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Consacrazione re ( vari articoli

)
Modulo: Fare il re: consacrazione e incoronazione nell�Europa medievale (secoli
VIII-XIII)
Modulo valido per la laurea specialistica e per gli studenti di seconda annualit�
del vecchio ordinamento

Semestre: secondo

Crediti: 4

Orario delle lezioni

Luned� - Mercoled� ore 14-17 (Aula C)

Le lezioni avranno inizio nel mese di aprile 2004. La data di inizio sar�
comunicata in bacheca

Descrizione del modulo

La regalit� sacra � stata per pi� di mille anni la sola forma di organizzazione
del potere politico nell'Europa medievale. Attraverso la lettura del testo Ordo ad
consacrandum et incoronandum regem, composto per la monarchia capetingia nella
seconda met� del XIII secolo, e del suo ricco apparato iconografico, si
affronteranno i seguenti temi:
- struttura liturgica e significato di un cerimoniale necessario per definire e
legittimare la natura del re e il suo potere;
- principi ideologici alla base del governo regio, riflessi nel testo liturgico;
- interpretazione del ciclo di miniature in relazione al testo e alla
rappresentazione dell'ideologia monarchica.

Nota: La didattica includer� l�uso di cd-rom e visite virtuali. Il corso avr� uno
sviluppo seminariale, con partecipazione attiva degli studenti. Gli studenti del
corso di laurea specialistica e gli studenti del vecchio ordinamento dovranno
svolgere tesine, scritte o orali, in relazione al tema proposto, con l�ausilio di
una bibliografia concordata con la docente

Testi di riferimento per lo svolgimento del modulo

F. CARDINI-M.SANTARELLI (A CURA DI), Per me reges regnant. La regalit� sacra


nell'Europa medievale, Il Cerchio, Siena, 2002;
J. LE GOFF-E. PALAZZO-J. C. BONNE-M. N. COLETTE, Le sacre royal � l'�poque de Saint
Louis, Gallimard, Paris, 2001;
J. LE GOFF, San Luigi, Einaudi, Torino, 1996;
M. BLOCH, I re taumaturghi. Studi sul carattere sovrannaturale attribuito alla
potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra, Einaudi, Torino, 1996
(3 edizione);
C. FRUGONI, Le immagini come fonte storica, in Lo spazio letterario del Medioevo.1.
Il Medioevo latino, G. CAVALLO-C. LEONARDI-E. MENESTO� (direttori), Salerno, Roma
1992-1997 Salerno, Roma, 1994, pp. 721-739
Nota: la bibliografia specifica straniera verr� utilizzata per la didattica
frontale. La docente indicher�, durante il corso, i capitoli dei testi utili per la
preparazione dell'esame e, successivamente all'assegnazione dei temi, la
bibliografia relativa allo svolgimento delle tesine

++++++++++++++++
Jos� Pedro Galv�o de Sousa, Cristianit� n. 212 (1992)
Nel "[...] clima di "crisi" che attualmente investe [...] le istituzioni pubbliche
[...] sulle quali la convivenza umana si fonda" (Giovanni Paolo II, Discorso ai
partecipanti alla prima sessione della Conferenza permanente del Ministero
dell�Interno della Repubblica Italiana su La cultura della legalit�, dell�8-7-1991,
n. 1, in L�Osservatore Romano, 8/9-7-1991), il quinto capitolo dell�opera Da
representa��o pol�tica, Saraiva, San Paolo 1972, pp. 91-110. La traduzione �
redazionale.

La rappresentanza come valore simbolico che manifesta un ordine trascendente


["Sulla rappresentanza politica" VI]

1. "Auctoritas" e "potestas"

F�dor Michailovic Dostoevskij, dicendo che ogni potere umano � sinonimo di


tirannia, affermava con ci� che nessun uomo ha di per s� stesso il diritto di
comandare sugli altri uomini, posto che sono uguali per natura (1). Considerava il
potere solamente come espressione di un fatto � il dominio degli uni sugli altri �
e non in quanto giustificato da un ordine trascendente, che lo legittima.

Allo stesso modo, l�ordine legale � legittimo e atto a istituire autenticamente il


diritto solo quando � fondato in un ordine superiore di giustizia, e non
semplicemente perch� emana dalla volont� di quelli che sono al potere. � quanto ha
insegnato Cicerone in molti passi della sua opera, fra i quali merita di essere
evidenziata soprattutto la definizione di legge naturale, formulata con tanto garbo
e con tanta eloquenza nel De Repubblica (III, 22): "vera lex, recta ratio naturae
congruens, diffusa in omnis, constans, sempiterna...", "una vera legge, la retta
ragione conforme a natura, diffusa tra tutti, costante, eterna...", legge che non
pu� essere abrogata o derogata da nessuno, dalla quale non possono sciogliere n� il
Senato n� il popolo, la stessa per tutti i popoli e in tutti i tempi...

Nella percezione e nell�esperienza che ebbero del diritto, i romani seppero


distinguere fra la semplice legalit� e la legittimit�, e anche fra l�autorit� e il
potere. Prima di essere dominato dalla dittatura, che ne fece un proprio strumento,
il Senato aveva il prestigio dell�autorit�, che, con il tempo, dovette cedere alla
forza del potere imperiale. L�Impero Romano, lungi dal possedere le caratteristiche
di un regime di monarchia legittima, fu una dittatura vitalizia, nella quale la
potestas fin� per prevalere sull�auctoritas. Il principe riceve dal senato
l�imperium e dal popolo il potere tribunizio, ma le apparenze del rispetto a un
ordine fondato su un�autorit� legittima finiscono per scomparire quando la guardia
pretoriana fa e disfa gli imperatori. Allora non vi � pi� autorit�, ma solo la
forza, e la forza militare: "exercitus facit imperatorem" (2).

Ma, nei primi tempi di Roma, si distinguevano con chiarezza l�autorit� e il potere
(3). La giurisprudenza dei primi secoli poneva l�autorit� nella saggezza e nella
prudenza dei giudici. E l�autorit� dei giudici differiva chiaramente dal potere dei
magistrati. L�autorit� era la verit� socialmente riconosciuta. E la forza
socialmente riconosciuta era il potere.

Cicerone aveva una concezione dello Stato di diritto secondo cui i magistrati sono
al di sopra del popolo, le leggi sono al di sopra dei magistrati (4). Niente di pi�
conforme al diritto e all�ordine della natura � aggiungeva � dell�imperium: "senza
di esso infatti n� la famiglia, n� lo Stato, n� la nazione, n� il genere umano, n�
la natura tutta, n� il mondo stesso potrebbero sussistere". L�imperium significa in
questo caso il potere rivestito d�autorit�. Ma come intendere, nel linguaggio di
Cicerone, l�estensione di questo potere a tutta l�umanit� e anche a tutto
l�universo? Lo spiegano le parole finali del passo in questione: il mondo ubbidisce
a Dio, e la vita dell�uomo � sottomessa a una legge suprema (5).

Quando, poi, fu dimenticata questa nozione di uno Stato di diritto, e il potere


politico pass� a fondarsi semplicemente sulla forza materiale � raffigurata
sull�altare della Vittoria, in pieno Senato �, veniva meno anche la distinzione fra
auctoritas e potestas.

Essa rinasce, dopo che l�autocrazia pagana � stata vinta, nelle monarchie cristiane
costruite sulle rovine dell�Impero.

2. La consacrazione reale

Vediamo allora che, al di sopra dei diversi regni, si leva l�autorit� del Papa,
nell�ordine spirituale, e dell�imperatore, nell�ordine temporale. La monarchia
universale fu solamente un�aspirazione di quanti immaginavano il Sacrum Imperium
pienamente realizzato. Ma ci� che importa � notare nell�autorit� dell�imperatore
l�espressione di un�egemonia esercitata sui diversi re, il cui potere, nella sfera
delle loro attribuzioni governative e amministrative, non veniva contestato. Il
potere pubblico spettava ai re, e l�imperatore aveva l�autorit� somma, bench�
cercasse, talora, di ingerirsi nell�ambito d�azione di tale potere, come accadde in
Germania, in Italia, in Borgogna, paesi nei quali la sua autorit� era riconosciuta.
Lo stesso si dica del Pontefice, la cui preminenza, come autorit� sovreminente
della Cristianit�, non distruggeva l�indipendenza dei regni e la "sovranit�" dei
monarchi, nonostante le incomprensioni che si sono verificate (6).

Quanto all�autorit� pontificia, i canonisti del secolo XII pensano che, siccome �
di natura spirituale, ha valore per l�ordine temporale, tanto sui re quanto
sull�imperatore, senza che vengano a essi tolte le facolt� di governare
liberamente, di esercitare l�officium amministrandi, cio� la potestas (7). Nella
Chiesa il Papa cumula l�auctoritas e la potestas, ma sulla societ� civile pu� far
sentire solamente la sua auctoritas.

Riconoscendo al Pontefice tale autorit� sovreminente, i canonisti attribuivano


all�imperatore, nello stesso tempo, l�auctoritas imperandi e ai re l�auctoritas
regendi. Era il potere con l�autorit�. Questo accadeva perch� il potere pubblico
non doveva ridursi a un�espressione della forza, ma trovare la sua legittimazione
nell�ordine trascendente indicato da Cicerone, ordine diventato ora pi� evidente
con gli insegnamenti del cristianesimo.

Ma non bastava l�affermazione che ogni potere viene da Dio. Importava anche
determinare concretamente la legittimit� del potere nel suo titolare. Potere
legittimo significa potere fondato sul diritto, con titolo legittimo ed esercitato
con autentica autorit�.

Vediamo a questo proposito un altro aspetto della distinzione fra auctoritas e


potestas. Non per rapporto a un�autorit� superiore, che limita il potere, oppure
anche a un�autorit� inferiore, che deve rispettare. Si tratta ora dell�autorit�
come elemento intrinseco, che d� al potere un carattere giuridico, per il quale si
distingue dai poteri di fatto.

� quanto � mancato al principato a Roma, cos� che il potere dell�imperatore rimase


alla merc� della forza pretoriana, un potere di fatto.

La consacrazione � uno dei grandi segni di legittimit� della regalit� nel Medioevo,
elemento nuovo, perfettamente comprensibile in una societ� impregnata di princ�pi
cristiani e in una civilt� in grado eminente teocentrica.
Quando Giovanna d�Arco si presenta davanti al Delfino, portandogli il messaggio
celeste, gli raccomanda grandemente di andare a Reims per esservi consacrato,
lasciandosi ungere con l�olio della Santa Ampolla. Solamente in questo modo sarebbe
stato il lieutenant du Roi des cieux qui est Roi de France. A Carlo VII mancava la
garanzia della legittimit�.

Un altro esempio. Uno degli argomenti di Guglielmo di Normandia, per giustificare


la conquista dell�Inghilterra, � che Aroldo, il suo contendente, � stato consacrato
irregolarmente, quindi non � re. Aveva ricevuto l�unzione regale dalle mani di
Stigand, arcivescovo intruso di Canterbury, scomunicato dal Papa. E, vincitore ad
Hastings, Guglielmo si fa consacrare nel modo dovuto a Westminster, il giorno di
Natale.

3. L�unzione reale fra i popoli pi� antichi

La consacrazione era un elemento nuovo rispetto all�autocrazia, a base militare,


degli ultimi tempi di Roma. Ma l�avevano conosciuta i popoli pi� antichi, il che
porta Jean de Pange a sostenere la sua origine preistorica (8).

Questo autore prova la pratica della consacrazione regale in tre gruppi di societ�
politiche:

a. quello del Pacifico e dell�America;

b. quello dell�India;

c. quello di Babilonia, dell�Egitto e di Israele.

Nel primo gruppo, � interessante notare l�esistenza di riti molto simili in popoli
separati dall�oceano e fra i quali la storia non segnala vi sia stata
comunicazione. In forme simboliche, il re deve morire come individuo e rinascere
come anima comune del suo popolo. Viene purificato con acqua, unto e, infine,
riceve le insegne della regalit�.

In India, il rito essenziale � detto Abisheka, parola il cui significato letterale


� "spargere su" � indica l�aspersione con acqua profumata sul re. Questo rito di
purificazione � rappresentato nelle pitture murali delle grotte di Ajanta.

Babilonia, Egitto e Israele, nel simbolismo dell�unzione regale, insieme all�idea


di sacrificio racchiudono il significato dell�istituzione monarchica, come si �
realizzata in questi stessi paesi. L�unzione rende l�autorit� legittima, assoluta e
indiscussa. Precede l�incoronazione, alla quale fa seguito l�omaggio prestato al
nuovo monarca dai grandi del regno.

In Israele, la liturgia della consacrazione si sviluppa in epoche religiose


diverse, a partire dalla consacrazione di tutta la nazione a Dio, da parte di Mos�,
e poi con l�istituzione della regalit�. Al tempo di Mos�, gli israeliti vivevano
sotto un regime teocratico. Dopo la morte di Giosu�, il popolo di Dio � governato
dai Giudici, finch� Samuele, accogliendo le richieste del popolo, consacra Saul
come primo re. Allora si pratica l�effusione dell�olio, che era stata fatta da
Mos�, per la prima volta, quando aveva ricevuto dal Signore l�ordine di ungere il
capo di Aronne e dei suoi figli, consacrandoli rispettivamente gran sacerdote e
sacerdoti.
Qual � il significato dell�unzione? Secondo numerose pagine bibliche, l�olio
dell�unzione significa lo spirito di Jav�. � l�olio d�oliva, che serve da alimento,
per far luce e come medicina. Lo spirito di Jav� � luce e vita. Fra i prodotti
della natura nessun altro lo pu� rappresentare meglio.

Bisogna notare che l�effusione dell�olio viene fatta su Saul e su Davide, suo
successore, senza che il popolo ne sia a conoscenza. Solo posteriormente vengono
riconosciuti e acclamati re da tutto il popolo. L�atto declaratorio della regalit�
� segreto. Quindi si realizza una consacrazione solenne e pubblica, a significare
l�alleanza del re con il popolo. In questa occasione i riferimenti vengono sempre
fatti a un soggetto al plurale: "Vennero dunque gli uomini di Giuda e qui unsero
David" (2 Sam., 2, 4)... "Vennero dunque tutti gli anziani d�Israele dal re in
Ebron, e il re Davide fece alleanza con loro in Ebron davanti al Signore" (2 Sam.,
5, 3)... Si tratta propriamente dell�atto costitutivo della regalit�. L�effusione
dell�olio, rito declaratorio, � fatta da un profeta, che rivela la missione data da
Dio al re, che � l�Unto, figura di Cristo. Ma la radice machah � che traduciamo con
"unto" ed � comune a tutti i popoli semitici � designa in prima istanza non
l�azione di ungere, bens� quella di passare la mano su un oggetto, sfregandolo. Il
contatto stabilito dal machah crea simbolicamente una comunione grazie alla quale
si forma una famiglia spirituale, caratteristica essenziale della regalit�.

4. Il linguaggio dei simboli

L�idea della trasfigurazione dell�Impero Romano nell�Impero cristiano, nacque ai


tempi di Costantino, molto prima dell�incoronazione di Carlo Magno da parte di Papa
Leone III a Roma.

La situazione creata dopo l�Editto di Milano e con la nuova politica religiosa


diede origine a una nuova metafisica politica, di cui Eusebio di Cesarea fu uno dei
primi interpreti (9). Nella sua dottrina � che � debitrice a influenze bibliche,
platoniche e stoiche � l�imperatore � l�"immagine" del re celeste, il cui regno
deve realizzare sulla terra. Dio e il Logos sono i suoi archetipi. Come mediatore
fra l�uno e l�altro mondo, l�imperatore � il "nuovo Mos�", a cui spetta "guidare
gli uomini sulla terra secondo il modello del suo prototipo", convertendoli in
sudditi del regno di Dio.

L�idea che il monarca sia il rappresentante di Dio, formulata da Eusebio, era stata
espressa da san Paolo � "minister Dei in bonum" (Rom., 13, 4) � e divenne dominante
a partire dal secolo IX (10).

Nella maggior parte dei regni, bench� non in tutti, l�ascesa al trono cominci� a
essere preceduta o ratificata dalla consacrazione regale, secondo i diversi riti o
ordines dell�incoronazione. Essi hanno un simbolismo profondo, nel quale troviamo,
pi� che nelle esposizioni dottrinali, un riflesso vivo della mentalit� dell�epoca.
In essi Manuel Garc�a-Pelayo vede "un compendio della filosofia politica del
tempo", e Alois Dempf li considera "il segno visibile e, almeno in questo senso, il
sacramento dell�unit� fra la religione e l�impero" (11). La consacrazione reale era
nello stesso tempo un atto liturgico e un atto politico. Le preghiere sulla persona
del re, sulla corona, sullo scettro, sulla spada, sull�anello e sul globo ci fanno
conoscere tutta una teoria politica, corrispondente alle esperienze dei regni della
Cristianit�.

I riti dell�incoronazione comprendevano la consegna delle insegne e l�unzione con


il santo olio. Erano dominati dall�idea di un rinnovamento dell�Antico Testamento.
Il nuovo re doveva avere la fedelt� di Abramo, la mansuetudine di Mos�, l�umilt� di
Davide e la sapienza di Salomone. In ogni momento viene fatta l�evocazione di
Israele. Nella consacrazione di Luigi IX, quando viene completato l�ordo di Reims,
mentre il nuovo re, in ginocchio, � unto sul capo, sul petto, sulle spalle e sulle
braccia, i presenti cantano l�antifona Inunxerunt regem Salomonem (12).

Secondo questo stesso ordo, e precisamente a partire da san Luigi, la consacrazione


era preceduta dall�investitura del re come cavaliere, e in questo modo si univa lo
spirito della regalit� a quello della cavalleria. Questa innovazione, introdotta in
Francia, venne accolta in altri regni, fra i quali Aragona e Castiglia � ordo di
Alfonso XI �, bench�, in quest�ultimo caso, il re fosse armato cavaliere di
Santiago dopo la consacrazione.

L�unzione, parte pi� importante di tutto il rituale, doveva trasmettere al re lo


spirito di Dio, in una analogia con Israele. Unto a imitazione di Cristo, il
monarca si trasformava in immagine di Cristo, idea rafforzata nel rito tedesco
antico dall�intervento nella cerimonia della consacrazione regia di dodici vescovi,
a rappresentare i dodici apostoli. L�olio dell�unzione era la materia con cui erano
stati unti i "sacerdoti, re e profeti", secondo un�espressione consueta nei diversi
riti.

Non se ne deduca che vi fosse una sorta di teocrazia, oppure che la consacrazione
portasse a una concezione del tipo della dottrina della monarchia di diritto
divino, di origine protestante.

Ricevendo l�unzione, non per questo il monarca abdicava dalla sua auctoritas
regendi nelle mani dei prelati che gli applicavano l�olio. Con decisione e
fermezza, un re santo come Luigi IX sapeva rivendicare i suoi diritti e mantenere
l�autonomia del potere temporale di fronte a quello ecclesiastico.

Inoltre, bisogna notare che la teocrazia, nel senso rigoroso del termine,
corrisponde all�idea del governo di un popolo da parte di Dio. Fu il caso degli
ebrei, quando uscirono dall�Egitto sotto la guida di Mos�, poich� questi riceveva
gli ordini da Dio per trasmetterli al popolo eletto, e poich� anche le leggi
venivano date da Dio. Con la regalit�, istituita nella persona di Saul, scomparve
la teocrazia.

Quanto alla monarchia di diritto divino, di ispirazione protestante, fu una


concezione che tendeva all�assolutismo e in cui si delinea gi� la concezione
moderna di sovranit�, dal momento che il monarca cessa di riconoscere l�autorit�
del Pontefice e pretende anche di porsi al di sopra dell�autorit� ecclesiastica in
materia religiosa. Cos�, anche il gallicanesimo, il giuseppinismo e, in genere, il
regalismo proprio dell�"assolutismo illuminato" del secolo XVIII.

Lungi dal favorire l�assolutismo, la consacrazione veniva a rafforzare, nel


monarca, il riconoscimento dei limiti del suo potere e dell�obbligo di diventare il
"ministro di Dio per il bene" (13). Quanto ai rapporti fra il potere temporale e
quello spirituale, la consacrazione non comportava n� sottomissione indebita a
questo, n� attribuzione al potere civile del reggimento della societ�
ecclesiastica.

Soprattutto relativamente al problema delle investiture, vi fu talora


un�incomprensione fra i due poteri, tale da rompere l�armonia corrispondente alle
idee dominanti nel simbolismo della consacrazione.

Tale simbolismo avrebbe perso la sua vigenza effettiva e profonda con la mentalit�
di esaltazione assolutistica dello Stato e della sovranit�, dopo Nicol� Machiavelli
e Jean Bodin. Gi� nel secolo XIV un Luigi il Bavaro si circondava, alla sua corte,
di pensatori come Guglielmo di Occam e Marsilio da Padova, che preparavano i tempi
nuovi. Nel secolo XVI, in contrasto con Filippo II � compenetratissimo, come pochi
monarchi lo sono stati, della sua missione rispetto al significato trascendentale
del potere �, Francesco I si orientava secondo la ragion di Stato, fino a giungere
a un opportunismo senza scrupoli, ed Enrico IV poteva dire "Paris vaut bien une
messe!".

5. Il re come rappresentante del popolo

Il re, oltre a essere il rappresentante di Dio, � anche il rappresentante del


popolo. Come gli Anziani d�Israele partecipavano alla consacrazione reale, cos� i
grandi del regno � in Francia, i dodici pari � erano presenti per ricevere il
giuramento del monarca e prender parte alle cerimonie di consacrazione. Il potere
regale era il vertice della res publica e supponeva un�alleanza fra il suo
detentore e la comunit�, alleanza espressa nei giuramenti del re salendo al trono.
In questo modo il re riconosceva i limiti del suo potere, che doveva essere
esercitato nella soggezione al diritto e nel rispetto per i privilegi e le libert�
dei sudditi (14).

Il carattere collettivo della consacrazione, gi� allora notabile in altri regni, si


manifesta in Inghilterra a partire dal secolo X. I vescovi ungono il re insieme e
pongono l�elmo sul suo capo. A loro si uniscono i capi laici, per la consegna dello
scettro, e poi tutto il popolo acclama, e si procede a queste intronizzazioni
secondo l�uso germanico.

� d�interesse il caso verificatosi in questo paese al momento della successione di


Guglielmo I. Il vincitore di Hastings aveva lasciato la Normandia in eredit� al
figlio pi� vecchio, Roberto, e l�Inghilterra al secondogenito, Guglielmo. Per la
morte di Guglielmo II, il trono pass� al fratello minore, Enrico, e non al
maggiore. Si mostr� che Roberto non poteva succedere perch� era nato prima della
consacrazione del padre. La consacrazione simboleggiava le nozze del re con la
nazione, e perci� solamente il figlio nato nella porpora, dopo queste nozze, poteva
essere erede. Enrico I diede al popolo una Carta con gli impegni che assumeva. Fu
la prima delle Carte che, rinnovate in occasione della consacrazione di ogni re,
formano una catena fino alla Magna Charta, compendio e conferma delle precedenti.

"Il potere del re � fatto dall�unanimit� del popolo cristiano", scrive Jean de
Pange. E ricorda le parole altamente significative di san Luigi, alla prima
Crociata, prima dello sbarco a Damietta: "Amici e fedeli miei, saremo invincibili
se saremo inseparabili nella carit�. Non senza permesso divino siamo stati
trasportati qui, per approdare in un paese cos� potentemente armato. Io non sono il
re di Francia, io non sono la santa Chiesa; li siete voi, in quanto siete tutti il
re, in quanto siete la santa Chiesa. Io sono solo un uomo, la cui vita, quando
parr� opportuno a Dio, finir� come quella di chiunque altro. Tutto � per noi,
qualunque cosa accada: se saremo vinti, ce ne andremo come martiri; se trionferemo,
la gloria del Signore sar� esaltata, quella della Francia e della stessa
Cristianit� aumenter�" (15).

Quindi la regalit� � un�istituzione. Il suo valore non sta nella persona fisica del
re. Questi la incarna, detenendo legittimamente il potere, in qualit� di "ministro"
di Dio e di rappresentante di tutta la societ�, in quanto permette a essa di
realizzarsi storicamente (16). Secondo il pensiero di san Luigi, la regalit� deve
orientarsi nel senso di un federalismo, risultante dalla collaborazione dei
principi e dall�alleanza con il popolo, a manifestazione della concordia del
linguaggio dei documenti carolingi (17), realizzazione del concetto aristotelico di
"amicizia" come fondamento delle relazioni politiche, rinnovato da san Tommaso
d�Aquino.

Quindi il re � rappresentante del corpo sociale, il capo di una grande


corporazione. Quando si comincia a discutere sulla natura giuridica di questa
corporazione, si riflettono, fra i giuristi, le posizioni filosofiche dei seguaci
del realismo e del nominalismo. Nel secolo XIII, vediamo un grande giurista,
Sinibaldo Fieschi � che sar� Papa Innocenzo IV �, formulare la teoria della
finzione per spiegare le persone giuridiche, fra cui la comunit� unita
politicamente sotto il potere del re. Si tratta di una teoria nominalistica, che
indebolisce la concezione della Corona come espressione di un tutto, il re e il
popolo. Questa concezione dar� luogo all�assolutismo, esaltando il potere del
monarca, la persona fisica che tende ad assorbire in s� l�istituzione. Ma
persister� proprio in Inghilterra, dove la teoria della finzione non venne
accettata e dove l�assolutismo non riusc� a imporsi come sul continente, mettendo
in salvo il principio tradizionale del re unito al parlamento, espressioni della
sovranit� e della rappresentanza.

Il linguaggio di Luigi XIV sar� molto diverso da quello di Luigi IX. Nel corso di
diritto pubblico che fa comporre per l�istruzione del duca di Borgogna, si legge:
"Il re rappresenta l�intera nazione, e ogni singolo rappresenta solamente un
individuo di fronte al re. Di conseguenza, tutto il potere, tutta l�autorit� stanno
nelle mani del re, e altri possono avere nel regno solo quelli che lui stesso
stabilisce... La nazione in Francia non fa corpo. Essa risiede tutta nella persona
del re". Il che Jean de Pange commenta in questi termini: "Potrebbe essere la
dottrina di un imperatore romano. Si oppone a quanto si afferma nel Medioevo da
Carlo il Calvo fino a san Luigi. Per questo, ogni fedele non rappresenta "un
individuo di fronte al re". Egli � unito agli altri dalla carit�. "Fa corpo" con
loro, e il re � membro di questa corporazione come gli altri fedeli. Il linguaggio
di san Luigi � quello di un uomo che sente la realt� di uno spirito comune a tutti
i fedeli cristiani, nel quale trovano la pace. Il linguaggio di Luigi XIV � quello
di un autocrate, che non vuole che la nazione viva al di fuori di lui. Il giorno in
cui essa far� di nuovo corpo, lo far� contro di lui" (18).

6. Sovranit� e rappresentanza

L�assolutismo monarchico, che raggiunse il suo splendore maggiore in Francia


durante il secolo di Luigi XIV, trasform� il senso della regalit�. Se san Luigi
contribu� al rafforzamento del potere regale, e diede il massimo impulso che i suoi
successori avrebbero portato alla monarchia assoluta, la sua concezione comunitaria
della regalit� � la stessa dei regni spagnoli e dell�Inghilterra � non avrebbe mai
permesso di giungere a questo risultato. Ma tale concezione fu superata dal nuovo
concetto di sovranit�, dalle formule del diritto romano e delle influenze
protestanti.

Queste ultime, esaltando il potere temporale, prepararono il volo dei nazionalismi


statalistici. Non dobbiamo dimenticare che la teoria della monarchia di diritto
divino ebbe uno dei suoi corifei pi� eminenti nella persona del monarca protestante
Giacomo I d�Inghilterra, contro il quale scrissero i teologi cattolici Francisco
Su�rez e Roberto Bellarmino sostenendo la dottrina della sovranit� alienabile del
popolo.

Il cesarismo imperiale rinasceva avendo come sostenitori i legisti con la mentalit�


formata secondo il diritto romano di Giustiniano.

Quanto alla concezione moderna di sovranit�, trov� la sua espressione principale


nei Six Livres de la R�publique, di Jean Bodin, che accentua l�importanza della
funzione legislativa come affermazione del potere sovrano di fronte ad altre
autorit�. In questa concezione, il potere assoluto e sovrano ha come unici limiti
quelli che vengono da Dio e dalla natura. Con la progressiva secolarizzazione dello
Stato e con il naturalismo nato dal Rinascimento, sempre pi� accentuato nelle idee
politiche, va scomparendo anche questa subordinazione del potere a un ordine
trascendente. E cos�, nel secolo XVIII, sotto l�influenza dell�illuminismo, la
concezione deista di Jean-Jacques Rousseau non gli impedisce di attribuire al
popolo una sovranit� assoluta, preparando il positivismo giuridico, che confina il
volontarismo del "contratto sociale" nell�ambito della volont� umana creatrice del
diritto.

Questa sovranit�, che in prima istanza appartenne al re e poi fu trasferita al


popolo, divenne, con gli autori tedeschi, un attributo dello Stato.

In questo modo vediamo che si viene perdendo il senso della distinzione fra
auctoritas e potestas, poich� il potere assume tutta l�autorit�. Inoltre, il
sovrano si appropria della rappresentanza. Oltre a vantarsi rappresentante della
"nazione tutta", ammettendo come uniche autorit� quelle che lui stesso istituisce �
secondo le istruzioni al duca di Borgogna �, il re sottopone la rappresentanza
nazionale a un ritiro prolungato, e passa a governare da solo. Basta ricordare che,
quando furono convocati nel 1788 da Luigi XVI, gli Stati Generali non si riunivano
dal 1614. In Spagna e in Portogallo, l�oro americano, riempiendo le casse
pubbliche, rendeva evitabile la convocazione delle Cortes per approvare i sussidi,
ora non necessari grazie a tale nuova fonte di reddito. E quando fu proclamata la
sovranit� del popolo, vediamo la rappresentanza di una classe � il Tiers �tat, cio�
la borghesia � assorbire in s� tutta la rappresentanza, da cui la trasformazione
dell�Assemblea dei tre stati nell�Assemblea Nazionale Costituente.

Il dominio della borghesia come classe sociale, con l�instaurazione di quello che
Arturo Enrique Sampay chiama lo "Stato di diritto liberal-borghese", provoc� le
prime grandi reazioni nel 1848, l�anno delle rivoluzioni sociali che scossero
l�Europa. E quindi vediamo le critiche dirette da Pierre-Joseph Proudhon al
suffragio universale, oppure da Carl Menger al diritto di classe, e l�uno e l�altro
smascherano la menzogna della rappresentanza liberale e attaccano violentemente il
potere che se ne serviva per imporre il dominio di una parte della societ� sul
"quarto stato", cio� sul proletariato, il cui programma di ascesa rivoluzionaria
veniva tracciato da Karl Marx e da Friedrich Engels nel Manifesto del Partito
comunista.

� l�epoca in cui Juan Donoso Cort�s abbandona il liberalismo dottrinale della sua
prima fase e denuncia nelle concezioni rivoluzionarie � da Jean-Jacques Rousseau a
Pierre-Joseph Proudhon � la pratica politica di una filosofia panteista, cio�
immanentista, con la negazione di un ordine trascendente di fondazione del diritto
e di legittimazione del potere (19).

7. L�immanentismo del pensiero politico moderno

La rottura del pensiero moderno con il trascendente si manifest�, nel campo delle
idee politiche, in un modo molto marcato e caratteristico con Nicol� Machiavelli e
con Thomas Hobbes. Dal primo la societ� politica � considerata un fine in s� e la
politica � separata dalla morale. Quanto a Thomas Hobbes, nella sua opera si trova
una sistematizzazione rigorosa della concezione naturalistica dell�universo, che
viene ridotto a un meccanismo corporeo o fisico, e anche lo Stato � retto da norme
del tipo delle leggi fisiche, e l�uomo � completamente subordinato al corpo
politico, al Leviatano (20).

Nello stesso tempo in cui l�ordine della societ� veniva svincolato in questo modo
dalla sua subordinazione a un ordine trascendente, si operava la sopravvalutazione
del potere dello Stato, a partire dal concetto di sovranit� formulato da Jean
Bodin. Nella moderna teoria dello Stato � che riflette lo svolgersi del pensiero
filosofico �, vi � tutta una serie di concezioni immanentistiche che si succedono,
dalla deificazione del popolo, da parte di Jean-Jacques Rousseau, o della Nazione,
da parte dei giacobini, fino a quella dello Stato, da parte di Georg Wilhelm
Friedrich Hegel e dei moderni totalitarismi.

All�epoca della Rivoluzione francese la nazione passa ad avere un valore assoluto e


assume il carattere di una entit� religiosa. Sono assolutamente significative
queste parole di Andr� Ch�nier: "Dovrete fondare, sui resti delle superstizioni
detronizzate, l�unica religione universale, che porta la pace e non la spada, che
fa cittadini e non re o sudditi, fratelli e non nemici, che non ha sette n�
misteri, il cui unico dogma � l�uguaglianza, i suoi oracoli le leggi, i magistrati
i Pontefici che bruciano l�incenso della grande famiglia davanti all�altare della
Patria, madre e divinit� comune" (21).

Emmanuel-Joseph Siey�s, affermando che la nazione esiste prima di tutto ed �


all�origine di tutto, di fronte a essa e sopra di essa riconosceva soltanto il
diritto naturale. Ma, "quando sfuma il pathos del diritto naturale razionale, unico
limite riconosciuto al potere costituente del popolo, l�autorit� come principio
morale si trasforma in un potere assoluto della moltitudine oppure di chi la
rappresenta. Un secolo e mezzo dopo, chiamiamo questo dittatura totalitaria" (22).

Rifiutando il diritto naturale, e attribuendo allo Stato la creazione di ogni


diritto, il positivismo nasce come nuova forma di immanentismo, di cui �
manifestazione decisamente chiara la teoria dell�autolimitazione dello Stato di
Georg Jellinek.

Infine Georg Wilhelm Friedrich Hegel, bench� distingua fra lo Stato e la societ�
civile � giungendo anche a preconizzare la rappresentanza politica basata sui corpi
intermedi (23) �, fa dello Stato la realt� in atto dell�idea morale oggettiva, il
"divino terreno", in modo tale che il popolo, in quanto Stato, "� lo spirito nella
sua razionalit� sostanziale e nella sua immediata realt�", ossia "il potere
assoluto sul territorio" (24).

Analizzando in profondit� l�immanentismo del pensiero moderno, Eric Voegelin vi


trova una nuova manifestazione della gnosi, che, all�inizio del cristianesimo,
volle sostituire la fede con la conoscenza razionale penetrando nei misteri. Nel
Medioevo, questa eresia dei primi tempi riappare in alcuni pensatori, fra i quali
Gioacchino da Fiore, la cui interpretazione della storia secondo le tre et� �
un�anticipazione di Anne-Robert-Jacques Turgot, di Auguste Comte, di Georg Wilhelm
Friedrich Hegel e di Karl Marx. Anche il marxismo � immanentista, e inoltre Karl
Marx, unendo la dialettica hegeliana al materialismo di Ludwig Feuerbach,
trasferisce alla Materia quanto Georg Wilhelm Friedrich Hegel afferma dell�Idea. La
gnosi, sostenendo che il significato dell�esistenza � immanente, presenta diverse
forme. Nella sua modalit� eminentemente intellettuale cerca di penetrare
speculativamente nel mistero della creazione e dell�esistenza: � la gnosi
speculativa di Friedrich Wilhelm Joseph Schelling e del sistema hegeliano. Al
contrario, la gnosi volitiva si impegna a redimere l�uomo e la societ�. � il caso
di Auguste Comte, di Karl Marx e di Adolf Hitler, "attivisti rivoluzionari" (25).

Eric Voegelin conclude: "Queste esperienze gnostiche, in tutta la loro variet�,


sono il centro da cui si irraggia il processo di ridivinizzazione della societ�,
perch� gli uomini che si abbandonano a queste esperienze divinizzano se stessi
sostituendo alla fede in senso cristiano una pi� concreta partecipazione alla
divinit�" (26).

L�immanentismo � il presupposto delle ideologie rivoluzionarie della nostra epoca.


Sopprimendo ogni subordinazione a un ordine trascendente, tali ideologie
attribuiscono un valore assoluto a categorie temporali, che vengono come
divinizzate: il Popolo, la Nazione, la Razza, la Classe, lo Stato.
Da parte loro, le teorie dello Stato fondate sul positivismo giuridico hanno,
nell�osservazione dell�uomo e della societ�, lo stesso presupposto, da cui deriva
il monismo statale. L�idea di rappresentanza tende a ridursi a rappresentanza della
societ� da parte dello Stato, che la ingloba completamente. Lo Stato si appropria
della rappresentanza, lasciando che si manifesti nelle diverse modalit� indicate
nei capitoli precedenti. Svanisce la rappresentanza della societ� reale, con la
pluralit� dei gruppi che la costituiscono. Le istituzioni rappresentative muoiono.
Lo Stato totalitario � logicamente il termine finale di tali concezioni.

Jos� Pedro Galv�o de Sousa

***

(1) Epigrafe in Vicente Marrero, El poder entra�able, Col. Explandi�n, 1952.

(2) � molto significativo che l�imperatore potesse recarsi al Campo di Marte per
assumere il comando delle truppe solo dopo essere stato designato dal Senato. Ecco
il diritto. Ma, di fatto, a partire da Claudio, va prima dall�esercito,
distribuendo un donativum ai soldati. Poi va in Senato, dove riceve l�acclamazione
e pronuncia il discorso d�investitura.

(3) Lo insegna un grande romanista di oggi: cfr. Alvaro D�Ors, Una introducci�n al
Estudio del Derecho, Rialp, Madrid 1963, pp. 19, 78 e 84.

(4) Cfr. Marco Tullio Cicerone, De legibus, III, 1: "Ut enim magistratibus leges,
ita populo praesunt magistratus, vereque dici potest, magistratum legem esse
loquentem, legem autem mutum magistratum", "come infatti le leggi stanno al disopra
dei magistrati, cos� i magistrati stanno al disopra del popolo, e si pu� dire con
tutta verit� che il magistrato � una legge parlante, e la legge un magistrato
muto".

(5) Cfr. ibid.: "Nihil porro tam aptum est ad ius conditionemque naturae... quam
imperium; sine quo nec domus ulla nec civitas nec gens nec hominum universum genus
stare nec rerum natura omnis nec ipse mundus potest; nam et hic deo paret, et huic
oboediunt maria terraeque, et hominum vita iussis supremae legis obtemperat",
"Nulla inoltre � tanto consentaneo col diritto e con la disposizione della
natura... quanto il potere; senza di esso infatti n� la famiglia, n� lo Stato, n�
la nazione, n� il genere umano, n� la natura tutta, n� il mondo stesso potrebbero
sussistere; questo infatti obbedisce a Dio, ed a questo obbediscono i mari e le
terre, e la vita umana ottempera alle norme di una legge suprema".

(6) Il termine "sovranit�" va messo fra virgolette perch� � assunto in un senso


molto diverso da quello che ha avuto dopo Jean Bodin. La sovranit� assoluta � che
riunisce in s� ogni autorit� e ogni potere � era allora sconosciuta. Intesa nel
modo moderno, questa nozione, oltre ad avere altri presupposti filosofici e
teologici, non si compagina con le condizioni peculiari della societ� feudale. Nel
linguaggio di Beaumanoir, ogni barone era un piccolo sovrano, "chacuns barons est
souverains en sa baronie"; e il re, sovrano al di sopra di tutti, "voir est que li
rois est souverains par dessus tout" (Coutume de Bouvaisis, in Marcel David, La
souverainet� et les limites juridiques du pouvoir monarchique du IXe au XVe si�cle,
Dalloz, Parigi 1954, pp. 68-69).

(7) Cfr. Rufino, Summa Decreti, dist. XXII: "Summus itaque patriarcha quoad
auctoritas jus habet terreni imperii... Ipse vero princeps post ipsum auctoritatem
habet seculares regendi et preter ipsum officium amministrandi...". Secoli prima
Papa Gelasio aveva affermato: "Duo sunt, quibus principaliter mundus hic regitur,
auctoritas sacrata pontificum et regalis potestas" (in M. David, op. cit., pp. 24 e
26).
(8) Cfr. Jean de Pange, Les Roi Tr�s Chr�tien, Arth�me Fyard, Parigi 1949, pp. 39
ss. Nell�antichit� orientale si giunse perfino alla deificazione del potere. Il
faraone era considerato una divinit� in terra, e lo stesso si verificava con i
sovrani dell�Assiria, della Cina e del Giappone. Oppure erano considerati delegati
degli dei, come i re babilonesi, di Marduk, e quelli achemenidi, di Ahuramazda.
Tale fu anche la concezione del califfato negli imperi islamici.

(9) Cfr. Manuel Garc�a-Pelayo, El Reino de Dios Arquetipo Pol�tico. Estudios sobre
las Formas Pol�ticas de la Alta Edad Media, Revista de Occidente, Madrid 1959, pp.
30 e 101.

(10) Carlo Magno veniva incoronato imperatore all�inizio di questo secolo. Nel
secolo VI, Clodoveo era battezzato da san Remigio, spargendo sul capo del re dei
franchi l�olio della Santa Ampolla, che poi sarebbe stato usato nella consacrazione
dei re di Francia. Il primo paese a ungere i suoi re fu la Spagna visigotica, nel
secolo VII. Seguirono la Francia, l�Inghilterra, la Borgogna e altre nazioni.

(11) M. Garc�a-Pelayo, El Reino de Dios Arquetipo Pol�tico. Estudios sobre las


Formas Pol�ticas de la Alta Edad Media, cit., p. 104.

(12) Cit. in Ludwig Bouisson, K�nig Ludwig IX, der Heilige, und das Recht. Studien
zur Gestaltung der Lebensordnung Frankreichs in hohen Mittelalter [Re Luigi IX il
Santo e il diritto. Studi sulla rappresentazione dell�ordinamento della vita in
Francia nell�alto Medioevo], Herder, Friburgo in Brisgovia 1954, p. 7.

(13) Riferendosi al De Legibus et Consuetudines Angliae, Manuel Garc�a-Pelayo


scrive: "Come vicario e immagine di Cristo, il re deve essere soggetto alla legge,
perch� Cristo, dice Bracton, che poteva scegliere tante vie per operare la
salvezza, non ha seguito quella del potere ma quella della giustizia "e volle cos�
essere sotto la legge". Quindi ne deriva che, partendo dall�idea del principe come
vicario di Cristo, si giunge alla conclusione del governement of law" (op. cit., p.
102).

(14) Da questo la famosa formula usata in Castiglia: "Sarai re se rispetterai il


diritto, se no no". Troviamo l�espressione nelle Etimologiae di sant�Isidoro di
Siviglia: "Rex eris si recte facis, si non facis, non eris" (L. IX, cap. II, 4).
Robert W. Carlyle e Alexander J. Carlyle scrivono: "La legge dello Stato �
espressione della consuetudine e della volont� della comunit� intera, e domina
tutti i membri della comunit�, compresi il re e il principe" (Il pensiero politico
medievale, sezione VI, Il pensiero politico dal 1300 al 1500, parte I, cap. I,
trad. it., a cura di Luigi Firpo, vol. IV, Laterza, Bari 1968, p. 15).

(15) Cit. in J. de Pange, op. cit., pp. 381-382: "Amici mei ac fideles,
insuperabiles erimus si in caritate inseparabiles fuerimus", e cos� via.

(16) Si tenga presente quanto dice in proposito Eric Voegelin: vedi cap. II, n. 1.

(17) "Ut pax sit et concordia et unanimitas cum omni populo christiano" (Capit.
reg. Franc., cit. in J. de Pange, op. cit., p. 191).

(18) J. de Pange, op. cit., pp. 383-384.

(19) Cfr. Juan Donoso Cort�s, Saggio sul cattolicesimo, il liberalismo e il


socialismo, trad. it., Rusconi, Milano 1972; Idem, Discorso sull�Europa, del 30-1-
1850, in Idem, Il potere cristiano, trad. it., Morcelliana, Brescia 1964, pp. 79-
103; e Idem, Lettera al Cardinale Fornari sugli errori del nostro tempo, del 19-6-
1852, ibid., pp. 120-145. Su Juan Donoso Cort�s � stato scritto molto. Il suo
pensiero ha avuto grande ripercussione in Germania, dove lo hanno studiato, fra
altri, Dietmar Westemeyer, Edmund Schramm e Carl Schmitt, autori di importanti
lavori in proposito. Ha suscitato l�attenzione e l�entusiasmo dell�americano
Frederick D. Wilhelmsen, del rumeno George Uscatescu e del francese Jules Chaix-
Ruy. Uno dei saggi pi� recenti � il denso volume di Ra�l S�nchez Abelenda, La
teor�a del Poder en el Pensamiento Pol�tico de Donoso Cort�s, Editorial
Universitario de Buenos Aires, Buenos Aires 1969. Nel 1949, a San Paolo, Francisco
El�as de Tejada y Sp�nola ha pronunciato una bella conferenza sul pensatore che,
pi� di cento anni fa, nel discorso citato, ha previsto con sicurezza l�espansione
del socialismo e dell�imperialismo russo in Europa.

(20) Joseph Vialatoux, in La Cit� de Hobbes. Th�orie de l��tat totalitaire


(Gabalda, Parigi 1935) � che � appunto un "saggio sulla concezione naturalistica
della societ�" �, dice sinteticamente: "Una "fisica universale" del Corpo, dalla
quale si deduce una fisica particolare dell�Uomo, dalla quale finalmente si deduce
una fisica della Citt�: tale �, dunque, chiaramente e apertamente nel pensiero
filosofico di Hobbes l�architettura del suo Sistema" (p. 88). E conclude: "La
lezione di Hobbes merita di essere ascoltata e compresa. Ci mostra, sotto una luce
cruda e fredda, nello statalismo totalitario, la fioritura naturale, necessaria e
suprema del Naturalismo" (p. 221).

(21) Cit. in Arturo Enrique Sampay, La Crisis del Estado de Derecho Liberal-
Burgu�s, Editorial Losada, Buenos Aires 1942, p. 222.

(22) L�osservazione � di A. E. Sampay, ibid., p. 223.

(23) Secondo Georg Wilhelm Friedrich Hegel, la rappresentanza deve essere fatta
"secondo la natura della societ� civile", cio� "dalle sue diverse corporazioni", e
non turbata da "astrazioni e dalle concezioni atomistiche" (Lineamenti di filosofia
del diritto, con le aggiunte compilate da Eduard Gans, Parte terza, Sezione terza,
� 311, trad. it., Laterza, Roma-Bari 1979, p. 307). Dice testualmente: "In quanto
costoro sono deputati dalla societ� civile, � facile capire immediatamente che essa
fa questo, in quanto ci� che essa �; � quindi, non in quanto risolta
atomisticamente nei singoli e adunantesi in un momento, senza altro comportamento,
soltanto per un atto singolo e temporaneo; ma in quanto organizzata nelle sue
associazioni, comunit� e corporazioni senz�altro costituite, le quali, a questo
modo, mantengono un nesso politico" (ibid., � 308, p. 304).

(24) Ibid., � 331, p. 323.

(25) E. Voegelin, La nuova scienza politica, cit., cap. IV, Lo gnosticismo,


caratteristica della modernit�, p. 196.

(26) Ibidem.

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Impero ( cosacrazione c fr >> Cencio)


di Michel Parisse

(( cfr. [DOC] Dizionario dell�Occidente medievaleFormato file: Microsoft Word -


Versione HTML
L�accesso all�impero da parte del re dei Franchi non era strano: ... Un ordo di
consacrazione imperiale era stato elaborato dall�inizio del x secolo e fu ...
www.storia.unifi.it/_RM/rivista/sched/lib/Dizionario_I_Impero.doc
))
Il concetto di �impero� � complesso, e conviene definirne i differenti significati
e farne emergere le diverse concezioni, quello dei Tedeschi e quello degli altri
popoli.
Nella storia, sono esistiti molti imperi; qui ci riferiamo solo all�Impero romano e
all�impero medievale che si pu� definire � tedesco�. Un primo iato si coglie tra le
fonti medievali e gli storici moderni; la parola latina �imperium�, cos� come
�impero�, ha al tempo stesso il significato di potere e quello di territorio su cui
questo potere si esercita. Ma, nel Medioevo, vi si aggiunge l�idea di potere
universale, conteso tra gli imperatori e i papi e regolarmente definito da teorici,
chierici o laici, in modi diversi a seconda del contesto politico in cui essi
vivevano.
Questo impero ha una storia sua, spesso confusa con quella dell�area tedesca,
perch� si d� il caso che i re, eletti dai principi tedeschi dal x al xiii secolo,
siano stati titolari dell�impero, anche se per fregiarsi di quel titolo era
indispensabile conseguire la corona d�Italia. Tra gli uomini del Medioevo, cos�
come in seguito tra gli storici, con il nome di �impero� si sono indicati
d�abitudine i territori dell�imperatore d�origine tedesca, considerati
l�equivalente d�un regno. Quando si parla della �opposizione tra sacerdozio e
impero�, s�intende il conflitto tra il potere sacerdotale rappresentato dal papa e
il potere temporale rappresentato dall�imperatore in carica. Quando si parla di
�Francia e Impero�, s�intende il regno dei Franchi (e poi dei Francesi) da una
parte, lo stato germanico o tedesco dall�altra. E anche se la distinzione �
difficile da fare fin dal Medioevo, bisogna tenerla qui in considerazione, per
evitare fastidiose confusioni, come anche bisogna riconoscere che l�idea che ci si
fa dell�impero e del ruolo dell�imperatore � stata molto diversa per un Francese,
un Italiano o un Tedesco.
L�idea di impero resta viva in tutto l�Occidente lungo tutto il Medioevo; il titolo
di imperatore � ambito ma il territorio d�esercizio del suo potere non �
chiaramente definito. Emerge una vistosa discordanza tra, da una parte, l�idea che
se ne fanno i teorici del potere, gli autori di cronache universali, i teologi; e,
dall�altra, la realt� constatabile attraverso la trasmissione del titolo, i
conflitti elettorali, l�esercizio reale del potere imperiale.
L�Impero romano di Augusto e di Costantino non � morto definitivamente con la
deposizione di Romolo Augustolo nel 476 a opera del capo barbaro Odoacre.
Inizialmente � sopravvissuto nella sua parte orientale, quella che chiamiamo Impero
bizantino (dal nome della capitale Bisanzio o Costantinopoli); in seguito fu
ricreato nell�800 a vantaggio di Carlo Magno ed � sopravvissuto in Occidente fino
al 1806, mentre in Oriente disparve nel 1450.

1. L�Impero romano ai tempi carolingi.

La data del 25 dicembre 800 resta nella memoria come quella della rinascita
dell�Impero romano con l�incoronazione del re franco Carlo Magno da parte del papa
Leone III, in San Pietro a Roma. Questo avvenimento era stato preparato nelle
menti, anche se sembra aver sorpreso alcuni al momento del suo svolgimento. Carlo
Magno � solo re dei Franchi e il suo potere si estende su gran parte d�Europa,
dalla Frisia al Nord della Spagna, dall�Atlantico alla Turingia. Se escludiamo le
isole britanniche, questo potere si sviluppa all�interno del limes del tardo
impero. Vincitore dei Longobardi, di cui porta la corona ferrea, Carlo ha ricevuto
il titolo di �patrizio dei Romani� e si presenta come il protettore della Chiesa
cristiana e del papato.
L�idea di far rinascere l�impero defunto si diffuse nel regno franco, a Roma e ad
Aquisgrana, in un ambiente di corte impregnato di nozioni antiche. Tra 750 e 760,
un falsario fantasioso aveva composto la Donazione di Costantino, in cui
trascriveva le condizioni alle quali si sarebbe attuata � tra l�imperatore e papa
Silvestro I � una divisione del mondo e del potere su di esso; al soldato il potere
temporale e al sacerdote il potere spirituale. Questo testo preparava gli
avvenimenti che seguirono e diede loro una coloritura particolare. Carlo si rec� a
Roma su richiesta di Leone III e ricevette da lui la corona che ne faceva un nuovo
imperatore. Questo gesto, del tutto nuovo, sembrava riprodurre quello di Silvestro
che incoronava Costantino; nella realt� creava una pratica: la consegna della
corona imperiale da parte del papa al principe eletto per regnare sul mondo
terreno.
La corte di Carlo dovette elaborare una formula per conferirgli un titolo, e si
fiss� su una intitolazione esplicita e prudente: �Carlo, serenissimo augusto,
incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore, governante l�Impero romano,
parimenti per la misericordia di Dio, re dei Franchi e dei Longobardi�. Carlo
restava prima di tutto re dei Franchi e non diventava imperatore dei Romani.
Tuttavia, aveva la coscienza di incarnare un�idea nuova, e impose a tutti i suoi
fedeli un giuramento di fedelt� alla causa che egli rappresentava. Non ignorava
l�esistenza dell�imperatore bizantino, le cui ambizioni erano universali.
L�intervento papale faceva del re dei Franchi un imperatore cristiano e gli
attribuiva un�autorit� supplementare. Non esit� a garantire la sopravvivenza del
nuovo impero facendo incoronare il figlio Ludovico mentre egli era ancora in vita,
nell�813, e senza l�intervento del pontefice. Da questo periodo, distinguiamo di
nuovo l�Impero orientale dall�Impero occidentale. Troviamo ricreata la situazione
del tardo Impero romano.
Ludovico il Pio si mostr� pi� deciso, assumendo il titolo semplice e forte di
�imperatore augusto� e ricevendo l�unzione papale dalle mani di Stefano IV
nell�816, a Reims. Un anno dopo, con l�ordinatio imperii, Ludovico espresse la sua
concezione dell�Impero: uno solo dei suoi discendenti poteva succedergli e portare
il titolo imperiale, gli altri re franchi gli sarebbero stati subordinati; e ancora
il papa doveva incoronare l�eletto, che fu Lotario, primogenito dell�imperatore. In
quel momento il regno franco era ancora unito, e si confondeva con l�Impero; ci�
che Ludovico il Pio creava era la nozione nuova di un imperatore che regnava al
disopra dei re, svincolando cos� l�imperium dai regna che gli erano sottomessi. La
situazione in effetti si degrad� lentamente. Alla morte di Ludovico il Pio (840),
il successore al titolo imperiale, Lotario I, regn� a Roma e ad Aquisgrana ma non
sulle terre attribuite ai fratelli Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo.
Tuttavia, la finzione dell�unit� imperiale si conservava grazie ai frequenti
incontri dei re fratelli.
Lotario lasci� cos� la corona imperiale al figlio primogenito, Ludovico, che
controll� solo l�Italia e non ebbe discendenza. Il ruolo del papato divenne allora
decisivo: Giovanni VIII (872-82) dichiar� che i regni erano sottomessi all�Impero e
che questo era concesso dalla Chiesa, ci� che avvenne effettivamente quando assegn�
la corona imperiale al pi� forte o a chi offriva di pi�: Carlo il Calvo, re dei
Franchi occidentali, per due anni, poi Carlo il Grosso, re dei Franchi orientali.
Quest�ultimo ebbe la possibilit� di riunire per l�ultima volta sotto la propria
unica autorit� i regni franchi, ricostituendo in tal modo l�impero del nonno
Ludovico il Pio. Dopo la sua morte (888), il moribondo Impero romano dei Carolingi
si trasmise, come un titolo gi� privo di potere effettivo, in Germania ad Arnolfo,
poi in Italia a Lamberto di Spoleto, Ludovico di Provenza e Berengario del Friuli
(915-24).
L��Impero carolingio� non era durato neppure un secolo ma aveva avuto l�immenso
merito di far rinascere sulla terra un�istituzione sempre presente nelle menti.
L�accesso all�impero da parte del re dei Franchi non era strano: riproduceva altre
ascese al trono di generali barbari vincitori, giunti anch�essi, alla testa delle
loro truppe, a ricevere il titolo a Roma. Questa rinascita rispondeva a un bisogno
percepito da pensatori e storici. La Chiesa cristiana ne aveva bisogno perch� da
Costantino in poi essa si identificava con l�Impero; se un imperatore la assisteva
e la sosteneva, non poteva che guadagnarne in prestigio. Poich� fu il papa a
provocare questo movimento, la Chiesa ne acquisiva un�accresciuta potenza, che essa
avrebbe difeso con accanimento il pi� a lungo possibile. Voleva ricostituire
l�impero cristiano universale, che le avrebbe permesso di tener testa alla Chiesa
d�Oriente. Carlo Magno non aveva forse inaugurato il proprio potere imperiale
intervenendo nella lotta per le Immagini che insanguinava Costantinopoli? Non aveva
forse fatto scrivere i Libri carolini che indicavano la dottrina ai fedeli di Roma?

2. L�Impero romano germanico.

L�incoronazione imperiale di Ottone I (che si definisce solo �imperatore�, senza


specificazioni), il 2 febbraio 962 da parte di papa Giovanni XII, era sulla stessa
linea di quella di Carlo Magno. La Francia orientale si era annessa (925) la
Lotaringia, chiamata ancora Gallia o Francia; il sovrano aveva conquistato la
corona di ferro dei Longobardi nel 952, poi aveva sconfitto a Lechfeld gli Ungari
nel 955, come Carlo aveva fatto di fronte ai Sassoni. Da allora, alla corte regia,
il titolo imperiale era sulla bocca di tutti, e si sperava nel suo concretarsi a
Roma. Ottone vi fu condotto quasi naturalmente. Il papa aveva anche continuato a
svolgere un ruolo decisivo: il 12 febbraio, Giovanni XII sottolineava il ruolo
della Chiesa romana, che attendeva grandi servizi da colui che essa aveva onorato.
L�incoronazione attuata a Roma aveva valore costitutivo, il governo dell�Italia e
l�occupazione della Citt� eterna erano indissolubilmente connessi al titolo
imperiale. L�impero conservava per� il suo carattere universale ma questa volta, se
l�idea e il titolo erano ancora presenti, non era cos� per lo spazio: l�impero
ottoniano si estendeva solo sulle terre tedesche, della Lorena e dell�Italia del
Nord. Non aveva pi� l�estensione del regno franco; e questa separazione dalla
�Francia occidentale� sarebbe d�ora in poi rimasta tale. La Francia era
definitivamente esclusa. La nozione di impero era ripresa, in modo effimero, anche
in altre regioni d�Occidente: nel regno di Le�n in Spagna e, da parte di Etelstano,
nelle isole britanniche.
Come nell�800, alcuni contemporanei dell�imperatore restarono perplessi e non
intesero limitare il ruolo del soldato di fronte al sacerdote. Ottone adocchiava
Bisanzio e sognava di unire il suo figlio e erede a una principessa bizantina nata
nella porpora. Ottone II, che ricevette la corona imperiale il 25 febbraio 967,
come co-imperatore del padre, spos� solo una parente di Giovanni Zimisce, Teofane.
Oper� un rinnovamento prendendo, a partire dal 976, il titolo pi� completo di
Romanorum imperator augustus, che si ancorava maggiormente nella tradizione
riverita e poneva l�imperatore occidentale su un piano di parit� con il basileus
Romaion di Costantinopoli.
� da Ottone III che l�impero ricevette l�impulso pi� forte. Il figlio di Ottone II
e di Teofane aveva ricevuto una formazione di rara ricchezza, che comprendeva il
greco ed era nutrita di diverse ideologie. Se Bernward, futuro vescovo di
Hildesheim, gli aveva inculcato princip� sassoni, Giovanni Filagato l�aveva
iniziato alla storia degli imperi antichi e al ruolo di Roma. A sedici anni, Ottone
III scelse il giorno dell�Ascensione, il 21 maggio 996, per farsi porre sulla testa
la corona imperiale da Gregorio V, il cugino, Brunone di Carinzia, che aveva
nominato papa alcuni giorni prima. Roma doveva diventare il centro del mondo,
dell�impero universale, della cristianit�, nell�alleanza del trono e dell�altare.
Renovatio imperii Romanorum, l�intenzione era annunciata chiaramente, tutto lo
mostrava: l�abbigliamento dell�imperatore, il globo nella mano, il sigillo che
faceva appendere ai suoi diplomi, con la rappresentazione di Roma, aurea Roma.
L�ideologia fu portata ancora pi� in alto con l�ascesa di Gerberto d�Aurillac,
Silvestro II, al trono di San Pietro. Costantino e Silvestro I, Ottone III e
Silvestro II. L�imperatore non era ingenuo e sapeva della falsit� della Donazione
di Costantino. Non aveva bisogno di appoggiarsi su un testo del genere: egli
fondava un nuovo Impero, lui che si definiva anche �servitore di Ges� Cristo�, come
il suo interlocutore era �servo dei servi di Dio�. Nessun re era in grado di
rivaleggiare con lui, Ugo Capeto meno ancora di altri. Ottone poteva andare in
pellegrinaggio fino a Gniezno (in Polonia), creare metropoliti, concedere il titolo
regio ai principi di Polonia e Ungheria. Era, fino alla punta dei capelli,
l�imperatore cristiano.
Il sogno di Ottone III fu interrotto dalla sua morte prematura. Il ruolo
dell�Italia nell�Impero si deline� da allora con un destino poco luminoso. Questo
regno era ormai e per molto tempo legato indissolubilmente ai ducati tedeschi,
perch� offriva la chiave d�accesso a Roma e al titolo imperiale. Da allora, i
candidati all�impero dovettero sacrificarsi alle discese in Italia, che spesso
dovettero ripetere perch� la loro autorit� a sud delle Alpi non restasse simbolica.
Il titolo imperiale cambi� dinastia in base alle elezioni dei principi tedeschi.
Alla morte di Enrico II (1024) la corona ritorn� ai Salici; a Kamba, la
designazione dell�arcivescovo di Magonza ebbe pieno effetto in favore di Corrado,
il cui figlio, Enrico (III) fu il primo a portare il titolo di �re dei Romani�,
preludio necessario a quello di �Augusto�. Poi, di padre in figlio, fu ripreso da
Enrico III (1046), Enrico IV (1084), Enrico V (1111).
Il regno di Ottone III aveva dato un impulso considerevole all�idea di impero, e
numerosi segni ne mostravano il notevole allargamento. Cos�, ad esempio, verso il
1030 fu composto a Roma un Libro delle cerimonie alla corte imperiale, tanto pi�
singolare in quanto l�impero non ebbe mai una capitale fissa n� una corte
organizzata, tranne quella che accompagnava il re tedesco. Fondandosi su tradizioni
e sulla gi� citata Donazione, l�autore del trattato s�impegna nella minuziosa
descrizione dei riti imperiali e dell�abbigliamento da cerimonia, simile a quello
del basileus bizantino (tunica, mantello, scettro, copricapo). Un ordo di
consacrazione imperiale era stato elaborato dall�inizio del x secolo e fu ripreso
nel xii (chiamato Cencio, dal cardinale che ne conserv� il testo). Descrive la
consacrazione e mostra l�analogia con la cerimonia con cui si consacrano i
pontefici cristiani: unzione come quella del battesimo, consacrazione da parte di
tre prelati. Segue la consegna d�una corona con una decorazione simbolica, formata
da un diadema di otto placchette d�oro per colui che � designato �principe
cristianissimo�; poi la consegna di altri oggetti egualmente simbolici: la spada,
lo scettro, la verga e l�anello (gli ultimi due spariscono dopo la lotta per le
Investiture). L�innesto germanico a Roma � consacrato dalla conservazione dell�uso
del sigillo con l�aurea Roma, con lo sviluppo dell�espressione Imperium Romanorum,
e l�adozione del titolo di �re dei Romani� che esprime bene ci� che intende Wipone,
biografo di Corrado II, quando vede nell�eletto dai principi tedeschi un �futuro
Cesare�. Aggiungiamo che la nozione di spazio imperiale si arricch� con l�aggiunta
del regno di Borgogna (1032) ai regni di Germania e Italia (la Triade). Si ha cos�
la percezione d�un progresso lento e sicuro della nozione di impero, della sua
confusione con i regni del re tedesco, del suo legame pi� stretto con i rituali di
consacrazione, del controllo che esercit� sul papato e su Roma.
Il periodo che segue dovette stravolgere molti aspetti che sembravano solidamente
definiti, e rimettere in discussione molti dati acquisiti, se teniamo presente
l�espressione �lotta del Sacerdozio e dell�Impero�, pi� corretta per questo regno
di quella di �lotta per le Investiture� consacrata dall�uso. Il periodo salico
(1024-1125) fu quindi determinante per l�idea imperiale e il confronto con il
sacerdozio, rappresentato dal papato, fu di grande intensit�. Enrico III, come
prima Ottone III, era venuto a Roma a imporre il suo papa, Clemente II, che lo
incoron� imperatore all�indomani della sua intronizzazione, il 25 dicembre 1046.
Era stato il re a creare il papa, ma un re imperatore in nuce. La Chiesa non poteva
pi� ammettere una tale situazione; con Gregorio VII il conflitto fu vivo.
Pubblicando il Dictatus papae, Gregorio dichiarava che avrebbe creato l�imperatore
a modo suo, ma si sentiva anche in grado di deporre i re se voleva poich�,
all�interno del conflitto che scoppi� tra lui ed Enrico IV, dal gennaio 1076,
lanci� una scomunica la cui conseguenza pratica doveva essere la deposizione del
sovrano se non si fosse sottomesso. Gregorio VII ebbe un ruolo nella progressiva
fusione che si oper� tra imperium e regnum, tra impero e regno (tedesco): design�
Enrico rex Teutonicorum, volendolo ricondurre a una dimensione tedesca, il che era
un fatto nuovo e andava contro l�abituale titolo romano. Questa limitazione
geografica alla Germania segnava la rottura con la Francia, mentre il legame
dell�impero con il regno �teutonico� al contempo si rinforzava.
Qualunque cosa se ne dica, Enrico IV fu certo lo sconfitto di Canossa, e l�impero
perdette parecchio con lui. Esso, tuttavia, aveva guadagnato terreno, se si giudica
dal fatto che poteva essere citato come riferimento al di fuori dei suoi stati. Nel
1066, un atto autentico del duca Guglielmo di Normandia, la fondazione dell�abbazia
della Trinit� di Caen, lo citava nella data: �Mentre Filippo re regna felicemente
in Francia, Enrico governa il paese romano per diritto imperiale, il molto pio papa
Alessandro occupa la cattedra della sede apostolica�. Questa citazione mostra che
il nome di colui cui era promesso l�impero era conosciuto al di fuori della
Germania non come sovrano dei ducati tedeschi ma come re dei Romani. Tuttavia, si
sapeva in Francia, e dappertutto, che l�impero era universale, anche se
l�imperatore tedesco regnava su uno spazio limitato e non aveva alcun diritto in
Francia; poteva anche essere un nemico, come si seppe nel 1124, in occasione d�una
minaccia di invasione. L�idea generale di impero conservava quindi la sua forza. Ma
la Chiesa se ne impadroniva con sempre pi� energia, insistendo sul suo volto
cattolico e romano. Dal pontificato di Leone IX (1049-54), il cardinale Umberto di
Silvacandida � grande castigatore dei simoniaci, partecip� all�elaborazione del
decreto di Niccol� II che stabiliva l�elezione del papa da parte dei cardinali
(1059) �, faceva riferimento all�impero universale di Leone I (il cui ricordo era
stato ravvivato dalla scelta del nome di Leone IX) e non concepiva l�impero se non
quello della Chiesa di Roma, la cui testa era la sede apostolica. Per completare
questo accaparramento, la curia pontificia in corso di formazione prese il posto
dell�inesistente corte imperiale, e il diritto a portare le insegne imperiali fu
rivendicato da Gregorio VII (un cappello bianco simboleggia il regnum e annuncia la
mitra, gi� portata da Leone IX e destinata a diventare la tiara tripla: il papa
diventa un signore temporale): �I simboli dell�impero si sono legati al papato�
(Robert Folz). Ancor pi�, Gregorio VII ritenne che la potenza spirituale d�un laico
(l�imperatore) non potesse superare quella d�un chierico esorcista (uno degli
ordini minori); l�imperatore perdette, nella nuova unzione all�incoronazione, tutto
ci� che poteva assomigliare a un�unzione episcopale, e per la consacrazione
s�abbandon� il sacro crisma dei prelati per l�olio benedetto dei semplici
catecumeni. Il regresso era notevole.
Il sacerdozio e l�impero si affrontavano quindi sulla questione di sapere chi
doveva prevalere, qual era il vero signore del mondo, quale creava l�altro. Dopo
Ottone I e soprattutto Ottone III, il vento aveva girato, e Enrico IV non ebbe i
mezzi per prevalere. Le sue vittorie militari furono senza seguito; fu un papa non
riconosciuto da nessuno, Clemente III, che lo cre� imperatore nel 1084. Enrico V,
che conquist� il potere contro il padre, ottenne anche la corona imperiale in
condizioni torbide, lottando palmo a palmo contro Pasquale II, facendo concessioni
presto rinnegate. Non era pi� tanto questione di dominazione del mondo ma di
controllo delle investiture dei vescovi. Cos�, il confronto grandioso di Canossa
ebbe come seguito i negoziati miserabili di Worms (1122), dove si separarono
nettamente l�imperium e il regnum Teutonicum.

3. L�impero degli Svevi.

Con Federico I Barbarossa e Federico II l�Impero romano germanico conobbe nuovi


momenti di gloria. Tuttavia, fin dal suo avvento, il papa cistercense Eugenio III
richiam� all�ordine Federico I, perch� l�eletto, che si dichiarava re dei Romani,
avrebbe dovuto sollecitare la conferma a Roma. Lo svevo non intendeva piegarsi. La
sua concezione era quella d�un impero indipendente, legato alla regalit� che era
concessa direttamente da Dio tramite i principi, senza ricorrere al papato.
Scendendo in Italia nel 1155 per ricevere l�incoronazione (che avvenne il 18
giugno, un sabato qualunque), intendeva sottomettere la citt� alla sua autorit�.
Due anni pi� tardi, l�imperatore, incoronato �re di Borgogna�, tenne una dieta in
Besan�on; un errore di traduzione, sicuramente provocato dal cancelliere Rainaldo
di Dassel e relativo ai �benefici� concessi dal papa all�imperatore, provoc� una
tensione con Roma che condusse allo scisma del 1159: il cardinale Bandinelli, che
era a Besan�on, divenne papa con il nome di Alessandro III, e gli si oppose Vittore
IV. Questo scisma della Chiesa d�Occidente era la conseguenza del confronto
violento relativo al ruolo rispettivo del sacerdozio e dell�impero. Le teorie,
elaborate a difesa dell�uno e dell�altro, si perfezionavano. Barbarossa aveva a sua
disposizione in particolare la teoria dello zio Ottone di Frisinga, autore d�una
profonda riflessione sulle �due citt�. Per questo autore, che considera la storia
universale e vede nei Franchi un popolo eletto per proseguire l�Impero romano, la
guida dell�impero � affidata a un sovrano franco-germanico, che � pari al sovrano
pontefice come successore di Cristo e capo della Chiesa. Dal 1157 fu adoperata
l�espressione sacrum imperium, che sottolineava il carattere consacrato
dell�impero, e che non � resa pienamente nella traduzione italiana (�sacro
impero�). Cos� come l�aggettivo �romano� riproduce male la formula �dei Romani�,
distinzione non inutile come si vede nell�uso dell�espressione �re tedesco�, che
non � la stessa cosa di �re dei Tedeschi�, che non � mai esistita.
Il 29 dicembre 1165, la canonizzazione di Carlo Magno attestava la continuit� del
potere imperiale dal grande imperatore franco fino ai suoi lontani successori del
xii secolo. Era importante ricordare la successione genealogica diretta
dall�imperatore di Aquisgrana fino a Federico. Si era anche nel momento in cui il
diritto antico ritrovava forza e ispirava i re d�Occidente: i giuristi
dell�Universit� di Bologna erano l� per aiutare l�imperatore a definire i suoi
diritti, come lo erano sotto Giustiniano e Teodosio. Certo, l�imperatore derivava
il potere da Dio, ma attraverso l�elezione dei principi: la consacrazione
pontificia ratificava una scelta che per� sfuggiva al papa. Attorno al 1200, si
stabilirono i primi elementi d�un collegio elettorale tedesco, da cui pi� tardi
deriv� il gruppo dei sette grandi elettori, un collegio il cui ruolo era
specificamente di designare l�imperatore.
Il figlio e successore di Federico I, Enrico VI, aggiunse ai tre regni (la Triade)
quello di Sicilia, che gli apriva l�accesso al Mediterraneo romano. Non pot�
svilupparne i vantaggi, poich� scomparve (settembre 1197) poco prima che salisse
sul trono pontificio colui che avrebbe fondato nel modo migliore l�idea di impero
su una base cristiana e romana, Innocenzo III (gennaio 1198). Torn� nelle mani del
papa la possibilit� di designare chi avrebbe dovuto essere l�imperatore legittimo,
poich� i principi tedeschi avevano eletto in successione Filippo di Svevia e Ottone
di Brunswick. Dopo lunghe esitazioni, avendo optato per Ottone IV, Innocenzo reag�
alle ambizioni italiane di quello spingendo in primo piano Federico di
Hohenstaufen, figlio di Enrico VI. L�elezione poteva pure essere l�espressione
della volont� dei principi ma solo al papa spettava la decisione di incoronare o no
l�imperatore. Il diritto d�opzione affermato da Innocenzo III fu confermato dai
suoi successori, Gregorio IX e Innocenzo IV. L�idea dominante allora era che
l�impero era stato delegato a Carlo Magno, ma il papa ne era il vero depositario.
Egli consegnava quindi al laico la spada temporale al servizio del mondo cristiano.
Sostenuto dal diritto romano, il papa adottava il cerimoniale imperiale, pretendeva
per s� solo la dominazione universale. Le due spade erano nelle sue mani. Le teorie
forti dei tempi di Federico I erano travolte, eliminate.
Il rafforzamento del papato era tale che le opzioni di Federico II avevano poche
possibilit� di successo. Il destino eccezionale di questo sovrano � stato l�ultimo
soprassalto dell�impero, e la met� del xiii secolo segna la fine di un�epoca. Sul
piano spaziale, il �re dei Romani� aveva guadagnato terreno; ai regni dei
predecessori, accresciuti della Sicilia che era la sua terra natale, seppe
aggiungere la corona di Gerusalemme e svilupp� un sogno mediterraneo, tanto pi�
realizzabile in quanto Costantinopoli era nelle mani dei Veneziani e d�una dinastia
occidentale. Lo �spazio imperiale� era allora, considerando tutto, pi� credibile
che quello del tempo di Carlo Magno. Ma, sul piano teorico, soffriva del recente
regresso dei predecessori. Tra 1220 e 1230, i canonisti confermavano che la spada
temporale era concessa dal papa e che quest�ultimo era il vero imperatore. La
corona imperiale gli fu posta sulla fronte il 22 novembre 1220, ma gi� cominciavano
le tergiversazioni a proposito della sua partecipazione alla crociata di
riconquista della Terrasanta, e fu un imperatore scomunicato ad assumere al Santo
Sepolcro la corona di Gerusalemme. Lontano erede di Ottone III, Federico II non si
sentiva tedesco, e concesse ai principi ecclesiastici e laici di Germania privilegi
considerevoli che annientarono definitivamente la possibilit� di far nascere un
vero regno tedesco. Ancora una volta, si risentiva dell�anomalia rappresentata
dalla confusione tra l�eletto dai principi tedeschi e l�imperatore. L�impero era
sempre pi� una nozione vuota e sempre meno un governo. L�idea d�un impero
universale, nel senso temporale del termine, era fortemente contrastata
dall�esistenza d�un regno come quello di Filippo Augusto e di Luigi IX. Da molto
tempo la Francia balbettante di Ugo Capeto era diventata un regno coerente e ben
governato. La preminenza dell�imperatore sui re non esisteva pi� e, all�inizio del
xiii secolo, si ammette che �il re era imperatore nel proprio regno�.
In questi anni, tuttavia, i teorici, coloro che scrivevano storie universali,
continuavano a considerare l�impero con gli occhi della tradizione. Gli
insegnamenti che offre lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais, vicino a san
Luigi, sono da questo punto di vista significativi. Come Ottone di Frisinga nel
secolo precedente, riporta la successione degli imperi fin dall�origine del mondo:
traslazioni successive hanno fatto passare il potere supremo dagli Ebrei ai Greci
ai Romani, poi ai Franchi. Quando scrive, nel 1244, sa ad esempio che � �nel
trentatreesimo anno dell�impero di Federico� (II) e, nel 1250, annota che �l�impero
romano � vacante�. L�impero universale resta un riferimento obbligato. � normale
che l�attitudine dei chierici e dei monaci che scrivono di storia non sia quella
della corte del re di Francia.

4. Il Sacro Impero romano germanico nel basso Medioevo.

L�interregno (1250-73) fu ancora pi� nefasto per i destini dell�impero temporale.


Il teorico della curia, Tolomeo da Lucca, faceva del papa il signore del mondo e il
luogotenente di Cristo. La decadenza di Federico II dal titolo imperiale apr� la
via a elezioni che misero sul trono personaggi scelti al di fuori della dinastia
regnante: prima Guglielmo d�Olanda, poi due stranieri, Riccardo di Cornovaglia e
Alfonso di Castiglia. Si capisce bene, da ci�, che questi ultimi candidati non
potevano in alcun modo essere considerati sovrani regnanti sulla Germania; potevano
prendere il titolo di �re dei Romani� e sperare di indossare la corona a Roma. La
rottura con il regnum Teutonicum, a cui l�impero era assimilato, in breve divenne
totale. Tuttavia, questa rottura non dur�, e spett� di nuovo a un papa sostenere
l�elezione di Rodolfo d�Asburgo (1273). N� quest�ultimo n� il suo successore furono
tuttavia incoronati a Roma. In compenso, Enrico VII, della famiglia di Lussemburgo,
volle rinnovare la tradizione e fece il viaggio in Italia, dove trov� la morte.
La prima met� del xiv secolo � segnata da un fatto nuovo: lo sviluppo di un
patriottismo tedesco. La nozione di �regno tedesco� � nata tardi, alla fine del x
secolo, ma, come abbiamo visto, non ci fu mai un re che portasse il titolo di �re
dei Tedeschi�. Infatti, essi si raccoglievano dietro l�imperatore. Alessandro di
Roes, gi� canonico di Colonia, divenne apologista d�un impero tedesco: regnum
(Reich in tedesco, intendi �il potere regio�) e imperium si confondono. Imperium e
sacerdotium sono su un piano di parit�: la storia imperiale � sempre pi� confusa
con quella della Germania; gestire l�impero � come un dovere per i Tedeschi,
identificati come i successori diretti dei Franchi, cos� come si fa di Carlo Magno
un imperatore tedesco, e dei Tedeschi i fratelli dei Romani. Cos�, come in altri
tempi si era visto nei Franchi un popolo eletto per governare l�impero, lo stesso
si faceva ora per i Tedeschi.
Sotto il regno di Ludovico IV di Baviera (1314-47), le teorie imperiali furono
quelle di Marsilio da Padova (Defensor pacis) e di Guglielmo d�Occam, con il primo
che attribuiva un ruolo al popolo e il secondo che conservava il carattere romano
dell�impero. A partire dal 1338, i principi elettori agirono senza autorizzazione
pontificia. Depongono l�imperatore, eleggono Carlo di Lussemburgo e di Boemia.
Questi, pubblicando la bolla d�Oro a Metz � scelta simbolica d�una citt� della
Lorena � nel 1356, consolida l�evoluzione recente dell�impero: sette principi
tedeschi sono i padroni della scelta dell�imperatore. Nell�antica Triade, il regno
tedesco ha la priorit� e costituisce la forza dirigente.
L�impero esisteva, ma che forza aveva? Ogni imperatore in realt� possedeva solo i
suoi beni patrimoniali. In generale, avrebbe dovuto disporre di ci� che
tradizionalmente in Germania formava il fisco, quello che gli storici chiamano i
Reichsg�ter, i beni della Corona: citt�, abbazie, diritti. In effetti, tutti questi
beni erano gi� o stavano per essere impegnati senza speranza di recuperarli, e il
principe fu cos�, poco a poco, privato d�ogni risorsa di origine pubblica. Carlo IV
fu il grande responsabile della �liquidazione� dei beni imperiali e si dovette
pagare parecchio per vincere altre elezioni. L�imperatore non aveva neppure un vero
potere, non aveva esercito, non aveva una residenza ufficiale. Ma, agli occhi del
popolo tedesco, esisteva, doveva �imperativamente� esistere. L�elezione era seguita
con passione, e il giorno dell�incoronazione era ovunque festa, perch� segnava il
ritorno all�ordine normale del mondo. Non poteva esserci mondo senza imperatore.
All�inizio del xv secolo, inoltre � la prima menzione � del 1409 ma la conferma
solo del 1474 �, l�espressione �sacro impero dei Romani�, o pi� comunemente di
�sacro impero romano�, si completa con l�espressione �della nazione germanica�, mal
tradotta in italiano con il solo aggettivo �germanico�. Da allora, e solo allora,
l�espressione � completa: �Sacro Impero romano germanico�, in latino sacrum
imperium Romanum Germanicum, e in tedesco Heiliges R�misches Reich deutscher
Nation. � un anacronismo usarla per un periodo anteriore, un anacronismo che
trascura la lenta evoluzione che abbiamo riferito. Nei confronti di Roma, la
distanza si allunga. Il re dei Romani, che presto si definisce imperatore eletto,
ritarda il viaggio di incoronazione nella Citt� santa, poi un bel giorno cessa di
farlo, per trasferirne i riti nella citt� di Carlo Magno, ad Aquisgrana, nel regno
tedesco.
Il ruolo dei principi elettori cresce senza sosta. Le trattative che precedono le
elezioni erano mercanteggiamenti senza fine. Gli elettori non esitarono a deporre
Venceslao, figlio di Carlo IV. Come si sarebbe potuto immaginare prima di deporre
l�imperatore? Nella prima met� del xv secolo, Sigismondo risollev� il titolo
imperiale grazie al ruolo che svolse per risolvere la crisi della Chiesa al
concilio di Costanza. Constatiamo che portava allora un titolo vener abile e che
l�impero continuava a essere venerato, anche se non rappresentava alcun potere
temporale reale. Da questa fase, con �Impero� si designano per comodit� le terre
tedesche, ed � cos� che esso assorb� le lontane conquiste orientali dell�ordine
teutonico. Si era dunque arrivati alla fine d�una lenta evoluzione cominciata con
Ottone I. Quando alcuni storici sono tentati di comprendere la storia del �Sacro
Impero romano germanico� tra il 962 (data dell�ascesa di Ottone I al trono
imperiale) e il 1273 (morte dell�ultimo degli Svevi), commettono diversi errori:
quello di cancellare il cammino progressivo che ha condotto alla confusione
dell�imperium con il regnum, poi con il regnum Teutonicum; e quello di cancellare
dalla storia una nozione � quella di impero � a cui i Tedeschi sono rimasti
attaccatissimi molto dopo il grande interregno. Anche se Federico III (1442-93) �
un imperatore senza grandi poteri, purtuttavia � da lui che Carlo il Temerario,
duca di Borgogna, si attende l�erezione dei suoi stati in regno. Il semplice
rifiuto di Federico annienta le ambizioni del Borgognone.
Con Massimiliano si raggiungono nuove tappe: la gestione istituzionale dell�Impero,
il legame tra questo e la casa d�Austria. A Worms, nel 1495, Massimiliano consacra
il �dualismo�, la separazione tra l�imperatore e il regno, la societ� tedesca. Alla
dieta, le forze politiche agiscono senza o contro il re. L�imperatore non ha pi�
alcuna politica territoriale. Totalmente privato di risorse, sollecita la levata
generale del gemeiner Pfennig (il soldo generale) per avere i mezzi per costituire
la Camera di giustizia imperiale, il Reichskammergericht, cos� come crea la Camera
imperiale e il Reichstag (che succede all�Hoftag: la dieta d�Impero sostituisce la
vecchia curia regia). Nel 1519, lo stesso principe sviluppa ancora un programma
imperiale. � alla vigilia d�un periodo cruciale, in cui l�imperatore dovr�
intervenire sul destino della Chiesa sostenendo o condannando le nuove teorie dei
riformatori protestanti. Seppur impotente, l�imperatore non era morto.
Annettendosi l�impero, Ottone I, solido re eletto dai ducati tedeschi, aveva
segnato la fine d�un futuro stato (tedesco), quale pot� costituirne uno al suo
fianco il semplice re dei Franchi. I sovrani, che non furono mai chiamati re dei
Tedeschi, perdettero inoltre gran parte delle loro energie nelle discese militari
in Italia e nei conflitti con il papato. L�impero romano a vocazione universale si
ridusse poco a poco fino a confondersi con il regno tedesco, ma senza dare a
quest�ultimo un vero sovrano. In condizioni diverse, l�impero cristiano-romano-
greco si era conservato con migliore fortuna a Costantinopoli, almeno fino a che i
Turchi gli confiscarono territorio e capitale.
Vedi anche:
Chiesa e papato, Diritto/i, Re, Roma.

Orientamenti bibliografici:
m. duverger (a cura di), Le concept d�Empire, Paris 1980.
r. folz, L�id�e d�Empire en Occident du ve au xive si�cle, Paris 1953.
Les Grands Empires. Recueils de la Soci�t� Jean Bodin, 31, Bruxelles 1973.
r. m. herkenrath, Regnum und Imperium. Das �Reich� in der fr�hstaufischen Kanzlei
(1138-1155), Wien 1969.
p. moraw, �Reich�, in Geschichtliche Grundbegriffe, vol. V, Stuttgart 1984, pp.
430-56.
f. rapp, Les origines m�di�vales de l�Allemagne moderne. De Charles IV � Charles
Quint (1346-1519), Paris 1989.
p. e. schramm, Kaiser, Rom und Renovatio. Studien und Texte zur Geschichte des
r�mischen Erneurungsgedankens vom Ende des Kerolingischen Reiches bis zum
Investiturstreit, Darmstadt 1957.
e. schubert, K�nig und Reich. Studien zur sp�tmittealterlichen deutschen
Verfassungsgeschichte, G�ttingen 1979.

Bibliografia ragionata (a cura di Luigi Provero):


La centralit� del Regno Italico all�interno delle strutture di potere imperiale ha
portato la medievistica italiana a concentrare studi di rilievo sulla nozione e i
funzionamenti dell�Impero a partire dalla sopravvivenza, all�interno del
coordinamento imperiale, d�una nozione di �regno italico� dotato di suoi propri
confini: cfr. p. delogu, Lombard and Carolingian Italy, in r. mc kitterick (a cura
di), The new Cambridge Medieval History, II. c. 700 - c. 900, Cambridge 1995, pp.
290-319. Un peso particolare hanno assunto le fasi di ridefinizione del potere
imperiale e di consolidamento della sua ideologia universale: prima fra tutte l�et�
degli Ottoni, il cui controllo sul Regno Italico crea il duraturo nesso tra i regni
di Germania e d�Italia, ovvero la struttura fondamentale dell�impero
bassomedievale, ed � accompagnata da intense elaborazioni ideologiche: h. keller,
Die Ottonen, M�nchen 2001; g. gandino, Ruolo dei linguaggi e linguaggio dei ruoli.
Ottone III, Silvestro II e un episodio delle relazioni tra impero e papato, in
�Quaderni storici�, n. 102, 1999, pp. 617-58. Per la crisi dell�xi secolo (connessa
sia al conflitto con il papato, sia alla crescita di poteri locali autonomi),
Giovanni Tabacco ha messo in luce la difficile coesistenza tra l�aspirazione
all�universalit� e la concreta gestione d�un potere ricco di compromessi: g.
tabacco, Dai re ai signori. Forme di trasmissione del potere nel Medioevo, Torino
2000; per la vicenda d�un singolo imperatore, cfr. h. wolfram, Konrad II. 990-1039.
Kaiser dreier Reiche, M�nchen 2000. Infine, ha attirato uno speciale interesse
l�et� degli Svevi, in cui l�efficace e intenso intervento in Italia e la volont� di
rinnovare le strutture imperiali si sono scontrati con la solidit� dei poteri
comunali: cfr. Friedrich Barbarossa. Handlungspielraume und Wirkungsweisen des
Staufischen Kaisers, Sigmaringen 1992; d. abulafia, Federico II. Un imperatore
medievale, Torino 1990.

+++++++++++++++++++++
Mariano Armellini, Il Catalogo di Cencio Camerario (sec. XIII)
Estr. da: Mariano Armellini, Le chiese di Roma dalle loro origini al secolo XVI,
Roma 1887, pp. 42-44

Il pi� antico ed importante catalogo delle chiese di Roma � quello che fu compilato
da Cencio Camerario, poi Onorio III nel suo celebre Liber censuum. La origine di
questo famoso libro risale all�epoca di Lucio III che ne affid� l'incarico ad un
chierico della chiesa romana di nome Albino. Quell�ampio catalogo dei censi fu
compiuto dal famoso Cencio Savelli, camerlengo della chiesa romana, durante I
pontificati di Clemente III e di Celestino III, il quale alla sua volta levato alla
sede di s. Pietro prese il nome di Onorio III. In quel codice il Camerario registr�
le rendite della chiesa provenienti dai contributi di tutta la cristianit�, I
quali, bench� assai tenui, pure producevano una somma grandissima, colla quale il
papa provvedeva agli interessi di Roma e della Chiesa, riversandola per tutta la
Cristianit�. In quel prezioso codice non solo troviamo trascritti i contratti degli
affitti fino dall�ottavo e nono secolo, ma eziandio le donazioni ed i privilegi
accordati dai re franchi, ed i trattati stipulati con i Normanni. Ivi pure si
contiene l'Ordo romanus, cio� il rituale della chiesa romana contenente l'ordine
delle cerimonie e dei riti adoperati in occasione deile solenni processioni papali,
dei possessi pontifici, delle feste principali ecclesiastiche, di quelle che si
facevano per l'elezione e per la consacrazione del papa o dei vescovi, e le
solennissime per la coronazione dei re e degli imperatori. A questo rituale vien
dato nel codice di Cencio il nome Ordo Romanus e tutto il libro porta il titolo:
Incipit liber censuum Rom. eccl. a Centio Camerario compositus secundum antiquorum
patrum Regesta et rnemoralia diversa. Anno Incarnation. Domini MCXCII, Pont.
Celestini pp. III, anno II. Il Mabillon pubblic� parecchi di questi ordines tra i
quali di sommo interesse � da reputare per la storia dei riti sacri quello di
Benedetto canonico di s. Pietro, ai tempi di Innocenzo II.
Ora nell�Ordo di Cencio v�ha esattamente notato il presbiterio che nelle principali
solennit� dell'anno il papa assegnava a tutte le cbiese della citt� le quali per
questo troviamo ivi catalogate. Denominavasi con la parola presbiterium una
largizione di denaro che Roma papale nella sua grandiosit� soleva fare pi� volte
nell�anno nelle feste religiose, distribuzioni che sono una delle caratteristiche
speciali della citt� eterna; alle quali aggiungevansi talvolta quelle dei viveri.
Cos�, per es., a tutti gli addetti alla corte pontificia, fino al pontificato di
Pio VII, toccava pi� volte all'anno la parte di palazzo, la quale pi� anticamente
comprendeva o l'intero vitto o parte di quello; uso che richiama alla mente la
costumanza romana della distribuzione delle sportule osservato anche dai cristiani
nelle loro agapi, e quello dell�offerta delle primizie per gli alimenti del clero.
Nelle liste delle spese giornaliere del palazzo pontificio, troviamo fino a tutto
il secolo XVI, le note dei numerosi provvisionati familiari di palazzo, ai quali
oltre la paga in denaro si dava tutto il vitto, ovvero tutto il companatico. Ad
altri si distribuiva questo ogni mese ecc., prattica che si teneva anche con tutti
i corpi morali della citt�, per es. col collegio universitario, ai componenti il
quale si fornivano perfino le legna; coi membri dei sodalizi religiosi,
confraternite, ecc., ove anche oggi rimane in vigore la distribuzione della cera e
del pepe ecc.
Ma per tornare al nostro presbiterio, uno dei pi� solenni era quello che
distribuivasi nel secondo giorno di Pasqua, giorno in cui aveva luogo la festa
degli archi e dei turiboli. La ricorder� brevemente, valendomi delle parole stesse
del rituale.
All�alba di quel giorno, cio� del luned� dopo la Pasqua di Resurrezione, il papa
preceduto da tutti gli ordini palatini, discendeva nel portico vaticano ai piedi
del quale trovava un cavallo non faleratum, e si conduceva nell�interno della
basilica. Quivi, celebrata solennemente la messa, s�avviava con tutta la corte al
Laterano. Non appena il papa era salito in sella, che il siniscalco, il quale lo
seguiva, gettava fra la moltitudine pi� manate di danaro, onde agevolare la strada
alla processione papale; ut sic multitudo populi qui impedimentum praestat Domino
Papae removeri possit denariis ipsis colligendis intendens. Giunta la processione
ed il papa presso la Torre di Stefano di ser Pietro, che era sul principio del
Parione, luogo che corrisponderebbe vicino a Monte Giordano, uno dei curiali del
papa, che s�era gi� da prima su quella torre allocato, dall�alto della medesima
gettava nuovo denaro, per la stessa cagione, e questo getto si rinnovava non lungi
di l� ad palatium Cenci Muscae in punga (sic) in via de papa. Dinnanzi alla Chiesa
di s. Marco si rinnovava per la quarta volta il gettito del denaro sopra la
moltitudine, e poi un'altra aveva luogo dinnanzi la Chiesa di s. Martino presso al
Foro dal cui palazzo annesso uno della curia gettava nuovo denaro. Presso la Torre
di ser Pietro nel Parione, gli ebrei colla loro schola acclamavano al. papa, ed un
rabbino alla testa della sinagoga presentava al papa il rotolo del Pentateuco
misteriosamente velato, ed il papa preso il rotolo lo restituiva al rabbino
porgendoglielo a rovescio dicendogli che egli onorava la legge, ma nel tempo stesso
riprovava l'intelletto e la caparbiet� degli ebrei che aspettavano il futuro
Messia, dopo di che il camerlengo donava al rabbino 20 soldi provvisini. In tutta
la strada percorsa dal papa dal Vaticano al Laterano, e che perci� diceasi via
papae, e che noi romani anche oggi chiamiamo e chiameremo via papale, erano stati
innalzati archi d�onore a spese ed a cura dei cittadini appartenenti alle classi
nobili di Roma, e nel tempo stesso clerici omnes romani appartenenti a tutte le
chiese della citt�, agitando dei turiboli fumanti d�incenso si presentavano al
papa: ed in premio di tale onore reso al papa, si distribuivano a quei primari
cittadini 35 libre e mezza di provisini, ed ai chierici 13 libre e mezza della
stessa moneta. Giunto poi il papa nel Laterano, e deposito regno, cio� la tiara,
entrava nel palazzo accompagnato dal primicerio e dal secondicerio, poi di l�
condottosi nel triclinio leoniano aveva luogo il convito, finito il quale il papa
scendeva nella annessa basilica, dove celebrati i tre vesperi et propinato clareto,
gustato cio� del vino cos� appellato, ad propria revertebatur.

++Mariano Armellini, Il Catalogo di Cencio Camerario (sec. XIII)


Estr. da: Mariano Armellini, Le chiese di Roma dalle loro origini al secolo XVI,
Roma 1887, pp. 42-44

Il pi� antico ed importante catalogo delle chiese di Roma � quello che fu compilato
da Cencio Camerario, poi Onorio III nel suo celebre Liber censuum. La origine di
questo famoso libro risale all�epoca di Lucio III che ne affid� l'incarico ad un
chierico della chiesa romana di nome Albino. Quell�ampio catalogo dei censi fu
compiuto dal famoso Cencio Savelli, camerlengo della chiesa romana, durante I
pontificati di Clemente III e di Celestino III, il quale alla sua volta levato alla
sede di s. Pietro prese il nome di Onorio III. In quel codice il Camerario registr�
le rendite della chiesa provenienti dai contributi di tutta la cristianit�, I
quali, bench� assai tenui, pure producevano una somma grandissima, colla quale il
papa provvedeva agli interessi di Roma e della Chiesa, riversandola per tutta la
Cristianit�. In quel prezioso codice non solo troviamo trascritti i contratti degli
affitti fino dall�ottavo e nono secolo, ma eziandio le donazioni ed i privilegi
accordati dai re franchi, ed i trattati stipulati con i Normanni. Ivi pure si
contiene l'Ordo romanus, cio� il rituale della chiesa romana contenente l'ordine
delle cerimonie e dei riti adoperati in occasione deile solenni processioni papali,
dei possessi pontifici, delle feste principali ecclesiastiche, di quelle che si
facevano per l'elezione e per la consacrazione del papa o dei vescovi, e le
solennissime per la coronazione dei re e degli imperatori. A questo rituale vien
dato nel codice di Cencio il nome Ordo Romanus e tutto il libro porta il titolo:
Incipit liber censuum Rom. eccl. a Centio Camerario compositus secundum antiquorum
patrum Regesta et rnemoralia diversa. Anno Incarnation. Domini MCXCII, Pont.
Celestini pp. III, anno II. Il Mabillon pubblic� parecchi di questi ordines tra i
quali di sommo interesse � da reputare per la storia dei riti sacri quello di
Benedetto canonico di s. Pietro, ai tempi di Innocenzo II.
Ora nell�Ordo di Cencio v�ha esattamente notato il presbiterio che nelle principali
solennit� dell'anno il papa assegnava a tutte le cbiese della citt� le quali per
questo troviamo ivi catalogate. Denominavasi con la parola presbiterium una
largizione di denaro che Roma papale nella sua grandiosit� soleva fare pi� volte
nell�anno nelle feste religiose, distribuzioni che sono una delle caratteristiche
speciali della citt� eterna; alle quali aggiungevansi talvolta quelle dei viveri.
Cos�, per es., a tutti gli addetti alla corte pontificia, fino al pontificato di
Pio VII, toccava pi� volte all'anno la parte di palazzo, la quale pi� anticamente
comprendeva o l'intero vitto o parte di quello; uso che richiama alla mente la
costumanza romana della distribuzione delle sportule osservato anche dai cristiani
nelle loro agapi, e quello dell�offerta delle primizie per gli alimenti del clero.
Nelle liste delle spese giornaliere del palazzo pontificio, troviamo fino a tutto
il secolo XVI, le note dei numerosi provvisionati familiari di palazzo, ai quali
oltre la paga in denaro si dava tutto il vitto, ovvero tutto il companatico. Ad
altri si distribuiva questo ogni mese ecc., prattica che si teneva anche con tutti
i corpi morali della citt�, per es. col collegio universitario, ai componenti il
quale si fornivano perfino le legna; coi membri dei sodalizi religiosi,
confraternite, ecc., ove anche oggi rimane in vigore la distribuzione della cera e
del pepe ecc.
Ma per tornare al nostro presbiterio, uno dei pi� solenni era quello che
distribuivasi nel secondo giorno di Pasqua, giorno in cui aveva luogo la festa
degli archi e dei turiboli. La ricorder� brevemente, valendomi delle parole stesse
del rituale.
All�alba di quel giorno, cio� del luned� dopo la Pasqua di Resurrezione, il papa
preceduto da tutti gli ordini palatini, discendeva nel portico vaticano ai piedi
del quale trovava un cavallo non faleratum, e si conduceva nell�interno della
basilica. Quivi, celebrata solennemente la messa, s�avviava con tutta la corte al
Laterano. Non appena il papa era salito in sella, che il siniscalco, il quale lo
seguiva, gettava fra la moltitudine pi� manate di danaro, onde agevolare la strada
alla processione papale; ut sic multitudo populi qui impedimentum praestat Domino
Papae removeri possit denariis ipsis colligendis intendens. Giunta la processione
ed il papa presso la Torre di Stefano di ser Pietro, che era sul principio del
Parione, luogo che corrisponderebbe vicino a Monte Giordano, uno dei curiali del
papa, che s�era gi� da prima su quella torre allocato, dall�alto della medesima
gettava nuovo denaro, per la stessa cagione, e questo getto si rinnovava non lungi
di l� ad palatium Cenci Muscae in punga (sic) in via de papa. Dinnanzi alla Chiesa
di s. Marco si rinnovava per la quarta volta il gettito del denaro sopra la
moltitudine, e poi un'altra aveva luogo dinnanzi la Chiesa di s. Martino presso al
Foro dal cui palazzo annesso uno della curia gettava nuovo denaro. Presso la Torre
di ser Pietro nel Parione, gli ebrei colla loro schola acclamavano al. papa, ed un
rabbino alla testa della sinagoga presentava al papa il rotolo del Pentateuco
misteriosamente velato, ed il papa preso il rotolo lo restituiva al rabbino
porgendoglielo a rovescio dicendogli che egli onorava la legge, ma nel tempo stesso
riprovava l'intelletto e la caparbiet� degli ebrei che aspettavano il futuro
Messia, dopo di che il camerlengo donava al rabbino 20 soldi provvisini. In tutta
la strada percorsa dal papa dal Vaticano al Laterano, e che perci� diceasi via
papae, e che noi romani anche oggi chiamiamo e chiameremo via papale, erano stati
innalzati archi d�onore a spese ed a cura dei cittadini appartenenti alle classi
nobili di Roma, e nel tempo stesso clerici omnes romani appartenenti a tutte le
chiese della citt�, agitando dei turiboli fumanti d�incenso si presentavano al
papa: ed in premio di tale onore reso al papa, si distribuivano a quei primari
cittadini 35 libre e mezza di provisini, ed ai chierici 13 libre e mezza della
stessa moneta. Giunto poi il papa nel Laterano, e deposito regno, cio� la tiara,
entrava nel palazzo accompagnato dal primicerio e dal secondicerio, poi di l�
condottosi nel triclinio leoniano aveva luogo il convito, finito il quale il papa
scendeva nella annessa basilica, dove celebrati i tre vesperi et propinato clareto,
gustato cio� del vino cos� appellato, ad propria revertebatur.

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d p m q u a d e r n i
dottorato 3

�C�era una volta un re...�


Aspetti e momenti della regalit�
da un seminario del dottorato in Storia medievale
(Bologna, 17-18 dicembre 2003)
a cura di
G i o v a n n i I s a b e l l a
contributi di
Glauco Maria Cantarella
Giovanni Isabella
T i z i a n a L a z z a r i
Federicomaria Muccioli
Samuele Sacchi
Francesco Paolo Terlizzi
Giacomo Vignodelli
� 2005
Copyright by Dipartimento di Paleografia e Medievistica dell�Universit� di Bologna
e Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
�C�era una volta un re...�. Aspetti e momenti della regalit�. Da un seminario del
dottorato in
Storia medievale (Bologna, 17-18 dicembre 2003) / a cura di Giovanni Isabella,
contributi di
Glauco Maria Cantarella, Giovanni Isabella, Tiziana Lazzari, Federicomaria
Muccioli, Samuele
Sacchi, Francesco Paolo Terlizzi e Giacomo Vignodelli � Bologna : CLUEB, 2005
144 p. ; 21 cm.
(Quaderni del Dipartimento di Paleografia e Medievistica, dottorato ; 3)
ISBN 88-491-2454-6
CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
40126 Bologna - Via Marsala 31
Tel. 051 220736 - Fax 051 237758
www.clueb.com
Finito di stampare nel mese di giugno 2005
Progetto grafico copertina: Tunabites, Bologna
Tutti i diritti sono riservati. Questo volume � protetto da copyright.
Nessuna parte di questo libro pu� essere riprodotta in ogni forma e
con ogni mezzo, inclusa la fotocopia e la copia su supporti magnetico-
ottici senza il consenso scritto dei detentori dei diritti.
da Studio Rabbi - Bologna
C�era una volta un re
seduto sul sof�
che chiese alla sua serva:
�Raccontami una storia�.
La serva cominci�:
C�era una volta un re�

SOMMARIO
GLAUCO MARIA CANTARELLA
Divagazioni
preliminari ................................................................. 9
FEDERICOMARIA MUCCIOLI
Plutarco e l�importanza della giustizia nell�idealizzazione del re
ellenistico .......................................................................
................ 25
TIZIANA LAZZARI
Una mamma carolingia e una moglie supponide: percorsi femminili
di legittimazione e potere nel regno italico ............................. 41
GIACOMO VIGNODELLI
Il problema della regalit� nei Praeloquia di Raterio di Verona .... 59
GIOVANNI ISABELLA
Una rappresentazione imperiale: l�ordo coronationis XIII ........... 75
FRANCESCO PAOLO TERLIZZI
Regalit�, sacerdozio e cristomimesi: l�Anonimo Normanno ......... 97
SAMUELE SACCHI
Il Carolus iratus e la regalit� iberica: Jim�nez de Rada ............... 115

GLAUCO MARIA CANTARELLA


Divagazioni preliminari
1. I saggi raccolti in questo Quaderno costituiscono una prima elaborazione
dei materiali presentati e discussi durante il seminario del
Dottorato di Storia Medievale nei giorni 17-18 dicembre 2003. Non
sono soltanto la testimonianza di un interesse che si materializza in un
gruppo di ricerca, per quanto parzialmente �virtuale� (ci� che comunque
� di per s� nuovo e unico in Italia), ma anche del fatto che intorno
a questo tema, regalit�, su cui � stato detto moltissimo e anzi � stato
detto tutto e il contrario di tutto, si pu� e si deve ancora lavorare, ed �
possibile farlo abbattendo gli steccati disciplinari e tentando di uscire
dal chiuso delle restrizioni specialistiche e coordinando le indagini
senza il timore che ne scapiti la specificit�, anzi piuttosto nella convinzione
che la specificit� possa esserne esaltata. La storia della regalit�
potrebbe tranquillamente configurarsi come una disciplina a s�,
degna di essere oggetto di studio in una laurea specialistica o in un
master: comporta la padronanza di molte conoscenze speciali, dalla
storiografia estesa su almeno tredici secoli (III-XVII) alla variet� delle
fonti: che, per il medioevo, vanno da quelle cronachistiche a quelle
�liturgiche� (per usare un'espressione tanto cara alla storiografia tedesca
quanto di incomparabile vaghezza: perch� senz'ombra di dubbio
sotto questa categoria dovrebbero ricadere tanto gli ordines coronationis
quanto gli inni o i sermoni), a quelle archeologiche ed iconografiche,
a quelle politiche ed ideologiche (un paio di esempi a casaccio:
Notkero di San Gallo, Benzone d'Alba), a quelle encomiastiche (ad
esempio Donizone), e la conoscenza di tutta una strumentazione simbolica
specifica. Perch� si tratta, come sempre in storia, di cercare di
rintracciare i tratti di un intero universo politico, culturale, religioso,
che in realt� ci sfuggono perch� non ci appartiene.
Anche se avviene di vederlo ancora evocato.
Nella primavera del 1994, durante una giornata di studi fiorentina,
Gianni Baget Bozzo afferm� (costituendo di fatto una base teoretica
1 0
per una celebre espressione dell'allora Presidente del Consiglio italiano
Silvio Berlusconi, secondo il quale il vincitore delle elezioni si poteva
legittimamente dire �unto del Signore�) che per l'azione della
rivoluzione francese �� il popolo che detiene la sovranit� nazionale e
sul corpo del popolo si � spostato il corpo del re�1. Allo scadere del
secolo il titolare del Dipartimento della Giustizia USA John Ashcroft
si fece ungere con olio (da cucina) prima di prestare il suo giuramento
nell'ambito del primo mandato presidenziale di G.W. Bush. Sono, o
piuttosto sembrerebbero, aneddoti decisamente inattuali; eppure � di
per s� chiaro che il primo intendeva richiamare in vita una generica
condizione di sacert� che la rivoluzione francese (la cui laicit�, sia detto
per inciso, continua a non piacere a molti) avrebbe ereditato dalla
storia precedente che dunque non conosce sostanziali interruzioni (e
pi� o meno negli stessi anni Yves-Marie Berc� andava disegnando una
traiettoria che dalle storie di re Art� conduceva in linea diretta alle lettere
indirizzate al presidente della Repubblica Francese),2 mentre il
secondo citava non il caso di re Wamba e della prima unzione regale
conosciuta, e nemmeno quello di re Pipino, ma piuttosto si rifaceva
proprio all'Antico Testamento (�alla maniera del re Davide�) nel quadro
della lettura che ne fanno le Assemblee di Dio Pentecostali, di cui
�era stato attivista laico�, e dunque intendeva richiamare l'idea di un
presente che affonda nell'eterno, nella verit� del libro sacro.3 Il primo
evocava implicitamente il medioevo (non a caso scrive anche: �Noi
siamo molto pi� medievali di quanto non pensiamo�), il secondo assumeva
su di s� il modello davidico, anche se � piuttosto difficile, o
almeno improbabile, che sapesse che con questo atto si stava sostituendo
al presidente Bush, e comunque che volesse esplicitamente farlo:
eppure l'unzione, non c'� dubbio, c'� stata... Il primo sceglieva un
1 G. BAGET BOZZO, Per una storia teologica del regicidio, in I re nudi. Congiure,
assassini,
tracolli ed altri imprevisti nella storia del potere, a cura di G.M. Cantarella -
F.
Santi, Spoleto 1996, p. 3.
2 Cfr. Y.-M. BERC�, Il re nascosto, trad. italiana Torino 1996, pp. 399-402, 412-
414;
rinviamo a quanto abbiamo scritto �L'Indice dei libri del mese� XIV.5 (maggio
1997),
p. 34.
3 Cfr. K. PHILLIPS, Una dinastia americana. La famiglia Bush: l'aristocrazia del
denaro
e la crisi della democrazia, trad. italiana Milano 2004, p. 285. Sull'unzione nel
regno
franco cfr. ora J. SEMMLER, Der Dynastiewchsel von 751 und die fr�nkische
K�nigssalbung,
Br�hl 2003.
11
modello, il secondo ne additava un altro, e drammaticamente preciso
(se ne riparler� per inciso nelle ultime righe di questa chiacchierata).
Possono sembrare esempi del tutto distanti fra loro, e forse lo sono,
ma sembrerebbero anche collegati proprio da almeno una chiave-base,
quella elementare della regalit� davidica. Eppure ricordiamo che la regalit�
davidica in s� non impone l'unzione: il merovingio Lotario, evocato
intorno al 614 da Gregorio di Tours come Davide, non era unto.
Davide � un lemma pieno di lessemi...4 Vale a dire, �Davide� e �olio
� non si attraggono reciprocamente, ma soltanto se si sceglie di farlo.
Bene, questa � la situazione che incontra la ricerca sulle forme di
regalit� nel medioevo: l'apparizione ripetuta di stereotipi; la ripetizione
ossessiva dei medesimi elementi formali; l'ossessione delle stesse
basi testuali; l'uso della testualit� come principio di legittimazione; la
legittimit� come emanazione delegata di gruppi speciali.
Quadri di evidente analogia.
Identici per tutti. Per tutti i secoli. Diversi per tutti.
L'impegno che incombe all'indagine � quello di disvelare le differenze
che esistono all'interno dell'apparente uniformit� e ripetitivit�.
Di investigare a che cosa rimandano. Insomma, bisognerebbe ricordarsi
di far proprio l'atteggiamento illuminista del Foscolo a proposito
di Machiavelli (�che temprando lo scettro a' regnatori / gli all�r ne
sfronda, ed alle genti svela /di che lagrime grondi e di che sangue�:
Dei sepolcri, 156-158); o il disincanto di un Michail Bulgakov sulla
sua Mosca stalinista, una lezione che (al pari di molte altre, come
quella classica di Stendhal e della sua battaglia di Waterloo nella
Chartreuse de Parme) uno storico dovrebbe sempre tener presente e
meditare: il contorno di una societ� ipocrita, opportunista e complice
che non merita altro che di essere �smascherata� (la serata di variet�
organizzata da Woland durante la quale la moglie di un altissimo funzionario
scopre che suo marito la tradisce e una sussiegosa signorina
sale sul palcoscenico per scambiare gratis i suoi sovietici abiti con vestiti
francesi, imitata entusiasticamente da tutti; e alla fine tutti escono
nudi dal teatro, e l�incasso della serata si tramuta magicamente in va-
4 Rinvio al mio Qualche idea sulla sacralit� regale alla luce delle recenti
ricerche: itinerari
e interrogativi, �Studi Medievali� 3a s. XLIV (2003), pp. 911-927.
1 2
luta straniera, proibitissima in URSS! per non ricordare l�episodio del
beriozka e del russo col soprabito violetto�), perch� attraverso lo
smascheramento si rivela il marcio di una societ� o, meglio, il marciume
di un sistema di potere cui la societ� aderisce appassionatamente
perch� gli somiglia (o � il potere che le assomiglia?). Le parole del
Foscolo, le pagine di Bulgakov, i romanzi di Orwell semplicemente ci
insegnano che non esiste nulla che non sia smascherabile, che tutto
pu� essere smascherato, se se ne possiedono le chiavi. E che per possederle,
le chiavi, vanno cercate. E per questo possono essere, anzi sono,
un eccellente stimolo per lo storico.
Perch� tutto pu� essere mascherato e coperto, come tra la fine del
XII secolo e l'inizio del XIII scriveva Walter Map a proposito di certa
fraseologia delle lettere papali: �Il termine "rendere omaggio" va glossato
secondo l'uso del signor papa, che dice: "N� di persona n� per
mezzo di un messaggero ci ha reso visita n� ci ha reso omaggio", cio�
"non ha pagato"�.5 Tutto pu� essere portato alla luce dal disvelamento
del codice: lo storico non pu� negarsi a quella consapevolezza comune
e diffusa sui codici linguistici (lo Jakobson li avrebbe chiamati, forse,
�idioletti�) della diplomazia o della vita politica (per non dire del
mondo accademico delle Universit�, anche, con la petitio principii
della selezione meritocratica e la convenzione per cui ogni docente �
di necessit� un vero studioso...), in cui molte volte accade che nulla
sia come appare; o che molto appaia, oppure cerchi di apparire e riesca
persino a farlo (ma soltanto, che per� � tutto!, per una convenzione
condivisa) esattamente come non � anche se cos� dovrebbe essere perch�
cos� imporrebbe il modello di riferimento. Questo �, o dovrebbe
essere, semplicemente l'impegno della ragione.
Cui si contrappone, come in uno specchio, l'impegno opposto:
quello di velare. Che per� � sempre e comunque frutto della ragione, e
dunque disvelabilissimo se si vuole, perch� � nello stesso tessuto di
parole e di argomenti che chi � impegnato nell'operazione di invelamento
edifica, e che deve costituire insieme l'impalcatura e la trama
della sua costruzione, che si lascia intravvedere qualche spazio verbale
e logico, sia pure sotto la forma implicita del rinvio ad altre testualit�:
o della possibilit� del confronto con testi-altri. La razionalit�, attivit�
5 Rinvio al mio Principi e corti. L'Europa del XII secolo, Torino 1997, p. 143.
13
umana che meriterebbe di essere riabilitata, � tutto o quasi: l'eclissi
della ragione, per rievocare una drammatica quanto speranzosa e contraddittoria
opera di Horckheimer di sessant'anni fa, � essa stessa frutto
di una scelta della ragione, e di una scelta non ingenua: e tanto meno
suicida, perch� essendo guidata razionalmente quanto pi� la nega
tanto pi� l'afferma. Il ripudio della ragione (illuminista, critica) � la
forma suprema di affermazione della razionalit�, quella che usa gli elementi
della critica per sopire, negli auspici definitivamente, le possibilit�
di utilizzazione critica del pensiero.6
E' evidente che le opere sulla simbologia del potere di P. E.
Schramm o tanto meno l'edificazione del puer Apuliae di Kantorowicz
non hanno nulla in comune con le orrende pratiche materiali della
�ragione strumentale� (per riprendere l'espressione di Horkheimer)
del nazismo, fatte semmai di organizzazione industriale e di investimenti
di capitali internazionali (tra il 1929 e il 1940 gli investimenti
statunitensi in Germania aumentarono, come si sa, del 48,5%, protagonisti
tra gli altri General Aniline, Brown Brothers Harriman, International
Nickel, ITT, General Motors, Ford, Standard Oil of New
Jersey, General Electric).7 Per� appartengono al medesimo contesto
culturale e alla medesima et�, e questo forse non � un caso.
E' del pari altrettanto chiaro che esse hanno determinato un abbassamento
dell'attivit� investigativa, e per molti decenni; e ancora una
volta non pare affatto casuale che temi affascinanti come quello di Federico
II siano stati ripresi soltanto da una quindicina d'anni (penso al
lavoro smitizzante, e da molti perci� sommessamente criticato, di David
Abulafia), e da allora abbiano visto improvvisamente un vortice di
saggi, fino al recentissimo volume di Mariateresa Fumagalli Beonio
Brocchieri.8 Troppo chiara e facile l'idea della sacralit� diffusa, che
oltretutto poteva essere facilmente collegata con l'evocazione delle
caratteristiche
originarie delle Nazioni moderne, o meglio dei popoli (�
6 M. HORKHEIMER, Eclisse della ragione. Critica della ragione strumentale, trad.
italiana
Torino 19703 (ma New York 19471), pp. 27-28: �L'illuminismo dissolve l'idea di
ragione
oggettiva, il dogmatismo e la superstizione; ma spesso la reazione e l'oscurantismo
sono quelli che traggono maggior vantaggio da questa evoluzione�.
7 PHILLIPS, Una dinastia americana. La famiglia Bush cit., pp. 55 sgg., 238 sgg.
8 Cfr. D. ABULAFIA, Federico II. Un imperatore medievale, trad. italiana Torino
19932;
M. FUMAGALLI BEONIO BROCCHIERI, Federico II. Ragione e fortuna, Roma-Bari 2004.
1 4
inutile ricordare l'importanza dell'idea di Volksgeist e, contestualmente,
la sua Mi�verst�ndnis): la sacralit�, insomma, che si incarnava in
episodi fenomenici e ovviamente storicamente determinati, ma che
comunque finiva per essere un po' come quel fastigium che compare
nelle miniature carolingie (e in quelle ottoniane, e poi del secolo XI),9
un cielo unico e praticamente immutabile, dalle radici egualmente uniche
e riducibili ad una sola origine, quella indoiranica, che rinvia a
sua volta all'oscuro e confuso e mitico punto d'inizio indoeuropeo (un
saggio come La storia notturna ne � stato in s� splendido esempio e,
insieme, momento di smascheramento).10 Un modello che, com'� ovvio,
contiene in s� la condanna potenziale alla riproposizione perpetua
di modelli immutabili: a veri e propri cicli vichiani.
Un'idea troppo facile, e perci� sempre in agguato.
Tanto pi� se si sottolineano i passaggi dall'Antichit� al Medioevo,
e anzi la prospettiva potrebbe essere quella di giungere a investigare
almeno tutto il secolo XVII, quello della Regina Vergine e del Re Sole
per intenderci. Il rischio � proprio quello di giungere a frettolose conclusioni:
che ci siano ripetizioni immutabili. Ora, come si vedr� dalla
lettura di questi brevi saggi, � del tutto evidente ad esempio che la
Giustizia ha un ruolo di assoluto rilievo in et� ellenistica come nell'et�
della casa di Franconia o di Federico II di Svevia, re-mito se ve n'�
stato uno almeno a partire dall'opera di Kantorowicz, ma sarebbe alquanto
azzardato pensare a rapporti diretti. E quelli �indiretti� (per
usare una parola che fu cara al Labriola), come si istituiscono? in virt�
di che cosa? E soprattutto: perch� si sono istituiti? Il perch�, la domanda
ossessiva dei bambini e ossessiva per ogni storico. Cui per� �
doveroso aggiungere: per chi? e: ad opera di chi? Tanto pi� quando si
accetta l'idea che esistono lineamenti di lungo e lunghissimo periodo.
Qui interviene (dovrebbe intervenire) l'analisi.
Un giovane studioso ha scritto recentemente: �senza dimenticare il
fascino che la cultura di origine romana aveva da sempre esercitato
sulle popolazioni della Francia meridionale�; il tema oggetto della sua
indagine non � quello della regalit� bens� quello delle pratiche peda-
9 Cfr. I.A. GARIPZANOV, Fastigium as an Element of the Carolingian Image of
Authority:
The Transformation of the Roman Imperial Symbol in the Early Middle Ages, �Majestas
� 10 (2002), pp. 5-26.
10 C. GINZBURG, Storia notturna. Una decifrazione del sabba, Torino 1989.
15
gogico-politiche,11 ma questo non fa differenza: �fascino� � proprio
un esempio di come una parola evocativa possa essere totalmente incorporea,
il che nel linguaggio poetico (specie della tradizione lirica
classica Petrarca-Tasso-Leopardi-Quasimodo; o G�ngora-Alexaindre,
Ronsard-Verlaine, se si preferisce: basta scegliere una qualunque storia
della letteratura) � un pregio, in quello storiografico razionale rischia
invece di istituire soltanto un corto circuito, perch� una parola
evocativa non pu� aspirare a sostituirsi ad un intero percorso logico e
dimostrativo. Anche perch� rischia di aprire un universo di problemi
conoscitivi: ad esempio, che cosa dobbiamo intendere noi con �fascino
�? che cosa � il �fascino�? a che cosa si deve la fascinazione? si ripropone
immutabile perch� � governata da strutture antropologiche?
Quante grandi e tremende cose sarebbero state scatenate dal �naso di
Cleopatra�, salvo il fatto che se vogliamo prestare un minimo di credito
alle ricostruzioni virtuali dell'incantatrice erede dei Faraoni dobbiamo
ammettere che difficilmente ora si potrebbe essere ammaliati e
travolti dalla sua sconvolgente bellezza, che non corrisponde per nulla
ai nostri canoni attuali (neppure a quelli di una societ� sempre pi� variegata
e sempre pi� meticcia come la nostra)... Del resto, chi pu� essere
tanto sicuro del fatto che Antinoo fosse cos� elegantemente bello
come l'ha riprodotto la statuaria e l'ha voluto la Yourcenar? O i canoni
ideali sono un po' come il concetto secondo Aristotele, vale a dire la
creazione del tipo perfetto, l'astrazione di una quantit� di accidenti?
allora si modificano con la moltiplicazione degli accidenti, con la
complicazione dei tempi e delle circostanze... Il che � esattamente ci�
che sapevano i sociologi tedeschi quando hanno inventato la categoria
dell'Idealtypus.
Il fascino ha sempre ragioni e cadenze precise, forse non-razionali
ma certamente razionalizzabili e proprio questo precisamente fornisce
la possibilit� di usarlo come strumento di colletta del consenso: �
sempre stato chiaro a chi era chiamato a manipolarlo, e perch� non
dovrebbe essere altrettanto chiaro anche agli storici, che dovremmo
essere i signori della razionalit� dato che la storiografia � ricostruzione
logica e a fil di logica, non potendo avvicinarsi se non con grande fati-
11 L. BRUSOTTO, Nutriti e nutritori nei costumi educativi altomedievali. Alcune
testimonianze
dei secoli X-XI e i loro antecedenti, �Quaderni Medievali� 57 (2004), p. 29.
1 6
ca e con moltissime cautele e con un grado di approssimazione decisamente
elevato alla sfera dell'emotivit� (e in ogni caso, quando lo fa,
non pu� farlo se non in termini logici e razionali)?12 E questo vale anche
per �la cultura di origine romana�, e soprattutto (meglio: vale a
dire) per i suoi contenuti e i suoi vettori.
2. Durante il seminario avevo proposto alla discussione i temi di un
breve saggio che stava uscendo in �Studi Medievali� e che poi ho
avuto occasione di riprendere in un contributo ancora pi� breve (e tuttora
in stampa), Il pallottoliere della regalit�, il cui titolo mi � stato
suggerito proprio dai lavori di quelle giornate.13 Evito riproporre qui
le stesse cose. D'altro canto proprio le ricerche presentate nel corso del
seminario mi convincono sempre di pi� che occorrerebbe approfondire
l'indagine sugli apparati della regalit� e della sacert� nella direzione
dell'interpretazione che li consideri tanto come i frutti cangianti di una
serie complessa di norme e convenzioni, quanto come l'oggetto immutabile
della pattuizione fra i detentori delle norme e i detentori della
capacit� di esercitare il potere regale. Immutabile, intendo, perch� la
pattuizione (negoziazione, come si dice adesso assumendo il termine
dalla storiografia anglosassone) appare come un modello che ripropone
costantemente i medesimi princ�pi di condivisione e spartizione del
potere e, insieme, di legittimazione a chiamarsi superiori e forse supremi
detentori del potere. Insomma, � pur vero che Federico II (sempre
lui, anche se non per primo!) era la lex animata, ma � pur vero che
fu Pier delle Vigne ad essere chiamato nel 1234 �assertore esclusivo
della verit�, riconosciuto come tale da chi soltanto poteva riconoscerlo
come tale, cio� i maestri e gli studenti dello Studio di Napoli:14 �
pur vero, cio�, che Federico II poteva essere riconosciuto come lex animata
solo perch� Pier delle Vigne lo rendeva teoreticamente possi-
12 Cfr. B.H. ROSENWEIN, Worrying about Emotions in History, �The American
Historical
Review� 107 (2002), pp. 821-845; EAD., Pouvoir et passion. Communaut�s
�motionnelles
en France au VIIe si�cle, �Annales. Histoire, Sciences Sociales� 58 (2003),
pp. 1271-1292; in preparazione un ampio studio su Emotional Communities in the
Early
Middle Ages (ringrazio il dr. Riccardo Cristiani per la notizia).
13 Qualche idea sulla sacralit� regale alla luce delle recenti ricerche: itinerari
e interrogativi
cit.; Il pallottoliere della regalit�: il re perfetto della Sicilia normanna, in
corso
di stampa stampa in Studi in onore di Vincenzo D'Alessandro, Roma (Viella).
14 FUMAGALLI BEONIO BROCCHIERI, Federico II cit., p. 182.
17
bile. Cos� come � vero che questa grande consapevolezza del potenziale
che in s� conteneva l'attivit� letteraria e le sue tecniche, faticose
da apprendere e padroneggiare ma ineguagliabili poi quanto a efficacia,
� sempre variamente espressa da gran parte dei literati del medioevo:
non foss'altro che per cercare di negoziare condizioni migliori
con i loro referenti e committenti. Come � altrettanto ovvio che i tecnici
delle lettere, quelli che mettevano la loro specializzazione al servizio
dei potenti, avevano una capacit� di contrattazione decisamente
inferiore rispetto all'episcopato oligarchico, detentore tanto dell'unzione
o della capacit� di denominare re e imperatori quanto del controllo
materiale e effettivo di citt� e regioni e della res publica:15 insomma, il
corpo universitario si rispecchiava in Pier delle Vigne in cui si rispecchiava
Federico II, ma Pier delle Vigne pot� cadere in disgrazia e con
lui non rovinarono certo gli equilibri del regno...16 Abbastanza fisse e
stabili, dunque, alcune condizioni di base, o se si vuole condizioniquadro.
Ma del tutto mutevoli gli elementi della costruzione della regalit�.
Anche se ripetitivi, perch� oggetto essi stessi di sedimentazione
e di selezione: un'operazione in cui vanno perse soltanto le forme pi�
caduche, ma non per sempre perch� a volte possono essere recuperate
anche quelle che potrebbero apparire le pi� inattuali, se si ritiene che
l'inattualit� sia a sua volta caduta, o che possa essere assunta come la
nuova forma dell'attualit�.
La regalit� e il suo sistema di segni fa parte di un codice retorico, o
se si vuole di scienza della comunicazione. Inserisce la persona che ne
� rivestita all'interno di un universo di segni: che per avere efficacia
politica (o una speranza di efficacia) dev'essere un universo condiviso.
La retorica, contrariamente a quanto insegnava anche la migliore critica
letteraria italiana della prima met� del secolo scorso (un nome per
tutti, quello venerabile e autorevole di Attilio Momigliano), non � mai
vuota, tutt'altro: � sempre notevolmente corposa, o tradirebbe se stessa.
O, per dirla diversamente, � �vuota� soltanto quando � �ineffica-
15 Cfr., ad esempio, J. SEMMLER, Der Dynastiewechsel von 751 und die fr�nkische
K�nigssalbung, Br�hl 2003; e i nostri lavori in corso di stampa: Il sole e la luna.
La rivoluzione
di papa Gregorio VII, 1073-1085, (maggio-giugno 2005); Il papato e la riforma
ecclesiastica del secolo XI, in Riforma o restaurazione? La cristianit� nel
passaggio dal
primo al secondo millennio: persistenze e novit�, Fonte Avellana 29-30 agosto 2004.
16 Rimando proprio a quanto scrivo in Il pallottoliere della regalit� cit.
1 8
ce�, e viceversa. Insomma, non siamo autorizzati a pensare che quando
Odilone di Cluny investe Adelaide dell'apparato littorio della res
publica romana (�Cum igitur summis rei publicae fascibus implicata
teneretur�) o chiama coelestis res publica la corte del sommo Re
(�Regis sui domesticos aula coelestis laetabunda suscepit, ex ipsa suprema
coelestique republica�)17, o quando gli autori dei secolo X-XII
parlano del Senato a proposito delle schiere dei santi nel cielo o dell'oligarchia
romana dei loro anni, lo facciano soltanto perch� stanno tenendo
un atteggiamento encomiastico o per far rimarcare la loro cultura
con un registro eccessivamente celebrativo e tanto entusiasta da risultare
vagamente insensato; si dovrebbe, prima di tutto, prendere in
considerazione l'ipotesi che stiano applicando alla loro et� un modello
d'interpretazione e di comportamenti, attingendo alla vasta e fondante
codificazione di linguaggi dell'et� antica per fornire degli strumenti
complessi che debbono poter essere apprezzati come tali, e quindi
debbono poter essere condivisi.18 Dai re, dagli imperatori? certo, ma
prima ancora, e dunque soprattutto, da coloro che forniscono agli imperatori
e ai re la loro voce ufficiale e regia-imperiale, gli uomini che
17 ODILONIS Epitaphium Adelheidae imperatricis, ed. G. Pertz, MGH Scriptores IV,
11,
p. 641 r. 36; Vita Maioli, in Patrologiae cursus completus, series latina, ed. J-P
Migne,
vol. 142, Paris 1853, coll. 945B.
18 Qualche riferimento casuale e in ordine abbastanza sparso: il defunto Geraldo
d'Aurillac,
secondo l'espressione di ODONE DI CLUNY, intercede per gli uomini �de illa superna
capitolii curia, qua inter consules coeli residet� (ed. V. FUMAGALLI, Note sulla
�Vita Geraldi
� di Odone di Cluny, �Bullettino dell�Istituto Storico Italiano per il Medio Evo�
76
[1964], IV, p. 239); contro le eresie, secondo Odilone, �Regis sui domesticos aula
coelestis
laetabunda suscepit, ex ipsa suprema coelestique republica, divina censura...
parvulis
Ecclesiae consulere voluit� gli uomini pi� santi e sapienti (ODILONIS CLUNIACENSIS
ABBATIS
De vita beati Maioli abbatis, in Patrologiae cursus completus, series latina, ed.
JP
Migne, vol. 142, Paris 1853, coll. 945B); il capitolo di Cluny dell'et� di Ugo di
Semur
� composto da �caelesitis curiae senatores�, secondo Egidio di Tuscolo (GILONIS
Vita
sancti Hugonis abbatis, ed. H.E.J. Cowdrey, Two Studies on Cluniac History, 1049-
1109, �Studi Gregoriani� XI [1978], I.3, p. 50); e cfr. il mio I monaci di Cluny,
Torino
19972, pp. 222-223 (ora anche Torino 20053). S. SAGULO, Ideologia imperiale e
analisi
politica in Benzone, vescovo d'Alba, Bologna 2003, pp. 51, 73, 108, 110. Si veda
inoltre
G. CONSTABLE, The Abstraction of Personal Qualities in the Middle Ages, in
Unverwechselbarkeit.
Pers�nliche Identit�t und Identifikation in der vormodernen Gesellschaft,
a cura di P. VON MOOS, K�ln-Weimar-Wien 2004, pp. 100-122. Rimando anche
al mio Il sole e la luna. La rivoluzione di papa Gregorio VII, 1073-1085, in corso
di
stampa (ma maggio-giugno 2005), III. 3.1.
19
li circondano, che li consigliano, da cui promanano i loro documenti, i
cancellieri e gli arcicancellieri, i detentori cio� della politica di comunicazione
delle regali persone.
E comunque non si tratta di un percorso sempre troppo lineare.
Prendiamo proprio il caso di Odilone, che mi sembra particolarmente
efficace perch� appartiene ad una cultura, quella cluniacense, ancora
in formazione e anzi in consapevole costruzione (con Odilone viene
istituita la prima linea ufficiale della storia ufficiale, che egli,
ottantacinquenne,
provveder� a consegnare al suo successore), che sta individuando
i suoi propri registri e li sta scegliendo tra quelli gi� costituiti,
nell'intento di originare poi una sintesi originale, nuova e distintiva:
il che vale per il registro della verginit� dei monaci, di derivazione auxerroise
com'� ormai chiaro, ma anche per quello della regalit� imperiale.
19 Neppure quest'ultimo � una invenzione di Cluny o di Odilone.
Odilone attinge ad un repertorio che lo precede e che gli sopravviver�,
quello in forza del quale � ovvio che Ottone I imperatore sia chiamato
�divus et maximus Otto, / fortis in imperio David ut tempore prisco, /
clarus ut ipse sophus Salomon et pacis amicus� e sia visto come �regna
prius moderans, legum sacra iura reformans�; quello per cui � logico
che ci si rivolga a Roma, titolare della signoria sul mondo anche
se non pi� direttamente signora del mondo (�Tu quondam domina felix
et splendida Roma, / praestitit Otto tibi pariter cum coniuge sancta,
/ ut referas solito sceptrum mundi et diadema�); quell'universo linguistico
in cui non stupisce affatto leggere un �caesar ad aethereas rapitur
pius Otto catervas�, come se ci trovassimo di fronte all'apoteosi di un
principe antico, ma nemmeno di sentir apostrofare il vero referentedestinatario
Enrico II (i fiori brachilogici del dettato fanno perno sulla
potenziale pluralit� del nome Enrico: l'Uccellatore, padre di Ottone I,
Enrico di Baviera, padre di Enrico l'Attaccabrighe, a sua volta padre di
Enrico II) con l'espressione �nunc stemma tuum claro moderamine
19 Rinvio alle considerazioni nel mio La verginit� e Cluny, in Figure poetiche e
figure
teologiche nella mariologia dei secoli XI-XII, a cura di C.M. Piastra-F. Santi,
Firenze
2004, pp. 45-60. E comunque, come ha dimostrato il seminario del Dottorato di
Storia
Medievale tenuto il 25 novembre 2004 a cura di Umberto Longo e di Riccardo
Cristiani
(Colpo di stato a Cluny. La presa dell'abbaziato di Ugo di Semur), la storia della
costruzione
della memoria ufficiale (o delle memorie ufficiali) di Cluny � un tema di ricerca
in
piena evoluzione.
2 0
mundum / protegit, augustat, ditat, sublimat, honorat�.20 Ma gli esiti
non sono cos� lineari e scontati come si potrebbe essere indotti a pensare
sulle prime. Odilone non � soltanto un cantore della dignit� imperiale.
Anzi: lo � davvero, in fondo? E lo � anche chi ha aggiunto a
questo testo i versi di compianto per la morte di Enrico II, che sono
una splendida e completa (perch� � presente anche il t�pos della bellezza)
miniatura della sacra regalit�: �Plangitur, augustus divus celebrisque
venustus, / victor et inuictus, Dei fulgore coruscus, / clamitet
hoc luctus Hieremie famine fusus, / commendet domino Dauidica cantica
Christo, /iungant virgineo Salomonis et oscula sponso�?21
Non vorrei tediare con una considerazione troppo banale per dovervisi
soffermare: ma va da s� che l'abate di Cluny distende i segni
della romanit�, cio� della legittimit� imperiale, sotto gli occhi di chi �
stato chiamato a raccogliere l'eredit� delle due auguste persone Ottone
I e Adelaide; di Ottone II e Ottone III, che vengono menzionati. Distende,
vale a dire, l'intera serie dei nuovi imperatori provenienti di l�
dal Reno sotto il segno della legittimazione romano-costantiniana e
pipinide-carolingia, sotto il segno insomma dell'antichit� tradizionale.
Enrico II � innestato sul ramo della piena e ininterrotta legittimit� imperiale,
e questo � il dono che gli fa Cluny. E perch�? Perch� Cluny
apporta con quei materiali il suo contributo per l'edificazione della regalit�
imperiale sassone-francone? La domanda, anzi, va posta in un
altro modo: perch� non l'aveva ancora fatto, neppure con Maiolo che
era stato davvero l'uomo delle persone imperiali, e non lo rifar� pi�?
Innanzitutto notiamo che Maiolo era morto prima ancora di avere il
tempo di vedere la ricollocazione �romana� dell'impero, segno degli
20 Epitaphium Ottonis magni imperatoris, ed. G. Pertz, MGH Scriptores IV, Stuttgart
1981 (ma Hannover 18411) p. 636 vv. 1-3, 9; p. 637 vv. 20-21, 26, 32-33; si vedano
i vv.
30-35, ibidem: �Laetatur mundus, cum nascitur Otto secundus. / Tertius imperitat;
caelum
iubilando resultat. / Sed nunc stemma tuum claro moderamine mundum / protegit,
augustat, ditat, sublimat, honorat; / cui pater ille tuus, HEINRICUS nomine dictus,
/ cesserat
hoc nomen, cui tu quoque cedis honorem�. Cfr. L. K�RNTGEN, K�nigsherrscahft
und Gottes Gnade. Zu Kontext und Funktion sakraler Vorstellungen in Historiographie
und Bildzeugnissen der ottonisch-fr�hsalischen Zeit, Berlin 2001, p. 407 n. 566;
ringrazio
il dr. Giovanni Isabella per la segnalazione.
21 Epitaphium Ottonis magni imperatoris cit., p. 637 n. 1 vv. 6-10.
21
anni di Ottone III come � manifesto,22 e che Odilone esibisce in questo
modo la sua perfetta sintonia con il �nuovo corso� ideologico della
regalit� imperiale, quello inaugurato proprio da Ottone III e che si stava
perfezionando proprio nel primo lustro del secolo XI. Odilone sottolinea
che Cluny e l'impero sono parallele, anzi coincidenti: non si
tratter� forse del fatto che Odilone cerca di mettere a frutto le pratiche
politiche di Maiolo e di collegarsi con l'unico vero e grande potere dei
suoi tempi, quello imperiale di un Enrico II le cui intenzioni di esercitare
effettivamente l'imperium sono manifeste, per fare della sua
Cluny (quella che custodiva il Reichsapfel che Enrico II aveva ricevuto
dal papa e di cui si era prontamente sbarazzato...) uno specchio di
quel potere? Insomma, non potrebbe esserci una relazione tra il suo
�crux imperatorum philosophia� e quanto gli viene attribuito dal fedele
(e successivamente messo da parte e anzi eliso) Jotsaldo di aver trovato
una Cluny di legno e averla lasciata di marmo, secondo l'esempio
di Ottaviano Augusto con Roma?23 Il che significa: lungi dal trovarci
di fronte a banali esercitazioni retoriche appiattite sul discorso retorico
ufficiale, che ripetono fiori retorici ufficiali, non avremo piuttosto a
che fare con i lineamenti di un disegno politico (ed ecclesiologico, of
course!) che suggeriscono la rappresentazione una societ� bene ordinata,
ben governata? Non � soltanto �Roma�, vale a dire, la Roma dei
tempi antichi, a suggerire degli schemi, ma � essa stessa strumento per
l'invenzione di uno schema nuovo, quello della Cluny imperiale. Anche
Roma (come Davide) � un lemma di un dizionario costituito, un
lemma ricchissimo e pieno di coinvolgimenti perch� � in s� un universo-
di-discorso,24 e che pu� essere consapevolmente utilizzato a seconda
delle diverse necessit�: un lemma ben lungi dall'essere immutabile,
ma che anzi muta a seconda della diversa utilizzazione delle sue componenti.
E' un deposito di segni per cos� dire obbligati ma che non obbligano,
perch� possono essere usati in maniera tangenziale e obliqua,
22 Rinvio al mio Una sera dell'anno Mille. Scene di Medioevo, Milano 20042, pp.
204-
206, 220-221.
23 Cfr. ibidem, pp.103-105, 217.
24 E' quasi inutile rinviare ad una bibliografia: baster� ricordare Early Medieval
Rome &
the Christian West. Essays in Honour of Donald A. Bullogh, a cura di J.M.H. Smith,
Leiden-Boston-K�ln 2000, e Roma nell�alto Medioevo, Atti delle XLVIII Settimane di
Studio del Centro Italiano di Studi sull�Alto Medioevo, Spoleto 2001.
2 2
in funzione di un progetto che pu� riguardare Roma e la regalit� come
pu� non riguardarla affatto. Insomma, l'apparato littorio messo in
campo da Odilone ha come prospettiva Cluny piuttosto che l'imperatore:
perch� � in primo luogo indirizzato a Cluny... Ma pieno di coerenza
e fruibile anche all'esterno di Cluny: polivalente, imprescindibile.
Imprescindibile, ma non scontato: in fondo, l'impero e Cluny si rispecchiano
l'un l'altra, anche se il gioco di rispecchiamento pu� nascere
primariamente dall'essere l'impero lo specchio di Cluny...25
Siamo di nuovo all'idea del concetto aristotelico.
Ecco, la scommessa per la ricerca pu� essere tutta qui. Nel tentativo
di avviare l'indagine verso il disvelamento dei valori contingenti e
pragmatici della regalit�, e quindi della non-universalit� dei suoi elementi.
O meglio: della loro universalit� cos� come noi riconosciamo come
segni universali di comunicazione (nella nostra cultura latino-occidentale
e in quelle che hanno voluto farli propri: la Turchia di Mustaf�
Kemal Atat�rk, ad esempio) i caratteri dell'alfabeto.
Un alfabeto aperto, com'� del resto il nostro che ha assunto via via
molti segni speciali. Nel quale possono essere inseriti anche simboli
come quello della christa, per esempio, che si collega con (e rinvia a)
tutto l'armamentario della solarit� principesca, che si distende in modi
sempre ripetitivi e via via pi� complessi, e sempre originali, dagli Hittiti
ad Aureliano a Costantino a Luigi XIV, passando per Ludovico il
Pio, Umberto di Silvacandida, Luigi XI...26 Ma senza attraversare Odilone,
come si � visto, che non accenna neppure all'eventualit� topica,
abituale, abusata, ricorrente per ogni tipo di principe (non mancher�
neppure nel caso di Gregorio VII), di un'eclissi, un oscuramento del
sole alla morte dell'imperatore: la morte, che � controllata da Cluny e
garantita proprio dall'opera di Odilone quale passaggio sicuro verso le
aethereas catervas, non � un evento negativo, dunque non pu� aprire
nessuno spazio ad eventi astronomici che sconvolgono il corso della
normalit� (e che perci� possono essere avvertiti come potenzialmente
minacciosi). La morte � un'amica di Cluny e di chi � amico di Cluny.
25 Rinvio ancora a La verginit� e Cluny cit., p. 57.
26 Cfr. A. LOMBARD-JOURDAN, Fleur de lis et Oriflamme. Signes c�lestes du royaume
de
France, Paris 1991, pp. 48-94.
23
Un alfabeto talmente aperto che lo si pu� persino maneggiare elidendone
alcuni tratti fondamentali, come dimostra il caso della regalit�
del regno di Castiglia nel secolo XIII che maltratta e disconosce
l'autorit� di Carlo Magno. Anzi, il caso spagnolo sembra mostrare la
�falsificazione� del codice: non del codice della regalit� medievale,
ma di quello della storiografia moderna sulla regalit� medievale: perch�
attesta che non esiste nel medioevo un unico modello di regalit�
inevitabilmente carolingio, e che dunque bisognerebbe prestare la pi�
grande attenzione ai contesti culturali e politici in cui i modelli vengono
edificati: di nuovo, al perch� e soprattutto per chi. Un alfabeto
�strumentale�, per riprendere l'espressione di Horkheimer.
Quell'alfabeto che ha reso possibile il percorso riportato con una
certa efficacia da Baget Bozzo: �La Riforma protestante torna all'antico:
al re come colui che porta la spada, al re come agente divino [...] Il
re � un agente divino: sar� il problema che si porr� drammaticamente
in Germania con il nazismo�.27
E' un alfabeto che pu� sempre riproporsi e arricchirsi e generare,
nella nostra cultura dalle radici antiche ma plastica. E generare anche
nuovi mostri, in relazione diretta con la capacit� di conoscenza e di
padronanza di chi decide di utilizzarlo: e di chi ne � testimone, oggetto
e, possibilmente, interprete. Perch� ad un �agente divino� corrisponde
sempre un �popolo eletto�: per la necessit� del modello, per la forza
del modello, per i suoi lineamenti; disvelato uno dei termini, non importa
in che ordine, si disvela anche l'altro, come ben sapeva Walter
Map (sempre lui!) quando condannava i �nuovi Ebrei� dei suoi tempi,
i cisterciensi, le loro pretese, il fatto che si arrogassero il diritto di
esercitare
la giustizia decidendo anche della vita e della morte di quelli
che, identificati come loro avversari, erano diventati i �nuovi Egizi�.28
L'azione dello storico, allora, che non si limita a fornire erudizione antiquaria
ma studia l'interpretazione e la creazione dell'interpretazione e
tenta di ricostruire la formazione dell'interpretazione, e per far questo
deve fare tesoro di tutto quanto � gi� stato fatto nel passato e di tutti
gli strumenti logici a disposizione, potrebbe non essere del tutto
27 BAGET BOZZO, Per una storia teologica del regicidio cit., p. 8.
28 Rimando al mio Cluniacensi e Cisterciensi (secoli XI e XII), in La spada nella
roccia:
San Galgano e l�epopea eremitica di Montesiepi, a cura di A. Benvenuti, Firenze
2004,
pp. 32-33.
2 4
�un'operazione antieconomica, superata dai tempi... un retaggio del
passato�.29
O forse, in questi tempi di nuovo invelamento, � in s� basicamente
antieconomica, riprovevole, condannabile, perch� capace di condurre
ad uno smascheramento del codice maggiormente documentato e
scientificamente pi� fondato di quanto non potrebbero concedere le
possibilit� tecniche di molte altre �scienze umane�?
Lo storico, qui, deve tacere.
29 G.L BECCARIA, L'antico e il nuovo: le scienze umanistiche e la scuola, in Tre
pi� due
uguale zero. La riforma dell'Universit� da Berlinguer alla Moratti, a cura di G.L.
Beccaria,
Milano 2004, p. 11.
FEDERICOMARIA MUCCIOLI
Plutarco e l�importanza della giustizia
nell�idealizzazione del re ellenistico
In un passo della Vita di Demetrio (42, 8-11) Plutarco rinfaccia a
Demetrio Poliorcete, protagonista della prima et� ellenistica, la sua
superbia nei confronti dei sudditi. Additando ad esempio Filippo II, il
padre di Alessandro Magno, cos� scrive:
�Nulla invero si addice a un re quanto l�esercizio della giustizia.
Ares � un tiranno, dice Timoteo; ma la legge � regina di tutte le cose
secondo Pindaro; e Omero dice che i re hanno ricevuto da Zeus per
preservarle e custodirle le leggi, non macchine prendi-citt� e navi dai
rostri di bronzo, e chiama confidente e discepolo di Zeus non il re pi�
battagliero e ingiusto e sterminatore, ma il pi� giusto. Demetrio invece
si compiaceva del titolo pi� diverso da quello del re degli d�i: questi
ha l�epiteto di Polieo e Poliuco di citt�, Demetrio quello di Poliorcete.
Cos� un folle potere fece ascendere il vizio al posto della virt� e associ�
l�iniquit� alla fama� (trad. C. Carena).1
Il luogo, che non ha peraltro suscitato particolare attenzione presso
gli studiosi specialisti di Plutarco, costituisce un rapido excursus retrospettivo
sul concetto di giustizia nel pensiero greco, in cui spicca il
rimando alla famosa espressione pindarica sulla legge come principio
che regola ogni cosa. Il duro giudizio del biografo su Demetrio ha un
pendant in quello espresso nei confronti del suo omologo romano Antonio,
nella consapevolezza che anche gli exempla negativi hanno, secondo
Plutarco, una forte valenza pedagogica sul lettore.
Criticando Demetrio, lo scrittore di Cheronea ha senz�altro in men-
1 Sul luogo, con riferimento alle citazioni ivi contenute, cfr. O. ANDREI in Vite
parallele.
Plutarco. Demetrio - Antonio, a cura di O. Andrei - R. Scuderi, Milano 1989, p. 235
e relative
note; L. SANTI AMANTINI in Plutarco. Le Vite di Demetrio e di Antonio, a cura di L.
Santi Amantini - C. Carena - M. Manfredini, Milano 1995, pp. 99, 101, 364. La
medesima
citazione di Timoteo (ampliata) � anche in PLUTARCHUS, Agesilaus, 14, 4.
2 6
te un suo modello di re ideale, pressoch� antitetico a quello rappresentato
dal sovrano ellenistico, quale si pu� desumere da un esame complessivo
dei suoi scritti (Moralia e Vite); anzi, si pu� affermare che il
suo giudizio riguardo ai successori di Alessandro Magno sia fortemente
negativo, salvo poche eccezioni. Ai suoi occhi (come del resto agli
occhi di molti Greci di et� imperiale, secondo un preconcetto assai diffuso
e perpetuatosi nelle varie epoche storiche, fino alla rivalutazione
proposta da G. Droysen) l�Ellenismo costituisce un periodo o poco interessante
o comunque di decadenza, rispetto agli splendori della Grecia
classica e alle gesta delle grandi e pur discusse figure di Filippo II
e del figlio Alessandro.2
Si nota inoltre come nel luogo Plutarco scinda, nettamente, due aspetti
che invece sono strettamente collegati tra loro: esercizio della
giustizia e virt� militare, svalutando completamente quest�ultima. Ovviamente
non si pu� considerare Plutarco un pacifista ante litteram,
giacch� in altri contesti egli mostra di apprezzare il valore e l�abilit�
militari, qualit� necessarie ai suoi eroi delle biografie.3 � per� assodato
che per lui la vera virt� di un sovrano, tanto pi� in et� ellenistica, si
esercita con appellativi quali Philadelphos, Philometor, Euergetes
(Che ama il fratello, Che ama la madre, Benefattore) o Theophiles
(Caro agli d�i), piuttosto che nei titoli altisonanti che richiamano gli
aspetti bellici.4 I titoli attinenti alla sfera militare (e all�idea della
vittoria)
conobbero comunque una certa diffusione in et� ellenistica, a par-
2 Specificatamente sul tema cfr. W. JEFFREY TATUM, The Regal Image in Plutarch�s
Lives,
�Journal of Hellenic Studies�, 116 (1996), pp. 135-151, in particolare pp. 142-143;
F.
LANDUCCI GATTINONI, Plutarco e un modello di eroe negativo: il caso di Cassandro,
figlio
di Antipatro, in Modelli eroici dall�antichit� alla cultura europea, Roma 2003, pp.
169-
184 (con la bibliografia ivi riportata). Per un�indagine complessiva cfr., tra gli
altri, G. J. D.
AALDERS, Plutarch�s Political Thought, Amsterdam - Oxford - New York 1982; G. J. D.
AALDERS - L. DE BLOIS, Plutarch und die politische Philosophie der Griechen, in
Aufstieg
und Niedergang der r�mischen Welt, II, 36, 5, Berlin - New York 1992, pp. 3384-
3404,
nonch� i contributi contenuti nei seguenti convegni: Teoria e prassi politica in
Plutarco,
Napoli 1995; Sage and Emperor. Plutarch, Greek Intellectuals, and Roman Power in
the
Time of Trajan (98-117 A.D.), Leuven 2002; The Statesman in Plutarch�s Works, I-II,
Leiden
- Boston 2004-2005.
3 Per alcune considerazioni sul Warfare in Plutarco cfr. T.E. DUFF, Plutarch�s
Lives. Exploring
Virtue and Vice, Oxford 1999, pp. 97-98, 263-264 e passim.
4 PLUTARCHUS, De laude ipsius, 543d-e. Cfr. PLUTARCHUS, De Alexandri Magni fortuna
aut virtute, II, 338c; Marius, 1, 5; Coriolanus, 11, 2-3.
27
tire dall�epiteto Aniketos (Invincibile) riferito ad Alessandro Magno,
per continuare con termini come Nikator, Nikephoros o Kallinikos
(Vincitore, Che riporta la vittoria, Gloriosamente vittorioso).
Strettamente attinente a tale ambito � anche l�appellativo Poliorcete,
con cui Demetrio veniva e probabilmente amava essere definito, ad
indicare l�abilit� di costui nell�arte militare e nella tecnica di assedio e
conquista di citt� e roccaforti.5 Non a caso poi questo soprannome,
presumibilmente anche sulla scorta della lettura di Plutarco, conobbe
una certa popolarit� presso signorie di pieno �400 e in et� rinascimentale
i macchinari da guerra e le navi di Demetrio continuavano a suscitare
interesse e ammirazione.6 Criticandolo, implicitamente Plutarco
critica anche un caposaldo del pensiero politico ellenistico: in quell�epoca
il re era tale non tanto per diritto acquisito, quanto semmai per
aver conquistato il regno manu militari e la sua virt� derivava anche
dal saper difendere o riconquistare con le armi i suoi possedimenti. Il
principio che aveva vigore era infatti quello della doriktetos chora,
ovvero il territorio conquistato con la lancia.7 Tale concetto era fami-
5 M. DI SALVATORE, Propaganda e deformazione storiografica. Gli Antigonidi e i
Greci
alla vigilia di Ipsos nella prospettiva delle fonti letterarie superstiti, in
�logios aner�. Studi
di antichit� in memoria di Mario Attilio Levi, Milano 2002, pp. 163-188, in
particolare pp.
173-174, nota 19; I. PIMOUGUET-P�DARROS, Le si�ge de Rhodes par D�m�trios et
�l�apog�e� de la poliorc�tique grecque, �Revue des �tudes Anciennes�, 105 (2003),
pp.
371-392. Ritiene invece che l�appellativo sia stato attribuito per scherno dai
rivali di Demetrio
(forse Lisimaco) W. HECKEL, Demetrios Poliorketes and the Diadochoi, �La Parola
del Passato�, 39 (1984), pp. 438-440.
6 Vedi la valorizzazione dell�epiteto e di questi aspetti nella signoria di
Sigismondo Pandolfo
Malatesta a Rimini, in opere come il De re militari del Valturio o (con la variante
Poliorcites)
anche nelle medaglie, forse di imitazione o di ascendenza da Matteo de� Pasti o
da un altro artista coevo; cfr. F. MUCCIOLI, Le epigrafi gemelle in lingua greca
del Tempio
Malatestiano, in Templum mirabile, Rimini 2003, pp. 73-85, in particolare p. 81 e
nota 41.
Sulla fortuna di Demetrio Poliorcete nel Rinascimento a proposito della marina
architectura
cfr. E. CONCINA, Navis. L�umanesimo sul mare (1470-1740), Torino 1990, pp. 72-76,
85-86; DI SALVATORE, Propaganda e deformazione storiografica cit., pp. 173-174.
7 Cfr., tra gli altri, A. MEHL, �DORIKTETOS CHORA�. Kritische Bemerkungen zum
�Speererwerb� in Politik und V�lkerrecht der hellenistische Epoche, �Ancient
Society�,
11-12 (1980-81), pp. 173-212; H.-J. GEHRKE, Der siegreiche K�nig. �berlegungen zur
Hellenistischen Monarchie, �Archiv f�r Kulturgeschichte�, 64 (1982), pp. 247-277;
F.
MUCCIOLI, �Il Re dell�Asia�: ideologia e propaganda da Alessandro Magno a Mitridate
VI,
�Simblos. Scritti di storia antica�, 4 (2004), pp. 105-158. Per uno sguardo
d�insieme cfr.
anche C. PR�AUX, L�image du roi de l��poque hell�nistique, in Images of Man in
Ancient
2 8
liare gi� alla societ� e cultura macedoni, e in particolare ad Alessandro
Magno: trova infatti una sua palese e teatrale esplicazione nel getto
della lancia dalla nave al momento del suo arrivo in Asia, all�inizio
della spedizione contro il re persiano Dario III (334 a.C.).8 � un concetto
che emerge nelle fonti, che riflettono la propaganda dei protagonisti
di quest�epoca.9 Rifluisce poi, in forma chiara e concisa, in un
lemma della Suda (s.v. basileia) in cui si afferma che �n� la nascita n�
il diritto conferiscono agli uomini il regno, ma esso spetta invece a
quanti sanno guidare un esercito e maneggiare accortamente gli affari
pubblici: come fu il caso di Filippo e dei successori di Alessandro�.
D�altra parte vi era anche comunque chi si opponeva a tale concezione;
in particolare, il peripatetico Teofrasto sosteneva, nel suo Sulla regalit�,
che, se � vero che un regno si conquista con la lancia, questo si
consolida poi con lo scettro.10 L�idiosincrasia di Plutarco per questi
aspetti del pensiero e della realt� politico-militare ellenistica si appalesa
anche nel fatto che l�espressione doriktetos chora � del tutto assente
nei suoi scritti, mentre l�aggettivo doriktetos vi ricorre appena quattro
volte, di cui solo una � di qualche pertinenza al tema qui trattato, riguardo
ad Alessandro Magno.11
Ben altro ruolo, nella sua valutazione del sovrano ideale (ma anche,
pi� in generale, dell�uomo politico), ha per Plutarco il tema della
giustizia, in rapporto sia con le concezioni espresse in altri luoghi della
sua opera sia con la riflessione della pubblicistica antica a riguardo.
12 Nell�accenno al valore della giustizia, lo scrittore di Cheronea
tocca un motivo a lui caro, peraltro gi� espresso all�inizio della Vita di
and Medieval Thought. Studia Gerardo Verbeke ab amicis et collegis dicata, Leuven
1976,
pp. 53-75, in particolare pp. 55-63.
8 Cfr. DIODORUS, XVII, 17, 1-2; IUSTINUS, XI, 5, 10-11.
9 Esemplare � il caso di Diodoro e l�uso dell�aggettivo doriktetos nei libri
dedicati all�et�
ellenistica. Cfr. F. MUCCIOLI, Aspetti della translatio imperii in Diodoro: le
dinastie degli
Antigonidi e dei Seleucidi, in Diodoro e l�altra Grecia, Atti del Convegno, Milano
15-16
gennaio 2004, in corso di stampa.
10 F 600 Fortenbaugh (cfr. anche F 601, sull�importanza del rispetto della
tradizione e della
giustizia nelle azioni del re). Cfr. B. VIRGILIO, Storiografia e regalit�
ellenistica, in Storiografia
e regalit� nel mondo greco, Alessandria 2003, pp. 303-330, in particolare p. 311.
11 De Alexandri Magni fortuna aut virtute, I, 330c.
12 Il termine greco per indicare giustizia � dike, a cui si aggiunge (e talora si
sostituisce)
l�astratto dikaiosyne, nomen agentis dall�aggettivo dikaios.
29
Demetrio (1, 4): qui infatti la giustizia � accoppiata alla temperanza e
alla prudenza. Egli infatti ritiene che questa virt� (con tutto ci� che le
si accompagna) sia essenziale per chiunque voglia intraprendere la vita
politica.13 Per questa ragione, in un�altra biografia, esalta l�ateniese
Aristide e il suo soprannome di Giusto (Dikaios). Un soprannome, aggiunge,
che nessun re o tiranno volle assumere per s�, preferendo titoli
altisonanti come Poliorketai, Keraunoi, Nikatores, Aetoi e Hierakes,
ovvero Espugnatori di citt�, Fulmini, Vittoriosi, Aquile e Sparvieri.14
Plutarco, evidentemente, fa qui confusione tra titoli ufficiali dei sovrani
ellenistici e semplici nicknames (soprannomi popolari, dovuti a
particolarit� caratteriali o fisiche) ed � una confusione condivisa anche
da molti altri autori antichi. Tuttavia � interessante quanto segue nel
testo, a proposito delle caratteristiche che rendono la divinit� superiore
all�uomo. Gli uomini, precisa Plutarco, tralasciano stoltamente la virt�,
che costituisce l�unico bene divino accessibile: la giustizia infatti
rende divini, mentre l�ingiustizia ferini (Arist., 6, 5).
Il rapporto tra re (o anche governante) giusto e la divinit� � proposto
anche nel trattato Al principe indotto, che si presenta come un vero
e proprio F�rstenspiegel, quantunque incompiuto, nel solco di una
tradizione ben radicata nella letteratura greca e latina. Qui Plutarco riprende
l�espressione pindarica citata nella Vita di Demetrio (780c) e
scrive, tra l�altro, che �la giustizia � il fine della legge, la legge l�opera
del sovrano e il sovrano l�immagine di dio che regola ogni cosa�; il
sovrano che, simile agli dei, mantiene l�eudikia (= la buona giustizia),
offre nelle citt� una splendida immagine della divinit�, come la offro-
13 Cfr. C. PANAGOPOULOS, Vocabulaire et mentalit� dans les Moralia de Plutarque,
�Dialogues
d�Histoire Ancienne�, 3 (1977), pp. 197-235, in particolare pp. 223 sgg.; A. P�REZ
JIM�NEZ, Los h�roes de Plutarco y su elecci�n entre la justicia y la utilidad, in
The Statesman
in Plutarch�s Works cit., I, pp. 127-136.
14 Aristides, 6, 2. Sulla fortuna e cristallizzazione nella tradizione (soprattutto
presso i
gruppi politici ateniesi di matrice aristocratica) di questo appellativo applicato
ad Aristide,
nonch� sull�esaltazione delle qualit� di questo personaggio (giustizia, virt�,
onest�), contrapposte
spesso ai vizi di Temistocle, secondo un topos biografico assai diffuso
nell�antichit�, cfr. I. CALABI LIMENTANI, Aristide il Giusto. Fortuna di un nome,
�Rendiconti
dell�Istituto Lombardo (Lettere)�, 94 (1960), pp. 43-67; L. PICCIRILLI, Temistocle
Aristide Cimone Tucidide di Melesia fra politica e propaganda, Genova 1987, pp. 10-
11,
53 sgg. e passim; L. BARUCCHI, Aristide figlio di Lisimaco nella tradizione
letteraria del V
secolo a.C., �Rivista Storica dell�Antichit�, 29 (1999), pp. 51-75.
3 0
no il sole e la luna nel cielo (780e-f). In un altro luogo della medesima
opera si sofferma sul ruolo della giustizia al fianco di Zeus, commentando
le parole di Anassarco ad Alessandro Magno, disperato per aver
ucciso Clito; secondo Anassarco, se la giustizia e il diritto siedono al
fianco di Zeus, � perch� tutti gli atti del sovrano sembrino giusti e legali.
Per Plutarco, per�, �Zeus non � assistito dalla giustizia, ma � lui
stesso giustizia e diritto (dike e themis)� Gli antichi cos� dicono, scrivono
e insegnano: senza giustizia neppure Zeus pu� ben governare�
(781a-b).
Analogie sono palesi anche nella duplice orazione, di et� giovanile,
Sulla fortuna o virt� di Alessandro Magno. Qui lo scrittore afferma
che �se il dio che mand� qui sulla terra l�anima di Alessandro non
l�avesse richiamata tanto in fretta, una sola legge reggerebbe tutti gli
uomini e li governerebbe indirizzandoli ad un�unica giustizia, come se
fosse la luce universale. Ora, invece, una parte della terra � rimasta
senza sole, in quanto non vide Alessandro� (I, 330d; trad. A. D�Angelo).
L�immagine di Alessandro come una luce, pi� precisamente un
astro che passa da Oriente a Occidente � anche nell�opera Sulla fortuna
dei Romani, forse anch�essa di et� giovanile (326a-b). Sono passi
in cui si � voluto rintracciare o ipotizzare matrici letterarie e culturali:
in particolare per il primo qualcuno ha ipotizzato un riecheggiamento
di termini propri della tradizione dualistica iranica, peraltro nota a Plutarco.
15 Si pu� aggiungere che nella Vita di Temistocle (27, 4) lo scrittore
afferma, per bocca del chiliarco Artabano, che per i Persiani la
legge pi� bella tra tutte � quella di onorare e omaggiare con la proscinesi
il sovrano come un�immagine del dio che salva ogni cosa. Queste
affermazioni rivelano, sia pur concisamente, una buona conoscenza
dell�esatta natura della regalit� achemenide (essendo attinte da una
fonte, Fenia di Ereso, assai attenta e informata sul mondo persiano) e
presentano indubbie affinit� con le affermazioni succitate.
� dunque evidente che per Plutarco l�idea di giustizia ha in s� connotazioni
divine (in rapporto a Zeus), investendo anche l�ambito della
regalit�. � un concetto che per lo scrittore ha un valore universale, direi
quasi metastorico, ed � applicabile tanto al passato (e in questo egli
15 Cos� C. FROIDEFOND in Plutarque. Oeuvres morales, t. V, 1re partie, Paris 1990,
p. 123,
nota 6, con rimando a De Iside et Osiride, 369d-370c.
31
� davvero un laudator temporis acti) quanto alla realt� dei suoi tempi,
autorizzando anche una lettura attualizzante, nell�ambito della riproposizione
concreta del rapporto tra intellettuale e princeps.16
Tuttavia, nonostante l�esaltazione dello stretto rapporto tra sovranit�
e divinit�, Plutarco si mostra molto prudente o anche fortemente critico
nei confronti delle divinizzazioni di dinasti o personaggi di rilievo
nel mondo greco (come lo spartano Lisandro, il �vincitore� della guerra
del Peloponneso) o anche magistrati cittadini (in epoca romana);
tace inoltre, volutamente e forse con una certa dose di opportunismo,
sul culto imperiale, largamente diffuso (con tutte le implicazioni religiose,
sociali e politiche correlate) in Italia e nelle varie province
dell�impero nell�epoca in cui visse (ca. ante 50-post 120 d.C.).17 Si
trattava di un fenomeno su cui peraltro spesso gli intellettuali avevano
una posizione o reticente o anche fortemente critica (come dimostra,
in modo esemplare, l�Apocolocyntosis di Seneca).18
Quelli espressi da Plutarco non sono in ogni caso concetti del tutto
originali o solo a lui peculiari, giacch� formulazioni simili o coincidenti
sono ravvisabili nel pensiero politico greco classico ed ellenistico,
intrecciandosi
con l�idea del sovrano inteso come legge incarnata (nomos
empsychos) e costituendo una costante nella riflessione antica.19
Importante punto di partenza, per il nostro assunto, � la riflessione
maturata nel IV secolo a.C., con Platone e Isocrate, tradizionalmente
consona alle corde plutarchee.20 La giustizia e il rispetto delle leggi
sono in connessione con la forma di potere monocratico: monarchia e
16 Cfr., da ultima, M.T. SCHETTINO, Trajan�s Rescript De bonis relegatorum and
Plutarch�s
Ideal Ruler, in Sage and Emperor cit., pp. 201-212, riguardo all�adesione di
Plutarco
all�ideologia traianea proprio sul tema della giustizia; ivi altri passi del Corpus
Plutarcheum
attinenti agli aspetti in questione.
17 Cfr. in proposito, F. MUCCIOLI, Gli onori divini per Lisandro a Samo. A
proposito di
Plutarchus, Lysander 18, in The Statesman in Plutarch�s Works, II, cit., pp. 199-
213.
18 Per uno sguardo d�insieme cfr. M. CLAUSS, Kaiser und Gott. Herrscherkult im
r�mischen
Reich, Stuttgart - Leipzig 1999. Sulle problematiche concernenti i culti divini
sempre
metodologicamente importanti sono le considerazioni di S. R. F. PRICE, Rituals and
Power.
The Roman Imperial Cult in Asia Minor, Cambridge 1984.
19 Per un inquadramento generale cfr. A. SQUILLONI, Il concetto di �regno� nel
pensiero
dello Ps. Ecfanto. Le fonti e i trattati �PERI BASILEIAS�, Firenze 1991, pp. 107
sgg.
20 Vedi i passi paralleli di questi autori opportunamente addotti da M. CUVIGNY,
Plutarque.
Oeuvres morales, t. XI, Premi�re partie, Paris 1984, pp. 30-31.
3 2
tirannide sono i due poli su cui si articola la discussione. Il tiranno si
pone al di l� delle leggi, come peraltro avrebbe riconosciuto lo stesso
Dionisio I, tiranno di Siracusa tra il 405 e il 367 a.C. In un verso di
una sua tragedia, egli infatti afferma che la tirannide � madre di ingiustizia
e, programmaticamente, chiam� una delle sue figlie Dikaiosyne
(e le altre due Arete e Sophrosyne, cio� Giustizia, Virt�, Saggezza).21
Viceversa, il buon re � tale solo se si conforma alla legge, condizione
imprescindibile perch� sia anche giusto. Lo � per Platone (in particolare,
in celebri passi delle Epistole), e spesso in sintonia con una concezione
del governante come espressione della divinit�,22 cos� come per
altri pubblicisti a lui pressoch� contemporanei. In particolare, Isocrate
nel suo A Nicocle elenca le virt� del sovrano, tra le quali un posto importante
ha la giustizia. Secondo Isocrate, Nicocle guider� bene il popolo
se provveder� a che la massa non faccia n� subisca violenze, e i
migliori abbiano posizioni di comando e gli altri non subiscano ingiustizia
(16). Pi� oltre scrive che �� conveniente e utile che la decisione
dei sovrani sia immutabile riguardo alla giustizia, come le leggi ben
stabilite� (18). � una giustizia eminentemente pratica, che proietta il
sovrano nella dimensione quotidiana del rapporto con i sudditi. Ed �
proprio questa essenzialmente la tradizione a cui si richiama Plutarco,
sebbene non possa essere trascurato il confronto con tutta la trattatistica
successiva, di et� o comunque di ascendenza ellenistica.
Il tema, infatti, ricorre anche nel filone letterario dei trattati Sulla
regalit�, che notoriamente si fa iniziare nel IV secolo a.C. e che ebbe
lunghissima vita nell�et� antica, per poi perpetuarsi, sotto diverse forme,
in et� medievale e moderna.23 In particolare, nella trattatistica
pseudopitagorica il tema della giustizia figura nello Pseudo-Archita,
nei frammenti del trattato intitolato Sulla legge e sulla giustizia, che
21 F 4 Nauck2. Al riguardo sono ancora fondamentali le considerazioni di K. F.
STROHEKER,
Dionysios I. Gestalt und Geschichte des Tyrannen von Syrakus, Wiesbaden 1958, pp.
86 sgg.
22 Cfr. la recente indagine svolta da L. VAN DER STOCKT, proprio sulla tematica qui
esaminata:
�With Followeth Justice always� (Plato, Laws 716A). Plutarch on the �Divinity� of
Rulers and Laws, in The Statesman in Plutarch�s Works, I, cit., pp. 137-149.
23 Sul tema cfr., da ultimi, M. HAAKE, Warum und zu welchem Ende schreibt man Peri
basileias?
�berlegungen zum historischen Kontext einer literarischen Gattung im Hellenismus,
in Philosophie und Lebenswelt in der Antike, Darmstadt 2003, pp. 83-138; VIRGILIO,
Storiografia e regalit� cit.
33
ben riflettono comunque il pensiero e la prassi politica dello statista
tarantino,24 nonch�, in modo assai chiaro, in Diotogene. Secondo questo
autore, �sar� l�uomo pi� giusto ad essere re, e l�uomo pi� giusto
sar� colui che pi� si conforma alla legge: infatti, senza la giustizia
nessuno potr� essere re, e senza la legge non potr� esservi nemmeno la
giustizia. Il giusto � nella legge e dalla legge scaturisce il giusto. Il re �
o la legge vivente (nomos empsychos), o un capo conforme alla legge;
per questo motivo, di conseguenza, egli � l�uomo pi� giusto e nello
stesso tempo l�uomo pi� conforme alla legge. Le funzioni che spettano
al re sono tre: comandare l�esercito, amministrare la giustizia e onorare
gli dei�.25 Analogamente, Ecfanto sostiene che il re della terra
trae le sue virt� dalla divinit�, in quanto partecipa della sua natura, pi�
di ogni altro uomo: nei confronti dei sudditi egli dunque si dimostra
giusto, perch� possiede lo spirito sociale. La comunit� sussiste per
l�eguaglianza e nella ripartizione dell�eguaglianza la giustizia svolge il
ruolo di guida, ma vi partecipa anche lo spirito sociale; infatti, � impossibile
essere ingiusti e ripartire l�eguaglianza, cos� come � impossibile
ripartire l�uguaglianza senza avere lo spirito sociale.26
Sarebbe allettante individuare un preciso rapporto di Diotogene con
Plutarco, soprattutto se si ammettesse per questo scrittore una datazione
coeva o addirittura anteriore a quella del poligrafo di Cheronea.27 Tuttavia
il confronto con Diotogene e con lo stesso Ecfanto � destinato a rimanere
ipotetico e comunque pesa su una possibile mutuazione il ruolo
svolto (per entrambi gli autori?) dalla riflessione platonica, comunque
imprescindibile per Plutarco.28 A suggerire comunque grande cautela �
anche l�estrema difficolt� nel proporre una datazione attendibile o,
24 Riferimenti e analisi in F. MUCCIOLI, Pitagora e i Pitagorici nella tradizione
antica, in
Storici greci d�Occidente, Bologna 2002, pp. 341-409, in particolare pp. 353-361,
405-406.
25 Stobaeus, IV, 263, 15 sgg. Hense (trad. A. Squilloni).
26 Stobaeus, IV, 244, 14 sgg.; 275, 1 sgg.; cfr. 279, 1 sgg. Hense.
27 Per una datazione di Diotogene al I secolo a.C. cfr. I. ANDORLINI - R. LUISELLI,
Una ripresa
di Diotogene Pitagorico, Sulla Regalit�, in PBingen 3 (encomio per Augusto?),
�Zeitschrift f�r Papyrologie und Epigraphik�, 136 (2001), pp. 155-166.
28 In questo senso un confronto � proposto da A. SQUILLONI, L�ideale del buon
governante
nel pensiero politico di Plutarco, �Civilt� Classica e Cristiana�, 10 (1989), pp.
225-243, in
particolare p. 233 e nota 31; SQUILLONI, Il concetto di regno cit., pp. 145-146.
Cfr. per� le
riserve di AALDERS - DE BLOIS, Plutarch und die politische Philosophie cit., p.
3401, nota
85.
3 4
quanto meno condivisa, sia per Diotogene ed Ecfanto, sia per Stenida,
altro autore pitagorico o pseudopitagorico noto dal solo Stobeo.29
Anche nella prospettiva giudaica dell�anonimo autore della Lettera
di Aristea a Filocrate (240, 279-280), datata dai pi� alla seconda met�
del II secolo a.C., i re si devono conformare alle leggi: agendo con
giustizia migliorano la vita degli uomini. Logicamente, quella proposta
al re d�Egitto Tolemeo II, � una giustizia che si ammanta di una
precisa teodicea, come � logico che sia (visto il milieu): Dio infatti ha
dato al re una corona di giustizia.30
La scuola poi che, pi� di ogni altra, ha esercitato un�influenza sulle
forme di regalit� (ellenistica e non), ovvero lo Stoicismo, conosce il
principio del sovrano legge incarnata. Il filosofo stoico Crisippo, nell�incipit
del suo trattato Sulla legge cita proprio il frammento di Pindaro
riguardo alla legge, ripreso da Plutarco nella Vita di Demetrio e
nell�opera Al principe indotto: continua affermando che questa legge
non figura su testi scritti ma � un pensiero vivente nell�animo del sovrano,
sempre vigile e presente.31 � facile supporre che Plutarco, almeno
nel secondo passo, riecheggi proprio Crisippo, anche se poi il
suo scritto si rivela assai lontano dalle idee stoiche.32 Comunque sia,
nel pensiero stoico il concetto del re come legge incarnata ritorna, in
modo significativo, anche nel De clementia senecano (I, 3 sgg.); se ne
ritrova poi una ripresa nell�espressione giustinianea �licet enim [...]
legibus soluti sumus, attamen legibus vivimus�, a sua volta rifluita in
Agapeto (cap. 1).33
Da un punto di vista pi� concreto, echi di questa concezione sono
avvertibili nelle fonti storiografiche. Appiano, per esempio, riporta un
discorso del diadoco Seleuco I, re di Siria, alle sue truppe prima delle
nozze del figlio Antioco con Stratonice; un discorso che, per quanto
29 Sulle varie ipotesi relative alla datazione di questi autori cfr., da ultimi,
MUCCIOLI, Pitagora
e i Pitagorici cit., pp. 361-365, 406; VIRGILIO, Storiografia e regalit� cit., pp.
325-
327.
30 In proposito cfr., recentemente, A. CATASTINI, La Lettera di Aristea e i suoi
destinatari,
�Studi ellenistici�, 13 (2001), pp. 167-190, in particolare pp. 184 sgg.
31 von Arnim, SVF, III, F 314. Cfr. PLUTARCHUS, De Stoicorum repugnantiis, 1037f (=
von
Arnim, SVF, III, F 175).
32 Cfr. D. BABUT, Plutarque et le Sto�cisme, Paris 1969, pp. 85-87.
33 Per questi collegamenti cfr. A. CARILE, Seneca e la regalit� ellenistica, in
Seneca nella
coscienza dell�Europa, Milano 1999, pp. 58-80, in particolare pp. 74-75.
35
presumibilmente fittizio, potrebbe ben riflettere l�ideologia regale dell�et�
ellenistica. Seleuco disse ai suoi uomini che non avrebbe imposto
loro le usanze dei Persiani, ma una legge comune a tutti, attraverso la
quale � giusto quello che � stato decretato dal re: imponendo, almeno
nominalmente, il superamento delle barriere e differenze etniche (e giuridiche)
all�interno del suo multiforme regno, il pi� ampio del continente
asiatico, il re fissa come se non unico, almeno principale collante per
i sudditi la sua persona, incarnazione della legge e della giustizia.34
Diversi sono i gradi di idealizzazione della regalit�, in et� ellenistica,
e diversi sono i canali attraverso i quali nel mondo ellenistico (ma
anche in quello romano) si creava un doppio del sovrano, una proiezione
priva di difetti o almeno edulcorata, attraverso l�elaborazione di
una precisa aretalogia. L�incidenza effettiva della trattatistica sulla regalit�
sembra essere, se non inversamente proporzionale alla diffusione
del genere, almeno limitata. Anche se � poco pi� che un aneddoto,
� comunque interessante ricordare l�esortazione rivolta al re Tolemeo
d�Egitto da parte del peripatetico Demetrio Falereo, l�eminenza grigia
della Biblioteca e probabilmente dello stesso Museo di Alessandria: il
sovrano doveva acquistare e leggere libri sulla regalit� e sul potere,
giacch� gli amici scrivono in questi testi le esortazioni che non hanno
il coraggio di rivolgere direttamente ai regnanti.35
Maggior diffusione e incidenza anche propagandistica dovevano
avere altri canali, quali il messaggio epigrafico e numismatico, in cui
spesso � riflessa la titolatura dei singoli regnanti. Significativamente il
tema della giustizia incarnata dal sovrano e applicata nei confronti dei
sudditi ricorre con una certa frequenza nelle iscrizioni e nei papiri,
con formulazioni che si pongono decisamente su un altro piano rispetto
all�idealizzazione proposta dalla trattatistica sulla regalit�.36 Merita
34 APPIANUS, Syriaca, 61, 325. Cfr. K. BRODERSEN, Appians Abriss der
Seleukidengeschichte
(Syriake 45,232-70,369). Text und Kommentar, M�nchen 1989, p. 174 e nota 5, con la
bibliografia precedente.
35 PLUTARCHUS, Regum et imperatorum apophthegmata, 189d. Dal passo non si evince se
si tratti di Tolemeo I o del figlio, Tolemeo II (con cui comunque Demetrio ebbe,
secondo la
tradizione, rapporti burrascosi).
36 Per una rapida rassegna cfr. W. SCHUBART, Das hellenistische K�nigsideal nach
Inschriften
und Papyri, �Archiv f�r Papyrusforschung und verwandte Gebiete�, 12 (1937),
pp. 1-26 (ora in Ideologie und Herrschaft in der Antike, Darmstadt 1979, pp. 90-
122, in
particolare pp. 96 sgg.).
3 6
qui un cenno, in particolare, l�idea di giustizia nel regno tolemaico:
un�idea di giustizia in sintonia con concetti tipici della tradizione egizia
e dell�immagine dei faraoni. Il re incarna la giustizia per i Greci e
per gli Egizi, e a lui ci si rivolge nelle petizioni reali (enteuxeis), sicuri
di ottenere ci� che � giusto da colui che � il comune salvatore.37
L�esercizio della giustizia, dunque, � una delle componenti della regalit�
dei Tolemei, proprio perch� costoro si presentano e sono presentati
come salvatori e benefattori dei sudditi (peraltro non diversamente
da quanto avveniva presso altre monarchie coeve, come quella dei Seleucidi).
Quando si parla di assimilazione o identificazione con divinit�,
in questa dinastia figura inoltre il rapporto con Iside/Dikaiosyne in
particolare per Cleopatra III, negli ultimi decenni del II secolo a.C.
Questa regina � infatti chiamata e venerata come Philometor Soteira
Dikaiosyne Nikephoros (Amante della madre, Salvatrice, Giustizia,
Portatrice di vittoria); � dunque la giustizia incarnata e nei documenti
demotici figura addirittura come �Signora della Giustizia�.38
Un vero e proprio culto della giustizia, personificata (Dike/Dikaiosyne),
� comunque altrimenti ben attestato nel mondo greco e si ritrover�
poi in epoca romana, all�interno del culto delle virt� (Iustitia, a cui si
pu� correlare il termine Aequitas); ebbe anche un ruolo centrale nell�ideologia
del principato, a cominciare da Augusto (insieme a concetti
come Victoria, Pax, Fortuna Redux, Virtus, Clementia e Pietas).39
37 Cfr. C. PR�AUX, Le monde hell�nistique. La Gr�ce et l�Orient (323-146 av. J.-
C.), I, Paris
19893, pp. 211-212. Pi� recentemente, su questo �interfaccia� culturale (forse con
eccessiva
accentuazione dell�influenza egizia sul modello di regalit� tolemaico) cfr. L.
KOENEN,
Die Adaptation �gyptischer K�nigsideologie am Ptolem�erhof, in Egypt and the
Hellenistic
World, Lovanii 1983, pp. 143-190; L. KOENEN, The Ptolemaic King as a Religious
Figure, in Images and Ideologies. Self-definition in the Hellenistic World,
Berkeley - Los
Angeles - London 1993, pp. 25-115, in particolare pp. 40-41.
38 Cfr. D. J. THOMPSON, Pausanias and Protocol: The Succession to Euergetes II, in
Egitto
e storia antica dall�ellenismo all�et� araba. Bilancio di un confronto, Bologna
1989, pp.
693-701, in particolare pp. 699-701; G. H�LBL, Geschichte des Ptolem�erreiches.
Politik,
Ideologie und religi�se Kultur von Alexander dem Gro�en bis zum r�mischen
Eroberung,
Darmstadt 1994, p. 263. Vedi anche il caso di Tolemeo VI, oggetto di un culto come
Philometor
e Dikaiosyne solo per� post mortem: W. OTTO - H. BENGTSON, Zur Geschichte des
Niederganges des Ptolem�erreiches. Ein Beitrag zur Regierungszeit des 8. und des 9.
Ptolem�ers,
M�nchen 1938, pp. 42-44; cfr. ibid., pp. 140 sgg., 150, per Cleopatra III (dove si
intravede un possibile collegamento anche con Demetra, oltre che con Iside).
39 Cfr. J. RUFUS FEARS, The Cult of Virtues and Roman Imperial Ideology, in
Aufstieg und
37
Meno fortuna ebbe invece nella titolatura ellenistica l�epiteto Giusto
(Dikaios), soprattutto nelle cosiddette monarchie maggiori. In questo
senso ha un qualche fondamento di verit� l�affermazione plutarchea
della Vita di Aristide secondo cui nessun sovrano o tiranno volle
assumere tale appellativo, che trova una precisa corrispondenza in
Cornelio Nepote (Aristides, 2). Nell�idealizzazione del sovrano ellenistico
quale � presente in quell�aretalogia costituita dagli epiteti ufficiali
del sovrano, Dikaios non fa capolino tra i Tolemei, i Seleucidi, gli
Attalidi, i sovrani di Bitinia e del Ponto, solo per ricordare alcuni tra i
maggiori monarcati. Altre sono le virt� sbandierate dalla propaganda
regale, riflessa nella titolatura ufficiale, tra le quali spiccano la capacit�
del sovrano di essere, come si � detto, salvatore o benefattore, se
non addirittura dio manifesto e vincitore; la concordia familiare, appalesata
dalla dichiarazione di affetto nei confronti del padre, della madre,
o dei fratelli.
Tuttavia l�affermazione di Plutarco (e di Cornelio Nepote) tradisce
senz�altro degli orizzonti culturali ben delimitati. Nello spazio storico,
geografico e culturale di Plutarco (e, ancor pi�, dello scrittore romano)
non vi � posto per dinastie considerate solo ai margini della regalit�
ellenistica o vi � posto solo in modo cursorio.40 Quella di Plutarco �, a
dire il vero, una posizione pi� o meno implicitamente condivisa da
molti altri letterati greci e latini.
In realt� si nota come Dikaios, da solo o con altri appellativi, figuri
in primis nei regni greco-battriani e indo-greci: il primo re a portarlo
fu Agatocle, probabilmente verso la fine del suo regno e successivamente
ebbe corso con diversi dinasti, tra II e I secolo a.C.41 Vista l�alta
frequenza con cui ricorre il termine in questi regni, si pu� ritenere che
Niedergang der r�mischen Welt, II, 17, 2, Berlin - New York 1981, pp. 827-948; A.
WALLACE-
HADRILL, The Emperor and his Virtues, �Historia�, 30 (1981), pp. 298-323.
40 � indicativo che colui che rappresenta il maggior sovrano nelle regalit� indo-
greche, ovvero
Menandro, il noto protagonista delle Domande di Milinda (Milindapa�ha), sia per lui
soltanto �un certo Menandro�: Praecepta gerendae reipublicae, 821d-e.
41 Cfr. la ricostruzione proposta da O. BOPEARACHCHI, Monnaies gr�co-bactriennes et
indo-
grecques. Catalogue raisonn�, Paris 1991: Agatocle (ca. 190-180 a.C.), Eliocle I
(ca.
145-130 a.C.), Zoilo I (ca. 130-120 a.C.), Stratone I (ca. 125-110 a.C.), Eliocle
II (ca. 110-
100 a.C.), Teofilo (ca. 90 a.C.), Peucolao (ca. 90 a.C.), Menandro (II: ca. 90-85
a.C.; lo
studioso lo distingue dall�altro e ben pi� famoso Menandro, citato supra, nota 40),
Archebio
(90-80 a.C.).
3 8
in molti casi l�adozione del titolo fosse un fatto meramente formale,
privo di perspicui collegamenti con la realt�, ed � forse anche azzardato
sostenere che sia sempre testimonianza della conversione del sovrano
al Buddismo.42 � comunque indubitabile che, indipendentemente
o meno da ci�, il milieu culturale fosse profondamente diverso da
quello di altre dinastie e diverse fossero la sensibilit� e anche, in parte,
l�ideologia propugnata dal re. Esplicita e famosa testimonianza al riguardo
� costituita dalle iscrizioni del re A�oka (attivo nei decenni
centrali del III secolo a.C.), ispirate ad un senso di giustizia e di piet�
(anche in senso antimilitarista, espresso dal termine Dharma), che non
ha precisi riscontri nelle altre coeve regalit� ellenistiche.43
A quanto si desume dalla documentazione numismatica, l�epiteto
comparve in s�guito anche in Partia con Mitridate II (sovrano dal
124/3 all�88/7 a.C.), probabilmente per influsso di quanto avveniva ad
Oriente. Divenne poi popolare a tal punto che fu adottato da diversi
sovrani, insieme con altre epiclesi.44
Per quanto riguarda il regno di Commagene, il dinasta Samo II �
chiamato nella leggenda monetale Theosebes (a rimarcare la sua pietas
nei confronti degli dei) e, appunto, Dikaios. Nella stessa dinastia,
successivamente, anche il ben pi� famoso Antioco I (I secolo a.C.)
ebbe numerosi titoli, tra i quali figura pure l�epiteto in questione. Nella
pletora di appellativi adottati da questo sovrano (Theos Dikaios Epiphanes
Philorhomaios e Philhellen, cio� Dio Giusto Manifesto Amico
dei Romani e Amico dei Greci), Dikaios potrebbe costituire una
precisa allusione dinastica al nonno (Samo era il padre di Mitridate I,
a suo volta padre di Antioco), inserita in un ampio programma ideologico
con connotazioni religiose, culturali e politiche.45 Vi si potrebbe
anche scorgere un richiamo a Mitra ovvero a Zeus, Theos Dikaios,
preferibilmente a condizione di leggere i due termini (magari con l�ag-
42 Cfr. le riserve di BOPEARACHCHI, Monnaies gr�co-bactriennes cit., p. 108 (che
ricorda i
casi di sovrani per cui non � attestata un�adesione a questa dottrina).
43 Cfr. G. PUGLIESE CARRATELLI, Gli editti di A�oka, Milano 2003 (ivi selezione e
traduzione
dei testi epigrafici); VIRGILIO, Storiografia e regalit� cit., pp. 321-325.
44 Cfr., per esempio, D. SELLWOOD, An Introduction to the Coinage of Parthia,
London
19802, pp. 84, 122 sgg.
45 Cfr., per esempio, la documentazione raccolta e analizzata nei due volumi curati
da D.H.
SANDERS: Nemrud Dagi. The Hierothesion of Antiochus I of Commagene, Winona Lake,
Ind. 1996.
39
giunta di Epiphanes) in stretta connessione (il che non � per� da tutti
accettato).46
Rimane dunque difficile determinare con esattezza le motivazioni
dell�adozione del titolo di Giusto sia in questa monarchia, sia anche
nella monarchia partica, al di l� di generici riflessi o mutuazioni di
quanto avveniva ad Oriente e a possibili allusioni a Mitra, cos� come
viene spesso sostenuto.47 In questa prospettiva, l�insistenza con cui
l�appellativo ricorre nelle dinastie in cui � forte o totalizzante la presenza
iranica permette di suggerire, con cautela, anche un collegamento
con la tradizione achemenide, alla quale si riallacciavano, in
un�ideale continuit�, sia i Parti sia, in modo ancora pi� evidente, i re di
Commagene.48 Infatti il termine, nella sua inequivocabile chiarezza,
ben si accorda con uno dei principi fondanti della regalit� persiana, il
rispetto da parte del sovrano della verit�, tanto pi� nella sua dimensione
pubblica e nel rapporto con i sudditi.49
46 Li scinde, per esempio, W. HAASE, Voraussetzungen und Motive des Herrscherkultes
von Kommagene, �Antike Welt�, 6 (1975), Sondernummer Kommagene, pp. 17-21 e note
a pp. 86-87, in particolare p. 17. Cfr. i colossi nello Hierothesion sul Nemrud
Dagi, rappresentanti
Apollo-Mitra-Helios-Hermes e Zeus-Oromasdes.
47 Cfr., da ultima, I. SAVALLI-LESTRADE, I Greci e i popoli dell�Anatolia, in I
Greci. Storia
Cultura Arte Societ�, 3, Torino 2001, pp. 39-78, in particolare pp. 70-71 e nota
86.
48 Per i primi cfr., per tutti, J. WOLSKI, Les Ach�m�nides et les Arsacides.
Contribution �
l�histoire de la formation des traditions iraniennes, �Syria�, 43 (1966), pp. 65-
89. Per i
secondi cfr. il richiamo di Antioco I a Dario I (e ai suoi successori) tra gli avi
paterni, come
figura nelle sue iscrizioni: SANDERS: Nemrud Dagi cit., I, pp. 254 sgg.
49 Cfr. i costanti riferimenti a questi aspetti nelle iscrizioni persiane,
riportate, per esempio,
in P. LECOQ, Les inscriptions de la Perse ach�m�nide, Paris 1997.
4 0
TIZIANA LAZZARI
Una mamma carolingia e una moglie supponide:
percorsi femminili di legittimazione
e potere nel regno italico
Nel secolo IX quattro furono le regine del regno italico:1 tre di loro
appartennero alla discendenza supponide e furono Cunegonda sposa di
Bernardo,2 Engelberga moglie di Ludovico II e Bertilla congiunta a
Berengario I.3 Una presenza costante che merita attenzione: fra le
grandi famiglie marchionali del regno italico nessun�altra espresse nel
corso di ben quattro generazioni alcuna sposa per i sovrani carolingi
n� per i primi re d�Italia. Una presenza che impone allora di riflettere
1 Mancano monografie recenti sui re del regno italico, a maggior ragione sulle
regine.
Attiva sui temi � attualmente soprattutto la storiografia non italiana cfr. B.
ROSENWEIN,
The Family Politics of Berengar I (888-924), �Speculum�, LXXI (1996), pp. 247-289;
B. ROSENWEIN, Friends and Family, Politics and Privilege in the Kingship of
Berengar
I, in Portraits of Medieval and Renaissance Living: Essays in Memory of David
Herlihy,
a cura di S. K. Cohn jr. - S. A. Epsteinm, Ann Arbor 1996, pp. 91-106. Sulle regine
del
regno italico gli interventi pi� recenti si devono a C. LA ROCCA, La reine et ses
liens
avec les monast�res dans le royaume d�Italie, in La royaut� et les �lites dans
l�Europe
carolingienne, a cura di R. Le Jan, Lille 1998, pp. 269-284; C. LA ROCCA, Les
cadeaux
nuptiaux de la famille royale en Italie, in Dots et douaires dans le haut Moyen
�ge, a
cura di F. Bougard, L. Feller et R. Le Jan, Roma, �cole fran�aise de Rome, 2002
(Collection
de l��cole fran�aise de Rome, 295), pp. 499-526; R. LE JAN, Douaires et pouvoirs
des reines en Francie et en Germanie (VIe-Xe si�cle), in Dots et douaires cit., pp.
457-497. La pur recente e ampia monografia di Amalie F��el, Die K�nigin im
mittelalterlichen
Reich, Stuttgart 2000, coinvolge il regno italico solo a partire dalle mogli
degli imperatori sassoni.
2 In merito all�identificazione di Cunegonda quale appartenente al gruppo parentale
dei
Supponidi cfr. HLAWITSCHKA, Franken, Alamannen, Bayern und Burgunder in Oberitalien
(774-962), Freiburg im Breisgau 1960, pp. 110-111 e J. FISCHER, K�nigtum, Adel
und Kirche im K�nigreich Italien (774-875), Bonn 1965, pp. 205-207.
3 Non � disponibile una voce a suo nome nel Dizionario biografico degli italiani;
occorre
pertanto in relazione al suo conto far riferimento a G. ARNALDI, s.v. Berengario I,
in
Dizionario biografico degli italiani, 9, Roma 1967, pp. 1-26 e a HLAWITSCHKA,
Franken,
Alamannen cit., pp. 269-271.
4 2
su chi fossero i Supponidi,4 quale la loro posizione di potere nell�ambito
del regnum, quale l�insieme delle strategie su cui la costruirono e
la difesero e, ancora, la necessit� che ebbero i sovrani di negoziare con
tale discendenza attraverso i legami parentali la loro effettiva autorit�
nel regnum. Durante il periodo carolingio e, ancora, nella prima fase
del regno italico, solo un sostanziale accordo con l�alta aristocrazia
poteva garantire una reale efficacia nell�azione dei sovrani: tramiti e
protagoniste di questa negoziazione appaiono essere state in misura
vistosa le donne della discendenza supponide.
Trattando delle grandi famiglie provenienti da Oltralpe che nel secolo
IX si stanziarono nel regno italico Paolo Cammarosano afferma
che esse �non ebbero una �capitale� pi� di quanto non l�avessero gli
itineranti re carolingi� e che la loro azione politica non va considerata
nel segno di una volont� della dinastizzazione di cariche e patrimoni
in ambito locale ma, piuttosto, �dal punto di vista di un�ambizione regia
�.5 Un�ambizione alimentata �in particolare da matrimoni con donne
di sangue regale� e �tradotta nei ricorrenti tentativi di acquisire una
delle corone dell�impero carolingio, e al caso la stessa corona imperiale
�.6
Questa descrizione delle caratteristiche delle grandi famiglie di
rango �marchionale� insediate nel regnum, che spiega con grande efficacia
l�eminenza sociale e politica di alcune parentele, non si attaglia
per� completamente ai Supponidi i quali, pur senza dinastizzare mai
un incarico funzionariale, seppero costruire un largo patrimonio fondiario
al centro dell�area padana che le loro donne accrebbero con la
strategia di fondare monasteri con beni acquisiti dalle doti e dagli ac-
4 Sui Supponidi la trattazione d�insieme pi� recente resta a tutt�oggi l�Exkurs.
Zur Genealogie
der Supponiden in E. HLAWITSCHKA, Franken, Alamannen, Bayern, alle pp.
299-309. Nel Dizionario biografico degli italiani si trovano solo le voci relative
ai conti
Adalgiso I (voce redazionale, in Dizionario biografico degli italiani, 1, Roma
1960, pp.
225-226) e Adalgisio II (voce redazionale, in Dizionario biografico degli italiani,
1,
Roma 1960, p. 226), al vescovo Adalgiso di Novara (di A. M. PATRONE, in Dizionario
biografico degli italiani, 1, Roma 1960, pp. 224-225) � che per altro non �
riconosciuto
quale appartenente alla discendenza e a Engelberga (di F. BOUGARD, in Dizionario
biografico
degli italiani, 42, Roma 1993, pp. 668-676).
5 P. CAMMAROSANO, Nobili e re. L�Italia politica dell�alto medioevo, Roma-Bari
1998, a
p. 176.
6 Ibidem.
43
quisti personali, riservandone poi la propriet� agli appartenenti alla
propria famiglia d�origine. Inoltre, i Supponidi non concorsero mai in
prima persona per il regno ma posero con regolarit� le loro donne a
fianco dei sovrani: una sorta di �dinastizzazione� al femminile dell�autorit�
regia che, se non serve a spiegare direttamente perch� nessuno
dei Supponidi amb� in prima persona al titolo regio, pu� servire a
mostrare per� la possibilit� di una diversa strategia di potere nell�ambito
delle grandi famiglie del regnum.
Una strategia che prevedeva, insieme con lo stretto legame con
l�ambiente della corte imperiale che si manifestava con l�attribuzione
di incarichi funzionariali e con gli stretti legami parentali con la discendenza
carolingia, anche un tentativo di radicamento patrimoniale
nelle aree di pi� stabile residenza � il cuore della pianura padana per i
Supponidi �. Un radicamento che aveva una sua caratteristica peculiare
rispetto al fenomeno pi� noto che coinvolger� le aristocrazie del regno
italico dalla seconda met� del secolo X, la caratteristica cio� di
mirare al controllo di beni fiscali senza ricorrere a un�appropriazione
personale e, quindi, poi, della discendenza, quanto piuttosto fondando
o cercando di gestire attraverso i membri della discendenza monasteri
il cui patrimonio, per la loro stessa natura, si trovava in bilico fra il
privato e il pubblico, quali punti di forza di tale strategia.
Una fase intermedia nella quale ancora non era possibile incamerare
in proprio il patrimonio fiscale ma in cui era gi� possibile porlo, per
cos� dire, sotto tutela. Una tutela che era per� necessario ricontrattare
a ogni generazione e che manteneva pertanto sotto una sorta di garanzia
pubblica il patrimonio dell�ente religioso.
E� in particolare la figura di Engelberga che si staglia in tale contesto:
Ludovico Antonio Muratori la defin� pi� volte �avida�7 osservando
con un�inevitabile coloritura moraleggiante la vistosa estensione
del suo patrimonio privato unita con il controllo di numerosi monasteri
riccamente dotati di beni fiscali. Una ricchezza e un effettivo potere
patrimoniale che non dovette essere estraneo al vero e proprio cambiamento
di statuto, anche sul piano istituzionale, che la figura della
regina ebbe nel regno italico durante la sua lunga vita. Fu proprio du-
7 L. A. MURATORI, Antiquitates Italicae Medii Aevi, vol. VI, Milano 1742, diss.
LXXIII
�De Monasteriis in beneficium concessis�, coll. 347-348.
4 4
rante il regno di Engelberga che fu creato per la regina un istituto giuridico
nuovo, il consortium regni. Paolo Delogu ormai quarant�anni
fa8 spiegava � in contrasto con la tesi di Mor9 � che il consortium nasceva
come espressione letteraria piegata poi ad assumere significati
giuridici pieni solo a partire da Engelberga. E proprio Engelberga gest�
il consorzio matrimoniale nell�ottica di un pieno coinvolgimento
nella gestione del regno del proprio entourage di nascita e di una larga
disponibilit� patrimoniale che seppe riservare alla discendenza femminile
della propria famiglia d�origine, una volta persa la possibilit� di
lasciarla alle sue figlie.
E� proprio la straordinaria capacit� patrimoniale di Engelberga che
pare costituire lo snodo cruciale del diverso statuto delle spose dei re
italici rispetto alle mogli dei sovrani d�Oltralpe. Regine Le Jan ha recentemente
osservato che i dotari delle regine d�Italia appaiono sproporzionati
rispetto a quelli su cui potevano contare le regine di Francia
o di Germania nella prima met� del X secolo, una caratteristica che �
nota l�autrice - corrisponde nei fatti �� des statuts diff�rents�10 delle
regine stesse. Questa sproporzione sarebbe stata strettamente connessa
al fatto che la regina del regno italico era giuridicamente �consors regni�,
partecipava dunque del potere e degli attributi sovrani del marito.
11 La medesima ricerca ha messo cos� in rilievo come l�uso di dotare
con beni estremamente cospicui le regine del regnum italico attraverso
il tramite di Adelaide di Borgogna divenne consuetudine della
dinastia ottoniana e a seguire di quella salica.12
Io credo che si potrebbe utilmente ribaltare l�argomentazione e
provare a ipotizzare che sia stata proprio la grande capacit� patrimoniale
e politica delle regine d�Italia o, meglio, delle donne supponidi, a
creare le condizioni per la nascita ex novo di uno statuto giuridico che
ne riconosceva formalmente un potere, gi� nei fatti, cos� forte da costi-
8 Ci riferiamo a P. DELOGU, �Consors regni�: un problema carolingio, �Bullettino
dell'Istituto
Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano�, 76 (1964), pp. 47-
98.
9 C. G. MOR, �Consors regni�: La Regina nel diritto pubblico italiano dei secc. IX-
X,
�Archivio Giuridico�, 135 (1948), pp. 7-32.
10 LE JAN, Douaires et pouvoirs des reines cit., p. 470 per la citazione.
11 Ibidem, alle pp. 471-472.
12 Ibidem alle pp. 472-474.
45
tuire un elemento sostanzialmente imprescindibile per la stessa autorit�
del sovrano.
L�origine della grande capacit� patrimoniale delle donne della discendenza
supponide pu� essere collocata in un preciso ambito territoriale,
il cuore della pianura padana, in una citt� dalla posizione strategica
in tale contesto, Brescia, e nel monastero femminile pi� grande e
potente dell�intera Italia settentrionale, il monastero di S. Salvatore.
Descritto e raccontato come monastero regio,13 e poi quale deposito
della riserva patrimoniale e dotale delle regine del regnum,14 si pu�
tentare di rileggere la sua vicenda in et� carolingia nel senso di ente
rispetto al quale ag� una precisa strategia familiare �proto-dinastica�
dei Supponidi, una strategia condotta a fianco di una costante presenza
funzionariale al servizio regio ma che fondava un embrionale progetto
di radicamento sul controllo del patrimonio del monastero da parte
delle donne della discendenza.
San Salvatore e i Longobardi
Il monastero nasce con uno statuto profondamente ambiguo: rifondato
su una precedente area ecclesiastica di VII secolo, fu dotato di
cospicui beni fondiari dal re Desiderio e dalla moglie Ansa, e affidato
alla gestione della loro figlia Ansilperga. La prima dotazione risale al
759 e consta di beni concessi per preceptum da re Astolfo allo stesso
Desiderio.15 Beni fiscali, dunque: gli spazi del monastero e una curtis.
L�anno successivo (760) i sovrani dotarono il monastero con tredici
nuove corti alle quali aggiunsero un monastero fondato da loro stessi a
Pavia;16 anche in questo caso la dotazione sembra provenire tutta dal
fisco.
13 S. F. WEMPLE, S. Salvatore/S. Giulia: A Case Study in the Endowment and
Patronage
of a Major Female Monastery in Northern Italy, in Women of the Medieval World, a
cura di J. Kirshner - S. F. Wemple, Oxford 1985, pp. 85-102 e G. ANDENNA, Le
monache
nella cultura e nella storia europea del primo medioevo, in Arte, cultura e
religione
in Santa Giulia, a cura di G. Andenna, Brescia 2004, pp. 17-34.
14 LA ROCCA, Les cadeaux nuptiaux cit., pp. 499-526.
15 Codice Diplomatico Longobardo (da ora in avanti CDL), a cura di C. Br�hl, vol.
3-1,
Roma 1973, n. 31, pp. 187-191.
16 CDL, vol. 3-1, n. 33, pp. 203-208.
4 6
Alla creazione del patrimonio monastico aveva partecipato per altro
anche il padre di Ansa, Verissimo, la cui donazione fu confermata
al monastero da Adelchi nel 766 e constava di otto curtes;17 e questo �
sicuramente patrimonio privato, forse dotale di Ansa o forse no, che
comunque in tal modo entra nella disponibilit� della figlia Ansilperga.
Ma il grande patrimonio del Salvatore si forma � freneticamente - negli
ultimi anni del dominio longobardo. Negli ultimi due anni del regno
furono attribuiti al monastero beni che in precedenza erano stati
affidati ad altri monasteri regi. Il precetto di Adelchi datato 11 novembre
772 � - come � stato notato dall�editore - �il pi� esteso fra i
diplomi genuini dei re longobardi�18 e, sotto forma di conferma, attribuisce
al monastero un enorme patrimonio disperso in tutta l�Italia settentrionale,
e nei ducati di Tuscia, Spoleto, Benevento. Fra cui due
monasteri, quello q.v. regine di Pavia e quello situm in Syrmione, che
si dice fossero stati donati da Ansa insieme con la corte di Sextuno
dove era stato fondato un monastero. Il duca Allo (ante 786 secondo
Gasparri)19 aveva inoltre donato al cenobio bresciano il monastero da
lui fondato a Lucca.
Un monastero �nuovo�
Se il progetto dei sovrani longobardi era creare una riserva patrimoniale
sottraendo beni al fisco per legarli a una fondazione semiprivata
e affrontare cos� la lotta contro i Franchi, questi, una volta conquistato
il regnum non tardarono a disporre dei beni fiscali del cenobio
come patrimonio di piena disponibilit� regia. Subito dopo la conquista,
all�anno 774, data infatti il diploma col quale Carlo concesse al
monastero di S. Martino di Tour il cenobio di Sirmione sul Garda.20
Carlo Magno conferm� in seguito al monastero bresciano l�immunit�
su tutte le propriet� con un diploma21 che non � datato e che � at-
17 CDL, vol. 3-1, n. 38, pp. 227-232.
18 CDL, vol. 3-1, n. 41, pp. 239-243.
19 S. GASPARRI, I duchi longobardi, Roma 1978, pp. 48-49.
20 ANDENNA, Le monache nella cultura e nella storia europea cit., p. 22.
21 Pippini, Carlomanni, Caroli Magni diplomata, ed. E. M�hlbacher, MGH, Diplomatum
Karolinorum I, Hannover 1906, n. 135, pp. 185-186.
47
tribuito - seppure in modo dubitativo - a pochi anni dopo la conquista
del regno dei longobardi (781). Nel diploma la badessa non � pi� �
ovviamente � la sorella di Adelchi ma una monaca di nome Radoara.
Un fatto di assoluto rilievo e che segna una forte volont� di cesura �
che nel diploma il re dei Franchi non faccia alcun riferimento ai numerosi
diplomi degli ultimi sovrani longobardi.22
E� per� soltanto nel secondo decennio del secolo IX, l�ultimo anno
di vita di Carlo Magno e il primo anno di impero di Ludovico il Pio,
che la condizione del monastero muta profondamente. Nei due documenti
che attestano questa svolta datati 813 e 814 il monastero � definito
�novum�.23 Perch� � detto monasterio novo? l�espressione si riferisce
a una rifondazione delle strutture murarie o a una rinnovata fondazione
religiosa e patrimoniale? Gli scavi archeologici del complesso
e l�interpretazione offerta a tale proposito da Gian Pietro Brogiolo non
lasciano ormai dubbi: nella prima et� carolingia non sono recuperabili
dati di importanti cambiamenti alle strutture della chiesa e del monastero.
24
Le due carte in cui il monastero � detto novum attestano come la
gestione patrimoniale dell�ente non fosse pi� affidata alla badessa cos�
come era stato durante la dominazione longobarda quando la figlia di
re Desiderio agiva in modo completamente autonomo in atti di compravendita
e di permuta, ma fosse invece affidata a un �rector�, Rodulfus,
che ag� insieme con l�abate di Nonantola Pietro e con la supervisione
dell�abate di Corbie, Adalardo, per riorganizzare in modo efficiente
e su base non pi� interregionale, ma limitatamente all�area
lombardo-emiliana, il patrimonio delle monache. Ora, questa fu sicuramente
un�operazione gestita in stretta consonanza con la volont� del
potere imperiale � la conferma dei beni al monastero emessa a un an-
22 G. PASQUALI, Gestione economica e controllo sociale di S. Salvatore � S. Giulia
dall�epoca longobarda all�et� comunale, in S. Giulia di Brescia. Archeologia, arte,
storia
di un monastero regio dai Longobardi al Barbarossa, a cura di B. Passamani e G.
Brentegani, Brescia 1992, pp. 131-145, a p. 135.
23 I due documenti sono pubblicati in Codice Diplomatico Bresciano, a cura di F.
Odorici,
Torino 1972-73, vol. II, n. 4, pp. 10-14 e vol. II, n. 6, pp. 16-18.
24 Si veda soprattutto G. P. BROGIOLO, Trasformazioni urbanistiche nella Brescia
longobarda:
dalle capanne in legno al monastero regio di S. Salvatore, in S. Giulia di Brescia.
Archeologia, arte, storia cit., pp. 179-210.
4 8
no di distanza da Ludovico il Pio lo conferma implicitamente,25 cos�
come la supervisione dell�abate di Corbie, cugino del sovrano � ma
questo non impedisce che le dinamiche locali in questa operazione avessero
un peso.
Attorno a Brescia si era andato a costituire in quegli anni il centro
del potere della discendenza supponide. Era conte di Brescia in quegli
anni26 Suppone, eponimo e primo esponente noto della discendenza;27
quando nell�822 fu chiamato a ricoprire la carica marchionale a Spoleto,
conte di Brescia divenne suo figlio, Mauringo.28 Proprio nell�813
era diventato re d�Italia Bernardo, nipote di Ludovico il Pio, che aveva
per moglie Cunegonda, una Supponide, forse figlia di un fratello di
Suppone.29 In questo contesto giova ricordare che Rodolfo, il nome
del rettore di S. Salvatore e vassus domini regis, � nome non estraneo
al ricco patrimonio onomastico della parentela. La badessa era invece
in quel momento tale Adelaide. Coinvolto nell�operazione fu il vescovo
di Brescia Anfrido insieme con il clero canonicale.
Dieci anni dopo questa operazione sparisce la figura del rector e le
rendite di S. Salvatore furono concesse in beneficio da Ludovico il Pio
alla seconda moglie Giuditta.30 E� questo un atto che sancisce un ulteriore
nuovo statuto del cenobio che fu dotato, in rispetto della moglie
del sovrano e delle sue prerogative, dell�immunit�. N� la concessione
dell�immunit�, n� la diretta amministrazione della consorte imperiale
25 Documento citato supra, nota 22.
26 Suppone, gi� conte di palazzo durante il regno di Carlomagno, nell�817 in base
alla
testimonianza della Vita Hludovici, insieme con il vescovo di Verona Rataldo,
rimase
fedele all�imperatore durante la rivolta di Bernardo. La fonte in tale circostanza
ne attesta
la presenza in Italia e la carica comitale: cfr. Vita Hludovicis, ed. G. Pertz,
MGH,
Scriptores II, Hannover 1829, pp. 604-648, a p. 623.
27 HLAWITSCHKA, Franken, Alamannen, Bayern cit., alle pp. 268-269 il medaglione
prosopografico
e alle pp. 302-303 dell�Exkurs. Zur Genealogie der Supponiden.
28 Ibidem, a p. 236 il medaglione e alle pp. 302-303 dell�Exkurs.
29 Hlawitschka ritiene fosse figlia del conte Adelgiso I, figlio - sempre secondo
Hlawitschka
- di Suppone I, ma cos� interpretata la linea di discendenza non pu� funzionare,
perch� la donna attestata nell�824 come vedova sarebbe cos� stata sorella di
Engelberga
attiva nella seconda met� del secolo. Appare pi� verosimile che Cunegonda fosse
figlia
di un fratello di Suppone I o dello stesso comes. cfr. la tavola genealogica alla
fine del
contributo.
30 Il diploma non conosce un�edizione critica recente; si trova in Codex
Diplomaticus
Langobardiae, a cura di G. Porro Lambertenghi, Torino 1873, n. 103, coll. 103-104.
49
dovettero giovare al patrimonio monastico, tanto che fu necessaria una
nuova rifondazione patrimoniale dell�ente, preceduta da una complessa
inquisitio voluta questa volta da Lotario I, nel momento in cui egli
cercava consenso e appoggio presso l�aristocrazia italica a causa dei
noti scontri con i fratelli. E fu proprio in un momento in cui l�imperatore
si trovava fisicamente in Italia che si comp� l�operazione, testimoniata
dal diploma31 emanato in favore di S. Salvatore di Brescia datato
Marengo, palatio regio, 15 dicembre 837. Ancora una volta fra i
protagonisti dell�operazione numerosi appaiono i Supponidi. Questa
nuova rifondazione del cenobio appare infatti orchestrata insieme con
due abati e due vescovi di cui almeno uno, Adalgiso, � con ogni probabilit�,
un Supponide.32 La badessa era Amalberga: il diploma fu
concesso alla badessa e alla �congregatione sibi regulariter commissa
in cenobio domini Salvatoris fundatum intra muros Brixie in monasterio
scilicet novo�. Il diploma fu emesso da Lotario �simul cum coniuge
dilecta nostra Hyrmingardi� affinch� l�intera comunit� femminile
�dignitate congrua, vitam degerent monasticam�.
Lotario aveva inviato due missi Prandonem e Gisleranum entrambi
abati benedettini che, in presenza dei vescovi Rambertus e Adalgisus
aveva compiuto l�inquisitio �cum nobilibus personis� e avevano cos�
consigliato l�imperatore, affinch�, senza alcuna riserva, la sua conferma
dei beni del monastero dovesse avere validit� perenne; e cos� si fece.
Lotario conferm� in buona sostanza tutti i beni che avevano donato
al cenobio Desiderio, Ansa e Adelchi, ossia in tutto ventisette corti;33
nel diploma non si fa menzione per� delle dipendenze monastiche che
erano state attribuite al cenobio nel grande diploma di Adelchi: tre
monasteri del fisco regio, e anche la corte e il monastero di Sextuno
attribuito prima a Farfa e poi a S. Salvatore da Desiderio.34
31 Lotharii I et Lotharii II Diplomata, ed. T. Schieffer (da ora in avanti DD.
Loth. I),
MGH, Diplomatum Karolinorum III, n. 35, pp. 112-115.
32 Sulla sua figura cfr. PATRONE, Adalgisio, santo cit.
33 Sull�analisi del patrimonio cfr. LA ROCCA, Les cadeaux nuptiaux cit., alle pp.
509-
510. All�elenco va aggiunta la curtis Hisegies come risulta dal testo del diploma.
34 Con un praeceptum che non � datato e che l�editore attribuisce al 770 marzo �
772
novembre dato a Pavia, Desiderio conferma alla regina Ansa tre curtes che le erano
state
donate dal loro figlio Adelchi e per volont� della stessa Ansa dona il monastero
che doveva
essere costruito in Sextuno insieme con le corti al monastero di Farfa (CDL, III,
n.
43, pp. 247-251). Nel grande preaceptum di Adelchi in favore di S. Salvatore dato a
5 0
Gli anni trenta del secolo IX furono un momento di rinnovamento
per il cenobio non solo legato all�aggettivo novum. In base agli studi
di Uwe Ludwig l�editore pi� recente del Codice Liturgico35 si dimostra
che il testo fu redatto nell�856 quando Ludovico II e la moglie
Engelberga appaiono accoppiati in una sorta di �distico� all�inizio
dell�elenco dei grandi del regnum che accompagnarono la coppia imperiale
in quell�occasione. Ma il Codice contiene elementi anche anteriori
che segnalano attorno al 830 �un�importante cesura nella prassi
commemorativa del monastero�:36 fu in quel momento infatti che cominci�
la scrittura in liste dei nomi delle persone che dovevano essere
commemorate ed � il periodo in cui (834) Lotario strinse relazioni pi�
strette con l�aristocrazia del regno italico.
Con la conferma dei beni patrimoniali riconosciuti attraverso una
procedura complessa si era nuovamente sancita la piena autorit� della
badessa sui beni del cenobio bresciano, il che significava, nei fatti, lasciarlo
alla preminenza aristocratica locale, ossia ai Supponidi, e nei
fatti, poi, alle loro donne.
Engelberga
Fu solo undici anni pi� tardi, il 16 marzo 848, che Lotario modific�
il proprio atteggiamento nei confronti del cenobio, assegnando S. Salvatore
in usufrutto alla moglie Ermengarda, con un diploma originale37
conservato a Brescia e datato Aquisgrani palatio. Il testo dispone
�confirmaremus (a lei e alla figlia Gisla) monasterium (...) taliter ut
sepe dicta coniunx nostra, dum adviveret, eundem firmiter usu fruc-
Brescia l�11 novembre del 772 il monastero di Sextuno cos� come le propriet�
connesse
sono invece attribuite al monastero bresciano (CDL, n. 44, pp. 251-260). E
appariranno
ancora nell�inventario dei beni attribuito ai primi anni del secolo X (Inventari
cit., p. 94).
35 Der Memorial- und Liturgiecodex von San Salvatore/Santa Giulia in Brescia, in
MGH, Libri memoriales et necrologia, Nova series, IV, a cura di D. Geuenich - U.
Ludwig,
con la collaborazione di A. Angenendt, G. Muschiol, K. Schmid und J. Vezin,
Hannover 2000.
36 U. LUDWIG, Il Codice memoriale e liturgico di San Salvatore/Santa Giulia.
Brescia e
Reichenau, in Culto e storia in Santa Giulia, a cura di G. Andenna, Brescia 2001,
pp.
103-119, a p. 110
37 DD. Loth. I, n. 101, pp. 241-242.
51
tuario remota cuiuslibet contrarietate ordinaret atque disponeret locum,
post eius quoque discessum praefata filia nostra Gisla eundem
similiter disponeret atque gubernaret locum regulariter et secundum
monasticam disciplinam�. Il monastero ebbe cos� nuovamente una
rectrix che fu, com�era accaduto per Giuditta, l�imperatrice e, in seconda
battuta, la figlia della coppia imperiale.
Lotario I riaffront� il problema della gestione del monastero bresciano
tre anni dopo, con un diploma dato da Gondreville (Gundulfi
villa, palatio regio), redatto l�8 settembre 851 e conservato sempre in
originale a Brescia.38 Questa volta il diploma fu emanato insieme con
il figlio Ludovico II. E� importante fare attenzione alle date proprio
perch� fu probabilmente in questi tre anni che si strinse il rapporto
matrimoniale fra Ludovico II ed Engelberga, una Supponide, figlia del
conte Adalgiso.39 L�unione fra i due non si concret� inizialmente in un
matrimonio legittimo, ma probabilmente fu nell�851 che i due ebbero
la prima figlia, Gisla. E infatti quando con un contratto matrimoniale
retrodatato si legittim� l�unione fra Ludovico ed Engelberga,40 la datazione
fu apposta all�ottobre dell�851.
Nel diploma di quell�anno relativo a S. Salvatore all�inizio della
dispositio il testo si richiama esplicitamente a quanto gi� deciso nel
diploma precedente, �sed ea de hac luce recedente� (ossia, direi, vista
la morte di Ermengarda) rinnova il diploma in favore della figlia precisando
che se Lotario le fosse sopravissuto �nostrae dominationi iam
fatum monasterium cum omnibus ad se pertinentibus reservetur�. Nel
caso invece fosse sopravvissuta la figlia nessuno degli eredi di Lotario
avrebbe dovuto diminuire in alcun modo il patrimonio assegnatole.
Ora nella lista di conferma compaiono qui beni che non erano elencati
nel primo diploma dell�837 emanato in favore della badessa, i beni
che Cristina La Rocca considera la riserva patrimoniale della regina.41
In realt� si elencano qui tutti i beni e le dipendenze monastiche che
38 DD. Loth. I, n. 115, pp. 265-266.
39 BOUGARD, Engelberga cit.
40 La questione � stata affrontata in una nota diplomatistica che risale al 1940:
G. VON
P�LNITZ KEHR, Kaiserin Angilberga. Ein Exkurs zur Diplomatik Kaiser Ludwig II. von
Italien, �Historisches Jahrbuch�, 60 (1940), pp. 429-440, ripresa da BOUGARD,
Engelberga
cit., p. 668.
41 LA ROCCA, Les cadeaux nuptiaux cit., p. 510.
5 2
erano entrati nel patrimonio di S. Salvatore solo con il praeceptum di
Adelchi del 772 e che non erano pi� stati confermati in seguito al cenobio
bresciano. E� come se fossero assegnati di nuovo, per la prima
volta, e il loro elenco nel diploma � seguito dall�espressione �vel cetera
quaeque ad predictum monasterium pertinentia� il che non esclude i
beni gi� confermati in precedenza.
Entrambi i diplomi del 848 e dell�851 segnalano un atteggiamento
nuovo e diverso della politica di Lotario nei confronti del monastero
bresciano rispetto al primo diploma emesso nell�837. Una novit� che
non pu� non essere messa in relazione con il legame che proprio in
quegli anni il figlio Ludovico II aveva stretto con Engelberga, una
Supponide figlia del conte di Parma Adalgiso, omonimo - � facile notarlo
- del vescovo che nell�837 aveva presieduto, per cos� dire, alla
rifondazione del monastero dedicato al Salvatore. E qui notiamo, ma
solo di sfuggita, come anche nel nome della badessa Amelberga si
senta l�eco di un�assonanza con il nome della futura imperatrice.
E� probabile allora che fossero stati i Supponidi i promotori locali
della rifondazione del �novo� monastero bresciano e che Lotario, in
una prima fase, avesse garantito loro il proprio appoggio a tutela del
patrimonio fondiario dell�ente. Il diploma dell�848 emanato, come si �
gi� avuto modo di notare, lontano dall�Italia, mostra come Lotario avesse
cercato di sottrarlo alle forze aristocratiche locali, ponendolo
sotto la tutela diretta della moglie e, in seconda battuta della figlia Gisla,
forse proprio in opposizione al legame di Ludovico suo figlio ed
erede con la supponide Engelrada. Lotario aveva progettato per il figlio
primogenito un matrimonio di ben diversa risonanza internazionale
con una principessa bizantina, progetto matrimoniale al quale pare
Ludovico II si fosse sempre mostrato ostile.42
Nel settembre 851, morta la moglie, e forse alla nascita della prima
figlia di Ludovico II, chiamata Gisla come la sorella di Ludovico, Lotario
dispone che al monastero bresciano siano riassegnati beni e monasteri
del fisco regio, un�operazione che rafforzando il monastero
controllato dai Supponidi e dalle loro donne, appare legittimare in un
qualche modo l�unione del figlio � la primitiva data del dotalizio di
Engelberga � 5 ottobre 851, si noti � con l�esponente della potente di-
42 BOUGARD, Engelberga cit., p. 668.
53
nastia insediata nel nord del regno italico. Una legittimazione e un rafforzamento
sul quale Lotario I imponeva la riserva della sua autorit�:
nel caso la figlia gli fosse premorta a disporre del patrimonio del monastero
bresciano avrebbe comunque dovuto essere lui.
Attenzione va posta al fatto che, a differenza di quanto avevano fatto
Desiderio e Ansa, ossia di assegnare la riserva dotale e patrimoniale della
regina alla figlia e monaca, Lotario invece, pur monacando la figlia,
concesse il monastero in primo luogo alla moglie e solo alla sua morte
alla figlia. Ludovico II seguir� invece il modello lombardo: attesa la
morte della sorella e dopo aver eletto il monastero a suo sacello mortuario
e per ci� dopo averne ulteriormente accresciuto il patrimonio fondiario,
43 lo consegn� alla figlia Gisla44 e, solo dopo la sua morte, alla consorte
Engelberga.45 La stessa operazione che compir� poi Berengario I
che imporr� come rectrix la figlia Berta (una Supponide, ancora, per
parte di madre). Su quattro volte che il monastero � citato come riserva
femminile di beni fiscali per tre volte � assegnato alla figlia e non alla
moglie del sovrano: �la scelta monastica [...] era al tempo stesso veicolo
all�ascesa sociale e preclusione alla prosecuzione della stirpe�.46
Fu invece il figlio Ludovico a disporre nuovamente del patrimonio
del monastero bresciano: in un primo tempo il 19 maggio 856 risiedendo
nella stessa Brescia conferm�, per intervento della sorella, le
disposizioni del padre, ma il diploma fu emesso in favore della badessa
Amalberga che, diciannove anni dopo il primo diploma di Lotario,
era ancora a capo del �monasterium Novum in honorem Domini et
Salvatoris nostri�.47 Alla morte di �Gisola� nell�861 vi insedi� la figlia
�Gisla deo dicata�48 con un procedimento simile a quello attuato
dal padre ne riserv� l�eventuale successione all�imperatrice. Ed Engelberga,
dolorosamente si immagina, succedette alla guida del monastero
alla figlia premorta nel 868, soltanto come rectrix: nell�878 ba-
43 Ludovici II. Diplomata (da ora in avanti DD. Lud. II), ed. K. Wanner, MGH,
Diplomatum
Karolinorum IV, M�nchen 1994, n. 33, pp. 133-135.
44 DD. Lud. II, n. 34, pp. 135-137.
45 DD. Lud. II, n. 48, pp. 159-161.
46 CAMMAROSANO, Nobili e re cit., a p. 83.
47 DD. Lud. II, n. 22, pp. 107-108.
48 DD. Lud. II, n. 34, pp. 135-137.
5 4
dessa era tale Ermengarda49. La designazione dell�imperatrice come
rettrice del monastero bresciano prevedeva ancora una successione
nell�ambito della famiglia imperiale, in favore cio� della seconda figlia
di Engelberga, Ermengarda, ma solo nel caso in cui ella avesse
preso i voti. Ma Ermengarda, sposata a Bosone di Vienne, non divenne
mai monaca del Salvatore.50 Chi fu a succedere a Engelberga quando
il 23 marzo dell�890 o dell�891 essa mor�?
La badessa Berta
Sappiamo che non fu la nuova regina d�Italia, la moglie di Guido
di Spoleto, Ageltrude, figlia del principe di Benevento Adelchi.51 La
donna ricevette il giorno stesso dell�incoronazione imperiale un importante
dotalizio formato per� soltanto da beni sparsi del fisco regio,
anche nell�Italia padana, ma non il monastero bresciano: ed � proprio
il patrimonio dotale di Ageltrude che permette di supporre che il monastero
bresciano si fosse legato durante il corso del secolo IX alla
forte influenza e al controllo della discendenza dei Supponidi piuttosto
che a quella del regnum.
I Supponidi si erano legati ormai dalla met� del secolo, e strettamente,
con la discendenza degli Unrochingi da cui nasceva Berengario. Sostennero
le lotte per il regno di Berengario e, ancora una volta, la regina
del regno fu una donna della loro discendenza, Bertilla, la prima moglie
di Berengario I. E� solo con la nuova regina supponide, Bertilla, nipote
di Engelberga, che il monastero bresciano ritorna alla ribalta ma non
49 Lo si evince da un libellus datato Brescia, 878 novembre 17 col quale
Ermengarda,
badessa del monastero di S. Salvatore di Brescia, detto Nuovo, d� a titolo di
livello ventinovennale
a Rotecherio, figlio del fu Aliverto, residente in Affi, in finibus Gardense,
due curtes domocoltili nel territorio vicentino: cfr. Le carte del monastero di S.
Giulia di
Brescia, I. (759-1170), a cura di Ezio Barbieri, Irene Rapisarda, Gianmarco
Cossandi,
edizione provvisoria 2004, in Codice Diplomatico della Lombardia medievale (secoli
VIII-XII), progetto a cura di M. Ansani; in rete all�indirizzo
cdlm.unipv.it/edizioni/bs/
brescia-sgiulia1/carte/sgiulia0878-11-17B.
50 F. BOUGARD, s.v. Ermengarda, in Dizionario biografico degli italiani, 43, Roma
1993, pp. 214-218.
51 Cfr. la voce redazionale Ageltrude, in Dizionario biografico degli italiani, 1,
Roma
1960, pp. 384-386.
55
perch� sia stato concesso in dotalizio alla donna � non lo sappiamo: le
carte dotali di Bertilla vista la brutta fine che fece sono scomparse � ma
perch� vi fu imposta come badessa la figlia Berta, valente coadiutrice
della politica del padre, il re Berengario I, anche dopo la morte della
mamma. Ma soprattutto ella conserva e arricchisce nella sua persona
l�intero patrimonio delle femmine della casata supponide: i beni privati
accumulati da Engelberga, che erano serviti per fondare il monastero di
S. Sisto a Piacenza, furono concessi ad personam alla stessa Berta dal
padre nel 91752 e poi confermati allo stesso titolo da Rodolfo II, da re
Ugo e da Berengario II e Adalberto, ma siamo gi� molto avanti nel 951.
L�operazione che Berengario, la moglie e la figlia attuarono quando
nell�889 � l�anno dopo la morte di Carlo il Grosso � per la prima volta in
un documento il monastero appare titolato a S. Giulia. La traslazione delle
reliquie della santa,53 la riproposizione del culto dei fondatori longobardi,
re Desiderio e la regina Ansa,54 la riorganizzazione del patrimonio
fondiario attraverso la redazione di un articolato polittico55 sono operazioni
compiute nello stesso ristretto torno di anni e appaiono fortemente
connesse all�idea di rivalutare anche sul piano della memoria e della
legittimazione
caratteristiche propriamente �italiche� del cenobio femminile,
nel momento in cui le grandi famiglie marchionali del regnum, in
specie Unrochingi e Supponidi decidevano di tentare di distaccarsi
dall�ampia circolazione aristocratica dei regna d�oltralpe per radicarsi
con pi� forza e meno concorrenza in aree maggiormente delimitate.
Berta � un�altra donna della discendenza? - era ancora il nome della
badessa di S. Giulia fra il 966 e il 977 quando il suo nome � testi-
52 I Diplomi di Berengario I, a cura di L. Schiapparelli, Roma 1903, n. 115, pp.
297-299.
53 P. TOMEA, Intorno a S. Giulia. La traslazioni e le rapine dei corpi santi nel
regno longobardo
(Neustria e Austria), in Culto e storia in Santa Giulia cit., pp. 29-102.
54 S. GAVINELLI, La liturgia del cenobio di S. Giulia in et� comunale e signorile
attraverso
il Liber ordinarius, in Culto e storia in Santa Giulia cit., pp. 121-148.
55 Il polittico di S. Giulia � edito a cura di Gianfranco Pasquali in ID.,
Inventari altomedievali
di terre, coloni e redditi, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1979,
pp. 41-94 ed � stato analizzato da PASQUALI, Gestione economica e controllo sociale
cit., pp. 131-145. La datazione dell�inventario della corte di Miliarina che
apparteneva
come � noto al patrimonio del monastero � stata proposta da B. CARBONI, La corte di
Migliarina nell�Alto Medioevo (Ipotesi di datazione dell�inventario relativo),
�Atti e
memorie della deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi�, s.
IX, XII
(1990), pp. 25-32.
5 6
moniato da una permuta di beni nel bresciano56 e da un�altra permuta
datata da Sirmione.57
Collegato alla rifondazione del monastero bresciano, da quando � detto
novo in avanti, si scorge dunque il chiaro segno di una politica familiare
che tenta un radicamento territoriale usando un monastero femminile
di fondazione regia, occupandolo con donne della famiglia, famiglia
che attraverso questa consistente dotazione patrimoniale tent� per cos�
dire di dinastizzare l�accesso femminile al regnum. Con Engelberga e le
effettive difficolt� del marito si stabil� persino un istituto giuridico nuovo,
quello del consortium, che garantiva un�effettiva quota di potere alla
regina che, avendo a disposizione un patrimonio ampio e ben controllabile
attraverso anche i legami con la famiglia di origine, non faceva che
accrescerne la potenza specifica nell�Italia del Nord. Proprio con Engelberga
pare giungere a compimento una strategia parentale di �dinastizzazione�
al femminile della carica regia: riservando alle donne della famiglia
il controllo e la gestione del pi� ampio patrimonio religioso dell�Italia
settentrionale obbligavano in buona sostanza chi volesse controllare
effettivamente il territorio a sposare una donna della discendenza
che, consapevoli della strategia di gruppo e sue attive interpreti, aumentavano
dalla nuova posizione acquisita il patrimonio della discendenza
d�origine, in base a un circolo virtuoso che solo la caduta di Berengario
e, soprattutto, il ventennio di regno di Ugo, mandarono in frantumi.
Fu cos� spezzata la stategia familiare dei Supponidi ma non il ruolo
che la regina aveva acquisito nel regnum: nei contratti matrimoniali
con Berta e Adelaide l�enorme dotalizio concesso alle due donne da re
Ugo e dal figlio poteva essere finalizzato a farne delle proprietarie
fondiarie pi� ricche di coloro che erano forse ancora in grado di poter
contare sul patrimonio del monastero di Brescia e di tutte le fondazioni
create dalle donne supponidi. Ne andava allora del prestigio della
regina e della sua concreta capacit� di crearsi un seguito vassallatico e
funzionariale personale in grado di competere con quello, ormai tradizionale,
delle donne supponidi.
56 Cartula (pagina) commutationis, 966 agosto 10, Brescia in Le carte del monastero
di
S. Giulia di Brescia, cit., n. 26, all�indirizzo cdlm.unipv.it/edizioni/bs/brescia-
sgiulia1/
carte/sgiulia0966-08-10.
57 Ibidem n. 27, cdlm.unipv.it/edizioni/bs/brescia-sgiulia1/carte/sgiulia0977-06-
00A.
Un�ipotesi di ricostruzione prosopografica
Supponidi
Carolingi
Unrochingi
altri

GIACOMO VIGNODELLI
Il problema della regalit� nei Praeloquia
di Raterio di Verona
I due libri centrali dei Praeloquia, la prima e pi� famosa opera di
Raterio di Verona1, sono dedicati al tema della regalit�. Il vescovo,
come precedentemente aveva fatto per tutte le altre categorie sociali
che prende in considerazione nei primi due volumi del suo trattato, si
rivolge direttamente al suo interlocutore immaginario: alla domanda
�rex es?�2 fa seguire una lunghissima trattazione dei doveri morali di
un regnante cristiano, delle possibili e pi� frequenti deviazioni dalla
condotta corretta e dei modi di evitarle. Se quello che ci si potrebbe
aspettare � un classico �specchio del principe� di tradizione carolingia,
la reale impostazione del trattato lo rende un�opera di tutt�altra natura.
I Praeloquia non sono infatti il componimento pedagogico di un
dotto intellettuale di corte, ma lo scritto apologetico di un vescovo imprigionato
con l�accusa di tradimento. Raterio ne inizi� la stesura nel
934 all�interno della torre di Walperto, a Pavia, dove era stato incarce-
1 Per una bibliografia completa sulla figura e sulle opere del vescovo si rimanda
a: D.
CERVATO, Raterio di Verona e di Liegi: il terzo periodo del suo episcopato veronese
(961-968): scritti e attivit�, Nagarine 1993. In questa sede mi limito a segnalare
la
settimana di Todi a lui dedicata nel 1969, ancora fondamentale per l�analisi dei
molti
temi storiografici che nella vicenda di Raterio si intrecciano: Raterio di Verona,
Atti
del X Convegno del Centro di Studi sulla Spiritualit� Medievale, Todi 1973. Tra gli
studi pi� recenti che prendono in considerazione alcuni aspetti della sua attivit�:
M.
OLDONI, �Phrenesis� di una lettura solitaria, in Il secolo di ferro: mito e realt�
del
secolo X, Atti della XXXVIII Settimana di Studio del Centro Italiano di Studi
sull�Alto Medioevo, Spoleto 1991, pp. 1007-1046; E. ANTI, Raterio, Verona e il
furto
del corpo di san Metrone, �Quaderni di storia religiosa� 7 (2000), pp. 9-29; A.
CASTAGNETTI
Minoranze etniche dominanti e rapporti vassallatico-beneficiari: Alamanni
e Franchi a Verona e nel Veneto in et� carolingia e post-carolingia, Verona 1990;
PETER L. D. REID, The complete works of Rather of Verona, New York 1991.
2 RATHERII VERONENSIS Praeloquia, in Ratherii Veronensis Opera, Fragmenta, Glossae,
ed. P.L.D. Reid, F.Dolbeau, B. Bischoff, C. Leonardi, Corpus Christianorum.
Continuatio Medievalis XLVI A, Turnhout 1984, Lib. III, cap. 2, p. 78.
6 0
rato da re Ugo per aver sollecitato l�intervento in Italia di Arnoldo di
Baviera e aver aderito, d�accordo con il conte di Verona Milone e altri
grandi del regno, al suo tentativo di conquistare la corona. Alla rapida
sconfitta di Arnoldo aveva seguito la cattura del vescovo e la sua
reclusione, senza processo canonico, nella torre della capitale. Nei
due anni di prigionia e durante il successivo esilio presso il vescovo
di Como (936-939) egli decise di intraprendere la composizione di
un�opera letteraria, i Praeloquia appunto. Concepita inizialmente come
un trattato parenetico rivolto a tutti i cristiani (il titolo � infatti traducibile
come Introduzioni alla lotta per la perfezione morale3) e organizzata
secondo la posizione dei singoli individui nella societ�,
l�opera si rivela una costruzione complessa che risponde a pi� intenzioni:
se da un lato � effettivamente un trattato parenetico, dall�altro si
risolve spesso in un�apologia dell�operato del vescovo a Verona, in
una dimostrazione della propria sapientia per richiamare attenzione
sul proprio caso, ma anche in un palliativo alle funzioni pastorali che
il vescovo recluso � impossibilitato a svolgere; soprattutto per�
l�opera costituisce un aperto atto d�accusa contro Ugo davanti agli altri
vescovi, in particolare per l�illiceit� canonica del comportamento
del re nei confronti di Raterio. Tutti questi spunti convergono nello
scritto del vescovo che � quindi un�opera di impianto nuovo: richiama
la tradizione degli �specchi del principe� e dei trattati parenetici carolingi4
che unisce per� ai modelli e agli schemi derivati dalle liste di
diversae conditiones5 concepite per necessit� normative in et� carolingia,
giungendo a elaborare un trattato di ampio respiro che si articola
3 Ibidem, Praefatio, pp. 3-4.
4 J. MIETHKE, Le idee politiche del medioevo, Genova 2001, pp. 33-41. In
particolare:
Smaragdo di Saint Michel, Via regia e Diadema monachorum, Giona d�Orleans, De
institutione regia, De institutione laicale; rispettivamente in: SMARAGDI Opera
omnia,
in Patrologiae cursus completus, series latina, ed. J-P Migne, vol. 102, Paris
1851,
IONAS AURELIANENSIS Opera omnia, in Patrologiae cursus completus, series latina,
ed. J-P Migne, vol. 106, Paris 1851.
5 G. O. Oexle, Paradigmi del sociale: Adalberone di Laon e la societ� tripartita
del
medioevo, Salerno 2000, pp. 53-54 e n. 50. In particolare: Conclusio di Chalon
dell�813 e Admonitio di Ludovico il Pio, rispettivamente: Concilium Cabillonense,
ed.
A. Werminghoff, MGH Legum III Concilia II/I, Hannover 1904, cap. 51, pp. 283-
284. LUDOVICI PII, Admonitio ad omnes regni ordines, ed. A Boretius, MGH
Capitularia
Regum Francorum I, Hannover 1883, pp. 305-307.
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in un�analisi originale della societ� del tempo, interamente compresa
nella riflessione del vescovo. La struttura che Raterio decide di dare
all�opera riflette infatti questa volont� onnicomprensiva: nel primo libro
il vescovo si occupa della societ� laica dividendola secondo categorie
che gli sembrano significative (in base a mestiere, condizione
sociale, condizione economica, status personale), spiega infatti che se
alcuni precetti evangelici e i comandamenti possono valere per tutti,
ogni gruppo sociale e ogni singola funzione svolta all�interno di esso
ha i propri obblighi cristiani specifici, che egli intende mettere in luce.
Nel secondo libro si rivolge sempre alla societ� laica, ma la riconsidera
in base ai legami familiari e all�et�, analizzando nello specifico gli
obblighi di figli, genitori, mariti, mogli, vedove, giovani, vecchi. Il
terzo e il quarto libro sono dedicati ai doveri del re, ed � questa la parte
dove � pi� forte l�impostazione apologetica. Quinto e sesto libro sono
invece rivolti al clero, a partire dal vescovo (Raterio analizza anche
il caso del vescovo-monaco a lui particolarmente caro) fino ai lectores
e agli ostiarii, passando poi a monaci e abati.
Come detto l�aspetto apologetico � concentrato nel terzo e nel
quarto volume dell�opera, i due libri che ci interessano in questa sede,
quelli dedicati appunto alla figura regale, che ovviamente si prestano
all�attacco diretto a re Ugo riguardo alla vicenda di Raterio; tutta la
riflessione del vescovo sugli obblighi del re � infatti strumentale all�autodifesa.
In particolare la linea di difesa di Raterio � basata non su
un tentativo di dimostrare la propria estraneit� ai fatti (cosa che sarebbe
risultata evidentemente poco convincente) ma sul semplice rifiuto
del modo di agire non canonico di Ugo nei suoi confronti. Ne deriva
che tutti e due i libri dedicati al re sono in realt� centrati pi� che sulla
figura regale sul rapporto tra il re e i vescovi e in particolare sulla superiorit�
dei secondi sul primo; superiorit� che ovviamente, secondo
l�autore, comporta l�ingiudicabilit� dei vescovi (di Raterio) da parte
del re (di Ugo). Vediamo in che modo procede questa sua dimostrazione.
***
Il libro terzo inizia con l�analisi delle virt� proprie dei re e procede,
dapprima in maniera sottile, verso il problema che pi� preme a Raterio
6 2
e cio� il rapporto del re con i vescovi; questo tema, il vero nucleo della
questione, � affrontato sempre pi� apertamente mentre il libro procede,
spostando l�attenzione della riflessione, iniziata dai re, sempre
pi� sui vescovi; il tutto � svolto in maniera dialogica (a una domandapresa
di posizione del re segue una risposta-confutazione di Raterio) e
procedendo con ritmo serrato determina un crescendo che culmina
nell�ultimo paragrafo nella proposta del modello di societ� che pi� si
addice alle necessit� polemiche del vescovo: la societ� tripartita con il
clero in posizione preminente (anche rispetto al re)6.
La stessa analisi delle virt� regali, delle loro possibili degenerazioni
e del giusto modo di intenderle, � tutta una lenta preparazione di
quanto il vescovo fa seguire nel suo percorso logico. Infatti, una volta
chiarite le virt� necessarie a un re (le virt� cardinali di prudentia, iustitia,
fortitudo e temperantia), il vescovo imprime subito al discorso
la direzione che pi� lo interessa: �Tu potius time Deum, rege, immo
nutri, populum tibi commissum, deprecare sanctos, venerare episcopos,
noveris illos tibi, non te illis esse prelatos, et, ut amplius dicam,
deos tibi a summo et uno et singolari Deo, et angelos ab ipso magni
consilii Angelo esse datos. Quod si me putas mentiri, antecessorem
tuum interroga Costantinum, interroga Psalmum ipsum, interroga
Dominum.�7 Cita a questo punto Costantino dalla Historia ecclesiastica
di Rufino: �Vos, ait ille iam fatus, nobis a Deo dati estis dii et conveniens
non est, ut homo iudicet deos�;8 continua portando altri riferimenti
tratti dai Salmi e dal Nuovo Testamento e spiega: la Chiesa �
cattolica, altrettanto universale e unica � la gratia che la pervade, essa
� ugualmente presente in ogni vescovo e procede dall�unico Dio: infatti
� stato detto �non est potestas nisi a Deo; quae autem a Deo sunt,
ordinata sunt�; il potere dei sacerdoti consiste nella potestas ligandi et
solvendi e quindi, date queste premesse, il re non deve disdegnare di
sottomettersi ai vescovi: �Talibus igitur, o rex, subdi ne dedigneris,
quia, velis nolis, ipsos deos, ipsos angelos, ipsos principes, ipsos iudices
habebis. Ipsi te solvere, ipsi valent ligare; nam tu super aliquos, illi
6 RATHERII VERONENSIS Praeloquia cit, Lib. III, cap. 22, p. 95.
7 Ibidem, Lib. III, cap. 4, p. 82.
8 Ibidem, Lib. III, cap. 4, p. 82. Cfr. RUFINI Historia ecclesiastica, in
Patrologiae
cursus completus, series latina, ed. J-P Migne, vol. 21, Paris 1849, Lib. I, cap.
10, col.
482B.
63
super te et super omnes�.9 Quindi, prosegue, tienili nella massima venerazione
e difendili da qualunque ingiuria: �Et si quod forte neglegentis
declinium vitae eis videris inesse, vide ne per te eos emendando
velis relevare, ne, dum robustus videri ambis Domini, fias iugulum
fierentis angeli�.10 Secondo Raterio i vescovi quindi non vanno toccati
in nessun caso, anche se hanno commesso qualche genere di colpa, e
porta altri riferimenti biblici a dimostrazione di ci�. Il re a questo punto
potrebbe obbiettare: �Sed flagellantur � ais � filii optime placentes;
quid mirum si flagellantur servi negligentes?�11 il vescovo risponde:
lasciamo stare che siano essi negligenti o meno, ci� che il re deve capire
� che la loro condizione non � servile; di pi�: pur non volendo egli
apparire insolente o sfrontato, l�ignoranza del re in materia lo costringe
a spiegargli cosa sono i vescovi in base alle scritture:
�Dii sunt, Domini sunt, Christi sunt, celi sunt, angeli sunt, patriarchae
sunt, prophetae sunt, apostoli sunt, evangelistae sunt, martyres sunt, uncti
sunt, reges sunt, principes sunt, iudices sunt, non tantum hominum, sed et
angelorum, arietes gregi Domini sunt, pastores ovium � non quarumcunque,
sed Christi sanguine lotarum - sunt, doctores sunt, precones venturi Iudicis
sunt, speculatores sunt, pupilla oculi Domini sunt, amici Dei viventis sunt,
filii Dei sunt patres sunt, luminaria mundi sunt, stellae celi sunt, columnae
Ecclesiae sunt, medici animarum sunt, ianitores paradisi sunt, claves celi
portant, reserare et plaudere celum valent, nubes quas Dominus ascensum
suum posuit, bases super quas tota iacet structura templi Dei�.12
E chiede: se rimuovi le fondamenta che cosa accade alla costruzione
che poggia su esse?
Il vescovo-monaco, destituito e imprigionato, cerca di sfruttare appieno
le uniche armi di cui dispone: come detto tutto lo sforzo di autodifesa
non punta a dimostrare l�estraneit� al tradimento che gli viene
imputato, ma a negare la validit� del modo di agire di Ugo. Come
spiegher� nel quarto libro, il re si � comportato nei suoi confronti come
se il vescovo fosse un suo mercenarius,13 cio� semplicemente un
9 RATHERII VERONENSIS Praeloquia cit., Lib III, cap. 6, p. 84.
10 Ibidem, Lib. III, cap. 6, p. 85.
11 Ibidem, Lib. III, cap. 6, p. 86.
12 Ibidem, Lib. III, cap. 6, p. 86.
13 Ibidem, Lib. IV, cap. 20, p. 124.
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servus negligens da punire. Raterio prosegue infatti riferendosi chiaramente
al suo caso: �Sed tacti sumus, elisi sumus, spreti sumus, impulsi
sumus, versati sumus, cecidit quae super nos videbatur stare
structura�.14 Se il re obbietta al vescovo di applicare impropriamente
a se stesso ci� che � stato scritto a proposito dei santi, Raterio controbatte:
�Ad hoc respondeo, quia in hoc seculo sicut sumus eis consortes ministerio
ordinis, ita et consortes et dignitate nominis et privilegio honoris. Quod si
nostram ad illorum studerimus vitam componere, erimus partecipes et gloriae
sempiternae. Quod si aliter (quod absit!), illic separabimur, qui hic communis
honoris et ministerii officio fungi videmur�.15
Lo stesso spirito santifica vescovi e santi, e se mancasse nei primi,
tutto il culto e la liturgia perderebbero ogni senso; quindi, come gi�
detto, i sacerdoti non vanno puniti dal re nemmeno se corrotti o negligenti;
chi li perseguita non perseguita gli uomini, ma Cristo stesso in
essi. Per fugare ogni dubbio dalla mente del re, Raterio utilizza
l�immagine del raggio di sole che penetra nella cloaca: la luce rimane
tale anche se pervade un luogo immondo; se un oggetto viene scagliato
nella cloaca, questo, prima di raggiungerla, colpir� il raggio di luce
che la illumina: altrettanto per la luce della grazia che illumina anche
il pi� immondo dei vescovi. Se qualcuno cercher� di colpirlo, per prima
cosa colpir� Colui che lo illumina. Il giudizio sul sacerdote negligente
e su tutti i vescovi spetta solo a Dio. Egli ha infatti detto riguardo
ai farisei �fate ci� che dicono e non fate ci� che fanno� non ha detto
�Puniteli� come qualcuno ha fatto invece recentemente�:
�Non dixit: vos eos castigate � ut nuper a quodam actum scitur satis absurde,
et ideo indignum referre. Ut autem exinde quoque aliquid, licet permodicum,
dicens, me nec dissimulare pavore, nec assentire favore, excusem: utinam
illi Deus a celis ut Saulo clamasset, aute certe ipse Deum, ut in veridica habetur
Scriptura iam clamasse didicisset: Tulerunt sibi homines iudicium meum, utique
tam temerarie suum contra Eum non erexisset tribunal vel solium�.16
14 Ibidem, Lib. III, cap. 7, p. 87.
15 Ibidem, Lib. III, cap. 8, p. 88.
16 Ibidem, Lib. III, cap. 10, p. 91.
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Il riferimento deve essere chiaro, Raterio non vuole passare per timoroso
o accondiscendente: perseguitando il vescovo, Ugo perseguita
Cristo, e se, come Paolo, si fosse convertito non avrebbe osato fare ci�
che ha fatto. Aggiunge che, agendo in questa maniera, il re ha dato un
chiaro segnale a tutti gli altri vescovi, che ora sanno a quale censura
sono sottoposti: loro che dovrebbero esercitare la potestas ligandi et
solvendi sono a loro volta legati, le pecore e i cani mordono i loro pastori,
cui dovrebbero sottostare. Il re risponde di non essere certo il
primo a comportarsi cos�: �Ab antecessoribus � inquis � meis audivi
multos eorum exiliis destinatos�.17 Il vescovo risponde che questo �
assolutamente vero, e c�� chi non solo ha esiliato ma ha anche imprigionato
i sacerdoti, e c�� chi ha fatto anche di peggio. Il problema � se
il re vuole avere come predecessore chi si � comportato cos�, se gli
conviene essere il successore di chi � dannato. Deve infatti sapere che
i martiri e le vittime delle persecuzioni pregano costantemente ai piedi
dell�altare di Dio di vendicare il loro sangue innocente. Ma, dato che i
loro persecutori sono ormai all�Inferno, su chi crede che si abbatter� la
vendetta del Signore? Forse il re pu� obbiettare che generalmente i
martiri pregano per, e non contro, chi li perseguita, ma, risponde il vescovo,
a maggior ragione, crede forse il re che questi uomini santi, che
avevano piet� per i loro stessi nemici, possano tollerare le sofferenze
di chi subisce la loro stessa sorte?
Mentre sta spiegando queste cose, Raterio avanza un dubbio: �Ast
nobis haec haud interruptim loquentibus, tu forte voluis interius:
�Quid inter haec agendum, si contra meum aliquis illorum consurgat
imperium?��18 Il re torna al punto della questione: se allora un vescovo
si ribella in che modo posso agire? Raterio � lapidario: �Quo pacto
id possit contigere, nequeo cogitare�.19 Semplicemente il caso non si
d�. Per tutto quanto ha detto finora � impensabile che chi ha un honor
superiore possa ambire a uno inferiore. Chiede a Ugo se mai un re,
che lui sappia, abbia consacrato con l�unzione un vescovo. Riflettendo
su questo il re sapr� chi tiene il posto pi� alto dopo Dio. Per rendere
ancora pi� chiara questa situazione deve mostrargli come � composta
17 Ibidem, Lib. III, cap. 10, pp. 91-92.
18 Ibidem, Lib. III, cap. 11, p. 95.
19 Ibidem, Lib. III, cap. 11, p. 95.
6 6
e organizzata la collettivit� dei cristiani, i Filii Ecclesiae di cui egli
stesso, il re, fa parte (sempre che ne sia degno):
�Omnes, inquam Ecclesiae filii aut de sorte sunt Domini et appellantur
clerici et monachi, aut Ecclesiae famuli, episcopi vero confamuli, aut laboratores,
servi et liberi, aut milites regni�.20
La societ�, vista come collettivit� ecclesiale, � composta dai Filii
Ecclesiae: in questa familia ci sono, in posizione preminente, coloro
che sono de sorte Domini e cio� chierici e monaci. Tutti gli altri sono
semplici famuli e possono essere o laboratores (servi o liberi che siano)
o milites regni. Le tre categorie sono dunque:
1) clerici et monachi 2) laboratores 3) milites regni.21
La rappresentazione della societ� � quindi la visualizzazione di
quanto Raterio aveva gi� affermato: �Nam tu super aliquos, illi super
te et super omnes�22 il re sopra ad alcuni, i vescovi sopra il re e sopra
a tutti. Il senso dell�inciso �episcopi vero confamuli� serve a ribadire
meglio che tutti sono nella stessa condizione, sono tutti famuli, ma alcuni
tengono una posizione superiore, �post Deum locum optinent superiorem
�23. Unit� e divisione, concordia e gerarchia, i due criteri
fondamentali di tutte le riflessioni sulla societ� che lo avevano preceduto.
Raterio fa seguire alla divisione dei figli della Chiesa, per analogia,
il riferimento al controllo della terra, il cui possesso � a sua volta
tripartito, secondo lo stesso schema:
�Domini vero est terra et tuae defensioni commissa, redditus vero eius aut
sancta sanctorum sunt Domini et ad ius pertinent sacerdotum, nec a quolibet
auferri possunt, nisi qui publicum committere non formidat sacrilegium; aut
20 Ibidem, Lib. III, cap. 12, p. 95.
21 E� utile evidenziare brevemente che, nonostante il paradigma di societ�
presentato
da Raterio sia un modello tripartito e i tre gruppi corrispondano alle tre funzioni
pregare/
lavorare/combattere, il vescovo non perviene a questa elaborazione secondo una
logica di tipo �funzionale� come avviene nel noto caso di Adalberone di Laon
studiato
da Duby (G. DUBY, Lo specchio del feudalesimo. Sacerdoti guerrieri e lavoratori,
Roma-Bari 1984; ed. or. Paris, 1978), ma solo per costruire una struttura che gli
permetta
di collocare il clero in posizione predominante nelle gerarchie del Regnum.
22 Ibidem, Lib. III, cap. 6, p. 84.
23 Ibidem, Lib. III, cap. 11, p. 95.
67
tui imperialis sunt iuris, et puto, nec vero iudico, quod nullus auferre absque
preiudicio valeat capitis, aut incolarum pagi, quod qui conatur invadere, legali
cohercetur sancitone�.24
Cos� come il popolo di Dio � sottoposto alla difesa regale, allo
stesso modo lo � la terra, e la sua triplice divisione dovrebbe salvaguardarne
i proventi rispetto agli usurpatori: Raterio riesce cos� a inserire
il riferimento all�altra causa di dissidio con il re, oltre al suo supposto
tradimento, e cio� l�uso di quella parte di entrate vescovili veronesi
che il re si era arrogato. Il libro prosegue con altre testimonianze
bibliche e patristiche sulla superiorit� dei vescovi e, soprattutto, sul
fatto che il sacerdotium � conferito unicamente da Dio, sottolineando
quanto sia blasfemo da parte di un re, sostenere di aver creato un vescovo.
Raterio aggiunge che, purtroppo, anche tra vescovi e sacerdoti
c�� chi non capisce queste verit� fondamentali, come ha amaramente
scoperto a proprie spese a Verona. Molti chierici locali che avrebbero
dovuto senza dubbio sostenerlo contro il re lo hanno tradito e tra di
essi un certo Orso, al quale il vescovo ha scritto una lettera dalla prigionia,
che inserisce a questo punto25. Il libro termina con la professione
di fede del vescovo e con la spiegazione del Credo, volti a dimostrare
che egli non � eretico n� ignorante in materia religiosa e che
quindi la sua rimozione dalla cattedra veronese � immotivata. Raterio
vuole con questo sottolineare che solo per una motivazione del genere
un vescovo pu� essere sottratto alla sua sede, e non certo in base ai
suoi rapporti con il potere; aggiunge infine che anche in quel caso ci�
potrebbe avvenire solo �si tamen decrevisset auctoritas concilii universalis
�.26
Come visto dunque tutto il primo dei due libri dedicati alla figura
del re � costruito in maniera strumentale alla lotta politica e all�autodifesa
di Raterio. In esso il vescovo pone ben pochi punti fermi nella
costruzione di un ideale di regalit�, che � elaborato essenzialmente in
negativo a partire dalle colpe di Ugo. Gli unici dati proposti in senso
24 Ibidem, Lib. III, cap. 12, p. 95.
25 Ibidem, Lib. III, cap. 12, pp. 98-102 e Die Briefe des Bischofs Rather von
Verona,
ed. F. Weigle, MGH Die deutschen Geschichtsquellen des Mittelalters (500-1500).
Die Briefe der deutschen Kaiserzeit I, Weimar, 1949, pp. 13-19.
26 RATHERII VERONENSIS Praeloquia cit., Lib. III, cap. 12, p. 105.
6 8
positivo sono la necessit� per un re di possedere le virt� cardinali (valida
d�altronde per qualunque buon cristiano), la sua posizione nella
struttura sociale elaborata dal vescovo e soprattutto il ruolo fondamentale
di defensor non solo dei diritti della Chiesa ma di tutti i filii Ecclesiae.
Dimostrata cos� la superiorit� gerarchica dei vescovi, nel libro
seguente Raterio si spinge oltre, arrivando a proporre una spiegazione
originale della sua vicenda che egli colloca nel quadro di ci� che lui
avverte come il problema generale della regalit� italica.
Nel quarto volume, infatti, dopo una consueta breve introduzione e
un veloce riepilogo delle posizioni sostenute fino a quel punto, Raterio
riprende il problema dove l�aveva lasciato: �Haec vero et ante prelibavi
et modo retuli, ut deprehendere, si possum, satagam quae dissensio,
quod discidium inter te possit esse et episcopum, cum tu illius
defensor, ille tuus esse debeat pastor, ille tibi seminare spiritualia, tu ei
ministrare, et utique ex tuo non ex suo, debeas carnalia�.27 La questione
che il vescovo pone, e cio� come possa nascere un dissidio tra vescovo
e re, punta gi� al cuore del problema. Ma prima di dare la propria
spiegazione direttamente Raterio si dilunga in diciannove paragrafi
sui possibili modi di giudicare canonicamente un vescovo. Ammettendo
dunque che sia possibile che un vescovo che, come visto,
detiene un honor superiore a quello regale, si ribelli al re, c�� solo un
modo per punirlo senza incorrere in gravi peccati:
�Habent [episcopos] conventus inter se generales, synodos universales,
canones antiquos, concilia descripta, sanctorum decreta patrum, sanctiones
diversorum pontificum. Nihil est quod possit inter eos contigere, unde proprium
inter se non possint iudicium invenire. Postremo est sedes universalis,
principalis, capitalis, quia ipsis capitibus Ecclesiae insignis, nutrix, mater,
iudex et magistra omnium. Si quid contra rem actum ab aliquo vel in aliquo
est horum, in ea iudicari, examinari, vel legali potest sanctione puniri. Hos
ergo consule, ad illos rem defer, illis causam committe. Si quid perperam
contra te invenitur actum, crede mihi, districte vindicabitur iudicio canonum;
nam alium esse nullum, qui manus impune, et ipso Deo intacto, possit immittere
in aliquo horum�.28
27 Ibidem, Lib. IV, cap. 4, pp. 106-107.
28 Ibidem, Lib. IV, cap. 4, p. 107.
69
A questa posizione gi� sufficientemente chiara il vescovo, in tutti i
paragrafi seguenti, procedendo per addizione, affianca esempi biblici e
storici tutti volti a spiegare l�impossibilit� di condannare anche il pi�
corrotto dei vescovi senza un processo canonico. Riferendosi in diversi
punti pi� o meno scopertamente al proprio caso, Raterio arriva finalmente
al punto della questione:
�Verum potest fieri, ut per totum ita se rem non habere, ut dicis,
inveniamus, si ventilemus discussius�.29 Il caso forse non � esattamente
come il re lo pone e cio� non � per la presunta ribellione di Raterio
che Ugo lo perseguita; il vescovo crede per� di conoscerne le reali
motivazioni:
�Videor enim mihi obtime intellegere quid desiderares. Lupus enim cum
sis ipse, pastorem timidum canemque mutum velles invenire. Et cum Ecclesiae
sis publicus praedo, contradictorem inveniri velles nullum. Sed o importabilis
sarcina! Et ubi erit: non solum qui faciunt, sed etiam qui consentiunt
facientibus, digni sunt morte? Ubi quod dicit alibi idem: quicumque voluerit
amicus seculi huius esse, inimicus Dei constituitur? Ubi ille Psalmiste: si videbas
furem currebas cum eo, id est consentiebas ei? Haec ut opinor, causa
fuit discidii; haec nota, quod ingeris, criminis; quod videlicet tu res omnes
volebas tenere Ecclesiae, eum vero mercenarium tui, non pastorem gregis esse
Christi; hocque sibi displicere aliquo resistendi monstravit genere, regem
te ipsa ethymologia pensans ubi recte ageres, furem ubi sacrilegium perpetrares
�.30
Ecco allora la spiegazione definitiva di Raterio di quanto avvenuto:
il vescovo, nei due anni in cui aveva retto la cattedra veronese, si era
rifiutato di accondiscendere alle richieste di Ugo che intendeva utilizzare
le grandi ricchezze fondiarie di cui quell�importante chiesa era
dotata per i suoi scopi politici. Con queste richieste indegne il re non
solo � venuto meno al proprio ruolo di defensor, ma si � trasformato in
un praedonem publicum, in un lupo che, volendo aggredire il gregge
veronese, preferirebbe trovarsi di fronte un pastore impaurito e un cane
muto. Dovendo invece confrontarsi con Raterio, un interlocutore
tutt�altro che accondiscendente, aveva aspettato il primo pretesto per
29 Ibidem, Lib. IV, cap. 20, p. 124.
30 Ibidem, Lib. IV, cap. 20, p. 124.
7 0
rimpiazzarlo con un mercennarium (termine che in Raterio � riferibile
alla sfera della clientela servile)31 e cio� Manasse, cugino dello stesso
Ugo. In effetti Raterio lamenta anche altrove l�aver dovuto subire le
inique richieste del re nel suo primo periodo di episcopato: secondo la
versione dei fatti che egli stesso d� nella lettera a Papa Agapito II (ottobre-
novembre 951)32, non appena insediato Raterio si vide consegnare
una lettera del re contenente l�elenco di entrate vescovili di cui
avrebbe potuto disporre; per quanto riguardava i restanti redditi avrebbe
dovuto prestare giuramento di non farne richiesta durante il regno
di Ugo e del figlio Lotario.
Dopo un libro e mezzo di costruzione in negativo della figura regale,
Raterio � dunque arrivato finalmente al punto. Tutti i lunghi ragionamenti
sulla giudicabilit� canonica di un vescovo passano in secondo
piano ora che le vere intenzioni di Ugo sono chiarite. Ora il vescovo,
libero dal condizionamento dell�attacco a Ugo, pu� affrontare il tema
della regalit� e costruire un�immagine in positivo, mettendo semmai a
confronto i problemi che egli ha smascherato in Italia con ci� che dovrebbe
essere il normale funzionamento dell�istituto regale. Infatti dopo
aver lamentato i gravi danni provocati dall�agire di Ugo sulla Chiesa
di Verona e avergli ricordato l�immancabile punizione che lo attende
il vescovo cambia registro:
�Sed ut ad aliquem horum, quos nunc Boreae divisionis tetrarchiam satis
strenue novi gubernare, haec cuncta referam: ociose me ista prelibase puto, in
quantum te Christianissimum fore conspicio, nec tyrannide imperium, nec
potestatem insania commutavise. Tantos etiam tales et tam maximi numeri
sciam adhuc in Ecclesia doctores haberi, ut, si (quod absit) in vesaniam impelleris
huiusmodi, ab his satis valeres coherceri�.33
Rivolgendosi sempre direttamente al suo ipotetico interlocutore
Raterio spiega: se tu sei uno dei re che governano nei quattro regni del
nord (che corrispondono ai regni dei Franchi orientali, dei Franchi occidentali,
di Borgogna, di Aquitania)34 sappi che tutto ci� che ho detto
31 Ibidem, Lib. I, cap. 26, p. 27.
32 Die Briefe des Bischos Rather von Verona cit., p. 36.
33 RATHERII VERONENSIS Praeloquia cit., Lib. IV, cap. 22, p. 127.
34 PETER L. D. REID, The complete works of Rather of Verona cit., p. 141, n. 37.
71
non ti riguarda, so infatti che sei un re christianissimus che mai si sognerebbe
di cadere nella follia in cui � caduto Ugo, e so, soprattutto,
che anche nel caso tu invece cercassi di trasformare il tuo imperium in
tirannide, ci sono nel tuo regno tanti doctores Ecclesiae che sarebbero
in grado di impedirtelo.
Questo � il punto: in tutti gli altri regni originati dalla fine dell�unit�
dell�impero carolingio esiste secondo Raterio un alto clero sufficientemente
potente da poter bilanciare il potere regale. Questo dovrebbe
essere il corretto funzionamento del regno, tale da impedire
l�intromettersi del re nel controllo delle terre ecclesiastiche (perch� �
questo il nucleo politico del problema). L�anomalia italica, secondo
Raterio, � proprio la mancanza di una forte compagine episcopale, depositaria
di una credibilit� morale che ne garantisca una posizione equilibrata
nei confronti del re:
�Veh enim ipsis [episcopis], si aut te, Deo posthabito, tantum timeant,
cum eiusdem qua illi conditionis, eiusdem sis pulveris, nihilique nisi permissus
possis, potestatis autem auctoritate ab eis diu multum supereris, aut in
tantum odio habent, cum sis eorum tu ovis, filius, defensor, advocatus atque
patronus �et forsitan (quod adhuc licet ex malo est amplius atque onerosius)
aliquo eis sacramenti genere confederatus� cum veracissima illa sit Clementis
papae sententia, quia: Amicum neglegere non minus est quam odisse�.35
Guai dunque a quei vescovi che temono tanto il re da metterlo davanti
a Dio dimenticando che egli � un uomo come loro e anzi dotato
di una minore autorit�; ma guai anche a chi lo odia, perch�, a parte i
normali reciproci legami che dovrebbero unirli al re (da un lato egli �
parte del gregge loro affidato, come gli altri cristiani � per loro un figlio,
dall�altro � il loro defensor, advocatus atque patronus), i vescovi,
aggiunge Raterio, sono probabilmente stretti a lui da qualche altro genere
di giuramento, che, pur essendo generato ex malo, � secondo il
vescovo pi� forte e pi� stringente di qualunque altro vincolo. La fedelt�
personale giurata al re da parte dei vescovi, pur se avvertita da Raterio
come qualcosa di estraneo e intrinsecamente negativo, se intesa
correttamente � funzionale al sistema di cooperazione ai vertici del
Regnum. Chi tra i vescovi per qualunque motivo lascia incorrere il re
35 RATHERII VERONENSIS Praeloquia cit., Lib. IV, cap. 22, p. 127.
7 2
in gravi peccati (come l�imprigionamento di Raterio), non solo viene
meno alla propria funzione, ma anche allo iuramentum che egli gli ha
prestato: �Regni atque honoris tui, presentis scilicet et futuri, proditor
esse velit vel, etiam si nescias, sit, aut sacramentum quod tibi fecit, aut
non intellegit aut non recolit, dum illud tam perverse neglegit�36
Chiarita questa carenza �strutturale� del regno italico, Raterio pu�
finalmente concentrarsi sulla figura del re:
�Tu vero, bone rex, Christianissimus princeps, dum te ab istis similibus
prudentissime caveris respectu illius, a quo cotidie prosperis ad vota successibus
attolleris, debella post haec hostes, conserva cives. Accipe, si accipis,
ab extraneis, da tuis; et ut tuos qui sint agnoveris, memento cuius regni rex
cognominaris, et quorum uteris sepius obsequiis. Perpende etiam nomen in
Greco officiale tuum, et inter Grecam Latinamque illud interpretando formam
agnosce te populum portare debere, non premere. Esto superbis erectus, humilibus
vero submissus, mitis cunctis, affabilis universis, discretus, munificus,
moderatus, potentiam propter utilitatem cogitans, propter timorem dissimulans
�.37
Nei paragrafi restanti Raterio, in mezzo a molti altri consigli di
questo tenore, mette a fuoco alcuni aspetti per lui fondamentali della
regalit�. Prima di tutto affronta il tema delle elemosine: per Raterio il
re � soprattutto un dispensatore. �Elemosinas non solum assidue sed
continuatim facito�,38 il vescovo prende in considerazione l�argomento
analiticamente: �Vide, aio, unde facias elemosinas, quibus, cur,
qualiter�.39
Rispondendo al terzo quesito che si � posto, e cio� per quale motivo
il re debba dedicarsi costantemente alle elemosine, Raterio spiega:
�Id est, primum pro debito; dispensator enim es eorum quae tibi contulit,
immo commisit, Deus, et ideo multa commisit, ut plurimum eroges;
deinde pro statu et pace regni tui�.40 In secondo luogo, suggerendo
al re di imitare i suoi predecessori restaurando le chiese, soccorrendo
e arricchendo i monasteri, Raterio gli ricorda:
36 Ibidem, Lib. IV, cap. 22, p. 128.
37 Ibidem, Lib. IV, cap. 23, p. 128.
38 Ibidem, Lib. IV, cap. 23, p. 128.
39 Ibidem, Lib. IV, cap. 23, p. 128.
40 Ibidem, Lib. IV, cap. 23, p. 129.
73
�Noveris autem Ecclesiae Dei te advocatum esse institutum, non dominum
(non enim matri dominari quis nisi absurde valet); tutorem non dispensatorem,
quem scias esse Domino docente pontificem; patronum, non ministrum,
quod eundem esse ipsum quoque, si legis, potes invenire dixisse in
Evangelio Dominus�41
Ecco ribadito ancora un�ultima volta il punto focale di tutta la controversia
e cio� l�uso illecito da parte del re delle risorse della Chiesa
per i propri scopi. A questo punto il vescovo, dopo un brevissimo paragrafo
dedicato al ruolo della regina, conclude anche il quarto libro.
***
Come abbiamo visto i due libri dedicati alla figura regale da Raterio
sono in parte riconducibili alla tradizione degli specula principum
carolingi, in parte costituiscono una riflessione originale. Raterio segue
i suoi predecessori in alcuni tratti caratteristici del genere: la valutazione
dell�azione regale � sottomessa esclusivamente a criteri etici;
questa etica � semplicemente quella di una vita cristiana esemplare derivata
da modelli monastici; al re sono presentati modelli di regalit�
tratti dall�Antico Testamento, tra cui spicca la figura di Davide. Per gli
altri aspetti, invece, egli si discosta da quella tradizione letteraria nella
misura in cui egli non opera in coordinamento al potere regale ma in
una posizione antagonistica, per cui il suo modello regale traspare sopratutto
in negativo, attraverso gli errori di Ugo; gli aspetti della regalit�
che il vescovo soprattutto enfatizza sono direttamente o indirettamente
legati alle contingenze specifiche del suo caso. Ciononostante si
pu� ricavare dalla sua opera che la sua concezione del normale funzionamento
del potere regale � quella che egli, seppur strumentalmente,
riconosce negli altri regni europei di tradizione carolingia: il re � in
primo luogo il difensore dei diritti delle chiese e di tutti i filii ecclesiae,
cio� di tutto il popolo cristiano che gli � affidato; svolge questo
suo ruolo attraverso la gestione, che � soprattutto la distribuzione, di
ci� che Dio gli ha affidato. In questa azione egli deve essere guidato
dalla propria statura morale cristiana, al venir meno della quale �
compito dei vescovi contrastare la sua attivit�.
41 Ibidem, Lib. IV, cap. 34, p. 140.
7 4
L�esaltazione della superiorit� assoluta dell�istituto episcopale rispetto
a quello regale � s� funzionale all�autodifesa di Raterio, ma �
soprattutto necessaria a bilanciare il potere regale come garanzia del
funzionamento dell�intero meccanismo; nel quadro di questa dialettica
politica di cooperazione e controllo reciproco non � da escludere il ricorso
a legami di fedelt� personale.
Il problema della regalit� italica � proprio lo sbilanciamento di potere
a favore del re dovuto all�abdicazione della compagine episcopale
del Regnum alla propria necessaria funzione di contrattazione politica
con Ugo.
GIOVANNI ISABELLA
Una rappresentazione imperiale:
l�ordo coronationis XIII
Se proviamo a confrontare l�ordo XIII1 con l�intera tradizione degli
ordines coronationis imperiali ci renderemo subito conto delle peculiarit�
che contraddistinguono questo testo.
Peculiarit� di struttura innanzitutto (svolgimento della cerimonia
articolato su sette giorni piuttosto che su uno), ma anche di stesura
(unico ordo a non riportare il testo delle preghiere o delle formule,
bens� solamente a menzionarle), di singoli atti (conferimento all�imperatore
della mitra bianca sormontata dal circulus patriziale) e soprattutto
di scelte ideologiche (ruolo da assoluto protagonista assegnato
all�imperatore rispetto a quello da semplice comprimario in cui � relegato
il papa); l�elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ma prima
conviene gettare uno sguardo sul contesto politico-culturale in cui
quest�ordo � nato e sulla complessa vicenda di debiti e crediti testuali
con cui ci � stato tramandato.
Galvano Fiamma, Benzone d�Alba e la perduta Cronica kalendaria
L�unica attestazione dell�ordo giunta fino a noi � rappresentata da
un passo del Chronicon maius di Galvano Fiamma, un predicatore
domenicano vissuto a Milano tra il 1283 e il 1344 circa, autore di nu-
1 Per maggiore chiarezza non facciamo uso delle denominazioni, quasi sempre
arbitrarie,
degli ordines coniate dalla storiografia precedente (quella dell�ordo XIII �
Salischer
Kaiserordo e deriva da Schramm), preferiamo invece utilizzare la semplice
numerazione
progressiva in numeri romani usata da Elze nella sua edizione degli ordines
coronationis (cfr. Ordines coronationis imperialis. Die Ordines f�r die Weihe und
Kr�nung des Kaisers und der Kaiserin, ed. R. Elze, MGH Fontes iuris germanici
antiqui
in usum scholarum IX, Hannover 1960).
7 6
merose opere storiche e vicino alla famiglia Visconti.2 Dopo aver descritto
l�incoronazione dell�imperatore a Milano con la corona ferrea,
Galvano introduce un modus coronationis imperatoris in Roma,3 avvertendo,
con una nota a margine probabilmente autografa, che l�ordo
non � frutto della sua mano, ma che proviene invece da una non meglio
identificata Cronica kalendaria, oggi perduta, ma allora conservata
nella biblioteca di San Nazario a Milano. L�utilizzo di questa Cronica
ci viene confermato dalla sua citazione nella lista degli scritti
usati per la stesura del Chronicon maius, che Galvano stesso ha inserito
all�inizio dell�opera.4
Partendo da questo stato di cose, che pone la met� del XIV secolo
come termine ante quem, ma allo stesso tempo rinvia ad una epoca
precedente, Schramm ha creduto di evincere una precisa datazione
confrontando il testo dell�ordo con un passo dell�opera Ad Heinricum
imperatorem libri VII,5 in cui l�autore, Benzone, vescovo di Alba, descriveva
l�andamento dell�incoronazione imperiale romana per lui ideale.
Da questo confronto apparirebbe evidente, secondo Schramm,
la dipendenza di Benzone dalla Cronica kalendaria riguardo all�insieme
degli atti dell�incoronazione. Infatti, egli si sarebbe limitato a ri-
2 Per una prima informazione cfr. Repertorium fontium historiae medii aevi, primum
ab Augusto Potthast digestum, nunc cura collegii historicorum e pluribus nationibus
emendatum et auctum, IV, Roma 1976, pp. 463-465 e P. TOMEA, s.v. Galvano Fiamma,
in Dizionario biografico degli italiani, 47, Roma 1997, pp. 331-338; per uno studio
specifico, anche se datato, delle cronache di Galvano Fiamma cfr. V. HUNECKE,
Die Kirchenpolitischen Excurse in den Chroniken des Galvaneus Flamma O. P.
(1283-ca 1344). Einleitung und Edition, �Deutsches Archiv f�r Erforschung des
Mittelalters
� 25 (1969), pp. 111-208; per i legami ideologici fra Galvano Fiamma, Azzone
Visconti e le tradizioni regie ambrosiane cfr. P. MAJOCCHI, �Papia debet habere
regem� Le tradizioni regie a Pavia nel medioevo e il loro recupero in et�
viscontea,
Tesi di Dottorato in Storia Medievale, Universit� degli Studi di Milano 2004, pp.
108-
116.
3 E� l�intitolazione dell�ordo XIII. Cfr. ELZE, Ordines cit., p. 34.
4 GALVANEI FLAMMAE, Chronicon maius, ed. A Ceruti, in Miscellanea di storia
italiana,
VII, Torino 1869, p. 509.
5 BENZO VON ALBA, Ad Heinricum IV imperatorem libri VII. Sieben B�cher an Kaiser
Heinrich IV, ed. H. Seyffert, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum ex
Monumentis Germaniae historicis separatim editi, Hannover 1996, pp. 124-135; per
un�analisi complessiva e approfondita dell�opera cfr. S. SAGULO, Ideologia
imperiale
e analisi politica in Benzone, vescovo d�Alba, a cura di G. M. Cantarella, Bologna
2003.
77
prendere, sostanzialmente per intero, il testo della Cronica, movimentandolo
scenograficamente con l�inserimento di passi ed espressioni
tipiche del suo stile, in modo da conferire un tono di maggiore solennit�
e grandiosit� alla descrizione della cerimonia.
Visto che l�opera di Benzone (un grosso e ricco centone di suoi
scritti polemici: lettere, prediche, trattatelli ed epigrammi, dedicati alla
causa di Enrico IV)6 � stata raccolta dall�animoso vescovo a partire
dagli anni 1085-1086 e rielaborata fino alla sua morte, intorno al
1090,7 mentre il chiaro riferimento alla dignit� patriziale dell�imperatore
contenuto nell�ordo8 non pu� essere concepito prima del 1046,
anno in cui il titolo di patricius viene assunto di nuovo, dopo l�epoca
carolingia, direttamente dall�imperatore Enrico III in occasione della
sua incoronazione a Roma,9 Schramm giunge alla conclusione che
l�ordo XIII non pu� essere stato redatto che tra la met� circa dell�XI e
gli anni Novanta dello stesso secolo.10
Una datazione che ad un pi� attento esame dei rapporti di parentela
fra le fonti ci appare suscettibile di revisione o quantomeno di una soluzione
cronologicamente pi� ampia. Il punto debole nella ricostruzione
di Schramm � rappresentato dalla pretesa dipendenza del passo
di Benzone dalla Cronica kalendaria, giustificata unicamente da una
6 Sulla struttura dell�opera di Benzone cfr. SAGULO, Ideologia imperiale cit., pp.
11-
26.
7 Cfr. G. MICCOLI, s.v. Benzone d�Alba, in Dizionario biografico degli italiani, 8,
Roma 1966, p. 726-728; la morte di Benzone intorno al 1089-1090 � confermata da G.
ARNALDI, s.v. Benzo von Alba, in Lexikon des Mittelalters, I, M�nchen-Z�rich 1977,
col. 1924 e implicitamente anche da Seyffert quando afferma, nell�introduzione
all�edizione dell�opera di Benzone (pp. XI-XII), che Benzone dovrebbe essere morto
poco dopo Gregorio VII (� 1085) e Tebaldo, vescovo di Milano, (� 1085).
8 ELZE, Ordines cit., p. 34: �imperator induitur veste viridi, et in capite eius
ponitur
mitra alba habens desuper circulum patritialem�.
9 Cfr. T. STRUVE, Kaisertum und Romgedanke in salischer Zeit, �Deutsches Archiv
f�r Erforschung des Mittelalters� 44 (1988), p. 430; O. CAPITANI, Storia
dell�Italia
medievale, Roma-Bari, 1992 (I ed. 1986), p. 266; P. E. SCHRAMM, Kaiser, Rom und
Renovatio, I, Leipzig 1929, pp. 229-238 (il I volume � stato riedito, senza
cambiamenti,
nel 1957 e nel 1992).
10 P. E. SCHRAMM, Kaiser, K�nige und P�pste. Beitr�ge zur allgemeinen Geschichte,
III, Stuttgart 1969, pp. 380-394 (rielaborazione di ID., Der �Salische Kaiserordo�
und
Benzo von Alba. Ein neues Zeugnis des Graphia-Kreises, �Deutsches Archiv f�r
Erforschung
des Mittelalters� I (1937), pp. 389-407), in particolare pp. 382-383; questa
datazione � accolta anche da ELZE, Ordines cit., pp. XII, XXI e 34.
7 8
lettura parallela delle due fonti, lettura che non pu� apparire da sola
come sufficientemente probante. Perch� infatti dovrebbe essere proprio
Benzone a utilizzare la descrizione della Cronica e non invece
l�autore della Cronica a desumere il protocollo per l�incoronazione da
Benzone? La stesura dell�ordo per semplificazione, o meglio per
�sfrondamento del superfluo�, con cui si potrebbe ipotizzare la nascita
del passo contenuto nella Cronica, non dovrebbe avere, su un piano
logico, la stessa validit� del procedimento per interpolazione dell�originale
attribuito da Schramm al vescovo d�Alba? In ultima analisi,
l�aver evidenziato i numerosissimi elementi testuali comuni alle due
fonti - merito che va sicuramente attribuito a Schramm - non pu� certo
indicare una via preferenziale di trasmissione del testo, sia in un senso,
sia nell�altro.
Per avere un quadro completo della questione si deve, inoltre, ricordare
che la Cronica kalendaria viene utilizzata anche in un�altra
opera di Galvano Fiamma, la Chronica Galvagnana (edita in parte
dal Muratori con il nome di Annales mediolanenses), in cui l�autore la
cita all�anno 1235 a sostegno della notizia dell�elezione di Goffredo
Castiglioni al soglio pontificio con il nome di Celestino IV.11 La notizia
contiene un chiaro errore cronologico, visto che Gregorio IX, suo
predecessore, mor� nel 1241 e solo allora Goffredo venne eletto papa.
12 Ma non � l�errore che a noi qui interessa, quanto piuttosto
l�attestazione per il XIII secolo dell�esistenza della Cronica kalendaria,
che non significa necessariamente una datazione di quest�ultima al
�200. Infatti la presenza di una notizia relativa al 1235 potrebbe essere
il frutto di una aggiunta successiva, dovuta a una redazione a pi� mani
11 GALVANEI FLAMMAE, Chronica Galvagnana, cap. CCCIL = ANNALES MEDIOLANENSES,
Rerum Italicarum Scriptores XVI, Milano 1730, col. 644, cap. VI: �Anno
Domini MCCXXXV (...) Gregorius IX moritur et Coelestinus IV Papa efficitur. Iste
erat de Civitate Mediolani ex Capitaneis de Castellanio natu, et erat titulo
Sanctae Sabinae
episcopus cardinalis. Chronica Kall.... dicit, quod iste primo dictus est Jonfredus
de Castillanio et fuit Cancellarius Ecclesiae mediolanensis et Legatus Italiae.�
Questi annales coprono un arco cronologico che va dal 1230 al 1402. Per la
corrispondenza
fra la Chronica Galvagnana e gli Annales mediolanenses cfr. TOMEA, Galvano
Fiamma cit., p. 334 e HUNECKE, Die Kirchenpolitischen Excurse cit., p. 152, n.
168.
12 Cfr. A. PARAVICINI BAGLIANI, s.v. Celestino IV, in Enciclopedia dei Papi, II,
Roma
2000, pp. 380-384.
79
e in tempi diversi di quest�opera, come si pu� riscontrare in molti casi
nella letteratura medievale per le composizioni di carattere cronachistico,
lasciando cos� aperta l�ipotesi che l�ordo appartenga ad una sezione
della Cronica redatta in un periodo precedente, forse nell�XI o
nel XII secolo. A riprova di ci� si pu� ricordare che i kalendaria, un
genere di testi legato principalmente all�agiografia e alla liturgia, nonch�
al computo del tempo ecclesiastico e all�astronomia, sono variamente
ed ampiamente attestati nell�ambiente milanese per i secoli X,
XI e XII.13
Ma torniamo per un momento a Galvano Fiamma. Sappiamo che
egli era a conoscenza dell�opera di Benzone, visto che in un altro lavoro
del frate domenicano, la Chronica extravagans, troviamo scritto:
�(�) ut dicit Cronica Benzonis episcopi Albensis quod papa in processione
et coronatione imperatoris ex una parte, sociat ex altera parte
archiepiscopos Mediolanenses, et presentant ipsum beato Petro�.14 In
realt� non siamo sicuri che Galvano abbia effettivamente letto e utilizzato
Benzone, perch� studi aggiornati e sistematici sulle fonti utilizzate
dal nostro domenicano mancano.15 Sappiamo invece che Bonvesin
de la Riva, autore milanese attivo a cavallo tra XIII e XIV secolo,16
nel suo De magnalibus Mediolani, scritto nel 1288, menziona tra i diritti
dell�arcivescovo di Milano proprio quello di scortare l�imperatore
durante la cerimonia di incoronazione, premettendo di averlo letto: �in
libro Benzonis, qui fuit Albensis episcopus, quod ex una parte apostolicus,
ex altera vero Ambrosianus archipontifex in processione regem
13 Cfr. A. VISCARDI, La cultura milanese nei secoli VII-XII, in Storia di Milano,
III,
Milano 1954, pp. 740-742.
14 GALVANEI FLAMMAE Chronica extravagans de antiquitatibus civitatis Mediolani, a
cura di M. David, P. Majocchi e G. Polimeni, in corso di stampa nella collana
Memorie
dell�Istituto Lombardo. Accademia di Scienze e Lettere. Classe di Lettere, Scienze
Morali e Lettere. Ringraziamo vivamente il dott. P. Majocchi per averci inviato il
testo
in anteprima.
15 Cfr. P. TOMEA, Per Galvano Fiamma, �Italia medioevale e umanistica� XXXIX
(1996), pp. 77-120, in particolare pp. 96-97: �un�analisi puntuale delle sue [di
Galvano]
opere � attualmente pregiudicata da una situazione ecdotica del tutto
insoddisfacente,
che, parzialmente addebitabile a cause contingenti, ha tuttavia la sua motivazione
storica nella cattiva stampa della quale l�autore domenicano ha per lungo tempo
sofferto�.
16 Cfr. d�A. S. AVALLE, s. v. Bonvesin del la Riva, in Dizionario biografico degli
italiani,
12, Roma 1970, pp. 465-469.
8 0
sustentant.�17 Visto che il De magnalibus Mediolani � una delle fonti
pi� utilizzate nella Chronica extravagans, si pu� ragionevolmente
supporre che, come � stato attestato in altri casi,18 Galvano abbia citato
Benzone semplicemente riprendendo il passo di Bonvesin, permettendoci
cos� di scartare l�ipotesi di un contatto diretto fra Galvano e Benzone
per quel che riguarda il passo di quest�ultimo sull�incoronazione.
19
Dunque, di nuovo Benzone. Infatti in questa nostra analisi non possiamo
dimenticare che nel primo libro del suo panegirico, appena poche
pagine prima della descrizione dell�incoronazione, parlando del
dovere del re di leggere le storie dei padri per ricavarne buoni consigli,
il vescovo di Alba commenta: �Legere enim aliorum annales plurimum
valet ad instruendos ritus imperiales.�20 Come dobbiamo interpretare
questa affermazione? Innanzitutto, come un possibile rimando
alla descrizione della cerimonia di incoronazione di poco successiva, e
allo stesso tempo come una possibile ammissione dell�uso di una o pi�
fonti per la stesura di questa stessa descrizione.21 Il termine ritus, infatti,
ricorre solo tre volte nell�intero panegirico: la prima, nel passo
17 BONVESIN DE LA RIVA, De magnalibus Mediolani. Meraviglie di Milano, a cura di
P. Chiesa, Milano 1998, p. 174
18 Cfr. le riflessioni di Seyffert nell�introduzione di BENZO, Ad Heinricum cit.,
pp. 56-
57 e il passo p. 126, r. 10-p. 128, r. 1: �Quem [il re] sustentant ex una parte
papa Romanus,
ex altera parte archipontifex Ambrosianus�.
19 L�idea che l�arcivescovo di Milano avesse diritto al secondo posto d�onore, cio�
quello alla sinistra dell�imperatore, durante l�incoronazione imperiale a Roma (che
come abbiamo visto ritroviamo in Galvano, in Bovensin, in Benzone ed � presente
anche nell�ordo XIII, cfr. ELZE, Ordines cit., p. 34: �tunc pappa sustentat
imperatorem
in dextra, et archiepiscopus Mediolanensis in sinistra�) trova la sua origine nella
Commemoratio superbie Ravennatis Archiepiscopi, in cui si narra dello scontro fra
l�arcivescovo di Milano e quello di Ravenna, proprio per una questione di
precedenza,
durante l�incoronazione romana di Corrado II nel 1027, in seguito al quale Corrado
II
ribad� il diritto dell�arcivescovo di Milano rispetto alle pretese ravennati.
Questo breve
testo viene ritenuto un falso dalla storiografia recente che lo data fra il 1027 e
il
1072. Per l�analisi e la datazione cfr. P. TOMEA, Tradizione apostolica e coscienza
cittadina a Milano nel medioevo. La leggenda di san Barnaba, Milano 1993, pp. 34-
43; per il testo cfr. ARNULF VON MAILAND, Liber gestorum recentium, ed. C. Zey,
Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum ex Monumentis Germaniae historicis
separatim editi, Hannover 1994, pp. 249-252.
20 BENZO, Ad Heinricum cit., p. 108, rr. 8-9.
21 Cfr. ibidem, p. 108, n. 119 e p. 125, n. 178.
81
appena riportato, la seconda e la terza nel bel mezzo delle due cerimonie
di incoronazione imperiale descritte da Benzone, cio� quella ideale,
inserita nel primo capitolo, e quella �storica,� riguardante l�incoronazione
di Enrico IV nel 108122 secondo un novus genus coronandi,
presente invece verso la fine dell�opera, nel sesto capitolo.23 Sia nel
caso che ritus venga tradotto nel senso pi� ampio di costume, uso,
consuetudine, sia in quello pi� ristretto di rito, rituale, rimane il fatto
che questo termine compare solo all�interno dei due cerimoniali di incoronazione
imperiale.
Proviamo ora a ricapitolare la questione: da un lato c�� la descrizione
di Benzone, databile come il suo panegirico agli anni tra il 1085
e il 1090 circa, ma forse basata su una fonte precedente; dall�altro lato
c�� l�ordo XIII, contenuto nel Chronicon maius (prima met� del XIV
secolo) di Galvano Fiamma, che rimanda direttamente ad una Cronica
kalendaria, avente parti coeve al XIII secolo, ma probabilmente anche
parti pi� antiche (XI-XII secolo); il confronto testuale fra queste due
fonti stabilisce inequivocabilmente un loro stretto rapporto, senza riuscire
per� a chiarire secondo quali modalit� sia avvenuto. Allora si potrebbe
ipotizzare una dipendenza di Benzone dalla Cronica kalendaria
o viceversa di quest�ultima dalla descrizione di Benzone, oppure supporre
che entrambi abbiano utilizzato un�altra fonte, sconosciuta e anteriore
ad entrambi o ancora....
Per uscire da quest�impasse crediamo si debba riconoscere, in questo
caso, il limite che la tradizione testuale impone alla ricostruzione
storica e ricorrere quindi ad una datazione pi� ampia rispetto a quella
proposta da Schramm. Una datazione che abbia sempre il suo termine
post quem nel 1046, anno dell�acquisizione da parte di Enrico III della
dignit� patriziale, ma che sposti il suo termine ante quem alla fine del
XII secolo circa. Questo ampliamento di circa cento anni rispetto
all�ipotesi di Schramm ha origine dal confronto dell�ordo XIII con gli
ordines del XII secolo. Questi ultimi hanno rappresentato una significativa
svolta nella tradizione degli ordines imperiali,24 dando vita ad
22 Cfr. SAGULO, Ideologia imperiale cit., p. 73 e n. 31.
23 Cfr. ibidem, p. 128, rr. 13-15: �Singule quidem nationes secundum ritum patrie
prorumpunt
in suas vociferationes.� e ibidem p. 512, rr. 7-8: �Singule vero nationes secundum
patrie ritum prorumpunt in vociferationem� (il corsivo � nostro).
24 Cfr. R. ELZE, Die Ordines f�r Weihe und Kr�nung des Kaisers und der Kaiserin im
8 2
una tipologia di ordo, il XVIII, molto pi� dettagliata ed esauriente nella
descrizione del cerimoniale rispetto a quella degli ordines del X e
dell�XI secolo e che influenz� quasi tutta la tradizione successiva. Da
questo confronto appare evidente che l�ordo XIII, a causa della sua
generale concisione e stringatezza, non � pi� concepibile all�inizio del
XIII secolo, momento in cui appare l�ordo XVIII.25
L�ordo XIII e il Graphia-Kreis
Per analizzare al meglio le valenze ideologiche dell�ordo XIII,
dobbiamo soffermarci sul contesto politico, ideologico e culturale a
cui questo ordo � stato collegato per lungo tempo dalla storiografia
moderna, vale a dire il contesto del Graphia-Kreis.
Questa denominazione venne usata per la prima volta da Schramm
in Kaiser, Rom und Renovatio26 per designare l�insieme di autori di un
gruppo di scritti accomunati da una stessa visione ideologica e inscrivibili
tutti nella cornice cronologica dell�XI secolo. In questo celebre
studio sullo sviluppo dell�idea di renovatio romana tra la fine dell�epoca
carolingia e la lotta per le investiture, Schramm ha infatti creduto
di riconoscere sufficienti collegamenti e rimandi - sia formali, sia
contenutistici - fra gli autori degli scritti da lui denominati ��j�ngere
R�mische Richterliste�� (1000-1040 circa),27 ��Graphia-libellus��
(intorno al 1030),28 �Schilderung einer R�miscen Kaiserkr�nung�
(prima met� dell�XI secolo)29 e l�opera di Benzone (datata agli anni tra
il 1085 e il 1090 circa, come gi� sappiamo), tanto da poter parlare di
Mittelalter. Ausgew�hlte Studien zur Uberlieferung, Datierung und Interpretation,
Tesi di Abilitazione inedita, 1958, pp. 70-71.
25 Cfr. ELZE, Ordines cit., pp. 69-87.
26 P. E. SCHRAMM, Kaiser, Rom und Renovatio, I-II, Leipzig 1929.
27 Cfr. SCHRAMM, Renovatio cit., pp. 190-193.
28 Cfr. SCHRAMM, Renovatio cit., pp. 193- 217; SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III,
pp.
338-353; Codice topografico della citt� di Roma, a cura di R. Valentini e G.
Zucchetti,
III, Fonti per la Storia d�Italia dell�Istituto Storico Italiano per il Medio Evo
90,
Roma 1946, pp. 68-73 e 95-110.
29 Cfr. SCHRAMM, Renovatio cit., pp. 217-220 ed inoltre SCHRAMM, Kaiser, K�nige
cit., III, pp. 360-368.
83
un vero e proprio gruppo di �Gesinnunggenossen�,30 fautori allo stesso
tempo della causa imperiale e dell�idea di renovatio romana. In seguito
questo �circolo� si � arricchito di un altro membro, quando
Schramm, sulla base del confronto fra l�ordo XIII e il passo succitato
dell�incoronazione ideale di Benzone, ha voluto riconoscere nel primo
�ein neues Zeugnis des Graphia-Kreises�.31 Alla luce di questa concezione
si pu� ben capire la particolare insistenza di Schramm
nell�affermare �l�evidente� dipendenza di Benzone dall�ordo.32 Avendo
egli un modello interpretativo che si dimostra cos� adatto alle caratteristiche
del nuovo testo, cos� come lo era stato per quelli precedenti,
non riesce a sottrarsi al rischio della deduzione pi� ovvia - almeno nella
sua ottica -, finendo cos� con l�avvalorare da un lato una datazione
fin troppo �precisa� e dall�altro una tesi generale che appare ormai
sorpassata, come vedremo tra poco.
Ora, seppure Schramm evidenzi punti di contatto molteplici fra i
vari testi presi in considerazione, � soprattutto sul ruolo connettivo, sia
su un piano ideologico, sia su uno testuale, del Graphia-libellus che si
fonda l�immagine del Graphia-Kreis.
Il Graphia-libellus rappresenta la denominazione, comunemente
usata dagli storici, riferita alla terza parte della Graphia aureae urbis
Romae.33 Questa opera ci appare oggi come il risultato della combina-
30 SCHRAMM, Renovatio cit., p. 221: �compagni di fede politica�.
31 Cos�, infatti, suona il sottotitolo dell�articolo di Schramm pubblicato nel 1937
ed in
seguito riveduto, corretto e pubblicato in SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III, pp.
380-
394: �una nuova testimonianza del Graphia-Kreis�.
32 SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III, pp. 382: �Da� der Ordo coronationis die
unmittelbare
Vorlage Benzos, nicht etwa einen Auszug oder einen Seitenverwandten darstellt,
macht der folgenden Abdruck beider Texte so gewi�, das n�here Begr�ndund sich
er�brigt:
der ganze Ordo ist von Benzo wortgetreu �bernommen, dabei aber in einer Weise
ausgestaltet worden, die f�r ihn ungemein charakteristisch ist� [�La seguente
ristampa
dei due testi mostra cos� chiaramente che l�ordo coronationis rappresenta il
modello diretto
di Benzone e non un estratto o un testo collaterale, da non rendere necessarie
motivazioni
pi� precise: l�intero ordo � stato ripreso da Benzone alla lettera, ma allo stesso
tempo � stato ampliato in un modo per lui particolarmente caratteristico�].
33 Su quest�opera cfr. Repertorium Fontium cit., V, Roma 1984, pp. 203-204; Codice
Topografico cit., pp. 67-110; H. BLOCH, Der Autor der �Graphia aureae urbis Romae�,
�Deutsches Archiv f�r Erforschung des Mittelalters� 40 (1984), pp. 55-175.
Inoltre, per informazioni brevi, ma dettagliate cfr. G. BARONE, s.v. Graphia aureae
urbis Romae in Lexicon des Mittelalters, IV, M�nchen-Z�rich 1987, col. 655.
8 4
zione, avvenuto verso la met� del XII secolo,34 di tre testi di origine e
datazione diversa: il primo consiste in una Historia romana di tono
leggendario dall�et� di No� fino a quella di Romolo,35 il secondo in
una redazione dei Mirabilia urbis Romae, basata sulla prima redazione
dell�opera, datata tra il 1140 e il 1143 e attribuita a Benedetto, canonico
di San Pietro,36 infine il terzo, cio� il nostro Graphia-libellus, che
consiste in un breve trattato - in certi casi inverosimile - riguardante le
principali cariche e dignitari della corte imperiale, l�insieme del fastoso
e variopinto ornatus dell�imperatore e alcune delle pi� importanti e
complesse cerimonie di corte, chiuso dalle formule per la creazione di
un patrizio, di un giudice e di un cittadino romano.
Avendo operato una lettura incrociata dell�intera Graphia aureae
urbis Romae, focalizzandosi per� sul primo e sull�ultimo degli scritti
che la compongono, e della vasta produzione letteraria di Pietro Diacono,
monaco e bibliotecario dell�abbazia di Montecassino, vissuto
nella prima met� del XII secolo, Herbert Bloch � giunto alla conclusione
che la paternit� dell�Historia romana e del Graphia-libellus
debba essere attribuita proprio al monaco cassinese.
Ripercorriamo brevemente le sue argomentazioni. Partendo dalla
constatazione che i Mirabilia rappresentano l�unica sezione della
Graphia di incontestabile datazione alla met� del XII secolo, Bloch
prosegue con l�identificazione della Historia romana con la prima
parte della Ystoria gentis Troiane a Noe usque ad sua tempora, testo
citato dallo stesso Pietro Diacono nella lista dei suoi numerosi scritti.
Il titolo dell�opera � seguito dalla dedica a �Ptolomeus secundus Romanorum
consuli�, da identificare secondo Bloch con Tolomeo II,
conte di Tuscolo, che port� il titolo di console solo a partire dal
1128/1129, periodo in cui mor� il padre Tolomeo I, fino al 1153, anno
della sua stessa morte. Il ventennio compreso fra queste due date,
34 Cfr. SCHRAMM, Renovatio cit., pp. 194-195; BLOCH, Der Autor cit., pp. 56-59 e
141-159; in Repertorium Fontium cit., V, Roma 1984, p. 203 viene proposto come
anno di composizione il 1155.
35 Historia romana a Noe usque ad Romulum secondo la denominazione che ne d�
SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III, p. 319.
36 Per i Mirabilia cfr. Repertorium Fontium cit., VII, Roma 1997, p. 606; su
Benedetto
cfr. MARIO DA BERGAMO, s.v. Benedetto, in Dizionario biografico degli italiani, 8,
Roma 1966, pp. 316-317.
85
quindi, deve esser preso in considerazione come periodo di stesura
della Ystoria e in conseguenza di ci� anche dell�Historia romana.37
E� per� con l�analisi del Graphia-libellus che si giunge al cuore
della ricostruzione di Bloch. Dopo essere arrivato, sulla base di una
attenta analisi della tradizione manoscritta, alla conclusione che le tre
formule finali del Graphia-libellus non appartengono alla redazione
originaria dello scritto, bens� sono state aggiunte a quest�ultima solo al
momento dell�assemblaggio della Graphia aureae, Bloch ricostruisce
il percorso che avrebbe portato Pietro Diacono alla stesura del Graphia-
libellus rimaneggiando una sua opera precedente, il Liber dignitatum
Romani imperii.38 Questa attribuzione di paternit� si basa fondamentalmente
su numerose ricorrenze testuali: nel libellus viene riscontrato
infatti sia l�utilizzo di singole espressioni tipiche dello stile
di Pietro Diacono, sia la presenza di alcuni termini ricorrenti quasi unicamente
in documenti e opere redatte dal nostro Pietro, come ad esempio
l�aggettivo oxydeauxitum, chiaro errore di lettura per oxydeauratum,
quest�ultimo attestato in tutta la letteratura del medioevo solo
in altri due casi: il primo, in un diploma contenuto nel cartulario di
Montecassino, compilato da Pietro Diacono e denominato, appunto,
Registrum Petri Diaconi, e il secondo nel passo della cronaca dell�abbazia
dipendente dal diploma stesso.39
Inoltre, ai fini della tesi di Bloch appare ulteriormente probante la
definizione, che troviamo in apertura del libellus, del Comes Cesariani
palatii come dictator Tusculanensis. Se andiamo a leggere la sezione
della cronaca di Montecassino redatta da Pietro Diacono incorreremo
nel passo in cui si dice che nell�anno 1137 l�imperatore Lotario
II ricevette un giuramento di fedelt� �a Tolomeo duce et consule Romano
et dictatore Tusculanensium�.40 Questa frase rappresenta l�unica
altra attestazione del titolo di dictator Tusculanensis della letteratura
medievale. L�identificazione proposta da Bloch di questo dictator con
37 BLOCH, Der Autor cit., pp. 60-61 e 66-86.
38 Ibidem, pp. 87-140.
39 Cfr. ibidem, pp. 93-94 e CH. DU FRESNE SIEUR DU CANGE, s.v. oxideauratum, in
Glossarium mediae et infimae latinitatis, unver�nderter Nachdruck der Ausgabe von
1883-1887, VI, Graz 1954, p. 82.
40 Chronica monasterii casinensis, ed. H. Hoffmann, MGH Scriptores XXXIV, Hannover
1980, p. 600, r. 41.
8 6
la figura di Tolomeo II, di cui abbiamo gi� parlato a proposito della
Historia romana, ci appare pi� convincente rispetto a quella di
Schramm. Quest�ultimo, infatti, si limitava a constatare che negli anni
Venti dell�XI secolo, periodo intorno a cui collocava la Graphia aureae,
Alberico, esponente dei conti di Tuscolo, viene insignito in pi�
fonti del titolo di comes palatii e che per questo il passo del libellus
andrebbe, con ogni probabilit�, ricondotto a questa figura. Ma in tutto
ci� egli dimentica di dare una spiegazione del titolo di dictator, certo
insolito, ma proprio per questo degno di maggiore attenzione.41
D�altronde, i numerosi indizi raccolti da Bloch - non ultimo il collegamento
riscontrato tra l�ideologia espressa dalla Graphia aureae
urbis Romae e la temperie culturale, animata dell�idea di renovatio
romana, in cui sorse il comune di Roma nel 1143 e anche gli ideali in
molti casi simili che traspaiono dagli scritti di Pietro Diacono - non
appaiono sempre sufficientemente convincenti per una attribuzione
certa e indiscutibile della Historia romana e del Graphia-libellus,
nonch� dell�intera Graphia, a Pietro Diacono, ma sostanziano pur
sempre l�ipotesi fino ad oggi pi� attendibile e per tale ragione largamente
accettata.42
Nonostante tali perplessit�, possiamo senz�altro condividere una
delle considerazioni finali di Bloch, cio� che �es weder eine Graphia
noch einen Graphia-Kreis um 1030 gab�.43
41 Per l�identificazione di Bloch cfr. BLOCH, Der Autor cit., pp. 90-91, per quella
di
Schramm, invece, cfr. SCHRAMM, Renovatio cit., pp.198-199.
42 BLOCH, Der Autor cit., pp. 141-159. Per un riscontro della diffusione della
datazione
proposta da Bloch cfr. STRUVE, Kaisertum cit., p. 453, M. STROLL, Symbols as
power. The papacy following the investiture contest, Leiden-New York-K�benhavn-
K�ln 1991, p. 101, n. 32 e p. 154 e H. HOUBEN, La componente romana
nell�istituzione
imperiale da Ottone I a Federico II, in Roma antica nel Medioevo. Mito,
rappresentazioni,
sopravvivenze nella �Respublica Christiana� dei secoli IX-XIII, Atti della
quattordicesima Settimana internazionale di Studio della Mendola, Milano 2001, pp.
32-34.
43 BLOCH, Der Autor cit., p. 158: �non ci fu n� una Graphia n� un Graphia-Kreis
negli
anni intorno al 1030�; cfr. anche STRUVE, Kaisertum cit., p. 453: �im 11.
Jahrhundert
weder eine Graphia noch einen Graphia-Kreis gegebe hat� [�nell�XI secolo non c��
mai
stata n� una Graphia n� un Graphia-Kreis�]. Non possiamo fare a meno di notare,
anche
solo di sfuggita, certi eccessi di psicologismo storico da parte di Bloch
nell�affrontare
l�analisi della personalit� di Pietro Diacono, che egli come tutti noi, uomini del
XXI secolo, dovrebbe aver conosciuto unicamente attraverso la lettura dei suoi
scritti.
87
Regalit� sacra e dignit� patriziale
L�ordo XIII, come abbiamo gi� ricordato, � l�unico a mostrarci un
cerimoniale che si snoda nell�arco di sette giorni. Una peculiarit� che
colpisce se la si confronta con la durata delle incoronazioni degli altri
ordines, tutti rigorosamente basati su uno svolgimento in una sola
giornata. Tale peculiarit�, d�altronde, � avvalorata anche dall�assenza
� a nostra conoscenza � nella tradizione cronachistica di resoconti che
anche solo accennino ad uno svolgimento in sette giorni del cerimoniale
di incoronazione imperiale.
Sicuramente in quest�occasione l�imperatore non soggiornava a
Roma per una sola giornata (anche se sono attestati casi di precipitose
fughe dalla citt� eterna da parte di pi� di un imperatore subito dopo
l�incoronazione), ma vi rimaneva per periodi che potevano variare da
pochi giorni a svariati mesi, lasso di tempo in cui aveva l�opportunit�
di occuparsi da vicino dei rapporti con il papato e con le potenti famiglie
dell�aristocrazia romana. Siamo infatti informati che dopo l�incoronazione
di Ottone III si tenne una sinodo presieduta dall�imperatore
e dal papa �pro definiendis rebus ecclesiasticis�, e allo stesso modo
Enrico III ne condusse una pochi giorni dopo la sua incoronazione,
precisamente nel gennaio 1047.44 Ma anche se mettiamo in relazione
BLOCH, Der Autor cit., p. 143: �Diese Hast in seiner Arbeitsweise und die damit
verbundene
ungeheuere Produktivit�t (nur von Quantit�t ist hier die Rede, nicht von Qualit�t)
sind Symptome, die eine von fachlicher Seite kaum angreifbare Diagnose erlauben:
Petrus Diaconus weist in seinem Verhalten manische Z�ge auf, die jedoch nicht
gen�gen,
alle Defekte seines Charakters zu kl�ren. Da� wir es mit einem psychiatrischen
Problem zu tun haben, ist evident; (�) Wir m�ssen uns bescheiden festzustellen, da�
Petrus Diaconus an Pers�nlichkeitsst�rungen mannigfacher Art litt, die bei der
Beurteilung
seines Charakters nicht au�er acht gelassen werden d�rfen� [�Questa fretta nel suo
modo di lavorare e la sua conseguente enorme produttivit� (ci si riferisce solo
alla quantit�,
non alla qualit�) sono sintomi che permettono una diagnosi appena immaginabile da
un punto di vista professionale: Pietro Diacono presenta nel suo comportamento
atteggiamenti
maniacali, che tuttavia non bastano a spiegare tutti i difetti del suo carattere.
E�
evidente che abbiamo a che fare con un problema psichiatrico; (...) noi dobbiamo
accontentarci
di constatare che Pietro Diacono soffriva di disturbi della personalit� di
molteplice
tipo su cui non si pu� sorvolare nella valutazione del suo carattere�].
44 Per Ottone III cfr. M. UHLIRZ, Jahrb�cher des Deutschen Reiches unter Otto II.
und
Otto III, II, Berlin 1954, p. 205; per Enrico III cfr. E. STEINDORFF, Jahrb�cher
des
Deutschen Reiches unter Heinrich III, I, Berlin 1874, p. 319.
8 8
queste attivit� romane con le indicazioni (contenute nella parte finale
dell�ordo XIII e riferite agli ultimi tre giorni della cerimonia) dello
svolgimento di una sinodo presieduta congiuntamente dall�imperatore
e dal papa �pro emendandis negligentiis sacrorum ordinum� e con la
discussione tra l�imperatore e alcuni sapienti riguardante l�ordinamento
della res publica,45 rimane il fatto che l�incorporazione di queste
attivit� nel rituale di incoronazione rappresenta una novit� difficile da
spiegare.
L�articolazione nei primi due giorni degli atti fondanti il cerimoniale
(unzione, incoronazione e messa),46 cui seguono le visite da parte
dell�imperatore alle maggiori chiese di Roma nel terzo e quarto
giorno,47 nonch� l�incorporazione della sinodo e del confronto con i
sapienti per i restanti tre giorni, sono tutti elementi che sembrano sottendere
uno schema basato sulla somma del numero quattro e del numero
tre, rimandando cos� direttamente al numero sette, come suggerisce
l�espressione �aliis tribus diebus� prima della descrizione della
sinodo.48 Ma per quale ragione?
Il numero sette ha un grande valore simbolico nella tradizione giudaico-
cristiana, in primo luogo come richiamo alla creazione del mondo
operata da Dio in sette giorni. Ma pi� che alla creazione tout court,
lo schema dell�ordo sembra riprendere l�interpretazione medievale del
sette (in quanto somma del tre e del quattro) come numerus Creatoris
et creaturae: il quattro, ricollegandosi ai quattro elementi (terra, acqua,
aria e fuoco), alle qualitates corporis, ai punti cardinali e alle stagioni,
sta ad indicare la creazione, mentre il tre richiama direttamente
la Trinit� creatrice.49 Su questa base poggia l�interpretazione, anch�es-
45 Cfr. ELZE, Ordines cit., p. 35: �Aliis tribus diebus celebrat cum pappa sinodum
pro
emendandis negligentiis sacrorum ordinum; deinde cum sapientibus tractat de
dispositione
rei publice�.
46 Cfr. ibidem, p. 34: �ante evangelium imperator consecratur et benedicitur� e p.
35:
�Altero die pappa de altari beati Petri summit romanam coronam et ponit super capud
imperatoris�.
47 Cfr. ibidem: �Tertio die coronatus pergit ad Sanctum Paulum. Quarto die
coronatus
vadit de ecclexiam Bethleem ad ecclexiam Yerusalem.�
48 questa ipotesi viene corroborata dal testo di Benzone dove si legge �Reliquis
vero
tribus eiusdem ebdomade diebus�, BENZO, Ad Heinricum cit., p. 134, r. 9.
49 Cfr. ALCUINI Commentaria in Sancti Johannis evangelium, in Patrologiae cursus
completus, series latina, ed. J-P Migne, vol. 100, Paris 1851, col. 802:
�Septenarius
89
sa molto diffusa in autori medievali, del sette come simbolo dell�uomo,
in quanto somma del corpo e dell�anima.50 La cerimonia di incoronazione
imperiale potrebbe cos� essere metafora dell�umano che
partecipa sia della divinit� del creatore sia della materialit� del creato
e di cui Cristo, vero Dio e vero uomo, rappresenta il perfetto modello.
Questa ipotesi, inoltre, potrebbe trovare conforto nel passo in cui si
dice che nel quarto giorno l�imperatore �coronatus vadit de ecclexia
Bethleem ad ecclexiam Yerusalem�,51 riferendosi con ogni probabilit�
ad una processione da lui guidata dalla chiesa di Santa Maria Maggiore
a quella di Santa Croce in Gerusalemme.52 Non c�� bisogno di sottolineare
l�evidente valenza cristomimetica del percorso compiuto
dall�imperatore tra due chiese che portano i nomi dei luoghi della nascita
e della morte di Ges� Cristo. L�imperatore dunque come imago
Christi, come raffigurazione del Cristo in terra. Non � certo la prima
volta che assistiamo a questa associazione. A Bisanzio, infatti, �nei
canti del rituale imperiale del X secolo si riverbera sulla figura imperiale
l�assioma della cristomimesi con monotona frequenza di parallelismi
fra l�azione divina e l�azione imperiale�.53 In Occidente, poi, nel
corso del XII secolo questa raffigurazione del sovrano non � attestata
solo per il sacro romano imperatore, ma anche per i re di Francia,
d�Inghilterra e di Sicilia, senza dimenticare che gi� �di Carlo Magno
si era detto che rappresentava Cristo�.54
quoque numerus, si dividitur in tria et quatuor, sanctam Trinitatem significat in
trinario
numero; et omnium creaturarum perfectionem in quaternario�.
50 Per le numerose interpretazioni medievali del numero sette e per i riferimenti
agli
autori che le formulano cfr. H. MEYER e R. SUNTRUP, Lexikon der mittelalterlichen
Zahlenbedeutungen, M�nchen 1987, coll. 479-488 (sette come unit�) e coll. 489-490
(sette come somma di tre e quattro).
51 ELZE, Ordines cit., p. 35.
52 Per le identificazioni delle due chiese cfr. BENZO, Ad Heinricum cit., p. 134,
n. 213
e 214.
53 A. CARILE, Le insegne del potere a Bisanzio, in La corona e i simboli del
potere,
Rimini 2000, p. 105.
54 G. M. CANTARELLA, Una sera dell�anno Mille. Scene di medioevo, Milano 2000,
pp. 210-211. Per gli aspetti cristomimetici della regalit� di Enrico IV secondo
Benzone
cfr. SAGULO, Ideologia imperiale cit., pp. 85-94, dove a p. 89 viene messo
giustamente
in evidenza il fatto che Benzone denomini l�incoronazione imperiale per lui
ideale, cio� quella simile all�ordo XIII, scenophegia, �termine che nella Bibbia
indicava
la festa dei tabernacoli, festa istituita per ringraziare Dio e offrirgli le
primizie
9 0
Altri elementi che nell�ordo XIII attestano aspetti riconducibili all�idea
di regalit� sacra sono contenuti nella descrizione, posta proprio
all�inizio dell�ordo, dell�ornatus imperiale: �imperator vestitur veste
bisina intesta auro et gemmis pretiosis, et habet in manu duas cyrothecas
de lino bisino, accintus ense, cum calcaribus aureis. In capite portat
dyademam, in dextra portat sceptrum, et in digito habet unum annulum
episcopalem, in sinistra habet pillam auream�.55 Ci� che salta
immediatamente agli occhi � l�utilizzo da parte dell�imperatore di indumenti
e oggetti che, secondo Schramm, sono tipici della dignit� vescovile
(i guanti di lino e l�anello episcopale) accanto a insegne legate
unicamente alla dignit� regale (il diadema, la spada, il globo d�oro).
Questa commistione di insegne, da un lato tipiche del mondo ecclesiastico,
dall�altro di quello secolare, � comprensibile solo riconducendo
il passo citato nell�alveo di una visione dell�imperatore in qualit� di
rex et sacerdos, una visione che tocca il suo punto ideologicamente
pi� alto durante l�epoca sassone, ma che continuer� ad esercitare un
forte influsso anche nell�et� salica.56
del raccolto. Quindi l�uso di questo termine potrebbe far pensare all�incoronazione
dell�imperatore come ad un�offerta a Dio del miglior frutto del genere umano. Nel
vangelo di Giovanni, per�, troviamo scritto che proprio durante questa festa Ges�
si
manifesta nella sua essenza divina ai giudei: dunque, proprio per l�uso di questo
termine,
la cerimonia potrebbe assumere anche il significato di epifania, di disvelamento
al mondo del predestinato all�impero�. Rimangono sempre un punto di riferimento, in
questo contesto, le riflessioni di KANTOROWICZ sulla �regalit� cristocentrica� e
sul
passaggio a quella �giuricentrica.� Cfr. E. H. KANTOROWICZ, I due corpi del Re.
L�idea di regalit� nella teologia politica del medioevo, Torino 1989 (I ed.
Princeton
1957), pp. 39-123. Per una recente proposta di vedere nella regalit� sacra
medievale
�il frutto di un patto contrattuale fra i re e i vescovi� cfr. G. M. CANTARELLA,
Qualche
idea sulla sacralit� regale alla luce delle recenti ricerche: itinerari e
interrogativi,
�Studi Medievali� 3a s. XLIV (2003), pp. 911-927, per la cit. p. 921.
55 ELZE, Ordines cit., p. 34.
56 SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III, pp. 386-387 e KANTOROWICZ, I due corpi del Re
cit., pp. 55-58. Il carattere di sacro, dovuto all�attribuzione di insegne sia
ecclesiastiche
che secolari, dell�imperatore � fortemente accentuato nella descrizione
dell�ornatus
imperiale presente in Benzone. Cfr. BENZO, Ad Heinricum cit., p. 126: �rex indutus
bysino podere auro et gemmis inserto mirabili opere, terribilis calcaribus aureis,
accinctus ense, adopertus Frisia clamide, imperiali veste, habens manus involutas
cyrotecis lineis cum anulo pontificali, glorificatus insuper diademate imperiali,
portans
in sinistra aureum pomum, quod significat monarchiam regnorum, in dextera vero
sceptrum imperii de more Iulii, Octaviani et Tiberii�. Per l�inserimento tra le
inse91
Ad arricchire il quadro vi � nell�ordo un attributo della regalit�, tanto
classica che medievale, (presente non solo nell�ordo XIII, ma anche nel
XIV)57 rappresentato dalla cavalcata dell�imperatore attraverso la citt�
trionfante. Nel secondo giorno della cerimonia, dopo essere stato incoronato
dal papa in San Pietro, l�imperatore �ascendit equm et equitat per
omnes plateas et ab omnibus alta voce salutatur; et cum pervenerit ad
fores ecclexie Costantiane [San Giovanni in Laterano], ibi sedecim scolle
suscipiunt imperatorem, et cum mirabili letitia intrat ecclexiam et audit
missam�.58 La cavalcata attraverso la citt� � un antico rito di impossessamento
del territorio da parte del capo che trova molte esemplificazioni:
nel mondo antico pensiamo ad Alessandro Magno ed ai trionfi dei
generali romani, in epoca medievale ricordiamo l�entrata trionfale di
Carlo Magno in Roma nel dicembre dell�800 e quella di Federico II in
Gerusalemme giubilante nel marzo 1229, o anche quella di Innocenzo II
a Liegi nel 1131, ed infine in et� moderna richiamiamo alla memoria le
entrate trionfali dei sovrani francesi a Parigi, nonch� l�entrata di Alfonso
il Magnanimo a Napoli nel 1443.59
Passiamo ora ad analizzare un elemento che, presente nell�ordo
XIII, � anche direttamente collegato al tema della regalit� medievale:
la dignit� patriziale. Siamo nella prima giornata dell�incoronazione:
finita la messa che ha accompagnato la consacrazione dell�imperatore,
quest�ultimo ritorna al suo palazzo e pranza,60 �post prandium imperator
induitur veste viridi, et in capite eius ponitur mitra alba habens desuper
circulum patritialem, et vadit ad ecclexiam ad vesperas�.61
gne imperiali degli speroni d�oro, primo esempio di attribuzione all�imperatore di
insegne
tipiche della cavalleria, cfr. G. ISABELLA, Ideologia e politica nell�ordo
coronationis
XIV (Cencius II), �Studi Medievali� 3a s. XLIV (2003), pp. 629-630.
57 Cfr. ELZE, Ordines cit., pp. 46-47 e per un�interpretazione della cavalcata in
un contesto
ideologico molto differente cfr. ISABELLA, Ideologia e politica cit., pp. 629-631.
58 ELZE, Ordines cit., p. 35.
59 Per gli immediati riferimenti cfr. S. BERTELLI, Il corpo del Re. Sacralit� del
potere
nell�Europa medievale e moderna, Firenze 1990, pp. 55-70; E. H. KANTOROWICZ,
Federico
II imperatore, Milano, 1994 (I ed. 1927-1931), pp. 182-187; G. M. CANTARELLA,
Principi e corti. L�Europa del XII secolo, Torino 1997, pp. 61-62.
60 Sulle valenze simboliche e ideologiche dei banchetti regi, anche se riferite ad
un
periodo precedente, cfr. M. FIANO, Il banchetto regio nelle fonti altomedievali:
tra
scrittura e interpretazione, �M�langes de l��cole fran�aise de Rome � Moyen Age�
115 � 2 (2003), pp. 637-682.
61 ELZE, Ordines cit., p. 34.
9 2
Nell�ordo XIII l�imperatore ci appare gi� investito della dignit� patriziale,
di cui infatti possiede le insegne: la veste verde e la mitra
bianca sormontata dal circulus patriziale. Il colore verde della veste
rappresenta verosimilmente un richiamo al verde dei mantelli di alcuni
alti dignitari della corte di Costantinopoli,62 mentre la presenza della
mitra bianca, di cui non si conoscono le origini in qualit� di insegna
patriziale,63 rimanderebbe con ogni probabilit� al copricapo del sommo
sacerdote ebraico descritto dall�Ecclesiastico,64 e quindi potrebbe
essere spiegata come il tentativo di aggiungere un ulteriore attributo
spirituale alla regalit� gi� sacra dell�imperatore.65 Infine vi � il circulus
patriziale, che rappresenta insieme all�anello patriziale - qui non
nominato, forse per non confonderlo con l�anello episcopale gi� indossato
dall�imperatore come parte dell�ornatus imperiale -, il simbolo
pi� tipico di questa dignit�, come viene attestato anche da Benzone.
66
A questo punto ci sembra opportuno fare accenno ai trascorsi storici
di questo titolo. In epoca tardo antica e nel mondo bizantino il patriziato
rappresentava una delle dignit� pi� alte dell�impero, che per�
con il passare dei secoli perse gran parte della sua importanza. Fortemente
innovativo fu il conferimento del titolo di patricius romanorum
62 SCHRAMM, Renovatio cit., p. 233. Cfr. A. CARILE, Produzione ed usi della porpora
nell�Impero bizantino, in La porpora. Realt� e immaginario di un colore simbolico,
Atti del convegno di Studio dell�Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti,
Venezia
1998, p. 246: �Nel X secolo costantinopolitano esistono dunque (...) porpore
proibite,
cio� skaramangia (tuniche) interamente purpurei o a met� purpurei o con due inserti
purpurei su fondo color �semimela� (verde dorato) o color verde di grande
richiesta�.
63 SCHRAMM, Renovatio cit., p. 202-203 e n. 7.
64 ECCLESIASTICUS 45, 12: �Corona aurea super mitram eius expressa signo
sanctitatis
et gloria honoris, opus virtutis et desideria oculorum ornata�.
65 Questa interpretazione � avvalorata anche dal fatto che il colore bianco della
mitra,
non citato nella Bibbia, non pu� che essere un richiamo esplicito al copricapo
vescovile,
di cui il bianco era segno distintivo; cfr. SCHRAMM, Kaiser, K�nige cit., III, p.
387-388.
66 BENZO, Ad Heinricum cit., p. 130, rr. 18-20: �Et facto modico intervallo
revestit se
imperator viridissima clamide cum nivea mitra, cui superponit patricialem circulum,
et sic itur ad vesperum� e p. 588, rr. 22-24: �Indutus igitur rex viridissima
clamide
desponsatur patriciali anulo, coronatus eiusdem prelature aureo circolo� ed anche
p.
598, rr. 5-6: i romani �mittunt ei [l�imperatore] clamidem, mitram, anulum et
patricialem
circulum�.
93
ai Carolingi: quest�ultimi, infatti, ottennero un collegamento diretto
con Roma, mentre il papa ebbe in cambio l�obbligo da parte dei sovrani
pi� potenti d�Europa della protezione armata della sede apostolica
romana. Un terzo tipo di patriziato � rappresentato da quello che le
famiglie dell�aristocrazia romana conferirono ai signori della citt� eterna
nel X secolo. Questa forma di patriziato venne fortemente combattuta
da Ottone III, che in seguito procedette a una sua riformulazione
nella figura di un patricius romanorum nominato dall�imperatore e
operante al suo servizio. Con la scomparsa di Ottone III e l�avvento al
potere della fazione dei Crescenziani il titolo di patrizio torn� ad accompagnare
nuovamente il nome dei signori di Roma. Ma ci� avvenne
solo per un breve lasso di tempo. Allorch� i Tuscolani, famiglia egemone
dell�altra fazione dell�aristocrazia romana, presero il potere
nel 1012 il titolo scomparve dalla scena fino a quando non venne rinnovato,
nella sua forma imperiale, da Enrico III.67
In questo periodo possiamo quindi identificare due forme fondamentali
di patriziato: una cosiddetta romana, che consiste nel titolo
fondante, tra X e XI secolo, la signoria su Roma da parte di un esponente
dell�aristocrazia romana, e un�altra da definire imperiale, che
consistendo in un attributo dell�imperatore stesso si ricollega direttamente
alla figura di Carlo Magno. Il patriziato di Enrico III oper� una
fusione di queste due forme, potendo essere definito, secondo una felice
espressione di Percy E. Schramm, �als eine Erneuerung des karolingischen
[Patriziat] in den Formen des stadtr�mischen�.68
Alla luce degli avvenimenti del 1046 potremo meglio capire l�importanza
di questo rinnovamento. In quell�anno, infatti, si era svolto il
famoso concilio di Sutri, che aveva visto la deposizione di ben tre papi
(Benedetto IX, Silvestro III e Gregorio VI) per volere di Enrico III.
Questi, in seguito, aveva provveduto a far elevare al trono pontificio
un ecclesiastico di sua fiducia, Suidgero di Bamberga, papa con il
nome di Clemente II. Quando poi l�imperatore durante la sua incoronazione,
avvenuta la notte di Natale di quello stesso anno, aveva riuni-
67 SCHRAMM, Renovatio cit., pp. 58-63, 113, 189 e 230.
68 Ibidem, p. 234: �come il rinnovamento del patriziato carolingio nelle forme di
quello
cittadino-romano�; cfr. STRUVE, Kaisertum cit., p. 430 e H. VOLLRATH, Kaisertum
und Patriziat in den Anf�ngen des Investiturstreites, �Zeitschrift f�r
Kirchengeschichte
� 85 (1974), pp. 11-44.
9 4
to nella sua persona la dignit� imperiale e quella di patricius romanorum,
aveva conseguentemente assunto il controllo dell�elezione pontificia,
come la nomina di Clemente II e le successive di Damaso II e
Leone IX, tutti designati da Enrico, dimostrano. Conosciamo bene le
conseguenze che questi atti ebbero sui rapporti fra papato romano e
impero romano-germanico nei decenni successivi.69
Ma quello che ci preme sottolineare in questa sede � l�importanza
della dignit� patriziale in questo contesto. Essa infatti appariva essenziale
a Enrico III come presupposto legale per il suo intervento nell�elezione
pontificia, perch� si ricollegava direttamente ai precedenti
di Carlo Magno e di altri imperatori a lui succeduti; allo stesso tempo,
poi, si riallacciava anche al ruolo di �controllori� del soglio pontificio,
svolto dai diversi signori di Roma, nei secoli X-XI.70
Non ci rimane che rispondere ad un�ultima domanda: che ruoli ricoprono
l�imperatore e il papa sul palcoscenico allestito dall�ordo
XIII? Dare una risposta, a questo punto, � abbastanza semplice. Non
soltanto l�imperatore detiene il ruolo di protagonista assoluto della
scena, mentre il papa figura solo come un �comprimario di lusso�
69 Per lo scenario italiano di questo avvenimento cfr. CAPITANI, Italia medievale
cit.,
pp. 263-270; per l�azione di Enrico III in rapporto alla chiesa romana cfr. O.
CAPITANI,
L�Impero e la Chiesa, in Lo spazio letterario del medioevo. 1 il medioevo latino, a
cura di G. Cavallo, C. Leonardi, E. Menest�, II, Roma 1994, pp. 239-241; infine,
per i
rapporti fra papato e impero nel periodo compreso fra l�XI e la prima met� del XII
secolo cfr. O. CAPITANI, L�Italia medievale nei secoli di trapasso: la riforma
della
chiesa (1012-1122), Bologna 1984, breve, ma molto approfondito.
70 SCHRAMM, Renovatio cit., p. 236; nella visione ideologica di Benzone il
patriziato
assume una centralit� eccezionale e trae origine dall�atto di Costantino, nel
momento
in cui si trasferisce in Oriente, di lasciare un suo vicario (il patrizio) a Roma
col compito
di proteggere la chiesa romana e la res publica, nonch� di controllare l�elezione
papale. �Dunque non si tratta della stessa carica di patrizio conferita dal papa a
Pipino
e a Carlo (�), proprio perch� la nomina del patrizio spetta all�imperatore e non,
come
voleva la tradizione che si riferiva ai re dei Franchi, al papa. (�) Con Enrico
[III] si
ricompone dunque la frattura tra l�istituzione dell�impero e l�istituzione del
patriziato,
originata dall�esigenza di Costantino di lasciare Roma, ma si risolve anche
definitivamente,
divenendo il patriziato carica ereditaria, il problema della non completa pienezza
di potere del sovrano prima dell�incoronazione imperiale: il sovrano destinato
all�impero in qualit� di patrizio, e, quindi come rappresentante dell�imperatore
(�),
pu�, proprio perch� vicario imperiale, essere gi� nella pienezza delle sue
funzioni� tra
le quali vi � il controllo sull�elezione papale. Cfr. SAGULO, Ideologia imperiale
cit.,
pp. 43-55 e per le cit. pp. 52-53.
95
(l�azione infatti � vista tutta nella prospettiva imperiale, ci viene riferito
unicamente delle vesti, delle insegne e degli spostamenti dell�imperatore,
mentre il papa compare sulla scena solo tre volte e senza nessun
attributo),71 ma si procede anche, come abbiamo abbondantemente
visto dall�analisi dell�ordo, ad una ripetuta esaltazione del carattere
sacro della regalit� incarnata dall�imperatore. Non ci pare quindi azzardato
affermare che l�ordo XIII (come del resto Benzone) pu� essere
considerato il rappresentante di una visione ideologica della regalit�
smaccatamente filoimperiale.72
71 ELZE, Ordines p. 34-35: nella prima giornata il �pappa sutentat imperatorem in
dextra
� mentre l�arcivescovo di Milano lo sostiene a sinistra, durante la processione che
conduce l�imperatore in San Pietro per la consacrazione; nella seconda giornata
�pappa
de altari beati Petri summit romanam coronam et ponit super capud imperatoris�;
infine, negli ultimi tre giorni della cerimonia, l�imperatore �celebrat cum pappa
sinodum
pro emendandis negligentiis sacrorum ordinum�.
72 Per il carattere filoenriciano, e quindi filoimperiale, dell�opera di Benzone
cfr. SAGULO,
Ideologia imperiale cit., pp. 63-64; per l�analisi di un ordo, il XIV, portatore di
una visione ideologica pi� complessa e meno univoca, ma in sostanza filopapale cfr.
ISABELLA, Ideologia e politica cit., pp. 617-633.
9 6
FRANCESCO PAOLO TERLIZZI
Regalit�, sacerdozio e cristomimesi:
l�Anonimo Normanno
In seno al complesso universo di discorso che l�Anonimo Normanno
sviluppa, alla ricerca di solidi sostegni alla fondazione di un pensiero
antiprimaziale e antiromano, occupa uno spazio a s� stante � ma
non per questo chiuso e limitato � il celebre trattato J24,1 in passato
noto come De consecratione pontificum et regum, che tanto spazio ha
occupato nella storia delle teorie politiche al punto da occultare del
tutto l�importanza degli altri scritti dell�Anonimo. Non solo. � nostra
convinzione che il grande momento accordato a tale scritto � anche a
cagione delle venture o meglio sventure editoriali del manoscritto
CCC 415, che hanno impedito fino all�edizione di Pellens uno studio
�sinottico� di tali scritti, nel loro complesso e nel loro ordine � abbia
condotto a equivoci e vizi di prospettiva perduranti ancora oggi, e che
possiamo riassumere in questo modo: l�esaltazione della figura regia e
del suo ruolo in seno alla Chiesa diveniva manifestazione sufficiente e
necessaria delle posizioni �antigregoriane� dell�Autore, con un automatismo
che non lasciava spazio a quell�autocoscienza da parte del-
1 Si fa riferimento al criterio di identificazione dei trattati osservato
nell�edizione critica
del Pellens, che a sua volta si rif� alla scansione classica fornita da M. R.
JAMES,
A descriptive catalogue of the Manuscripts of Corpus Christi College Cambridge, I-
II,
Cambridge 1912, e che fa pertanto premettere al numero del trattato la sigla �J�:
cfr.
K. PELLENS, Die Texte des Normannischen Anonymus, Wiesbaden 1966, p. xli. Citando
i singoli trattati con la loro sigla di identificazione, indicheremo le pagine
della
edizione di PELLENS, Die Texte cit. Il titolo De consecratione pontificum et regum

un�aggiunta del XVI secolo, probabilmente dello stesso arcivescovo Matthew Parker,
la cui collezione di manoscritti conflu� poi nel patrimonio della biblioteca di
Cambridge:
cfr. G. H. WILLIAMS, The Norman Anonymous of 1100 A.D.. Toward the identification
and evaluation of the so-called Anonymous of York, Cambridge (Mass.) 1951,
pp. 24-26, e PELLENS, Die texte cit., p. xxv. Lo stesso trattato figura come testo
IV dei
Tractatus Eboracenses, ed. H. B�HMER, MGH Libelli de lite imperatorum et pontificum
romanorum, III, Hannover 1897, pp. 642-87.
9 8
l�episcopato avverso al primato del pontefice romano, che invece si �
vista emergere con veemenza � e senza bisogno della figura del re,
anzi, in sua totale assenza � dalla lettura degli altri trattati.2 Insomma,
2 Manca qui, naturalmente, lo spazio per un esaustivo inquadramento dei numerosi
problemi testuali ed esegetici che i trattati dell�Anonimo Normanno hanno riservato
ai
loro studiosi per oltre un secolo, a partire dalla prima pubblicazione di alcuni
brevi
excerpta da parte di B�hmer, nel 1897, col titolo di Tractatus Eboracenses, nel
terzo
volume dei Libelli de Lite; per il tentativo di un approfondimento (e, si spera,
scioglimento)
dei principali nodi testuali degli opuscoli dell�Anonimo Normanno, ci permettiamo
di fare riferimento alla nostra tesi di dottorato, da cui queste pagine provengono
quasi integralmente: cfr. F. P. TERLIZZI, I trattati dell�Anonimo Normanno:
ricerche
di ecclesiologia, Tesi di Dottorato in Storia Medievale, Universit� degli Studi di
Bologna
2004. Basti per ora accennare al fatto che la pubblicazione parziale e del tutto
decontestualizzata di quei brani del manoscritto � li si potrebbe meglio definire
�tranci
sanguinanti�, con cruda ma efficace metafora cara all�esegesi wagneriana � fu
all�origine di gran parte delle successive interpretazioni e sovrainterpretazioni.
La
scelta di B�hmer ricadde infatti su sei trattati dotati di una certa quale
apparente coerenza
dottrinale, uno dei quali in particolare, per estensione e portata di idee, era
destinato
a figurare chiaramente come il trattato principe della serie: alludiamo al De
consecratione pontificum et regum, che qui si prende in esame. Ogni successiva
lettura
di questi opuscoli di teologia politica, compresa in primo luogo la memorabile
lezione
di Kantorowicz ne I due corpi del re [cfr. n. 3], � stata debitrice di una falsata
impostazione editoriale di partenza, cui non ha offerto sostanziali rimedi la
successiva
pubblicazione di stralci mancanti e neppure la tanto auspicata � e tardiva �
edizione
critica del manoscritto, operata dal Pellens nel 1966: per oltre un secolo, la
storia
dell�Anonimo Normanno � stata la storia del fascino che ha esercitato sulla
storiografia
un unico trattato, da cui pareva ricavarsi l�espressione di un royalism
appassionato
e intransigente, espressione di un�autentica frattura tra Regnum e Sacerdotium, che
una certa storiografia non esit� a definire antesignana diretta di Wycliff, della
riforma
luterana, dell�Anglicanesimo: cfr. su tutti A. DEMPF, Sacrum Imperium. La filosofia
della storia e dello stato nel Medioevo e nella rinascenza politica, trad. italiana
Messina
� Milano 1933, pp. 144 e sgg. Senza spingerci tanto lontano nel tempo e negli
eccessi, si pu� rilevare ancora oggi la permanenza di una viscosit�
d�interpretazione
che potremmo ascrivere al Kantorowicz, come dimostra il recente libro di J.
MIETHKE,
Le teorie politiche nel Medioevo, trad. italiana Genova 2001 (ma I ed. Bonn 1991),
pp. 54-58, che di fatto relega il pensiero dell�Anonimo Normanno al solo �nucleo�
costituito dal De consecratione regum et pontificum. Il J24, tuttavia, non � che
uno dei
31 trattati e frammenti contenuti nel MS 415 del Corpus Christi College di
Cambridge,
e una lettura approfondita e organica dei trattati nel loro contesto sconfessa la
radicata persuasione che fa dell�elemento regale il perno della christianitas e del
pensiero
politico del nostro, a favore di una diversa destinazione che percorre come un
ipertesto tutti i trattati: la difesa delle libert� e delle autonomie vescovili
contro
l�irresistibile avanzata del primato che i pontefici romani avocano a s� a partire
dal
99
al valore di prospezione ecclesiologica che noi vogliamo attribuire a
questo trattato si � spesso sostituito un dominio esclusivo o quantomeno
pervasivo di s�, a nostro avviso difficilmente avallabile di fronte
allo specchio costituito dagli altri opuscoli. Riteniamo allora interessante
tornare all�analisi di questo testo, e in secondo luogo sottoporlo
al filtro del confronto con alcuni degli elementi emersi nell�analisi di
altri trattati dell�Anonimo.
Gli esordi del trattato J24b3 lasciano in effetti pochi dubbi sui motivi
che portarono Kantorowicz a definire cristocentrica la concezione
di regalit� dell�Anonimo, e la storiografia classica a rilevare una preminenza
della figura regale su quella sacerdotale.
L�Anonimo Normanno presenta il Cristo, secondo il dettato scritturale,
come re e come sacerdote, ma in base a una serrata concatenazione
di argomenti scelti dalla tradizione, guida il lettore all�intelligenza
di come sia l�aspetto regale ad essere eminente: la Chiesa, in quanto
sposa di Cristo, � senza dubbio regina secondo il Salmo 44, 10, non
gi� sacerdotessa; lo stesso Cristo � prefigurato dalle Scritture profetiche
come re (Is 62, 11; Zc 9, 9; Ger 23, 5), non come sacerdote; e la
statura del sacerdozio di Cristo � associata all�ordine di Melchisedech,
e cio� a quello di �re di giustizia�, non all�ordine levitico.4 Tutti elementi,
questi, che secondo l�Anonimo Normanno conducono senza
riserve alla definizione della superiorit� dell�ufficio regale rispetto a
quello sacerdotale, quantomeno nella figura di Cristo. Il passo successivo
porta, ovviamente, alla ricerca di riverberi di questo �ordinamensec.
XI. Le diverse posizioni particolari che l�Anonimo Normanno sposa nel corso
delle sue articolate e apparentemente disomogenee trattazioni, non sarebbero quindi
che diverse declinazioni, di ordine squisitamente euristico e quindi fenomenico, di
una
tesi di fondo che non viene mai a cadere: l�immunit� dei vescovi dai poteri di
controllo
romani. Lo stesso J24 � in tutto compartecipe, come speriamo di dimostrare, di
questo milieu.
3 Definiamo in questo modo la variante del trattato presente nei fogli 204-235 del
MS,
che differisce dalla prima redazione (MS 143-204) per l�aggiunta di una breve
introduzione
(ff. 204-209) e l�esclusione di tutti i documenti allegati all�altra versione. La
prima edizione del J24 all�interno della serie dei Tractatus Eboracenses, fu
ottenuta
dal B�hmer fondendo le due varianti in una sola, e fu questa la versione che il
Kantorowicz
pot� esaminare: cfr. E. H. KANTOROWICZ, I due corpi del re. L�idea di regalit�
nella teologia politica medievale, trad. italiana Torino 1989, p. 39, n. 1; cfr.
anche
PELLENS, Die Texte cit., p. 129, n. 1 e 2.
4 Cfr. J24b, pp. 196-198.
1 0 0
to� nel secolo: ma anche in tale contesto l�analisi dell�Anonimo non
conosce significative divergenze, almeno all�apparenza. Cristo si riflette
e si manifesta infatti nei re e nei sacerdoti, essendo evidentemente
essi christi, e cio� unti, e cos� il gioco della sovrapposizione semantica
si sposa alla sostanza da dimostrare: re e sacerdoti divengono essi
stessi Cristo, sue raffigurazioni in tutto e per tutto, e quindi anche divini.
La loro elezione nel secolo manifesta la presenza di Cristo in loro,
anche se solo per gratiam, essendo ancora e comunque uomini,
laddove Cristo fu divino anche per naturam. Fu proprio questa proposizione
di duplicit� delle nature del re, umana per natura e divina per
ufficio, ad attrarre l�attenzione del Kantorowicz, e a giustificare le
successive deduzioni.
Lo stesso Anonimo pare insistere a pi� riprese sulla preminenza
dell�aspetto regale, mettendo in luce nella sua trattazione come i re
veterotestamentari
ebbero dominio sui sacerdoti e quindi sulla ecclesia:
questo � il caso di Davide, il sovrano biblico per eccellenza, sul cui
trono Cristo era destinato a sedere; e il caso di Salomone, che edific�
il grande tempio, e che ricopr� pure prerogative sacerdotali; ma � soprattutto
il caso di Mos�, che fu dux del suo popolo, se non propriamente
rex � non � forse la stessa cosa? sembra volere sottintendere
l�Anonimo5 � e che si pu� considerare il fondatore per antonomasia
5 Come gi� lo Williams, il Pellens attribuisce a dux un valore di spia della
condizione
di Duca di Normandia dei re anglonormanni; ma se pure � vero che la disputa tra
Enrico
I e Anselmo di Canterbury (e Pasquale II, di conseguenza) vert� su quegli �usi�
dei duchi normanni in materia ecclesiastica di cui parla Eadmer, che i re inglesi
avocavano
a s�, siamo persuasi che qui la trattazione verta su tutt�altro piano, riguardando
la condizione di superiorit� di ogni re in quanto unto. Mos� pot� esercitare i suoi
poteri
di controllo sulla �Chiesa� in quanto capo consacrato (in questo caso direttamente
da Dio, dato che Mos� non ricevette unzione sacramentale: ma che differenza c�� tra
unzione ed elezione diretta da parte di Dio?), e quindi simile alla condizione di
re cristomimetico:
se davvero queste parole potevano essere dirette a un re normanno, riteniamo
che non vi fosse alcuna necessit� di richiamare alla memoria di Enrico I la sua
condizione di vassallo del re di Francia, per giustificare una prerogativa che gi�
gli
proveniva � secondo la logica di questo testo, naturalmente! � dall�unzione regia,
e
quindi dal trono inglese. Crediamo, in sostanza, che questa deduzione di Pellens
sia
una pi� che chiara spia di quell�atteggiamento di esasperata ricerca di una
collocazione
geografica e temporale per quest�opera che nel passato ha focalizzato l�attenzione
degli storici, a discapito delle altre possibili letture del testo. Cfr. PELLENS,
Die Texte
cit., p. 133, n. 2; per la questione degli �ancestral customs�, cfr. EADMERI
Historia
101
del sacerdozio, quando unse Aronne e i suoi figli secondo le disposizioni
divine facendone i primi sacerdoti della storia.6 La preminenza
dell�ufficio regio rispetto a quello sacerdotale che sembra emergere da
questi esempi trova pieno riscontro ed esplicitazione nella teoria poi
proposta dall�Anonimo: il re � antitipo, per dirla con Kantorowicz, del
Cristo re, e quindi del Cristo divino, re in eterno, signore del creato,
mentre il sacerdote prefigura il Cristo terreno, umano, che sacrific� se
stesso in un sacrificio visibile, per aprire ai cristiani l�accesso al regno
celeste.7 Non manca un continuo ricorso a questo tipo di logica:
l�Anonimo insiste sul fatto che Cristo � predestinato dai profeti al soglio
di Davide, non a quello di Aronne,8 o che sempre si definisca il
Paradiso �regno celeste�, non �sacerdozio celeste�.9 Crediamo che dagli
esempi proposti risulti gi� abbastanza palese il ruolo apicale che
la regalit� ricopre in seno alla cristianit�, nella concezione dell�Anonimo.
Eppure non ci troviamo di fronte alla costruzione monolitica e monocorde
in direzione della preminenza assoluta del Regnum sul Sacer-
Novorum in Anglia, ed. M. RULE, Rerum Britannicarum Medii Aevi Scriptores 81
(Rolls Series), Millwood 1965, pp. 9-10; F. BARLOW, Feudal Kingdom of England,
pp. 122 e sgg. Allo stesso modo non ci sembrano convincenti n� sufficienti gli
argomenti
che lo Williams definisce �evidences�, per fare collimare la sua ipotesi di
attribuzione
dei testi a Guglielmo di Rouen; tanto pi� che l�esasperato esercizio della logica
da parte di Williams porta ad un assunto di �superiorit� istituzionale� e di
santit�
ex opere del re anche in assenza di unzione sacramentale (Mos� non poteva
ovviamente
essere unto), il che � un palese assurdo, dato che � lo stesso Anonimo a richiamare
l�attenzione sul fatto che re e vescovi siano legittimi in forza dell�unzione
sacramentale,
e l�unico caso di tirannide quotato dalla Bibbia � chiaramente riferito a un
re veterotestamentario non unto: cfr. WILLIAMS, The Norman Anonymous cit., pp. 52-
55, 196-198. E, sulla base della stessa logica di Williams, sarebbero tecnicamente
solo
i duces non unti, sull�esempio di Mos�, non gi� i re non unti (e quindi
illegittimi), come
ritiene lo Williams, a potere esercitare una qualche forma di superiorit� sulla
Chiesa, dato che il passo del J24 recita con chiarezza: �Sed de Moyse quid dicemus,
qui non fuit rex unctione sacratus, non fuit sacerdos, sed dux tantum populi fuit?�
(J24, p. 133). E riscontriamo allora come il filtro di un pregiudizio (in senso
etimologico)
troppo radicato finisca a volte per costituire un nodo troppo spesso anche per il
rasoio di Occam.
6 Cfr. J24, pp. 132-33.
7 Ibidem, p. 132-34.
8 Ibidem, p. 132.
9 Ibidem, p. 134.
1 0 2
dotium che si potrebbe ricavare dalla lettura esclusiva dei passi, pure
fondamentali, che abbiamo ricordato.
Da un lato � certamente manifesto come l�anonimo autore intenda
fornire sostegno a una regalit� che abbia una significativa influenza
sugli affari ecclesiastici, nella fattispecie la facolt� di investire i vescovi.
Facolt�, si badi bene, che muove su un doppio binario cos� come
duplice risulta essere la persona del re: al re-uomo spetta infatti
l�attribuzione al vescovo dei benefici terreni e del potere di reggere le
anime sulla terra, come dominio terreno:
�Estimo, quia neque ordinem, neque ius sacerdotii confert [scil.: rex] illi,
sed quod sui iuris est et regni terrenarum, videlicet rerum dominationem et
tutelam ecclesiae, et potestatem regendi populum Dei, qui est templum vivi et
ecclesia sancta, sponsa Christi, Domini nostri�.10
Il re attua in sostanza una delega dei propri poteri di tutela della
Chiesa, e cio� di tutta la cristianit� che appartiene alle schiere della
luce.11 Ma questo cosa fa del vescovo, se non un �vassallo� del re, re a
sua volta per delega? � infatti quello che consente all�Anonimo di parlare
di sacerdozio regale, e cio� un sacerdozio che muova da incarico
regio, regis habens et potestatem et officium.12 Non si tratta di una
semplice banalizzazione in senso terreno, di una riduzione dei poteri
sacerdotali a meri incarichi amministrativi di beni del secolo e di tutela
nel secolo di anime a lui commesse: mentre infatti il re-uomo affida
al vescovo le sue prerogative carnali, quelle spirituali sono conferite
da Dio, che opera attraverso il suo �cristo�, il suo unto, il suo eletto.13
Comincia allora ad assumere una luce ben pi� chiara lo stato di elezione
che abbiamo precedentemente rilevato come unica reale forma
di accesso alla carica di vescovo.14 E nel frattempo il re diviene vicario
di Dio,15 e qualcosa sempre pi� simile ad un vescovo.
10 J24, p. 135.
11 Si vedano per questo argomento le nostre osservazioni in merito ai �Figli di
Cristo e
Figli di Belial� in TERLIZZI, I trattati dell�Anonimo Normanno cit., pp. 53-67.
12 Ibidem, p. 136.
13 Cfr. J24, p. 135.
14 Cfr. ancora TERLIZZI, I trattati dell�Anonimo Normanno cit., pp. 67-78.
15 Ibidem, p. 135.
103
E allora a fianco di questa concezione carismatica del potere regale,
e proprio in virt� di essa, � possibile rilevare un secondo percorso
di analisi che l�autore sviluppa, meno evidente e non privo di contraddizioni
rispetto a quello che asserisce la preminenza del re, ma destinato
a confluire in esso e formarne uno solo: giacch� il suo complemento
sta proprio nella vicendevole attribuzione di prerogative che
intercorre tra re e vescovi. Come infatti Dio, attraverso il re, crea i vescovi,
cos� pure Egli interviene nella creazione dei re per mano dei vescovi.
16
Il trattato J24 non conosce limiti all�azione del re, n� alla sua legittimazione:
in curiosa e apparente contrapposizione con le teorie relative
alla santit� del vescovo, la sanctitas del re risulta esclusivamente
procedurale, mai ex opere, come invece riteneva lo Williams. Buon
esempio di re tiranno �, secondo l�Anonimo Normanno, Ozia, il re biblico
che fu colpito dalla lebbra, e cio� dalla punizione divina, per avere
usurpato le prerogative dei sacerdoti (2 Cr 26). Ma la sua colpa
non sta nell�essersi intromesso negli affari a lui non pertinenti: non
abbiamo forse visto che il re assomiglia molto a un vescovo? E infatti
l�Anonimo, con la consueta manipolazione del testo fino all�estremo e
con estremo ricorso alla logica, sostiene che infine la sua colpa sia da
imputare all�illiceit� del suo potere a priori, poich�
�nec de eo legitur quod oleo sancto fuerit consecratus�.17
Egli manca dell�unzione sacramentale, artefice di santit� e unica
porta d�accesso � e anche unico ostacolo � alla detenzione dei carismi
regali.
Esempio unico, ma teoria ampiamente supportata dal testo dell�Anonimo:
non si pu� accedere agli uffici santi se non santi, e la santificazione
avviene per benedizione e consacrazione.18 Ma scopriamo
che a questo ordine di santificazione afferiscono tanto i re quanto i vescovi,
e che, anzi, entrambi vi accedono nello stesso modo, dato che
unzione e benedizioni sono del tutto simili:
16 Ibidem, p. 132.
17 J24, p. 133.
18 Cfr. J24, p. 137.
1 0 4
�Nam eodem sancto Spiritu sanctificantur, eodem sancto chrismate et oleo
sanctificantur, eodem sancti verbi Dei misterio et virtute sanctificantur�.19
Assistiamo cio� alla lenta convergenza del piano regale verso quello
sacerdotale, ma anche e soprattutto viceversa. Per giustificare la
presenza di prerogative sacerdotali nell�ufficio regale, l�Anonimo introduce
un raffronto tra i riti di incoronazione regia e di ordinazione
sacerdotale, raffronto che culmina con l�inserimento di testi procedurali
relativi alla consacrazione del vescovo e all�incoronazione del re.
Ma la posizione di assoluta preminenza che la figura regia ci sembrava
avere assunto nel corso della precedente trattazione sembra nuovamente
messa in discussione da continue affermazioni come la seguente:
�unde et regis potestas et ordinatio episcoporum potestate et ordinatione
sublimior esse cernitur, et si non sublimior, non tamen esse videtur inferior
�.20
Segno, questo, di una di certo non assodata eminenza della figura
regale, e della totale incertezza circa il risultato ottenuto, anche a fronte
delle numerose prove addotte e ragionamenti costruiti: l�Anonimo
pare insomma proporci un modello, pi� che asserirlo nei suoi inattaccabili
lineamenti. Tutta la trattazione � costruita a balzi irregolari, continui
passi indietro e sovrapposizioni di intenti, alternando tesi che sostengono
l�insita superiorit� dell�ufficio regio all�ammissione di totale
omologia tra re e vescovi, in maniera impossibile da riproporre se non
riproducendo il testo nella sua interezza.
In ogni caso, nelle sue linee essenziali, l�analisi delle due consacrazioni
messe a paragone conduce l�Anonimo al riconoscimento
di un evidente parallelismo di prerogative: la consegna della
verga � analoga a quella dello scettro, cos� come entrambi i candidati
ricevono l�anello, e le benedizioni che accompagnano il conferimento
dei simboli del potere risultano omologate nella sostanza.
I piani argomentativi vanno lentamente a sovrapporsi e a sostituirsi,
fino all�importante inserimento di un passo che gi� abbiamo
19 J24, p. 140.
20 Ibidem, p. 142.
105
incontrato a proposito dell�elevazione di un electus al soglio episcopale.
21
Nell�ordo coronationis posposto in coda all�opera � ma commentato
dall�Anonimo direttamente nel testo22 � l�orazione che accompagna
la consegna del secondo scettro al re recita queste parole:
�Accipe virgam, virgam virtutis [�] et aperiat tibi hostium Iesus Christus,
Dominus noster, qui de se ipso ait: Ego sum ostium, per me si quis introierit
salvabitur. Et ipse, qui est clavis David et sceptrum domus Israel, qui
aperit et nemo claudit, claudit et nemo aperit, sit tibi adiutor [�]�.23
La cruciale nozione dal Vangelo di Giovanni viene dall�autore usata in
due modi distinti a proposito della regalit�, eppure tendenti allo stesso
obiettivo.
Da un lato il re, essendo per potestatem christus,24 diviene effettivamente
Cristo, e cio� la fatidica porta attraverso cui si accede all�ovile:
egli pu� quindi a buon diritto fare accedere i vescovi all�ovile di Cristo,
facendo di loro dei pastori. Ma nel commento diretto all�orazione sopra
riportata, l�Anonimo inferisce un non esplicito corollario dall�atto con cui
Cristo si costituisce porta per il nuovo sovrano: giacch� il re, passando
attraverso Cristo, entrer� nell�ovile, divenendo a sua volta pastore:
21 Cfr. TERLIZZI, I trattati dell�Anonimo Normanno cit., pp. 71 e sgg.
22 Fu lo Schramm a identificare per la prima volta l�ordo coronationis contenuto
nel
CCC 415: si tratta dell�ordo di re Edgar, prodotto in Inghilterra nel tardo X
secolo
(ma un manoscritto di tale ordine � contenuto nel Benedizionale di Roberto, a
Rouen),
ed ha costituito la base per le incoronazioni dei re anglonormanni. Cfr. P. E.
SCHRAMM, Ordines-Studien III: Die Kr�nung in England, �Archiv f�r Urkundenforschung
� XV (1938), pp. 313-325; P. L. WALD, The coronation ceremony in Mediaeval
England, �Speculum� XIV (1939), pp. 160-178; WILLIAMS, The Norman
Anonymous cit., pp. 36-46; N. F. CANTOR, Church, Kingship and Lay Investiture in
England 1089-1135, Princeton (NJ) 1958, pp. 185-189; G. BARNETT, Coronation and
propaganda: implications of the Norman claim to the throne of England in 1066,
�Transactions of the Royal Historical Society� XXXVI (1986), pp. 91-116; J.L.
NELSON,
Politics and ritual in early medieval Europe, London 1986, in particolare le pp.
309-401, relative al caso inglese. Per le edizioni, cfr. J. WICKHAM LEGG, Three
Coronation
Orders, Henry Bradshaw Society, XIX, London 1900, pp. 54-64 e 162-173; H.
G. RICHARDSON, The coronation in Medieval England. The Evolution of the Office
and the Oath, �Traditio. Studies in ancient and medieval history, thought and
religion
� XVI (1960), pp. 111-202.
23 J24, pp. 170-71.
24 Ibidem, p. 145.
1 0 6
�Si ergo rex per hostium intrat, pastor est ovium�.25
Il re quindi � porta di pastori e pastore ad un tempo: egli � dunque
vescovo, e santo, e non necessita pertanto di ulteriori legittimazioni
nell�esercizio dei suoi poteri di controllo e tutela della Chiesa.26
Ma dobbiamo ancora soffermarci su dettagli non irrilevanti. Anche
la seconda parte della benedizione che abbiamo introdotto contiene motivi
fondanti: l�attributo cristologico di essere �chiave del regno di Davide�,
proveniente da Isaia 22, 22, chiaro attributo di regalit�, viene
dall�Autore immediatamente omologato alle chiavi che simboleggiano
il potere di sciogliere e legare, con lo stesso processo logico che abbiamo
gi� incontrato. Il potere di aprire e chiudere le porte degli inferi �
quindi un attributo regale, poich� � proprio di Cristo re, conferito nella
benedizione del re: il fatto quindi che i vescovi dispongano di un simile
carattere ne indica la chiara origine regale, anzi, manifesta in quale misura
gli stessi vescovi siano re:27 et haec quidem gratia communis est
regum et sacerdotum, in quantum et ipsi reges sunt.28 E cos� l�Anonimo
prepara il terreno alla sorprendente, ma oramai inevitabile, deduzione.
Gli apostoli disposero di tale potere perch� Cristo � Cristo re � li invest�
di questa prerogativa, facendo di loro nuovi re, suoi successori:
�Nam, et Petrus et caeteri apostoli, priusquam sacerdotio fungerentur, sed
tamen iam cum Christo regerent discipulos Christi, claves regni coelorum acceperunt
a Christo. Quae res indicio est, ut non sacerdotibus debeantur claves
istae, sed regibus�.29
Naturalmente, la regalit� degli apostoli discende dal fatto che essi
regerunt, secondo il passo isidoriano, aggiunto al bagaglio di prove in
appendice al trattato.30
25 Ibidem, p. 160.
26 Interessante � in questo caso richiamare alla memoria il �rivestimento di
contenuto
signorile� rilevato da Prinz a proposito della figura del pastor nei testi di epoca
carolingia,
ma anche il riconoscimento del ruolo sacerdotale del re, Carlo in questo caso,
novello
David, sul modello di Melchisedech. Cfr. F. PRINZ, Clero e guerra nell�Alto
Medioevo,
trad. it. Torino 1994 (ma I ed. 1971), pp. 73 sgg, 133-34, 229-230 e passim.
27 Cfr. J24, p. 145-146.
28 J24, p. 146.
29 Ibidem, p. 146.
30 Cfr. J24, p. 173; cfr. ISIDORI Etymologiae, IX, III, 4, Patrologiae cursus
completus,
series latina, ed. J-P Migne, vol. 82, Paris 1850, col. 342.
107
E allora, mentre i re divengono vescovi, i vescovi si fanno re, con
quella che non possiamo definire in altro modo che totale sovrapposizione
di piani: cessano di esistere re e vescovi, essi divengono la stessa
cosa sotto qualunque prospettiva. Nella fattispecie, per�, all�Anonimo
interessa mostrare come il lato predominante sia quello religioso,
ancora una volta in maniera forse inaspettata: il suo re diviene prima e
sopra tutto un presul princeps.31 Perch�? Perch� egli riceve incarichi
di ordine sacramentale, che lo rendono anche nelle stesse insegne del
potere simile agli altri vescovi. Ma soprattutto � ed � proprio qui, in
conclusione, che crediamo si situi la chiave interpretativa dell�intero
opuscolo � perch� � dai vescovi consacrato, da essi riceve le insegne
sacre, da essi viene soprattutto unto, e cio� entra a pieno titolo nell�ordine
di santit� che non spett� a Ozia, re usurpatore perch� non
unto.
L�Anonimo prosegue, sostenendo che il re non pu� essere detto
minore di un pontefice, poich� � dai pontefici consacrato: il minore
consacra il maggiore, i suffraganei consacrano l�arcivescovo, i cardinali
il papa, i vescovi il re.32 Il re non cessa di essere laico cio� per una
particolare virt� operante, ma perch� completamente inserito in un universo
di discorso che tende ad assimilarlo ad un sacerdote, e che non
conosce altro piano d�azione. E su tutto questo ha valore di suggello
chiarificatore la frase conclusiva, icastica, del trattato:
�Non offendatur domnus papa in his, quae de rege dicta sunt, quoniam et
ipse summus pontifex est in quantum rex est�.33
Viene a cadere, in sostanza, ogni possibile interpretazione che voglia
fare rientrare la concezione di regalit� dell�Anonimo Normanno
entro gli schemi di quella �piramide carismatica� di stampo carolingio,
che vede il re contemporaneamente al vertice di istituzioni laiche
e religiose, che si � voluta vedere fino a tempi recentissimi. Tutta la
costruzione dell�Anonimo Normanno tende, lo si � visto chiaramente,
alla demolizione di una distinzione tra re e sacerdoti, e viceversa, soprattutto.
L�Anonimo si muove qui in un contesto che non conosce di-
31 J24, p. 160.
32 Cfr. J24, p. 161.
33 J24, p. 161.
1 0 8
stinzione tra laico e cristiano, essendo la Chiesa costituita da tutto il
popolo dei cristiani, e cio� dal gregge di Cristo. Si � visto dopotutto
che il re, delegando i suoi poteri ai vescovi, li investe di prerogative
regali, che consentono di parlare di regale sacerdotium: perch� non
parlare di vassallaggio, di gerarchie intermedie? Non sar� forse perch�
si costruisce un universo semantico attorno ai soli poli costituiti da regalit�
e sacerdozio, allo scopo di dimostrarne la totale omologia? Ma �
proprio l�identit� di sacerdozio e regalit�, la sostanziale invertibilit� di
argomenti che induce il Nostro a (ri)definire proprio in questo la sostanza
del principio gelasiano. Infatti:
�Propter quod est huiusmodi hominis sacerdotium regale dicitur, quod est
a rege dirivatum, regis habens et potestatem et officium. Sicut enim rex sua
potestate regit populum a Deo sibi subditum, ita et sacerdos. Nam, ut ait
beatissimus
papa Gelasius: Ista duo sunt, quibus hic mundus principaliter regitur,
sacerdotalis auctoritas et regalis potestas�.34
Non siamo di fronte ad un modello che presenti la collaborazione
salvifica di due poteri di diversa entit�, ma che piuttosto prospetta la
compartecipazione ad uno stesso, identico principio, che si scinde
senza significative differenze � se non di ordine �gerarchico� � nelle
due persone del vescovo e del re, in nome della totale interscambiabilit�
dei termini del binomio.
Proprio in virt� di questo binomio sinonimico, ci� che consente di
stabilire come il re sia vescovo permette soprattutto di mettere in risalto
gli attributi regali del papa, vero destinatario di tutta la trattazione:
se teniamo a mente il valore di esplorazioni ecclesiologiche degli altri
scritti,35 non risulter� forse chiaro il valore di modello che anche questo
trattato ricopre? Non significa forse ammettere una effettiva supremazia
del papa, ma solo in un ben circoscritto ambito, che permetta
al papa di esercitare s� una primazia, ma solo su una non meglio specificata
area territoriale, e non su tutto il mondo? Il che non � forse un
altro modo di escludere il pontefice supremo dal controllo di un certo
episcopato, nella fattispecie quello che promuove il presente scritto?
34 Ibidem, p. 236.
35 Cfr. pi� sopra, n. 2, e, in generale, i risultati del nostro I trattati
dell�Anonimo Normanno
cit., in particolare le pp. 26-83 e 98-102.
109
Vero � che al sovrano terreno sia accordata una supremazia che � pure
religiosa, ma in questo contesto essa risulta attribuita al regnum in
esclusiva funzione antipapale. Non solo: detta supremazia, che si
esprime con l�ingresso nell�ordine sacramentale per mezzo dell�unzione,
� concessa e arbitrata sostanzialmente dai vescovi. Ma se dunque
questo scritto � espressione di una forse non del tutto compiuta, eppure
certamente consapevole reazione vescovile ai propositi universalistici
della sede romana, non ci troviamo di fronte allora ad una teorizzazione
della regalit� sacra che � operata e gestita dalla stessa casta
sacerdotale? Non si potrebbe allora ipotizzare che i destinatari di questo
scritto non siano necessariamente i vertici laicali e i loro entourages,
ma che la teoria fosse prodotta ad uso e consumo di un clero locale
che si opponeva al controllo di un solo pontefice sulla Chiesa universale?
Non bisogna allora giungere alla conclusione che chi compose
questi trattati non fosse supino recettore di �numinose� istanze provenienti
dall�alto, ma invece espressione di gruppi che stabilivano i
contorni della stessa teoria?36
Non pu� essere d�altronde messa in dubbio l�autocoscienza episcopale
ed episcopalista che traspare dalla lettura degli altri scritti di
protesta: che Roma non sia accettata in base alla mancanza di una
chiara delega a Pietro, o perch� Gerusalemme dovrebbe per dignit�
esserle anteposta, o perch� Satana occupa il soglio di Roma, questo
manifesta una irriducibile ricerca di ogni appiglio possibile alla edificazione
di una teoria politica alternativa alla supremazia del pontefice
romano, e nessuno degli argomenti di ben trenta trattati fa appello alla
regalit�.
Non solo: un intero scritto, il J10, contiene a proposito di regalit�
nozioni del tutto in opposizione con quanto emerso dalla lettura del
J24, a dimostrazione del fatto che una concezione laicale della regalit�
non fosse affatto al di fuori degli orizzonti di pensiero del nostro autore.
E c�� di pi�: l�opuscolo in questione verte sul principio gelasiano
nella sua forma pi� �classica�, a dimostrazione ancora una volta di
come il dato emerso in J24 non sia affatto espressione di un pensiero
36 Si veda G. M. CANTARELLA, Qualche idea sulla sacralit� regale alla luce delle
recenti
ricerche: itinerari e interrogativi, in �Studi Medievali� 3a s. XLIV (2003), pp.
911-927.
1 1 0
coerente e monolitico, ma soggetto ad un gradiente di ordine euristico
e del tutto contingente: come in tutti i trattati, cio�, anche in questo
l�Anonimo piega le sue fonti e le utilizza come un repertorio di espedienti
�neutri� da decontestualizzare e ricontestualizzare a piacimento.
Il trattato J10, peraltro, proprio per il suo tenore cos� drasticamente
contrario ad una concezione di regalit� � e di laicato in genere, segno
della chiara percezione delle differenze � integrata in un quadro di riferimento
ecclesiastico, � stato a sua volta frainteso per uno scritto che
manifestava tendenze �gregoriane�.37 Ancora una volta ci sentiamo in
37 Il Cantor, in chiara polemica con lo Williams, ritenne che �at least six of the
tracts
in CCC 415 clearly presented Gregorian reform doctrines, a fact which Williams
overlooked
�, motivando la presenza di tale inserto con una presunta inversione di rotta
politica di Gerardo di York, che da violento �antigregoriano�, entro il 1105
sarebbe
stato completamente convertito da Anselmo di Canterbury alla �causa gregoriana� e
alle idee della riforma (tanto i corsivi quanto le virgolette sono nostre,
ovviamente).
Farebbero parte di questo gruppo di opere che avversano, chiosando Cantor, le
dottrine
della monarchia teocratica, i trattati J8, J9, J10, J18, J21 e J31, e forse anche
J6 e
J7. L�acquisizione alla causa romana di Gerardo � autore dei trattati secondo
Cantor,
che a sua volta riprendeva la tesi di B�hmer � era ipotesi funzionale alla
dimostrazione
di una unitariet� del corpus di trattati, che comprovasse al contempo un�origine e
un contesto prettamente inglese dei trattati: cfr. CANTOR, Church, Kingship cit.,
pp.
177, 242-47. Cfr. anche H. B�HMER, Kirche und Staat in England und in der Normandie
im XI und XII Jahrhundert, Leipzig 1899, pp. 197 sgg., il quale, tuttavia, si
limitava a rilevare l�estraneit� del solo J10. Questioni di mentalit� a parte,
vorremmo
fare alcuni rilievi alle deduzioni di Cantor, su cui torneremo anche in seguito.
Prima
di tutto, come correttamente rilevato da Ruth Nineham, i dati di cui siamo in
possesso
non lasciano intendere con tanta certezza che l�arcivescovo di York fosse stato
conquistato
in tarda et� dalle tesi romane: cfr. R. NINEHAM, The So-called Anonymous of
York, �The Journal of Ecclesiastical History� XIV (1963), pp. 37, 40-41. Complice,
d�altra parte, il punto di osservazione scelto � e cio� l�attribuzione all�Anonimo
Normanno
di una difesa ed esaltazione ad oltranza delle prerogative �teocratiche� del trono
anglonormanno (intenti, questi, ravvisabili al limite nel solo J24, e con le forti
riserve
da noi espresse) � l�operazione che a nostro avviso risulta pi� dubbia sta
nell�equazione che viene tracciata tra espressione di dottrine �gregoriane� da una
parte,
ed effettiva adesione ad esse dall�altra; equazione che il Cantor pare avere
inferito
piuttosto semplicisticamente. Rileviamo alla base delle sovrainterpretazioni di
Cantor
un problema essenzialmente di linguaggio, ma anche una fondamentale confusione tra
mezzo e fine cui non sono sfuggiti neppure WILLIAMS, The Norman Anonymous cit.,
pp. 35-36, che con B�hmer limit� la sua indagine al solo J10, ammettendone
l��inspiegabile� estraneit�, e ipotizzandone un�erronea inserzione nel manoscritto;
lo
stesso Williams approfond� tale interpretazione del trattato J10, in G. H.
WILLIAMS,
The Golden Priesthood and the Leaden State. A Note on the Influence of a Work
111
dovere di stemperare una lettura tanto estrema, che da un lato non percepisce
le sottili sfumature del testo e che, d�altro canto, tende soprattutto
ad asseverare una visione del tutto manichea delle lotte �ideologiche�
ed ecclesiologiche di fine XI secolo, proponendo un sommario
schema che non lascia spazio se non ai fautori della �riforma gregosometimes
Ascribed to St. Ambrose: the Sermo de Dignitate Sacerdotali, �The Harvard
Theological Review� L (1957), pp. 37-64. La stessa NINEHAM, The So-called
Anonymous cit., pp. 39-40, rifiutava un milieu �gregoriano� per i J8 e J18, ma si
mostrava
molto pi� cauta circa J9, J10 e J31, avallando in parte le congetture di Cantor.
Riteniamo che questa tendenza a schematizzare eccessivamente gli schieramenti, a
volte a crearli di sana pianta, costituisca un chiaro riflesso di quei vizi di
impostazione
che gi� il Capitani indic� come �la prospettiva troppo �libresca�� di una certa
storiografia;
impostazione che port�, in particolare, a stabilire legami netti ed arbitrari tra
collezioni canoniche pseudoisidoriane e partiti riformatori romani di XI secolo,
attribuendo
cio� un orientamento politico a quella che � mera e �neutra� strumentazione.
Cfr. O. CAPITANI, Immunit� vescovili ed ecclesiologia in et� �pregregoriana� e
�gregoriana�.
L�avvio della �restaurazione�, Spoleto 1966, p. 2-9 e passim, e in particolare
alla p. 7, n. 13: �Quanto conta � sempre il disegno che una determinata citazione
pu� servire a rinforzare. [�] ogni collezione nasce con finalit� proprie,
indipendentemente
dall�utilizzazione di un materiale che � lo stesso di altre collezioni�. Rimandiamo
anche a O. CAPITANI, L�interpretazione �pubblicistica� dei canoni come momento
della definizione di istituti ecclesiastici (secc. XI-XII), in Fonti medioevali e
problematica storica: atti del Congresso Internazionale in occasione del 90�
Anniversario
della fondazione dell�Istituto Storico Italiano (1883-1973), Roma 1976-77, pp.
253-82, ora anche in O. CAPITANI, Tradizione e interpretazione: dialettiche
ecclesiologiche
del secolo XI, Roma 1990, pp. 151-183, con addendum. Pi� recentemente, cfr.
G. PICASSO, �Reformatio ecclesiae� e disciplina canonica, in Chiesa, diritto e
ordinamento
della �Societas Christiana� nei secoli XI e XII, Atti della nona Settimana
internazionale di Studio della Mendola, Milano 1986, pp. 70-85; e G. M. CANTARELLA,
Gregorio da Catino e la polemica filoimperiale, relazione letta in occasione del
Convegno Farfa abbazia imperiale (Farfa - S. Vittoria in Motenano, 26-29 Agosto
2003), in corso di stampa. E vorremmo su tutto richiamare le condivisibili
osservazioni
del Fornasari: �Le fonti filoenriciane sono necessariamente antigregoriane? E le
fonti antigregoriane non rappresentano spesso un tentativo di trovare un equilibrio
di
fronte alla veemenza delle istanze riformatrici di Gregorio VII piuttosto che non
un�aperta condivisione della politica enriciana? E le fonti filogregoriane in che
misura
rappresentano una consapevolezza riformatrice, e in che misura, invece, sono
talvolta
la testimonianza di movimenti e di gruppi antienriciani?�: cfr. G. FORNASARI,
Strumenti
di propaganda antipapale nella libellistica e nella cronachistica imperiale: da
Enrico IV a Enrico V, in La propaganda politica nel basso medioevo, Atti del
XXXVIII Convegno storico internazionale di Todi, Spoleto 2002, p. 54. Non dubitiamo
che simili riflessioni si possano (e crediamo che si debbano) applicare anche al
caso dell�Anonimo Normanno.
1 1 2
riana� da una parte e ai sostenitori del regnum dall�altra. Ci troviamo
al contrario, a nostro avviso, in presenza di uno dei pi� alti esempi all�interno
della serie di autocoscienza vescovile, in opposizione all�opera
di appiattimento che la riforma romana in senso universalistico
sta attuando: non � certo un caso che il testo J10 esordisca con la celebre
affermazione gelasiana sulla dualit� dei poteri, ma con una significativa
differenza testuale. Laddove il dettato gelasiano recita:
�Duo quippe sunt, imperator Auguste, quibus principaliter mundus hic
regitur, auctoritas sacrata pontificum et regalis potestas�,38
con sottile differenza, il dettato dell�Anonimo cos� si pronuncia:
�Duo sunt quibus hic mundus principaliter regitur, sacerdotalis auctoritas
et regalis potestas�.39
Ora, � significativo come non solo in questo passo, ma in tutto il
testo del J10 l�Anonimo usi somma cautela nell�evitare l�utilizzo del
termine, pure in s� non inappropriato, di pontifex: � evidente il tentativo
di sottrarre l�espressione ad ogni tipo di ambiguit� semantica, la
volont� cio� di eludere quella lenta convergenza di pontifex verso pontificalis
dignitas e apostolica dignitas che per esempio Gregorio VII
adombra nella seconda lettera a Ermanno di Metz, e attua pienamente
nella lettera del maggio 1080 a Guglielmo il Conquistatore.40 Siamo
fermamente persuasi, insomma, anche alla luce del raffronto con il tenore
del resto dell�opera, che questo non sia altro che un testo che mira
alla ricostruzione di una determinata categoria di linguaggio per
sottrarla all�uso strumentale della parte avversa, e cio� in senso del
tutto episcopalista: il J10 dichiara la propria lettura del principio gelasiano,
attribuendo a tutti i vescovi uguale statura e prerogative. Non
deve stupire del resto il fatto che un simile testo giunga a ritenere che
la potest� regia non sia altro che un potere terreno e quindi imperfetto.
38 Cfr. PH. JAFF�, S. LOEWENFELD, F. KALTERBRUNNER, P. EWALD, Regesta Pontificum
Romanorum, I-II, Leipzig 1885-1888, p. 632.
39 J10, p. 76.
40 Cfr. Das Register Gregors VII, ed. E. Caspar, Berlino 1955�: ep. VII, 25, pp.
505-
506; ep. VIII, 21, p. 553. Cfr. PELLENS, Die Texte cit., p. 76, n. 3.
113
Simile milieu di pensiero � manifesto nel trattato J9: nella conclusione
della sua requisitoria contro la giustizia del pontefice romano, dei suoi
legati e della �sua� legge, l�Anonimo si scaglia al pari contro le ingerenze
dei laici, nonostante l�esigua frazione di testo dedicata allo scopo.
E non sussisteranno dubbi circa l�antiromanit� del trattato J9, soprattutto
a seguito della complessa rete di interazioni dottrinali che si �
vista percorrere e collegare tra loro numerosi trattati di identiche finalit�.
41
Possiamo dunque fare rientrare l�atteggiamento che si esplicita in
J10 all�interno di quello che si potrebbe definire il �grado zero�
dell�ecclesiologia
dell�Anonimo Normanno, vale a dire un�energica presa
di coscienza della autonomia di ciascuna Chiesa, autonomia che non �
disposta a cedere nulla, almeno nella teoria, ad altri poteri, laicali o
ecclesiastici che siano. Ma questi trattati non sono interessati alla sola
asserzione di immunit� della chiesa episcopale dalle ingerenze esterne,
in primo luogo quelle papali: essi ricercano ogni tipo di appiglio
valido ad asseverare una simile intangibilit�, o quantomeno a negoziarne
i termini. Proprio in questa luce ha senso la presenza di un trattato
come il J1, che finisce per ammettere la preminenza di un pontefice
supremo, ma solo finch� funga da controllore di un sistema di garanzie,
e cio� non infranga la caritas, che a buon diritto costituisce il
collante di una simile Chiesa: la caritas �, prima ancora che reciproco
amore e aiuto, soprattutto assenza di interferenze nell�operato dei vescovi.
42 Ma di fronte all�inattuabilit� di un simile progetto, il J24 assume
i contorni della presa di posizione pi� realistica possibile per una
chiesa episcopalista all�incontro dei secoli XI e XII, e cio� l�appoggio
� e non per questo incondizionato � di un referente da contrapporre al
papa.
E del resto, la proposta di adesione a un simile schema interpretativo
trova un interessante complemento logico nel variare della concezione
di santit� attraverso i trattati. La sanctitas, si � ben visto, deve
essere per l�Anonimo meritoria e garantita ex opere finch� gravi
sull�episcopato lo spettro del giudizio, e cio� finch� si ammetta la pre-
41 Ci permettiamo ancora di rimandare, per amore di brevit�, alle conclusioni
tratte in
merito nel nostro I Trattati dell�Anonimo Normanno cit., pp. 47-49 e soprattutto
52-
87.
42 Ancora, cfr. Ibidem, pp. 46-53.
1 1 4
senza di un organo superiore giudicante ma che possa essere delegittimato;
43 una volta superato questo nodo cruciale, una volta rimossa
dal campo d�azione, cio�, l�unica forza destabilizzante che necessiti di
una teoria �meritoria� della sanctimonia per essere scardinata, allora si
pu� abbracciare senza riserve l�idea di una santificazione rituale, quale
risulta essere l�unzione regia e sacerdotale nel J24: che il papa divenga
o meno immune al giudizio dei vescovi risulta infatti ininfluente, essendo
relegato ad una sfera di controllo differente.
Non crediamo insomma di trovarci per nulla in presenza di scritti
che testimoniano �una fase di consapevolezza precedente a quella gregoriana
�:44 ci sembra, al contrario, trapelare da essi la pi� acuta consapevolezza
del mutare dei tempi, e della minaccia alla sopravvivenza
di una intera concezione di Chiesa che le idee primaziali romane rappresentano.
A meno di volere dare un contorno politico, e quindi soprattutto
un pregiudizio finalistico, a detto grado di �consapevolezza�.
Il che non ci sembra giovare n� allo storico, n� alla storia.
43 Cfr. J1, pp. 5-7. TERLIZZI, I Trattati dell�Anonimo Normanno cit., pp. 20-29.
44 Cfr G. RUGGIERI, Santit� ed ecclesiologia al sorgere della cristianit�
gregoriana,
�Cristianesimo nella Storia � Ricerche storiche esegetiche teologiche� VI (1985),
p.
258.
SAMUELE SACCHI
Il Carolus iratus e la regalit� iberica:
Jim�nez De Rada
Qualora ci si proponga di sottolineare le istanze parenetiche della
storiografia di Jim�nez de Rada, non � impossibile cogliere una selezione
(consapevole o pi� semplicemente ovvia) di modelli e esempi di
regalit�, dinamicamente coinvolti nel racconto di una maest� tendente
alla perfezione del re Santo (quel Ferdinando III di Castiglia committente
della Historia de Rebus Hispanie). La �regalit� veterogermanica,
quella visigotica e poi toledana, quella asturiana e poi leonese,
quella navarrina e poi castigliana si trovano tutte prese in un gioco di
forme concentriche che raggruppa i modelli tra loro e stabilisce spartiacque
storici e storiografici ben precisi, destinati a riflettersi sulla periodizzazione
e composizione stessa dell�opera; un crescendo teso ad
arricchire via via l�aspetto del re, nel contesto del quale la romanzesca
irruzione del Carolus iratus pone la questione di una mentalit� tanto
avversa alle realt� ultramontane da accettare la polemica tradizione di
Bernardo del Carpio tra le pagine di un�apologia della regalit� iberica.
Il problema emerge nel corso del libro IV della Historia de Rebus
Hispanie1, quando la narrazione, affrontando l�ennesima crisi del regno
di Alfonso II, incontra per la prima volta la figura di Carlo:
�Iratus autem Carolus fidem mentitam intemptans, cepit regi Aldefonso
terribiliter conminari et postpositis bellis Arabum direxit acies in reliquias
Hispanorum. Qui cum ad montana Hispanie pervenisset , in quibus pauci, qui
gladium effugerant, habitabant, cum clamore valido, tacti dolore cordis
intrinsecus,
lacrimas cum sacrifciis Domino miscuerunt, quasi non superesset
eis ulterius vivere, cum celi sentenciam gladio Arabum iam experti, redivive
morti iterum parabantur, que tanto amplius cruciabat, quanto ab illis timebant
1 RODERICUS XIMENIUS DE RADA, Historia de Rebus Hispanie sive Historia Gothica,
ed. J. Fern�ndez Valverde, Corpus Christianorum. Continuatio Mediaevalis LXXII,
Turnhout 1987; d�ora in poi useremo sempre la sigla HRH per indicare l�opera.
1 1 6
de quorum debebant presumere caritate et quibus erant coniuncti fibula christiana
�.2
Chi scrive � appunto l�arcivescovo di Toledo, don Rodrigo Jim�nez
de Rada (1170-1247), e il brano, davvero poco lusinghiero nei confronti
del dinasta carolingio, introduce una versione tutta iberica della
disfatta di Roncisvalle3 in cui la storia di Spagna si appropria della vittoria
e ne rovescia i valori epici, attribuendola alla corona di Alfonso
II e al braccio di Bernardo del Carpio.
Il tema della giustapposizione Spagna-Europa e i suoi immediati
corollari � da un lato l�idea di un�Europa limitata all�alveo della dominazione
carolingia, dall�altro il fallimento della penetrazione franca
in territorio iberico, insuccesso trasfigurato nell�epos di Roncisvalle,
come motivazione di quella stessa Europa restricta y limitada4 � emergono
nel corso del libro IV, l� dove il Toledano si sforza nel tentativo
di correggere una tradizione contraria alla fama dei suoi re (Alfonso
II e Alfonso III), e tuttavia irrinunciabile per la fama della �nazione�.
Difficile conciliare corrente e controcorrente, tant�� che la narrazione
risulta vagamente stonata, una storia che, senza buoni n� cattivi
tra gli �spagnoli�, per un momento fa un passo indietro, dalle contrapposizioni
religiose torna a quelle etniche, e appunto addossa al
Carlo sconfitto di Roncisvalle tutte le colpe.
Ma andiamo con ordine; vediamo in primis che cos�� la HRH, o
2 Ibidem, Lib. IV, cap. X, rr. 22-32.
3 Ibidem, rr. 32-71.
4 C. S�NCHEZ ALBORNOZ, Espa�a un enigma historico, Barcelona 1981 (VIII ed.), p.
593. Dobbiamo il tema dell�Europa restricta y limitada alle riflessioni
introduttive di
un S�nchez Albornoz che, accingendosi ad approfondire la questione del rapporto
Spagna-Europa, si preoccupa di misurare la reale distanza che separa il
�continente�
da quell�altrove storico e storiografico rappresentato dalla penisola iberica,
realt� culturale
che se ai nostri occhi esprime effettivamente uno spazio storico secondario,
d�altro canto ha sovente coltivato l�orgogliosa consapevolezza della propria
alterit�.
Sempre S�nchez Albornoz si incarica di circoscrivere questo sentimento e pensiero,
di
focalizzare la reale distanza che lo giustifica andando a scoprire nell�Europa
carolingia
la sola Europa cui la Spagna possa dirsi estranea; estranea ovviamente quanto pu�
esserlo un confine, una realt� marginale (frammentaria e turbolenta nella sua
natura di
frontiera, e in questo analoga al meridione d�Italia), una realt� rimasta per
avventura
fuori dal disegno geopolitico riuscito all�azione di Carlo, e tuttavia, come
vedremo,
estremamente suscettibile alla vicinanza della creazione carolingia.
117
perlomeno che cosa � sembrata a noi nel corso di una recente (parziale)
lettura. Senza pretendere di esaurirne i significati possibili, senza
pretendere di averne colto la reale complessit� (e pur nutrendo il timore
di aver in realt� complicato qualcosa di semplice), abbiamo voluto
riconoscere la parenesi che starebbe tra le righe della storia, compilazione
erudita e cronaca generale, che tra il Diluvio e i giorni dell�autore
approda alla celebrazione della corona di Castiglia, ottemperando
alle aspettative della reale committenza.
Una parenesi abbiamo detto, un discorso sulla regalit�, addirittura
un modello della stessa, studio di un�evoluzione, osservazione celata,
implicita, forse perch� ovvia. Un percorso parallelo alla storia, teso a
costruire di sovrano in sovrano, di gradino in gradino la grandezza definitiva
di Ferdinando III, il tutto sulla scorta di una periodizzazione
che fa di ogni libro un�unit� e una fase del cammino in questione. Di
nove sono sei i libri che abbiamo voluto e potuto approfondire e di
questi � appunto il quarto a mettere in luce la possibilit� che il Toledano,
ai fini della propria costruzione parenetica, decida per un approccio
polemico nei confronti della realt� e regalit� carolingia.
Il libro IV della HRH affronta quello che si pu� definire �epos asturiano�,
e nel contesto di questo mette a fuoco quella che altrove abbiamo
chiamato �regalit� pelagiana�, due elementi cruciali per la costruzione
del Toledano, strettamente connessi da un lato all�elezione
del 711 quale spartiacque storico e storiografico, dall�altro all�apparizione
del servicium Dei, tema destinato a rimpiazzare la Gothorum
gloria come chiave di volta della regalit� iberica.
Chiusa la parabola della regalit� visigotica, il Toledano affronta un
secondo ciclo anch�esso come il precedente organizzato in due libri,
l�uno dedicato all�ascesa l�altro al declino di una seconda tipologia di
regalit�.5
5 S. SACCHI, La regalit� iberica: un modello diverso, Tesi di laurea, Universit�
degli
studi di Bologna, Facolt� di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Storia
Medievale,
a.a. 2003-2004, relatore G. M. Cantarella, pp. 7-114. Dopo aver dedicato il libro I
della
HRH al mito delle origini, il Toledano va ad articolare tra secondo e terzo la
parabola
della regalit� visigotica per come emerge nel corso delle vicende che portano
l�etnia dallo sfondamento del limes renano alla caduta del regno di Toledo. Il
tutto
viene osservato secondo una prospettiva che ponga a monte della regalit� stessa il
dato
della Gothorum gloria, valore dettagliatamente celebrato (gi� a partire dal libro
primo) nel contesto di un epos teso alla nobilitazione della schiatta, che
raccoglie e
1 1 8
Il libro IV prende le mosse dall�avventura di Pelagio (711-739),
primo re delle Asturie e primo referente della resistenza (presto reconquista)
cristiana. In questo senso, narrativamente, il racconto sembra
fare un passo indietro, azzerando la vicenda storica per ripartire da
una nuova stagione epica, questa volta cristiana, che trova in Pelagio
una sorta di proprio Enea, o meglio ancora una sorta di Mos�, dato
l�esplicito parallelo veterotestamentario che anima il racconto della
battaglia di Covadonga.
Storiograficamente lo sconvolgimento geopolitico funge da discrimine,
da spartiacque, e mutando radicalmente le premesse da origine,
nella raffigurazione del Toledano, ad un contesto sociale e culturale
del tutto nuovo: la cristianit� profuga si rifugia nelle Asturie, si affida
allaccia tradizioni differenti in un accumulo di vittorie teso a dimostrare il dato
di fatto
della �gloria dei Goti�; ci� � pienamente esemplificato nell�ambito di un libro
terzo
chiamato a dichiarare esplicitamente la natura di una cultura e di una regalit�,
alla vigilia
della caduta e del conseguente aggiornamento del modello. � l�esperienza di re
Wamba e nella fattispecie la sua disputa col traditore Paolo (HRH, Lib. III, cap.
II-X)
a mettere alla prova la regalit� in questione permettendo a noi di verificarne le
caratteristiche
fondamentali. Sostanzialmente tutta la retorica relativa alla lunga guerra tra
Wamba e Paolo (retorica esplicitata nei discorsi attribuiti ai due contendenti)
verte sul
dato della Gothorum gloria, laddove Paolo rifiuta la regalit� di Wamba accusandolo
di non essere all�altezza del passato, dell�eredit� del suo popolo; laddove lo
stesso reato
di Paolo non � tanto la ribellione, quanto l�infamia che getta sull�onore e sul
valore
dei Goti, motivo su cui insiste la chiamata alle armi del re. L�apparato retorico
relativo
al conflitto insiste ripetutamente su questi argomenti, andando ad indicare nella
Gothorum gloria, cio� nella memoria collettiva di un passato glorioso, di una
tradizione,
di un�eredit� comune dell�etnia, il motivo fondamentale dell�identit� sociale e
culturale visigota, e quindi della regalit� da essa espressa; motivo quest�ultimo
suggerito
esplicitamente dal rifiuto di un Paolo che respinge apertamente l�autorit� di
Wamba, accusandolo di non essere degno del passato dei Goti. La prospettiva, l�idea
dell�identit� e quindi della regalit� gotica che emerge nel contesto della guerra
tra Paolo
e Wamba viene ribadita in seguito, quando la narrazione passa a raffigurare la
decadenza
visigotica (HRH, Lib. III, cap. XV-XVI), relazionandola appunto alla perdita
della Gothorum gloria. Lo sciagurato Witige, principe tragico e figura centrale del
declino, rovescia i canoni della regalit� di Wamba: specularmente contrario alla
regalit�
(visigotica) ideale Witige corrompe la nazione e, in un�immagine emblematica di
quel che decade, fonde le spade per farne aratri, smilitarizza la societ�, disarma
i Goti,
tradisce e perde quella stessa Gothorum gloria in nome della quale Wamba si era
battuto,
nel quadro di una decadenza che � tale rispetto a questo elemento, rispetto a
questo
retaggio, confermato cos� nella sua natura di fondamento culturale, sociale e
regale.
119
a Dio e riconosce in Pelagio un capo militare, ma soprattutto spirituale,
nella misura in cui lo stesso Pelagio rivendica per se questo ruolo.
Nuove premesse culturali esprimono una nuova regalit�, l�elemento
religioso si impone, si fa preponderante, maggioritario, amplificato
per contrasto dal traumatico contatto con l�Islam. La societ� visigotica
si fa cristiana, esplicitamente, dichiaratamente nel momento in cui Pelagio
rifiuta l�ambasceria di Oppa (fratello di Witige e vescovo collaborazionista)
e il passato che questi ricorda e rappresenta, la vecchia
identit� se cos� si pu� dire. La Gothorum gloria, battuta e irrimediabilmente
perduta, si vede messa da parte in favore del servicium Dei,
dato che emerge da subito nel contesto delle �guerre della fede�, presto
nuovo onore e onere dei re cristiani.
Nella definizione della regalit� (come in quella della cultura, secondo
una societ� superstite che non ha spazio per essere altro che cristiana,
nel quadro di un chiaroscuro esasperato) l�elemento religioso
va forse a rimpiazzare quello etnico. Si apre cos� il libro IV della
HRH, appunto con un ritorno all�epos, con l�elezione di un popolo reduce
dall�espiazione dei propri peccati (forse funzionale alla necessit�
ideologica di trasmettere un�immagine unitaria della cristianit�), con il
rifiuto da parte del nuovo re della vecchia identit� e con la battaglia di
Covadonga e il primo dei miracoli.
Abbiamo parlato per il libro IV di �epos asturiano� (che si tratti di
epos lo si vede al momento di passare al libro V e di accostare un crescendo
maturato sulla scorta di un�intatta morale eroica, ad un declino
dato dalla mancanza di attenzioni apologetiche), di arco ascendente
della regalit� �pelagiana�, di definizione della stessa sulla scorta di
costanti ben riconoscibili e interamente riconducibili al dato del servicium
Dei (elemento che abbiamo scelto per esemplificare nel suo accostamento
con la Gothorum gloria la differenza tra le due regalit�);
tutto questo poich� ciascuno dei re cristiani raffigurati nell�arco del
libro IV risponde tendenzialmente alle seguenti caratteristiche: difesa,
assistenza e promozione delle strutture ecclesiastiche; esercizio della
reconquista (sia come guerra che come ripopolamento, entrambi elementi
che se non riguardano da subito la vicenda di Pelagio, verranno
comunque messi a fuoco gi� a partire da Alfonso I) e per concludere
la presenza del miracolo, del prodigio, della manifestazione del
soprannaturale e del divino, come assistenza, risposta, benedizione
1 2 0
dell�operato del re, ma soprattutto come legittimazione inequivocabile
del senso della nuova regalit� cristiana (�pelagiana�), cos� come illustrata
lungo il libro IV, vale a dire tra i due estremi dell�ascesa (il rifiuto
di Pelagio e l�incoronazione di Ordo�o II, maestosa al penultimo
capitolo, ordinata da dodici vescovi forse in una velleit�, in un velato
accenno alla cristomimesi).
Nel corso dell�ascesa la regalit� da leadership militare (rango al
quale si era involuta dopo l�impasse del 711) ritrova le forme regali e
da asturiana si fa leonese; il tutto nel quadro di una celebrazione intatta,
di un epos appunto, di una nuova epica delle origini dopo quella
visigotica. Una celebrazione che a nostro avviso pone volontariamente
l�accento sui moventi religiosi di cultura e regalit�, minimizzando la
reale portata del neovisigotismo, e tacendo della soluzione imperiale
raggiunta dal regno di Alfonso III (scelta quest�ultima che come si vedr�
pu� essere riconducibile ad un rifiuto di modelli regali carolingi,
oltre che alla necessit� di riservare l�originalit� del titolo alla casa di
Sancio el Mayor).
Il libro IV si chiude sull�incoronazione di Ordo�o II, o per meglio
dire al capitolo successivo, sullo sgarbo fatto da questi alla nobilt� castigliana,
introduzione alla decadenza leonese e quindi al libro V inteso
come arco discendente; il contesto quello di un declino che, beninteso,
non � del modello di regalit�, bens� della sua interpretazione leonese
in una raffigurazione alla quale partecipano in modo decisivo le
necessit� politiche, pubblicistiche e apologetiche di un Toledano che
quel modello dovr� trasmettere alle case di Castiglia e Navarra.
Vista in breve la natura del libro IV, scendiamo ora nell�ambito dei
passaggi che chiamano in causa la figura di Carlo. Al capitolo IX del
libro IV la narrazione entra nel merito dell�epopea di Bernardo del
Carpio,6 e il compito del Toledano si complica ulteriormente nel prestar
fede ad una leggenda che d�ora in poi dovr� sforzarsi di rettificare.
Incontriamo cos� la vicenda del matrimonio clandestino di Semena,
sorella di Alfonso II il Casto, nipote di Alfonso I il Cattolico e re di
Oviedo e delle Asturie dal 791 all�842; Semena sposa il conte Sancio
6 Per un breve ed esauriente resoconto della vicenda � possibile consultare la voce
Bernardo del Carpio in Enciclopedia Italiana Treccani, vol. VI, pp. 750-751.
121
senza chiedere il permesso ad Alfonso, scavalcandone quindi l�autorit�.7
La reazione del re appare tanto violenta quanto legittima, nel quadro di
un�interpretazione della regalit� che sin dai tempi in cui Leovigildo
martirizzava suo figlio Ermenegildo, ribelle cattolico, concede al re il
diritto di difendere con ogni mezzo la propria autorit�. A prescindere
dalla natura leggendaria dell�episodio, il Toledano ha buone ragioni per
difendere la posizione di Alfonso, o per meglio dire pu� cavillare con
disinvoltura sul senso originario della favola (d�altronde siamo di fronte
all�introduzione di un clandestino nel contesto della famiglia reale, vale
a dire nel novero dei possibili pretendenti alla corona), di fatto stemperando
il giudizio che dovrebbe colpire l�antagonista. Sancio finisce imprigionato
al castello di Luna per il resto dei suoi giorni e Semena in
monastero,8 senza che nessun giudizio venga espresso sulla natura drastica
e intransigente del provvedimento, il che se da una parte lascia intendere
la legittimit� dell�intransigenza stessa, dall�altra ci offre la possibilit�
di verificare una volta di pi� il tono e l�intento di un Toledano
capace di aggiustare una tradizione leggendaria sfavorevole alla memoria
di Alfonso nell�attribuirgli il ruolo topico dell�avversario di un amore
perseguitato.9 Il figlio dei due sposi, appunto Bernardo, viene adottato
dallo stesso Alfonso �quia non habebat filium�;10 dichiarazione questa
che lascerebbe intendere la volont� di eleggere Bernardo erede, non
fosse che al capitolo successivo Alfonso (sempre nel contesto di una fedele
redazione della leggenda) torna a dare prova della precariet� della
sua posizione:
�Rex autem longo regimine et laboribus fatigatus, ad imperatorem Carolum,
qui Ytalis et Theutonicis et Gallicis imperabat, secrete nuncios destinavit,
qualiter carebat filiis, et regnum si veniret in adiutorium, sibi daret�.11
Alfonso contatta Carlo perch�, non avendo eredi si trova nell�impossibilit�
di dare continuit� al proprio regno, il che significa che non
7 HRH, Lib. IV, cap. IX, rr. 15-18.
8 Ibidem, rr. 18-22.
9 F. JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a Cristiana 711-1038, in Historia de Espa�a, a
cura di R. Men�ndez Pidal, vol. VI, Madrid 1964, p. 45; P. AGUDO BLEYE, Manual de
Historia de Espa�a, vol. I, Madrid 1958, pp. 479-480.
10 HRH, Lib. IV, cap. IX, r. 22.
11 Ibidem, Lib. IV, cap. X, rr. 3-6.
1 2 2
ha intenzione di lasciare il trono al nipote Bernardo; non solo, Alfonso
agisce segretamente (secrete): Alfonso non � libero a corte e deve cercare
di nascosto appoggi all�estero. Il Toledano cerca di giustificare la
�realt� che ha di fronte premettendo che il re era stanco (fatigatus),
consumato dal suo lungo regno; ci� nonostante recepisce la sostanza
della tradizione, da subito (da quando Alfonso si accanisce contro i
genitori di Bernardo) la leggenda vede nel re un nemico, un personaggio
negativo e ripropone circostanze gi� viste in occasione delle usurpazioni:
il re non ha la forza politica necessaria per tenere le redini
della corte e del regno, � costretto a cercare aiuto all�estero e lo deve
fare di nascosto, furtivamente, in malafede si capisce, secondo il tono
originale della favola.
Si vede bene cosa accade: il Toledano accoglie senza remore una
leggenda avversa alla figura del re casto, nata negli ambienti di corte
come reazione alla politica filo-carolingia della corona,12 ne consegue
che l�apparente precariet� della posizione di Alfonso risulta ribadita
ed esacerbata nel contesto stesso della leggenda, costringendo l�autore
a filtrare per quanto possibile la tradizione a cui fa riferimento.
Alle spalle di chi Alfonso stia agendo con la sua ambasciata clandestina
non lo sappiamo con precisione, ma (ipotizzando che realmente
Alfonso avesse mantenuto un certo riserbo sulle relazioni diplomatiche
intrattenute con Aquisgrana) possiamo immaginare quelle stesse
fazioni aristocratiche che da tempo gestivano la corona. Carlo accetta
la proposta, ma la segretezza non ha successo e quindi si spiega:
�Post nunciorum autem reditum innotuit legatio magnatibus Aldefonsi,
qui equanimiter non ferentes suaserunt regi cum instancia ut quod mandaverat
revocaret; alioquin ipsum a regno expellerent et pacta ei nullatenus observarent
et sibi de alio domino providerent; malebant enim mori liberi quam in
Francorum degere servitute, in hiis istante forcius ceteris Berinaldo bone in-
12 JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a Cristiana 711-1038 cit., p. 45: �Alfonso trat� de
buscar el apoyo de Carlomagno. Ya a�os antes (�) se hab�an iniciado relaciones
etres
los Francos y los Asturianos. Desde este momento Alfonso se esfuerza por hacerlas
m�s estechas y eficaces, provocando acaso una reacci�n contraria en torno suyo, de
la
cual tenemos un testimonio, muy tard�o, es verdad, en la leyenda de Bernardo del
Carpio�; AGUDO BLEYE, Manual de Historia de Espa�a cit., pp.479-480; D. H�GERMANN,
Carlo Magno. Il signore dell�Occidente, Torino 2004, pp. 281-284; S�NCHEZ
ALBORNOZ, Espa�a un enigma historico, cit., pp. 602-605.
123
dolis, bone spei. Rex autem, licet turbatus minis, et consilio satisfecit et
iteratis
nunciis ad Carolum que spoponderat revocavit�.13
Con buona pace degli sforzi del Toledano abbiamo un re ostaggio
delle consorterie curiali, dedite dal canto loro ad un edificante patriottismo.
Alfonso prevedeva il pericoloso disappunto dei nobili, per
questo aveva fatto in modo di agire segretamente. Da notare che la reazione
dei nobili non trova giudizi negativi, pur nell�esplicita dichiarazione
di voler spezzare i vincoli di fedelt�, il che torna a dirci dei termini
della legittimit� di una sovranit�: ovviamente i nobili hanno diritto di
disobbedire, di infrangere il giuramento di fedelt� qualora il re non adempia
al suo compito, vale a dire il mantenimento dello status quo.
Troviamo di nuovo quell�ordine di idee sulla natura della regalit� che
condannava violentemente un sovrano come Leovigildo colpevole non
tanto di aver martirizzato suo figlio ribelle, quanto di aver attentato ai
privilegi aviti della nobilt�: come il re � comunque nel giusto quando
tutela la propria posizione, si tratti anche di uccidere dei famigliari, cos�
la nobilt� ha diritto di ribellarsi qualora si veda tradita, qualora veda lesi
i propri diritti. Nella fattispecie Alfonso sta mancando per debolezza al
suo dovere, mettendo a repentaglio tutto il regno, al che l�aristocrazia ha
pieno diritto di minacciargli la destituzione. In sostanza il Toledano non
altera una tradizione nata in seno agli ambienti curiali e proiettata
nell�apologia delle posizioni aristocratiche, tradizione che tutto sommato
torna utile ai suoi intenti parenetici; nondimeno, come apologeta gli
si impone la necessit� di stemperare il grave giudizio che la leggenda di
Bernardo d� del re casto. Alfonso parrebbe un re fantoccio: senza una
discendenza che assicurando continuit� al suo regno possa offrire garanzie
a lungo termine ad eventuali e fondamentali alleati politici. Alfonso
� un re solo, senza entourage, senza corte, si regge su un equilibrio
precario che lo spinge a cercare sostegno oltre i confini del regno,
ad offrire addirittura la sua corona in cambio di aiuto, una mossa tanto
disperata, quanto tirannica, tale da legittimare la ribellione: questa l�impietosa
sentenza della favola.
In questo senso la stessa favola si accorda ad una carriera, quella di
Alfonso, che non brilla per le imprese militari, andando a determinare
13 HRH, Lib. IV, cap. X, rr. 14-22.
1 2 4
l�apparenza di un trono traballante occupato da un re imbelle, a dispetto
delle attenzioni del Toledano e appunto secondo le intenzioni di una
tradizione ostile alla corona.
A onor del vero la guerra c�era stata: in cinquant�anni di regno Alfonso
si era misurato con tre successivi califfati (Hiyam I, Al Hakam I
e Abd al-Rahman II), in un costante, stagionale, reciproco scambio di
violente incursioni e razzie; un dovere al quale il re delle Asturie non
si era mai sottratto, e ai fini del quale aveva appunto, ostinatamente
cercato l�alleanza dei Franchi, a dispetto delle resistenze curiali.
Ad Alfonso II non mancava dunque una guerra, ad Alfonso II
mancava una battaglia; una vittoria che lo consegnasse alla storia, che
lo sottraesse all�anonimato (bellico) e alla damnatio memoriae imbastita
da chi a corte non vedeva di buon occhio la sua politica di collaborazione
con i Franchi, insistendo sull�impressione di debolezza data
dalla stessa. Ci� che pubblicisticamente faceva difetto alla sua impresa
era un evento decisivo e spettacolare, una cesura di quelle che segnano
il passo della storia, una vittoria appunto degna della tradizione che da
Covadonga conduceva al sogno di Ranimiro,14 qualcosa che tornasse
utile alla memoria di un re guerriero e vincitore. Certamente vi furono
battaglie, vittorie e sconfitte, ma nessuna tale, talmente suggestiva da
impressionare in modo indelebile la tradizione della reconquista, innalzando
Alfonso II all�olimpo dei guerrieri cristiani.
Il re casto non ebbe fortuna in questo senso: la tradizione accredita
la presenza di Dio al suo fianco, come per ogni altro re asturiano delle
origini, ma non relativamente a fatti di guerra: gli angeli vengono a lui
per forgiare una croce d�oro non per vincere una battaglia,15 e privo di
indiscutibili glorie militari Alfonso II rimane in balia della damantio
memoriae imbastita da chi non sopportava l�idea degli eserciti franchi
legalmente attestati al di qua dei Pirenei.
Il Toledano dal canto suo, si sforza di correggere questa tradizione,
di rabberciare una reputazione malandata, tant�� che in sostanza la
narrazione della vicenda non presenta sinora alcun �cattivo�: da una
parte il re, archetipico e inattaccabile, giustificato dalla sua stanchezza,
e dall�altra l�aristocrazia gi� calata nelle vesti gloriose del patriotti-
14 Ibidem, Lib. IV, cap. XIII, rr. 37-39.
15 Ibidem, Lib. IV, cap. IX, rr. 2-15.
125
smo (malebant mori liberi quam in Francorum degere servitute), tra
l�altro un patriottismo tutto �etnico� che nelle pagine della Historia
non si era pi� manifestato a partire dal 711; d�altra parte nel contrasto
con i Franchi la discriminante non poteva che essere etnica. Il �cattivo�
sar� di fatto Carlo.
Il Toledano, sempre sulla scorta della leggenda, ci racconta dell�ira
di Carlo e della sua aggressione ai danni di quel che resta della Spagna
cristiana:
�Iratus autem Carolus fidem mentitam intemptans, cepit regi Aldefonso
terribiliter conminari et postpositis bellis Arabum direxit acies in reliquias
Hispanorum. Qui cum ad montana Hispanie pervenisset, in quibus pauci, qui
gladium effugerant, habitabant, cum clamore valido, tacti dolore cordis
intrinsecus,
lacrimas cum sacrifciis Domino miscuerunt, quasi non superesset
eis ulterius vivere, cum celi sentenciam gladio Arabum iam experti, redivive
morti iterum parabantur, que tanto amplius cruciabat, quanto ab illis timebant
de quorum debebant presumere caritate et quibus erant coniuncti fibula christiana
�.16
Ecco infine il Carlo di cui si � detto, quel Carolus iratus esempio
di cattiva regalit�. L�ira, � la prima cosa che si ricorda di lui, e non �
certo una virt�, una qualit� regale; ma ci sono altri motivi che volendo
allontanano Carlo dalla buona regalit� cos� come il Toledano l�ha intesa
da Pelagio in poi; motivi che fanno appunto di Carlo un ideale modello
negativo, per ruolo narrativo e retorico molto vicino a quel Mauregato,
figlio illegittimo di Alfonso I (739-757) e usurpatore della corona,
condannato dal Toledano per la scandalosa alleanza con Cordova
che gli permise di prendere il potere, costringendo Alfoso II all�esilio.
17
16 Ibidem, Lib. IV, cap. X, rr. 22-32.
17 La vicenda di Mauregato risulta particolarmente interessante nell�ambito della
HRH, nella misura in cui costui rappresenta il primo esempio di usurpatore nella
storia
della nuova corona (nuova in quanto successiva e conseguente al 711; nuova in
quanto prettamente cristiana rispetto ad una memoria prettamente visigotica). Il
testo
non concede a Mauregato pi� di una decina di righe che pure bastano a suggerire una
nuova tipologia dell�usurpazione, un suo nuovo significato: �Ipse autem Mauregatus,
ut favorem Arabum retineret, contra Dei legem multa comisit, puellas enim nobiles,
ingenuas et blebeyas stupris Arabum concedebat; unde Deo et hominibus odiosus,
expletis in regno V annis, vitam finivit et pravuus in Oravia habuit sepulturam�
(Lib.
1 2 6
Se davvero il carattere dominante di questa nuova regalit� � il dato
religioso, allora vediamo come la colpa e inadempienza di Carlo
riguardi proprio questo carattere, nell�illustrazione di un �cattivo�
esemplare quindi, che tratteggia un nuovo modo di essere malvagi, al
di l� dell�arbitrio che sinora ha contraddistinto i tiranni.
Il Toledano non � esplicito nell�infangare la memoria del grande
imperatore, nondimeno non nasconde affatto la bestialit� di una guerra
tra correligionari, e enfatizza lo sgomento, l�inverosimile consapevolezza
e quindi, addirittura, l�attesa escatologica che l�aggressione di
Carlo suscita in pi� rispetto all�ordinario terrore per la guerra; retorica
questa che sottintende la morale crociata della reconquista, del bellum
IV, cap. VII, rr. 27-31); per garantirsi l�appoggio militare e politico degli
Arabi, Mauregato
permette loro di spadroneggiare entro i confini del regno, e di questo periodo
resta la memoria del delitto pi� vergognoso, pi� doloroso. Poche righe bastano a
tratteggiare
con precisione la vera colpa dell�usurpatore, e nei confronti di chi
l�usurpatore � colpevole: il crimine pi� grave di Paolo, storico ribelle al regno
di
Wamba, era l�aver infamato l�onore e il nome dei Goti e su questo tema s�era
costruita
tutta la retorica della guerra tra lui e il re unto; la colpa pi� grave di
Mauregato �
l�alleanza con gli infedeli, che lo porta ad agire contra Dei legem, il che �
indicativo
di quanto contesto e relativa morale siano cambiati. Ora non troviamo nelle parole
del
Toledano un�esplicita, diretta associazione dell�usurpazione al reato contro Dio;
la
colpa contro Dio � la condotta resa necessaria dall�alleanza con gli infedeli: tra
l�usurpazione e l�azione contra Dei legem si interpongono alcuni passaggi,
nondimeno,
in ultima analisi � l�usurpazione a portare Mauregato ad agire contro la legge
divina,
e la sentenza espressa contro di lui � di carattere eminentemente religioso e
associa,
sebbene indirettamente, l�usurpazione al peccato cristianamente inteso. Mauregato
agisce dunque contra Dei legem, ed � Deo�odiosus, preso cio� in un rapporto di
perfetta opposizione e specularit� tra le sue colpe di usurpatore e tiranno e i
meriti dei
re legittimi, protagonisti del libro IV da Pelagio in poi. Un dato concettualmente
in
accordo con quella che doveva essere la nuova natura della regalit�, perlomeno
nell�immagine tracciata dal Toledano. In questo senso forse non � tanto l�invadenza
dell�elemento religioso in seno alla regalit� ad essere determinante, quanto
l�assenza
di tutto il resto, tutto quanto poteva riguardare i re prima del 711 (in breve
l�assenza di
un�identit� costruita innanzi tutto sull�elemento etnico): la legittimit� dei nuovi
sovrani,
il loro ruolo non � mai rivendicato in nome del passato gotico, ma solo ed
esclusivamente
sulla base del mandato divino che li accompagna da Pelagio in poi; su questo
si fonda l�autorit� regale, dato narrativamente testimoniato dalla costante
presenza di
Dio accanto ai re, in forma di ispirazione, consapevolezza e miracolo; tutto ci�
nell�insieme di un contesto che risulta fondamentale al momento di valutare la
figura
di Carlo nella raffigurazione del Toledano, figura che come si � detto, nella sua
veste
di contraltare del re cattolico, viene a rivestire un ruolo narrativo analogo a
quello di
Mauregato.
127
Domini interrogata per la prima volta sul tema di una guerra tra cristiani.
Quindi se il giudizio su Carlo non � diretto, la scena dipinta �
comunque inequivocabile nel proprio valore didascalico: Carlo rimanda
le guerre contro gli Arabi e si scaglia contro ci� che resta della cristianit�
iberica, scatenando la fuga e il terrore sacro, tutto religioso per
una guerra fratricida; Carlo cade nel peccato, cristiano aggressore di
altri cristiani, esempio negativo da offrire al re lettore. In altre parole il
Toledano, da scrittore del XIII secolo, rifiuta Carlo come modello per
la regalit� iberica, annoverandolo anzi tra gli esempi negativi.
Il tutto � indicativo del tipo di sensibilit� e conseguente modello
�nazionale� e regale che il Toledano ritaglia, dipinge sulla scorta di
quei primi decenni successivi alla perdida de Espa�a; una morale, una
linea di demarcazione tra bene e male che idealmente dovrebbe circoscrivere
la cristianit� e non spaccarla, nel contesto di una realt� di confine,
determinata dal confronto con l�Islam, inteso come modello del
tutto alternativo e non assimilabile.
Come si vede Carlo � un �cattivo� cos� come lo � gi� stato Mauregato,
e non si rinuncia a giudicarlo da un punto di vista religioso;
d�altro canto trattandosi di una guerra tra cristiani il principio in base
al quale determinare l�unit� degli Iberici non pu� essere la religione.
Dal contesto risulta una retorica composita, bipolare, che se da una
parte annovera Dio dalla parte degli Iberici come in una qualsiasi
guerra di religione, dall�altra non sfugge alla suggestione della levata
patriottica, secondo un �nazionalismo� su base etnica e geografica
messo da parte a partire dal 711 (711 inteso come coordinata storiografica
e non storica), nel violento chiaroscuro dato dal primo impatto
con gli infedeli:
�Cumque hoc verbum fuisset in Asturiis, alava et Biscagia, Navarra, Ruchonia,
et Aragonia divulgatum, omnes eodem animo et pari studio elegerunt
mori pocius quam servire, collectique insimul cum rege Aldefonso contra Carolum
processerunt�.18
Ritroviamo qui un orgoglio in parte estraneo alla religione, bench�
allineato ad una morale che ha gi� decretato Carlo quale nemico di
18 HRH, Lib. IV, cap. X, rr. 32-36.
1 2 8
Dio. D�altra parte nel contesto di una guerra contro i cattolicissimi
Franchi il discrimine religioso, stante il peccato di Carlo, non bastava
alla valutazione delle ragioni e dei torti, e quindi la retorica della guerra
nel dare ragione agli iberici sconfina dalla morale religiosa nel pi�
classico tema dello straniero invasore, straniero appunto etnicamente
inteso.
Justo Perez De Urbel non riscontra alcuna guerra tra Franchi e Asturiani
sul finire dell�VIII secolo, limitandosi a ricordare, sullo sfondo
della lunga guerra con Cordova e della forte pressione che questa
esercitava sui confini cristiani, quella politica estera di Alfonso tesa ad
una salda alleanza militare con Carlo; politica che appunto avrebbe
dato adito a forti resistenze in seno alla corte di Oviedo.19 In proposito
H�germann, nel ricostruire la vita dell�imperatore, ricorda le ambascerie
di Alfonso e il favore che questi andava cercando con la ricchezza
dei propri doni; un�amicizia che la nobilt� asturiana doveva fatalmente
(comprensibilmente) �travisare�, riconoscendone il detestabile ossequio
se non una reale sottomissione.20
Ora � interessante osservare come il Toledano, affidandosi all�epopea
di Bernardo del Carpio, si sforzi per cos� dire di �salvare capra e
cavoli� a dispetto di una tradizione in parte sfavorevole ai suoi intenti.
La leggenda di Bernardo � di fatto complementare all�epos carolingio
di Orlando, meritando appunto a Bernardo e all�armata asturiana la
vittoria di Roncisvalle,21 secondo una tradizione che d�altra parte na-
19 JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a Cristiana 711-1038 cit., pp. 45-46: �En 797
(Alfonso)
env�a a Carlomagno una embajada, presidida por Fruela, que fu� recibida y
atendida en Aquisgr�n. En estos conciertos, sin duda, se aprobaban y se estipulaban
las operaciones de las tropas francas en la marca Hisp�nica, lo qual debi� de
originar
protestas de la corte de Oviedo�.
20 H�GERMANN, Carlo Magno cit., pp. 281-284.
21 HRH, Lib. IV, cap. X, rr. 36-57; Su Roncisvalle cfr. H�GERMANN, Carlo Magno
cit., pp. 73-80. Sempre sulla scorta dell�opera di H�germann, � forse il caso di
sottolineare
quella ricollocazione cronologica dei fatti di Roncisvalle che il Toledano attua
nel quadro di una fedele redazione dell�epopea di Bernardo. La venuta di Carlo al
di
qua dei Pirenei, e la conseguente caduta delle salmerie sulla via del ritorno, si
verificarono
nel 778, quando Carlo rispose all�appello dei saraceni di Barcellona e Gerona
(pronti a sottomettersi al re franco pur di sfuggire alla giurisdizione di
Cordova), di
fatto vent�anni prima delle legazioni ovetensi cui si devono il dispetto e la
reazione
pubblicistica della nobilt� asturiana.
129
sce come detrazione ai danni di Alfonso II (carceriere del padre dell�eroe,
e sovrano pavido pronto a cedere la corona allo straniero), e
che costringe il Toledano ad un ostinato tentativo di salvare la reputazione
del re, pur senza snaturare la retorica edificante di una leggenda
che si appropria dell�episodio di Roncisvalle per farne un trionfo asturiano
sull�invasore, in una prospettiva di fatto utile agli stessi intenti
apologetici, didattici e celebrativi dell�opera.
Nella fattispecie la leggenda offre al Toledano un antagonista esemplare
come Carlo, e tutto l�apparato della retorica patriottica, nonch�
la memoria di quella grande vittoria che ancora mancava alla storia
di Alfonso, ed � interessante osservare come, proprio in questo
frangente, l�autore elegga il re tra i protagonisti della vittoria prima
ancora di Bernardo. In effetti il Toledano, di volta in volta, gira a proprio
favore una tradizione altrimenti negativa: dapprima non giudica
l�incarcerazione dei genitori dell�eroe, sposi colpevoli, clandestini
contro il parere del re, e anzi elogia la benevolenza del re stesso, padre
adottivo del nipote; quanto alla corona promessa al re franco, l�immagine
� quella di un re che in fondo ha il diritto di essere stanco; infine
la battaglia chiama Alfonso tra i propri eroi ancor prima di Bernardo.
Come si vede ogni elemento narrativo, anche se potenzialmente
(intenzionalmente, vista l�origine della leggenda) sfavorevole al sovrano,
viene in qualche modo rovesciato a suo favore; anche nel caso
di convezioni granitiche come quella degli sposi-amanti clandestini, il
Toledano procede ad una sfacciata rilettura che in qualche modo corregga
l�immagine di un Alfonso II altrimenti immancabile, essenziale
persecutore dell�amore proibito.
Vediamo ora come la questione del rapporto tra Oviedo e Aquisgrana
non si esaurisca intorno ai fatti di Roncisvalle, tornando ad emergere sul
finire del libro IV, e questa volta non � tanto quel che il Toledano scrive
ad attirare la nostra attenzione, quanto quello che non scrive.
Il capitolo XX racconta la travagliata vicenda che porta all�abdicazione
di Alfonso III (866-910) in favore del figlio Garc�a: vediamo
l�accaduto secondo la redazione del Toledano:
�Post hec veniens Zemoram Garsiam filium suum comprehendit et apud
Gozonem ferreis vinculis mancipavit, quia suspectum habebat, eo quod socer
eius Munio Frenandi Tyrannidem actitans contra regem rebellare parabat. Ex
1 3 0
quo facto alii filii indignati coniuratione facta patrem suum regni regimine
privare
parabant. Huius autem dissesionis causa fuit regina Semena, que dicta fuerat
Amelina, que satis inhumana studebat nova gravamina et servitutis onera
invenire, nichilominus, discidia et scismata procurare. Hec rege Aldefonsum
non habens carum, ut affectus expetit maritali, excogitavit virum regno privare
et filium suum Garsiam, quem pater vinculaverat, subrogare; unde et munivit
castra in confinio Legionis, videlicet, Albam, Gordonem, Arbolium atque Lunam,
ut filius eius in hiis rebellans, auxiliante socero Munione, captionis iniuria
vindicaret, coniuratione fratrum eum ad talia incitante. Rex autem tam filii
quam suorum persecutionibus coartatus, in villa que Boydes dicitur in Asturiis
regni regimine se privavit, et filium suum Garsiam, licet invitus, regni constituit
successorem presentibus filiis et pocioribus regni sui�.22
Justo Perez De Urbel conferma questo svolgimento dei fatti, sottolineando
che all�origine di tali torbidi stava probabilmente la spartizione
del regno che Alfonso aveva ordinato tra i suoi figli sull�esempio
degli usi carolingi;23 circostanza che il Toledano evita di riportare,
riconducendoci cos� al tema del rifiuto di Carlo come modello di
regalit�, gi� manifestato nella precedente stigmatizzazione dell�imperatore.
Una posizione diplomatica favorevole al dialogo e all�alleanza con
la corte di Aquisgrana nasceva per Alfonso III dal contesto bellico
22 HRH, Lib. IV, cap. XX, rr. 2-20.
23 Justo Perez De Urbel prende le mosse dalla soluzione diplomatica cui si giunse
riguardo
alla questione basca, la quale prevedeva appunto un reciproco riconoscimento
tra il regno di Pamplona e quello di Oviedo, che garantisse a quest�ultimo una
condizione
di preminenza e ad Alfonso III il titolo nominale di imperatore, titolo
verosimilmente
mutuato dalla tradizione franca: �Esta soluci�n al problema vasc�n se inspir�
probablemente en influencias ultrapirenaicas, a las cuales parece haber sido
bastante
sensible Alfonso III. Ellas debieron de ser las que le movieron a realizar
innovaciones
peligrosas, que crearon el �ltimo y m�s serio conflicto de su existencia. Imitando
en cierta manera la distribuci�n del reino que bajo su autoridad superior hab�a
hecho Carlomagno, quiso �l tambi�n poner a sus hijos al frente de cada una de las
provincias, dejando a Ordo�o, el predilecto, la zona de Galicia; a Fruela, el
n�cleo
primitivo de Asturias, y a Garc�a, el primog�nito, las vastas terras foramontanas
�ltimamente
recuperadas. �l ser�a, con su t�tulo de emperador frente al reino de Pamplona,
quien tendr�a tambi�n una dignidad eminente sobre todos estos gobiernos regionales.
Esto, naturalmente, no pod�a ser del gusto de todos. Las protestas surgieron dentro
del palacio y en la familia misma de Alfonso�, JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a
Cristiana
711-1038 cit., p. 98-101, per la citazione p. 98.
131
della reconquista, e trovava un importante precedente nell�impopolare
politica di Alfonso II. Per i due sovrani gli esiti di questo contatto
erano analoghi: da una parte ad entrambi toccava il coinvolgimento
nella polemica epopea di Bernardo del Carpio, dall�altra entrambi finivano
per subire l�influenza culturale del modello carolingio; influenza
che evidentemente il Toledano si rifiuta di ammettere, abbracciando
la versione leggendaria di Roncisvalle, e tacendo del titolo di
imperatore di cui Alfonso III si sarebbe investito dopo aver ricevuto il
formale vassallaggio della corte di Pamplona.
Un titolo che a onor del vero non si presenta esclusivamente come
frutto dell�influenza carolingia, laddove si potrebbe porre come
ultimo risultato delle aspirazioni neovisigotiche che da sempre condizionavano
la regalit� asturiana24 (il che forse spieghererebbe le omissioni
di un Toledano interessato pi� che altro alle ragioni religiose della
reconquista, secondo un�impostazione che porterebbe la narrazione a
trascurare il dato dell�impero di Leon da una parte per rifiutare il modello
carolingio, dall�altra per sminuire la portata del pensiero neovisigotico).
Un titolo, quello imperiale, che d�altro canto non ha nulla di velleitario,
dal momento che il vassallaggio di Pamplona e quello dei figli
di Alfonso III giustificano pienamente la soluzione imperiale intesa
come �sovra-regalit�, come regalit� �sovra-nazionale� che riceve
l�omaggio di altre regalit�; il che a sua volta potrebbe rientrare tra le
ragioni dell�omissione, laddove il Toledano si guarderebbe dall�accreditare
una maest� eccessiva ad una regalit� che presto dovr� screditare
per far posto alle grandezze di Castiglia e Navarra.
Quanto alla vicinanza dell�impero carolingio resta il fatto che la
suggestione doveva essere potente, arrivando a condizionare le forme
esteriori di una regalit� che proprio sotto Alfonso II si era rifatta orgo-
24 AGUDO BLEYE, Manual de historia de Espa�a cit., p. 593: �El reino astur-leon�s
quiso encargarse de la reconquista de Espa�a entera, restaurar el reino godo en su
totalidad.
El rey astur-leon�s se arroga, como se�al evidente de ese prop�sito, el t�tulo
de emperador�; il titolo imperiale asturiano-leonese se da una parte parrebbe
frutto
dell�influenza carolingia, dall�altra potrebbe rientrare pienamente nella
prospettiva del
pensiero politico neovisigotico, come formulazione dell�aspirazione ad una
rinnovata
sovranit� sulla penisola iberica nella sua interezza.
1 3 2
gliosamente al proprio passato visigoto;25 tanto potente da suscitare
quella deferenza di cui ci dice H�germann nel raccontare delle legazioni
ovetensi alla corte di Aquisgrana; tanto potente da esprimersi
nell�epiteto di magnus: un agnomen estraneo alla tradizione toledana,
che Amancio Isla senza difficolt� fa risalire all�influenza ultrapirenaica26
e che lo stesso Toledano deve ammettere nella propria narrazione;
un agnomen e che pare fosse appartenuto al re Casto, prima ancora di
ornare il nome di Alfonso III.27
Una suggestione, quella carolingia, che finirebbe per influenzare le
stesse soluzioni politiche, determinando (non appena le dimensioni
territoriali del regno lo rendono possibile) l�approccio di carattere patrimoniale
nella gestione dell�eredit� a dispetto di una tradizione, quella
visigota, che da sempre garantiva l�unit� di regno e corona, opponendosi
anche violentemente alle spartizioni ereditarie.28
La contraddizione tra le posizioni del Toledano nei confronti del
25 C. S�NCHEZ ALBORNOZ, La Espa�a cristiana de los siglos VIII al XI. El Reino
Astur-
Leon�s. Sociedad, economia, gobierno, cultura y vida, in Historia de Espa�a, a
cura di R. Men�ndez Pidal, vol. VII, Madrid 1980, pp. 357-363; JUSTO PEREZ DE
URBEL,
Espa�a cristiana 711-1038 cit., pp. 47-51; S�NCHEZ ALBORNOZ, Espa�a un enigma
historico cit., p. 603.
26 A. ISLA, Building kingship on words. Magni reges and sanctus rex in the
Asturleonese
kingdom, �Journal of Medieval History�, 28 (2002), pp. 249-261, e in particolare
p. 256: �Magnus (and pacificus) is Charlemagne�s title par excellence after he is
crowned
emperor. That it was used in the tenth century by the descendants of Alfonso III
suggests how strongly the Carolingian political model influenced the Astur kingdom
and, later, the Asturleonese kingdom.�.
27 JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a Cristiana 711-1038 cit., p. 99: �En el siglo X,
Alfonso
el magno era Alfonso II; pero la posteridad ha reservado este t�tulo a Alfonso
III�; ISLA, Building kingship on words cit., p. 255: �The Chronicle of Alfonso III
employs
a reference that was unknown in Visigothic tradition. The cronicle refers to Egica
a vir magnus, a term it also used for Alfonso I and Bermundo I (...) In the
Rotensis
version, Alfonso II is styled rex magnus. Magnus was perhaps associated with this
monarch in particular, since the Chronicle of Albeda refers to him as Aldefonsus
magnus.
Magnus is present in Merovingian and Carolingian traditions, but not in the
Visigothic
tradition�. L�epiteto di ascendenza franca non era affatto nuovo alle tradizioni
asturiane, che dunque, per quanto orgogliosamente neogotiche, subivano da tempo
il fascino della grandezza carolingia.
28 C. S�NCHEZ ALBORNOZ, El senatus visigoto, Don Rodrigo rey leg�timo de Espa�a,
in Origines de la nacion espa�ola. Estudios criticos sobre la historia del Reino de
Asturia, I, Oviedo 1972, pp. 191-269, in particolare il capitolo V, La sucesi�n al
trono
en la Monarqu�a visigoda, pp. 244-265.
133
modello carolingio e l�evidente condizionamento che incideva sulle
forme culturali e politiche della monarchia asturiana durante il IX secolo
ci permettono di osservare l�evoluzione della regalit� iberica a
livello di pretese e aspirazioni.
A prescindere dalle interessate correzioni del Toledano (che ridimensiona
il neovisigotismo cos� come rifiuta i modelli carolingi), l�immagine
del IX secolo asturiano ricostruita dalla storiografia contemporanea �
quella di una regalit� combattuta tra due istanze culturali: da una parte
l�ascendenza visigotica, tradotta nell�orgoglioso sentimento neogotico,
tanto spontaneo quanto cercato proprio dal re Casto; dall�altra l�ascendente
carolingio, la suggestione imperiale che giunge con l�amicizia militare
cui Alfonso II deve sottostare suo malgrado, stando a Justo Perez
De Urbel,29 il neogoticismo inevitabilmente sacrificato alla ragion di stato,
perlomeno nell�offesa e interessata visione aristocratica. � pi� che verosimile
che durante il IX secolo l�agguerrita, ma ugualmente modesta
corona delle Asturie, dovendo guardare al potente regno franco per
l�appoggio militare (e culturale) necessario a far fronte alla pressione di
Cordova, finisse per subire l�influenza di un modello tanto ingombrante.
In proposito vorremmo richiamarci ad alcune considerazioni di S�nchez
Albornoz riguardo ai punti di riferimento della cultura iberica, intesa nella
sua natura di duplice e simmetrica frontiera: �Si la Espa�a musulmana
mir� hacia Oriente, la Espa�a cristiana mir� hacia el Norte. Sus meridianos
espirituales respectivos pasaron por Aquisgr�n y por Bagdad. En Al�ndalus
se vivi� procurando imitar modelos culturales bagdal�es. De
m�s all� del Pirineo vino la luz al reino de Oviedo primero y al de Le�n
despu�s. Se recib�an de lejos las consignas, los temas, las ideas, las for-
29 JUSTO PEREZ DE URBEL, Espa�a Cristiana 711-1038 cit., p. 49-51: �Hombre
pr�ctico,
ante todo, Alfonso se vi� en la precisi�n de renunciar a esa unidad (quella
peninsulare,
suggerita dalle nostalgie neogotiche) en el momento mismo en que la propon�a
a los suyos aquel ideal toledano. Mucho le deb�o costar aquella colaboraci�n con el
rey franco, que era la renuncia a una porci�n importante de lo que hab�a sido la
antigua
monarqu�a. No obstante, se impulso en �l la visi�n de una realidad concreta y, al
mismo tiempo, de una necessidad, pues estaba convencido de que, con su aprobaci�n
o sin ella, Carlomagno estaba dispuesto a formar aquella Marca Hisp�nica, tan
importante
para la seguridad de las fronteras meridionales. El esp�ritu realista de Alfonso
debi� de tropezar con las protestas de los exaltados, si vamos a ver, como yo creo,
un
fondo de verdad en la gesta tard�a de Bernardo del Carpio, personificaci�n dendro
de
la misma familia real de aquella reacci�n antifrancesca�.
1 3 4
mas. Unos y otros sufr�an el complejo de su inferioridad cultural frente a
lejanos centros creadores, ombligos de los dos mundos en cuyas orlas
marginales alentaban. Consideraban torpe y pobre lo hispano-isl�mico o
lo hispano-cristiano frente a lo oriental o a lo ultrapirenaico (�) Se sent�an
deslumbrados ante el reflejo de los soles en cuyas �rbitas giraban las
dos Espa�as. Y con ep�ritu simiesco se reproduc�a lo extra�o mientras se
despreciaba o se asfixiaba lo aut�ctono�.30 Sudditanza culturale delle realt�
marginali dunque, con buona pace di chi, con la favola di Bernardo,
volle rispondere alle fanfaronate dei cantari francesi.31 Puntualizzando il
problema, lo storico spagnolo aggiunge in seguito che �Le�n y Castilla
sent�an doblada la gravedad del peligro, por su aislamiento en el Finis
Terrae que ocupaban. Y por ello se vieron forzados a buscar con ansiedad
dram�tica, allende el Pirineo, la apoyatura cultural indispensable para
poder defenderse del amenazador contagio de los valores espirituales
hispano musulmanes�.32 In sostanza, ampliando notevolmente i termini
della questione, S�nchez Albornoz ci parla di una realt� che, al di l� delle
ovvie necessit� politiche e militari, deve soddisfare un bisogno di carattere
principalmente culturale, urgenza di una cristianit� minuscola, stretta
tra l�Islam e i Pirenei, e bisognosa di una sorta di patrocinio, di un punto
di riferimento cui guardare allo scopo di corroborare la propria diversit�
e identit�; un�impostazione del problema che tra le altre cose ci porta ad
annoverare anche l�influenza di Cordova tra le istanze che insistono sulla
cultura asturiana del IX secolo, accanto al retaggio visigotico e all�ascendente
carolingio.
La politica filocarolingia � una costante, l�abbiamo visto, dei regni
di Alfonso II e Alfonso III. La corona, muovendosi tra matrimoni e
alleanze militari, spingeva in questo senso contro gli interessi e le resistenze
dei magnates; resistenze concretizzatesi tardi e da un punto di
vista pubblicistico nella leggenda di Bernardo: campione della reazione
antifranca e antiaraba (e forse interprete di un pi� generico malumore
della nobilt� contro gli arbitri di una corona di fatto molto forte),
33 campione proprio contro Alfonso II e Alfonso III, appunto i due
30 S�NCHEZ ALBORNOZ, Espa�a un enigma historico, cit., p. 602.
31 Ibidem, p. 604.
32 Idem.
33 C. S�NCHEZ ALBORNOZ, De la invasi�n isl�mica al estado continental, Siviglia
1985, pp. 26-27.
135
re pi� vicini ad Aquisgrana, nel contesto di una tradizione che demonizza
Carlo e che il Toledano raccoglie puntualmente (fatta salva la
reputazione dei sovrani in questione) nel racconto di una regalit� autonoma,
che nel suo XIII secolo sembra rinnegare il modello carolingio.
La narrazione, dopo aver condannato impietosamente il peccatore
Carlo, se deve per forza di cose rendere conto dell�epiteto di Alfonso
III, passa sotto silenzio la tentata ordinazione del regno e le velleit�
del titolo imperiale, nel rifiuto non tanto velato di un modello la cui
ammissione porterebbe irrimediabilmente a sminuire la grandezza e
autonomia delle Asturie.
Dunque nel raccontare la fine del regno di Alfonso II il Toledano
abbraccia la versione data dalla tradizione leggendaria di Bernardo del
Carpio, ed � appunto questa leggenda a trasmettere alla HRH un�immagine
negativa di Carlo Magno; un�immagine che, intendendo la
HRH come trattato sulla regalit�, si traduce in un rifiuto della figura di
Carlo come modello, si traduce nella sua elezione al ruolo narrativo di
esempio negativo.
Non � difficile dare una prima collocazione al personaggio di Carlo
nel contesto della HRH, perlomeno una volta che si sia intesa l�opera
del Toledano nella sua veste di parentesi, e percorso concettuale teso
alla definizione e celebrazione della regalit�, ben presto santa, di Ferdinando
III di Castiglia.
Il Toledano nel raccontarci i suoi re ne privilegia i moventi religiosi,
lo si � detto; a partire dal 711 delinea un modello e traccia
un percorso dello stesso che dall��epos asturiano�, attraverso l�inadeguatezza
leonese, approda alla vocazione castigliana per la reconquista
e per l�impero. Il discorso, peraltro implicito, si snoda
tra le righe di una sequenza di re che di volta in volta aggiornano
il modello, accrescendolo via via verso quella perfezione rappresentata
dal destinatario e committente dell�opera. Tra i passaggi
cardine della costruzione del modello ricordiamo il binomio Ferdinando
I (1035-1065)-Alfonso VI (1065-1109), rispettivamente padre
e figlio, i quali condividendo e dominando la scena del libro VI,
coronano l�artificioso raggiungimento della soluzione imperiale, secondo
il gradino monarchus>imperator; artificioso abbiamo detto nella
misura in cui il Toledano riserva quell�imperator alla figura di Alfonso
VI, negandolo a tutti i re leonesi da Alfonso III in poi, e allo
1 3 6
stesso Ferdinando I, pur glorioso padre del primo imperatore della
HRH.34
34 Il libro VI della HRH si focalizza e articola sulle figure di Ferdinando I e
Alfonso
VI, rispettivamente figlio e nipote di Sancio el Mayor. Nel contesto del discorso
sull�evoluzione della regalit� si tratta di una sorta di gradino, un passaggio
(monarchus>
imperator) che segna in Ferdinando I il massimo grado raggiunto dalla regalit�
�pelagiana�, suo ultimo definitivo compimento come espressione culturale e sociale
del bipolarismo Islam-cristianit�, dove ad Alfonso VI tocca raccogliere
quest�eredit�
per aggiornarla sulla scorta di un contesto sociopolitico e culturale che va ad
invalidare
la vecchia morale e con quella la logica chiaroscurale che aveva fatto la regalit�
�pelagiana�; un aggiornamento nell�ambito del quale Alfonso approda alla dignit�
imperiale, che il Toledano ha tenuto in serbo per lui e per la sua schiatta (anche
quale
massima celebrazione dei suoi protagonisti). In sostanza col passaggio tra questi
due
re si assiste alla definizione di un terzo modello di regalit�, una regalit�
imperiale che
giungerebbe a maturazione dopo una prima regalit� visigotica e una seconda regalit�
�pelagiana�. Vediamo un momento il contesto storico sulla base del quale si assiste
a
questo aggiornamento (in altre parole il contesto storico che incide sull�opera del
Toledano
al punto da costringerlo a cambiare metro di valutazione cambiando di conseguenza
alcuni aspetti della regalit�): nel corso del secolo XI, con il collasso del potere
di Cordova si assiste ad un progressivo rovesciamento dei rapporti di forza tra il
polo
islamico e quello cristiano, realt� storica che mette via via in crisi quel
dualismo su
cui si fondava la percezione della realt� iberica nella prima parte dell�opera. Il
modello
storiografico previsto dal Toledano almeno sino al libro IV, se non esclude del
tutto
il contatto con l�Islam, ad ogni modo (essendosi formato nell�ambito dell��epos
asturiano�)
fa dell�Islam il contraltare della cristianit� nel contesto di un antagonismo
percepito
quale costante socioculturale, costante all�origine della stessa definizione della
regalit�. Questa scelta, questa semplificazione concettuale nell�avvicinare il tema
della
regalit� porterebbe il Toledano a correggere, quando necessario, il materiale
storiografico
a sua disposizione (accade a proposito delle origini della corona di Navarra)
omettendo quanto rischierebbe di compromettere il modello di una regalit� e di una
cultura intatte nel rapporto chiaroscurale che le contrappone all�Islam. Ora, gli
anni
che precedettero l�ascesa di Sancio el Mayor videro una profonda debolezza delle
compagini cristiane, soggette com�erano all�egemonia militare e politica cordovese
(in particolare si ricorderanno le figure di Abd al Rahman III e di al-Mansur). Il
peso
politico e militare di Cordova era tale da farne comunque il punto di riferimento
per
gli �stati� cristiani, il primo interlocutore, un centro di gravitazione per queste
entit�
culturali e politiche minori, tutte prese nella dimensione locale, prettamente
iberica
della propria esistenza, sostanzialmente isolate rispetto al resto della
cristianit� europea,
strette in quella stessa soggezione che, secondo la lezione di S�nchez Albornoz, a
suo tempo aveva spinto la piccola cristianit� asturiana a guardare ad Aquisgrana
allo
scopo di salvaguardare la propria specificit� rispetto all�incombere dell�Islam (a
questo
proposito vale la pena di sottolineare come il Toledano vada meticolosamente a
sottrarre i suoi protagonisti tanto alle ingerenze ultramontane quanto a quelle
islamiche,
emancipandoli da ogni verosimile polo d�attrazione nella raffigurazione di un�or137
Ricordiamo anche Alfonso VIII de las Navas, e proviamo a tracciare
la strada che porta il Toledano sino a Ferdinando III: a partire da
Pelagio e dai suoi immediati successori, passando per il legittimo indipendentismo
del comitatus di Castiglia, passando per la giovane
grandezza di una Navarra destinata a raccogliere un�eredit� clamorogogliosa
e guerriera originalit�). Di questo scenario il Toledano sostanzialmente non
parla, a meno che non si tratti di denigrare la regalit� di Leon, laddove
l�imponenza di
Cordova si intravede solo quando � funzionale all�esaltazione della debolezza
leonese,
mentre l�eroismo crociato delle Asturie (libro IV) e della Castiglia-Navarra (libro
V)
sembrano del tutto aliene a quell�egemonia, esemplarmente presi nella logica del
dualismo.
L�impostazione, il punto di vista e dunque il modello del Toledano non contemplano
il dato di questa attrazione, ponendo per lo pi� l�accento sullo scontro,
edificando
la regalit� cristiana in gran parte sul dato dello scontro; si assiste cos� al
ridimensionamento
di un�attrazione culturale e politica inammissibile e per quanto riguarda
l�apologia in senso stretto, e per quanto riguarda un modello di regalit� che si
fonda sul dualismo (modello che peraltro rientra nell�ambito dell�apologia). In
questo
contesto Sancio el Mayor (re di Navarra dal 1001 al 1035) rappresenta la svolta
nella
misura in cui al suo regno corrisponde la crisi di Cordova, dunque la possibile
ascesa
cristiana e il contatto con la cristianit� ultrapirenaica. Ma come svolta il regno
di Sancio
segna anche la fine di quegli equilibri sui quali si basava la logica del dualismo,
l�obsolescenza della morale sinora all�origine del modello di regalit�. In base a
questo
mutamento nella HRH si determina l�impianto narrativo del libro VI e il relativo
aggiornamento
della regalit� sulla scorta del binomio Ferdinando I - Alfonso VI. Tra
questi due re, come si � detto, si scala una sorta di gradino nell�evoluzione della
regalit�,
in un parziale abbandono dell�impronta risalente all��epos asturiano� funzionale
all�ammissione di un contatto tra Islam e cristianit�, un contatto ora ammissibile
e anzi
paradossalmente edificante (al contrario della sudditanza che i �reucci� cristiani
dovevano prestare alla grande Cordova), un contatto che secondo il nuovo contesto
storico conferma e celebra la regalit� superiore di un re come Alfonso VI,
giustamente
imperatore, nella pienezza di una maest� tale da non riguardare pi� esclusivamente
la
cristianit�. Il modello evolve dunque: dalla rigida dicotomia stabilita da Pelagio
nel
contesto di un�eroica resistenza si passa all�immagine di una pacifica, maestosa,
accondiscendente
superiorit�, secondo uno scenario in cui il titolo imperiale � una soluzione
pressoch� ovvia, tenendo presente anche una serie di attribuzioni del tutto nuove
che il Toledano accredita alla figura di Alfonso VI, secondo una differenziazione
della
sua regalit� rispetto a quella �pelagiana� che a tratti si fa radicale. A partire
dall�immagine
di un re non tanto conquistatore quanto liberatore di Toledo (HRH, Lib. VI,
cap. XXII), per arrivare alla disinvoltura con cui Alfonso condanna l�arcivescovo
Bernardo (HRH, Lib. VI, cap. XXIV) e invalida i giudizi di Dio (HRH, Lib. VI, cap.
XXV), tutto contribuisce alla definizione di un sovrano che sfugge, che scavalca
completamente i termini morali e comportamentali della regalit� di chi lo ha
preceduto,
un esempio di sovranit� che forse vuole rispondere alle necessit� ideologiche
dell�autorit� di Ferdinando III.
1 3 8
samente mancata dagli ultimi leonesi, passando per la grandezza �monarchica�
di Ferdinando I e per quella finalmente imperiale di Alfonso
VI, passando per la gloria indiscussa e immediata, vicinissima, vivissima
di las Navas, � sempre la medesima vocazione che si ripete e si
accresce, la reconquista intesa quale chiave di volta della regalit�.
Il perch� � ovvio: Rodrigo � arcivescovo di Toledo, deve celebrare
un re che per le sue imprese si guadagner� la santit�, soprattutto era
presente sul campo di las Navas. Rodrigo � testimone diretto della
maest� dei due pi� grandi interpreti della reconquista: Alfonso VIII e
Ferdinando III appunto.
Il Toledano � testimone della disfatta dell�Islam, � testimone della
stagione pi� gloriosa della riconquista, i re che ha conosciuto e servito
hanno privilegiato ed enfatizzato un aspetto su tutti: sono stati infaticabili
difensori, o meglio guerrieri, della Croce. Di quale regalit� poteva
mai dire il Toledano, quando la sua esperienza personale gli suggeriva
un punto di vista cos� preciso?
Detto questo diventa piuttosto facile inquadrare la figura di un Carlo
Magno che accantona la guerra contro Cordova, che terrorizza i
correligionari, che suscita attese escatologiche e viene giustamente
battuto sul campo di Roncisvalle, da Bernardo certo, specchio di Orlando,
ma soprattutto dal vecchio Alfonso II.
Carlo � la negazione della regalit� cos� come il Toledano la definisce
e racconta; Carlo � l�antagonista, rappresenta l�elemento fondamentale
di un chiaroscuro puntualissimo nel quadro di un �epos asturiano�
permeato a tal punto dalla vocazione proclamata da un Pelagio-
Mos�, da ridimensionare e quasi accantonare le aspirazioni neovisigotiche
che furono dello stesso Alfonso II. Oltre ad un rifiuto consapevole
dei modelli carolingi, siamo di fronte ad una costruzione parenetica
e ideologica che si giova della leggenda di Bernardo allo scopo di far
quadrare una rappresentazione tesa ad amplificare i moventi e significati
religiosi della regalit� iberica all�indomani del 711. Resta da verificare
quale sia la prospettiva culturale a monte di quella narrativa (o
forse la prospettiva politica a monte di quella culturale), il contesto nel
quale si muove il Toledano, quell�orizzonte, quel XIII secolo castigliano
che forse ha in antipatia la memoria di Carlo al punto da imbrattarne
la grandezza onorando ancora la figura di Bernardo.
C�� dell�altro nella scelta di ufficializzare una versione dei fatti che
139
nasce in ambienti apertamente ostili ai re di Oviedo e alla politica filocarolingia
degli stessi, una tradizione dichiaratamente polemica e difficile
da gestire per un elogiatore costretto infine a rabberciare la precaria
reputazione degli �Alfonsi�.
Ora ci chiediamo per quale motivo il Toledano apologeta dia spazio
e quindi carattere di ufficialit� a una tradizione che va intenzionalmente
a detrimento della corona di Oviedo, perch� le assicura il
credito pi� assoluto, perch� la sancisce ufficialmente quale verit� storica
� dato che questo potere hanno le pagine della HRH, una cronaca
commissionata dalla corona e a quella destinata � quando questa gli
crea, lo abbiamo visto, delle notevoli difficolt� a livello pubblicistico.
Il credito prestato alla favola di Roncisvalle (nella lezione rovesciata
dell��epos asturiano�) pu� forse indicare il carattere di un indirizzo del
quale il Toledano si fa portavoce demonizzando esplicitamente la figura
di Carlo. Un indirizzo culturale che rivendichi con orgoglio
l�originalit� e l�altezza dello spirito crociato iberico e in particolare
castigliano, in un periodo (la met� del XIII secolo) in cui si fanno pi�
fitti i rapporti tra Toledo e la corte di Francia.35 Un clima forse molto
forte se permette appunto di �sdoganare� a corte una leggenda come
quella di Bernardo, in origine politicamente destinata ad infamare non
tanto Carlo, quanto Alfonso II e in generale una corona di Oviedo
troppo aperta nei confronti dell�invadenza militare di Aquisgrana.
Si � detto che il Toledano era presente sul campo di las Navas: vediamo
come racconta alcuni di quei giorni gloriosi. Siamo all�indomani
della presa di Calatrava:
�Set quoniam humani generis inimicus non cessat christianis actibus inividere,
misit Sathan in exercitum caritatis et corda emulancium conturbavit,
et qui ad certamen fidei se accinxerant, retrorsum a bono proposito abierunt.
Omnes enim fere ultramontani comuni proposito statuerunt ut relictis crucis
signaculis, omissis etiam belli laboribus, ad propria remearent. Rex autem
nobilis suorum victualia compartibus, quantum necesse erat omnibus est largitus;
set nec sic cepta obstinatio potuit revocari; inmo passim omnes inglorii
recesserunt excepto venerabili Arnaldo Narbonensi antistite, qui cum omnibus
quos habere potuit et multis nobilibus de provincia Vienensi semper in
bono constans a bono proposito non recessit. Et erant circiter CXXX milites,
35 AGUDO BLEYE, Manual de Historia de Espa�a cit., p. 678.
1 4 0
preter pedites, de quibus etiam aliqui remanserunt. Remansit etiam de partibus
Pictavie Theobaldus de Blazon, homo nobilis et strenuus et natione Hispanus
et genere Castellanus. (�) Recedentibus itaque hiis qui crucem Domini
in angaria atulerunt, soli Hispani cum paucis ultramontanis superius
nominatis proficisci ceperunt ad bellum Domini confidenter�.36
Gli ultramontani abbandonano il campo, abbandonano l�impresa
alla vigilia della battaglia decisiva. Saltiamo per un momento alle
conclusioni: gli ultramontani abbandonano il campo, mettendo da parte
la Croce come a suo tempo fece l�iratus Carolus. Il Toledano �
piuttosto chiaro in merito alla natura e al significato della defezione:
�Omnes enim fere ultramontani comuni proposito statuerunt ut relictis
crucis signaculis, omissis etiam belli laboribus, ad propria remearent�.
�Recedentibus
itaque hiis qui crucem Domini in angaria atulerunt�.37
Stante la trama del Diavolo certamente, gli ultramontani depongono
il segno della Croce; non solo: per i �disertori� la Croce era evidentemente
un obbligo fastidioso, un�angheria appunto.
Egoismo, ma soprattutto scandaloso spregio nei confronti della
crociata; e non manca l�accostamento col merito degli Hispani che
vanno avanti da soli (non sfugge la figura di quel Teobaldo nobilis et
strenuus et natione Hispanus et genere Castellanus).
Saltiamo ancora una volta alle conclusioni: di nuovo gli ultramontani
non sono all�altezza, come gi� ai tempi di Carlo; di nuovo mettono
altri interessi davanti alla crociata.
Ora, non possiamo permetterci di essere tanto asseverativi, dovendo
considerare in primis la possibilit� che il Toledano non abbia operato
alcun genere di scelta pubblicistica, limitandosi a riconoscere
l�attendibilit� storica di quella che per lui era in effetti storia e non
certo leggenda. � con le dovute cautele che dunque, contestualmente
alla HRH, allacciamo un legame tra la realt� di Las Navas e l�epos di
Roncisvalle.
Ripercorriamo gli eventi di quell�impresa: il regno � quello di Alfonso
VIII el Noble, el de las Navas, sul trono di Castiglia dal 1158 al
36 HRH, Lib. VIII, cap. VI, rr. 37-61.
37 Ibidem, rr. 41-43 e rr. 58-59.
141
1214, la campagna � l�ultima da lui combattuta, una sorta di resa dei
conti con gli Almohadi. Alfonso VIII pone mano alla spedizione sin
dal 1206, intessendo una fitta rete di alleanze tesa ad unire nel comune
intento tutti i regni cristiani della penisola. La campagna prende le
mosse nel 1209, ma viene prontamente respinta dalla massiccia controffensiva
nordafricana (nel settembre del 1210 cade Salvaterra, fortezza
principale dell�ordine militare di Calatrava).
Alfonso non si perde d�animo e per la primavera del 1212 ha riunito
a Toledo il grande esercito destinato a trionfare il 14 luglio sul
campo di las Navas. Ora ci� che interessa a noi � quel che accade
all�indomani della conquista di Calatrava (giugno 1212), quando gli
stranieri abbandonano la spedizione. Se ci soffermiamo infatti sulle
operazioni diplomatiche che portano alla costituzione di un forte contingente
straniero scopriamo che �la misi�n de conseguirlo fu� confiada
al arzobispo de Toledo, don Rodrigo Xim�nez de Rada, y al obispo
electo de Palencia, don Tello T�llez de Meneses (�) Respondiendo
a las invitaciones del Papa y a las gestiones del arzobispo don Rodrigo
Xim�nez de Rada en Francia y Alemania, en la primavera del
a�o 1212 se fueron reuniendo en Toledo (�) milicias extranjeras,
mandadas por los obisbos de Narbona, Burdeos y Nantes y otros barones
y caballeros�.38
Dunque abbiamo un Toledano attivamente coinvolto nelle vicende
politiche che portano all�offensiva cristiana del 1212, un Toledano incaricato
di sollecitare il consenso e soprattutto la partecipazione di
quegli stessi stranieri destinati a tradire la causa: una posizione privilegiata,
speciale, compromessa per chi sar� poi chiamato a giudicare,
nel contesto di una storia ufficiale, il tradimento degli alleati. Abbiamo
un Toledano che quando scrive non � un semplice testimone, intento
a fare della facilissima morale sulla diserzione dei francesi; abbiamo
un Toledano che vive forse la delusione, la frustrazione, soprattutto
il risentimento del legato d�alto rango che veda vanificati i propri
sforzi.
� perlomeno possibile il suo coinvolgimento emotivo, poi tradotto
in una meditata diffidenza politica? � possibile che a questo coinvolgimento
si possa far risalire quell�aspro giudizio del comportamen-
38 AGUDO BLEYE, Manual de Historia de Espa�a cit., p. 644.
1 4 2
to di Carlo, nei capitoli dedicati a Roncisvalle e alle glorie del re Casto?
Torniamo a quel giugno 1212, consideriamo per un momento la
defezione degli ultramontani: possiamo ben immaginare come questa
si verifichi sotto gli occhi di tutti i grandi del regno di Alfonso (senza
contare i grandi del re d�Aragona, a sua volta presente alla crociata),
laici ed ecclesiastici; volendo possiamo immaginare la sorpresa, lo
scandalo, peggio ancora la preoccupazione e paura per un tradimento
inaudito, che all�atto pratico decurta significativamente la forza della
crociata, e proprio alla vigilia dello scontro decisivo.
� possibile che il risentimento non sia solo del Toledano?
� possibile che il Toledano nell�accogliere la favola di Bernardo
dia voce ad un sentimeno comune, addirittura ad una mentalit�?
� possibile che i fatti di las Navas stiano a monte di un sentire diffuso
alla corte di Castiglia?
E ancora, � possibile che questo clima culturale sia ben vivo
trent�anni dopo las Navas, alla corte di Ferdinando III (che dal canto
suo insiste con successo in una politica tesa ad infittire legami e rapporti
con la corte dei re di Francia)?39
� dunque uno solo lo scandalo che tra Roncisvalle e las Navas anima
le parole del Toledano; l�acre giudizio della condotta di Carlo fa
il paio con il rassegnato rancore rivolto alla diserzione degli ultramontani;
e ancora la scarsa vocazione di Carlo per la crociata � la stessa di
quei Francesi qui crucem Domini in angaria atulerunt. � forse per assecondare
la mentalit� della sua corte che il Toledano da credito alla
leggenda di Bernardo del Carpio, favola della sconfitta di quegli ultramontani
ad opera dei devoti Asturiani.
Siamo di fronte a un atteggiamento che conduce il Toledano a
snobbare i contributi ultramontani alla regalit� iberica; un aspetto della
mentalit� curiale castigliana del XIII secolo che pu� forse rientrate
tra i motivi delle scelte narrative del Toledano a proposito del Carolus
iratus.
Abbiamo una forse ovvia, sciovinistica giustapposizione culturale
39 Ibidem, p. 678. Siamo nel 1237 quando Ferdinando III, concessosi una breve pausa
dalle operazioni militari dopo la conquista di Cordova (1236), prende in matrimonio
Giovanna di Ponthieu, nipote del re di Francia Luigi VII.
143
tra i due versanti dei Pirenei; un�opposizione che, al di l� della pesante
memoria di las Navas, va a giustificare l�atteggiamento narrativo di un
Toledano intento a garantire l�originalit� e superiorit� delle virt� e dei
meriti castigliani e in generale iberici (si noter� come il Toledano non
manchi di accostare, in entrambi i casi in questione, la virt� iberica alle
incresciose mancanze degli ultramontani).
Pi� in l� non sappiamo spingerci, dovendo accontentarci per il
momento di immaginare un clima culturale che pu� aver spinto all�inserimento
del racconto leggendario di Roncisvalle tra le pagine
della HRH, un clima culturale che pu� aver spinto il Toledano a rifiutare
i modelli carolingi, che pure avevano inciso sulle regalit� iberiche
dell�VIII e IX secolo, suggerendo a sovrani come Alfonso III la soluzione
imperiale e l�accezione e la spartizione ereditaria secondo una
concezione patrimoniale del regno (risvolti culturali e politici che il
Toledano si preoccupa di tacere).
Il fatto che l�apologia rimanga irrimediabilmente complicata dalla
sanzione della leggenda in una storia ufficiale apre, come si � visto, la
possibilit� di una motivazione ulteriore e principale rispetto alle esigenze
dell�apologia stessa, una motivazione che permetta di considerare
la percezione polemica della contrapposizione culturale tra la penisola
iberica e quell�Europa restricta y limitada, ridotta al solo ambito
dell�egemonia carolingia di cui ci parla S�nchez Albornoz.
A questo punto vorremmo cercare una relazione tra i diversi piani
di lettura cui siamo approdati, vale a dire tra i possibili piani di una
lezione che se da un lato definisce un modello di regalit� estromettendone
l�esempio carolingio, dall�altro suggerisce forse una condotta politica
nella misura in cui tanto Carlo non � un modello di regalit�
quanto la corona di Francia non rappresenta un alleato accettabile
(perlomeno agli occhi dell�arcivescovo di Toledo). In altre parole
l�indirizzo politico andrebbe a collocarsi a monte degli esiti concettuali
dell�opera. Un�elaborazione culturale al servizio di una concreta valutazione,
suggerimento tra le righe ad un Ferdinando III che presumibilmente
gi� si propone di rafforzare i propri rapporti con la corona di
Francia.
L�orizzonte parenetico ne sottende dunque uno politico in una sostanziale
complementarit� dei due elementi, secondo la quale attribuire
l�accettazione della leggenda di Bernardo nell�ambito della HRH ad
1 4 4
un indirizzo culturale formatosi all�indomani di las Navas suggerisce
il risultato dell�estromissione di Carlo dal novero delle regalit� positive,
data la sua estraneit� ad una regalit� la cui cifra � appunto quella
vocazione religiosa proclamata da Pelagio.
La seconda motivazione avanzata rimane all�origine della prima,
laddove sulla selezione stessa dei modelli di regalit� incide un clima
culturale plausibilmente ostile alle realt� ultrapirenaiche, che in ogni
tempo mancarono ai doveri verso la Croce. Secondo la lezione del Toledano
l�esperienza di las Navas si pone dunque, paradossalmente, tra
le ragioni di Roncisvalle, a monte di una Roncisvalle intesa come spazio
narrativo teso a stigmatizzare la figura di Carlo sulla scorta di una
condotta inammissibile, tale da indicarlo come esempio di regalit� negativa.
In altre parole las Navas si colloca (forse) tra le molte ragioni ed
esperienze che vanno a formare la prospettiva del Toledano, contribuendo
a quel sentimento che conduce l�autore alla definizione di una
regalit� dedita alla Croce, dedizione della quale gli utramontani sono
evidentemente incapaci, come dimostrato dalla deprecabile, e di fatto
deprecata, condotta del Carolus iratus.
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