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numero 32 anno VI 24 settembre 2014


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IL CASO ACERBO E LIMMORALIT MILANESE


Luca Beltrami Gadola
Come si dice in questi casi, anche
solo per evitare querele, un avviso
di garanzia non una condanna e
comunque anchio mi cauteler usando molti se e molti pare che.
Cosa certa che Antonio Acerbo
stato raggiunto da un avviso di garanzia e i suoi uffici e le sue pertinenze sono stati perquisiti dalla
Guardia di Finanza. Si parla
dellappalto delle Vie dacqua ma
pare che anche sul Padiglione Italia
fossero corse voci.
Tra malavita organizzata e corruzione i tempi della Milano definita
Capitale morale sono del tutto
tramontati, non c che dire.
Comera prevedibile corruzione e
malavita organizzata sintrecciano,
forse questa la ragione per la quale il governatore Maroni quando
proclam incautamente Expo mafia
free non os aggiungere Expo corruption free. Probabilmente sapeva
di non poterlo dire. Se Expo, ormai
chiamata in causa in ogni occasione
anche quando il pizzicagnolo rif la
sua vetrina, deve o dovrebbe essere il grande rilancio economico del
Paese, se non a scala mondiale almeno a quella europea, certo non
ne il rilancio sul piano morale.
Nemmeno su quello della dignit
personale di chi amministra le so-

ciet: ci che in Expo accade e continua ad accadere, nei Paesi dove la


dignit imprenditoriale ha ancora
valore, avrebbe portato alle dimissioni dellintero consiglio di amministrazione, presidente in testa e questo prima che la magistratura debba
interessarsi del rispetto degli articoli
2381 e 2403 del Codice Civile in
materia di vigilanza sullassetto organizzativo, amministrativo e contabile e soprattutto rispetto al Decreto
Legislativo 231 del 2001 in materia
di modelli organizzativi, loro adozione e adeguamento di fronte a eventi
di mala gestione. Per i digiuni della
materia in due parole: il modello
organizzativo linsieme delle procedure che una Societ deve adottare per evitare che i dipendenti
commettano reati, primo tra i quali
la corruzione, imputabili genericamente alla societ o al suo consiglio
di amministrazione.
Con Expo ormai labbiamo capito,
nessuno ce lo ripeta pi perch ne
abbiamo piene le tasche, siamo in
regime di necessit, di emergenza,
in un regime eccezionale che vede
alcuni amministratori legibus soluti, liberi dal rispetto delle leggi, e lo
sono di fatto o, il che ancor peggio, per decreto. Se non ci fosse da
piangere rideremmo: Expo diven-

tata una gara di velocit tra chi cerca di finire in tempo i lavori e la magistratura che insegue i rei. Uno
spettacolo edificante, soprattutto per
i giovani, gli startupper, dei quali
abbiamo grande bisogno, e che
pensano alla meritocrazia vincente
in un sano mercato!
Non ho richiamato a caso il decreto
231 perch, se il modello organizzativo di cui parla e che Expo senza
dubbio ha adottato e poi aggiornato
a seguito degli ultimi accadimenti,
non protegger gli amministratori, i
danni causati dai loro sottoposti ricadranno sulle loro spalle e qui certamente di danni si parla non tanto
e non solo di danni di immagine ma
di tutti i maggiori costi che i rallentamenti dovuti a questi incidenti
giudiziari provocheranno e stanno
provocando
magari
solo
per
lindispensabile ricorso al lavoro
straordinario, ben pi costoso per gli
operatori e che gli stessi vorranno
recuperare.
Unultima notazione. Rubare su Expo 2015, visto il tema, vuol dire oltretutto appropriarsi di risorse che la
collettivit ha destinato (o almeno
avrebbe voluto destinare) per risolvere uno dei pi gravi problemi del
pianeta: dar da mangiare a chi ha
fame. C chi dorme tranquillo.

SENSO UNICO ECCETTO BICI: DATI VS OPINIONI


Eugenio Gall*
Da qualche mese in discussione
al Parlamento la riforma del Codice
della Strada finalizzata a dare, negli
intenti dichiarati dal legislatore,
maggiore attenzione alla mobilit
sostenibile, alla pedonalit, alla ciclabilit. Tra le misure proposte, vi
quella di regolamentare il senso
unico eccetto bici, ovvero la possibilit di far circolare, a determinate
condizioni, le biciclette nei due sensi
su strade a senso unico per gli altri
veicoli.
Questa norma stata respinta in
Commissione alla Camera, poco
prima della pausa estiva, sulla base
di un emendamento di una parlamentare di Scelta civica, privo di
motivazione e senza che risulti traccia di discussione. Si poi innescato un dibattito mediatico perlomeno
approssimativo nei contenuti, in cui
anche il ministro Lupi si sentito di
dire la sua, bocciando la proposta
senza peraltro aver cura di documentarsi. N mancato chi ha affermato che una simile norma non

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pu funzionare da noi perch lontana dalla cultura del nostro paese.


Ma la delicata materia della sicurezza stradale pu essere governata
con le mere opinioni? O non appare
invece necessario rispondere alle
critiche e ai commenti in modo oggettivamente fondato?
Dal punto di vista delle regole, giova
ribadire che il "senso unico eccetto
bici" (Double sens cyclable, Contraflow cycling o Radfahren gegen die
Einbahnstrae o Sens Unique Limit o BEV/beperkt eenrichtingsverkeer, secondo le denominazioni assunte nei vari ordinamenti) esiste in
tutta Europa, e funziona con successo da anni. In Germania le prime
applicazioni risalgono addirittura alla
fine degli anni Ottanta; a Parigi in
corso dal 2010. Ma lItalia si rifiuta di
fare proprie le migliori esperienze
degli altri paesi in fatto di mobilit e
di sicurezza stradale.
La richiesta di introdurre il "senso
unico eccetto bici" stata avanzata
da ANCI (Associazione Nazionale

Comuni Italiani), da FIAB e altre associazioni ciclistiche e ambientaliste


per la Mobilit nuova, con il preciso obiettivo di incrementare lo sviluppo della ciclabilit nei nostri centri urbani, allineando lItalia ai paesi
europei.
Praticamente, si tratta di consentire
ai ciclisti di procedere nel senso inverso a quello delle auto, in presenza di alcune condizioni - nelle zone
a 30 km/h e su strade a senso unico
sufficientemente larghe - ma sempre a discrezione dellAmministrazione locale. Tale eccezione
deve essere regolata da unapposita
e chiara segnaletica.
Questa misura di governo del traffico, che integra e non esaurisce certamente le politiche a sostegno della mobilit dolce, presenta molti
vantaggi. Innanzitutto, crea percorsi
pi brevi e diretti per il ciclista, cos
di fatto incentivando e favorendo
lutilizzo della bici per gli spostamenti in citt. Consente poi ai ciclisti
di evitare strade principali che siano

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maggiormente trafficate o pericolose. Inoltre, grazie al contatto visivo


degli utenti della strada che la reciproca visibilit garantisce, favorisce
condizioni di migliore sicurezza. Il
provvedimento costituisce altres
una misura di completamento a
basso costo della rete ciclabile esistente, come elemento di raccordo
di zone a traffico moderato, zone
pedonali, piste, corsie ciclabili, creando dunque le condizioni per una
maggiore permeabilit ai ciclisti attraverso la citt.
A fronte di questi numerosi e oggettivi benefici vi chi si accanisce nella ricerca di problemi alle soluzioni,
e non viceversa. Una delle obiezioni
pi frequenti che il senso unico
eccetto bici metta in pericolo i ciclisti. I numeri per dicono altro. bene sapere, infatti, che in Italia l80%
degli incidenti con investimento di
ciclisti laterale, mentre solo l8%
di tipo frontale. Di questi, la percentuale che avviene nelle zone 30
irrilevante. Al contrario, il 60% degli
incidenti ai ciclisti in citt avviene in
corrispondenza degli incroci, e di
questi addirittura la met in incroci
segnalati. Ci conferma senza possibilit di equivoco che non il semaforo a proteggere il ciclista, ma la
velocit ridotta e la visibilit.

Per citare un caso emblematico, a


Bruxelles, dove il controsenso ciclabile ammesso sulla quasi totalit delle strade a senso unico per
uno sviluppo lineare di circa 400 km
-, il 95% degli incidenti che hanno
coinvolto ciclisti avvenuto su strade prive di "controsenso ciclabile" e
solo il 5% su strade che invece lo
prevedono. Di questo 5%, inoltre,
solo la met procedeva controsenso. Questi dati negano quindi in
modo netto una evidenza statistica
di maggiore pericolosit del senso
unico eccetto bici.
Daltronde, ci sono anche citt italiane, come Bolzano, Reggio Emilia,
Ferrara, Lodi, Padova che hanno
gi introdotto in via sperimentale
questo provvedimento con innumerevoli vantaggi: a Reggio Emilia, ad
esempio, luso della bicicletta aumentato del 9% e lincidentalit in
generale diminuita del 6%.
Per, una volta smontato largomento sicurezza, ecco che i cercatori di problemi invocano lalibi della
diversit culturale italiana: rassegnatevi, la nostra situazione diversa: da noi manca il senso civico.
Facciamo sempre molta attenzione
quando vengono proposti argomenti
concernenti la diversit.
Altrove la cultura diversa ... le citt
sono diverse ... la situazione di-

versa ... le risorse sono diverse ...


gli spazi sono diversi . Dietro
questi concetti si nascondono spesso, in modo pi o meno consapevole, degli alibi di chi in realt non vuole cambiare nulla: questo il vero
problema politico, in Italia.
evidente che il cambiamento richiede anche lo sforzo di uscire dal
rassicurante perimetro delle proprie
abitudini. Ma la storia recente ci
decisamente di aiuto. Chi avrebbe
mai detto che, in Italia, si sarebbe
smesso di fumare nei locali pubblici? Eppure successo. Chi avrebbe
creduto che avremmo fatto la raccolta differenziata? Eppure... E,
proprio nel campo della mobilit,
che dire delluso delle cinture di sicurezza e del casco per la moto?
Allora, respingiamo al mittente lalibi
della cultura, che, senza ragionevolezza, costringe il nostro Paese a
restare fermo in una posizione di
retroguardia. E pensiamo, pi correttamente, a come cambiare le
modalit di partecipazione e coinvolgimento della politica. I cittadini
sono spesso molto pi avanti dei
loro rappresentanti. Noi, dopo anni
di discussioni sterili, non possiamo
pi attendere.
*presidente Fiab Milano Ciclobby

MAFIA E CORRUZIONE: LARMA DELLA TRASPARENZA


Martino Liva
C una forte esigenza di avvertire,
di denunciare tra le ragioni che
hanno reso urgente la stesura di
poco anticipata della quinta relazione semestrale del Comitato antimafia del Comune di Milano, presieduto da Nando Dalla Chiesta e composto, tra gli altri, dal Direttore di
questo settimanale.
Il testo, presentato anche sotto i riflettori della Festa dellUnit milanese, merita la massima attenzione.
Perch il primo documento organico del Comitato successivo agli
scandali legati a Expo 2015 dello
scorso maggio e probabilmente
lultimo redatto in tempo utile per
lesposizione universale per provare
a elaborare proposte volte a scongiurare e/o rimuovere infiltrazioni
mafiose.
In aggiunta, come si legge nella
prima parte della relazione, il desiderio di denuncia risulta accresciuto
alla luce di alcuni risvolti processuali
emersi a due anni di distanza dalla
prima relazione del Comitato. In
particolare, ha raggiunto quei margini di certezza che sono insiti nel

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giudicato penale il cosiddetto processo Infinito - Crimine Tenacia,


definito in giugno dalla Cassazione
con numerose condanne (in attesa
che il processo parallelo, svolto con
il rito normale anzich quello abbreviato, termini il suo iter, pur avendo
gi evidenziato numerose analoghe
condanne in sede di Appello).
Amara la constatazione di un organigramma territoriale assolutamente definito, ove i rapporti tra cosca e imprenditori assumono varie
fisionomie: cogestione di societ,
intermediazione finanziaria a favore
dellorganizzazione,
intestazione
fittizia di azioni, lavoro ai compartecipi nei cantieri anche attraverso
ditte con soci prestanome dellorganizzazione (sul punto si legga il lavoro delle ricercatrici della Bocconi,
G. Gambadoro ed E. Montani, Il
Rapporto tra andamento delleconomia e infiltrazione della criminalit
organizzata nel mercato economico
legale: unanalisi della realt lombarda, in Rivista trim. di Diritto penale delleconomia, Cedam, n. 1-2,
2013).

Ma la seconda parte della relazione (la pars construens) che, forse,


suscita ancor pi interesse.
In primo luogo perch ha quale orizzonte proposte programmatiche
per il futuro, ma soprattutto poich
ad esso guarda tentando di promuovere e rilanciare il principio della partecipazione civica come risorsa per aumentare la trasparenza
e laccountability. Si tratta, dice il
Comitato, di sviluppare un vero e
proprio controllo dal basso alla luce
delle recenti tendenze che vedono
una stretta correlazione tra lutilizzo
del patrimonio informativo pubblico
e la crescita delle potenzialit di un
sistema economico.
Visto in una prospettiva storica, il
riferimento parrebbe essere a
quellidea delle porte e finestre aperte di cui si fecero promotori gli
olandesi quando nel 1602 fondarono la prima societ per azioni, la
Oost-Indische Compagnie, cui concessero il privilegio esclusivo del
commercio con le Indie Orientali solo dopo la firma di un documento
che prevedeva tra le condizioni es-

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senziali la massima trasparenza di
gestione.
Cos, la relazione del Comitato alterna osservazioni e suggerimenti
molto concreti ad analisi e proposte
di pi ampia veduta. Le prime sono
soprattutto rivolte, manco a dirlo,
allExpo 2015 S.p.A., cui viene comunque riconosciuto il coraggio di
rilanciare Open Expo, programma
avveniristico che si svilupper sulla
base di una convenzione firmata lo
scorso luglio da Expo 2015 S.p.A. e
lassociazione Wikitalia e presentato
a Roma l11 settembre scorso. Il
risultato dovrebbe essere quello di
poter intentare un processo di pubblicazione integrale in formato open
data, di tutti i dati legati alla gestione, progettazione e organizzazione
dellevento.
Le seconde, correttamente, guardano invece pi globalmente a quel
complesso di societ controllate dal

Comune di Milano, alcune delle


quali costituiscono dei veri e propri
gruppi e che in ogni caso coinvolgono una parte rilevantissima
delleconomia e dellamministrazione cittadina.
Qui davvero interessante lidea
avanzata di una responsabilizzazione civica degli organismi di controllo delle societ partecipate di
cui lamministrazione comunale
possa farsi promotrice, con il fine di
comparare esperienze, modelli,
flussi informativi.
Si potrebbe anche immaginare di
non fermarsi a ci. Vale a dire non
limitarsi al maggiore coinvolgimento
e coordinamento di chi ricopre i ruoli
di Responsabile per la Prevenzione
della Corruzione, Responsabile della Trasparenza, Componente degli
Organismi di Vigilanza 231/2001,
ma creare un parallelo confronto
costante anche tra gli Amministrato-

ri delle societ partecipate in questione. Senza voler etero - dirigere


scelte gestionali da parte del socio
di maggioranza, ma mirando a creare un senso di appartenenza, a fare
sistema stabilendo piani e tempi di
lavoro comuni. S, perch anche
lamministratore di nomina pubblica
pu esser ancor pi responsabilizzato nella consapevolezza che con
una precisa scelta gestionale o un
no espresso (che non si concretizza solo in un voto contrario in Consiglio, come ricordava Piergaetano
Marchetti, ma pu significare anche
un progetto sbagliato abortito) contribuisce a sviluppare la citt, a renderla vivibile, competitiva, attrattiva.
Contribuisce, insomma, a costruire
la complessiva idea di citt, agli occhi dei suoi vari fruitori: i cittadini,
ma anche gli investitori, i pendolari,
gli studenti fuori sede, i turisti.

MILANO E LA NUOVA LEGGE LUPI: UN RITORNO AL PASSATO? NO: PEGGIO


Maria Cristina Gibelli
La bozza di legge su "Principi in materia di politiche pubbliche territoriali
e trasformazione urbana" predisposta su incarico del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio
Lupi dovrebbe presto arrivare in
Parlamento. Purtroppo non si tratta
di una mera riproposizione del Disegno di legge Principi in materia di
governo del territorio che lo stesso
Lupi, allora parlamentare di Forza
Italia, aveva proposto nel 2005 come primo relatore durante il governo
Berlusconi.
Gi allora si trattava di un disegno
di legge molto criticato e combattuto
da una parte della cultura urbanistica. Approvato alla Camera con ampio consenso bipartisan, non concluse per fortuna il suo iter alla scadenza del mandato del governo
Berlusconi. Ma la nuova versione
appare ancora pi rischiosa e fuorviante: e, dunque, davvero non emendabile.
Perch parlarne su ArcipelagoMilano? Non solo perch, se venisse
approvata, quella legge farebbe
piazza pulita anche delle possibili
innovazioni nel modello di governance metropolitana che la Legge
Delrio, pur con i suoi limiti, potrebbe produrre. Ma anche perch la
storia del successo di Maurizio Lupi
ha radici milanesi.
a Milano che il ministro stato
assessore comunale allo Sviluppo
del Territorio, Edilizia privata e Arredo urbano della giunta Albertini
dal 1997 al 2001. a Milano che ha
fatto i primi passi una deregolazione

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urbanistica che ha poi trovato una


configurazione organica con la LR
12/2005 sul Governo del Territorio e
i suoi molteplici, e sempre peggiorativi, emendamenti successivi. a
Milano e hinterland che si stanno
cogliendo i frutti avvelenati, in termini di coesione sociale, vivibilit,
ma anche competitivit, di quella
stagione.
Perch la nuova legge Lupi pi
pericolosa della precedente versione? Perch, abbandonata ogni cautela (allora nel testo si affermava,
allart. 5, comma 4, che Le funzioni
amministrative sono esercitate in
maniera semplificata, prioritariamente mediante ladozione di atti
negoziali in luogo di atti autoritativi), lunico e assertivo principio esplicitamente evocato cancella la
titolarit pubblica della pianificazione: si garantisce allart. 1, comma 4
che ai proprietari degli immobili
riconosciuto, nei procedimenti di
pianificazione, il diritto di iniziativa e
di partecipazione, anche al fine di
garantire il valore della propriet e
si ribadisce allart. 8, comma 1 che
il governo del territorio regolato in
modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della propriet privata, la sua appartenenza e il
suo godimento. Anche il titolo della
legge dunque fuorviante quando
si richiama alle politiche pubbliche
territoriali.
Tutto larticolato discende in linea
diretta da questo principio (palesemente incostituzionale).

La legge appare totalmente squilibrata


a
favore
del
rilancio
dellattivit edilizia attraverso il rinnovo urbano affidato a una congerie di strumenti deregolativi: libero
ed esteso trasferimento di diritti edificatori, possibilit di accordo con gli
operatori privati anche in assenza di
pianificazione operativa o in difformit da questa, totale libert nella
destinazione duso dei suoli e nel
cambio di destinazione duso, premialit, perpetuit e irriversibilit dei
diritti edificatori, esproprio di privati
da parte di privati nei progetti di rinnovo urbano, etc.
Insomma, non una legge di principi per la pianificazione, ma contro la
pianificazione. Una legge a sostegno della rendita e della propriet
immobiliare che sembra predisposta
dallufficio studi dellassociazione
dei costruttori. Una legge che rafforza lintreccio fra rendita, speculazione immobiliare, finanza e pubblica
amministrazione, rendendolo principio cui subordina totalmente le esigenze di tutela dei beni comuni.
Una legge sul rinnovo urbano (una
locuzione davvero obsoleta e ambigua), muta su accountability e trasparenza dellazione amministrativa:
due elementi davvero cruciali, se la
trasformazione urbana viene affidata a progetti negoziati.
Molte recenti vicende di importanti
progetti di trasformazione oggi al
vaglio della magistratura inquirente,
milanesi e non solo, sconsiglierebbero dal procedere lungo una tale
via riformatrice. Nessuna affinit

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riscontrabile con i percorsi riformatori seguiti in altri paesi europei avanzati: Francia, Germania e paesi
nordici fra i primi. Milano e la sua

comunit metropolitana (i suoi cittadini, i suoi amministratori, chi si occupa di urbanistica e di qualit ur-

bana) dovrebbero rispondere, con


garbo: no grazie!
Vai all'appello.

BIBLIOTECHE E SPAZI PUBBLICI DI QUALIT


Marianella Sclavi
Le biblioteche contemporanee si
stanno trasformando in tutta Europa
in piazze del sapere. Non pi austere sale studio, templi esclusivi degli
accaparratori dellalta cultura, ma
grandi spazi dove pubblici molto
diversi (studenti, immigrati, pensionati, casalinghe, disoccupati) trovano, accanto ai libri e giornali, film,
materiali musicali, zone computer
sui quali viaggiare in Internet, accedere alle proprie mail o fare skype,
aree in cui i bimbi anche molto piccoli, possono muoversi a gattoni e
frugare fra libri e giochi colorati.
Ovunque comode poltrone e sedili
dal design inusuale e tavoli di varie
dimensioni sui quali appoggiare i
libri presi direttamente dagli scaffali.
Luoghi ridisegnati in base a un approccio sistematico di ascolto, chiedendo ai cittadini e abitanti: cosa
manca, cosa non c in una normale biblioteca che la rende un luogo
poco interessante o addirittura repellente, per voi? Risposte: manca
uno spazio in cui si possa contemporaneamente leggere un libro e
mangiare un panino, manca
lapprezzamento e valorizzazione
dei saperi pratici, delle arti e mestieri, manca lo spazio per i bambini, manca per me che sono disoccupato un ufficio in cui essere in
contatto con le richieste del mercato del lavoro, e cos via.. Ed ecco
che dentro la piazza del sapere
sorgono, oltre ai centri di lettura, i
corsi di cucito e di cucina interetnica, lartigiano tiene una affollata
conferenza su come funziona la
propria bottega/officina, i disoccupati e precari possono accedere a
un sito che pubblica le richieste di
lavoro scambiando nel contempo
informazioni fra loro.
Spazi pubblici gratuiti produttori di
solidariet e certezza, che comunicano un senso di forza tranquilla, nella misura in cui invitano ognuno nella sua singolarit e diversit a farsi promotore di iniziative di
incontro e di scoperta, di progetti di
dialogo che giudica utili e desiderabili, in stridente contrasto con le atmosfere nevrasteniche e consumistiche dei grandi centri commerciali.
Luoghi garanti di una convivenza di
alta qualit, affollatissimi. Andate a
vedere al Pertini di Cinisello Balsamo nelle ore del dopo scuola, tutti

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quei giovani vestiti come quelli dallo


sguardo opaco, ma invece diventati
intelligenti.
In Italia ovunque una previa biblioteca tradizionale o uno spazio pubblico desolato da riqualificare abbia
subito una trasformazione di questo
tipo, c lo zampino diretto o indiretto di Antonella Agnoli. I suoi libri, da
Le piazze del sapere (2009) a Caro
sindaco parliamo di biblioteche
(2011) allappena uscito La biblioteca che vorrei (2014) sono dei veri e
propri manuali di sburocratizzazione mentale e pratica. Come tali
contengono indicazioni che riguardano non solo gli spazi pubblici, ma
pi in generale il governo del territorio, le nuove regole e procedure
della decisione politica.
Quando Antonella Agnoli documenta e illustra con esempi raccolti in
tutta Europa, Stati Uniti, Giappone,
quali sono le caratteristiche non solo spaziali, ma anche mentali e gestionali, che fanno di una biblioteca
un motore culturale del territorio in
cui opera, sta fornendo ricette che
valgono anche per la riforma del
nostro sistema scolastico e sta indicando il nuovo e inedito ruolo di costruttrice di comunit che la pubblica amministrazione chiamata a
svolgere in una societ postmoderna, una societ liquida.
Prendete la scuola: chiaro che la
sua indispensabile e urgente riforma deve partire non solo dalla manutenzione straordinaria degli edifici, ma proprio dalla concezione degli spazi dellincontro educativo. I
banchi rivolti verso la cattedra con i
giovani seduti per ore a due a due
come i carabinieri, gli orari delle lezioni tutti uguali e rigidi, la suddivisione per materie come compartimenti stagni, sono tutte espressioni
di una concezione arcaica dei rapporti fra autorit e conoscenza, fra
conoscenza e comunicazione.
Prendete la riforma della PA: il funzionamento delle piazze del sapere
dimostra che il rimedio non la
semplificazione, ma caso mai la
complessificazione delle modalit
di analisi e di decisione. La complicazione, la pletora di controlli incrociati, lincapacit di formulare giudizi
di merito trasparenti e condivisi, nascono dal non sapere come trasformare le differenze in risorse,

dalla ignoranza su come gestire la


complessit. Nelle biblioteche che
funzionano, le biblioteche piazze
del sapere, il garbuglio delle leggi e
dei controlli incrociati incapaci di
invenzione e di apprezzamento della qualit dei progetti e dei soggetti,
stato sostituito dal metodo
dellascolto attivo e dal ricorso sistematico a processi partecipativi
obbligatori, non facoltativi, da elenchi delle verifiche indispensabili
che in un processo trasparente e
inclusivo aiutano tutti i partecipanti
a tener conto di aspetti essenziali
(vedi pp 118-120 di La biblioteca
che vorrei).
Le piazze del sapere ci insegnano a
farci promotori, come politici, amministratori e cittadini, del passaggio dalla complicazione alla complessit. La prima moltiplicazione
delle variabili e dei soggetti divisi in
compartimenti stagni, ognuno bloccato nella propria casella e incapace di visione dinsieme, la seconda
basata sul dialogo, sulla trasparenza e linclusione di tutti i soggetti
interessati alle questioni in gioco.
Si tratta di passare da una mentalit o top down o bottom up, al multitrack: le soluzioni che funzionano si
trovano solo se tutti coloro che sono interessati (a tutti i livelli della
gerarchia di potere e in tutti gli strati
della societ) sono coinvolti, e se il
procedimento prevede che debbano accogliere i rispettivi punti di vista e collaborare a inventare soluzioni nuove, di mutuo gradimento.
Per imboccare questa strada, la
descrizione di esperienze di successo in corso fondamentale perch dobbiamo tutti (non solo i politici) superare un pregiudizio burocratico secondo il quale decentramento significa che parte delle
decisioni prese al centro vengono
spostate in periferia, ferme restando la organizzazione del lavoro, la
mentalit, le procedure. Altrimenti
il caos.
La visita alle piazze del sapere che
si stanno moltiplicando ovunque nel
mondo, ci fa toccare con mano che
vero il contrario: il caos quello in
cui siamo immersi, mentre la responsabilizzazione delle comunit
nella gestione del territorio la risposta, purch naturalmente la
cassetta dei nuovi attrezzi sia mes-

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sa a disposizione di tutti. Ed un
discorso che andrebbe applicato in
ogni sfera decisionale non solo
per limitarci a Milano - nel processo
partecipativo Garibaldi e lIsolapartecipata, dove effettivamente ci abbiamo provato con esiti universal-

mente riconosciuti come positivi,


ma anche nella gestione delle Case
Popolari Comunali e anche nella
stesura dello Statuto della Citt Metropolitana (come hanno fatto a Bologna). E se col metodo del Confronto Creativo si riusciti nel 1992

e 1995 a organizzare gli incontri


internazionali sul clima di Rio e di
Kioto, forse anche lExpo, avrebbe
potuto trarne vantaggio. Sono necessarie due qualit: coraggio e
conoscenza. Dove cercarle? In biblioteca!!

DISEGNO DI LEGGE SUI PRINCIPI URBANISTICI: FORSE C QUALCOSA DA CAMBIARE


Gregorio Praderio
Entro il 15 di settembre si potevano
inviare proposte e commenti critici
al disegno di legge di principi urbanistici messo in consultazione online a fine luglio. Quella della consultazione una buona idea (sperando che non sia solo di facciata, e
che i contributi inviati vengano effettivamente letti), visto anche che il
disegno di legge non appare del tutto definito e presenta alcuni punti
critici sia nellimpostazione che su
alcuni importanti dettagli.
In generale, il testo riordina e mette
a sistema molte delle innovazioni
recenti della normativa urbanistica,
in particolare quelle sperimentate in
Regione Lombardia, con esiti per
forse non del tutto felici, o sui quali
per lo meno qualcuno avrebbe da
discutere. In ogni caso, si pu avere
qualche dubbio sulleffettiva operativit di molte delle disposizioni proposte. Non chiaro infatti come il
disegno di legge si inserisca nel
complesso sistema della legislazione urbanistica, quali leggi vengano
abrogate (tranne il povero DM
1444/68 e alcune disposizioni fiscali, alcune giustamente da modificare, peraltro), quali implicitamente
superate, quali invece continuino ad
avere efficacia. Non poco, in una
situazione gi abbastanza farraginosa come la nostra. Sembra poi
scarsamente efficace ipotizzare cinque (o addirittura dieci) anni di tempo fra il piano programmatorio e
quello operativo, cosa avviene nel
frattempo? Tanto vero che non si
prevede la salvaguardia del primo,
che cos diventa veramente poco
incisivo. E sulledilizia pubblica,
siamo ancora sicuri dellefficacia
degli incentivi volumetrici, in un
momento di grande offerta di edificabilit, e di scarsa domanda?
Ma probabilmente necessaria una
riflessione anche su alcuni importanti dettagli, quello della commisurazione degli oneri inversamente
proporzionale alla densit edilizia e
quello dellindennizzo dei diritti edificatori liberamente commerciabili.
Sul primo aspetto (oneri che diminuiscono in base alla densit), si
tratta di un principio ripetuto pi volte nel testo di legge, ed quindi da

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escludere che si tratti di una svista o


di un refuso, come potrebbe sembrare a prima vista.
La disposizione infatti abbastanza
irragionevole per alcuni principali
motivi:
* gli oneri notoriamente sono (almeno all'origine) una tassa di scopo:
servono a pagare le urbanizzazioni
e i servizi resi necessari da un intervento. Maggiore la densit, maggiori normalmente anche se in
modo non lineare - i servizi necessari (pi domanda di scuole, di parcheggi, ecc.), maggiori conseguentemente i costi: che per per il principio di proporzionalit inversa verrebbero meno coperti dagli oneri
* questo non servirebbe comunque
a contenere il consumo di suolo: un
intervento denso in area inedificata
pagherebbe meno oneri di uno meno denso in area edificata, che verrebbe cos reso meno conveniente;
* una bassa densit edilizia potrebbe essere originata dal rispetto di
caratteristiche paesaggistiche esistenti (citt giardino, centri storici
minori, ecc.) che cos verrebbero
ingiustamente penalizzati.
Vero che lo sprawl urbano comporta uno spreco di risorse, mentre
edificazioni pi ravvicinate consentono un uso pi razionale delle urbanizzazioni. Ma questo obiettivo
pu essere perseguito in un modo
molto pi semplice ed efficace rispetto a quanto indicato dalla legge:
prevedendo oneri crescenti al crescere del consumo di suolo inedificato. Ci d'altra parte anche razionalmente connesso alla natura
del tributo (l'intervento in area inedificata comporta spesso urbanizzazioni maggiori; chi invece interviene
su aree gi compromesse ha spesso propri costi aggiuntivi di bonifica,
demolizione, ecc).
Per il secondo aspetto (diritti edificatori liberamente trasferiti e indennizzati se non pi attuabili), si tratta di
uno dei punti maggiormente critici
del disegno di legge e forse meno
valutati nelle sue ricadute operative,
per diversi motivi.
Il trasferimento dei diritti edificatori
appare sicuramente utile e opportuno in alcuni casi di riordino urbano,

per garantire l'acquisizione di aree


per attrezzature pubbliche ma anche per motivi di equit. Appare poi
opportuno che questo avvenga nelle
forme stabilite dal piano urbanistico,
con coefficienti di conversione fra
aree di diverso valore. Trattandosi
infine di un diritto legato alla trasformazione di beni immobili, appare invece del tutto logico che questo
avvenga in sede di realizzazione
degli interventi, ovvero mediante il
formarsi di titolo abilitativo edilizio
(previa eventuale sottoscrizione di
accordi e convenzioni) e legato alla
validit dello stesso. Si tratterebbe
di una soluzione semplice ed efficace, perfettamente gestibile nel tempo anche fra propriet diverse mediante strumenti ordinari come patti
di futura vendita, ecc.
Per qualche strana astrazione accademica o ideologica, si vuole invece passare il principio della libera
commerciabilit dei diritti, astratta
da concrete possibilit di utilizzo.
Ci porterebbe a generare nel futuro non pochi problemi, di grande
rilevanza:
* l'eventuale venir meno delle motivazioni e conseguentemente delle
previsioni urbanistiche che hanno
determinato i diritti edificatori trasferiti porterebbe un forte danno agli
acquirenti di diritti volumetrici:
un'eventualit non rara, soprattutto
nel caso di Comuni che abbiano
completamente sbagliato previsioni
urbanistiche, ipotizzando capacit
insediative di molto superiori alla
domanda presente e futura (come
il caso di molti Comuni lombardi);
* per evitare questo rischio, evidentemente ben presente al legislatore,
ecco un rimedio peggiore del male:
l'obbligo di indennizzare a valore di
mercato i diritti trasferiti di cui sia
venuta meno l'utilit (cosa che invece non prevista nel caso di riduzione di edificabilit connessa ai
suoli) e conseguentemente (visto la
scarsit delle risorse pubbliche a
disposizione per tali indennizzi) il
probabile congelamento a tempo
indeterminato dei diritti edificatori
anche al venir meno della loro utilit;

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* la produzione di diritti edificatori
(che non costa nulla) in mano ad
amministrazioni irresponsabili o
compiacenti diventerebbe quindi
una sorta di zecca urbanistica (nel
senso di creazione di moneta);
* facile infine immaginare la distrazione di risorse finanziarie dalle faticose e relativamente poco remunerative attivit di sviluppo e riqualificazione urbana a una pi facile
ancorch fittizia creazione di valori

puramente virtuali da mettere a bilancio.


Non un caso che non risulti nessuna normativa urbanistica di un
paese moderno che preveda una
simile cosa.
Ma tutto ci potrebbe essere superato, recuperando il valore positivo
dei trasferimenti volumetrici, semplicemente rinunciando allo slogan
ideologico della loro libera commerciabilit per ricondurli pi concretamente come detto alle azioni effetti-

ve di intervento. Gli indennizzi andrebbero previsti invece solo per i


diritti volumetrici promessi al luogo
degli stessi (compensazione e incentivazione).
In definitiva il disegno di legge appare formulato in modo in parte incompleto, a volte impreciso e a volte di possibili esiti negativi non attentamente valutati. Si spera pertanto nel suo completamento e in
unattenta revisione prima di avviarne l'eventuale iter di approvazione.

STORIE DI ASSETTI VARIABILI: LA CITT METROPOLITANA


Cristoforo Bono
Caro Direttore, penso che Arcipelago Milano faccia un buon servizio in
questo periodo. Bene, ad esempio,
che sullultimo numero appaiano tre
articoli dedicati alla Citt metropolitana, e dio sa quanto approfondimento ci voglia per questaraba fenice (che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa).
Dei tre, mi piaciuto quello di Paola
Bocci,
che
parla
anche
di
unesperienza fatta nella festa del
Partito democratico. Io non conosco
minimamente Paola Bocci, ma certo
la riconosco; mentre conosco, come
tutti, Salvatore Crapanzano (istruzioni per luso), ma vedo le sue
buone intenzioni come uno sforzo tutto interno alle cosiddette istituzioni, e anche alla pletora di esse - cui
io non posso prender parte. Semplificare, certo, sempre buono e giusto - cio etico - ma non pu essere
lidea di base per il nostro progetto:
voglio dire per un progetto civile, al
quale tutti ambiscano di partecipare.
Tale progetto appartiene pur sempre alla complessit, pi che alla
semplificazione (che tutti ci attendiamo, peraltro, da chi di dovere).
Quando la Paola Bocci dice che
vuole trasformare - anche nella partecipazione - gli spazi in luoghi, offre

a me, cittadino, operatore o progettista, un compito preciso eppure


ampio, cui io possa dedicarmi con
passione. Che commozione pu
darmi invece un manchevole decreto Delrio, che dopo una elezione di
secondo grado, della quale non so
nulla, n posso saperlo, produrr un
consesso che stender uno statuto
di qualcosa cui si d forma, ma che
ancora non ha contenuti? (come
giustamente osserva Daniele Comero nel terzo degli articoli citati).
La Citt metropolitana ha quindi i
suoi confini quando il progredire
della storia vuole che finalmente si
tolgano i confini - e questi circoscrivono langusta geografia spontanea
che si ripropone, o riproduce, in
modo autoreferenziale. Che la complessit del reale richieda orizzonti e
non confini, orizzonti entro i quali
definire o restringere di volta in volta, mi sembra del tutto evidente: a
partire, ad esempio, dalle reti di trasporto. E gli orizzonti, se vogliamo
atterrarli, sono Ticino e Adda ai lati
e le citt di corona a nord e a meridione. Senza queste parti della Metropoli lombarda il Duomo sarebbe
ancora di mattoni; e senza Lecco,
per dire, non ci sarebbe stata la via
Spadari.

E alla base di tutto, come sempre, i


Comuni; e il municipalismo. Cio la
profondit della nostra cultura, dal
Medioevo, a Carlo Cattaneo, alla
Costituzione repubblicana. Quella
che oggi chiamata occasione (sia
pure con lintento nobile di fare di
necessit virt) era un tempo qualcosa di pi forte, di pi necessario e
urgente. Sulla soglia degli anni 60
del Secolo scorso, loccasione infausta del Decreto Togni che imponeva la citt metropolitana assecondando il dominio del concentrico, provoc lAssemblea dei sindaci
che dette luogo al Piano Intercomunale Milanese: il cui cuore o principio era appunto lassemblea, non il
centro studi (che ne sar del PIM
con il nuovo assetto?).
Con tanta tecnica, e cos poca politica, oggi, invece, quale il principio
di una realt che molto viviamo, e
poco vediamo? La brutta espressione geometrie variabili tutte le volte che la si usi in riferimento alla politica degli interventi - ha un suo
fondamento se la si traduce in geografia e storia variabili: cio da far
mutare consapevolmente (cercando
di trasformare gli spazi in luoghi, per
dirla con lamica Paola).

PU UNA CITT ESSERE BUONA SE LA SOCIET CHE LA ABITA DIVENTA INFERNALE?


Arturo Calaminici
Premessa. La nascita della citt metropolitana coincide con la fase di
cronicizzazione della crisi. Da essa
non usciremo, a meno di intraprendere un nuovo corso che ci rimetta
nellalveo di una democrazia vissuta
e partecipata dallassieme della popolazione con pi cuore e con forti
idealit. Emblematicamente possiamo chiederci: la citt metropolitana di Milano apparterr al vecchio
e, per quello che dir, folle ordine
delle cose presenti o, seppur faticosamente, sar segnacolo e stru-

n. 32 VI - 24 settembre 2014

mento di una presa di coscienza,


che porr limperiosa necessit di
cambiare verso alla storia? Milano
metropoli sar la citt dellinizio o
sar citt della fine? Citt della resa
o citt che non ci sta? Citt
dellabisso o della (faticosa) risalita?
Il Gruppo Petofi alle prese con
lossimoro. Lanno scorso, poco
prima del suo ultimo congedo, Guido Martinotti, intervenendo su questa stessa testata, che usava ospitarlo abitualmente, metteva in guardia contro un approccio troppo facile

e disinvolto alla nuova realt urbana, di cui ci stiamo occupando, a


cominciare dalluso dello stesso
termine citt-metropolitana, lennesimo fuorviante ossimoro prodotto
dal burocratese. La forma metropolitana,
precisava,

un
tipo
dinsediamento nuovo e diverso da
quello urbano o cittadino. Non si
vista poi lombra, n nel testo di
legge e nel dibattito parlamentare,
n tampoco nello stento dibattito
pubblico che ne seguito, di quello
sforzo teso ad acchiappare la pecu-

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liare natura di quellentit che sempre Guido Martinotti proponeva, per
evidenziarne la sfuggente novit, di
chiamare meta-citt.
Il Gruppo Petofi, i cui articoli Arcipelago ospita regolarmente da
qualche mese nella rubrica Dialoghi sulla Citt Metropolitana, nasce
sulla base di questa consapevolezza, della necessit cio di nutrire la
citt metropolitana con il suggerimento di qualche angolo prospettico
diverso, avanzando qualche dubbio,
tentando di mettere in circolo qualche idea critica e qualche proposta,
cercando di stimolare una discussione pubblica che vada oltre la
gabbia amministrativa (sempre
Martinotti) del mentecatto burocrate (De Finetti).
A cogliere analiticamente la tensione, e il conflitto anche, che legano i
due termini, citt e metropoli, sono
intesi in particolare i contributi venuti
da Giancarlo Consonni. La locuzione citt metropolitana - egli scrive piuttosto recente I due termini
non sono sinonimi. Semmai, se si
guarda alle logiche e alle tensioni
costitutive, si tratta di realt in conflitto. Citt ha a che vedere soprattutto con le relazioni di prossimit
I luoghi urbani sono per eccellenza i
luoghi del vivere condiviso, luoghi
sicuri in quanto presidiati naturalmente, quotidianamente dagli abitanti della citt. La citt esiste in
quanto sistema di luoghi ed la
qualit dei luoghi, e il loro costituirsi
come spina dorsale dei tessuti insediativi, a fare la qualit delle citt.
Laltro versante quello della metropoli
Ora, nel dibattito seppur ristretto, fin
qui avvenuto un certo peso hanno
avuto gli argomenti che tentano di
cogliere i nuovi caratteri della morfologia fisica della citt metropolitana,
con la dinamica tensione tra la citt
classica, con il suo core: la piazza, il
Duomo, il broletto, e la metropoli
economica. Una minore attenzione
mi sembra di cogliere invece nei
confronti della morfologia sociale
come si va rapidamente trasformando sotto la spinta prepotente,
ulteriormente accelerata in questa
fase di crisi, degli interessi e delle
esigenze del neocapitalismo finanziario. E anche, o soprattutto, su
questi aspetti che ritengo di richiamare lattenzione.
Le mie domande. Quali sono, mi
chiedo, le caratteristiche essenziali
che emergono nella societ di oggi
e sono sotto i nostri occhi? Accentramento della ricchezza e del potere in poche mani, in quelle della societ dell1 per cento, secondo la
definizione precisa e fortunata di
Occupy Wall Street; messa in que-

n. 32 VI - 24 settembre 2014

stione delle basi democratiche delle


societ occidentali avanzate; spietata disuguaglianza sociale, restringimento dei diritti, abbattimento del
welfare state. Il delinearsi sempre
pi chiaramente di una societ dei
mezzi senza i fini (Giorgio Agamben).
Secondo Saskia Sassen in atto
una pulizia etnica nei confronti della parte di popolazione pi fragile.
Nel suo ultimo libro Expulsion (in
fase di pubblicazione presso il Mulino), lautrice di Citt Globali sostiene che una parte rilevante della popolazione, venti/venticinque per
cento, compresa una quota di ceto
medio, espulsa dalleconomia e
dal contratto sociale, fuori dal
mercato, priva di mezzi per comprare o vendere, quindi ininteressante,
anzi sostanzialmente inesistente,
insomma dei paria, il grado pi basso di una neosociet castale. Al
contrario, al grado pi alto, alla casta dell1 per cento, e meglio ancora
dello 0,01 per cento, affluiscono ricchezze sempre pi abbondanti e, va
da s, totalmente sproporzionate.
Si chiede, ancora la Sassen, in un
articolo sul Manifesto: Perch
lEuropa ha gestito la crisi di questi
anni nel modo in cui lha fatto?
Lobiettivo era salvare la finanza, le
multinazionali e la classe politica a
spese dei lavoratori, delle piccole
imprese e delle economie locali. In
sostanza, la strategia stata quella
di tutelare i proprietari di grandi capitali e di scaricare i costi sul 20
30% pi povero della societ. La
storia degli ultimi ventanni fatta di
aumento dei profitti, caduta delle
tasse sulle imprese e del gonfiarsi
dei deficit pubblici.
Come ci informa Federico Rampini
(nel suo recente Banchieri, Mondadori 2013) gli economisti Emmanuel
Saez e Thomas Piketty calcolano
che il 93% dei guadagni della ripresa (americana) sono andati all1
per cento dei pi ricchi, e lo 0,01
per cento ha sequestrato il 37 per
cento di tutti i benefici della miniripresa in corso. I capital gain sono
tassati al 15%, il che induce Warren
Buffet, luomo pi ricco dAmerica
assieme a Bill Gates, a dire: pago
unaliquota fiscale inferiore a quella
della mia segretaria. The Economist afferma in una sua ricerca che:
la parte del reddito nazionale che
va all1 per cento si raddoppiata
rispetto agli anni 80. Ma ancora pi
sconcertante la parte che va allo
0,01 per cento, la loro fetta della torta si quadruplicata.
Come si dice, gli dei accecano coloro che vogliono perdere. In questo
caso gli dei stanno accecando gli
uomini in generale. Siamo al rove-

sciamento di ogni possibile etica, e


siamo nel contempo alla costruzione di un meccanismo economico
che non funziona (la crisi questo)
e non pu, per logica ed esperienza
storica, funzionare. Se ne accorgono perfino i pi intelligenti dei superfortunati, non solo Warren Buffet.
Economia senza filosofia. Ho nella
testa leco potente del Magnificat (in
particolare quello di Monteverdi) e le
sue parole: "Deposuit potentes de
sede, exsaltavit humiles", ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli
affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Potremmo, alla luce di
quanto detto sopra, ma soprattutto
del diluvio di dati a disposizione, affermare che il capitalismo dei banksters (appropriato neologismo, fusione delle parole banchieri e gangsters) ci pone di fronte al rovesciamento antitetico e pi impudente delle stesse basi della civilt cristiana e, volendoci spingere oltre,
che quasi sembra di stare per oltrepassare la soglia della societ
dellAnticristo. Nello stesso tempo,
e legittimamente aggiungo, potremmo dire di assistere anche al
rovesciamento del principio di ragione, cio allannichilimento del
fondamento greco della nostra civilt.
Ora, vista la situazione e gli effetti,
io non dico che Dio non esiste o che
sia distratto, che si sia nascosto e
sia introvabile. Dio, per me, non esiste come una cosa e neppure come
un uomo. Anzi, Dio, sempre secondo me, neppure esiste, e non deve
neanche esistere, come entit reale.
Ma lidea di Dio, nel senso in cui
lintendo, lessenza pi propria
delluomo. Ed lidea di ragione, se
questa intesa come permanente
ricerca di una verit che, anchessa
non esistendo come una cosa, pur
sempre apre alla possibilit della
sua ricerca e del futuro. E se vero
che lattitudine pi naturale
delluomo quella di essere progetto sempre aperto, linvito della ragione a riplasmare il mondo, di
cambiarlo di generazione in generazione, per avvicinarlo alla visione
sempre diversa che ciascuna ne ha.
Ripensandolo, certo, da dentro alla
cultura che si ha gi, ma nello stesso tempo per fuoriuscire da essa.
Dio-Ragione, insomma, come tensione costante verso un futuro che
non scritto nel passato (anche se
il nuovo non si costruisce nel vuoto)
e verso la storia che si fa e si rif
sempre. Altro che fine della storia e
fine delle ideologie!
Questa s che pessima ideologia
e consapevole inganno a danno dei
molti che sono psicologicamente

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disarmati e gettati nella rassegnazione. Lattuale societ dei mezzi
senza fini produce cos questa
somma
alienazione:
lespropriazione degli uomini della
loro natura teleologica; della loro
costante vocazione a dare senso e
significati alla vita e al mondo. Economia senza filosofia (non in senso
stretto), questo descrive bene la situazione: abbondanza straripante di
mezzi (quanto ingiustamente distribuiti!) e penuria di fini. Ma come ancora una volta osserva Giancarlo
Consonni il ragionamento sui fini
stato posto sotto ricatto: classificato
come ideologia e messo allindice.
Anche sulla Citt Metropolitana non
si ragiona sugli obiettivi mentre ci si
accanisce su architetture istituzionali fondate sul nulla. La legittimazione
democratica importante, ma senza una presa di responsabilit sui
fini una scatola vuota.

Populismo e democrazia. Si afferma


la forza, e la debolezza soccombe
senza lo scudo del diritto, dice icastico Gustavo Zagrebelsky. Cos
assieme allausterity, continua sottrazione dei beni legati al contratto
sociale, sinsinua il fascino tuttaltro
che discreto del putinismo: populismo senza piazze oceaniche tentativo di consolidare il capitalismo
senza bisogno di abbracciare i diritti
civili; in generale convinto che rafforzare la leadership sia condizione
necessaria per avere ordine sociale
e benessere (Nadia Urbinati). Da
noi certo c pi finezza, non abbiamo le cattive maniere dellorso
russo, e infatti, sempre Zagrebelsky,
parla di governo stile executive. Non
di meno, per, anche noi assistiamo
al rovesciamento del rapporto tra
Parlamento e Governo, che fa del
primo lesecutore fedele delle decisioni del secondo.

Anche noi, prima di questa umiliante


riforma del Senato, abbiamo dovuto
subire la legge Del Rio, che nellatto
stesso di istituire finalmente la Citt
Metropolitana, le assegna un basso
rango
democratico,
sottraendo
lelezione del Consiglio metropolitano alla sovranit degli elettori, affidandola proprio allinvisa casta dei
politici e delle potenti segreterie dei
partiti (faccio eco, ma di proposito,
al giudizio corrente). Questo vulnus
alla democrazia, facile profezia,
marcher la storia della nuova istituzione. A meno che il pi rapidamente possibile non siano create le
condizioni per lelezione diretta, nel
2016, del Sindaco e del Consiglio
metropolitani.
Gruppo Petofi, Dialoghi sulla citt metropolitana.

"SUD MILANO": RIPENSARE IL RUOLO CIVILE DELLUNIVERSIT


Gabriele Pasqui*
In una fase di crisi profonda del ruolo delluniversit nella societ e nei
processi di formazione diventa cruciale ripensarne il ruolo civile, inteso
innanzitutto come capacit di arricchire la discussione pubblica, interagendo, da una prospettica critica
e autonoma, con i processi sociali e
politici e anche con le scelte di governo.
Non un compito facile: lautonomia
delluniversit a rischio per la
sempre pi drammatica riduzione di
risorse per la ricerca e la formazione, per laccentuarsi di processi di
burocratizzazione delle attivit di
ricerca e insegnamento, per un progressivo scollamento tra luniversit
come agenzia formativa e il dibattito
pubblico.
Come reagire? Primo compito
delluniversit produrre quel che il
grande scienziato sociale Charles
E. Lindblom chiamava usable knowledge:
conoscenza
costruita
nellinterazione e utilizzabile nei
processi sociali e di governo. Conoscenza rigorosa, interdisciplinare,
costruita intorno a problemi rilevanti
nellagenda pubblica, ma anche capace di generare nuove possibilit,
di aprire nuove opportunit per la
scelta collettiva.
Se osserviamo in questa prospettiva
le attivit di ricerca e indagine prodotte negli ultimi anni nel contesto
milanese dobbiamo riconoscere che
molto rimane da fare nella costruzione di usable knowledge. Tuttavia, tentativi significativi, in partico-

n. 32 VI - 24 settembre 2014

lare da parte del Politecnico di Milano, non sono mancati.


Loccasione per una riflessione di
questa natura offerta dalla pubblicazione del volume Sud Milano.
Storia e prospettive di un territorio, a
cura di Francesca Floridia e con
lintroduzione di Daniele Vitale,
pubblicato dalleditore Il Poligrafo ed
esito di un percorso di indagine
svolto presso il Politecnico.
Si tratta di un volume impegnativo
(oltre quindici contributi, redatti da
architetti, urbanisti, storici, geologi e
studiosi di scienze ambientali, economisti) che prova a rileggere il territorio del Sud Milano in una prospettiva largamente interdisciplinare, concentrando lattenzione, anche
in una prospettiva storica, sulle dinamiche del sistema insediativo, su
opere e progetti significativi realizzati o pensati per questo contesto,
sul nesso tra territorio e sistema delle acque.
Il volume offre dunque insieme rappresentazioni del territorio a diverse
scale, descrizioni di progetti e architetture (con particolare attenzione
alle architetture moderne), ipotesi e
suggestioni per la costruzione di un
percorso di sviluppo sostenibile per
il Sud Milano.
Come possibile rendere le conoscenze e le suggestioni progettuali
di questo bel libro conoscenza utilizzabile? In che modo questo volume, che, come dimostra la ricca
bibliografia generale, si appoggia su
una lunga tradizione di studi e di
ricerche su questo territorio, pu

contribuire ad arricchire il dibattito


pubblico e a dare corpo allimpegno
civile delluniversit nel territorio milanese?
Vi sono a mio parere due condizioni
essenziali. La prima che i contributi del volume siano spesi, nei diversi luoghi di discussione, in relazione al dibattito che in questa fase
sta interessando la regione urbana
milanese in relazione alla costruzione della citt metropolitana. Se si
vuole evitare che il dibattito sulla
nuova istituzione metropolitana si
avviti in una discussione di sola ingegneria istituzionale indispensabile che i territori della citt metropolitana (tra i quali la pianura irrigua
del Sud Milano gioca un ruolo essenziale) siano in grado di costruire
rappresentazioni efficaci, capaci di
valorizzare le diversit e lautonomia
dei comuni e delle comunit insediate, come aveva cercato di fare il
Progetto strategico Citt di citt
della Provincia di Milano qualche
anno fa.
La seconda che amministratori e
forze politiche e sociali sappiano
nutrire la discussione sul governo
metropolitano con un dibattito sulle
prospettive economiche, sociali e
insediative dei territori del milanese,
immaginando nuovi percorsi di sviluppo capaci di valorizzare risorse e
specificit territoriali e di definire
nuove agende per tutti gli attori
coinvolti nei processi di sviluppo e di
governo.
Nel caso del Sud Milano le risorse
dellagricoltura e del sistema delle

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acque, lo straordinario patrimonio
storico e architettonico, le filiere
produttive che hanno saputo reagire
alla fortissima crisi che ancora viviamo rappresentano una risorsa
non solo per i comuni della pianura
irrigua, ma per tutta la regione urbana milanese, nella prospettiva
auspicabile di uno sviluppo disac-

coppiano dalla crescita insediativa


incontrollata e dal consumo del suolo e dei beni comuni.
Il volume curato da Francesca Floridia pu rappresentare certamente
un tassello significativo in questa
direzione: sta a tutti gli attori coinvolti (universit e mondo della ricerca, istituzioni, attori economici e so-

ciali) mettere al lavoro anche questo


libro nella prospettiva dellarricchimento della discussione e della
decisione pubblica.
*Dipartimento di Architettura e Studi Urbani, Politecnico di Milano

LA DARSENA A MILANO, UN BEL BIGLIETTO DA VISITA


Ilaria Li Vigni
Sono iniziati nella primavera scorsa
i lavori di riqualificazione di Piazza
XXIV Maggio e della Darsena di Milano: un progetto ampio e complesso per trasformare unarea trascurata in un nuovo polo dattrazione della citt in vista di Expo 2015, ma
non solo, anche nellottica di rivalutazione di una zona, i Navigli, con
un passato glorioso, ma con un presente caotico e architettonicamente
molto disordinato.
La zona dei Navigli e della Darsena,
per troppo tempo trascurata e occupata da cantieri, sembra riprendere
lentamente vita e dobbiamo aggiungere! - era ora, trattandosi di
una delle zone, per peculiarit fisica
e architettonica, pi suggestive di
Milano.
Se i Navigli sono oggetto di rinnovo
ormai da quasi due anni (secondo
una versione pi soft della proposta
originaria elaborata da alcuni ricercatori del Politecnico di Milano nel
2012, in parte purtroppo accantonata), la piazza accanto ha visto
lapertura dei lavori nella scorsa
primavera.
Le operazioni di riqualificazione avverranno in tre fasi distinte, durante
le quali alcune vie cittadine, limitrofe
allarea, saranno interessate da
chiusure temporanee e modifiche
della viabilit.
Il progetto, firmato dal Comune e da
Expo 2015, sicuramente importante e ambizioso: trasformare entro il
2015 tutta Piazza XXIV Maggio in

una terrazza sulla Darsena di Milano, rendendola uno spazio vivace,


polifunzionale, ricco di locali, ristoranti, attivit, intrattenimenti, una
sorta di cuore pulsante del sistema
Navigli
nonch
nuovo
polo
dattrazione turistico della citt.
La piazza verr in gran parte pedonalizzata e riservata alla cosiddetta
mobilit dolce, ovvero ai mezzi pubblici, ai taxi e alle piste ciclabili. Tale
pedonalizzazione, per ora embrionale, ci auguriamo sia curata e a
favore di cittadino e di ciclista con
cura particolare per buche e dislivelli pericolosi.
Il mercato comunale gi adesso in
corso di rifacimento: sono state gi
innalzate le travi portanti ed stata
effettuata la suddivisione degli spazi
secondo le volumetrie dei negozi e
dei ristoranti che troveranno la propria sede allinterno del mercato.
Anche questo un progetto ambizioso che, a parere di chi scrive, potr davvero rilanciare anche nelle
esigenze della vita quotidiana il
quartiere dei Navigli, da troppi anni
ridotto a movida notturna senza la
costruzione di veri e propri progetti
di comunit cittadina.
Sar quindi riaperto il corso interrato
del Ticinello, che andr a creare
uno specchio dacqua ai piedi della
Porta Ticinese, progettata dal Cagnola: la pavimentazione sotto
larco sar ricomposta secondo un
disegno derivato dalle tavole originarie del famoso architetto.

Tale riapertura del corso dacqua


fino alla stupenda porta dar un
connotato estetico particolare al
progetto, unendo lelemento naturale del canale allaspetto artistico architettonico dellopera muraria.
Evidentemente, tale ultima opera
sembra quella di realizzazione pi
complessa, ma gli addetti ai lavori
assicurano che gi negli ultimi mesi
dellanno si vedranno i primi radicali
cambiamenti.
Verranno rifatti i tracciati tranviari e
riqualificata lintera pavimentazione,
anche alla luce della parte chiusa al
traffico. Infine non mancher il verde pubblico: due filari di platani
completeranno la sistemazione della parte monumentale, alleggerendo
la vista da lontano e rendendo la
zona pi piacevole.
Ovviamente con una premessa necessaria e fondamentale: ci auguriamo che linvestimento, economico
e non solo, per la rivalutazione
dellarea non si fermi al dato strutturale, ma comprenda anche una manutenzione attenta e continuata dello spazio dacqua e delle zone limitrofe, pena, altrimenti, una mancata
valorizzazione dellintero progetto.
Insomma, per ora abbiamo unimmagine di una Darsena finalmente
in mutamento, ma non ancora completata e speriamo davvero di immaginarcela come un bel biglietto
da visita per uno straniero nella nostra citt che unisca natura ed arte,
cultura e collettivit.

Scrive Giancarlo Romanini a Massimo Cingolani su biclette contromano


Come riflessione non mi sembra
granch. Se si vuole disquisire di
norme, forse sarebbe meglio conoscerle (e cominciare dal non sapere
distinguere tra contromano e contro
senso non una gran dimostrazione di preparazione sull'argomento).
Se si vuole riflettere e divulgare il

n. 32 VI - 24 settembre 2014

frutto del proprio pensiero per dare


un contributo al dibattito, forse bisognerebbe approfondire un po'.
Ma cos non si parteciperebbe al
tormentone, al quale l'estensore
dell'articolo invece offre una sequela
di gi sentite ed ampiamente commentate e confutate affermazioni.

Tutte pi che degne del livello medio dei pregiudizi italiani sul tema: i
diritti e i doveri, la svizzera, il rispetto delle leggi, la cultura di sinistra e,
per non sbagliare, quella di destra, i
dannati dell'auto, ecc. ecc.
Fantastica poi la cosa della "ricerca
del nemico nellautomobilista para-

10

www.arcipelagomilano.org
gonato a un talebano"; basta farsi
un giro su internet per verificare esattamente il contrario, cio un numero notevole di pagine facebook e
siti che inneggiano all'odio verso i
ciclisti. Vi prego di segnalarmi casi
opposti, se li trovate. proprio vero

che non si pu migliorare con il nostro schifo di educazione (per parafrasare "Pigro" di Ivan Graziani); allora continuiamo cos, facciamoci
del male (questa non sto neanche a
dirlo). Desolante la chiusa dell'articolo, con la paralizzante determina-

zione a seguire le leggi senza pretendere di cambiarle. Manifestando


per l'ampia disponibilit, davvero
molto italiana, a trasgredirle. Tanto,
finch non mi beccano...

Scrive Anna Rita Zagagli a Massimo Cingolani su biclette contromano


Gentile redazione, vorrei sapere se
poteva ipotizzarsi l'ipotesi di una pista ciclabile in corso Vittorio Emanuele. Poter avere una piccola striscia preferenziale potrebbe essere

maggiormente rilassante per i pedoni che si trovano continuamente


ciclisti che attentano alla loro incolumit e pratico per il ciclista che
potrebbe percorrere tranquillamente

quelle poche decine di metri tra


Duomo e San Babila.
.

Scrive Giuseppe Merlin a Massimo Cingolani su biclette contromano


L'articolo "Riflessioni sulle bici in
contromano..." da me condivisibile
in toto (riflessioni politiche incluse)
tranne in una parola: contromano.
Contromano, infatti, significa andare
nel senso opposto a quello di marcia normale tenendo la mano sinistra, anzich la destra e il CdS italiano lo ammette solo per i pedoni
che circolano su strade extraurbane
prive di marciapiede, per aumentarne la sicurezza. Il provvedimento
rivendicato e richiesto da quanti u-

sano la bicicletta tutti i giorni non


vuole questo, vuole, semplicemente, che venga adeguata la normativa italiana a quella della maggior
parte degli altri stati europei dove la
ciclabilit considerata una modalit valida di mobilit. Senso unico
eccetto bici nient'altro che qualcosa di simile al senso unico eccetto
autobus e taxi, solo che viene applicato a strade che consentono il
passaggio a un mezzo pesante e ad
una bicicletta in senso contrario ma

sempre a destra. L'uso insistito della


parola contromano sbagliato e,
sospetto, usato strumentalmente da
chi non vuole lo sviluppo della ciclabilit, evocando un privilegio inammissibile. Comunque sia, chiamare
le cose con il loro nome e non a casaccio, dovrebbe essere un dovere
di ogni buon giornalista. Anche questo senso civico. Per i politici, ovviamente, l'uso delle parole spesso un puro esercizio vocale.

Scrive Arturo Calaminici a Valentino Ballabio e Giuseppe Natale su Citt Metropolitana


Caro direttore, dispiace polemizzare
con le persone con cui si condividono alcune idee importanti. Con i signori Ballabio e Natale, che comunque ringrazio dellattenzione che
hanno dedicato al mio intervento sul
precedente numero di Arcipelago,
condivido la preoccupazione vivissima e fondamentale che la democrazia in Italia (sia quella formale
che quella sostanziale, per riprendere ironicamente una distinzione alquanto vetero) stia subendo colpi
micidiali, e che la legge Del Rio,
come del resto la riforma del Senato, siano una evidente manifestazione di quel rafforzamento del potere esecutivo, come dice il Natale.
Evitando le zuffe e le offese personali, di cui abbonda larticolo di Giuseppe Natale, e della cui sensatezza possono giudicare i lettori di Arcipelago, dico solo due-tre cose
semplicissime. Io non credo che
labolizione del Comune di Milano,

la sua estinzione, possa costituire la


soluzione di quegli stessi problemi
che i miei interlocutori pongono, e la
necessit, che essi opportunamente
sottolineano, di un diverso equilibrio, allinterno dello spazio metropolitano, tra il comune capoluogo e
gli altri 133 comuni. questa una
questione politica essenziale a fini
del futuro della Citt Metropolitana,
ma, a me pare, non risolvibile con
lazzeramento del Comune di Milano. Penso, di converso, che la completa cancellazione del Comune capoluogo produrrebbe problemi di
ben maggiore portata e complessit.
Ballabio teme per i cittadini di Milano che leventuale elezione diretta
del sindaco metropolitano e del
Consiglio, possa creare una gran
pasticcio: ti immagini la complicazione e confusione di competenze e
ruoli.... Certo, immagino questo rischio di confusione di competenze e

ruoli e penso che lo Statuto della C.


M., che dovr scriversi entro la fine
dellanno, debba misurarsi soprattutto con questo nodo. Quello che
non mi immagino come la creazione di nove o venti nuovi comuni
al posto di quello unico esistente, da
alleggerire con robusto e vero decentramento, possa eliminare queste difficolt.
Da ultimo, mi rivolgo al signor Natale. Lei ad un certo punto del suo ragionamento usa due quindi, uno
appresso allaltro, come di chi, dopo
aver messo solide fondamenta, alfine possa costruire conclusioni chiare, forti e coerenti. Ebbene, la prego
rilegga il suo scritto, quei suoi due
quindi stanno invece come barchetta disancorata in balia del suo agitato ragionamento e, mi permetta di
essere tranchant, viste le tante inutili offese che lei mi ha rivolto, essi
non chiariscono e non concludono
nulla.

Scrive Lorenzo Tosi ad ArcipelagoMilano


Giuliano Pisapia mi ciula 30 euro al
mese dalla busta paga, cosa che la
siura Moratti non faceva e li ha usati
per pedonalizzare Piazza Castello
cos mi fa passare in scooter sul
pave' di Foro buonaparte col rischio

n. 32 VI - 24 settembre 2014

quotidiano di cadere. Non ha tolto


uno dico 1 semaforo dei 2000 che
inquinano l'aria di Milano per farci la
rotatoria ed ha anzi complicato quelli esistenti (vedasi Piazza Ohm). A
Cesenatico, che d'estate ha pi traf-

fico di Milano, il sindaco di sinistra li


ha eliminati TUTTI e si cammina.
Parafrasando Gaber il semaforo di
destra, la rotonda di sinistra. Col
c... che lo rivoto.

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MUSICA
questa rubrica curata da Anonimi Milanesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Un ajkovskij italo-cinese
LaVerdi ha scelto di dedicare a ajkovskij una buona parte della lunga
stagione che appena iniziata e
che, per accompagnare lEXPO,
abbraccer tutto il 2015 con
lintegrale delle Sinfonie e dei Concerti. Ha esordito la settimana scorsa alla Scala, con la Marcia slava
opera 31, il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra in sol maggiore
opera 44 e la Quinta Sinfonia in mi
minore opera 64, mentre nel primo
concerto in sede (nella propria sede dellAuditorium in largo Mahler)
ha eseguito il Capriccio Italiano opera 45, il Concerto per pianoforte n.1
in Si bemolle minore opera 23 e la
Seconda Sinfonia in do minore opera 17. Una bella abbuffata di cui,
bisogna dirlo, non ci si deve lamentare perch ajkovskij - per anni
trascurato tanto quanto, per esempio, stato esibito Mahler - aveva
proprio bisogno di essere ripensato
e valorizzato.
Potremmo anche dire che ajkovskij abbia avuto qualche responsabilit per la disattenzione di cui
stato vittima, con quella voglia di
compiacere il pubblico, lamore per i
temi facili, la ricerca continua di ci
che oggi chiameremmo effetti speciali nelle orchestrazioni e ancor
pi nelluso della tastiera. Ma nonostante queste arcinote sue debolezze resta pur sempre un compositore
straordinario che pi lo si conosce e
pi lo si ama. Purch e qui sta il
punto venga eseguito con la dovuta prudenza.
LOrchestra Verdi, in questa occasione, ha messo in campo il suo direttore stabile Zhang Xian e, in prosieguo, si affider anche a John Axelrod e a Oleg Caetani; i due concerti per pianoforte li ha affidati a
Giuseppe Andaloro, esordiente nella nostra citt, il concerto per violino
sar eseguito dalla ormai collaudata
Francesca Dego.
Del concerto alla Scala ha gi riferito Enrico Girardi sul Corriere della
Sera, e non mi pare abbia manifestato un grande entusiasmo; del
concerto allAuditorium mi ha molto
colpito la sorprendente contraddittoriet. C stato qualcosa di poco
comprensibile che cercher di approfondire.

n. 32 VI - 24 settembre 2014

Innanzitutto il palinsesto: la Xian ha


messo insieme tre opere del periodo centrale nella vita di ajkovskij,
scritte fra il 1872 e il 1880 (lAutore
nasce nel 1840 e scompare molto
presto, nel 1893) unite da un filo
sottile. Sia il Capriccio Italiano che
la seconda Sinfonia sono costruiti
su temi platealmente popolari: il
primo fu scritto a Roma, durante
uno dei frequenti viaggi in Italia, la
seconda durante un lungo soggiorno in Ucraina (non a caso la sinfonia fu intitolata dal suo editore Piccola Russia, come allora veniva
chiamato quel Paese, noto per le
forti tradizioni musicali del mondo
contadino). Al centro del programma il Concerto per pianoforte e orchestra, che con Schiaccianoci
sicuramente lopera pi celebre di
ajkovskij, i cui temi sono s creazioni originali dellAutore ma voluti
proprio per diventare anchessi decisamente popolari. Dunque una
serata con un doppio rischio: da una
parte quello di semplificare e trasformare il tutto in una saga di paese, rinunciando a scavare nel senso
pi recondito della tradizione popolare e farne emergere i valori universali; dallaltra quello di tradire la
cultura popolare intellettualizzando
la pi genuina delle sue manifestazioni.
Com andata? In modo decisamente contraddittorio. Andaloro muscoloso trentaduenne palermitano
mi parso cadere nella trappola e
assecondare vistosamente lingenua voglia di ajkovskij di vellicare il
pubblico con la cantabilit e
lemozionalit dei suoi temi. Una
interessante nota di Giacomo Manzoni nella sua Guida allascolto della musica sinfonica, a proposito di
questo Concerto, dice: ajkovskij si
abbandona qui a una magniloquenza non priva di momenti di felice ispirazione. La tecnica del solista vi
trascendentale e non si pu certo
dire che questa sia unopera priva di
presa sul pubblico; forse la qualit
delle idee non sempre nobile come si vorrebbe, forse in qualche
punto listanza retorica supera la
necessit espressiva . Se Andaloro, prima di studiare il concerto,
avesse letto e meditato queste poche parole avrebbe forse evitato

tanta inutile enfasi e risparmiato una


buona dose di energia!
Quanto al direttore - la piccola, energica, precisissima e grintosissima Xian - tanto riuscita a controllare e a dosare bene le parti della
Sinfonia (non fra le pi note, ma
certamente fra le pi interessanti
dellAutore russo), quanto si lasciata andare nel Capriccio Italiano
che sembrava eseguito pi da una
Banda che da una Orchestra Sinfonica; nel concerto invece sembrata subire limpostazione del solista e
costretta (ma potrebbe essere vero
anche il contrario ) a dialogare
con il pianoforte stando sempre sopra le righe.
Di fronte a queste sfasature vien da
chiedersi se il processo di globalizzazione che ci sta cambiando la vita
la globalizzazione culturale e sociale, che ancor pi pervasiva di
quella economico-finanziaria possa arrivare a far s che un musicista
cinese riesca a interpretare con facilit una musica russa costruita su
melodie popolari italiane, o se non
si debba avere maggiore prudenza
nel mescolare culture tanto diverse
tra loro. nota, per esempio, la
stretta relazione che lega il linguaggio musicale a quello della parola;
se la lingua cinese piena di parole
tronche, se quella russa si basa
molto sulle parole piane, e se la lingua italiana molto varia (le sue
parole si dividono equamente fra
tronche, piane, sdrucciole e bisdrucciole, e anche per questa sua
caratteristica considerata una lingua molto musicale), pu accadere che un interprete cinese, nel fraseggiare una musica russa, tenda a
spostare a valle alcuni accenti, e
cos un compositore russo faccia a
sua volta scivolare a valle gli accenti
dei temi italiani. Insomma capita che
suonando si fraseggi inseguendo
istintivamente gli accenti usuali della
propria lingua madre. Cos accaduto laltra sera e, anche se talvolta
queste tendenze appaiono come un
accettabile tocco di esotismo
allimpianto interpretativo, altre volte
risultano meno sopportabili.
Cara Zhang Xian - e cari tutti musicisti che studiate, suonate e faticate
per noi - forse non basta lavorare
sulle partiture con tutta la dedizione

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e la passione possibili; forse bisogna anche capire quali sono gli autori e le musiche che possiamo affrontare a partire dal brodo culturale nel quale siamo immersi e limitare il nostro repertorio a quegli autori
e a quelle epoche di cui siamo certi
di avere assimilato fino in fondo il
linguaggio, non solo quello musicale. Con buona pace della globalizzazione.
Post scriptum Anche lavventura
romana di Riccardo Muti - detto il
Maestro - finita come quella milanese, con le dimissioni date in piena
situazione di caos nella vita del Teatro: della crisi alla Scala, nel 2005,

sappiamo tutto; di quella romana


questa rubrica ha dato ampio resoconto nellultimo numero del giornale, prima della chiusura estiva. Muti
sembra voler rinunciare non solo
alla direzione artistica del Teatro
dellOpera di Roma (vi era stato
chiamato a vita, assai poco opportunamente, solo tre anni fa!) ma anche alla direzione delle due opere in
cartellone affidate a lui, "Aida" e
"Nozze di Figaro", creando danni
non da poco alla gi difficile e tormentata programmazione della stagione lirica romana.
Con tutta la solidariet che vorremmo esprimergli non possiamo non
riflettere sulla analogia fra le due

rinunce (o sconfitte, dipende dal


punto di vista). Possibile mai che si
lasci solo e sempre quando ormai la
situazione diventata ingestibile e il
caos arrivato alle stelle? Che le nostre orchestre siano spesso un covo
di sindacalisti/fondamentalisti piuttosto che una comunit di artisti/professionisti pi che certo. Ma
non sar anche vero che qualche
direttore accetta incarichi prestigiosi
con grande leggerezza e di fronte
alle burrasche, peraltro prevedibili
per non dire annunciate, preferisce
scappare anzich affrontarle?

ARTE
questa rubrica a cura di Virginia Colombo
rubriche@arcipelagomilano.org
Perch il Museo del Duomo un grande museo
Inaugurato nel 1953 e chiuso per
restauri nel 2005, luned 4 novembre, festa di San Carlo, ha riaperto
le sue porte e le sue collezioni il
Grande Museo del Duomo. Ospitato
negli spazi di Palazzo Reale, proprio sotto il primo porticato, il Museo
del Duomo si presenta con numeri e
cifre di tutto rispetto. Duemila metri
quadri di spazi espostivi, ventisette
sale e tredici aree tematiche per
mostrare al pubblico una storia fatta
darte, di fede e di persone, dal
quattordicesimo secolo a oggi.
Perch riaprire proprio ora? Nel
2015 Milano ospiter lExpo, diventando punto di attrazione mondiale
per il futuro, cos come, in passato,
Milano stata anche legata a doppio filo a quelleditto di Costantino
che questanno celebra il suo
1700esimo anniversario, con celebrazioni e convegni. Non a caso la
Veneranda Fabbrica ha scelto di
inserirsi in questa felice congiuntura
temporale, significativa per la citt,
dopo otto anni di restauri e un investimento da 12 milioni di euro.
Il Museo un piccolo gioiello, per la
qualit delle opere esposte cos
come per la scelta espositiva.
Larchitetto Guido Canalico lo ha
concepito come polo aperto verso
quella variet di generi e linguaggi
in cui riassunta la vera anima del
Duomo: oltre duecento sculture, pi

di settecento modelli in gesso, pitture, vetrate, oreficerie, arazzi e modelli architettonici che spaziano dal
XV secolo alla contemporaneit.
E lallestimento colpisce e coinvolge
gi dalle prime sale. Ci si trova circondati, spiati e osservati da statue
di santi e cherubini, da apostoli, da
monumentali gargoyles - doccioni,
tutti appesi a diversi livelli attraverso
un sistema di sostegni metallici e di
attaccaglie a vista, di mensole e
supporti metallici che fanno sentire
losservatore piccolo ma allo stesso
tempo prossimo allopera, permettendo una visione altrimenti impossibile di ci che stato sul tetto del
Duomo per tanti secoli.
Si poi conquistati dalla bellezza di
opere come il Crocifisso di Ariberto
e il calice in avorio di san Carlo; si
possono vedere a pochi centimetri
di distanze le meravigliose guglie in
marmo di Candoglia, e una sala altamente scenografica espone le vetrate del 400 e 500, alcune su disegno dellArcimboldo, sopraffini
esempi di grazia e potenza espressiva su vetro.
C anche il Cerano con uno dei
Quadroni dedicati a San Carlo,
compagno di quelli pi famosi esposti in Duomo; c un Tintoretto ritrovato in fortunate circostanze, durante la Seconda Guerra mondiale, nella sagrestia del Duomo. Attraverso

un percorso obbligato fatto di nicchie, aperture improvvise e sculture


che sembrano indicare la via, passando per aperture ad arco su pareti in mattoni a vista, si potr gustare
il Paliotto di San Carlo, pregevole
paramento liturgico del 1610; gli Arazzi Gongaza di manifattura fiamminga; la galleria di Camposanto,
con bozzetti e sculture in terracotta;
per arrivare fino alla struttura portante della Madonnina, che pi che
un congegno in ferro del 1700,
sembra unopera darte contemporanea. E al contemporaneo si arriva
davvero in chiusura, con le porte
bronzee di Lucio Fontana e del
Minguzzi, di cui sono esposte fusioni e prove in bronzo di grande impatto emotivo.
Il Duomo da sempre il cuore della
citt. Questo rinnovato, ampliato,
ricchissimo museo non potr che
andare a raccontare ancora meglio
una storia cittadina e di arte che ebbe inizio nel 1386 con la posa della
prima pietra sotto la famiglia Visconti, e che continua ancora oggi in
quel gran cantiere, sempre bisognoso di restauro, che il Duomo
stesso.
Museo del Duomo Palazzo Reale
piazza Duomo, 12 Biglietti: Intero
6 euro, ridotto 4 euro Orari: MartedDomenica: 10.00 -18.00.

Il design al tempo della crisi


Se il caldo impazza e si ha voglia di
vedere qualcosa di alternativo e diverso dalle solite mostre, ecco che

n. 32 VI - 24 settembre 2014

la Triennale di Milano offre tante valide opportunit. Ricco come sempre il ventaglio delle mostre tempo-

ranee di architettura, ma interessante ancor di pi il nuovo allestimento del TDM, il Triennale Design Mu-

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seum, giunto alla sua settima edizione.
Dopo La sindrome dellinfluenza,
tema delanno scorso, per la nuova
versione ci si concentrati su temi
quanto mai cruciali, che hanno a
che fare molto e soprattutto con gli
ultimi anni: Autarchia, austerit, autoproduzione sono le parole chiave
che fanno da titolo e da fondo
alledizione di questanno. Un racconto concentrato sul tema dell'autosufficienza produttiva, declinato e
affrontato in modo diverso in tre periodi storici cruciali: gli anni trenta,
gli anni settanta e gli anni zero. La
crisi ai giorni nostri, insomma.
Sotto la direzione di Silvana Annichiarico, con la curatela scientifica
di Beppe Finessi, lidea alla base
che il progettare negli anni delle crisi economiche sia una condizione
particolarmente favorevole allo stimolo della creativit progettuale: da
sempre condizioni difficili stimolano
lingegno, e se questo vero nelle
piccole cose, evidente ancor di pi
parlando del design made in Italy.
Dal design negli anni trenta, in cui
grandi progettisti hanno realizzato
opere esemplari, ai distretti produttivi (nati negli anni settanta in piccole
aree geografiche tra patrimoni basati su tradizioni locali e disponibilit
diretta di materie prime) per arrivare

alle sperimentali forme di produzione dal basso e di autoproduzione.


Viene delineata una storia alternativa del design italiano, fatta anche di
episodi allapparenza minori, attraverso una selezione di oltre 650 opere di autori fra cui Fortunato Depero, Bice Lazzari, Fausto Melotti,
Carlo Mollino, Franco Albini, Gio
Ponti, Antonia Campi, Renata Bonfanti, Salvatore Ferragamo, Piero
Fornasetti, Bruno Munari, Alessandro Mendini, Gaetano Pesce, Ettore
Sottsass, Enzo Mari, Andrea Branzi,
Ugo La Pietra fino a Martino Gamper, Formafantasma, Nucleo, Lorenzo Damiani, Paolo Ulian, Massimiliano Adami.
Il percorso si sviluppa cronologicamente: si comincia con una stanza
dedicata a Fortunato Depero, artista
poliedrico e davvero a tutto tondo, e
alla sua bottega Casa dArte a Rovereto (dove realizzava quadri e arazzi, mobili e arredamenti, giocattoli e abiti, manifesti pubblicitari e allestimenti) e termina con una stanza
a cura di Denis Santachiara dedicata al design autoriale che si autoproduce con le nuove tecnologie.
In mezzo, un racconto fatto di corridoi, box e vetrine, che mette in scena i diversi protagonisti che, dagli
anni trenta a oggi, hanno saputo
sperimentare in modo libero crean-

do nuovi linguaggi e nuove modalit


di produrre. Uno fra tutti Enzo Mari
con la sua semplice e disarmante
autoprogettazione.
Il percorso si arricchisce anche di
momenti dedicati ai diversi materiali, alle diverse aree regionali, alle
varie tecniche o citt che hanno dato vita a opere irripetibili, quasi uniche, come recitano i pannelli esplicativi.
Anche lallestimento segue il concept di base: sono stati scelti infatti
materiali che rievocano il lavoro artigianale e autoprodotto: il metallo e
lOSB (materiale composito di pezzi
di legno di pioppo del Monferrato).
Dopo aver risposto alla domanda
Che Cosa il Design Italiano? con
Le Sette Ossessioni del Design Italiano, Serie Fuori Serie, Quali cose
siamo, Le fabbriche dei sogni,
TDM5: grafica italiana e Design, La
sindrome dellinfluenza, arriviamo a
scoprire come il design si salva al
tempo della crisi.
Il design italiano oltre le crisi. Autarchia, austerit, autoproduzione
Triennale Design Museum, Orari:
Martedi - Domenica 10.30 - 20.30
Gioved 10.30 - 23.00 Biglietti: 8,00
euro intero, 6,50 euro ridotto

LIBRI
questa rubrica a cura di Marilena Poletti Pasero
rubriche@arcipelagomilano.org
Simon Schama
La storia degli ebrei
In cerca delle parole dalle origini al 1492
Le Scie - Mondadori, agosto 2014 - I volume
pp. 581, euro 30
Simon Schama appartiene a pieno
titolo a quella specie rara e preziosa
degli storici-scrittori, come Michelet
e Burckhardt nel passato o Kobb e
Najemy nei nostri giorni. Cos,
quando nel 2009 la BBC lo incaric
- con un contratto sontuoso che suscit scandalo nell'ambiente - di
mettere mano a un monumentale
documentario dedicato alla storia
della cultura e del popolo ebraico (5
ore di trasmissione, due volumi a
stampa), le aspettative furono vivissime, non solo nel mondo accademico e in quello dei media , ma in
tutta l'opinione pubblica del Regno
Unito.
Lo storico della Columbia University
non ha tradito le attese, replicando il
successo che il pubblico e la critica
aveva tributato ai suoi "Cittadini" del

n. 32 VI - 24 settembre 2014

1989, "Le molte morti del generale


Wolfe" del 1992, agli "Occhi di
Rembrandt" del 2000, al "Potere
dell'arte" del 2007 e da molte altre
opere. Il volume, uscito nell'agosto
scorso per i tipi di Mondadori, il
primo dei due, frutto della ricerca
commissionata, come si diceva, dalla BBC a Schama. Il risultato di
grande interesse.
Innanzi tutto per la prospettiva di
fondo che ci restituisce un affresco
vivacissimo di un mondo che non
- come troppo spesso lo si immagina - una cultura a parte, ma al contrario una realt viva e radicata nel
profondo di molte vicende dei popoli
e delle terre ove si insediata: dagli
Egizi ai Greci, dai Persiani ai Romani, e al mondo cristiano, delineando cos una storia del popolo e-

braico, che anche una storia di


tutti, afferma l'autore.
Un simile rovesciamento prospettico
stato reso possibile - racconta
Schama - perch a livello di fonti
visive e testuali tutto cambiato nel
corso degli ultimi decenni. Ritrovamenti archeologici ed epigrafici, soprattutto iscrizioni del periodo biblico, hanno fornito un'idea nuova di
come quel Testo, divenuto patrimonio di gran parte dell'umanit, sia
venuto alla luce.
Da un capo all'altro del mondo ebraico, si legge nella densissima
introduzione, "si sono scoperti mosaici che modificano radicalmente
non solo la nostra idea di cosa fossero nell'antichit una sinagoga o il
culto ebraico, ma anche di quanto
quest'ultimo avesse in comune con

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alcune forme di paganesimo e anche con il cristianesimo delle origini".
impressionante la cura minuziosa
e quasi ossessiva con cui lo storico
della Columbia enumeri reperti e
documenti utili alla sua ricostruzione: dalla corrispondenza di un giovane soldato ebreo, di stanza sul
Nilo, ad Elephantina, con la sua famiglia residente a Migdal; ai noccioli
di olive bruciati, trovati tra le rovine
della fortezza di Qeijafa, datati "da
severi esami al carbonio, nella lontana Oxford", al tardo XII o primo XI
sec. a.C.; ai quaderni di esercizio di
ebraico di un bambino arabo prove-

nienti dalla Geniza del Cairo, immenso deposito di documenti di un


intero mondo ebraico medievale,
redatti in giudeo-arabo (cio in arabo scritto con caratteri ebraici), a
testimonianza degli incroci culturali
politici e sociali di quei secoli; e infine l'imprevedibile testimonianza di
Cristoforo Colombo e della sua frequentazione della cultura ebraica:
dall'Almanacco perpetuo del rabbino
astronomo e talmudista Abraham
Zacuto, all'amicizia con un traduttore interprete, l'ebreo Luis Torres,
invitato a partecipare al viaggio verso le Indie.

Ed cos che Schama, dopo le sue


quasi 600 pagine, giunge alla conclusione che ci che gli ebrei hanno
vissuto e sono in qualche modo sopravvissuti per raccontare la versione pi intensa e circostanziata,
nota alla storia umana, di avversit
e vicende comuni a molti altri popoli.
Una versione che parla di resistenza perenne di una cultura al suo
annientamento. E ci rende la storia
degli ebrei particolare e universale
allo stesso tempo, eredit comune
ad immagine della nostra comune
umanit.

SIPARIO
questa rubrica a cura di E. Aldrovandi e D.Muscianisi
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L'ultimo testo di Dario Fo
Al Piccolo continua il Festival Tramedautore con un importantissimo
debutto. Mercoled 24 sar in fatti in
scena Storia di Qu, il nuovo testo di
Dario Fo, scritto con Franca Rame,
diretto da Massimo Navone.
Lo spettacolo un ambizioso tentativo di collaborazione fra alcune importanti realt culturali cittadine,
come la Scuola di teatro Paolo
Grassi, la Scuola di scenografia
dellAccademia di Belle Arti di Brera
e la Scuola di musica Claudio Ab-

bado, insieme allAccademia dellarte di Arezzo e al Laboratorio di circo


Quattrox4.
Il testo basato su un racconto del
celebre poeta e scrittore cinese Lu
Xun (1881- 1936) e narra le peripezie di un buffone-emarginato (interpretato da Michele Bottini) che vive
di espedienti e combina guai, un
prototipo universalmente riconoscibile nelle diverse culture popolari,
cugino dei nostri zanni e del nostro
Arlecchino, ma capace di agire nei

confronti del potere costituito con la


forza eversiva di un Fool shakespeariano.
Lo spettacolo rester in scena per
due giorni, il 24 e il 25 settembre, e
sar una grande occasione per vedere un testo inedito di un maestro
come Dario Fo messo in scena da
26 giovani artisti: 10 attori, 3 acrobati, 4 musicisti e 9 danzatori.
Emanuele Aldrovandi

CINEMA
questa rubrica a cura degli Anonimi milanesi
rubriche@arcipelagomilano.org
Frances Ha
di Noah Baumbach [U.S.A., 2013, 86']
con Greta Gerwig, Mickey Sumner, Adam Driver, Michael Zegen
Frances ha ventisette anni e un sogno: diventare una ballerina, tirocinante in una compagnia di danza
e per vivere insegna alle allieve pi
piccole. La sua vita non molto diversa da quella del college anche
se dalla California si trasferita nella Grande mela. Vive con Sophie, la
sua migliore amica che ha un lavoro
presso la Random House. Insieme
scherzano, frequentano locali e
party e si raccontano dei loro amori.
Ma le esigenze cambiano almeno
per Sophie, che decide di andare a
vivere con il suo ragazzo nellambto
quartiere Tribeca. Frances (che aveva rifiutato una proposta simile)
ha pochi soldi e non riesce a vivere

n. 32 VI - 24 settembre 2014

da sola, si sposta in una casa con


due amici artisti, ma la perdita di
unoccasione di lavoro le impedisce
anche questa coabitazione. Bench
le sue finanze siano in rosso e lei
sia indebitatissima trascorre un
weekend solitario a Parigi. Tornata
con grandi speranze per un ruolo da
ballerina, scopre di essere stata esonerata dalla compagnia e rifiuta
un lavoro da segretaria che ritiene
inadeguato.
In nome della coerenza con il suo
sogno si ritrova costretta a lavoretti
di solito appannaggio degli studenti
dei college. E proprio in una festa
allex universit reincontra Sophie di
ritorno da Tokio, sembra un tuffo nei

bei tempi ma lorologio andato


troppo avanti e anche per Frances
tempo di cambiamenti.
Il film muove da una tesi:
linadeguatezza di Frances (undatable la definisce lamico Benji) che
coltiva i suoi sogni e non accetta
facilmente compromessi, Frances
che non vuole crescere, che tenta di
reiterare la vita dello studente, che
si muove nello spazio (i vari indirizzi
delle case in cui si sposta a New
York) e che sbaglia i tempi (come a
Parigi dove lincontro con unamica
non avviene per una banalit). Anche la nostra eroina cerca il suo posto nel mondo ma lo fa in modo ondivago, senza un vero orientamento

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e in questo suo fluttuare ascoltiamo
alcuni dei dialoghi pi freschi, spiritosi e ironici degli ultimi tempi.

Il film girato in bianco e nero con


una fotografia pulita, ha un bel ritmo
e una freschezza che ricorda un po
Woody Allen (forse il paragone

influenzato dal b/n e dallambiente


newyorkese) e un po la lezione della Nouvelle vague.
Dorothy Parker

LA FOTO DELLA SETTIMANA

ph_Marco Menghi

VIDEO

MILANO SECONDO [MARCO]


Marco Vitale: I commenti alla settimana milanese 17/09 - 24/09/2014
http://youtu.be/yWjo7CP9RSo

n. 32 VI - 24 settembre 2014

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