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Erich Auerbach (1892-1957), filologo romanzo tedesco costretto dal

nazismo ad emigrare prima in Turchia e poi negli Stati Uniti, noto


soprattutto
per Mimesis,
un
fondamentale
saggio
sulla
rappresentazione della realt nella letteratura occidentale, anche
autore di importanti studi su Dante, i cui risultati hanno condizionato
lesegesi moderna. In Dante, poeta del mondo terreno (1929),
Auerbach osserva come le anime che abitano laldil dantesco non
abbiano perduto il loro carattere storico-terreno e che anzi lautore
della Commedia si sforzi di dotare di potente evidenza empirica e
drammatica il suo racconto, al punto da suggerirne ai lettori leffettiva
veridicit. Il fondamento di questa realistica forza di rappresentazione
successivamente (Figura, 1939) individuato nellinterpretazione
figurale, che, secondo Auerbach, domina tutta la cultura medievale.
Principio costitutivo di tale interpretazione il nesso stabilito tra due
eventi storici o persone, di cui il primo non vale solo per se stesso.
Cos nellesegesi biblica lAntico testamento, pur conservando la sua
veridicit storica, prefigura il Nuovo testamento, che autentica e
compie i significati impliciti nel primo. Linterpretazione figurale si
distingue dunque dallallegoria perch riconosce pari storicit tanto
alla cosa significante quanto a quella significata. Nella Commedia,
esemplifica Auerbach, Virgilio non tanto unastratta allegoria della
ragione, quanto piuttosto la figura adempiuta del Virgilio storico, cha
ha finalmente svelato il suo posto nella storia provvidenziale del
mondo; cos ancora il Catone storico, suicida per la libert politica,
prefigura il Catone custode del Purgatorio, regno della libert dal
peccato. Questa prospettiva ha il vantaggio di inquadrare allinterno
della stessa concezione teologica di Dante lo straordinario realismo
della Commedia.
Rilevanti
anche
le
osservazioni
sullo stile
comico del poema dantesco connesso al sermo humilis di matrice
scritturale, che in grado di veicolare contenuti profondi anche
attraverso immagini quotidiane e concrete.
Charles S. Singleton
Charles S. Singleton (1909-1985), studioso nordamericano, dopo
essersi occupato di testi rinascimentali e del Decameron, ha rivolto a
partire dal 1949 i suoi interessi allopera di Dante, offrendo
rilevantissimi contributi che hanno proposto questioni critico-teoriche,
divenute imprescindibili per la successiva critica dantesca.
Fondamentale, tra le molteplici suggestioni offerte dai saggi del
critico, linvito pressante, al fine di unintegrale comprensione e
valutazione della poesia della Commedia, a recuperare, con un
esercizio scrive Singleton di immaginazione storica, la
prospettiva religiosa e trascendentale attraverso cui la cultura
medievale interpretava la realt, concepita come insieme contestuale

di dati reali e di segni del Creatore. Nella Commedia, infatti, Dante ha


imitato i due libri attraverso cui Dio si rivelato agli uomini: il mondo,
con il suo sistema di segni e simboli, e la Bibbia. Il poema dantesco,
dunque, in quanto mimesi del mondo rivelazione allegorica dei
segni divini che vi sono impressi; in quanto testo costruito sul
modello della Sacra Scrittura veicola in modo allegorico un messaggio
di salvezza, che riguarda il pellegrino Dante, ma anche lintera
umanit. E, fondandosi sullEpistola XIII, Singleton non ha dubbi nel
ritenere che la Commedia sia stata organizzata secondo il modello
dellesegesi biblica, della cosiddetta allegoria dei teologi, nella
quale il senso spirituale non annulla il senso letterale, ma ne lascia
intatta la realt storica, giustapponendosi ad essa. Per realizzare il
suo edificio, Dante per ha dovuto organizzare la materia in modo da
suggerire e rendere credibile ai suoi lettori il riferimento ai modelli
divini: la fictio della Commedia che essa non sia una fictio[1]. In
tale prospettiva dunque la struttura, cio lorganizzazione secondo
criteri teologici del poema, non pi, come credeva Benedetto Croce,
un ostacolo alla poesia, ma anzi mezzo espressivo privilegiato per
manifestare la complessit e originalit del pensiero di Dante.
[1] Ch. S. Singleton, La sostanza delle cose vedute, in Id., La poesia
della Divina Commedia, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 88.

Gianfranco Contini
Gianfranco Contini (1912-1990), professore di filologia romanza
prima a Friburgo, poi a Firenze e alla Scuola Normale di Pisa, stato
presidente della Societ Dantesca Italiana dal 1956 al 1968 e per
molti decenni direttore degli Studi danteschi, nonch autore, tra
molte altre indagini, di fondamentali contributi nellambito dellesegesi
e della critica dantesca, tra cui bisogner almeno ricordare ledizione
commentata delle Rime del 1939, ledizione critica e commentata
del Fiore e del Detto dAmoredel 1984 e i saggi riuniti nel volume
Unidea di Dante, pubblicato nel 1976. Linterpretazione dantesca di
Contini, insieme con quelle di Auerbach e Singleton, ritenuta
imprescindibile per chiunque oggi voglia accostarsi allopera di Dante
e non forse azzardato affermare che limmagine oggi pi
accreditata, almeno in Italia, quella, dichiaratamente privilegiata da
Contini, di un Dante della realt e della sperimentazione
continua[1]. Punti fermi e insistentemente ribaditi nella lettura
continiana dellopera dantesca sono infatti: losservazione circa la
totale spregiudicatezza verso il reale[2] che ha quale correlativo
formale lo sperimentalismo letterario e il plurilinguismo, di cui

la Commedia, definitiva enciclopedia degli stili, rappresenta il


risultato pi alto; il riconoscimento, cui si collega la fortunata formula
del personaggio-poeta, della duplice identit di Dante, poeta e
critico, anzi primo critico, e non solo in data, delle nostre lettere,
sicch se per assurdo fossimo sazi della sua poesia, potrebbe nutrirci
a lungo la sua intelligenza[3]; infine lindagine sulla memoria
interna di Dante, che permette di evidenziare sottili e forse
preterintenzionali meccanismi di autocitazione sintomo di una
memoria profonda che agisce sotto la stessa soglia della
coscienza[4], a livello dei significanti piuttosto che dei significati,
delle giaciture ritmico-foniche piuttosto che delle riprese lessicali. Ed
proprio sullaccanita auscultazione di tali echi interni che si fonda
prevalentemente il giudizio di attribuibilit a Dante del Fiore e
del Detto dAmore.
[1] G. Contini, Uninterpretazione di Dante (1965), in Id., Unidea di
Dante. Saggi danteschi, Torino, Einaudi, 1976, p. 110.
[2] G. Contini, Dante oggi, in Id., Unidea di Dante, cit., p. 68.
[3] Ivi, p. 67.
[4] G. Contini, s.v. Fiore, in Enciclopedia Dantesca, Roma, Istituto
dellEnciclopedia Italiana, 1970, vol. II p. 900.
La riflessione politica
La riflessione politica dantesca, che contiene accenti di marcata
originalit rispetto alla trattatistica coeva, organicamente sviluppata
nella Monarchia, ma era gi stata avviata nel IV trattato
del Convivio e sar ribadita in vari luoghi delle Epistole e
della Commedia. Accettata la distinzione aristotelica tra il fine terreno
e quello spirituale delluomo, Dante non ne deduce la superiorit
delluno sullaltro, differenziandosi in ci da Tommaso dAquino e
dalla tradizione tomistica. Egli infatti, al di l di presunte esagerazioni
laiciste e attualizzanti, ha sempre aderito, suggestionato forse
dallaverroismo, ad unimpostazione dualistica, ponendo laccento
sulla separazione tra lambito temporale e quello spirituale.
Riconosciuta la raggiungibilit di una felicit terrena e definito tale
fine nellambito della mortalit delluomo, lesistenza di unaltra
finalit, soprannaturale, si colloca per Dante su di un piano
escatologico, fuori dalla storia, appartiene cio allordine della Grazia
e non a quello della Natura. Perch lumanit, accecata dalla
cupidigia, non si smarrisse, Dio ha dunque istituito una duplice guida:
nellordine temporale, preposto alla felicit terrena, limperatore, che

di fatto si identifica con il Diritto stesso; nellordine spirituale,


preposto al conseguimento della vita eterna, il pontefice. E dalla
distinzione dei due piani scaturisce inevitabilmente la reciproca
indipendenza delle due autorit, efficacemente definite in Purg., XVI
107-8 due soli [], / che luna e laltra strada / facean veder, e del
mondo e di Deo. Ma la lucida riflessione teoretica si intreccia
costantemente nellopera di Dante con la veemente denuncia della
cupidigia che imperversa sulla terra e che ha reso di fatto vacanti sia
il potere spirituale sia quello temporale, distruggendo la pace,
scatenando il male e privando luomo degli strumenti necessari al
conseguimento dei suoi fini. Sullirriducibile antagonismo dantesco
rispetto al presente si inserisce per una forte ansia riformatrice e, in
definitiva, una messianica prospettiva di palingenesi.
La teoresi linguistica
Il perpetuo sopraggiungere della riflessione tecnica accanto alla
poesia[1] investe lintera parabola intellettuale di Dante ed
allorigine della sistematica indagine sulla lingua svolta nel De
vulgari
eloquentia,
ma
in
parte
anche
nel
contemporaneo Convivio e che sar ripresa, non senza ulteriori
sviluppi, in molti luoghi della Commedia. Le posizioni dantesche
nellambito della filosofia del linguaggio si allineano sostanzialmente a
quelle, analoghe, dei suoi contemporanei, bench ed la cifra
originale applicate ad un oggetto assolutamente inconsueto quale il
mutabile volgare, privo di quella stabilit di cui sembrava godere il
latino letterario. Losservazione (anticipata in Conv. I 5 8), infatti,
sulle variet diatopiche (nello spazio) e soprattutto diacroniche (nel
tempo) del volgare, linguaggio naturale che si apprende
spontaneamente e perci contrapposto alla stabilit e incorruttibilit
del latino, costituir lo sfondo concettuale entro cui si muove il De
vulgari. Qui infatti, soprattutto nei primi capitoli del libro I, dopo aver
riconosciuto che il linguaggio una facolt esclusiva delluomo, che si
serve di signa linguistici insieme sensibili e razionali, affrontato il
problema dellorigine e della storia del linguaggio: la lingua parlata da
Adamo coincide con lebraico, unico idioma perfetto e inalterato,
sopravvissuto alla confusione babelica. Su questultimo aspetto per
si registra nella Commediauna sintomatica evoluzione. In Par., XXVI,
nel colloquio con Adamo, Dante riconoscer come mutevole e caduca
anche la lingua adamitica, estintasi prima della confusione babelica e
di cui lebraico un semplice sviluppo successivo. In tal modo la
variabilit delle lingue naturali non si configurava pi solo come esito
di un castigo divino, ma come carattere costitutivo di ogni lingua in
quanto tale. E questo estremo approdo della riflessione dantesca sul

volgare appare anche funzionale ad autogiusticare il paradosso del


poema sacro scritto in una lingua peritura[2].
[1] G. Contini, Introduzione alle Rime di Dante, in Id., Unidea di
Dante. Saggi danteschi, Torino, Einaudi, 1976, p. 4.
[2] G. Contini, Dante come personaggio-poeta della Commedia, in
Id., Unidea di Dante, cit., p. 42.
Libero arbitrio ed esercizio razionale
Determinante nellideologia dantesca e, in particolare, nella
concezione del poema la nozione della responsabilit personale o, in
altri termini, del libero arbitrio. Luomo , infatti, per Dante, ordinato
alla beatitudine o alla dannazione eterna secondo che, nel
discrezionale esercizio della propria volont, orienti verso il bene o
verso il male le proprie innate tendenze. Non a caso
il subiectum della Commedia, se la si interpreta allegoricamente,
luomo in quanto acquistando meriti e demeriti per effetto del libero
arbitrio esposto alla giustizia del premio e del castigo (Ep.,
XIII 25)[1]. E non a caso alla definizione del libero arbitrio sono
dedicate alcune capitali riflessioni nei canti XVI e XVIII del Purgatorio,
in canti cio anche numericamente centrali nella struttura del poema.
Qui infatti si riconosce alle influenze astrali la capacit di incidere solo
sui primi impulsi degli individui, senza ammettere alcuna ulteriore
forma di predestinazione. allintelletto e alla libera volont
individuale che invece assegnata la responsabilit di distinguere fra
bene e male e di perseguire, anche dominando le tendenze istintive,
luno o laltro. Se queste posizioni appaiono perfettamente allineate
alle riflessioni tomistiche sul tema del libero arbitrio, invece
tratto caratterizzante dellideologia dantesca laccentuazione del
contributo dellesercizio razionale nellatto della scelta individuale. La
ragione si identifica di fatto con il libero arbitrio: essa concessa da
Dio come guida illuminante per luomo nelle proprie scelte morali; ,
come scritto nel Convivio, creazione divina (III 7 6: colui che fu
crocifisso lo quale cre la nostra ragione), tratto caratterizzante
dellessere uomo (II 7 3-4: quando si dice luomo vivere, si dee
intendere luomo usare la ragione []. E per chi da la ragione si
parte [] non vive uomo ma bestia).
Una tale esaltazione dellesercizio razionale si accompagna per nel
poema alla dolorosa coscienza, pi volte ribadita, della limitatezza
della ragione nel penetrare i misteri della fede.

[1] homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie


premiandi et puniendi obnoxius est.
Dante personaggio-poeta: il critico militante
In Dante si assiste a una costante simbiosi tra la pratica poetica e la
riflessione
metaletteraria,
che
si
manifesta
nellattitudine
allautoesegesi (Vita Nuova, Convivio, Epistole III e XIII) e nella
tendenza a tracciare, in modi pi o meno espliciti, quadri di
storiografia letteraria e di autentica critica militante (capitolo XXV
della Vita Nuova, De vulgari eloquentia e Commedia). Legittima
pertanto la definizione di Dante come primo critico della nostra
tradizione letteraria, dal confronto con il quale pare difficile
prescindere per un corretto inquadramento della lirica italiana del
200. Se alcuni suoi giudizi (primo fra tutti quello sprezzante
contro Guittone) sono tendenziosi e strategicamente funzionali alla
propria poetica, bisogner per riconoscere che molte categorie
critiche formulate da Dante continuano a valere anche per noi: lunit
su base politico-culturale pi che geografica dei poeti siciliani; la
rivalutazione tra questi di Guido delle Colonne; lattribuzione
a Guinizzelli di un ruolo di precursore piuttosto che di esponente
dello stilnovo; lindividuazione infine di un gruppo omogeneo di poeti
illustri fiorentino-pistoiesi con la connessa categoria storiografica
del Dolce stil novo. Ma, oltre la perdurante attualit di singoli
giudizi, contano soprattutto le innovazioni metodologiche che Dante
apporta rispetto alla cultura precedente sul piano della storiografia
letteraria
e
che
consistono
nellattenzione
alla
geografia
(evidentissima nel De vulgari) e nella storicizzazione anche della
contemporaneit, nella coscienza cio della mutevolezza del gusto
letterario. Elemento questultimo particolarmente evidente nel
poema, il cui protagonista-narratore non dimentica mai di essere un
poeta, che nel suo viaggio, soprattutto nel Purgatorio, incontra o
comunque si confronta con altri poeti (oltre agli antichi
anche Forese, Bonagiunta, Guinizzelli, Arnaut Daniel), istituendo
cos una dimensione di critica e autocritica letteraria, in cui i silenzi (si
pensi a Cino da Pistoia) e le allusioni (decisive quelle a Cavalcanti)
contano quanto, o forse pi, delle esplicite prese di posizione.
Il dolce stil novo
Con dolce stil novo, formula coniata da Dante in Purg., XXIV 57 per
identificare la propria poesia giovanile e forse quella di un imprecisato
numero di suoi sodali, si indica, sulla base di una consolidata (ma
semplificante) consuetudine storiografica, lesperienza letteraria di un
gruppo
di
poeti
fiorentino-pistoiesi,
che
comprende,
con

Dante, Cavalcanti e Cino, i minori Lapo Gianni, Gianni Alfani e Dino


Frescobaldi,
e
il
cui
precursore

riconosciuto
nel
bolognese Guinizzelli. Bench indagini recenti ridimensionino la
nozione di una scuola ingabbiata in rigidi programmi, valorizzando
piuttosto la dialettica interna al gruppo, tuttavia innegabile la
comune tensione polemica, quasi da avanguardia letteraria, di questi
poeti nei confronti della tradizione lirica precedente, in particolare
quella guittoniana, cui si rimproverano municipalismo linguistico,
oscurit e gratuita artificiosit formale, nonch debolezza teoricoargomentativa. Ma ad unire positivamente gli stilnovisti esistono pure
indubitabili legami concettuali ed espressivi, sinteticamente
riassumibili nella sottigliezza, cio nel carattere intellettualistico e
filosofico della loro poesia, che implica in primo luogo una sensibile
interiorizzazione
dellesperienza
amorosa,
e
nella
correlativa dulcedo formale, cio nella preziosa selectio verborum, in
unorganizzazione sintattica rigorosa, ma limpida, nel privilegio
accordato a una retorica paradigmatica piuttosto che sintagmatica,
nella normalizzazione e selezione delle forme metriche. Solo una
brutale, anche se comoda, semplificazione scolastica pu per tacere
le forti divaricazioni ideologiche esistenti tra Dante e Cavalcanti o le
sensibili modificazioni di prospettiva sul rapporto donna-angelo,
meramente analogico in Guinizzelli, di identificazione ontologica in
Dante, alla cui canzone Donne chavete gi nella Vita Nuova, come
poi nel citato passo purgatoriale, egli stesso attribuisce il valore di
cominciamento, insinuando che lautentico rinnovamento e scarto
rispetto al passato riguardi innanzitutto la propria esperienza poetica.
Gli antichi commentatori
La densit concettuale, lampiezza di riferimenti storici e mitologici
contenuti,
il
ricorso
ai
sovrasensi
allegorici
nella Commedia determinarono precocemente, subito dopo la morte
di Dante, unampia trama di interventi esegetici sul poema, che, in
latino o nei vari volgari della penisola, assunsero morfologie
differenziate, dalla semplice annotazione interlineare, alle fitte ma
disorganiche e spesso anonime chiose, fino ai complessi commenti
organici, volti a fornire una distesa spiegazione di tutti i versi
della Commedia. E tale fenomeno fu rilevante non solo per lalto
numero dei commenti prodotti, ma anche per limpressionante vastit
delle tradizioni manoscritte di alcuni di essi (quasi un centinaio i codici
del commento di Jacomo della Lana e altrettanti quelli di Benvenuto
da Imola). Lapporto arrecato da questi antichi commentatori alla
comprensione stessa della lettera del poema dantesco spesso
insostituibile in termini di usi linguistici e di informazioni fattuali su

luoghi, personaggi, eventi ricordati nella Commedia. Ma notevoli sono


anche le agnizioni intertestuali offerte e le notizie sulla biografia e le
opere di Dante (si pensi allesplicita attribuzione a Dante della
contestata Epistola XIII, contenuta nelle chiose di Andrea Lancia e
nel commento di Filippo Villani) e soprattutto non andr trascurato
che lorizzonte culturale di questi primi lettori, pur nellautonomo
profilo di ciascuno di essi, assai pi vicino del nostro a quello
dantesco. Tra i commenti pi rilevanti andranno almeno menzionati
quelli trecenteschi di Jacopo Alighieri, di Bambaglioli, di Guido da
Pisa, di Maramauro, di Boccaccio e quello quattrocentesco di
Guiniforte Barzizza, limitati per allInferno; estesi alle tre cantiche
sono invece quelli di Jacomo della Lana, dellOttimo, di Pietro
Alighieri (noto in tre differenti redazioni), di Andrea Lancia, di
Benvenuto da Imola, di Francesco da Buti, tutti databili entro il XIV
secolo, e ancora quello di Giovanni da Serravalle con integrale
traduzione latina del poema composto in occasione del concilio di
Costanza tra il 1416 e il 1417.
Giovanni Boccaccio
Lintera attivit intellettuale di Boccaccio (1313-1375) legata a
Dante. Oltre ad essere presente in tutto il corpus boccacciano, sotto
forma di echi e suggestioni pi o meno esplicite, lopera dantesca ,
per lo scrittore, oggetto di studio e di culto entusiastico, che si
manifesta nella triplice attivit di copista, di biografo e
di commentatore della Commedia.
Pur comportandosi come un copista per passione, che interviene sul
testo con modifiche, interpolazioni e contaminazioni, Boccaccio ha un
ruolo determinante nella tradizione di quasi tutte le opere dantesche,
per alcune delle quali anzi la sua testimonianza indispensabile:
le egloghee tre epistole (III, XI, XII) sono, ad esempio, tramandate
unicamente dallautografo Laur. Plut. XXIX 8. Decisivo anche
lallestimento
del
codice
Toledano
104
6
contenente
la Commedia accompagnata da argomenti in terzine, la Vita
Nuova e 15 canzoni di Dante secondo una successione almeno in
parte replicata nei successivi autografi Riccardiano 1035, Chigiano L
VI 213 e L V 176. Non solo questi manoscritti daranno vita per
ciascuna delle opere contenute a rami straordinariamente prolifici
nella tradizione testuale, ma costituiranno un imprescindibile
riferimento anche per i moderni editori critici.
Quanto alla biografia del poeta, nota come Trattatello in laude di
Dante e conservata in tre diverse redazioni, il tono encomiastico e la
presenza di notizie sicuramente infondate o inattendibili non esclude

la possibilit di rinvenire per informazioni interessanti, come, ad


esempio, la corretta identificazione di Beatrice.
Verso la fine del 1373 Boccaccio riceve lincarico da parte del comune
fiorentino di leggere pubblicamente, nella Chiesa di S. Stefano in
Bada, la Commedia. Ma costretto per motivi di salute a
interrompere la lettura senza mai pi riprenderla: gli appunti raccolti
sotto il titolo di Esposizioni sopra la Comeda, pur arrestandosi ai
primi versi di Inf. XVII, forniscono alcune penetranti interpretazioni
letterali e mostrano unirresistibile attrazione verso gli spunti narrativi
offerti dal testo dantesco, spesso sfruttati con invenzioni o espansioni
novellistiche.
Francesco Petrarca
Se si eccettuano 2 aneddoti raccontati nei Rerum memorandarum
libri, un cursorio omaggio a Dante come poeta damore nel sonetto
287 del Canzoniere, un altrettanto veloce allusione al poeta fiorentino
in alcuni versi del Triumphus Cupidinis, e una polemica postilla in un
codice di Pomponio Mela per smentire uninformazione geografica
contenuta nella Commedia, lattenzione di Petrarca nei confronti del
suo autorevole predecessore appare marginale. A Dante per
interamente dedicata unepistola (Familiares, XXI 15) indirizzata nel
1359 a Boccaccio (che aveva gi nel 1351 donato a Petrarca una
copia della Commedia, lattuale codice Vaticano Latino 3199, dove si
pu leggere una brevissima e poco chiara annotazione del
destinatario) e acutamente definita da Foscolo come affastellata di
contraddizioni, dambiguit e dindirette apologie[1]. Nella lettera
infatti Petrarca, che sintomaticamente non nomina mai n Dante n
la Commedia, pur difendendosi dallaccusa, evidentemente diffusa
presso i contemporanei, di provare invidia e odio per il suo
predecessore, che pure ricorda di aver incontrato una volta da
bambino, e pur riconoscendo a Dante il primato nella poesia volgare,
dichiara di non aver mai letto la Commedia e rivendica con forza la
specificit del proprio profilo intellettuale dedito alla superiore prosa e
poesia latine. E tale posizione sar ancora nella Senile XV 2, in cui,
attribuito il primato nelleloquenza volgare a Dante, Petrarca
riconfermer la superiorit dello stilus latinus. A fronte di un tale
esibito atteggiamento di sufficienza si dovr ricordare che una
precoce conoscenza dellopera dantesca da parte di Petrarca per
indubitabilmente certificata dallassidua presenza di reminiscenze ed
echi testuali non solo nei Trionfi, dove il fenomeno scontato, ma
anche nel Canzoniere e addirittura nelle opere latine. E tuttavia le pur
significative coincidenze formali non bastano a smentire, come stato

di recente ricordato[2], un altro acuto giudizio di Foscolo, per il quale


le personalit di Dante e Petrarca furono irriducibilmente differenti:
ciascuna fu singolare e diversa in tutto dallaltra[3].
[1] U. Foscolo, A parallel between Dante and Petrarch, in Id., Opere,
a cura di F. Gavazzeni, Torino, Einaudi-Gallimard, 1995, vol. II pp.
634-35: lengthened out by contradictions, ambiguities, and indirect
apologies.
[2] M. Pastore Stocchi, Petrarca e Dante, in Rivista di studi
danteschi, a. IV 2004, pp. 184-204.
Repertori bibliografici e riviste dantesche
Nella sterminata bibliografia dantesca, che si incrementa sempre di
numerosi nuovi titoli, sono indispensabili alcuni preziosi strumenti di
consultazione, quali repertori, enciclopedie e riviste specializzate, che
forniscono i principali riferimenti storici dellintensa attivit editoriale
su Dante e agevolano il necessario aggiornamento e linformazione
sulle ricerche pi recenti. Dopo i benemeriti volumi della Bibliografia
dantesca di P. Colomb de Batines (Prato, 1845-1846), cui ancora si
ricorre con profitto, andranno, per gli anni pi recenti, segnalati
almeno: la Bibliografia analitica degli scritti su Dante 1950-1970,
curata da Enzo Esposito (Firenze, 1990) in quattro tomi; gli utili
volumi (numeri LX e LXIV) della rivista Studi Danteschi, curati da
Leonella Coglievina, con una Bibliografia dantesca analitica e
ragionata, relativa agli anni 1972-1984 e ora disponibile e
costantemente aggiornata sul sito web www.danteonline.it; la
voce Alighieri Dante della BiGLI. Bibliografia Generale della Lingua e
della Letteratura Italiana diretta da Enrico Malato, che a partire dal
1991 offre una pressoch completa informazione bibliografica su
Dante. Ampie rassegne bibliografiche selettive, in forma di schede e
recensioni, si leggono ne La Rassegna della Letteratura italiana e
nella Rivista di studi danteschi Un quadro esauriente, anche se oggi
bisognoso di qualche aggiornamento, sul lessico volgare, sul mondo
culturale e sulla fortuna dantesca offrono i sei volumi dellEnciclopedia
Dantesca diretti da Umberto Bosco (Roma, 1970-1978). Numerose le
riviste specializzate, pubblicate in Italia e allestero. Oltre a quelle
storiche, come il Bullettino della Societ Dantesca Italiana o il
Giornale Dantesco, andranno segnalate, tra quelle ancora attive,
almeno le italiane Studi Danteschi, LAlighieri, Rivista di studi
danteschi, Dante, la tedesca Deutsches Dante Jahrbuch, la
statunitense Dante Studies e la spagnola Tenzone
Concordanze e sitografia

Indispensabile sussidio per lo studio di Dante sono le concordanze e i


rimari,
tra
cui
si
segnalano
almeno,
per
il
poema,
lottima Concordanza della Commedia di D. A., Torino, 1975 e il
recente Rimario della Commedia di D. A. curato da A. Punzi (Roma,
2001), per la prima volta organizzato per catene di rimanti e non
semplicemente elencando alfabeticamente gli stessi. A tali utili
strumenti si affianca oggi lampia disponibilit delle opere di Dante sia
in rete sia su cd rom, di cui si offrir qui una sintetica descrizione
limitata a quei prodotti dotati di maggiore attendibilit scientifica.
Lopera omnia dantesca pu essere consultata online sul sito web
della Societ Dantesca Italiana (www.danteonline.it), che cura
anche unottima bibliografia costantemente aggiornata; limitato solo
alle principali opere di Dante invece il cd rom curato da P. Stoppelli,
noto come LIZ, che per consente la creazione di concordanze, di
cooccorrenze, di statistiche di frequenza, di indici e di rimari. Il
prodotto pi avanzato sul piano della lemmatizzazione per il
progetto delle Opere di Dante lemmatizzate realizzato da M. Tavoni e
consultabile
allindirizzo http://dante.di.unipi.it/ricerca/dante.html. Preziose
informazioni sul versante metrico offre invece lArchivio Metrico
Italiano(www.maldura.unipd.it/ami/php/index.php)
che
raccoglie insieme con altri testi poetici anche la Commedia e
le Rime di Dante. Significative le risorse digitali relative ai commenti
al poema: si pensi almeno al database online del Dartmouth Dante
Project nato nel 1982 per iniziativa di R. Hollander; al pi recente cd
rom I commenti danteschi dei secoli XIV, XV e XVI, a cura di P.
Procaccioli, Roma, 1999; e, infine, alle pi di 500 schede di
descrizione dei manoscritti contenenti commenti o chiose
alla Commedia databili entro il 1482 consultabili on line sul
sito www.centropiorajna.it. Non particolarmente ricca invece la
riproduzione fotografica digitale di codici manoscritti e stampe,
limitata ai 33 codici (su 827) della Commedia, liberamente visionabili
sul citato www.danteonline.it, e ad alcune pagine scelte degli
incunaboli e delle cinquecentine del poema, riprodotte a colori sul
sito www.italnet.nd.edu/Dante/index.html.
La Bibbia
Lincidenza della tradizione biblico-evangelica, sia attraverso la lettura
diretta del testo sacro, sia soprattutto attraverso il multiforme
corredo esegetico che nel Medioevo accompagn i singoli libri della
Bibbia, senzaltro determinante nella formazione e nella
maturazione poetica e intellettuale di Dante. Mano a mano che ci si
sposta lungo larco cronologico in cui si sviluppa lintera produzione

dantesca, si registra infatti un progressivo infittirsi di suggestioni,


allusioni e citazioni bibliche. Quasi del tutto assente nelle Rime e
poco presente, almeno esplicitamente, nella Vita Nuova, la Bibbia
inizia ad affiorare con una certa frequenza solo dal Convivio e dal De
vulgari eloquentia in poi, traducendosi in un richiamo continuo e
spesso
esplicito
nel
De Monarchia,
nella Commedia e
nelle epistole di argomento politico nonch in quella a Cangrande
della Scala. La lettura delle Sacre Scritture per la quale Dante
sembra servirsi del testo della Vulgata nella versione della Biblia
parisiensis dissemina lungo tutto il corpus dantesco numerose
tracce, tra le quali spiccano, per evidenza, oltre alle citazioni dirette, i
richiami ad alcuni scrittori biblici, considerati dal poeta veri e propri
auctores, come Giovanni, aguglia di Cristo (Par., XXVI 53), o Luca,
definito scriba mansuetudinis Christi (De Monarchia, I 16 2). Del
resto, sono senzaltro ascrivibili ad una conoscenza del testo sacro le
riflessioni sulla molteplicit dei sensi della scrittura, che Dante riporta
prima allinterno del Convivio e poi, con un leggero cambio
prospettico, nella citata epistola a Cangrande. Stesso discorso vale
anche per le diverse allusioni a episodi e a personaggi biblici vetero e
neo-testamentari, variamente presenti nel poema cos come nel De
vulgari eloquentia, dove la discussione della nascita del linguaggio
apre la strada ad unampia digressione, che ingloba la storia di
Adamo ed Eva e quella della Torre di Babele. Analogamente, sono
chiaramente ispirate alla Bibbia le questioni teologiche che, nel
racconto della Commedia, Dante propone alle sue guide: si pensi, per
esempio, alla disquisizione sulla gerarchia dei cori angelici di Par.,
XXVIII 97-139.
Il Libro della Scala e le influenze arabe: una questione
irrisolta.
Con il titolo Libro della Scala si identifica un antico testo escatologico
arabo-spagnolo che, sviluppando un celebre passo del Corano,
racconta la storia del viaggio che Maometto compie nellal di l,
guidato dallangelo Gabriele. Salito al Paradiso, attraverso una scala
lucente che d il nome allopera, Maometto supera otto cieli, in
ognuno dei quali incontra un profeta, e arriva a Dio, che gli affida
il Corano. La narrazione prosegue con la visita delle sette terre
infernali, alternando la rappresentazione dei tormenti con ampie
digressioni dellangelo Gabriele sul giorno del giudizio e sulla prova
del ponte. Finito il cammino, Maometto fa ritorno sulla terra e rivela
ai Meccani la sua visione.
Il testo, di cui non si conservata la versione originale, ha conosciuto
una straordinaria fortuna ed citato con una certa frequenza almeno

fino alla fine del XVI secolo. Dopo una traduzione in castigliano
(anchessa perduta), che Alfonso el Sabio fece eseguire intorno al
1264 dal medico giudaico Abraham, si sono susseguite, sempre per
volere del re, almeno altre due traduzioni, affidate questa volta
allitaliano Bonaventura da Siena: la prima, in latino, attestata da
un manoscritto che oggi a Oxford, mentre la seconda, in francese
antico, tramandata da due codici, conservati rispettivamente uno
alla Bibliothque Nationale de France e laltro alla Biblioteca
Apostolica Vaticana.
La vicinanza tematica e, in qualche caso, anche formale della
versione latina del testo arabo soprattutto con la prima cantica
della Commedia ha indotto alcuni studiosi (Miguel Asn Palacios,
Enrico Cerulli, Maria Corti) ad includere il Libro della Scala nel vasto
corpus delle fonti del poema e a riconsiderare lipotesi che
lescatologia musulmana abbia esercitato una qualche influenza sulla
scrittura dantesca. Ma si tratta di una questione ancora molto
dibattuta e che incontra forti e motivate resistenze tra i dantisti.
Il Roman de la Rose
Poema allegorico di circa 20.000 octosyllabes, composto, in lingua
dol, da due distinte sezioni scritte da Guillaume de Lorris tra il 1229
e il 1236 e da Jean de Meung tra il 1269 e il 1278. Alla prima parte,
pi breve e ideologicamente improntata alla tradizione cortese,
segue, riprendendone e sviluppandone la vicenda, una seconda parte
molto pi ampia, ricca di numerose digressioni scientifiche e
teologiche, che si configura per come critica radicale alle convenzioni
cortesi, trasformando di fatto il romanzo da narrazione di
unesemplare vicenda cortese in una summa enciclopedica del sapere
medievale, orientata in direzione marcatamente laica e naturalistica.
Protagonisti del racconto sono lAmante e la Rosa, simbolo dellamata;
attorno a questi due personaggi ruotano numerose personificazioni
allegoriche, alcune delle quali cooperano con il protagonista nella
conquista della Rosa, mentre altre vi si oppongono strenuamente.
Nonostante le sensibili divergenze tra le due sezioni, il poema godette
di uno straordinario successo, testimoniato dallampia circolazione
manoscritta e dalle numerose imitazioni. Notevole influenza questo
testo esercit anche sullopera di Dante. Se il Fiore e il Detto
dAmore, di fatto due rifacimenti della Rose, rappresentano il
momento di pi evidente valorizzazione del modello, il poema
francese
costitu
un
imprescindibile
riferimento,
sia
pure
implicitamente polemico, anche per la Commedia. Se la visione
teocentrica di Dante si oppone allantropocentrismo di Jean e se la

compiuta struttura formale della Commedia supera di gran lunga il


non sempre ordinato procedere narrativo della Rose, andranno per
valorizzate non solo le numerose analogie tra la descrizione dantesca
del paradiso terrestre con Matelda e quella del giardino di Piacere con
la bella Oiseuse, che inaugura la sezione di Guillaume, ma anche le
non rare tracce offerte alla rappresentazione dellinferno dantesco
dalla raffigurazione dei regni ultraterreni presentata da Jean in un
lungo excursus.
Arnaut Daniel: il miglio fabbro del parlar materno
Poeta provenzale, nato a Ribrac nel vescovado di Prigord in
Dordogna, attivo tra il 1180 e il 1210, Arnaut Daniel, autore di un
sirventese di materia oscena e di diciassette canzoni di tematica
esclusivamente amorosa, considerato il maggiore esponente
del trobar clus, un genere di poesia ermetica, caratterizzato da un
esasperato virtuosismo formale e da una notevole maestria stilistica,
che costitu unimportante precedente dello sperimentalismo
linguistico di Dante. Considerato, infatti, gi nel De vulgari
eloquentia (ii 2 9), come il massimo esponente in lingua doc della
poesia erotica, Arnaut solennemente riconosciuto da Guido
Guinizzelli in Purg. xxvi come il miglior fabbro del parlar materno,
che in Versi damore e prose di romanzi / soverchi tutti. Una
sintomatica conferma di tale riconosciuta eccezionalit nella scelta
di affidare al personaggio Arnaut in Purg., xxvi 140-47, il pi ampio
inserto alloglotto della Commedia: otto endecasillabi sono infatti
scritti in provenzale. La predominanza attribuitagli nel canone dei
rimatori volgari dunque per lAlighieri di natura prevalentemente
formale: non solo infatti numerosi sono gli echi intertestuali reperibili
tra la produzione del poeta provenzale e quella dantesca, ma il
marcato sensualismo e realismo di alcuni testi delle Rime e di alcune
sezioni del poema devono molto alloltranza metaforica e
immaginativa di Arnaut. Da questi, in particolare, Dante riconosce
esplicitamente, nei capitoli 9 e 10 del secondo libro del De vulgari
eloquentia, di aver derivato la tecnica compositiva della petrosa Al
poco giorno e al gran cerchio dombra, la prima sestina lirica della
tradizione poetica italiana, modellata con eccezionale abilit su Lo
ferm voler qu el cor mintra, di cui per si sostituisce
significativamente il primo ottonario di ogni strofa con un
endecasillabo. Ad un analogo atteggiamento emulativo verso lo
sperimentalismo metrico di Arnaut andr infine verosimilmente
ricondotta laltra complessa petrosa di Dante, Amor, tu vedi ben che
questa donna, in cui lartificio della ricorrenza delle parole rima viene
forzato oltre ogni limite.

Brunetto Latini
Nato a Firenze nel terzo decennio del 1200, Brunetto Latini,
militante guelfo, esercit fin dal 1254, la professione notarile.
Costretto per motivi politici allesilio in Francia tra il 1260 e il 1266,
rientrato a Firenze ricopr prestigiose cariche nel governo della citt,
fino alla sua morte, nel 1294. autore di due poemetti in distici di
settenari a rima baciata, il Favolello sul tema dellamicizia e
lincompiuto Tesoretto,
ideato
come prosimetrum di
carattere
enciclopedico-allegorico; di una canzonetta sicilianizzante Seo son
distretto inamoratamente; e soprattutto di unampia enciclopedia in
lingua doil, il Tresor, in cui laicamente persegue un progetto di
divulgazione culturale, nonch della Rettorica, volgarizzamento con
ampio
commento,
dei
primi
diciassette
capitoli
del De
inventione di Cicerone, dove insiste sul nesso tra retorica e politica,
offrendo unimmagine di intellettuale civilmente impegnato e
persuaso della vocazione didattica dellesercizio letterario, ben colta
nellelogio riservatogli dal cronista Giovanni Villani: maestro in
digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare, e in sapere
guidare e reggere la nostra repubblica[1]. Al suo magistero, sia pure
non sistematico, allude Dante, che colloca Brunetto tra i violenti
contro natura, in Inf., XV 83-85: la cara e buona imagine paterna /
di
voi
quando
nel
mondo
ad
ora
ad
ora [=
saltuariamente] / minsegnavate come luom setterna. E si tratter
non solo di un insegnamento civile e morale, ma anche della
riproposizione di un modello intellettuale ed ideologico, portato a
compimento nel Convivio, e di uninfluenza di tipo retorico-stilistico,
testimoniata dai numerosi echi intertestuali che si rintracciano tra le
opere di Brunetto e quelle di Dante, dalle Rime giovanili fino
alla Commedia, il cui incipit recupera la situazione iniziale del
Tesoretto, con il protagonista smarrito in una selva. Si aggiunga che
limitazione scoperta nel Fiore e soprattutto nel Detto dAmore,
metricamente modellato sui poemetti volgari di Brunetto.
[1] G. Villani, Cronica, VIII 10.
Guittone dArezzo
Un ruolo di assoluta centralit va riconosciuto nella tradizione
letteraria italiana duecentesca a Guittone dArezzo (1235 ca.-1294),
autore, oltre che di un corpus di lettere, di un ampio canzoniere di
oltre 300 pezzi, costituito prevalentemente da canzoni e sonetti, ma
anche da ballate sacre, o laude, di cui fu probabilmente linventore.
La statura di caposcuola che gi i contemporanei gli riconobbero trova
conferma nellassoluto rilievo che la sua produzione poetica assume

nella pi antica tradizione manoscritta della lirica italiana del 200: il


tardoduecentesco codice Laurenziano Rediano 9 si configura infatti
come un libro dautore, concepito per consegnare ai lettori un vero e
proprio canone testuale dellaretino. La sua attivit poetica,
programmaticamente bipartita in due sezioni, una precedente e una
successiva alla conversione religiosa del 1265, per costantemente
caratterizzata dal ricorso a una attrezzatura metrica e retorica
elaboratissima; da una strategia espositiva ossessivamente, anche se
solo apparentemente, argomentativa; e, infine, da un arricchimento
tematico, che affianca alla materia erotica, motivi civili, morali e
politici.
Dante, in accordo per altro con Cavalcanti, espresse su Guittone,
dal XXV capitolo della Vita Nuova al De Vulgari Eloquentia (I 13 1
e II 6 8) fino alla Commedia (Purg., XXIV 56 e XXVI 124-126), un
giudizio severissimo, rimproverandogli povert ideologica e
municipalismo linguistico. Ma a fronte di questa pervicace e
sistematica censura, lucidamente interpretata da Contini come
sintomatica volont di sbarazzarsi del rivale pi pericoloso e come
tentativo di nascondere dietro lesplicito rifiuto un imbarazzante
debito, si dovr riconoscere non solo lo scotto pagato dal giovane
Alighieri al magistero guittoniano (si pensi almeno alla tenzone con
Dante da Maiano), ma anche il frequente reimpiego nel Dante delle
canzoni morali e del poema di temi, calchi verbali e stilemi
prettamente guittoniani.
Guido Guinizzelli: lo padre mio e de li altri miei miglior
Guido Guinizzelli, nato nel 1230 circa a Bologna, giudice, ghibellino,
fu costretto nel 1274 ad andare in esilio a Monselice, dove mor due
anni pi tardi. Considerato il precursore dello stilnovo, nella sua
esigua produzione poetica (5 canzoni, 15 sonetti e qualche breve
frammento) spicca la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore,
in cui sono enunciate alcune idee programmatiche della nuova
poetica: la corrispondenza tra amore e cuore gentile e la lode della
donna-angelo.
Lesempio guinizzelliano assume nella prospettiva dantesca un ruolo
di eccezionale rilievo, che non conosce nellarticolato itinerario della
produzione di Dante n eclissi, n revisioni. Fin dalla Vita
Nuova Guinizzelli

infatti
per
antonomasia
il
saggio,
riconosciuto auctor al pari di quelli biblici o scolastici, come mostra la
sua citazione, tuttaltro che frequente per un poeta volgare
contemporaneo, nellincipit del sonetto Amor e l cor gentil. ancora
nobile nel Convivio (IV 20 3), maximus Guido nel De vulgari (I

15 6), primo detentore della gloria de la lingua in Purg., XI 97-99,


e, infine riconosciuto a chiare lettere padre / mio e de li altri miei
miglior che mai / rime damor usar dolci e leggiadre in Purg., XXVI
97-99. Giudizi espliciti confermati poi dalle numerose allusioni
intertestuali
al corpus guinizzelliano
presenti
nelle Rime e
nella Commedia. Tuttavia leco quasi letterale dellincipit di Al cor
gentil nelle parole della lussuriosa Francesca in Inf., V 100 (Amor,
chal cor gentil ratto sapprende) e la stessa collocazione di
Guinizzelli tra i lussuriosi nel purgatorio emblematicamente segnalano
come per Dante lassunzione del modello sia anche contestualmente
un superamento. La comparazione tra la donna e langelo dellultima
strofa di Al cor gentil, pur se iperbolica, resta infatti una similitudine,
destinata ad essere inevitabilmente superata dalla sostanzializzazione
angelica di Beatrice, acquisizione di Dante gi nei capitoli XVIII-XIX
della Vita nuova
Guido Cavalcanti: primo de li miei amici
Guido Cavalcanti, nato a Firenze non dopo il 1259, autorevole
esponente dei Bianchi, venne confinato nel 1300, nei mesi
del priorato dantesco, a Sarzana, poich implicato in una violenta
rissa. Ammalatosi di malaria, richiamato a Firenze, vi mor nellagosto
dello stesso anno. Autore di un eccezionale corpus di rime, tra cui
spicca limpegnata canzone dottrinale Donna me prega, Cavalcanti
rappresenta non solo una della figure di maggiore rilievo nel quadro
poetico italiano di fine 200, ma anche un riferimento ineludibile
nellintera biografia intellettuale di Dante. Gli inizi del percorso poetico
di questultimo, almeno fino alla Vita nuova, sono infatti di
derivazione chiaramente cavalcantiana. Il sodalizio tra i due poeti
prende avvio dal primo sonetto di Dante, A ciascun alma presa e
gentil core, cui Guido risponde con Vedeste al mio parere onne
valore: questo fu, come poi si dir nella Vita nuova, quasi lo
principio de lamist tra lui e me. Il rapporto si sviluppa nel decennio
tra il 1285 e il 1295, con laltro sonetto dantesco Guido, i vorrei che
tu e Lapo ed io e la replica di Cavalcanti Sio fosse quelli che damor
fu degno, e con due pezzi rivolti da Guido a Dante: Se vedi
Amore, assai ti priego, Dante e Dante, un sospiro messagger del
core. Il rapporto amicale tra i due sembra essere ancora saldo
allaltezza della Vita nuova, dedicata a Cavalcanti, definito primo de
li miei amici e invocato, nel XXV capitolo, come sodale nella polemica
contro Guittone. Ma Guido mostr, come recenti indagini hanno
chiarito[1], di non apprezzare la dedica, e di impegnarsi anzi in una
articolata contestazione del sistema ideologico del libello dantesco,
prima con la parodia affidata al sonetto Pegli occhi fere, poi con una

celebre rimenata a Dante, scritta in persona dellAmore-passione, I


vegno l giorno a te, infine con Donna me prega, serrata
contestazione di grande impegno teoretico. Le divergenze tra Dante e
Cavalcanti erano infatti profonde: per il primo lamore, guidato dalla
ragione, diviene tomisticamentestrumento di edificazione morale e
viatico verso la divinit; per laltro lamore averroisticamente una
travolgente passione sottratta al controllo della ragione, i cui effetti
appaiono devastanti per il soggetto che la subisce. Il dissenso
espresso da Guido non rimase per senza replica: Dante affider
infatti alla Commedia la propria risposta, non solo attraverso le due
esplicite citazioni di Cavalcanti a Inf., X e a Purg., XI, che nel
riconoscere il valore dellantico amico ne sottolineano tuttavia il
confronto limitativo con se stesso, ma soprattutto attraverso una
complessa, allusiva operazione di correzione degli errori concettuali
presenti in Donna me prega, che affida ai canti centrali (XVII e XVIII)
del Purgatorio una nuova dottrina dellamore conforme ai principi
cristiani.
Cavalcanti, insomma, per dirla con Contini, aveva davvero salato il
sangue a Dante[2].
[1] Vd. E. Malato, Dante e Guido Cavalcanti. Il dissidio per la Vita
Nuova e il disdegno di Guido, Roma, Salerno Editrice, 20042.
[2] G. Contini, Cavalcanti in Dante, in Id., Unidea di Dante, Torino,
Einaudi, 1976, p. 157.
Cino da Pistoia
Cino da Pistoia (1270-1336), laureatosi nel 1292 presso lo Studio
bolognese, fu insigne giurista e insegn diritto nelle universit di
Siena, Perugia e Napoli. La sua produzione poetica costituita da 20
canzoni, 4 ballate, 134 sonetti in sintonia con la lezione di Dante e in
parte con quella di Cavalcanti, che si caratterizzano per per la
predilezione verso i toni malinconici e verso il tema della lontananza e
della memoria, che verosimilmente giustificano lapprezzamento
mostratogli da Petrarca.
Fiducioso anchegli nel disegno di restaurazione imperiale di Arrigo
VII, Cino per legato a Dante da una profonda amicizia, attestata
dalla canzone Avegna ched el maggia pi per tempo, scritta per
confortare lamico della morte di Beatrice, e da una fitta serie di
componimenti di corrispondenza, tra cui bisogner almeno segnalare
il sonetto del pistoiese Dante, quando per caso sabbandona, cui
lAlighieri replic con una breve epistola latina (la III) che

accompagnava il sonetto Io sono stato con Amore insieme, in cui si


ribadisce lineluttabilit della passione amorosa. La solidariet poetica
tra i due autori poi confermata dalla posizione di assoluto prestigio
di cui Cino gode nel De vulgari eloquentia: infatti considerato il
massimo esponente italiano della poesia della venuse il solo, insieme
con Dante, del quale si afferma che hanno poetato in volgare pi
dolcemente e profondamente (De vulg. Eloq., I 10 2)[1].
Lassenza di riferimenti espliciti al pistoiese nella Commedia,
apparentemente sorprendente, dovr essere invece ricondotta al
superamento attuato nel poema della tradizionale lirica damore,
genere in cui Cino aveva eccelso. Questo dato per non imped a Cino
di scrivere in occasione della morte di Dante la canzone Su per la
costa, Amor, de lalto monte, partecipe commemorazione dellarte e
dellumanit dellantico amico.
[1] dulcius subtiliusque poetati vulgariter sunt.
Cecco Angiolieri
Vissuto tra il XIII ed il XIV secolo, senese, Cecco Angiolieri fu il pi
noto rappresentante della tradizione comico-realistica della lirica
due e primotrecentesca. La sua poesia si distingue per il tono
dissacratorio e sferzante, con il quale egli, attraverso un raffinato
gioco linguistico, spesso popolaresco e colloquiale, opera un continuo
rovesciamento parodico dei moduli e dei contenuti propri
dello stilnovismo. Cos, al centro di molti dei suoi sonetti non vi
lamore per una donna angelicata, bens quello per una creatura
deforme e spregiudicata, di nome Becchina. Se impossibile
affermare con sicurezza che Dante lo abbia incontrato durante
la battaglia di Campaldino (1289), cui anche Cecco prese parte,
lesistenza di rapporti personali tra i due per documentata da tre
sonetti angioliereschi indirizzati a Dante: Lassar vo lo trovare di
Becchina; Dante Allaghier, Cecco, l tu servo e amico; Dante
Allaghier, si so bon begolardo. In particolare nel secondo il senese
evidenzia una presunta contraddizione nelle terzine del sonetto
dantesco Oltre la spera che pi larga gira. Ed ipotesi probabile che
lanalitica spiegazione di questo testo fornita nella prosa della Vita
Nuova (XLI 7) abbia un intento apologetico nei confronti dellaccusa
di Cecco. Il terzo sonetto del senese, databile forse al 1303, contiene
una insistita serie di triviali accuse rivolte a Dante; dalla costruzione
sintattica, fondata sulla replicazione del costrutto sioe tu, pare che
Cecco replichi a un analogo testo dellAlighieri, purtroppo perduto.
Alle offese di Cecco rispose per, in difesa di Dante, il pistoiese ser
Guelfo Taviani con il sonetto Cecco Angelier, tu mi pari un musardo,

in cui si rimprovera linsolenza del senese che ha osato offendere un


saggio, come Dante, esperto anche di filosofia. La dimidiata
corrispondenza (Contini) con Cecco si configura dunque, insieme alla
tenzone con Forese Donati e al Fiore, come una ulteriore rilevante
testimonianza dello sperimentalismo stilistico dantesco.
Lucano
Lucano, autore della Pharsalia, dopo Virgilio, il grande modello
epico di Dante, ricordato gi nella Vita nuova, riconosciuto come
modello poetico in De vulgari, II 6 7, citato come grande poeta
in Conv.,
IV
28
13
e,
infine,
ampiamente
compulsato
nella Commedia, dove compare come personaggio collocato
nel Limbo, insieme con Omero, Orazio, Ovidio e Virgilio. La
cospicua serie di riscontri rintracciabili attraverso le 3 cantiche
documenta una conoscenza integrale della Pharsalia, letta per da
Dante attraverso il filtro di commenti ed accessus di ampia diffusione,
il ricorso ai quali spesso consente di lumeggiare meglio i rapporti tra
Dante e il poeta latino. Gli spunti lucanei nella Commedia sono spesso
funzionali allaccentuazione crudamente drammatica ed emergono,
infatti, con maggiore frequenza nei luoghi segnati da presenze
inquietanti, come la maga Eritone (Phar., VI 507 sgg. e Inf., IX 2324), lindovino Arunte (Phar., I 584 sgg. e Inf., XX 46-51), il gigante
Anteo (Phar., IV 589 sgg. e Inf., XXXI 100 sgg.). Modellati su alcuni
celebri passi della Pharsalia sono anche i canti XXIV-XXV dellInferno,
con la riproposizione dei mostruosi serpenti libici gi citati da Lucano
e con le orribili metamorfosi dei ladri, esplicitamente ricondotte alle
patologiche alterazioni fisiche di Sabello e Nasidio morsi dai serpenti,
secondo il racconto del IX libro della Pharsalia. Qui per limitazione si
fa emulazione: Dante riconoscer infatti di aver superato Lucano e
Ovidio (Inf., 94-102) e non solo sul piano poetico, ma anche per la
natura della metamorfosi, non pi straordinario evento naturale,
come in Lucano, o mitologica finzione, come in Ovidio, ma miracolo di
Dio, autentica transformatio supernaturalis.
Derivata da Lucano anche la figura di Catone, custode
del Purgatorio bench suicida, sulla scorta forse non solo
della Pharsalia, ma anche della relativa tradizione glossografica
medievale, in cui Catone considerato ipostasi delle virt cardinali ed
equiparato alla divinit.
Tommaso dAquino
Bench le indagini degli ultimi decenni sul pensiero di Dante abbiano
contribuito a rettificare limmagine del tomista ortodosso, suggerendo

persuasivamente
la
necessit
di
considerare
le
suggestioni albertine, averroiste, agostinianedelleclettico
o,
meglio, complesso sistema ideologico dantesco, resta tuttavia
acquisito che nella formazione intellettuale di Dante sia stato decisivo
il ruolo giocato da Tommaso, verso cui il poeta manifest sempre
grande ammirazione sia per le competenze teologiche, sia per lazione
pastorale, come dimostra la centralit riconosciuta a Tommaso nel
cielo
del
Sole
in Paradiso.
La
conoscenza
di
Dante
del corpus aristotelico fu infatti mediata prevalentemente dai
commenti tomistici, frequentemente citati, esplicitamente e non,
nel Convivio, ma delle opere di Tommaso il poeta fiorentino
apprezz, accanto ai contenuti, anche il rigore e la chiarezza
argomentativi, la finezza intellettuale e la precisione concettuale, il
discreto latino, ossia lesposizione piana e precisa, di Par., XIII
144. Del resto, soprattutto quando si consideri che Dante non fu un
filosofo di professione e che dunque alcune sottili distinzioni tra
modelli speculativi differenti, enfatizzate dagli studiosi moderni,
dovettero apparirgli irrilevanti, non si potr non riconoscere che il
pensiero di Dante si accorda con quello dellaristotelismo cristiano di
Tommaso su molte questioni fondamentali. Basti qui segnalare
almeno la convergenza nel respingere lipotesi averroista
dellintelletto unico, salvaguardando cos lunicit dellanima
individuale; e soprattutto la subordinazione, riconosciuta da entrambi
contro il volontarismo della tradizione mistico-francescana, della
volont allintelletto, con linevitabile corollario che per il Dante
di Par., XXVIII 110-11 lessenza della beatitudine si fonda ne latto
che vede, / non in quel chama che poscia seconda, esattamente
come per il Tommaso di Summa Theologica, I II 3 4: lessenza della
beatitudine consiste in un atto dellintelletto [] infatti non si ama se
prima non si conosce[1]
[1] essentia beatitudinis in actu intellectus consistit . non enim
diligitur nisi cognitum.

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