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numero 37 anno VI 29 ottobre 2014


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MILANO E I 9 MILIONI SOTTRATTI ALLA GIUNTA


Luca Beltrami Gadola
Ho grande interesse, non lo nascondo, e anche attesa per il lancio
e gli esiti delliniziativa del Comune
varata venerd scorso, di destinare
9 milioni per finanziare opere pubbliche proposte e promosse dai cittadini allinsegna della partecipazione e del bilancio condiviso. Naturalmente questa proposta non
piaciuta allopposizione che strilla
dicendo che i Consigli di Zona sono
stati umiliati da questa scelta perch ritiene che questi denari andrebbero gestiti dai Consigli stessi,
quasi fossero altra e diversa cosa
rispetto ai cittadini. Vorrei ricordar
loro che durante la Giunta Moratti i
presidenti dei Consigli di Zona non
furono nemmeno mai convocati dal
sindaco anche se, e credo di non
sbagliare, queste audizioni fossero
previste dal Regolamento del Comune di Milano. Ma si sa, ognuno fa
il suo gioco.
Noi di ArcipelagoMilano ci siamo
sempre battuti per la partecipazione
dei cittadini e dunque sosterremo
questa iniziativa del Comune, per
nelle dichiarazioni rilasciate dallassessora Carmela Rozza alla stampa
dopo il Consiglio e riportati dal comunicato stampa del Comune c
qualcosa che lascia perplessi. I nove milioni di euro - ha sottolineato
lassessore
ai
Lavori
Pubblici Carmela Rozza - sono sottratti
alla discrezionalit della Giunta e
del Consiglio e dati da gestire direttamente alla citt.. la parola sot-

tratti che non mi va gi. Che sia un


membro della Giunta a usarla in
questa circostanza quanto meno
contradditorio. I cittadini non credo
che vogliano sottrarre niente a una
Giunta perch sottrarre ha un significato abbastanza preciso: sottrarre
(ant. sottrggere) v. tr. a. Portare
via, togliere, e in partic. togliere al
contatto, agli sguardi, o anche salvare da un pericolo e sim . b. Portare via con lastuzia o con linganno
quanto appartiene ad altri. (Voc.
Treccani).
I cittadini tutto vogliono fuorch
questo a meno che abbiano radicata lidea che tutto quello che viene
dalla politica si un male. I cittadini
vogliono partecipare e condividere
le scelte e, ovviamente, non solo
per quel che riguarda una piccola
parte delle opere pubbliche. Dunque
questa sottrazione o un equivoco linguistico oppure, pi facilmente,
un lapsus freudiano tipico di coloro,
molti, che considerano il potere del
pubblico amministratore qualcosa di
sacrale, per definizione indiscutibile
e comunque nel giusto, rispetto al
quale il cittadino in disaccordo pu
solo opporsi nel tentativo di sottrarre
qualcosa da avere realmente per s
secondo i propri desideri.
Questa concezione allorigine dei
molti e certamente troppi ricorsi che
gruppi di cittadini fanno contro le
decisioni dellamministrazione, principalmente in materia di opere pubbliche, con particolare intensit per

quel che riguarda il verde, la sistemazione degli spazi collettivi e la


materia urbanistica. Se a questo
frequente ricorrere si pensa di porre rimedio con qualche episodio di
offerta sottrazione autorizzata o
promossa, non si va lontano.
Nelle dichiarazioni programmatiche
relative alloperazione ho sentito
anche parlare di una sorta di soggetto terzo con funzione arbitrale
tra cittadini e amministrazione per la
realizzazione dei progetti finanziati
con questi 9 milioni. Non stiamo
giocando a calcio: tra amministrazione e cittadini nessun nuovo arbitro, ne abbiamo gi troppi tra TAR e
Consiglio di Stato, piuttosto pensiamo a un esperto di mediazione
sociale che raduni attorno a un tavolo assolutamente rotondo interlocutori di pari dignit e autorevolezza
e faciliti la composizione tra interessi contrapposti.
Una notazione per finire. A fronteggiarsi nei ricorsi vediamo dalla parte
dei ricorrenti spesso persone la cui
esperienza, la cui dottrina, il cui livello di informazione non sono certo
inferiori a quelli della pubblica amministrazione e dunque il problema
non tanto quello di vincere in giudizio, spesso solo per vizi formali
quale la mancanza di rappresentativit in termini giuridici, ma di pensare al bene dei beni comuni accogliendo suggerimenti e proposte.
Questa la buona politica.

LA M4 NON SOLO LINATE: RIFACCIAMO I CONTI


Giorgio Goggi
Quello che pi mi stupisce, quando
si parla della M4, che sia considerata la metropolitana di Linate. Il
tratto che arriva a Linate solo
unappendice -necessaria e indispensabile per una citt modernama niente pi di unappendice del
suo tracciato. La M4 serve importanti e popolosi quartieri di Milano,
oggi privi di metropolitana: i quartieri
che stanno intorno a via Lorenteggio (e, in prospettiva, quando la si
potr prolungare al suo naturale capolinea sulla Tangenziale, anche
Corsico, Buccinasco e Trezzano sul
Naviglio), i quartieri di Corso Indipendenza e Viale Argonne e il quartiere Forlanini, non meno popolosi.
Inoltre, la presenza della M4 consentir di mitigare la congestione
tranviaria di Corso XXII Marzo.

n. 37 VI 29 ottobre 2014

Il tracciato originale della linea, come previsto dal Piano della Mobilit,
prevedeva un secondo ramo (lo
sbinamento possibile senza problemi nelle metropolitane leggere
automatiche con frequenza fino a
70 secondi) su via Mecenate, per
servire unarea ormai densa di attivit terziarie, ma anche i quartieri
IACP di V.le Ungheria e parte di
Santa Giulia. Ramo ora eliminato
dai piani senza che nessuno ne abbia spiegato la ragione. Non si tratta
di quartieri di lusso, ma di zone popolari da cui si muovono decine di
migliaia di lavoratori pendolari urbani. Il carico della linea -previsto in
pi di 10.000 passeggeri ora/direzione nelle ore di punta-
costituito proprio da questi spostamenti; al confronto il contributo di
Linate sar quasi trascurabile.

vero che la M4 passa nel centro: il


suo contributo sar di rendere pedonale tutta larea interna alla cerchia dei Navigli (facilitandone anche
la riapertura) comprendendola tutta
nel raggio di 250 m dalle fermate
delle linee metropolitane, come risulta dallimmagine (1) (tratta da G.
Corda), ove il percorso della M4 in
azzurro. Inoltre, la M4 contribuir a
decongestionare la M1, gi giunta
alla sovrassaturazione e recentemente potenziata con il nuovo segnalamento, ma sempre al limite
della capacit. Come si vede, non
solo di Linate si tratta.
Peraltro, chi vuole servire Linate
con la M3 da San Donato non si
rende conto che il percorso Centro Linate per questa via di circa 12
Km, rispetto ai 7 Km della M4, con
pi stazioni e dovendo ugualmente
2

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percorrere Viale Forlanini; non dico


poi del costo di prolungare unonerosissima metropolitana pesante
tradizionale, necessariamente sotterranea per via delle interferenze
con le strade e laeroporto, per servire quote di traffico di minore rilievo.
Mi stupisce, poi, che si dibatta se
fare o non fare le metropolitane, invece di interrogarsi sui meccanismi
finanziari che le rendono cos onerose. Occorre premettere che, dopo
la legge obiettivo, che modificava
in modo sostanziale le norme della
precedente 211/92, realizzare le
metropolitane senza il contributo dei
privati non pi stata unalternativa
praticabile (il contributo dello stato
era sceso dal 60% al 40% e il project financing era esplicitamente richiesto).
Tuttavia, quando il primo lotto della
M4 (che allora partiva da Lorenteggio) fu messo in gara nel 2006, le
cifre erano le seguenti: 240 milioni
concessi dal CIPE, 200 milioni del
Comune (gi in cassa, poi esauriti
dalla Moratti che li us per ricomprare le quote AEM gi vendute) e
300 milioni di contributo minimo dei
privati messo a base di gara. Con
queste condizioni ci furono ben tre
offerte. Il contributo dei privati era
allora del 40%; leggo nellarticolo di
Luca Beltrami Gadola, nel numero
scorso di ArcipelagoMilano, che oggi del 25%. Sarebbe importante
capire come sia stato possibile.
Sappiamo che ci sono state varianti,
per esempio lo spostamento a San
Babila della stazione prima posizionata in Borgogna-Mascagni, variante verosimilmente molto onerosa di

cui non si mai saputo il motivo (e


la cui opportunit a me rimane ancora oscura, probabilmente per
mancanza dinformazioni), ma questo non sembra sufficiente a compensare un tale divario.
Se poi consideriamo la M5, vediamo
che nella convenzione originale,
sottoscritta nel 2006, il Comune avrebbe ricompensato i privati (con il
cosiddetto canone di disponibilit),
in ragione di ogni passeggero rilevato ai tornelli, con una tariffa parametrata al valore del biglietto ( 1,045
per i primi due anni, 0,945 per i
successivi, 0,700 dopo lestinzione dei finanziamenti al 2036) subordinata al rispetto di rigidi e molto
esigenti parametri prestazionali, in
termini di disponibilit del servizio e
frequenze.
Tuttavia nel 2007 fu stipulato un atto
aggiuntivo per oltre 62 milioni di euro, comprendente: lanticipazione
dellesercizio della tratta funzionale
Zara-Bignami (6,7 milioni, ma era
proprio necessario?); il costo delle
interferenze per lunione della linea
a Garibaldi, 49 milioni (inizialmente
la linea era prevista in due tronconi,
ma il costo dellunione nel 2006 era
stato calcolato in 10 milioni circa,
forse ottimisticamente, per la differenza cospicua).
Il costo fu finanziato con laumento
di 13,8 milioni del contributo comunale e laumento del canone di disponibilit (contributi portati rispettivamente a 1,522; 1,422; 0,650;
quindi definitivamente superiori al
valore del biglietto). Non ci sono elementi per dubitare delle cifre, ma il
piano finanziario della linea si appesant notevolmente.

Nel 2011 si stipul la convenzione


per il prolungamento della linea a
San Siro, assistito da un nuovo finanziamento statale. La novit per
fu che il canone di disponibilit non
veniva pi commisurato ai passaggi
rilevati ma diventava una quota fissa di 21,5 milioni lanno (11,25 dal
2036 al 2040) da corrispondere addirittura al raggiungimento del livello minimo dei parametri prestazionali. Cos il Comune rinunci a pagare in ragione del numero di passeggeri trasportati (incentivo a migliorare la gestione della linea) e a
imporre parametri prestazionali elevati. Avr avuto le sue buone ragioni, ma non mi risulta siano state
spiegate pubblicamente. Nel 2012
un ulteriore atto integrativo compensa con poco pi di 9 milioni un
buon numero di varianti esecutive e
imprevisti, cosa peraltro piuttosto
normale in una costruzione cos
complessa.
Ora mi sembra che il problema non
sia metropolitana s o metropolitana
no, ma che vada completamente
ripensato il finanziamento di queste
opere, a cominciare dalle norme
statali in merito (legge obiettivo,
legge Merloni che assegna al privato la titolarit dellintervento per
qualsiasi importo del suo contributo,
assoggettamento allIVA) per finire
con il patto di stabilit interno che,
non consentendo al comune di indebitarsi a lungo termine (il che sarebbe assai pi sostenibile), lo obbliga a sottostare alle condizioni dei
privati. Questo per il futuro, chiss
se non si possa ancora fare qualcosa per la M4 .

OLTRE EXPO. QUESTIONI DI METODO SUL PIANO STRATEGICO PER LA CITT METROPOLITANA

Stefano Rolando*
In una tavola rotonda in Assolombarda promossa da Aspen sul nesso tra la Milano dellinnovazione,
Expo e la costruzione della citt metropolitana, la domanda di fondo lha
posta in premessa proprio il presidente di Assolombarda Gianfelice
Rocca: a chi spetta e con quale approccio fare un piano strategico che
colga questi nessi e spieghi alla
comunit e al mondo sia la visione
sia il senso di marcia della citt in
evoluzione, per non sprecare tra
laltro loccasione dellExpo, che ricapita a Milano 109 anni dopo la
precedente.
Nessuno ha sostanzialmente risposto. Salvo il ministro Maurizio Martina che - arrivato in leggero ritardo
senza sentire quella domanda ini-

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ziale - ha argomentato con unaltra


domanda:
se
la
piattaforma
dellExpo viene descritta come il futuro baricentro caricato di intelligenza sistemica proprio della costituenda area metropolitana, cos da prefigurare un cuore dellinnovazione
che dia il la alla riorganizzazione
(identitaria e competitiva) della nuova dimensione territoriale, spiegateci che senso ha farci su uno stadio
di calcio.
Come dire: proprio perch evidente che un piano strategico fissa
punti di metodo rilevantissimi per
seminare e dare prospettiva a differenziati interessi, se mai si dovesse
cogliere la morale della tradizione
milanese di fronte ai salti di qualit
della storia, ebbene il rapporto di

dialogo e di progettazione tra pubblico e privato appare in tutta la sua


necessit. Ma altrettanto appare evidente la responsabilit delle istituzioni nel garantire unopportunit al
plurale nella proposta degli interessi
da coltivare. Garantendo cos
unopportunit al plurale al racconto (perch tale un piano strategico che fissa una narrativa da condividere) in ordine ai percorsi connessi tra istituzioni, imprese, professioni
e rete della conoscenza volti a saldare la loro storia e il loro futuro accettando la sfida della globalizzazione.
Qui le occasioni dellintenso calendario di dibattito pubblico che si
prefigura nel 2015 (Expo, citt metropolitana e anno decisivo per le

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sorti delluscita della crisi in Europa
e in Italia) dovranno dare pi risposte alle domande di metodo da cui
dipende lo scatto competitivo complessivo della citt e della comunit.
Il punto di partenza sulla nuova responsabilit delle citt acquisito:
con la concentrazione demografica,
energetica, infrastrutturale, culturale
e finanziaria ormai maggioritaria
nelle dimensioni urbane (che far
un ulteriore balzo entro il 2050) le
citt pi importanti tornano anche a
essere oggettivamente un po le citt-stato del passaggio tra medioevo
e rinascimento. Esse devono assumersi in proprio il grosso delle decisioni per assicurare coesione interna (visibilit e sostenibilit) e sviluppo nel quadro competitivo (attrazione degli investimenti e progettazione dellinnovazione e dello sviluppo
occupazionale).
La mission di Milano verso se stessa e parimenti verso la nazione
belle che disegnata. Non c pi
tempo da perdere ed Expo diventa
cos la palestra di quel doppio ruolo
di Milano di essere portale delle filiere di interesse nazionale (in tanti
settori, agro-alimentare compreso) e
di essere al tempo stesso uno dei
nodi importanti delle reti ad alta
connettivit nel panorama internazionale. Milano era pi o meno cos
anche duemila anni fa, quando Giulio Cesare la fece la citt di base
della conquista dellEuropa e Augusto assicurandole il ruolo di Provincia dellImpero cre le condizioni del futuro ruolo di capitale occidentale di quellImpero.
Dal punto di vista di chi lavora alla
organizzazione narrativa della

evoluzione della mission attuale della citt (tale il lavoro che si sta
svolgendo sul brand di Milano) la
domanda sul metodo riguardante il
piano strategico della citt metropolitana offre qualche spunto.
Chi. La legittimazione alla scrittura
del piano deve essere istituzionale e
la democrazia rappresentativa va
qui rispettata. La citt metropolitana
esprime ora un organo di rappresentanza, pur di democrazia di secondo livello. quello che c.
augurabile un indirizzo statutario
che porti allelezione diretta di quella
rappresentanza e soprattutto del
Sindaco-governatore (qui s la parola adatta, pi per il ruolo dei presidenti delle giunte regionali), ma ora
da l devono provenire i punti qualificanti dindirizzo generale da sviluppare. Il lavoro di scrittura potrebbe essere - in analogia con le esperienze pi qualificanti e pi paragonabili nel mondo - in capo ad agenzie a vocazione di tutela di interessi
generali in cui lalimentazione di
pensiero e di progettazione corrisponda a un effettivo pluralismo disciplinare e culturale. In materia potrebbero concorrere soggetti che
presidiano i temi pi rilevanti: la rigenerazione identaria, le strategie
economico-occupazionali, le strategie infrastrutturali (in senso ampio
residenziali, della mobilit, delle opere pubbliche, delle reti comunicative ed energetiche), la gestione dei
patrimoni culturali e ambientali, le
dinamiche globali in cui si tengono
alti gli standard di processo organizzativo attorno cui fissare obiettivi.
La regia di scrittura dovrebbe corrispondere a requisiti fissati: obiettivi

vocazionali e uso delle risorse secondo un approccio di compatibilit


auto-generante.
Come. Una condizione partecipativa andrebbe posta. Lobbligo di ascolto - veloce e programmato - del
tessuto sostanziale non tanto delle
burocrazie territoriali quanto dei portatori di pensiero e di proposta in
tutto il panorama dei nodi che sono
al tempo stesso identit e sviluppo.
Nutrita dallobbligo di tenere in connessione il rilievo del panorama statistico (la realt osservata in serie
storica e in previsione) e il rilievo
della percezione dellopinione pubblica (quando, come si sa, questa
seconda sta prendendo pericolosamente il sopravvento in questo genere di approcci proprio sulle informazioni di realt).
Quando. Se si volesse utilizzare la
finestra di Expo anche rispetto a un
argomentato messaggio sulla citt
metropolitana i tempi diventano serratissimi. Prima della fine di questo
anno ci vorrebbero punti di indirizzo
e di metodo generale. Con svolgimento delle aree vocazionali entro i
primi quattro mesi dellanno prossimo. Alla partenza di Expo dunque
una bozza del documento e lavvio
della discussione trasparente. Con
chiusura irrevocabile del documento
a fine ottobre. Due mesi finali
dellanno da dedicare ai negoziati
con soggetti rilevanti per la compatibilit inter-istituzionale del documento.
*Presidente Comitato Brand Milano

M4, LINATE E I VINCOLI DI BILANCIO


Marco Ponti
Nella attuale polemica sulla linea
metropolitana destinata a collegare
Linate, il centro, e la zona Lorenteggio, forse vale la pena di richiamare alcuni punti fermi: si tratta di
uninfrastruttura importante, che
serve settori della citt molto abitati
e relativamente poco serviti e per la
quale, al contrario delle abitudini
italiane, sono state fatte analisi del
tipo costi-benefici sociali, appoggiandosi a un modello di simulazione del traffico. Certo, non sono state
prese in considerazione (soprattutto
per il lato Linate) alternative meno
costose, anche perch le valutazioni
non sono state fatte ex-ante e in
modo comparativo tra diverse soluzioni, ma comunque si tratta di
uninnovazione di tutto rispetto. E
comunque, trattandosi di un conte-

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sto urbano molto denso, i risultati


sembra risultino nettamente positivi,
il che significa che i costi sono inferiori ai benefici (risparmi di tempo,
ambiente ecc.) per la collettivit.
Tuttavia, come spesso succede per
le metropolitane, un buon progetto
dal punto di vista della collettivit
risulta insostenibile per le finanze
comunali, in grave crisi: costa troppo. stato molto grave che si sia
partiti comunque con i cantieri: fa
parte di una cultura bipartisan diffusa (riassumibile nello slogan
limportante partire, qualcuno poi
pagher). Un atteggiamento davvero irresponsabile. Occorreva da subito fare insieme analisi economiche
(costi - benefici sociali) e finanziarie
(costi - ricavi), valutando alternative

meno costose, cui qui si pu solo


accennare.
La prima un radicale miglioramento dei collegamenti di superficie Linate - Centro (la linea 73), con vaste tratte in sede propria, qualche
sovrappasso o sottopasso nei punti
critici ecc. (non necessariamente un
tram, per ragioni di costo, flessibilit, pendenze ecc.). Poi una soluzione di collegamento con la ferrovia
verso lest di Milano, non molto distante dallaeroporto. Poi un collegamento verso sud (Rogoredo), che
avrebbe interessato anche la stazione dellAlta Velocit.
Infine unalternativa banale: se
troppo oneroso far tutta la linea, iniziamo con una tratta, Linate - Centro o Lorenteggio - Centro, in funzione del traffico e dei costi.

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Questo quadro di alternative socioeconomiche e finanziarie, appoggiato a un modello di simulazione del
traffico, sembra essere la strada attualmente seguita dal Comune per il
nuovo piano della mobilit (PUMS).
Si badi, non che le analisi e i modelli
possano sostituirsi alle scelte politiche, ma sono indispensabili in un
paese sviluppato per rendere tali
scelte meno arbitrarie e pi trasparenti, fornendo anche la base per
migliorare il dibattito democratico.
Ma adesso lalternativa maggiore
che ci si trova sul tavolo : quanto
costa rinunciare a questo onerosissimo progetto, o modificarlo radicalmente? Vi sono penali insostenibili? Si tratta di una vexata quaestio
che vale, per citare un caso ben no-

to, anche per il ponte di Messina, su


cui qui non possibile dilungarsi:
occorre pagare solo il gi fatto (costi sorgenti) o anche il mancato
guadagno per lintera opera (lucro
cessante)? Che ne sarebbe dei finanziamenti statali? Sono dirottabili
su altre soluzioni? Occorrerebbe
fare di nuovo un confronto globale
tra questi costi e le altre soluzioni
possibili cui sopra si accennato.
Ma il nodo evidentemente risiede
nei termini contrattuali, che non sono noti. Se sfortunatamente fosse
un contratto molto vincolante (oltre
che oneroso) per lamministrazione,
diciamo un contratto capestro, occorreva da subito, al subentro della
nuova giunta, una denuncia politica
di questa eredit, come delleredit

complessiva lasciata dalla gestione


dellEXPO. Non stato invece
nemmeno messa in luce da subito
la sostanziale ed evidente insostenibilit finanziaria dellopera, anche
nel caso di un buon contratto.
Questo non pu che rafforzare il
dubbio che lideologia intanto partiamo, o andiamo avanti, poi qualcuno pagher, verificabile anche
nel recente decreto Sblocca Italia,
sia davvero bipartisan.
Il rischio che data la situazione finanziaria del paese questa volta
non pagher nessuno, con sprechi
fenomenali legati a opere incompiute, sembra piuttosto realistico.

RECUPERIAMO TERRENO
Andrea Bonessa
Il patrimonio edilizio italiano, fatiscente, obsoleto, energivoro. Il
consumo di suolo e il dissesto idrogeologico hanno raggiunto livelli
ormai invalicabili. Da pi parti si
chiede di ridurre la nuova edificazione e di indirizzare lattivit edilizia al recupero, ristrutturazione e
soprattutto riconversione del patrimonio esistente, con trasformazioni
e modifiche delle destinazioni duso
che siano in grado di soddisfare le
mutevoli richieste abitative o funzionali.
Intere palazzine destinate a uffici o
comparti industriali dismessi sono
abbandonati a loro stessi mentre il
fabbisogno abitativo continua a essere ai primi posti nelle criticit delle nostre citt. Riconvertili a residenziali sarebbe gi una prima e
buon soluzione. Ma tutto ci pu
essere un buon inizio, ma non basta.
Dobbiamo Recuperare Terreno,
farci restituire il maltolto o almeno
una parte di tutto lo spazio che ci
ha defraudato la speculazione edilizia. Per fare questo non basta ristrutturare lesistente o richiedere a
gran voce non un mq. in pi, non
un mc. in pi. necessario demolire e riscostruire quello che stato
dissennatamente edificato, soprattutto negli ultimi 50 anni, senza
nessun rispetto per il territorio e
lambiente.
La sfida quella di riedificare, a
saldo di mq e mc zero, quanto e
solo quanto necessario con :
1. nuove tipologie edilizie che ottimizzino luso dello spazio e riducano, a parit di abitanti, luso di suolo
(pi densificazione);

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2. sistemi costruttivi innovativi, pi


veloci e meno dispendiosi (meno
costi);
3. con tecnologie ecologicamente
sostenibili e quindi meno energivori
e impattanti sul territorio (meno
consumi).
Ma come sempre c un ma, rappresentato da una legislazione che
non al passo con i tempi e che
non premia la demolizione e ricostruzione degli edifici ma, anzi, la
penalizza. Lattuale ordinamento
prevede che, in caso di Demolizione e Costruzione vengano riconosciuti i medesimi oneri amministrativi (per la citt di Milano dai 250
euro al mq. in su) previsti per la
nuova costruzione e quindi non vi
nessun incentivo alla Sostituzione
Edilizia, al rinnovamento del patrimonio immobiliare, alla rottamazione di quello fatiscente e obsoleto.
Il mercato, gli imprenditori, gli immobiliaristi o gli speculatori, chiamateli come volete, preferiscono la
semplice ristrutturazione edilizia, i
cui oneri sono ridotti, se non addirittura la cosiddetta Manutenzione
Straordinaria che questi oneri non li
deve neanche riconoscere.
Ma a semplice ristrutturazione degli
edifici esistenti, con il mantenimento delle strutture e dei volumi originali, vanifica il raggiungimento di
qualsiasi obbiettivo perch:
1. sicuramente pi costosa della
nuova edificazione;
2. non garantisce il raggiungimento
di significativi livelli di sostenibilit
ambientale ed economica;
3. Mantiene elevati i costi di alienazione e di locazione degli edifici

procrastinando ulteriormente la soluzione del deficit abitativo attuale;


4. Differisce nel tempo una ripresa
del settore immobiliare e la sua uscita dallattuale recessione non
permettendo di adeguare i prezzi
alle richieste e possibilit del mercato.
Per risolvere questo problema non
basta il senso civico dei cittadini,
quello di responsabilit delle imprese, o la politica della coercizione e
del divieto. Alla sensibilizzazione e
agli obblighi vanno aggiunti degli
incentivi che rendano conveniente
la Sostituzione Edilizia, quella stessa sostituzione edilizia che ha, ad
esempio, introdotto come nuova
tipologia di intervento il regolamento Edilizio del Comune di Milano
appena approvato.
Un regolamento che quindi dimostra di aver recepito in pieno una
nuova esigenza ma che non ha gli
strumenti per poterla soddisfare
completamente. E questi incentivi
non possono che essere la riduzione, anche fino alleliminazione, degli oneri di costruzione per tutti
quegli interventi che a fronte di una
demolizione e ricostruzione della
medesima volumetria, garantiscano
un decisivo miglioramento delle caratteristiche ambientali, tipologiche
e costruttive degli edifici e una diminuzione dellimpatto idrogeologico e del consumo di suolo rispetto a
quanto precedentemente demolito.
Si tratta di unazione che, a mio parere, potrebbe e incisivamente riattivare il comparto produttivo edilizio
ma, questa volta, virtuosamente,
sfruttando una chiara esigenza economica a fini di valenza sociale.
Non si tratta di far ripartire il settore,

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come ad esempio si vuole fare in
Lombardia con la proposta di legge
regionale in discussione in questi
giorni, assecondando la ingordigia
di cementificazione dei costruttori e
degli immobiliaristi, ma di fare esattamente il contrario. Farsi forti dei
loro interessi privati a favore del
bene comune.
E questa ripartenza genererebbe
sicuramente delle nuove entrate
fiscali con cui lo stato potrebbe
supportare le municipalit private di
una parte degli oneri di urbanizzazione su cui spesso fanno affidamento per la sopravvivenza della
macchina amministrativa.
Quelle municipalit virtuose che, al
di l della propaganda elettorale, si
dimostreranno realmente interessate e praticamente votate non solo
alla riduzione del consumo di suolo

ma soprattutto a Recuperare Terreno e a migliorare realmente la qualit di vita dei loro cittadini.
Recuperare Terreno significher:
1. Rinnovare il patrimonio edilizio
esistente e renderlo sostenibile,
non energivoro e non impattante
riducendo sensibilmente i costi di
gestione territoriale a carico della
Amministrazioni pubbliche e dello
stato.
2. Ridurre i consumi energetici e
limpatto idrogeologico degli edifici.
3. Introdurre tipologie costruttive pi
performanti e rinnovare le tecnologie edilizie ormai obsolete
4. Qualificare i sistemi costruttivi e
la qualit del prodotto edilizio italiano.
5. Ridurre i costi di costruzione e
quindi immettere sul mercato im-

mobili di pi facile commercializzazione o locazione.


6. Recuperare edifici attualmente
dismessi a favore di tipologie utilizzabili.
7. Rivitalizzare lattivit edilizia e
quindi rimettere in moto una macchina produttiva ormai ferma da
tempo.
Recuperare Terreno significher
anche rimettere in discussione e
rimodulare i principi del riconoscimento degli oneri di urbanizzazione
che mantengono pienamente la loro
validit e giustificazione solo se si
torner a destinarli, totalmente, alla
manutenzione del territorio, negando lattuale possibilit di utilizzarne
il 50% alla spesa corrente dei comuni.

QUESTIONI DI DENSIT: CAPACIT UMANE PER METRO CUBO


Giuseppe Longhi
La questione. A Rotterdam tra giugno e agosto si tenuta la Biennale
di Architettura (http://iabr.nl/en) sul
tema Urban by nature. Essa ha
affrontato (brillantemente) la questione di una visione della progettazione
nell'attuale
epoca
dell'Antropocene
(www.anthropocene.info), ossia di
una progettazione che parte dalla
supremazia delle risorse naturali e
propone soluzioni di convivenza fra
il patrimonio di risorse naturali e gli
interventi dell'uomo. Di conseguenza la prospettiva della progettazione
urbana non sognare improbabili
ritorni a un passato incontaminato di
pura immaginazione, n il ricorso
alle semplici ricette del novecento,
quindi non nella densificazione, n
nella definizione di artificiali delimitazioni di confini, n in improbabili
battaglie contro lo sprawl, ma nella
consapevolezza che un gran numero di abitanti vive e vivr nella citt
diffusa come conseguenza della
continua diminuzione della densit
media oggi in atto.
Questa affermazione confermata
da una serie di studi macro fra cui
quelli della World Bank (Angel,
Shepherd, & Civco, 2005) in 120
citt del mondo. La ricerca rileva
che la popolazione urbana negli ultimi 20 anni cresciuta dell'1,7%
annuo, contro una caduta della
densit del 2,2%, per una crescita
dell'impronta del 3,3%. decisivo
perci esaminare il potenziale delle
citt a bassa densit, che Willem
Jan Neutelings definisce Carpet
Metropolis, o citt mosaico, e Bernardo Secchi citt diffusa. Di con-

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seguenza dovremo imparare a gestire creativamente la morfologia del


tappeto urbano, intendendo questa
realt un eco-spazio, in cui stimolare lintegrazione dei flussi:
- ottimizzando il suo metabolismo e
finalizzando la progettazione alla
riduzione dellimpronta ecologica;
- aumentando il sapere e stimolando linnovazione, per facilitare
laccesso alle risorse, alla conoscenza e alla creativit, per rendere
le citt pi sostenibili;
- promuovendo forme di governance
flessibili e capaci di operare in rete
con altre citt.
Luca Beltrami Gadola di fronte a
questo scenario mi pone il seguente
quesito: oggi mi sembra che almeno qui da noi stia passando un
messaggio che indica nella densificazione la strategia per combattere i
consumo di suolo. Mi sembra una
posizione diametralmente opposta a
quella della Carpet Metropolis.
possibile in qualche modo conciliare
queste due posizioni?.
La risposta. La crescita del consumo di suolo generata da due diversi processi: il consumo irresponsabile di risorse effettuato dalle popolazioni che dispongono di grandi
ricchezze e la crescita tumultuosa
delle megalopoli con le loro baraccopoli, generata dal gran numero di
poveri che compone i sette e pi
miliardi di uomini che abitano il pianeta. Il risultato di questi processi
l'abbassamento della densit insediativa accompagnata dalla crescita
dell'impronta ecologica. Ovviamente
la 'carpet metropolis' non univocamente classificabile, essa non

spiegabile in termini dualistici tipo


alta densit versus diffusione, ma
attraverso la complessit dei sistemi
cognitivi che ne determinano la
struttura, e di conseguenza la geografia. Quest'ultima comprende le
morfologie della diffusione, della
'manhattanizzazione', oggi di moda,
dello shrinking, ossia del declino
urbano. Ma bisogna essere consapevoli che gli attuali modelli insediativi sono insostenibili, a politiche costanti, per la loro incompatibilit con
la disponibilit limitata di materia ed
energia. Di conseguenza la forza
guida con cui sviluppare la citt trasla dalle risorse fisiche alle risorse
umane, ossia all'investimento in cultura, socialit e innovazione.
Da qui l'invito dei curatori della biennale di Rotterdam a superare le
semplificazioni dualistiche che hanno segnato l'inefficienza operativa
della storia dell'urbanistica novecentesca: la dicotomia citt campagna
(il tappeto metropolitano un continuum di citt e campagna), case
alte-case basse (la morfologia urbana costituita da un insieme di
case alte e basse), densificazione
contro sprawl ( rimasto uno slogan,
di fronte all'avanzata globale dello
sprawl), cintura verde contro diffusione (il pi grande insuccesso della
cultura urbanistica: il 'verde' un
alternarsi di flussi e di nodi, quindi
non riducibile a una figura geometrica chiusa).
I curatori si allineano al principio
fondamentale della progettazione
contemporanea: evitare le analisi
semplici e le scelte lineari, perch
come sostiene il padre della model-

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listica contemporanea Jay Forrester
(padre del modelli dinamici ai diversi
livelli: dell'impresa, della citt, e globale) portano al collasso dei sistemi
(sociali, territoriali economici) che
funzionano per iterazioni multiple.
Quindi la progettazione urbana non
deve limitarsi alla manipolazione
delle superfici secondo regole precodificate, ma deve essere un bricolage di scienze tese a spiegare la
complessit della citt e a sperimentare soluzioni innovative.
A questo punto si pu assumere
come parametro guida della progettazione la densit, ma essa trasla
dalla storica densit in metri cubi,
ossia in risorse fisiche, a una densit in sapere e innovazione, quindi

determinata dalle capacit delle risorse umane. L'unit di misura del


progetto urbano diventa la quantit
di capacit umane per metro cubo.
questo un processo che in Europa
ha preso l'avvio con il programma
Metricity promosso nel 2007 da
Paul Clarke, con la partecipazione,
fra gli altri di Arup, e consolidatosi
con l'approccio dell'open innovation fortemente sostenuto dall'Unione europea.
Lo sviluppo della citt secondo questo approccio determinato dalla
sua capacit di attrarre nuove conoscenze per accelerare i processi
innovativi che diminuiscono il consumo di risorse, aumentano l'autonomia energetica e alimentare e la

resilienza. Il concetto di densit delle idee si rivela cos un ottimo vettore per chi voglia seriamente affrontare i problemi dello sviluppo, non
solo urbano, a condizione di rinnovare il modello di governance. Infatti, il progetto come 'bricolage' segna
il declino dei piani, che hanno segnato la storia della progettazione
nella seconda parte del novecento,
a favore della morfologia della piattaforma aperta e collaborativa.
questo un invito alle nostre istituzioni e corporazioni ad abbandonare i
loro comportamenti settoriali e datati
a favore di pratiche collaborative,
aperte alle reti di relazioni internazionali.

VARIANTE AL PGT? PU ESSERE UNA BUONA IDEA


Gregorio Praderio
Nel DUP 2014-2017 (Documento
Unico di Programmazione) approvato a inizio di settembre dal Comune
di Milano, si legge che fra gli obiettivi di sviluppo del territorio c anche,
avendo verificata lopportunit di
avviare una messa a punto del
PGT basata sulla valutazione delle
principali criticit riscontrate oltre
che sullapprofondimento di alcune
tematiche particolari, quello di una
variante al PGT. Se fosse davvero
fatta, sarebbe unottima idea. Come
noto, infatti, il PGT di Milano ha alcuni gravi difetti dimpostazione, in
gran parte certo ereditati dalla precedente amministrazione, ma comunque da correggere e rivedere. I
problemi principali sembrano essere:
- mancata verifica della sostenibilit
finanziaria degli interventi pubblici,
sia per una sottostima dei costi, sia
per una sovrastima delle entrate e
delle possibilit di superamento del
deficit evidenziato in fase di negoziazione attuativa degli interventi;
questa mancata verifica pu poi avere importanti riflessi sulla sostenibilit complessiva delle previsioni di
Piano (che presuppone ad esempio
nella VAS (Valutazione Ambientale
Strategica) la completa realizzazione delle infrastrutture pubbliche di
trasporto previste):
- stima poco plausibile degli andamenti demografici e della domanda
abitativa (in particolare, di quella
non solvibile sul libero mercato); di

converso, probabile sottostima della


capacit insediativa di Piano;
- nel Piano dei Servizi, poca attenzione al tema dei grandi servizi di
scala metropolitana, tema difficilmente affrontabile tramite le valutazioni locali dei cosiddetti NIL (Nuclei
di Identit Locale) (a proposito, come staranno andando gli approfondimenti e gli aggiornamenti dinamici?).
Per avere un'idea dell'ordine di
grandezza di questi temi, si ricorda
che il deficit dichiarato dal PGT per
la realizzazione di opere pubbliche
(solo verde e infrastrutture di trasporto) di oltre due miliardi di euro, oltre al doppio della stima degli
oneri dovuti; a questo andrebbero
aggiunti i costi delle altre opere di
urbanizzazione necessarie (servizi,
ecc.) per un totale molto probabilmente insostenibile per qualunque
negoziazione attuativa (essendo di
misura paragonabile al valore stesso della Slp da realizzare).
Sugli andamenti demografici, anche
le stime pi ottimiste parlano di un
massimo di 100.000 abitanti aggiuntivi nel decennio (la maggior parte
per riconducibile alla domanda fuori mercato), quelle pi realistiche di
circa la met, se non addirittura di
una crescita zero, mentre il PGT
dichiara di prevedere quasi il doppio
delle stime ottimistiche. Sembra poi
che tali previsioni siano state effettuate con riferimento solo alla Slp di
nuova edificazione, e non anche ai

cambi d'uso di aree gi edificate (diversi milioni di metri quadri di aree


dismesse).
Oltre a tali problemi, ci sono altri
aspetti che forse necessiterebbero
di una vigorosa messa a punto:
- la tutela paesaggistica e storicoculturale degli ambiti periferici, oggi
alquanto debole;
- lapparato normativo, al momento
poco chiaro e abbastanza farraginoso in diversi passaggi (ad esempio sul tema innovativo della trasferibilit dei diritti volumetrici);
- in generale, la sostenibilit amministrativa dell'attuazione del Piano
(per fortuna, nello stesso DUP si
parla di riorganizzazione dei processi gestionali e amministrativi del
Comune mediante la riforma della
macchina amministrativa del comparto Urbanistica e Edilizia - forse,
per servirebbe qualcosa di pi di
quanto poi descritto).
Insomma il lavoro da fare sembra
davvero tanto, e il tempo prima delle
prossime elezioni amministrative
forse non molto, soprattutto se non
ci si limiter a una aggiustatina.
Ma che questo PGT serva poco a
rilanciare lattivit edilizia, nonostante le notevoli volumetrie previste,
dovrebbero oramai averlo capito
tutti. E che allopposto abbia distolto
risorse finanziarie a favore di progetti di sviluppo poco verosimili,
unipotesi che forse andrebbe maggiormente valutata.

PIAZZA SANTAMBROGIO: UN RIDISEGNO CHE NON CONVINCE


Renzo Riboldazzi
Si prova sollievo a rivederla di nuovo sgombra, senza il cantiere che

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

da molto tempo ne ostruiva la vista


e il passaggio. Ed piacevole ritor-

narci proprio in una di quelle mattinate grigie che rendono Milano

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dautunno cos bella agli occhi di chi
lama o almeno ne apprezza il fascino discreto. piazza SantAmbrogio,
restituita
ai
cittadini
questestate dopo anni di lavori preceduti e accompagnati da polemiche, appelli e comprensibili proteste
sullutilit e lopportunit di un parcheggio interrato di cinque piani
per quasi seicento auto proprio l,
accanto alle fondamenta di uno dei
monumenti simbolo della citt e della cristianit ambrosiana. Oggi che
la barbarie di quello scavo alle
spalle, quella che si presenta ai nostri occhi una piazza storica rinnovata con intenzionale sobriet, senza quelle inutili stravaganze a cui gli
architetti talvolta si lasciano andare
pi per soddisfare il proprio ego che
per altro.
Il linguaggio austero della basilica
dove riposa il patrono di Milano e,
pi probabilmente, il timore di un
rinfocolarsi del dissenso sullautosilo
devono aver suggerito una soluzione priva di eccessi che tra i suoi elementi essenziali annovera: un
nuovo filare di alberi di cui evidentemente si comprender appieno
limpatto visivo solo tra qualche anno quando le fronde avranno raggiunto una certa dimensione che
raddoppia quello esistente e segue
diligentemente la lunga cortina edilizia che definisce il lato ovest della
piazza; ununica rampa di accesso
al parcheggio collocata laggi, lontano dal sagrato di SantAmbrogio,
dove sbucano via Terraggio e via
SantAgnese
raccordate
da
unimmancabile rotonda; un blocco
scale e ascensori anchesso di
servizio al parcheggio sotterraneo e
sistemato
dove
piazza
SantAmbrogio piega verso largo
Gemelli che, pur non rappresen-

tando il contrappunto ideale per il


monumento ai Caduti o per
lingresso dellUniversit Cattolica
che si staglia sul fondale di quel ramo della piazza, pare non voler imporre pi di tanto la propria presenza e poi cordoli e muretti in pietra;
siepi ben curate e belle panchine,
semplici nella loro fattura a doghe
orizzontali di legno.
Il ridisegno di piazza SantAmbrogio
pare essere frutto della ricerca di un
qualche tipo di misura eppure,
nellinsieme, questa soluzione non
convince affatto. Non convince prima di tutto il parcheggio sotterraneo
o meglio ci che di ogni parcheggio
sotterraneo affiora immancabilmente in superficie: se, cio, vero che
la rampa e il blocco scale appaiono
piuttosto defilati rispetto alla basilica
e dunque relativamente poco impattanti sul monumento altrettanto vero che la lunghissima grata
di aerazione che accompagna tutto
il marciapiede a fianco della basilica
stessa toglie ogni argomentazione a
chi continua a sostenere in virt di
presunte capacit mimetiche la
correttezza di questo tipo di interventi in contesti cos delicati.
Ma soprattutto non convince
leccessiva frammentazione dello
spazio riqualificato ammesso che
di riqualificazione si possa parlare
il cui assetto appare viziato proprio
dalla struttura sottostante: la grata
di aerazione ha reso necessaria la
realizzazione di unaiuola di bosso
(altrettanto lunga) per nasconderla
almeno un po alla vista; a questa si
affiancato un tracciato pedonale
rettilineo (in calcestre come fosse
nel bel mezzo di un parco) che a
sua volta stato delimitato da
unaltra aiuola (speculare alla prima)
che lo separa da un ultimo percorso

dedicato al passaggio promiscuo di


automobili e pedoni. In sostanza,
quello che ci troviamo di fronte
unincalzante sequenza di lunghe
corsie longitudinali che imprime alla
piazza dove regnava lallegra confusione degli oh bej! oh bej! un carattere rigido e artificiale del tutto
estraneo alla sua natura.
Non che piazza SantAmbrogio sia
mai stata tra quelle che emozionano
appena vi metti piede sbucando da
qualche via laterale. Non che abbia
mai esercitato la seduzione di altre
consorelle pi o meno note per cui
le citt italiane sono famose nel
mondo. E non che la sua forma originale spezzata e piuttosto dura
da un lato e pi indefinita dallaltro
abbia mai brillato per armonia
dinsieme. Ma questa nuova sistemazione, nella sua apparente compostezza e moderazione, di certo
non ne interpreta correttamente le
forme e lanima. Invitando lo sguardo verso punti focali che non meriterebbero alcuna attenzione particolare e forzando il movimento dei corpi
in senso unidirezionale sembra piuttosto rimandare allimmagine di certi
paesaggi urbani tipici della modernit novecentesca dove lo spazio
prevalentemente vocato al transito
di mezzi meccanici tanto da rendersi inadeguata sia verso le architetture pi o meno belle che popolano la piazza, sia verso la piazza
stessa di cui altera senza ragione la
spazialit inibendone il carattere urbano. Sembra cio l per testimoniare quanto un non ben meditato ridisegno di certi luoghi in cui la vita
della citt si stratificata nei secoli
tanto da far parlare le pietre e i
mattoni allunisono sia inutile e,
per molti versi, perfino dannoso.

ASEM: SE ROMA SCIPPA A MILANO IL BUSINESS


Giulia Mattace Raso
Europa Asia, affari doro dal
summit di Milano. Di questo si
trattato: business. DellAsia -Europe
Meeting (ASEM) la cronaca milanese ha dato pi rilievo al racconto
della citt blindata o del ritardo di
Putin alla cena di gala che non
allessenza: "Promozione della cooperazione finanziaria ed economica
attraverso una maggiore connettivit Europa-Asia", i leader politici si
sono concentrati sulla cooperazione
finanziaria ed economica, sul commercio multilaterale e sulla promozione della crescita e dell'occupazione. E Milano che parte ha fatto?
Negli stessi giorni, back to back, in
Assolombarda si tenuto lAsia-

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

Europe Business Forum (AEBF),


che ha interessato una platea di circa 800 tra rappresentanti di alto livello delle imprese e amministratori
delegati provenienti da Europa e
Asia. Presenze che rispecchiano le
strette relazioni commerciali: cinque
Paesi dell'Asem sono tra i primi 10
partner commerciali dell'Europa per
l'export: la Cina con 148,3 miliardi,
la Russia (119,8 mld), il Giappone
(54,1 mld), Corea del Sud (40 mld)
e India (35,9 mld) e testimoniano
linteresse per un'opportunit unica
per gli imprenditori asiatici ed europei di costruire reti di relazioni e
scambiare visioni e opinioni economiche e di investimento. Questa

la piattaforma ideale per entrare in


contatto con i leader politici provenienti da Europa e Asia su come
affrontare al meglio le sfide di oggi e
di domani.
La cornice lEuropa, promotore del
Business Forum Europebusiness
che raggruppa le associazioni di categoria di 33 paesi membri, i padroni di casa sono Van Rompuy, Barroso e Renzi in nome della presidenza del semestre europeo. Basta
guardare il programma dellAEBF
per rendersi conto di protagonisti e
interpreti: prendono la parola Deutsche Telekom, Air liquide, Finmeccanica da un lato, Lukoil, Samsung,
Benguet corp dallaltra. Si vola alto.

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Ma daltro canto quante sono le occasioni per gli imprenditori milanesi
e lombardi di avere a portata di mano esponenti di paesi emergenti
come Vietnam, Malaysia, Bangladesh, Brunei, Kazakistan e Singapore su cui ha puntato Renzi sul
fronte dei bilaterali?
Se lo deve essere chiesto anche
Unindustria, lequivalente laziale di
Assolombarda, che in calce al modulo di iscrizione dellAsia Europe
Business Forum ha inserito una box
a pi di pagina Notice for asian partecipants only, rivolta ai soli asiatici.
Linvito suona pressappoco cos: al
termine del Forum venite a Roma,
tutto spesato, offerto dalle autorit
locali. Il programma delliniziativa
include incontri con aziende italiane
cos come con alti rappresentanti
delle istituzioni locali e nazionali.
Di fronte allattivismo romano si ripercorre la rassegna stampa ma
non si ha notizia di un equivalente

milanese in cui le autorit locali si


siano adoperate per costruire occasioni di business in corrispondenza
di Asem. Milano nelle parole del
Sindaco o dellassessore DAlfonso
(con delega alle attivit produttive)
tratteggiata come una quinta scenica, lAsem come opportunit di mostrarsi al mondo, gli occhi del mondo puntati su Milano, se ne sottolinea il valore come meta turistica di
prestigio, a place to be come la
declama la Lonely Planet per il
2015.
Eppure proprio in quegli stessi giorni (sic!) il sindaco Pisapia era a New
York a promuovere lo Urban Food
Policy Pact (Protocollo internazionale sulle politiche alimentarti sostenibili), che sar firmato dai sindaci
delle altre metropoli del pianeta durante Expo, affermando quanto Milano in questo periodo abbia riacquistato quel ruolo di capitale internazionale che merita al pari delle

grandi metropoli del mondo. Asem


insieme al Semestre europeo lo dimostrano e rappresentano anche
tappe di avvicinamento a Expo,
quando saremo la finestra sul mondo.
Asem, il semestre europeo ed Expo
sono in fondo avvenimenti accidentali. Gli occhi del mondo noi li abbiamo puntati addosso quotidianamente: sono quelli dei 93 consolati
presenti in citt (20 africani, 18 americani, 15 asiatici, 38 europei e 2
dallOceania). Basterebbe il numero
dei consolati a fare di Milano una
capitale internazionale!
Perch non valorizzare queste relazioni in maniera organica promuovendo happening internazionali a
cadenza annuale? Raccogliamo
leredit immateriale di Expo e mettiamo a sistema tutti i consolati facendoli convergere sullo stesso obiettivo: il risultato sarebbe esponenziale.

IL VERTICE ASEM A MILANO: NON SOLO PROVE GENERALI DI EXPO


Ilaria Li Vigni
Il meeting del 16 e 17 ottobre scorsi
stato certamente molto importante
per il nostro paese e per la nostra
citt: la combinazione di Presidenza
italiana del semestre europeo e
svolgimento del vertice in suolo europeo ha fatto s che i capi di Stato
e di Governo e le loro delegazioni
sincontrassero in una Milano che
da tempo non era cos al centro del
gioco europeo e internazionale. Imponenti sono state le misure di sicurezza in tutta la citt, in particolare
nella zona del Centro in cui alloggiavano tutti i capi di Stato e di Governo e le loro delegazioni: molte
strade erano chiuse al traffico, le
linee dei mezzi pubblici di superficie
mutate e decine di pattuglie di Forze
dellOrdine sorvegliavano la citt.
Anche nelle giornate precedenti al
vertice sono state effettuate attente
verifiche anti-terrorismo in tutta Milano, considerato il rischio intrinseco
dellincontro nella difficile situazione
internazionale.
Ma di che vertice si trattato? Legittima la domanda per un milanese su
due che non aveva mai sentito nominare lASEM e non sapeva di che
si stava parlando. Il primo vertice
ASEM, sigla che sta per AsiaEurope meeting, si svolse nel 1996
a Bangkok, quando i Paesi partecipanti furono solamente 25. Nel tempo, e anche con lallargamento
dellUnione europea, il vertice cresciuto in importanza, sia a livello
strategico - militare sia con riferimento alle relazioni commerciali tra

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

gli Stati e tra i continenti. In questo


vertice milanese sono stati oltre cinquanta i capi di Stato e di Governo
europei e asiatici presenti, con le
rispettive delegazioni, assistenti e
giornalisti al seguito, per un totale di
circa diecimila persone.
Lattenzione della politica e dei
mass-media stata concentrata indubbiamente sui contatti tra il presidente russo Putin e quello ucraino
Poroshenko, che hanno affrontato il
problema della crisi ucraina, ma anche sul premier giapponese Abe e
sul primo ministro cinese Li Keqiang
che hanno toccato le questioni relative ai contatti commerciali, sempre
pi frequenti, tra i rispettivi paesi e
alle difficolt politiche di coordinamento tra le due economie.
Le cifre parlano chiaro: secondo le
ultime statistiche europee, i partner
asiatici nel 2013 pesavano per il
44% delle importazioni europee e
per il 30% dell'export europeo. Evidenti i reciproci vantaggi gi esistenti anche se oggi, a causa della
crisi europea, il piatto della bilancia
pesa a favore del dinamismo dell'Asia. Ai tavoli della crisi ucraina tre
erano i tavoli di lavoro principali: le
elezioni locali indette dai separatisti
nell'Est, che si vorrebbero riportare
all'interno di un quadro nazionale,
gestiti soprattutto da Franois Hollande, Angela Merkel, Vladimir Putin, e il presidente ucraino Petro Poroskenko; il tema dei droni per sorvegliare le frontiere, gestito in un
meeting fra il ministro degli Esteri

ucraino Pavlo Klimkin, quello russo


Serghiei Lavrov, Federica Mogherini
e il responsabile dell'Osce Didier
Burkhalter; un tavolo tecnico sull'energia con rappresentanti russi, ucraini ed europei, soprattutto di Bruxelles. Insomma, notevoli problematiche di natura economica e politica
sono state affrontate nel vertice.
Ma secondo me vi di pi. In questo meeting, per la prima volta da
anni, la nostra citt si trovata ad
affrontare un grande evento politico,
senza magari un particolare afflusso
di gente, ma con innegabili problematiche di sicurezza. E, v da dire,
questo evento stato gestito complessivamente in modo soddisfacente e positivo dalla nostra citt,
sia per quanto concerne lorganizzazione messa in atto dal Comune sia per quanto riguarda la presenza delle Forze dellOrdine.
Non si sono verificati n incidenti di
rilievo, n -eccetto, ovviamente, un
inevitabile problema di traffico cittadino e qualche disagio viabilistico
dovuto alla chiusura di alcune strade - la citt non rimasta paralizzata dalle misure di sicurezza.
Questo dato, in un momento di indubbia tensione interna ed internazionale quale quello che stiamo vivendo indubbiamente da valutare
positivamente, soprattutto in vista di
Expo 2015, in cui vi saranno problematiche di sicurezza oltre al particolare eccezionale afflusso di persone.

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Insomma, il vertice ASEM stata
una piccola prova generale per
Expo e, tutto sommato, riuscita

bene. Prendiamolo come un buon


augurio per lanno prossimo.

Scrive Roberto Castelli Dezza a proposito di M4


Caro Gadola, devo dire che non sono d'accordo con il suo editoriale
sulla MM4 pubblicato il 22.10.2014.
Una delle priorit di Milano era, e
continuer a essere il miglioramento
della mobilit nell'area metropolitana, con il passaggio a una mobilit
basata su mezzi pubblici e mezzi
non inquinanti e il conseguente miglioramento della qualit della vita.
Non si tratta di imporre priorit (del
genere da lei evocato: ma se facciamo questo poi come investire in
cultura o istruzione) quanto di riconoscere che la citt va vista veramente come un insieme olistico e
quindi riconoscendo che, con l'intervento sulla qualit della vita dei pro-

pri cittadini inneschiamo anche riflessi positivi su i diversi aspetti della vita (anche culturale, anche economica) di Milano stessa.
Questo per dirle che il problema delle risorse e del finanziamento che anche a me di primo acchito e non
conoscendo bene le tecnicalit della
questione, sembra sbilanciato a tutto vantaggio del project financing
(non un po' la questione delle
concessioni autostradali e del decreto Sblocca-Italia?) va risolto in
quanto tale e cio ridiscutendo i
termini del contratto, avvalendosi
del potere dato di essere l'autorit
pubblica. Ereditiamo l'incapacit
delle precedenti amministrazioni o

meglio il loro desiderio di mostrarsi


come coloro i quali realizzavano
comunque le cose: un atteggiamento pericoloso che si perpetua - appunto - nel decreto Sblocca-Italia.
Ma non per questo dobbiamo buttare il bambino con l'acqua sporca! O
vogliamo continuare ad avere le code di migliaia di automobilisti e motociclisti che dal Lorenteggio o dal
sud Milano si intasano sulle strade
di Milano? L'esperienza ci dice che
grandi infrastrutture come la MM3
all'inizio
sembravano
sovradimensionate ma - nell'arco di 15-20
anni - si sono rivelate preziose anche nel migliorare le condizioni di
vita dei milanesi.

Scrive Carlo Ruggeri a proposito di M4


Milano lunica citt metropolitana
in Europa a non avere la metro sotto laeroporto. Prima di dire NO alla

linea 4 occorre meditare. Semmai


ridurre le spese inefficienti e inutili

del Comune di Milano che sono tante!

Scrive R. L. Alfonsi a proposito di M4


Guardiamo il sistema trasporti di
Parigi,e pensiamo a quando stato
progettato e alla sua attualit. Per-

ch in Italia non copiamo almeno


l'impianto logico?

Scrive Alessandra Nannei a proposito di M4


Secondo le ultime notizie l'ATM dovrebbe essere assorbita dalle FS.
Data la notevole efficienza delle no-

stre ferrovie, i milanesi saranno obbligati a utilizzare finalmente le bici-

clette gialle. Quindi il problema delle


linee metropolitane non si pone.

Scrive Giso Colombo ad ArcipelagoMilano


Caro Direttore, grazie per il suo
giornale e quanto scrive ogni settimana mi trova spesso d'accordo; mi
domando: il sindaco o qualcuno dei
suoi assessori leggono Arcipelago-

Milano? Giudicano utili i numerosi


stimoli che voi fate loro giungere? Si
fanno vivi? Sopratutto come rispondono alla cittadinanza sui numerosi
temi sollevati, se no che partecipa-

zione e dove finito il Pisapia delle belle speranze e del dialogo della
campagna elettorale? Possiamo
ancora sperare?

Scrive Valeria Molone a proposito del cavalcavia Bussa


Ringrazio di cuore Alberto Caruso
per il suo intervento, che ha cos
ben espresso le perplessit mie e di
altri abitanti dell'Isola. Al di l del
fatto che in molti non sentivamo affatto l'esigenza di "riempire" il Bussa
(cos piacevole da percorrere proprio perch solitario e aperto), nel
merito del progetto mi sono chiesta:

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

ma perch mai interrompere con


una struttura alta la (rara) vista lunga? E con una sorta di impalcatura
poi! Una vera provocazione per chi
di noi ha subito i cantieri infiniti degli
ultimi anni. Gli occhi e la mente sono esausti di vedere tubi, griglie che
deformano e imbrigliano anche il
pensiero. Ma chi ha vinto il progetto

sar venuto di persona a fare un


sopralluogo? O avr solo letto i requisiti del bando? Sul verde stile
PlayMobil che ci circonda non vale
nemmeno la pena di entrare nel merito. E chiss cosa sarebbe successo se non avessimo alzato la voce
sui platani di viale Zara .... .

10

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Scrive Walter Monici a proposito del Cavalcavia Bussa


D'accordo con l'articolo di Alberto
Caruso. Le critiche ci sono tutte, e
tutte fondate: Il Cavalcavia Bussa
celebra se stesso. I nuovi grattacieli
sono brutte copie di un modello
sbagliato, il centro Civico non significa nulla, il verde verticale un non
senso, l'estetica dell'impalcatura
pervade le architetture milanesi.
Siamo al fallimento della progettazione, alla distruzione dei valori fondanti dell'estetica: ragionevolezza,
proporzione, armonia, contestualizzazione, significato, cura del dettaglio, sono termini evidentemente
dimenticati e negletti. L'architetto e il
pianificatore milanese dimentica i

migliori modelli europei, quelli che


portano le persone ad amare la
propria citt, il rispetto delle preesistenze, il recupero, la ricostruzione
storicamente conforme se necessario, e pensa di produrre modernit
con forme aggressive, sproporzionate, invadenti, tronfie, in una orgia
di autocelebrazione del proprio ego
smisurato.
I cittadini milanesi plaudono o mugugnano, ma proseguono in silenzio
a pensare ai propri affarucci, il laissez faire, applicato all'architettura, e
la citt ne viene sconvolta. Temo
che siamo al punto di non ritorno: se
solo 10 anni fa avevamo la possibili-

t di recuperare tutto il quartiere Isola come un piccolo quartiere Latino


oggi i due mostri del giardino verticale incombono e distruggono ogni
possibilit di sopravvivenza di un
senso di citt amichevole. Perch
solo a Milano tutto ci: abbiamo forse costruito torri a Roma, Firenze,
Venezia,? O forse no! Forse non
tutto perduto, se una nuova amministrazione illuminata vorr cambiare il corso degli eventi si dovr
porre mano all'opera demolitrice di
tutto ci che disturba e opprime per
recuperare il senso del vivere civile:
ci che in dieci anni stato costruito
pu essere abbattuto in sei mesi.

Scrive Guido Tassinari a proposito della Goccia di Bovisa


Federico Oliva nel suo articolo, scrivendo di vuoto urbano e di "conservazione della vegetazione spontanea cresciuta in questi venti anni",
per mancanza di conoscenza dell'area o perch tanto entusiasta di una
prospettiva di espansione del Politecnico da dimenticarli, perpetua la
disinformazione ventennale di tutte
le amministrazioni pubbliche riguardo "la Goccia".
La vegetazione spontanea certamente c' ed molto rilevante [si

stimano migliaia di piante] ma essa


cresciuta e cresce accanto a una,
ancora pi importante, piantata dagli antichi proprietari dell'area con
un disegno preciso: 2049 alberi
nellarea delle officine del gas alla
Bovisa. Nel volume Milano tra luce
e calore, del 1993, lultimo capitolo
dedicato all'area verde sulla quale
l'Aem [Azienda energetica milanese], in preparazione alla dismissione, aveva commissionato al Corpo
Forestale dello Stato unanalisi e

censimento del patrimonio arboreo,


che sottoline fatto di alberi che per
portamento, conformazione, maestosit potrebbero costituire degli
autentici monumenti verdi nel futuro
Giardino della Bovisa, con la certezza che chi progetter la realizzazione del piano di riconversione
urbana sar in grado di valorizzare
unarea gi ora tanto preziosa, ricca
di un verde di altissimo interesse
per la qualit della vita di tutti i cittadini milanesi.

Scrive Adriana Grippiolo Walter Marossi


Divertire facendo critica solida e con intelligenza raro. Bravo Marossi.

MUSICA
questa rubrica a cura di Paolo Viola
rubriche@arcipelagomilano.org
The pop art of the fugue
Non certo frequente imbattersi in
una serata musicale cos ricca di
fantasia e di intelligenza come quella di gioved scorso in cui, in un ambiente straordinariamente suggestivo - una vecchia discoteca
allintrovabile indirizzo di una improbabile periferia milanese trasformata in elegantissimo teatro-studio di
registrazione - Ruggero Lagan ha
presentato eseguendole al pianoforte alcune delle 48 impeccabili fughe
da lui scritte, dedicate e regalate ad
amici ed estimatori, su temi impossibili di vecchie canzoni (Oh sole
mio), melodie dopera (il valzer di
Musetta), nenie popolari (Fra Martino campanaro, Happy Birthday to

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

you), pezzi rock (che non saprei citare), classici (Mozart, landante del
concerto in la maggiore K. 488), colonne sonore di film famosi (Schindler list) e cos via.
Dice Lagan che le ragioni che lo
hanno spinto a dedicarsi a questa
forma musicale risiedono in una fortissima attrazione per la struttura e
larte della fuga insieme a una altrettanto spiccata insofferenza per la
rigidit con cui essa viene insegnata
ed usualmente imposta agli allievi
dei Conservatori; da studente non
riusciva a digerire i voluminosi trattati ma era incollato al Clavicembalo
ben temperato di Bach per carpirne
i segreti e soprattutto per rivelarne

la libert espressiva e linclinazione


alla trasgressione. Voleva capire
come mai nelle fughe di Bach non si
sente mai il peso della regola ma
vince sempre la musica e la magia
del gioco delle parti. Dopo una full
immersion nel contrappunto barocco ha cominciato a giocare anche
lui, con leggerezza, ironia, fantasia,
a cominciare dalla scelta dei soggetti: stata una sorta di scommessa.
Per dicembre uscir e lo si trover
nelle librerie della Feltrinelli, un
CD/DVD con le 48 fughe; ma da
quelle che abbiamo ascoltato laltra
sera - presentate con arguzia da
Ugo Martelli, quellaffabulatore che

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ben conoscono gli ascoltatori della
Classica di Sky - abbiamo capito
che la scommessa gi stata vinta.
Si tratta di composizioni sicuramente alte (la Fuga quanto di pi alto si possa immaginare nella storia
della musica) ma insieme assolutamente popolari (il che giustifica
pienamente il titolo di Pop Art). Non
un gioco, molto di pi, un piccolo trattato sul rapporto fra creativit e rigore, fra fantasia e tecnica
compositiva. Sembra paradossale,
ma lascolto di queste pagine aiuta
ad approfondire il significato musicale dellopera di Bach e di tutti
quelli che prima e dopo di lui si sono
cimentati nella composizione squisitamente contrappuntistica.
Succede questo: un tema arcinoto,
classico o popolare che sia, usato
come soggetto della fuga, determina spontaneamente - in forza della sua notoriet - un preciso clima
culturale, uno specifico ambiente
sonoro, una particolare situazione
psicologica. La sua elaborazione
con luso del canone a pi voci e
con lintroduzione di un controsoggetto, determina a sua volta un clima diverso, un altro ambiente, una
situazione alternativa, pi astratta,
di tipo concettuale. Il reiterato ritorno del soggetto, per, riporta continuamente allatmosfera iniziale con

ci creando uno straordinario spaesamento. Ed proprio questo spaesamento a costituire il fascino della
fuga, il suo innalzarsi alle vette astratte di complesse sonorit e il
suo continuo ridiscendere alla semplice cantabilit e riconoscibilit del
tema.
Scrive Lagan nella presentazione
del suo lavoro, che struttura contrappuntistica rigorosa, gioco di intrecci di voci, soggetti, controsoggetti, risposte, divertimenti con o
senza imitazioni, aggravamenti, diminuzioni, inversioni, stretti, pedali,
tutto ci si trova nella fuga, ma mai
in Bach appare nello stesso modo.
Un soggetto di fuga (che appare
sempre allo stato puro nellesordio
in una sola voce) come un piccolo
germe, un frammento di DNA che,
sviluppato secondo lo stile adeguato, d sempre esiti diversi, sorprendenti. Cos appaiono questi suoi
divertissement, costruiti su temi popolari, che non possiamo non confrontare con le 48 fughe dei due libri
del Clavicembalo ben temperato,
scritti a distanza di ventidue anni
uno dallaltro secondo la rigorosa
sequenza delle 12 tonalit che partono dalla prima in Do Maggiore, poi
la seconda in Do Minore e cos di
seguito salendo di semitono in semitono - dunque secondo la scala

cromatica (Do, Do#, Re, Mi e cos


via) - fino a completare tutte le tonalit maggiori e minori. curioso osservare che persino Bach non utilizzava sempre materiale di prima di
mano come soggetti delle sue fughe
dimostrando cos che la scelta del
tema non era dovuta tanto al carattere intrinseco alla composizione
ma piuttosto alla strategia della sua
tecnica costruttiva.
Lattenzione maniacale di Michele
Forzani - il direttore artistico delle
raffinate edizioni Limen music &
arts - che ha progettato e seguito
questo lancio con non celata passione, la migliore garanzia della
qualit finale della registrazione e
della restituzione discografica; ma a
quel centinaio di fortunati ascoltatori
dellaltra sera bastato ascoltare
lultima di queste fughe, in cui a
sorpresa si inserita come quinta
voce quella dolcissima e appassionata del violino di Giorgia Righetti,
per capire che oggi si pu scrivere
ed eseguire musica assolutamente
contemporanea e senza ammiccamenti a revival di qualsiasi natura,
ma non per questo meno godibile,
comprensibile, amabile; quella musica, per intenderci, che scalda il
cuore e in cui felicemente ci riconosciamo da generazioni.

ARTE
questa rubrica a cura di Benedetta Marchesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Giovanni Segantini tra colore e simbolo
Una retrospettiva come Milano non
ne vedeva da tempo: 18 sale ricche
di ricerca, dipinti e testi che ripercorrono la vita e il lavoro del maggiore
divisionista italiano, Giovanni Segantini. Si tratta di un ritorno ideale
quello di Segantini a Milano, il capoluogo lombardo rappresent infatti il
polo di riferimento intellettuale e artistico per lartista; era la Milano della rivoluzione divisionista che stava
lentamente dimenticando lo spirito
scapigliata per cogliere la sfida simbolista. Al fianco del Segantini maturo delle valli e delle montagne
svizzere si riscopre anche un giovane Segantini che a Milano compie il
proprio apprendistato e ritrae i Navigli sotto la neve o delle giovani
donne che passeggiano in via San
Marco.
La mostra un racconto complesso
sul mondo di Giovanni Segantini
che accompagna il visitatore in un
graduale avvicinamento allartista,
che lo invita ad avvicinarsi attraver-

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

so i quadri, alle emozioni, ai pensieri


e alle riflessioni che alle opere sono
vincolati.
I grandi spazi, gli animali, le montagne sono elementi non di complemento e non casuali in Segantini ma
anzi, acquisiscono un valore mistico
e quasi panteistico che permea
lintero lavoro, frutto del forte legame tra lartista e la natura.
Questultima, madre spirituale per
lartista (e orfano di quella biologica), spesso resa (co)protagonista
delle opere al punto che giocando
sui titoli e sulla compresenza tra
uomo e animali si arrivi interrogarsi
su quale sia il vero protagonista.
Luso dei colori, che si scopre con il
tempo, sempre pi potente grazie
alla giustapposizione dei colori
complementari e uno dei momenti
culmine si raggiunge nellazzurro
senza eguali del cielo di Mezzogiorno sulle alpi (1891).
La mostra pu essere percorsa e
goduta in diverse maniere: in ordine

cronologico seguendo levoluzione


artistica e personale dellartista accompagnati dallo scandire degli accadimenti della vita dellartista, oppure seguendo le sette sezioni tematiche in cui lesposizione suddivisa: Gli esordi, Il ritratto, Il vero ripensato, Natura e vita dei campi,
Natura e Simbolo attraverso i pannelli chiari e lineari che accompagnano ciascun gruppo di sale; o ancora,
lasciandosi
trasportare
dalluso magistrale della tavolozza
dei colori, che ha reso Segantini il
maggiore esponente del divisionismo italiano. una delle poche occasioni dove le scelte curatoriali e
allestitive consentono al visitatore di
unire la vita e il lavoro dellartista
creando un percorso omogeneo dal
quale emerge la complessit del
carattere dellartista, composto, come tutti gli uomini, da vari ruoli: figlio, padre, uomo, artista. Qualsiasi
modalit si sia scelta per la fruizione
della mostra se ne uscir con appa-

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gata la necessit di bellezza e colore, ma pi vivida quella di percorrere le montagna e le valli tanto amate
dallartista.
Una nota positiva: i toni alle pareti
che vengono giustapposti uno dopo
l'altro, stanza dopo stanza, creando
come una rappresentazione visiva
al sedimentarsi delle conoscenze
dellartista.
Una nota negativa: nessuna segnalazione allingresso della mostra sul

numero di sale e il tempo previsto di


visita, lorario di chiusura sono le
19.30 ma dalle 19 i custodi provvedono incessantemente a fare presente la questione facendo uscire il
pubblico dalle sale alcuni minuti
prima dello scoccare della mezza.
Alla stessa ora chiude anche il bookshop, non una scelta vincente laddove questultimo rappresenta notoriamente una delle maggiori fonti di

entrata per mostre e musei. Benedetta Marchesi

Segantini fino al 18 gennaio 2015


Palazzo Reale (Piazza Duomo, 12 20121 Milano) Biglietti (con audioguida in omaggio) 12/10/6 Orari
Luned: 14.30-19.30 Marted, Mercoled, Venerd e Domenica: 9.3019.30 Gioved e Sabato: 9.30-22.30

Alla Triennale di Milano tutte le Trame del rame


Dalla pepita, forma in cui il rame
viene trovato e raccolto, al Tracciatore di vertici a silici dellesperimento BaBar, Trame un inno al
cuprum, uno degli elementi chimici
con maggiore duttilit, conducibilit
di calore e energia, e al tempo stesso lesaltazione delluomo e delle
capacit di trasformare questo elemento. Il percorso espositivo, alla
Triennale di Milano fino al 9 novembre, si articola in quattro sezioni
quasi concentriche attraverso le
quali si esplorano molteplici sfaccettature del prezioso metallo.
Nucleo centrale, cuore della mostra,
la sala dedicata al design, nel
senso pi completo del termine, che
attraverso pi di 100 oggetti spazia
dallilluminazione alla moda, dagli
arredi alloreficeria, dagli strumenti
di cucina alle forme per budini offrendo al visitatore una panoramica
di grandi nomi che hanno giocato
con il rame creando oggetti di altissimo livello. Tom Dixon, Odoardo
Fioravanti, Shiro Kuramata, Ross
Lovegrove, Gi Ponti/Paolo De Poli,
Ettore Sottsass, Oskar Zieta Giorgio
Vigna, Prada sono solo alcuni dei
nomi presenti.

Larchitettura da un lato e la tecnologia dallaltro circondano la sala


dedicata al design; nella prima attraverso modellini, fotografie e video
si evidenzia quanto il rame sia
strumento plasmabile e al contempo
caratterizzante nelle mani degli architetti. La sezione di Tecnologia,
realizzata in collaborazione con il
Museo Nazionale della Scienza e
della Tecnologia Leonardo da Vinci
di Milano, raccoglie le applicazioni
pratiche delluso del rame: minerali
in vari stadi di produzione, macchine elettromagnetiche e alternatori,
interfacce di computer, telefoni, rilevatori di particelle. Oggetti, alcuni,
che portano con s il fascino di aver
cambiato la storia: tra tutte la pila di
Alessandro Volta.
Come a creare un abbraccio inclusivo attorno a tutto questo la sezione dedicata allarte: una trentina
di opere di artisti contemporanei che
hanno studiato, analizzato, sperimentato il rame e le sue caratteristiche. Ogni artista plasma a suo piacimento il rame, facendogli assumere caratteri e colori unici e sempre
diversi: chi tessendolo una spirale
che tende allinfinito come Marisa

Merz; chi rendendolo una parabola


riflettente quasi mistica come fa
Marco Bagnoli nel suo Janua Coeli;
e ancora, chi giocando con le sue
qualit ossidative che attraverso
lelettrolisi con il piombo realizza disegni sulle pagine del libro di Anselm Kiefer Unter den Linden.
Camminando tra le opere si percepisce la sfida che il rame lancia e
che lartista coglie: nellincontro tra i
due si creano sodalizi meravigliosi
che veicolano messaggi e pensieri
alla materia.
Il percorso espositivo inaugura un
nuovo modo di concepire la mostra:
non pi legata solo alla bellezza e al
messaggio delle opere esposte ma
volta ad indagarne la loro essenza
concreta.

Trame - Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura Fino al 9 novembre alla Triennale di Milano Orari Marted - Domenica 10.30 20.30 Gioved 10.30 - 23.00 Ingresso 8,00/6,50/5,50 euro

Viaggio nellAfrica ignota


In anteprima per lItalia si inaugura
l11 ottobre la mostra Viaggio
nellAfrica Ignota. Il continente nero
tra 800 e 900 nelle immagini della
Societ Geografica Italiana. Composta di 54 riproduzioni digitali di
fotografie dellepoca, lesposizione
racconta lAfrica nera e ancora misteriosa della fine dell800 e dei
primi del 900 attraverso una selezione degli scatti pi belli conservati
dalla Societ Geografica Italiana.
Realizzate per la maggior parte nel
corso di missioni esplorative italiane
e internazionali, le fotografie - di ritratto, di reportage e di paesaggio mostrano come dovessero apparire
ai primi visitatori occidentali le popolazioni e i panorami di quello che

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

allepoca era il continente meno conosciuto del pianeta.


Strutturata attraverso le collezioni
della Societ Geografica Italiana da
cui sono state tratte le fotografie, di
cui molte scattate durante le spedizioni geografiche di esplorazione,
lesposizione di snoda in un affascinante percorso che attraversa molti
dei paesi di cui si compone il continente africano. Un viaggio che partendo dallAfrica Orientale allepoca
delle colonie italiane ci porta
nellAfrica Sub Sahariana, quindi
nellAfrica delle foreste equatoriali e
fin gi nellAfrica Australe. A produrre le immagini erano in alcuni casi
fotografi professionisti al seguito
delle spedizioni, in altri gli stessi

protagonisti delle spedizioni, spesso


appassionati e preparati utilizzatori
del mezzo fotografico. Aperta fino al
14 novembre, ultima di tre esposizioni in programma per il 2014, la
mostra inserita in History & Photography, rassegna annuale che ha
per obiettivi principali raccontare la
storia del mondo contemporaneo
attraverso la fotografia e rendere
fruibili al grande pubblico collezioni
e archivi fotografici spesso sconosciuti perfino agli addetti ai lavori.
Alessandro Luigi Perna
Viaggio nellAfrica ignota La Casa
di Vetro di via Luisa Sanfelice 3, Milano, 11 ottobre -14 novembre h 1519, ingresso libero

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Perch il Museo del Duomo un grande museo


Inaugurato nel 1953 e chiuso per
restauri nel 2005, luned 4 novembre, festa di San Carlo, ha riaperto
le sue porte e le sue collezioni il
Grande Museo del Duomo. Ospitato
negli spazi di Palazzo Reale, proprio sotto il primo porticato, il Museo
del Duomo si presenta con numeri e
cifre di tutto rispetto. Duemila metri
quadri di spazi espostivi, ventisette
sale e tredici aree tematiche per
mostrare al pubblico una storia fatta
darte, di fede e di persone, dal
quattordicesimo secolo a oggi.
Perch riaprire proprio ora? Nel
2015 Milano ospiter lExpo, diventando punto di attrazione mondiale
per il futuro, cos come, in passato,
Milano stata anche legata a doppio filo a quelleditto di Costantino
che questanno celebra il suo
1700esimo anniversario, con celebrazioni e convegni. Non a caso la
Veneranda Fabbrica ha scelto di
inserirsi in questa felice congiuntura
temporale, significativa per la citt,
dopo otto anni di restauri e un investimento da 12 milioni di euro.
Il Museo un piccolo gioiello, per la
qualit delle opere esposte cos
come per la scelta espositiva.
Larchitetto Guido Canalico lo ha
concepito come polo aperto verso
quella variet di generi e linguaggi
in cui riassunta la vera anima del
Duomo: oltre duecento sculture, pi

di settecento modelli in gesso, pitture, vetrate, oreficerie, arazzi e modelli architettonici che spaziano dal
XV secolo alla contemporaneit.
E lallestimento colpisce e coinvolge
gi dalle prime sale. Ci si trova circondati, spiati e osservati da statue
di santi e cherubini, da apostoli, da
monumentali gargoyles - doccioni,
tutti appesi a diversi livelli attraverso
un sistema di sostegni metallici e di
attaccaglie a vista, di mensole e
supporti metallici che fanno sentire
losservatore piccolo ma allo stesso
tempo prossimo allopera, permettendo una visione altrimenti impossibile di ci che stato sul tetto del
Duomo per tanti secoli.
Si poi conquistati dalla bellezza di
opere come il Crocifisso di Ariberto
e il calice in avorio di san Carlo; si
possono vedere a pochi centimetri
di distanze le meravigliose guglie in
marmo di Candoglia, e una sala altamente scenografica espone le vetrate del 400 e 500, alcune su disegno dellArcimboldo, sopraffini
esempi di grazia e potenza espressiva su vetro.
C anche il Cerano con uno dei
Quadroni dedicati a San Carlo,
compagno di quelli pi famosi esposti in Duomo; c un Tintoretto ritrovato in fortunate circostanze, durante la Seconda Guerra mondiale, nella sagrestia del Duomo. Attraverso

un percorso obbligato fatto di nicchie, aperture improvvise e sculture


che sembrano indicare la via, passando per aperture ad arco su pareti in mattoni a vista, si potr gustare
il Paliotto di San Carlo, pregevole
paramento liturgico del 1610; gli Arazzi Gongaza di manifattura fiamminga; la galleria di Camposanto,
con bozzetti e sculture in terracotta;
per arrivare fino alla struttura portante della Madonnina, che pi che
un congegno in ferro del 1700,
sembra unopera darte contemporanea. E al contemporaneo si arriva
davvero in chiusura, con le porte
bronzee di Lucio Fontana e del
Minguzzi, di cui sono esposte fusioni e prove in bronzo di grande impatto emotivo.
Il Duomo da sempre il cuore della
citt. Questo rinnovato, ampliato,
ricchissimo museo non potr che
andare a raccontare ancora meglio
una storia cittadina e di arte che ebbe inizio nel 1386 con la posa della
prima pietra sotto la famiglia Visconti, e che continua ancora oggi in
quel gran cantiere, sempre bisognoso di restauro, che il Duomo
stesso.
Museo del Duomo Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 Biglietti: Intero
6 euro, ridotto 4 euro Orari: MartedDomenica: 10.00 -18.00.

LIBRI
questa rubrica a cura di Marilena Poletti Pasero
rubriche@arcipelagomilano.org
John Williams
Augustus
Castelvecchi, luglio 2014
pp.384, euro 19,50
Romanzo sicuramente storico
"Augustus" di John Williams, ma pi
ancora romanzo filosofico, come le
"Memorie di Adriano". Romanzo in
forma epistolare, perch tutto si
svolge attraverso varie epistole, carteggi, diari, che i personaggi del testo si scambiano in un ordine sottile,
in un incastro di date e avvenimenti,
che costringono il lettore alla massima attenzione. E dire che, per
ammissione stessa dell'autore, alcuni personaggi, lettere e documenti
sono stati da lui inventati, sempre
aderenti per al linguaggio dei tempi
e degli avvenimenti , descritti, come
si conviene a un grande docente di
storia romana, come lui era. Ne deriva un gioco spericolato di vero e di

n. 37 VI - 29 ottobre 2014

falso che incanta il lettore, che, catturato dalla prosa superba dell'autore, si lascia condurre in uno stato di
estasi, lungo i 40 anni di imperio di
Gaio Ottaviano Cesare Augusto, nel
periodo pi affascinante della storia
romana, quello della "pax romana".
Duro destino avere un destino,
diceva Calvino, quel destino che
incontr il diciannovenne Gaio Ottaviano, figlio di Attia sorella di Giulio
Cesare, quando gli sopraggiunse la
notizia dell'assassinio dello zio, alle
idi di marzo del 44 a.C., mentre si
trovava ad Apollonia in Macedonia,
inviato col dallo stesso Giulio Cesare, dopo la campagna in Iberia,
per ritemprare lo spirito e il corpo, la

conoscenza della lingua greca e la


filosofia.
Erano con lui i tre amici di una intera vita, le uniche persone delle quali
si fid nel corso degli anni. Marco
Vipsanio Agrippa, il futuro vigoroso
"generalissimo", colui che condusse
tutte le sue pi impervie battaglie
per mare, contro il pirata Pompeo.
lui che si assume qui nel romanzo, il
compito delle memorie di quei tempi
in cui "Ottaviano scopr Roma sanguinante tra le mascelle delle fazioni, uccise la bestia sovversiva, risollevandone il corpo quasi senza vita,
ne san le ferite e la rese di nuovo
integra". Suo il Pantheon "per. celebrare la liberazione di Roma dal tradimento egizio". Spos, per com-

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piacere Ottaviano, la figlia Giulia in
seconde nozze, e da lei ebbe cinque figli. Una morte prematura
cambi il destino suo e di Giulia,
che forse non si sarebbe persa in
sfrenatezze amorose, nonostante le
terze nozze con Tiberio, poi l'imperatore che successe a Ottaviano.
Con Agrippa ad Apollonia c'era il
grande e sofisticato poeta Mecenate, protagonista magnifico anche del
romanzo "Un infinito numero" di
Vassalli. E Salvidieno Rufo che dopo una mossa discutibile, si suicid
per non dovere offendere Ottaviano.
Con questi tre amici Ottaviano torna
in sordina a Roma, per iniziare la
missione a lui affidatagli dal potente
zio, tra mille intrighi di palazzo, che
egli seppe sventare con l'arma della
risolutezza e la diplomazia nei rapporti.
John Williams ci propone un Gaio
Ottaviano Cesare Augusto fermo
nelle sue decisioni, capo incontestabile del suo popolo, fedele a sua
"figlia" Roma, alla cui fama nei secoli dedic la sua vita di politico sopraffino, tra battaglie vinte grazie ai
suoi generali e letture raffinate in
compagnia di filosofi eccellenti. Un
Cesare Ottaviano morso da un'inquietudine
moderna,
pensato
dall'autore in chiave molto umana,
alla maniera dell'Adriano della
Yourcenar. Bellissime le ultime pagine con le sue meditazioni sugli dei
e l'amore.

Un imperatore afflitto come ogni


uomo dalla solitudine, schiacciato
sotto il peso di decisioni fatali, non
solo verso la cosa pubblica, ma verso i suoi stessi affetti pi prossimi.
Come quando costretto a esiliare
l'amata figlia Giulia, accusata non
solo di adulterio, reato sanzionato
pesantemente proprio da Ottaviano
stesso, ma addirittura di tradimento
e cospirazione per ucciderlo. Da qui
l'esilio a Pandataria per salvarle almeno la vita, e poi a Reggio. Eppure Ottaviano lo stesso uomo che
sa commuoversi quando incontra
per caso la figlia della sua nutrice,
Irzia ormai vecchia che mormora
"Tavio", il suo nome da bambino,
mentre le passa accanto per recarsi
al Senato. Episodio immaginario di
pura poesia.
Struggenti e frutto di arte narrativa,
sono anche le lettere che Ottaviano
settantaseienne, senza denti, malfermo sulle gambe, ormai prossimo
alla morte, invi durante la navigazione verso Capri, al filosofo Nicolao di Damasco, ritiratosi in Palestina, da dove inviava all'imperatore
datteri squisiti, da lui soprannominati "nicolai" in onore dell'amico.
Tutti i personaggi che ruotano attorno a Cesare, la prona e dolente sorella Ottavia, l'ambiguo potente
Marco Antonio, l'astuta Cleopatra, il
mite Virgilio, l'opportunista Cicerone, il pensoso Orazio, il mondano
Ovidio, lo sprezzante Tiberio emer-

gono via via dal tono delle loro lettere, che si incrociano tra i destinatari,
in un rimescolamento di date, con
un sapiente gioco di rimandi.
Fuori tema appaiono perci le critiche del pur autorevolissimo Luciano
Canfora, che da filologo quale egli
, ha accusato il romanzo di mancanza di verit storica e soprattutto
di violazione delle regole del romanzo epistolare. Verit che l'autore solo in parte si prefissato di
perseguire, dando spazio alla sua
grande vena narrativa, che attiene
al "vero poetico" non al "vero storico", come ebbe a spiegare il Manzoni.
"Augustus" scritto nel 1972,e ripubblicato nel luglio del 2014, vinse il
National Book Award nel 1973, ma
l'autore in vita fu snobbato dalla critica (mor a 71 anni nel 1994). Solo
dal 2006, grazie alla New York Review of Book il suo "Stoner" dalla
"suadente e spietata narrativa"
balzato agli onori pi alti della narrativa americana e mondiale.
E pensare che questo testo fu bocciato da ben sei editori, finche arriv
la Viking Press che decise di pubblicarlo. Poi venne Augustus. Ma
tutta questa sua arte non salv Williams dalle insidie dell'alcolismo,
tant' che non riusc a terminare
"The sleep of reason". Splendori e
abissi di un vero genio della penna.
Marilena Poletti Pasero

SIPARIO
questa rubrica a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
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Expo, Teatro alla Scala e stagione 2014/15
Con il Romeo e Giulietta di Kenneth
MacMillan si chiusa al Teatro alla
Scala di Milano la stagione ballettistica 2013/14. Anche con gli improvvisi cambi di cast, il successo
stato clamoroso: lattesissimo toile
Massimo Murru nei panni di Romeo,
famoso e brillante interprete del ruolo (proprio un suo cavallo di battaglia), allultimo ha dovuto rinunziare
alle recite con Marianela Nez
(ROH Londra) per problemi di salute
ed stato degnamente e fortunatamente sostituito da Gabriele Corrado, gi solista della Scala, attualmente in esperienze estere con la
compagnia di Monte Carlo. Corrado
accolto da una grande ovazione dal
pubblico scaligero che lo ha sempre
amato e apprezzato alla fine
dellultima recita ha salutato nuovamente il suo pubblico per andare
oltralpe.
Il prossimo 18 dicembre si attende
lapertura della stagione 2014/15,
n. 37 VI - 29 ottobre 2014

che sar pi ricca in occasione


dellExpo 2015, con il grande classico natalizio Schiaccianoci di Ptr
Ili ajkovskij nella versione coreografata da Nacho Duato, che vedr
come interpreti principali ltoile internazionale Roberto Bolle e Maria
Eichwald (principal allo Stuttgarter
Ballett).
Nacho Duato attualmente il direttore della Compagnia di Balletto del
prestigiosissimo Teatro Michajlovskij a San Pietroburgo, spagnolo e
allievo di Marice Bjart, quindi con
una spiccata propensione al contemporaneo e al neoclassico; le sue
coreografie si distinguono per il contrasto di colori sul palco e
lesasperazione del sentimento
(dando per scontata lelevata precisione della tecnica tersicorea). Lo
Schiaccianoci di Duato si configura
come una coreografia brillante, dinamica, divertente e piena di sentimenti eterni, a differenza della ver-

sione Nuriev, pi incentrata sul rito


di passaggio della protagonista adolescente Clara dallinfanzia a
unet pi adulta.
Laltra grande novit, per la prima
volta rappresentata al Teatro alla
Scala, sar a marzo 2015 il balletto
contemporaneo di Heinz Spoerli
(Zurigo) Cello Suites (In den Winden im Nichts) [= Pezzi per violoncello. Nei venti di nessun luogo],
sulle note barocche di Johann Sebastian Bach la coreografia presenta i corpi plasmati nella musica in
perfetta sintonia con i colori della
scenografia.
Tra le novit rientra pure a settembre-ottobre 2015 la Bella addormentata di ajkovskij nella versione coreografa da Aleksej Ratmanskij, il
coreografo ufficiale dellimportante
Teatro Boloj di Mosca, che vedr
come interpreti principali i due toiles del Teatro Boloj, Svetlana Zacharova e David Hallberg, gi ospiti
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a Milano. Le coreografie di Ratmanskij si configurano per la cinematograficit: le creazioni ex novo sono
veri e propri film messi in danza, si
pensi al grande successo di Illusioni
perdute, basato sullomonimo romanzo di Honor de Balzac e ispirato alla vicenda del compositore della
Sylphide, il primo balletto romantico.
La Bella di Ratmanskij si ispira alla
versione di Djagilev e dei Ballets

Russes, presenter un preziosismo


tutto nuovo nella scenografia e nei
costumi, mantenendo intatto la
classicit della coreografia e del
sentimento espresso da Marius Petipa.
Accanto alle novit, torneranno i
grandi classici del balletto e del repertorio scaligero. Si assister alla
Giselle di Coralli-Perrot con Roberto
Bolle, Svetlana Zacharova, Maria

Eichwald, David Hallberg e Natalja


Osipova (principal ROH Londra e
Michajlovskij San Pietroburgo); poi
allExcelsior di Marenco con Alina
Somova (principal Mariinskij San
Pietroburgo) e chiuder la stagione
LHistoire de Manon di Kenneth
MacMillan con Roberto Bolle, Svetlana Zacharova, David Hallberg e
Natalja Osipova.
Domenico G. Muscianisi

CINEMA
questa rubrica curata da Anonimi Milanesi
rubriche@arcipelagomilano.org
ll giovane favoloso
di Mario Martone [Italia, 2014, 137']
con Elio Germano, Michele Riondino, Massimo Popolizio, Anna Mouglalis, Valerio Binasco
Ci vuole davvero del coraggio a fare
un film su Giacomo Leopardi, aggirare stereotipi e ricordi scolastici.
Mario Martone forse ci riuscito
sottolineando il carattere ribelle del
poeta, facendone un giovane favoloso, secondo la definizione di Anna
Maria Ortese.
Prigioniero nella sua Recanati, dove
ha potuto beneficiare di una biblioteca eccezionale per ricchezza e
variet di testi, Giacomo aspira al
mondo o allItalia. Ma quando ventiquattrenne finalmente se ne va a
Firenze non trova quel che cerca.
Gli intellettuali sono impegnati nella
costruzione dellItalia, magnificano
le sorti progressive e non i pensieri
pessimistici del giovane Leopardi. Il
gran respiro sognato, lo scambio
intellettuale ricercato a lungo naufragano nelle sale del gabinetto
Vieusseux. Le riflessioni leopardiane sono politicamente pericolose ("Il
mio cervello non concepisce masse
felici fatte di individui infelici").
Fuori tempo, ecco come si sente
Giacomo. Il suo dialogo di un islandese con la natura si colloca al di l

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della storia, della mera contingenza.


Giacomo a partire da s, ma non a
causa della sua condizione, riflette
su scienza, felicit, illusioni ("Non
attribuite al mio stato quello che si
deve al mio intelletto"). Il giovane
favoloso non si deprime, non si arrende, a volte vorrebbe perseguire
leccesso contro "la vile prudenza".
Lunico che sembra comprendere il
suo talento e la sua riflessione
lamico Antonio Ranieri. Antonio,
per, pieno di vita e di avventure
amorose che il giovane Leopardi
pu, dolorosamente, solo osservare
da spettatore. Anche a Napoli dove
sembra sedotto dalla carnalit della
vita del popolo, dallintellighenzia
che sembra lusingarlo per poi bollarlo pessimista a causa della sua
malattia, lattrazione presto muore
per tramutarsi in una condanna di
una nuova illusione. Vorrebbe addirittura tornare a Recanati per "il bisogno che ho di fuggire da questi
lazzaroni e pulcinelli nobili e plebei,
tutti ladri e bifolchi, degnissimi di
spagnuoli e di forche!"

Il giovane ribelle coltiva il suo eccesso nelle opere dove, come afferma il regista, ha "il coraggio di
mettersi in gioco in ogni frase". Giacomo non tollera ipocrisie, sente il
bisogno di non compiacere, di rompere gli steccati anche a costo di
una vita difficile. insomma un poeta della libert. Per questo Martone
parlandone ha talvolta citato Pasolini e persino a Kurt Cobain. La contemporaneit ribelle sottolineata
anche dalla colonna sonora che fa
da contrappunto alla narrazione accostando Rossini alla musica elettronica del tedesco Sasha Ring e al
canadese Doug Van Nort.
Bravi gli attori specie Elio Germano
che si Giacomizzato senza diventare macchietta e Massimo Popolizio nella parte del conte Monaldo. Eppure vedendo questo film intenso resta limpressione che questa rilettura del giovane favoloso sia
fin troppo attuale e corrisponda un
po troppo allimmagine dettata
dallamore e dalla passione del regista per Leopardi.
Dorothy Parker

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PIAZZA DUCA D'AOSTA

MILANO SECONDO [Alvise]


Alvise De Sanctis: EXPO IN CITT
la settimana milanese 21/10 - 28/10/2014
http://youtu.be/5CUC98HhR9E

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