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La tarda antichit

tra fonti scritte e archeologiche


acuradi
Pa ol a Ga l e t t i
I Quaderni del Dipartimento di Paleografia e Medievistica intendono valorizzare
e rendere pubblica lattivit di ricerca in progress che quotidianamente si svolge
al suo interno, mettendo in risalto le sue molteplici connessioni con lattivit
didattica: due facce di una medesima realt, che si sollecitano e potenziano
a vicenda. I Quaderni si suddividono in tre sezioni, ciascuna delle quali
rappresenta un momento significativo della vita scientifica e della pratica di
insegnamento di un numeroso gruppo di colleghi, fermamente convinti dei
vantaggi e degli stimoli legati alla consuetudine di lavorare insieme.
convegni
Atti degli incontri scientifici organizzati dal Dipartimento.
dottorato
Materiali presentati dai docenti ai seminari del Dottorato di ricerca
in Storia medievale. Primi risultati del lavoro dei dottorandi.
ricerche e strumenti
Risultati del lavoro di ricerca svolto in Dipartimento. Strumenti di lavoro
per una didattica attiva.
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12,00
ISBN 978-88-491-3240-3
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La tarda antichit
tra fonti scritte e archeologiche
a cura di
Pa ol a Ga l e t t i
contributi di
Pa ol a Ga l e t t i
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Al e x a ndr a Cha v a r r a Ar na u
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2010
Copyright by Dipartimento di Paleografia e Medievistica dellUniversit di Bologna
e Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
Tarda (La) antichit tra fonti scritte e archeologiche / a cura di Paola Galetti, contributi di Paola Ga-
letti, Domenico Vera, Alexandra Chavarra Arnau, Giuliano Volpe, Valerio Lieto Neri Bologna :
CLUEB, 2010
105 p. ; ill. ; 21 cm
(Quaderni del Dipartimento di Paleografia e Medievistica, dottorato ; 7)
ISBN 978-88-491-3240-3
CLUEB
Cooperativa Libraria Universitaria Editrice Bologna
40126 Bologna - Via Marsala 31
Tel. 051 220736 - Fax 051 237758
www.clueb.com
Finito di stampare nel mese di settembre 2010
da Studio Rabbi - Bologna
Progetto grafico copertina: Tunabites, Bologna
Tutti i diritti sono riservati. Questo volume protetto da copyright.
Nessuna parte di questo libro pu essere riprodotta in ogni forma e con
ogni mezzo, inclusa la fotocopia e la copia su supporti magne-
tico-ottici senza il consenso scritto dei detentori dei diritti.
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SOMMARIO
PAOLA GALETTI
Osservazioni sul Tardoantico ........................................................... 7
DOMENICO VERA
Schiavi della terra nellItalia tardo antica ...................................... 15
ALEXANDRA CHAVARRA ARNAU
Alcune osservazioni sulle chiese rurali di epoca tardo antica: documen-
tazione testuale e fonti archeologiche ................................................. 35
GIULIANO VOLPE
Aristocratici, imperatori e vescovi nelle citt e nelle campagne dellApulia
tardo antica .................................................................................... 55
VALERIO LIETO NERI
La percezione del corpo barbarico nellOccidente tardo antico (IV-VI
secolo) ........................................................................................ 81
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ARISTOCRATICI, IMPERATORI E VESCOVI
NELLE CITT E NELLE CAMPAGNE
DELLAPULIA TARDO ANTICA
GIULIANO VOLPE
1. Fino ad alcuni decenni fa affrontare il tema dellorganizzazione dei pae-
saggi urbani e rurali e delle condizioni economiche e sociali di una regione
dellItalia meridionale durante la Tarda Antichit richiedeva necessaria-
mente il confronto con la pesante eredit di due stereotipi storiografici, tra
loro spesso intrecciati. Da un lato, luso ossessivo della categoria di ritardo
e di sottosviluppo nella storia del Mezzogiorno propria del dibattito sulla
questione meridionale; dallaltro, la concezione del Tardoantico come ar-
chetipo di ogni decadenza (Arnaldo Momigliano). Negli ultimi anni si
andata affermando una posizione molto pi positiva di questo periodo sto-
rico, accanto ad un sensibile incremento degli studi e a quel fenomeno
espansivo che, efficacemente e anche polemicamente, Andrea Giardina ha
paragonato ad una vera e propria esplosione, caratterizzata in particolare
da una forte sottolineatura degli aspetti culturali, ideologici e religiosi e,
spesso, da una esagerata vocazione continuista. Un processo questo che ha
trovato terreno fecondo nelle archeologie post-processuali pi attente ai fe-
nomeni culturali che a quelli strutturali.
Per evitare tali rischi, oltre allinvito formulato da Giardina a non sot-
tovalutare la rilevanza dei grandi eventi periodizzanti e degli aspetti mor-
fologici di quei secoli che comunemente facciamo coincidere con let tar-
doantica, ritengo che si debba tornare, con approcci innovativi, ad unana-
lisi delle strutture economiche e sociali, in particolare valorizzando le pro-
cedure dellarcheologia globale dei paesaggi e lapproccio microstorico nel-
lanalisi di specifici comprensori geografici, regioni e subregioni, tentando
di ricostruire la storia totale di un territorio. Solo con analisi di questo ti-
po sar possibile superare vecchi e consolidati stereotipi, evitando il dupli-
ce rischio delle pericolose generalizzazioni e dei mille particolarismi.
questa la strada che anche altri archeologi della Tarda Antichit e del
Medioevo propongono di percorrere, come Gian Pietro Brogiolo con quel-
la che propone di definire archeologia della complessit, e che personal-
mente, riprendendo formule proposte da Tiziano Mannoni e Daniele Ma-
nacorda, preferisco chiamare archeologia globale dei paesaggi, intesa come
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globalit dellapproccio, delle fonti utilizzate e delle discipline coinvolte nel-
lanalisi di uno spazio geografico ben definito.
Per quel che riguarda lo spazio, necessario essere consapevoli che, sot-
to il profilo metodologico, la definizione di un taglio spaziale consiste in
unoperazione squisitamente interpretativa, capace anche di predetermina-
re i risultati di una ricerca, al pari della periodizzazione. In relazione al Mez-
zogiorno dItalia in et tardoantica, bisogna pertanto chiedersi, con Andrea
Giardina, se esso vada inteso come categoria in senso debole o in senso
forte. Nonostante, infatti, la formula delle due Italie sia quella che a pri-
ma vista, sembrerebbe pi di ogni altra giustificare luso in senso forte del
concetto di Meridione tardoantico (A. Giardina), la realt storica appare
assai pi complessa, per cui pi che a due Italie dovremmo pensare a mol-
te Italie. Sarebbe un grave errore, infatti, considerare i territori meridiona-
li dellItalia tardoantica come un qualcosa di unitario e indeterminato, un
insieme amorfo, un grande tutto privo di articolazioni significative. so-
lo in questa dialettica tra la valorizzazione delle differenze spaziali e delle
scansioni temporali e la ricerca di caratteri generali che sar possibile pro-
porre unimmagine meno stereotipata dellItalia meridionale.
Con questa schematica premessa metodologica, ho voluto richiamare il
metodo di lavoro di ricerca che da oltre un decennio stiamo cercando di
adottare nella Puglia centro-settentrionale (fig. 1), con un approccio che
prevede uno stretto inserimento dellanalisi degli edifici di culto urbani e ru-
rali nel quadro delle trasformazioni generali della regione in relazione al-
lorganizzazione insediativa, istituzionale, sociale ed economica, in modo da
leggere il processo di cristianizzazione nella sua globalit e soprattutto con
visione dinamica, dialettica e fortemente diacronica.
2. In particolare a Francesco Grelle si deve il merito di aver affrontato, soprat-
tutto nel caso dellApulia et Calabria e del capoluogo provinciale Canusium, il
tema della profonda trasformazione istituzionale (ma anche insediativa e socio-
economica) verificatasi per effetto di quel vero e proprio terremoto ammini-
strativo avviato dalle riforme dioclezianee-costantiniane, che assumono i ca-
ratteri di una vera e propria svolta periodizzante. In varie occasioni ho avuto
modo di sottolineare come le vicende di questo comparto territoriale
rappresentino un caso emblematico della forza morfogenetica delle strutture
istituzionali sugli assetti economici, sociali ed insediativi. Le trasformazioni
dellordinamento istituzionale favorirono, infatti, la creazione di una nuova ar-
ticolazione nella tipologia degli insediamenti, promuovendo in particolare un
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fenomeno di accentuata gerarchizzazione dei centri urbani. Altri esiti di que-
sto processo furono la specializzazione funzionale dei vari abitati, un significa-
tivo rimodellamento dei rapporti fra citt e campagna, un condizionamento
delle attivit economiche da parte dellamministrazione imperiale e di quella ec-
clesiastica, anche se, come ha dimostrato Domenico Vera, ampi spazi erano di-
sponibili per liniziativa imprenditoriale delle aristocrazie senatorie e locali.
Giorgio Otranto, oltre a sottolineare la scarsit di fonti affidabili relative
ai primi secoli e a liberare il campo da una serie di ricostruzioni pi o meno
fantasiose relative a queste fasi iniziali, ha disegnato un processo di
costruzione delle comunit cristiane da forme embrionali, difficilmente
definibili nei loro contorni, a forme strutturate delle diocesi, consolidatesi
non prima della fine del IV-inizi del V secolo.
In questo quadro, solo la documentazione archeologica ed epigrafica
pu apportare novit significative, grazie ad uno sviluppo delle ricerche che
ha conosciuto negli ultimi anni un ritmo incalzante, facendo della Puglia
(mi sembra di poterlo dire, sia pur sommessamente) una delle aree pi
vivaci nel campo degli studi tardoantichistici.
3. Illuminante il caso del capoluogo provinciale Canosa, che consente di va-
lutare la relazione tra due fenomeni sviluppatisi in parte parallelamente: il pro-
cesso di profonda trasformazione istituzionale (ma anche insediativa e socio-
economica) rappresentato dalla provincializzazione, con la conseguente attri-
buzione delle funzioni di governo a correctores e consulares e linevitabile for-
mazione di una gerarchia urbana che poneva al suo vertice la citt capoluogo
provinciale; la comparsa e laffermazione della figura vescovile nelle citt e nel-
le campagne. Il vescovo rappresent sempre pi, infatti, uno degli interlocu-
tori privilegiati del governatore, accrescendo progressivamente gli spazi del
proprio potere rispetto ai rappresentanti dellamministrazione cittadina ed
imperiale, fino ad ereditarne col tempo molte delle funzioni.
Nonostante la persistenza formale delle curie cittadine, pur senza assu-
mere effettive funzioni pubbliche, in particolare dopo listituzione dellepi-
scopalis audientia e, in maniera pi accentuata dal V secolo in poi, il capo del-
la comunit cristiana locale venne assumendo il carico dellamministrazione
cittadina. Il dibattito si incentrato, ancora una volta quasi ossessivamente,
sugli aspetti di continuit-discontinuit. Sotto il profilo istituzionale, come ha
sottolineato recentemente F. Grelle a proposito delle citt meridionali, si pu
riconoscere una continuit fra lordinamento cittadino di tipo romano e lor-
dinamento cittadino perpetuato dal vescovo come continuit della fonte
Aristocratici, imperatori e vescovi nella citt e nelle campagne 57
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del potere, anche se, come ha fatto osservare A. Giardina, la sostituzione dei
vescovi ai magistrati appare come la dissoluzione dei caratteri fondamentali
della citt antica: basti pensare allaffievolirsi del populus come categoria civi-
ca e allaffermarsi dei pauperes intesi come categoria morale.
4. Non sono, al contrario, rari i casi di sostanziale scarto tra il carattere isti-
tuzionale (con la persistenza di una dimensione cittadina garantita dal ve-
scovo) e laspetto fisico di un insediamento urbano. Esemplare, a tale pro-
posito, il caso di Herdonia (fig. 2). Non necessario che mi dilunghi, ma
opportuno sottolineare come i nostri recenti scavi abbiano consentito di ri-
vedere lintero quadro urbano, dimostrando come labbandono dellarea fo-
rense o meglio il riuso in maniera impropria di edifici come la basilica, or-
mai priva di reale importanza nel quadro del nuovo assetto politico-ammi-
nistrativo, siano da leggere nel contesto di una generale e pi razionale rior-
ganizzazione complessiva delle funzioni dei vari centri urbani della provincia,
che relegava Herdonia a centro minore con uno spiccato carattere agricolo e
commerciale, grazie anche alla funzione di mercato lungo la via Traiana. In
tal modo emerso come a Herdonia si sia realizzata meno precocemente quel-
la perdita di fisionomia urbana, che i dati forniti dagli scavi condotti da J.
Mertens nella zona del foro avevano fatto a lungo ipotizzare, sottolineando,
sotto il profilo metodologico, la necessit di evitare la ricostruzione del qua-
dro generale urbano di et tardoantica partendo dallesame di un solo quar-
tiere, sia pur centrale, come il foro. I nostri scavi delle terme, costruite nel II,
ristrutturate nel IV e ancora in piena attivit nel secolo successivo, e del vi-
cino quartiere artigianale-commerciale, hanno dimostrato come questa por-
zione di citt conobbe solo a partire dal VI secolo un progressivo abbando-
no, fino ad essere occupata da stalle, immondezzai, capanne e sepolture in et
altomedievale. Non stata ancora individuata la chiesa paleocristiana, che
certamente avr svolto una funzione catalizzatrice, ma certo che Herdonia
sia stata sede di un vescovo almeno dalla fine del V secolo. In questo caso, pa-
re potersi riscontrare una situazione nota in molte altre citt: la presenza re-
ligiosa garant la persistenza a livello qualitativo o funzionale della citt, ma
non sempre la continuit quantitativa e infrastrutturale.
Il processo di progressiva destrutturazione e ruralizzazione di Herdonia,
comune a molte altre realt urbane meridionali, da inquadrare in un ge-
nerale processo livellatore tra citt e campagna, una sorta di conguaglio
(secondo una felice formula di S. Mazzarino): alla ruralizzazione dellhabi-
tat urbano fece, infatti, da contrappunto una urbanizzazione dellhabitat
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rurale, come nel caso di San Giusto, tanto da poter attribuire a questi casi
il suggestivo ossimoro, coniato da Cassiodoro in relazione a Squillace, di ci-
vitas ruralis e di villa urbana (Cassiod. Var. 12.15.5).
5. Totalmente diversa e, per molti versi, complementare la situazione di
Canosa. Si tratta di unesplicita dimostrazione dello stretto intreccio tra
processi di destrutturazione, ristrutturazione e trasformazione urbana e ru-
rale verificatisi in questi secoli nellambito dello stesso territorio. Canusium,
infatti, non solo conserv stabilmente una solida fisionomia urbana ma ac-
centu anche la posizione di preminenza, grazie alla sua funzione politica
e amministrativa di capoluogo provinciale e al sempre pi rilevante ruolo
della chiesa e dei vescovi, in particolare, nel VI secolo, per iniziativa del po-
tente episcopus Sabino, attivissimo diplomatico e instancabile promotore di
monumentali interventi edilizi.
La fase presabiniana assai poco nota. Il primo vescovo documentato con
certezza, alla met del IVsecolo, Stercoreus ab Apulia, de Canusio, unico pre-
sule pugliese convocato al concilio di Sardica del 343-344. Una presenza che
documenta la crescita nella citt di una vivace e consistente comunit cristia-
na, tale da esprimere un delegato ad un concilio cos importante in Oriente.
Sulla base delle preziose quanto problematiche informazioni fornite dal-
loperetta agiografica degli inizi del IX secolo, lHistoria vitae inventionis
translationis s. Sabini episcopi, si a lungo ritenuto che la prima cattedrale
di Canosa fosse da identificare con la chiesa di San Pietro. Nella lunga lista
di costruzioni attribuite al venerabilis vir restaurator ecclesiarum (Vita, 2.6.),
comprendente la basilica dei SS. Cosma e Damiano, il Battistero di San
Giovanni, posto juxta ecclesiam beatissimae et semper Virginis Dei Genitricis
Mariae e infine la chiesa dedicata al Salvatore, che sarebbe stata edificata da-
vanti al Battistero, lanonimo autore della Vita omette proprio San Pietro:
per questo motivo essa era stata identificata con la cattedrale presabiniana,
secondo alcuni risalente proprio allet di Stercoreus, poich si riteneva im-
probabile lassenza di una chiesa episcopale in una citt che ospitava una co-
spicua comunit cristiana. Nella chiesa di San Pietro, sempre secondo la
Vita, fu sepolto Sabino. I nostri recenti scavi hanno, per, consentito di ac-
quisire due dati sicuri: a) lattribuzione dellintero progetto originario del
complesso ecclesiastico di San Pietro al vescovo Sabino; b) lassenza nella
stessa area di edifici sacri pi antichi.
Questo dato pone il problema metodologico pi generale del confron-
to e del dialogo tra i dati archeologici e quelli letterari, e specificamente
Aristocratici, imperatori e vescovi nella citt e nelle campagne 59
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agiografici, e dellesigenza di analizzare separatamente i diversi sistemi di
fonti, ciascuno secondo i propri strumenti dindagine, evitando pericolose
commistioni che rischiano di produrre veri e propri corto-circuiti. Infatti,
la documentazione archeologica ha confermato in alcuni casi il dato lette-
rario, come ad esempio nel caso del monumentale battistero di San Gio-
vanni e, in maniera pi problematica, in quello della basilica dei SS. Cosma
e Damiano, pi tardi dedicata a San Leucio, ma in altri ha offerto un qua-
dro ben diverso. Ad esempio gli scavi recenti nellarea antistante il battiste-
ro di San Giovanni hanno potuto accertare la presenza di un atrio portica-
to coevo e molto simile, per forma e apparato decorativo, a quello di San
Pietro, entrambi evidentemente voluti da Sabino. Nello spazio centrale sco-
perto, solo in un secondo momento, tra VII e VIII secolo, fu realizzata una
chiesa a tre navate che venne a porsi in asse con il battistero: se in essa an-
dasse riconosciuto, come si ipotizzato, il templum dedicato al Salvatore
che la Vita indica ante ecclesiam praedicti Praecursoris risulterebbe allora evi-
dente come lautore delloperetta altomedievale abbia voluto inserire nella
fitta lista dellintensa opera edilizia sabiniana anche un intervento che lin-
dagine archeologica attribuisce ad un momento successivo.
La Vita, in due occasioni almeno, pare attribuire alla chiesa di San Pie-
tro, sia pur in maniera non incontrovertibile, la funzione di chiesa episco-
pale (Vita 5.15). Nel primo caso, a proposito dellarrivo dellispanico Gre-
gorio nella chiesa di San Pietro a Canosa risulta problematico il significato
della parola episcopatus, che potrebbe essere riferita, a mio parere, al terri-
torio episcopale, alla diocesi, piuttosto che alla chiesa episcopale; anche nel
secondo caso, a ben vedere, il riferimento alla consuetudine del vescovo di
celebrare nella chiesa di San Pietro non sembra giustificare necessariamen-
te lidentificazione delledificio di culto con la cattedrale.
Come si gi detto, la Vita stessa contiene unaltra indicazione prezio-
sa quando riferisce che il Battistero di San Giovanni fu costruito da Sabino
juxta ecclesiam beatissimae et semper Virginis Dei Genitricis Mariae, dunque
nei pressi della chiesa di Santa Maria, evidentemente preesistente. Sulla ba-
se di questa suggestione e in particolare grazie ad una pi attenta analisi
delle strutture archeologiche portate alla luce dagli scavi effettuati nellarea
antistante il battistero, abbiamo ipotizzato la presenza della chiesa di San-
ta Maria nellarea posta immediatamente a sud del battistero e dellatrio
antistante (figg. 3-4). Una campagna di scavi condotta nel 2006 ha potu-
to verificare leffettiva presenza di una chiesa, identificabile con la chiesa
cattedrale, dedicata come in molti altri casi nello stesso territorio (Siponto,
Trani, Bari, Taranto) alla Vergine. La ridotta porzione indagata relativa a
60 Giuliano Volpe
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parte del nartece, della navata centrale e della navata meridionale di una
chiesa trinave orientata a ovest, di cui sono documentate almeno due fasi.
I dati finora acquisiti non consentono purtroppo di collocare pi precisa-
mente, tra IV e V secolo, la prima fase, che per risale sicuramente ad et
presabiniana. Alliniziativa del potente vescovo del VI secolo invece da at-
tribuire una notevole opera di ristrutturazione e abbellimento, con la ste-
sura di un nuovo pavimento musivo e la creazione di un collegamento tra
ledificio sacro e latrio porticato antistante il battistero, mediante un cor-
ridoio che costituiva una prosecuzione del nartece e una scalinata che con-
sentiva di superare un dislivello di circa un metro tra il piano della chiesta
di S. Maria e quello del nuovo monumentale battistero.
Contemporaneamente alla risistemazione e monumentalizzazione del-
lantico complesso episcopale, Sabino diede vita ad un pi ampio e artico-
lato disegno di riorganizzazione della citt, che ne modificava definitiva-
mente la struttura e limmagine. In unarea posta, forse, immediatamente
extra moenia, in precedenza utilizzata per attivit artigianali e attraversata
dallacquedotto costruito da Erode Attico, gli scavi condotti negli scorsi an-
ni hanno potuto accertare lesistenza di un ampio complesso sacro, costi-
tuito da una grande chiesa a tre navate preceduta da un atrio e affiancata da
strutture residenziali e funerarie, edificato con certezza da Sabino, come di-
mostra tra laltro lampio impiego dei mattoni bollati con il suo mono-
gramma, presenti anche in altre architetture sicuramente sabiniane. Come
si gi anticipato, i risultati degli scavi hanno portato a identificare San
Pietro non con la chiesa episcopale ma con un grande complesso cimiteriale,
nel quale Sabino volle realizzare la propria sepoltura, divenuta poi oggetto
di culto e meta di pellegrinaggio (fig. 5-6).
Tra le strutture funerarie rinvenute nel corso degli scavi si segnala un pic-
colo lussuoso mausoleo, sicuramente realizzato nel quadro della prima fase co-
struttiva dellintero complesso: riteniamo ora, a scavo concluso, che questa se-
poltura privilegiata possa essere identificata con il sepulchrum dello stesso ve-
scovo Sabino, che la Vita colloca nei pressi della chiesa di San Pietro (Vita
5.15, 6.19). Peraltro, noto che, come ha ben dimostrato J.-Ch. Picard in re-
lazione alle citt nord-italiche, solo dal VII secolo si and affermando la con-
suetudine di scegliere la chiesa cattedrale per il sepolcro episcopale, mentre in
precedenza prevaleva luso di seppellire i vescovi nelle basiliche martiriali.
Emblematica appare la scelta di dotare sia larea del complesso episco-
pale di Santa Maria-San Giovanni sia il complesso di San Pietro di atri por-
ticati, assai simili tra loro. Latrio sembra, cos, assumere una funzione pe-
culiare nellarchitettura sabiniana, come, al tempo stesso, accadeva nellar-
Aristocratici, imperatori e vescovi nella citt e nelle campagne 61
04Volpe.qxp:Layout 1 10-09-2010 15:55 Pagina 61
chitettura del potere tardoantica. Elemento di lusso e di prestigio, latrio
costituiva la cerniera con labitato e il collegamento con la viabilit princi-
pale, oltre che il raccordo tra i vari elementi costitutivi dei complessi eccle-
siastici, rappresentando al tempo stesso anche uno spazio di socializzazio-
ne per le numerose funzioni che vi si esplicavano (dallistruzione della ca-
techesi allarruolamento dei neofiti, dallassemblea dei fedeli allepiscopalis
audientia, dalla promessa degli sposi alla colletta, alle distribuzioni ai poveri
e alle altre attivit caritatevoli, dallospitalit ai pellegrini e ai viaggiatori al-
lordinazione dei chierici e allelezione dei vescovi, ecc.).
Linsieme di queste acquisizioni ha una portata notevole anche sul piano
dellanalisi topografica: possibile, infatti, cogliere chiaramente lampio e
lucido progetto sabiniano, sviluppato mediante la realizzazione a sud della
citt del nucleo di San Pietro, la contestuale sistemazione, nel settore set-
tentrionale, del battistero di San Giovanni, accanto alla cattedrale di Santa
Maria, e, infine, la costruzione nellimmediato suburbio sudorientale del
complesso martiriale dei SS. Cosma e Damiano. Si tratta di tasselli di un di-
segno complessivo, con il quale il vescovo canosino riorganizzava totalmen-
te lo spazio urbano e suburbano, ora definitivamente connotato in senso cri-
stiano. La creazione di nuovi poli di attrazione, diversi e alternativi a quelli
tradizionali del foro e dellarea sacra di Giove Toro e la formazione di interi
quartieri, con la sistemazione di una sorta di cinta difensiva sacra intorno al-
la citt, dava vita ad una nuova topografia urbana e suburbana. Lazione del
vescovo, inoltre, si esplicava integrando tutte le componenti di questa nuo-
va organizzazione topografica, liturgica e civile, fondata in particolare sui
due poli di San Giovanni-Santa Maria e di San Pietro, tra loro strettamente
complementari sotto il profilo religioso e funzionale. Liniziativa non si li-
mit, peraltro, solo a Canosa, ma riguard lintero spazio diocesano, come
dimostrano gli interventi edilizi condotti a Canne e a Barletta.
6. Un carattere peculiare delle campagne dellApulia tardoantica messo in
evidenza dalle ricerche recenti relativo allorganizzazione vicana, ben do-
cumentata dalle fonti geografiche e da quelle epigrafiche ed archeologiche.
Non un caso che una costituzione imperiale conservata nella Tavola di
Trinitapoli prevedesse che il governatore dovesse percorrere lintero territo-
rio di sua pertinenza per pagos et vias, in modo da controllare personalmente
la regolarit del prelievo fiscale ed evitare gli abusi dei funzionari a danno
dei contribuenti. Tra i numerosi vici-stationes documentati dalla Tabula Peu-
tingeriana (Tab. Peut. 6.3-4), sono significativi i casi gi di Bardulos (Bar-
62 Giuliano Volpe
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letta) e Turenum (Trani), porti del territorio canosino. Emerge con forza
dalla documentazione lenorme sviluppo degli insediamenti portuali della
fascia costiera adriatica: un fenomeno che credo vada messo in relazione
con lo sviluppo della commercializzazione del grano e delle derrate ali-
mentari prodotte nelle campagne apule, particolarmente preziose in parti-
colare a seguito del dirottamento del grano egiziano verso Costantinopoli
e pi tardi della perdita del controllo dellAfrica in mano ai Vandali.
7. Un ruolo fondamentale nella definizione del paesaggio rurale tardoantico
(soprattutto nel V-VI secolo) va attribuito alle chiese e ai cimiteri, spesso uni-
ca traccia di abitati minori, difficili da individuare nel corso delle ricognizioni
e raramente oggetto di scavi non limitati esclusivamente allindagine delledi-
ficio di culto. I tanti esempi noti, pur con i limiti di una conoscenza ancora am-
piamente lacunosa e nonostante le specificit dei singoli casi (chiese private,
chiese battesimali, chiese episcopali, monasteri, ecc.), propongono una serie di
considerazioni che possibile cos schematizzare: la diffusione delle chiese ru-
rali riguard in particolare il V e VI secolo, che costituirono il momento cen-
trale della cristianizzazione delle campagne; alcune chiese restarono in vita si-
curamente non oltre il VII secolo, mentre per altre documentata o ipotizza-
bile una prosecuzione nei secoli successivi; la geografia degli edifici di culto era
strettamente legata non solo alla viabilit ma anche alla geografia delle ville e
dei vici tardoantichi; non sempre, per, risulta chiaro se la chiesa si sia instal-
lata nei pressi di una villa ancora attiva, come a San Giusto, o in un edificio
ormai abbandonato e in disuso; in questi ultimi casi spesso sono i cimiteri ad
attestare forme di riuso delle strutture preesistenti; le chiese associavano alle at-
tivit religiose altre funzioni, in quanto centri di aggregazione, di commercio
e di scambio, di pagamento dei canoni e delle tasse, e di assistenza; nella co-
struzione e/o ristrutturazione degli edifici di culto si pu scorgere, in alcuni ca-
si, la volont del potere imperiale bizantino, a sostegno dellazione della Chie-
sa, per favorire un rilancio delle campagne allindomani del conflitto greco-
gotico, come pare riscontrarsi chiaramente nel caso di San Giusto.
8. una peculiarit del processo di cristianizzazione, in particolare nei terri-
tori centro-meridionali, la presenza di un certo numero di vici promossi a se-
de episcopale, secondo un processo frequente nella prassi, anche se fortemente
contrastato dai vertici della gerarchia ecclesiastica. Ben due casi riguardano la
Puglia settentrionale: Trani e San Giusto. I vescovi rurali, spesso erroneamente
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confusi con i corepiscopi, erano dotati di pieni poteri, partecipavano a con-
cili, ne sottoscrivevano gli atti, ricevevano missive papali ed incarichi per la so-
luzione di problemi riguardanti altre diocesi, ecc., pur essendo insediati in
abitati rurali. Il concetto di rurale , dunque, legato al tipo di insediamento
nel quale il vescovo esercitava le proprie funzioni, cio generalmente in ag-
glomerati secondari, o meglio in insediamenti non urbani, privi dunque
dello status di civitas. Allinterno di questa definizione possono trovare spazio
realt alquanto articolate, come vici, scali marittimi e stazioni di posta (man-
siones), insediamenti di tipo precario o stagionale legati ad esempio a nundi-
nae o sorti intorno a santuari, accampamenti militari, castra/castella.
Il fenomeno appare eccezionale nellItalia Annonaria, mentre risulta
molto pi esteso in area centro-meridionale. particolarmente significati-
va, in alcuni casi, levoluzione urbana del vicus. Esemplare di questo pro-
cesso il caso di Trani, un villaggio portuale del territorio di Canusium, do-
cumentato per la prima volta dalla Tabula Peutigeriana e assurto al rango di
diocesi tra V e VI secolo in seguito ad una gemmazione dalla diocesi cano-
sina, di cui faceva originariamente parte: Eutychius episcopus Tranensis sot-
toscrisse i concili romani del 501-2.
Se in alcuni casi il vicus conobbe una trasformazione urbana, la breve du-
rata, con il conseguente abbandono nel corso dellAltomedioevo, di altre dio-
cesi rurali dimostra, per, come liniziativa vescovile, pur costituendo un deci-
sivo fattore di sviluppo, non potesse essere sufficiente, in mancanza di altri fat-
tori (in particolare legati alla collocazione lungo grandi arterie viarie e in siti por-
tuali), a garantire sempre e comunque unevoluzione in senso urbano. La mag-
giore diffusione delle diocesi rurali nelle regioni centro-meridionali verosi-
milmente da spiegare sia con laffermazione in queste aree del sistema vicano,
sia con la particolare vitalit delleconomia agraria di tali territori durante let
tardoantica. Frequente risulta lassociazione tra le sedi episcopali sorte in cam-
pagna e la presenza di ampie propriet imperiali (M. De Fino), spesso trasferi-
te al patrimonio ecclesiastico e a volte organizzate nella forma della massa fun-
dorum (D. Vera). Tale associazione con la propriet imperiale sembra partico-
larmente significativa per spiegare la rilevanza di questo fenomeno, e pu non
solo giustificare il particolare successo delle diocesi rurali in Italia centro-meri-
dionale, dove le grandi tenute imperiali erano particolarmente diffuse, ma an-
che chiarire i motivi delleffimera durata della maggior parte di esse: la scom-
parsa potrebbe infatti essere messa in relazione con la progressiva destruttura-
zione dellamministrazione della propriet imperiale. Il fattore che era stato al-
lorigine della nascita di tutte o della maggior parte delle diocesi rurali, la pro-
priet imperiale, potrebbe, cio, aver rappresentato anche la causa della breve
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esistenza, che pare accomunare tutte le diocesi rurali finora note, forse travol-
te dalla crisi del sistema imperiale, con lesaurimento della funzione politico-
amministrativa, che questi centri avevano svolto rispetto al comprensorio.
Lesempio pi emblematico e meglio noto proprio quello del saltus
Carminianensis, unenorme propriet imperiale dellApulia. Allinterno di
questa tenuta fu istituita nel tardo V secolo una diocesi, il cui fulcro ho
proposto di riconoscere nel sito rurale di San Giusto e, in particolare, nel
monumentale complesso paleocristiano posto a poca distanza da una villa
(figg. 7-8). Le ricognizioni sistematiche condotte nella Valle del Celone
hanno potuto evidenziare un sensibile sviluppo insediativo e demografico
del territorio circostante San Giusto, popolato non solo da grandi e lus-
suose ville ma anche da piccole fattorie-case coloniche e da villaggi.
Il vicus di Montedoro, posto lungo la strada tra Aecae e Luceria, rappre-
senta lesempio pi significativo di villaggio rurale in questo territorio. Gra-
zie ad indagini geofisiche e aerofotografiche e alla ricognizione di superfi-
cie, si potuto identificare un abitato esteso per almeno 8 ettari, com-
prensivo di edifici di vario tipo, di unarea artigianale, di un cimitero e for-
se di un edificio di culto. Sulla base di alcuni dati epigrafici e topografici,
si propone ora di riconoscere nel vicus di Montedoro il Praetorium Laue-
rianum indicato dalla Tabula Peutingeriana, cio la stazione di posta collo-
cata tra Aecae e Luceria allinterno della propriet imperiale, la cui forma-
zione risale in questo territorio almeno al I d.C.
A questo dato, si aggiunge la recente scoperta, al momento solo grazie
ai dati aerofotografici e di superficie, di vari altri edifici di culto non lonta-
ni da San Giusto, uno in localit Santa Giusta (fig. 9), un altro in localit
Posticchio (fig. 10), ben tre nei pressi di Borgo Segezia (figg. 11-13), tutti
posti allinterno di villaggi tardoantichi. Questi edifici di culto dimostrano
la pervasivit del fenomeno della cristianizzazione allinterno dello stesso
comprensorio territoriale, evidentemente caratterizzato da una densit de-
mografica tale da richiedere la presenza di varie chiese. Nonostante la ne-
cessaria prudenza, si intravede la possibilit di individuare per la prima vol-
ta una sorta di articolazione diocesana rurale, con il monumentale com-
plesso di San Giusto con funzione di sede vescovile e alcune parrocchie po-
ste nei vicini villaggi, in un raggio di soli pochi chilometri (fig. 14).
9. Un altro elemento, riconoscibile sia in una realt urbana come Canosa
sia in una rurale come San Giusto, relativo alla figura del vescovo mana-
ger. Nella costruzione di numerosi edifici in citt e nel territorio il presu-
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le canosino cur anche la produzione diretta di materiali edili, tra cui i ben
noti mattoni recanti il suo monogramma (fig. 15), oltre a quelli con altri
tipi di decorazione. Sabino quindi, come avveniva anche in altri casi di pro-
duzioni laterizie vescovili, si presenta nella doppia veste di proprietario e
committente. Il monogramma vescovile, in tal modo, certificava la qualit
e la propriet del prodotto, ne definiva la destinazione, costituiva la dimo-
strazione del controllo diretto dellintero ciclo, dalla fabbricazione dei ma-
nufatti al loro impiego in edifici di carattere religioso.
Lattivit artigianale promossa da Sabino, come nel caso di molti altri ve-
scovi, oltre a materiali da costruzione, comprendeva molto probabilmente
anche le ceramiche, le lucerne, forse i vetri.
A San Giusto, un indizio in tal senso rappresentato dal mattone con il
monogramma di Iohannis, che ho proposto di attribuire ad un altrimenti
ignoto vescovo della diocesi Carmeianense, o in alternativa ad un altro per-
sonaggio di primo piano di nome Giovanni, forse il generale bizantino assai
attivo sul fronte adriatico (fig. 16). In questo stesso sito rurale, nellarea del-
la villa, a poche decine di metri dalla basilica doppia, tra la seconda met
del V e il VI secolo, si insedi un quartiere artigianale con una fornace per
la cottura di ceramiche comuni oltre a strutture per la produzione di ogget-
ti metallici e ad impianti per il lavaggio e il trattamento delle lane. Non sem-
bra che possa esserci dubbio nel considerare un insieme organico tutte que-
ste attivit artigianali, strettamente integrate con lo sfruttamento agricolo e
lallevamento ovino, oltre che con la probabile presenza sul posto di nundi-
nae: attivit, queste, gestite dalle strutture ecclesiastiche operanti nel saltus
Carminianensis e in particolare dal vescovo insediato nella diocesi rurale.
10. Se lo scavo di San Giusto e le ricognizioni nella Valle del Celone han-
no contribuito non poco a definire entit e organizzazione della propriet
imperiale e la portata della cristianizzazione delle campagne, il recente sca-
vo della villa di Faragola nella valle del Carapelle consente lapprofondi-
mento del tema della propriet aristocratica (figg. 17-20). In Apulia sono
numerose le attestazioni di grandi propriet terriere e di praetoria apparte-
nuti ad alcune tra le principali famiglie aristocratiche dellImpero, come i
Nicomachi, quasi sicuramente originari di Canosa, i Simmachi, gli Aradii, i
Valerii. Questo territorio, infatti, rappresent una delle ultime enclave del-
la grande propriet aristocratica, ancora in un momento in cui, tra V e VI
secolo, altrove in Italia il sistema si andava sgretolando.
Lampia sala da pranzo con il raro stibadium in muratura riccamente de-
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corato e dotato di una fontana e la ricercata decorazione in opus sectile mar-
moreo e vitreo, conferma la rilevanza dei riti del convivium e leleganza de-
gli spazi adibiti a queste pratiche. La recente scoperta dellampio e lussuo-
so settore termale dimostra come anche la cura del corpo e del benessere fos-
sero parte integrante della concezione della vita aristocratica, tanto nelle di-
more urbane quanto in quelle rurali, anche in territori lontani da Roma
ma centrali nella gestione patrimoniale.
Non disponiamo di elementi certi per poter proporre lidentificazio-
ne del proprietario o meglio della gens cui per molte generazioni appar-
tenne la villa, nonostante gli spiragli aperti da alcune iscrizioni. Lidenti-
ficazione del dominus non pu, per, che restare ipotetica, in mancanza
di documenti assolutamente certi (peraltro quasi mai disponibili). Sono,
al contrario, evidenti i caratteri del tipo sociologico del proprietario di
questa residenza rurale e il messaggio di cui essa portatrice, attraverso il
linguaggio dellorganizzazione architettonica, dellapparato decorativo e
della cultura materiale. Un ceto assai ristretto come quello aristocratico
tardoantico esprimeva unarchitettura fortemente omogenea. Si coglie co-
s il significato ideologico ed economico di una residenza rurale di una ric-
ca e colta famiglia aristocratica in un territorio, come lApulia, che co-
nobbe in et tardoantica una fase espansiva della sua economia agraria, at-
traendo gli investimenti di alcune tra le pi potenti e ricche gentes del-
lImpero, tanto da costituire un esempio emblematico del sistema agra-
rio tardoantico (D. Vera).
Come emerge dallepistolario di Simmaco, proprietario egli stesso di vil-
lae in Italia meridionale, i piaceri dellotium, della riflessione culturale e del-
lo studio, della caccia, della cura del corpo, del ricevimento di amici (ca-
tervas amicorum) e clienti, e quindi anche del banchetto, non erano di-
sgiunti dalla cura degli affari e della gestione delle ampie propriet terriere,
e non sono quindi necessariamente da leggere come una manifestazione di
fuga dagli impegni pubblici. Si spiega cos lattenzione personale dei pro-
prietari ai lavori di costruzione, alla ristrutturazione e allabbellimento con-
tinuo delle residenze rurali (il morbus fabricatoris, secondo lefficace dia-
gnosi di Simmaco), alla decorazione musiva e parietale, alla moltiplicazio-
ne dei vani e alla gerarchizzazione e specializzazione degli spazi destinati al-
le diverse attivit, ed in particolare la cura quasi maniacale riservata alle sa-
le da pranzo, che con le terme, i giardini, le biblioteche e le sale per il rice-
vimento, costituivano lelemento distintivo dellarchitettura rurale aulica,
come documenta anche la villa di Faragola.
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11. In conclusione, le recenti ricerche condotte in Puglia hanno potuto evi-
denziare vari aspetti peculiari degli assetti organizzativi del paesaggi urbani
e rurali tardo antichi, che possibile cos sintetizzare:
Le regioni meridionali, e tra queste lApulia, conobbero tra III e V se-
colo una situazione di relativa tranquillit, che costituiva una condi-
zione ideale per gli investimenti. Esiste infatti un forte nesso tra la con-
centrazione degli interessi fondiari della ricchissima aristocrazia tar-
doantica nelle regioni meridionali, lo spostamento del baricentro pro-
duttivo e delle forze economiche verso meridione e la condizione di
floridezza e di denso popolamento rurale. Nel IV e ancora nel V-VI se-
colo lApulia era parte integrante del triangolo mediterraneo, rappre-
sentato da Italia centro-meridionale, dalla Sicilia e dal Maghreb, che
costituiva il cuore della ricchezza gentilizia (D. Vera).
Nel pieno V secolo il secessus in villam appare ancora una pratica lar-
gamente attiva nelle regioni meridionali secondo i modelli tipici del-
lideologia aristocratica tardoantica.
Tra II-III e IV si realizz un processo di forte concentrazione della pro-
priet, anche se risulta ancora significativa la presenza di piccoli pro-
prietari, come documentano i vici e in particolare le piccole case co-
loniche fattorie che la pi recente ricerca va evidenziando.
Le condizioni favorevoli devono aver sollecitato gli investimenti e la
produttivit non solo dellaristocrazia romana, ma anche dei ceti pos-
sidenti locali, stimolati ad accumulare surplus da reinvestire in altre
attivit di tipo imprenditoriale.
Tra IV e V secolo d.C., dopo la riconversione agraria, lApulia, come
altre regioni dellItalia suburbicaria, svolse un ruolo da protagonista,
anche sotto limpulso delle esigenze annonarie. Prima il dirottamento
del grano egiziano verso Costantinopoli, poi loccupazione vandala
dellAfrica che consent alle province africane di emanciparsi dal ri-
fornimento annonario dovuto a Roma, non poterono non accrescere
limportanza delle regioni meridionali peninsulari, fonte preziosa, se
non indispensabile, di approvvigionamento del grano e di altre derra-
te alimentari di primaria importanza, come carne di maiale e vino.
Significativo fu il ruolo morfogenetico degli edifici di culto, e pi in
generale il processo di cristianizzazione, ed in particolare delliniziati-
va vescovile. In questo processo occup un posto di rilievo il com-
plesso episcopale. Nella progressiva cristianizzazione dello spazio ur-
bano, suburbano e rurale, come emerge visibilmente nei casi emble-
matici di Canosa e San Giusto, lazione vescovile fu sempre determi-
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nante e port alla creazione di una rete cristiana centrata su nuovi ba-
ricentri, divenuti nuovi elementi identitari delle citt e degli abitati ru-
rali In tal senso i vescovi pi che semplici eredi della tradizione classi-
ca cittadina si presentano come creatori di nuove morfologie dello spa-
zio urbano, suburbano e rurale.
Nota bibliografica
Il testo qui presentato riprende temi affrontati in maniera pi estesa in al-
tri miei lavori ai quali rinvio per gli approfondimenti necessari e per la bi-
bliografia specifica.
Sugli aspetti generali e sulla metodologia di indagine: G. VOLPE, Con-
tadini, pastori e mercanti nellApulia tardoantica, Bari 1996; ID., Paesaggi e
insediamenti rurali dellApulia tardoantica e altomedievale, in G. VOLPE, M.
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Tardoantico e Altomedioevo (Foggia 12-14 febbraio 2004), Atti del I STAIM,
Bari 2005, pp. 299-314; ID., Citt apule fra destrutturazione e trasforma-
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ne tra la tarda antichit e lalto medioevo, Atti del Convegno di Studi (Ra-
venna 26-28 febbraio 2004), Firenze 2006, pp. 559-587; ID., Per una ar-
cheologia globale dei paesaggi della Daunia. Tra archeologia, metodologia e po-
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giornate di studio (Foggia 2005), Bari 2008, pp. 447-462.
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Il complesso sabiniano di San Pietro a Canosa, in R.M. CARRA BONACASA, E.
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paesaggi urbani e rurali in Apulia: i casi di Canusium e San Giusto, in Ideo-
logia e cultura artistica tra Adriatico e Mediterraneo orientale (IV-X secolo): il
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vegno internazionale (Bologna-Ravenna 26-29 novembre 2007), c.s.
Sulle chiese e le diocesi rurali: G. VOLPE, Vescovi rurali e chiese nelle
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Sul ruolo vescovile: G. VOLPE, Il ruolo dei vescovi nei processi di trasfor-
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ARNAU (eds.), Archeologia e societ tra Tardo Antico e Alto Medioevo, Atti del
12 Seminario sul Tardo Antico e lAlto Medioevo (Padova 29 settembre-
1 ottobre 2005), Mantova 2007, pp. 85-106. ID., Sabino di Canosa, vesco-
vo e costruttore di chiese nel VI secolo, in G.P. BROGIOLO, A. CHAVARRA AR-
NAU (eds.), I Longobardi. Dalla caduta dellImpero allalba dellItalia, Mila-
no 2007, pp. 89-97; ID., Spectabilis vir restaurator ecclesiarum, in L. BER-
TOLDI LENOCI (ed.), Canosa, Ricerche storiche 2007 Atti del Convegno (Ca-
nosa 16-18.2.2007), Martina Franca 2008, pp. 23-52.
Sulla villa di Faragola: G. VOLPE, G. DE FELICE, M. TURCHIANO, Fa-
ragola (Ascoli Satriano). Una residenza aristocratica tardoantica e un villag-
gio altomedievale nella Valle del Carapelle: primi dati, in G. VOLPE, M. TUR-
CHIANO (eds.), Paesaggi e insediamenti rurali in Italia meridionale fra Tar-
doantico e Altomedioevo (Foggia 12-14 febbraio 2004), Atti del I STAIM,
Bari 2005, pp. 265-297; ID., La villa tardoantica di Faragola (Ascoli Satria-
no) in Apulia, in A. CHAVARRA, J. ARCE, G.P. BROGIOLO (eds.), Villas tar-
doantiguas en el Mediterrneo Occidental, Anejos de Archivo Espaol de Ar-
queologa, XXXIX, Madrid 2006, pp. 221-251; G. VOLPE, Stibadium e con-
vivium in una villa tardoantica (Faragola - Ascoli Satriano), in M. SILVE-
STRINI, T. SPAGNUOLO VIGORITA, G. VOLPE (eds.), Studi in onore di Fran-
cesco Grelle, Bari 2006, pp. 319-349.
70 Giuliano Volpe
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1. Carta dellApulia tardoantica (dis. V. Romano).
2. Veduta aerea del foro di Herdonia (foto G. Volpe).
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3. Canosa, veduta aerea del Battistero di San Giovanni (foto G. Volpe).
4. Canosa, ipotesi ricostruttiva della
pianta della Cattedrale di S. Maria e
del Battistero di San Giovanni in et
sabiniana (dis. G. Sibilano).
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5. Canosa, veduta aerea del complesso sabiniano di San Pietro (foto G. Volpe).
6. Canosa, ricostruzione tridimensionale della chiesa di San Pietro (dis. G. De Felice).
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7. San Giusto, veduta aerea della villa e del complesso paleocristiano (foto G. Volpe).
8. San Giusto, pianta de-
gli scavi 1995-1999 (dis.
G. De Felice).
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9. Veduta aerea del vicus e della chiesa paleocristiana di Santa Giusta (foto V. Romano).
10. Veduta aerea del vicus e della chiesa paleocristiana di Posticchio (foto V. Romano).
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11. Veduta aerea della villa e della chiesa paleocristiana 1 di Borgo Segezia (foto V. Romano).
12. Veduta aerea della chiesa paleocristiana 2 di Borgo Segezia (foto V. Romano).
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13. Veduta aerea della chiesa paleocristiana 3 di Borgo Segezia (foto V. Romano).
14. Ipotesi ricostruttiva dellestensione del saltus Carminianensis (dis. V. Romano).
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15. Canosa, mattone con il monogramma del vescovo Sabino (foto G. Volpe).
16. San Giusto, mattone con il monogramma di Giovanni (foto G. Volpe).
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17. Faragola, parte delle terme della villa tardoantica (foto G. Volpe).
18. Faragola, la cenatio estiva (foto G. Volpe).
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19. Faragola, uno dei tappeti in opus sectile marmoreo e vitreo della cenatio (foto G. Volpe).
20. Faragola, ipotesi ricostruttiva dello stibadium della cenatio (dis. F. Gagliardi).
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