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La questione delle origini: mafia, camorra e storia dItalia

Author(s): Francesco Benigno


Source: Meridiana, No. 87, MAFIA CAPITALE (2016), pp. 125-147
Published by: Viella SRL
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/90002065
Accessed: 09-05-2017 07:05 UTC

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MAFIA CAPITALE

La questione delle origini:


mafia, camorra e storia dItalia
di Francesco Benigno

Il crimine organizzato mantiene ancora oggi nel discorso pubblico ita-


liano, a dispetto degli importanti risultati conseguiti dalle attivit di con-
trasto delle forze dellordine, unindubbia centralit. Tale ruolo egemone
dipende solo in parte dalla forza e dalla pericolosit di associazioni crimi-
nali storicamente radicate in talune parti del Paese e che sono conosciute
coi nomi di mafia e camorra (oltrech pi di recente ndrangheta). Al di
l dellindubbio rilievo criminale, talora assai spiccato, di gruppi e bande
variamente in azione nel territorio nazionale, queste parole figurano, nel
discorso pubblico del Paese, come sorta di incarnazioni del male colletti-
vo; nellevocare oscure realt criminose esse fanno riferimento anche ad
una pi ampia e diffusa serie di comportamenti antisociali, tra cui la corru-
zione, il clientelismo, il malaffare. Svolgono cio la funzione di elementari
contrassegni dellimmaginario sociale; inscritti, per dirla con Jeffrey C.
Alexander, in quei codici inconsci che organizzano lintellegibilit della
vita comune, essendo continuamente riprodotti (e modificati) nelle dina-
miche dellinterazione1. Si tratta in pratica di termini-bandiera, che con-
sentono allindividuo di orientarsi (e di schierarsi) in un paesaggio sociale
articolato da un dispositivo di polarizzazione etica (alto/basso-buono/
cattivo) che permette di distinguere la salvezza dalla perdizione, la pulizia
dalla sporcizia morale, la civilt dalla barbarie.
La centralit postmoderna delle narrazioni sociali, nelle quali spezzo-
ni della realt e figure dellimmaginario si avviluppano e si confondono
in modo inestricabile, assegnano in altre parole alla rappresentazione del
male attraverso quelle configurazioni simboliche chiamate mafia o camor-
ra un ruolo capitale; esse hanno la caratteristica di essere tipizzate, ovvero
di trascinare con s un peculiare radicamento territoriale, intriso di riferi-
Meridiana, n. 87

menti folklorizzati. Sono questi ultimi, in fin dei conti, che consentono il

1J.C. Alexander, La costruzione del male: dallOlocausto all11 settembre, il Mulino, Bologna
2006.

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riconoscimento: ovvero ci che Michael Herzfeld chiama intimacy2, lin-


timit culturale, quellinconfondibile colore locale che rende possibile il
processo di identificazione/repulsione mediante cui si regola il discrimine
sociale; permettendo cos di dispiegare la polarit negativa, proprio men-
tre essa viene riconosciuta come parte del corpo sociale.
Dipende da tutto ci luso figurato, metaforico e spesso mitologico di
termini come mafia e camorra; un utilizzo slargato e quasi onnicompren-
sivo che contrasta col rifiuto dagli stessi soggetti che quelle parole dovreb-
bero rappresentare, a usarle: come ad esempio il Buscetta del 1984, il quale
dichiarava a Falcone che il termine realmente in uso allora tra gli affiliati
a cosche mafiose era quello di uomini donore, essendo la mafia da consi-
derare essenzialmente come letteratura3; o a credere allaffermazione di
Roberto Saviano, per cui i cosiddetti camorristi evitano ormai di utilizzare
labusato termine di camorra, preferendogli il pi moderno sistema4.
Non c da sorprendersi dunque se la questione dellorigine della cri-
minalit organizzata italiana non sia stata messa davvero a tema n dagli
storici n dagli scienziati sociali, e ci malgrado in ogni indagine storico-
sociale, la questione del perch e del come un fenomeno abbia avuto origi-
ne considerata cruciale. A tale disattenzione corrisponde la centralit di
questo punto (che rimanda ad una presunta eccezionalit italiana o alme-
no di alcune sue regioni): in mancanza di indagini puntuali esso rimasto
come una sorta di campo aperto allinvenzione quando non alla mitolo-
gia. In qualche caso la questione delle origini si perfino tramutata in un
problema di essenza, con tratti che si tentati di definire metafisici. In un
intervento che ha fatto molto discutere la presidente della Commissione
parlamentare antimafia, Rosy Bindi, in missione a Napoli nel settembre
del 2015, ha ad esempio affermato che la camorra un dato costituti-
vo della citt partenopea; salvo poi rettificare in parte laffermazione, a

2M. Herzfeld, Intimit culturale: antropologia e nazionalismo, LAncora del Mediterraneo,


Napoli 2003.
3Cfr. Tribunale di Palermo. Processo verbale in interrogatorio dellimputato Buscetta Tom-
maso, 16 luglio 1984. Dallinterrogatorio del 21 luglio: La parola mafia una creazione letteraria,
mentre i veri mafiosi sono semplicemente chiamati uomini donore; ognuno di essi fa parte di
una borgata (questo nella citt di Palermo perch nei piccoli centri lorganizzazione mafiosa
prende nome dal centro stesso) ed membro di una famiglia []. Al di sopra delle famiglie
e con funzione di coordinamento esiste una struttura collegiale chiamata commissione, compo-
sta di membri, ciascuno dei quali rappresenta tre famiglie territorialmente contigue. Cito da
una riproduzione del verbale originale conservata alla Cambridge University Library ma della
deposizione di Buscetta esistono varie trascrizioni pubblicate: oltre allintervista rilasciata a P.
Arlacchi, a cura di, Addio cosa Nostra: i segreti della mafia nella confessione di Tommaso Buscetta,
Rizzoli, Milano 1995.
4Si veda su questo F. Benigno, Limaginaire de la secte. Littrature et politique aux origines
de la Camorra (seconde moiti du XIXe Sicle) in Annales. Histoire, Sciences Sociales, 68, 2013,
pp. 755-89.

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seguito delle nutrite proteste sopravvenute, e in particolare delle dichia-


razioni del procuratore Giovanni Colangelo, protagonista delle inchieste
sul clan dei casalesi, che aveva osservato che la camorra non nel Dna
dei napoletani. Nel negare di aver mai parlato di camorra come parte del
codice genetico partenopeo, Bindi ribadiva tuttavia che essa elemento
costitutivo di una societ e della storia della citt5.
Se dal versante politico passiamo a quello pi propriamente culturale,
il risultato non poi molto diverso. Mentre le librerie sono invase da
testi improvvisati, scritti per lo pi da giornalisti o soi-disant esperti,
per lo pi volti ad enfatizzare gli elementi mitici e folklorici del crimine
organizzato e a proiettarne le origini in un passato mitico e imprecisato,
non sono mancati tentativi di studiosi seri di legare, in modo del tutto
improbabile, lorigine della camorra e della mafia a periodi risalienti,
come ad esempio allepoca della dominazione spagnola6. Il riferimento a
un passato indefinito, remoto ma talora pensato come connaturato alla
parte meridionale del Paese, ricorrente; e di recente, addirittura, si
ipotizzata, in barba ad ogni evidenza, una fantasiosa derivazione medie-
vale della camorra napoletana7.
Che tutto ci poi non resti confinato nei dibattiti accademici o televi-
sivi abbastanza ovvio. Una recente sentenza della Corte di cassazione,
bocciando un ricorso della Regione Sicilia, ha sancito che in un libro di
testo per le scuole medie inferiori lecito affermare che storicamente il
potere mafioso ha stabilito nellisola un clima di violenza che avvelena i
rapporti fra la gente, dissangua ogni attivit economica e impedisce di go-
vernare per il bene della collettivit. La mafia dunque vi ravvisata come
causa causans allorigine dellincivilt dei rapporti sociali, del sottosvilup-
po e del malgoverno, a ben vedere un eccellente capro espiatorio8. Ma vi
di pi: in un intervento a braccio, durante la presentazione pubblica di una
nuova edizione del suo testo sullarticolo 416 bis del Codice penale, che
definisce la fattispecie dellAssociazione di tipo mafioso, Giuliano Turone
ha affermato a sua volta che lorigine della criminalit organizzata italiana
si perde nella notte dei tempi. Perch? Perch in quelle zone del nostro

5Http://www.lastampa.it/2015/09/15/italia/politica/la-camorra-un-dato-costitutivo-di-na-
poli-laccusa-della-bindi-fa-infuriare-de-magistris-ZKgKeIdu6H2gI19oMUhBnJ/pagina.html.
6N. Tranfaglia, La mafia come metodo, Laterza, Roma-Bari 1991; su cui cfr. P. Bevilacqua,
La mafia e la Spagna, in Meridiana. Rivista di storia e di scienze sociali, 13, 1992, pp. 105-27.
7A. Feniello, Napoli 1343. Le origini medievali di un sistema criminale, Mondadori, Mila-
no 2016. Contro lastoricit di queste tendenze conduce unesemplare polemica Salvatore Lupo
sin dai tempi del suo fondamentale Storia della mafia: dalle origini ai giorni nostri, Donzelli,
Roma 1993.
8Http://www.corriere.it/cronache/16_aprile_07/sicilia-condizionata-mafia-libro-testo-scuo-
la-cassazione-assolto-a0a9d978-fcd4-11e5-9628-57573544d3d4.shtml.

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Paese non cera unautorit costituita che controllasse in effetti il territo-


rio. Che sia cos sarebbe confermato dalletimologia del termine mafia,
che il noto giurista crede derivare dallarabo. Nelle regioni meridionali,
secondo Turone, si avuta una dinamica secolare in cui, a causa della lon-
tananza delle Capitali che avrebbero dovuto controllarle, sorgevano que-
sti gruppi di potere improvviso o comunque spontaneo, che erano basati
sulla sopraffazione9.
Ho cercato, in un recente volume10, di proporre un approccio profon-
damente diverso alla questione delle origini del crimine organizzato italia-
no, sottomettendola a una trattazione storica di taglio processuale. Nelle
pagine che seguono, cercher di esporre taluni risultati della mia ricerca
su come sono originate quelle realt che vengono comunemente chiamate
mafia e camorra: una tematica che a ben vedere ci propone indiretta-
mente elementi utili ad articolare anche una visione differente della sua re-
alt odierna e che perci possono interessare gli studiosi della criminalit
di epoca contemporanea.

1. I dilemmi dellidentificazione

Allinizio ci sono i camorristi. Derivato con tutta probabilit dallomo-


loga parola spagnola, che vale per attaccabrighe, il termine camorrista at-
testato nella prima met del XIX secolo come aggettivo, col significato di
prepotente e di prevaricatore11. Si assiste per, col tempo, allacquisizione
di un valore sostantivo del termine, che prende a indicare una particolare
gena di reclusi nelle carceri borboniche, delinquenti violenti che venivano
prescelti dalle guardie penitenziarie per mantenere lordine negli affollati
e litigiosi cameroni dove centinaia di rei erano costretti a convivere. In
cambio dellaiuto offerto al mantenimento della quiete, e cio ad evitare
ferimenti ed assassinii, il personale dellamministrazione carceraria chiu-
deva un occhio sulle vessazioni esercitate da costoro, chiamati camorristi,
nei confronti degli altri reclusi, una sorta di nonnismo prevaricatore non
sconosciuto in altre carceri europee12. Si trattava di tangenti sul cibo e sulle

9Https://www.youtube.com/watch?v=ZmjlS-OJmS0.
10F. Benigno, La mala setta. Alle origini di mafia e camorra, Einaudi, Torino 2015. Per evitare
di appesantire questo testo ho inserito solo qualche indispensabile riferimento, mentre rimando
al volume per citazioni e bibliografia.
11Esiste una nutrita letteratura che propone diversissime (e talora improbabili) letture eti-
mologiche: in ultimo notevole lo sforzo di F. Montuori, Lessico e camorra. Storia della parola,
proposte etimologiche e termini del dialetto ottocentesco, Federiciana editrice, Napoli 2008.
12Questa parte pi diffusamente sviluppata in Benigno, Limaginaire de la secte cit. pp. 760-6.

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merci provenienti dallesterno del carcere, di balzelli imposti senza vera


giustificazione (se non quella di alimentare lolio della lampada, il lume
acceso davanti a unimmagine sacra, spesso la Madonna), di riscossioni
per la concessione di piccoli privilegi e di condizioni di favore (come ad
esempio per ottenere un migliore giaciglio, o pizzu); soprattutto, ad essi
era garantito una sorta di monopolio su tutto il gioco illegale clandestino
che si svolgeva nei cameroni, con proventi ai quali, secondo varie testi-
monianze, partecipavano anche le guardie carcerarie. Tra questi indivi-
dui, designati ad esercitare una sorta di cogestione dellordine pubblico
nei recinti dei luoghi di pena, si stabilivano naturalmente degli usi, regole
consuetudinarie, pratiche di condotta e spesso, si creavano gerghi condi-
visi. Sporadicamente, per imitazione e forse anche per luscita di qualche
camorrista dal carcere, questi costumi tendevano ad essere riprodotti per
strada; nella zona di porta Capuana, il popolare quartiere a ridosso della
Vicaria, lantico tribunale di Napoli, una descrizione del 1847 identifica
per la prima volta nitidamente una razza di ciurmadori e di scrocconi
detti in dialetto gamurristi, che riscuotono somme sul gioco illegale e sui
venditori ambulanti13.
Fino ad allora sconosciuti ai pi, i camorristi salgono alla ribalta e acqui-
stano pubblica notoriet a seguito dei moti del 1848. Larrivo nei cameroni
delle prigioni borboniche di detenuti politici, i patrioti protagonisti della
rottura rivoluzionaria e della breve esperienza costituzionale, trasforma il
camorrista da trascurabile figura della vita carceraria e della piccola delin-
quenza di strada a epicentro di plurime attenzioni. Parte delllite liberale
si trova per la prima volta a convivere con popolani violenti e poco ac-
culturati, capaci di esercitare una qualche influenza nei quartieri popolari
e perci in grado, se mobilitati, di organizzare squadre di uomini pronti
allazione eversiva; i patrioti esercitano su questi soggetti un indiscutibile
fascino, dovuto non solo alla preminenza sociale ma anche alla suggestio-
ne di un possibile riscatto sociale attraverso la palingenesi rivoluzionaria.
Si avviano cos veri e propri processi di politicizzazione14, la cui migliore
descrizione postuma offerta dalla famosa commedia siciliana Li mafiusi
di la vicaria. Questo testo rappresentato a Palermo per la prima volta nel
1862 e destinato ad un grande successo, descrive appunto leffetto prodot-
to su un gruppo di carcerati camorristi (in siciliano detti mafiusi) dallar-
rivo nel loro camerone di un prigioniero politico, un importante leader

13G. Valeriano, Porta Capuana, in Napoli in miniatura, a cura di M. Lombardi, Tipografia


Cannavacciuoli, Napoli 1847, pp. 421-57; cito dalla ristampa a cura di Carlo Nazzaro, Arturo
Berisio, Napoli 1965, p. 485.
14A. Fiore, La politicizzazione della camorra: le fonti di polizia a Napoli (1840-60), in
Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali, 78, 2013, pp. 95-117.

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patriota di cui non si rivela lidentit ma che veniva per lo pi identificato


dal pubblico che assisteva alla rappresentazione in Francesco Crispi15. La
commedia in sostanza il racconto dinvenzione di una palingenesi, e cio
della trasformazione di quei criminali, i camorristi, in militanti della rivo-
luzione nazionale.
Ci che render il camorrista una figura universalmente nota sar per
un fatto specifico: la polemica politica sullo stato delle carceri borboniche
innescata dalla pubblicazione (1851) delle lettere dellallora deputato in-
glese William Gladstone al suo collega Lord Aberdeen: in esse si descrivo-
no a tinte fosche, a seguito di un viaggio a Napoli, le condizioni di quelle
prigioni in cui erano reclusi i condannati politici della stagione costituzio-
nale del 1848-4916. Le conoscenze di Gladstone delle carceri napoletane
erano solo in parte frutto di osservazioni dirette: esse attingevano per lo
pi dalle informazioni che il movimento patriottico italiano gli aveva fatto
pervenire; ma erano invece presentate come una sorta di descrizione in
presa diretta, sul modello, antichissimo ma sempre efficace, del viaggio
agli inferi. I camorristi svolgono nelle Lettere un ruolo cruciale: la de-
scrizione delle loro prevaricazioni si mescola nel testo alla denuncia della
tendenza delle forze dellordine ad utilizzare i criminali, dentro e fuori i
luoghi di pena, oltrech, pi in generale, alla condanna dei metodi arbitrari
e dispotici usati da un regime definito famosamente come la negazione
di Dio eretta a sistema di governo. Limpatto di questi testi sullopinione
pubblica europea fu improvviso e devastante e condusse ad una pesante
delegittimazione sul piano internazionale del regime borbonico17.
Nascono in questo contesto i primi provvedimenti amministrativi vol-
ti alla individuazione e alla repressione di soggetti, i camorristi, divenuti
ormai celebri. Il cambiamento della percezione del fenomeno si avverte
nettamente nei rapporti di polizia: per i commissari di pubblica sicurezza,

15La commedia ha per autori Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca. Cfr. A. Barbina e F.
Guercio, Mafiosi, baroni, ereditari. Teatro minore siciliano tra Ottocento e Novecento, Bulzoni,
Roma 1996; poco notata la derivazione del testo di Rizzotto e Mosca dalla descrizione delle
carceri di B. Naselli, I misteri di Palermo, Francesco Abbate, Palermo 1852, pp. 241-71 che ne
la fonte immediata. Il testo della commedia sta in A. Barbina, Teatro verista siciliano, Cappelli,
Bologna 1970, pp. 55-139.
16Le lettere sono pubblicate in moltissime edizioni originali e in traduzione: vedile ad
esempio in Il signor Gladstone ed il popolo napolitano. Raccolta di scritti intorno alla questione
napoletana, a cura di G. Massari, Tipografia Subalpina, Torino 1851.
17Sul rapido deterioramento del contesto di relazioni internazionali del Regno delle Due
Sicilie cfr. ora la posizione revisionista di E. Di Rienzo, Il regno delle Due Sicilie e le potenze
europee 1830-1861, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2012, e Id., LEuropa e la questione na-
poletana 1861-1870, DAmico editore, Nocera superiore 2016 da confrontare con la visione
tradizionale, ad esempio, di D. Beales, England and Italy 1869-60, Thomas Nelson & sons, Lon-
don 1961.

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tradizionalmente, camorrista era un aggettivo che indicava una condizio-


ne, mentre ora diviene un sostantivo che qualifica unappartenenza ad una
classe di individui. Tra il 1855 e il 1860 si inizia a temere che i caporioni
dei quartieri popolari possano fornire una base di manovra per il movi-
mento liberale, sicch la polizia politica borbonica compila degli elenchi di
camorristi e ne invia una quantit al confino nelle isole Tremiti. Il termine
camorrista denota in queste liste un individuo prepotente che vive sui
giochi o sindustria con modi illegali, o estorce con violenza. Le difficolt
dellindividuazione di questa figura sono evidenziate dallemergere nella
primavera del 1860 della definizione di incorreggibile e semi-camorri-
sta, una categoria per la quale sar approntato un camerone separato a
Castel Capuano. La vera distinzione nella mente dei commissari sembra
essere quella tra lozioso vagabondo e il capo di famiglia lavoratore. Capi-
ta cos che, mutata la propria condizione, trovato un lavoro, un individuo
non venga pi considerato camorrista18.
interessante osservare come il nuovo regime nazionale unitario si
ritrovi, a proposito di camorristi, a mimare le mosse e ad incontrare pres-
sappoco le stesse difficolt di quello borbonico. A seguito della trionfale
adesione popolare a Garibaldi (che era entrato a Napoli da solo, senza
esercito, forte solo dellacclamazione di massa, in una citt ben dotata di
guarnigioni e fortificazioni) e alla scelta del ministro di polizia Liborio
Romano di offrire una sistemazione nelle rinate forze dellordine a indi-
vidui noti come camorristi e non compromessi col passato regime, la que-
stione delle classi pericolose napoletane sembra per un breve periodo
non fare problema, e la stampa nazionale tende anzi ad accreditare la
tesi della conversione dei camorristi in patrioti. Nelle settimane seguenti,
tuttavia, finita la luna di miele col nuovo regime, il clima mut rapida-
mente. A seguito dello svuotamento delle carceri le strade di Napoli si
erano riempite di pregiudicati, e tra essi anche di cosiddetti camorristi, che
avevano preso a farsi conoscere per la loro capacit vessatoria. In una citt
turbolenta, agitata dalla presenza di ex garibaldini mandati in congedo e
anche di ex soldati e ufficiali dellesercito borbonico anchesso disciolto, la
presenza di tali soggetti era percepita ora come insidiosa, essendo ben noti
i collegamenti di taluni di essi con lambiente garibaldino (mentre di altri
si sospettavano non a torto nostalgie filo-borboniche)19.
Accade cos che il decreto sulla Pubblica sicurezza emanato dal luogo-
tenente Farini ai primi di gennaio del 1861 stabilisca (capo XV, art. 102)

18A. Fiore, La strutturazione del fenomeno camorrista nelle fonti della polizia borbonica,
1840-1860, tesi di dottorato dellUniversit di Napoli Federico II, XXIV ciclo, 2008/09, p. 472.
19Su questa parte e per la relativa bibliografia si veda Benigno, La mala setta cit., pp. 33-80.

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che oltre agli oziosi vagabondi, sospetti, ladri di campagna, mendicanti


validi, saranno a cura dellautorit di pubblica sicurezza denunziati glin-
dividui sospetti come grassatori, ladri, camorristi, truffatori, borsaiuoli e
ricettatori20. Per la prima volta, dunque, il tipo del camorrista, generica-
mente cos indicato, senza pi precise specificazioni, entra a far parte del
catalogo ufficiale dei sospetti21.
Il ministro di polizia della Luogotenenza napoletana, Silvio Spaventa,
inizia allora una duplice azione volta a colpire i camorristi, avente come
obiettivo da un lato quello di epurare le fila della polizia e della Guardia
nazionale, e dallaltro quello di ripulire il milieu al confine tra crimine e
politica, quel sottobosco delinquenziale radicalizzato da cui poteva venire
la manovalanza utilizzabile in qualche azione eversiva. Per screditare po-
liticamente Liborio Romano, che godeva a Napoli di una vasta popolarit,
si denunciava ora a tinte fosche la sua utilizzazione dei camorristi nei dif-
ficili giorni della transizione: nasceva cos la leggenda di una sorta di patto
tra la camorra e lo Stato che la storiografia ha poi acriticamente ripetuto.
Pi sobriamente, Alexandre Dumas, dalle colonne de Lindipendente
aveva commentato quei fatti scrivendo che Liborio fece ci che Caussi-
dire aveva fatto in Francia nel 1848, ordine per via del disordine22. Lo
stesso Spaventa aveva del resto assunto alle sue dipendenze individui noti
come camorristi: e proprio luccisione di un ex camorrista arruolato da
Liborio Romano da parte di un delinquente facente parte del gruppo degli
sgherri di Spaventa, il cosiddetto affare Mele, concorse allallontana-
mento di questi da Napoli23.
La pressione incalzante delle autorit politiche per disboscare gli am-
bienti delinquenziali sospetti politicamente si esercitava attraverso strin-
genti richieste ai commissari di polizia di identificare i camorristi, cosa per
nulla facile. In uno dei rapporti stesi alluopo, ad esempio, i camorristi
vengono additati come coloro che frequentano i mercati e i molteplici

20Si veda in Giornale del governo della provincia di Napoli, 1861, n. 3. Lart 103 prevede
la possibilit per la polizia di effettuare perquisizioni nei confronti di persone denunciate. A loro
volta, gli articoli dal 105 al 111 normano le misure relative alla sorveglianza speciale di polizia. Il
testo pubblicato anche da Il Nazionale, 129, 11 gennaio 1861.
21Un esempio lampante di questa tendenza a mescolare linsubordinazione politica e il sov-
versivismo alla criminalit latteggiamento delle autorit, e segnatamente di Silvio Spaventa, di
fronte ad unagitazione di operai reclamanti lavoro avvenuta nei pressi della stazione di Napoli
nei primi di febbraio del 1861: a seguito della quale egli avanza la proposta di trattare i capi di
queste turbolenze come sono stati trattati i camorristi, o poco diversamente, mandandoli confi-
nati nelle isole pontine. Cfr. Archivio di Stato di Napoli Alta polizia, b. 202, fasc. 37. Ma per la
repressione di moti operai in marzo cfr. Il Popolo dItalia, 30 marzo 1861.
22Cfr. larticolo agrodolce di Dumas pubblicato ne LIndipendente del 31 ottobre 1860 e
intitolato I tre ministeri.
23Su questo cfr. Benigno, La mala setta cit., pp. 66-8.

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caff che restano nella contrada di questo quartiere ad esigere la camorra


sul gioco che indebitamente si esige nei cennati caff24. Lo stesso rappor-
to sottolinea anche come diversi tra essi siano essenzialmente dei contrab-
bandieri. Di fatto soprattutto nel mondo della mediazione commerciale
e del contrabbando che sembrano individuarsi le figure dei camorristi. Pi
che membri di una societ segreta intenti a estorcere compensi indebiti da
attivit di mediazione e, occasionalmente, a svolgere attivit di contrab-
bando, questi ultimi sembrano perci sensali e contrabbandieri in condi-
zione di usare la violenza per imporsi in una condizione di concorrenza
estesa e assurti anzi ad una nomea di prepotenza tale da qualificarli come
camorristi 25. Per questa ragione, non solo la definizione di camorrista ri-
sulta interscambiabile con quella di ladro e di contrabbandiere, ma essa
appare anche variabile, nonch soggetta a mutamento e perfino a ravve-
dimento, spesso sancito dallinserimento nei ranghi dei sottufficiali della
Guardia Nazionale, un riconoscimento sociale di correttezza e di lealt
patriottica in quel momento assai apprezzato e socialmente condiviso: nel
rapporto di un altro commissario si legge infatti come taluni di essi ab-
biano tralasciato la camorra, occupandosi lecitamente come macellai,
sensali, venditori di frutta o salariati.
Questi documenti ed altre note coeve rendono cos, nel complesso,
limmagine di un mondo sociale fluido, disposto a cavallo tra marginalit
sociale, illegalit e criminalit senza confini precisi e figure ben determina-
te; un universo in cui essere definiti o definirsi camorristi una possibilit
fra le tante offerte a popolani dediti alla mediazione commerciale e pronti
ad affermarsi mediante luso della violenza26. In una citt sovraffollata,
soffocata dalla miseria, in cui la rivoluzione aveva distrutto e delegittimato
le strutture dordine, la tendenza a una sorta di parziale redistribuzione
di ogni fonte di reddito e allutilizzo della forza fisica per conseguirla era
assai diffusa; ma ci, pur dando luogo a gruppi organizzati che ricalcavano
tradizionali settori di attivit legali o illegali o che facevano riferimento
alle corporazioni di mestiere e alle confraternite di antico regime, lungi
dal configurare unorganizzazione criminale integrata e centralizzata. Di
pi, il termine camorrista espande col tempo il suo significato metaforico

24Napoli 19 novembre 1860. Il rapporto, insieme agli altri qui citati di seguito, analizzato
in dettaglio, ivi, pp. 107-14.
25Cfr. ad esempio, ivi, il rapporto del commissario di Vicaria su Domenico Guarino, indi-
cato come camorrista, in realt contrabbandiere e liberale oltrech cognato del noto camorrista
Andrea Forio, alias Ziriballo. Queste osservazioni sono perfettamente in linea con i materiali
riscontrati nelle fonti di polizia borbonica.
26Diversa la prospettiva degli importanti e pionieristici studi di Marcella Marmo: cfr. ora
Il coltello e il mercato. La camorra prima e dopo lUnit dItalia, LAncora del mediterraneo,
Napoli 2011.

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e diviene un passe-partout per denunciare tutto ci che vi di corrotto,


prepotente e illegale.
Se questa la situazione per quanto riguarda i camorristi, non mol-
to differente quella che pochi anni dopo si osserver in Sicilia rispetto
al problema, politicamente sensibile, della identificazione del cosiddetto
mafiusu; questo termine, presto italianizzato in mafioso o maffioso, era gi
circolante nei quartieri popolari palermitani come aggettivo indicante ec-
cellenza o superiorit27 ma esso, allindomani dellUnit dItalia, si era ve-
nuto probabilmente mescolando con termini foneticamente simili (ma di
significato opposto) di origine piemontese o umbro-toscana28. Di nuovo
laggettivo diventer col tempo sostantivo, indicando in Sicilia la versio-
ne locale delle classi pericolose e acquister poi notoriet a seguito del
tentativo di trovare una spiegazione alla sconcertante rivolta di Palermo
del 1866. Non si tratta solo della prima rivolta popolare accaduta in Italia
contro il giovane stato nazionale ma anche della ribellione di una citt che
era considerata la culla del Risorgimento, il luogo dove il movimento di
liberazione nazionale aveva emesso i suoi primi vagiti. Sar la discussione
su quegli eventi, e sulla loro natura intrinsecamente criminale, a fare en-
trare la presenza dei mafiosi e poi della setta segreta di cui farebbero parte,
la mafia, nel discorso pubblico. E poi ancora, allindomani dellinsurre-
zione, i riferimenti alla mafia o alla malandrineria fungono da essenziali
strumenti esplicativi del disordine politico-sociale, specie nelle campagne.
Il tipo sociale del mafioso originariamente ricalcato su quello del ca-
morrista: uno dei tanti commentatori dei fatti di Palermo scriver che se
in campagna i proprietari devono rivolgersi agli individui pi mafiosi per

27Cfr. G. Pitr, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II, Pedone Lau-
riel, Palermo 1889, pp. 289-90. Precedente a quella di Pitr per la testimonianza di Giacomo
Pagano che nel 1875 sosterr che mafia una parola conosciuta di recente, fatta malaugurata-
mente celebre da ieri. Era parola del popolino e forse termine in uso nelle Grandi prigioni di
Palermo per denotare eccellenza, superiorit: Le presenti condizioni della Sicilia e i mezzi per
migliorarle, Barbera, Firenze 1875, p. 41.
28 possibile che il termine, piuttosto che radicarsi in oscure derivazioni dallarabo, nasca
in quegli anni negli ambienti polizieschi palermitani come mescolamento del siciliano mafiusu
(che i funzionari piemontesi inviati in Sicilia potevano ben declinare altezzosamente come ma-
fio, termine piemontese che indica un uomo rustico e incivile) e dellespressione umbro-toscana
maffia dove vale come boria, e fare la maffia significa fare lo spaccone cfr. V. di SantAlbino,
Gran dizionario piemontese-italiano, Utet, Torino 1859, p. 730; C. Zalli, Dizionario piemontese,
italiano, latino e francese, 2 voll., tip. Pietro Barbi, Carmagnola 1830, II, p. 6; N. Ugoccioni e M.
Rinaldi, Vocabolario del dialetto di Todi e del suo territorio, Comune di Todi, Todi 2001, p. 338.
Su tutto anche G. Tessitore, Il nome e la cosa. Quando la mafia non si chiamava mafia, Franco
Angeli, Milano 1997. Sono congruenti con questa ipotesi le recenti osservazioni di A. Varvaro
nella voce Mafia del nuovo Vocabolario Storico-Etimologico del Siciliano (VSES), 2 voll., Centro
di Studi Filologici e Linguistici Siciliani-ditions de Linguistique et de Philologie, Strasbourg,
2014, vol. I, pp. 551-7.

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garantirsi la sicurezza delle proprie terre, in citt la mafia una sorta di


camorra, una pratica corruttrice che attraversa le classi sociali29. Il colle-
gamento di settori delle classi pericolose siciliane con luniverso della
politica, che a Napoli ha avuto come base la repressione politica post-
quarantottesca da una parte e il manutengolismo, ovverossia il sostegno al
brigantaggio dallaltra30, si radica in Sicilia piuttosto nella lunga esperienza
delle squadre, gruppi di popolani armati arruolati dalllite siciliana nella
resistenza al Borbone e discussi protagonisti dellepopea risorgimentale31.
Luso del termine mafioso, diffusosi dalla met degli anni sessanta,
altrettanto indeterminato di quello di camorrista: lo si vede bene dalla
pubblicistica del tempo che usa le espressioni mafiosi e malandrini come
interscambiabili e dai rapporti dei funzionari di polizia incaricati della re-
pressione nelle irrequiete campagne della Sicilia occidentale, infestate da
renitenti, ladri e soprattutto briganti. In tali rapporti, infatti, per mafiosi
si intendono soprattutto caporioni violenti e avversi al nuovo regime, so-
spettati di fomentare leversione e il disordine sociale: per questa ragione
essi sono anche definiti manutengoli. Qualche anno dopo, su sollecita-
zione ministeriale, si tenter di individuare nei mafiosi quegli individui
contrari allattuale ordine di cose o sospettati di appartenere allInter-
nazionale. In altri casi la definizione di mafioso si mescola e si confonde
con quelle di ladro, manutengolo, abigeatario, truffatore e grassatore; una
mescolanza evidenziata dalla presenza negli elenchi dei mafiosi di soggetti
cos variamente qualificati32.
A fronte di questa generale indeterminatezza un indubbio elemento di
chiarificazione verr dalla legislazione demergenza. Il camorrista come
soggetto pericoloso viene infatti inserito nella legge Pica ispirata da Sil-
vio Spaventa, che di Pica era conterraneo e amico come uno dei soggetti
passibili di provvedimenti amministrativi. In quella legge infatti, oltre a
stabilire linvio dei briganti a giudizio davanti ai tribunali militari, si fis-
sava la facolt di comminare lammonizione e il domicilio coatto fino ad
un anno agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la desi-
gnazione del Codice penale, non che ai camorristi, e sospetti manutengoli,
dietro parere di Giunta composta del prefetto, del presidente del Tribuna-

29V. Maggiorani, Il sollevamento della plebe di Palermo e del suo circondario. Con qualche
cenno sulle sue cause e sui rimedi che varrebbero a combattere i disordini sociali che lo produssero,
Stamperia militare, Palermo 1866, p. 23.
30C. Pinto, Tempo di guerra. Conflitti, patriottismi e tradizioni politiche nel Mezzogiorno
dItalia (1859-66), in Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali, 76, 2013, pp. 57-84.
31Cfr. in ultimo J. Fentress, Rebels and Mafiosi. Death in a Sicilian Landscape, Cornell U.P.,
Ithaca and London 2000.
32Benigno, La mala setta cit., pp. 319-24. Ma si veda anche R. Mangiameli, Banditi e mafiosi
dopo lUnit, in Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali, 7/8, 1990, pp. 73-118.

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le, del procuratore del re, e di due Consiglieri Provinciali33. Si crea cos un
meccanismo auto-esplicativo: i camorristi, aveva detto Massari alla Came-
ra, presentando la legge Pica, possono essere mandati al domicilio coatto
in quanto appartenenti alla cos detta associazione della Camorra34. A
questo punto il problema dellidentificazione del camorrista trova una sua
provvisoria soluzione: camorrista in sostanza ora quel tale che stato
cos definito dalla Giunta per lapplicazione delle misure straordinarie, un
individuo perci ammonito o inviato al domicilio coatto.
Nel caso dei mafiosi si riscontra un processo assai simile. Linclusione
del termine nella galleria degli individui pericolosi avviene nella legge
294 del 6 luglio 1871. Pensata come una nuova legge dei sospetti, e so-
stenuta da quella vera e propria fobia diffusasi dopo la Comune di Parigi
per la minacciosa presenza del movimento anarchico e socialista, essa, ol-
tre a consentire lo scioglimento dautorit delle sezioni dellInternaziona-
le, costituisce un ritorno alle cosiddette misure preventive, ammonizione
e domicilio coatto in testa. Larticolo 105, in particolare, prevede che si
possano denunciare da parte delle autorit di pubblica sicurezza al pretore
gli individui sospetti: vale a dire grassatori, ladri, truffatori, borsaiuoli,
ricettatori, manutengoli, camorristi, mafiosi, contrabbandieri, accoltella-
tori e tutti gli altri diffamati per crimini o per delitti contro le persone e le
propriet35. Anche in questo caso il termine mafioso transita in un dispo-
sitivo giuridico senza che sia reso chiaro cosa esso precisamente indichi.
Tale indeterminatezza deriva anche dalla prominenza nel discorso
pubblico dellidea di setta, mutuata dallimmaginario letterario e dalle-
sperienza politica cospirativa. I termini camorrista e mafioso identificano
ora i membri di presunte organizzazioni segrete che vengono scoperte
per essere poi utilizzate nelle pratiche repressive. Si noti come le modifi-
che linguistiche aprano la strada alle trasformazioni discorsive: dal termi-

33Per tutto e in particolare per la ricostruzione dei motivi che spingono a privilegiare i tri-
bunali militari cfr. in generale R. Martucci, Emergenza e tutela dellordine pubblico nellItalia
liberale. Regime eccezionale e leggi per la repressione dei reati di brigantaggio (1861-1865), il
Mulino, Bologna 1980, pp. 111-37. Martucci ha sostenuto la derivazione delle commissioni da
analoghi istituti borbonici previsti dal decreto n. 789 del 17 luglio 1817 e dal decreto n. 110 del
30 agosto 1821: ivi, p. 65. Per le attivit della Giunta cfr. M. Marmo, O. Casarino, Le invincibili
loro relazioni: identificazione e controllo della camorra napoletana nelle fonti di et postunitaria,
in Studi storici, 29, 1988, pp. 385-419.
34Atti Parlamentari Senato, Leg. VIII, sess. 1863-64, 29 luglio 1863, p. 368. La dicitura ca-
morristi si incontra gi nel R.D. 12 marzo 1863 che reca modifiche al regolamento di disciplina
militare, stabilendo pene speciali da applicarsi a militari di bassa forza riconosciuti come tali: C.
Fiore, Il controllo della criminalit organizzata nello Stato liberale: strumenti legislativi e atteg-
giamenti della cultura giuridica, in Studi storici, 2, 1989, p. 429.
35Sulla legge e il dibattito parlamentare cfr. la ricostruzione di D. Fozzi, Tra prevenzione e
repressione. Il domicilio coatto nellItalia liberale, Carocci, Roma 2010, pp. 87-92.

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ne camorrista era stata fatta derivare lidea di camorra come associazione


segreta dedita alluso organizzato della violenza a fini illegali di lucro. A
sua volta, poi, laffermarsi dellidea di camorra consente di definire il ca-
morrista come lappartenente a siffatta organizzazione. Questo processo
si ripeter con lemergere dellidea di mafia come setta criminale, organiz-
zata e modellata sullesempio della camorra.

2. Immaginario letterario, repressione, manipolazione

Il ricorso a misure amministrative previsto dalle leggi eccezionali na-


sce dalla difficolt a organizzare procedimenti giudiziari aventi come capo
daccusa lassociazione di malfattori. Questa fattispecie di reato, mutuata
dalla legislazione di pubblica sicurezza francese e regolata dagli articoli
426 e 427 del Codice penale dellepoca, prevedeva che lassociazione di
malfattori costituisca di per s un reato. Ci qualora si sia in presenza di
alcune caratteristiche da riscontrare nel procedimento: e cio lesistenza di
una banda di malfattori con un numero di membri non inferiore a cinque e
dotata di una vera e propria struttura organizzativa, resa manifesta dalle-
lezione di capi o da gerarchie, dalla presenza di rituali di ammissione o di
regole di partecipazione e dalla suddivisione dei proventi.
solo apparentemente strano che proprio mentre il discorso pubblico
napoletano veniva riempendosi di descrizioni fantastiche di una misterio-
sa setta chiamata camorra, non si riscontri alcun tentativo, n da parte di
Spaventa n da parte degli altri responsabili della pubblica sicurezza che
prenderanno il suo posto, di istruire un procedimento giudiziario volto a
reprimere unassociazione di malfattori denominata camorra. Ci sembra
indicare che i titolari della difesa dellordine pubblico della Destra storica
nutrissero consistenti dubbi sullesistenza di una siffatta organizzazione
criminale, oppure sulla possibilit di provare in sede processuale la sua
natura di associazione di malfattori. Da qui, quale che sia la spiegazione,
la scelta di tralasciare la via giudiziaria, preferendo viceversa puntare sul-
la possibilit di assegnare agli individui qualificati come camorristi taluni
mirati provvedimenti di prevenzione per via amministrativa, vale a dire
lammonizione e il domicilio coatto.
Questa contraddizione tra lasserita esistenza di una setta malefica e la
rinuncia a scegliere la via del procedimento giudiziario per associazione di
malfattori non difficile da spiegare. Delineare unipotetica appartenen-
za settaria a unorganizzazione segreta alquanto imprecisata, e farlo sulla
base di informazioni di polizia che per lo pi non erano altro che la tra-
scrizione della voce pubblica, giustifica in realt i provvedimenti ammini-

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strativi preventivi (soprattutto linvio al confino in isole remote) necessari


per colpire uomini pericolosi, vale a dire caporioni facinorosi in grado
potenzialmente di ingaggiare squadre di individui violenti, alloccorrenza
mobilizzabili da strategie eversive. Allindomani di Aspromonte, in parti-
colare, in un breve ma intenso momento di generale allarme per la tenuta
di un regime che in quei mesi subiva lattacco di quel ribellismo legittimi-
sta noto come brigantaggio, la narrazione di una setta misteriosa in grado
di inquinare la vita delle citt serviva a proporre una sorta di secondo
nemico da reprimere. Agitare, in altre parole, unoscura centrale crimina-
le e che perci poteva essere legittimamente combattuta senza incorrere
nellaccusa di violare lo Statuto era utile per arginare con tale repressione
un concreto pericolo sovversivo (o creduto tale): il democraticismo re-
pubblicano e rivoluzionario.
Una quantit di articoli di giornali e di pamphlets si dedicano perci,
nei mesi a cavallo tra il 1862 e il 1863, a fissare la doppia sfida da intrapren-
dere: sconfiggere insieme il brigantaggio nelle campagne, e la camorra,
che altro non se non il brigantaggio in citt. Prendendo a prestito le
immagini della grande letteratura francese coeva, da Balzac a Sue, letterati
come Marc Monnier o Francesco Mastriani (ma anche Alexandre Dumas
o Maxime Du Camp) descrivono la camorra come una setta segreta, onni-
potente e malefica, centralizzata e ritualizzata. Un esempio assai istruttivo
di questa costruzione del male un opuscolo anonimo del dicembre
1862, intitolato Natura e origine della misteriosa setta della camorra36.
Il testo si ripromette di svelare al lettore i misteri della Camorra, riferiti
segretamente, con un abusato espediente letterario, da un anziano capo
della setta e ora resi pubblici dopo la sua morte. Lautore dellopuscolo
anonimo ma di lui sappiamo lessenziale, e cio che aveva fatto buone let-
ture e che scrive allindomani dello stato dassedio decretato per i fatti di
Aspromonte. La sua descrizione della cosiddetta camorra infatti ripresa
ampiamente dalla coeva letteratura francese, inframmezzata con qualche
pennellata di colore locale, peraltro rintracciabile senza troppo sforzo nel-
la stampa quotidiana: debitrice della comdie humaine di Balzac essa
mescolata per con Rinconete y Cortadillo, una delle novelle picaresche
di Cervantes ambientata in quella sorta di altra Napoli che il quartiere
di Triana a Siviglia, continua fonte di ispirazione di tutte le descrizioni
della camorra; mentre la struttura organizzativa della setta copiata senza
troppa fantasia dalla classificazione dei ladri di Parigi (anchessa romanze-
sca) offerta da Franois Vidocq.

36Per questa parte cfr. la mia introduzione alla riedizione di Natura e origine della misteriosa
setta della camorra, Editori Internazionali Riuniti, Roma 2012, pp. 7-30.

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Benigno, La questione delle origini

La camorra, modellata sui testi letterari dellepoca, viene cos presenta-


ta del tutto irrealisticamente come un esercito dotato di un ordine perfet-
to, attraversata da una vocazione allobbedienza tutta passiva, segnata
da un illimitato rispetto per i capi e da una propensione per un profon-
do, cupo, entusiastico secreto. A dimostrare queste attitudini seguono
delle parti dedicate a descrivere nel dettaglio una serie di segni di ricono-
scimento presi a prestito dal gi allora vetusto armamentario simbolico
carbonaro-massonico37; poi taluni termini attribuiti ad una sorta di gergo
segreto della camorra (ma viceversa di uso corrente); e infine, last but not
least, una copia di immaginifiche Leggi della camorra, composte di ben
24 articoli. Questo implausibile articolato, come stato recentemente di-
mostrato, verr poi ripreso da Francesco Mastriani; e attraverso Mastriani
influenzer limmaginario tardo-ottocentesco della camorra38.
Nella Napoli postunitaria era possibile dunque scrivere un testo sul-
la camorra come questo: uninvenzione completa, una descrizione fittizia
che, sospinta da una ben precisa congiuntura politica e prescindendo quasi
completamente dalla realt, si nutre di testi letterari e produce effetti sulla
sfera pubblica, influenzando il dibattito corrente e la successiva produzio-
ne letteraria; contribuendo cos, e non poco, a dar luogo ad una tradizio-
ne, quella che rimanda fino ad oggi limmagine mitica della camorra delle
origini. Dalla letteratura, dunque, alla letteratura: e dovrebbe far riflettere
il fatto che la prima e lultima delle grandi descrizioni della camorra siano
opera di letterati, vale a dire il Marc Monnier de La camorra (1862) e il
Roberto Saviano di Gomorra (2006).
Un processo analogo di costruzione dellimmaginario della mala set-
ta in azione qualche anno dopo in Sicilia a seguito della vera e propria
emergenza dellordine pubblico riscontrata nelle campagne occidentali
dellIsola. Nel suo rapporto al ministro degli interni del 25 aprile 1865, il
primo testo in cui appare il termine maffia (derivato da maffioso col pro-
posito di farne laderente a una setta, proprio come camorrista era divenu-
to lappartenente alla camorra), il prefetto di Palermo Filippo Gualterio
rivela con chiarezza la strategia volta a contrastare lazione dellala insur-
rezionale del garibaldinismo, che egli denuncia in combutta con elementi
clericali e filo-borbonici: si tratta di colpire unorganizzazione criminale
locale chiamata maffia, delineata come una conventicola tenebrosa avente
i tratti della camorra: Gualterio esplicito nello scartare la via della repres-

37G. M. Cazzaniga, M. Marinucci, Carbonari del XX secolo fra rituali delfici e intransigenza
repubblicana, ETS, Pisa 2015.
38P. Sabbatino, Le citt indistricabili. Nel ventre di Napoli da Villari a De Filippo, E.S.I.,
Napoli 2008, che pubblica (pp. 62-5) le pagine dellopuscolo dedicate al cosiddetto codice della
camorra e riprese da Mastriani.

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sione politica: il combattere, e se fosse possibile, il distruggere la malan-


drineria vuol dire disarmare oggi completamente il partito borbonico, e
renderlo impotente senza avvilupparsi per ora in processi politici, i quali,
quando la suprema necessit non li comanda, sono sempre imbarazzo gra-
ve, e che daltronde sono inutili ancorch sono inefficaci, quando la vigi-
lanza stabilita. Il passo che segue, e che corona lintero ragionamento,
non ha bisogno di ulteriori commenti: Maturamente considerata per tal
modo la posizione, sono venuto nella persuasione di combattere questa
guerra in guisa che non appaia pel momento altro che una lotta radicale
contro i malfattori impuniti39.
A seguito della gi richiamata rivolta di Palermo del 1866, poi, il di-
scorso sulla mafia si fa decisivo per definire quella rivolta come opera
di criminali. Allo stesso tempo, sempre a seguito degli effetti della ri-
volta, il sistema di utilizzare i criminali per cogestire lordine pubblico
diviene egemone:
Si ritenne come principio indiscusso, come domma, che a tenere a freno i bir-
banti della campagna ed evitare di conseguenza le grassazioni, le aggressioni, le
rapine facesse mestieri chiamare a s i pi tristi elementi, e questi incorporare o alle
sezioni dei militi a cavallo o alle guardie campestri. Si ritenne come domma che a
tenere a freno i ladruncoli, i borsaioli della citt facesse duopo di mettere lunifor-
me delle guardie di Pubblica Sicurezza indosso ad uomini della mafia40.
Questo sistema sar al centro di un durissimo scontro (1871) tra i ver-
tici delle forze dellordine (il prefetto Giacomo Medici e il questore Giu-
seppe Albanese) e il procuratore del re di Palermo, Diego Tajani, che spicc
mandato di cattura contro il questore per reati gravissimi (tra i quali essere
il mandante di omicidi), fu sconfessato e costretto alle dimissioni. Qualche
anno dopo, nel 1875, mentre la Sicilia diveniva lultima spiaggia del regime
della Destra storica per rimanere al potere (avendo puntato tutte le sue car-
te sulla proposta di una legge eccezionale per riportare lordine nellIsola)
Tajani, divenuto deputato della sinistra storica, racconter in parlamento la
sua esperienza, provocando un grande e comprensibile scandalo41. Il regime
moderato, alla fine di un estenuante dibattito parlamentare riuscir a far
passare per il rotto della cuffia la legge, che per non trov applicazione
perch dopo poco la Destra storica, delegittimata, cadde.

39Si veda in Archivio Centrale dello Stato, Ministero dellInterno Gabinetto, b. 28, fasc.
282; il testo stato anche pubblicato a stampa in Le carte di Giovanni Lanza, a cura di C. M. De
Vecchi di Val Cismon, XI voll., s.n., Torino 1935-43, vol. III, pp. 208-15.
40La sicurezza pubblica nella citt e circondario di Palermo, Giliberti, Palermo 1871, p. 11. Il
testo, anonimo, di mano di Pietro Messineo, esponente della sinistra repubblicana.
41Atti Parlamentari, Camera, Discussioni, 1874/75, pp. 4130-1. Ma si veda anche P. Pezzino,
Mafia e potere. Requisitoria 1871, ETS, Pisa 1993.

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Benigno, La questione delle origini

Negli stessi mesi, tra il 1875 e il 1876, in cui la Sicilia era divenuta
una sorta di cartina al tornasole della pubblica sicurezza nazionale,
gli apparati di pubblica sicurezza, ossessionati dalla diffusione delle se-
zioni dellInternazionale, si lanciavano in unintensa attivit repressiva.
Prima nella borgata palermitana dellUditore e poi a Monreale veni-
vano indagati gruppi di delinquenti che sembravano possedere pi di
un tratto in comune. Erano bande organizzate in forma di associazioni
informali di mutua solidariet, in possesso di una cassa in comune, di
una gerarchia, di regole di comportamento, di capi. Niente di strano in
verit essendo queste le modalit associative tipiche dei nascenti mo-
vimenti di organizzazione delle moderne societ operaie e di mestiere,
che, pur rimodellate secondo nuovi schemi ideologici e organizzativi,
riprendevano in buona sostanza le antiche tradizioni delle corporazioni
artigiane e delle confraternite, su cui si erano poi innestate le tradizioni
massoniche e carbonare42. Ma soprattutto, grazie alluso di delatori e
infiltrati, le forze di polizia erano giunte a conoscenza di un rito che si
sarebbe ripetuto con strana somiglianza in molti di questi gruppi crimi-
nali, la cerimonia di iniziazione della cosiddetta punciuta: riscontrata,
con varianti, nel corso del Novecento e fino ai giorni nostri. Grazie alla
notoriet di questo rito il termine punciutu che significava un tempo
tentato, toccato (per antonomasia toccato dal demonio) divenuto si-
nonimo di affiliato.
La ricorrenza del rito, anche a voler credere ai rapporti di polizia che
lo descrivono, non prova affatto, tuttavia, un collegamento tra strutture
criminali. Lungi dallessere segreta, quella modalit di affiliazione era di
dominio pubblico. Gi nel 1877 i giornali si erano lanciati avidamente
sulla tenebrosa scoperta: dando conto dei rituali recentemente scoperti
dalle autorit di pubblica sicurezza in Sicilia, un giornalista commenta-
va: Tutto quello che la mente riscaldata e romanzata di un giovane che
legge Saverio di Montpin, alternandolo con madame Radcliffe pu im-
maginare di truce, di tenebroso e di solenne, si riscontra nella compagi-
ne ormai svelata di queste associazioni43. Insieme alla scoperta del rito
di affiliazione lattenzione delle forze di polizia si concentrava anche
sulle parole dordine e sui segni di riconoscimento, anchessi importanti
ai fini dellidentificazione di unorganizzazione che possa ricadere nella
succitata fattispecie giuridica dellassociazione di malfattori.

42S. Lupo, Lunificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli,


Roma 2011, p. 42.
43Si veda ad esempio Il Fanfulla, 37, 9 febbraio 1877, che d conto dei rituali recentemente
scoperti dalle autorit di pubblica sicurezza in Sicilia.

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La ricerca affannosa di somiglianze tra le varie bande e la scoperta


di questi tratti comuni va dunque contestualizzata. Essa si situa (1874-78)
nellepoca del trapasso dalla Destra alla Sinistra storica. Attorno alla sco-
perta a Monreale di unorganizzazione criminale detta degli Stuppagghieri
e della conseguente rivelazione (ad opera di una spia della polizia) di una
derivazione della stessa banda a Bagheria, lassociazione detta dei Fratuz-
zi, si tenta di delineare la presenza in Sicilia di ununica setta criminale-
eversiva con varie ramificazioni, chiamata mafia. Il Ministero dellinterno
della Destra storica, in cerca di argomenti per legittimare limposizione
nellIsola di leggi eccezionali inonda le prefetture con richieste di verifiche
sui caratteri comuni delle varie bande. Ipotizzare un collegamento tra i
diversi gruppi criminali identificati valeva a rafforzare lidea dellesistenza
di un disegno sovversivo in combutta con le sezioni dellInternazionale
e quindi la liceit dellintroduzione di una legge eccezionale di pubblica
sicurezza. Il punto aveva unevidente rilevanza politica: il dibattito parla-
mentare del 1875 sul tema che vedr il governo prevalere a fatica, dopo un
vero e proprio calvario, costituir il presupposto della caduta della Destra
storica, nel marzo del 1876.
La situazione muter con lavvento della sinistra storica, ma rester
intatto linteresse del nuovo governo per la mafia, intesa ora soprattutto
come il retroterra criminale del brigantaggio. La sinistra storica aveva a
suo tempo duramente contestato la pratica delle leggi eccezionali e luso
smodato delle procedure amministrative praticato dal regime moderato.
Non restava perci, per colpire le classi pericolose al confine tra crimi-
nalit e politica, che provare a costruire processi per associazione di mal-
fattori. In questo contesto, la scoperta di riti associativi simili in varie
bande mafiose appariva un insperato aiuto, una potente leva che secondo
il Ministero dellinterno avrebbe consentito di provare lesistenza di as-
sociazioni di malfattori; e se possibile ununica organizzazione criminale
proteiforme, la mafia, non di rado identificata con lInternazionale44.
Linteresse delle forze dellordine per riti e segni di riconoscimento
parallelo alla scoperta della capacit poietica del popolo (sono gli anni in
cui iniziano le ricerche di Giuseppe Pitr sulle tradizioni popolari) da un
lato e a una nuova e diversa attenzione alla commistione tra criminalit
e politica dallaltro. Il nuovo prefetto di Palermo Malusardi, inviato da
Nicotera a operare la repressione dei briganti e degli affiliati allInter-
nazionale, insiste per sostenere che parole dordine simili denunciano
lesistenza di ununica organizzazione segreta; sentendosi per rispon-

44Ma si veda su questo Benigno, La mala setta cit., pp. 296-306.

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Benigno, La questione delle origini

dere dal procuratore del re Morena che tali segnali non sono di recente
invenzione n usati solo dai malfattori; la fraseologia e la mimica che
accompagna il pi noto sistema di riconoscimento (che consisteva nel
tenersi con una mano la guancia e ripetere frasi prestabilite riferite al
mal di denti) sarebbero derivati, a suo dire, da una riduzione per il teatro
popolare del romanzo Pasquale Bruno di Alexandre Dumas e da una
canzone in dialetto siciliano45.
Questa commistione tra criminalit e politica si riscontra anche allori-
gine della banda cosiddetta degli stuppagghieri, considerata da Antonino
Cutrera (un poliziotto che scriver sul finire del secolo una sintesi delle
conoscenze poliziesche sulla mafia) il modello tipo delle associazioni a
delinquere della mafia46. Allepoca per molti monrealesi pensavano e
scrivevano (in denunzie anonime) che gli stuppagghieri fossero una specie
dinternazionalisti suscitando perci lacre ironia del procuratore del re47.
Non erano solo fantasticherie: la pratica di fare ordine col disordine
aveva lasciato il segno: lopinione pi accreditata al tempo voleva che la setta
degli stuppagghieri fosse stata creata da Giuseppe Palmeri, fratello di Paolo
Palmeri delegato di polizia di Monreale, col fine di opporre una nuova ma-
novalanza criminale (una mafia giovane) a unaltra organizzazione esistente
sul territorio e politicamente incontrollabile. Ancora una volta, linguaggi
politici e criminali si mischiano: gli stuppagghieri chiamavano i loro avver-
sari scurmi fitusi, vale a dire sgombri andati a male, ma anche vittoriani, vale
a dire aderenti alla fazione moderata al governo: E ci chiamavano infami e
vittoriani, quanto a dire aderenti del governo di Re Vittorio48. Appare evi-
dente come alle ripetute tensioni tra il prefetto di Palermo e il suo delegato
di Monreale corrispondesse una contrapposizione locale non solo, come era
comune in tutti i paesi, tra due partiti, ma anche tra due gruppi criminali,
legati in vari modi alle forze politiche in campo.
Una recente ricerca vuole viceversa che laccusa al fratello del dele-
gato di pubblica sicurezza di Monreale, Paolo Palmeri, di aver fondato

45Il procuratore generale Carlo Morena al prefetto Malusardi del 3 marzo 1877 in Archivio
centrale dello Stato, Ministero di Grazia e Giustizia, Direzione degli affari generali e del perso-
nale, busta 44 fascicolo 588 20. Il brano poi ripreso da Cutrera e viene commentato da James
Fentress, The Mafia and the Myth of Sicilian National identity, in Social memory, a cura di J.
Fentress e C. Wickham, Blackwell, Oxford 1992, p. 193.
46A. Cutrera, La mafia e i mafiosi. Origini e manifestazioni. Studio di sociologia criminale,
Reber, Palermo 1900.
47Carlo Marx e compagni non hanno nulla di comune coi compari che distribuiscono tanto
per capo il prodotto del sangue e delle rapine!... I compari non avranno lo appoggio di Carlo
Marx e delle sue acute e pericolose teorie, ma hanno lappoggio di numerosi ribaldi uniti dal
giuramento e protetti dalle tenebre e dal mistero: G. Di Menza, Cronache dellassise di Palermo,
2 voll., Giornale di Sicilia, Palermo 1878, I, p. 232.
48Ivi, pp. 285-6.

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Mafia Capitale

la setta degli stuppagghieri fosse una montatura architettata in ambienti


della questura per colpire questultimo49. Nellun caso come nellaltro, la
vicenda della banda prototipo della mafia suggerisce come la criminalit
organizzata non nasca per germinazione spontanea nei bassifondi citta-
dini, non attecchisca spontaneamente nel ventre dei malfamati quartieri
popolari di Palermo o di Monreale, ma sorga invece a stretto contatto
con le strategie di mantenimento dellordine pubblico, che a quellepoca
era essenzialmente concepito come ordine politico. I criminali siciliani del
tardo Ottocento, come quelli parigini, non vivevano, in altre parole, in un
mondo a parte ma attraversavano lo stesso universo culturale e politico
delle lites. Di pi, essi condividevano il medesimo universo dei loro per-
secutori, i giudici e i poliziotti, e degli osservatori, viaggiatori, giornalisti
e romanzieri i cui diari, articoli e racconti offriranno, insieme ai processi
e ai rapporti di polizia, materiali non trascurabili al lavoro degli storici.

3. Conclusioni

In un testo del 1878, il primo che tratta insieme di camorra e mafia,


scritto dal giornalista e scrittore Angelo Umilt per presentare questi ar-
gomenti al pubblico francese, si pu leggere:
Allorch per la prima volta queste due parole barbare sono state lanciate
come due palle piene di materia esplosiva e deleteria nel dominio della pubblica
opinione, la curiosit collettiva ne stata vivamente eccitata. Ciascuno domanda
al suo vicino che cosa queste parole possano significare. E da quando esse hanno
fatto la loro apparizione nei dispacci da Roma, da Napoli e da Palermo la stampa
stata presa da una specie di febbre mischiata a sfiducia e ciascun giornalista si
creduto in dovere di offrirne una definizione, che sovente ben lungi dal sod-
disfare il lettore50.
evidente in questo testo la precoce consapevolezza che non sia pos-
sibile analizzare il crimine organizzato prescindendo dai discorsi che lo
riguardano. Tanto pi che, come si provato qui ad argomentare, le iden-
tit criminali non sono date come tali sin da epoche remote ma si svilup-
pano in precisi contesti storici attraverso processi di identificazione e di
repressione che le strutturano e le riproducono. Assumere un punto di
vista processuale significa in altre parole abbandonare un pregiudizio an-
tico, ovverossia lidea (che nasce negli anni venti del XIX secolo) per cui

49A. Crisantino, Della segreta e operosa associazione. Una setta allorigine della mafia, Sel-
lerio, Palermo 2000.
50A. Umilt, Camorra e mafia, Notes sur lItalie, James Attinger, Neuchatel 1878, p. 5.

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Benigno, La questione delle origini

i criminali formino unentit a s stante, un popolo a parte, e che, come


tutti i popoli, ne possiedano romanticamente le stigmate: che abbiano cio
tradizioni, costumi, inclinazioni proprie, e magari una lingua peculiare,
largot furfantesco51.
Questa visione produce la tendenza a ritenere i criminali fondamental-
mente sempre simili a s stessi (e cio alla tipizzazione degli stessi prodottasi
nel tempo), soggetti per cui le ragioni dellidentit di lungo periodo pre-
varrebbero su quelle del mutamento, delineando unappartenenza criminale
estremamente durevole nei tratti e nei caratteri fondamentali, basata su ele-
menti fissi di riconoscimento. Il rischio, evidente, quello di relegare i cri-
minali in una dimensione separata, differente e opposta da quella del resto
della societ: intesa la prima come idealtipica mentre la seconda resterebbe
ovviamente soggetta al divenire, al mutamento, allevoluzione o alla regres-
sione, in breve alla storia: e perci a questa societ storica i criminali, ri-
sulterebbero in tale prospettiva non appartenere sino in fondo.
Per questo lanalisi critico-discorsiva risulta cruciale. Spesso la storio-
grafia ha esitato a prendere sul serio i discorsi degli attori storici e ha as-
sunto latteggiamento di chi tenta di sceverare il vero dal falso, il grano dal
loglio, latteggiamento genericamente prepotente da quello compiutamen-
te criminale. Si tentato cos di studiare la storia del crimine organizzato
al di l e in certo senso a prescindere dai discorsi che nella sfera pubblica
si organizzano su di esso. Si supposto che essi facciano riferimento, in
modo certo parziale e non sempre trasparente, a una verit soggiacente
ed originale, una organizzazione segreta di cui sarebbero le spie, un refe-
rente certo al di l dellabbuffata retorica delle definizioni contraddittorie,
concorrenti e perturbanti.
Si cercato invece qui di sostenere al contrario che la denuncia dellesi-
stenza di organizzazioni segrete chiamate camorra o mafia, sia essa stessa
un registro discorsivo fra gli altri: il terreno appunto della configurazio-
ne mitica della setta onnipotente, delineata per ragioni e in contesti volta
a volta da ricostruire, tra letteratura dellimmaginario e prassi politica,
mediatica, giudiziaria52, poliziesca quotidiana.
Si tratta, in altre parole, di restituire ai discorsi i significati che essi
prendevano nellambiente storico in cui furono pronunziati, separandoli
dalla rilettura retrospettiva che ne fa solo degli antecedenti di qualcosa che
prender compiuta forma solo successivamente. In questo senso il revire-

51Cfr, di chi scrive, Il ritorno dei Thugs. Ancora su trasformazioni discorsive e identit sociali,
in Storica, 51, 2011, pp. 97-120.
52M. Jacquemet, Credibility in Court. Communicative Practices in the Camorra Trials, CUP,
Cambridge 1996.

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Mafia Capitale

ment che qui si propone evidentemente un riposizionamento che assume


il fatto che non c altro modo per lo storico di interrogarsi sulle origini
della criminalit organizzata se non quello di attribuirsi degli stretti limiti:
auto-confinarsi cio nel contesto dei discorsi che in un dato tempo veni-
vano svolti, evitando di utilizzare il futuro per illuminare, se cos si pu
dire, il passato; un futuro che evidentemente non era nelle disponibilit
conoscitive degli attori storici e che essi non avrebbero saputo n preve-
dere n comprendere53.
La prospettiva processuale qui delineata assume i criminali come par-
te di un pi vasto universo, quello delle classi pericolose, che risulta
strettamente interrelato da un lato allimmaginario letterario dellepoca e
dallaltro alle esigenze della politica, due registri che trovano nelle rappre-
sentazioni della sfera pubblica il punto dincontro.
La storiografia ha per lo pi considerato la criminalizzazione dellav-
versario politico un processo che attiene alle forme, magari non ortodosse
da un punto di vista liberale, della lotta politica. Si cercato invece di
mostrare come in realt si sia in presenza di un fenomeno di pi ampia
portata, che coinvolge la definizione stessa di cosa sia il crimine organiz-
zato, con evidenti ricadute sul piano legislativo e sullidentit stessa dei
criminali. Linternazionalista siciliano Francesco Sceusa, in un libretto
chiamato Mafia ufficiale (1877) aveva denunciato le manovre delle autori-
t che lo avevano fatto ammonire come mafioso allo scopo di impedirgli di
svolgere la sua attivit politica54. Di fronte allinterrogazione parlamentare
sul caso proposta da Giovanni Bovio, cui era dedicato il volumetto, nella
tornata del 17 marzo 1877, il ministro dellinterno Nicotera rispondeva
recisamente alle accuse sostenendo lequivalenza di sovversivi e criminali:
almeno in Italia gli internazionalisti sarebbero a suo dire mafiosi in Sicilia,
camorristi a Napoli e accoltellatori nelle Romagne55. Il fatto che questo ap-
proccio allordine pubblico appaia evidentemente strumentale non toglie
che idee come queste erano diffuse negli ambienti dei tutori della sicurez-
za collettiva, con rilevanti effetti sul modo di categorizzare e reprimere il
crimine organizzato.
Un altro risvolto dellapproccio qui presentato che ci che accade in
Sicilia non pu essere artificialmente separato da ci che succede a Napoli
e nel resto del Paese. Occorre seguire in parallelo avvenimenti che nella

53Cfr. Benigno, La mala setta cit.


54F. Sceusa, Mafia ufficiale, Poche parole dellammonito Francesco Sceusa, Stabilimento Ti-
pografico, Napoli 1877.
55Lintervento di Nicotera avvenne in coda ad uninterpellanza di Felice Cavallotti
sullespulsione dallItalia di Benot Malon. Per lepisodio cfr. la voce Andrea Costa (di A. De
Clementi) nel vol. 30, 1984, del Dizionario Biografico degli Italiani.

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Benigno, La questione delle origini

sensibilit dei contemporanei erano connessi ma che gli storici continuano


a studiare come separati. Mentre evidente che se non ci fossero stati i
camorristi e la camorra non ci sarebbero stati i mafiosi e la mafia per come
li abbiamo conosciuti.
Le conseguenze di un approccio di questo tipo, qui sommariamente
riassunto, possono interessare anche gli studiosi di criminalit contempo-
ranea. Va accettata lidea certo non immediatamente ovvia che evocare
nel discorso pubblico una setta di criminali abbia un valore non mera-
mente denotativo, cio un significato letterale, ma connotativo in senso
lato: legato cio a una dimensione metaforica, emotiva, suggestiva, volta a
produrre effetti sullo spazio pubblico e che perci pu dirsi intimamente
performativa; destinata cio a influenzare lopinione collettiva e le prassi
(poliziesche e giudiziarie) che presidiano la gestione dellordine pubblico.
Di pi, che essa dipenda dalla visione generale che in un tempo dato si pos-
siede, dalle idee ricevute e correnti (e perci guidate essenzialmente dalla
produzione letteraria, ieri, e da quella filmica e televisiva, oggi) su cosa sia
una setta o una societ segreta: una visione perci da un lato strettamente
legata alla tradizione discorsiva che linforma e che continua a riproporla
e dallaltro alluso politico e pubblico che ne viene fatto. Questa tradi-
zione discorsiva intrattiene con la realt criminale un rapporto mediato,
indiretto. Evocare una setta criminale, in altre parole, lungi dallessere un
riflesso, anche opaco, della realt delinquenziale esistente, andrebbe piut-
tosto considerato come un atto linguistico intenzionale, volto proprio a
mettere a fuoco, a definire; quasi come una metaforica lanterna dotata di
una luce sua propria, attraverso la quale si cerca di dare un senso al caos
del mondo criminale. Questa luce ha la funzione principale di plasmare le
sagome che delineano il male, che danno un contorno alle sfuggenti realt
dellunderworld (attraverso le ricadute in termini di identificazione e di
repressione prima, di naturalizzazione e di folklorizzazione poi), per poi
riconoscerle (ormai tipizzate o in chiave di eroizzazione). Essa non pu
essere considerata cio n un secondario accidente n una fonte trasparen-
te che consenta un facile accesso alla verit del mondo criminale; ma va
intesa viceversa come un potente strumento di riconoscimento attraverso
cui prendono forma nella percezione della pubblica opinione, nellazio-
ne degli incaricati della repressione e nella coscienza stessa dei delinquenti
pi o meno organizzati il concetto e la realt di quei fenomeni conosciuti
come mafia e camorra.

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