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Mediatore Culturale

Questo documento tratta del fenomeno dell'immigrazione in Italia e dei processi di integrazione. Descrive brevemente le caratteristiche del fenomeno migratorio in Italia e come questo abbia trasformato la società italiana in una realtà multietnica e multiculturale. Vengono inoltre introdotti i concetti di integrazione interculturale ed educazione interculturale come possibili approcci per gestire la convivenza tra culture diverse.

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Mediatore Culturale

Questo documento tratta del fenomeno dell'immigrazione in Italia e dei processi di integrazione. Descrive brevemente le caratteristiche del fenomeno migratorio in Italia e come questo abbia trasformato la società italiana in una realtà multietnica e multiculturale. Vengono inoltre introdotti i concetti di integrazione interculturale ed educazione interculturale come possibili approcci per gestire la convivenza tra culture diverse.

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IL MEDIATORE CULTURALE:

RUOLO, COMPETENZE E AMBITI DI INERVENTO

2017

CORSISTA
INDICE

INTRODUZIONE. ............................................................................................................. 4

CAPITOLO PRIMO

LITALIA DI FRONTE ALLIMMIGRAZIONE:


PROCESSI DI INTEGRAZIONE E DINAMICHE
DELLA DIFFERENZA .................................................................................................. 6

1.1 Il quadro e le caratteristiche dei recenti cambiamenti socio-demografici 8

1.2 Politiche e processi di integrazione. ....................................................................... 10

CAPITOLO SECONDO

LA MEDIAZIONE CULTURALE:
UN PONTE TRA CULTURE DIVERSE ...................................................... 14

2.1 Le radici della mediazione culturale ...................................................................... 18

2.2 I livelli della mediazione culturale ......................................................................... 20

2
CAPITOLO TERZO

IL MEDIATORE CULTURALE........................................................................... 21

3.1 Ruolo e competenze del mediatore culturale. ..................................................... 23

3.2 I luoghi e le modalit della mediazione. ............................................................... 25

3.2 Rischi e difficolt della professione. ...................................................................... 29

BIBLIOGRAFIA. .......................................................................................................... 34

3
Introduzione.

Da secoli le popolazioni del mondo decidono di lasciare la propria terra per

spostarsi in altri paesi alla ricerca di migliori condizioni di vita e questo

fenomeno, spesso anche clandestino, aumenta sempre di pi. Come conseguenza

della sua posizione geografica l'Italia negli ultimi anni stata sempre pi

coinvolta in questo fenomeno, in continua crescita a causa delle guerre e delle

epidemie e dai risvolti spesso drammatici .

Il fenomeno immigratorio, con le sue caratteristiche di consistenza ormai

strutturali, determina una presenza e visibilit dello straniero che possono essere

lette sotto la duplice ottica del problema o della risorsa. La pedagogia e

leducazione interculturale indicano in proposito la strada dellintegrazione e

dellinterculturalit, puntando sul valore intrinseco della relazionalit e del

dialogo, proponendo in tal modo di dare una risposta che renda dialettica la

dicotomia tra il diritto alle pari opportunit e quello alla differenza culturale, in

una parola alla dicotomia uguaglianza/differenza.

Una delle possibili strade per sostenere e perseguire tali obbiettivi quella

della mediazione culturale, modalit di collegamento, voluto e ricercato, tra le

diverse culture, riconoscendo legittimit ad ognuna di esse. Nello specifico, essa

si propone come ponte per superare le difficolt, sia di ordine burocratico-

strutturale che di ordine linguistico-culturale, che, da una parte, gli utenti stranieri

incontrano nellaccesso ai servizi, dallaltra, gli operatori degli stessi servizi

vivono nei confronti di unutenza culturalmente eterogenea. Quella della

mediazione e del mediatore culturale costituisce dunque una delle pi concrete

4
modalit di risposta allodierna realt multietnica e multiculturale, una prassi del

tutto nuova per il nostro paese che, in tal senso, si trova ancora a muoversi su un

terreno sperimentale.

Al riguardo, il primo capitolo prende le mosse da una breve analisi del

fenomeno migratorio in Italia e delle sue peculiari caratteristiche e conseguenze

socio-culturali, per approdare ai possibili modelli di inserimento sociale degli

immigrati e alle istanze di integrazione e convivenza pacifica promosse dalla

pedagogia interculturale.

Nel secondo capitolo si entra nello specifico della mediazione culturale,

vista proprio nellottica degli interventi volti a promuovere e favorire un dialogo

interculturale e una comprensione reciproca scevri da pregiudizi e aperti alle

diversit.

Il terzo capitolo affronta il tema delle competenze, delle funzioni e dei

luoghi di intervento del mediatore culturale, soffermandosi poi sulle

problematiche inerenti a tale figura professionale.

5
CAPITOLO PRIMO

LITALIA DI FRONTE
ALLIMMIGRAZIONE:
PROCESSI DI INTEGRAZIONE E
DINAMICHE DELLA DIFFERENZA

6
Oggi lItalia si scopre terra di immigrazione, meta di un numero sempre

crescente di stranieri, provenienti soprattutto dai paesi in via di sviluppo.

Questo fenomeno comporta rapidi cambiamenti per lintero assetto sociale

e per le singole persone, e nuovi fattori di complessit, tanto pi sostanziali quanto

pi il fenomeno dellimmigrazione assume connotati stabili e strutturali. La nostra

societ in tal senso ormai una realt multietnica e multiculturale, caratterizzata

dalla consistente presenza, nello stesso territorio, di culture molto diverse, con

relativi differenti miti, sistemi di interpretazione e di riferimento valoriale,

costumi e tradizioni.

Questa situazione determina una serie di problemi e questioni sociali che

investono sia il piano specifico del lavoro, della casa e dei servizi, sia quello

generale della convivenza di persone, gruppi e appartenenze diversi. A fronte di

ci del tutto evidente non bastino pi, dal punto di vista politico e sociale,

interventi emergenziali, di tamponamento della situazione, ma occorra mettere in

campo organici paradigmi e strategie dazione.

Guardando a tale proposito a quanto avvenuto nei paesi a pi consolidata

tradizione immigratoria, la strada pi funzionale da percorrere sembra essere

quella delle politiche di integrazione. Una via certo non facile, ma che prospetta

levenienza di valorizzare la ricchezza insita nella diversit, pi che focalizzarsi

sul contenimento dei problemi che questa sottende. Una strada, quella

dellintegrazione, che ha il suo correlato antropologico nellinterculturalit e, dal

punto di vista pedagogico, nelleducazione interculturale, parametri e fattori di

riferimento ideali e di sostegno sostanziale per la stessa integrazione.

7
1.1 Il quadro e le caratteristiche dei recenti
cambiamenti socio-demografici.

LItalia si trasformata, a partire dagli anni 70 e con un incremento

costante delle dimensioni del fenomeno nei decenni successivi, da tradizionale

paese di emigrazione in terra di immigrazione, specialmente di immigrazione

extracomunitaria. Tale fenomeno ha allorigine diversi fattori interni ed

internazionali. Quelli pi macroscopici si riconducono ai recenti processi di

globalizzazione mondiale e, soprattutto, ai sempre pi evidenti squilibri economici

e demografici registrabili a livello planetario.

Come rileva in proposito Zincone, le maggiori spinte migratorie sono

determinate dal differenziale di pressione demografico-economica che esiste fra i

possibili paesi di origine e quelli possibili di destinazione1. Questo differenziale

si traduce in fattori di espulsione (push effect) dal paese di origine e in fattori di

attrazione (pull effect) esercitati dai paesi di accoglienza. Concretamente il

fenomeno vede, da un lato, lelevato incremento e pressione demografica

registrabili nei paesi in via di sviluppo, a fronte della limitata capacit delle loro

economie di assorbire la crescente offerta di forza lavoro; dallaltro lato, una

tendenza demografica negativa e una correlata crescente richiesta di manodopera

da parte dei paesi ricchi, nei quali, a causa della struttura dei mercati

internazionali, si concentrano tuttora le attivit industriali.

1
ZINCONE G. (a cura di), Primo rapporto sullintegrazione degli immigrati in Italia,
Bologna, Il Mulino, 2000, pag. 147.

8
Progressivamente la presenza straniera va aumentando, prendono

consistenza anche i flussi di provenienza extracomunitaria, prima dai paesi del

Mediterraneo, poi dalle grandi rotte Sud-Nord ed Est-Ovest del mondo, rotte che

cominceranno a colorare limmigrazione di forti disomogeneit etnico-culturali,

sia al proprio interno sia nei confronti degli autoctoni.

Tale eterogeneit ulteriormente accentuata dalla polimorfit delle

provenienze e matrici dei migranti, i quali, pur registrando la preminenza di certi

gruppi etnico-culturali, sono praticamente rappresentativi di ogni continente.

Questo policentrismo migratorio evidenziato dai dati elaborati dalla Caritas2,

secondo i quali dallEuropa proviene il 41,4% dei flussi, dallAfrica il 26,9%,

dallAsia il 19,1%, dallAmerica l11,6%, dallOceania lo 0,2%5.

Consistenza, polimorfit, stabilizzazione e territorializzazione

dellimmigrazione comportano evidentemente conseguenze significative sul piano

dellinserimento sociale e della convivenza quotidiana.

2
Cfr. CARITAS DI ROMA, Immigrazione - Dossier statistico 2002, Roma, Nuova Anterem,
2002.

9
1.2 Politiche e processi di integrazione

Il rapporto tra popolazioni autoctone e gruppi di stranieri, giunti in seguito a

processi migratori, da sempre oggetto di dibattito pubblico per le sue conseguenze,

per le modalit di regolazione, per le scelte compiute dalle amministrazioni locali e

nazionali e per latteggiamento della societ civile.

Tra le diverse cornici interpretative adottate per spiegare le interrelazioni esistenti

tra lanalisi dei flussi migratori e le politiche pubbliche, il concetto di integrazione

quello che nel tempo andato gradualmente affermandosi, sia in ambito scientifico che

in quello applicativo delle scelte istituzionali di gestione del fenomeno.

Lintegrazione pu essere intesa come processo in cui gli immigrati diventano

membri di pari diritti e opportunit, in base alla disponibilit da parte della maggioranza

degli individui che compongono la collettivit a coordinare regolarmente ed

efficacemente le proprie azioni con quelle degli altri individui a diversi livelli della

struttura sociale, facendo registrare un grado relativamente basso di conflitto 3. Un

processo lento, che necessita di tempo e che si declina a livello economico, culturale,

sociale e politico, in termini bidirezionali, poich riguarda non solo gli immigrati ma

anche i cittadini del paese ricevente. A differenza del concetto di migrazione che chiama

in causa la mobilit di una singola componente, quello di integrazione si concentra sulla

pluralit degli attori in gioco e sulle dinamiche dei processi di inclusione costruiti

allinterno delle societ.

Proprio per questa multidimensionalit intrinseca, lintegrazione un

3
Gallino 2006

10
concetto difficile da maneggiare, capace di coinvolgere considerazioni di ordine etico e

politico che rendono complessa la definizione di una singola strategia vincente.4

Non possibile parlare di integrare senza distinguere tra le politiche per

lintegrazione e le pratiche di integrazione: le prime dipendono dallazione istituzionale

e in quanto tali attivano processi sociali non sempre di integrazione che si verificano

invece nella pratica quotidiana, dove si realizza in maniera compiuta il processo di

inclusione degli stranieri nella comunit ospitante. Questa discrasia dipende dal fatto

che pensare una politica assimilativa, interculturale o transnazionale diverso dal

vederla prendere forma: un processo che si compie grazie allintervento di una

molteplicit di fattori che escono dalle coordinate iniziali fissate dal modello. Sono

fattori che riguardano le istituzioni politiche, la gestione delleconomia nazionale, le

politiche sul lavoro, le politiche sociali di sostegno alla famiglia, ma anche il tipo di

comunit chiamate in causa, i codici tradizionali di riferimento, gli aspetti religiosi 5 .

Ragionare quindi in termini astratti di modelli di integrazione non permette di

vedere da vicino in quali forme si traducono le decisioni politiche, poich si tende ad

interpretare lo sviluppo delle relazioni interetniche da una prospettica macro. Si pensa in

termini di culture che si adattano, si toccano, si respingono, si influenzano ma non si

mostrano i meccanismi reali di integrazione. I modelli riescono sempre meno a cogliere

la congerie di politiche e interventi finalizzati alla risoluzione di problemi e al

raggiungimento di obiettivi diversi; i singoli casi nazionali si evolvono rispondendo a

determinate categorie di stranieri con trattamenti specifici, spesso discordanti con quelli

previsti a livello generale .

4
Rossi 2011
5
Ambrosini 2011

11
Negli ultimi anni, queste intuizioni scettiche sulla validit di applicazione dei

modelli hanno prodotto unaffermazione crescente dellautonomia delle politiche locali

da quelle pi complessive a livello nazionale , che affrontano in prima linea la gestione

delle interazioni e dei contatti tra migranti e comunit autoctone. La constatazione di

distanze notevoli tra retoriche nazionali e politiche locali ha infatti indotto una rilettura

della prassi dellintegrazione in una prospettiva pi focalizzata a livello locale.

La dimensione locale acquista cos un valore centrale nella definizione delle

strategie di inclusione, esercitando un ruolo attivo nella promozione di rapporti pacifici

e reciprocamente benefici . Essa un campo di sperimentazione in cui combinare

elementi che rispecchiano impostazioni, multiculturali, transnazionali; un terreno per

verificare ipotesi che nascono dallosservazione del quotidiano e che si adattano ad

esso. Le istanze relative alla tutela delle differenze culturali trovano spesso possibilit di

ricezione maggiore in ambito localistico. Allo stesso tempo proprio allinterno degli

spazi locali che sorgono forme di opposizione, scontro e conflitto tra le posizioni degli

immigrati e quella della societ civile. Ancora, a livello locale che si attuano le

effettive politiche di inserimento, con decisioni amministrative sulledilizia, sui benefici

sociali, sui luoghi di culto o sugli esercizi commerciali a vantaggio degli stranieri.

Inoltre, soprattutto a livello locale ci si misura con le implicazioni e le istanze che

scaturiscono dal pluralismo degli stili di vita e dei rapporti sociali. Infine, non va

dimenticato il carattere variabile delle amministrazioni locali, che si articolano in

miriadi di uffici e settori, a loro volta perseguenti visioni diverse del fenomeno

migratorio che possono rafforzare le idee o produrre scostamenti dalle dichiarazioni

contenute nelle politiche nazionali.

Da questa prospettiva, il concetto di integrazione esce completamente riabilitato:

12
privato dellipoteca assimilazionista e delle utopie multiculturali, esso si esplicita nella

gestione concertata della differenza in unottica processuale e dinamica in cui

lassorbimento di pratiche sociali, convenzioni linguistiche, schemi cognitivi pu

avvenire, ma in maniera graduale e spesso inconsapevole, senza che vi siano

imposizioni normative che reificano le appartenenze culturali. Il vero spartiacque tra

governi locali inerti, programmaticamente ostili allinclusione degli immigrati, e

governi locali disposti a investire risorse, anche a costo di rischiare il consenso dei

cittadini, per favorire e promuovere societ pi integrate .

Lintegrazione non vista pi come una formula magica per risolvere i conflitti,

ma unaspirazione in attesa della quale si compiono passi ritenuti giusti in quel

momento e per quella situazione. La gestione delle politiche dintegrazione cos una

pratica sociale che si verifica nella relazione costante tra autoctoni e migranti, i quali

danno spazio a forme di resistenza e tolleranza inedite, mutevoli, contestuali.

13
CAPITOLO SECONDO

LA MEDIAZIONE CULTURALE: UN PONTE


TRA CULTURE DIVERSE

14
Gli spazi di incontro, di dialogo, di mediazione non esistono per natura, ma, al

contrario, vanno conquistati, creati, istituiti, difesi, utilizzati e gestiti. Si tratta di

percorsi che devono essere consapevolmente e intenzionalmente costruiti. E quanto

afferma il ricercatore Massimiliano Fiorucci, autore delle pubblicazioni: La

mediazione culturale. Strategie per lincontro e La didattica come luogo di

mediazione interculturale. Le riflessioni sul tema mediazione culturale vanno collocate

allinterno della prospettiva di ricerca della pedagogia interculturale che costituisce una

disciplina di frontiera in cui si inseriscono non solo i saperi pedagogici, ma anche quelli

psicologici, antropologici, storici, geografici, economici, sociologici, letterari,

linguistici, filosofici, ecc. Leducazione interculturale, com noto, si muove lungo due

direttrici: da una parte si occupa delle strategie di inserimento degli stranieri (nella

scuola, nel sistema formativo, nella societ), dallaltra, che la pi importante, si

rivolge alla maggioranza, agli autoctoni, agli italiani chiedendo loro di decentrare il

proprio punto di vista, invitandoli a rimettere in discussione la loro visione. E in questa

direzione che bisogna investire di pi in termini di formazione.

Ma quali sono oggi gli spazi, i luoghi e i tempi della mediazione? E possibile

individuare almeno tre livelli di mediazione sui quali necessario lavorare per costruire

una societ interculturale.

Un primo livello quello della mediazione in senso ampio, di una mediazione in

alcuni casi anche non intenzionale, ma che comunque avviene. Questo primo stadio si

potrebbe definire come il livello della comunicazione culturale e un ruolo importante lo

hanno i mass media, lazione politica, i partiti, la chiesa, la famiglia, il sindacato, le

politiche istituzionali, le associazioni, etc.

15
Un secondo livello legato allambito della mediazione interculturale. Gli spazi di

intervento sono pi ampi in questo caso, nel senso che possibile intervenire in modo

pi diretto e tempestivo nei confronti della realt allinterno della quale lincontro e la

comunicazione accadono. E in questo campo che andrebbero concentrati i maggiori

sforzi in termini di investimenti formativi. Si tratta, in altri termini, di dotare di una

formazione interculturale, di una consapevolezza interculturale tutti coloro che operano

nei servizi sociali, nei servizi sanitari, nelle strutture socio-educative, nelle carceri, nelle

questure, ecc. Vi sono anche nella storia italiana molti esempi di questo tipo di

mediazione interculturale. Nel riportare il passato migratorio degli italiani, il ricercatore

Massimiliano Fiorucci fa riferimento allopera svolta dagli psichiatri Michele Risso e

Wolfang Boker e al loro lavoro con gli emigrati italiani in Svizzera. I due psichiatri, che

operavano a Berna durante gli anni sessanta, non riuscivano nelle prime fasi della loro

attivit a fornire risposte coerenti ai pazienti italiani che chiedevano loro di essere

aiutati. Il disagio degli emigrati italiani, la loro malattia era di natura essenzialmente

culturale. Non riuscendo a far fronte ai problemi dei lavoratori italiani con gli strumenti

della psichiatria tradizionale, Risso e Boker decisero di studiare le opere di Ernesto De

Martino (Il mondo magico, Sud e magia) per cercare di penetrare nelluniverso

culturale di riferimento dei loro pazienti, nel loro immaginario. Tale impostazione del

loro lavoro si rivel efficace e positiva e consent loro di ottenere buoni risultati

terapeutici. La loro esperienza riportata nel volume Sortilegio e delirio.

Psicopatologia delle migrazioni in prospettiva transculturale.

Un terzo livello di mediazione rappresentato dalla mediazione linguistico-

culturale. Il ricercatore Fiorucci ricorda e sottolinea come, almeno in questa fase storica

dellItalia, i mediatori linguistico culturali debbano essere di origine straniera.

16
Ci consente loro, infatti, avendo vissuto direttamente sulla propria pelle

lesperienza migratoria di esercitare meglio il proprio lavoro. Tale posizione per, se

portata allestremo, potrebbe presentare il rischio di prefigurare per il mediatore

linguistico-culturale una sorta di professione etnica.

17
2.1 Le radici della mediazione culturale

Stranieri e autoctoni, com noto, fanno riferimento a competenze comunicative

differenti, efficaci per la comunicazione nei contesti di appartenenza e non

automaticamente anche in altri allinterno dei quali vigono, in molti casi, regole, norme,

codici e comportamenti diversi. Il processo comunicativo si incentra sulla relazione,

cos come, sulla relazione si incentra e si fonda ogni processo di mediazione che voglia

dirsi tale. Questa relazione pu fondarsi su equilibri comunicativi sbilanciati in senso

asimmetrico oppure su rapporti di reciprocit relazionale. La comunicazione

interculturale unoperazione di integrazione e di reciproco adattamento, , in

definitiva, un tentativo concreto di superamento delletnocentrismo.

La parola mediazione adatta ad indicare un processo mirato a far evolvere

dinamicamente una situazione di conflitto, aprendo canali di comunicazione che si

erano bloccati nel tentativo di giungere, attraverso un lavoro di negoziazione e

contrattazione che vede coinvolti pi soggetti le cui posizioni risultano dissonanti, a una

intesa condivisa.

La psicologa francese Margalit Cohen Emerique distingue tre diversi tipi di

significati del termine mediazione, a ciascuno dei quali corrisponde un tipo di

intervento. Il primo significato corrisponde allazione di intermediario, in situazioni

dove non c conflitto bens difficolt di comunicazione. Il tipo di mediazione che si

svolge in questa situazione consiste nel facilitare la comunicazione e la comprensione

18
tra persone di culture diverse, nel dissipare i malintesi tra limmigrato e gli attori del

sociale: malintesi dovuti in primo luogo a un sistema diverso di codici e valori culturali.

Un altro tipo di significato fa riferimento allarea della risoluzione dei conflitti di

valore tra la famiglia immigrata e la societ di accoglienza o allinterno della famiglia

(conflitti generazionali, di coppia, etc). Un terzo tipo di significato fa riferimento al

processo di creazione: implica lidea di trasformazione sociale, di costruzione di nuove

norme basate su azioni eseguite in collaborazione tra le parti in causa e finalizzate alla

risoluzione dei problemi; un processo dinamico attivo.

19
2.2 I livelli della mediazione culturale

La mediazione culturale costituisce un processo duplice e reciproco di decodifica

della comunicazione che si esplica a diversi livelli:

a) un livello di ordine pratico-orientativo-informativo cui fanno riferimento quei

compiti e quelle funzioni che il mediatore svolge nei confronti del proprio gruppo di

appartenenza e nei confronti, eventualmente, degli operatori del servizio presso cui si

trova ad operare (consultori familiari e pediatrici, servizi educativi per la prima infanzia,

scuole, servizi sociali e sanitari, etc). Il mediatore informa, traduce le informazioni,

avvicina il servizio, lo rende al tempo stesso pi accessibile e pi trasparente.

Contemporaneamente informa gli operatori del servizio rispetto a specificit

culturali, differenze e tratti propri della comunit dorigine.

b) un livello linguistico-comunicativo, cio quando la mediazione riveste un ruolo di

traduzione, interpretariato, prevenzione e gestione dei fraintendimenti, malintesi,

blocchi comunicativi. Il compito del mediatore non si limita alla traduzione fedele di

messaggi e informazioni, ma si propone di chiarire anche ci che implicito, di svelare

la dimensione nascosta, di dare voce alle domande silenziose e al non detto.

c) un livello psico-sociale, relazionale e culturale, in cui il mediatore pu assumere

inoltre un ruolo di cambiamento sociale, di stimolo per la riorganizzazione del servizio,

di arricchimento della programmazione e delle attivit che il servizio conduce. In questo

caso, il servizio, oltre a diventare pi accessibile e accogliente, diventa anche un luogo

di riconoscimento delle minoranze, di visibilit delle differenze e degli apporti culturali

diversi.

20
CAPITOLO TERZO

IL MEDIATORE CULTURALE

21
Il mediatore culturale dunque una figura sempre pi diffusa nei pi tradizionali e

svariati contesti in cui le differenze etniche e culturali entrano in contatto. Proprio per

questo, altres sempre pi diffusa lesigenza, da un lato, di definire il profilo e le

condizioni operative di tale ruolo, anche nelle sue intersezioni con il lavoro degli

operatori con cui interagisce (operatori sanitari, sociali, educativi, ecc.), dallaltro, di

garantire adeguati percorsi di formazione di coloro cui demandata tale funzione, la

quale, per quanto fin qui evidenziato, implica una specifica professione o,

quantomeno, una professionalizzazione di quanto fino ad oggi era preminentemente

affidato allempiria e al volontariato.

22
3.1 Ruolo e competenze del mediatore culturale.

La figura del mediatore culturale, in quanto figura prioritariamente destinata ad

affiancare gli operatori impegnati nel campo dei servizi alla persona e alla comunit,

collaborando con essi per rendere fruibili al meglio questi servizi dagli immigrati,

necessita di essere definita sia in ordine al ruolo che deve assumere in tale contesto

interfunzionale e di lavoro dquipe, sia in ordine alle competenze implicate nello

svolgere professionalmente tale ruolo.

Il mediatore culturale, nella relazione operatore-utente, occupa una posizione di

terziet, una funzione che pu essere associata metaforicamente a quella svolta dal

codice che interfaccia gli interlocutori nel normale evento comunicativo6. Nello

specifico rapporto operatore-utente, tale funzione di interfacciamento e di facilitazione

della comunicazione, ci che al fondo definisce e delimita il ruolo del mediatore,

articolandone, secondo Cacciavillani e Di Bella7, i tre primari piani dintervento.

Innanzitutto, quello della mediazione linguistica. Come rilevano molte esperienze,

tale funzione di interpretariato importante (anche se non lunica e nemmeno la pi

rilevante), non solo quando lutente non ha o ha una limitatissima conoscenza della

lingua italiana, ma anche quando la parla discretamente. Infatti la presenza del

mediatore in ogni caso permette agli interlocutori di non preoccuparsi della

traduzione e di concentrarsi piuttosto sul merito dellinterazione. In termini

emotivo-relazionali, ci fornisce sostegno e sicurezza personali agli interlocutori,


6
Cfr. CASTIGLIONI M., op. cit.
7
Cfr. CACCIAVILLANI F., DI BELLA S., op. cit.

23
consentendo una comunicazione pi distesa e completa, una reciproca disponibilit ad

ascoltare e ad entrare in interazione, a chiedere e fornire chiarimenti, a porre domande e

a rispondere, ecc..

Il secondo piano dintervento quello della mediazione propriamente culturale.

La comprensione da parte degli interlocutori dei diversi assunti di senso, dei relativi

atteggiamenti, abitudini e comportamenti di rado immediatamente chiara ed evidente.

Come si visto, fa capo a sistemi di riferimento, scontati, taciti e inconsapevoli, che

necessitano di un supporto per essere esplicitati e resi compatibili. La funzione del

mediatore, a questo livello, proprio quella di far capire i diversi assunti simbolici e,

soprattutto, di aiutare a distinguere ci che nella relazione riconducibile alle diversit

culturali e ci che invece dipende dalla personalit individuale degli interlocutori,

sicuramente influenzata dalla cultura dorigine, ma non esclusivamente da essa.

Infine, il terzo piano dintervento concerne la facilitazione dellapproccio ai

servizi. Su tale piano al mediatore spetta il compito, da un lato, di riconoscere gli

ostacoli che incontra lutenza nellaccedere ai servizi, contestualizzando le specifiche

difficolt, decodificando e ricodificando i relativi bisogni e richieste, dallaltro, di

esplicitare le modalit operative dei servizi stessi e le aspettative dei loro operatori,

cercando di favorire un incontro fecondo e propositivo delle rispettive esigenze.

24
3.2 I luoghi e le modalit della mediazione.

Se quelle delineate nel paragrafo precedente sono le caratteristiche, le funzioni e

le competenze generali del mediatore culturale, occorre rilevare che esse trovano

specifiche e articolate declinazioni nei diversi ambienti in cui opera tale figura: dai

servizi sanitari alla scuola, dagli ambiti extrascolastici a quelli del disagio sociale (in

questi ultimi Ceccatelli Gurrieri fa rientrare la questura, i tribunali, i tribunali minorili,

le carceri, i servizi di rieducazione per minori, i servizi comunali di assistenza sociale, le

associazioni di volontariato per la prima accoglienza, i centri e le cooperative per il

lavoro educativo e assistenziale di strada). Senza entrare nelle capillari articolazioni di

tali contesti operativi, qui faremo riferimento ai tre principali luoghi in cui si esplica

la mediazione culturale: lambito sanitario, quello scolastico, quello sociale.

La mediazione in ambito sanitario

Quello dei servizi e delle politiche socio sanitarie rimane uno degli ambiti dove

pi importante, e nello stesso tempo pi complesso e delicato, la presenza e lintervento

dei mediatore linguistico culturale.

Infatti, le barriere linguistiche e le differenze culturali che normalmente

ostacolano e complicano laccesso degli stranieri ai servizi diventano qui

particolarmente rilevanti, dato che la relazione/contatto/servizio spesso incide su aspetti

e sensazioni anche profondamente personali e intimi e/o strettamente connessi alla

cultura di provenienza.

25
Ad esempio:

- linterpretazione della malattia;

- lidea di cura;

- la concezione del proprio corpo, del sintomo, dellidea di salute / educazione alla

salute;

- lapproccio alla prevenzione;

- la fiducia o meno nella medicina occidentale.

Tutto ci ancora pi vero nei servizi rivolti alle donne, specie per quelli dellarea

della tutela materna/infantile e pi nello specifico della prevenzione e della

procreazione responsabile.

Rispetto alla componente femminile il tutto ulteriormente complicato dal fatto

che proprio tale parte della presenza immigrata, come per altro si evince da diversi studi

e ricerche di settore, si presenta spesso come quella pi sommersa e meno autonoma, sia

rispetto alle relazioni e ai percorsi di inclusione nel contesto sociale, sia rispetto al

rapporto/accesso ai servizi.

Quindi, il mediatore linguistico culturale da un lato ha il compito di fare da ponte

tra operatori sanitari e pazienti immigrati, non solo attraverso la traduzione del

colloquio, ma anche con azioni tese a favorire la piena comprensione di tutti i messaggi

utilizzati nella relazione comunicativa.

Dallaltro, di facilitare lincontro fra le due culture, favorendo lo scambio di

informazioni rispetto agli strumenti e alle metodologie, supportando e orientando

limmigrato e/o limmigrata nella sua relazione con il servizio (relazione che quasi

26
sempre vede lutente pi o meno in una condizione di difficolt/fragilit rispetto

alloperatore)

La mediazione culturale nella scuola

Con il consolidarsi e il radicarsi della presenza straniera, e quindi con il

conseguente aumento delle situazioni di ricomposizione del nucleo familiare, sempre di

pi sono i bambini e le bambine migranti che frequentano la scuola.

Ma spesso, soprattutto per il minore, lingresso a scuola si presenta come il primo,

impatto con il nostro essere societ, e non sempre tale incontro/relazione avviene, specie

in fase iniziale, in modo positivo, senza traumi psicologici o difficolt di impostazione

metodologica da parte degli educatori.

Per questo, linserimento nelle istituzioni scolastiche del mediatore linguistico

culturale risulta essenziale per facilitare e supportare linserimento dei minori

immigrati, attraverso un intreccio di interventi rivolti ai minori stessi, alle loro famiglie,

ai dirigenti e agli insegnanti della scuola.

La mediazione culturale nei servizi sociali

Come abbiamo gi visto il mediatore linguistico culturale deve riuscire a

mantenere un atteggiamento neutro, capace di non schierarsi n con una parte n con

laltra (n con loperatore, n con lutente).

Questo ancora pi vero nel presente ambito, dove se il mediatore linguistico

culturale viene scambiato dallutente come colui che decide, come colui che pu

determinare laccesso o meno ad un determinato servizio, diventa fortissimo il rischio di

sfalsare tutti i rapporti, nonch di rendere inutile, o addirittura dannosa, la presenza del

mediatore linguistico culturale stesso, nonch di determinare aspettative che in molti

casi rimarranno insoddisfatte.

27
Principali ATTIVITA del mediatore linguistico culturale sono:

- accogliere gli utenti che si rivolgono al servizio sociale, operando unazione di

orientamento, di filtro e indirizzo rispetto al bisogno espresso;

- facilitare la comunicazione e la relazione tra utente e loperatore/servizio;

- spiegare, con precisione, allo straniero le competenze e le attivit dei servizi sociali,

nonch i ruoli e i poteri delle diverse figure professionali;

- supportare i colloqui tra utente e assistente sociale, offrendo consulenze a questultimo

per la risoluzione dei casi;

- aiutare lutente a comprendere gli obiettivi e le pratiche dellintervento sociale che lo

riguarda;

- fornire informazioni agli utenti in merito ai loro diritti e alla tutela degli stessi

28
3.3 Rischi e difficolt della professione.

Quella del mediatore culturale non una professione esente da difficolt e rischi:

anzi, numerosi sono gli inconvenienti che possono presentarsi nella pratica mediativa ,

proprio per la criticit delle situazioni operative e per il difficile equilibrio che in ogni

caso comporta, di per s, il ruolo di mediatore.

Una prima difficolt connessa proprio con la posizione che il mediatore occupa

nella relazione: egli infatti al centro, per palleggiare la comunicazione 8, dovendo

per restare esterno al rapporto. Cosa che non sempre di facile attuazione,

comportando la mediazione il rischio di focalizzare su di s la relazione. Capita spesso,

infatti, che gli interlocutori, anzich parlare fra loro, si rivolgano direttamente al

mediatore, percepito come indispensabile punto di riferimento non solo della

comunicazione, ma della stessa relazione. Se questo pu essere fatto naturale e

spontaneo nei primi incontri, il mediatore deve tuttavia aiutare gli interlocutori a

superare questa impasse. E pu farlo, innanzitutto, ricordando agli attori coinvolti nel

colloquio di porre le domande, di ascoltare le risposte e di interagire direttamente,

guardandosi negli occhi e facendo attenzione alla comunicazione globale, con tutte le

sue componenti verbali e non verbali.

8
CACCIAVILLANI F., DI BELLA S., op. cit

29
La figura del mediatore culturale risulta in ci proficua e feconda se riesce a far

emergere una nuova strategia di comunicazione e di ascolto, che ridimensioni la

componente meramente linguistica e permetta linstaurarsi di una relazione autonoma

tra operatore e utente. Lobbiettivo finale sempre quello di creare autonomia, da un

lato nellaccesso ai servizi da parte dellutenza straniera, dallaltro nel lavoro con tale

utenza da parte degli operatori dei servizi, rendendo dunque a poco a poco superflua la

presenza del mediatore stesso.

Per ovviare a questo rischio, inoltre, risulta importante prevedere un incontro,

prima dellintervento di mediazione vero e proprio, con loperatore. In tale incontro il

mediatore ha la possibilit di chiarire il proprio ruolo, di venire a conoscenza degli

argomenti che dovranno essere affrontati, di preparare loperatore, indirizzandolo sulle

modalit per interagire con lutente, per affrontare i temi in questione, per ottimizzare la

situazione.

Una seconda difficolt quella che Goussot connette alla problematica gestione dei

processi di identificazione9. Con ci si intende il rischio, da parte del mediatore, di

immedesimarsi con lutente, con la sua condizione di bisogno e il suo stato emotivo;

oppure, di lasciarsi trascinare in direzione contraria, identificandosi con la societ di

accoglienza o con le esigenze del servizio, facendosi portavoce di esso, imponendo le

regole rigide e le prescrizioni secondo cui questo organizzato.

9
GOUSSOT A., op. cit.

30
Altra insidia che pu interessare il rapporto pu venire dal non riconoscimento,

da parte degli interlocutori, di un ruolo di per s esterno alle dinamiche e istanze

dellintervento. Pu capitare cos che il mediatore sia delegittimato sia dallutente, che

lo vede come del tutto simile a s, quasi fosse nella sua stessa condizione, sia

dalloperatore, che non riconosce il suo ruolo e le sue competenze. In entrambi i casi, si

tratta di una carenza di autorevolezza dovuta spesso ad una carente

professionalizzazione o, per altro verso, ad un precario inquadramento normativo che

riduce questa figura al mondo del volontariato poco strutturato e preparato.

A questinsieme di difficolt pi propriamente relazionali se ne affiancano altre

connesse intanto alla funzione di interpretariato. Al riguardo evidente come la

traduzione di parole e soprattutto di concetti non sia sempre facile e biunivoca. Nella

migliore delle ipotesi, il mediatore pu avere bisogno di parafrasare e rendere esplicito

un dato concetto lasciato implicito dagli interlocutori: in tal caso, dovr comunque

notificare agli stessi loperazione che sta compiendo, per evitare che possano sentire

tradito il loro discorso o vedersi espropriati del loro ruolo. Questo vale soprattutto nei

confronti di operatori poco sensibili alla pratica della traduzione e alle sue difficolt, i

quali possono pretendere dal mediatore una traduzione fedele, senza rendersi conto

che una lingua fatta di codici, valori ed esperienze che variano da una cultura allaltra,

per cui una traduzione letterale pu essere del tutto inattuabile e controproducente. Il

mediatore, pertanto, deve far capire agli interlocutori, avvalendosi della sua

professionalit, che il suo compito non puramente meccanico, ma interpretativo e

culturale10.

10
Cfr. BELPIEDE A., op. cit

31
Proprio a tali funzioni di interpretariato pu connettersi, per contro, la

presunzione del mediatore di credere che la sola appartenenza culturale sia garanzia di

padronanza consapevole della cultura stessa. Come delineato in precedenza, non

infatti la semplice appartenenza a renderci profondi conoscitori della nostra cultura, ma

una sistematica riflessione etnografico-antropologica, processo e competenza che

dovrebbero far parte del bagaglio professionale del mediatore.

Infine, vi sono due ulteriori problematiche, legate pi specificamente

all'esercizio della professione di mediatore.

In primo luogo, si tratta di considerare le possibilit di impiego e di gestione del ruolo

del mediatore culturale in rapporto alla sua collocazione istituzionale. In proposito,

autori come Belpiede e Pittau11 ritengono che il mediatore inserito (qualunque sia la

forma del rapporto di lavoro) in un servizio pubblico, sia condizionato dallo stesso

nellesercizio del proprio ruolo. Lorganizzazione del servizio, i compiti, le priorit e le

responsabilit dellistituzione limitano di fatto lo spazio di azione e di iniziativa del

mediatore, che deve attenersi al mandato istituzionale conferitogli. Il rischio

conseguente quello di uneccessiva burocratizzazione della mediazione o del suo

appiattimento sullistituzione, quando invece per sua stessa natura la mediazione

dovrebbe muoversi sul terreno ampio della promozione dellintegrazione e

dellinterculturalit.

Lalternativa proposta a questo rischio quella di prevedere una collocazione

esterna allistituzione del mediatore, ad esempio incardinandolo in associazioni o

organizzazioni del terzo settore. La legislazione vigente conferisce, in effetti, un

significativo riconoscimento a tali espressioni associative: soprattutto d loro la

11
Cfr. PITTAU F., Dalla semplificazione amministrativa alla mediazione culturale: le esigenze del
processo di integrazione degli immigrati in Italia, Affari sociali internazionali, n. 1, 2002.

32
possibilit di stipulare convenzioni con le strutture pubbliche per mettere a disposizione

propri mediatori culturali93, assicurando a questi una relativa indipendenza.

33
BIBLIOGRAFIA.

BELPIEDE A., Farcela nella societ senza staccarsi dalle proprie radici?,
Animazione sociale, marzo 2002.

CACCIAVILLANI F., DI BELLA S., La mediazione interculturale: dallattivit ai


processi, Animazione sociale, marzo 2002.

CARITAS DI ROMA, Immigrazione - Dossier statistico 2002,


Roma, Nuova Anterem, 2002

CECCATELLI GURRIERI G., Mediare culture. Nuove professioni tra comunicazione e


intervento, Roma, Carocci, 2003.

CIBELLA N., Immigrazione ed integrazione, Affari sociali internazionali, n. 4, 2002.

FIORUCCI M., , La mediazione culturale. Strategie per l'incontro, Armando, Roma


2000; La didattica come luogo di mediazione interculturale, in Prospettiva EP

GOUSSOT A., Equivoci comunicativi nelle relazioni con gli immigrati, Animazione
sociale, marzo 2002.

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