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Poetiche, fascicolo 2/2001, pp.

303-308
Angelo Conti, La beata riva. Trattato delloblio, a cura di Pietro Gibellini, con nota
filologica di Elisabetta Jurcev e documenti
a cura di Giancarlo Lancellotti, Venezia,
Marsilio, 2000.
Intorno alla figura di Angelo Conti, lesteta dannunziano evocato, nel Fuoco, sotto lassorta maschera del fratello pensoso Daniele Glauro, si avuta, negli ultimi decenni, una notevole fioritura di studi e di ricerche: dal
limpido e lineare percorso storico-interpretativo di Sandro
Gentili (Trionfo e crisi del modello dannunziano, Nuovedizioni Vallecchi, Firenze 1981), che vedeva nella figura di
Conti il filtro attraverso cui alcuni elementi delle poetiche
decadenti furono accolti tra i variegati materiali della formazione di Campana, al quasi contemporaneo, imponente studio, di matrice storico- erudita, condotto da Gianni
Oliva (I nobili spiriti. Pascoli, DAnnunzio e le riviste dellestetismo fiorentino, Minerva Italica, Bergamo 1979), che
sulla base di una enorme messe di documenti, editi e inediti, individuava ed illustrava con precisione limportanza
ed il ruolo della figura di Conti nellmbito dellestetismo
italiano, con particolare riferimento alla cerchia del Marzocco; dalle attente indagini di Ricciarda Ricorda, culminate nella monografia Dalla parte di Ariele. Angelo Conti
nella cultura di fine secolo (Bulzoni, Roma 1993), in cui
viene proposta unequilibrata revisione della canonica definizione del misticismo estetico di Conti, al profondo ed
affascinante scandaglio di Giorgio Zanetti (Estetismo e
modernit. Saggio su Angelo Conti, Il Mulino, Bologna
1996), che cala la figura dellesteta nel cuore di un vasto
affresco della cultura simbolista europea, scorgendovi
inoltre un possibile precursore del DAnnunzio
notturno, per arrivare, da ultimo (e non si sono segnalati che alcuni fra gli studi pi significativi), alla breve ma
densa indagine di Laura Romani (Il tempo dellanima. Angelo Conti nella cultura italiana tra Otto e Novecento, Studium, Roma 1998), che introduce, ai fini di un pi attento studio della collaborazione del Conti critico allelaborazione della poetica e dellopera di DAnnunzio, linnovativa e feconda prospettiva metodologica delle diacronie
intertestuali, dei sottili legami e dei multiformi punti di

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contatto che uniscono, almeno lungo un determinato
arco di tempo, levoluzione e la ricerca dei due autori, e
tuttavia tende ancora ad indulgere allo stereotipo del
Conti mistico e francescano, che ha per decenni offuscato il suo ruolo di aggiornato teorico e critico collaboratore.
Quasi a sintesi e culmine di queste ricerche, giunge
ora ledizione commentata della Beata riva, forse lo scritto
pi significativo del Conti teorico, mai pi riedita o ristampata dopo ledizione originale, che leditore Treves
fece uscire contemporaneamente al Fuoco, quasi a voler
mettere in evidenza lo stretto legame esistente fra le due
opere.
Ed proprio riguardo a questultimo punto che giunge, dallutilissima nota filologica, un dato rilevante: dalle
annotazioni autografe apposte da Conti al Mondo come
volont e rappresentazione, risulta che il progetto della
Beata riva risale al 1895; il manoscritto dellopera, del resto, datato tra il 1897 e il 1898. Parrebbe, da questi
dati, che sia stato il pensiero di Conti ad incidere sulla
genesi del Fuoco molto pi di quanto questultima opera
non abbia influenzato il trattato contiano.
Anteriore al Fuoco , del resto, anche il progetto contiano di unopera, mai realizzata, intitolata La prova del
fuoco, in cui Venezia avrebbe costituito il fondo del quadro, e che sarebbe dovuta essere tutta attraversata e avvivata da una fiamma dincendio; n si dovr dimenticare limportanza che il simbolo del fuoco (pyr aeizoon, fuoco di eterna vita, sostanza primigenia e anima del perenne divenire) ha in Eraclito, dei cui frammenti si conserva,
negli Archivi del Vittoriale, una parziale traduzione di
mano del Conti, e che , nel romanzo, una presenza discreta ma significativa. Ma ancora pi interessante sottolineare come alcuni degli scritti marzocchiani di Conti,
raccolti in unutilissima appendice (ad esempio Il ritmo e
La Cappella Sistina, rispettivamente del 1897 e del 1898),
si configurino esplicitamente come frammenti di romanzo, a mezza via tra il trattato di estetica e il pome en
prose, anticipando, dunque, quella natura di romanzo
critico e di romanzo-saggio in cui risiede, forse, la pi autentica e profonda modernit del Fuoco.
Ad ogni modo, di l dalle questioni pi particolari e
minute, comunque puntualmente affrontate nelle appendici e nel commento, il volume corredato da unintroduzione generale in cui vengono a sintesi gli elementi es-

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senziali emersi dagli studi menzionati in apertura. Il curatore si chiede se non sia scoccata lora topica di Angelo
Conti; e in effetti, ad un secolo dalla pubblicazione della
Beata riva, tempo di trarre un bilancio degli studi finora
condotti, senza per questo inserire lautore in una nicchia, o irrigidirlo in unimmagine stereotipata, che pregiudicherebbe ulteriori scandagli e nuove precisazioni. Ed ,
anzi, proprio da questa stessa introduzione che giungono
spunti per ulteriori ipotesi o accertamenti. Ad esempio,
per quanto riguarda la questione della priorit di Conti o
di Pascoli in merito alla poetica del fanciullino, Gibellini
propende, sulla scia di Oliva, per la priorit di Conti. Anche a prescindere dalla ben diversa statura intellettuale
dei due autori, appare forse pi plausibile (in mancanza
di unesatta e precisa corrispondenza testuale) ipotizzare
antecedenti comuni, del resto menzionati dallo stesso Gibellini, come il noto passo del Fedone platonico direttamente richiamato dallo stesso Pascoli, e in cui, peraltro,
larchetipo del fanciullo acquisiva una valenza diversa da
quella contiana, personificando, in senso negativo, il phobos, la componente irrazionale che permane nelladulto.
Ma, dovendo trovare antecedenti culturalmente pi prossimi e pi consentanei, ci si dovr rifare, forse, non tanto
o non solo al De Sanctis delle Sirene, richiamato nel commento sempre sulla scorta di Oliva, ma piuttosto a referenti culturali riconducibili a quel simbolismo europeo
cui tanto Conti e DAnnunzio quanto Pascoli sono strettamente legati.
Ad esempio, si potrebbe far riferimento ad una pregnante pagina baudelairiana di Le Peintre de la via moderne (testo, tra laltro, gi familiare al DAnnunzio delle
cronache mondane), in cui la convalescenza vista come
un retour vers lenfance, che consente di vedere ogni
aspetto del reale en nouveaut, e che del tutto affine
allispirazione poetica; e tanto il fanciullo contiano quanto
quello pascoliano sono contraddistinti proprio da questa
disposizione, giacch nelluno alberga unanima che si
rinnova ogni giorno, che gioisce dinanzi alla perpetua
giovent delle cose, alla molteplicit degli esseri che gli
dicono sempre nuove parole (e che non si possa scorgere, qui, anche un riecheggiamento, seppur fioco, dellincipit di Correspondances, in cui la Natura paragonata ad
un tempio i cui vivant piliers / Laissent parfois sortir de
confuses paroles?), e laltro il fanciullo eterno, che
vede tutto con maraviglia, tutto come la prima volta. Del

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resto, della pagina baudelairiana sulla convalescenza
DAnnunzio si era forse ricordato anche al momento di
descrivere, in apertura del libro secondo del Piacere, la
convalescenza di Andrea Sperelli, vista come purificazione, rinascimento, fresco bagno Leto, attraverso cui
luomo ritrova la primigenia armonia con la natura, e, nel
contempo, come stato di grazia che precede e prepara la
creazione poetica. E proprio il richiamo al passo di Baudelaire contribuirebbe a sgombrare il campo, una volta
per tutte, da ogni interpretazione che voglia indebitamente accentuare, in Conti, lelemento ingenuo, mistico, extrarazionale, a scapito della consapevolezza critica e della
coscienza letteraria, che in lui furono modernamente vigili. E sar interessante sottolineare, per tornare unultima
volta al passo di Baudelaire, che lenfance retrouve del
poeta , a suo dire, retrouve volont, doue, pour
sexprimer, dorganes virils, e intrisa di esprit analytique. Analogamente, per Pascoli la poesia proprio larmonioso intreccio della voce delluomo con quella del fanciullo, unarmonia che assai dolce ad ascoltare, come
dun usignuolo che gorgheggi presso un ruscello che mormora; Conti, dal canto suo, considera il momento dellestasi, dellispirazione, della conoscenza intuitiva come un
presupposto della creazione poetica e della fruizione estetica, sul quale per dovranno poi agire lesprit analytique, la coscienza dartista, la conoscenza astratta che
necessaria perch una data idea passi dal dominio del
sentimento nel dominio della critica.
Un altro aspetto riguardo al quale sarebbe forse possibile avanzare qualche precisazione il problema della definizione contiana e dannunziana del concetto di stile, un
problema teorico che attraversa, in chiave metaletteraria,
buona parte della riflessione e dellopera dannunziane,
dalle Note sulla vita apparse sul Mattino alle fondamentali
Note su Giorgione e su la critica, che traevano occasione
proprio dal Giorgione di Conti, alle Vergini delle rocce, al
Fuoco, per arrivare fino al Libro segreto e allo stesso atto
di donazione del Vittoriale, virtuosistico saggio di arte
notaria. Il commento rinvia, in maniera pertinente ma
forse non esaustiva, sulla scorta del pur fondamentale
studio della Marabini Moevs (Gabriele DAnnunzio e le
estetiche della fine del secolo, Japadre, LAquila 1976), ad
un tema idealistico caro alle estetiche di origine neoplatonica. Ma ci si dovrebbe rifare, forse, anche al preciso
valore che il concetto di stile acquisisce nelle estetiche e

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nelle poetiche simboliste e decadenti, con particolare riguardo per lestetismo inglese, e pi precisamente per testi come il dialogo wildiano The critic as artist e, soprattutto, lEssay on style che chiude Appreciations di Pater:
testi in cui la nozione di stile appare nella sua duplice valenza, da un lato di oggetto di riflessione teorica, dallaltro
di insieme di orientamenti e criteri per la concreta prassi
operativa dellartista, connessa, nella fattispecie, soprattutto a quella imaginative prose che principale mezzo
despressione di una critica intesa ed attuata come forma
darte.
Si menzionato il dialogo di Wilde. interessante notare che Ugo Ojetti, scrittore e critico molto vicino a DAnnunzio, in un dialogo apparso sul Marzocco del 21 novembre 1897, intitolato Della critica e dellEntusiasmo, ricalcava molto da vicino talune formulazioni di The critic
as artist. E non escluderei che proprio dal teorico di Intentions possa essere derivata a Conti lidea di esporre in
forma dialogica le proprie teorie estetiche, tra laltro, per
certi versi (al di l del parziale rigetto della teoria dellamoralit dellarte), non lontanissime da quelle dellinglese. A ci si aggiunga che il dialogo wildiano conteneva un
inserto metadiscorsivo cui fa in parte riscontro, nel dialogo contiano, una movenza analoga (pag. 23) - in cui veniva lodata lefficacia del dialogo come forma di espressione del pensiero critico, perch capace di illuminarne side
issues e felicitous after-thoughts
Ovvia, peraltro, lascendenza platonica, per la quale
sarebbe a mio avviso da verificare la possibile mediazione
di Francesco Acri, che, in una prospettiva non del tutto
inconciliabile con il culto decadente della pura forma, e
legata, tra laltro, ad una radicale presa di posizione antiverista, nella prefazione alla sua traduzione dei Dialoghi
sosteneva che in Platone fine nelle disputazioni sue la
bellezza, e questa nel medesimo moto vivo di quelle, e
che nel Parmenide la danza fatta per la danza, la battaglia per la battaglia, e, dunque, la scrittura ha in se
stessa il proprio fine.
E veniamo, per concludere, a qualche ulteriore precisazione circa il misticismo di Conti, la cui concezione
estetica ingloba, a detta del curatore, una cristianeggiante mistica del sacrificio. La mistica si risolve, in larga
parte, in una profonda meditazione sullarcano nesso tra
parola umana e parola divina, dicibile ed ineffabile, voce e
silenzio, allombra o alla luce di quellhyperphotos gno-

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phos, di quella luminosissima tenebra che la divinit.
Essa si configura, dunque, anche come riflessione sul linguaggio, sulle sue prerogative e sui suoi limiti, sul suo
precario vivere alle soglie del silenzio. La mistica, cos intesa, tuttaltro che inconciliabile con la coscienza critica, tuttaltro che refrattaria ad essere assunta entro il dominio dello specifico letterario, ad essere fatta occasione e
materia di elaborazione formale e di artificio stilistico.
Non per nulla, come nota lo stesso curatore, fu in larga
misura proprio Conti a suggerire a DAnnunzio i fondamenti di quella poetica del silenzio e dellesplorazione
dombra che sar poi esperita, in modo perfettamente
autocosciente, nella stagione notturna. Anche in questo
senso Mallarm definiva Mistica, oltre che Decadente,
la nuova scuola, e in un senso non molto diverso Verlaine poteva scrivere, nelle pagine conclusive dei Potes
maudits, che lhomme mystique et sensuel reste lhomme
intellectuel toujours, e se trouve trs libre de faire nettement des volumes de seule oraison en mme temps que
des volumes de seule impression.
MATTEO VERONESI

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