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PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

La piazza del Campidoglio nel suo aspetto attuale fu progettata intorno alla metà del Cinquecento da
Michelangelo Buonarroti. La realizzazione degli elementi che la compongono (palazzi, arredo scultoreo e
decorazione pavimentale), concepiti da Michelangelo come un insieme funzionale ad un'organica unità, è stata
invece in parte attuata nel corso dei secoli successivi, con aggiunte e modifiche.

I palazzi sono:

- Palazzo dei conservatori


- Palazzo senatorio  Costruito tra la metà del
XII secolo e l'ultimo quarto del XIII secolo sulle
rovine dell'antico Tabularium , fu sede dal 1144 del
Comune di Roma e del suo più alto rappresentante:
il Senatore, responsabile dell'amministrazione della
giustizia e degli interessi cittadini.
- Palazzo clementino-caffarelli  sulle
proprietà della famiglia nelle immediate adiacenze
del Palazzo dei Conservatori, fu completata
dopo il 1680. Si affacciava sul Cortile del
Palazzo dei Conservatori ed includeva al suo
interno due giardini (il Giardino Caffarelli e
quello poi denominato Giardino Romano).
- Palazzo Nuovo  prima sede
museale per Musei capitoli con Villa Giulia.

PALAZZO DEI CONSERVATORI

l palazzo dei Conservatori è situato in piazza del Campidoglio a Roma, a fianco del Palazzo Senatorio e di
fronte al Palazzo Nuovo. Il palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo, insieme al Tabularium, costituiscono
attualmente la sede espositiva dei Musei capitolini, tra i musei romani più rappresentativi e visitati.
Il palazzo deve il suo nome per essere stato, quasi ininterrottamente per ben quattro secoli, la sede
della magistratura elettiva cittadina, i Conservatori appunto, che, insieme al Senatore, amministravano la città
eterna. La nuova facciata fu disegnata da Michelangelo Buonarroti (che successivamente ridisegnò anche la
piazza antistante), il quale però morì prima del termine dei lavori.

1. Cortile
due portici contrapposti e l'ampio spazio all'aperto ospitano notevoli esempi di scultura romana.
Sulla sinistra sono disposti i resti della decorazione della cella
del tempio del divo Adriano, con rilievi raffiguranti le
Provincie dell'impero romano e trofei d'armi.
Lungo la parete destra del cortile, nella quale sono murate tre
arcate della primitiva struttura quattrocentesca del palazzo,
sono allineati i frammenti di una statua colossale di
Costantino dalla Basilica di Massenzio. La statua
rappresentava l’imperatore seduto ed era costruita con la
tecnica dell’ acrolito: aveva in marmo solo le parti nude,
montate su una struttura portante rivestita da panneggi in
bronzo dorato o in preziosi marmi colorati.

Nel 1720 il cortile fu ulteriormente ampliato con la


costruzione, sulla parete di fondo, del portico progettato da
Alessandro Specchi (1668-1729) per accogliere un gruppo
scultoreo di notevole importanza: la Dea Roma e i
due Barbari prigionieri della collezione Cesi, acquistati per
il Campidoglio da papa Clemente XI (1700-1721).

Alla fine dell’ottocento vennero sistemati nel cortile i rilievi


con Provincie e trofei d’armi provenienti dal tempio
dedicato all’imperatore Adriano divinizzato tutt’ora esistente
a Piazza di Pietra. I rilievi raffigurano le personificazioni delle
Provincie assoggettate all’Impero Romano all’epoca della sua
massima espansione.

LE SALE:
- Horti lamiani
- Horti di mecenate
- Horti Tauriani e vettiani
- Sale dei Fasti
- Sala del Medioevo
GRANDE ESEDRA E TEMPIO DI GIOVE CAPITOLINO

1985/1990 - Avvio del progetto di ristrutturazione dei Musei Capitolini. La progettazione è affidata agli
architetti Costantino Dardi e Robert Einaudi. Alla morte dell'arch. Dardi l'intervento dell'esedra di Marco
Aurelio è affidato all'arch. Carlo Aymonino

1993 - Avvio progettazione da parte di Carlo Aymonino


1998 - Avvio scavi archeologici nel Giardino Romano; redazione progetto definitivo
23 dicembre 2005 - Inaugurazione della nuova sala espositiva

L’intervento nasce da diverse necessità:


ampliare gli spazi espositivi del museo,
accogliere in un ambiente più idoneo la statua
equestre del Marco Aurelio dopo il restauro
conclusosi nel 1990 (grazie al restauro ora è
visibile il bronzo dorato), valorizzare i resti
del Tempio di Giove Capitolino emersi dagli
scavi che hanno interessato le aree del
Giardino Romano e del Giardino Caffarelli.

Il progetto di Carlo Aymonino ha permesso di


realizzare un ampio spazio luminoso divenuto
fulcro di tutto il percorso museale. A partire
dal 1993 diverse soluzioni progettuali si sono
succedute, evolvendosi mano a mano che le
indagini archeologiche rivelavano nuovi resti
e mutavano dunque le relazioni spaziali e le
necessità funzionali dell’area. Il giardino è
stato oggetto di trasformazione già nel 1876
quando, secondo il disegno di Virgilio
Vespignani, vi fu edificato un padiglione
ottagonale in materiale leggero (demolito nel
1902) destinato ad ospitare le nuove
acquisizioni del museo. Aymonino, partendo
da questa idea, progetta nel quadrato del
vecchio cortile uno spazio di forma ellittica, che termina in corrispondenza del muro di fondazione del Tempio
di Giove, posto ad una quota inferiore rispetto alla sala. Per dare rilievo ai resti archeologici l’asse principale
dell’ellisse è orientato perpendicolarmente al basamento del tempio.

LA GRANDE ESEDRA

L'11 aprile 1990 il monumento è tornato in Campidoglio ed è stato collocato nel cortile del Museo Capitolino,
in un ambiente climatizzato appositamente chiuso da una vetrata. Il recupero dell'unità monumentale del
progetto michelangiolesco è stata fin dall'inizio una preoccupazione primaria. Fu deciso, quindi, di predisporre
una copia dell'originale. Non è stato possibile per motivi diversi adottare le due tecniche tradizionali del calco
diretto o della riproduzione per punti mediante il compasso o il pantografo: nel primo caso per la fragilità della
doratura residua unitamente alla sua scarsa adesione al bronzo, nel secondo caso per la difficoltà di riprodurre
fedelmente tutte le peculiarità del modellato plastico, sommatesi come in un palinsesto nel corso della lunga
storia del monumento. Per eseguire la riproduzione della statua bronzea si è fatto ricorso, quindi, al
procedimento indiretto, che prevede la ricostruzione della forma geometrica secondo un modello numerico
ottenuto tramite il rilievo 'fotogrammetrico' e l'integrazione manuale della "pelle" con tecniche artigianali. Nel
1997 i tecnici della Zecca dello Stato hanno completato la copia bronzea, che il 19 aprile dello stesso anno è
stata eretta sul basamento al centro della piazza Capitolina. Parallelamente alla realizzazione della copia, è
stato affrontato il problema della musealizzazione dell'originale in un ambiente più idoneo rispetto a quello
provvisorio, individuando un luogo adatto per dimensioni e per dignità nell'ambito dei Musei Capitolini, la cui
ristrutturazione è stata avviata nel 1997. A tale scopo è stata prevista la progettazione di un nuovo padiglione
nel Giardino Romano al primo piano del Palazzo dei Conservatori, dove alla fine dell'Ottocento subito dopo
l'unità d'Italia era stata ospitata la maggior parte delle sculture che emergevano dagli scavi effettuati per la
costruzione dei nuovi quartieri della capitale. Il progetto di copertura a vetrata del giardino, affidato
all'architetto Carlo Aymonino, è risultato la soluzione più adeguata per dare accoglienza al monumento
equestre insieme ad altre importanti opere bronzee della collezione capitolina, formanti anch'esse parte dei
pignora imperii conservati in Laterano fin dal Medioevo e trasferiti in Campidoglio alla fine del XV secolo
con lo scopo di restituire al popolo romano la testimonianza tangibile dell'antica dignità del colle.
Il nuovo basamento, progettato dall'architetto Francesco Stefanori e realizzato, insieme ai dispositivi di
ancoraggio della statua, dal Centro di Ricerca Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-
Architettonico dell'Università di Roma "La Sapienza" (CISTeC), è stato ideato nel segno della discontinuità
rispetto al piedistallo michelangiolesco, sia per evitare un improponibile confronto sia per sottolineare la
differenza tra l'originaria collocazione all'aperto del monumento equestre e la sua attuale musealizzazione. È
superfluo ricordare che la realizzazione del nuovo padiglione, che ha tenuto conto della presenza dei resti
monumentali del Tempio di Giove Capitolino, non offre soltanto una soluzione specifica e definitiva al
problema della statua bronzea di Marco Aurelio, ma costituisce la punta di diamante – paragonabile ad altri
grandi interventi museografici delle capitali europee – nel programma di riqualificazione complessiva dei
Musei Capitolini e dell'intero Campidoglio.

LA COPERTURA

Due coperture, poste a quote differenti, marcano l’inserimento di una geometria ellittica nello spazio del
giardino.

1. La copertura a quota maggiore, sostenuta da sei pilastri in acciaio smaltato del diametro di 75 cm, è
caratterizzata da una struttura lamellare in acciaio dello spessore di 2 cm, modulata su una griglia, che
ha la funzione di sorreggere i lastroni di forma quadrata che costituiscono la vetrata sovrastante. Sono
dei quadrati, che prima erano stati progettati come triangoli.
2. La copertura delle superfici di raccordo che si formano tra l’ellisse e gli edifici perimetrali,
realizzata ad una quota inferiore, è costituita da una struttura in acciaio a lamelle, leggermente inclinata
verso il perimetro esterno per garantire il deflusso delle acque.

La struttura della copertura poggia in parte sui grandi pilastri della volta ellittica (numero 6, di colore carta da
zucchero azzurri) e in parte su pilastrini in acciaio, realizzati lungo il perimetro degli edifici e nascosti in
un’intercapedine che ospita gli impianti tecnologici della sala. Lo scarto che si viene a creare in altezza tra le
due coperture è colmato da una vetrata che, favorendo una completa illuminazione naturale, allude
alla precedente funzione di giardino consentendo inoltre la vista su Palazzo dei Conservatori e assicurando al
gruppo equestre un livello di visibilità vicino a quello originario.

Alla sala si accede dalla galleria degli Horti Lamiani tramite tre portali ricavati nel muro di divisione tra i due
ambienti. Il pavimento delle superfici di raccordo, adiacenti alla galleria, è rialzato di 90 cm rispetto alla sala
ellittica e consente una veduta d’insieme degli spazi interni; il passaggio alla quota inferiore avviene tramite
gradini che seguono il perimetro dell’ellisse, formando una cavea che funge da luogo di sosta per i visitatori.

Dalla sala dell’Esedra, attraverso una rampa, si arriva all’area del Tempio prospiciente il Giardino Caffarelli;
una grande parete vetrata con struttura in acciaio permette una completa illuminazione del “Muro Romano” in
blocchi di cappellaccio. Per liberare l’antico muro della sua funzione di sostegno della terrazza sovrastante, è
stata prevista una struttura sostitutiva costituita da pilastri del diametro di 25 cm.
L’intervento termina nel Braccio Nuovo, uno spazio che si sviluppa perpendicolarmente al muro del tempio e
che affaccia sul giardino Caffarelli, occupato da dispositivi multimediali e pannelli che illustrano le
trasformazioni nel tempo del Colle Capitolino.

Progetto museografico

Lo spazio espositivo, per la sua ampiezza, per la forma curvilinea e per la luminosità data dall'illuminazione
artificiale e dalla grande vetrata verso il giardino, richiama la spazialità di un ambiente esterno; assicura così
un livello di visibilità molto vicino a quello che il gruppo equestre in bronzo aveva nel suo ambiente naturale,
dal quale è stato tolto per motivi di conservazione. Nelle adiacenti sale espositive di Palazzo dei Conservatori,
i pannelli scuri interposti tra statue e pareti migliorano la loro visibilità. La sezione dedicata al Colle ed al
Tempio di Giove Capitolino è accompagnata da una didattica rivolta al grande pubblico. Le complesse
trasformazioni del Colle attraverso i secoli sono "rilette" partendo dai nostri giorni con l'ausilio di plastici,
supporti multimediali e disegni ricostruttivi scientificamente attendibili, dalla grafica molto efficace. Lungo le
pareti ampi spazi vetrati protetti per i reperti si alternano ad immagini ricostruttive di grande formato
accompagnate da una didattica dalla grafica immediata ed esplicativa.

Due inquadrature della sala che evidenziano il felice rapporto tra


la statua equestre e lo spazio nella quale è inserita. La grande
vetrata verso il giardino Caffarelli consente inoltre di apprezzare
l'opera in rapporto con gli elementi dello spazio esterno, con i quali
originariamente conviveva : il cielo, gli edifici, la natura.
LA PEDANA
La pedana, fatta dall’architetto Francesco Stefanori, ha suscitato
molto scalpore; infatti questa è molto moderna e fatta con due
materiali diversi: una parte in pietra dura, l’altra di color grigio
rosa. L’artista voleva fare vedere quanto la statua sembra muoversi
e procedere. Non è un caso che è stata posta a un angolo della
stanza , quasi procedesse verso il centro. La pedana è stata
demonizzata, molte grandi personalità come Aymonino e
Carandini hanno storto il naso; c’è addirittura chi l’ha paragonata
a un trampolino. Il difetto più grande, forse, di questa sistemazione
è che la pedana va fino al fondo della parete, rendendo impossibile
al visitatore non tanto la visione, quanto camminare e girare in
tondo alla statua.
Inquadratura dell'esedra del Marco Aurelio verso il lato opposto
alla statua equestre. Qui sono esposte opere di grandi dimensioni
che oltre a beneficiare anch'esse della protezione di un grande
ambiente coperto e climatizzato sono immerse in uno spazio
caratterizzato da una luminosità (naturale e artificiale) molto simile
a quella esterna.
Le altre opere all’interno dell’esedra sono:
- Ercole dorato; si noti che nel percorso di visita l’Ercole
rimane di tergo, appena entriamo, mentre quando andiamo al centro
dell’esedra lo vediamo dal lato frontale.
- Parti (testa e mano) dell’acrolito di Costantino
- Leone che azzanna un cavallo

PARETI
Nel 1996 si giunge alla definitiva soluzione con una figura ellittica inserita nel perimetro quadrangolare del
cortile. Il volume risultante dall'ellisse si inserisce come un corpo autonomo discostandosi dalle
pareti perimetrali grazie a due coperture differenziate. La copertura dell'ambito spaziale individuato dall'ellisse
è costituita da un sistema incrociato di travi metalliche, alte 1 m e spesse 1 cm, che assolvono alla statica
strutturale senza il ricorso a sostegni interni al perimetro della figura. Mentre la copertura di quella zona che
possiamo definire di "transito" tra un interno e un esterno, è leggermente inclinata e si
determina come elemento volto ad assorbire lo scarto tra le figure ellittica e trapezoidale.

ILLUMINAZIONE
Lo spazio per ricevere il monumento equestre più famoso del mondo è, nel primo progetto di Aymonino, una
sala ellittica che riprende il disegno del pavimento della piazza di Michelangelo.
Gli scavi archeologici, avviati nell’ottobre 1998 in previsione dei lavori di ampliamento dei Musei nel Giardino
Romano, tuttavia portano alla luce tratti murari poderosi di fondazione, in blocchi di cappellaccio, appartenenti
al grande tempio di Giove Capitolino costruito nel VI secolo avanti Cristo dai re Tarquini. Il progetto museale
della Sovraintendenza comunale in seguito a ciò si modifica e di conseguenza anche quello architettonico, che
deve troncare la parte ovest della sala ellittica per far posto ai ritrovamenti del basamento del tempio e alla
fossa di scavo, profonda 8 metri, che ne mette a nudo le formidabili sostruzioni.
Elemento caratterizzante del progetto di Aymonino è la copertura dell’esedra ellittica interamente vetrata,
sostenuta da una struttura “a cassettoni”, formata da lamiere verticali di forte spessore alte un metro e disposte
su una maglia quadrata di 2 metri di lato.
La trasparenza dei cristalli del tetto e di quelli perimetrali che chiudono tutt’intorno il volume è stata pensata
per portare nella sala del Marco Aurelio la vista e le suggestioni dell’esterno: gli alberi e la fontana del giardino
Caffarelli, il cielo e le nuvole che lo attraversano.
Ma è proprio questa trasparenza, associata alla struttura a cassettoni, che nell’estate del 2005 allarma la
Direzione dei Musei Capitolini e la Sovraintendenza a causa della proiezione sul pavimento di un reticolo di
ombre portate molto accentuate, delle quali non è difficile prevedere l’effetto di disturbo sulla percezione delle
opere esposte.
Il primo atto di progetto è stato quello di convincere la committenza che, pur essendo il problema principale
quello di eliminare le ombre indesiderate all’interno della sala del Marco Aurelio, non era pensabile imboccare
la strada delle soluzioni tecniche d’emergenza, come i velari sospesi sotto la copertura o i brise-soleil scorrevoli
et similia, che avrebbero avuto l’effetto di avvilire e sconfessare un progetto architettonico importante che
aveva alle spalle quasi dieci anni di studi e discussioni.
La nostra proposta iniziale di utilizzare pannelli diffusori leggerissimi, formalmente generati dalla maglia a
cassettoni della struttura di copertura, in grado di intercettare a diverse altezze la luce solare pur mantenendo
la luminosità dell’ambiente, fu accolta favorevolmente sia da Carlo Aymonino sia dalla Sovraintendenza. Il
problema successivo diventò immediatamente quello di definire la disposizione planimetrica e altimetrica dei
pannelli in funzione dell’irraggiamento solare nei diversi mesi dell’anno. Sulla base dei risultati delle
simulazioni del CERSIL si è proceduto alla localizzazione di 32 pannelli diffusori sospesi alla struttura della
copertura in corrispondenza delle sculture. Successivamente alla decisione della Sovraintendenza di esporre
anche l’Ercole dorato nella zona est della sala, il progetto ha previsto l’integrazione di altri 6 pannelli, che non
sono ancora stati messi in opera, per un totale a lavori completati di 38 pannelli, pari a circa il 40% della
superficie vetrata della copertura. Non è un caso che in cantiere, durante il montaggio, ai pannelli sia stato dato
il nome di “nuvole” e come tali siano stati considerati man mano che si andavano addensando sulla testa di
Marco Aurelio.
I grandi diaframmi sospesi a mezz’aria proteggono di fatto le sculture dal sole diretto ma nello stesso tempo
contribuiscono a ricostruire un cielo d’aria fra gli spaesati eroi superstiti del mito imperiale e la maglia
d’acciaio della nuova copertura. Dopo il tramonto, spetta ancora a questi grandi pannelli il compito di fornire
l’illuminazione generale della grande sala, trasformandosi in una sorta di gigantesco lampadario che diffonde
la luce emessa dai cestelli a quattro apparecchi, con lampade ad alogenuri metallici da 35 W a 3000k, sospesi
al di sopra dei teli ad un metro di distanza.
L’effetto che si ottiene risponde ad una esigenza non solo illuminotecnica condivisa dalla Direzione del Museo,
quella cioè di fare percepire, almeno di notte, uno spazio dilatato intorno al monumento equestre, senza la
costrizione delle facciate del palazzo che di giorno lo racchiudono su tre lati al di là delle vetrate trasparenti.
Proprio queste vetrate, trasformate dal buio esterno in specchi, riflettono di sera le aggregazioni dei pannelli
su tutti i lati, offrendo l’immagine di un arcipelago di nuvole luminose a perdita d’occhio, oltre il confine delle
colonne d’acciaio verniciato.
Dal punto di vista costruttivo gli schermi diffusori, che vengono percepiti dal basso come vetri opalescenti, e
così una parte della stampa che è abituata a non andare per il sottile li ha descritti, hanno in realtà una struttura
straordinariamente leggera formata da un telaio in profilati di alluminio che tengono tesi due teli di materiale
sintetico diffondente. In tutto un peso dell’ordine dei due chilogrammi ciascuno per una superficie di 4 metri
quadrati.

La copertura di un giardino romano (Hortus conclusus)


dietro a palazzo Caffarelli ha consentito così di proteggere le
fondazioni del Tempio e ricavare un grande ambiente per
esporre il Marco Aurelio ed altri celebri bronzi. Uno dei lati
dell'ambiente ora coperto si apre verso il giardino
Caffarelli dando "continuità espositiva" alle rovine del
tempio di Giove. Oltre ai muri di fondazione del Tempio di
Giove sono emerse importanti stratigrafie con reperti
risalenti all'età del bronzo inserite anch'esse sezione
espositiva. Si è così realizzata una presentazione sintetica,
"da grande pubblico" sul tema del Colle Capitolino che in
futuro dovrebbe essere ampliata nelle sale non ancora aperte.
Questo nuovo intervento, si è inserito in maniera equilibrata e non invasiva in un contesto museale fortemente
storicizzato, realizzando una felice fusione tra la parte storica e la nuova esposizione progettata secondo i più
recenti criteri di musealizzazione. Gli interventi di restyling della vecchia esposizione contigua alla nuova sala
del Marco Aurelio sono stati limitati al miglioramento della visibilità delle opere scultoree in modo per favorire
l'apprezzamento delle loro caratteristiche materiche ed estetiche.
Dalla esedra di Marco Aurelio, attraverso una rampa, si accede alla parte relativa alle fondamenta del tempio.
La sistemazione e la parziale musealizzazione delle strutture del tempio, limitatamente alle fondazioni sul
versante orientale della peristasi e del pronao, realizzate con la creazione nel 2005 della grande “esedra del
Marco Aurelio” e delle aree limitrofe, ne consentono una prima fruizione pubblica2 (Figg. 5-9). Di più
complessa attuazione risulta essere l’allestimento degli spazi al piano terra del Palazzo Caffarelli dove sono
stati rimessi in luce i muri di fondazione riferibili alla cella di Giove e a quella di Giunone: l’area
corrispondente alle fondazioni della cella di Minerva si trova, purtroppo, al di sotto del vano-scale moderno.

a luminosa galleria aperta sul Giardino Caffarelli, realizzata nell'area delle antiche scuderie del Palazzo, offre
la possibilità di ammirare per la prima volta, con un ricco apparato di disegni ricostruttivi e plastici, gli
straordinari risultati dell'esplorazione archeologica, completata nel 2000 nell'area del "Giardino Romano", che
ha costituito l'indispensabile fase preliminare alla realizzazione della grande esedra del Marco Aurelio.

Il grande tempio di Giove, Giunone e Minerva, voluto dai re Tarquinio Prisco e Tarquinio il
Superbo nel VI sec. a.C., ricostruito più volte nel corso dei secoli (si ricordano per la loro grandiosità in
particolare le ricostruzioni del I secolo a.C. e quella di Domiziano del I secolo d.C.), sistematicamente distrutto
in età post-antica ed utilizzato come cava di materiali pregiati, stupisce ancora oggi per le sue straordinarie
dimensioni, fortunatamente ricostruibili: i setti del podio in blocchi di cappellaccio dell’età dei Tarquini
coprono infatti un’area corrispondente all’ampiezza del cinquecentesco palazzo Caffarelli, attualmente
annesso al complesso dei Musei Capitolini, e del suo giardino.

Il tempio fu inaugurato dal console M. Horatius Pulvillus all’inizio del periodo repubblicano, il 13 settembre
del 509 a.C.
Per la sua realizzazione, che richiese notevole impegno finanziario, furono convocate maestranze etrusche: si
ricorda la partecipazione del coroplasta veiente Vulca al quale venne commissionata la statua di Giove e forse
anche la grande quadriga da collocare al sommo del tetto; a proposito di quest’ultima si narra che essa, una
volta plasmata e sistemata nella fornace, si ingrandì a dismisura: il prodigio venne considerato premonitore
della futura grandezza di Roma.

L’edificio mantenne negli anni le sue principali caratteristiche architettoniche: la sua pianta (m 62 x 54), quasi
quadrata, era occupata per circa metà della profondità da un triplice ordine di sei colonne basse e distanziate,
e, per l’altra metà, dalle tre celle dedicate alla triade Capitolina; chiuso nella parte posteriore, esso presentava
colonnati sui fianchi; il pavimento era all’incirca all’altezza della terrazza Caffarelli.

Il Colle Capitolino, rispetto agli altri colli romani, vanta un assoluto primato: quello di essere stato stabilmente
abitato molti secoli prima degli altri. Tale primato, già noto ai Romani, che identificavano nella “Città di
Saturno” il primitivo villaggio, è stato confermato per la prima volta in modo indiscutibile: le indagini
archeologiche condotte nel Giardino Romano, ora Esedra di Marco Aurelio, hanno infatti consentito di
datare l’origine del villaggio del Campidoglio nella Media età del Bronzo ( XVII-XIV sec. a.C.). I materiali
che ne testimoniano la lunga vita, sistemati nelle vetrine, testimoniano la presenza di un abitato sia in
età arcaica che in quella del Ferro e del Bronzo. L’area interessata dallo scavo, un lembo dell’antico
Capitolium, comprendeva parte delle fondazioni del lato orientale del tempio di Giove e la zona
immediatamente adiacente.
Lo scavo della fossa di fondazione del lato del tempio, profonda circa m. 8, ha inoltre permesso di far luce
su alcuni particolari costruttivi dell’edificio.

 Ad emergere è stata una stratificazione contenente tracce di abitato dall’epoca del bronzo fino alla
costruzione del Tempio di Giove, varie sepolture (celebre quella di “Romoletta”, una bambina sepolta
nel IX secolo a.C.), numerosi reperti e il muro perimetrale del Tempio di Giove, scoperta che ha
permesso di datare la costruzione all’epoca di Tarquinio il Superbo. Lungo il perimetro del tempio,
sono state individuate le celle delle tre divinità, Giove, Giunone e Minerva, testimoni della
straordinarietà dell’edificio che misurava, sul lato lungo, 200 piedi (circa 60 metri). All’architetto è
stato chiesto di inserire nel suo progetto una parte del Tempio, in modo da dare vita ad un museo che
fosse, al tempo stesso, un monumento. Questo
museo-monumento vedrà i visitatori camminare
all’interno delle fondazioni del Tempio e, anche
se nulla è rimasto delle decorazioni interne
(addirittura le colonne marmoree del santuario
furono utilizzate per costruire la Chiesa di Santa
Maria della Pace),
Vetrina con interno in blocchetti di tufo
Tipologia: allestimento interno vetrine
La vetrina custodisce reperti provenienti dal
sacello del tempio. L'arredo interno vuole
suggerire, con lo sfondo in blocchetti di tufo, e
l'illuminazione molto chiaroscurale, l'ambiente
della cella del tempio ove si custodivano le
offerte.