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Dopo lUnit.

Forme e ambivalenze del legittimismo borbonico


Marco Meriggi

After Unity. Forms and ambiguities of Bourbon legitimism. From their exile in
Rome, following Italian unification, the Bourbons tried to promote a political protest
against the Piedmontese government in the southern provinces of the kingdom of
Italy. The best known aspect of this protest was the so-called brigantaggio
(brigandage) in the countryside, particularly in the years immediately following
unification. But the Bourbon party was also at work in the towns, at least until the
middle of the 1860s. Based on archival sources, the article investigates the political
ideology and patterns of organization of Bourbon propaganda in exile.

Key words: Bourbons, Italian unification, Southern Italy, constitutionalism, political


organization.
Parole chiave: Borboni, unificazione italiana, Italia meridionale, costituzionalismo,
organizzazione politica.

Lultimo elenco di firme conservato tra le carte di Pietro Cal Ulloa, che
nella Roma degli anni 60 faceva parte dello staff di Francesco II di Borbone,
gi sovrano del Regno delle Due Sicilie, assolvendo di fatto la funzione di
primo ministro del suo governo in esilio, datato 27 febbraio 18641. Nellan-
no precedente ne era pervenuto sulla sua scrivania ancora qualcuno. Ma il
grosso delle firme raccolte in appoggio agli appelli per un ritorno dei Borbo-
ni sul trono che erano stati costretti ad abbandonare tra 1860 e 1861 si era
materializzato presso la corte in esilio tra la fine del 1862 e i primi due mesi
del 1863. Erano state assemblate in una decina di album, composti a loro vol-
ta di fogli eterogenei e sparsi, provenienti da molte localit di quelle che era-
no ora le province meridionali del Regno dItalia e che fino a qualche anno
prima formavano invece il territorio di quello delle Due Sicilie. Di custodire,
a Roma, la documentazione, si incaricava per lappunto Ulloa, per tenersi

1 Archivio di Stato di Napoli (dora in poi ASN), Borbone, b. 1616, VIII incartamento, cc.

501 ss.

Passato e presente, a. XXIX (2011), n. 83

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presente per un qualche indirizzo a farsi alle Potenze2. Nel febbraio 1863 il
collaboratore di Francesco II fece contare le firme. Distribuite in 21 diversi
indirizzi, ciascuno introdotto da un appello di accompagnamento, risultaro-
no ammontare a 112.829, 90.915 delle quali provenienti dal Mezzogiorno
continentale e 21.914 dalla Sicilia; dalla sola Napoli circa 40.000, dalla sola
Palermo circa 9.000. Una bella cifra!
Ma chi erano quei firmatari, e con quali modalit erano stati convinti a da-
re la loro adesione agli indirizzi? Ancora: quali auspici contenevano questi
ultimi, e che tipo di linguaggio politico veniva speso per legittimarne e argo-
mentarne la bont?
Gran parte degli elenchi si apre con immagini di gruppo che sembrano
confermare la vulgata a proposito della fisionomia del fronte antirisorgimen-
tale presente nel Mezzogiorno del dopo Unit: chierici e aristocratici, colon-
ne per eccellenza di un antico regime declinato in senso classico. il caso,
per esempio, del testo sottoscritto da diverse centinaia di abitanti di Monopo-
li, al quale, immediatamente seguito da tutto lalto clero della citt, il ve-
scovo Federico Solimieri ad apporre la prima firma3; ma anche di quello fir-
mato dai fedeli sudditi di Fasano, schierati come in corteo al seguito degli ec-
clesiastici della loro localit4. Gli elenchi siciliani (uno per provincia) vengo-
no invece immancabilmente presentati, in rappresentanza dei propri concitta-
dini, dei quali seguono le firme, da figure dellalta aristocrazia isolana che si
sono uniti a Francesco di Borbone nellesilio romano; come Emmanuele Luc-
chesi Palli, il quale, patrizio palermitano (esprime) i voti de patrizi attaccati
a Vostra Maest, e delle classi che sieguono5; o come Vincenzo Ruffo, prin-
cipe della Scaletta, a nome di Messina6. Ma anche lelenco dei nostalgici na-
poletani aperto da nomi blasonati, come quelli dei principi Carlo Brancac-
cio e Felice Filomarino7.
Clero e aristocrazia, dunque, in primo luogo; o, meglio, il clero in disposi-
zione corale, a ranghi sostanzialmente compatti, e una parte dellaristocrazia,
vale a dire quella talmente compenetrata con la corte8 da averne condiviso il
destino desilio, o da avere comunque pi o meno apertamente mantenuto i
propri tradizionali orientamenti anche nel contesto della nuova Italia. A tesse-
re le fila dei fantomatici comitati filo-borbonici, tanto spesso evocati in que-
gli anni dalle carte di polizia, e ad attivare unoperazione sicuramente ri-

2 Ivi, V incartamento. Di P. Cal Ulloa cfr. Lettres napolitaines, Typographie de La Civilt

Cattolica, Roma 1863.


3 Ivi, cc. 343 ss., Alle Sacre Mani di Sua Maest Francesco II Re del Regno delle Due Sici-

lie, 16 gennaio 1863.


4 Ivi, cc. 335 ss.
5 Ivi, cc. 893 ss., 2 gennaio 1863.
6 Ivi, 2 gennaio 1863.
7 Ivi, cc. 230 ss., 22 dicembre 1862.
8 Su questo settore dellaristocrazia napoletana cfr. G. Montroni, Gli uomini del re. La no-

bilt napoletana nellOttocento, Meridiana libri, Catanzaro-Roma 1996.

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schiosa e complessa da gestire, come quella di cui gli elenchi che abbiamo
sotto agli occhi ci restituiscono solida testimonianza, sono soggetti sociali ab-
bastanza chiaramente indentificabili. E questo ci aiuta anche a formulare
qualche ipotesi su come, verosimilmente, la sottoscrizione stata effettuata; a
immaginare dunque che i testi, i quali, pur rispondendo tutti a una medesima
intonazione di fondo, risultano diversi per ciascun indirizzo, li abbiano redatti
e firmati per primi i prevedibili intellettuali organici di quella costellazione
antiunitaria e antinazionale che ha fissato dopo il 1860 in Roma il proprio
quartier generale, e che individua le proprie figure di riferimento nei due
maggiori sovrani italiani spodestati tra il 1859 e il 1861: Pio IX e Francesco
II di Borbone. Ancora, immaginiamo che il lavoro circospetto necessario per
far lievitare alla grandezza delle decine di migliaia i sottoscrittori di docu-
menti che i ministri borbonici cercheranno poi di spendere in sede di diplo-
mazia internazionale si sia svolto soprattutto nelle sacrestie, al margine della
messa domenicale, o forse con una paziente opera di convincimento porta a
porta, resa possibile dalla considerazione di cui gode labito talare; o, ancora,
in forza della valorizzazione della cospicua rete di relazioni informali o clien-
telari di cui, transfughi o meno che siano singoli loro membri, possono avva-
lersi le famiglie aristocratiche nelle province che ospitano le loro propriet.
Fatto sta che, malgrado i rischi innegabilmente connessi allatto di apporre il
proprio nome ad uno scritto di carattere eversivo, in un territorio nel quale,
per di pi, lo stato deccezione vanifica spesso e volentieri le teoriche garan-
zie liberali9, a sottoscrivere, accodandosi al corteo inaugurale dei corpi per
eccellenza rappresentativi dello stereotipo dellantico regime, sono state deci-
ne di migliaia di persone. Torniamo a chiederci: chi sono?
Quella che emerge dagli elenchi, una volta sfogliatene le pagine iniziali,
limmagine di una vasta folla anonima, della quale solo occasionalmente sia-
mo in grado di puntualizzare qualche dettaglio. Ne rappresentano, certamen-
te, una componente significativa, gli ex-militari (ufficiali subalterni e soldati,
soprattutto) dellesercito borbonico, che dalla costruzione di quello nuovo
italiano sono rimasti tagliati fuori. In un album preparato nellottobre 1863
successivo, dunque, a quelli sulla base dei quali venne eseguito il conteggio
delle firme allinizio di quellanno firmano, per esempio, uno dopo laltro
in 410, segnalando ciascuno la carica a suo tempo ricoperta nellesercito di-
sciolto10, e lasciando immaginare la perduranza di una coesione e di una fa-
miliarit che, a distanza ormai di anni, si riconfermano anche dopo che ne
venuto meno il presupposto materiale. Ma, accanto ai loro, nei non troppo
frequenti casi nei quali la firma risulta arricchita di qualche qualifica perso-
nale, affiorano anche i volti di negozianti, avvocati, proprietari, artigiani, im-

9 Sul tema cfr. S. Lupo, Il grande brigantaggio. Interpretazioni e memoria di una guerra

civile, in W. Barberis (a cura di), Guerra e pace, in Storia dItalia, Annali, 18, Einaudi, Torino
2002, in part. p. 472.
10 ASN, Borbone, b. 1616, VIII incartamento.

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piegati; un ceto medio, dunque, aperto a ventaglio in tutte le sue possibili de-
clinazioni, il cui disomogeneo livello di scolarizzazione deducibile dal gra-
do di politezza grafica degli autografi. A firmare sono (con leccezione so-
stanziale delle nobildonne) quasi solo uomini, o, meglio, padri di famiglia
che talvolta dichiarano di farlo, come un Agostino Cobianchi, anche a nome
di mia moglie e figli11. Sottoscrivono, anche, spesso, gruppi parentali lar-
ghi, probabilmente residenti contiguamente, come lasciano intuire intere
mezze pagine che riportano il medesimo cognome. Firmano, infine e a un
primo sguardo si sarebbe indotti a pensare che si tratti della componente pi
cospicua popolani che non sanno scrivere notati qui appresso con mano
aliena12, o, in un caso specifico, i sottoscritti e Croce segnati13; questi ul-
timi, nel caso dellappello di Monopoli, rappresentano la stragrande maggio-
ranza.
soprattutto in questa folla che non in grado di imprimere sul foglio al-
tro che un segno della croce, che una mano premurosa si preoccupa di tradur-
re in un nome, che la logica delladesione familiare-parentale sembra imporsi
come predominante, e che il partito meridionale della reazione assume trat-
ti francamente popolari. Ma una domanda sorge spontanea: cosa ci garantisce
dellautenticit di queste firme? Sistematica nel caso ricorrente dei croce-se-
gnati, la presenza di una grafia che corrisponde a una sola mano per una lun-
ga serie successiva di nomi e di cognomi pare inequivocabile anche in altre
parti di alcuni elenchi, nelle quali non si fa alcuna menzione dellincapacit
dei sottoscriventi di dominare lalfabeto. Ci si trova, dunque, davanti a una li-
sta di nominativi inseriti a loro insaputa? O forse a trascrizioni, messe nero
su bianco al riparo da occhi indiscreti, di un consenso raccolto a voce, con
lintesa di poterlo formalizzare per iscritto in un secondo tempo? Sono do-
mande alle quali, ovviamente, non si pu dar risposta. E, dunque, quegli oltre
100.000 nomi che la segreteria borbonica conteggia allinizio del 1863 vanno
certamente presi con beneficio dinventario. Non di meno, per quello che una
definizione del genere pu valere in relazione al contesto che ad essa pertie-
ne, si tratta di numeri che un fenomeno, se non di massa, certamente di
unampiezza significativa lo disegnano. La societ notabilare italiana del do-
po Unit stretta, e le grandezze nellordine delle decine di migliaia ne sfor-
zano i confini naturali. Son numeri, oltretutto, come subito ci chiarisce unal-
tra documentazione quella offertaci dalle carte della prefettura di Napoli ,
destinati a conoscere una ulteriore lievitazione, se si osserva il raggio delle
persone almeno indirettamente coinvolte in queste manifestazioni di senti-
mento filoborbonico, o di esse venute a conoscenza.
Se i nomi e i cognomi dei firmatari rimasero, infatti, conosciuti solo ai
funzionari che raccolsero gli elenchi presso la corte borbonica di Roma, gli

11 Ibidem.
12 Ivi, X incartamento, firme al 20 novembre 1863.
13 Ivi, V incartamento, b. 1616, c. 343, indirizzo di Monopoli.

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indirizzi da loro sottoscritti circolarono invece in versioni a stampa, in calce


alle quali veniva di regola segnalato il numero di quanti li avevano sottoscrit-
ti. Se li videro recapitare a casa, per il canale della posta ordinaria, un nume-
ro imprecisabile di cittadini delle province meridionali del Regno, tra i quali
molti componenti del corpo delle guardie nazionali. Alcuni di loro li conse-
gnarono alla polizia14, molti, sicuramente, se ne guardarono bene. E, come
emerge da unulteriore fonte, anche la stessa operazione di raccolta che stava
alla base del prodotto finito quello nel quale ci siamo imbattutti tanto nella
forma autografia presente nel fondo Borbone quanto in quelle a stampa inter-
cettate dalla Prefettura si avvalse probabilmente delle peraltro malfide po-
tenzialit messe a disposizione dai servizi postali del Regno. Una lettera ano-
nima inviata nel luglio 1861 a don Raffaele Torre, residente a Vietri, lo invi-
tava a sottoscrivere e a far sottoscrivere ad altre persone indicate un docu-
mento ad essa annesso (che non rimasto agli atti): So che se vuoi puoi. I
fatti esposti in essa tu pi che ogni altro non puoi negarli. Se altri si negasse-
ro alla sottoscrizione mi basta la tua sola firma, se anche tu ti negheresti, lo
terr ancora come di avermi favorito15.
Ma cosa avevano sottoscritto, i centomila e passa filoborbonici coinvolti
attivamente nelloperazione della quale ci siamo sin qui limitati a descrivere
le modalit di effettuazione? I testi ai quali vennero apposte le firme erano
diversi, come si accennato, e merita analizzarli con qualche larghezza.
Loccasione che aveva fornito un pretesto dappoggio agli indirizzi era costi-
tuita dal compleanno di Francesco II, che cadeva il 16 gennaio, una data utile
anche per formulare gli auguri per lanno nuovo, immancabilmente coniugati
allauspicio che questo portasse con s la restaurazione del Regno e il ritorno
a Napoli della coppia reale. Tutti gli scritti, ovviamente, deploravano, con va-
ri accenti, i mali che lunificazione evocata nei termini di una invasione
piemontese aveva arrecato a un paese descritto come il migliore dei possi-
bili prima del 1860. Ecco, per esempio, quanto si poteva leggere nellindiriz-
zo sottoscritto da circa 1.000 abitanti di Monopoli e redatto, come accennato,
con ogni probabilit negli ambienti della curia locale:

I qui sottoscritti, e Crocesegnati abitanti della citt di Monopoli, Provincia di Ter-


ra di Bari, divotissimi sudditi di Vostra Maest, sono stanchi ora mai pi di soffrire
linaudita tirannide, le spudorate rapine, gli spogli, le dilapidazioni della pubblica e
privata fortuna, i sempre crescenti balzelli, le inique tasse, le barbare leggi statarie,
gli abbominevoli scandali, la corruzione del pubblico costume, labbruttita pubblica
istruzione, lempiet, la spietata guerra alla religione de nostri padri, alla Sacrosanta

14 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. Proclami del partito borbonico e libretti incendiari, corri-

spondenza del dicembre 1862-febbraio 1863. Risultano agli atti i seguenti indirizzi a stampa:
Le 15 provincie continentali del Regno; Le sette provincie della Sicilia; Palermo; I popolani
de 12 quartieri di Napoli; La provincia del Molise; La Provincia di Salerno; I religiosi di
ogni ordine; Le claustrali di Napoli; Le Calabrie desolate.
15 ASN, Questura (Gabinetto), b. 9, fasc. 61 (luglio 1861).

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Religione Cattolica Apostolica Romana, al gran pontefice Pio IX Vicario di Cristo,


ai Cardinali, ai Vescovi, a tutti i buoni Sacerdoti che spietatamente si cacciano in pri-
gione, o in esilio, ai Monasteri spogliati, allAristocrazia esiliata. Al che per colmo di
nostra sventura si aggiunge pure la sicurezza pubblica scomparsa, il commercio inca-
gliato, le industrie abbandonate, la garentia personale manomessa, gli arresti arbitrari
per semplici sospetti, le migliaia di cittadini che da anni e lunghi mesi languiscono
miseramente nelle prigioni senza esser giudicati, (tutti vittime) della esecrata rivolu-
zione importataci dallaborrito Piemonte. Ovunque volgiamo lo sguardo non trovia-
mo che oggetto di pianto e di dolore, e le tracce sanguinanti della pi spietata guerra
civile.

Corale, secondo gli estensori dellindirizzo, il malcontento contro lempio


governo usurpatore; ed altrettanto diffuso il desiderio di vedere restaurato il
legittimo trono:

Sino ove mai questo abbominato despota debba per altro tempo percuoterci colla
sua tirannica verga, a noi non rimarranno che i soli occhi per piangere i tanti mali
materiali, e morali importati da questo mostro diniquit, (noi) nove milioni di citta-
dini che per lo innanti vivevano lieti, tranquilli e contenti del Paterno Governo di
V.M.16.

Pur insistendo prevalentemente sul tasto della religione, questo indirizzo


ingloba tuttavia quasi lintera gamma dei motivi polemici che incontriamo
anche negli altri testi redatti per loccasione: quelli della sofferenza fiscale,
dello stato dassedio con le sue procedure straordinarie e antigarantiste,
dellaffabulazione dello Stato unitario nei termini di una occupazione stranie-
ra (cio piemontese), della crisi economica derivante da un virtuale stato di
guerra. Guerra civile, sottoscrivono infatti gli abitanti di Monopoli, mo-
strando di condividere una modalit di percezione degli eventi in corso, che il
ceto di governo dello Stato unitario far invece fatica come noto a rico-
noscere in quanto tale17. Meno corali nella loro prospettiva dinsieme, altri te-
sti ci consegnano invece una messa a fuoco pi calibrata e circoscritta, co-
struita in relazione allorizzonte specifico di esperienza di chi li sottoscrive.
La Supplica del popolo napolitano, per esempio, sgrana una storia di dolore
tutta urbana, o, meglio, inconfondibilmente collegata alle caratteristiche di
quella citt cos speciale, che come ex capitale del Regno costituiva il centro
di consumo vistoso delle lite sociali, non meno che di teatralizzazione della
pretenziosit dinastica e di esercizio di governo dello Stato. Parlano, dunque,
s, gli estensori della supplica, anche di furti nei monasteri e di vilipendio
della religione: E peggio di tutto poi che ci vogliono far diventare turchi
con la persecuzione della Chiesa e de suoi santi Ministri. Ma insistono so-
prattutto su altri particolari, dai quali meglio si afferra il senso delle trasfor-

16 ASN, Borbone, b. 1616, c. 343, indirizzo di Monopoli, 16 gennaio 1863.


17 Cfr. S. Lupo, Il grande brigantaggio cit., e F. Molfese, Storia del brigantaggio dopo
lUnit, Feltrinelli, Milano 1964.

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mazioni materiali conosciute da Napoli dopo il declassamento a semplice ca-


poluogo di provincia (anche se pur sempre sede di luogotenenza) e la perdita
contestuale di un vecchio status da capitale al quale attingeva copiosamente
per il proprio sostentamento la popolazione di quella che continuava ad esse-
re, come a fine 700, quando sera imposta allattenzione internazionale per
la ferocia dei suoi lazzari, la seconda citt dellEuropa continentale per consi-
stenza demografica. Crescono i prezzi, in citt, mentre i Signori allontanati
da Napoli non fanno, come prima, vivere il popolo. E non possiamo la-
mentarci, perch ci chiamerebbero camorristi, e come tali ci manderebbero su
le isole; mentre i camorristi veri stanno negli impieghi alti della Citt e alla
finanza; e sono pure camorristi certi ufficiali della Guardia nazionale18.
Mentre intanto nelle fabbriche di tabacco, una delle migliori risorse occupa-
zionali per la popolazione della citt, dove vivevano migliaia di famiglie,
sono state introdotte anche le donne piemontesi. E, a differenza di quello
che accadeva prima, diventato molto difficile sottrarsi alla leva militare, e
nessuno pu fare il cambio perch i piemontesi vogliono settecento ducati.
Per di pi, non si pu neppure verbalizzare il proprio malcontento, perch
lintera citt strabocca di spie dalle lunghe orecchie, gli strumenti subdoli di
una tirannia spinta al segno di voler sapere come pensiamo!; una curiosit
oppressiva che non conosce freni ed obbliga al nicodemismo, cos nessuno
ci sente e se scriviamo, sequestrano le lettere alla posta. Al posto di chi
sedeva negli uffici fino a qualche anno prima, infine, c ora un ceto di fun-
zionari statali e civici in gran parte nuovo, con il quale le usuali tecniche di
negoziazione sono, evidentemente, per il momento in fase di rodaggio, visto
che il sistema dei ricatti si usa in Napoli dagli impiegati, e non da pretesi
briganti in campagna19.
Quello che ci si rivela attraverso queste argomentazioni un soggetto scri-
vente indubbiamente civile, abituato per esempio in precedenza a fruire a
pagamento della discrezionalit borbonica in materia di coscrizione militare,
a fare uso della posta, a incontrare negli uffici impiegati ammorbiditi da con-
suetudini venali e clientelari; ma anche capace di volgere il proprio sguardo
ai ceti subalterni, a quella plebe imprevedibile nei confronti della quale tutti i
benestanti della citt, a prescindere dai rispettivi orientamenti politici, sanno
di dover esercitare stabilmente un esercizio di vigile cautela. Si tratta di un
ceto civile che attinge, al tempo stesso, alle informazioni distillate da una
stampa a sua volta alimentata a singhiozzo e in modo incompleto dalle auto-
rit, che si fanno schermo dello stato di emergenza per tenere riservate quan-

18 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, Supplica del popolo napolitano. Sulla complessa que-

stione del rapporto tra pubblici poteri e camorra nella Napoli di quegli anni cfr. M. Marmo,
Quale ordine pubblico. Notizie e opinioni a Napoli tra il luglio 60 e la legge Pica, in P. Ma-
cry (a cura di), Quando crolla lo stato. Studi sullItalia preunitaria, Liguori, Napoli 2003, pp.
179-227.
19 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, Supplica cit.

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to pi possibile le notizie inconfessabili20, e che, sicura di ricevere in via uffi-


ciale una informazione per difetto, non esita ad accordare credito e a rilan-
ciarle a valutazioni numeriche ben altrimenti drammatiche di quanto si sta
svolgendo nelle ex-province del Regno delle Due Sicilie. Cos, la contabilit
del popolo napolitano, aggiornata alla fine del 1862, snocciola un rosario
di ventotto paesi abbruciati: trentamila fucilati tra uomini, donne, vecchie e
fanciulli!! Ottantamila carcerati colpevoli solo per non volere negare Iddio e
riconoscere per Padre il Piemonte scomunicato21. Sono le prime avvisaglie
di una guerra di cifre che ancora oggi viene di tanto in tanto riaggiornata22; e
che, a prescindere dal maggiore o minore grado di vicinanza alla realt di un
ventaglio di valutazioni comunque tutte, per un motivo o per laltro, incerte,
corrisponde a un fenomeno la cui drammatica intensit allepoca in cui si
produsse venne tenuta per quanto possibile nascosta e che, a partire dallo stu-
dio fondamentale di Molfese, la critica storica ha rivendicato come una delle
pi significative grandezze di misurazione delle contraddizioni del processo
di unificazione nazionale.
Dunque: via gli invasori, questa razza atea ladrona, ed effemminata dei
piemontesi, e de pochi loro cagnotti23; via i traditori, ovvero i meridiona-
li di sentimenti unitari arruolati dufficio in quella teoria del complotto che
da parte borbonica venne subito proposta per spiegare ci che sarebbe risulta-
to altrimenti inspiegabile, cio che uno de paesi pi ricchi del mondo24,
un tempo abitato da popolazioni che vivevano liete, tranquille e contente [in
uno stato di] vera civilt, di opulenza, di ordine, di giustizia e di tranquillit
si fosse lasciato conquistare dagli invasori senza opporre una resistenza
davvero significativa; e, dunque, pollice verso per quei pochi ingrati, vili,
malvagi, fedifraghi de Nunzianti, de Pianelli, de Romano e complici25;
plauso, invece, al ritorno dei Borboni. Ma a restaurare che? E sulla base di
quali patti?

20 Il legittimista De Sivo ricorda, a questo proposito, le arsioni di giornali avversi al go-

verno (La Settimana, Il Flavio Gioia, il Corriere di mezzod, LAraldo cattolico) ef-
fettuate nellagosto 1861, allepoca della luogotenenza Cialdini, da parte di camorristi e stu-
denti al soldo [che] correvano per le tipografie, minacciavano, battevano i tipografi, sparnazza-
vano i caratteri, insultavano gli scrittori, pigliavano e ardevano i fogli. Cfr. G. De Sivo, Sto-
ria del Regno delle Due Sicilie (1868), 2 voll., A. Berisio, Napoli 1964, vol. II, p. 442.
21 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, Supplica cit.
22 Molfese stim in alcune migliaia i briganti uccisi tra la seconda met del 1861 e il 1865

(Storia del brigantaggio cit., pp. 361-64). R. Martucci propone una valutazione tra le 20.000 e
le oltre 70.000 unit (Linvenzione dellItalia unita. 1855-1864, Sansoni, Milano 1999, pp.
314-15). S. Lupo reputa effettivamente sottostimati i numeri indicati da Molfese, ma comun-
que molto pi vicini alla realt di quelli suggeriti da Martucci sulla base di un ragionamento di
cui vengono evidenziati i punti di debolezza. Anche Lupo, comunque, concorda sullopportu-
nit di considerare il fenomeno nei termini di una vera e propria guerra civile (Il grande bri-
gantaggio cit., p. 493).
23 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, Supplica cit.
24 Ibidem.
25 ASN, Borbone, b. 1616, c. 343, indirizzo di Monopoli, 16 gennaio 1863.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 45

Il re di cui viene evocato, e al tempo stesso invocato, il ritorno, una figu-


ra eterogenea e sfaccettata. Gli indirizzi lo affabulano, in primo luogo, in una
chiave religiosa, che deriva, daltro canto, dalla pi generale lettura della ca-
duta del Regno implicita in molti di essi. La scomparsa del Regno delle Due
Sicilie viene infatti talvolta inscritta in una narrazione che sembra a prima vi-
sta respingere il dialogo con il secolo e con la politica moderna e che, di con-
seguenza, esplicita gli eventi occorsi un paio di anni prima alla stregua di un
brano di storia sacra, piuttosto che profana. Le figure dei traditori (Nun-
ziante, Pianell, Romano) nelle quali ci siamo imbattuti pocanzi, si attagliano
del resto perfettamente a questa modalit di esposizione. Essi sono altrettanti
Giuda. Ma se grande il dolore che ci opprime nel vedersi ancora privi
dellamatissimo nostro Padre e Re, pure esso va accettato con contrizione,
perch rappresenta lespiazione di una qualche colpa di cui i pur divotissimi
sudditi si debbono essere pi o meno inconsapevolmente macchiati: Gravi
debbono essere state al certo le nostre colpe per meritare dal Cielo pena s
tremenda, pena per assai maggiore di quanto or ne versa su di noi il rapace
sacrilego e vandalico usurpatore, e lEuropa el mondo intero or sa quanto
inumane e rivoltanti esse siano, ma guarda e orrendamente tace ancor!26. E,
tuttavia, c speranza che la Celeste Misericordia voglia accordare ancora
benedizione e felicit su questo sventuratissimo Regno. Potranno essere,
allora, le forze tutte spirituali della preghiera, a ribaltare un corso degli eventi
che la politica moderna non stata in grado di arginare, visto che lEuropa
dei tanti cugini e fratelli del sovrano spodestato orrendamente tace: Lo
imploriamo dal Cielo, Dio ce lo accorder, la Religione, la legittimit, il di-
ritto, non possono che trionfare, trionferanno oh Sire al grido nostro unanime
di: Viva la nostra S.S. Religione, Viva lAugusto nostro Padre e re Francesco
secondo collaugusta Sua Consorte Maria Sofia!27.
Ci che ci si attende, in coerenza con questo registro di percezione degli
eventi, non del resto semplicemente una restaurazione politica, ma un acca-
dimento di ben altro spessore metafisico. Invocati in chiave intensamente sa-
cralizzata, i regnanti in esilio, Francesco e Maria Sofia, sono destinati dalla
Provvidenza a far risorgere dieci milioni di anime, che come quelle al Pur-
gatorio, attendono venir riscattati dagli artigli degli atei piemontesi. Resur-
rezione, dunque; una resurrezione affidata a monarchi immaginati come lo
strumento di un disegno di ispirazione divina. C Francesco, naturalmente,
in prima battuta, nella posa, che gi abbiamo incontrato, di augusto genitore,
voluto da Dio, il quale anche nellimmeritato esilio vegliato per noi co-
me madre presso la culla del proprio figlio, ed disposto a perdonare anche
chi lo ha tradito28. Ma c anche Maria Sofia, il cui mito, che aveva comin-

26 Ivi, IV incartamento, cc. 230 ss., lettera 22 dicembre 1862, il cui primo firmatario Car-

lo Brancaccio principe di Trigoria.


27 Ivi, VIII incartamento, cc. 870 ss., lettera non firmata, s.d.
28 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, appello a stampa s.d. (ma dicembre 1862).

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46 saggi

ciato a prendere forma al tempo dellassedio di Gaeta29, conosce negli anni


seguenti una ulteriore irradiazione, che il corpus di testi che stiamo analiz-
zando ci riconferma in pieno. Cos, se Francesco II adorato, Maria Sofia
eroina30. Sono una coppia salvifica, incaricata di compiere un disegno or-
dito dal cielo. Torner, dunque, il tradito nostro Principe con la sua eroica
consorte, egli da parte nostra vi saluta e promette a tutti pieno perdono. Egli
verr principe della Pace31, a tergere al desolato Regno [con la sua] Provvi-
da Paterna mano le lagrime della sventura, e restituirlo nel florido stato di ve-
ra civilt, di opulenza, di ordine, di giustizia e di tranquillit32 in cui laveva
lasciato.
Padre, madre. Gli attributi usuali della raffigurazione monarchica tradizio-
nale. E, dunque, se le cose si fermassero qui ci troveremmo davanti alla pura
e semplice riproposizione di un sentimento dinastico da antico regime, con la
sua naturale asimmetria gerarchica di ruoli: un sovrano tanto caritatevole da
assumere a tratti connotazioni anche femminili (tant che, come abbiamo vi-
sto in precedenza, veglia come madre presso la culla del proprio figlio), o
da sdoppiarsi nella regalit eroica della sua consorte; luno e laltra, perci,
maschio e femmina allo stesso tempo; ma in ruolo genitoriale, a beneficio dei
sudditi fanciulli. Le cose, per, non si fermano qui. Come, del resto, non si
erano fermate a questo punto neppure negli ultimi giorni del Regno, quando
Francesco sera rassegnato a concedere una costituzione, pur di sopravvivere,
inaugurando un nuovo assetto familiare che prevedeva una almeno parziale
metamorfosi del suo ruolo33. Almeno alcuni degli indirizzi la recepiscono e
ne riconfermano il gradimento. Vostra Maest esordisce la Supplica del
popolo napolitano s nostro Padre e nostro Re, ma anche nostro con-
cittadino34. E lo stesso giorno un altro proclama a stampa intercettato a Ca-
soria spinge la metamorfosi ancora pi avanti: Egli nostro concittadino verr
come fratello, e stringer con affetto la destra de fratelli traviati35.
Qui lasimmetria gerarchica, figura retorica usuale di una concezione del
mondo genuinamente reazionaria e autoritaria, tende dunque ad evolvere in
una direzione ispirata alla fraternit: sentimento a pieno diritto cristiano, cer-

29 Cfr. in proposito L. Guidi, Maria Sofia di Borbone, in corso di stampa in Dizionario bio-

grafico degli italiani, Istituto dellEnciclopedia Italiana, Roma, e M. Meriggi, Il seduttore e il


cappellano. Elaborazioni della guerra e del genere lungo la strada dei Mille, in L. Guidi (a
cura di), Vivere la guerra. Percorsi biografici e ruoli di genere tra Risorgimento e primo con-
flitto mondiale, Clio Press, Napoli 2007, pp. 19-40.
30 ASN, Borbone, b. 1616, cc. 343 ss., indirizzo di Monopoli, 16 gennaio 1863.
31 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 925, proclama (a stampa) intercettato a Casoria, 12 gen-

naio 1863.
32 ASN, Borbone, b. 1616, cc. 343 ss., indirizzo di Monopoli, 16 gennaio 1863.
33 Sul tema della riformulazione dellistituto monarchico nellEuropa dell800 cfr. G. Guaz-

zaloca (a cura di), Sovrani a met. Monarchia e legittimazione in Europa tra Otto e
Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2009.
34 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, 12 gennaio 1863.
35 Ivi, fasc. 925, 12 gennaio 1863.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 47

tamente, ma indubbiamente incorporato e rivalidato in altra chiave in tempi


pi recenti dal moderno discorso dei diritti, al punto di diventare tratto segna-
letico antireazionario tout court. E allora, spostandoci dal piano della perora-
zione di principio a quello delle aspettative materiali: se da un sovrano padre
il buon suddito si attende la restaurazione di una sorta di paese di cuccagna,
di un cheap governement prodigo di lavori pubblici e di tasse miti, e capace
di porre un freno alla lotta fratricida di cittadini divisi in fazioni che si de-
nunciano e si uccidono a vicenda36, ad un sovrano fratello il cittadino chie-
de qualcosa di diverso; per esempio di mantenere fra noi il patto Costituzio-
nale [inaugurando] qui nel Regno delle 2 Sicilie lEra di una libert vera e si-
cura e, ancora, di giurare di tenersi fermo alla costituzione, che stringer
un patto indissolubile tra la sua dinastia ed il popolo37. Esito stagionale con-
tingente di una storia negoziale molto risalente, gli indirizzi siciliani contami-
nano a loro volta di moderno lessico costituzionale una retorica contrattuali-
stica pi antica, e, piuttosto che implorarla, reclamano la sua [della Sicilia]
indipendenza amministrativa con quella larghezza che i casi consigliano, e
che stata la speranza di tutti suoi tempi: quando i presenti, ne quali ogni
sospiro muto, sono una anomalia inconcepibile38.
Dalla monarchia paterna a quella fraterna; dal regime assoluto a quello co-
stituzionale. Ma ci manca un ultimo tassello: dal regno dinastico (della casa
reale coi suoi sudditi) a quello popolare (dei cittadini col loro monarca), che
dal ritorno dei Borboni sul loro trono si aspettano autonomia e indipendenza
per la loro nazione, invasa, occupata, spogliata da quella piemontese. Quel-
lo che, alla fine, vediamo emergere dagli indirizzi, dunque un discorso am-
bivalente. Prende le mosse, indubbiamente, come discorso reazionario di ma-
trice classica e addensa per strada il proprio spessore tradizionalista con una
connotazione antisecolare molto intensa, anche se va osservato che in
questepoca la forte pervasivit del linguaggio e delle metafore religiose si ri-
scontra largamente anche allinterno del discorso nazionale e liberale degli
atei piemontesi39. E chiss che non sia, a partire da questa prospettiva, pro-
prio linsano incantamento per la chimera costituzionale il male che i sud-
diti fedeli sono ora chiamati ad espiare con linvasione e con loccupazione
del regno, come sembra pensare lo storico legittimista Giacinto De Sivo: Il
libero pensare mena allerrore, il libero fare mena al male; e la rivoluzione
ch libert di pensare e doperare menzogna e delitto. Ancora: Costitu-
zione alla moderna fatale parola, lotta perenne, madre di debiti e tasse;
governo assurdo []. Ne si oppone chEuropa tutta si fa costituzionale; ma

36 ASN, Borbone, b. 1616, cc. 893 ss., indirizzo di Girgenti, 3 gennaio 1863.
37 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 925, proclama di Casoria, 12 gennaio 1863.
38 ASN, Borbone, b. 1616, cc. 893 ss., indirizzo depalermitani, 2 gennaio 1863.
39 Sul tema della presenza delle metafore religiose nel discorso risorgimentale cfr. A.M.

Banti, La nazione del Risorgimento. Parentela, santit e onore alle origini dellItalia unita,
Einaudi, Torino 2000.

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48 saggi

oggi, e l domani chi lo sa?40. Ma gli sviluppi portano in unaltra direzione.


E alla fine, quello che sembra emergere, nel momento in cui si rivendica in-
dipendenza nazionale e si chiama Francesco II a farsi soldato di questul-
tima, erigendolo, al tempo stesso, con Maria Sofia, a destinatario degli affet-
ti della Nazione41, laspirazione a un risorgimento napoletano liberale nei
suoi tratti istituzionali; ad una restaurazione monarchica, dunque, capace di
confermare la metamorfosi del suo simbolo avviata nellimminenza del crollo
del regno. Non diversamente da come lo stata quella italiana, la lotta napo-
letana per lindipendenza e per lautonomia viene ammantata di risonanze
emancipative. La si descrive come una battaglia per il pieno inveramento del-
la cittadinanza, piuttosto che per la restaurazione di una residua sudditanza.
Da Roma, daltro canto, si risponde sostanzialmente a tono. Ricordando,
s, anche, la parte pi numerosa e considerevole della Nobilt del Regno,
[votata] volontariamente allostracismo per seguire la mia causa, o, se rima-
sta nel regno, del tutto impermeabile allidea di parteggiare in alcun modo
per lusurpatore. Ma evocando in prima battuta (involontaria ironia, o consa-
pevole competizione retorica?) le grida degli agricoltori, i cui campi sono
devastati da bandi draconiani de Prefetti piemontesi, e magnificando le
virt di un popolo pronto a sollevarsi contro loppressione straniera. a
questo ventaglio variegato di figure che si promette un regime sinceramente
rappresentativo, e alla Sicilia, in particolare, lindipendenza economica,
amministrativa e parlamentaria, facendo appello a un rinnovato orgoglio
nazionale napoletano e siciliano42.
Allaltezza dei primi anni 60, dunque, diversamente che in passato (un
passato non lontano; basti pensare al post-48 napoletano), discorso legittimi-
sta non significa necessariamente discorso reazionario. Il che non esclude che
possa anche significarlo, naturalmente. Un esempio tipico, in tal senso, of-
ferto dagli scritti di Giacinto De Sivo, un autore che abbiamo gi rapsodica-
mente evocato, e che ancora oggi rappresenta la fonte prevalente per quanti
scrivono dellepoca borbonica con spirito nostalgico. Per De Sivo, quella li-
beralesca una tirannide, ed il suo idolo sociale rappresentato dalla
gente del contado fida allantico [che] ogni cosa nuova teme per viziosa43.
E, come abbiamo ricordato, egli dellopinione che il libero pensare mena
allerrore, il libero fare al male; e la rivoluzione ch libert di pensare e
doperare menzogna e delitto; per col trionfo, diventata essa governo, si
succedono innumerevoli fallacie e misfatti44. Di conseguenza, reputa la svol-
ta costituzionale che Francesco ha ribadito al momento di abbandonare Gaeta

40 G. De Sivo, Storia del regno cit., vol. II, pp. 316 e 363.
41 ASN, Borbone, b. 1616, VIII incartamento, Indirizzo de napoletani a S.M. Francesco II
Re del regno delle Due Sicilie, e Sua Augusta Consorte Maria Sofia per gli auguri e felicita-
zioni nel novello anno 1863.
42 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 47, risposta del Re (a stampa).
43 G. De Sivo, Storia del Regno cit., vol. II, pp. 208 e 281.
44 Ivi, pp. 316-17.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 49

un errore che rischia di snaturare lessenza di un potere che si pretende in-


contaminabile dalla corruzione dei tempi:

Lodaronla certi che sappellano legittimisti illuminati, liberali, che solo in qualche
citt sono, e non da arme; ma la nazione napolitana nella sua gran maggioranza []
a sentirla ripromettere dalle casematte di Gaeta, ne fu sorpresa e amareggiata45.

Non di meno, gli indirizzi di qualche anno pi tardi ci raccontano unaltra


storia. Tra gli oltre centomila firmatari di quegli appelli ci sono, certamente,
anche molti reazionari alla De Sivo, per i quali la nazione napoletana non
pu che essere dinastica, assolutistica, religiosa in modo tradizionale, e ap-
poggiarsi, per la propria rinascita, a gente che assomigli ai sanfedisti del 99;
alla gente di campagna, dalle cui fila provengono, ancora nel 1863, gran par-
te delle reclute di un brigantaggio sul quale pare per altro ormai sempre pi
difficile proiettare limpronta legittimista apposta ad esso nei mesi a cavaliere
tra il tramonto del Regno e la nascita di quello italiano nuovo. Ma, come ab-
biamo visto, da almeno una parte di quei testi affiora anche con forza quel te-
ma della costituzione che in fondo, se le cose andassero secondo gli auspici,
renderebbe il regno restaurato non meno rivoluzionario di quello costruito da-
gli effemminati atei usurpatori piemontesi. Sar pure, come dice De Sivo,
un fenomeno alimentato dai soli ceti urbani, una moda buona per gente non
da arme, ovvero da forcone e da archibugio; ma il legittimismo liberale
una realt che trova il modo di radicarsi con una certa efficacia allinterno del
vasto e latitudinario mondo di scontenti nel quale si rispecchia una parte del
Mezzogiorno postunitario, e dal quale emerge lauspicio per la formazione di
una nuova nazione napoletana, affiancata a quella che molti fanno fatica a
chiamare italiana, e che ritengono invece pi rispondente alla realt dei fatti
denominare piemontese e bollare del reato di invasione. Dallesilio romano, i
Borboni dialogano certamente tanto con i legittimisti allantica quanto con
quelli alla moderna; tanto con la loro destra quanto con la loro sinistra. Ma
un fatto che nella lettera di risposta ai tanti appelli ricevuti tra la fine del
1862 e linizio del 1863 il tema della nazione costituzionale svolge un ruolo
assolutamente nevralgico. Quella che questo variegato corpus di testi, alla fi-
ne, ci consegna dunque una vicenda contraddittoria, nella quale interagisco-
no linguaggi e immaginari diversi. Autonomisti, legittimisti, reazionari: le
carte si mescolano e propongono aggregazioni inedite, pur scaturendo da un
presupposto comune, che quello dellinsoddisfazione anchessa, per altro,
eterogenea quanto a motivazioni rispetto allordine costituito. Come che
sia, parlare di partito filoborbonico significa ora individuare unopzione poli-
tica non necessariamente antitetica a quella liberale. Ed anzi, anche se certo
non detto che le decine di crocesegnati i cui nomi troviamo allineati negli
indirizzi di quegli anni siano perfettamente edotti dei contenuti del documen-

45 Ivi, p. 360.

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50 saggi

to al quale stanno dando il proprio appoggio, quello che in molti sottoscrivo-


no un appello a favore di una autonoma nazione meridionale liberale.
Non ci troviamo davanti, perci, a un legittimismo di stampo tradizionale,
fatto di tanto clero, un po di nobilt, e soprattutto di plebe illetterata; non,
dunque, davanti a una riedizione pura e semplice del blocco antirivoluziona-
rio del 1799. Quello che le indicazioni ricavabili dalle liste dei firmatari e dal
contenuto degli appelli ci raccontano un fenomeno pi complesso. Vi svol-
ge un ruolo significativo, infatti, anche un ceto medio che non solo burocra-
tico e militare ovvero dinastico-statale , ma che si articola, viceversa, in
un ventaglio dal quale occhieggiano quasi tutte le declinazioni della societ
civile. In ultima analisi si tratta dello stesso ceto medio, della stessa cittadi-
nanza borghese alla quale si soliti intestare la titolarit del sentimento pa-
triottico risorgimentale. Qui ci si schiera egualmente e non necessariamente
per nostalgia dellantico regime per una nazione; ma quella napoletana,
pi vicina e affettivamente partecipata di quella italiana, al punto da far rite-
nere la presenza di questultima una occupazione straniera. E lo si fa imma-
ginando per s un ruolo da cittadini, piuttosto che da puri e semplici sudditi.
Che poi il referente di questo sentimento politico sia una testa coronata, salvo
il fatto che la dinastia di riferimento unaltra, quanto di fatto avviene ne-
gli stessi anni anche nel resto del Regno dItalia. Le case regnanti hanno die-
tro di s una storia antica, che per il momento si riconferma senza troppi
traumi nel nuovo immaginario nazionale.
Ma che riscontro hanno, in un luogo significativo quanto pu esserlo lex
capitale del Regno, nonch sede, durante alcuni di quegli anni, della luogote-
nenza meridionale, le dinamiche di politicizzazione delle quali abbiamo cer-
cato di dar conto nelle pagine precedenti?
Le carte della Questura di Napoli intitolate, programmaticamente, al Parti-
to filoborbonico ci restituiscono un quadro fatto di atmosfere e di voci, pi
che di fatti concreti. Negli anni successivi al 60, i gruppi borbonico-clerica-
li ha scritto Alfonso Scirocco riuscirono solo a provocare qualche tumul-
to in occasione di processioni, prediche, sgomberi di conventi46. E anche il
tentativo di reazione pi ambizioso, la cosiddetta congiura di Frisa, venne
scoperto, nel luglio 1861, prima di produrre qualsivoglia risultato47, nel pe-
riodo in cui il generale Cialdini, in quei mesi alla guida della luogotenenza
napoletana, decise di giocare strumentalmente la carta dellalleanza con i de-
mocratici per dare maggior vigore alla repressione dei filoborbonici, dei quali
nei mesi precedenti si era cercato con scarso successo di ottenere lattrazione
allinterno del fronte moderato. Ad alimentare in citt il malcontento filobor-

46 A. Scirocco, DallUnit alla I guerra mondiale, in Storia di Napoli, vol. X, Societ edi-

trice Storia di Napoli, Napoli 1971, p. 22. Cfr. anche Id., Il Mezzogiorno nella crisi dellunifi-
cazione 1860-1861, Esi, Napoli 1981 e Id., Il Mezzogiorno nellItalia unita (1861-1865), Esi,
Napoli 1979.
47 Un racconto sommario della congiura in G. De Sivo, Storia del regno cit., vol. II, pp.

434-35.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 51

bonico e antiunitario testimoniavano ad una sola voce i commissari di poli-


zia erano soprattutto gli ex-militari rimasti senza impiego, gli ex-funzionari
che avevano perso il posto di lavoro, singole figure di aristocratici legittimisti
a oltranza, ma soprattutto, e con poche eccezioni, il clero, a partire dalle sue
pi alte sfere. Cediamo la parola al questore di Napoli:

Essendo io preposto alla sicurezza pubblica di questa citt dichiaro francamente


che il tollerare tuttavia in essa la presenza del cardinale arivescovo diviene un atto di
debolezza, un atto di parzialit, e nello stesso tempo diviene un pericolo di cui sono
costretto a tenerne in serio conto. Tutti i rapporti riservati al mio Gabinetto convergo-
no a dimostrarlo autore indefesso e continuo di tutte le agitazioni che turbano la co-
scienza e creano una resistenza continuata al Governo, mentre incoraggiano tutti colo-
ro i quali o per ignoranza o per corruzione attendono la ristorazione dei Borboni48.

Il cardinale Sisto Riario Sforza, che era rientrato da pochi mesi in citt do-
po esserne stato allontanato dopo larrivo di Garibaldi, venne cos costretto,
su suggerimento del questore, ad abbandonarla di nuovo, perch era soprat-
tutto lui, insieme a molti altri del ceto dellAristocrazia, a somministrare i
mezzi pecuniari tanto necessari ad ogni cospirazione49.
Ma se anche le carte di questura riconfermano la penuria di azioni restau-
rative conclamate che a livello di spazio urbano la storiografia sostan-
zialmente concorde nellattestare, esse ci restituiscono al tempo stesso laffre-
sco puntiforme di uninsofferenza fisiologica esternata a mezze parole e a
frasi monche, che una parte della popolazione cittadina almeno fino al 1864
continua a coltivare. Quello filoborbonico , naturalmente, solo uno dei pos-
sibili canali di sfogo per un malcontento che si alimenta non tanto di una
sentimentalit nostalgica, quanto di alcuni degli esiti del decoupage che si
abbatte sullex capitale, e che si esprime, per esempio, nello stillicidio dei
licenziamenti della Zecca, della stamperia nazionale, del Lotto, dellArsenale,
dei cantieri di Castellammare, della societ concessionaria della Ferrovie me-
ridionali50. Uno dei possibili, si diceva. Tant vero che in occasione delle
elezioni amministrative del 1863, che si tengono nello stesso anno dei fatti di
sangue provocati dalla repressione della protesta dei lavoratori metallurgici
dello stabilimento di Pietrarsa (alcuni morti e numerosi feriti tra i manifestan-
ti), a destare forte preoccupazione nel partito dellordine non sar certo una
strisciante reviviscenza filoborbonica, quanto piuttosto lavanzata delle forze
democratiche, schierate allopposizione, ma tuttaltro che interessate ad un ri-
torno al passato. E, tuttavia, in una misura che difficile quantificare, quel
canale esiste, e si organizza con una certa variet di iniziative, anche fruendo
delle complicit che trova nelle istituzioni locali, le quali, a dispetto delle

48 ASN, Questura (Gabinetto), b. 6, fasc. 475, il questore al segretario generale di polizia,

s.d. (ma estate 1861).


49 Ibidem.
50 A. Scirocco, DallUnit cit., p. 20.

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52 saggi

epurazioni, restano abbondantemente infiltrate dei simpatizzanti per il vec-


chio ordine.
Quella dei tanti nuclei di Guardia nazionale sciolti dufficio nel Mezzo-
giorno postunitario a causa della loro connivenza coi briganti una storia gi
ampiamente nota51. Ma ve ne sono uninfinit di meno clamorose, e tuttavia
estremamente emblematiche di una diffusa condizione di vischiosit, nella
quale si perdono facilmente le tracce dellipotetico confine tra legittimisti e
nazionali. Quando, nel luglio 1861, durante la luogotenenza cialdiniana,
labitazione del principe di Ottajano viene perquisita su mandato della Que-
stura e il principe stesso, in seguito ad essa, portato via sotto la scorta della
Guardia di pubblica sicurezza per le sue mene filoborboniche, il governa-
tore riceve dal sindaco del borgo, situato a pochi chilometri da Napoli, una
vibrata lettera di protesta: La Guardia nazionale di qui, ed io non fummo
degnati neanche di uno sguardo, e venimmo in cognizione delle cose operate
per notizia pubblica, e dopo il fatto compiuto. Ora, il sindaco sostiene di
non parlare in spirito di deferenza verso il principe, ma

Il Capo Politico, ed il capo della forza nel Comune sono io, signor Governatore,
come ella il capo Politico della Provincia. A noi Sindaci dato solo di conoscere le
simpatie, il grado di affetto, quello della riconoscenza, e tante altre circostanze, che
imperano nel cuore della propria popolazione per ben dirigere, e condurre queste
operazioni con successo dignitoso nella forza, e nelle sue conseguenze []. Io non
voglio discorrere qui del disgusto della Guardia Nazionale e del pubblico. La rara
educazione dellillustre prevenuto e il suo civilissimo contegno tenne a posto il po-
polo piangente: ma ove qualche accidente fosse nato, la Guardia Nazionale, messa da
bando cos apertamente, avrebbe evitato ogni intervento, perch non avvertita n da
me, che ero ignaro del fatto, n dal drappello della Guardia di Pubblica Sicurezza52.

Siamo al di l mi pare di un semplice conflitto di giurisdizione. Quello


che ci si evidenzia sotto gli occhi , piuttosto, un esempio paradigmatico
dellenorme difficolt che, anche a livello della capitale e dei suoi sobborghi,
il partito nazionale dellordine incontra in un dialogo non dichiarato, ma
palpabile, con il tradizionale notabilato di ascendenza borbonica, che larga-
mente rappresentato nelle strutture istituzionali periferiche del Mezzogiorno
postunitario. E qualcosa di simile avviene non soltanto allaltezza degli orga-
ni civici, ma anche nel cuore degli stessi apparati burocratici investiti di deli-
catissime funzioni logistiche, dove pu accadere di non potersi fidare dei fun-

51 Cfr. in primo luogo F. Molfese, Storia del brigantaggio cit., ma anche S. Lupo, Il grande

brigantaggio cit.; D. Adorni, Il brigantaggio, in L. Violante (a cura di), La criminalit, in Sto-


ria dItalia, Annali, 12, Einaudi, Torino 1997, pp. 283-321; J. Davis, Le guerre del brigantag-
gio, in M. Isnenghi-E. Cecchinato (a cura di), Gli italiani in guerra. Conflitti, identit, memo-
rie dal Risorgimento ai nostri giorni, vol. I, Fare lItalia: unit e disunit nel Risorgimento,
Utet, Torino 2008, pp. 738-52. Pi in generale, sulla Guardia nazionale in quegli anni, cfr. E.
Francia, Le baionette intelligenti. La guardia nazionale nellItalia liberale (1848-1876), il Mu-
lino, Bologna 1999.
52 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 23, il sindaco di Ottajano al governatore, 26 luglio 1861.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 53

zionari subalterni. ancora il questore che parla, qualche settimana dopo la


retata di arresti seguita alla scoperta della congiura di Frisa:

Dalle rivelazioni raccolte dal sig. Ettore Noli, uno dei membri pi operosi e sagaci
del Comitato borbonico sorpreso a Frisa, si ha che il sig. Diego Ferlizzi, gi applica-
to ai telegrafi elettrici, ed ora controllore di Dogana, era quello che col concorso e
cooperazione di taluni impiegati telegrafici dellOfficina centrale, subornati o conve-
nuti, porgeva e somministrava al Comitato suddetto le notizie pi importanti che ca-
var potea dai telegrammi che in via officiale giungevano al Governo53.

Anche se le carte della Questura non ce ne forniscono un riscontro diretto


(segno che, a differenza di Diego Terlizzi, chi ne continu in vari uffici del
regno lopera di spionaggio riusc a non farsi scoprire), quel lavoro di intelli-
gence negli anni successivi and avanti in modo sistematico. Quando, nel
1864, la corte borbonica in esilio diede avvio a una campagna di stampa tesa
a disarticolare lormai sempre pi fitto fronte di Stati che, dopo le esitazioni
iniziali, avevano deciso di riconoscere ufficialmente la sovranit sabauda
sullintero regno dItalia, lo fece preparando una serie di libri bianchi che,
poi pubblicati nella forma di diari di finti viaggiatori inglesi o francesi in Ita-
lia, denunziavano il malessere del Mezzogiorno attingendo a una ben selezio-
nata serie di fonti di prima mano.
Alcune di queste erano di natura pubblica; per esempio la stampa di sini-
stra, che richiamava con forza lattenzione sulla sostanziale estraneit delle
masse meridionali al paese legale, e che rapsodicamente riusciva a pubblicare
notizie sulla guerra civile in atto nel Mezzogiorno occultate da quella filogo-
vernativa; ma talvolta anche questultima, estrapolandone singoli trafiletti; o,
ancora, discorsi o interpellanze parlamentari, dalle quali emergeva quel qua-
dro a tinte fosche del sud postunitario, sul quale in sede governativa si prefer
a lungo stendere un velo di silenzio: linterpellanza di Giuseppe Ricciardi del
20 maggio 1861, quella di Giuseppe Massari del 2 aprile 1861, la mozione di
inchiesta parlamentare presentata dal deputato napoletano Francesco Proto,
duca di Maddaloni, il 20 novembre 1861, il discorso tenuto alla Camera da
Giuseppe Ferrari il 29 novembre 186254. Ma la parte pi significativa della
documentazione sino a quel momento, in realt, non laveva vista se non chi
laveva prodotta, chi laveva ricevuta, chi infine era stato incaricato di fare da
tramite tra gli uni e gli altri. Si trattava, infatti, di carteggi amministrativi ri-
servati, programmaticamente non destinati alla pubblicit, e per questo prodi-
ghi di quelle notizie sui conflitti laceranti in atto nelle aree del paese in cui
imperversavano brigantaggio e repressione, a proposito dei quali il governo
tendeva a seguire la linea della minimizzazione; carte nelle quali, oltre alla

53 ASN, Questura (Gabinetto), b. 6, fasc. 508, il questore al segretario generale dellInterno

e Polizia, 10 agosto 1861.


54 Su questi interventi parlamentari cfr. F. Molfese, Storia del brigantaggio cit., pp. 191-

214.

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54 saggi

puntuale menzione di fatti dei sangue, si poteva trovare la frequente evoca-


zione di eventi pi vischiosi, come gli spessi scioglimenti deconsigli muni-
cipali, e delle guardie nazionali, come complici e conniventi de briganti, a
conferma del fatto che nelle Due Sicilie, briganti e non briganti, non voglio-
no pi saperne de piemontesi55. A fornirne copia non potevano essere stati
che quanti, nei mesi e negli anni successivi alla congiura di Frisa, avevano si-
lenziosamente seguitato a lavorare alla trama avviata da Terlizzi.
Di storie di ordinaria insubordinazione, i carteggi di polizia di quegli anni
ce ne restituiscono ancora molte. Talvolta si tratta di atti anonimi e pi volte
ripetuti: canzoni inneggianti al tempo antico intonate da gruppi che si dissol-
vono nel nulla allapprossimarsi (vero o fittizio) della Guardia nazionale; ves-
silli bianchi simbolo della dinastia decaduta innalzati una volta calato il
buio nelle strade di campagna o anche nel cuore dei quartieri popolari cittadi-
ni; proclami filoborbonici affissi nottetempo alle porte delle chiese o affidati
al servizio postale, in busta chiusa, per una circolazione capillare e clandesti-
na. Altre volte ci troviamo davanti a iniziative pi fantasiose, come quella
delle misteriose ordinazioni fatte da parecchi nobili della Capitale [] a
molti bisciuttieri della strada di Chiaja, ed al Francese alla calata di S.Anna
di Palazzo, onde comporre de bottoni per camicie, e gilet, dalle monete
decarlini, e tar nuovi con la impronta di Francesco Secondo, come pure for-
mare delle grosse spille per donne dalle piastre56; o, ancora, quella dellin-
carico di confezionare segni di criminoso riconoscimento, per esempio
500 copie di ritratti di Francesco 2 con leffigie dellImmacolata, imparti-
to al fotografo Gheroir Siciliano da un tal Tofanelli57. Altre volte ancora,
ad affiorare sono gli infiniti segni di malessere e gli indizi di una possibile at-
tivit cospirativa che ai funzionari di polizia pare di riconoscere nelle sospet-
te e estemporanee aggregazioni di figure dai connotati pi precisi e definiti:
gli ex-militari borbonici, che ingannano il tempo trascinandosi per caff e
osterie, gli impiegati licenziati, i tanti sacerdoti intransigenti.
Voci, rumori, fantasie? Forse. Come che sia, lespressione di una parte sol-
tanto di un universo cittadino nel quale, oltre agli scontenti che hanno perso
posizioni, vi sono anche quanti ne hanno guadagnate, nei quali, certamente, a
dispetto delle poche brillanti prove del nuovo governo, quello precedente non
ha lasciato un ricordo cos idilliaco, quale quello che la propaganda filobor-

55 Cos nel manoscritto 1863. Un altro anno di governo de Piemontesi nel regno delle Due

Sicilie, p. 174, in ASN, Borbone, b. 1717. Sarebbe poi stato pubblicato in francese, con lattri-
buzione a Oscar De Poli, con il titolo De Naples Palerme (1863-64), Librairie Parisienne,
Paris 1865. Oscar Philippe Franois-Joseph De Poli, giornalista monarchico e filoborbonico
dai molti pseudonimi, sarebbe stato fatto conte romano dal papa nel 1865. Per il suo lavoro in
questa occasione ottenne un compenso di 1.600 franchi. Altri dattiloscritti di libri bianchi, sui
quali mi riprometto di intrattenermi in una prossima occasione, si trovano in ASN, Borbone,
bb. 1716 e 1718.
56 ASN, Questura (Gabinetto), b. 6, fasc. 96, il delegato di Questura al questore, s.d. (ma

estate 1861).
57 Ivi, fasc. 207, il direttore del dicastero di polizia al questore, 13 marzo 1861.

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dopo lunit. forme e ambivalenze del legittimismo borbonico 55

bonica si sforza di gabellare per realt. Ce lo lascia intendere bene il caso di


Donato Brucio, gi attivo agente della polizia borbonica, il quale sia per
motivi di ordine pubblico sia per sottrarlo alla vendetta dei molti che ce
lavevano con lui stato espulso da Napoli58, e chiede ora di fare ritorno.
Comunque, quello che era stato sino a qualche anno prima regime, e che i
suoi margini di consenso li aveva misurati allora nella dimensione ingannevo-
le e illusoria dellufficialit, quali che fossero i confini reali della sua forza,
era ora movimento, trama di mobilitazione costretta ad articolare le proprie
strategie ricorrendo alle stesse tecniche di propaganda e di irradiazione prati-
cate fino a qualche anno prima dallopposizione liberale e nazionale, in una
condizione di illegalit che costituiva spesso il preludio alle porte della gale-
ra. Abbiamo gi osservato, analizzando il corpus di scritture prodotto in oc-
casione dellallestimento degli appelli preparati tra la fine del 1862 e linizio
del 1863, come il legittimismo postunitario fosse in misura significativa cosa
diversa da quello preunitario, nella misura in cui il primo si fondava su una
contaminazione tra linguaggi di deferenza tradizionali e moderne istanze co-
stituzionali e nazionali, che al secondo erano rimaste invece del tutto scono-
sciute. Ora quella stessa ambiguit ci si ripropone in unaltra forma, nel mo-
mento in cui cerchiamo di intravedere le sue strutture di agitazione militante:
icone fantasiose, simboli, epifanie repentine immaginate per forare, anche
nello spazio urbano, la cappa di silenzio che le nuove autorit cercavano di
calare sul disagio di una transizione politica che sarebbe durata ben al di l
della data dellunificazione nazionale. Come il grande brigantaggio in aree
cospicue del territorio meridionale, cos il fenomeno del partito borbonico
a Napoli avrebbe tenuto banco almeno fino alla met degli anni 60. E Fran-
cesco II avrebbe avuto un bellinsistere nel demonizzare le segrete macchi-
nazioni delle sette, che hanno sconvolto il mondo, sentenziando che la set-
ta non popolo, ella del popolo piaga, non del popolo parte59. Non diver-
samente da quanto avevano fatto gli oppositori del suo paterno regime, ora
anche i fautori del suo ritorno a Napoli si affidavano allo strumento dellasso-
ciazione segreta e militante. Erano, cio, costretti a misurarsi con i problemi
della politica moderna; non ultimo, quello di un coinvolgimento popolare che
non poteva pi venir risolto, come ancora si era cercato di fare foraggiando il
primo brigantaggio, immaginando a torto la possibile replica di un 1799 or-
mai lontano, animata come quello dal furore religioso o dal pregiudiziale ri-
fiuto dello spirito dei tempi. S, nel discorso borbonico dei primi anni 60 si
cercava di far vibrare anche quelle corde. Ma quella Associazione nazionale
aspirante al riconseguimento dellautonomia ed alla restaurazione della dina-
stia borbonica, sul cui statuto i funzionari della questura di Napoli riusciro-
no a mettere le mani nel 1862, sembrava assomigliare molto in forza della
sua articolazione capillare per quartieri, delle sue graduazioni gerarchiche,

58 ASN, Prefettura, b. 455, fasc. 233, 10 giugno 1862.


59 Ivi, fasc. 47, risposta di S.M. il Re, 16 gennaio 1863.

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56 saggi

delle sue modalit di partecipazione e di attivismo ad un moderno partito


militante60.
Si trattava di uno strumento di cui, per il momento, a servirsi erano in
esclusiva le forze che in citt rappresentavano lopposizione allordine costi-
tuito la sinistra democratica e il legittimismo con le sue varie sfumature -,
in attesa che a dotarsene fossero anche quelle che si identificavano nel paese
legale e che a lungo avrebbero continuato ad affidarsi allazione congiunta
delle reti notabilari e delle risorse offerte dalla titolarit del governo e dei
suoi strumenti repressivi. A modo suo, il fronte neoborbonico sul quale ab-
biamo indugiato in queste pagine era anchesso parente alla lontana dello spi-
rito del 1789.

60 Lo statuto dellAssociazione conservato in ASN, Questura (Gabinetto), b. 9, fasc. II.

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