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APPUNTI PER LO STUDIO DELLOREFICERIA TARDO- ANTICA E ALTOMEDIEVALE

Isabella Baldini Lippolis

1. LE FONTI SCRITTE

La documentazione letteraria che riguarda l’oreficeria tardoantica è spesso condizionata da motivazioni di tipo religioso: si tratta nella maggioranza dei casi di citazioni incidentali, sia sui gioielli che sugli artigiani, senza alcun preciso intento tecnico o descrittivo. Il caratte- re moraleggiante della letteratura cristiana riduce pertanto la possibi- lità di trarne indicazioni concrete, essendo prevalentemente interes- sata alla repressione di comportamenti giudicati contrari ad un cor- retto stile di vita. I gioielli sono ricordati soprattutto in quanto espres- sione della vanità del mondo o di un passato pagano da condanna- re, oggetti che i cristiani non dovrebbero utilizzare durante la loro vita né porre dentro le tombe 1 . L’invito alla moderatezza riguarda soprat- tutto le classi elevate: Giovanni Crisostomo, ad esempio, condanna le donne di Antiochia che, alla fine del IV sec., si recavano in chiesa eccessivamente adorne di gioielli 2 . Le prescrizioni religiose si rivolgono contro un utilizzo eccessivo di ornamenti personali, ma anche contro la rappresentazione di alcu- ni soggetti in manufatti come anelli o pendenti: in questo caso i gio- ielli vengono condannati in quanto espressione di pratiche supersti- ziose o addirittura demoniache 3 . Tra le prime testimonianze, Clemente di Alessandria tra il II e il II secolo fa una distinzione netta tra i soggetti leciti e quelli proibiti ai cristiani, includendo tra i primi la colomba, il pesci, la nave, la lira e l’ancora 4 .

  • 1 Alcune fonti sono raccolte in BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 21-22.

  • 2 Ioh. Crys. Cath. Bapt. I, 35.

  • 3 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 21, con bibliografia.

  • 4 Clem. Al. Paidagogos Logos V. FINNEY 1987; BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 187.

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I tentativi della Chiesa di limitare l’ostentazione di ornamenti ecces- sivi e l’uso di amuleti o di gioielli con soggetti di derivazione pagana, testimoniati dalle fonti letterarie, non sembrano comunque aver sorti- to immediatamente un effetto concreto, come attesta ampiamente la documentazione archeologica (figg. 1 e 2). Piuttosto, potrebbero aver condizionato nel tempo un maggiore sviluppo di alcune tipologie rispetto ad altre, come ad esempio le croci (fig. 3) 5 o gli anelli nuziali (fig. 4) 6 , ma in maniera tutto sommato marginale rispetto all’insieme delle produzioni, nelle quali continua a prevalere una forte continuità con la tradizione artigianale di età romana imperiale. La partecipazione dei Cristiani alla vita pubblica e alle sue mani- festazioni più consuete è documentata peraltro anche dalle Vite di alcuni santi orefici, come Andronico di Antiochia (fine del IV sec.) o Eligio di Noyons (fine del VI-VII sec.) 7 : quest’ultimo, apprendista del- l’orefice lionese Abbone, che dirigeva la zecca della dinastia mero-

Isabella Baldini Lippolis I tentativi della Chiesa di limitare l’ostentazione di ornamenti ecces- sivi e l’uso
Isabella Baldini Lippolis I tentativi della Chiesa di limitare l’ostentazione di ornamenti ecces- sivi e l’uso

Fig. 1. Siracusa, Museo Archeologico Nazionale, anello-amuleto con simboli magici (da ORSI 1942)

Isabella Baldini Lippolis I tentativi della Chiesa di limitare l’ostentazione di ornamenti ecces- sivi e l’uso

Fig. 2. Washington, Dumbarton Oaks Collection, pendente di collana con Afrodite (da Kathemerine 2002)

  • 5 BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 147-150.

  • 6 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 189.

Isabella Baldini Lippolis I tentativi della Chiesa di limitare l’ostentazione di ornamenti ecces- sivi e l’uso
  • 7 SODINI 1979, p.94; BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 21.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 3. Atene, Museo Bizantino, pendente dal tesoro

Fig. 3. Atene, Museo Bizantino, pendente dal tesoro di Mitilene (da Kathemerine 2002)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 3. Atene, Museo Bizantino, pendente dal tesoro
Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 3. Atene, Museo Bizantino, pendente dal tesoro
Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 3. Atene, Museo Bizantino, pendente dal tesoro

Fig. 4. Londra, British Museum, anello nuziale da Agrigento (da

vingia, divenne in seguito capo della zecca di Marsiglia, continuando a svolgere il proprio mestiere prima di ritirarsi alla vita religiosa. In una fase cronologica più avanzata, invece, anche i monasteri accolgono questa attività artigianale, come illustra la storia di S. Dunstano, orafo nel X secolo nell’abbazia di Glastonbury 8 . Le prescrizioni legislative offrono alcune indicazioni utili alla cono- scenza dei sistemi di gestione dell’attività orafa e specialmente degli aspetti sociali connessi. Una legge del 337 prescrive ad esempio che gli orefici non debbano pagare tasse e permette ai loro figli di prose- guire il lavoro dei padri, contrariamente ad altre categorie di artigiani. Essi, inoltre, non sono soggetti all’obbligo di residenza e, con Giustiniano, vengono esentati dal servizio militare 9 . Nel IV sec. le fonti legislative si occupano anche dei laboratori orafi imperiali di Costantinopoli. Le informazioni disponibili contribui- scono a testimoniare l’esistenza di una struttura gerarchizzata che

  • 8 LAPIDGE 1999.

  • 9 CTh XI, 8, 2; 9, 1; XIII, 4, 2; XVI, 10; XVIII, 2. BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 22.

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garantiva il controllo statale sulla circolazione e sulla lavorazione dei metalli preziosi: era in particolare il comes sacrarum largitionum ad occuparsi delle zecche, delle miniere d’oro, delle fabbriche statali di armi e armature, del vestiario dei membri della corte, dei funzionari e dell’esercito. Le sacrae largitiones avevano magazzini di raccolta sot- toposti a praepositi e comites nelle città più importanti 10 e tra il per- sonale degli officia secondari sono menzionati anche gli orefici (auri- fices), i coniatori (aurifices solidorum), i cesellatori (sculptores), gli addetti all’applicazione di lamine auree su armi e armature (barbari- carii). Dalla Notitia dignitatum (prima metà del V sec.) vengono inclu- se tra le largitiones anche i gioielli (fig. 5), avvalorando l’ipotesi che in alcuni casi si tratti di oggetti usati come donativi imperiali , come pare sia avvenuto per le fibule auree 11 . Nelle maggiori città e soprattutto a Roma e Costantinopoli altri testi documentano la presenza di orafi, ad esempio nelle descrizioni di eventi particolari o di scontri militari 12 : anche le fonti toponomasti-

Isabella Baldini Lippolis garantiva il controllo statale sulla circolazione e sulla lavorazione dei metalli preziosi: era
Isabella Baldini Lippolis garantiva il controllo statale sulla circolazione e sulla lavorazione dei metalli preziosi: era

Fig. 5. Notitia dignitatum:

  • 10 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 26 e p. 241, con bibliografia.

  • 11 Not. Dign. (ed. O, Seek, Berlin 1876) pp. 148 e 154. Sulle fibbie come donativo: BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 153-154.

  • 12 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 22, con bibliografia.

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che relative alla capitale d’Oriente e ad altri importanti centri dell’im- pero contribuiscono alla conoscenza della dislocazione dei quartieri in cui operava questa categoria di artigiani 13 . Le fonti scritte forniscono spesso indicazioni indirette sull’esisten- za di manufatti in materiale prezioso: sono disponibili, ad esempio, numerose descrizioni di oggetti votivi d’oro e d’argento all’interno delle chiese delle città più importanti dell’impero, come Roma o Ravenna 14 ; qui, ad esempio, abbiamo notizia della donazione da parte di Galla Placidia alle chiese di S. Zaccaria e di S. Vitale di corone votive, calici e una lucerna aurea; al vescovo Vittore, invece, è attribuita l’offerta, nella Basilica Ursiana, di un ciborio d’argento e di un altare d’oro 15 . Citazioni incidentali riguardano anche i beni del tesoro imperiale, spesso coinvolti nelle vicende dinastiche 16 . I sovrani barbarici sembra- no partecipi degli stessi fenomeni di tesaurizzazione e di esibizione del potere attraverso oggetti di lusso: una profusione di collane con pietre preziose, di oggetti in materiale prezioso, di ricchi trofei, sono descrit- ti ad esempio dallo storico Jordanes in relazione al funerale di Attila 17 . Per quanto riguarda i sistemi di lavorazione dei gioielli, dopo l’età imperiale non sono pervenuti testi specifici prima del XII secolo, quando un presbitero del monastero di S. Pantaleone a Colonia, di nome Teofilo, dedica il terzo volume di un manuale generale sul modo di condurre un laboratorio orafo, dalla costruzione degli ambienti necessari alla scelta degli strumenti, alla esecuzione stessa dei gioielli 18 . Per il periodo precedente disponiamo solo di fonti sulle proprietà taumaturgiche attribuite alle pietre, un campo della trattati- stica a metà tra medicina e superstizione popolare 19 . Un’ulteriore testimonianza scritta è costituita dalle fonti papiracee:

si tratta soprattutto di elenchi di oggetti passati di proprietà attraver- so donazioni, per matrimonio o lascito testamentario 20 . In questo caso si pone però la difficoltà di collegare i manufatti menzionati dai

  • 13 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 22, con bibliografia.

  • 14 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 22, con bibliografia.

  • 15 Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis (in von SCHLOSSER 1992, pp. 100-116).

  • 16 Si può ricordare, tra i numerosi esempi, la fuga dell’imperatore Zenone da Costantinopoli insieme ad Isaurici che vivevano nella capitale e al tesoro imperia- le: per le fonti relative v. PLRE II, pp. 1200-1202.

  • 17 Historia Gothorum XLIX. BALDINI LIPPOLIS 2007, p. 314.

  • 18 V. DODWELL 1986; BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 26.

  • 19 Epiph. De Duodecim Lapidibus; Isid. XVI. BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 26.

  • 20 Questo settore di studio è stato affrontato in maniera sistematica in RUSSO 1999.

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testi con le tipologie effettivamente note e di capire quanto circoscrit- to potesse essere l’uso dei numerosi termini riportati. Vengono cita- te, per esempio, fasce per il capo (kefalodesmia), probabilmente in stoffa o pelle, a volte con aggiunta di perle 21 e corone (stefanoi), forse fasce o coroncine decorative 22 . Inoltre, orecchini (enotia), raramente in associazione con la parola ptychion (foglio, tavoletta, lamina o lamella) e alysidion (catenella), interpretati con il significato di “pen- dente a catenella” 23 . La documentazione papiracea attesta anche l’esistenza di un tipo di collana detta alysis, interpretabile come una catena a maglie, con perle e pietre; maniaches è invece un collare rigido d’oro o d’argento, forse equivalente al torques o rappresenta un termine generico per indicare una collana girocollo 24 , gioiello cor- rispondente anche al termine peritrachelion 25 . Con il termine chala- starin, invece, sembra intendersi una collana a treccia 26 , evidente- mente di filo aureo. I fylakteria erano amuleti ornamentali, anche in materiale prezio- so 27 ; il kodonion un tintinnabulum, ovvero un sonaglietto in materiale prezioso, citato nel contesto di altri oggetti di oreficeria 28 ; i platymma- ta, probabilmente, medaglioni pendenti, alcuni dei quali di forma cir- colare 29 . Con il termine selenaria si intendevano invece i pendenti a forma di luna. Sulla base dei papiri, le croci pettorali sembrano diffu- se tra il VII e l’VIII sec., come attesta un documento che cita i beni appartenuti ad una chiesa 30 . I brachialia nominati nei testi sembrano essere bracciali da indossare nella parte alta del braccio, in corri- spondenza dell’omero 31 , ma da altre fonti conosciamo anche i dexia- ria 32 , i dipsellia forse a doppia spirale 33 , i klania e pericheira femmini- li 34 e bracciali da polso detti cheiropsellia 35 . Daktylios è il termine

  • 21 RUSSO 1999, pp. 14-16.

  • 22 RUSSO 1999, pp. 17-19.

  • 23 RUSSO 1999, pp. 48-49 e 57-58.

  • 24 RUSSO 1999, pp. 84-85.

  • 25 RUSSO 1999, pp. 90-98.

  • 26 RUSSO 1999, pp. 101-102.

  • 27 RUSSO 1999, pp. 200-202.

  • 28 RUSSO 1999, pp. 207-208.

  • 29 RUSSO 1999, p. 216.

  • 30 RUSSO 1999, p. 219.

  • 31 RUSSO 1999, pp. 109-110.

  • 32 Ioh. Crys. In Thes.; RUSSO 1999, p. 111.

  • 33 RUSSO 1999, p. 113.

  • 34 RUSSO 1999, pp. 114-127 e 134.

  • 35 RUSSO 1999, pp. 135-137.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 6. Nea Anchialos, epigrafe funeraria di Symeonios

Fig. 6. Nea Anchialos, epigrafe funeraria di Symeonios, chrysochoos, e della moglie Olimpia (da Kathemerine 2002)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 6. Nea Anchialos, epigrafe funeraria di Symeonios

generico per intendere l’anello digitale 36 ; con sfragis si indica invece l’anello sigillare 37 . L’uso di cavigliere è documentato infine nei papiri con i termini di periskelidia, un ornamento femmminile attestato già da Plutarco rela- tivamente alle donne egiziane 38 . Altre cavigliere erano i podopsellia

  • 39 . In un documento si fa riferimento alla lavorazione a granulazione (kegkros) dei gioielli, che non sarebbe stata eseguita a regola d’arte, causando il distacco di materiale aureo 40 . Un’attestazione complementare è rappresentata infine dalle iscri- zioni tardoantiche che menzionano orafi; queste hanno un prevalen- te carattere funerario (fig. 6) e menzionano artigiani che lavorano l’oro (chrisochooi), l’argento e le pietre preziose, oppure specializzati nella realizzazione di categorie specifiche di oggetti, come i fabbricanti di anelli (daktylidarii) 41 . Tali documenti costituiscono un’attestazione diretta della presenza di attività di lavorazione dei metalli preziosi e

  • 36 RUSSO 1999, pp. 163-187.

  • 37 RUSSO 1999, pp. 190-195.

  • 38 RUSSO 1999, pp. 153-155.

  • 39 RUSSO 1999, pp. 156-160.

  • 40 RUSSO 1999, p. 154.

  • 41 SODINI 1979, p. 94. BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 22.

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sono il segno di una società articolata e complessa, ma spesso il carattere stesso della tradizione epigrafica funeraria limita il contenu- to informativo entro formule stereotipe e convenzionali.

2. LE FONTI ICONOGRAFICHE

La presenza di gioielli nel ricco repertorio di immagini della tradi- zione cristiana pone problemi interpretativi diversi rispetto a quelli già evidenziati a proposito dei testi scritti. Sono disponibili immagini di gioielli soprattutto in raffigurazioni musive, ad affresco, in manufatti eburnei, stoffe e anche in alcuni prodotti orafi 42 . In tutti questi casi è necessario cercare di distinguere le caratteristiche generali delle rap- presentazioni e verificare se la semplificazione dei dettagli sia dovu- ta alla tecnica utilizzata o ad altre motivazioni. Alcuni gioielli non erano riprodotti perché essi non erano utili a mostrare lo status socia- le della persona chi li indossava; in altri casi, era semplicemente dif- ficile rappresentare un dettaglio e soprattutto ininfluente nell’econo- mia generale della comunicazione visiva creata dall’immagine.

Isabella Baldini Lippolis sono il segno di una società articolata e complessa, ma spesso il carattere
Isabella Baldini Lippolis sono il segno di una società articolata e complessa, ma spesso il carattere

Fig. 7. Ravenna, pannello con il corteo di Giustiniano in S. Vitale

42 BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 26-27 e passim.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 8. Vienna, Kunsthistorisches Museum, avorio con imperatrice

Fig. 8. Vienna, Kunsthistorisches Museum, avorio con imperatrice in trono

(da BALDINI LIPPOLIS 1999)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 8. Vienna, Kunsthistorisches Museum, avorio con imperatrice

Il primo aspetto ha ovviamente implicazioni più articolate. In età tardoantica le scelte iconografiche sono prevalentemente collegate ad un sistema gerarchico ben preciso interno all’immagine, che cor- risponde al valore assegnato ai diversi elementi compositivi. I mem- bri della corte imperiale e di quella divina, ad esempio, occupano la posizione più evidente ed esibiscono gioielli in oro con pietre prezio- se, mentre gli altri personaggi sono laterali e indossano abiti e orna- menti più semplici, in un significativo decalage sintattico: i gioielli, come gli abiti, sono utilizzati come strumento di immediata percezio- ne del grado sociale di chi li indossa, nelle raffigurazioni come nella realtà. Un esempio particolarmente emblematico di questo sistema di rappresentazione paradigmatica è costituito dai due pannelli impe- riali in S. Vitale a Ravenna: la gerarchia di corte viene espressa mediante la collocazione dei personaggi, i loro abiti e gli ornamenti identificativi del grado sociale (fig. 7) 43 . Anche l’immagine dell’impera- trice nel celebre avorio di Vienna (fig. 8), frontale e statica, sovraccari- ca di gioielli caratterizzanti (in particolare la corona e i parapendulia) e

43 BALDINI LIPPOLIS 1999, passim; COSENTINO 2005; PORTA 2005.

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di simboli del potere esercitato, è l’espressione perfetta e inequivo- cabile del ruolo imperiale attraverso un sistema espressivo immedia- tamente percepibile ai contemporanei 44 . Un’adeguata considerazione del sistema di decodificazione delle immagini fornisce quindi anche i mezzi per capire aspetti differenti, distinguibili a livello archeologico, connessi ad esempio con l’uso e la diffusione di ornamenti specifici o con la riproduzione in materiali meno preziosi (rame, bronzo o bronzo dorato) di modelli in oro, pre- scelti in quanto espressivi di un particolare significato di status.

3. FONTI ARCHEOLOGICHE

I dati sui rinvenimenti recenti e meglio documentati sono ancora pochi rispetto alle esigenze scientifiche; questo aspetto condiziona ulteriormente lo sviluppo degli studi, costretti a basarsi su repertori privi delle condizioni metodologiche e conoscitive fondamentali. Pertanto, ancora oggi, gli oggetti vengono a volte identificati attraver- so definizioni molto generali, prive di un reale corrispettivo cronologi- co e soprattutto culturale, come nel caso della distinzione spesso pregiudiziale tra ‘autoctono’ ‘bizantino’, o ‘barbarico’. La compren- sione di questi e di altri aspetti deve partire invece da un’attenta ana- lisi del contesto culturale e dell’uso sociale del gioiello; dalla com- prensione delle caratteristiche tecniche e tipologiche dei prodotti; dalla parentela morfologica con altri esemplari nell’ambito della clas- se di appartenenza; infine, dal confronto con manifatture analoghe del bacino culturale di riferimento. In molti casi, comunque, riesce ancora difficile riconoscere con chiarezza le caratteristiche formali dei modelli rispetto quelle delle eventuali riproduzioni, a causa dell’uniformità della documentazione ed è anche difficile considerare queste ultime semplici imitazioni. Il fenomeno della diffusione dei modelli deriva infatti da un desiderio, condiviso e in parte incentivato, di emulazione comportamentale, espresso dalle fasce sociali emergenti e culturalmente dominanti. Queste sono ben identificabili a livello archeologico anche nella loro stratificazione interna, che appare complessa per disponibilità e uso dei diversi modelli di riferimento; nel panorama di apparente omolo-

44 BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 54-60.

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gazione formale delineabile per i ceti superiori, risaltano infatti in maniera ancora maggiore i manufatti isolati, di pregio particolare per peso, lavorazione e repertorio iconografico, oppure collegati ad ambiti diversi da quelli che sembrano essere prevalenti. Essi sono indice della presenza di una vera e propria ‘aristocrazia’ locale, molto ristretta, che, a quanto sembra, denota solo le strutture urbane più complesse. È all’interno di questi insediamenti, ancora purtroppo poco noti archeologicamente, che si deve riconoscere il ‘pubblico’ per il quale viene messo in scena il repertorio dei comportamenti e delle esibizioni, segno di una comunicazione sociale vitale e articola- ta, corrispondente ad una comunità adeguatamente stratificata. Le fonti della documentazione archeologica considerate nella bibliografia sono prevalentemente di quattro tipi.

MATERIALE DECONTESTUALIZZATO IN MUSEI E COLLEZIONI

L’assenza di informazioni sul contesto di provenienza è una delle situazioni che impedisce una reale conoscenza storica dei manufat- ti, privandoli del rapporto con la società nell’ambito della quale essi vennero prodotti ed utilizzati. Anche la conoscenza tipologica è for- temente condizionata dalla preferenza, operata soprattutto in passa- to, per l’acquisizione di manufatti in oro e argento a discapito di quel- li in altri materiali, sebbene sia proprio la possibilità di verificare il complesso degli oggetti dallo stesso contesto a permettere una rico- struzione del significato vero dei manufatti nell’ambito della società.

TESORI

Si tratta di gruppi di oggetti spesso sepolti e nascosti in conteni- tori in materiale deperibile, che rispondono ad istanze strettamente legate alla necessità di salvaguardare - per motivi contingenti - un certo numero di beni preziosi. A volte si tratta di oggetti di uso per- sonale, come ad esempio parure singole o iterate di gioielli femmini- li: dalla parure-base caratterizzata da una coppia di orecchini, una collana e un anello, a quelle più complesse, con bracciali come nel tesoro di Caesarea Maritima 45 , oppure con fibbie, a quelle raddoppia- te (Tesoro di Mitilene 46 , fig. 9). L’abbandono di questi oggetti, come è

45 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 37, con bibliografia. 46 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 37, con bibliografia.

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Isabella Baldini Lippolis Fig. 9. Tesoro di Mitilene evidente, rispecchia una situazione di pericolo imminente, in
Isabella Baldini Lippolis Fig. 9. Tesoro di Mitilene evidente, rispecchia una situazione di pericolo imminente, in

Fig. 9. Tesoro di Mitilene

evidente, rispecchia una situazione di pericolo imminente, in cui si rende necessaria una rinuncia temporanea a beni effettivamente in uso. L’insieme rivela quindi in maniera diretta le disponibilità e le esi- genze rappresentative dei proprietari, permettendo collegamenti e confronti con altri contesti analoghi o di altro tipo. Alcuni depositi mostrano però o solo monete o un’associazione tra gli oggetti molto meno omogenea (Tesoro di Reggio Emilia 47 , fig. 10): i tesori in questi casi comprendono gioielli sia maschili che fem- minili, monete, vasellame e anche frammenti di altri reperti in mate- riale prezioso (fermagli di collana, ritagli di missoria argentei, etc.), evidentemente conservati solo per il valore intrinseco. In questo caso, sebbene le motivazioni del deposito debbano essere conside- rate analoghe, raccolta dei manufatti e associazione rivelano una situazione diversa e più complessa, della quale fanno parte anche manufatti appartenenti a fasi cronologiche differenti. Spesso lo stes- so tipo di gioiello è replicato più volte, con una maggiore incidenza delle collane e degli anelli, mentre gli orecchini compaiono raramen-

47 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 35; BALDINI LIPPOLIS 2008, con bibliografia.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 10. Reggio Emilia, Musei Civici, frammenti di

Fig. 10. Reggio Emilia, Musei Civici, frammenti di missoria argentei del ‘Tesoro di Reggio Emilia’

(da BALDINI LIPPOLIS 1999)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 10. Reggio Emilia, Musei Civici, frammenti di

te, mostrando un’inversione rispetto alla maggiore diffusione di que- sti ultimi nelle deposizioni funerarie. Evidentemente, per questi teso- ri è soprattutto il valore intrinseco del metallo prezioso a costituire l’elemento essenziale nella scelta degli oggetti; quindi, tra i criteri che presiedono alle associazioni prevalgono quelli legati al valore econo- mico rispetto alle effettive scelte comportamentali dei proprietari.

CORREDI FUNERARI

Si tratta della situazione più interessante per l’indagine archeologi- ca (fig. 11): il materiale viene definitivamente abbandonato nella sepol- tura e assume un preciso significato di status, legato alla cerimonia funeraria e alla rappresentazione sociale del defunto e della sua fami- glia. Nelle deposizioni il valore dell’ornamento prezioso viene a qualifi- care ulteriormente la netta distinzione tra tombe con corredo e tombe prive di corredo, situazione teoricamente favorita dalle prescrizioni reli- giose e, in alcuni casi, legislative 48 . L’importanza di una sepoltura, naturalmente, può essere affidata anche ad altri elementi espressivi, come le epigrafi funerarie, o la collocazione in una zona prestigiosa per motivi religiosi. Su questi livelli di distinzione sociale, la presenza di gioielli personali crea un ulteriore segnale di appartenenza ad un grup- po elitario, rappresentando in generale una forte minoranza. In un’area culturalmente omogenea come l’Italia meridionale, ad esempio, da un punto di vista quantitativo e tipologico un gioiello

48 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 21 e passim, con bibliografia.

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Isabella Baldini Lippolis Fig. 11. Planimetria e corredo della tomba 185 di Villa Clelia-Imola (da C
Isabella Baldini Lippolis Fig. 11. Planimetria e corredo della tomba 185 di Villa Clelia-Imola (da C

Fig. 11. Planimetria e corredo della tomba 185 di Villa Clelia-Imola (da CAVALLARI 2005)

deposto con maggiore frequenza nelle tombe femminili sembrano essere la coppia di orecchini e la fibula 49 , proseguendo un costume ampiamente attestato anche in età classica; raramente appaiono in associazione con gli anelli e ancora meno frequentemente con colla- ne o con altri gioielli. Nelle sepolture maschili, invece, sono docu- mentate in maniera praticamente esclusiva le fibbie da cintura, spes- so in bronzo e più raramente impreziosite da ageminature o da ele- menti in metallo pregiato; queste sembrano essere un segno distinti- vo diffuso del rango sociale, forse insieme agli anelli, di cui, però, non abbiamo indicazioni contestuali sufficienti. Pur mancando i presup- posti per un’analisi antropologica più completa, continua ad essere la donna a rappresentare la disponibilità economica della famiglia nelle occasioni cerimoniali collettive ed in particolare nel rito funebre,

49 Si tratta di indicazioni generali che tuttavia sembrano trovare ampio riscontro nella documentazione archeologica: per un’analisi più approfondita su alcune aree spe- cifiche si rimanda a BALDINI LIPPOLIS c.d.s.1 e c.d.s. 2.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 12. Siracusa, Museo Archeologico Regionale, orec- chino

Fig. 12. Siracusa, Museo Archeologico Regionale, orec- chino ‘a cestello’ da Nissoria

(da BALDINI LIPPOLIS 1999)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 12. Siracusa, Museo Archeologico Regionale, orec- chino
Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 12. Siracusa, Museo Archeologico Regionale, orec- chino

Fig. 13. Distribuzione degli ‘orecchini a cestello’ (variante 2c) in Italia (da RIEMER 2000)

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 12. Siracusa, Museo Archeologico Regionale, orec- chino

segnalando l’esigenza di un’esibizione dello status sociale ed econo- mico o del rango. L’elemento religioso sembra essere fortemente presente nelle scelte deposizionali e influenza probabilmente la scelta di determina- te categorie di oggetti, facendo riferimento ad un valore simbolico condiviso dalle diverse comunità anche in aree geografiche molto estese. Un esempio è costituito dal confronto tra due tipologie di orecchini particolarmente diffuse tra VI e il VII sec., ‘a cestello’ e ‘a corpo semilunato’ (figg. 12-13 e 14-15): la prima è attestata in Italia

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Isabella Baldini Lippolis Fig. 14. Orecchino ‘a corpo semilunato’ da Rutigliano (Soprintendenza Archeologica della Puglia) Fig.
Isabella Baldini Lippolis Fig. 14. Orecchino ‘a corpo semilunato’ da Rutigliano (Soprintendenza Archeologica della Puglia) Fig.

Fig. 14. Orecchino ‘a corpo semilunato’ da Rutigliano (Soprintendenza Archeologica della Puglia)

Isabella Baldini Lippolis Fig. 14. Orecchino ‘a corpo semilunato’ da Rutigliano (Soprintendenza Archeologica della Puglia) Fig.

Fig. 15. Distribuzione degli orecchini ‘a corpo semilunato’ in Italia meridionale e in Sicilia

Isabella Baldini Lippolis Fig. 14. Orecchino ‘a corpo semilunato’ da Rutigliano (Soprintendenza Archeologica della Puglia) Fig.

nella forma più canonica solo dopo la conquista longobarda ma deri- vano da prototipi già presenti nel V sec.; la sua diffusione nel VII secolo è tipica di un’area geografica ampia, concentrata tra la Sicilia e l’Ungheria, in cui sono attestate diverse varianti prodotte certamen- te localmente. La seconda, già considerata di derivazione bizantina, viene riprodotta in manifatture dislocate in regioni diverse 50 , all’ester- no e all’interno dell’impero bizantino, come mostra la sua distribuzio- ne in Turchia, a Creta, in Grecia, Albania, Italia meridionale e Sicilia, Austria e Ungheria 51 . È evidente, infatti, che le due classi, non presentano aree di distri- buzione esattamente sovrapponibili, se non per pochissimi esempla- ri di alcuni tipi e solo in alcune zone marginali, mostrando esigenze

  • 50 BALDINI LIPPOLIS 1999, p. 83.

  • 51 BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 81-85 e 103-109.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale

rappresentative dell’identità diverse. L’Italia meridionale e la Sicilia, da questo punto di vista, si qualificano soprattutto come regioni di confine dell’Impero, in cui in misura ridotta appaiono anche tradizio- ni d’uso e produttive tipiche della penisola italica. Se gli orecchini a cestello sono eccezionalmente rappresentati in Sicilia e mancano del tutto nelle altre regioni del mondo bizantino, gli orecchini a corpo semilunato, invece, costituiscono l’attestazione più occidentale di questa produzione bizantina. Anche il comportamento rituale può condizionare la composizio- ne degli elementi depositati e la documentazione archeologica in questi casi è l’unica testimonianza supersite di pratiche diffuse in alcuni ambiti culturali o in determinati periodi 52 : è importante pertan- to considerare in maniera attenta anche le differenze tra le singole deposizioni e il contesto generale del sepolcreto di riferimento, come anche tra le diverse necropoli, che sono espressione di abitati spes- so altrimenti sostanzialmente sconosciuti.

CONTESTI INSEDIATIVI

Le indagini archeologiche degli ultimi decenni hanno permesso di valorizzare la documentazione proveniente da contesti insediativi. Mentre la maggior parte dei rinvenimenti ha carattere sporadico, un interesse fondamentale è rappresentato dalle testimonianze perti- nenti alle strutture di tipo produttivo. Questi ritrovamenti sono piutto- sto rari e di solito corrispondono a laboratori importanti, specializza-

Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale rappresentative dell’identità diverse. L’Italia meridionale e la Sicilia,
Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale rappresentative dell’identità diverse. L’Italia meridionale e la Sicilia,

52 Ci si riferisce, ad esempio, ai risultati di alcune analisi in corso di pubblicazione in BALDINI LIPPOLIS c.d.s.1 e c.d.s.2.

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Isabella Baldini Lippolis Fig. 17. Salonicco, Museo Bizantino, strumenti orafi dagli scavi di S. Demetrio (da
Isabella Baldini Lippolis Fig. 17. Salonicco, Museo Bizantino, strumenti orafi dagli scavi di S. Demetrio (da

Fig. 17. Salonicco, Museo Bizantino, strumenti orafi dagli scavi di S. Demetrio (da Kathemerine 2002)

ti nella realizzazione di tipologie differenziate di oggetti: infatti, la semplicità delle strutture necessarie alla lavorazione e l’assenza di scarti metallici significativi rendono spesso difficile l’individuazione degli atelier più modesti in assenza di elementi legati alla lavorazione dei manufatti preziosi quali le matrici (fig. 16), i crogioli o altri attrezzi specifici. Tali oggetti, fino a qualche decennio fa, erano completa- mente ignorati dalla ricerca archeologica, ma esempi sempre più numerosi provengono da aree diverse dell’impero, come testimonia- no ad esempio quelli rinvenuti negli scavi di S. Demetrio a Salonicco 53 (fig. 17). In rari casi la ricerca ha portato al riconoscimento dei luoghi di produzione, permettendo un confronto concreto con i manufatti ivi realizzati: il più celebre in Italia è rappresentato dal laboratorio roma- no della Crypta Balbi, che ha restituito stampi e manufatti per la rea- lizzazione di numerosi prodotti, tipologicamente affini a quelli riscon- trabili in numerose altre aree dell’Impero 54 . Il carattere di questo labo- ratorio, più che segnalare una situazione di marcata eccezionalità sembra confermare l’impressione di una produzione generalmente standardizzata, eseguita in una pluralità di laboratori artigianali e con- dizionata soprattutto dalle potenzialità offerte dalla committenza e dalla complessità sociale del luogo di fabbricazione.

  • 53 Kathemerine 2002, p. 101.

  • 54 RICCI 2001.

  • 55 BALDINI LIPPOLIS 2007, pp. 316-320.

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Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 18. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, matrice litica
Appunti per lo studio dell’oreficeria tardoantica e altomedievale Fig. 18. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, matrice litica

Fig. 18. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, matrice litica (da Kathemerine 2002)

Una riflessione adeguata sul significato di un rinvenimento di que- sto tipo contribuisce quindi ad approfondire maggiormente il proble- ma già ricordato del sistema di diffusione dei modelli, da cui dipende anche la difficoltà di possedere chiare discriminanti per l’attribuzione di prodotti a specifiche manifatture e di comprendere il sistema di relazione (forse anche gerarchica) tra i diversi centri produttivi. Un altro esempio di grande interesse, pertinente ad un ambito cronologico più tardo, è quello di Kiev 55 . La rielaborazione di forme dell’oreficeria costantinopolitana secondo uno stile proprio, grazie alla perizia di botteghe locali di altissimo livello, particolarmente abili nell’uso del niello e degli smalti, si manifesta in questa città durante l’apogeo del Principato Rus’, tra il X e il XII secolo: la fama della tec- nica raggiunta in questa città è tale da essere considerata da Teofilo come seconda solo a quella dei bizantini 56 . Diversamente da quanto finora emerso nella capitale imperiale d’Oriente, tuttavia, la docu- mentazione di Kiev permette un reale riscontro tra i gioielli seguiti in loco e l’esistenza degli impianti produttivi relativi, alcuni dei quali sono stati individuati nell’area della chiesa Desiatynna, sorta nel

  • 56 V. nota 18 e BALDINI LIPPOLIS 2007, p. 316.

  • 57 BALDINI LIPPOLIS 2007, pp. 316-318.

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Isabella Baldini Lippolis Fig. 19. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, catena di sospensione e pendenti da Kniazha
Isabella Baldini Lippolis Fig. 19. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, catena di sospensione e pendenti da Kniazha

Fig. 19. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, catena di sospensione e pendenti da Kniazha Hora e da Divycha Hora (da Glory 1997)

Isabella Baldini Lippolis Fig. 19. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, catena di sospensione e pendenti da Kniazha
Isabella Baldini Lippolis Fig. 19. Kiev, Museo Storico dell’Ucraina, catena di sospensione e pendenti da Kniazha

Fig. 20. Disegno ricostruttivo degli ornamenti femminili di Kiev (da Golden Warriors 1993)

tardo X secolo e crollata durante l’invasione dei Mongoli del 1240 57 . All’interno dell’edificio furono trovate anche circa venti matrici litiche per gioielli insieme ai resti di tre individui, evidentemente sorpresi dal crollo del monumento mentre fuggivano, cercando di mettere in salvo gli attrezzi del mestiere. Una matrice, a doppia valva, serviva alla rea- lizzazione di pendenti semilunati decorati con un animale araldico; un’altra permette di ricostruire la forma di un orecchino o di un pen- dente a stella a sei punte (fig. 18), che trova stretto confronto in esemplari in oro, con decorazione a filigrana e granulazione della stessa provenienza 58 . Un ulteriore importante rinvenimento, nella stessa città, è costitui- to da un tesoro di oltre settanta gioielli tutti inquadrabili nell’ambito

  • 58 BALDINI LIPPOLIS 2007, p. 316.

  • 59 Golden Warriors 1993, p. 63, fig. 2.

  • 60 BALDINI LIPPOLIS 1999, pp. 54-55.

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del XII sec., Tra gli oggetti più rappresentativi è una catena a maglie auree con il pendente semilunato ad essa collegato 59 . Si tratta di una tipologia specifica di ambito locale, attestata da un notevole numero di esemplari che mostrano leggere varianti tipologiche e decorative, traendo la propria origine e il proprio significato di status dai parapen- dulia che ornavano le corone imperiali bizantine (figg. 19-20) 60 . Dall’essere una prerogativa della sola figura del sovrano costantino- politano, a Kiev questo ornamento passa invece a caratterizzare i componenti della classe aristocratica del principato. Il pendente è una doppia lamina semilunata saldata, con decorazione a smalto:

risulta singolare la coincidenza della forma dell’oggetto e dei sogget- ti prevalenti, uccelli singoli o affrontati, con la classe degli orecchini ‘a corpo semilunato’ cui si è già accennato, la cui produzione prose- gue in ambito bizantino fino al XII-XIII secolo con raffinati esemplari a sbalzo e in filigrana, con pietre e smalti, nei quali vengono replicati temi prevalentemente vegetali, geometrici e simbolici. Partendo da tale documentazione si potrebbe quindi approfondi- re in maniera ulteriore il problema dei manufatti preziosi in quanto strumento di comunicazione; essi, infatti, sono certamente parte di un sistema di potere economico e sociale in cui i ‘segni’ distintivi devono costituire un linguaggio facilmente decodificabile. Questo, esemplato necessariamente sulle forme rappresentative e sui model- li dell’elite dirigente dell’impero, che costituiscono la fonte legittima del potere, cioè la corte imperiale e le alte gerarchie ecclesiastiche, viene riproposto e articolato, a seconda delle esigenze locali, per esprimere l’autorità delle fasce sociali o delle famiglie emergenti e la loro capacità di partecipazione e di cooptazione all’interno del siste- ma. Il ruolo della Chiesa acquista una funzione centrale nella diffusio- ne e nella legittimazione del significato e del valore dei simboli impie- gati, spiegando meglio il processo di omologazione formale come risultato di una identificazione sociale che, in effetti, risulta spesso indipendente dalla connotazione etnica. Solo nelle aree in cui si man- tiene o si afferma una tradizione urbana più complessa, sembrano proporsi alterazioni e varietà dei modelli originari, funzionali ad espri- mere, oltre la generale partecipazione, anche una più specifica iden- tità locale, anche in questo caso probabilmente fenomeno legato alla pluralità dei centri del potere che nascono dalla progressiva e conti- nua frammentazione politica dell’Impero.

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