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CONVEGNO MOD 2014

LA FUNZIONE DANTE E I PARADIGMI DELLA MODERNITÀ

Comunicazione
di MICHELA MASTRODONATO
DOTTORE DI RICERCA SORBONNE– PARIS IV

LA «PIANTA DIFFORME» CRESCIUTA DAL SEME DI CONTINI:


DANTE SECONDO PIER PAOLO PASOLINI

Dante è un fiume carsico che percorre l’esperienza estetica di Pier Paolo Pasolini in tutta la sua
vastità. La critica ha molto indagato la sua presenza nelle opere pasoliniane in prosa, dove lo slancio
mimetico, il plurilinguismo e la contaminazione dei registri rendono perspicuo il magistero realista
dantesco. Ma quanto alla poesia la critica è molto più cauta1, quasi silente; anche se innegabilmente
Dante, oltre che maestro della rappresentazione del reale, per Pasolini è creatore di dimensioni interiori
e di percorsi di conoscenza impalpabili.
Dante si muove in nuce nella poesia di Pasolini fin da Poesie a Casarsa (’42), ma sboccia in tutto il
suo vigore a metà degli anni ’60, auspice Gianfranco Contini che tra Pasolini e Dante agisce come un
prisma moltiplicatore di intuizioni. È quanto emerge dai saggi danteschi del ‘652 che in umiliata e
umiliante polemica con Cesare Segre appaiono sul Giornale dantesco allestito da «Paragone» per il
Centenario dalla nascita di Dante: famosa schermaglia vergata in punta di penna e brandita a colpi di
articoli, poscritti e lettere.
Il primo saggio di Pasolini, La volontà di Dante a essere poeta, va in pagina con un prezioso Post
Scriptum (pag.70) con cui Pasolini replica al durissimo saggio di Segre, La volontà di Pasolini ‘a’ essere
dantista, che a poche pagine di distanza mette alla berlina (anche nel titolo) La volontà di Dante a essere
poeta. Pasolini lo conosce perché lo ha letto in bozza. Quasi incredulo per l’irrisione sarcastica con cui
Segre lo bacchetta come si fa con un dilettante, egli patisce soprattutto le parole finali, venenum in cauda:

Una candida domanda, infine. Quanto, e quanto attentamente ha letto


della Commedia P.? Le sue citazioni, tutte banali, son quelle che restano nel
bagaglio dei ricordi di scuola. Inoltre esse non oltrepassano il canto VI del
Purgatorio[...]3.

La lama di Segre attraversa il luogo della Commedia che a Pasolini è più caro4, dove il torrente
Archiano cambia nome e si getta nell’Arno, dove il corpo di Buonconte da Montefeltro si arrende alla
maestà del dolore e si affida a Dio prima di farsi detrito travolto nel fondale del fiume poco lontano da

1 Cfr MARIA SABRINA TITONE, Cantiche del Novecento. Dante nell'opera di Luzi e Pasolini, Firenze, Olschki, 2001,

che enuclea tessere dantesche ma solo con esiti compilatori.


2 PIER PAOLO PASOLINI, La volontà di Dante a essere poeta, «Paragone», n.190, dic. 1965, pp.57-69, e Appendice:

la mala mimesi, «Paragone», n.192, aprile 1966. Poi in Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972.
3 Ibidem.
4Cfr «[...] poiché avevamo recentemente riletto la Commedia tutti e due, ho chiesto a Moravia quale gli fosse

parso il pezzo più bello del poema: quanto a me, erano i primi sei canti del Purgatorio [...]soprattutto Buonconte»,
Lettera aperta a Anna Banti, «Paragone», n.190, dic. 1965, p.69.
1
Campaldino. Per Pasolini è il culmine della poesia dantesca, e l’affondo di Segre è voluto. Ma perché
tanta acrimonia?
Nel suo testo Pasolini medita sull’intuizione continiana di «due registri» danteschi: quello
«veloce» e concitato del «tempo delle cose» e il registro «lentissimo, atemporale della poesia […] fuori
dal tempo delle cose»5. Contini quest’idea l’ha formulata su «Paragone» qualche mese prima, minando
con garbo la sicumera di certa militanza intellettuale che il Dopoguerra ha reso ipersensibile al
“realismo dantesco”. Ma Pasolini va più in là, e afferma che questi due registri non consentirebbero
«alcuna unità linguistica possibile» senza un principio di unità superiore che anche alla Commedia, (come
per il Canzoniere di Petrarca) conferisce una certa «unità di tono».
In Dante, osa Pasolini, vige un’«unica legge ferrea, spietata, dominante su tutte le leggi
particolari che regolano il suo plurilinguismo», la legge dell’«equidistanza dalla materia, e tra sé e i suoi
personaggi, e tra sé come autore e sé medesimo come personaggio». Legge «misteriosa» e «inconscia»
che Pasolini scorge – è il titolo del saggio – in una «volontà a essere poeta»: sorta di sguardo
coattivamente mitopoietico, interpretativo e quindi inventivo, che crea realtà e dimensioni prima
inesistenti; uno «sguardo pieno d’un’infinita possibilità conoscitiva sopra le cose del mondo»6 ma non
puramente mimetico-realistico. Al di là di ogni slogatura della terminologia tecnica, è questo che fa
saltare sulla sedia Cesare Segre.
Pasolini avvertito per tempo scrive il Post Scriptum in cui, sulle prime, si schermisce alludendo a
una certa lettera privata ricevuta da Contini che deve aver «gettato» nel suo animo il «seme» di «una
pianta difforme»7. Questa lettera effettivamente esiste8 e anche l’accenno a Dante, ma nulla di articolato.
L’«unità di tono» e la «memorabilità» in cui abita la grandezza della Commedia, le troviamo invece nel
saggio continiano, articolatissimo e geniale, pubblicato su «Paragone» nell’ottobre del ’64, che Pasolini
mostra di aver accolto in sé proprio come la terra farebbe con un seme.
Pasolini grazie a Contini distoglie lo sguardo da Dante «uomo della realtà»9 e sempre nel ’65
ribadisce in un’intervista radiofonica10:

C’è stata negli anni Cinquanta, presso gruppi di addetti ai lavori, molto
impegnati11 in questo, sulla scorta di un ormai famoso saggio del Contini, una
specie di assunzione di Dante a simbolo. Il suo plurilinguismo, le sue tecniche
poetiche e narrative, erano forme di un realismo che si opponeva, ancora una
volta, alla Letteratura. Sicché io, nel mio operare di quegli anni, avevo in mente
Dante come una specie di guida, la cui lezione, misconosciuta o mistificata nei
secoli, era ricominciata a essere operante con la Resistenza. Ora quell’idea di
realismo degli anni Cinquanta pare ed è superata: e con essa si stinge
l’interpretazione dantesca della «compagnia picciola».12

5 Cfr P.P.PASOLINI, La volontà di Dante a essere poeta, cit., p.107.


6 Ibidem.
7 P.P.PASOLINI, Post scriptum, in «Paragone», n.190, dicembre 1965, pgg.70-71. Ora in Appendice a «Empirismo

eretico», PPP, Saggi sulla letteratura e sull’arte, I, a c. di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 1999, p.1649.
8 Cfr Lettera di Gianfranco Contini, 6 dicembre 1964, in N.NALDINI, Lettere, II, Torino, Einaudi, 1988, p..
9 L’espressione, presente nel Post Scriptum, allude e cita un’antologia della poesia realistica italiana suddivisa

per regioni: Scrittori della realtà dall’VIII al XIX secolo, Milano, Garzanti, 1961. Pasolini curò i Profili delle regioni. Ora in
P.P.PASOLINI, Saggi sulla letteratura e sull’arte, II, cit, p.2333-4.
10 P.P.PASOLINI, Dante e i poeti contemporanei. Questionario. In Appendice a «Empirismo eretico», inedito, 1965, ora

in P.P.PASOLINI, Saggi sulla letteratura e sull’arte, I, cit., p.1647-8.


11 Il riferimento è alla generazione di scrittori militanti che negli anni Cinquanta si ispirarono alla Commedia

come campione opera realista. Tra questi Bilenchi, Moravia, Leonetti, Gadda e Vittorini, protagonisti di un impegno
etico-civile condotto attraverso la ricerca stilistica.
12 P.P.PASOLINI, Dante e i poeti contemporanei, in Saggi sulla letteratura e sull’arte, I, cit., p.1647

2
È un giro di boa per la lezione dantesca. Un giro di boa in cui però qualcuno ha voluto
vedere, forse non provvidenzialmente, «un affrancamento nei confronti di Contini» e l’inizio di
una stagione di un certo “postrealismo dantesco”13: a conferma dell’umana e fallace tendenza a
coniare sempre nuovi ismi. Per parte nostra con forza vorremmo escludere l’idea che il ‘65, o
qualunque altro anno, rappresenti per Pasolini un «affrancamento da Contini». Intanto perché
Contini non è un monolite immobile ma un ingegno critico fertile e mutevole in continua
evoluzione che Pasolini segue con grande attenzione. E poi perché i testi dicono che Contini fu
mentore e non termine a quo della rinnovata sensibilità dantesca di Pasolini. Una sensibilità
dantesca d’impronta continiana che troviamo espressa nel Post Scriptum.
Qui, senza astio, con parole straordinariamente polisemiche, Pasolini si scusa per essere
forse andato, leggendo Contini, «malamente oltre, senza passaporto, senza patente, senza
lasciapassare, con un mandato di cattura»; e per aver generato in sé, dal seme di Contini, «una
arbitaria “pianta difforme”». Scuse garbate ma ipocrite, vergate in una lingua fluida e
squisitamente antiaccademica da poeta prestato alla polemica critica:

La definizione dei «due registri» come appare in questo mio scritto,


angosciato magari, ma non tetro, credo – definizione che io attribuivo a Contini,
riassumendola con molta spigliatezza – mi era giunta per via epistolare. Contini
stesso me l’accennava in due righe in una sua lettera.[...]
Mi piacerebbe molto vedere l’uso che Contini può fare della mia arbitraria
«pianta difforme» cresciuta dal suo seme. È vero poi che l’«eccesso si compiace di
frutti unici e incomparabili»: ma tra questo eccesso, (ossia l’antipetrarchismo avanti
lettera) e «l’intensità di valori puramente formali», non potrà per caso farsi
mediatrice la definizione di «equidistanza» che è saltata inopinatamente fuori dalla
mia meditazione (ledente la filologia)? E questa equidistanza dalla cose – da ogni
cosa, dai piedi a Dio, dalla esperienza fisica e dalla cultura, dagli altri e da se stesso
– non produrrà per caso un livellamento ossessivo di tutti i frutti espressivi «unici e
incomparabili», cioè una sorta di petrarchismo di altra specie e ad un altro livello?
Ossia: mentre Contini accetta con la leggerezza stupenda del conoscitore il
«segreto in qualche modo biologico» di Dante, io mi ci affanno. È una questione di
umore. Sono assolutamente felice, invece, che certe mie osservazioni coincidano
con quelle di Contini, talvolta quasi con le stesse parole, – intendo riferirmi alle
elettrizzanti pagine sulla «memoria». [...] Insomma il Dante letto – alla mia ultima
lettura – l’ha vinta sul Dante ricordato a memoria: l’uomo dell’ossessione l’ha vinta
sull’uomo della realtà.14

Si muovono qui più livelli interlocutori: esplicita è l’excusatio più o meno veritiera
sull’inaffidabile memoria di Dante maldigerito («ricordi di scuola» aveva sibilato Segre) e sulla
colpa di fraintendere Contini («citato con parsimonia»15, insinua Segre).
Meno esplicito è il sapiente collage di citazioni o travestimenti di citazioni continiane, solida
àncora che assicura Pasolini alle atmosfere dantesche. Dal banco degli imputati Pasolini chiede
venia per aver distorto il pensiero di Contini, ma la sua excusatio in filigrana “riscrive” Contini,
sfidando chiunque a riconoscere questa riscrittura. Confuta insomma il suo censore a un livello
ulteriore con armi affilatissime e visibili a pochi attraverso un discorso apparentemente contrito

13 EMANUELA PATTI, Mimesis. Figure di realismo e postrealismo dantesco nell’opera di Pier Paolo Pasolini, Department

of Italian School of Modern Languages The University of Birmingham, 2008, p.49.


14 P.P.PASOLINI, Post scriptum, cit, p.70-71.
15 CESARE SEGRE, La volontà di Pasolini ’a’ essere dantista, «Paragone», n.190, dicembre 1965, p.80.

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(«corretto e certo»16 direbbe Dante) ma edificato sul sostrato di un dissenso che non abbassa la
guardia.
A un terzo livello di comunicazione Pasolini strizza l’occhio all’esiguo novero di lettori
solidali e avvertiti (forse anche allo stesso Segre, che sembra aver capito il gioco a giudicare dal
livore con cui concluderà la schermaglia. O a noi lettori del 2015).
Il testo continiano è tra virgolette ma Pasolini attinge a piene mani non alla laconica
lettera ricevuta da Contini, bensì alle sue «elettrizzanti pagine sulla memoria» apparse su
«Paragone» due mesi prima. Segre gli concedeva una cultura dantesca legata a «ricordi di scuola»?
Ebbene Pasolini rispolvera proprio l’idea (continiana) che «nella memoria e non nel libro» sia la
«vera sede della Commedia»; che «la memoria nazionale» sia «una stampa della oggettiva
memorabilità del testo dantesco»17; che la tradizione orale della Commedia corra parallela a quella
scritta, cosicché gli stessi «scribi copiavano ma, come faremmo noi stessi, con la memoria oberata
di ricordi»; che la «memoria» dantesca conservata dai lettori sia oggetto necessario della filologia.
Queste sono le pagine che ha in mente Pasolini scrivendo il Post Scriptum (sono in maiuscoletto le
espressioni citate o parafrasate da Pasolini):

«Che la vera sede della Commedia stia nella memoria e non nel libro, potrà
risultare una tesi di LESA FILOLOGIA. [...] Se la memoria consente una ricostruzione
ben tassellata del testo dantesco, [...] essa (la memoria, ndr) è un oggetto necessario
alla filologia. [...]
Nessuno potrà sospettare che la trasmissione della Commedia sia di natura
orale piuttosto che scritta. [...] quelle asimmetrie provano la commistione della
tradizione orale nella tradizione scritta, cioè che gli scribi copiavano ma, come
faremmo noi stessi, con la MEMORIA OBERATA DI RICORDI. [...]
Danteggiare fu dunque illegittimo, anzi impossibile, quanto lecito
petrarcheggiare: l’assoluto è per definizione ripetibile e produttivo di serie,
l’ECCESSO SI COMPIACE DI FRUTTI UNICI E INCOMPARABILI.
[...] Dai dati addotti già si ricava l’essenziale che valga a definire la
MEMORIA di Dante. Essa non è puramente verbale [...] ma si organizza in figure
ritmiche. [...] colpisce come una sopresa L’INTENSITÀ DEI VALORI PURAMENTE
FORMALI.
[...] Il SEGRETO, IN QUALCHE MODO BIOLOGICO, di Dante, consiste nella
sua ugualmente intensa partecipazione.
[...] Di tale pluralismo si documentano agevolmente le punte estreme, nel
sublime e nel grottesco, opponendo entrambe, e la loro compresenza, alla sovrana,
qua e là appena increspata, UGUAGLIANZA DI TONO che è in quell’altro contrario
genio, il PETRARCA, INVERATORE DEL DANTE STILNOVISTA. Più importa rilevare
la netta e secca distinzione dal tono petrarchesco anche dei valori medî.
[...] LA SUA LONTANANZA È INSIEME CONTROPROVA E GARANZIA DELLA
SUA VICINANZA VITALE. L’impressione genuina del postero, incontrandosi con
Dante, non è di imbattersi in un tenace e bem conservato sopravvissuto, ma di
raggiungere qualcuno arrivato prima di lui».18

16 DANTE, Paradiso, III, v.4.


17 Sono meditazioni di Contini del ’64 per le celebrazioni organizzate a Budapest dall’Accademia delle
Scienze di Ungheria e nascono dalla domanda «se si legga ancora la Divina Commedia». «Paragone» le pubblica
nell’ottobre del ‘65. Oggi, Un’interpretazione di Dante, in GIANFRANCO CONTINI, Un’idea di Dante, Torino, Einaudi,
2001 [1970].
18 G.CONTINI, Un’interpretazione di Dante, cit., p.69-111.

4
Il Post Scriptum di Pasolini è una variazione sul tema, un ricamo intarsiato ai margini del disegno
ideale di Contini sulla «memoria» come veicolo filologico di esperienze dantesche, sull’inimitabilità di
Dante calata nell’immagine vivida de «l’eccesso che si compiace di frutti unici e incomparabili», sulla
potenza lapidaria di Dante esaltata dall’«intensità di valori puramente formali», sulla via media che
Contini scorge in una «lontananza che è garanzia della sua vicinanza vitale» e che Pasolini intuisce in
«una equidistanza dalle cose», in «un livellamento ossessivo simile ad un petrarchismo di altra specie».
Ma oltre a questo Pasolini modula. Cita Contini senza virgolette e senza fonte (per es. «ledente
la filologia» mutuato dalla continiana «tesi di lesa filologia»); ma in modo fuorviante e penetrante
deforma il testo per antifrasi: è il caso della «pianta difforme», appunto. Qui per alludere – o fingere di
alludere – al fraintendimento di Contini, egli scrive: «Mi piacerebbe molto vedere l’uso che Contini può
fare della mia arbitraria “pianta difforme” cresciuta dal suo seme».
Da dove sbuca questa «pianta difforme»? Contini non parla di alcuna difformità, eppure
l’aggettivo difforme è virgolettato, dunque deve essere una citazione. Ma di che cosa? La «pianta
difforme» è metà citazione metà parafrasi antifrastica di un passo in cui Contini indugia sulla bellezza
incantevole del «regime normale». Meglio non fidarsi dell’«apparenza pacifica» e in realtà «prodigiosa»
del racconto medio dantesco che galleggia come gli umili giunchi lacustri del I canto del Purgatorio, nella
cui semplicità si annida il miracolo:

[...] Ma il suo registro normale qual è? L’alacre sollievo con cui si respira all’inizio
del Purgatorio sembra ed è puro, dico staccato da ogni solidarietà con la presunta angoscia
della valle inferna; e dunque, addio viaggio. Tuttavia, non fidatevi troppo di quegli
incantevoli giunchi che si flettono e non si frangono al limite dell’onda: essi infatti celano
e implicano un miracolo, «oh maraviglia», svelta dalla mano di Virgilio «l’umile PIANTA»
RINASCE IDENTICA: più ha apparenza pacifica, più la natura rinvia al prodigio. [...]
La poesia di Dante è, allora, meno nel libro, dove la materia corre e si dipana, che
nella memoria, la quale ferma la sua potenza terrifica e la rimette lentamente in moto.
Ogni lettura un po’ tesa dovrebbe porsi a caso vergine e fare tabula rasa della storia della
critica». (Un’interpretazione di Dante, cit., p.69).

Da qui Pasolini desume la metafora del suo errore, velando e svelando un’immagine che nel
testo continiano non c’è ma lo presuppone: una «“pianta”» che è «”difforme”» perché non «rinasce
identica». Nel I canto del Purgatorio il giunco («umile pianta») divelto rinasce identico a sé stesso; invece
dal seme del “giunco continiano” nutrito dalla lettura distorsiva di Pasolini, nasce un giunco «difforme».
Ecco il falso mea culpa di Pasolini che, come auspica Contini, fa «tabula rasa della storia della critica».
Segre coglie la finezza? Se sì non ne fa mostra, ma è fine l’arte con cui Pasolini con la stessa
frase colpisce il suo avversario, corrobora la sua visione estetica di Dante e rafforza il legame con
Contini che in queste righe riconosce di certo i suoi pregevoli attrezzi da lavoro. Come d’altronde fa
Petrocchi, il più eminente dei dantisti italiani, che non ripudia Pasolini poiché intuisce la grazia di una
lettura che è «letteraria» e quindi spericolata, indifesa, una lettura che per troppa passione si è spinta nel
terreno minato e spietato della fredda filologia. A Pasolini Petrocchi guarda come si guarda un poeta:

Dante è un brutto affare per chi non gli si avvicina con cautela, con lungo
studio[...]. E Pasolini ci ha battuto il naso contro. [...] Segre da un lato, e Garboli
dall’altro, lo hanno «incastrato» contro il muro di fatti filologicamente e
culturalmente ineccepibili. Ma Pasolini ha il merito (con quell’ingegno inquieto,
sottile, crudele della lettura letteraria che egli ha in misura fuori dal comune) d’aver

5
suscitato l’unica polemica degna di questo nome, nel primo semestre dell’anno
centenario dantesco19.

Forse dopo l’intervento di Petrocchi, Segre intuisce che Pasolini vanta un che di credibile.
Pasolini intanto raccoglie i pezzi del suo amor proprio e replica su «Paragone» dell’aprile ’66: è il
suo secondo saggio dantesco, Appendice: la mala mimesi, e con le ultime righe (poi espunte) si difende
dall’accusa cocente di aver letto forse solo «i primi sei canti del Purgatorio».
Con dignità si protesta nel giusto ma si arrende:

Quanto e quanto attentamente ho letto della Commedia? Tutti i miei amici


sanno [...] che da anni giacciono nei miei cassetti i lavori in corso di un
«Inferno» moderno, che attraverso dilatazioni, asimmetrie e altre cose, ripete
l’Inferno dantesco: e sono quindi anni che monto e rimonto, pezzo per pezzo,
almeno la prima cantica.
Le mie citazioni ovvie del Dante che tutti sanno a memoria (e che egli stesso
sapeva a memoria) sono dovute al fatto che il pretesto del mio scritto era una
celebrazione dantesca tra consumatori poco familiarizzati con Dante [...]. Non
ho curato per niente l’oreficeria del mio pezzo. Una candida domanda, infine. Il
prof. Segre non vuole essere un dantista: egli indubbiamente lo è. E perché
allora rivela che le mie citazioni «non oltrepassano il canto VI del Purgatorio»,
quando tutti sanno che l’episodio di Buonconte si conclude nel V?
Con tale meschinità che non mi basta di riconoscere per non esserne
umiliato, dichiaro chiusa da parte mia ogni operazione di guerra. Da ora in poi
se il prof. Segre mi tirerà l’orecchia destra, gli porgerò l’orecchia sinistra.
Pier Paolo Pasolini.20

Questa chiusa nel ’72 non appare in Empirismo eretico. Pasolini deve averla ritenuta datata, legata
a un dolore che non importava rinnovare. In queste righe espunte Pasolini si difende passando per la
Divina mimesis e si avvita ancora penosamente intorno a «i primi sei canti del Purgatorio». È una bandiera
bianca issata con esitazione, e per questo ancora più irritante. Un giorno, ma sarà troppo tardi, Segre
dedicherà a Pasolini un suo lavoro21, ora però sceglie di non fare sconti e di punirlo con una spietata
Lettera al Direttore che travaglia, ancora e ancora, «i primi sei canti del Purgatorio»:

Illustre e caro Direttore,


[...] il lettore ignora è che P. era stato avvertito privatamente e amichevolmente da
me delle mie riserve sul suo scritto e dell’incombere di un intervento polemico, se
avesse insistito a pubblicarlo senza ritocchi; P. ritirò il suo contributo, poi,
ripensandoci, decise di gettarsi allo sbaraglio. Ai miei rilievi, anzi, P. cercò già di
ribattere col Post scriptum, del primo articolo. L’atteggiamento alquanto teatrale da
vittima che ora assume P. è dunque fuori luogo.
E ora un chiarimento per lo stesso P. Avevo congetturato una sua lettura del Purg.
almeno sino al c. VI, perché lì termina la descrizione del 2° balzo
dell’Antipurgatorio, dov’è Buonconte da lui citato. Pare che P. preferisca

19 GIORGIO PETROCCHI, Svarione dantesco di Pasolini, «La Fiera Letteraria», XLI, n.4, 27 Genn.1966.
20 Cfr P.P.PASOLINI, Appendice: La mala mimesi, in «Paragone», XVI, 194, aprile 1966.
21 Cfr P.P.PASOLINI, Il portico della morte, a c. di C.Segre, Roma, Ass. «Fondo Pier Paolo Pasolini», 1988.

6
denunciare come limite il c. V: l’accontento ben volentieri. Con i più cordiali saluti
Cesare Segre22

D’ora in poi, va da sé, anche solo menzionare «i primi sei canti del Purgatorio» per Pasolini
significa riaprire una ferita. Non ne parlerà più, ma in questo luogo interiore col tempo monta un
rovello metaletterario che dura fino all’ottobre del ’68 quando a Torino23 legge su «Paragone» il dotto
saggio di Adelia Noferi dal titolo La visione legislativa di Gianfranco Contini24: rigorosa e appassionata
disamina dei percorsi conoscitivi esplorati da Contini.
Pasolini ne è folgorato. La Noferi è una lettura avvincente, rinvigorisce a distanza di tre anni la
«pianta difforme» di un’idea della poesia dantesca altamente euristica e non solo realistica, scioglie
l’amarezza e ispira il Proposito di scrivere una poesia intitolata «I primi sei canti del Purgatorio»25.
Così, senza più tremore o dolore, Pasolini torna sull’esperienza estetica dantesca, e si cala in
quella dimensione interiore umbratile e prodigiosa da cui sgorga ogni vera poesia.
Che cosa sa della Commedia? Alla candida domanda di Segre, Pasolini finalmente risponde.
In fondo sa poco e di poca importanza. Poco più di «un’esperienza di luce»26:

Dei primi sei canti del Purgatorio


so per ora solo che trattano molto di luce
(nella mia memoria!!)
[...]
So anche che in Dante la luce
è tutta controluce e di taglio.
Se qualche momento di luce piatta c’è,
essa è però radente, con «le ombre lunghe»
(la macchina da presa
portata in spalla di buon mattino,
anzi, all’aurora,
per essere sul posto alle otto,
col freschetto, e in corpo la lietezza).27

22 CESARE SEGRE, Lettera al Direttore, «Paragone», XVI, 194, aprile 1966.


23 Pasolini è a Torino per la prima di Orgia di cui cura la regia al Deposito del Teatro Stabile.
24 ADELIA NOFERI, La visione legislativa di Gianfranco Contini, «Paragone», XIX n. 224, ott.1968, pp.7-62.
25 P.P.PASOLINI, Proposito di scrivere e Propositi di leggerezza escono su «Nuovi Argomenti», genn-marzo ‘69.

Abbiamo notizia di questa ispirazione da alcuni versi espunti: «La prima idea mi è venuta a Torino / leggendo un
saggio della Noferi su Contini», cfr Note e notizie sui testi, Proposito di scrivere, cit., p.1528.
26P.P.PASOLINI, Proposito di scrivere, cit., v.29, p.65.
27Ivi, , vv. 18-20 e 54-62, p.66-67.