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numero 30 anno VI 10 settembre 2014


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MILANO TRA CODICE DEGLI APPALTI E REGOLAMENTO EDILIZIO


Luca Beltrami Gadola
Tra i tanti annunci del nostro Presidente del Consiglio, con una lunga
esperienza di amministrazione locale, mi sembra che due siano rimasti
in una sorta di cono dombra: "Riscriveremo il Codice degli appalti
sul modello americano e Vareremo un regolamento edilizio uguale
per tutto il Paese. Questi gli annunci. Sono due temi che interessano
strettamente Milano per una pressoch infinita quantit di ragioni. Ne
esamineremo solo alcune.
Che il Codice degli appalti vada riscritto oramai opinione corrente:
rispecchia una realt produttiva datata (1992), dallorigine a oggi le sue
norme sono state manipolate infinite
volte sia per i necessari adeguamenti alla legislazione europea, che
sotto la spinta della lobby dei grandi
costruttori (privati e cooperative);
ormai vi la convinzione che queste
norme stiano anche alla base della
troppo
facile
aggredibilit
dellappalto pubblico da parte delle
imprese corrotte e della malavita
organizzata (potremmo definire con
una parola sola le due categorie
chiamandole i mascalzoni perch
ormai le differenze si vanno sfumando e le contiguit crescono).
Che cosa abbia inteso Renzi con la
sua citazione allamericana non mi
del tutto chiaro ma se si riferito
alla filiera delle costruzioni cos come strutturata negli USA (a parte
gli inevitabili adattamenti per le diversit tecnologiche) sarebbe un
salto di qualit, soprattutto per la
distinzione di ruoli tra i diversi operatori coinvolti. Penso, credendo di
non sbagliare per avere esperienza
solo di appalti NATO, che laggiudicazione in USA vada quasi esclusivamente secondo il principio del

miglior offerente senza tanti fronzoli


come da noi.
Mi domando dove siano per le forze intellettuali per questoperazione
e soprattutto dove siano le forze
fresche necessarie, non corrotte da
una cultura del formalismo giuridico:
discorso lungo. Quando lattuale
Codice degli Appalti sar solo carta
straccia forse tireremo un bel respiro di sollievo. Quando? Comunque,
purtroppo, quando i buoi milanesi di
Expo son gi quasi tutti usciti di stalla.
Veniamo al secondo tema: il regolamento edilizio. Argomento intrigante anche perch quello milanese
alle ultime battute e potrebbe rischiare di incrociare male le novit.
Non so chi abbia suggerito al Presidente del consiglio lidea di un regolamento edilizio valido per tutta Italia, impresa che credo impossibile a
meno che non si persegua la strada
folle di fare un regolamento monstre, che regoli nel dettaglio sia
quello che deve succedere a Trento
che quello deve succedere a Siracusa. Sarebbe la gioia della nostra
burocrazia statale affrontare un tema tanto vasto e dispiegare tutte le
sue capacit di sottigliezze e sofismi
ma anche di orecchio alle sollecitazioni non sempre ingenue da parte
dei soliti. Avremmo il peggior regolamento del mondo.
Cosa invece opportuna sarebbe
quella di indicare le linee generali e i
principi secondo i quali si debbano
redigerei i regolamenti edilizi comunali. Innanzitutto dovrebbe essere
chiaro che il regolamento edilizio
uno strumento a tutela della collettivit rispetto allattivit, la pi libera
possibile, del singolo cittadino. Gli
interessi da tutelare devono essere
chiari ma contemporaneamente la

loro declinazione non deve far parte


del testo del regolamento ma solo
della relazione di accompagnamento per la discussione in consiglio
comunale. Detto brutalmente il regolamento deve dire quello che si
pu fare o non fare, certo non il perch. La trasparenza non centra.
Il regolamento deve essere destinato soltanto agli utilizzatori, operatori
del settore e singoli cittadini e non
deve contenere alcun riferimento n
tantomeno istruzioni o norme destinate ai funzionari dellamministrazione. Anche qui la trasparenza
non centra. Il regolamento, nel suo
testo definitivo deve citare il minor
numero possibile di riferimenti a
leggi dello Stato o provvedimento o
delibere della pubblica amministrazione; l dove sia inevitabile vanno
messi in nota a pi di pagina o in
calce cos come vanno evitati per
quanto possibile gli acronimi dei
quali comunque deve esistere un
glossario. Il regolamento, per definizione, non deve contenere norme
che modifichino le quantit delledificabilit per le quali strumento
principe il Piano di Governo del Territorio e questo anche solo per chiarezza. Anche questo non facile perch ogni Piano di Governo del Territorio e le sue norme tecniche sono
un esempio di barocchismo legislativo.
Questi sono i principi e le regole che
mi piacerebbe veder sancite e destinate agli estensori dei regolamenti edilizi oltre lovvio rispetto della
lingua italiana, sufficientemente ricca da non aver bisogno di neologismi. Ci arriveremo mai? Possiamo
rifletterci anche a Milano o pure qui i
buoi sono inesorabilmente scappati?

PISAPIA: SONO TEMPI GIUSTI PER UNA CANDIDATURA?


Giuseppe Ucciero
Molto pi che gennaio, settembre
il mese degli inizi. Potremmo anche
dire delle riprese, se non fosse che
la depressione impera, incurante
delle politiche, delle misure e dei
sacrifici: il cavallo non beve n acqua n panna montata (Scalfari
dixit). Non beve in Italia, ma neppure in Europa, e chi pensava di fare il
bersagliere a costo zero, con il vento in poppa delle previsioni marzoline, si ritrova con le gomme sgonfie,
poco fiato e tanto rancore alle spalle. Per ora va anche bene la cami-

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cia bianca, ma presto bisogner coprirsi con qualcosa di meno leggero....


Inevitabilmente, sale la tensione, nel
sociale e nella politica, che ne registra le fibrillazioni. Primo fra tutti
D'Alema, che, annusato il vento, ha
marcato il punto nei giorni scorsi: il
Governo Renzi non soddisfa nei risultati, certo non nelle intenzioni,
come si dice di quei bamboccetti
che le maestre apostrofano perfide :
povero bambino, s'impegna tanto,
ma .....

Silenzioso finora, esce allo scoperto, ma non da solo. La minoranza


PD, si direbbe come un sol uomo se
non fosse aspramente divisa, prende l'iniziativa e marca le distanze.
Resiste fuori dal coro critico il prode
Orfini, molto ben comprato o, se si
vuole, assai meglio venduto(si). Non
si condividono, tra gli ex maggiorenti PD, n le riforme del sistema politico rappresentativo, n tantomeno
le altre, tanto velocemente annunciate quanto assai pi rapidamente

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tornate ai box. Qualcuno una volta


diceva facite ammuina....
Del resto, per quanto Renzi si agiti,
Padoan marca stretto, Napolitano
indirizza, e Draghi decide: senza
bisogno della UE abbiamo gi la
nostra troika fatta in casa e fa quasi
tenerezza vedere il frettoloso
premier perdere tempo in anticamera, ora dell'uno e ora dell'altro. Restano una comparsata agostana a
Baghdad, mentre a Tripoli i nostri
interessi strategici pi autentici
giacciono incustoditi, ed una a Milano EXPO, naturalmente senza avvisare i padroni di casa, ch i riflettori
non si condividono mai.
In questo contesto, che per qualcuno gi di pre-crisi, Giuliano Pisapia ha preso l'iniziativa, proponendosi come la figura politica capace
di riannodare il filo spezzato tra il
PD renziano e le sparse truppe della sinistra non convenzionale, insomma tutti quei soggetti politici,
sindacali e sociali, che sono stati
messi, cos si dice, in un angolo dalla segreteria Renzi. Luca Beltrami
Gadola nel suo ultimo editoriale un
po' si stupisce, un po' chiede lumi,
un po' fa il gufo, insomma cerca di
capire (intellettuale dei miei stivali
?).
Dove vuole andare a parare Giuliano Pisapia? Qual il suo effettivo
disegno e a cosa mira? Per alcuni si
tratta dell'ovvia preoccupazione di
un uomo politico che registra scarsa
sintonia (sic) tra il maggior azionista
del suo schieramento e il mix civico
- rosseggiante del popolo dei Comitati. E qualche ragione ce l'ha pure,
specie se s'intreccia con qualche
incrinatura di consenso, qualche
protagonismo piddino (quel severo
Bussolati che a braccia conserte ci
guarda dal depliant della Festa
dell'Unit), e un prudente voler
chiudere i giochi prima che a qualcuno venga in mente che . bisogna cambiare passo.
Per altri, l'ambizione pi alta fino a
sfiorare la temerariet: lo si vorrebbe punto di riferimento di un neo
schieramento nazionale capace di
raccogliere voti a sinistra del PD,
pescando anche nel malcontento
grillino, e perch no della stessa
minoranza PD che, anche se vuol

molto bene alla ditta, sarebbe ben


felice di fare uno scherzetto al nuovo management che la vorrebbe
mandare in pensione. Il calcolo, del
resto, elementare quanto corretto:
Alfano dovr pur tornare a cuccia,
ed il PD avr bisogno anche dei voti
finora messi fuori dalla porta, specie
se lasticella del premio di maggioranza si alza al 40%.
Per altri ancora, entrambi gli obiettivi non solo sono legittimi, ma s'intrecciano, sostenendosi l'un con l'altro, fino a formare, nella pi malevola delle interpretazioni, moneta di
uno scambio politico gi leggibile:
nuovo mandato come Sindaco e
addio senza rimpianti al protagonismo nazionale minacciato. Queste
son tutte illazioni, ipotesi, ma ogni
tanto le profezie si auto avverano.
Come barcamenarsi allora in questo
mare agitato? Come leggere i movimenti della politica e prendere parte, s'intende per quel che se ne capisce, anche perch, se ha ragione
Beltrami Gadola a chiedere di vedere le carte, anche vero che non si
mai visto un uomo politico prudente, e Pisapia lo maxime, che faccia le sue mosse prima che si chiariscano i contorni del quadro che ha
di fronte e soprattutto prima che divengano effettive le forze che immagina, pro e contro. Per chi non
ama Renzi, ma tuttavia riconosce
che con il suo PD si deve far i conti
se si vuole contare, per chi non
vuole andare sulla luna per fare lotta politica, ma vuole farla qui e ora,
l'iniziativa di Giuliano Pisapia potrebbe avere un interesse, anche
forte se si vuole.
Del resto, l'ebollizione sociale sta
gi rapidamente arrivando alla temperatura del conflitto (proletari in
divisa?) e c' spazio per chi se la
vuole intestare, non come arruffa
popoli, ma per sottrarre energie ai
titolari del marchio sfascia italia:
grillo, salvini (il minuscolo d'obbligo...). Se la sinistra sparisce di fronte al conflitto, del resto, a che serve
mai? E un governo in difficolt crescente pu avere bisogno esistenziale di qualcuno che raccolga, indirizzi, gestisca, il disagio diffuso, verso esiti non devastanti.

Se Giuliano Pisapia si pone in testa


di giocare ora un ruolo nazionale,
ben venga dunque. Solo un dubbio
che, con tutta la buona volont, non
si riesce facilmente a scacciare: ce
la far, ha carisma sufficiente, e soprattutto non arriva in grande ritardo
all'appuntamento? Tre anni fa, fioriva la primavera dei sindaci di sinistra - sinistra, il PD arrancava battuto sistematicamente nelle primarie
di colazione a Milano, Genova, Cagliari, il socialismo municipale viveva una stagione prodromica di
ben altri successi e le copertine
dell'Espresso gi incoronavano il
Sindaco di Milano re della sinistra ...
invece avvenuto il contrario, Pisapia rimasto fermo e il giovin signore di Firenze ha potuto tessere la
sua tela, inventarsi le Leopolde con
i Farinetti e i Guerra (complimenti
per i 55 ml di euro, ma letica democratica dov?), attaccare il cielo del
PD, conquistarlo e poi il resto lo conosciamo. Insomma, quel che poteva succedere non successo, e la
nostra vicenda politico nazionale ha
preso una strada diversa dai desideri di chi sperava in una leadership
ambrosiana a Palazzo Chigi.
Ora Giuliano Pisapia, che ha tutta la
nostra stima ben s'intende, corre il
rischio di quelli che arrivano in ritardo al cinema e chiedono di riavvolgere la pellicola, ma il film ormai
questo, questa la trama e questi gli
attori. Non vorremmo, insomma
che, per non aver voluto muoversi
troppo presto, si muovesse ora
troppo tardi, oltre il tempo suo.
un timore, legittimo, nutrito da diversi, che per non potr trattenerci,
noi tra i molti, dal guardare con simpatia a un'iniziativa che contribuisca
a riportare una sinistra, pur rigenerata, all'onor del mondo. Sar durissima? Certo che s, ma ci sono battaglie che si deve pur perdere, se si
vuole vincere la guerra.
Se invece, prevale la dimensione
tattica locale, se la sua iniziativa intende solo sgombrare gli ostacoli
per un nuovo e ben meritato mandato, avr comunque la nostra stima e il nostro sostegno. Ma, come
dice Beltrami Gadola, carte sul tavolo, please.

ANDARE COS VERSO LA CITT METROPOLITANA: NON DIMENTICARE LA DEMOCRAZIA


Fiorello Cortiana
La questione delle Citt Metropolitane non riguarda soltanto i milioni
di cittadini che risiedono nelle aree
interessate ma ha a che fare con le
prospettive del resto dei territori e

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dei comuni italiani. In sostanza: saranno una metastasi energivora e


spersonalizzante, creatrice di periferie o costituiranno una matrice per il
riequilibrio economico, sociale, am-

bientale e democratico? Il 30% degli


italiani risiede nelle costituende citt
metropolitane, la stessa percentuale
degli immigrati, un milione e mezzo,
nelle dieci citt metropolitane pro-

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dotto il 34,7% dell'intero PIL nazionale. Queste percentuali nascondono uno squilibrio tra i comuni capoluogo e quelli di corona, fascia, cintura che dir si voglia.
Sono differenze significative riguardo al reddito e l'accesso ai servizi,
alle dotazioni infrastrutturali, alle
funzioni sul territorio. Anche la
maggioranza della popolazione immigrata vive nei comuni esterni a
quelli centrali. l'introduzione delle
citt metropolitane ha davanti a s
la sfida e la possibilit di definire e
attuare sistemi di governance efficaci per ridurre il divario tra centro e
periferia e migliorare la redistribuzione di ricchezza e opportunit sul
territorio. Anche per questo sono
considerate dallUnione Europea
come lorganismo territoriale prioritario con un ruolo strategico
nellattivit di coordinamento e di
gestione delle risorse finanziarie assegnate ai territori negli accordi di
area vasta che mettono insieme le
citt metropolitane e i liberi consorzi
di comuni. In un sondaggio IPSOS 3
cittadini su 4 chiedono di eleggere
gli organi della nuova istituzione.
Forse il governo e i parlamentari
che hanno approvato la legge56/2014, cosiddetta Delrio, pensano che i cittadini non comprendano la differenza tra eletti e nominati
dalle segreterie di partito.
Non i sondaggi, ma la percentuale
di partecipazione alle elezioni evidenzia il distacco costantemente
crescente tra la politica nazionale,
che si consuma nei palazzi, e i territori. Per questo la costituzione di
queste nuove realt istituzionali e
amministrative ha a che fare con la
natura della democrazia italiana che
sta prendendo corpo. Se le citt metropolitane non avranno uno statuto
costitutivo aperto, trasparente, partecipato; se le citt metropolitane
non avranno il loro sindaco e il loro
consiglieri eletti direttamente dai cittadini, avremo uno sviluppo regres-

sivo della democrazia. In particolare


se il tutto viene combinato con una
legge elettorale nazionale autoreferenziale per il partito in carica e la
consociazione del Nazareno, con un
Senato incomprensibile e simile alla
conferenza Stato-Regioni gi esistente. Per questo lo statuto metropolitano dovrebbe essere fatto con
uno spirito costituente, oltre le divisioni e le spartizioni tra partiti. Per
sostenere una Citt Metropolitana
adeguata a una societ responsabile, che partecipa alla creazione di
un organismo istituzionale innovativo e capace di produrre valore economico basato sulla innovazione,
sulla sostenibilit e sulla bellezza.
Besostri ha ripetutamente messo in
luce i limiti costituzionali della proposta Delrio e delle procedure per la
sua attuazione, con le elezioni di
secondo livello per le Citt Metropolitane con il voto ponderato, quindi
con la partecipazione dei soli consiglieri comunali e dei sindaci
allelezione del Consiglio Metropolitano che scriver lo statuto. Consiglieri e sindaci il cui voto, alla faccia
della fase costituente, avr pesi differenziati. Per questo, tra persone
provenienti da diverse esperienze
culturali e politiche, abbiamo proposto una lista civica per lo statuto,
aperta a tutti i consiglieri che ne
condividono le ragioni costituenti e
gli indirizzi generali, indipendentemente dalla loro collocazione politica in seno ai Consigli Comunali.
Questo il senso civico della proposta: non schieramento di parte
ma condivisione di indirizzi statutari.
Auspicavamo un riscontro positivo,
ma abbiamo dovuto fare i conti con
un processo elettorale peggiore di
quel che temevamo. Non solo i
tempi ristretti per la costituzione e
presentazione della lista compresi
tra agosto e la prima settimana di
settembre: nessuno strumento
stato messo a disposizione dei
Consiglieri comunali per agire nel

rispetto di un minimo di democrazia


e per comunicare la proposta ai
2.079 tra sindaci e consiglieri comunali dei 134 Comuni. Cos qualche segreteria di partito contava di
spartirsi preventivamente i nominati
senza alcun confronto di idee e di
proposte. Eppure tra sindaci e consiglieri abbiamo raccolto 23 candidati pi 141 sostenitori e la nostra
proposta, con una conferma significativa, diventata una possibilit
concreta. Questo primo risultato
mette in luce in maniera inequivocabile due cose: c' vita oltre il Patto
del Nazareno ed viva e diffusa
una cultura della democrazia partecipativa costituzionale.
Per questo Lista Civica Costituente
per la Partecipazione - La citt dei
Comuni costituisce un buon esempio non solo per la Grande Milano.
Lobiettivo: inserire nello Statuto:
l'elezione diretta del Sindaco e del
Consiglio Metropolitano da subito,
referendum deliberativi e Cittadinanza Attiva, bilancio partecipato e
rendicontazione/accountability,
open data e open government per la
partecipazione informata al processo deliberativo, anagrafe pubblica
degli eletti e dei nominati. Questa
fase dovrebbe essere costituente,
estranea alle logiche di partito e
centrata sugli aspetti costitutivi per
una democrazia partecipata e
unamministrazione trasparente e
policentrica per la cittadinanza attiva. Per questo abbiamo chiesto al
Prefetto la garanzia di condizioni di
comunicazione delle proposte almeno prima delle votazioni per il
Consiglio Metropolitano. Per questo
chiediamo a tutti i consiglieri e i sindaci un voto utile per cogliere
lopportunit di colmare la crisi di
legittimit nella relazione tra cittadini
e politica, tra cittadini e istituzioni.
La Citt Metropolitana non deve essere un grosso comune ma una
grande comunit.

TRA RENZI E PISAPIA: LELOGIO DELLA LENTEZZA E DELLA FOLLIA


Emanuele Telesca
doveroso lelogio della lentezza al
nostro Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Partito nella sua avventura con lo scatto del centometrista,
bramoso di cambiare lItalia in cento
giorni, nellincedere ha modificato
landatura in quella da mezzofondista: ora si parla di procedere un
passo alla volta, guardando ai prossimi mille giorni. Non una bazzecola, nemmeno una maratona, ma
comunque una buona dose di chilometri da caricare sui muscoli delle

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gambe e della schiena. Uno sforzo


atletico da riempire di contenuti: di
quella buona politica fatta non di
slogan e hashtag; ma di progetti
concreti, effettivi ed efficaci in una
prospettiva riformatrice (e innovatrice) di medio e lungo periodo.
doveroso pure lelogio della (sana) follia del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che parla apertamente di progetti politici nel quale impegnarsi in prima persona per un nuovo centrosinistra, con un PD prota-

gonista purch capace di ritrovare la


propria anima smarrita (in qualche
parte a destra). Un PD che scelga
come primo e, si spera, privilegiato
interlocutore chi ha nel proprio programma buone idee su come rinvigorire il welfare state, su come ampliare una vasta gamma di diritti civili, su come impostare una politica
estera di accoglienza e di pace. Una
follia lucida, lungimirante, che guarda a orizzonti lontani nei quali ci saremo liberati dei governi di emer-

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genza nazionali, di quelle che in
Germania chiamano Grosse Koalition (e che pure da quelle parti sta
perdendo un po di smalto).
La discussione tra un Premier corridore e un Sindaco folle deve avvenire nella giusta cornice e con i giusti tempi. Nella Milano angustiata
dalla velocit, dal continuo movimento centripeto e centrifugo dei
suoi pendolari, privata spesso del
doveroso amor proprio, una ricerca non semplice.
Suggerisco umilmente tre luoghi
simbolo del capoluogo lombardo nei
quali intavolare una chiacchierata
per il futuro del centrosinistra italiano. Tre luoghi che uniscono in loro il
meglio e il peggio del nostro presente, con uno sguardo rivolto non solo
ai problemi di casa nostra: una visione globale per un mondo globalizzato, a pochi giorni dalla nomina a
Mrs. Pesc del Ministro Mogherini.
1) I cantieri di Expo: quale miglior
metafora dei desideri da velocisti
italici, trasformatisi in una lenta agonia pi simile alla sofferenza della

marcia? Un tavolo e due sedie al


centro dellarea fieristica di Rho.
Una cosa rustica, senza troppi lussi.
Magari con caschetto in testa e un
buon panino in mano, ascoltando le
voci di manovali e operai (che, al
contrario di quel che si pensa, esistono ancora).
2) Lo Stadio Meazza al termine di
una partita, ancora riecheggiante
delle urla dei tifosi che scivolano
nella dolce malinconia dellevento
appena passato. Seduti l, al secondo anello verde, potrebbero discutere fissando il manto erboso di San
Siro e buttando locchio, di tanto in
tanto, al tabellone ormai spento. Si
renderebbero conto che il tempo si
gusta meglio con un sano confronto,
senza la fretta di inutili scadenze
buone solo a fini mediatici ed elettorali.
3) La Stazione Centrale mentre arrivano i profughi siriani,perch ti ritrovi al centro del mondo e nemmeno
te ne sei reso conto. Per fare politica bisogna mettere le mani nella
carne viva della storia, dellattualit.

In questo caso non dovrebbero parlare, ma fare. Solo pochi e sentiti


sguardi dintesa. Basterebbe questo
per dare basi pi solide al centrosinistra italiano che verr. Meno parole, pi fatti.
Nulla pu impedire ai due di creare
un progetto politicamente serio e
forte: per correre su distanze chilometriche bisogna essere un po folli;
e la follia a sua volta faticosa da
sostenere pi di una lunga corsa.
Milano ha avuto storicamente un
ruolo di madre nei pi importanti
eventi della storia dItalia. Alla vigilia
di Expo 2015, nel semestre di presidenza italiana dellUnione Europea, quale miglior palcoscenico per
mettere in scena il centrosinistra del
2018? (elezioni anticipate permettendo).
Un augurio, una speranza, forse un
sogno di una tarda estate mai sbocciata per davvero. Sul quale per
lavorare alacremente per non risvegliarsi, al mattino, con pochi ricordi
confusi e un pugno di mosche in
mano.

CIVISMO E CITT METROPOLITANA: UN PONTE TRA PARTITI E CITTADINI


CHE D SPAZIO AI TERRITORI
Elisabetta Strada*
Partendo dalla buona esperienza di
Milano, che vede la squadra del
centro sinistra unita a sostegno del
Sindaco Giuliano Pisapia, luned 8
settembre, la coalizione del centrosinistra (composta da PD, Movimento Civico, Sel e Rifondazione
Comunista) ha presentato la lista
unitaria con i candidati alle elezioni
della Citt Metropolitana che si terranno il 28 settembre.
Abbiamo lavorato alla formazione
della lista perch il nostro contributo
portasse un valore aggiunto alla
coalizione. Non stato semplice, la
rete civica metropolitana non ancora consolidata e l'organizzazione
non cos strutturata come in un partito. Questo percorso, cominciato
con il sostegno alle candidature delle amministrative del 2013, ci ha
portato a conoscere e incontrare
anche altre liste civiche e a recepire
esigenze, bisogni, desideri, anche
paure, nella costruzione del nuovo
scenario metropolitano. Siamo partiti con la suddivisione dellarea metropolitana in quattro aree omogenee. Allinterno di queste si cominciato con lascoltare proposte di
persone che si sono candidate perch il territorio glielo chiedeva.
Non solo. Consapevoli della vastit
dell'area che rappresentano (sono
quattro i nostri candidati) questi cittadini attivi hanno costituito comita-

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ti, avvalendosi di altri rappresentanti


del territorio che li supporteranno
nella loro attivit di consiglieri.
Quello della cittadinanza attiva un
valore in cui crediamo e arriviamo a
questa cruciale scadenza di legge
consapevoli del ruolo innovativo e
sempre pi decisivo che rappresentiamo nellambito dellofferta politica
del centrosinistra. Vogliamo essere
il ponte tra i partiti tradizionali e i
cittadini indipendenti che desiderano partecipare attivamente alla vita
pubblica della comunit in cui vivono.
Nel dibattito politico, sul futuro della
Citt Metropolitana, il leit motiv costante tra le liste l'esigenza di fugare ogni pericolo di "milanocentrismo". Per questo abbiamo deciso
di fare una scelta coraggiosa. Milano sar gi molto ben rappresentata dai partiti della coalizione. Il Movimento Civico ha deciso quindi di
sostenere i candidati della provincia, con una visione politica centrifuga, rispetto a Milano non candidando il consigliere comunale di
Milano per favorire i comuni pi piccoli. I candidati che il territorio ha
scelto sono: Michela Palestra - Sindaco di Arese, Roberto Maviglia Sindaco di Cassano d'Adda, Ilaria
Scaccabarozzi - Consigliera Comunale di Gorgonzola e Roberto Masiero - Consigliere Comunale di

Corsico. Il voto "pesante" di Milano


(il voto della Citt Metropolitana
un voto ponderato che pesa in base
al numero degli abitanti del Comune di riferimento) pu fare la differenza per un candidato del territorio, quindi aiuter i nostri candidati
a diventare consiglieri, non viceversa. unopportunit che vogliamo
mettere sul tavolo per dare pi forza al territorio rispetto a Milano.
La creazione di reti civiche territoriali ha dato anche inizio a un'operazione politica collegiale, condivisa
e di cittadinanza attiva civica. Abbiamo la presunzione di pensare di
aver fornito un forte valore aggiunto
alla coalizione del centrosinistra.
Non che l'inizio: ci auguriamo di
avere quattro consiglieri metropolitani civici. Ma un risultato lo abbiamo gi ottenuto: la grande partita di
squadra che stiamo giocando, con
un numero sempre maggiore di adesioni ai comitati e di lavoro congiunto con lunico obiettivo del bene
comune. Creare la nuova Citt Metropolitana insieme agli eletti del
centro sinistra sar lopportunit di
creare una nuova citt per tutti. Una
citt che dovr offrire a tutti i cittadini + Opportunit, + Territorio, +
Semplicit e +Servizi.
Partendo dalle esigenze del territorio sar unoccasione per fare scelte e strategie che dovranno portare

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a un miglioramento effettivo della
vita quotidiana dei cittadini. Altrimenti sar un'occasione persa.

*Presidente Gruppo Consiliare Milano Civica x Pisapia

PROFESSIONISTI E CANI SCIOLTI: UN NUOVO MODELLO POSSIBILE


Marco de Allegri
Per la prima volta si prova a organizzare i professionisti, i lavoratori
della conoscenza in modo trasversale, senza distinzione tra professioni regolamentate (quelle con albo
o ordine) e quelle non regolamentate. Domenica 14 settembre ci sar
la presentazione di uniniziativa riguardante il mondo del lavoro autonomo che una novit assoluta per
lItalia. Ci riferiamo dunque al vasto
mondo di professionisti che potremmo definire classe cognitiva,
stakeholder di alte competenze, che
oggi costituiscono un grande bacino
di capacit intellettuali spesso inutilizzato o sottoutilizzato, fuori dalle
politiche di welfare, che condivide
sovente gli stessi problemi del mondo del precariato.
Il punto di partenza, lidea, quella
di iniziare a dialogare con questa
zona grigia di professionisti in difficolt che fino a ora non ha trovato
sponda o riferimenti n nelle istituzioni n in altre organizzazioni sociali, per provare a dare risposte in
termini di ascolto e sopratutto di opportunit. Per questo nata alla fine
di gennaio 2013 lassociazione Articoloquattro
(www.articoloquattro.org) che ha tra
le sue finalit quella di intercettare il

disagio, riorganizzare le professionalit, dialogare con le istituzioni


pubbliche per creare nuove occasioni e rimettere in gioco professionalit che altrimenti andrebbero
perdute.
Lo strumento operativo per lanciare
questa operazione che lassociazione sta costruendo Rework 3.0,
un network di professionisti che offre servizi professionali multidisciplinari al mondo delle imprese, dei privati e della pubblica amministrazione: Una libera rete di professionisti
che cooperano in forma solidale.
In questi mesi di attivit Articoloquattro ha trovato un attento interlocutore nella giunta del Comune di
Milano e dei suoi consiglieri di maggioranza arrivando cos a realizzare
dei punti di ascolto per i professionisti in difficolt in tutte le 9 zone di
Milano - il progetto AscoltaMI story sharing Milano - e alla firma di
un protocollo di intesa con il Comune attraverso lassessorato politiche
del lavoro, sviluppo economico, universit e ricerca, guidato da Cristina
Tajani. Con questa intesa il Comune ha sancito sia di fatto che formalmente la bont del progetto riconoscendone anche la valenza sociale poich che si tratta di speri-

mentare nuovi modelli di politiche


attive per il lavoro e nuove forme
welfare locale, che ribadisco, per la
prima volta riguardano quello autonomo.
In questo protocollo il Comune si
impegna perci a svolgere funzioni
di facilitatore con lobbiettivo di far
incontrare questa realt con la PMI
e il mondo del privato sociale, attraverso tre azioni: rafforzare il progetto AscoltaMI - story sharing Milano; attivare una funzione di ricerca
e classificazione di profili professionali con la finalit di ricollegarle al
mondo dellimpresa responsabile;
sostegno al progetto Rework 3.0
Insomma dopo molti anni di chiacchiere sulle professioni, su improbabili riforme, finalmente dal mondo
dei professionisti nata una proposta che pu cambiare lapproccio su
questi temi, e la politica, almeno
quella pi attenta, pu trarre spunti
di riflessione e iniziare a ragionare
in altri termini sulle realt professionali. Per saperne di pi, domenica
14 settembre ore 19, allo spazio libreria della Festa dellUnit al carroponte di Sesto San Giovanni.

CITT METROPOLITANA: IL RISCHIO DI INCOSTITUZIONALIT


Felice Besostri
Nel 2010 stato costituito presso il
Tribunale di Milano il primo Osservatorio sulla Sicurezza del Lavoro
(OSL), sulla base di un protocollo di
intesa tra il Tribunale, lINAIL Lombardia e il CPT (comitato paritetico
territoriale delledilizia sicurezza in
edilizia). Si tratta del primo Osservatorio tra magistrati, tecnici, medici,
imprenditori e lavoratori per studiare
e analizzare i problemi interpretativi,
applicativi, operativi nella materia
della sicurezza del lavoro dopo la
riforma del testo unico sulla sicurezza (D. Lgs. 106/09, in riforma del D.
Lgs. 81/08).
Materia che, come gli addetti ai lavori sanno, si presenta sempre pi
complessa e frastagliata sia da un
punto di vista strettamente normativo sia per quanto riguarda la prassi
giurisprudenziale che prende le
mosse da svariati, differenti casi

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pratici. Davamo conto, circa due


anni fa, dalle pagine di questo settimanale, del lavoro dellOsservatorio, sottolineandone lassoluta importanza in un settore davvero estremamente delicato per la vita del
cittadino, per il benessere delle imprese e di tutta leconomia nazionale.
LOSL si occupa di formazione e
informazione, di elaborare e raccogliere le migliori esperienze applicative da portare allattenzione dei datori di lavoro, delle imprese, dei responsabili della sicurezza, dei magistrati, dei lavoratori, delle parti sociali ed Enti. QuestOsservatorio,
operativo ormai da oltre quattro anni, ha certamente svolto e sta
svolgendo tuttora - un utile lavoro di
studio e di scambio di informazioni
sulla tematica, ma la strada da fare
ancora molto lunga, soprattutto

nella nostra citt in questo ultimo


scorcio di anno che ci separa da
Expo 2015.
C da dire che, tra le molte criticit
che in questi mesi la cronaca ci ha
posto davanti per quanto concerne
la gestione dei cantieri Expo, la situazione degli infortuni gravi sul lavoro non sembra particolarmente
allarmante. Va premesso che molto difficile trovare dei dati attendibili
circa gli episodi di lesioni gravi o
gravissime o addirittura di perdite di
vite umane di quanti lavorano nei
cantieri Expo, ma i casi appaiono
molto limitati come sottolineato in
varie occasioni dai componenti del
consiglio di amministrazione di Expo
2015. Ma le complessit devono
ancora venire: infatti con linizio
della costruzione dei padiglioni, in
tempi certamente contingentati, che
si porranno le problematiche pi se-

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rie in materia di sicurezza sul luogo
di lavoro.
Secondo recenti conclusioni dei
mesi scorsi dellosservatorio Cgil di
Milano, gli operatori dellAsl dedicati
alla prevenzione e ai controlli sono
troppo pochi: si tratta di una questione che rischia di esplodere proprio nel momento in cui nellarea
Expo si lavora a ritmo frenetico per
recuperare i ritardi. Tali dati riportano che, nelle 105 ispezioni eseguite
dallAsl fino al 31 dicembre 2013 sul
sito Expo e sulle opere essenziali
connesse, ben 98 sono state le contestazioni di non conformit delle 71
imprese controllate.

Le cose non vanno meglio nei cantieri delle nuove linee della metropolitana 4 e 5 e del prolungamento
della 1, la cui realizzazione legata
allesposizione: al 28 febbraio 2014
nei 415 accessi ispettivi, per un totale di 116 imprese controllate, le
non conformit sono state 242. A
tali numeri si aggiunge poi un altro
particolare: fino alla settimana scorsa il Piano di emergenza ed evacuazione relativo allarea Expo presentava diverse criticit sia tecniche
sia strutturali cui si dovr dar soluzione nei prossimi mesi.
Insomma, il lavoro dellOSL e delle
autorit competenti non si fermi

allapprofondimento e allo studio


teorico della normativa, ma contempli applicazioni pratiche che consentano una sicurezza su tutti i luoghi di
lavoro, in particolare i pi pericolosi
quali ledilizia. E i tempi stretti di Expo 2015 non siano una scusa per
mettere da parte alcune regole
fondamentali di prudenza e sicurezza per chi opera nei cantieri, ma anche per i semplici cittadini che si
trovano a transitare nei cantieri
stessi o sulle strutture costruite.
una battaglia di civilt cui non
dobbiamo rinunciare per nessuna
ragione.

IL RILANCIO DEGLI INVESTIMENTI. Il PERCH OVVIO MA COME?


Mario De Gaspari
Il dibattito corrente sulla crescita
economica del Paese piuttosto
confuso, perch intersecato da
troppe variabili: economia nazionale/economia europea, crescita versus decrescita, cosa fare del debito
pubblico, ecc. Ora, con la crisi ucraina, la confusione destinata ad
aumentare, perch cresce il numero
delle variabili su cui si incagliano i
commenti. Meglio essere minimalisti, focalizzando la riflessione solo
sulla crescita delleconomia nazionale in s, isolando questa questione da tutte le altre e dando per acquisita lesigenza di favorire la crescita stessa.
Presupposto per riordinare la discussione accordarsi sul fatto che
la crescita, per leconomia italiana,
non la terapia ma, casomai, la
malattia su cui necessario intervenire. In altri termini, leconomia
italiana non cresce perch un sistema distorto e prescriverne la crescita sarebbe un po come consigliare la guarigione a un malato
grave.
Tra le cause ve ne sono alcune, sic
rebus stantibus, di cui non resta che
prendere atto (a meno di non ipotizzare soluzioni fantasiose) e il debito
pubblico tra queste. Se leconomia
cresce, si dice, sar pi facile pagare il debito, perch, ovviamente, diminuir il costo del servizio. Grazie
tante. Ragioniamo invece sulle macrostrategie possibili, sospendendo,
per il momento, anche le considerazioni sullefficacia delle riforme sul
tavolo del governo e sulle materie
ricorrenti (tipo la richiesta di abolizione dellarticolo 18, che ha lunico
effetto di favorire le aspettative ribassiste degli imprenditori).
Nelle ultime settimane la discussione si sta focalizzando, e questo
un bene, sugli investimenti. Se crol-

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lano gli investimenti, ovvio, niente


crescita. E infatti diminuiscono i
consumi e gli occupati. Stiamo scoprendo quello che gli economisti
sanno da un secolo: leconomia
un sistema dove tutte le variabili si
influenzano a vicenda. Keynes, nella Teoria generale, fa lipotesi
delleconomia chiusa, non certo
perch non fosse a conoscenza delle interconnessioni internazionali,
ecc., ma per isolare quelle variabili
su cui intendeva proiettare luce. Sarebbe utile ragionare in questo modo anche in Italia, in modo da focalizzare davvero lattenzione sulle
possibilit che offre leconomia del
Paese.
La crisi degli investimenti, in Italia,
pare sia dovuta essenzialmente al
crollo degli investimenti in edilizia.
Infatti, se gli investimenti totali tra il
2009 e il 2013 sono calati da 260,6
miliardi a 233 miliardi, quelli in costruzioni sono passati da 143,6 a
115, 9 miliardi. La conclusione che,
con indebita inferenza, se ne ricava
che occorre rilanciare gli investimenti edilizi. A prescindere dal fatto
che il 2010 stato lunico anno in
cui gli investimenti complessivi sono
aumentati bench quelli in costruzioni siano scesi in maniera notevole, non viene in mente a nessuno
che forse negli anni precedenti la
crisi c stata un po di speculazione
immobiliare, per effetto dei tassi e
delle interconnessioni con la finanza, e che forse il peso del settore
nella composizione delleconomia
nazionale (il PIL) cresciuto un po
troppo a scapito dellindustria e della manifattura?
La riflessione da fare dunque pi
ampia e riguarda le prospettive di
un Paese il cui unico scopo non pu
essere quello di rendere semplicemente sostenibile il proprio debito

pubblico. E questo al di l delle opinioni sullefficacia della politica monetaria nella creazione di investimenti. Un Paese fondato, in maniera quasi monoculturale, sulla propriet edilizia non un paese moderno e tanto meno un paese dinamico, competitivo, che guarda al
futuro. La strategia della casa in
propriet per tutti (a differenza
dellAmerica di Bush dove era incidentale) ha in Italia caratteristiche
strutturali e di lungo periodo: questo lanello debole di uneconomia
debole, dove il settore immobiliare
prosciuga il risparmio delle famiglie
e le risorse finanziarie (la versione
nazionale della sindrome di Baumol).
Ci rendiamo conto che, imprigionandola in un mutuo generazionale,
abbiamo anche perso almeno
unintera generazione di immigrati?
Questi ulltimi sono stati in pratica
obbligati ad acquistare casa a debito, perch manca un mercato degli
affitti e perch si intendeva sostenere i prezzi delle case stesse. Cos si
perso il vantaggio di avere manodopera a basso costo, nuovi consumatori,
nuovi
risparmiatori.
Un'ondata immigratoria in generale
crea nuova ricchezza e sviluppo,
invece in Italia si avuta la recessione. Bisogna considerare che per
pagare i mutui gli immigrati pagano
anche tre quarti del loro stipendio.
Per di pi pr4ivati di risorse spendibili hanno avuto spesso difficolt di
integrazione e ora molti perdono
l'alloggio che non riescono pi a pagare.
Schumpeter rilevava che nelle trasformazioni economiche occorrono
s risorse nuove (da crearsi attraverso la moneta bancaria), ma
anche necessario spostare i fondi
dai settori obsoleti ai nuovi settori

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che si intende promuovere. qui
che indispensabile la mano della
politica. la tanto invocata politica

industriale, che poi sarebbe la politica economica tout court.

DECENTRAMENTO E POLEMICHE INUTILI


Arturo Calaminici*
A Milano, sotto il pelo dellacqua, c
gran movimento di gruppi, team,
tecnostrutture, studiosi che stanno
elaborando lintelaiatura dello Statuto della Citt Metropolitana. Il rischio, in mancanza di un dibattito
pubblico largo e aperto, che prevalga una concezione tecnoburocratica del nuovo Ente.
Si avviata, prima delle vacanze
(anche nel Gruppo Petfi) una discussione sui cosiddetti Municipi, in
cui secondo alcuni dovrebbe essere
diviso e ripartito amministrativamente il capoluogo. La disputa, che per
ora ha avuto solo qualche lampo
polemico, pu trasformarsi in una
inavvertita trappola; ed essere, non
ricordandosi che spesso il meglio
nemico del bene, motivo per il non
assolvimento delle precondizioni
che la legge Delrio pone come necessarie allelezione diretta del Sindaco e del Consiglio Metropolitani.
Quelle condizioni occorre che siano
soddisfatte in tempo, entro la primavera del 2016, che, possiamo dire,
gi dietro langolo. Un eventuale slittamento dellelezione diretta a dopo
le prossime elezioni comunali di Milano, non sarebbe privo di effetti
gravi e permanenti.
Cosa dice la legge? Il comma 22
recita: per le Citt Metropolitane
sotto i tre milioni di abitanti, condizione necessaria perch si possa
far luogo a elezione del sindaco e
del consiglio metropolitano a suffragio universale che si sia proceduto ad articolare il territorio del
comune capoluogo in pi comuni
ed altres necessario che la Regione abbia provveduto con propria
legge allistituzione dei nuovi comuni e alla loro denominazione ai sensi, ecc." Aggiunge, infine: La proposta del consiglio comunale deve
essere sottoposta a referendum.
Come si vede sono condizioni molto
pesanti e precise. Diverse, ma non
per questo non impegnative, sono le
condizioni poste alle C. M. con pi
di tre milioni di abitanti, cio praticamente Milano. In alternativa (a
quanto sopra) condizione necessaria che lo statuto della C. M.
preveda la costituzione di zone omogenee e che il comune capoluogo abbia realizzato la ripartizione
del proprio territorio in zone dotate
di autonomia amministrativa.

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Quindi, per Milano le condizioni poste dalla legge sono due: le zone
omogenee (richiamate per prime) e
la ripartizione del capoluogo in zone
dotate di autonomia amministrativa.
Si noti, en passant, il cattivo gusto
di chiamare con lo stesso nome le
due cose diverse e distinte, ingenerando da subito non piccola confusione!
Le zone omogenee sono un istituto
fondamentale perch esse indicano
lesigenza che la C. M. si costituisca
non solo sul criterio della divisione,
del frazionamento, ma, e direi soprattutto, sul principio dellaggregazione: risparmi economici, efficienza, policentrismo sono risultati legati
di pi allesigenza dellaccorpamento che non a quella della divisione e dello smembramento. E ci
vale per il capoluogo quanto per il
resto del territorio.
Ora, se zone omogenee devono esserci, chi pu negare che Milano sia
essa gi da sola una zona omogenea? E che almeno in quanto tale
abbia bisogno di una sua unit anche simbolica e di una rappresentanza istituzionale unitaria? Quindi,
anche solo da questo punto di vista,
pensare tout court allabolizione del
Municipio di Milano, stando alla
stessa lettera della legge, pare un
non senso, come giustamente e vivacemente ha gi notato Giancarlo
Consonni.
Andiamo alla seconda condizione.
da rilevarsi che, sempre per le C.M.
sopra i tre milioni di abitanti (Milano), la legge non parla pi di nuovi
comuni, ma di zone con autonomia
amministrativa. Che vuol dire?
Lautonomia amministrativa non pu
essere confusa con lautonomia politica e istituzionale. I nuovi comuni,
previsti per le C. M. al di sotto dei
tre milioni di abitanti, realizzano essi
s unautonomia politico-istituzionale, e per la loro istituzione previsto un iter, come abbiamo notato
sopra assai complesso e impegnativo; le zone in cui deve invece articolarsi la citt capoluogo delle C.M.
sopra i tre milioni di abitanti (Milano)
invece sono tuttaltra cosa.
Lautonomia amministrativa delle
zone si realizza, infatti, entro limiti e
perimetri predefiniti da una deliberazione dello stesso comune capoluogo. Cio il comune capoluogo
stabilisce (non autoritariamente, si

spera) quali sono gli ambiti e le funzioni, e quindi i mezzi entro cui si
realizza lautonomia amministrativa.
Tale autonomia viene esercitata da
parte delle zone gestendo liberamente il proprio bilancio e assumendo decisioni nelle materie e
funzioni che sono state oggetto di
delega, cio facendo scelte che rispondano pi direttamente ai bisogni dei propri quartieri e alle domande dei cittadini della propria zona. Questa lautonomia amministrativa delle zone prevista dalla
legge, non la creazione di nuovi
comuni o municipi.
Naturalmente, su quali e quante
siano le funzioni su cui deve esercitarsi lautonomia delle zone, tutto
da discutersi. Ma proprio questo
che dovremmo fare. Ed facendo
questo che si potrebbero misurare
una concezione pi avanzata, ma
realistica, graduale e sperimentale
di decentramento e una pi conservatrice e gattopardesca, volta a non
cambiare niente, a perpetuare una
storia fallimentare qual quella del
decentramento milanese. Ed su
questo che dovremmo fare battaglia
politica, altro che straparlando di
abolizione del Comune di Milano!
Pensare oggi di definire un progetto
completo, chiavi in mano, non di
decentramento amministrativo ma di
creazione di nuovi comuni, che la
legge non ci chiede, una chiacchiera, unidea astratta che non ha
alcuna possibilit in concreto di andare avanti. Ha per la capacit,
pu essere cio un buon pretesto,
per bloccare un percorso concreto
di costruzione del decentramento
amministrativo di Milano. Nello
stesso tempo un vuoto straparlare
comporta il rischio di far perdere
tempo e far saltare lelezione diretta
del Sindaco e del Consiglio Metropolitani, rinviando il ripristino della
sovranit popolare alle calende greche.
Per finire. Ho letto larticolo qui pubblicato del consigliere di zona Giacomo Selmi. tutto rivolto a criticare un intervento di Giancarlo Consonni su la Repubblica. Non voglio
fare il difensore dufficio di nessuno
e tanto meno di Consonni che sapr
bene, se lo desidera, chiarire il suo
pensiero e correggere le inaccettabili storpiature. Il fatto per che se
vogliamo discutere e confrontarci

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non dobbiamo creare ad arte e per il
nostro comodo falsi bersagli. Per
altro non escludo che il Selmi sia
anche in buona fede, ma di quello
che lui attribuisce a Consonni nulla
di sostanziale vero.
Consonni afferma, come dicevo io
prima e come lo stesso Selmi pare
ammetta, che la vicenda del decentramento milanese sostanzialmente un fallimento. Ma da ci non ne
trae la conclusione che occorra azzerare le zone e abolire il decentramento. Ma dove sta scritto? Nello
stesso articolo di Repubblica egli
sostiene: Ogni abitante della Citt
Metropolitana interessato da almeno tre livelli relazionali su cui si
definiscono anche le appartenenze/identit: il luogo in cui abita (con
un orizzonte esteso al quartiere); la
citt (o cittadina, o paese) in cui in
diversa misura si riconosce; la metropoli in cui esplica comunemente
le sue attivit nellarco delle 24 ore.

Ognuna di queste appartenenze/identit chiede di essere rappresentata politicamente, anche perch


ad ognuna di esse corrispondono
ambiti di polarizzazione dei problemi
che il governo locale chiamato ad
affrontare. Quindi egli dice che ci
sono tre livelli di appartenenza/identit a cui devono corrispondere tre livelli politico-amministrativi:
la zona (o quartiere), la citt, la metropoli. Tutti e tre necessari. Dov
labolizione delle zone? La cosa su
cui veramente Consonni polemizza
lidea bislacca che si possa abolire il Comune di Milano, o come ho
sentito dire io stesso da qualcuno
che ha evidentemente sommo
sprezzo del ridicolo, che si debba
radere al suolo Palazzo Marino.
Allora, io dico, a scanso di equivoci,
due cose: primo, si legga bene la
legge e si cerchi per tempo di ottemperare alle precondizioni che
essa effettivamente pone, e non ad

altre, in modo di andare nel 2016


allelezione diretta del Sindaco metropolitano e del Consiglio; secondo,
inizi finalmente una discussione
concreta che miri a definire gli ambiti e le funzioni che il Comune di Milano deve delegare alle Zone perch che si attui lautonomia amministrativa prevista dalla legge. Si confrontino a tale scopo proposte e
progetti concreti di decentramento
in termini di funzioni, finanziamenti e
personale da assegnare alle zone.
E lo si faccia, gettando un occhio,
se possibile, al calendario, che ci
pone una scadenza tassativa, primavera del 2016: se essa salta non
avremo n nuovo decentramento,
n elezione diretta di niente.
*Gruppo Sandr Petfi, Dialoghi sulla
citt metropolitana

BIENNALE DI ARCHITETTURA 2014. IL PADIGLIONE ITALIA: MILANO DABORD


Emilio Battisti
Dopo aver presentato, nei numeri
27 e 28 di ArcipelagoMilano, le sezioni della Biennale di architettura di
Rem Koolhaas e alcuni dei padiglioni nazionali che hanno a mio parere affrontato il tema del proprio
rapporto con la modernit in modo
pi interessante, intendo ora commentare il Padiglione Italia.
Va subito osservato che Cino Zucchi, che ne ha curato lordinamento,
evita di confrontarsi in modo diretto
e frontale con il tema assegnato da
Koolhaas, e tenta di organizzare
una mostra autonoma, eleggendo
Milano come caso di studio sicuramente non rappresentativo dellintero Paese ma certamente significativo. Ci offre anche loccasione di
proseguire il confronto sulla sua
qualit urbana che insieme a alcuni
colleghi e con il contributo dello
stesso Zucchi, ci siamo impegnati a
portare avanti attraverso ripetuti incontri e dibattiti che si sono tenuti
nel mio studio fin dal 2010.
La nostra citt infatti la protagonista del padiglione perch le viene
dedicata una importante sezione
intitolata Milano: Laboratorio del
moderno dove si presentano le tappe salienti della trasformazione, che
ci hanno portato allo scenario attualmente sotto i nostri occhi e che,
al di l di quanto si percepisce visivamente, ha comportato ben altre
trasformazioni nel suo impianto urbano.
Milano viene anche indicata come
sede del laboratorio ambientale en-

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fatizzato dalla idealizzazione, forse


azzardata, del ruolo che potr avere
lExpo Universale che si inaugurer
tra meno di un anno, che stata al
centro di dispute politiche e fenomeni di corruzione, del tutto prevedibili e puntualmente verificatisi, ai
quali si cerca oggi tardivamente di
rimediare.
In questa sezione a cura di Luisa
Collina, che precede il vero e proprio Padiglione Italia, si documenta
lattivit svolta dal Politecnico di Milano attraverso la collaborazione di
altre 18 universit che hanno progettato i nove cluster di Expo che
ospiteranno tutti i paesi non in grado
di realizzare un proprio padiglione
nazionale (Fig 1).
Questi paesi potranno partecipare
ospitati nei cluster dedicati ad alcune tematiche produttive e ambientali
che li accomunano: riso, caff, cereali e tuberi, spezie, zone aride,
isole, eccetera. questa una esperienza di partecipazione e collaborazione che avrebbe potuto riguardare altri settori di Expo reinterpretando la formula ormai obsoleta e
superata basata sullaccreditamento
degli Stati invece che sulle complesse situazioni geopolitiche del
pianeta.
Nella stessa sezione Paolo Galluzzi
di Arexpo cerca poi di tracciate futuri possibili per il dopo Expo presentando le proposte di alcuni studi
di architettura ai quali stato chiesto di immaginare quale potrebbe
essere nel 2030 la situazione delle

aree interessate dallevento, tenendo conto delle trasformazioni che si


avranno a scala metropolitana e
cercando di interpretare quali potranno essere le nuove forme duso
della spazio collettivo.
Le cinque idee che ne sono emerse
che vanno dalle massina concentrazione del futuro insediamento
ipotizzato nel progetto Archetipi di
Barozzi/Vega, allindeterminatezza
insediativa di Inverse Urbanism di
Garofalo/Costantino (Fig. 2), fino
alla banalizzazione di Far West Milano di maO e alla provocazione del
Cimitero di tutte le religioni di Yellow
Office e della esasperazione ambientalista (De)growing platform di
Studio Errante, dimostrano quanto
lavoro ci sia ancora da fare su una
questione tanto cruciale e che, in
alcune edizioni di Expo del recente
passato, ha rappresentato lunica e
purtroppo disastrosa eredit di questo tipo di eventi.
Ha richiamato alla mia mente
lesperienza del concorso per la
Mission Grande Axe a Ovest della
Defense del 1991 quando, per definire unattendibile metodologia progettuale, avevamo esemplificato le
aberranti soluzioni derivanti da improponibili approcci monotematici
che, secondo le note teorie di Ren
Thom, avevamo definito catastrofi.
(Fig. 3)
Molto coinvolgente la videoinstallazione di Studio Azzurro che consente di simulare il gesto del semi-

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natore e registrarne gli effetti in un
albero di parole e immagini in continua trasformazione, mentre laltra
proiezione multipla Paesaggi abitati
che assembla centinaia di video di
situazioni urbane e paesaggistiche,
per quanto molto godibile non sembra offrire significativi spunti di riflessione.
Il Padiglione Italia introdotto dalla
citazione di una serie, assai casuale, di eventi architettonici ritenuti esemplari che vanno dagli studi di
Leonardo per il tiburio del Duomo, al
Teatro del Mondo di Rossi richiamando progetti e opere di Antonelli,
Asplund, Terragni, Ponti, Libera fino
a Scarpa, Albini, Gardella, Gregotti
tutti accomunati, a parere di Zucchi,
dal fatto di presentarsi come Innesti
espressivi
della
metamorfosi
dellorganismo architettonico nel
suo rapporto con il relativo contesto.
Ma qui, anche per esperienza diretta, posso testimoniare che nel caso
del progetto per lAmpliamento della
Camera dei Deputati, al quale ho
partecipato insieme a Ezio Bonfanti,
Marco Porta e Cesare Macchi Cassia nel lontano 1967, coltivammo un
approccio marcatamente costruttivista in aperto contrasto con il contesto storico di riferimento, anche influenzati
dellinteresse
per
lAvanguardia sovietica, che io stesso avevo iniziato a studiare fin dagli
anni delluniversit (Fig. 4).
Cos come nel progetto del concorso per lUniversit della Calabria
sulle colline di Arcavacata a Rende
del 1973 al quale partecipai, a fianco di Vittorio Gregotti, assieme a
Franco Purini, Pierluigi Nicolin, Hiromichi Matsui e Bruno Vigan, ove
prevalse certamente lidea di connotare lintervento come una infrastruttura con una geometria rigorosa, capace di sezionare la geografia
del territorio, rifiutando di conseguenza ogni mimetismo e ottenendo
invece un drastico straniamento
dellarchitettura rispetto al paesaggio che ne risultato, di conseguenza totalmente trasfigurato. (Fig.
5)
Pi che dalla mostra questa sezione
introduttiva si comprende veramente leggendo il saggio di Zucchi che
presenta almeno quattro livelli di
lettura: il testo con le sue note, le
immagini con le loro didascalie, i
dettagliati commenti alle immagini
stesse e le citazioni a margine tratte
da un repertorio al quale egli fa ripetutamente ricorso in funzione delle
specifiche occasioni.
Ma la sensazione che il discorso
tenda ad accreditare i fenomeni di
trasformazione come casuali e i loro
effetti come prodotto di una non
meglio definita intenzionalit della

n. 30 VI - 10 settembre 2014

storia, assumendo il punto di vista di


coloro geografi, urbanisti e pianificatori che con tale aleatoriet
hanno dovuto inevitabilmente misurarsi tentando comunque di darvi
forma e struttura.
Linterpretazione che se ne d avviene, in modo acritico, attraverso la
citazione delle fasi salienti della trasformazione della Milano moderna e
contemporanea in base alla valutazione della loro rilevanza: dalla tardiva realizzazione della facciata del
Duomo alla sistemazione della sua
piazza (Fig. 6), entrambe avvenute
nella seconda met dellOttocento,
attraverso le fasi di trasformazione e
ricostruzione postbellica della Ca
Granda (Fig. 7), fino ai recenti interventi di Garibaldi - Repubblica (Fig.
8) che ne hanno profondamente
trasformato non solo limmagine ma
stanno ridefinendo la localizzazione
degli stessi riferimenti di centralit
della nostra citt: dal sistema Duomo - Scala - Castello a piazza Gae
Aulenti - exVaresine - nuova Regione.
Contribuiscono a definire tale sequenza le figure degli architetti che
attraverso le loro opere milanesi
hanno formato la ricca casistica di
Innesti, come li ha definiti Zucchi,
che avrebbero in comune un tipico
modo di confrontarsi con il contesto
assumendone i riferimenti con un
approccio critico-interpretativo propositivo e mai banalmente subalterno.
La scelta operata con ampia discrezionalit e a prescindere dalle etichette, si propone sicuramente anche di superare lo sterile dibattito in
corso da qualche anno sullesistenza e reale natura di una ipotetica Scuola di architettura Milanese
che faccia riferimento pi agli architetti che avevano aderito e militato
nel Movimento moderno da Terragni
a Bottoni, piuttosto che a quella
compagine pi organica alla dinamica borghesia imprenditoriale milanese da Portaluppi a Caccia Dominioni.
Facendo leva su figure non univocamente schierate come Gardella e
Ponti, il curatore opera una sintesi
che ci induce a evitare le classificazioni preconcette e a confrontarci
invece con la multiforme realt che
fino agli anni 50, nella generalit
dei casi, aveva spontaneamente
rispettato alcune regole insediative,
non scritte, creando il solido tessuto
urbano sfondo ideale per i monumenti e gli spazi rappresentativi della Milano moderna.
In questo fluido scenario non mancano omissioni, incoerenze e contraddizioni. E ci avviene ad esempio lasciando in secondo piano la

figura articolata e complessa di Rogers e quella a tutto tondo di Bottoni


autore del quartiere razionalista
QT8 che, mi sembra, non sia stato
neppure citato. Ma mentre ci si impegna a esercitare la critica su un
piano soprattutto formale e compositivo, non si esita a proporre analogie tra opere che non hanno nulla in
comune non solo sul piano del linguaggio, come ovvio, ma neppure
nel modo di declinare il proprio rapporto con la citt.
Mettere a confronto Casa Rustici di
Lingeri-Terragni e il palazzo di Portaluppi in corso Venezia (Fig.
9).rappresenta a mio avviso una
provocazione che non contribuisce
a fare chiarezza perch non solo gli
evidentissimi aspetti stilistici ma soprattutto limpostazione insediativa e
il rapporto con la citt non sono confrontabili e del tutto antitetici. Il carattere assertivo dellarco che sovrasta via Salvini rispetto al leggero
schermo che definisce in modo virtuale il fronte su Corso Sempione; la
simmetrica monumentalit delle ali
del complesso di Portaluppi rispetto
alla sapiente modalit con cui casa
Rustici regola il proprio rapporto con
via Mussi, che si innesta non perpendicolarmente su corso Sempione, non hanno proprio nulla in comune. (Fig. 10). Forse il collega Federico Bucci, come storico e critico
dellarchitettura, avrebbe dovuto impegnarsi ad affrontare tesi meno
azzardate oltre che documentare
pi accuratamente lattribuzione dei
progetti esposti nella mostra.
Al termine del lungo itinerario si arriva poi allo scenario della Milano di
oggi documentato da una gigantografia che fa da sfondo alla sala in
cui allestita la mostra (fig. 11) e a
una sequenza di preziosi modelli di
marmo degli edifici che di tale scenario sono protagonisti, introdotta
da una sezione intitolata La citt
che sale, titolo ripreso alla lettera
dal quadro di Boccioni del 1910
considerato la sua prima opera futurista che per con i grattacieli non
ha nulla a vedere. Il titolo del quadro
di Boccioni, ambientato in una periferia urbana probabilmente milanese, che celebra soprattutto il lavoro
e ne esprime il dinamismo in adesione al Futurismo, al quale si era
gi fatto ricorso in precedenti occasioni per presentare il PGT della Milano di due milioni di abitanti
dellassessore Masseroli e della Moratti, per la citt bene comune
dellassessore De Cesaris e di Pisapia mi sembra usato proprio a
sproposito.
Credo francamente che ci sia materia di cui discutere e che la sezione
del padiglione Italia dedicato a Mila-

10

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no ci offra loccasione per farlo in
modo ampio e coinvolgente. Almeno di questa opportunit possiamo
certamente essere riconoscenti a
Zucchi.
La seconda sala delle Tese delle
Vergini ospita la mostra Italia. Un
paesaggio contemporaneo, di ottantacinque architettura scelte per documentare
le
eccellenze
dellarchitettura italiana. Un paesaggio in parte virtuale in quanto
una ventina sono per ora solo sulla
carta non essendo ancora stati realizzati gli edifici rappresentati e non
si sa se mai lo saranno. Tredici sono inoltre allestero, prevalentemente nei paesi europei, a testimoniare
anche lapporto della nostra cultura
architettonica ma non contribuiscono certo a formare il nostro paesaggio contemporaneo.
Tutti i progetti sono presentati con
una sola immagine retroilluminata e
non si comprende quale sia il loro
ordinamento anche se il dichiarato
intento che siano stati selezionati
in quanto dimostrerebbero di essere
concepiti sulla base di una osservazione attenta del sito, dei suoi
vincoli, delle sue risorse, e la capacit di intervenire in esso con un atto di trasformazione che li assorba
al suo interno e li trasfiguri in un
nuovo paesaggio abitato.
Tale assunto tanto impegnativo non
mi sembra possa trovare riscontro,
a prescindere dalla loro intrinseca
qualit architettonica che non intendo mettere in discussione, in interventi come lauditorium di Barozzi/Veiga a Aguilas in Spagna (Fig,
12), il bellissimo Vortice di Oberti/Stocchi a Vaprio dAdda (Fig. 13),
Hotel 1301 Inn Slow Horse di Elasticospa + 3 a Piancavallo (Fig.14),
il Lungomare Foro Italico di Italo Rota a Palermo (Fig.15) oppure nel
rifacimento delle piazze Chiesa e
Municipio di Lixi/Delogu a Sinnai
(Fig.16)
E quale ruolo possono avere nella
formazione di tale paesaggio interventi temporanei come i due padiglioni, fuori scala, dellExpo Gate di
Scandurra a Milano (Fig. 17) o la

sorprendente e pregevole installazione The Cube Itinerant


Restaurant di Park Associati, (Fig.
18) che ha campeggiato su piazza
del Duomo per alcuni mesi prima di
migrare in altre citt europee?
Infine mi sembra che alcuni progetti
non possano vantare in senso stretto quella qualit architettonica che
dovrebbe essere la caratteristica
comune delle opere in mostra.
Tenendo quindi conto del fatto che
Zucchi, nel guidarci alla visita della
mostra in occasione della vernice,
ha detto senza mezzi termini di aver
scelto i progetti del tutto autonomamente, mi ritrovo pi a mio agio a
sapere che si lasciato orientare
dal proprio gusto personale anche a
costo di essere parziale, anzi proprio per marcare una parzialit che
oggi troppo pochi praticano e molti
evitano per ragioni di convenienza.
Ma per quanto riguarda questultima
questione il sospetto che alcune
scelte possano essere state condizionale da ragioni di convenienza
non credo si possa in assoluto escludere.
Ci sarebbero ancora da commentare le opere grafiche che cinque colleghi hanno presentato nella sezione Ambienti taglia e incolla che
nellintenzione del curatore dovrebbero costituire un importante contributo di riflessione attorno alla disciplina, uno strumento affilato con
cui incidere nel dibattito contemporaneo ma non sono francamente
riuscito a trovare riscontro a un proposito tanto impegnativo. Mi sono
sembrati piuttosto degli elaborati ex
tempore o capricci fatti pi per
sorprendere e divertire che per riflettere.
Prima di uscire nel Giardino delle
Vergini dove si trova il lungo nastro
di metallo che forma un arco sotto il
quale si pu passare, per trasformarsi poi in seduta, tavolo e infine
palco, certamente la parte pi bella
dellallestimento, (Fig. 19), si incappa in un distributore di cartoline con
le quali una quindicina di colleghi
stranieri hanno risposto allinvito di
dare una personale interpretazione

dellarchitettura e cultura urbana italiane nellultimo secolo, accompagnandola con unimmagine che
possa rappresentare il legame tra il
loro lavoro e il tema Innesti/Grafting.
Pochi tra gli interpellati, tra i quali
Holl, Wilson, Pearrault, Baldeweg,
Desvigne, Mazzanti e Yvonne Farrell e Shelley McNamara, hanno
manifestato particolare impegno nel
rispondere, a parte Desvigne che
cita alcuni nostri progetti ai quali si
riferito nella fase della sua formazione e il sudamericano Mazzanti
che ci richiama senza mezzi termini
allimpegno politico e sociale
dellarchitetto.
Ma le care amiche dello studio Grafton Architects, che hanno dato a
Milano lampliamento della Bocconi
- forse lunica architettura di vera
qualit degli ultimi ventanni - facendo riferimento alla loro esperienza
milanese, fanno notare a Zucchi con
franchezza e ironia: Sar quindi poi
cos sorprendente che larchitettura
italiana dellultimo secolo abbia
questa qualit che descrivi in modo
cos succinto? (Fig. 20)
Forse in questo sintetico interrogativo sta il giudizio che si pu formulare sul Padiglione Italia: esiste un
evidente divario tra gli enunciati tematici sempre molto impegnativi e
complessi e lo svolgimento che si
legge anche in un certa indeterminatezza nelle titolazioni: considerato
che i due termini non sono affatto
sinonimi, gli innesti, di cui si parla,
generano il moderno come trasfigurazione o come metamorfosi? Le
sette sezioni del padiglione non sono forse troppe per focalizzare adeguatamente il tema assegnato da
Koolhaas che nella generalit dei
casi negli altri padiglioni nazionali
affrontato in modo pi chiaro, diretto
e dimostrando pi consapevolezza
della sua crucialit e impegno nel
considerarne le contraddizioni?
Ma credo che i varchi lasciati aperti
in una trattazione che comunque
non si presenta semplice rappresentino un ottima occasione per discutere della nostra situazione attuale a Milano e nel Paese.

Scrive Gregorio Praderio a proposito di parcheggi


Temo che Andrea Bonessa ricordi
in modo impreciso i vari motivi di
opposizione ad alcuni progetti di
parcheggi sotterranei: - piazza
Tommaseo: nel progetto originario
si prevedeva di abbattere il bel cedro del libano presente nella piazza;

n. 30 VI - 10 settembre 2014

dopo le proteste il cedro stato


mantenuto e anche per questo la
piazza bella; - Sant'Ambrogio:
molte proteste erano (e sono) sul
parcheggio pubblico a rotazione anzich riservato ai residenti e agli
addetti (come era prima e come

personalmente sono tuttora convinto sia meglio); - San Calimero: c'


stata la questione delle crepe nei
palazzi adiacenti; ecc., ecc. Questo
per dire che la questione dei parcheggi a Milano ha una sua complessit che non pu essere troppo

11

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banalizzata. Situazione peraltro resa pi difficile da alcuni "trucchetti"
legislativi, quali quello che consente
di sopralzare gli edifici in zone gi

molto dense senza reperire i necessari parcheggi pertinenziali, o le valutazioni di alcuni urbanisti che ritengono che non prevedendo pi la

realizzazione di parcheggi in ambiti


di trasformazione si favorisca la
mobilit "dolce"... (!)

CINEMA
questa rubrica curata da Anonimi Milanesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Aimer, boire et chanter
di Alain Resnais [Francia, 2013, 108']
con Sandrine Kiberlain, Andr Dussollier, Hippolyte Girardot, Sabine Azma, Michel Vuillermoz
Basato sulla pice Life of Riley di
Alan Ayckbourn, lultimo lavoro di
Alain Resnais una scatola magica:
il teatro nel teatro nel cinema.
Due coppie di mezza et, attori dilettanti, stanno lavorando a uno
spettacolo quando scoprono che al
loro comune amico George mancano pochi mesi di vita. Decidono di
coinvolgerlo nello spettacolo. E decidono di far riavvicinare lex moglie
di George, che vive ormai con un
altro uomo, al loro amico.Il film racconta le dinamiche che nascono e si
sviluppano nel gruppo durante i mesi di preparazione dello spettacolo
fino al funerale di George.
La narrazione del plot non racconta
nulla, per, della bellezza di questo
film. Le scenografie prima di tutto: le
case dove i protagonisti vivono, si
incontrano, parlano, litigano, bevono
e amano sono palcoscenici. Lambientazione: unInghilterra verde e

color mattone che diventa un acquarello che diventa un palcoscenico. La recitazione: teatrale, nella
dizione, nellemissione del suono,
nei gesti.
I pensieri: durante i dialoghi, gli
sfondi cambiano quando la parola
detta non solo rivolta al proprio
interlocutore, ma a se stessi. Il fondo scena diventa grigio, forse una
grata? Un confessionale laico nel
quale dirsi la verit? Gli stacchi di
scena sono atti teatrali, volutamente
non fluidi.
Un valzer di Strauss risuona coinvolgente, vien da pensare ai balli
delle debuttanti, ciascuna col proprio cavaliere, ma che nel corso della serata, in un cadenzato changer
la femme, balla un po con tutti.
Lonnipresente George non si vede
mai, non parla mai. Le sue parole, i
suoi gesti, la sua vita ci sono narrati
solo dai sui amici. E sempre in rap-

porto a se stessi. Lui non vive in s,


ma riverbera nelle vite altrui. George non c. Ci sono gli altri; di pi: ci
sono quelle parti segrete degli altri
che solo lui aveva saputo far vivere.
E di cui ciascuno di loro, nel rievocare George, sente uninvincibile
nostalgia.
Nel narrarsi limmenso amore per la
vita di George, tutti i protagonisti
rinnovano il proprio amore per la
vita, per il coniuge, per gli amici. E
Aimer, boire et chanter torna a essere vero.
Trasmesso luned 8 settembre allo
Spazio Oberdan, nella sezione Outsiders del Milano Film Festival,
questo film di Alain Resnais meriterebbe di arrivare a un pubblico vasto.
Tootsie

MUSICA
questa rubrica a cura di Paolo Viola
rubriche@arcipelagomilano.org
Brahms e MITO
Quando nel 1961 comparve sugli
schermi di mezzo mondo il film Le
piace Brahms? diretto da Anatole
Litvak, con Ingrid Bergman, Yves
Montand e Anthony Perkins, tratto
dall'omonimo romanzo che Franoise Sagan aveva pubblicato due anni
prima, Brahms era un musicista noto eamato prevalentemente da musicologi e musicofili; per i tanti che
riempiono le sale da concerto era
pi una curiosit che un protagonista. La stessa sorte, peraltro, toccava a Mahler per il quale ci volle la
bravura e la tenacia di Claudio Abbado per farlo conoscere e per farlo
apprezzare e amare dal grande
pubblico.
Da qualche anno a questa parte
Brahms ha sfondato nellanimo po-

n. 30 VI - 10 settembre 2014

polare a tal punto che il Festival


MI.TO appena iniziato che non
propriamente elitario, anzi lo mette al centro dei propri programmi
milanesi. E lo fa con tanta chiarezza
che la serata inaugurale la dedica a
ben due Sinfonie del poker brahmsiano, la Terza e la Quarta, quelle di cui Giacomo Manzoni dice che
se luna si impone soprattutto per la
straordinaria bellezza dei suoi temi,
laltra indubbiamente il capolavoro sinfonico di Brahms che si impone allattenzione dellascoltatore per
la grandiosit degli sviluppi.
MI.TO. curiosamente partito dalle
ultime due sinfonie, eseguite il 5
settembre alla Scala dalla Budapest
Festival Orchestra diretta da Ivn
Fischer; poi si spostato agli Ar-

cimboldi dove a ritroso, il 9, la Filarmonica di San Pietroburgo diretta


da Temirkanov ha eseguito la Seconda, mentre la Prima sar eseguita in chiusura del Festival il 21 settembre dallOrchestra Sinfonica Nazionale della Radio Polacca di Katovice, diretta da Alexander Liebreich (e quella stessa sera vedr
Krystian Zimerman al pianoforte eseguire lImperatore di Beethoven!).
Non basta, perch nei sedici giorni
del Festival saranno proposti anche
lintegrale della produzione pianistica brahmsiana con otto recital di
giovani solisti, e poi ancora Lieder,
Serenate, Danze Ungheresi, i Trii, il
Quintetto opera 111, gran parte delle sue straordinarie Variazioni e
lemozionante Concerto per violino

12

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e orchestra affidato allOrchestra dei
Pomeriggi musicali diretta da Alapont con il violino di Sunao Goko.
Insomma un vero e proprio festival
brahmsiano allinterno del festival
milanese.
MI.TO. ha colto nel segno perch
una immersione nella musica di
questo grande compositore ci mancava e arriva al momento giusto:
dopo lindigestione di Liszt e di Wagner che ci stata imposta negli
ultimi anni grazie ai bicentenari delle
loro nascite (sono rispettivamente
del 1811 e del 1813), il riavvicinamento a Brahms (che nasce solo
ventanni dopo ma sembra gi
unaltra era) ha quasi il sapore della
riconquista della pura musicalit e
poesia a fronte del virtuosismo di
Liszt e della protervia intellettuale di
Wagner. Senza togliere nulla alla
grandezza di quella coppia - giunti
entrambi allapice della celebrit legati non solo da una improbabile
parentela ma anche dalla volont di
eccellere, luno con il pianoforte
laltro con il teatro (lopera totale) Brahms ha restituito al suo secolo e
alla sua nazione una straordinaria
intensit emotiva. Un approccio dovuto sicuramente a quella nicchia di
tensioni affettive in cui era cresciuto
a Lipsia intorno a Robert e Clara
Schumann e a Felix e Fanny Mendelssohn e che quando si trasferito a Vienna, nel 1863, ha testardamente coltivato evitando i salotti
buoni della citt (che non eran pochi n poco determinanti per qualsiasi carriera) e maturando, in una
vita sostanzialmente solitaria, quella
intimit che per lui era lunica vera
fonte di ispirazione.
Il grande critico e musicologo ceco
Eduard Hanslick, nella recensione
alla prima viennese del Quintetto
per clarinetto ed archi di Johannes
Brahms (ricordate il capolavoro di
Mozart per lo stesso organico?),
scriveva (1) sulla Neue Freie Presse

che Mentre Haydn e Mozart (inizialmente anche Beethoven) sottolineano i singoli movimenti principalmente per mezzo del contrasto,
mettendo un sofferente Adagio accanto a un gaio Scherzo e chiudendo in ogni caso con un Finale impetuoso, sereno o passionale, in
Brahms vediamo lo sforzo di avvicinare fra loro i quattro movimenti in
un graduale percorso. Il vero e proprio Scherzo, in lui, si lascia appena
intravedere, ancor meno il Minuetto,
al cui posto si trova per lo pi un
Andantino quasi Allegretto, un Allegretto non troppo. Le moderate indicazioni non troppo, non assai,
quasi etc., sono caratteristiche del
tardo Brahms, che non supera volentieri un certo livello di emozione e
che preferisce evitare i contrasti netti piuttosto che cercarli. Che ad alcuni ascoltatori sembrino auspicabili
un gaio Scherzo dopo un primo movimento poco mosso e un Finale
focoso e impetuoso dopo un cupo
Adagio, non devessere taciuto n
biasimato. Ma il senso di disappunto, dove fosse comparso, sparirebbe presto. Chi si occupato a fondo
e con amore di Brahms, amer presto e prender confidenza con lo
stile posato del suo periodo pi tardo, con tutte le sue particolarit. Si
deve affermare che ogni composizione pi grande di Brahms nasconde in s un merito segreto, cio
quello di darci pi gioia al secondo
ascolto che al primo".
E vale anche la pena di rileggere
Arnold Schnberg che scriveva, nel
1947 (2), Ci sono ancora vecchi
wagneriani a prova di bomba, nati al
tempo della mia generazione e anche dieci anni dopo. Da un lato i
pionieri dei progresso musicale,
dall'altro i custodi del Santo Graal
della vera arte, tutti si ritenevano
legittimati a considerare con disprezzo Brahms, il classicista,
laccademico. Gustav Mahler e Ri-

chard Strauss furono i primi a condannare questo orientamento. Erano stati educati entrambi lungo le
linee della tradizione e quelle del
progresso, secondo la filosofia
dell'arte
(Weltanschauung)
d
Brahms e quella di Wagner. Il loro
esempio ci aiutava a capire che in
Wagner c'era tanto ordine, se non
pedanteria, nell'articolazione quanto
c'era coraggio, se non bizzarra fantasia, in Brahms.
Tutti argomenti, come si vede, per
immergerci nellintimit brahmsiana
senza pregiudizi, pregustando la
gioia di riascoltare la sua musica
come dice Hanslick leggendola
come gesto di distensione dopo le
esibizioni muscolari di quei due colleghi poco pi anziani di lui e come
risarcimento per un lungo oblio che
sicuramente non ha meritato.
Schnberg, subito dopo, aggiunge
una notazione curiosa, che mi sembra piacevole ripetere: La corrispondenza mstica fra le date biografiche non suggerisce forse un
rapporto pi misterioso tra loro? Nel
1933 il centesimo anniversario della
nascita di Brahms coincise con il
cinquantesimo anniversario della
morte di Wagner. Ora, mentre sto
riscrivendo questo saggio, commemoriamo il cinquantesimo anniversario della morte di Brahms. I misteri celano una verit, ma stimolano la
curiosit perch li sveli.
(1) citato da Andrea Massimo Grassi in
Frulein Klarinette. La genesi e il testo
delle opere per clarinetto di Johannes
Brahms, ETS, Pisa 2006
(2) da Arnold Schnberg Brahms il Progressivo, in Stile e pensiero. Scritti su
musica e societ, a cura di A.M. Morazzoni, Il Saggiatore, Milano 2008

LIBRI
questa rubrica a cura di Marilena Poletti Pasero
rubriche@arcipelagomilano.org
Tom Wolfe
Radical chic
I edizione Etcetera Castelvecchi, 2014
euro 12, pp.138
Una vera chicca esilarante. Una
manciata di caustico sarcasmo questa riedizione 2014 di "Radical chic",
un'opera apparsa nel 1970 per la
penna acuminata del padre del New
Journalism americano, Tom Wolfe,
noto in Italia per il "Il fal della vani-

n. 30 VI - 10 settembre 2014

t" del 1987. Tra i vari neologismi


da lui coniati, destinati ad entrare
nel lessico internazionale, proprio
il "Radical chic" del titolo.
Si narra che Wolfe riusc a partecipare nel 1970, come giornalista,
non invitato del New York

Magazine, a uno dei leggendari


party organizzati dal direttore d'orchestra Leonard Bernstein e sua
moglie Felicita nel loro duplex di 13
stanze nell'East Side a New York,
per una raccolta fondi per le 21
Black Panters, imprigionate senza

13

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giusto processo, a loro dire, con
l'accusa di complotto per far saltare
cinque centri commerciali.
Alle Black Panters presenti venivano offerti improbabili bocconcini di
roquefort ricoperti di noci tritate!
Non sfugge al polemista Wolfe "il
fascino irresistibile dei rivoluzionari
da salotto", secondo la "teoria del
neonato dal pannolino rosso" dallo
"stile di vita di destra ma pensieri di
sinistra", dalle ferree regole di vita,
per le quali bisognava assolutamente "avere domestici, ma bianchi",
avere "un posto dove andare il fine
settimana", fare donazioni a favore
degli svantaggiati, purch "non fiscalmente detraibili", leggere il New
York Review of Book.
Fu proprio durante quel party che
Wolfe coni il termine Radical chic,
colpito, come certa stampa americana legata al New York Times, dalle apparenti contraddizioni dei presenti (appartenenti alla nuova upper
class newyorkese ebraica e cattolica, in antitesi ai wasp protestanti
conservatori della Vecchia New
York), che si battevano per la difesa
dei diritti degli oppressi, in quel caso
i neri. Ma quegli oppressi erano tali
proprio a causa dello stesso Sistema al quale quei benestanti appartenevano, quelle 750 famiglie che
detenevano tutta la ricchezza americana, a dire di Cox, Maresciallo
Superiore delle Black Panters, presente al party. Quel Sistema che le
Black Panters tentavano di colpire,
per difendersi dalle sue prevaricazioni, come le disuguaglianze nei

diritti civili, frutto di razzismo, coda


avvelenata dello schiavismo.
Quei gruppi di ebrei e cattolici, arricchitisi alla fine degli anni '50, grazie alle nuove industrie di comunicazione e media, usavano la pubblicit, come forma di promozione sociale in antitesi all'establishment
protestante. E difendere pubblicamente la causa dei pi deboli era
uno dei modi per acquisire notoriet
e consenso sociale, secondo Wolfe.
Cos come nel 1890 i Vanderbitt, i
Rockfeller, gli Huntington, i nuovi
ricchi di allora, arrivarono a costruire
il Metropolitan Theatre in antitesi
all'Accademy of Music, di soli
29anni antecedente, perch i pochi
palchi a disposizione erano monopolizzati da certe famiglie protestanti e non c'era spazio per loro.
Queste "ondate di nuovi plutocrati"
dovevano identificarsi con nuove
forme di interesse politico, per godere di una rappresentanza visibile.
Ed ecco l'abbraccio con la causa dei
"dannati della terra", e l'adesione al
partito democratico. In questo gioco
si insinua, in seguito, una nuova
sotterranea lotta tra neri ed ebrei dei
quartieri pi degradati, poich quei
neri volevano liberarsi dall'abbraccio
mortale dei loro benefattori, i facoltosi bianchi - ebrei. Molti di questi
infatti erano nemici giurati delle
frange estremiste palestinesi, ai
quali invece quei neri si sentivano
vicini. E a loro volta gli stessi ebrei
pi poveri diffidavano dei neri degli
slums, considerati loro antagonisti
nelle grazie dei benefattori bianchi.

Leonard Bernstein e sua moglie furono tra questi progressisti,e come


tali, divennero bersaglio di feroci
attacchi, anche della migliore stampa, come il New York Yimes, che
ricordando appunto il loro party a
favore delle Black Panters li fece
apparire come ambigui difensori di
nemici della societ americana, in
preda alla "nostalgie du bou" (nostalgia del fango) che portava a romanticizzare le cause dei neri, dei
raccoglitori di uva, degli indiani.
A nulla valsero le loro interviste e
lettere a giornali come il "Times",
specificando che il loro invito non
era stato un party mondano, ma una
riunione finalizzata alla raccolta fondi per un processo giusto. Bernstein, bollato come "pantera da salotto", divenne un capro espiatorio e
sub l'oltraggio dei buuuuuuuuuu, da
una platea di "bianche gole inamidate, cripto bigotti, fruttivendoli di Moshe Dyan" durante una sua tourne
in Israele. Togliendogli il sonno.
Non meno tagliente e istruttiva la
seconda parte del libro, ove si parla
di come gruppi di neri volevano
mau-mauizzare quelli che loro
chiamavano "parapalle" e cio i vice
dei direttori dei centri per il "programma povert", spaventandoli a
morte solo con la loro grande prestanza fisica.
Da leggere, per sapere ironizzare
anche su quanti di noi a suo tempo,
vivemmo una stagione simile a
quella descritta da Wolfe, seppure
"mutatis mutandis".

SIPARIO
questa rubrica a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
rubriche@arcipelagomilano.org
Torna al Piccolo il Festival Tramedautore
Il Festival Tramedautore, arrivato
alla XIV edizione e dedicato
quest'anno all'Eurasia, inizia il 18
settembre al Piccolo Teatro Grassi
con il debutto di Confessione di un
ex presidente che ha portato il suo
paese sull'orlo di una crisi di Davide
Carnevali, nuovo testo di uno dei
giovani autori italiani pi bravi e
rappresentati (soprattutto all'estero).
Fra i tanti spettacoli proposti
quest'anno, poi, da non perdere
Studio per storia di Qu, l'ultimo testo
di Dario Fo e Franca Rame messo
in scena da Massimo Navone il
mercoled 24 e gioved 25 al Piccolo
Teatro Studio Melato e Fiorir la
mandragola (una sit-com) di Massimo Sgorgani.

n. 30 VI - 10 settembre 2014

La sinossi degli spettacoli tratta da


http://www.outis.it/tramedautore2014
CONFESSIONE DI UN EX PRESIDENTE CHE HA PORTATO IL
SUO PAESE SULLORLO DELLA
CRISI
di Davide Carnevali con Michele Di
Maurosuoni G.u.p. Alcaro
In Confessione, c un ex presidente di un paese colpito dalla crisi come lArgentina (o un qualsiasi altro
presidente di un paese che la sera
va a dormire e la mattina si sveglia
con un paese povero e in pericolo).
Difatti ci sono molte somiglianze tra
la figura di Menem e Silvio Berlusconi o Jos Mara Aznar, per esempio. Tutti sono ricchi, potenti,

hanno amici industriali. Tutti erano


fedeli alla dottrina liberale degli Stati
Uniti dAmerica. Sono tutti laureati in
legge, e paradossalmente sono stati
tutti al di l della legge. E soprattutto, sapevano come sfruttare la loro
immagine mediatica, costruendo un
profilo attraente per i cittadini.
Il personaggio dellex presidente
parla un linguaggio semplice: si rivolge direttamente alla gente (pubblico), come fosse in tribunale, per
spiegare tutto ci che successo
durante il suo mandato. Un utopia
dove solo la finzione teatrale pu
avere il privilegio di essere vera.
gioved 18 settembre ore 19.00 Piccolo Teatro Grassi
STUDIO PER STORIA DI QU

14

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di Dario Fo eFranca Rame con Michele
Bottini regia Massimo Navone produzione Milano Teatro Scuola Paolo Grassi,
Scuola di Scenografia dellAccademia di
Belle Arti di Brera, Accademia dellArte
di Arezzo, Milano Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, Milano Scuola di
Cinema e Televisione, Laboratorio di
Circo Quattrox4

delleccellenza formativa di Milano e


non solo.

Si tratta di una pice tragicomica


che, attraverso il gioco del racconto
fantastico, riesce a toccare temi di
estrema attualit, come quello della
salvaguardia della cultura e del suo
utilizzo per scopi nobili e non discriminatori. Unoccasione per assistere ad uno spettacolo che mette a
confronto culture diverse come
quella orientale e quella occidentale.
Basato su un racconto del celebre
poeta e scrittore cinese Lu Xun
(1881- 1936), noto anche per il suo
contributo alla nascita della lingua
cinese moderna detta semplificata,
Studio per Storia di Qu narra le peripezie di un personaggio, con tratti
simili a quelli del nostro Arlecchino,
interpretato da Michele Bottini.
Un cast di oltre 25 giovani attori e
musicisti, scelti tra i migliori

testo e regia di Massimo Sgorbani regista assistente Leonardo Lidi aiuto regia
Eva Martucci scene e costumi Rita Macchiavelli e Rosa Sgorbani luci Davide
Rigodanza con Camilla Alisetta, Giorgia
Cipolla, Christian La Rosa, Claudio Migliavacca produzione Maurizio Losi per
Exen Drama produzione esecutiva Chiara Anicito

mercoled 24 settembre e gioved


25 settembre ore 20.30 Piccolo
Teatro Studio Melato
FIORIR LA MANDRAGOLA (una
sit-com)

Qui si parte dal presupposto che,


visti i tempi che corrono, la forma
odierna del dramma borghese sia
diventata la sit-com televisiva. Quella con le risate registrate, perch
nella sua forma attuale il dramma
non suscita pi reazioni ma le include in s come parte del copione.
la certezza illusoria o meno, poco
importa che tutto, comunque, andr a buon fine. Nonostante la realt.

La protagonista di Fiorir la mandragola una madre, anzi una


mamma, una donna che rimane
senza nome fino alle ultime battute
dello spettacolo, e viene quindi definita solo dal suo ruolo allinterno di
una famiglia del tutto atipica. Regina
di un interno borghese senza ormai
nessun valore, di una casa bruciata,
esplosa o trasformata in prigione, la
nostra mamma contrappone al caos
dilagante un ordine domestico che
persegue nonostante tutto e tutti.
lei che tiene le fila del gioco al massacro, a lei che in definitiva si assoggettano i due maschi di famiglia
e la fragile figlia adolescente. Eroina
e antieroina, fa suo, nella battuta
conclusiva, anche il peggiore degli
epiteti rivolti a una donna, se ne impossessa dopo che lultimo maschio
della famiglia stato ricondotto nei
ranghi di una quotidianit che sopravvive imperterrita al disastro.
venerd 26 settembre ore 21.00 Piccolo Teatro Grassi
Emanuele Aldrovandi

ARTE
questa rubrica a cura di Virginia Colombo
rubriche@arcipelagomilano.org
La genesi della bellezza di Salgado
Un fotografo tra i pi amati inaugura
il nuovo Palazzo della Ragione.
Nuovo perch finalmente il Comune
di Milano ha deciso di usare lo storico palazzo per farlo diventare il centro deputato ad accogliere qualcosa
di continuativo, nello specifico mostre di fotografia. Dopo la chiusura
di Spazio Forma, si tenta di ripartire
puntando sul riutilizzo di un edificio
centralissimo e davvero suggestivo,
a contatto con una forma espressiva
tra le pi amate degli ultimi anni.
Ecco perch per la prima mostra in
loco si scelto di partire davvero in
grande con il progetto Genesi,
lultima fatica del brasiliano Sebastiao Salgado.
Genesi un progetto decennale,
iniziato nel 2003 e concepito, usando le parole di Salgado stesso, come un canto damore per la terra e
un monito per gli uomini. Un viaggio
fatto di 245 scatti in bianco e nero
divisi in cinque sezioni per raccontare un mondo primigenio e ancora
puro, un mondo fatto di animali, natura e uomini che vivono insieme in
armonia ed equilibrio. Quello stesso
equilibrio che viene rovinato ogni

n. 30 VI - 10 settembre 2014

giorno dalla noncuranza della maggior parte del mondo civilizzato,


che sembra dimenticarsi delle sue
stesse origini.
Sono a tratti commoventi le immagini presentate, dagli scatti dei maestosi ghiacciai del circolo polare
artico, alle dune del deserto che
creano disegni quasi perfetti, passando per tutti i cinque continenti.
Montagne, foreste pluviali, canyon,
animali della savana o mandrie di
renne, pinguini e iguane, abitanti di
trib quasi estinte con tradizioni per
noi quasi intollerabili alla vista, come la scarificazione, scorrono davanti agli occhi dello spettatore per
ricordagli la ricchezza e la vastit
del nostro mondo. Cos era allinizio,
cos dovr essere sempre, sembra
ammonire Salgado.
Un vero e proprio atlante animale e
antropologico, che diventa non solo
un viaggio affascinante alla scoperta del nostro pianeta, ma soprattutto
un grido di allarme per cercare di
riparare ai danni fatti e alla preservazione della flora e della fauna
mondiali.

Una immersione a tutto tondo quella


di Salgado, non solo perch il fotografo stesso ha vissuto per diverso
tempo in ambienti estremi e a contatto con la natura pi vera, ma anche perch Salgado porta in mostra
frammenti di mondo che sembrano
essere lontanissimo da noi, come le
immagini delle trib del Congo, dei
Boscimani e degli indigeni brasiliani,
ritratti davvero in totale armonia con
il proprio habitat naturale.
Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo
ancora come il giorno della genesi
ha detto Salgado in conferenza
stampa, aggiungendo che insieme
tutti possiamo continuare a fare in
modo che la bellezza della Genesi
non scompaia mai.
Genesi, Sebastiao Salgado Fino al
2 novembre Milano, Palazzo della
Ragione Orari: mar - merc - dom:
9.30-20.30 giov - sab: 9.30-22.30
Biglietti: intero 10 euro, ridotto 8,50
euro.

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Il design al tempo della crisi


Se il caldo impazza e si ha voglia di
vedere qualcosa di alternativo e diverso dalle solite mostre, ecco che
la Triennale di Milano offre tante valide opportunit. Ricco come sempre il ventaglio delle mostre temporanee di architettura, ma interessante ancor di pi il nuovo allestimento del TDM, il Triennale Design Museum, giunto alla sua settima edizione.
Dopo La sindrome dellinfluenza,
tema delanno scorso, per la nuova
versione ci si concentrati su temi
quanto mai cruciali, che hanno a
che fare molto e soprattutto con gli
ultimi anni: Autarchia, austerit, autoproduzione sono le parole chiave
che fanno da titolo e da fondo
alledizione di questanno. Un racconto concentrato sul tema dell'autosufficienza produttiva, declinato e
affrontato in modo diverso in tre periodi storici cruciali: gli anni trenta,
gli anni settanta e gli anni zero. La
crisi ai giorni nostri, insomma.
Sotto la direzione di Silvana Annichiarico, con la curatela scientifica
di Beppe Finessi, lidea alla base
che il progettare negli anni delle crisi economiche sia una condizione
particolarmente favorevole allo stimolo della creativit progettuale: da
sempre condizioni difficili stimolano
lingegno, e se questo vero nelle
piccole cose, evidente ancor di pi
parlando del design made in Italy.
Dal design negli anni trenta, in cui
grandi progettisti hanno realizzato

opere esemplari, ai distretti produttivi (nati negli anni settanta in piccole


aree geografiche tra patrimoni basati su tradizioni locali e disponibilit
diretta di materie prime) per arrivare
alle sperimentali forme di produzione dal basso e di autoproduzione.
Viene delineata una storia alternativa del design italiano, fatta anche di
episodi allapparenza minori, attraverso una selezione di oltre 650 opere di autori fra cui Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti,
Carlo Mollino, Franco Albini, Gio
Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero
Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore
Sottsass, Enzo Mari, Andrea Branzi,
Ugo La Pietra fino a Martino Gamper, Formafantasma, Nucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami.
Il percorso si sviluppa cronologicamente: si comincia con una stanza
dedicata a Fortunato Depero, artista
poliedrico e davvero a tutto tondo, e
alla sua bottega Casa dArte a Rovereto (dove realizzava quadri e arazzi, mobili e arredamenti, giocattoli e abiti, manifesti pubblicitari e allestimenti) e termina con una stanza
a cura di Denis Santachiara dedicata al design autoriale che si autoproduce con le nuove tecnologie.
In mezzo, un racconto fatto di corridoi, box e vetrine, che mette in scena i diversi protagonisti che, dagli
anni trenta a oggi, hanno saputo

sperimentare in modo libero creando nuovi linguaggi e nuove modalit


di produrre. Uno fra tutti Enzo Mari
con la sua semplice e disarmante
autoprogettazione.
Il percorso si arricchisce anche di
momenti dedicati ai diversi materiali, alle diverse aree regionali, alle
varie tecniche o citt che hanno dato vita a opere irripetibili, quasi uniche, come recitano i pannelli esplicativi.
Anche lallestimento segue il concept di base: sono stati scelti infatti
materiali che rievocano il lavoro artigianale e autoprodotto: il metallo e
lOSB (materiale composito di pezzi
di legno di pioppo del Monferrato).
Dopo aver risposto alla domanda
Che Cosa il Design Italiano? con
Le Sette Ossessioni del Design Italiano, Serie Fuori Serie, Quali cose
siamo, Le fabbriche dei sogni,
TDM5: grafica italiana e Design, La
sindrome dellinfluenza, arriviamo a
scoprire come il design si salva al
tempo della crisi.

Il design italiano oltre le crisi. Autarchia, austerit, autoproduzione


Triennale Design Museum, Orari:
Martedi - Domenica 10.30 - 20.30
Gioved 10.30 - 23.00 Biglietti: 8,00
euro intero, 6,50 euro ridotto

Perch il Museo del Duomo un grande museo


Inaugurato nel 1953 e chiuso per
restauri nel 2005, luned 4 novembre, festa di San Carlo, ha riaperto
le sue porte e le sue collezioni il
Grande Museo del Duomo. Ospitato
negli spazi di Palazzo Reale, proprio sotto il primo porticato, il Museo
del Duomo si presenta con numeri e
cifre di tutto rispetto. Duemila metri
quadri di spazi espostivi, ventisette
sale e tredici aree tematiche per
mostrare al pubblico una storia fatta
darte, di fede e di persone, dal
quattordicesimo secolo a oggi.
Perch riaprire proprio ora? Nel
2015 Milano ospiter lExpo, diventando punto di attrazione mondiale
per il futuro, cos come, in passato,
Milano stata anche legata a doppio filo a quelleditto di Costantino
che questanno celebra il suo
1700esimo anniversario, con celebrazioni e convegni. Non a caso la
Veneranda Fabbrica ha scelto di
inserirsi in questa felice congiuntura

n. 30 VI - 10 settembre 2014

temporale, significativa per la citt,


dopo otto anni di restauri e un investimento da 12 milioni di euro.
Il Museo un piccolo gioiello, per la
qualit delle opere esposte cos
come per la scelta espositiva.
Larchitetto Guido Canalico lo ha
concepito come polo aperto verso
quella variet di generi e linguaggi
in cui riassunta la vera anima del
Duomo: oltre duecento sculture, pi
di settecento modelli in gesso, pitture, vetrate, oreficerie, arazzi e modelli architettonici che spaziano dal
XV secolo alla contemporaneit.
E lallestimento colpisce e coinvolge
gi dalle prime sale. Ci si trova circondati, spiati e osservati da statue
di santi e cherubini, da apostoli, da
monumentali gargoyles - doccioni,
tutti appesi a diversi livelli attraverso
un sistema di sostegni metallici e di
attaccaglie a vista, di mensole e
supporti metallici che fanno sentire
losservatore piccolo ma allo stesso

tempo prossimo allopera, permettendo una visione altrimenti impossibile di ci che stato sul tetto del
Duomo per tanti secoli.
Si poi conquistati dalla bellezza di
opere come il Crocifisso di Ariberto
e il calice in avorio di san Carlo; si
possono vedere a pochi centimetri
di distanze le meravigliose guglie in
marmo di Candoglia, e una sala altamente scenografica espone le vetrate del 400 e 500, alcune su disegno dellArcimboldo, sopraffini
esempi di grazia e potenza espressiva su vetro.
C anche il Cerano con uno dei
Quadroni dedicati a San Carlo,
compagno di quelli pi famosi esposti in Duomo; c un Tintoretto ritrovato in fortunate circostanze, durante la Seconda Guerra mondiale, nella sagrestia del Duomo. Attraverso
un percorso obbligato fatto di nicchie, aperture improvvise e sculture
che sembrano indicare la via, pas-

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sando per aperture ad arco su pareti in mattoni a vista, si potr gustare
il Paliotto di San Carlo, pregevole
paramento liturgico del 1610; gli Arazzi Gongaza di manifattura fiamminga; la galleria di Camposanto,
con bozzetti e sculture in terracotta;
per arrivare fino alla struttura portante della Madonnina, che pi che
un congegno in ferro del 1700,
sembra unopera darte contempo-

ranea. E al contemporaneo si arriva


davvero in chiusura, con le porte
bronzee di Lucio Fontana e del
Minguzzi, di cui sono esposte fusioni e prove in bronzo di grande impatto emotivo.
Il Duomo da sempre il cuore della
citt. Questo rinnovato, ampliato,
ricchissimo museo non potr che
andare a raccontare ancora meglio
una storia cittadina e di arte che eb-

be inizio nel 1386 con la posa della


prima pietra sotto la famiglia Visconti, e che continua ancora oggi in
quel gran cantiere, sempre bisognoso di restauro, che il Duomo
stesso.
Museo del Duomo Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 Biglietti: Intero
6 euro, ridotto 4 euro Orari: MartedDomenica: 10.00 -18.00.

GALLERY

VIDEO

MILANO SECONDO [MARCO]


Marco Vitale: I commenti alla settimana milanese 03/09 - 10/09/2014
http://youtu.be/wGTOTdut7zQ

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