dell’immagine corporea, trae origine al contempo anche
sazioni tattili di localizzazione e nelle cinestesie corrispondenti il l’apprensione del corpo oggetto. Tra la costituzione degli ogget-
fattore fondamentale che presiede alla costituzione sintetica del ti spaziali e quella del corpo proprio sussiste dunque una rela-
corpo vissuto. Le sensazioni di localizzazione si distinguono dal- zione di co-dipendenza: non mi trovo dapprima dinnanzi a un
le sensazioni tattili esterocettive funzionali all’apprensione degli corpo che utilizzo come strumento per orientarmi nel mondo e
oggetti secondo le loro determinazioni materiali in quanto ga- fare esperienza degli oggetti, ma il mondo stesso mi si rivela si-
rantiscono un accesso diretto e immediato alla sfera del corpo multaneamente al corpo che vivo dall’interno (Zahavi, 2002: 20).
vivo senza che sia necessaria la mediazione di rappresentazioni Nel momento in cui accediamo al corpo attraverso le moda-
intenzionali dirette a un oggetto. Che le sensazioni di localizza- lità percettive che lo costituiscono a cosa materiale – in primo
zione possano ricoprire o percorrere la superficie dello spazio luogo la vista –, questo ci si manifesta secondo una caratteristica
somatico – Husserl suggerisce per questo fenomeno il termine e fondamentale incompiutezza, dato che senza l’ausilio di arte-
Ausbreitung – costituisce una proprietà ben differente dall’esten- fatti ne vediamo solo una parte e ce ne rimane precluso per di
sione delle proprietà materiali della cosa naturale, dal momento più proprio il volto, in cui sono inscritte la possibilità del nostro
che qui non ci troviamo di fronte a caratteristiche reali. Lo strato sguardo sul mondo e le sembianze che esibiamo agli altri di ciò
delle sensazioni e delle cinestesie di localizzazione è una prero- che siamo. Ciò che di primo acchito contraddistingue la nostra
gativa che spetta in via esclusiva e originaria al corpo vissuto e esperienza del corpo è infatti il suo manifestarsi come una «cosa
che esso non condivide con nessun altro corpo, in quanto esse costituita in un modo curiosamente incompiuto» (Husserl, 1952:
non manifestano il corpo-oggetto nella sua consistenza mate- 161). È un fatto ovvio che del mio corpo non riesca a vedere in
riale, ma il corpo soggettivo come organo senziente. condizioni normali che la parte anteriore, escluso il volto. Solo
Questo modo d’esperienza del corpo proprio si manifesta grazie agli specchi sono in grado di apprendere di esso tutto ciò
appieno nel fenomeno del touchant/touché, che Husserl illustra che è precluso alla percezione che ne ho abitualmente senza
ricorrendo all’esempio del contatto reciproco delle due mani al l’ausilio di artefatti. Queste limitazioni sono del resto insite nel-
fine di fare risaltare più nitidamente la differenza tra l’appren- le mie stesse possibilità cinestesico-motorie: non posso girare
sione del corpo vivo e quella di un qualunque oggetto fisico. attorno al mio corpo come faccio con gli oggetti, perché que-
Nel momento in cui una mano tocca l’altra, la mano toccante sto possa rivelarmi tutte le sue facce in un decorso sintetico di
è latrice di sensazioni tattili esterocettive dotate di funzione adombramenti percettivi, così come non posso muovere il mio
rappresentante che mettono capo a una percezione oggettuale corpo come qualunque altro oggetto, ad esempio respingendo-
e costituiscono la mano toccata come una cosa materiale. Dal lo via da me, proprio perché esso “è sempre con me”. L’invisibilità
canto suo, nella mano toccata vengono a localizzarsi delle “sen- costitutiva del corpo è un dato che contrasta in modo stridente

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con l’evidenza apparente dell’unitarietà del senso del nostro sé (2007). Persone e corpi. Un’alternativa al dualismo cartesiano e
corporeo così come lo avvertiamo momento dopo momento al riduzionismo animalista. Milano: Bruno Mondadori.
nel corso delle più banali contingenze quotidiane. Ogni oggetto Bermùdez, J. L. (1998). The Paradox of Self-Consciousness. Cam-
che si costituisca in via esclusiva attraverso la visione, ivi com- bridge, Mass.: MIT Press.
preso lo stesso corpo, può esibire solo lo strato ontologico della
cosa materiale. Posso palpare l’occhio, ma non percepirlo visiva- Bermùdez, J. L. (2005). The Phenomenology of Bodily Awareness. In
mente in quanto tale, e quando lo guardo riflesso allo specchio Smith, D. W., & Thomasson, A. L. (eds). (2005), (pp. 295-316).
ne ho un’apprensione indiretta che costruisco sulla base di un Bermùdez, J. L. (2011). Bodily Awareness and Self-Consciousness.
giudizio di identità tra l’occhio che palpo e avverto cinestesica- In Gallagher, S. (ed.). (2011), (pp. 157-179).
mente e l’immagine speculare che vedo di fronte a me. Oltre a Bermùdez, J. L., Marcel, A., & Eilan, N., (eds.). (1995). The Body and
ciò, le sensazioni visive – come ad esempio quelle cromatiche the Self, Cambridge, The MIT Press.
– sono localizzate nell’oggetto visto e non nell’occhio stesso. Bonnier, P. (1905). L’aschematie. Revue Neurologique, 13, 605-609.
Tra gli oggetti e l’occhio e tra un occhio e l’altro non si danno
poi sensazioni di “contatto”, come avviene per le due mani che Borghi, A., & Cimatti, F. (2010). Embodied Cognition. Neuropsy-
si toccano a vicenda. Riguardo all’apprensione del corpo vivo, chologia, 48, 3, 763-773.
tra vista e tatto sussiste una fondamentale asimmetria: il corpo Carruthers, G. (2008). Types of Body Representation and the
che vede e il corpo visto non intrattengono affatto una relazione Sense of Embodiment. Consciousness and Cognition, 17, 4,
reciprocamente reversibile analoga a quella che vige invece tra 1302–1316.
il corpo che tocca e il corpo che è toccato, il che contribuisce a Cassam, Q. (2011). The Embodied Self. In Gallagher, S. (ed.). (2011),
spiegare perché la percezione visiva concorra in maniera solo (pp. 139-156).
subordinata alla costituzione del corpo vivo.
Come dovrebbe essere chiaro da queste considerazioni, il Costantini, M., & Haggard, P. (2007). The Rubber Hand Illusion:
modello di costituzione del senso di proprietà corporeo con- Sensitivity and Reference Frame for Body Ownership. Con-
templato da Husserl rende superfluo il ricorso a rappresentazio- sciousness and Cognition, 16, 2, 229–240.
ni complessive del corpo già previamente formate, dato che il Craig, A. D. (2003). Interoception: The Sense of the Physiological
processo attraverso cui esso si genera si dipana nel corso di una Condition of the Body. Current Opinion in Neurobiology, 13,
sintesi progressiva di sensazioni propriocettive e di cinestesie 4, 500-505.
che non procede per adombramenti, come è il caso delle per- De Preester, H. (2007). The Deep Bodily Origins of the Subjective
cezioni d’oggetto, ma dà luogo a uno spazio intracorporeo non Perspective: Models and their Problems. Consciousness and
egocentrico omogeneo e uniforme (Bermùdez, 1998: 152-153; Cognition, 16, 3, 604-618.
Gallagher & Zahavi, 2008: 221). Le sensazioni di localizzazione De Preester, H., & Knockaert, V. (eds.). (2005). Body Image and
non si presentano infatti in ordine sparso, ma si diffondono in Body Schema. Interdisciplinary Perspectives on the Body. Am-
un campo unitario coestensivo alla struttura del corpo fisico e sterdam-Philadelphia: John Benjamins
alla sua superficie che viene a prendere forma man mano che
i relativi decorsi sintetici procedono. Non ha senso chiedersi ad De Vignemont, F. (2007). Habeas Corpus: The Sense of Ownership
esempio se siano più vicini a me la mia mano o il mio piede, o of One’s Own Body. Mind and Language, 22, 4, 427-449.
se si prova qualcosa di differente a sentire come proprio l’una o De Vignemont, F. (2010). Body Schema and Body Image – Pros
l’altro, giacché in primo luogo è il mio corpo nella sua interezza and Cons. Neuropsychologia, 48, 3, 669-680.
a costituire il centro della mia prospettiva percettiva e del mio De Vignemont, F. (2011a), Embodiment, Ownership and Disown-
campo d’azione, e in secondo luogo le sensazioni propriocettive ership. Consciousness and Cognition, 20, 1, 82-93.
che mi informano della posizione delle mie membra e della loro
De Vignemont, F. (2011b). Bodily Awareness. In Zalta, E. N. (ed.),
appartenenza al mio corpo vissuto non ammettono differen-
The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2011 Edition),
ze qualitative o di forma aspettuale, come avviene invece per
URL = <http://plato.stanford.edu/archives/fall2011/entries/
le rappresentazioni dell’immagine corporea, assimilabili sotto
bodily-awareness/>
questo riguardo a qualunque altra percezione d’oggetto. Que-
ste ultime osservazioni ci consentono inoltre di rispondere alla Descartes, R., (1642). Meditationes de Prima Philosophia. In Adam,
questione relativa alla portata intenzionale dei due fondamen- C., & e Tannery, P. (a cura di) Oeuvres de Descartes, vol. 7. Par-
tali modi di apprensione del corpo contemplati in fenomenolo- is: Editions du Cerf, 1897-1913, trad. it. Descartes, R. (1994).
gia – ossia il corpo oggetto e il corpo vissuto – e alle strutture Meditazioni sulla filosofia prima. Milano: Mursia.
cognitive profonde che li informano. In prima approssimazione Dokic, J. (2003). The Sense of Ownership: An Analogy between Sen-
è possibile affermare che alla costituzione del corpo-oggetto sation and Action. In Roessler, J., & Eilan, N. (eds.). (2003), (pp.
presiedono le rappresentazioni intenzionali che rientrano sotto 321-344).
il titolo dell’immagine corporea, mentre il senso di proprietà e Evans, G. (1982). Varieties of Reference. Oxford: Oxford University
di agentività corporea presentano in modo diretto e immediato Press.
il corpo soggettivo in quanto tale senza costituirlo come un og-
getto intenzionale e traggono la loro origine dalle informazioni Gallagher, S. (1986). Lived Body and Environment. Research in
sensori-motorie che rifluiscono nello schema corporeo, ferma Phenomenology, 16, 1, 139-170.
restando l’influenza che possono eventualmente esercitare su Gallagher, S. (1995). Body Schema and Intentionality. In Bermù-
di essi le rappresentazioni dell’immagine corporea. Sarà un’in- dez, J. L., Marcel, A., & Eilan, N. (eds.). (1995), (pp. 225–244).
dagine più approfondita sui meccanismi neurofisiologici sottesi Gallagher, S. (2000). Philosophical Conceptions of the Self: Im-
a questi due dispositivi cognitivi a doversi far carico del compito plications for Cognitive Science. Trends in Cognitive Science,
di corroborare sperimentalmente – o eventualmente di porre 4, 3, 14–21.
in revoca – le intuizioni al riguardo maturate in sede di analisi
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Embodied simulation theory and
intersubjectivity1.
Vittorio Gallese - vittorio.gallese@unipr.it
Dept. of Neuroscience – Section of Physiology, University of Parma, Italy

Abstract
Primates and human beings are social animals whose cognitive development capitalizes upon the interaction with other conspe-
cifics. Fundamental among social abilities is the capacity to accurately detect and understand the intentional conduct of others, to
anticipate their upcoming actions, and to appropriately adjust one’s own behavior. From an evolutionary perspective, the traditional
view claims the existence of a sharp cognitive discontinuity between humans and nonhuman primates. However, recent findings in
cognitive neuroscience shed light on the existence of a common neural mechanism that could account for action and intention under-
standing abilities both in humans and nonhuman primates. The discovery of mirror neurons and of other mirroring mechanisms in the
human brain shows that the very same neural substrates are activated when these expressive acts are both executed and perceived.
I summarize here recent neuroscientific evidence shedding light on the neural mechanisms likely underpinning important aspects of
intersubjectivity and social cognition. I discuss this evidence in relation to empathy and introduce my theory of embodied simulation, a
crucial functional mechanism of intersubjectivity by means of which the actions, emotions, and sensations of others are mapped by the
same neural mechanisms that are normally activated when we act or experience similar emotions and sensations.

Keywords
Social cognition, mirror neurons, intersubjectivity, embodied simulation, empathy

Introduction The discovery of mirror neurons and of other mirroring me-


chanisms in the human brain shows that the very same neural
Primates, and particularly human beings, are social animals substrates are activated when these expressive acts are both
whose cognitive development capitalizes upon the interaction executed and perceived. Thus, we have a neurally instantiated
with other conspecifics (adults, siblings, etc.). During social in- we-centric space. I posit that a common underlying functional
teractions we manifest our inner intentions, dispositions and mechanism – embodied simulation – mediates our capacity to
thoughts by means of overt behavior. Similarly, we try to figure share the meaning of actions, intentions, feelings, and emotions
out what are the intentions, dispositions and thoughts of others, with others, thus grounding our identification with and con-
when witnessing their behavior. Detecting another agent’s in- nectedness to others.
tentions, or other inner states, helps anticipating this agent’s The article is structured as follows. I summarize recent neu-
future actions, which may be cooperative, non-cooperative, or roscientific evidence shedding light on the neural mechanisms
even threatening. Accurate understanding and anticipation likely underpinning important aspects of intersubjectivity and
enable the observer to adjust her/his responses appropriately. social cognition. This evidence has accumulated since our di-
Fundamental among social abilities is the capacity to accurately scovery in the macaque monkey premotor cortex of a particular
detect and understand the intentional conduct of others, to anti- class of neurons known as “mirror neurons”. I discuss this eviden-
cipate their upcoming actions, and to appropriately adjust one’s ce in relation to empathy and introduce my theory of embodied
own behavior. simulation, a crucial functional mechanism of intersubjectivity by
The phylogenetic origins of this capacity and its development means of which the actions, emotions, and sensations of others
in ontogenesis are matters of debate in both comparative and are mapped by the same neural mechanisms that are normally
developmental psychology. activated when we act or experience similar emotions and sen-
From an evolutionary perspective, the traditional view claims sations. Embodied simulation theory provides a model of poten-
the existence of a sharp cognitive discontinuity between hu- tial interest not only for our understanding of how interpersonal
mans and nonhuman primates. Humans supposedly understand relations work but also for our understanding of important psy-
others by means of their capacity to mind read, that is, to attribu- chopathological aspects of intersubjectivity.
te a causal role to internal mental states. All other animal species
would be confined to the observable causal aspects of reality,
that is, would be basically just behavior readers. From an onto- 1. Mirror neurons
genetic perspective, theories differ about how and when the
supposed mind reading ability emerges during infant cognitive Mirror neurons are premotor neurons that fire both when an
development. action is executed and when it is observed being performed by
Recent findings in cognitive neuroscience shed light on the someone else. (Gallese et al., 1996; Rizzolatti, et al. 1996). Neu-
existence of a common neural mechanism that could account for rons with similar properties were also discovered in a sector of
action and intention understanding abilities both in humans and the posterior parietal cortex (Gallese et al., 2002; Fogassi et al.,
nonhuman primates. These findings revealed that the motor cor- 2005). The same motor neuron that fires when the monkey gra-
tex, long confined to the mere role of action programming and sps a peanut is also activated when the monkey observes ano-
execution, in fact plays a crucial role in complex cognitive abili- ther individual performing the same action.
ties such as the understanding of the intentions and goals of ac- Action observation causes in the observer the automatic ac-
tions. When observing other acting individuals, and facing their tivation of the same neural mechanism triggered by action exe-
full range of expressive power (the way they act, the emotions cution. The novelty of these findings is the fact that, for the first
and feelings they display), a meaningful embodied interpersonal time, a neural mechanism allowing a direct mapping between
link is automatically established. the visual description of a motor act and its execution has been
identified. This mapping system provides a parsimonious solu-

1.Versione modificata da: Gallese, V. (2010). Embodied Simulation and its Role in Intersubjectivity. In T. Fuchs, H.C. Sattel, P. Henningsen (eds.). (2010), The
Embodied Self. Dimensions, Coherence and Disorders. Stuttgart: Schattauer, pp. 78-92.

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tion to the problem of translating the results of the visual analysis en the neural mechanisms underpinning action understanding
of an observed movement — in principle, devoid of meaning for in monkeys and humans.
the observer — into something that the observer is able to un- In fact, a study by Fogassi et al. (2005) showed that parie-
derstand (Gallese et al., 1996; Rizzolatti et al., 1996). tal mirror neurons in addition to recognizing the goal of the
The proposal that mirror neurons’ activity reflects an internal observed motor act, allow the observing monkey to predict the
motor description of the perceived action’s meaning rather than agent’s next action, henceforth its overall intention. This neural
a mere a visual description of its features has been demonstrated mechanism, present in a non-linguistic species, could scaffold
in two seminal experiments. more sophisticated social cognitive abilities, as those characte-
In the first study, Umiltà et al. (2001) found a subset of premo- rizing our species (Gallese and Goldman, 1998; see also Gallese,
tor mirror neurons that discharged also during the observation 2006; 2007).
of partially hidden actions, coding the action outcome even in It must be emphasized that mirror neurons are not “magic
the absence of the complete visual information about it. Ma- cells”. Their functional properties are the outcome of the integra-
caque monkey’s mirror neurons therefore respond to observed tion they operate on the inputs received from other brain areas.
acts not exclusively on the basis of their visual description, but What makes the functional properties of mirror neurons special,
on the basis of the anticipation of their final goal-state, simulated though, is the fact that such integration process occurs within the
through the activation of its motor neural motor “representation” motor system. Far from being just another species of multi-mo-
in the observer’s premotor cortex dal associative neurons in the brain, mirror neurons anchor the
Those data, of course, do not exclude the co-existence of a multimodal integration they operate to the neural mechanisms
system that visually analyzes and describes the acts of others, presiding over our pragmatic relation with the world of others.
most likely through the activation of extra-striate visual neurons Because of this reason they enable social connectedness by re-
sensitive to biological motion. However, such visual analysis per ducing the gap between Self and others (Gallese et al., 2009).
se is most likely insufficient to provide an understanding of the
observed act. Without reference to the observer’s internal “motor
knowledge”, this description is devoid of factual meaning for the 3. Mirroring mechanisms in humans
observing individual (Gallese et al., 2009).
A second study (Kohler et al., 2002) demonstrated that mirror Several studies using different experimental methodologies
neurons also code the actions’ meaning on the basis of their rela- and techniques have demonstrated also in the human brain
ted sound. A particular class of F5 mirror neurons (“audio-visual the existence of a mechanism directly mapping action percep-
mirror neurons”) responds not only when the monkey executes tion and execution, defined as the Mirror Mechanism (MM) (for
and observes a given hand action, but also when it just hears review, see Rizzolatti et al., 2001; Gallese, 2003a; 2003b; 2006;
the sound typically produced by the same action. These neurons Gallese et al., 2004; Rizzolatti & Craighero, 2004). During action
respond to the sound of actions and discriminate between the observation there is a strong activation of premotor and poste-
sounds of different actions, but do not respond to other simi- rior parietal areas, the likely human homologue of the monkey
larly interesting sounds such as arousing noises, or monkeys’ and areas in which mirror neurons were originally described. The mir-
other animals’ vocalizations. roring mechanism for actions in humans is somatotopically orga-
Mirror neurons’ activity reveals the existence of a mechanism nized; the same regions within premotor and posterior parietal
through which perceived events as different as sounds, or ima- cortices normally active when we execute mouth, hand, and foot
ges, are nevertheless coded as similar to the extent that they re- related acts are also activated when we observe the same motor
present the assorted sensory aspects of the motor act’s goal. It acts executed by others (Buccino et al., 2001). Watching someo-
has been proposed that mirror neurons by mapping observed, ne grasping a cup of coffee, biting an apple, or kicking a foot-ball
implied, or heard goal-directed motor acts on their motor neural activates the same neurons of our brain that would fire if we were
substrate in the observer’s motor system, allow a direct form of doing the same.
action understanding, through a mechanism of embodied simu- The MM in humans is directly involved in imitation of simple
lation (Gallese, 2005; 2006; Gallese et al., 2009). movements (Iacoboni et al., 1999), imitation learning of complex
skills (Buccino et al., 2004a), in the perception of communicati-
ve actions (Buccino et al., 2004b), and in the detection of action
2. Mirror neurons and the understanding of action intentions (Iacoboni et al., 2005). Furthermore, the premotor cor-
intentions tex containing the MM is involved in processing action-related
words and sentences (Hauk et al., 2004; Tettamanti et al., 2005;
So far we have seen that mirror neurons in macaque monkeys Buccino et al., 2005; see also Pulvermüller, 2002), suggesting – as
likely underpin a direct form of action understanding. However, it will become clearer in the final part of this contribution – that
human social cognition is far more sophisticated. We not only mirror neurons together with other parts of the sensory-motor
understand what others are doing but also why, that is, we can system could play a relevant role in language semantics (Gallese
attribute intentions to others. Indeed, the mainstream view on & Lakoff, 2005; Gallese, 2007; 2008).
action and intention understanding holds that humans when The neurofunctional architecture of the cortical motor system
understanding others start from the observation of an intentio- structures action execution and action perception, imitation,
nally opaque behavior, biological motion, which has to be inter- and imagination, with neural connections to motor effectors
preted and explained in mental terms. This explanatory process and/or other sensory cortical areas. When the action is executed
is referred to as “mind reading”, that is, the attribution to others of or imitated, the cortico-spinal pathway is activated, leading to
internal mental states, mapped in the mind of the observer as in- the excitation of muscles and the ensuing movements. When the
ternal representations in propositional format. These representa- action is observed or imagined, its actual execution is inhibited.
tions supposedly play a causal role in determining the observed The cortical motor network is activated, though, not in all of its
behavior to be understood. components and, likely, not with the same intensity1, but action
I challenge this purely mentalistic view of intersubjectivity. I is not produced, it is only simulated.
posit that at the basis of our capacity to understand others’ in- Other mirroring mechanisms seem to be involved with our
tentional behavior – both from a phylogenetic and ontogene- capacity to share emotions and sensations with others (Galle-
tic point of view – there is a more basic functional mechanism, se, 2001; 2003a; 2003b; 2006; de Vignemont and Singer, 2006).
which exploits the intrinsic functional organization of parieto- When we perceive others expressing a given basic emotion
premotor circuits like those containing mirror neurons. This pro-
posal is based on the emergence of striking homologies betwe- 1. On average, the response of mirror neurons in monkeys is stronger
during action execution than during action observation.

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such as disgust, the same brain areas are activated as when we At difference with standard accounts of Simulation Theory, I
subjectively experience the same emotion (Wicker et al., 2003). qualify simulation as embodied in order to characterize it as a
Similar direct matching mechanisms have been described for mandatory, non-metarepresentational, non-introspectionist
the perception of pain (Hutchison et al., 1999; Singer et al., 2004; process. The model of mind reading proposed by standard ac-
Jackson et al., 2005; Botvinick et al., 2005) and touch (Keysers et counts of Simulation Theory (Goldman, 2006) does not apply to
al., 2004; Blakemore et al., 2005; Ebisch et al., 2008; 2010; 2012). the pre-linguistic and non-metarepresentational character of
These results altogether suggest that our capacity to em- embodied simulation (Gallese, 2003; 2005a; 2005b; 2006). Embo-
pathize with others is mediated by embodied simulation me- died simulation theory is in fact challenging the notion that the
chanisms, that is, by the activation of the same neural circuits sole account of interpersonal understanding consists in explicit-
underpinning our own emotional and sensory experiences (see ly attributing to others propositional attitudes like beliefs and
Gallese, 2005a; 2005b; 2006; Gallese et al., 2004). Following this desires, mapped as symbolic representations. Before and below
perspective, empathy is to be conceived as the outcome of our mind reading is intercorporeality as the main source of knowled-
natural tendency to experience our interpersonal relations first ge we directly gather about others (Gallese, 2007).
and foremost at the implicit level of intercorporeality, that is, the A direct form of understanding of others from within, as it
mutual resonance of intentionally meaningful sensory-motor were, – intentional attunement – is achieved by the activation
behaviors (see below). of neural systems underpinning what we and others do and feel.
Recent studies suggest that these mechanisms could be Parallel to the detached third-person sensory description of the
deficient and/or altered in individuals affected by the Autistic observed social stimuli, internal non-linguistic bodily-formatted
Spectrum Disorder. In fact, autistic children experience severe “representations” of the body-states associated with actions,
problems in the facial expression of emotions and their under- emotions, and sensations are reused by the observer, as if he or
standing in others. They do not show automatic mimicry of the she were performing a similar action or experiencing a similar
facial expression of basic emotions, as revealed by EMG recor- emotion or sensation.
dings. When asked to imitate the facial expression of facial emo- ES theory provides a unitary account of basic aspects of inter-
tions they do not show activation of the MNS in the pars opercu- subjectivity showing that people reuse their own mental states
laris of the inferior frontal gyrus (for review, see Gallese 2003b; or processes represented in bodily format to functionally attri-
2006; Gallese, Rochat, & Berchio, 2012). The lack of empathic bute them to others. Es theory does not provide a general the-
engagement displayed by autistic children could, at least partly, ory of mental simulation covering all types of simulation-based
depend on defective embodied simulation, likely underpinned mindreading. ES aims at explaining the MM and related pheno-
by malfunctioning and/or altered regulation of the MM (Gallese, mena, like spatial awareness, object vision, mental imagery, and
2003b; 2006; see also Oberman & Ramachandran, 2007). several aspect of language (see Gallese & Sinigaglia, 2011). By
accounting for the MM in terms of mental states reuse, ES makes
reference to the intrapersonal resemblance or matching betwe-
4. Embodied simulation and intercorporeality en one’s mental state when acting or experiencing an emotion
or a sensation and when observing others’ actions, emotions,
All of these intriguing findings link to our understanding of and sensations. Inter-personal similarity between simulator’s
broader contours of intersubjectivity, clarifying how intersubjec- and target’s mental state or process does not make for mental
tivity has a multilayered embodied basis mapped on shared simulation unless arising from intrapersonal reuse of the simu-
neural circuits. The discovery of mirror neurons provide a new lator’s own mental state or process (see Gallese, 2011; Gallese &
empirically based notion of intersubjectivity, viewed first and Sinigaglia, 2011). Being neurally implemented inside the brain,
foremost as intercorporeality – the mutual resonance of intentio- of course, is not what makes a mental representation embodied.
nally meaningful sensory-motor behaviors – as the main source A representational format is typically associated with characte-
of knowledge we directly gather about others (Gallese, 2007; ristic processing profiles. Motor, viscero-motor, and somatosen-
2009). Intercorporeality describes a crucial aspect of intersubjec- sory profiles characterize a bodily formatted representation, di-
tivity not because the latter is to be viewed as phylogenetically stinguishing it from a propositional representation, even in the
and ontogenetically grounded on a merely perceived similarity presence of (partially) overlapping content.
between our body and the body of others. Intercorporeality de- Mental states or processes are embodied primarily because of
scribes a crucial aspect of intersubjectivity because humans sha- their bodily format. As argued by Gallese and Sinigaglia (2011b),
re the same intentional objects and their situated sensory-motor like a map and a series of sentences might represent the same
systems are similarly wired to accomplish similar basic goals and route with a different format, so mental representations might
experience similar emotions and sensations. have partly overlapping contents (e.g. a motor goal, an emotion
Anytime we meet someone, we are implicitly aware of his/her or sensation), while differing from one another in their repre-
similarity to us, because we literally embody it. The very same sentational format (e.g. bodily instead of propositional). This is
neural substrate activated when actions are executed or emo- crucial, because the format of a mental representation constrains
tions and sensations are subjectively experienced, is also activa- what a mental representation can represent. When planning
ted when the same actions, emotions and sensations are execu- and executing a motor act, bodily factors (e.g. bio-mechanical,
ted or experienced by others. A common underlying functional dynamical and postural) constrain what can be represented. The
mechanism – embodied simulation – mediates our capacity to bodily representational format thus constrains the way a single
share the meaning of actions, intentions, feelings, and emotions motor goal or a hierarchy of motor goals are represented, a way
with others, thus grounding our identification with and con- that is different from a propositional representation of those
nectedness to others. same goal or hierarchy of goals. Similar constraints thus apply
The notion of simulation is employed in many different do- both to the representations of one’s own actions, emotions or
mains, often with different, not necessarily overlapping, mea- sensations involved in actually acting and experiencing and also
nings. Simulation is a functional process that possesses certain to the corresponding representations involved in observing so-
content, typically focusing on possible states of its target object. meone else performing a given action or experiencing a given
In philosophy of mind, the notion of simulation has been used emotion or sensation. The constraints are similar because the re-
by proponents of the Simulation Theory of mind reading (see presentations share a common bodily format.
Goldman, 2006) to characterize the pretend state adopted by the MM-driven ES plays a constitutive role in basic form of min-
attributer in order to understand another person’s behavior. Ba- dreading, not requiring the involvement of propositional attitu-
sically, according to this view, we use our mind to put ourselves des, mapped onto mental representations with a bodily format
into the mental shoes of others. (i.e. motor representations of goals and intentions, as well as

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viscero-motor and somatosensory representations of emotions basic connotation of empathy: the other is experienced as ano-
and sensations). ES theory doesn’t necessarily imply that we ex- ther being as oneself through an appreciation of similarity. An
perience the specific contents of others’ experiences. It implies important component of this similarity resides in the common
that we experience others as having experiences similar to ours. experience of action. As Edith Stein points out, if the size of my
hand were given at a fixed scale, as something predetermined, it
would become very hard to empathize with any other types of
5. Embodied simulation and Empathy hand not matching these predetermined physical specifications.
However, we can perfectly recognize children’s hands and
The embodied simulation model, which stems from recent monkeys’ hands as such despite their different visual size and
neuroscientific evidence, has illustrious philosophical antece- texture. Furthermore, we can recognize hands as such even
dents. The affective dimension of interpersonal relations has very when all the visual details are not available, even despite shifts
early on attracted the interest of philosophers, because recogni- of our point of view, and when no visual shape specifications is
zed as a distinctive feature of human beings. In the eighteenth provided. Even if all we can see are just moving light-dot displays
century, Scottish moral philosophers identified our capacity to of people’s behavior, we are not only able to recognize a walking
interpret the feeling of others in terms of “sympathy” (see Smith, person, but also to discriminate whether it is ourselves or someo-
1759). During the second half of the nineteenth century these ne else we are watching (see Cutting and Kozlowski, 1977). Since
issues acquired a multidisciplinary character, being tackled in in normal conditions we never look at ourselves when walking,
parallel by philosophers and scholars of a new discipline, psy- this recognition process can be much better accounted for by a
chology. mechanism in which the observed moving stimuli activate the
Empathy is a later English translation (see Titchener, 1909) of observer’s motor schema for walking, than solely by means of
the German word Einfühlung. As pointed out by Pigman (1995), a purely visual process. Again we see how our understanding of
Robert Vischer introduced the term in 1873 to account for our ca- others cannot be reduced to a purely vision-driven enterprise.
pacity to symbolize the inanimate objects of nature and art (on This seems to suggest that our “grasping” of the meaning of
the relationship between empathy and aesthetic experience, see the world doesn’t exclusively rely on the cognitive hermeneutic
Freedberg & Gallese, 2007). Vischer was strongly influenced by of its “visual representation”, but is strongly influenced by action-
the ideas of Lotze (1854-64/1923), who already proposed a me- related sensory-motor processes, that is, we rely on our own “em-
chanism by means of which humans are capable of understan- bodied personal knowledge”. The monolithic character of per-
ding inanimate objects and other species of animals by “placing ception must be refuted. There are different ways of perceiving
ourselves into them” ( sich mitlebend… versetzen). others, only some of which enable the sense of connectedness
Lipps (1903), who wrote extensively on empathy, extended that I define intentional attunement.
the concept of Einfühlung to the domain of intersubjectivity that Merleau-Ponty in the Phenomenology of Perception (1945; En-
he characterized in terms of inner imitation (Innere Nachamung) glish transl. 1962: 185) writes:
of the perceived movements of others. When watching an acro- “The sense of the gestures is not given, but understood, that
bat walking on a suspended wire, Lipps (1903) notes, I feel myself is, recaptured by an act on the spectator’s part. The whole diffi-
so inside of him (Ich Fühle mich so in ihm). We can see here a first culty is to conceive this act clearly, without confusing it with a co-
suggested relation between imitation, though “inner” imitation, gnitive operation2. The communication or comprehension of ge-
in Lipps’ words, and the capacity of understanding others by stures come about through the reciprocity of my intentions and
ascribing feelings, emotions and thoughts to them. the gestures of others, of my gestures and intentions discernible
Phenomenology has further developed the notion of in the conduct of other people. It is as if the other person’s inten-
Einfühlung. A crucial point of Husserl’s thought is the relevance tion inhabited my body and mine his”. These words fully maintain
he attributes to intersubjectivity in the constitution of our cogni- their illuminating power in the present century, even more so as
tive world. Husserl’s rejection of solipsism is clearly epitomized they can now be grounded on solid empirical evidence.
in his fifth Cartesian Meditation (1977, English translation), and By means of Einfühlung we come to know about the presence
even more in the posthumously published Ideen II (1989, English of others and of the specific nature of their experiences directly,
translation), where he emphasizes the role of others in making rather than through a “cognitive operation“. This way of entering
our world “objective”. It is through a “shared experience” of the intersubjectivity is the most basic; it includes the domain of ac-
world, granted by the presence of other individuals, that objecti- tion, and spans and integrates the various modalities for sensing
vity can be constituted. and communicating with others. It is at the core of our experien-
Interestingly enough, according to Husserl the bodies of self ce of self and other, the root of intersubjectivity.
and others are the primary instruments of our capacity to sha- It must be added, though, that while it is certainly true that
re experiences with others. What makes the behavior of other mirror neurons fire no matter whether the action is executed or
agents intelligible is the fact that their body is experienced not as perceived, it is also true that the intensity of their response is not
material object (Körper), but as something alive (Leib), something the same in these two different situations. On average the mo-
analogous to our own experienced acting body. Neuroscience tor discharge exhibited by mirror neurons in macaque monkeys
today shows that the scientific investigation of the “Körper” (the during action execution is significantly higher than that evoked
brain-body system) can shed light on the “Leib” (the lived body by the observation of a similar action performed by others. More
of experience), as the latter is the lived expression of the former. generally, it must be stressed that embodied simulation doesn’t
From birth onwards the “Lebenswelt”, our experiential world imply that we experience others the way we experience oursel-
inhabited by living things, constitutes the playground of our in- ves. The I-Thou identity relation constitutes only one side of the
teractions. Empathy is deeply grounded in the experience of our intersubjectivity coin. As posited by Edmund Husserl (1969;
lived-body, and it is this experience that enables us to directly 1989), and recently re-emphasized by Dan Zahavi (2001), it is the
recognize others not as bodies endowed with a mind but as per- alterity of the other to guarantee the objectivity we normally at-
sons like us. According to Husserl there can be no perception wi- tribute to reality.
thout awareness of the acting body. The alterity character of others as we experience them also
The relationship between action and intersubjective em- maps at the sub-personal neural level, because the cortical circu-
pathic relations becomes even more evident in the works of Edith its at work when we act neither completely overlap, nor show the
Stein and Merleau-Ponty. In her book On the Problem of Empathy same activation intensity as when others are the agents and we
(1912/1964, English translation), Edith Stein, a former pupil of are the witnesses of their actions. The same logic also applies to
Husserl, clarifies that the concept of empathy is not confined to a sensations (see Blakemore et al., 2005) and emotions (see Jabbi
simple grasp of the other’s feelings or emotions. There is a more
2. My emphasis.

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et al., 2008). The study by Jabbi et al. is particularly informative
in this respect, because it shows that experiences as different as
6. Embodied Simulation and Intentional Attunement
being subjectively disgusted, imagining oneself being disgusted Our capacity to conceive of the acting bodies of others as sel-
and seeing disgust portrayed in the facial expression of others ves like us depends on the constitution of a shared meaningful
not only encompass the activation of the same network of brain interpersonal space. This “shared manifold” (see Gallese, 2001;
areas (the anterior insula and the anterior cingulate cortex), but 2003a; 2003b; 2005a; 2005b) can be characterized at the functio-
also the activation of different brain areas according to the speci- nal level as embodied simulation, a specific mechanism constitu-
fic modality in which disgust is experienced (my real disgust, my ting a basic functional feature by means of which our brain/body
imagined disgust, your disgust). system models its interactions with the world. The different mir-
It must also be added that the functional mechanism of em- roring mechanisms described in this constitute the sub-personal
bodied simulation is not to be conceived as a rigid, reflex-like in- instantiation of embodied simulation.
put output coupling. Several brain-imaging studies have shown According to my model, when we witness the intentional
that the intensity of the MM activation during action observation behavior of others, embodied simulation generates a specific
depends on the similarity between the observed actions and the phenomenal state of “intentional attunement”. This phenomenal
participants’ action repertoire. state in turn generates a peculiar quality of identification with
All of these considerations lead me to resist the notion that other individuals, produced by establishing a dynamic relation
simulation must necessarily be characterized in terms of the re- of reciprocity between the “I” and the “Thou”. By means of em-
semblance between target and simulator. As argued by the late bodied simulation we do not just “see” an action, an emotion,
Susan Hurley (2007; 2008), and as mentioned in the previous sec- or a sensation. Side by side with the sensory description of the
tion, simulation can be more plausibly characterized in terms of observed social stimuli, internal representations of the body sta-
reuse. According to the reuse notion of simulation, what distin- tes associated with these actions, emotions, and sensations are
guishes simulation from theorizing is the reuse of a mental state evoked in the observer, “as if” he/she were doing a similar action
or process for generating information about that process. Indeed or experiencing a similar emotion or sensation. That enables our
the neuroscientific evidence here reviewed shows that humans social identification with others. To see others’ behavior as an ‘ac-
do reuse motor processes in order to directly understand the ac- tion’ or as an experienced emotion or sensation specifically re-
tions of others and, similarly, reuse emotion-related processes to quires such behaviors to be mapped according to an isomorphic
directly understand others’ emotions. format. Such mapping is embodied simulation.
What qualifies simulation as embodied is specifically this no- Any intentional relation can be mapped as a relation between
tion of reuse, describable as mapping in bodily format between an acting subject and an object. The mirroring mechanisms de-
target and simulator. What makes the activation of mirror neu- scribed here map the different intentional relations in a fashion
rons during the observation of the actions of others an ‘as-if’ pro- that is – to a certain degree – neutral about the identity of the
cess is not its resemblance aspect, but the fact that in spite of an agent/subject. No matter who the agent is, by means of a shared
activation of the motor system in the observer’s brain the action functional state realized in two different bodies obeying to the
is not executed but only simulated. This is why I disagree with same functional rules, the “objectual other” becomes “another
Gallagher when he claims that in order to invoke simulation, mir- self”, a like-me, who nevertheless preserves his/her alterity cha-
ror neurons “must generate an extra copy of the actions as they racter.
would be if they were the perceiver’s own actions” (2001: 102). When we are exposed to the actions performed by others or
That said, I think that Gallagher’s and mine perspectives sha- to the way they express the emotions and sensations they ex-
re a lot more than what transpires from Gallagher’s critique of perience, we do not necessarily start from an opaque sensory
embodied simulation. Both Gallagher and I think that the role description of a given behavior to be interpreted and logically
traditionally assigned by classic cognitivism to Folk Psychology is analyzed with our cognitive – and disembodied – apparatus. In
exceedingly large and unjustified. Both Gallagher and I think that many everyday situations others’ behavior is immediately mea-
mind reading should not be identified with a mostly theoretical ningful because it enables a direct link to our own situated lived
enterprise usually defined as ‘Theory of Mind’. This is the main experience of the same behaviors, by means of processing what
reason why I entitled my 2007 paper “Before and below Theory of we perceive of others (their actions, emotions, sensations) onto
Mind”, where I wrote: “…social cognition is not only ‘social meta- the same neural assemblies presiding over our own instantia-
cognition’, that is, explicitly thinking about the contents of some- tions of the same actions, emotions and sensations.
one else’s mind by means of symbols or other representations in
propositional format” (Gallese, 2007: 659). Finally, both Gallagher
and I think that the primary way of understanding others is di-
rect in nature. However, I do believe, pace Gallagher, that such
7. More complex mechanisms of social cognition
directedness is completely compatible with the reuse notion of Of course, embodied simulation is not the only functional me-
simulation I am advocating. Claiming that the understanding of chanism underpinning social cognition. Social stimuli can also
others is mediated by mirror-based embodied simulation is not be understood on the basis of the explicit cognitive elaboration
tantamount to saying that a sort of pretence mediates the per- of their contextual perceptual features, by exploiting previously
ception of others’ behavior. All of these considerations make it acquired knowledge about relevant aspects of the situation to
difficult to account for mirroring phenomena as forms of “direct be analyzed. Our capacity of attributing false beliefs to others,
perception”. among our most sophisticated mentalizing abilities, likely invol-
The concise overview of aspects of the phenomenological ve the activation of large regions of our brain, certainly larger
tradition in philosophy offered in this section and the neuro- than a putative and domain-specific Theory of Mind Module.
scientific evidence presented throughout the chapter suggest It must be added that the neural mechanisms underlying
that the view heralded by classic cognitivism that considers such complex mentalizing abilities are far from being understo-
social cognition as a solely theoretical enterprise is confining, od. Furthermore, recent evidence demonstrates that infants as
arbitrary and reductive. The new empirically grounded perspec- young as 15 months behave as if they were able to attribute false
tive on Einfühlung I propose can be beneficial not only for a new beliefs to others, when tested with pre-verbal tasks like preferen-
approach to our understanding of human intersubjectivity, but tial looking (Onishi and Baillargeon, 2005). This shows that even
perhaps also for new developments in psychopathological thou- apparently highly sophisticated mentalizing skills – like the attri-
ght. bution of false beliefs to others – might still be underpinned by
low-level mechanisms still to be thoroughly investigated.

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8. The developmental course of mirroring mechanisms self”). Social identification, the “selfness” we readily attribute to
others, the inner feeling of “being-like-you” triggered by our en-
One crucial issue still not clarified is how the MM develops in counter with others, are the result of the preserved shared we-
the course of development. We do not know yet to which extent centric space. Self-other physical and epistemic interactions are
the mirroring mechanisms described in this chapter are innate shaped and conditioned by the same body and environmental
and how they are shaped and modeled during development. constraints. This common relational character is underpinned, at
We do know, however, that motor skills mature much earlier the level of the brain, by shared mirroring neural networks. The-
on than previously thought. In a recent study (Zoia et al., 2007) se shared neural mechanisms enable the shareable character of
the kinematic of fetal hand movements were measured. The re- actions, emotions and sensations, the earliest constituents of our
sults showed that the spatial and temporal characteristics of fetal social life. According to my model, we-ness and intersubjectivity
movements were by no means uncoordinated or unpatterned. ontologically ground the human condition, in which reciprocity
By 22 weeks of gestation fetal hand movements show kinematic foundationally defines human existence.
patterns that depend on the goal of the different motor acts fe-
tuses perform. This results led the authors of this study to argue References
that 22 weeks old fetuses show a surprisingly advanced level of Anderson, M. L. (2003). Embodied Cognition: A Field Guide. Arti-
motor planning, already compatible with the execution of “inten- ficial Intelligence, 14, 91-130.
tional actions”. Arciero, G. (2006). Sulle tracce di sé. Milano: Bollati-Boringhieri.
Given such sophisticated prenatal development of the mo- Avenanti, A., Bueti, D., Galati G., & Aglioti S. M. (2005). Transcra-
tor system, it can be hypothesized that during prenatal deve- nial Magnetic Stimulation Highlights the Sensorimotor Side
lopment specific connections may develop between the motor of Empathy for Pain. Nature Neuroscience, 8, 955-960.
centers controlling mouth and hand goal-directed behaviors
Barrett L., & Henzi, P. (2005). The Social Nature of Primate Cog-
and brain regions that will become recipient of visual inputs after
nition. Proceedings of the Royal Society. B: Biological Sciences,
birth. Such connectivity could provide functional templates (e.g.
272, 1865-1875.
specific spatio-temporal patterns of neural firing) to areas of the
brain that, once reached by visual information, would be ready Barsalou, L. W. (1999). Perceptual Symbol Systems. Behavioral
to specifically respond to the observation of biological motion and Brain Science, 22, 577-609.
like hand or facial gestures, thus enabling, for example, neonatal Blakemore, S.-J., Bristow, D., Bird, G. , Frith, C., & Ward J. (2005).
imitation. Somatosensory Activations during the Observation of Touch
Neonates and infants, by means of specific connectivity deve- and a Case of Vision–Touch Synaesthesia. Brain, 128, 1571-
loped during the late phase of gestation between motor and “to- 1583.
become-visual” regions of the brain, would be ready to imitate Botvinick, M., Jha, A. P., Bylsma, L. M., Fabian, S.A., Solomon, P. E.,
the gestures performed by adult caregivers in front of them, and & Prkachin, K. M. (2005). Viewing Facial Expressions of Pain
would be endowed with the neural resources enabling the reci- Engages Cortical Areas Involved in the Direct Experience of
procal behaviors characterizing our post-natal life since its very Pain. Neuroimage, 25, 315-319.
beginning (see Gallese et al., 2009).
The earliest indirect evidence available to date of a MNS in Buccino, G., Binkofski, F., Fink, G. R., Fadiga, L., Fogassi, L., Gallese,
infants comes from a study by Shimada and Iraki (2006) who de- V., Seitz, R. J., Zilles, K., Rizzolatti, G., & Freund, H.-J. (2001).
monstrated by means of near infrared spectroscopy (NIRS) the Action observation Activates Premotor and Parietal Areas in
presence of an action execution/observation matching system a Somatotopic Manner: An fMRI Study. European Journal of
in 6-months-old human infants. Interestingly, this study showed Neuroscience, 13, 400-404.
that the sensory-motor cortex of infants (but not that of adult Buccino, G., Lui, F., Canessa, N., Patteri, I., Lagravinese, G., Benuzzi,
participants) was also activated during the observation of a F., Porro, C. A., & Rizzolatti, G. (2004a). Neural Circuits Involved
moving object when presented on a TV screen. These findings in the Recognition of Actions Performed by Nonconspecifics:
suggest that during the early developmental stages, even non- An fMRI study. Journal of Cognitive Neuroscience, 16, 114-126.
biological moving objects are “anthropomorphized” by means Buccino, G., Vogt, S., Ritzl, A., Fink, G. R., Zilles, K., Freund, H.-J.,
of their mapping onto motor representations pertinent to the & Rizzolatti, G. (2004b). Neural Circuits Underlying Imitation
observers’ acquired motor skills. Learning of Hand Actions: An Event-Related fMRI Study. Neu-
It can be hypothesized that an innate rudimentary MNS is ron, 42, 323-334.
already present at birth and can be flexibly modulated by mo-
Buccino G., Riggio L., Melli G., Binkofski, F., Gallese V., & Rizzolatti
tor experience and gradually enriched by visuomotor learning.
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Who is reading the neural activity? Sulla
funzione “cognitiva” dei neuroni specchio.
Paolo Giuspoli - paolo.giuspoli@univr.it
Dipartimento di Scienze Cognitive, della Formazione e degli Studi Culturali, Università di Messina

Abstract
The experimental investigations on the so called Mirror Neurons (MNs) have promoted an ample debate on the genesis and the
biological found of the imitation and, more generally, of the social cognition. Such debate is gradually strengthened on the wake of
numerous experimental confirmations of the presence of MNs even in the human brain. The presentation of the results of this investi-
gations introduce, however, such logical-conceptual hybridizations to produce some ambiguities in the interdisciplinary discussion.
This paper proposes a brief recognition on some conceptual problems and their epistemological roots, that may interfere on a new
promising phase of research.

Keywords
Mirror Neurons, Intention attribution, Philosophy of Neurosciences

Introduzione stemologiche, che possono interferire su quella che si presenta


come una promettente nuova fase di ricerca interdisciplinare in
Titoli di opere di sintesi di successo internazionale come So questo ambito di indagine.
quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio (Sinigaglia
& Rizzolatti, 2006 e 2008), o Mirroring people. The New Science of
how we connect with Others (Iacoboni, 2008), e ancora articoli 1.
come The Roots of Empathy e Le basi neurofisiologiche dell’inter-
soggettività (Gallese, 2003 e 2010) sono alcuni dei contributi di Per chi è abituato a considerare le funzioni cognitive fon-
una massiccia promozione in corso dell’ipotesi di un Mirror Neu- damentali e il comportamento umano da una prospettiva top-
rons System (MNS). Secondo i suoi principali sostenitori, un vero down, come accade per lo più nella riflessione filosofica, il campo
e proprio sistema di attivazione neuronale nel nostro cervello delle indagini interdisciplinari sui MNs presenta un aspetto diso-
fungerebbe da strumento di traduzione istantanea e diretta di rientante: la diffusa contaminazione di usi concettuali e prospet-
specifici atti motori compiuti da altri nel linguaggio del proprio tive di osservazione diversi, dal livello di analisi elettrochimica
vissuto personale. Questo strumento di traduzione permettereb- fino a quello proprio dell’attività mentale autocosciente. Tale
be di evitare la mediazione degli strumenti rappresentazionali contaminazione può apparire come un prezzo da pagare per
e linguistici di interpretazione del comportamento degli altri, l’apertura di un promettente nuovo campo interdisciplinare di ri-
generando una modalità immediata di condivisione dell’espe- cerca. Dopotutto questa non è una novità: spesso proprio da una
rienza. Un tale strumento di traduzione risulterebbe oltretutto simile atmosfera culturale, caratterizzata da una febbrile attività
universale, in quanto radicato nel comune sostrato biologico. per la definizione di nuove rappresentazioni della vita umana, ol-
Secondo questo orientamento interpretativo, tale sistema di tre che da un notevole livello di competizione per attrarre risorse
rispecchiamento andrebbe considerato, dunque, come il «sostra- per il potenziamento di alcuni promettenti settori di ricerca, si è
to» o la «base neuronale» per il riconoscimento della azioni entro approdati a delle straordinarie stagioni per l’innovazione scienti-
sistemi gestuali di comunicazione interpersonale, costituendo fica e culturale. In tali momenti di svolta, lo stato generale iniziale
«un ponte necessario tra il ‘fare’ e il ‘comunicare’» (Rizzolatti & di diffusa e confusa contaminazione s’è spesso evoluto verso una
Arbib, 1998); com’è stato suggerito, esso «non solo può rappre- più chiara consapevolezza non solo della direzione di sviluppo,
sentare un sostrato neuronale per la comprensione di ‘quello che ma anche dei modelli di ricerca scientifica, delle metodologie,
gli altri stanno facendo’, ma può contribuire alla scelta del ‘modo dei linguaggi e degli strumenti concettuali utilizzati.
in cui io potrei interagire con loro’» (Caggiano et al., 2009: 406). Una tale consapevolezza è maturata attraverso un faticoso la-
L’esame dei meccanismi di risonanza neurale verrebbe inoltre voro di riflessione critica sui modelli e sui linguaggi dominanti in
ad avere un ruolo centrale nell’illuminare la funzione del sistema un determinato mondo culturale. E le motivazioni fondamentali
motorio nella genesi del senso del sé, nel quadro di una indagi- di tale lavoro sono emerse in genere dalla percezione di un vuo-
ne sulle radici mirror della distinzione tra sé e l’altro (Sinigaglia & to, o meglio, da un senso di vertiginoso disorientamento, contra-
Rizzolatti, 2011). Per di più, il loro studio permetterebbe di offrire stante con la pomposa ostentazione di innumerevoli prodotti di
conoscenze necessarie per chiarire il sostrato neuronale del pen- ricerca, spesso accomunati dai medesimi presupposti, linguaggi,
siero concettuale, al punto da consentire una nuova formulazio- procedure, prospettive di indagine.
ne di quelli che sono stati denominati brain’s concepts (Gallese & Oggi questa vertigine si avverte intensamente. Più precisa-
Lakoff, 2005) e risolvere problemi plurimillenari legati alla genesi mente, ciò che si avverte è uno scarto: quello tra la precisione con
del pensiero, costruendo «i ponti dal vedere al comprendere» cui, da un lato, si effettuano pregevoli microanalisi dell’attività
(Keyers, 2006). In un senso più ampio, si dovrebbe chiarire come neuronale e i modi approssimativi con cui, dall’altro, si pretende
il sistema mirror svolga una funzione basilare di «supporto all’e- di lavorare a teorie generali unificate, che dovrebbero condur-
voluzione culturale dei linguaggi umani in tutta la loro ricchez- re in breve tempo a spiegare esaustivamente il perché e il come
za» (Rizzolatti & Arbib, 1998: 193). dell’intera estensione delle attività cognitive, a partire dall’analisi
Come si può evincere da questa breve rassegna, la diffusa ten- elettrochimica e neuronale dell’attività cerebrale.
denza volta a interpretare i cosiddetti MNs come il sostrato o la Perché tale scarto sia esperito più intensamente è forse ne-
base neuronale dell’empatia, del riconoscimento degli altri e dei cessario che anzitutto si esplicitino i limiti costitutivi degli stru-
processi fondamentali della comunicazione, acuisce l’esigenza di menti di osservazione utilizzati, che pure hanno raggiunto livelli
un’attenta valutazione di tali proposte interpretative. Nel presen- avanzatissimi di precisione quanto alla determinazione crono-
te saggio si propone una breve ricognizione su alcuni problemi metrica e alla localizzazione dell’attività cerebrale, e dell’utilizzo
di carattere concettuale, e sulle loro radici metodologiche ed epi- di peculiari formati rappresentazionali (per la conversione di dati
in immagini, come avviene tramite PET e fMRI, o per la rappre-

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sentazione grafica di rilevamenti elettrici, come nel tradizionale mulation), MEG (Motionsless Electromagnetic Generator), fMRI
EEG o nelle misurazioni tramite micro-elettrodi di superficie o (functional Magnetic Resonance Imaging) e PET (Positron Emission
intracranici). Tale esplicitazione è funzionale alla considerazione Tomography) non solo hanno consentito di dimostrare effetti di
della prospettività di ogni indagine e alla valutazione dei modelli rispecchiamento nel cervello umano, ma anche di avanzare ipo-
interpretativi adottati. tesi sulla peculiarità degli effetti di rispecchiamento nell’uomo
Ma un tale lavoro di esplicitazione degli strumenti linguistici, rispetto alle scimmie (cfr. Fabbri-Destro & Rizzolatti, 2008).
dei formati rappresentazionali utilizzati e dei modelli interpreta- Solo di recente si è riusciti a dimostrare, per la prima volta at-
tivi adottati entro una peculiare prospettiva di indagine risulta in traverso misurazioni dirette (con elettrodi intracranici), la presen-
questo momento molto faticoso. Tale fatica è data primariamen- za di MNs nel cervello umano, per di più in aree in precedenza
te da un fattore: non sembra siano al momento disponibili con- non esplorate dalla letteratura critica, vale a dire nella corteccia
cetti comuni, in grado di mediare adeguatamente il passaggio frontale media e nella corteccia temporale media (Mukamel et al.,
da un livello ad un altro di osservazione, nonché dal piano del 2010). Confrontando questi risultati con le indagini già svolte sui
vissuto soggettivo a quello della rilevazione esterna di determi- neuroni specchio nei macachi, sono state rilevate similarità per
nate competenze cognitive. quanto riguarda il rispecchiamento di atti di presa ed espressioni
B. Falkenburg ha sistematicamente considerato (Falkenburg, facciali. Tuttavia non è ancora possibile giungere alla delineazio-
2012) come in passato la fisica abbia dovuto affrontare questo ne di un quadro comparativo completo, in quanto l’indagine sui
problema elaborando concetti, come quello di “energia”, che pazienti umani è stata limitata solo ad alcune aree corticali.
consentono appunto la conversione di descrizioni tra livelli dif- Secondo Mukamel et al. si sta assistendo alla ripetuta confer-
ferenti di osservazione, nonché tra un punto di vista esterno ed ma dell’esistenza anche nell’uomo di un multiple mirroring me-
uno autocentrato (ad es. tra le sensazioni soggettive di suoni di chanism, attestante cioè la presenza in parecchie aree corticali di
una certa intensità e la stima in decibel della diffusione di suoni neuroni specchio, la cui funzione è modulata dalla localizzazione
nell’ambiente), e formulando inoltre una molteplicità di regole in corticale. Ad es., se il meccanismo di rispecchiamento nell’insula
grado di guidare le procedure per la descrizione d’insieme delle sembra essere correlato alla capacità di comprensione di speci-
diverse componenti di un sistema. Questo patrimonio di concetti fiche emozioni, ad es. di disgusto rispetto a sostanze fortemente
e regole di conversione viene invece a mancare nell’ambito delle maleodoranti (Wicker et al. 2003), le indagini condotte da Muka-
indagini neuroscientifiche, che tuttavia spaziano (per lo più ricor- mel et al. rilevano l’esistenza di meccanismi di rispecchiamento
rendo a strumenti di mediazione inadeguati, con funzione analo- in aree rilevanti per l’avvio di un movimento, l’esecuzione di una
gica o metaforica, oppure ad antiquati modelli metafisici) su un sequenza di atti motori, ma anche per l’esercizio della capacità
campo di indagine non meno ampio: dall’ambito di microanali- di ricordare (Mukamel, 2010: 754). Una recente meta-analisi con-
si chimiche e bioelettriche a indagini sull’attivazione di circuiti dotta su 125 studi fMRI sul tema (selezionati a partire dall’analisi
neuronali che coinvolgono differenti strutture nervose corticali di 438 pubblicazioni) conferma tale ipotesi, suggerendo l’im-
e sottocorticali, e da ipotesi sull’organizzazione complessiva magine di un core network di aree corticali con proprietà mirror
dell’attività cerebrale e sui possibili correlati neuronali degli stati (Molenberghs et al., 2012)2, in grado di svolgere una «funzione
di coscienza fino a considerazioni generali di carattere ontoge- vicaria» rispetto ad uno spettro molto ampio di attività cognitive
netico e filogenetico sull’evoluzione dell’intelligenza umana. (Keysers & Gazzola, 2009).

2. 3.
Fino ad un paio di anni fa, una delle questioni al centro del Se la rilevazione empirica di MNs nell’uomo ha fornito una ri-
dibattito internazionale sui MNs riguardava la possibilità di di- sposta certa su questioni relative alla presenza e alla localizzazio-
mostrarne la presenza nel cervello umano. Ma che cosa significa ne di neuroni specchio nel cervello umano, tuttavia rimangono
dimostrare la presenza nel cervello umano di neuroni con pro- da affrontare ulteriori questioni, non propriamente secondarie,
prietà di “rispecchiamento” o di “eco-rispecchiamento”? anzitutto dal punto di vista concettuale. Prima di tutto si può
La questione ha diversi risvolti. Primariamente si è posto il legittimamente porre la domanda sui concetti fondamentali
problema di rinvenire nel cervello umano la presenza di qualcosa utilizzati in questo ambito di ricerca: che cosa significa “rispec-
di simile a ciò che già si conosceva empiricamente dalle indagi- chiamento” neuronale e quale valore dobbiamo assegnare ad
ni sperimentali svolte sulle scimmie. In questo filone di indagini, espressioni come “neuroni specchio”? Dopotutto, se il riferimen-
si sono fatti enormi passi avanti da quando il gruppo di ricerca to alla “bi-attivazione” (in risposta sia all’esecuzione sia all’osser-
dell’Università di Parma, coordinato da G. Rizzolatti, ha rilevato vazione di tale esecuzione da parte di altri) risulta chiaro, non è
la presenza di MNs nella corteccia premotoria ventrale di un ma- invece chiara l’attribuzione ad un neurone della proprietà del
caco, e dalle prime ipotesi sul ruolo funzionale dei MNs nei pro- “rispecchiamento”, termine che etimologicamente e concettual-
cessi cognitivi (Di Pellegrino et al., 1992). Si è riusciti a dimostrare mente si riferisce ad un livello descrittivo differente da quello di
empiricamente la presenza di MNs in altre specie animali (ad es.
i passeri di palude), ma, com’è noto, la presenza di “neuroni spec- et al., 2009), in cui si è mostrata la presenza di neuroni specchio che si
chio” nell’uomo è rimasta invece per lungo tempo controversa. attivano sia quando la scimmia orienta lo sguardo in una determinata
In vent’anni di indagini sono state effettuate numerose ricer- direzione sia quando guarda un’altra scimmia orientare lo sguardo nella
che sperimentali di neurofisiologia e rilevazioni di brain-imaging medesima direzione) e ventrale. (Ishida et al., 2009) hanno mostrato come
che hanno fornito prove “indirette” della presenza di neuroni alcuni neuroni si attivino sia quando uno stimolo si presenta nel proprio
specchio nel cervello umano. Già a partire dalla metà degli anni spazio peri-personale sia quando questi si presenta nello spazio peri-
’901, indagini condotte con ECG, TMS (Transcranial Magnetic Sti- personale di un altro individuo vicino a sé).
2. Così condensano i risultati della loro meta-analisi Molenberghs et al.:
����������������������������������������������������������������������������
. Per una rassegna sui progressi effettuati nelle indagini sui neuroni spec- «we have uncovered a core network of brain areas, including the infe-
chio, si veda: Rizzolatti & Sinigaglia, 2010. In anni recenti si è dimostrata la rior frontal gyrus, dorsal and ventral premotor cortex, and the inferior
presenza di neuroni specchio non solo in due aree limitrofe (F5a ed F5p) and superior parietal lobule, which in humans is reliably activated during
rispetto a quella delle prime rilevazioni, ma anche in altre aree intensam- tasks examining the classic mirror mechanism, typically involving the vi-
ente connesse con l’area F5, nella parte rostrale del lobulo parietale infe- sual observation and execution of actions. Our subanalyses showed that
riore e nell’intraparietale anteriore; queste ricevono informazioni visive sia additional areas involved in somatosensory, auditory and emotional pro-
da aree prive di proprietà motorie, del solco temporale superiore, sia dal cessing complement these areas depending on the sensory modalities
giro temporale mediale, il quale potrebbe essere coinvolto nei processi involved. These results suggest that brain regions with mirror properties
di identificazione degli oggetti. La presenza di neuroni specchio è stata extend beyond those identified as being part of the mirror network in
individuata recentemente anche nell’area intraparietale laterale (Sheperd previous metaanalyses» (Molenberghs et al., 2012, p. 348).

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indagine sulle funzioni di cellule neuronali. Questo problema successo nella diffusione di un tale uso concettuale nella lettera-
risulta particolarmente evidente quando si passa a considerare tura neuroscientifica non può giustificare per sé la validità di un
le modalità di catalogazione di differenti tipi di MNs, secondo la tale uso concettuale.
«funzione cognitiva» da loro esercitata.
Già a partire dalla fine degli anni ’80 (Rizzolatti et al. 1988a;
1988b), si è evidenziato come alcuni tipi di MNs rispondano se- 5.
lettivamente rispetto ad aspetti “intenzionali” del movimento de-
gli arti e della bocca. A tale scoperta è stata data la giusta enfasi: Si può allora legittimamente sollevare la domanda: in che
neuroni dell’area pre-motoria presentano una bi-attivazione (per senso ci si riferisce alla capacità propria di un circuito neuronale di
osservazione ed esecuzione) non, come ci si potrebbe aspetta- elaborare una forma di conoscenza (understanding), precisamen-
re, rispetto a particolari anatomici, funzionali e cinematici degli te quel tipo di conoscenza che ci permette di cogliere immedia-
atti osservati/eseguiti, ma in risposta ad obiettivi specifici come tamente e dall’interno (from the inside) il significato (meaning) di
“prendere” o “sollevare”. Ora, la classificazione funzionale di quelli un atto motorio compiuto da altri?
che sono stati denominati nel loro insieme «goaldirected neu- In From action to meaning, Rizzolatti e Gallese affermano che
rons» risponde evidentemente ad una esigenza descrittiva, al fine la funzione fondamentale dei MNs è la seguente: code actions. Ad
di tracciare un collegamento diretto tra il livello della descrizione es., l’attivazione dei MNs selettivi per la presa, secondo gli autori,
di comportamenti e il livello della rilevazione cronografica e to- asserts that a object is graspable (Rizzolatti, Gallese, 1997, p. 222) .
pografica dell’attività neuronale. Di qui la distinzione tra holding Ciò che si viene a presupporre è che la comprensione del
neurons, grasping neurons, tearing neurons, oppure tra grasping- comportamento degli altri avvenga attraverso una composizio-
with-the-hand-and-the-mouth-neurons, bringing-to-the mouth- ne di più piani di elaborazione cognitiva. Per sé, la percezione
or-to-the-body neurons etc. visiva consentirebbe solo una pictorial description del reale, senza
In questo modo si sono generati degli ibridi concettuali che rilievo, fornendo immagini che di per se stesse sarebbero mea-
continuano a condizionare le proposte teoriche discusse in que- ningless; solo attraverso l’associazione di tali immagini alla pro-
sto ambito di studi. In fondo, anche l’espressione mirror neurons pria esperienza motoria sarebbe possibile il riconoscimento del
può essere considerata come l’espressione paradigmatica di “significato” di un atto.
questa ibridazione. In altri termini, come successivamente specificato (Rizzolatti
Certo, non si può negare il valore euristico di queste impor- & Sinigaglia, 2010: 269-270), si ipotizza un livello di riconoscimen-
tantissime scoperte empiriche. Tuttavia, l’utilizzo di tale gergo to puramente descrittivo del comportamento motorio degli altri,
rischia di contrastare la chiarezza della discussione interdiscipli- simile a quello «effettuato dalle aree del ventral stream per il ri-
nare su questi temi. Tali espressioni concettuali rendono certo conoscimento di oggetti inanimati». Nel caso in cui l’osservazio-
più intuitivo il carattere automatico dei meccanismi neuronali di ne attivi il sistema motorio attraverso ciò che viene denominato
traduzione istantanea di atti eseguiti e osservati. Tuttavia veico- Mirror Neurons System, allora l’atto può essere non solo cataloga-
lano implicitamente alcuni presupposti che andrebbero atten- to estrinsecamente, ma anche conosciuto e compreso. Per com-
tamente considerati. In primo luogo, inducono a ritenere che si prensione si intende in questo contesto la conoscenza del signi-
abbia a che fare con meccanismi di trasposizione diretta di ciò che ficato «reale» (real) del messaggio implicito nell’atto osservato,
viene osservato nel linguaggio della propria esperienza motoria. ossia la sua associazione con l’aspetto intenzionale dell’azione.
In secondo luogo, riflettono la credenza che le principali funzio- Questo può essere colto immediatamente per rispecchiamento
ni cognitive (come la cosiddetta “comprensione delle intenzioni neurale, se l’azione appartiene al repertorio motorio dell’osser-
degli altri”, rilevabile attraverso l’osservazione dei loro atti mo- vatore, e la rappresentazione del suo scopo può quindi essere
tori) siano il prodotto automatico invariabile dell’attivazione di compartecipata dall’osservatore (ivi e Buccino et al., 2004).
determinati circuiti neuronali localizzabili. In terzo luogo, esse Il valore euristico di questa proposta teorica e di domande del
accompagnano la diffusa ma problematica affermazione del tipo How the parieto-frontal circuit can give meaning to pictorial
ruolo «causale» diretto di tali meccanismi neuronali su funzioni descriptions? (Rizzolatti & Sinigaglia, 2010: 270), è indiscutibile.
cognitive complesse, come quelle coinvolte nella comprensione Rimangono invece seri dubbi sui presupposti teorici che stanno
del comportamento degli altri3. alla base di questo tipo di domande. L’affermazione che objects,
as pictorially described by visual areas, are devoid of meaning (Riz-
zolatti & Gallese, 1997: 222) vale di per sé un’ampia e articolata
4. analisi, anche solo sul piano della formulazione e dell’uso con-
cettuale. In particolare, è necessario discutere in che modo, in
L’affermazione che determinati tipi di neuroni rispondono se- quale formato e per quale osservatore le “aree visive” sarebbero
lettivamente all’osservazione di diversi tipi di «atti motori» (mo- in grado di “descrivere oggetti”. In questo contesto rimane del
tor acts) viene diffusamente associata alla tesi che essi risultano tutto problematica la netta separazione tra l’atto puramente de-
funzionali alla conoscenza del «significato» di tali atti, ovvero alla scrittivo e l’atto con cui si attribuiscono dei significati al contenu-
«comprensione» delle intenzioni che li guidano. to dell’esperienza visiva, per lo meno se ci riferiamo a condizioni
Tuttavia, è logicamente improprio affermare che un mecca- non patologiche di attività percettiva.
nismo neuronale è in grado di distinguere tra tipi differenti di atti
intenzionali: solo se ci si riferisce ad un individuo consapevole, è
sensato parlare di capacità di distinguere, di cogliere significati, di 6.
comprendere4. In modo simile è assurdo dire che un cervello ca-
pisce o apprende, o che una mano sente dolore. Eppure il proble- Una delle questioni centrali, per i problemi che si vanno qui
ma si è costantemente riproposto nell’intera tradizione occiden- discutendo, è certamente il modo in cui negli studi considerati
tale, sotto figure molto diverse; con la sua eccezionale sensibilità ci si riferisce al “significato (meaning) di un atto motorio”. In un
teoretica, Wittgenstein aveva dedicato dense e importanti rifles- noto articolo di Iacoboni et al. su questo tema, dal titolo Grasping
sioni a questa spinosa ma rilevante questione5. Evidentemente, il the Intentions of Others, si considera il cosiddetto Mirror Neurons
System (MNS) come un action recognition mechanism: lo si ritiene
3. Cfr. in proposito AA.VV., Mirror Neuron Forum, ed. by Glenberg (2011).
4. Com’è noto, questa modalità di attribuzione è stata denominata da sistematicamente al dibattito neuroscientifico contemporaneo alcune
Hacker e Bennett «fallacia mereologica». Cfr. in proposito Bennett & dense riflessioni di Wittgenstein su questo tema, documentate soprattut-
Hacker, 2005² e Bennett et al., 2007. to nelle Philosophische Unteruchungen, nelle Philosophische Bemerkungen
5. Il volume di Bennett e Hacker Philosophical Foundations of Neurosci- e nelle Bemerkungen über die Philosophie der Psychologie.
ence (2003, 2005²) può essere considerato come il tentativo di applicare

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capace non solo di distinguere tra diversi tipi di azione, ma, per che viene indicato come “contesto” viene predisposto in modo
la prima volta, lo si ritiene anche un meccanismo for coding the tale da spingere lo spettatore ad associare la presa di una tazza
intentions of others (Iacoboni et al., 2005: 529-530)6. di tè all’intenzione di bere (come nel fotogramma riportato so-
Sorvoliamo qui sul problema dell’attribuzione al “sistema pra). Ma può anche essere predisposto in modo tale da spingere
motorio” della capacità di utilizzare un meccanismo neuronale l’osservatore ad associare la presa con l’intenzione di spostare o
(il MNS), in modo tale da riconoscere le intenzioni che sottendo- sistemare (come nel fotogramma seguente)8.
no le azioni degli altri7 e limitiamoci a considerare il modo in cui
il problema viene concettualmente definito. Va specificato che
per azione viene inteso un atto motorio che è goaldirected; per
intenzione si intende invece il motivo che sta dietro (behind) l’atto
motorio e lo guida alla realizzazione di quell’obiettivo.
Si badi bene: ciò che qui viene indicato non ha a che vede-
re con la dimensione complessa del proposito, delle riflessioni
e delle finalità che il soggetto si pone attraverso una riflessione
consapevole. Né si fa riferimento a quello che viene denominato
agire teleologico (cfr. Csibra & Gergely, 2007).
Con quale significato vengono qui utilizzati i concetti di go-
aldirected action e di intention? Ciò che è chiaro è che si presup-
pone una netta differenza tra la componente intenzionale e la
descrizione cinematica dell’atto motorio. E proprio tale netta
separazione sembra rendere possibile la rappresentazione di un Le risposte neuronali dell’osservatore, che è spinto ad asso-
atto motorio come “non significante” o “ambiguo”, o comunque ciare un atto a un determinato contesto, vengono interpretate
tale da richiedere un’interpretazione; quest’ultima verrebbe ad dunque come l’indizio della capacità del nostro MNS non solo
esplicitare ciò che sta dietro e guida l’atto osservato. di discriminare un preciso atto motorio in quanto diretto ad un
L’esperimento presentato in Grasping the Intentions of Others obiettivo (afferrare la tazza), ma anche di determinare il signifi-
chiarisce questa impostazione concettuale, mostrando come la cato intenzionale di un’azione svolta entro un preciso contesto;
capacità di comprendere le intenzioni che sorreggono e guidano vale a dire, vengono interpretate come l’indizio della capacità di
il comportamento degli altri venga ridotta, per essere più facil- «comprendere le intenzioni degli altri osservandone le azioni».
mente valutabile sperimentalmente, all’associazione di un atto Ove per intenzione si intende «il ‘perché’ (the ‘why’)» di una de-
motorio nel raggiungimento di un obiettivo (la presa della tazza) terminata azione (Iacoboni et al. 2005: 530).
con un determinato “contesto” (la tavola imbandita per una pausa Tuttavia, ciò che conta per Iacoboni et al. non è la teorizzazio-
tè). ne di un atto intuitivo, ma il nesso “funzionale” tra l’atto motorio
Dall’indagine sperimentale risulta che aree corticali corre- osservato e l’intenzione sottostante, vale a dire, nell’es. conside-
late all’afferrare e al controllo della presa sono particolarmente rato, tra la presa della tazza e l’intenzione di bere o riordinare.
sollecitate nello spettatore di un video-clip quanto le immagi- Gli autori si riferiscono esplicitamente ad un precedente studio
ni rappresentano un atto motorio (la presa di una tazza) in un (Di Pellegrino et al., 1992), proponendosi di colmare quella che
preciso contesto (prima o dopo una pausa tè), ma non quando appare una lacuna concettuale nell’esplicazione di tale nesso
rappresentano isolatamente o l’atto di presa della tazza per sé o «logically related»9. Nelle pagine seguenti, tuttavia, gli autori non
il mero contesto. sembrano fornire una chiarificazione concettuale all’altezza dei
risultati delle loro indagini empiriche10.

7.
Com’è possibile determinare per “rispecchiamento neuronale”
l’intenzione che guida una goaldirected action? Com’è possibile
rispecchiare, automaticamente e inconsapevolmente, l’intenzio-
ne sottesa ad un’azione prima ancora di conoscere l’intenzione
dell’agente? Le indicazioni sperimentali fornite da Iacoboni et
al. hanno avuto il merito di aver contribuito a porre sperimen-
talmente la questione in modo fino ad allora inedito. I termini
della questione non risultano tuttavia del tutto chiari. Quello che

L’associazione action-context consentirebbe, attraverso un ������������������������������������������������������������������


. Le due immagini sono tratte da una composizione fotografica pub-
meccanismo di rispecchiamento neuronale, di rispondere all’in- blicata in Iacoboni et al., 2005.
tenzione che sottende all’atto di presa osservato. Di fatto, quello 9. «In that previous study, however, the role of these ‘logically related’
mirror neurons was never theoretically discussed and their functions re-
�������������������������������������������������������������������������
. Rizzolatti e Sinigaglia hanno evidenziato come questo studio abbia for- mained unclear. The present findings not only allow one to attribute a
nito per la prima volta la prova empirica che il circuito di rispecchiamen- functional role to these “logically related” mirror neurons, but also sug-
to neuronale parieto-frontale è coinvolto nella codifica delle intenzioni gest that they may be part of a chain of neurons coding the intentions of
motorie, mostrando, in particolare, come l’osservazione del medesimo other people’s actions» (Iacoboni et al. 2005: 533)
movimento entro un contesto che esplica l’intenzione dell’atto induca ����������������������������������������������������������������������
. Secondo gli autori, «the Intention condition contained information
una più intensa attivazione del caudal inferior frontal gyrus dell’emisfero that allowed the understanding of intention, whereas the Action and
destro (Rizzolatti e Sinigaglia, 2010: 270). Context conditions did not». Questo dimostrerebbe che «the context
7. Conferma Iacoboni in un’intervista pubblicata sulle pagine informative cued the intention behind the action».
dell’UCLA: «Our findings show for the first time that intentions behind Tuttavia i fotogrammi che presentano la mera Action condition risultano
actions of others can be recognized by the motor system using a mir- ambiguous non solo perché presentano un atto di presa decontestualiz-
ror mechanism in the brain. The same area of the brain responsible for zato, ma, a mio avviso, soprattutto perché presentano sempre e soltanto
understanding behavior can predict behavior as well». Dan Page, UCLA una mano che afferra una tazza vuota. La visione di presa di una tazza pie-
Neuroscientists Pinpoint New Function for Mirror Neurons; Specialized na, contenente un liquido del colore di una bevanda familiare, potrebbe
Brain Cells Predict Intentions as Well as Define Actions, «UCLA News- invece suggerire per sé sola l’associazione all’atto del bere, anche senza
room», 23.2.2005. alcun riferimento ad un before tea context.

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viene indicato come “contesto” suggerisce infatti esplicitamente reazioni del tutto differenti a seconda dello stato d’animo, della
l’associazione al riordinare o al bere. Ma per quale motivo l’os- storia personale, delle aspettative, degli usi, oppure anche del
servatore sarebbe indotto a rispondere “automaticamente” a tale compito assunto da colui che si è sottoposto all’esperimento.
suggerimento? In quest’ultimo caso, se l’osservatore si propone di fissare nella
L’esperimento è evidentemente impostato per indagare mec- mente dei gesti per potere disegnare uno schizzo o una caricatu-
canismi inconsapevoli, non inferenze razionali. L’interpretazione ra di ciò che osserva, allora appare evidente che la “risposta neu-
data da Iacoboni et al. suggerisce che sia stata rilevata una “sensi- ronale” sarà nettamente diversa rispetto a quella risultante da un
bilità” neuronale tale da fornire automaticamente e naturalmen- semplice stare a guardare i medesimi gesti.
te risposte specifiche ad un determinato “contesto”: To ascribe an Grezes, Costes e Decety hanno deciso opportunamente di
intention – annotano gli autori - is to infer a forthcoming new goal, indagare sperimentalmente questa variabile, valutando quanto
and this is an operation that the motor system does automatically essa incida sul tipo di risposta neuronale nell’osservatore. I risul-
(Iacoboni et al. 2005: 533). Sembra invece che il modo in cui le im- tati della loro indagine sembrano confermare l’ipotesi sollevata:
magini sono state predisposte vada a sollecitare principalmente se l’osservazione visiva è accompagnata da un compito supple-
l’abitudine ad associare ad un determinato gesto un determina- tivo (ad es. quello di osservare un gesto per poterlo imitare) al-
to contesto esperienziale. lora ha luogo una risposta differente rispetto a quanto avviene
In effetti, una delle variabili in gioco, che verosimilmente inci- con la pura e semplice osservazione di quel medesimo gesto. In
de non poco sull’intensità della risposta di “risonanza neuronale”, particolare, l’osservazione che mira all’imitazione comporta una
è l’insieme di aspettative e abitudini che ciascuno osservatore maggiore attivazione di aree nella corteccia prefrontale dorso-
porta con sé. Ad es., di fronte alle immagini proposte nell’espe- laterale e nel cervelletto, le quali sono chiamate in causa quando
rimento sopra considerato, c’è da aspettarci che sia differente si tratta di pianificare ed eseguire movimenti del proprio corpo.
la reazione di un operatore alberghiero rispetto a quella di chi Ciò che il soggetto si propone mentre osserva un gesto va dun-
si è appena ustionato con una bevanda calda, oppure rispetto que a modulare, con un effetto top-down, i meccanismi neurali di
alla risposta di chi, per la prima volta in grado di “vedere” dopo percezione di quei gesti, in vista, ad es., della riproduzione moto-
un’operazione agli occhi, cerca faticosamente di comprendere il ria di quei movimenti che si sono osservati attentamente proprio
significato di tale sequenza di immagini. a questo scopo (Grezes et al., 1998).

8. 10.
È verisimile che il “rispecchiamento” dell’intenzione di bere o V’è un altro aspetto importante da considerare: l’imprevedibi-
di riordinare, così come è stata definita nelle indagini sperimen- lità del comportamento di soggetti agenti che conosciamo solo
tali presentate in Grasping the intentions of Others, non sia neces- attraverso la visione di brevi clip, tanto più se ci si limita ad osser-
sariamente da considerare come la manifestazione di una qual- vare fotografie o immagini povere di informazioni. Infatti, da una
che forma di “comprensione” del perché di un’azione. Si potrebbe singola immagine, o anche da una breve sequenza d’immagini,
forse definire la presunta intenzione sottesa a tali atti più pro- non ci è possibile in genere risalire alle “intenzioni” del soggetto
priamente come una sorta di “processo autoriflesso” del nostro agente; semmai ci limitiamo ad “aspettarci” che egli vada a com-
stesso repertorio motorio, il quale si attiverebbe nell’osservazio- piere una certa qual cosa. Una determinata scena (come quella
ne di atti a noi noti, quando osserviamo simili atti intenzionali che raffigura una mano protesa ad afferrare una tazza, nel con-
mentre vengono compiuti da altri (cfr. Stevens, 2000)11. testo di una tavola imbandita per una pausa tè) potrebbe prose-
Se le cose stanno così, allora l’effetto di rispecchiamento do- guire in modi molto diversi e comunque congruenti rispetto alle
vrebbe risultare ridotto o assente nel caso in cui si osservino atti immagini prima osservate.
che non rientrano nel nostro repertorio motorio12. Nell’osserva- Un’equipe guidata da Buccino ha mostrato come di fronte
zione di atti compiuti davanti ai nostri occhi dovrebbe generarsi a sequenze di movimenti che terminano in modo inatteso l’os-
invece un effetto di rispecchiamento soprattutto in presenza di servatore presenti un incremento nell’attivazione di aree cor-
gesti compiuti in situazioni già vissute, anche in contesti diffe- ticali (in questo caso rilevate tramite fMRI), che andrebbero ad
renti rispetto a quelli a noi abituali: subiamo una sorta di “conta- integrare la debole risposta dei meccanismi di rispecchiamento
gio” sensoriale ed emotivo al vedere un funambolo che dà l’im- neuronale (Buccino et al., 2007). E così, se il soggetto osservato,
pressione di perdere pericolosamente il controllo dell’equilibrio, o mentre cammina, finisce per inciampare oppure per rovesciare il
se osserviamo da vicino un giocoliere che passa da una mano contenuto del bicchiere, allora nell’osservatore vengono solleci-
all’altra un oggetto infuocato. tate aree corticali (come il giro sinistro sopramarginale) che sono
in genere coinvolte nei processi attentivi legati al controllo dei
movimenti, nella loro articolazione spaziale e temporale. Nell’os-
9. servazione di esiti imprevisti, si è inoltre riscontrata l’attivazio-
ne di altre aree corticali (nella giunzione temporale-parietale e
Sono da considerare attentamente anche altre variabili in gio- nell’adiacente regione posteriore del solco temporale superiore),
co in ciò che viene indicata come la capacità di comprendere per in genere correlate ad attività non intuitive, legate all’interpreta-
rispecchiamento neuronale le intenzioni degli altri. Se si formula zione di credenze. Questi risultati sono stati ribaditi da altre inda-
l’ipotesi che il cosiddetto MNS fornisce risposte automatiche e gini sperimentali (ad es. Liepelt et al., 2008)13.
naturali di rispecchiamento alla visione di determinati atti inten-
zionali, si dovrebbe valutare con attenzione il fatto che non ci �������������������������������������������������������������������
. Si veda in proposito la meta-analisi curata da Van Overwalle &
stiamo riferendo ad un sistema cognitivo che opera autonoma- Baetens (2009) e condotta su 200 indagini svolte con fMRI, dedicate allo
mente rispetto al soggetto osservatore in carne ed ossa e alla sua studio sperimentale dei circuiti neuronali correlati al riconoscimento di
storia personale. Il medesimo atto può suscitare nell’osservatore atti intenzionali. Gli autori propongono la tesi della complementarietà
del Mirror Neurons System, il quale sarebbe coinvolto nel rispecchiamento
percettivo dei movimenti corporei degli altri, rispetto ad un cosiddetto
���������������������������������������������������������������������
. Lo studio ha dimostrato come nella percezione visiva di movimenti Mentalizing System (situato, secondo Van Overwalle, 2009 in aree della
apparenti, le aree motorie e parietali non presentano un’attivazione sig- giunzione temporo-parietale e della corteccia prefrontale mediale),
nificativa in relazione a movimenti «biomeccanicamente impossibili», il quale sarebbe coinvolto nella elaborazione astratta (per linguaggio
suggerendo che queste regioni si attivino selettivamente secondo le ca- verbale o simbolico) di riflessioni relative al perché del comportamento
pacità motorie dell’osservatore. altrui. Così gli autori: «these two systems are never concurrently active.
����������������������������������������������������������������������
. Perché non ci sono noti, oppure perché non ci è noto il modo di es- This suggests that neither system aids or subserves the other. Rather,
eguirli. they are complementary. This conclusion is contrary to suggestions that

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Se questi risultati dovessero essere confermati, si verrebbe proprietà di rispecchiamento» (Rizzolatti & Sinigaglia, 2010:271).
a ribadire per via sperimentale che il cosiddetto MNS svolge un È infatti evidente che la comprensione delle ragioni sottostanti al
ruolo centrale nella responsività neuronale correlata all’osserva- comportamento altrui non possa che generarsi su un piano che
zione e all’esecuzione di movimenti molto semplici e automatismi astrae da quello del semplice rispecchiamento visuo-motorio. Va
che fanno già parte del repertorio motorio dell’osservatore, men- però aggiunto che la persistenza della tendenza alla localizzazio-
tre l’osservazione di azioni non stereotipiche comporta il coin- ne di competenze cognitive complesse (come il comprendere
volgimento di aree associate a competenze cognitive molto più ragioni) entro un preciso network neuronale appare problema-
complesse, rispetto a quelle messe in campo dal modello di un tico non solo per motivi epistemici e logici, ma anche dalla pro-
automatismo naturale di rispecchiamento. spettiva neurobiologica, se si considera la costitutiva plasticità
neuronale e i rapidissimi e costanti processi ricorsivi attraverso
i quali l’attività cerebrale sembra incessantemente riaggiornarsi.
11. Ad ogni modo, queste riflessioni critiche non vanno certo a
sminuire il rilievo dei risultati delle indagini sui MNs di questi
È verisimile, dunque, che la responsività dei MNs sia signifi- anni, non solo per gli studi specialistici in campo neuroscientifico,
cativamente modulabile dall’esperienza motoria dell’osservato- ma anche più in generale per i progressi nella ricerca interdisci-
re. L’ipotesi che tale responsività sia modificabile attraverso uno plinare sulla genesi delle relazioni intersoggettive. In particolare,
specifico allenamento è stata sottoposta a indagini sperimentali l’idea della priorità dell’esperienza motoria su quella puramente
da parte di C. Heyes, C. Catmur et al. Il gruppo ha dimostrato che osservativa, per la percezione del comportamento motorio degli
attraverso un apposito training è possibile arrivare a provocare altri e per la costituzione degli aspetti basilari della prassi comu-
delle risposte neuronali inverse, le quali possono arrivare ad ini- nicativa, è sicuramente una delle indicazioni di maggior rilievo
bire anche completamente certi automatismi imitativi (Heyes et emergenti dall’ambito delle indagini sui MNs14.
al., 2005; Gillmeister et al., 2008, Cook et al., 2010). Ad es., si è di- Anche in questo caso, tuttavia, è opportuno non assolutizzare
mostrato come, addestrando qualcuno a ripetere con modalità il valore euristico di indicazioni sperimentali che vanno attenta-
inversa un movimento delle dita osservato si riesce a inibire una mente interpretate e discusse. Se si ammette opportunamente
risposta di rispecchiamento motorio. Non solo: in questo modo si che mirror neurons data do not say who is reading the neural activ-
riesce a modificare a tal punto la risposta soggettiva all’osserva- ity, non è affatto chiaro il senso di affermazioni, secondo le quali
zione da modificare anche il contenuto che è oggetto del rispec- il sistema motorio gives meaning to objects ed è responsible of the
chiamento neuronale; ad es. si può ottenere il rispecchiamento interpretation of motor events, and, by inference, provide knowl-
del movimento inverso rispetto a quello osservato (Catmur et al., edge on the existence of their agents (Rizzolatti & Gallese, 1997:
2007), oppure, sempre attraverso un apposito training, si può 226) . La
�������������������������������������������������������
premessa è vera perché la domanda sul “chi” non per-
ottenere che alla visione di un gesto della mano faccia riscontro, tiene al livello di osservazione di peculiari meccanismi neurona-
nelle aree premotoria e parietale, una dominanza nel rispecchia- li. Tuttavia, proprio per questo, la triplice asserzione che segue
mento neurale correlato al movimento del piede (Catmur et al., risulta incomprensibile: il “sistema motorio” di un individuo per
2008). sè non può essere né l’interprete, né il responsabile dell’interpre-
A supporto di questa tesi vanno considerati anche alcuni tazione di eventi motori, e nemmeno può essere in grado di co-
studi che hanno confermato la maggiore attivazione di MNs in noscere alcunché per inferenza, se non in senso metaforico o per
ballerini esperti (Calvo-Merino, 2005 e 2006; Cross et al., 2006) analogia.
mentre osservano movimenti di loro competenza, rispetto a mo- Una tale ibridazione concettuale, sia pur efficace sul piano
vimenti che invece non rispecchiano le loro competenze specifi- euristico, può certo risultare funzionale ad una sorta di sogget-
che (ad es. quando un ballerino classico osserva movimenti della tocentrismo biologico. L’esperienza umana in generale, con la sua
capoeira). Tali scoperte sono state confermate da altre analoghe componente essenziale di relazioni interpersonali, risulterebbe
indagini sperimentali condotte con esperti musicisti (Haslinger allora paradossalmente qualcosa che viene ad assumere un ri-
et al., 2005) e arcieri (Kim et al., 2011). lievo e un senso per il sistema motorio operante in un individuo,
rendendo inutile, in una tale fusione di orizzonti, non solo la do-
manda sul “chi”, ma anche quella sul “perché”.
12.
A conclusione, si può rilevare che l’ampia discussione interna- Bibliografia
zionale sui MNs esige oggi il passaggio ad un livello di maggiore Bennett, M. R., & Hacker, P. M. S. (2005). Philosophical Foundations
accuratezza concettuale ed epistemica. In quest’ottica, sarebbe of Neuroscience. Maldon – Oxford – Carlton: Blackwell 2005².
opportuno concentrare l’attenzione su problemi legati alla con- Bennett, M. R., Dennett, D., Hacker, P., & Searle, J. (2007). Neuro-
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anche se rivolti alla comprensione di un medesimo oggetto di Columbia University Press.
indagine.
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Da questa prospettiva è allora rilevante la seguente precisa-
Question? Journal of Consciousness Studies, 14, 5-19.
zione di Rizzolatti e Sinigaglia: «la comprensione della ragione
(reason) sottostante all’intenzione motoria sembra essere localiz- Brass, M., Ruby, P., & Spengler S. (2009). Inhibition of Imitative Be-
zata in aree corticali», che fino ad ora «non hanno mostrato avere havior and Social Cognition. Philosophical Transactions of the
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the mirror system might aid the mentalizing system to inferring inten- Buccino, G., Lui, F., Canessa, N., Patteri, I., Lagravinese, G., Benuzzi,
tions of others». Van Overwalle e Baetens specificano: «Thus,we do not F., Porro, C.A., & Rizzolatti, G. (2004). Neural Circuits Under-
at all suggest that these two systems are disconnected in real-world so- lying Imitation Learning of Hand Actions: An Event-Related
cial inferencing. Quite on the contrary, in judging others, we often rely fMRI Study. Neuron, 42, 323–334
on both a target’s motor intentions and explicit verbal information (e.g.,
observing the target of a gossip and hearing harsh words spoken about Buccino, G., Baumgaertnes, A., Colle, L., Buechel, C., Rizzolatti,
him or her)». E concludono: «How these two types of information interact
is still a newarea in social neuroscience, one that we are only beginning ���������������������������������������������������������������������������
. Per una introduzione alla discussione in corso relativa alla rivalutazi-
to explore by means of tasks as exemplified by actions that are unex- one della teoria della percezione linguistica di Liberman, che ha chiara-
pected and inconsistent. One question for future research is to explore mente ispirato il modello proposto dai primi teorici dei MNs, si veda il
what happens in the social brain when tasks potentially recruit both sys- numero monografico di «Brain and Language», 112 (2010) curato da G.
tems, but when the motor and the verbal inputs contradict each other» Hickok e da lui efficacemente presentato in The role of mirror neurons in
(ivi, 579). speech and language processing, ivi, 1-2.

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Second nature
For a liberal naturalism of mathematics
Mario Graziano - mgraziano@unime.it
Department of Cognitive Sciences, Educational and Cultural Studies, University of Messina

Abstract
The term “naturalism” has, over the course of the history of philosophy, taken on different and changing meanings, so we can apply
it to a large number of philosophical areas, all having in common only an unspecified reference to the field of nature. Fortunately, con-
temporary naturalism has changed in recent years, with less erratic and ambiguous connotations, thus allowing for the possibility of
identifying two distinct meanings: “scientific naturalism” and “liberal naturalism”, respectively. In this paper, we shall demonstrate how
the distinction between different types of naturalism may more or less positively affect the field of numbers and arithmetic properties.

Keywords
Naturalism, liberal naturalism, mathematical naturalism, Maddy scientific naturalism.

Introduction different fields of human existence. This allows the recovery con-
cepts such as normativity, intentionality and free will, which are
The term “naturalism,” over the course of the history of phi- hardly reducible to the physical world, thereby giving them the
losophy, has taken on different and changing meanings, so we dignity of belonging to the domain of the natural world, away
can apply it to a large number of philosophical areas (the Ionian from any metaphysical contamination.
philosophers, Aristotle, the philosophy of Hume and Spinoza, We shall see below how this distinction between different
nineteenth-century positivism, logical empiricism and pragma- types of naturalism may affect more or less positively the field of
tism, to name just the most popular areas), all having in common numbers and arithmetic properties.
only an unspecified reference to the field of nature. Fortunately,
contemporary naturalism has changed in recent years, with less
erratic and ambiguous connotations, thus allowing for the pos- 1. Scientific naturalism and the philosophy of
sibility of identifying some common traits in different fields of mathematics
application (De Caro & Macarthur 2004). Generally, two distinct
meanings can be identified, “scientific naturalism” (much better As we have said, for Quine and for all of the scientific natura-
known) and “liberal naturalism” (less known, but which in recent lists, the intent and purpose of mathematical research is to seek
years has had a rapid rise), respectively. Both of the two perspec- solutions of science and philosophy together because they can-
tives share what might be called the “constitutive theory” of na- not be separated. In this sense, mathematics involves cognitive
turalism, namely, the use of laws, explanations, and entities that processing, precisely like the theoretical aspects of science. In
are given in nature and therefore do not belong to the realm of the same vein, Quine asserted that, although not entirely faithful
the supernatural (religious beliefs, mysticism, demiurges, deities, to the original spirit of mathematics, the leading figure in twen-
and so on). In addition, both modern conceptions of naturalism tieth-century mathematical naturalism is P. Maddy. In fact, even
agree that the natural sciences are the ideal model to which all referring to Quine in terms of the importance of the scientific
other sciences must comply in order to be legitimated in their method, which can also be associated with the pragmatic ap-
cognitive activity. proach more than that of the mathematical community, but con-
However, although both concepts make claims as to the va- vinced of the value of the presumed ability of mathematicians
lue of natural science and the experimental data that can be to judge and control the construction of their theories, and thus
derived from it, the two views are divided on the role to which contradicting one of the main theses of scientific naturalism,
philosophy should be assigned. In fact, according to the concep- which only processes information in terms of that which is scien-
tion of scientific naturalism, which in its most radical form has tifically useful (and not according to the criteria that is defined
been commonly traced back to Quine (but which has also been within the community of mathematicians) as the only criterion
associated with the perspectives of the analytic philosophers of acceptability of a thesis. However, given the particular field of
such as Dennett and Churchland), philosophy is not an activity her research, Maddy was able to provide definitions for the enti-
that arises from a point of view that is “external” to the natural ties that philosophers discuss, but which, at least prima facie, are
sciences (as theorised by, among others, Aristotle, Descartes and not attributable to the entities that have been postulated by the
Kant), but rather, philosophy is, in itself, a part of science: it arises natural sciences (in her specific case, the abstract entities of ma-
as part of our system of the world, in continuity with the rest of thematics). This is the so-called “placement problem,” otherwise
science. In short, Quine argued for the need to abandon once understood as the problem of identifying the location of these
and for all the “dream” of a Philosophia Prima, a philosophy that entities in the natural world. To this specific issue, Maddy has
is more important than natural science: the Philosophia Prima responded over the years, first by supporting a form of mathe-
must give way to the Scientia Prima. matical Platonism (called “realism set theory”), and even going
In contrast, theorists of the liberalised conception of naturali- so far as to apply the “principle of indispensability” to justify the
sm, though they also believe that scientific knowledge is funda- realism of mathematical entities by virtue of her argument that
mental to philosophy and that philosophical formulations must the objective existence of abstract entities is integral to the best
take into account the achievements of natural science, do not explanation we have of the world (according to Quine’s holistic
accept the “continuity” thesis of scientific naturalism because for network and the role that mathematics plays throughout). Ho-
those authors, philosophy differs from science in the method, wever, justifying Platonism requires that we make room for the
object and purpose of the research. According to the theorists, faculty of mathematics, which, on the other hand, is criticised
only in this way can philosophy overcome the sharp division that from the point of view of nature in values.
exists in the scientific version of naturalism, between the actual Maddy has attempted to object to this criticism by exposing
phenomena of the physical world and those that relate to the the point of view that mathematical intuition is not only simi-

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lar to sensory intuition, as Godel claimed, but rather, it is a fa- animal species. Dehaene further suggests that this instinct is the
culty of perception, i.e., the perception of sets of medium-sized expression of the operation of a mental organ, a set of brain cir-
physical objects, whose formation can be detected in the brain cuits that are also present in other species, which functions as an
(Maddy, 1990). In this sense, we arrive at the second strategy that accumulator, i.e., as a type of counter that allows us to approxi-
has been adopted by Maddy, i.e., the reductionist strategy, ac- mately perceive, store and compare numerical quantities. Nume-
cording to which these properties are ontologically genuine, but rous studies with brain imaging techniques have in fact shown
only because they are ontologically identical to, or occurring ac- the role of a part of the parietal cortex, the intraparietal sulcus
cording to, scientifically acceptable properties. In Realism in Ma- (more precisely, the horizontal part of the parietal lobe, the “bi-
thematics, 1990, Maddy indicates that the discoveries that were lateral horizontal segment of intraparietal sulcus,” cfr. Dehaene
made in those years came from neuroscience and experimental et al. 2003), which is active in those tasks that appeal to these
psychology in order to focus on the analogy between the insight approximate representations.
of sets and the perception of objects (an idea was intuited by Go- In her 2007 book, Second Philosophy, Maddy (2007)
del, as mentioned above). Drawing on the findings of the neuro- acknowledges that neuroscientific research has been enriched
physiologist Donald Hebb (1980), who showed that neurons not by new discoveries, having become gradually more and more
only confine themselves to carrying out immediate perceptual precise in detail with regard to the research on the nature of
activity but, on the contrary, they continue their mutual functio- mathematical entities and that the field has improved decisi-
nal electrical stimulation well after the cessation of sensory sti- vely. Through the arguments of Realism in Mathematics, Maddy
mulus, by which are formed “cell assemblies” (groups of neurons claims that, aside from the neurophysiologic findings we have
in the connection), Maddy identifies in these groups of neurons today (especially those that are derived through the use of PET
that maintain a connection with each other the neurophysiolo- and fMRI), things are very different from those of 1980, when she
gic consideration of her idea of “physical object.” addressed the work of Hebb. For these reasons, in Second Phi-
In other words, according to the author, in order to form a ga- losophy she refers specifically to Dehaene and Spelke and their
thering of cells that are capable of grasping an object, for exam- numerical experiments that were related to cognition. However,
ple, “delta,” it will first require the gathering of the mobile phone even if the outcome of these experiments is unanimously cer-
that is capable of detecting the angles. Then, these will give rise tain, the fact remains that in terms of the latter interpretations,
to the gatherings that are able of capture a certain type of trian- Maddy turns out to be quite controversial because, once again,
gle from a certain perspective, and then a number of gatherings she finds a way to make this material support the role that the
of different perspectives give rise to a perspective that integrates theory of sets plays in mathematics. The result is that Maddy ma-
the various perspectives as described above, thereby referring nages to bring out certain cognitive invariants that, according
them to a single object. Maddy is convinced that these obser- to her Platonist interpretation of set theory, correspond to the
vations fully validate, from the neurophysiologic point of view, elementary properties of the objects of such theory. However,
Piaget’s theories concerning the formation of the concept of the this is not enough to send us to some plausible epistemology for
object by children. In fact, she also writes in the same work: “This mathematics because the role upon which set theory in mathe-
expectation is substantiated by the experiments of Jean Piaget matics depends is held by the whole theory. Furthermore, as is
and his colleagues. The child’s ability to acquire perceptual be- shown by Parsons (2007), assuming that it is permissible to draw
liefs about physical objects, as judged from behaviour, develops a conclusion from the description of the phenomena of percep-
between the ages of one and eighteen months. At the beginning tion that would be at the base of our elementary numbers, there
of this period, the child’s world is a welter of isolated incidents” remains the problem that both of the mathematical theories that
(Maddy, 1990: 54). Therefore, according to the author, the same are applied in this description, both those used in the neural and
neurons are the ones that are set in motion by the continuing psychological theories, can be formulated, and, moreover, they
perception of the object, although from different perspectives have been quietly made, without invoking set theory in any way:
by which it is perceived, which are continually challenged to so, “It is just not plausible that the formulation in terms of set the-
keep their electricity on each other and by then generating a ory reflects the nature of things to that the degree Maddy’s view
cell that serves as a gathering “object detector.” From these con- presupposes” (Parsons, 2007: 211). The problem, as evidenced by
siderations, especially based on Piaget’s experiments of seriation Parsons, seems ultimately to depend on whether the transition
and commissioning, Maddy suggests a similar development from elementary mathematical beliefs to empirically based pro-
with regard to the formation of the assembly concept. In fact, cesses that govern our mathematical theories cannot in turn be
she goes on to say: “In this way, even an extremely complicated justified empirically, although the transition is clearly crucial in
September would have a spatial-temporal location, as long as it the building of mathematics itself. It is on this crucial point that
has things in the physical ITS transitive closure. And any number Maddy’s scientific naturalism has failed. However, has naturalism
of different sets would be located in the examination place, for itself failed?
example, the set of the set of three eggs and the two set of hands
is located in. The same place as the set of the set of two eggs and
the set of the egg and the other two hands.” (Maddy, 1990: 59). 2. The liberal naturalism of mathematical entities
Therefore, in Realism in Mathematics, Maddy is convinced of
the value of Piaget’s experiments and his idea that there is a rela- As we have said, the scientific naturalism of natural science
tionship between a general intelligence structure and the evolu- constitutes the model to which all other sciences and philo-
tion of mathematical competence. However, in the last 25 years, sophical reflection must comply in order to be legitimised in
the Piaget model has been questioned for evidence of numeri- their cognitive activities. But, despite being a legitimate crite-
cal capacities in animals and children. Many works have, in fact, rion in its principles, it proves to have great limitations in the
shown that not only animals and children are able to represent face of mathematical concepts, such as numbers, time, and so
numbers crudely, but that this ability summons brain structures on. For some authors, the irreducibility of these objects and
that are similar among species. Furthermore, numerical experi- the natural horizon that is based on the apparent intractability
ments on adult cognition have highlighted the important role of natural science would suggest the need to eliminate them
played by nonverbal processes and have shown how logic is not from the philosophical vocabulary and to replace them with
a primordial and primary aspect of numerical representation: scientific terms and concepts that provide greater consistency
mathematical ability, albeit an approximate one, seems be pre- in the material plane. This is the view, for example, of Hartry
sent in children from the earliest days of life, constituting a sort of Field with respect to mathematical properties. According to the
universal jurisdiction that mathematical neuroscientist, Stanislas author, in abstract classes, math does not exist, and therefore,
Dehaene (2011), calls “number sense,” which we share with other the truth value of mathematical statements is identical to that

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of sentences like “Oliver Twist lived in London,” that is, they are the principles of choice that flow from it. The descriptive part
irrevocably false. of the theory has the task of determining whether in fact these
Fortunately, in recent years, a type of naturalism has beco- agents follow rules. As has been highlighted by several experi-
me increasingly popular that is less radical than the scientific mental psychologists, in certain circumstances, the agents do
modes proposed by Quine-Maddy or than the eliminativism not follow the normative theory as theorised, which gives rise
by Field, showing that there are other ways in which naturalists to certain paradoxes (one of the most famous is that of Allais),
can go beyond the reductionist model of scientific naturalism. in which the agents will systematically move away from maxi-
In this proposal, the key appears to be compatible (rather than mising their usefulness. Decision theorists may argue that this
continuous) between philosophy and science, which forcefully response is so irrational that it contains an error of reasoning or
leads to the anti-reductionist focusing on themes of normativi- some factor that has influenced the response of causal agents.
ty. Scientific naturalism is not in fact able to provide an account In this case, it therefore appears that interpretive understanding
for the inadequate explanation of the constitutive features of is not a causative factor. It is, as it were, opaque, and contains
human nature. However, how can we reconcile the normative le- no reference to a rule, but rather it refers only to a psychological
vel with the causal (which is typical of the natural sciences)? This process that is responsible for the error, “but to say what it means
question comes in response to John McDowell, whose proposal give to understand that error, giving to understand why agents
is emblematic of the position that has been taken by mediating do” (Engel, 2001: 16).
liberalised naturalists. According to McDowell, the specificity of While Engel’s warning does not require us to accept how
human beings is unique because they come with a “second na- the cognitive epistemic is irreconcilable with the best available
ture” (De Caro & Macarthur 2010). Referring to the notion of a practices, one must nevertheless emphasise the example that he
“space of reasons” by Wilfrid Sellars, McDowell argues that the reported does not undermine liberal naturalism for several rea-
best way to explain some features of human behaviour is to refer sons. First, naturalism’s apparent paradoxes includes errors, and
not only to the “causes” that govern bodily movement but also, decision theory can easily explain such shifts “for reasons” that
especially, the “reasons” for human actions: “reasons.” However, are other than those prescribed by traditional the neoclassical
these should not be considered to be abstract entities that are theory of utility maximisation, for example, an agent can decide
independent of human experience but, in contrast, they are an to give up today to try to maximise more tomorrow, or becau-
integral part of our nature (they are, in fact, our “second natu- se they forego maximising, the agent thinks of acquiring social
re”). In this case, the liberal naturalism of McDowell meets the prestige, and so on. Therefore, we are not always true and just
first requirement (which we might call ontological) on which in advance of committing “errors,” as theorised by experimental
scientific naturalism, as opposed to the difficulties presented psychologists as well as by Engel. In secundis, a new paradigm
by Maddy, namely the investigation into the nature of the ex- is having more success in explaining economic changes in the
planations of all types of entities that are required by paragraph context of a union between a formal explanation and a causal
of this explanation, without a priori constraints: in this way we explanation of economic factors: the neuroeconomy that does
will not have any difficulty in accepting the existence of entities not reject in toto the neoclassical explanation, but, rather, it tri-
such as morals, as the modal or intentional (and the truth or fal- es to find neural correlates (Camerer, 2003). Finally, it should be
sity of the corresponding ratings), provided that these entities noted that the liberal naturalist (perhaps McDowell can be exclu-
are essential to take into account the important aspects of our ded in this case) will have no difficulty in accepting a reduction
thinking, which means that no explanations can include super- or elimination, but only if this proves to be either impossible or
natural entities that violate the laws of nature. In the case of ma- epistemically fruitful.
thematical entities, then, we must not commit a “misrepresenta- If anything, the real problem of liberal naturalism, conside-
tion,” and proceed to privilege the real, once and for all, which is red in the positive light of Engel, is that if we want to provide
true only according to our beliefs and symbolic mathematics. To the description of not only a certain phenomenon but also the
clarify the issue on mathematical entities, we need two different adequate explanation of why a certain thing happens, we should
notions of existence, and liberal naturalism has no difficulty in aim to answer the question of whether it is possible for humans
explaining both notions. We borrow the dual notion of existence (unlike other physical systems), to participate in a “second natu-
from a philosopher of language, Aldo Bonomi, who distinguishes re.” In fact, when you engage in arguing that rational agents are
between r-esistance and l-existence: “The r-existence is, in the natural systems, then you have almost groped duty to provide
terminology above, the existence-in the ordinary sense. L - here an answer to this question. To answer this question, however,
it means to belong to a certain domain of interpretation. It is an we do not have to abandon liberal naturalism because all of the
existence that has a linguistic nature in the sense that objects knowledge that is available to rational agents, including mathe-
exist-that owe their identity to linguistic criteria. All you need to matics, is part of a natural process of adaptation. It is under such
state that something exists is that you can find that object in the a process that mathematics has occupied an important place in
logical space of discourse in which it appears” (Perconti, 2003: the course of human evolutionary history as a decisive step to-
10). Therefore, liberal naturalism as defined by McDowell, but wards the achievement of higher cognitive abilities, which has
also all by others who are inspired by this form of naturalism, supported the formulation of hypotheses about the shapes of
has no difficulty in accepting conceptual analysis (and here we bodies that are present in the environment, as well as their posi-
come to a second requirement, which is that of methodology) tion and their number. This has meant that humans have disco-
as a method that is a legitimate investigation unless it represents vered more and more new properties of the environment that
a fruitful way to explain certain phenomena, as long as this me- have led us to advance towards more appropriate behaviours
thod can be proved to be incompatible with the investigations of and to have greater success. The need to formulate hypotheses
the natural sciences, for example, neuroscientific investigations. derived, therefore, in the simplified view, from the signals that
If this is true, then normativity is not incompatible with a descrip- are provided by bodily sensory receptors, which were not suf-
tive and causal investigation: that is to say, logically at least, that ficient and therefore required imbuing these signals with mea-
normativity can be compatible with descriptive and causal inve- ning, which, in itself, was ambiguous and susceptible to multiple
stigations. interpretations.
However, does this hold for all knowledge? Let’s review an The notion that mathematics is part of a natural process of
example, taken from Pascal Engel (2001), in a field that is close to adaptation is clear in arithmetic. As demonstrated by Stanislas
mathematics, which is that of decision theory. According to de- Dehaene’s experiments and those of other cognitive neuroscien-
cision theory, in rational choice, “Bayesian” rational agents obey tists, the idea of numbers is not derived from our sensations
a minimal standard, which is that of maximising expected utility. (otherwise, children would have numerical concepts within
The normative theory of rational choice under this formula and a few days after birth, requiring only the ability to manipulate

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them) but we must assume that our brain has an innate ability
that allows us to detect small numbers and that this ability is a
product of evolution. Of course, arithmetic is not sufficient to de-
velop these innate abilities, but we also need the ability to create
systems of symbols, both spoken and written. Only by virtue of
these additional skills may we appoint different infinite numbers,
address continuous quantities of discrete things and invent the
rules of arithmetic. The latter skills, however, are not the product
of biological evolution, but rather they are the product of ano-
ther type of evolution, a cultural one, which, unlike the former, is
much faster and more accurate.
Therefore, the interrelationship of these considerations indi-
cates that naturalism proves to be liberalised, even the best of
all possible naturalisms, if only because the objectivist view of
science is subjective and sees human beings as agents.

References
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75.
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Editore.

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Creatura collettiva. Note sul concetto di
cognizione distribuita
Francesco La Mantia - francesco.lamantia28@unipa.it
Università degli studi di Palermo/Dipartimento Fieri-Aglaia

Abstract
In this paper, I will examine some aspects of a research program called “Distributed Cognition”. My goal is twofold: a) to clarify the
many meanings of the word “distribution” in the context of cognitive science; b) to analyze the relationship between “Distributed co-
gnition” and three distinct topics i.e: 1) “Computational Theory of Mind”; 2) “Social Cognition”; 3) “Personal Mind”. In the conclusions, I
will try to fomulate some questions that remain open in the debate on Distributed Cognition.

Keywords
Distributed cognition, social cognition, personal mind, computation, ants.

Dio non ha unità, cessi cognitivi possono essere distribuiti tra i membri di un grup-
come potrei averla io? po sociale, oppure possono essere distribuiti nel senso che le
(Fernando Pessoa) operazioni del sistema cognitivo comportano la coordinazione
di strutture interne ed esterne (materiali o ambientali), o ancora
possono essere distribuiti nel tempo in modo tale che i prodotti
1. Difficoltà ed esitazioni di eventi passati possano trasformare la natura di eventi succes-
sivi (2068)». Questo è il repertorio concettuale primario di CD. Il
Discutere di cognizione distribuita – d’ora in poi, CD – può for- resto è un lungo e articolato commento ai tre sensi di “distribu-
se sembrare un esercizio intellettuale sterile e privo di effettivo zione” introdotti.
interesse. Questa valutazione ha dalla sua parte un dato difficil-
mente contestabile: CD si è trasformata rapidamente nell’ogget-
to di culto di numerosi studiosi appartenenti ad aree diverse del 3. Presupposti teorici di CD
dibattito scientifico. Messo tra parentesi il potere banalizzante
delle mode culturali, rischio costantemente presente in queste Talora, i commenti possono nascondere gradevoli sorprese.
forme di venerazione religiosa, l’ostacolo principale che si oppo- Una parte consistente dei contributi prodotti nell’ambito di CD ne
ne a un esame dettagliato di questo approccio allo studio della ha ricostruito i presupposti teorici di base. Il lavoro di ricostruzio-
cognizione sembra un altro: l’assenza totale di novità. Rispetto ne condotto ha permesso di esaminare i contesti di provenienza
alla prima fonte di esitazione, questa seconda difficoltà presen- delle principali idee promosse da questo programma di ricerca.
ta un numero maggiore di elementi problematici. In fondo, le Ne è emerso uno scenario composito, di notevole ricchezza e va-
mode culturali, se non sono esattamente un falso problema, re- rietà. Dai grandi classici del pensiero sociologico, antropologico
stano una malattia comune di molte discipline per le quali esiste e psicologico fino ad alcune pietre miliari delle scienze cognitive,
già una cura efficace: attendere che esse terminino. Ben diversa, la letteratura sull’argomento pullula di continui riferimenti alle
invece, è la questione sollevata dal secondo capo d’accusa. In opere di Durkheim, Marx, Vygotsky, Wittgenstein ma così pure
questo caso, non si tratta di neutralizzare i nefasti effetti di frain- ai lavori di Minsky e del gruppo PDP. “Le radici” di CD, oltre che
tendimenti e indebolimenti concettuali, ma di capire se CD abbia “profonde” (Hutchins, 2001: 2068), sembrano spingersi così nelle
in dotazione un potenziale euristico originale. Il dubbio che non direzioni più disparate. Fuor di metafora: essa trae ispirazione da
sia così è suggerito implicitamente dai partigiani più autorevoli prospettive teoriche differenti. La presenza di fonti tanto nume-
di questo programma di ricerca. rose e diverse costituisce nello stesso tempo un punto di forza e
di debolezza. È un punto di forza perché garantisce un approccio
pluralistico ai problemi e all’analisi dei fenomeni esaminati; è un
2. CD: forme e significati. punto di debolezza perché presta il fianco a una critica fonda-
mentale, cui si è accennato poco prima: l’assenza di novità.
Hutchins (2001) distingue tre letture di CD, ciascuna centrata
su aspetti particolari della cognizione: interindividuali, ecologici
e temporali. Le letture che interpretano CD in chiave ecologica 3.1 Approfondimenti
e interindividuale mettono sotto attacco uno dei dogmi centrali Questa critica, sia pur nella forma di una cauta ammissione, è
del cognitivismo tradizionale: l’individuo come unità di analisi stata fatta propria anche da studiosi che militano nelle fila di CD.
fondamentale dell’indagine cognitiva. Nel contesto di queste Cole & Engeström (1993), Karasavvidis (2002) e Angeli (2008) –
letture, i confini della cognizione sono situati al di fuori degli in- solo per citare alcuni dei contributi più interessanti – sono casi
dividui: memoria, apprendimento, processi decisionali, inferenze esemplari di questa tendenza. Nel contesto di tali lavori, l’esame
e, più in generale, ogni forma di ragionamento sono funzione di delle caratteristiche peculiari di questo programma di ricerca è
specifiche interazioni tra individui, ambiente e artefatti di vario preceduto dall’osservazione secondo cui «distributed cognition
tipo. Le letture che interpretano CD in chiave temporale comple- is not new». Probabilmente, nelle intenzioni degli autori, si trat-
tano questo lavoro di revisione introducendo un punto di vista ta solo di un’indicazione di chiarimento. Letta in un’altra ottica,
dinamico nell’analisi della cognizione: i fenomeni cognitivi sono però, questa indicazione fa il paio con il dubbio precendente-
descritti nei termini di processi che evolvono nel tempo e che mente sollevato: se CD non è una novità, allora non è certo che
possono modificarsi sulla base di trasformazioni precedenti. Da essa rappresenti un punto di vista originale nell’analisi dei feno-
qui tre diversi impieghi della parola “distribuzione”: a) condivi- meni cognitivi. Questa incertezza dipende dal fatto che non sono
sione tra i membri di una comunità o di un gruppo sociale; b) chiari i parametri in base ai quali è valutato il potenziale euristico
accoppiamento strutturale con l’ambiente; c) evoluzione tempo- di CD. Se essi si riducono a pochi criteri arbitrari che limitano tale
rale. Nelle parole di Hutchins (2001): «[…] risultano almeno tre valutazione all’esame di concetti e modelli provenienti da altre
generi interessanti di distribuzione dei processi cognitivi: i pro- discipline, allora questo potenziale ha ben poco da offrire. Ver-

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rebbe così confermato il pregiudizio, spesso serpeggiante in let- tando che i rapporti tra CD e TCM sono, in realtà, molto stretti
teratura (cfr. Grison, 2006: 31), secondo cui CD è la riproposizione e in linea con i principali obiettivi del cognitivismo tradizionale.
aggiornata di categorie e metodi che appartengono a tradizioni Ridotte all’essenziale, le critiche enucleate possono essere sinte-
di ricerca più antiche: «La “cognizione distribuita” è un program- tizzate in questi termini: lo spostamento di attenzione dagli indi-
ma di ricerca che oggi gode di notevole visibilità […]. Resta il fat- vidui alle relazioni tra gli individui e l’ambiente circostante, che
to tuttavia che l’esistenza di questa corrente è già vecchia e risale a CD ha sempre promosso, costituisce senza dubbio un elemen-
parecchi decenni fa»15. È possibile però adottare una lettura diver- to di novità rispetto al modo in cui le scienze cognitive hanno
sa di questo programma di ricerca e sfatare così il mito che esso tradizionalmente impostato l’analisi dell’intelligenza e delle sue
sia solo un “revival cognitivo” di vecchie glorie del passato. Que- principali operazioni. Questa trasformazione però non si spinge
sto mutamento prospettico può essere innescato tenendo con- a tal punto da modificare l’idea generale di mente che sta die-
to di pochi dettagli essenziali. Si tratta di valutare, da un lato, il tro TCM. Nell’ambito di questo programma di ricerca, il termine
modo in cui CD integra i contenuti di istanze teoriche differenti e, “mente” è impiegato in riferimento a un dispositivo computazio-
dall’altro, di esaminare il tipo di obiezioni che le vengono mosse. nale, implementato nel cervello, che opera secondo regole logi-
Sul primo punto, vi è poco da aggiungere: CD – lungi dall’essere co-formali ben codificate. In estrema sintesi, la “mente computa-
un’accozzaglia disordinata di metodi e strategie di analisi – è un zionale” è un sistema di elaborazione dell’informazione basato
programma di ricerca consolidato che si è imposto negli attuali sulla manipolazione di simboli (o rappresentazioni) che hanno in
dibattiti per la capacità di coordinare in un quadro organico e dotazione sia proprietà sintattiche che semantiche. Le indagini
intuitivamente accettabile domini di indagine eterogenei. Natu- di CD, sebbene centrate su unità di analisi differenti, restano fe-
ralmente, questa capacità di coordinazione rappresenta già un deli a un ideale computazionale di mente e interpretano le azioni
segno di originalità non banale. Quanto al secondo punto, inve- degli esseri umani in funzione di questo ideale:«Seguendo una
ce, si possono fare diverse considerazioni. Qui mi limiterò a for- tradizione cognitivista, la cognizione distribuita legge la mente
mularne una sola: quella principale. Nel corso degli ultimi anni, in termini di computazioni che operano su rappresentazioni in-
CD è stata sottoposta a un numero crescente di critiche, spesso terne – ed è in funzione di queste rappresentazioni che l’azione
durissime, che hanno incontrato il favore di figure disciplinari umana è compresa» (Button, 2008: 91). Diversi passi di Hutchins
differenti. Etnoantropologi (Button, 2008), filosofi della mente di (1996), pietra miliare di CD, recano tracce evidenti di questa let-
orientamento analitico (Sprevak, 2009; Di Francesco, 2004; Ru- tura. Per esempio: quelli relativi alle “azioni di gruppo” compiute
pert, 2004) e fisici dei sistemi complessi interessati a tematiche dall’equipaggio di una nave alla deriva. Il lessico adoperato per
di ontologia sociale (Chavalarias, 2006; 2007) hanno valutato descriverle fa riferimento, da un lato, al bagaglio di calcoli interni
con profondo acume critico il valore epistemologico di alcune che ciascun membro dell’equipaggio deve eseguire per svolgere
sue proposizioni fondamentali. Al di là degli esiti cui ciascuna di certi compiti individuali, dall’altro, al bagaglio di calcoli interni
queste critiche è pervenuta, il dato che è emerso è la centralità che ciascuno di essi deve eseguire per coordinarsi con gli altri
indiscussa di CD come punto di riferimento di alcuni tra i più in- membri dell’equipaggio – ossia per svolgere un compito colletti-
teressanti dibattiti di filosofia delle scienze cognitive degli ultimi vo. Il lavoro svolto è così interpretato tramite categorie di ordine
vent’anni. La forza delle obiezioni mosse è stata direttamente computazionale radicalmente difformi dalle categorie di ordine
proporzionale al credito goduto da questo programma di ricerca sociologico (e antropologico) comunemente adoperate nell’ana-
presso studiosi e appassionati. Più che una moda culturale o una lisi di casi simili. Da qui il senso generale della prima critica: CD
stanca riproposizione di vecchie teorie camuffate, esso è stato non è una rettifica di TCM perché essa – lungi dal modificarne le
l’interlocutore credibile di punti di vista rivali, altamente quali- categorie di riferimento – ne estende il raggio d’azione alla sfera
ficati, che ne hanno confermato, se non l’originalità, lo spessore dei rapporti sociali umani, ridotti così a risultato di interazioni tra
teorico. Da qui la necessità di analizzare le obiezioni in gioco e di dispositivi computazionali variamente sincronizzati. Nelle parole
metterne a fuoco i contenuti essenziali. di Button (2008:90): «Hutchins descrive le loro attività in termini
cognitivi come risultato sia dell’elaborazione cerebrale nella te-
sta dell’individuo sia dell’elaborazione cerebrale coordinata tra
4. CD: obiezioni le teste.
La Cognizione Distribuita è un chiaro tentativo di tirar fuori
Le obiezioni rivolte a CD possono essere suddivise, grosso dalla bottiglia il genio cognitivo per disperderlo nel mondo so-
modo, in due filoni principali: uno relativo al punto di vista delle ciale. Una conseguenza di questo modo di fare è che gli ogget-
scienze umane – d’ora in poi, PSU; un altro relativo al punto di ti quotidiani nei luoghi di lavoro sono ridescritti nel linguaggio
vista della filosofia della mente – d’ora in poi, PFM. Iniziamo con arcano delle scienze cognitive e del modello computazionale
l’esaminare il primo filone. della mente». Quanto alla seconda questione – i rapporti tra CD
e CS – essa tocca un altro punto cruciale del dibattito. In questo
caso, si tratta di stabilire se le due nozioni sono equivalenti op-
4.1 CD sotto attacco: la peculiarità degli esseri umani pure no. La tendenza generale, diffusa tra numerosi studiosi di
Le obiezioni che PSU muove a CD toccano due ordini di economia e scienze sociali, è di valutare l’una come una variante
questioni: 1) i rapporti di CD con la teoria computazionale della terminologica dell’altra. CS (esattamente come CD) coprirebbe
mente – d’ora in poi, TCM e 2) i rapporti di CD con la cognizione gli aspetti inter-individuali della cognizione, ossia tutti quei feno-
sociale – d’ora in poi, CS. Quanto alla prima questione, si tratta meni cognitivi che riguardano l’interazione tra i membri di una
di stabilire in che misura CD rappresenti una rettifica effettiva comunità qualsiasi. In questo contesto, quindi, l’analisi trattereb-
di TCM. Le letture ecologiche e interindividuali della parola “di- be indistintamente di società di insetti, banchi di pesci, stormi di
stribuzione”, cui si è accennato nel paragrafo 2, dovrebbero dis- uccelli o gruppi umani. C’è chi, però, come Chavalarias (2007), ha
sipare ogni dubbio al riguardo. Nel contesto di TCM, l’unità di sollevato alcune importanti obiezioni. Quella principale riguarda
analisi fondamentale è l’individuo – o meglio: quel che accade il rischio di accorpare sotto una comune etichetta generale do-
nella testa di un individuo. Poiché CD espande i confini di questa mini d’indagine troppo diversi. Da qui la necessità di distinguere
unità, essa può essere considerata a buon diritto una rettifica di in modo adeguato tali domini e presentare CS come una versio-
TCM. L’esame di singole menti individuali cede il posto a inda- ne raffinata di CD. Sulla base di questa rettifica, CS, anziché com-
gini di più ampia portata, centrate su multipli fattori correlati: prendere tutte le forme di vita aggregate, si limiterebbe a coprire
interazioni tra individui e individui, tra individui e ambiente, etc. soltanto quelle umane:«Qui difendiamo l’idea che la cognizione
Tuttavia, nonostante questa espansione, il dubbio rimane. Alcuni sociale sia un raffinamento del concetto di cognizione distribuita
etnoantropologi, tra cui Button (2008), lo alimentano argomen- piuttosto che qualcosa di equivalente. Si tratta di un fenomeno

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. Corsivi nostri.

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proprio delle società umane».16 L’argomento di Chavalarias (2007) lacune, l’attacco a CD è così articolato in due passi. Il primo ap-
è, grosso modo, questo: le forme di interazione caratteristiche profondisce alcune critiche già formulate nel contesto di PSU; il
di una comunità umana presentano proprietà irriducibilmente secondo, invece, sviluppa una serie di considerazioni originali su
specifiche che non possono essere replicate nel contesto delle alcuni limiti e problemi specifici di questo programma di ricerca.
forme di interazione animale su cui CD compie abitualmente le Iniziamo con l’esaminare il passo iniziale. Buona parte dei contri-
sue previsioni. Per esempio: quelle che caratterizzano termitai o buti consultati (Sprevak, 2009; Di Francesco, 2004) concorda nel
formicai. Le differenze principali, che segnano uno stacco netto ritenere che il modello di mente ideato nell’ambito di TCM sia
con questo genere di interazioni, riguardano, essenzialmente, compatibile, in linea di principio, con le assunzioni teoriche prin-
due fattori: a) la capacità di leggere il comportamento altrui in cipali di CD:«il funzionalismo computazionale […] inclina […] in
termini intenzionali (credenze, desideri, etc.); b) la capacità di favore di una concezione distribuita e sostanzialmente a-personale
modificare condotte, schemi e regole di comportamento nel (della mente)».19 Le ragioni di questa compatibilità (o inclinazio-
corso delle interazioni che scandiscono la vita sociale della co- ne) sono profonde e risiedono nella possibilità di esportare il con-
munità. La letteratura entomologica conferma questo importan- cetto di elaborazione dell’informazione, cuore pulsante di TCM,
te salto qualitativo offrendo esempi di comportamenti collettivi al di fuori dei confini della scatola cranica. In fondo, è a partire da
che risultano privi di tali caratteristiche. Quanto al primo punto, osservazioni del genere che Button (2008) imposta il proprio esa-
termiti e formiche tengono conto delle altre compagne di lavoro me critico di CD. Nel nuovo contesto però questa prima valuta-
solo sotto il profilo degli effetti fisico-chimici che le azioni di cia- zione è associata a un secondo giudizio che riflette su alcune
scuna sono in grado di indurre nell’ambiente circostante. La let- importanti ricadute di tale esportazione. Gli esiti principali di
tura mirmecologica (termitologica) del comportamento avviene queste ricadute interessano la sfera delle “esperienze vissute sog-
così tramite secrezione e/o ricezione di particolari sostanze che gettive” che compongono larga parte di MP. Il punto in questio-
ricoprono le corazze chitinose degli insetti. Di conseguenza, non ne è, grosso modo, il seguente: nell’ottica di TCM, mente ed ela-
vi è spazio per altri generi di “letture”, giacché il comportamento borazione dell’informazione possono essere facilmente
di formiche e termiti è riducibile a cieche interazioni chemiotat- assimilate. Quest’assimilazione, per un verso, è compatibile con
tiche tra unità di lavoro cognitivamente ottuse:«Gli altri soggetti l’applicazione dei modelli di elaborazione dell’informazione al
sono considerati solo nella misura in cui la loro presenza ha un corpo, all’ambiente e, più in generale, alle interazioni “individuo/
effetto fisico sull’ambiente. Per quanto riguarda gli esseri umani ambiente” e “individuo/individuo” che costituiscono l’unità di
[…] gli individui valutano ugualmente i partners delle loro inte- analisi fondamentale di CD; per un altro, essa è compatibile con
razioni nei termini di credenze, intenzioni, valori, etc.».17 Quanto letture radicalmente antisoggettiviste della mente che fondano
al secondo punto, le azioni di formiche e termiti si ripetono sem- la spiegazione delle sue principali operazioni su proprietà speci-
pre uguali, poiché esse sono il riflesso di chimismi diffusi e retico- fiche dell’elaborazione informazionale – o, in taluni approcci, su
lari che sincronizzano cooperativamente i movimenti di singole proprietà specifiche della sua implementazione. Il primo aspetto
micro-unità di lavoro. Nessuna formica o termite è in grado di è una diretta conseguenza dell’alto grado di esportabilità dell’e-
sovvertire le regolarità di tali chimismi. Al contrario, gli esseri laborazione dell’informazione, che fa il paio con la tendenza, am-
umani dispongono di potenzialità bio-cognitive sufficientemen- piamente sperimentata nei limiti di CD, di disperdere il punto di
te ricche per innovare e trasformare le regolarità di sistema in cui vista computazionale nell’ambiente fisico e sociale. Il secondo
essi sono immersi. Questa capacità di trasformazione, che fa di aspetto invece è una diretta conseguenza del fatto che, nel con-
ogni essere umano un agente creativo, è all’origine di condotte testo di TCM, l’assimilazione di mente ed elaborazione dell’infor-
comportamentali inedite, suscettibili, a loro volta, di generare mazione determina una “scollatura profonda” tra le esperienze in
nuove regolarità e nuovi vincoli di sistema. Di conseguenza, il prima persona del soggetto e l’attività cognitiva in senso ampio:
significato generale della seconda critica è il seguente: CS non è se la mente è elaborazione dell’informazione, allora essa è «dove
una variante terminologica di CD, poiché essa è centrata su for- c’è elaborazione dell’informazione. E non […] dove c’è
me d’interazione umane che possiedono qualità irriducibilmen- esperienza».20 In altri termini, questa assimilazione esclude (o li-
te specifiche, ossia non replicabili nel contesto delle altre forme mita fortemente) la presenza di fattori soggettivi nella cognizio-
di vita aggregate comunemente esaminate da CD. ne, che si trova così ridotta a un insieme di computazioni esegui-
te per trasformare sequenze di input percettivi in sequenze di
output comportamentali. CD è un effetto amplificato di questa
4.2 CD sotto attacco: individui e mente personale scollatura: i fenomeni cognitivi possono essere collocati al di fuo-
ri della scatola cranica e scaricati su interazioni di vario tipo per-
Esaminiamo adesso il secondo filone. Le obiezioni che PFM
ché essi sono il risultato di un’attività di pensiero che, in virtù del
muove a CD ruotano attorno a un tema classico della riflessione
suo formato computazionale, risulta indipendente da qualsiasi
filosofica: la dimensione soggettiva e individuale dell’esperienza
esperienza soggettiva – e di conseguenza, svincolata da questo
– o, con altra terminologia, lo statuto della mente personale (MP).
o quel soggetto particolare. Da qui il passo successivo e conclu-
Le critiche enucleate in questo contesto puntano direttamente al
sivo: CD è un programma di ricerca incompleto poiché scioglie la
cuore del problema, ossia al fatto che, nell’ambito di CD, lo spa-
cognizione in un flusso di interazioni computazionali che non si
zio riservato ad alcuni fenomeni essenziali della vita mentale
fanno carico di riflettere gli aspetti soggettivi e individuali dell’e-
umana è notevolmente ridotto o azzerato. Tra questi fenomeni
sperienza – ossia le peculiarità di MP. Per evitare conclusioni così
rientrano l’esperienza cosciente di essere qualcuno (o individua-
pessimistiche, si è sostenuto che i rapporti tra CD ed MP possono
lità), la consapevolezza di essere l’autore di un’azione (o agenzia),
essere letti in termini emergentisti. Secondo questa lettura, i flussi
il senso di proprietà di una sensazione (o egoicità), l’assunzione
interazionali di CD costituirebbero una base di emergenza ade-
di un punto di vista situato (o prospetticità) e, più in generale,
guata di MP. In altre parole, entro tali flussi, dovrebbe essere pos-
tutti quegli aspetti della cognizione riconducibili alla costituzio-
sibile delimitare un sotto-insieme d’interazioni specifiche da cui
ne di uno “spazio mentale unitario” (o soggettivo) che garantisce
avrebbe origine MP. Sebbene ragionevole, questa lettura deve
un accesso immediato e certo ai contenuti della coscienza. Nelle
però misurarsi con parecchie obiezioni, una delle quali sembra
parole di Di Francesco (2004: 120): «[…] la mente […] distribuita
difficilmente aggirabile. Vediamo qual è. L’operazione che per-
trascura aspetti essenziali dei fenomeni mentali (soggettività, na-
mette di delimitare questo ipotetico sotto-insieme è contraria
tura prospettica e individuale, dimensione qualitativa, agenzia
allo spirito di CD. Si tratta di un’operazione che comporta la de-
libera e soprattutto […] unità della mente».18 Sulla base di queste
terminazione immediata di un confine tra quel che cade all’inter-
no del sotto-insieme e quel che ne resta al di fuori. Essa ripropone
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. Chavalarias, 2007: 1. Corsivi miei.
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. Chavalarias, 2007: 3. ���������������������������
. Di Francesco, 2004: 118.
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Corsivi nel testo. ���.Ibidem, p. 118.

79 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


cioè i termini di una distinzione (interno/esterno) che CD, per de- revisione radicale. Da qui la formulazione di un primo quesito:
finizione, rigetta radicalmente. I fenomeni cognitivi possono di- date queste interferenze con TDM, fino a che punto CD aderisce,
stribuirsi in una rete di multiple interazioni correlate solo perché in senso proprio, a un’ideale computazionale di mente?
i confini tra individuo e individuo (o individuo e ambiente) sono
fluidi. E tale fluidità, presa sul serio, rende del tutto obsoleta ogni
rigida distinzione tra “interno” ed “esterno”. Di conseguenza,
5.2
nell’ambito di CD, questa operazione perde qualsiasi valore epi- Quanto al secondo argomento, dalle analisi condotte è emer-
stemologico e conferma il sospetto per cui nessun flusso di inte- so con altrettanta chiarezza che CD e CS non sono programmi di
razioni può offrire una base di emergenza adeguata per MP. Il ricerca equivalenti. Come sostengono Chavalarias (2007) e – su
confine che dovrebbe delimitare un sotto-insieme di interazioni una linea interpretativa analoga – Lévy (1997), CS è un raffina-
adeguato allo scopo può essere tracciato solo in un contesto in mento di CD. Esso risulta centrato su comportamenti collettivi
cui le categorie di interno ed esterno hanno un chiaro valore epi- umani che hanno in dotazione proprietà irriducibilmente speci-
stemologico. Tolto CD, non resta che MP. Nel contesto delle fiche, ossia proprietà non replicabili nel contesto di altri generi
mente personali, infatti, la distinzione tra “interno” ed “esterno” di comportamenti collettivi. Tuttavia, vi è un livello al quale que-
ha un valore fondativo, giacché è su di essa che è basata la nozio- ste forme differenti di comportamento sembrano assomigliarsi
ne di mente personale. Da qui un paradosso e un limite. Il para- moltissimo. Si tratta del livello costituito dai cosiddetti “ordini
dosso è che l’unico candidato ideale a fungere da base di emer- spontanei”: forme di comportamento collettivo che emergono
genza per MP sia MP stesso, giacché è solo nell’ambito di MP che dalla coordinazione di azioni individuali non intenzionali e che
il confine può essere tracciato ed è solo grazie a questo confine ritroviamo tanto nei fenomeni sociali umani (per es: i mercati fi-
che il campo prospettico della soggettività diviene intellegibile. nanziari) quanto nei fenomeni sociali non umani (per es: formicai
Il limite, invece, è che, sulla scia di questo paradosso, CD non of- e termitai). Alla luce di queste significative convergenze, c’è da
fre né una base di emergenza adeguata né una cornice episte- chiedersi allora fino a che punto i confini che distinguono un pro-
mologica sufficientemente dettagliata entro cui esaminare que- gramma di ricerca dall’altro siano così marcati e netti.
sto campo. Le conclusioni pessimistiche, cui si accennava poco
prima, sono così ancora una volta confermate. Nelle parole di Di
Francesco (2004: 125): «Una possibilità piuttosto naturale per 5.3
colmare la distanza tra queste due nozioni del mentale potrebbe Quanto al terzo e ultimo argomento, dalle analisi condotte
essere quella di ritagliare all’interno della mente estesa un sotto- è emerso chiaramente che CD non è in grado di tener conto di
insieme di processi da cui emergerebbe la mente personale. Il MP. Come sostiene Di Francesco (2004), CD non offre una base
punto però è che questo sotto-insieme non può essere indivi- di emergenza adeguata per MP, giacchè è impossibile delimitare
duato utilizzando l’apparato concettuale della mente estesa. Pro- nel flusso d’interazioni che essa identifica un sotto-insieme spe-
prio per le ragioni affermate dai suoi sostenitori, quest’ultima cifico da cui MP potrebbe avere origine. Su questo punto non
cancella la distinzione tra “interno” ed “esterno”. È solo a partire ho alcuna questione da sollevare. Mi limito a prenderne atto e
dalla mente personale che sappiamo individuare i confini perti- a farne idealmente l’oggetto di indagine di riflessioni successi-
nenti alla nostra distinzione. Ma se è così il modello della mente ve. Resta il fatto però che quest’aspetto problematico, unito alle
estesa da solo non potrà fornirci un’analisi esauriente del fenomeno osservazioni enucleate nei paragrafi 5.1 e 5.2, conferma quanto
della soggettività».21 indicato all’inizio di questo lavoro: CD resta, nonostante tutto, un
punto di riferimento essenziale per gli attuali dibattiti in scienze
cognitive. E ciò vale senz’altro per ciascuna delle questioni qui
5. Conclusioni: riepilogo e questioni aperte brevemente trattate. Dai rapporti tra CD e TCM sino a quelli tra
CD e CS (o CD ed MP), emergono quesiti di grande interesse teo-
La breve ricognizione condotta su alcuni aspetti problematici rico per i quali però non disponiamo ancora di risposte adeguate
di CD ha evidenziato la presenza di tre nuclei teorici essenziali: e certe. La formulazione di tali risposte, e il chiarimento prelimi-
a) rapporti tra CD e TCM; b) rapporti tra CD e CS; c) rapporti tra nare dei domini di indagine correlati, costituiscono, da questo
CD ed MP. Si tratta di argomenti che meriterebbero un esame punto di vista, un’occasione di confronto disciplinare singolare e
approfondito. In questo lavoro, mi sono limitato a darne una ve- preziosa. C’è da augurarsi allora che le ricerche future procedano
loce descrizione provando a esaminare i principali punti di attrito esattamente in questa direzione.
su cui studiosi e appassionati si sono più volte soffermati. Vorrei
chiudere queste brevi note di commento riassumendo le linee
principali di ciascun argomento e sollevando, dove necessario, Ringraziamenti
Dedico questo lavoro a Ugo Puccio, “La società”.
alcune questioni che rimangono sostanzialmente aperte nel
contesto dei problemi esaminati.
Bibliografia
Angeli, C. (2008). Distributed Cognition: A Framework for Under-
5.1 standing the Role of Computers in Classroom Teaching and
Quanto al primo argomento, dalle analisi condotte è emerso Learning. Journal Of Research On Technology In Education, 40
chiaramente che tra CD e TCM sussistono affinità strettissime: (3), 271-279.
CD – come sostiene Button (2008) – aderisce a un ideale compu- Button, G. (2004). Against Distributed Cognition, Theory. Culture
tazionale di mente e legge i comportamenti umani in funzione di & Society, 25 (2), 87-104.
questo ideale. D’altra parte, vi sono aspetti di TCM che sembrano
Boldyrev, I.A., Carsten, H-P, (2012), Hegel’s “Objective Spirit” and its
anticipare aspetti specifici di CD. Il cerchio dei rapporti tra CD
contemporary relevance for the philosophy of economics, HSE
e TCM sembrerebbe così chiudersi perfettamente su se stesso.
working papers, National research university, “Higher School
Tuttavia, CD è anche il nodo di una rete di programmi di ricerca
of economics”, Series:Humanities, 1-27.
che si è tradizionalmente costituita in aperta polemica con TCM.
Gli approcci allo studio della cognizione che si ispirano alla teo- Chavalarias, D. (2007). L’approche systèmes complexes de la cog-
ria qualitativa dei sistemi dinamici (TDM) rappresentano un caso nition sociale: une façon de penser l’auto-transformation du
esemplare di questa tradizione. Entro tale contesto l’appeal epi- social. Nouvelles perspectives en Science Sociales, 2,10-27.
stemologico di TCM risulta notevolmente ridimensionato e buo- Id., (2006). Metamimetic Games: Modelling Metadynamics in So-
na parte dei suoi concetti-cardine sono sottoposti a un lavoro di cial Cognition. Journal of Artificial Societies and Social Simula-
tion, 9, 2, 1-32.
�����������������
. Corsivi miei.

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81 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Language patterns and innateness
Edoardo Lombardi Vallauri - lombardi@uniroma3.it
Dipartimento di Linguistica - Università Roma Tre

Abstract
The question whether and to what extent language should be regarded as an innate endowment of the human brain or the result
of (ontogenetically) environmental stimulus and (phylogenetically) historical development is still open. The paper proposes some evi-
dence, strictly linguistic in nature, against the widespread idea that the acquisition of language features from the stimulus available to
the child should be impossible without an innate Universal Grammar working as a Language Acquisition Device already present in the
brain at birth. It also evaluates in a methodological perspective the two main paths of explanation for the presence of linguistic featu-
res in our competence, namely their being encoded in a brain module and their being acquired from experience, concluding that - on
epistemological grounds - the latter has to be preferred.

1. Introduction 2. Describing language acquisition.


Language may be innate at birth, i.e. the brain may Well known experimental work4, mainly consisting of longi-
(A) contain a specifically linguistic (grammatical) module1, or tudinal studies on language acquisition by children, have shown
not. evidence that language competence ontogenetically progres-
In the former case, ses along patterns not easily compatible with the presence of a
(B) such a module may have developed through natural se- grammar in the brain at birth. Roughly speaking, children first
lection, or not. manage linguistic expressions which they directly take from the
Question A logically precedes question B, because, if the stimulus they receive, and then they increase such expressions
answer to it is negative, then question B is devoid of sense. But in variety and length by simple analogy, without having recourse
euristically, question B can be treated as prior to question A, in to grammatical patterns. Grammatical generalizations seem to
that a possible demonstration that a grammar cannot have de- appear later.
veloped in the brain according to the laws of natural selection
may rule out the very possibility of that grammar’s having deve-
loped inside the brain at all; at least if one accepts that natural 3. Locating language in the brain.
selection is the only way by which new features can come into
being in organisms2. The innatist standpoint has been seriously scaled down by
This may be one reason why some authoritative scholars3 some interpretations concerning the results of research on mir-
have ended up denying that language may be the outcome of ror neurons5. The common localization, in the brain, of both
evolution (intended as natural selection): admitting natural se- language and the sensory-motor system, together with the exi-
lection at the origin of language would oblige us to admit that stence of neurons that allow what has been called an “embodied
what we may have developed by selection in the brain is not the simulation” of other individuals’ acts, has suggested a possible
Universal Grammar of all existing languages, rather a set of more origin of language from shared internal representations of sen-
general predispositions to acquire and handle any language. sory-motor events, including the movements by which we arti-
Actually, the Chomskyan idea that our brain contains an innate culate linguistic sounds; and it has suggested that language may
Universal Grammar, also serving as a Language Acquisition Devi- be much less specific and per se than it would be in the hypo-
ce, has been believed by virtually half of the linguists in the world thesis that a specifically linguistic module (a Universal Grammar)
for some decades, and meanwhile has literally dominated the way readily exists in the brain at birth.
how non-linguists preferred to conceive of the results of linguistics.
Recently, it is being significantly re-examined. This has been (and
is being) done from at least five perspectives. We list them briefly 4. Interpreting language universals.
right away, and then we will concentrate on just one of them.
The “necessity” to postulate a Universal Grammar at the basis
1. The most influential representative of this idea is, as it is well known, of all actual languages is usually presented as also arising from
Noam Chomsky. It must be stressed that, although the foundations of the presence of language universals, i.e. features common to all
linguistic innatism have been established during the Sixties and the Sev- languages: a linguistic module in the brain may be responsible
enties of the past century, this conception of language is still taken for for this6. This argument has been challenged mainly from two
granted within the tradition of generative linguistics (cf. e.g. Chomsky, directions:
1986; 1988; 2005; Hauser et al., 2002; Pinker, 1984; 1994; Pinker & Jacken-
doff, 2005; Jackendoff, 1997; 2002; 2007; Culicover & Jackendoff, 2005).
For some provisional surveys on the matter, cf. e.g. Lombardi Vallauri 4.1. Denying language universals.
(2004), Sampson (2005).
The first is the refusal of the idea that languages share features
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. Much in this way, Christiansen & Chater (2008) refute linguistic in-
that are really universal. Recent studies7 strongly argue against
natism by formulating a logical problem of language evolution, posed by
specific incompatibilities between the way language seems to be made, the existence of any linguistic pattern that may be considered
and the possibility for it to have arisen in the brain through evolution. 4. Cf. e.g. Braine (1992), Braine & Brooks (1995), Tomasello (1995, 2000a,
3. No less than Chomsky and Fodor (with reference not only to language: 2000b, 2003), Brooks & Tomasello (1999), Brooks et al. (1999), Diessel
cf. Fodor 1998), just to cite the most influential. Chomsky thinks that (2004).
evolution theory, though explaining many things, has little to say on this 5. Cf. e.g. Rizzolatti & Arbib (1998), Gallese & Lakoff (2005), Gallese (2006).
matter: “In the case of such systems as language or wings it is not even
easy to imagine a course of selection that might have given rise to them. 6. Cf. Sampson (2005: 32-35, 50-54) for a summary of this opinion and
A rudimentary wing, for example, is not “useful” for motion but is more of criticism on the matter.
an impediment.” (Chomsky 1988: 167.) 7. Cf. Evans & Levinson (2009), Cristofaro (2010).

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properly universal, including features considered classical, bona two fallacies in reasoning, which affect the innatist point of view,
fide universals, such as the existence of the category “Subject”, preventing scholars from realizing that the facts at issue can be
and even “Verb”. In this perspective, linguistic “universals” are just explained as the effects of the environment.
prevalent features, strong tendencies that give rise to slightly dif-
ferent phenomena across languages: then linguists classify those
similar phenomena respectively by the same names for the sake
5.1. Disregarding semantics and context. Example: Basic Word
of practicalness8. Order acquisition
Innatist arguments are too often undermined by reasoning
4.2. Explaining language universals. as if language were used and acquired in isolation from reality.
In other words, language is seen as coincident with syntax only,
The second objection (not unrelated to the first) against po- disregarding semantics and the context where communication
stulating Universal Grammar from the existence of features sha- takes place.
red by all languages consists of explaining language universals9. A typical example of this, among others, has been adopted in
More precisely, of explaining language universals by other me- one of the most important handbooks designed to summarize
ans than a universal grammar; typically, by showing what other generative linguistics, which explicitly presents a version of the
pressures constrain language to work as it does. Such constraints theory (the one called “Principles and Parameters”) particularly
are of many natures: physical limits of the body parts partici- suitable for being proposed as the innate Universal Grammar,
pating in communication, general elaboration and storage ca- working as a Language Acquisition Device which should allow
pacities of the brain, social patterns of human communication children to acquire their language, overcoming the poverty of
situations, semiotic features that are required for any symbolic/ the stimulus they receive13. According to Morgan (1986), children
communication system to be efficient, etc.10 In this view, when a must be endowed with some innate linguistic knowledge be-
linguistic universal can be explained by means of some of these cause they get to know the right word order of their language
constraints, no universal grammar in the brain is needed to ex- although utterances like (1) do not help them understand if it is
plain it anymore. SVO or OVS:
For all these lines of research, aimed at criticizing the opinion
that language as such is innate, we refer to the works cited so far. (1) The dog bites the cat
We will concentrate here on a last one.
When confronted to such an utterance, children would have
no cues to establish whether its syntactic structure is (a) or (b):
5. Learning from the stimulus.
(1a) The dog [bites the cat]
A further perspective11, that may shed some light on the natu- (1b) [The dog bites] the cat
re of what we have in the brain as a language-handling device, is
strictly linguistic in nature. Over time, the innatist school has pre- This is to say that the utterances as such do not reveal who is
sented several linguistic features as proving that there is a gram- the Subject and who is the Direct Object of the verb. They would
mar in the brain, because such features would be impossible do so iff they were presented to children with some signals (pau-
to acquire from the stimulus (i.e. from the samples of language ses, intonation) of existing syntactic structure, in this case the
available to the child during acquisition). This idea, though not bracketing of the Verbal Phrase given in (1a).
shared by all linguists, has found enthousiastical acceptance by This way of reasoning is perfectly consequential if one concei-
scholars in neighbour disciplines, on several grounds we cannot ves of the language as something purely formal, where meaning
dwell upon here, such as the authority of Chomsky himself and, plays no role14. But reality is different. Children listen to very many
more effectively, the intrinsical appeal of a theory that seems to utterances everyday, containing information absolutely not syn-
“free” language from its belonging to cultural products, by po- tactical in nature, but very useful for them to establish who is
sitioning it among natural phenomena. But, as Sampson (2002: the Subject and who is the Object, such as The ball has broken
73) put it, the window or Jenny stole my GameBoy. And even (1) probably
becomes quite clear on who is the subject if it is uttered in a real
Widespread current acceptance of the poverty-of-stimulus idea has
apparently come about not because linguists have found the con- context. Now, obviously, all the utterances a child listens to ac-
trary view empirically unsatisfactory, but merely because poverty of tually are produced in contexts.
the stimulus is for one reason or another treated as an unquestioned Disregarding semantics and context is a side effect of the atti-
axiom. tude which gives syntax the primacy in linguistic analysis. One of
its consequences, as we have seen, is to look at language acqui-
In fact, “demonstrations” (to be found in the literature) that sition as if it should be guided by syntax alone. This leads to be-
linguistic features possessed by speakers cannot be acquired lieve that the information available to children in the stimulus is
from the stimulus are usually too easy. Our perspective consists not sufficient for them to build a theory of their language, exactly
of showing that, instead, such features can be acquired from the because information deriving from semantics and context is not
stimulus. taken into account. The final consequence of this fallacy is that
We will exemplify this on a couple of arguments most repea- one is led to hypothesize that the lacking information, still only
ted in the innatist literature12. We will try to show that they reveal syntactic in nature, must reside in the brain at birth (Scheme 1).
So, syntax is paradoxically promoted as far as to a module in our
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. We agree with this perspective. Our use of the term “language univer- brain, instead of being simply put next to semantics, pragmatics,
sal” should be understood in this way. phonology, etc. as one of the components of our interpretation
9. Cf. the pathbreaking volume edited by John Hawkins (1982), Lombardi of language.
Vallauri (1999).
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. Cf. Lombardi Vallauri & Simone (2008, 2010, in press).
�����������������������������������������������������������������������
. This perspective is not new, though probably less developed than it
would deserve. Cf. Sampson (2002, 2005); Pullum & Scholz (2002), Lom-
bardi Vallauri (2004, 2008, in press, to appear), Scholz & Pullum (2006). 13. Cf. Cook & Newson (1996:117), where Morgan’s argument is present-
���������������������������������������������������������������������
. Further examples, more complex in nature and perhaps more signifi- ed as valuable evidence.
cant, are to be found in Lombardi Vallauri (2004, 2008, in press, to appear). ��������������������������������������������������������������������
. An important exposition of exactly the opposite view is in Chafe
Here we lack the space that would be necessary to explain them properly. (2002).

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Attributing the monopoly of language to syntax would understand that the expression of subjects is obligatory
-Disregarding semantics and context in English only because the stimulus contains sentences like it’s
--Conceiving of acquisition as guided only by syntax time for bed and once upon a time there were three bears.
---Believing that the stimulus lacks necessary information All this is treating children as if they were just personal com-
----Postulating that such information must be in an innate UG puters with a very poor software inside. The reason why English
-----Promoting syntax to a module in the brain speaking children quickly learn that they must always produce
sentences with subjects is that the overwhelming majority of
Scheme 1. Ignoring everything except syntax leads to believing that the sentences they hear every day all contain overt subjects. On
syntax is the only important thing. the contrary, Spanish children feel that they do not always need
to produce an overt subject because the subject is not always
overtly present in the sentences they hear. An innate switch in
5.2. Underestimating negative information. Example: (non) the brain is not necessary for that.
pro-drop detection Although nobody ever tells them, children know that mate-
rial objects always fall downwards: this is why they are fascinated
Belief in the innateness of grammar is based also on disregar- by coloured balloons filled with helium. The fact that something
ding the extension and nature of negative information, i.e. the always happens and something else never does allows for gen-
possibility of inferring the non grammaticality of a structure from eralizations. The argument that children have no elements to
its systematic absence. It is reasonable to think that children exclude wrong structures because in their experience negative
can infer that some elements do not belong to their language, stimuli (parents explicitly censuring a wrong sentence) are ex-
simply because such elements never appear, even if there are no tremely rare, considers children as completely unconscious and
explicit warnings of their being unacceptable in the stimulus. Sin- incapable of generalizations as Gold’s (1967) algorithm20, which
ce Chomsky (1965: 25) innatists divide the information received compares input data and grammars, accepting all (and only)
by children into “positive” and “negative”. The former consists of those grammars that are totally consistent with the input. But it
utterances produced in their presence without warning of their is not unwise to suppose that children can see the difference be-
acceptability, and the latter consists of utterances for which they tween a grammar that (though not violating any explicit prohibi-
receive (for instance by their parents) explicit warning of unac- tion) produces innumerable structures that are not to be found
ceptability, by way of some kind of correction. As Wexler and Cu- in the input, and another grammar that (beside not violating any
licover (1980: 63) put it: prohibition) does not produce any structure unforeseen by the
input. Children, unlike Gold’s algorithm, induce that if something
If the learner hears a sentence, he can assume that it is in his lan- never happens in thousands of utterances where it could theo-
guage. But if he does not hear a sentence, it does not imply that the retically happen, then such a thing is excluded.
sentence is ungrammatical. Possibly he has simply not yet heard the That children may have such an elementary capacity seems
sentence15. also proved by the fact that they give much more difficult perfor-
mances in the same field. Spanish children (and all native speak-
This attitude fails to realize that the systematic absence of a ers of pro-drop languages) learn by experience when to make
pattern, in spite of thousands of potential opportunities for its the Subject explicit and when not. This is determined by rules
occurrence, may be valuable (though implicit) negative informa- (related to the informational status speakers want to give to the
tion in that it may lead the acquirer to the certitude that such a Subject, and the degree of familiarity enjoyed by its referent in
pattern does not belong to the language16. For instance, leading the context) that are much more complex than the simple no-
innatists17 have claimed that the fixing of the so-called pro-drop tion that the Subject is optional or not. To be precise, so complex
parameter cannot happen without a pre-existing, innate princi- that it is virtually impossible to make them completely explicit in
ple. Linguists classify languages into two types according to their linguistic theory and in the grammars of single languages. At the
behaviour as concerns the explicit expression of the Subject. In same time, this information cannot be innate, because it follows
“non-pro-drop” languages (like English or French) the Subject different patterns cross-linguistically.
must always be expressed, and in “pro-drop” languages (like
Spanish or Japanese) it can be omitted. According to the innatist
opinion18, the only way children can understand how things work 6. Epistemological remarks
in their language is a parametric predisposition resident in their
brains, which allows two values: pro-drop and non-pro-drop: It may be objected that our explanations of how the child can
learn from the stimulus those linguistic patterns that are attribut-
ed to universal grammar actually go as far as telling how the child
Children must be learning either from positive evidence alone or
from indirect negative evidence, such as the lack of null-subject sen-
migh well acquire those patterns, but do not demonstrate that the
tences in English. This is possible only if their choice is circumscribed; if same patterns do not exist in the brain at birth. In other words,
they know there are a few possibilities, say pro-drop and non-pro- the Language Acquisition Device may be at work, and actually also
drop, they only require evidence to tell them which one they have responsible for the acquisition of some features that - if it were not
encountered.19 at work - would be (less easily) acquired only from the stimulus.
In principle this is possible, but it must be stressed that differ-
ent concurring explanations are not all equally worthy. In partic-
This opinion leads Hyams (1986) to hypothesize that the
ular, the two alternatives considered here can be characterized in
fixing of the innate non-pro-drop parameter by English acquirers
terms of different epistemological legitimacy.
may be allowed by the existence of expletive subjects. Children
On the one side, the knowledge we have so far of the work-
ing of the brain is quantitative rather than qualitative, being
�����������������������������������������������������������������������
. Scholars usually focus on the idea that negative information, based based on imaging techniques such as PET and fMRI, as well as
on corrections or failure of comprehension on the part of parents, is al-
most absent in the child’s experience. Cf. for example Pinker (1984: 29).
on the measurements of event related potentials (ERPs) in the
brain, such as (E)LAN, MMN or P600, and the like21. More specifi-
�����������������������������������������������������������������������
. This is part of the phenomenon of “entrenchment”, described e.g. by cally, what we know is that the brain activates (at best: in certain
Braine and Brooks (1995), Brooks et al. (1999), Tomasello (2003: 178-182).
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. Cf. Hyams (1986), Cook & Newson (1996: 110-111). �������������������������������������
. Cf. Gleitman & Wanner (1982: 5-7).
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. A synthesis of the innatist position on the matter is offered by Cook & 21. Cf. e.g. Moro et al. (2001), 2006), Friederici & Weissenborn (2007),
Newson (1996), who cite Chomsky a number of times. Friederici, Steinhauer & Pfeifer (2002), Friederici, Schlesewsky & Fiebach
�������������������������������������������������
. Cook and Newson (1996: 110-111). Italics mine. (2008), Crinion et al. (2006).

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precise areas) when performing certain tasks. We partially know mological dignity. This affects the interpretation of any lingui-
the nature of such an activation in terms of increased biochemi- stic fact. For instance, in order to explain how children get to
cal activity; but we completely ignore what the relation may be know that the language spoken by their parents has obligatory
between physical activity and its subjectively perceived coun- Subject, we might search for an explanation in terms of brain or-
terparts, viz. thought, language, conscience and so on. There is ganization. Since it is still impossible to establish what could be
no cue to understand how something absolutely immaterial as in the brain such things as the anatomical/physiological basis for
consciousness or meaning can arise from something material as a grammatical rule, we are compelled to suppose a hypothetical
biochemical activity22. Just to quote one of the many possible ‘structure in the brain’ whose existence makes it explicit to the ac-
declarations in this sense (Libet 2005: §5.1.1.-5.5.7.): quirer that any language must have either obligatory Subject or
not, and that s/he must search confirmation for one of these just
Why subjective experience emerges from appropriate neuronal acti- two alternatives in the stimulus. It may be the right guess, but
vities may be no more answerable than similar questions about other there is no way to check it independently, by means of specific,
fundamental phenomena. That is, why does mass have inertia? Why qualitative inquiry of brain phenomena. In sum, the only reason
do masses exhibit gravitational attraction? Why does matter behave to think that such a structure exists is that if it exists it may be apt
both in wave-like and quantal fashions? [...]
The emergence of conscious subjective experience from nerve cell to explain this aspect of language acquisition. As a consequence,
activities is still a mystery. if such a structure is meant to be an explanation for language
acquisition, it is an ad hoc explanation, circular and tautological
This is the extent to which we can grasp the relation between in nature.
the mind (including language) and the brain23. But, on the other Under such conditions, the best we can do may still be to as-
side, we have a sufficiently wide-ranging knowledge of how lan- sume a specialized brain module as an explanation for linguistic
guage works. On a phenomenological level, it is quite clear that facts, but just in case there is no other possible path to get an ex-
such inductions as those we have attributed to children in sec- planation for those facts. Otherwise, solutions in terms of ‘brain
tions 5.1. (about word order) and 5.2. (about overt subjects) are structure’ should be regarded as violations of Occam’s razor, sin-
possible and even not difficult for a human mind. Similar induc- ce what they definitely do is creating entia (explicationis) praeter
tions are possible for hundreds of other linguistic features. necessitatem from scratch, in order to account for things that can
Now, the conceptual links we can establish between our be explained in other terms with more connection to empirically
knowledge of language and our knowledge of its anthropologi- observable facts. For example, the speakers’ awareness that their
cal bases (i.e. the explanations we can give) vary dramatically ac- language has obligatory Subjet can be attributed to a mental
cording to whether we select the innatist approach or the envi- capacity which is separately observable in other domains of hu-
ronmental one. This is shown in Scheme 2: man consciousness (such as, in this case, the capacity to gene-
ralize a pattern from its overwhelming occurrence). This means
having recourse to real and observable facts: as a consequence,
this explanation must be preferred to the ones that consist in ad
Premise:
hoc stipulations (such as the existence of a dedicated brain struc-
the acquisition
ture), and methodologically rules them out.
Innatist approach of a linguistic Environmental approach
feature “F”
needs explanation
7. Conclusions
Although we have not directly addressed the problem of
explanation is made in what kind of structures devoted to language should have evol-
explanation is made in terms of ved in the human brain, in section 5 we may have added a little
terms of inductions (I) from the contribution, specifically linguistic in nature, to the understan-
a conjectured rule (R), stimulus ding of what those structures may not be. In particular, we have
supposedly present on the part of the child, tried to show that some pretended evidence of the presence of
in the brain of the child semantic-contextual in an innate universal grammar is no evidence at all. Our argument
nature adds itself to the different ones we have summarized in sections
R is a state of affairs that I is a state of affairs that IS 2-4, in supporting the view of language as a function managed
is NOT known by more general-purpose brain modules, probably common to
known or observable and observable indepen- other functions of the mind. In this view24, the brain precondi-
independently dently tions for the management of language are not as specific as a
from its capacity to from its capacity to explain (universal) grammar; the (different) grammars of the languages
explain F F are historical products of human civilization, and we acquire
them from our environments because they are not in anyone’s
brain at birth.
what we have what we have is a
is an AD HOC PROPERLY SAID References
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��������������������������������������������������������������������������
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1992, 2007). But they are just hypotheses. Young Children’s Acquisition of Verbs, Hillsdale, NJ: Erlbaum,
23. Others express the same lack of confidence in the current possibility (pp. 353-376).
to assess how the structure and working of the organism and especially
of the brain reflects itself in the working of language. See for instance,
Moro (2006: 234): “Troppe sono le variabili fisiche, troppo profonda è la ������������������������������������������������������������������������
. Obviously, it is the view maintained in many different ways, against
nostra ignoranza del sistema neuronale che sovrintende alle funzioni Chomsky’s, by scholars from different disciplines such as, just to cite a
linguistiche, troppo lontano è il raggiungimento di una “linguistica men- few, Jean Piaget (cf. Piattelli Palmarini (ed.) 1979), Hilary Putnam (cf. Put-
deliana” che ci porti a individuare i geni che controllano la facoltà di lin- nam, 1967), Philip Lieberman (cf. Lieberman, 1984; 1991), and many oth-
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La natura dinamica del suono tra fonetica e
fonologia
Maria Primo - mprimo@unime.it
Dipartimento di Scienze cognitive, della Formazione e degli Studi culturali, Università di Messina

Abstract
The aim of this paper is reunifying phonetics and phonology, and at a more abstract level, the overcoming of the mind-body prob-
lem. By calling some generativist theory into question, it will be argued that the nature of sound is not only acoustic but also articula-
tory, that is dynamic. To follow such a perspective is to reconsider phonetic and phonological primitives, that is considering that those
primitives are to be searched out of the linguistic domain. In conclusion, this hypothesis asserts that minimal units of linguistic produc-
tion and perception are not phones or phonemes but articulatory gestures.
Keywords
Articulatory gestures, body, language, mind, phonetics, phonology

Introduzione un punto di vista descrittivo, ha dominato a lungo nella comu-


nità scientifica da Trubetzkoy, a Jakobson (che insieme a Fant e
Questo articolo intende mettere in luce alcuni aspetti critici Halle, nel 1952 ha stabilito i primi dodici tratti distintivi), a Chom-
della fonetica e della fonologia tradizionale rispetto alla natura sky (che in collaborazione con Halle, nel 1968, ha esteso a 25 il
del suono linguistico. In particolare, l’idea è che tale approccio, numero dei tratti distintivi), solo per citarne i alcuni.
seppure di indubbia utilità per un’analisi descrittiva del fenome- Sebbene questo modo di definire i foni sia di indubbia validi-
no “lingua”, non sia altrettanto adeguato a rendere esplicativa- tà per la categorizzazione degli inventari fonologici tuttavia, dal
mente conto dello sviluppo ontogenetico dei fonemi negli infan- nostro punto di vista, la sua utilità resta limitata agli aspetti de-
ti e nei bambini. A partire da questi suggerimenti proporremo di scrittivi, e non esplicativi, della natura dei suoni. In altre parole, la
riconsiderare l’idea stessa di suono linguistico: dal suono lingui- nostra idea è che la teoria dei tratti sia troppo formale e che non
stico inteso quasi esclusivamente come atto acustico, si cercherà renda conto della produzione effettiva dei parlanti. Per questo
di mettere in risalto la natura dinamica del suono. Lo si farà at- motivo, la nostra proposta vuole aderire a un approccio che si
traverso tre approcci alla natura gestuale del suono: la fonologia presenta in aperta opposizione alla fonetica tradizionale. In pra-
articolatoria, il modello di coarticolazione come coproduzione e tica, intendiamo assumere un paradigma teorico che si prefigge
la teoria Frame/Content. In conclusione, sottolineare la natura di rendere conto, nella spiegazione dei fenomeni articolatori,
gestuale e articolatoria del suono è un modo per mettere in rela- non solo dell’effetto sonoro dei foni, ma anche dei movimenti
zione il piano dell’espressione e quello del contenuto. In maniera – programmati e prodotti nel tempo – che gli organi articolatori
più generale, questo è anche un modo per minare il dualismo compiono per realizzare i suoni delle lingue.
mente-corpo, recuperando l’unità tra il piano della programma-
zione e quello dell’esecuzione, attraverso l’analisi dei movimenti
articolatori come gesti sovrapponentisi. 2. Fonetica e fonologia
L’approccio a cui si intende aderire è rappresentato dalla fo-
1. La fonologia classica nologia articolatoria, teorizzata da Browman e Goldstein. Cathe-
rine Browman e Louis Goldstein (1986; 1989; 1990a; 1990b; 1992;
Secondo la categorizzazione in uso dalla fonologia un parti- 1995; Goldstein & Browman, 1986) hanno sostenuto che le unità
colare fonema sia definito dalle relazioni contrastive che esso in- minime di parlato non siano foni o fonemi, ma piuttosto dei gesti
staura con gli altri fonemi della lingua a cui appartiene: ad esem- articolatori:
pio la /t/ di tino è un fonema della lingua italiana perché se a /t/
si sostituisce /p/, /l/ o /f/, la parola cambia significato. In effetti, «a gesture is identified with the formation (and release) of a cha-
questa è la più importante caratteristica del fonema – messa racteristic constriction within one of the relatively independent arti-
in luce da Trubetzkoy (1939) – vale a dire il fatto che il fonema culatory subsystems of the vocal tract […] As actions, gestures have
è un’unità del linguaggio, priva di significato ma che determi- some intrinsic time associated with them – they are characterisations
na differenza di significato, e, ad esempio, /tino/, /pino/, /lino/ of movements through space over time […] gestures are the basic
atoms of phonological structures» (Browman e Goldstein, 1989, p.
o /fino/, in italiano sono parole che si differenziano per un solo 201).
suono ma che hanno significati diversi. Il fonema è il correlato
psicologico, la rappresentazione o più semplicemente l’idea, che
sta nella mente dei parlanti-ascoltatori, del suono realmente e In questa prospettiva, i gesti rappresentano unità natu-
concretamente proferito, ovvero il fono. rali, non esclusivamente linguistiche, le quali hanno prin-
Nella visione tradizionale, fono e fonema sono considerate cipalmente tre caratteristiche: (1) sono azioni, quindi sono
le unità minime della produzione del linguaggio. Alla stregua dinamiche e non statiche come i foni; (2) non sono neutrali
del fonema, anche il fono si definisce sulla base alle differenze all’articolazione e all’acustica, ma hanno piuttosto una natura
che intrattiene con gli altri foni all’interno del sistema. Tuttavia, articolatoria; (3) sono unità gestuali potenzialmente sovrap-
in questo secondo caso, le differenze si basano su un’analisi dei ponentisi. Tali gesti possono sovrapporsi perché, come ri-
tratti distintivi. I tratti distintivi sono delle caratteristiche che corderemo dai paragrafi precedenti, gli organi dell’apparato
qualificano i diversi foni, ad esempio: /p/ è una consonante oc- vocale possono muoversi indipendentemente e contempora-
clusiva (il modo di articolarla, infatti, prevede una stretta tale da neamente per raggiungere la posizione esatta necessaria alla
bloccare completamente il passaggio dell’aria per un certo pe- realizzazione dei foni.
riodo di tempo), bilabiale (perché il luogo di produzione sono le La fonologia articolatoria ha degli importanti precursori, essa
labbra), sorda (perché la vibrazione delle corde vocali è assente). deriva dalla Teoria della coarticolazione come coproduzione
Questo modo di categorizzare i suoni delle lingue, molto utile da (Fowler, 1980, 1981) e dalla Teoria motoria della percezione del
parlato (Liberman, Cooper, Shankweiler e Studdert-Kennedy,

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1967, Liberman e Mattingly 1985), entrambi risultati di ricerche vocale. Nella figura, le linee verticali delimitano un intervallo
portate avanti negli Haskins Laboratories (dov’è nata anche la temporale (che corrisponde ipoteticamente ad un segmento
fonologia articolatoria). acustico) durante il quale il gesto 2 è prominente, ossia ha la sua
La teoria motoria afferma che se ogni fono fosse prodotto in influenza massima sulla forma del tratto vocale, mentre i gesti 1 e
serie, non sarebbe possibile la produzione di un elevato numero 3 che vi si sovrappongono hanno un’influenza più debole. Prima
di fonemi al secondo (circa 10/15, durante un eloquio normale, e dopo quest’intervallo (rispettivamente, durante il periodo di
ma anche 20/30 durante un eloquio veloce). Di fatto, è solo gra- implementazione e di rilassamento del gesto 2) la sua influenza è
zie al controllo separato degli articolatori – attraverso il quale minore, mentre quella degli altri due gesti prende il sopravvento.
un singolo “gesto” porta informazioni in parallelo ai segmenti Riassumendo, l’approccio gestuale è estremamente impor-
successivi – quali lingua, velo, laringe, labbra, che i movimenti tante in quanto intende superare la distinzione tradizionale tra
vengono prodotti in parallelo. Ciò permetterebbe: (1) di ottene- la fonetica e la fonologia, tra il piano dell’esecuzione e il piano
re una performance ad alta velocità con un meccanismo a bassa della programmazione, distinzione che si è trasformata in una
velocità e (2) di abbassare la velocità di percezione. forma molto evidente di dualismo. Separare, infatti, il piano della
produzione da quello della programmazione è un modo per mi-
nare alla base l’unità di mente e corpo. La fonologia articolatoria,
al contrario, supera tale dicotomia perché l’unità minima della
produzione e l’unità minima della percezione coincidono: in en-
trambi i casi tale unità è il gesto articolatorio. Come abbiamo già
messo in evidenza, tale unità non è astratta e formale, bensì è
completamente concreta: in pratica, ciò che si sostiene è che il
livello della programmazione motoria è strettamente vincolato
dalla corporeità umana.
Il rilievo dato agli aspetti dinamici della produzione sonora
non è nuovo dell’approccio gestuale, anzi era ben presente tra i
fonetisti fin dalla prima metà del ‘900. Nel 1948, ad esempio Mar-
tin Joos, propone un’ipotesi molto simile a quella della fonologia
gestuale. Joos collega gli effetti coarticolatori alla sovrapposizio-
Con coarticolazione, invece, intendiamo il fenomeno per cui
ne nel tempo dei comandi neurali. Studiando le vocali dell’ingle-
un segmento fonologico non è realizzato allo stesso modo in tut-
se americano, rivela che, in funzione delle consonanti vicine, le
ti i contesti, ma è, in qualche maniera, influenzato dai segmenti
vocali variano non solo nelle transizioni ma anche nella parte
circostanti. Le ipotesi tradizionali, come quelle di stampo gene-
stabile. Il suo approccio contesta l’ipotesi glide, che attribuisce
rativo, sostenevano che le influenze tra i vari foni appartenessero
alla coarticolazione fattori meccanici, vale a dire l’inerzia degli
al dominio dell’espressione: in pratica, l’idea era che nella mente
organi vocali e dei muscoli (ipotesi sostenuta anche in seguito
dei parlanti ci fosse un certo tipo di programmazione (una serie
da Chomsky e Halle, 1968). Secondo quest’ultima ipotesi, poiché
di fonemi discreti), ma che di fatto, la realizzazione dei fonemi
non può avvenire alcun spostamento istantaneo da una posi-
non rispettasse poi tale programmazione, perché la produzione
zione articolatoria all’altra, interviene una transizione tra i foni
non è discreta, al contrario è continua e i tratti distintivi che ca-
successivi (un glide appunto, ossia un agevole scivolamento da
ratterizzano i segmenti fonici, si “diffondono” lungo il continuum
un fono all’altro). Al contrario, rispetto all’evoluzione temporale
fonetico. Nel 1980, Carol Fowler sulla base della teoria motoria,
della seconda formante, Joos osserva che «l’effetto di ogni con-
critica gli approcci tradizionali al problema della coarticolazione,
sonante si estende oltre la metà della vocale facendo sì che nel
sostenendo che l’errore di queste teorie sta nell’escludere la tem-
mezzo i due effetti si sovrappongono».
porizzazione (o timing, vale a dire il controllo dell’occorrenza nel
tempo di una determinata sequenza di atti) dalla rappresenta-
zione nella pianificazione articolatoria dei parlanti, e nel ritenere
che un’espressione abbia una sua relazione col tempo solamente
nel momento della sua realizzazione.
La ricercatrice definisce tali ipotesi “teorie della temporizza-
zione estrinseca”, perché escludono la temporizzazione dalla
programmazione del parlante, relegandola al mero piano dell’e-
spressione. In particolare, Fowler critica la teoria generativista
della coarticolazione, basata sulla diffusione di tratti, per la di-
cotomia che crea tra le unità astratte e quelle fisiche. Secondo
tale ipotesi, infatti, le unità astratte, discrete – in pratica i fonemi
Per spiegare questi fenomeni, il fonetista americano propone
– sono posti al livello della conoscenza del linguaggio e non ten-
la Overlapping Innervation Wave Theory (teoria dell’onda d’inner-
gono conto della variabile tempo; al contrario, le unità fisiche, i
vazione sovrapponente): in base a questa ipotesi, ogni comando
foni, sono movimenti continui e dipendenti dal contesto. In altre
per ogni segmento è un’onda invariante che «cresce e decresce
parole, secondo Daniloff e Hammarberg (1973), ciò che i parlanti
dolcemente». In sostanza, Joos pensava che i centri neurali del-
sanno delle categorie fonologiche è diverso dalle unità utilizzate
la parola mandassero simultaneamente i segnali ai muscoli e
nel discorso.
che lo facessero tramite il cervelletto; inoltre, egli riteneva che
L’idea di Fowler è che la coarticolazione sia una coproduzione
fosse il cervelletto a decidere – nel caso in cui i comandi fosse-
di gesti sovrapponentisi. In questo modo, la linguista americana
ro in contrasto – di dare priorità al comando più forte. Nella sua
propone di superare la dicotomia tra unità astratte e unità fisiche
ipotesi, le onde sovrapponenti sono segnali inviati dal cervello
dando conto di un programma temporale che prevede la modifi-
separatamente e simultaneamente agli organi vocali; in questo
ca delle unità fonologiche nella pianificazione stessa. Secondo la
senso, «i segmenti sono onde non integralmente sequenziali ma
teoria della coproduzione, i gesti non vengono modificati nell’at-
sovrapponenti» (pp. 111-2) e «le onde di innervazione sono ipo-
tuazione del parlato. La temporizzazione intrinseca permette
tetiche… [ma] sono ciò che comunemente definiamo reale: in
loro di sovrapporsi nel tempo in modo da non essere alterati dal
altre parole, esse non sono costrutti astratti come 3 o l’onestà o
contesto, ma coprodotti con il contesto. Per esemplificare, diamo
/ae/, ma ricorrenti sostanziali come domenica, torta di mele, o
uno schema nella figura 1. L’attivazione di diversi gesti (esempli-
taglio di capelli» (p.112).
ficata dalla curvatura delle linee 1, 2 e 3) aumenta e diminuisce
nel tempo, e in tal modo esercitano la loro influenza sul tratto

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L’idea di coproduzione che emerge nel lavoro di Joos e che è man una percezione tanto veloce di suoni, quale è quella uma-
fondamentale nell’ipotesi di Carol Fowler, viene ripresa anche da na (nel parlato veloce si può arrivare fino a circa 20/30 fonemi al
Robert Stetson (1951). Nel libro Motor Phonetics, egli mette chia- secondo), è permessa dal fatto che i gesti articolatori che com-
ramente in primo piano gli aspetti motori e gestuali, sostenendo pongono i fonemi possono avere una durata anche più lunga dei
che essi devono essere considerati come elementi essenziali del suoni stessi, in questo senso la percezione non si basa sui foni ma
parlato: sui gesti che compongono i foni, in altri termini, il meccanismo
percettivo funziona a bassa velocità e tuttavia riesce ad avere
«It is partly because the movements are hard to observe, and partly una performance ad alta velocità. Nell’ipotesi di Liberman la per-
because recent forms of recording apparatus have favored the stu- cezione, dunque, non solo non è esclusivamente acustica, ma ha
dy of the sound alone, that phonetic analysis is concerned so largely anche una forte componente gestuale: la percezione è possibile
with the tones and noises produced, rather than with the movements perché vi è una sorta di identità tra il sistema che produce e il
of speech. But there are excellent reasons for considering the move-
ments the primary essentials of speech, and for assuming that the sistema che percepisce. In sostanza, la comprensione (al livello di
tones and noises and occasional silences figure merely as the me- percezione) di un’espressione linguistica in un individuo è elabo-
ans whereby the movements of speech are made audible» (Stetson rata dallo stesso meccanismo che produce il parlato in quell’in-
1951:10-11). dividuo. Questo tipo di comprensione motoria che Liberman
ipotizza ha trovato conferma scientifica in tempi recenti, grazie
Tuttavia possiamo andare ancora più indietro, agli albori del- alla scoperta dei neuroni specchio (Rizzolatti & Sinigaglia, 2006).
la fonetica acustica, per notare come già Pierre-Jean Rousselot, Un secondo caso che vogliamo illustrare in favore dell’impor-
considerato il padre della fonetica sperimentale, aveva chiara in tanza degli aspetti motori nella percezione è un esperimento
mente l’importanza degli aspetti dinamici del suono, nonostante pubblicato su Nature nel 1976 da Harry McGurk e John MacDo-
all’epoca (i primi del novecento) non si disponesse ancora di una nald. I due linguisti americani avevano filmato un soggetto che
strumentazione sofisticata come quella attuale. pronunciava la sillaba /ga/, a questo video avevano inserito
l’audio della sillaba /ba/. Sottoponendo il video a un gruppo di
«Au point de vue physiologique, chaque articulation se divise en
parlanti, essi osservarono che ciò che la maggioranza dei parlan-
trois actes: la mise en position des organes ou tension, la tenue et ti sentiva non era né /ba/, né /ga/, ma piuttosto /da/ (McGurk e
la détente. En effet, pour produire un son quelconque, l’organe vo- MacDonald, 1976). Tale effetto, che prende il nome da uno dei
cale doit quitter un état indifférent pour prendre la position voulue, due sperimentatori, è detto “effetto McGurk” e mostra che la per-
maintenir celle-ci quelques instants et ensuite l’abandonner. […] On cezione è multimodale. In altre parole, il nostro sistema percet-
croit généralement que les voyelles correspondent à des stations or- tivo integra le informazioni appartenenti a diversi sistemi senso-
ganiques, par opposition aux consonnes qui correspondraient à des riali. Lo stesso esperimento è stato in seguito replicato con una
mouvements. En d’autres termes, les voyelles seraient produites au variante: questa volta, la voce e il video appartenevano a sog-
seul moment de la tenue. Les tracés montrent ce qu’il y a d’exagéré getti di sesso opposto. L’effetto McGurk si è rivelato valido anche
dans cette doctrine… [Les tracés montrent] … très clairement que
la production du son ne coïncide pas exclusivement avec le moment
in questo caso, difatti, ciò che veniva percepito era il risultato
de la tenue, et que celleci même ne peut pas être définie strictement congiunto dello stimolo visivo e dello stimolo uditivo, sebbene
comme une ‘station organique’» (Rousselot, P.J., 1924 : 334-337). i soggetti avessero riconosciuto che la voce apparteneva ad un
individuo di sesso opposto rispetto a quello del viso che avevano
visto (Green, Kuhl, Meltzoff e Stevens, 1991).
L’abbé Rousselot aveva verificato che la produzione del suo-
no non coincide con il momento della tenuta, e che la fase della
tenuta non è statica ma dinamica. Suo nipote, Fauste Laclotte
(1899), studiando la realizzazione di unità sillabiche giunge agli
3. Evidenze ontogenetiche
stessi risultati, mostra che se cambia la vocale che segue la con- Chiamare in causa elementi come i gesti articolatori è fon-
sonante, anche la consonante stessa sarà prodotta in maniera damentale per qualunque lavoro sulla produzione verbale che
diversa. Non solo, Laclotte mostra che l’influenza di una vocale si intenda descrivere lo sviluppo ontogenetico delle abilità vocali.
estende anche oltre il segmento precedente fino alla vocale che I gesti non sono entità esclusivamente linguistiche, ma esistono
precede quella consonante. Laclotte non definisce questo feno- prima e indipendentemente dal linguaggio. In questo senso, si
meno coarticolazione, perché il termine all’epoca non esisteva possono prestare bene a fare da ponte tra il prelinguaggio e il
– sarà coniato solo nel 1933 da due linguisti tedeschi, Menzerath linguaggio. Un primo modo per mettere alla prova la fonologia
e de Lacerda; al contrario, considera tale fenomeno un caso di ar- gestuale è, allora, quello di vedere come essa spiega i processi
monia vocalica (attualmente il termine coarticolazione si utilizza coarticolatori di sviluppo della vocalità nei bambini.
per processi fonetici di base, quasi sempre impercettibili senza In questo ambito di studi un dato piuttosto condiviso è quel-
un’adeguata strumentazione, mentre l’armonia vocalica si situa lo secondo cui il parlato dei bambini ha una variabilità più alta
al livello fonologico). rispetto a quello degli adulti. A tale dato, tuttavia, si offrono
Ma non è forse propria della natura del suono la dinamicità? spiegazioni molto diverse a seconda delle ipotesi teoriche a cui
La fisica acustica ci insegna che per avere un suono sono neces- i ricercatori aderiscono. Le teorie che si oppongono sono essen-
sarie tre condizioni, vale a dire: (1) la perturbazione prodotta da zialmente due: la prima, avanzata da Kent (1983) e Katz, Kripke
una sorgente elastica, dunque in grado di emettere vibrazioni e Tallal (1991) (in linea con la Standard Theory chomskiana che
(in altre parole movimenti), (2) la trasmissione di tali vibrazioni assume come unità distintive i segmenti e i tratti distintivi), l’altra
attraverso un mezzo elastico, (3) la ricezione delle vibrazioni da sostenuta da Nittrouer, Whalen (1989) e Nittrouer, StuddertKen-
parte di un corpo elastico. In pratica, il suono si propaga solo at- nedy e McGowan (1989) – in linea con la fonologia articolatoria.
traversi corpi in grado di vibrare, ciò significa che il movimento è Secondo i primi, i bambini hanno la tendenza a produrre un par-
indispensabile al suono. Dunque, non è possibile pensare a ge- lato più segmentato rispetto agli adulti. Ciò sarebbe dovuto al
sto e suono come a una dicotomia perché il suono è una forma fatto che l’abilità motoria per la produzione di sequenze sonore
particolare di gesto. ordinate serialmente viene acquisita prima della coordinazione
Finora abbiamo considerato l’importanza dei fattori moto- temporale. Si ipotizza, allora, che il bimbo acquisti dapprima la
ri nella produzione. Tuttavia la produzione è solo uno dei due padronanza articolatoria del segmento e, successivamente, la
aspetti in gioco nel parlato, l’altro fondamentale aspetto è la per- capacità di adattarlo al contesto, in pratica, le unità invarianti si
cezione. La domanda a cui vogliamo rispondere è la seguente: adattano progressivamente al contesto variabile. Secondo tali
quanto contano gli aspetti motori nella percezione dei suoni? Un autori l’estensione della coarticolazione negli adulti è compa-
buon punto di partenza è la teoria motoria della percezione del rabile a quella osservata nei bimbi, la differenza sta soprattutto
parlato di Alvin Liberman e colleghi (1967, 1985). Secondo Liber-

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nella minor consistenza e maggiore variabilità delle produzioni In un approccio gestuale e motorio, come quello che abbiamo
infantili. sostenuto, l’unità viene recuperata perché i gesti programmati
Secondo Nittrouer e colleghi, la produzione dei bambini è sono realizzati come entità concrete effettivamente invariabili;
caratterizzata da una coarticolazione maggiore; in altre parole, la variabilità è data dalla coproduzione e dalla sovrapposizione
i bambini hanno una variabilità più alta che si traduce in una di tali movimenti nel tempo. Un banco di prova per verificare
maggiore ampiezza dell’unità di produzione (che nella prima l’utilità dell’approccio motorio è senza dubbio lo sviluppo fono-
fase della produzione verbale è la sillaba) e solo gradualmente logico nell’ontogenesi: i dati mostrano che le prime produzioni
restringono la loro organizzazione articolatoria a unità più picco- dei bambini sono delle sillabe olistiche e che consonanti e vocali
le (Kühnert e Nolan, 1999). Avvalendosi di diversi dati sperimen- emergono come entità separate in un secondo tempo, con l’ac-
tali, Browman e Goldstein (1992) sostengono che le prime parole quisizione del controllo motorio che permette di realizzare gesti
di un bambino non siano fonemi, ma modelli olistici di “routine articolatori sempre più precisi.
articolatorie”. Le unità di base di queste routine articolatorie sono
gesti discreti che emergono prelinguisticamente (durante il bab- Bibliografia
bling), e che possono essere considerate versioni primarie, non Browman, C.P., Goldstein, L. (1986). Towards an articulatory pho-
raffinate, dei gesti che gli adulti usano. Lo sviluppo, in questo nology. Phonology Yearbook, 3, 219-252.
senso, sarebbe una sorta di differenziazione e di coordinazione Idd., (1989). Articulatory gestures as phonological units. Phonol-
di questi gesti di base. ogy, 6, 201-251.
Nella stessa direzione vanno gli studi sulla coarticolazione nei
bambini di Edda Farnetani (2003). La linguista ha sostenuto che Idd., (1990a). Articulatory gestures as phonological units. Phonol-
l’effetto coarticolatorio tende a diminuire con la maturazione. I ogy, 6, 201-251.
dati presentati nel suo lavoro indicano che quando il bambino Idd., (1990b). Gestural specification using dynamically-defined
produce una consonante (C) e una vocale (V) con lo stesso orga- articulatory structures. Journal of Phonetics, 18, 299-320.
no, non separa, ma assimila la C alla V, questo a causa di un’insuf- Idd., (1992). Articulatory Phonology: An Overview. Phonetic, 49,
ficiente differenziazione nel controllo Degli organi articolatori. 155-180.
Studi, come quello appena citato, mostrano che la coordinazio- Idd., (1995). Dynamics and Articulatory Phonology. In Port R.F.,
ne, in unità della dimensione del segmento, appare solo gradual- Van Gelder T. (eds.), Mind in Motion: Explorations in the Dy-
mente, durante l’acquisizione di una lingua. Questo ci permette namics of Cognition, Cambridge, MA: The MIT Press, (pp. 175-
di sostenere non solo che i fonemi non sono presenti nelle pri- 194).
me parole di un bambino, ma suggerisce anche che le unità di
livello più alto sono costituite da unità più piccole nel corso dello Browman, C.P., Goldstein, L. (2000). Competing constraints on in-
sviluppo del linguaggio. Se i gesti emergono come unità prelin- tergestural coordination and self-organization of phonologi-
guistiche di azione, e si sviluppano gradualmente in unità di con- cal structures. Bulletin de la Communication Parlée, 5, 25-34.
trasto, allora è possibile vedere una continuità nello sviluppo del Chomsky, N., Halle, M. (1968). The Sound Pattern of English, New
linguaggio. Una posizione di questo tipo torna esplicativamente York, Harper and Row.
utile per mostrare il passaggio dal pre-linguistico al linguistico. Daniloff, R.G., Hammarberg, R.E. (1973). On defining Coarticula-
Peter MacNeilage e Barbara Davis (2001), anch’essi sostenitori tion. Journal of Phonetics, 1, 3: 239-248.
di un’ipotesi continuista hanno sostenuto che nello sviluppo fo-
nologico, le unità iniziali della produzione siano sillabe olistiche Farnetani E. (1999). Coarticulation and connected speech pro-
(strutture unitarie, non segmentabili in consonanti (C) e vocali cesses. In Hardcastle W. J., Laver J. (eds.), The Handbook of
(V)) che emergono da pure oscillazioni mandibolari: C e V com- Phonetic sciences, Malden, Massachussets: Blackwell Publish-
paiono solo gradualmente come unità controllabili separata- ers, (pp. 371-404).
mente, attraverso un processo di differenziazione che porta alla Farnetani E. (2003). La coarticolazione nello sviluppo fonologico.
completa separazione di C da V. In questo modo, lo sviluppo è In Marotta G., Nocchi, N. (a cura di), Atti delle XIII giornate di
visto come un processo in cui il bambino restringe gradualmente Studio del gruppo di fonetica sperimentale (AIA) (Pisa, 28-30
il dominio dell’organizzazione articolatoria dalla sillaba al gesto novembre, 2002), Pisa, Edizioni ETS: 79-88.
vocalico e consonantico e impara a coordinarli nel pattern tem- Green K.P., Kuhl P.K., Meltzoff A.N., Stevens E.B. (1991). Integrat-
porale tipico dell’adulto. ing speech information across talkers, gender, and sensory
In conclusione, secondo le ipotesi presentate – ipotesi che modality: Female faces. Perception and Psychophysics, 50 (6),
nell’insieme possiamo definire motorie – con la maturazione la 524-536.
coarticolazione dovrebbe tendere a diminuire, mentre la distin- Jakobson, R., Fant, C.G., Halle M. (1972). Preliminaries to Speech
tività segmentale dovrebbe aumentare. In altre parole, nello svi- analysis. The distinctive features and their correlates, 10a ed.,
luppo delle capacità articolatorie, le unità minime, i gesti, non si Cambridge: MIT Press.
presentano nella forma in cui noi li analizziamo negli adulti, ma
hanno un’ampiezza maggiore e una minore precisione. Possia- Kent, R. (1983). The segmental organization of speech.
mo considerare queste prime forme come delle sillabe olistiche, In MacNeilage, P. (ed.) Speech Production, New York:
indifferenziate all’interno, che pian piano evolvono nei gesti ar- Springer-Verlag, (pp. 57-89).
ticolatori. Kühnert, B., Nolan, F. (1999). The origin of Coarticulation. In Hard-
castle W.J., Hewlett N. (eds.), Coarticulation. Theory, data and
techniques, Cambridge, CUP, (pp. 7-30).
4. Conclusioni Laclotte, F. (1899). L’harmonie vocalique, La Parole, pp. 177-345.
Riepilogando, abbiamo mostrato come gli approcci forma- Macneilage, P.F., Davis, B.L. (2001). Motor mechanisms in speech
li e astratti alla fonetica e alla fonologia, mettendo da parte la ontogeny: phylogenetic, neurobiological and linguistic im-
temporizzazione – e di conseguenza gli atti necessari alla produ- plications. Current Opinion in Neurobiology, 11, 696-700.
zione articolata – sebbene utili da un punto di vista descrittivo, Mcgurk, H., Macdonald, J. (1976). Hearing Lips and Seeing Voices.
appaiano deboli e poco proficui da un punto di vista esplicativo. Nature, 26, 4746-48.
A nostro avviso, è necessario recuperare un approccio gestua- Menzerath, P., De Lacerda, A. (1933). Koartikulation, Steuerung
le per superare la dicotomia tra piano dell’espressione e piano und Lautabgrenzung, Berlino e Bonn: Ferd. Dümmlers Verlag.
della programmazione – in altre parole tra fonetica e fonologia Nittrouer, S., Studdert-Kennedy M., Mc Gowan R. (1989). The
– che si traduce a livello teorico in un dualismo mente-corpo. emergence of phonetic segments: evidence from the spec-

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tral structure of fricative-vowel syllables spoken by children
and adults. JSHR, 32, 120-132.
Nittrouer, S., Whalen D. (1989). The perceptual effects of child-
adult differences in fricative vowel coarticulation. JASA, 86,
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Rousselot, P.-J. (1897-1901/1924). Principes de Phonétique Expéri-
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Stetson, R.H. (1951). Motor Phonetics: a Study of Speech Movement
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Trubetzkoy, N.S. (1939). Grundzüge der Phonologie. Göttingen:
Vandenhoeck & Ruprecht (trad. it. Fondamenti di fonologia,
Einaudi, Torino 1971).

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Vincolare le teorie linguistiche
Apprendimento ed evoluzione
Maria Grazia Rossi - mgrazia.rossi@gmail.com
Dipartimento di Scienze cognitive, della Formazione e degli Studi culturali, Università di Messina

Abstract
The warning coming from Chomsky’s lesson on language is that any philosophical investigation about the nature of mind must be
constrained in terms of psychological plausibility. Specifically – in Chomsky’s model of language – findings from learning theory led
to posit the existence of an innate and domain-specific biological organ for language acquisition, the Universal Grammar. However
when the question of the evolutionary plausibility is introduced as a further constraint, the hypothesis of Universal Grammar does not
seem so satisfactory. As it is shown in contemporary debate, Universal Grammar’s hypothesis seems implausible just from a biological
and evolutionary point of view. More broadly, scholars argue that by taking an evolutionary perspective, the assumption of a domain-
specific Universal Grammar become superfluous and that language and language acquisition, rather than being a product of a biolo-
gical organ, is a result of repeated cycles of cultural learning. The main aim of this paper is to discuss this conclusion and to analyze the
implication of this viewpoint on the nature of language. While we support the attempt to bind the problem of language acquisition
to an evolutionary perspective, we claim that considerations on the cultural nature of language are by no means conclusive. Further
arguments and evidences need to be found.

Keywords
Language Theories, Psychological Plausibility, Evolutionary Plausibility, Universal Grammar, Language Acquisition

1. Plausibilità psicologica e plausibilità evolutiva La validità generale dell’APS non è qui in discussione. Come
sottolinea Fodor, «il cognitivismo moderno nasce con l’impie-
I vincoli che la scienza empirica impone alla riflessione teorica go di argomenti della povertà dello stimolo» (1990:197, citato
paiono particolarmente cogenti quando si ha di mira la costru- in Marraffa, Meini, 2005). Quest’ultimo ha rappresentato e rap-
zione di modelli della mente e del linguaggio naturalisticamen- presenta tuttora un’euristica efficace per lo studio della struttura
te fondati. In particolare, l’analisi filosofica interna alla scienza della mente. La critica di Chomsky ai modelli empiristi costitui-
cognitiva è stata a lungo legata alla questione della plausibilità sce, pertanto, un punto fermo nella riflessione contemporanea.
psicologica: da questo punto di vista ogni ipotesi interpretativa A dispetto di questa precisazione, il modello della GU è at-
sulla natura del mentale deve essere conforme a ciò che sappia- tualmente al centro di un’aspra controversia. Se infatti la pars
mo sul funzionamento dei sistemi cognitivi. A tal proposito, la destruens dell’APS può essere considerata, tutto sommato, una
lezione di Chomsky sul linguaggio è esemplare. conquista abbastanza pacifica, la pars costruens difesa da Chom-
Decretando l’implausibilità psicologica della teoria sky naviga invece in cattive acque. Le critiche alla GU vengono
dell’apprendimento alla base del comportamentismo, la re- portate avanti su due fronti principali. Il primo, ruota proprio at-
censione di Chomsky (1959) al libro “Il comportamento ver- torno all’APS; il secondo, ha a che fare con il test della plausibilità
bale” (1957) di Skinner, può essere considerata valida ancora evolutiva.
oggi per mettere in discussione qualsiasi modello empirista Per quanto riguarda la prima questione, come ha messo in
sul linguaggio. evidenza Stich, tutto ciò che l’APS dimostra è che «the right ac-
La critica alle teorie empiriste affonda le sue radici in quello quisition theory is a non-Empiricist one» (1978: 275); tuttavia, a
che Chomsky considera l’interrogativo fondamentale della lin- meno di presupporre assunzioni aggiuntive sulla natura del lin-
guistica: il problema dell’acquisizione del linguaggio (Chomsky, guaggio e dei processi di acquisizione che ne stanno alla base,
1973). Lo schema stimolo-risposta alla base del comportamen- dall’implausibilità dei modelli empiristi non sembra possibile
tismo non è sufficiente; tra gli input (gli stimoli ricevuti dall’am- dedurre automaticamente la plausibilità della GU (Cowie, 1999;
biente esterno) e l’output (la conoscenza dei parlanti allo stato Scholz, Pullum, 2006; Stich, 1978). Sebbene il dibattito sull’esten-
finale del processo di acquisizione) vi è uno scarto incolmabile. dibilità della validità dell’APS presenti ancora esiti incerti (Crain,
Ora, per dar conto dell’acquisizione del linguaggio, dal momento Pietroski, 2001; Pullum, Scholz, 2002; Scholz, Pullum, 2002), la
che l’input linguistico è sempre sotto determinato rispetto al so- questione sollevata da Stich (1978) e ribadita recentemente an-
vrappiù di informazione contenuta nell’output, ciò che bisogna che da Scholz e Pullum (2006), ci sembra del tutto condivisibi-
supporre – così recita l’argomento della povertà dello stimolo le (per una difesa dell’APS cfr. Laurence, Margolis, 2001). Tanto
(APS), – è che una tale informazione dipenda da una competen- è vero che la polemica attuale non si gioca tanto sull’esistenza
za linguistica innata e sia quindi già presente alla nascita nella o meno dei vincoli e dei dispositivi di elaborazione alla base
mente-cervello degli individui. dell’acquisizione del linguaggio, ma sulla natura (linguistica vs.
Non è nostro interesse entrare nei dettagli di questo ragiona- cognitiva; specifica per dominio vs. dominio generale) di tali
mento (cfr. Laurence & Margolis, 2001). L’aspetto che ci preme vincoli: appiattire la questione sull’opposizione tra empiristi à la
analizzare ha a che fare con le implicazioni di questo argomento Skinner e innatisti à la Chomsky è quindi poco produttivo oltre
sul modello del linguaggio proposto da Chomsky. In effetti, con che ingeneroso nei riguardi dei modelli alternativi in campo (cfr.
l’APS Chomsky sembra guadagnare un passaggio argomentativo Tomasello, 2003).
importante per giustificare la necessità teorica della Grammatica Gli approcci funzionali rappresentano l’alternativa più promet-
Universale (GU): un sistema formale di principi linguistici astratti tente al modello formale della grammatica generativa di stampo
e innati che sta alla base dell’apprendimento, della comprensio- chomskiano. L’ipotesi è che il linguaggio non sia affatto un siste-
ne e della produzione del linguaggio (Chomsky, 1965, 1988). No- ma formale bensì funzionale: la struttura stessa del linguaggio,
nostante le continue revisioni nei modelli proposti, il riferimento più che da regole dipendenti dalla GU, sembra interamente mo-
all’innatismo della GU rimane una costante della riflessione di dellata da fattori inerenti ai processi di uso, di apprendimento
Chomsky: la GU dà conto del fatto che siamo predisposti ad ap- e di trasmissione culturale (Christiansen, Chater, 2008; Deacon,
prendere una lingua; il linguaggio è essenzialmente una facoltà 1997; Evans, Levinson, 2009; Smith, 2006; Tomasello, 2008). Nel
che riguarda la biologia degli organismi. § 3 esamineremo da vicino gli approcci funzionali, soprattutto in

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relazione al problema dell’acquisizione del linguaggio; intanto, ambienti linguistici sono soggetti a un continuo cambiamento
per quel che riguarda lo specifico di questo paragrafo, è bene e sono enormemente differenti tra le popolazioni, è quindi im-
precisare che il tentativo di dar conto dell’apprendimento del probabile che i principi arbitrari della GU possano fissarsi tramite
linguaggio senza chiamare in causa una qualche forma di GU è un processo di evoluzione biologica. Il conseguente rifiuto della
in primo luogo interessante perché è portato avanti nel rispetto GU è, dal nostro punto di vista, pienamente condivisibile: se la
della sfida imposta dal test della plausibilità psicologica. E non è GU non supera il test della plausibilità evolutiva, non ci interessa
tutto. Quando si valuta il modello formale affrontando la secon- affatto salvare la GU.
da questione, quella della plausibilità evolutiva della GU, l’attac-
co alla proposta di Chomsky diventa particolarmente stringente.
In effetti, per portare avanti un approccio genuinamente natura- 3. Dilemma darwiniano
listico, il riferimento esclusivo al test della plausibilità psicologica
non è ancora sufficiente. In linea con l’insegnamento darwiniano, Rifiutando di caratterizzare il linguaggio naturale in analogia
la nostra idea è che siano ormai maturi i tempi per avanzare pre- coi linguaggi formali della matematica e della logica proposizio-
tese anche sul rispetto del vincolo della plausibilità evolutiva. Su nale, la tesi prevalente nei modelli funzionali è che il linguaggio
questo piano – che è a nostro avviso dirimente – l’argomento sia soggetto a una evoluzione storico-culturale e sia, pertanto,
di Chomsky risulta ulteriormente indebolito; ci troviamo a dover un adattamento di natura culturale: non è il cervello che si è
fare i conti, come sottolineano Bates et al. (1989) – con un vero e adattato al linguaggio, è bensì il linguaggio che si è adattato al
proprio dilemma linguistico: «Arguments for the biology of lan- cervello sfruttando sistemi cognitivi e meccanismi di apprendi-
guage rest on biologically implausible claims» (ivi, p. 29). mento già presenti.
L’ipotesi della natura culturale del linguaggio poggia sostan-
zialmente su due capisaldi teorici: (1) una prospettiva organici-
2. Dilemma linguistico stica sul linguaggio e (2) una concezione dell’apprendimento del
linguaggio basata sulla semplicità d’uso da parte degli utenti. In
Pur sostenendo la tesi che il linguaggio sia un componente entrambi i casi, il peso dell’argomento è scaricato sulla centralità
innato della mente-cervello, Chomsky non si impegna a soste- teorica attribuita alla dimensione del cambiamento linguistico.
nere che il linguaggio sia un adattamento biologico. Ciò che Per quanto riguarda la prospettiva organicistica, dall’idea che
rende incompatibile la grammatica generativa con la teoria il linguaggio e soprattutto le lingue siano del tutto simili a degli
dell’evoluzione è, secondo Chomsky (1988), la complessità della organismi è possibile derivare il parallelismo tra cambiamento
GU. Riaprendo il dibattito su questo tema, Pinker e Bloom (1990) biologico e cambiamento linguistico. «L’altra evoluzione» – per
hanno insistito sullo stretto legame tra complessità adattiva e dirla con Deacon (1997: 91) – è quella delle lingue intese come
teoria dell’evoluzione per selezione naturale, giustificando la virus, parassiti benefici, organismi viventi (Christiansen, 1994).
conclusione che anche la GU, proprio perché complessa, possa Da questo punto di vista, il cambiamento linguistico può essere
essere considerata un adattamento biologico modellato dal- considerato – eccola l’analogia con il cambiamento biologico –
la selezione naturale ai fini della comunicazione (Pinker, 1994, alla stregua di un processo evolutivo basato su meccanismi cul-
2003). turali di replicazione e di variazione. Scrivono Christiansen e Cha-
La legittimità della darwinizzazione di Chomsky portata ter: «Historical processes of language change – provide a model
avanti da Pinker e Bloom (1990) deve tuttavia essere valutata of language evolution: indeed, historical language change may
prendendo in considerazione due aspetti differenti. L’aspetto be language evolution in microcosm» (2008: 503).
convincente dell’argomento è che il riferimento alla complessità Discutere la questione del cambiamento linguistico in questi
della GU non possa essere utilizzato per motivare il rifiuto di una termini ha senso soltanto all’interno di una prospettiva in cui oc-
spiegazione gradualista basata sul meccanismo della selezione cuparsi dell’evoluzione del linguaggio significa sostanzialmente
naturale; per spiegare la complessità adattiva che caratterizza occuparsi dell’evoluzione delle lingue. È sulla legittimità di que-
gli oggetti biologici non possiamo che chiamare in causa la se- sto passaggio argomentativo che si gioca la partita sulla natu-
lezione naturale (Dawkins, 1986). A tale riguardo, non è casuale ra biologica o culturale del linguaggio. In effetti, Christiansen e
che Chomsky (2010) abbia recentemente tentato di fare a meno Chater (2008) insistono proprio su questo tema per scongiura-
della complessità della GU. A dispetto degli esiti per nulla con- re l’ipotesi che il linguaggio possa essere l’esito di un processo
vincenti e comunque ancora troppo compromettenti sul piano di evoluzione per selezione naturale: «The rapidity of language
della plausibilità evolutiva (Kinsella, Marcus, 2009; Rossi, 2012), change – and the geographical dispersal of humanity – suggests
un’operazione di questo tipo rappresenterebbe comunque una that biological adaptation to language is negligible» (ivi, p. 503).
vittoria pirrica: per un modello che per rispondere al problema La rapidità del cambiamento linguistico è, in altri termini, il fat-
dell’acquisizione del linguaggio ha fatto perno sulla complessità tore determinante nello sbilanciare il processo di adattamento a
della GU, rinunciare alla complessità della GU sarebbe come ri- vantaggio dell’evoluzione culturale.
nunciare alla GU stessa, vale a dire fare a meno del nucleo teorico Il secondo corno del problema tocca la relazione tra cambia-
fondante del generativismo. mento linguistico e teoria dell’apprendimento. Ci sono almeno
L’altro aspetto della questione è capire se, più nello specifico, due ragioni per cui questi autori devono investire parecchie ri-
il modello della GU sia incompatibile con l’evoluzione per sele- sorse argomentative sul piano della teoria dell’apprendimento.
zione naturale per problemi di altra natura che toccano la que- La prima ragione da prendere in considerazione, come abbiamo
stione della complessità soltanto indirettamente e che hanno già specificato nel paragrafo iniziale di questo lavoro, è che il pia-
piuttosto a che fare con delle assunzioni – compromettenti dal no dell’acquisizione rappresenta storicamente il punto di forza
punto di vista evolutivo – sulla natura del linguaggio e della GU dei modelli formali: quando si deve dar conto di come sia possi-
(Ferretti, 2010; Kinsella, 2006; Rossi, 2012). Puntando su questo bile per il bambino acquisire sistemi linguistici così complessi, il
secondo aspetto, Christiansen, Chater (2008) sferrano un duro riferimento a una competenza innata specifica per il linguaggio
attacco all’idea che esista un meccanismo specializzato come sembra inevitabile. La seconda ragione deriva direttamente da
la GU. Tra le giustificazioni più convincenti che scoraggiano l’i- un presupposto interno al modello del linguaggio proposto dai
potesi dell’evoluzione di strutture specifiche per il linguaggio funzionalisti e sul quale si fonda, in ultima analisi, la critica all’ipo-
fondate su principi astratti e arbitrari, i due autori propongono tesi formale: concettualizzare l’evoluzione del linguaggio come
un argomento che punta sulla tensione tra la tesi del linguaggio una dinamica sociale evoluzionistica delle lingue sposta auto-
come adattamento biologico e l’adozione di un approccio fun- maticamente il carico esplicativo sulle condizioni socio-culturali
zionalista per spiegarne l’evoluzione. Gli adattamenti sono sem- esterne alle menti dei parlanti o, in altri termini, su un modello
pre selezionati perché funzionali per un ambiente locale; ma gli dell’acquisizione basato pesantemente sull’apprendimento più

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che su un insieme di principi linguistici innati. A tal proposito, l’argomento del bersaglio mobile. La struttura dell’argomento è
sottolinea Deacon (1997): esplicitata da Winter (2010: 352) nel modo seguente:
Premise 1 Biological evolution is slow.
«La chiave per comprendere la capacità di apprendimento della lin- Premise 2 Language change is rapid.
gua […] è il mutamento linguistico. La velocità di cambiamento evo- Premise 3 Slow biological adaptation needs stable targets.
luzionistico sociale della struttura della lingua, pur manifestandosi Conclusion Biology could not have adapted to language.
immutata rispetto al tempo necessario perché un bambino sviluppi le La tesi di Winter (2010) è che le premesse di un tale argomen-
facoltà di linguaggio, è un processo cruciale per comprendere come to siano in realtà ipotesi empiriche da verificare e che quindi, la
egli apprenda una lingua che in superficie sembra di una complessi- validità del ragionamento sulla natura adattativa del linguaggio
tà impossibile, oltreché insegnata in modo approssimativo. I mecca- debba essere valutata in relazione alla validità empirica di ciascu-
nismi che dirigono il mutamento linguistico a livello socioculturale na premessa. Data la rilevanza attribuita alla rapidità del cambia-
sono anche responsabili dell’apprendimento quotidiano della lin-
gua» (ivi, trad. it. p. 96).
mento linguistico all’interno dei modelli funzionali, concentre-
remo la nostra attenzione sulla seconda premessa (cfr. Ferretti,
2009; Winter, 2010) per una discussione critica della prima e della
A causa del cambiamento linguistico continuo, sembra neces- terza premessa rispettivamente).
sario adottare una concezione radicalmente differente dell’ap- Davvero tutti i tipi di cambiamenti linguistici sono di fatto così
prendimento. In effetti, la relazione tra cambiamento linguistico rapidi come sembra presupporre l’argomento che stiamo discu-
e processi di apprendimento risulta del tutto invertita rispetto al tendo? L’idea di Newmeyer (2005) in proposito, è che a dispetto
modello chomskiano: la continua variabilità delle lingue vincola della centralità teorica attribuita dalle analisi funzionaliste alla
il tipo di processi di apprendimento cui è necessario far riferi- velocità del cambiamento linguistico, il mistero che rimane da
mento per dar conto dell’acquisizione e dell’evoluzione storica spiegare quando si discute di linguaggio e di grammatica è la
delle lingue. Insistendo sulla stretta relazione tra processi che loro stabilità. In maniera parzialmente analoga, Winter (2010) si
sottostanno all’acquisizione, all’uso e al cambiamento linguisti- affida a questa tesi quando distingue tra cambiamenti minori e
co, il tentativo è di mostrare che la tesi della natura culturale del cambiamenti maggiori interni al sistema linguistico; questi ul-
linguaggio sia sostenibile soprattutto quando si è disposti ad af- timi, al contrario della rapidità dei cambiamenti minori, hanno
frontare la questione della plausibilità psicologica del modello di bisogno di tempi più lunghi (Nettle, 2007; Pagel, 2009).
acquisizione chiamato in causa unitamente alla questione della La velocità del cambiamento linguistico non può essere va-
plausibilità evolutiva. Su questo piano argomentativo, l’obiettivo lutata a priori. A dispetto di questo fatto, la nostra idea è che in
di fondo di Chater e Christiansen (2010) è mostrare che adot- questo passaggio specifico, l’argomento di Winter (2010) non sia
tando una prospettiva evolutiva sul cambiamento linguistico si così determinante per inficiare la validità dell’argomento del ber-
possa anche restringere il ventaglio delle teorie sull’acquisizione saglio mobile. Intendere la velocità dei cambiamenti linguistici –
a nostra disposizione. In un quadro di questo tipo, una qualche minori o maggiori che siano – in senso assoluto non sembra una
forma di GU non ha più ragione di essere presupposta. strategia argomentativa efficace. Per quanto i tempi dei cambia-
La sfida è riuscire a mostrare che la complessità del linguaggio menti maggiori possano essere molto più lenti rispetto ai tempi
è soltanto il prodotto di processi di trasmissione storico-culturali necessari per i cambiamenti minori, i tempi cui si sta qui facendo
che rendono le strutture linguistiche in continuo movimento, riferimento paiono comunque essere un battito di ciglia rispet-
e cioè soggette incessantemente alla contingenza del cambia- to ai tempi naturali dell’evoluzione biologica. Tuttavia, dietro la
mento. Ovviamente, intendere in questo senso la complessità ha critica di Winter si cela un elemento chiave per i nostri fini: una
profonde ricadute anche a livello dei meccanismi cognitivi sotto- critica più generale all’uniformitarianismo. È su questo aspetto
stanti che ne stanno alla base. Non è necessario chiamare in cau- che ora rivolgeremo la nostra attenzione.
sa principi astratti specifici, basta il riferimento a semplici principi L’uniformitarianismo linguistico è una posizione che attribu-
dominio generali per spiegare al contempo l’emergenza, l’evolu- isce il medesimo status a tutte le lingue e a tutti i tipi di cam-
zione e l’apprendimento delle strutture portanti delle lingue. In biamenti linguistici. Come ha notato recentemente Newmeyer
questo senso, il processo di complicazione del codice espressivo (2002; 2003), questa posizione può essere messa in discussione
è guidato da un processo di grammaticalizzazione che agisce in diversi modi. Tra le critiche, quelle che ci interessano maggior-
sulla dimensione storica delle lingue (Hopper, Traugott, 2003). mente, riguardano la relazione tra cambiamento ed evoluzione.
Nello spazio concettuale delle ipotesi sul linguaggio l’altra A tal proposito Heine e Kuteva (2007: 29) prendono in conside-
faccia del dilemma linguistico è il dilemma darwiniano: una razione tre assunzioni specifiche sottostanti all’uniformitariani-
prospettiva funzionalista ed evolutivamente orientata sembra smo:
obbligare una conclusione culturalista sulla natura del linguag- Assumptions of uniformitarianism
gio; i modelli che sembrano guadagnare terreno sul piano della U1 All modern languages are in some important sense equal.
plausibilità evolutiva spostano il linguaggio fuori dall’azione del- U2 Since the general structure of human languages of 5000
la selezione naturale. Eppure… years back was about the same as it is today, it must also have been
the same in early language.
3.1 Cambiamento, apprendimento, evoluzione U3 Linguistic change in early language was of the same kind
as we observe in modern languages.
Il monito che arriva dai funzionalisti è chiaro: legare l’evoluzio- Nell’analizzare ciascuna assunzione, Heine e Kuteva (2007)
ne della GU all’evoluzione di proprietà astratte e arbitrarie signifi- sottolineano la rilevanza teorica della terza assunzione. Da un
ca rinunciare a un modello del linguaggio plausibile da un punto punto di vista evolutivo, la prima assunzione è non problema-
di vista evolutivo. Non è su questo punto che intendiamo avan- tica; la seconda viene decisamente avversata, mentre la terza è
zare la nostra critica. Tuttavia, dal fatto che il linguaggio non sia decisiva: com’è ovvio, se i cambiamenti linguistici attuali fossero
un adattamento come la GU non si può derivare che il linguaggio differenti rispetto a quelli storici e, soprattutto, se i cambiamenti
non possa essere una forma diversa di adattamento biologico. linguistici attuali fossero differenti rispetto a quelli delle fasi ini-
Insistere su un tale passaggio argomentativo è fallace (Ferretti, ziali dell’evoluzione della struttura linguistica, studiare il cambia-
2010; Ferretti, Primo, 2008). Il punto rilevante da discutere riguar- mento delle lingue – e i processi di trasmissione culturale che ne
da l’estendibilità delle conclusioni a modelli differenti rispetto a stanno alla base – per gettar luce sull’evoluzione del linguaggio,
quello della GU. sarebbe un’impresa votata al fallimento in via di principio. Per
Come ammettono Chater, Christiansen (2010), l’argomento scongiurare un esito di questo tipo, Heine e Kuteva (2007) ten-
fondamentale sul quale poggia la tesi che tenta di escludere la tano di conciliare una posizione uniformitarianista sul cambia-
possibilità di adattamenti biologici specifici per il linguaggio è mento linguistico con una posizione non-uniformitarianista sulla

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struttura linguistica; a questo livello di analisi è l’origine (cultura- all’interno dei modelli funzionali. I criteri teorici che stanno alla
le) della struttura linguistica l’oggetto di tutta la riflessione. base di una tale ipotesi sono, a nostro avviso, parecchio proble-
matici: poiché la posizione uniformitarianista sul cambiamento
«������������������������������������������������������������������
Our concern […] is exclusively with the situation that we hypothe- linguistico può essere messa in discussione, non è più lecito in-
size to have characterized early language, when these processes took dividuare nel cambiamento storico e osservabile delle lingue la
place for the first time, that is, when there were, for example, verb but metodologia d’indagine privilegiata per dar conto dell’evoluzio-
no auxiliaries – hence, when human language was less complex than ne del linguaggio. Se i processi e i meccanismi di acquisizione,
it is today. On the basis of this hypothesis, we see no reason to adopt di trasmissione e di evoluzione delle lingue non sono del tutto
assumption U2» (Heine, Kuteva, 2007: 32). equiparabili, la possibilità che il linguaggio sia un adattamento
biologico resta ancora un’ipotesi possibile.
È possibile mettere in discussione questa posizione? L’esse-
re apprendibile e la trasmissibilità sono proprietà d’importanza
Bibliografia
fondamentale, soprattutto per garantire la sopravvivenza del
Argyropoulos, G.P. (2010). Is grammaticalization glossogenetic?
codice espressivo nelle prime fasi dell’evoluzione del linguaggio.
In Smith, A.D.M., De Boer, B., Schouwstra, M., (eds.), The evolu-
Il punto in questione è capire se, a partire da queste considera-
tion of language: Proceedings of the 8th international confer-
zioni, sia obbligatorio guardare al linguaggio e alla grammatica
ence on the evolution of language, Singapore: World Scientific,
come al prodotto di cambiamenti linguistici ripetuti basati su
3-10.
processi di apprendimento culturali. Un’assunzione implicita
dietro a questo discorso è che i meccanismi di apprendimento Bates, E., Thal, D., Marchman, V. (1989). Symbols and syntax: a
nella filogenesi siano del tutto simili a quelli che regolano tanto darwinian approach to language development. In Krasnegor,
l’evoluzione storica delle lingue quanto l’apprendimento del lin- N.A., Rumbaugh, D.M., Studdert-Kennedy, M., Schiefelbusch,
guaggio nell’ontogenesi. Come precisano Beckner et al. (2009): R.L. (eds.), The Biological Foundations of language Develop-
ments, Oxford: Oxford University Press, 29-65.
«Given that grammaticalization can be detected as ongoing Beckner, C., Ellis, N.C., Blythe, R., Holland, J., Bybee, J., Ke, J., Chris-
in all languages at all times, it is reasonable to assume that the tiansen, M.H., Larsen-Freeman, D., Croft, W., Schoenemann, T.
original source of grammar in human language was precisely (2009). Language Is a Complex Adaptive System. Language
this process: As soon as humans were able to string two words Learning, 59, 1-26.
together, the potential for the development of grammar exists, Chomsky, N. (1959). A Review of B. F. Skinner’s Verbal Behavior.
with no further mechanisms other than sequential processing, Language, 35, 26-58.
categorization, conventionalization, and inference-making»
(Beckner et al., 2009:8). Id., (1965). Aspects of the Theory of Syntax, Cambridge (Ma): The
MIT Press.
Ancora una volta, il presupposto di questa considerazione, Id., (1973). Conditions on transformations. In Anderson S.R., Kip-
spesso sottaciuto nella letteratura funzionalista, è la tesi dell’u- arski, P. (eds.), A Festschrift for Morris Halle, New York, Holt:
niformitarianismo del cambiamento linguistico che sta alla base Rinehart & Winston.
dell’identificazione tra evoluzione storica delle lingue ed evolu- Id., (1988). Language and Problems of Knowledge, Cambridge
zione del linguaggio. Tuttavia, questa tesi può essere considerata (Ma): The MIT Press.
valida soltanto a patto di equiparare o identificare tre processi
Id., (2010). Some simple evo-devo theses: how true might they
– filogenetici, glottogenetici (o storici), ontogenetici – che, per
be for language? In Larson, R.K., Déprez, V.M., Yamakido, H.
quanto interdipendenti, sono solitamente mantenuti distinti.
(eds.), The Evolution of Human Language. Biolinguistics Per-
«The explanatory role of glossogeny – commenta Fitch (2008) –
spectives, Cambridge: Cambridge University Press, pp. 45–62.
is complementary to, not in competition with, that of biological
evolution» (ivi, p. 522). Quanto meno, l’identificazione tra questi Chater, N., Christiansen, M.H. (2010). Language Acquisition Meets
processi non può essere data per scontata (Argyropoulos, 2010). Language Evolution. Cognitive Science, 34, 1131-1157.
Sostenere che alla base della glottogenesi, dell’ontogenesi Christiansen, M.H. (1994). Infinite Languages, Finite Minds: Con-
e della filogenesi debbano essere collocati processi differenti nectionism, Learning and Linguistic Structure, PhD thesis, Uni-
ha ripercussioni interessanti sulla questione della tipologia dei versity of Edinburgh, Scotland.
cambiamenti linguistici e, di conseguenza, sui meccanismi di ap- Christiansen, M.H., Chater, N. (2008). Language as shaped by the
prendimento che ne stanno alla base. Dal nostro punto di vista è brain. Behavioral and Brain Sciences, 31, 489-558.
possibile mantenere la distinzione tra questi processi; se così fos-
se, sarebbe possibile mettere in discussione l’uniformitarianismo Cowie, F. (1999). What’s Within? Nativism Reconsidered, New York:
anche sul piano dei cambiamenti linguistici. Oxford University Press.
Un’indicazione che va in questa direzione, arriva proprio da- Crain, S., Pietroski, P. (2001). Nature, Nurture and Universal Gram-
gli studi sull’acquisizione del linguaggio. Come mostra un lavoro mar. Linguistics and Philosophy, 24, 139-185.
di Diessel (in press), un parallelismo stretto tra processi storici e Dawkins, R. (1986). The Blind Watchmaker, New York: Norton & Co.
processi ontogenetici sembra non funzionare: meccanismi di ap-
Deacon, T. (1997). The Symbolic Species. The Co-evolution of Lan-
prendimento differenti potrebbero regolare diverse tipologie di
guage and the Brain, New York: W.W. Norton & Company (trad.
cambiamenti linguistici. Pertanto l’identificazione tra evoluzione
it. La specie simbolica. Coevoluzione di linguaggio e cervello,
del linguaggio ed evoluzione storica delle lingue non può più
Roma, Giovanni Fioriti Editore 2001).
essere presupposta.
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La questione della natura del linguaggio deve essere affron- Language diversity and its importance for cognitive science.
tata affiancando al vincolo della plausibilità psicologica quello Behavioral and Brain Sciences, 32, 429-492.
della plausibilità evolutiva. Il tentativo di vincolare sul piano evo- Ferretti, F. (2009). Dare tempo al linguaggio. In Parisi, F., Pri-
lutivo i modelli dell’acquisizione del linguaggio ci sembra una mo, M. (a cura di), Natura, comunicazione, neurofilosofie.
mossa ampiamente condivisibile. A non convincerci invece, è Atti del III Convegno 2009 del CODISCO, Roma: Corisco, pp.
l’ipotesi specifica sulla natura culturale del linguaggio avanzata 25–37.

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La sinfonia mimetica dei corpi
Maria Grazia Turri - mariagrazia.turri@unito.it
Università degli Studi di Torino

Abstract
We are capable of imitating movements, gestures, actions, skills, behaviors, pantomimes, sounds, vocalizations, speech, emotions
and we have particular “imitation system” in the brain, the mirror neurons, their properties indicate that they represent a mechanism
that areas onto their motor counterpart. This matching mechanism may underlie a variety of functions that the first and sound are
emulation, imitation and understanding of intentionality. The researches say that society is not formed by autonomous unit, but by
relations. In the 20th century, social scientists and philosophers began to study how and why people imitate actions, emotions and
processes how the ideas come up because is necessary to explain how human society come up and how people related to each other
through persistent relations. The consequences of this mechanism is that responsibility have to became the centre of the reflection.

Keywords
Imitation, mimic, mirror neurons, motor system, learning

1.Emulazione versus imitazione L’emulazione per poter avvenire deve comunque essere sup-
portata da due condizioni: la capacità di riproduzione di atti che
«L’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia (e in ciò l’uomo diano vita tecnicamente a oggetti simili o a gesti approssimati-
si differenzia dagli altri animali, nell’essere il più portato a imitare e vamente equivalenti e dalla capacità osservazionale circa le pro-
nel procurarsi per mezzo dell’imitazione le nozioni fondamentali) … prietà degli oggetti e dei soggetti e dei potenziali rapporti fra di
tutti traggono piacere dalle imitazioni … noi siamo naturalmente in loro e fra le componenti che li costituiscono3.
possesso della capacità di imitare» (Aristotele, Poet. 4, 1448b 5-10). Storicamente, l’imitazione è spesso stata proposta come un
meccanismo o il meccanismo centrale di mediazione culturale
Aristotele riassume così gli elementi salienti che caratterizza- per spiegare, da un lato, le origini e i processi di trasmissione,
no l’origine e il perché dell’imitazione. Per imitare bisogna sape- dall’altro la stabilizzazione dei fenomeni culturali, sia nelle specie
re che cosa, da chi, come, quando e perché imitare e soprattutto animali, sia in popolazioni umane con specifiche tradizioni com-
individuare l’origine della facoltà di saper copiare, in che cosa portamentali, o a fronte di fenomeni di massa come i processi e
consiste e a che cosa serve. Per strade diverse a questa abilità le modalità di consumo.
sono stati connessi termini come emulazione, mimesi, mimica e,
ovviamente, imitazione. Per molti versi sul termine imitare, che il
dizionario considera sinonimo di copiare, a livello accademico è
in corso una vera e propria contesa, a colpi di nuove definizioni e
2. Imitazione incarnata: sistema motorio e correlato
introduzioni quotidiane di nuovi livelli. neurale
Molti studiosi evoluzionisti attuano però una netta distinzio-
ne fra emulazione (Romanes, 18831; Vallortigara, 2000), la capa- Sherlock Holmes sosteneva che «I am a brain, my dear Watson,
cità di copiare in modo approssimativo poiché non se ne com- and the rest of me is a mere appendage». In realtà noi siamo in
prende la finalità - il senso - , e imitazione, la facoltà di copiare primo luogo il nostro sistema motorio, cioè la struttura portante
dettagliatamente. In quest’ultimo caso si tratterebbe della peri- che consente ai soggetti di compiere atti come il percepire, l’ese-
zia di ricopiare la struttura organizzativa di un comportamento, il guire compiti, l’emozionarsi, il riflettere, il parlare, il provare sen-
che porterebbe con sé una comprensione analitica del processo sazioni. Senza sistema motorio esseri umani, animali e piante non
di ciò che vale la pena copiare e un raffinato intendimento della sarebbero oggetti biologici, capaci di atti autonomi ma oggetti
finalità dell’atto imitativo. Infatti, se dichiariamo che una persona fisici passivi (Turri, 2011). Negli ultimi vent’anni si è assistito a una
tenta di emularne un’altra pensiamo che la prima tenta di copia- completa revisione del modo semplicistico di concepire il funzio-
re la seconda, ma non che riesce a eguagliarla. Questa distin- namento e l’organizzazione del sistema motorio ed è andato in
zione trova fondamento scientifico in molti lavori fra cui quelli frantumi l’idea che questo svolga un ruolo periferico, seriale, uni-
di Deborah Custance (1996) dell’Università di Londra, che sulla camente esecutivo e passivo, mentre è emerso il fatto che questo
scia delle considerazioni dell’antropologo Marcel Jousse sul “mi- è in primo luogo condizione e attore della percezione e della co-
mismo” (1974; 1975), ha misurato l’abilità di copiare di diverse gnizione, tanto che passiamo da una fase emulativa a una vera e
specie di scimmie e quella dei bambini da uno a tre anni e ha propria abilità imitativa solo nel tempo e man mano che il sistema
quantificato che, in media in un gesto ripetuto, la precisione in motorio evolve e si affina (Watkins, Strafella, Paus, 2003).
questi primati rispetto all’uomo è circa il 40 per cento inferiore. L’individuo, imitando, fa proprio il comportamento altrui; un
Ed è questa difformità relativa alla precisione che fa sì che molti comportamento che probabilmente non avrebbe mai adottato
etologi sostengano che quello che chiamiamo imitazione per gli senza esservi stato esposto e stimolato. La forma di copiatura
esseri umani è in realtà emulazione nel caso dei primati diversi per antonomasia si ha nei geni, tanto che l’espressione comune-
dall’uomo2 e nei bambini al di sotto dell’anno di età. mente utilizzata è che «i geni sono soggetti a imprinting» (Burt,
Trivers, 2008:107).
1. John George Romanes, discepolo di Charles Darwin, individua l’esi- Se l’atto che s’intende replicare appartiene al corredo mo-
stenza di una sorta di scala della facoltà imitativa fra animali e umani, torio del soggetto, siamo sul terreno dell’imitazione, altrimenti
costruita sulla base della complessità e della precisione, sia per quanto se il corredo motorio non è del tutto identico siamo sul terreno
riguarda gli oggetti fisici, sia per quanto concerne i soggetti. dell’emulazione.
2. Negli animali, le forme base di inganno involontario sono dette mimic-
ry, termine con il quale di solito si intende l’emulazione di modelli perico- 3. Lo studio sulla facoltà emulativa delle taccole di Konrad Lorenz (1973)
losi per mezzo di una mimica innocua fatta di segnali visivi o uditivi, o di rimane una pietra miliare nella storia di questa capacità del genere ani-
odori sgradevoli, allo scopo di ingannare i predatori. male.

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Come si crea la corrispondenza tra l’atto motorio altrui e quel- vo, esogeno o endogeno, è tanto più efficace quanto più il gra-
lo originario, cioè come si fa, per esempio, a imitare un tuffo come do di attenzione, analisi, applicazione e riproduzione è intenso.
quello eseguito da una nuotatrice provetta?; oppure come si fa Pertanto vedere, guardare e notare sono atti contigui ma non
a essere tristi ogni volta che si vede qualcuno triste?; o ancora identici. «Se vuoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva» (Kay
come si fa a provare il dolore quando si vede qualcuno che soffre Ka’us Ibn Iskandar, 1981), è l’esortazione al prestare attenzione,
per un dolore fisico? In fondo si tratta di comportamenti perlopiù all’“avere occhio”, al vedere come, al vedere cosa, al saper vedere,
acquisiti senza riflettere. A questo quesito se ne aggiunge uno di ad attuare il passaggio da un vedere che è passivo e convergente
natura contigua e parallela: com’ è possibile replicare un gesto al guardare che è attivo e irradiante, al notare che è la presenza
osservato, fare qualcosa che si è visto fare ma non si è mai fat- piena di noi stessi al contesto. L’osservare, il notare i dettagli e le
to prima? Come avviene la trasmissione di competenze motorie sfumature è a sua volta un esercizio, è il frutto di una riscrittura
da un individuo che le possiede già a un altro a cui non appar- frequente di un processo che mnesticamente si consolida, il con-
tengono? Riprodurre per la prima volta atti concerne aspetti e solidarsi dell’abitudine all’essere attenti, cosicché da eccezionale
movimenti nuovi e coordinati, il che implica l’individuazione di il notare diventa normale e fluido e facilita la qualità dei processi
soluzioni, che probabilmente i soggetti stessi sono sul punto di imitativi.
scoprire autonomamente, ma che l’osservazione dell’esecuzione Il sistema specchio in realtà non si attiva in base alla codifica
da parte di altri rappresenta l’ultimo anello che ne consente la e alla decodifica di singoli atti, ma alla loro natura teleologica,
riproduzione. Perlopiù questo avviene o percependo l’atto altrui per cui l’apprendimento imitativo, che in questo quadro si con-
o seguendo istruzioni vocali. figura fondato sull’imitazione incarnata, risulta poco efficace se
Affinché possa esservi imitazione, una coemergenza psicofi- all’esecuzione di un atto o peggio ancora di singoli movimenti o
sica, due soggetti devono contestualmente possedere l’identico di singoli gesti non se ne identifica la finalità. Inoltre, gli obiettivi
corredo motorio e un medesimo pattern neurale; è infatti neces- perseguibili dipendono da un contesto (Schwarz, 2010), l’ambito
sario che non appena un soggetto vede compiere un atto si at- che consente la significazione dell’agire e della consapevolezza
tivano in lui i suoi neuroni motori che governano i muscoli degli del suo effetto. È possibile apprendere un gesto, un atto, un mo-
arti coinvolti nell’atto percepito, consapevolmente o inconsape- vimento, più o meno complesso, per semplice percezione, cioè
volmente. Questa corrispondenza neurale è governata dal siste- per semplice esposizione allo stimolo, unicamente perché ne
ma specchio (Rizzolatti, Sinigaglia, 2006), che nel momento in viene intesa la finalizzazione e quindi l’intenzione: io so già quello
cui si sta osservando un atto è responsabile della segmentazione che tu stai per fare e sono in grado di prevedere il fine cui tende
dell’atto osservato e dei singoli elementi da cui esso è composto. il tuo gesto e questo perché sono io stesso in grado di identi-
Se ad esempio l’insegnante di pianoforte esegue un accordo che ficarne l’obiettivo, lo scopo o la motivazione (Turri, 2012). Tutto
l’allievo non ha mai compiuto, è pressoché fuor di dubbio che, ciò significa che il percettore possiede un vero e proprio mec-
salvo un deficit stabile o temporaneo all’arto, l’allievo è in grado canismo di previsione che gli permette di essere proiettato anti-
di muovere le dita della mano con le stesse modalità con cui lo fa cipatamente verso l’esito dell’atto motorio che sta percependo.
l’insegnante; se egli inarca le dita e allunga il mignolo per conclu- Il contesto in cui si svolge l’atto suggerisce con più forza quale
dere l’accordo, è chiaro che questo movimento delle dita sarà dal è quello che con maggiore probabilità si dimostrerà vero e se
discepolo facilmente ripetibile, anche se dopo molto esercizio. poi un individuo conosce il comportamento consueto adottato
Ogni atto motorio è composto di più atti diversificati che con- dall’altro individuo, l’abitudine, dato il particolare contesto in cui
giunti portano alla fluidità del movimento che ognuno esegue si vede svolgere l’azione, sarà naturale che inizialmente questi
o vede eseguire. In colui che deve apprendere inizia così un pro- presupponga l’esito motorio che solitamente conclude l’atto in
cesso neurale volto alla frammentazione di questo atto continuo quel contesto di quell’individuo. Qualora però si capisse che la
nei suoi singoli atti, appartenenti tutti anche al suo patrimonio persona porterà a termine diversamente il gesto motorio, non è
motorio. Successivamente, lo stesso processo neurale che ha preclusa la facoltà di correggere immediatamente l’“intuizione”
dato inizio al frazionamento di ciò che viene percepito, avvia un del fine cui il suo gesto tende. Di conseguenza, in base al diver-
procedimento inverso volto alla ricostruzione, al riassemblamen- so tipo di movimento che si vede fare, si può ugualmente con
to dei singoli atti motori in un avvicendamento adeguato affin- facilità comprenderne la finalità. Nel caso in cui l’atto motorio
ché l’atto che deve essere eseguito si approssimi verosimilmente osservato faccia già parte delle competenze motorie dell’indivi-
a quello osservato. Questo processo avviene sia che l’atto sia solo duo che osserva, come saper nuotare, avviene un’attivazione dei
percepito, sia che esso venga effettivamente eseguito, infatti neuroni specchio ancora più marcata, perché ciò che è percepito
non tutti gli atti percepiti vengono riprodotti, anche se vengono risulta essere familiare e quindi saldamente inscritto nel patrimo-
sempre internamente copiati. nio motorio dell’osservatore.
Il fatto di copiare internamente l’atto osservato non implica Il sistema specchio è quindi in grado di selezionare sia il tipo di
quindi che noi ripetiamo effettivamente ogni atto che osservia- atto, sia la sequenza dei movimenti che lo compongono e si attiva
mo dato che entra in gioco perlopiù un meccanismo di inibizione anche nel caso di atti mimati, cioè nelle pantomime che non ri-
(Baldissera et al.,2001; Ramachandran, 2011)4, che blocca il pas- chiedono una effettiva interazione fisica con oggetti, o nel caso di
saggio dall’azione potenziale a quella reale, benché la potenzia- gesti intransitivi, cioè quei gesti che sono privi di un correlato og-
lità evocata consenta di rilevare comunque un’attivazione dei gettuale come quando per esempio si alza un braccio o lo si agita
muscoli corrispondenti. Ogni nuovo atto prospettato deve fare e quindi questa tipologia di neuroni si attiva sia durante la visione
necessariamente riferimento a schemi di movimento già posse- di un atto motorio visto, sia durante la messa in opera in prima
duti, cosicché conoscere un atto significa riconoscerlo, ricollegarlo persona dello stesso atto, sia negli atti comunicativi oro facciali.
a un atto simile che si trova o già in potenza eseguibile o già nella Ma c’è di più. In una ricerca è stato chiesto a due soggetti
memoria; esso viene dunque solamente riletto e se rieseguito, di sincronizzare il tamburellare delle loro dita su una scrivania:
riscritto. C’era una traccia e la traccia viene approfondita e raffi- si sincronizzavano con maggior precisione senza utilizzare un
nata e, probabilmente, leggermente variata. I circuiti neuronali metronomo rispetto a quando è stato loro chiesto di usarlo (Le-
così modellati creano una sorta di calco che fa sì che i nostri mo- vintin, 2008:47). Ciò potrebbe sembrare controintuitivo, giacché
vimenti nel tempo divengano automatici, fluidi e naturali. un metronomo ha un battito molto più regolare, e quindi più
L’apprendimento e la fluida effettuazione degli atti richiede prevedibile. Tuttavia l’esperimento ha dimostrato che gli esseri
tempo, attenzione e costanza e il risultato del processo imitati- umani si adattano alla reciproca performance, in un processo di
coadattamento. In pratica interagiscono tra loro, ma non con il
4. Si tratterebbe di un’inibizione a livello spinale. Si basa su questa di- metronomo, dal che è evidente che fra due oggetti con sistema
namica l’allenamento ideomotorio, cioè l’allenamento mentale utilizzato motorio e la presenza di uno privo di sistema motorio assiologi-
dagli atleti per prendere sempre maggiore familiarità con l’esercizio da camente prevale la relazione fra i primi.
eseguire.

99 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777


Pertanto apprendere per imitazione è un processo comples- quale il filosofo stagirita assegna autonomia sia al processo mi-
so, correlato all’obiettivo da perseguire, carico di significazione metico inteso come attività ed esperienza estetica fondamentale,
e che privilegia l’efficacia e la funzione alla forma, dove questa sia al mŷthos come suo prodotto. Da allora questo termine non è
è la conseguenza di quella. Quindi per imitare è necessario che mai scomparso dal pensiero filosofico in generale e soprattutto
l’organismo abbia la capacità di costruire strutture gerarchiche di dall’estetica. Infatti, se esiste un termine nella tradizione artistica
atti, con una competenza più generale di comprenderne le con- che risulta inflazionato questo è proprio mimesi, tanto che le am-
seguenze e che per essere qualitativamente raffinato richiede biguità connesse con il termine mimica, al confronto, sono poca
attenzione ed esercizio. cosa. Nella cultura occidentale l’origine del termine “mimesi” è si-
Nell’atto dell’imitare il soggetto imitante essendo il suo movi- curamente ascrivibile alle ragioni che sono state indicate da Eric
mento appartenente al proprio patrimonio motorio potenziale, Havelock (1963), secondo il quale la filosofia nasce quando la
sarà logica conseguenza che il suo personale approccio all’atto scrittura sorge e si sostituisce alla comunicazione orale6, quando
sarà per certi versi dissimile da quello di colui che è imitato, e da cioè alle regole della rappresentazione teatrale, in cui trionfa la
ciò dipenderà la differente interpretazione ed esecuzione di uno mimesi, i