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La testimonianza del dichiarante coinvolto nel fatto: ambito oggettivo ed analisi tipologica alla luce dellevoluzione giurisprudenziale della

Corte di Cassazione. chiamate in reit, in correit ed i riscontri individualizzanti; il testimone assistito; la raccolta delle dichiarazioni del collaboratore di giustizia e la formazione del verbale illustrativo; le dichiarazioni oltre il termine di 180 giorni rese dai collaboratori di giustizia.

Raffaele Cantone Magistrato applicato al massimario della Corte di Cassazione

PREMESSA

Fino allentrata in vigore della l. 1 marzo 2001 n. 63, normativa di modifica del c.p.p. in attuazione del nuovo testo dellart.111 Cost., la tematica delle dichiarazioni del soggetto coinvolto nel fatto trovava la sua regolamentazione quasi completa nellart. 210 c.p.p., riferibile allesame di persona imputata di procedimento connesso o collegato (1). Nel corso degli anni, la disciplina normativa era fatta segno di numerosi interventi ortopedici soprattutto della Corte Costituzionale che, anche attraverso il suo snaturamento, avevano inciso in maniera profonda sullintera struttura del rito accusatorio, ammettendo la possibilit di utilizzare, con il meccanismo della letturacontestazione di cui allart. 513 c.p.p., le dichiarazioni rese da tali soggetti in fase di indagini preliminari (2). Sarebbe impossibile, sia pure solo per cenni, in questa sede, ripercorrere le ragioni, spesso contingenti, che avevano portato ad uno stravolgimento di un codice evidentemente costruito molto pi pensando alla teoria che non alla concreta celebrazione di processi, soprattutto in un contesto con una fortissima presenza della criminalit organizzata. E inequivocabile, per, che un momento di svolta si verifica nel 1999, quando il legislatore decide di costituzionalizzare alcuni di quei principi di fondo del codice

. Larticolo in parola si applicava, infatti, anche allesame dellimputato nel medesimo procedimento su fatti concernenti la responsabilit di altri, gi oggetto di delle sue precedenti dichiarazioni rese allautorit giudiziaria o alla polizia giudiziaria e ci a seguito di C. Cost. 26 ottobre 1998, n. 361, in Foro It. 1998, I, c. 3441. 2 Ci si riferisce, in particolare, oltre alla gi cit. sent. n. 361/98, a C. Cost. 3 giugno 1992, n. 254, in Giur. Cost., 1992, 1932 che dichiar lillegittimit costituzionale del comma 2 dellart. 513 c.p.p. nella parte in cui non prevedeva che il giudice sentite le parti, potesse disporre la lettura dei verbali di dichiarazioni rese dalle persone indicate nellart. 210 c.p.p., qualora queste si fossero avvalse della facolt di non rispondere. Il parametro costituzionale che si ritenne violato era quello dellart. 3 della Cost.; la palese irragionevolezza, secondo la Consulta, si sarebbe manifestata con particolare evidenza ove si consideri la diversit di disciplina cui sono assoggettate le dichiarazioni rese durante le indagini preliminari dalle persone imputate in un procedimento connesso o collegato, a seconda che nei loro confronti si proceda in un unico processo cumulativo ovvero separatamente.

originario nellart. 111 neutralizzando, di fatto, gli interventi manipolatori della Consulta ( 3). E con lapprovazione del nuovo principio costituzionale del giusto processo diventa indispensabile una rivisitazione di molte norme codicistiche, cosa che avviene con la gi citata l. n. 63/01.

**** Con riferimento specifico alle dichiarazioni del soggetto coinvolto nel fatto, le modifiche normative perseguono lobiettivo di rendere compatibili due diverse esigenze, da un lato il rispetto delloralit e del contraddittorio nella formazione della prova e dallaltro quello di evitare che attraverso labuso del diritto al silenzio da parte dellimputato e delle figure affini si possano perdere elementi di conoscenza indispensabile per il raggiungimento della verit processuale. In questottica nasce la nuova figura, del testimone assistito (definito da pi autori in modo dispregiativo impumone, con una parola che la crasi fra imputato e testimone) prevista nellart. 197 bis c.p.p., che ha attratto in s gran parte della regolamentazione di situazioni originariamente rientranti nella fattispecie di cui allart. 210 c.p.p. ****

Nel medesimo 2001, pochi giorni prima dalla l. n. 63 pi volte citata, il legislatore approvava un importante riforma (quasi una totale riscrittura) della normativa sui collaboratori e testimoni di giustizia (la l. 13 febbraio 2001, n. 45). In essa, accanto a disposizioni riguardanti aspetti latu sensu amministrativi della gestione dei collaboratori, sono contenute disposizioni che attengono al regime di

. Secondo GREVI , Processo penale, <giusto processo> e revisione costituzionale, in Cass. Pen., 1999, 3318 indubitabile il significato polemico della legge di revisione costituzionale rispetto alle sentenze della Corte Costituzionale n. 254/92 e 361/98.

utilizzabilit delle dichiarazioni rese dai soggetti in discussione, che hanno sollevato polemiche ed ingenerato non pochi problemi ermeneutici **** Nel prosieguo la breve trattazione partir dallesame della regolamentazione delle figure del testimone cd assistito e dellimputato in procedimento connesso o collegato e si soffermer anche sul valore processuale delle dichiarazioni dai predetti resi. Si concluder, con alcune notazione sul nuovo istituto del verbale illustrativo e delle conseguenze processuali delle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia oltre il termine entro il quale il predetto deve essere redatto.

Il testimone assistito.

a) Premessa; i rapporti fra art. 197 e 197 bis c.p.p. La figura in esame viene regolata dall art. 197 bis c.p.p., destinato ad individuare soprattutto modalit e limiti dellassunzione della testimonianza delle persone imputate o giudicate in un procedimento connesso o collegato che assumono lufficio di testimone. Esso, per, strettamente collegato al precedente art. 197 c.p.p., pure emendato dalla legge n. 63/01, riguardante la disciplina dellincompatibilit a testimoniare. Se in quello, infatti, viene riderminato lan della possibile testimonianza, in questo ci si occupa del quomodo. Dalla lettura congiunta delle due disposizioni potr comprendersi la novit.

b) Lincompatibilit a testimoniare prevista dallart. 197 c.p.p. Larticolo 197 c.p.p. nella sua stesura originaria individuava quattro deroghe al principio della generale capacit a testimoniare, esplicitato nellarticolo immediatamente precedente, che, volendo semplificare, rispondevano a due

esigenze di tipo diverso. Un gruppi di casi quelli indicati nella lett. d) erano stati previsti in ragione di esigenze di efficienza del sistema; gli altri - lett. a), b) e c) in funzione di garanzia dei soggetti ivi indicati. Limitando lesame alle fattispecie di cui alle lett. a) e b), si prevedeva limpossibilit in ossequio al brocardo nemo tenetur se detegere - di assumere come testimoni i coimputati del medesimo reato o le persone imputate in un procedimento connesso a norma dellarticolo 12, anche se nei loro confronti era stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere, di proscioglimento o di condanna, salvo che la sentenza di proscioglimento fosse divenuta irrevocabile (4), nonch le persone imputate di un reato collegato ai sensi dellart. 371, comma 2 lett. b) (5). Linterpretazione giurisprudenziale aveva ulteriormente ampliato larea dei soggetti ai quali andava riconosciuta lincompatibilit; dopo, infatti, qualche sporadica presa di posizione tendente a limitarla al solo imputato, stante leccezionalit della norma che impediva unestensione analogica ( 6), si era giunti a ritenere che le incompatibilit di cui alle lett. a) e b) andassero estese alle persone sottoposte ad indagini, anche se tale qualifica i predetti avessero assunto in procedimento connesso o collegato (7) e seppure la loro posizione era stata archiviata (8).

. Nessun dubbio, in giurisprudenza, che il testo della norma ed in particolare la lett. a) - escludesse dalla possibilit di testimoniare anche coloro che erano stati condannati con sentenza irrevocabile; in questo senso Cass. sez. III, 29 novembre 1995, Varsallona, in CED Cass., n. 203496 5 . Nel testo originario lipotesi di cui alla lett. b) dellart. 371 c.p.p. si riferiva al solo caso in cui la prova di un reato o di una sua circostanza influisse sulla prova di un altro reato o di unaltra circostanza. 6 . Cos, Cass. 28 settembre 1992, Peruzza, in Cass. pen., 1994, 1618 7 . A titolo esemplificativo Cass. sez. VI, 3 maggio 1996, Di Gioia, in CED Cass.,n. 205674 8 . In questo senso C. Cost. 18 marzo 1992, n. 989, in Giur. cost., 1992, 989.

Vi era, quindi, una fascia particolarmente ampia di soggetti da escutere con le garanzie di cui allart. 210 c.p.p. ai quali, di conseguenza, andava riconosciuta la facolt di non rispondere alle domande poste. Poco prima dellentrata in vigore della l. n. 63/01, la Corte Costituzionale sembrava aver avviato una sorta di revirement; con una sentenza interpretativa di rigetto, occupandosi dello specifico caso dellimputato e/o indagato di reato collegato ex art. 371 lett. b) c.p.p. aveva affermato che lincompatibilit sussiste soltanto nei confronti di coloro che, e per il tempo in cui, rivestono la qualit di persone imputate o indagate (9). ****

Su questa normativa interviene la l. n. 63/01, scegliendo una soluzione allesito di un lungo dibattito parlamentare (10), imperniata su due punti: lincompatibilit a testimoniare di alcune categorie soggettive rimane, ma non come assoluta nel senso che si collega pi alla veste processuale assunta: opera soltanto in alcuni casi ed in presenza di certi presupposti; vi un regime diversificato a seconda della forza del legame esistente tra soggetto e procedimento nel quale potrebbe essere chiamato a deporre; un legame maggiormente forte (lett. a) giustifica unampia incompatibilit; uno debole una minore incompatibilit (lett. b). Dalla limitazione dellarea dellincompatibilit deriva un rafforzamento implicito, ma non contrario al principio di legalit, del piano del punire; quando il soggetto non pi
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. cos, C. Cost. 24 maggio 2000, n. 294. La decisione era molto importante anche perch escludeva nel caso in esame lapplicabilit della regola di valutazione di cui al comma 3 dellart. 192 c.p.p. 10 . Nel testo precedente a quello poi definitivamente approvato, nella camera ne era passato uno, il 6 novembre 2000, che introduceva linedita figura dellimputato che, pur non potendo essere sentito come teste, ne assumeva tuttavia gli obblighi con relative sanzioni, limitatamente ai fatti concernenti la responsabilit altrui sui quali avesse liberamente scelto di deporre. Esso constava soltanto di tre lettere; le prime due prevedevano lincompatibilit per il responsabile civile e la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria (lett. a) e di coloro che nel medesimo procedimento svolgono o hanno svolto la funzione di giudice, pubblico ministero o loro ausiliari (lett. b); con la terza (lett. c) si indicavano come incompatibili a testimoniare salvo quanto previsto nellart. 64 comma 3 lett. c), le persone imputate di procedimento connesso a norma dellarticolo 12 o per un reato collegato a norma dellart. 371 comma 2, lett. b9, prima che nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dellart. 444.

incompatibile viene sentito come teste o nelle indagini come persona informata sui fatti nei suoi confronti saranno applicabili, senza bisogno di alcuna specificazione normativa, le norme penali di cui allart. 372 o 371 bis c.p..

Per i coimputati nel medesimo reato o per le persone imputate in un procedimento connesso ai sensi della lett. a) dellart. 12 c.p.p. (11) la regola rimane quella della incompatibilit a testimoniare che viene, per, meno quando nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, di proscioglimento o di applicazione di pena.
Secondo Cass. sez. IV, 18 febbraio 2009, n. 10346, CED Cass. n. 242981 L'imputato in un procedimento connesso o collegato ha piena capacit di testimoniare, qualora nei suoi confronti sia stata nel frattempo pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena, anche se in precedenza ha reso dichiarazioni senza aver prima ricevuto gli avvertimenti di cui all'art. 64, comma secondo, lett. c), cod. proc. pen..

La ratio della norma chiara; lesigenza di garanzia collegata al principio nemo tenetur se detegere non ha pi ragione di permanere quando la posizione processuale del dichiarante non pu pi essere messa in discussione per essere divenuta irrevocabile la statuizione che lo riguarda. Proprio in relazione a tale ragione sottostanti si spiega perch in tale categoria non rientra il caso che sia stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere irrevocabile, che non godendo, ex artt. 434 e ss c.p.p., della stessa stabilit delle pronunce dibattimentali lascia intatte le esigenze di tutela del dichiarante.
Secondo Cass. sez. I, 17 gennaio 2004, n. 46966, CED Cass. n. 231184 non pu essere sentito quale testimone l'imputato in procedimento connesso ai sensi dell'art. 12, o di reato collegato a norma dell'art. 371, comma secondo lett b), del codice di procedura penale, nei cui confronti sia stata pronunciata sentenza non impugnabile di non luogo a procedere, indipendentemente dalle ragioni del proscioglimento, posto che detta sentenza sempre formalmente revocabile. (Fattispecie in cui si era invocata, a sostegno dell'obbligo di testimonianza, una pretesa irrevocabilit "sostanziale" della sentenza di non luogo a procedere pronunciata a favore degli imputati in procedimento connesso).

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. Quando cio il reato per cui si procede stato commesso da pi persone in concorso o cooperazione fra loro, o se pi persone con condotte indipendenti hanno determinato levento

La preoccupazione del legislatore sul punto , forse, eccessiva perch non tiene conto del fatto che comunque le dichiarazioni rilasciate dal coimputato in qualit di teste non potranno mai essere utilizzate contro di lui. Pur in assenza di indicazioni legislative, che forse sul punto sarebbero state opportune, anche il coindagato nel medesimo reato o in quello connesso ex lett. a) art. 12 c.p.p. la cui posizione sia stata archiviata conserva il privilegio

dellincompatibilit a testimoniare.
Secondo Cass. sez. II, 10 aprile 10 aprile 2008, n. 26819, CED Cass. n. 240946 L'indagato in un procedimento connesso ai sensi dell'art. 12 cod. proc. pen. o per un reato collegato ex art. 371, comma secondo, lettera b), cod. proc. pen., la cui posizione sia stata definita con archiviazione, pu assumere l'ufficio di testimone in ordine ai fatti riguardanti l'altrui responsabilit, sempre che abbia ricevuto l'avvertimento preliminare alle dichiarazioni accusatorie circa la conseguente doverosa assunzione dell'ufficio di testimone e sempre che non abbia ritenuto di avvalersi della facolt di non rispondere. (La Corte ha precisato che, in mancanza dell'avvertimento di cui all'art. 64, comma terzo, lettera c), cod. proc. pen., le dichiarazioni eventualmente rese in ordine all'altrui responsabilit sono inutilizzabili nei confronti del soggetto accusato)

La nuova lettera b) dellart. 197 c.p.p. restringe significativamente lambito dellincompatibilit delle altre figure di possibili dichiaranti, lasciandola per ipotesi del tutto marginali, individuabili sostanzialmente per esclusione; in particolare per gli imputati di procedimento connesso ex art. 12 lett. c) (12) o di procedimento collegato ex art. 371 comma II lett. b) (13) non opera lincompatibilit: quando le predette categorie soggettive, sottoposte ad interrogatorio - dal p.m, dal Gip, dal Gup o dalla p.g. su delega del p.m. -, ed avvisate delle conseguenze che potranno derivare se renderanno dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilit di terzi abbiano risposto alle domande;
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. Fattispecie che si verifica se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri. Larticolo 197 c.p.p. non cita affatto lipotesi della connessione di cui alla lett. b) dellart. 12 che per riguardare il caso del reato commesso dalla medesima persona non ha incidenza per il tema in esame. 13 . Fattispecie che si verifica se si tratta di reati dei quali gli uni sono stati commessi in occasione degli altri, o per conseguirne o assicurarne al colpevole o ad altri il profitto, il prezzo, il prodotto o limpunit, o che sono stati commessi da pi persone in danno reciproco le une delle altre, ovvero se la prova di un reato o di una sua circostanza influisce sulla prova di un altro reato o di unaltra circostanza. La categoria del reato collegato, ex art. 371 comma 2 lett. b) c.p.p., si notevolmente ampliata rispetto al passato; in essa sono stati inseriti quei casi di connessione che prima della l. n. 63/01 rientravano nellart. 12 lett. c) c.p.p., ed stato anche inserito ex novo il caso, prima regolato nella lett. a) del medesimo comma 2 dellart. 371 c.p.p., dei reati commessi in danno reciproco gli uni degli altri.

quando, indipendentemente dal fatto di essere stati interrogati, nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione della pena ai sensi dellart. 444 c.p.p..

Su come e da chi debbano essere valutati i presupposti per rivestire la qualifica di imputato di procedimento connesso e/o collegato la giurisprudenza non appare aver assunto una posizione conforme, apparendo per prevalente la posizione secondo cui solo il p.m. a poter attribuire la qualit in questione e non potendo il giudice farlo autonomamente; cos, esemplificativamente, Cass. sez. V. 4 novembre 2008, n. 43232, CED Cass.
n. 241942 secondo cui Il divieto di utilizzazione nei confronti di terzi di dichiarazioni rese da persona che avrebbe dovuto essere sentita in qualit di indagata, non attiene alle dichiarazioni rese al giudice da soggetto che mai abbia a ssunto la qualit di imputato o di persona sottoposta ad indagini. (In motivazione, la S.C. ha rilevato che, a differenza del pubblico ministero, il giudice non pu attribuire ad alcuno, di propria iniziativa, la qualit di imputato o di persona sottoposta ad indagini, dovendo solo verificare che essa non sia gi stata formalmente assunta, sussistendo in tal caso l'incompatibilit con l'ufficio di testimone; pertanto il riferimento alla posizione sostanziale del dichiarante non esaurisce la verifica dei presupposti di applicabilit dell'art. 63 cod. proc. pen., verifica che si estende alla necessit della successiva formale instaurazione del procedimento a suo carico).( 14); a diverse conclusioni, per, Cass. sez. IV, 10 dicembre 2003, n. 4867, CED Cass. n. 229377, per la quale: Le dichiarazioni della persona che fin dall'inizio avrebbe dovuto essere sentita nella qualit di indagata sono inutilizzabili "erga omnes" e la verifica della sussistenza di tale qualit va condotta non secondo un criterio formale (esistenza di "notizia criminis", iscrizione nel registro degli indagati) ma secondo il criterio sostanziale della qualit oggettivamente attribuibile al soggetto in base alla situazione esistente nel momento in cui le dichiarazioni sono state rese (affermazione resa in fattispecie nella quale la S.C. ha annullato con rinvio la sentenza fondata sulle testimonianze rese da due vigili urbani nell'ambito di un procedimento ex art. 590 cod. pen., successivamente rinviati a giudizio per cooperazione colposa nello stesso reato, ritenute utilizzabili dalla Corte di appello in assenza di una previa imputazione formale) (15).

La ratio dellintervento normativo chiara; nel primo caso linterrogando viene avvisato delle conseguenze del suo agire e se decide di rendere dichiarazioni erga alios come se rinunciasse alla facolt riconosciutagli per legge di non rispondere (applicazione del principio electa una via, non datur recursus ad alteram); nel
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. Negli stessi termini, si v. Cass. sez. II, 21 settembre 2007, n. 38858, CED Cass. n. 238218; Cass. sez. II, 14 ottobre 2003, n. 47088, CED Cass. n. 227730; Cass. sez. V, 28 gennaio 2003, n. 9079, CED Cass. n. 224151 15 . In termini anche Cass. sez, VI, 11 maggio 2000, n. 6605, CED Cass. n. 217556.

secondo sono venute meno le esigenze di tutelare il suo diritto al silenzio essendo stata pronunciata nei confronti della sua posizione processuale una decisione con caratteri di irrevocabilit. Alla luce delle considerazioni fatte con riferimento alla nuova lett. a) dellart. 197 c.p.p., non potrebbe comunque acquisire la qualit di teste colui la cui regiudicanda sia stata definita con sentenza di non luogo a procedere o con archiviazione. c) La figura del teste assistito nellart. 197 bis c.p.p.. Il primo ed il secondo comma dellarticolo 197 bis non fanno che ribadire i principi gi espressi nelle lett. a) e b) dellart. 197, indicando quando le persone imputate (o indagate) di un procedimento connesso o collegato possano assumere la qualit di testimone e cio quando nei loro confronti sia stata pronunciata sentenza irrevocabile di proscioglimento, di condanna o di applicazione di pena o, pure prima di tale momento limitatamente, per, al caso dellimputato di procedimento connesso ex lett. c) dellart. 12 o di reato collegato ex art. 371 comma 2 lett. b) - quando abbiano accettato di rispondere, in sede di interrogatorio in seguito allavviso di cui allart. 64 lett. c) c.p.p., alle domande sulla responsabilit di terzi.
Con riferimento al caso dellimputato di processo collegato per ragioni probatorie si segnala Cass. sez. V, 20 maggio 2009, n. 31170, CED Cass. n. 244491 secondo cui In tema di incompatibilit a testimoniare, il collegamento probatorio di cui all'art. 371, comma secondo, lett. b) cod. proc. pen., che determina l'incompatibilit con l'ufficio di testimone di cui all'art. 197, comma primo, lett. b) cod. proc. pen., deve riferirsi ad elementi oggettivi di modo che l'accertamento di un reato sia destinato ad influire su quello degli altri; essa, pertanto, non pu discendere dal solo stato di imputato di un reato in danno della persona nei confronti della quale si procede, essendo ravvisabile soltanto in costanza di un diretto e concreto rapporto di connessione probatoria tra il processo in trattazione e il procedimento in cui il dichiarante stato o sottoposto, ossia allorquando il collegamento probatorio tra i procedimenti sia oggettivamente fondato sull'identit del fatto ovvero sull'identit o sulla diretta rilevanza di uno degli elementi di prova dei reati oggetto dei procedimenti stessi.

decreto di

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Malgrado la lettera dellart. 371, comma 2, lett. b) c.p.p., contenga il riferimento ai reati commessi da pi persone in danno reciproco, in giurisprudenza controversa la veste in cui escutere i soggetti che possano assumere in astratto la veste di imputati e di parte offesa con riferimento allo stesso fatto criminoso. Vi , infatti, un orientamento numericamente maggioritario che continua a sostenere che in tale situazione il soggetto debba escusso come teste ordinario e tale opzione viene di fatto giustificata per evitare che denunce strumentali contro la persona offesa, eventualmente per calunnia, possano far scattare il regime di utilizzazione delle dichiarazioni di cui al comma 3 dellart. 192 c.p.p..
Per la tesi secondo cui in questi casi il soggetto andrebbe sentito come testimone assistito si v. Cass. sez. VI, 28 maggio 2009, n. 32841, CED Cass. n. 244448 secondo cui incompatibile con l'ufficio di testimone la persona, gi denunciata per la commissione di un fatto reato, che venga esaminata, su tale fatto, come persona offesa nel procedimento di calunnia nei confronti del proprio accusatore dovendo essa assumere, in relazione al collegamento probatorio tra i due reati, la veste di imputato di reato connesso o, ricorrendone le condizioni, di testimone assistito. Cass. sez. V, 25 settembre 2007, n. 39050, CED Cass. n. 238188 secondo cui L'imputato di reato "reciproco", non ancora definitivamente giudicato, che renda dichiarazioni su fatti che concernono la responsabilit di altri, assume, in base all'art. 197 bis cod. proc. pen., la veste di testimone assistito sicch, qualora egli sia sentito come testimone senza le garanzie previste da tale norma, dette dichiarazioni non sono utilizzabili ex art. 64 comma terzo bis c.p.p... A diverse conclusioni, invece, giungono Cass. sez. VI, 29 ottobre 2008, n. 1871, CED Cass, n. 242638, secondo cui Quando in capo al soggetto che debba rendere dichiarazioni in qualit di persona offesa, tale condizione concorra con quella di imputato dello stesso reato o di reato connesso o collegato, la qualit di testimone prevale per la sua maggiore pregnanza, sicch il soggetto deve essere esaminato in tale veste, con l'obbligo di rispondere secondo verit alle domande che gli sono rivolte. (Fattispecie in tema di calunnia); Cass. sez. III, 15 ottobre 2007, n. 357, CED Cass. n. 238696 secondo cui Quando in capo al soggetto che debba rendere dichiarazioni in qualit di persona offesa, tale condizione concorra con quella di imputato dello stesso reato o di reato connesso o collegato, la qualit di testimone prevale per la sua maggiore pregnanza, sicch il soggetto deve essere esaminato in tale veste, con l'obbligo di rispondere secondo verit alle domande che gli sono rivolte; Cass. sez. fer. 22 luglio 2004, n. 33312, CED Cass. n. 229953, secondo cui Quando in capo al soggetto che debba rendere dichiarazioni in qualit di persona offesa,tale condizione concorra con quella di imputato dello stesso reato o di reato connesso o collegato, la qualit di testimone destinata a prevalere per la sua maggiore pregnanza, sicch il soggetto deve essere esaminato in tale veste, con l'obbligo di rispondere secondo verit alle domande che gli sono rivolte. (Fattispecie in cui la persona assunta come testimone nel processo per il reato di lesioni ai propri danni, era anche imputata in procedimento per reato di lesioni consumato in danno reciproco col 11

denunciato. La Corte ha formulato il principio, precisando che deve essere fatto salvo il disposto dell'art. 197 comma primo lett. a) cod. proc. pen.).

**** Con il comma terzo si introduce una prima peculiarit di questa forma di testimonianza e cio la necessit che il dichiarante sia assistito da difensore di fiducia, o in mancanza da quello di ufficio, ci perch il soggetto chiamato a rendere dichiarazioni, comunque, ha una posizione sostanziale diversa da quella del testimone pure, che pu abbisognare dellapporto tecnico del patrocinatore, apporto necessario, in quanto, secondo il comma 4 del medesimo art. 197 bis c.p.p., esistono limiti al contenuto del deporre, per interloquire eventualmente sui quali pu essere necessaria una specifica competenza tecnica. (16)

Nel 2006, la Corte Costituzione ha, per, ritenuto costituzionalmente illegittimo, per contrasto con lart. 3, lart. 197 bis, commi 3 e 6 nella parte in cui prevedono rispettivamente e lassistenza del difensore e lapplicazione delle disposizioni di cui allart. 192 comma 3 del medesimo codice anche per le dichiarazioni rese dalle persone indicate dal comma 1 dellart. 197 bis c.p.p. nei confronti dei quali sia stata pronunciata sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto irrevocabile (17). La Corte ha, in pratica, considerato irragionevole assoggettare alla regola della corroboration e munire dellassistenza difensiva le dichiarazioni rese da chi gi imputato di reato connesso o collegato a quello per il quale si procede stato assolto con sentenza irrevocabile, per non aver commesso il fatto, essendosi nei suoi confronti acclarata in via definitiva linesistenza di qualsiasi correlazione con il fatto oggetto della vicenda processuale oggetto della testimonianza.
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. Secondo Cass. sez. IV, 11 giugno 2008, n. 22139, CED Cass. n. 240898 il testimone assistito non potr beneficiare del patrocinio a spese dello stato. 17 . C. Cost. 8 novembre 2006, n. 381, Cass. pen. 2007, p. 486 con nota critica di Di Bitonto, La Corte Costituzionale riapre il dibattito sulla testimonianza assistita; secondo lautrice la Corte avrebbe introdotto una nuova figura di dichiarante distinta sia dal testimone, in ragione dellapplicabilit del regime di cui allart. 197 bis c.p.p., sia dal testimone assistito tradizionale, in ragione dellinapplicabilit dellassistenza difensiva e del criterio valutativo di cui allart. 193 comma 3 c.p.p..

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Nel quarto comma vengono indicate quelle situazioni nelle quali, pur mantenendosi la qualifica di teste nel dichiarante, la posizione sostanziale sottostante di imputato in altro procedimento impone correttivi che vanno ad incidere sui limiti della deposizione, limiti che si aggiungono a quelli gi previsti nellart. 194 (limpossibilit di deporre sulla moralit dellimputato o sulle voci correnti nel pubblico) o nellart. 198 (limpossibilit di deporre su fatti da cui potrebbe emergere una responsabilit penale del dichiarante). Nel caso in esame, per a differenza di quelle da ultimo ricordate non vi unimpossibilit oggettiva a deporre, ma unimpossibilit relativa nel senso che il teste non pu essere obbligato a rispondere (rectius sul punto si riespande il suo diritto affievolito a tacere) ma ben potrebbe di farlo. I limiti a deporre, inoltre, sono costruiti in modo diversificato a seconda della tipologia del teste-gi-imputato. Se questi viene chiamato a testimoniare dopo che nei suoi confronti stata pronunciata una di quelle decisioni irrevocabili di cui si detto, non pu essere obbligato a deporre su fatti per i quali stata pronunciata in giudizio sentenza di condanna - il riferimento testuale esclude che si possa tener conto di una pronuncia di patteggiamento, in quanto aveva reso dichiarazioni. La Corte Costituzionale intervenuta sul punto dichiarando infondata la questione di legittimit costituzionale dellart. 197 bis, comma 4, c.p.p. sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost. nella parte in cui non prevede che il testimone non possa essere obbligato a deporre per fatti per i quali stata pronunciata nei suoi confronti sentenza di applicazione di pena, se nel procedimento egli aveva negato la propria responsabilit ovvero non aveva reso alcuna dichiarazione. La Corte, dopo aver sottolineato le differenze che caratterizzano la posizione dellimputato dichiarante a seconda che si versi nel procedimento ordinario o in
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non pronunciata a seguito di giudizio,

o di

proscioglimento - se nel procedimento aveva negato la propria responsabilit o non

quello di patteggiamento, ha rilevato che limputato, nelloptare per il rito alternativo, posto ex ante nella condizione di apprezzare le conseguenze che scaturiscono da tale scelta, tra le quali, appunto, anche quella di non essere esonerato dal deporre come teste in altri processi, anche se strettamente collegati a quello per il quale ha subito lapplicazione di pena (18).

La ratio della norma che non si pu imporre al soggetto una scelta contraria a quella fatta nel proprio procedimento; lindiscriminato riconoscimento della veste di testimone avrebbe potuto comportare, in alcuni casi, persino una sorta di obbligo di confessare le proprie responsabilit, in contrasto con il principio nemo tenetur se detegere.

Se il soggetto, invece, viene sentito in quanto nel suo interrogatorio aveva accettato di parlare della responsabilit dei terzi, non pu essere, comunque, obbligato a riferire fatti che concernono la propria responsabilit, in ordine al reato per cui si procede o si gi proceduto (19). Viene, quindi, riconosciuto al dichiarante un privilege against self-incrimination. Se in astratto questultima regola non appare creare particolari problemi ermeneutici fin troppo semplice pronosticare come nella pratica sar, spesso, difficile discernere quando la dichiarazione debba considerarsi in tutto o in parte contra se.

Il comma 5 dellart. 197 bis contiene una regola di inutilizzabilit soggettiva: le dichiarazioni non sono utilizzabili non solo nel procedimento a carico di chi le ha rese ma anche in quello di revisione della sentenza di condanna e persino nei giudizi civili o amministrativi relativi al fatto oggetto dei procedimenti e delle sentenze suddette.

18 19

. C. cost. 13 dicembre 2007, n. 456, in Cass. pen. 2008, 1833, che . Larticolo 197 bis c.p.p. sembra costruito tenendo conto che la testimonianza davanti al giudice sia resa in un procedimento separato anche se c onnesso o collegato. Non esclusa, per, la possibilit di una testimonianza nel medesimo procedimento, quando ne sia stata disposta la riunione ai sensi dellarticolo 17 c.p.p.. In tal caso il soggetto potr rivestire nello stesso contesto la veste di imputato e di teste.

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Il disposto completa la regola contenuta nel comma precedente; ogni dichiarazione imposta al teste su temi in ordine ai quali aveva diritto di tacere inutilizzabile, mentre tutto ci che egli abbia liberamente dichiarato sar valutabile in chiave probatoria nei riguardi di altro soggetto, ma inutilizzabile contra se. Solo prima facie questa affermazione inconciliabile con lavvertimento, ex art. 64 comma 3 lett. a), c.p.p., fatto allimputato secondo cui le sue dichiarazioni potranno sempre essere utilizzate nei suoi confronti. Le due previsioni hanno un diverso ambito operativo; la prima (quella del comma V dellart. 197 bis c.p.p.) riguarder il caso dellimputato assunto come teste su un reato connesso o collegato; laltra il medesimo soggetto, ma in quanto interrogato o esaminato nella sua specifica veste di imputato (20). Secondo la dottrina anche allimputato assolto per non aver commesso il fatto, al quale non si applicano per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n. 381/06 lassistenza difensiva ed criterio valutativo di cui allart. 192 comma 3 c.p.p., sarebbe, invece, applicabile la garanzia di cui allart. 197 bis, comma 5, c.p.p. (21).

Limputato in procedimento connesso. Nel previgente primo comma dellarticolo 210 c.p.p. veniva genericamente stabilito che le persone imputate in un procedimento connesso a norma dellarticolo 12, nei confronti delle quali si procede o si proceduto separatamente, sono esaminate a richiesta di parte, ovvero, nel caso indicato nellarticolo 195 c.p.p., anche di ufficio. La disposizione, quindi, riguardava allo stesso modo tutti i soggetti imputati e grazie allestensione di cui allart. 61 c.p.p. anche quelli soltanto sottoposti ad

20 21

. Per questa considerazione, Ferrua, La dialettica Camera-Senato, cit., 82. . Cord, Il regime delle dichiarazioni testimoniali rese dallimputato in procedimento connesso o per reato collegato assolto per non aver commesso il fatto, in Foro it. 2007, I, c. 2025 e Conti, Imputato assolto per non aver commesso il fatto: deve essere equiparato al testimone comune, in Dir. pen. e proc., 2007, p. 321.

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indagine (22) in procedimento connesso, indipendentemente da quella che fosse la ragione della connessione. In virt, poi, del comma 6 del medesimo art. 210 c.p.p. lintera regolamentazione e le connesse guarentigie erano estese anche alle persone imputate e per la stessa ragione di cui sopra anche a quelle soltanto sottoposte ad indagini in procedimento collegato ai sensi dellart. 371 comma 2 lett. b) c.p.p. che nel testo originario si riferiva alla sola connessione probatoria. Il nuovo testo chiarisce, con quello che il nuovo comma 1, frutto di due interpolazioni, che la disciplina in discussione si applica soltanto agli imputati - e/o indagati di procedimento connesso ai sensi della lett. a) dellart. 12 c.p.p. e, sempre che costoro non possano assumere lufficio di testimone (perch, ad esempio, intervenuta una di quelle decisioni irrevocabili che comportano il mutamento della veste processuale). Nel comma 6, integralmente riscritto, si regola il caso che deve essere escusso un soggetto imputato e/o indagato di procedimento connesso ai sensi dellart. 12 comma 1, lett. c) c.p.p. o di procedimento collegato a norma dellart. 371 comma 2 lett. b) c.p.p., quando costui non ha reso in precedenza dichiarazioni concernenti la responsabilit dellimputato. Lipotesi si attaglia non soltanto al caso del soggetto mai sentito nelle indagini o, anche, in altro dibattimento - sulla responsabilit di terzi ma anche a quello di colui che precedentemente escusso ed evidentemente avvisato dei suoi obblighi ex art. 64 c. III lett. c) - non aveva voluto rendere dichiarazioni sulla responsabilit dellimputato e che, malgrado ci, sia stato ricitato in dibattimento. A questi soggetti viene preventivamente dato lavviso previsto dallarticolo 64 c. 3 lett. c) c.p.p.. Se dichiarano di voler rispondere alle domande sullaltrui responsabilit muta, in relazione a questa sola disponibilit, la loro veste giuridica.
22

. Pacifico in giurisprudenza che il regime dellart. 210 c.p.p. dovesse applicarsi anche agli indagati; in questo senso, a titolo puramente esemplificativo, Cass. sez. III, 9 giugno 1995, Osmani, in Ced Cass., n. 202313.

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Essi, infatti, diventano da quel momento testimoni, tanto che, vengono invitati il dato si comprende chiaramente dal richiamo nel nuovo sesto comma dellart. 210 c.p.p. allart. 497 c.p.p. - a leggere la formula del giuramento, tipica di ogni esame testimoniale. Ai predetti soggetti si applicano, per, le disposizioni previste dall art. 197 bis c.p.p.. Ne deriva che essi avranno facolt di farsi assistere da difensore di fiducia o in mancanza da quello designato di ufficio; non potranno essere obbligati a deporre su fatti che concernono la propria responsabilit; godranno di quella garanzia secondo cui le dichiarazioni eventualmente rese contra se saranno inutilizzabili. Nessuna regola dettata per il caso in cui, nel corso del medesimo dibattimento, gli stessi imputati rendano o intendano rendere per la prima volta dichiarazioni erga alios. La lacuna deve essere colmata in via interpretativa con lapplicazione dellarticolo 64 c.p.p.; il giudice, prima che abbia inizio lesame, provveder ad avvertire limputato che, se render dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilit altrui, potr assumere nei limiti dellart. 197 bis c.p.p., limitatamente a tali fatti, lufficio di testimone (23). Valore processuale della testimonianza assistita e delle dichiarazioni dell imputato di procedimento connesso.

Le dichiarazioni rese sia dallimputato di procedimento connesso che dal teste assistito vanno valutate secondo il criterio indicato dallart. 192, comma 3 c.p.p. e quindi unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano lattendibilit; il comma 6 dellart. 197 bis c.p.p. opportunamente esplicito a favore di questa opzione

23

. Si v. C. Cost. 23 maggio 2003, n. 191 che, con sentenza interpretativa di rigetto, ha ritenuto che anche nel caso dellesame dellimputato ex art. 208 c.p.p. debba applicarsi la disciplina degli avvisi prevista dallart. 64 c. 3 c.p.p., e ci in quanto sia linterrogatorio che lesame sono atti appartenenti ad un medesimo genus.

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Il principio vale indiscriminatamente sia per lipotesi che nei confronti del soggetto sia intervenuta sentenza irrevocabile tranne che questa sia di assoluzione per non aver commesso il fatto - sia nellipotesi contraria e sia nei confronti dellimputato di reato connesso che di quello collegato (24). La qualit di testimone assunta dallimputato, quindi, nulla aggiunge, sul piano dei criteri legali, al valore delle sue dichiarazioni; naturalmente non si pu escludere che, nel rispetto di quei criteri, il giudice possa orientare la sua valutazione di attendibilit anche in funzione della circostanza che la dichiarazione sia stata resa o meno nella veste di testimone. Secondo una parte della dottrina, per, lequiparazione legislativa del valore delle dichiarazioni del teste assistito e dellimputato di procedimento connesso lascia perplessi perch si tratta di una regola che limita il principio del libero convincimento del giudice ed fondata sulla presunzione di una minorata attendibilit del dichiarante, presunzione discutibile rispetto a soggetti a cui formalmente viene attribuita la qualifica di testimone 25. Sullargomento, per, si anche pronunciata la Corte Costituzionale che ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimit costituzionale,

sollevata in riferimento all'art. 3 Cost. dell'art. 197-bis, comma 6, del codice di procedura penale, nella parte in cui prevede che alle dichiarazioni rese dalle persone che assumono l'ufficio di testimone si applichi la disposizione di cui all'art. 192, comma 3, c.p.p.. Secondo la Consulta, infatti, non ravvisabile unequivalenza di posizione tra il "testimone assistito" e quello cd ordinario, essendo, il primo, una figura significativamente differenziata sul piano del trattamento normativo, per cui l'assoggettamento delle dichiarazioni del "teste assistito" alla regola della necessaria "corroborazione" con riscontri esterni, di cui all'art. 192, comma 3, c.p.p. si risolve in

24

. Sul punto va ricordato che secondo C. Cost. 25 maggio 2000 n. 249 cit. - pronuncia da ritenersi ormai superata nel caso di imputato o indagato di procedimento collegato la cui posizione era stata definita con archiviazione o con sentenza di non luogo a procedere irrevocabile non doveva ritenersi applicabile lart. 192 comma 3 c.p.p. 25 . Cos, CONSO -GREVI ,Compendio di procedura penale, Padova, 2008, p. 331

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un esercizio della discrezionalit che compete al legislatore nella conformazione degli istituti processuali (26). Il vaglio delle dichiarazioni rese dal soggetto coinvolto nel fatto. Si gi accennato come sia alle dichiarazioni rese dal testimone assistito sia a quelle rese dallimputato in procedimento connesso risulti applicabile la regola prevista nellart. 192 c. III c.p.p. . Ha soprattutto rilevanza teorica la disputa sulla qualificazione delle dichiarazioni in parola come indizio o come prova; la giurisprudenza dominante propende per la qualificazione in termini di prova; cos Cass. sez. un. 6 dicembre 1991, n. 1048, Scala, CED
Cass. n. 189182 secondo cui L'art 192, comma 3 e 4, del Codice di procedura penale non ha svalutato sul piano probatorio le dichiarazioni rese dal coimputato di un medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso ex art. 12 Cod. proc. pen. o di un reato collegato a quello per cui si procede nel caso previsto dall'art. 371, comma 2, lett.B) Cod. proc. pen. perch ha riconosciuto a tali dichiarazioni valore di prova e non di mero indizio e ha stabilito che esse debbano trovare riscontro in altri elementi o dati probatori che possono essere di qualsiasi tipo o natura ( ) per la qualificazione in termini di indizio si v., invece, Cass. sez. V, 9 ottobre 1996, n. 4144, CED Cass. n. 206338 secondo cui Per la chiamata in correit, che per se stessa un indizio e che acquista il connotato di gravit attraverso il giudizio di affidabilit, sufficiente che l'attendibilit intrinseca sia apprezzata con riferimento alla personalit delinquenziale del soggetto ed alla completezza, precisione coerenza interna, ragionevolezza dell'accusa e grado di interesse alla stessa, e che l'attendibilit estrinseca sia verificata, nella prospettazione positiva, con elementi logici o rappresentativi e non necessariamente oggettivi e individualizzanti e, per la prospettazione negativa, con l'accertamento dell'inesistenza di elementi processuali incompatibili o soltanto contrastanti con l'accusa. Per la dichiarazione indiretta, invece, che indizio diventa soltanto con il giudizio di attendibilit, necessaria, per la sua composita natura, una duplice rigorosa verifica, intrinseca ed estrinseca, una relativa alla credibilit della fonte primaria - il confidente - l'altra relativa alla fonte secondaria - il dichiarante. L'accusa "de relato" abbisogna, quindi, non di un riscontro generico ma di un "quid pluris" pi specifico e qualificante, pi incisivo ed esterno, che, per qualit e quantit, specificit e correttezza, rappresenti, se non un inizio di prova individualizzante, almeno una verifica certa ed esterna dell'effettivit, se non veridicit sostanziale della confidenza.
27

Il punto realmente importante riguarda la natura e loggetto dei riscontri.


26 27

. C. cost. 8 luglio 2004, n. 265, in Arch. n. proc. pen., 2005, p. 135. . Alle stesse conclusioni, ex plurimis, Cass. sez. I, 13 ottobre 1995, n. 11265, CED Cass. n. 202851 e Cass. sez. V, 15 giugno 2000, n. 9001, CED Cass. n. 217728.

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La Cassazione ha nel corso degli anni elaborato un vero e proprio vademecum per il giudice di merito a cui spetta il compito del vaglio delle dichiarazioni dei soggetti in esame; lo ha fatto, soprattutto, riferendosi alle propalazioni dei collaboratori di giustizia ma con affermazioni suscettibili di valere per ogni genere di dichiarazioni per le quali sia applicabile il secondo cpv dellart. 192 c.p.p..

**** La giurisprudenza ha individuato una serie di passaggi da effettuarsi da parte del giudice secondo una logica scansione temporale. Il primo aspetto da affrontare quello della credibilit del dichiarante, che va vagliata in relazione, tra l'altro, alla sua personalit, alle sue condizioni socioeconomiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correit ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici. Superato questo primo scoglio, dovr essere testata l'intrinseca consistenza e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneit. Infine, dovr esaminare i riscontri cosiddetti esterni. Si tratta di un ordine logico che deve essere rispettato, perch non si pu procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correit e degli "altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilit" se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensano sulla chiamata in s, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa.
In questo senso si v., ex plurimis, Cass. sez. V, 18 gennaio 2000, Orlando, n. 4888, CED Cass n. 216047 secondo cui In tema di valutazione della prova, la chiamata di correo ha valore di prova diretta contro l'accusato, in presenza di tre requisiti, che devono in concreto essere accertati dal giudice di merito e che consistono: a) nell'attendibilit del dichiarante (confitente e accusatore), valutata in base a dati e circostanze attinenti direttamente alla sua persona, quali il carattere, il temperamento, la vita anteatta, i rapporti con l'accusato, la genesi e i motivi della chiamata di correo; b) nell'attendibilit intrinseca della chiamata di correo, desunta da dati specifici e non esterni ad essa, quali la spontaneit, la 20

verosimiglianza, la precisione, la completezza della narrazione dei fatti, la concordanza tra le dichiarazioni rese in tempi diversi, ed altri dello stesso tenore; c) nell'esistenza di riscontri esterni, ovvero di elementi di prova estrinseci, da valutare congiuntamente alla chiamata di correo, per confermare l'attendibilit, al cui esame, peraltro non si pu procedere, se persistono dubbi sulla credibilit del dichiarante o sull'attendibilit intrinseca delle sue dichiarazioni. (In ordine al riscontro esterno la Corte ha precisato che esso ha solo la funzione di confermare l'attendibilit intrinseca e la credibilit soggettiva del dichiarante, per cui gli elementi di prova utilizzati a questo scopo possono essere di qualsiasi tipo e natura, sia rappresentativi che logici, purch idonei a quella funzione, e non necessario che concernano in modo diretto il "thema probandum", e tanto meno che consistono in prove autonome della colpevolezza). (28).

**** Sul tema del vaglio di attendibilit del chiamante in correit, la giurisprudenza ha affermato che il giudice senza abdicare a tale sua funzione, pu per giovarsi dellanaloga operazione effettuata in altri procedimenti. E unaffermazione importante ed utile soprattutto per i processi in materia di criminalit organizzata, dove i collaboratori di giustizia vengono escussi fisiologicamente in molte occasioni;
in questo senso Cass. sez. V, 2 ottobre 1995, n. 11084, Alfano, CED Cass. n. 203048 ha affermato che In tema di chiamata in correit, allorquando il giudice del merito chiamato a valutare l'attendibilit intrinseca di un collaborante, gi ritenuto attendibile in altro procedimento definito con provvedimento irrevocabile, tale apprezzamento, pur rimesso alla libera determinazione del giudicante, non pu prescindere dagli elementi di prova gi utilizzati nel procedimento esaurito. (Fattispecie relativa al delitto ex art 416 bis cod. pen.).

**** Ma soprattutto sul tema incandescente dei riscontri che si formata una significativa ed utile casistica, che si riporter senza alcuna pretesa di completezza, perch la materia in continuo divenire. E affermazione pacifica che il riscontro necessario pu essere desunto da elementi di qualsiasi tipo o natura, sia rappresentativi che logici i quali bene ricordarlo non devono consistere in una prova autonoma di colpevolezza.
28

. Negli stessi termini anche Cass. sez. Un. 21 ottobre 1992, n. 1653, Marino, in Cass. pen. 1993, 1939 e Cass. sez. II, 12 dicembre 2002, Contrada, CED Cass. n. 225565.

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Secondo Cass. sez. VI, 17 febbraio 1996, Carboni, CED Cass. n. 204439, I riscontri esterni possono essere sia rappresentativi che logici, purch dotati di tale consistenza da resistere agli elementi di segno opposto eventualmente dedotti dall'imputato. Si inoltre chiarito che essi non debbono consistere ne' in una prova autonoma della colpevolezza del chiamato, il che renderebbe superflua la chiamata in correit, ne' necessariamente concernere in modo diretto il "thema probandum", essendo invece sufficiente che gli stessi si risolvano in una conferma anche indiretta delle dichiarazioni accusatorie, la quale per consenta, per la sua consistenza di dedurre in via logica, a mente dell'art. 192/3 cod. proc. pen. l'attendibilit di tali fonti di prova. In base a questo principio - applicato all'ipotesi di coesistenza di pi chiamate in correit - deve desumersi che qualora un coimputato od un imputato per reati connessi rendano dichiarazioni plurime, l'integrazione probatoria di una di esse pu anche derivare dalla sussistenza di elementi di conferma riguardanti direttamente le altre, purch sussistano ragioni idonee a giustificare siffatto giudizio. E tali ragioni possono individuarsi nella stretta connessione risultante tra i fatti oggetto delle dichiarazioni direttamente riscontrate ed i fatti di cui alle ulteriori accuse, per essere, ad es., gli uni prodromi degli altri. Secondo Cass. sez. IV, 10 dicembre 2004, Alfieri, CED Cass. n. 231301 La chiamata in correit, perch possa assurgere al rango di prova posta a fondamento di un'affermazione di responsabilit, necessita, oltre che di un positivo apprezzamento in ordine alla sua intrinseca attendibilit, di "riscontri estrinseci". Questi, dal punto di vista oggettivo, possono consistere in qualsiasi elemento o dato probatorio, non predeterminato nella specie e qualit, e quindi avente qualsiasi natura, sicch questi possono consistere in elementi di prova sia rappresentativa che logica, ed anche in un'altra chiamata in correit, a condizione che questa sia totalmente autonoma ed avulsa rispetto alla prima. Per converso, non invece richiesto che i riscontri abbiano lo spessore di una prova "autosufficiente", perch, in caso contrario, la chiamata non avrebbe alcun rilievo, in quanto la prova si fonderebbe su tali elementi esterni e non sulla chiamata in correit.

In questa prospettiva sono stati considerati elementi idonei a fungere da riscontro: un riconoscimento fotografico operato dallo stesso giudice: cos, Cass. sez. II, 8
ottobre 1997, Stratigopaulos, CED Cass., n. 209925 secondo cui In tema di prova, se il giudice del dibattimento non pu operare direttamente il riconoscimento di persone in quanto, se ci gli fosse consentito, sarebbe impedito il controllo sull'adeguatezza dei criteri da lui adottati nella valutazione della prova, tale diretto riconoscimento pu avere tuttavia valore di riscontro probatorio esterno ad una chiamata in correit, potendo il riscontro stesso essere di varia natura, e persino di carattere logico, purch riconducibile a fatti esterni alla chiamata. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto che il giudice di merito avesse correttamente utilizzato, ai fini della conferma dell'attendibilit della chiamata in correit, l'esame diretto delle riprese delle rapine e dei relativi fotogrammi, riscontrando direttamente la corrispondenza delle immagini registrate dei rapinatori con gli imputati accusati dal chiamante) ;

22

la causale del delitto; cos, Cass. sez. II; 17 dicembre 2004, n. 1545, Romito CED Cass.
231028 secondo cui La causale del delitto rigorosamente argomentata pu costituire elemento di fatto suscettibile di riscontro individualizzante ad una chiamata in correit intrinsecamente attendibile (29);

dichiarazioni in cui si riferisce di confidenze ricevute dallo stesso imputato;


cos, Cass. sez. I, 11 dicembre 2008, Pesce, n. 25, CED Cass. n. 242369, secondo cui Le dichiarazioni "de relato" aventi ad oggetto le confidenze ricevute dall'imputato sono idonee a costituire un riscontro alla chiamata in correit del medesimo (30);

lavere limputato fornito un alibi falso, concetto questultimo da distinguere

nettamente dallalibi fallito; cos Cass. sez. II, 15 febbraio 2005, n. 5060, Solimando,
CED Cass. n. 233230, secondo cui In tema di valutazione della prova, l'alibi falso, in quanto sintomatico, a differenza di quello non provato, del tentativo dell'imputato di sottrarsi all'accertamento della verit, deve essere considerato come un indizio a carico il quale, pur di per s inidoneo, in applicazione della regola dell'art. 192 cod. proc. pen., a fondare il giudizio di colpevolezza, costituisce tuttavia un riscontro munito di elevata valenza dimostrativa dell'attendibilit delle dichiarazioni del chiamante in correit, ai sensi del terzo comma dell'art. 192 cod. proc. pen. (31)

le registrazioni di conversazioni telefoniche; cos, Cass. sez. I, 24 settembre 2003, n.


39330, Callipari, CED Cass. n. 225999 secondo cui Il contenuto di dichiarazioni etero-accusatorie registrate nel corso di conversazioni legittimamente intercettate pu costituire riscontro ad analoghe dichiarazioni rese nel corso di rituale interrogatorio, anche quando le une e le altre provengano dal medesimo soggetto.

Soprattutto il riscontro pu provenire da altre dichiarazioni rese da soggetti pure coinvolti nel fatto. Si tratta di un principio ormai consolidato e divenuto vero e proprio diritto vivente, che la Corte ha arricchito di significato, richiedendo un accertamento particolarmente approfondito e cauto da parte del giudice di merito ed individuando una serie di condizioni in particolare la convergenza sul fatto materiale, la i dipendenza e la n specificit - perch altre chiamate in correit assumano il valore di riscontro.
Secondo Cass. sez. II, 4 marzo 2008, n. 13473, Lucchese, CED Cass. n. 239744, In tema di valutazione della prova, i riscontri esterni alle chiamate in correit possono essere costituiti anche da ulteriori dichiarazioni accusatorie, le quali devono tuttavia caratterizzarsi: a) per la loro convergenza in ordine al fatto materiale oggetto della narrazione; b)
29 30

. in termini Cass. sez. VI, 31 gennaio 1996, n. 7627, Alleruzzo, CED Cass. n. 206586. . negli stessi termini Cass. sez. I, 25 febbraio 2004, n. 24249, Casentino, CED Cass. n. 228550. 31 . in termini Cass. sez. II, 4 febbraio 2004, n. 11840, Gallazzi, CED Cass. n. 228386.

23

per la loro indipendenza - intesa come mancanza di pregresse intese fraudolente - da suggestioni o condizionamenti che potrebbero inficiare il valore della concordanza; c) per la loro specificit, nel senso che la c.d. convergenza del molteplice deve essere sufficientemente individualizzante e riguardare sia la persona dell'incolpato sia le imputazioni a lui ascritte, fermo restando che non pu pretendersi una completa sovrapponibilit degli elementi d'accusa forniti dai dichiaranti, ma deve privilegiarsi l'aspetto sostanziale della loro concordanza sul nucleo centrale e significativo della questione fattuale da decidere. (32).

Sul concetto di convergenza sul fatto materiale, secondo la Cassazione richiesto semplicemente che loggetto del narrato sia identico secondo Cass. sez. VI, 20 aprile
2005, n. 6221, Aglieri, CED Cass. n. 233085 In tema di chiamata di correo, v' reciproco riscontro in caso di pluralit di chiamate se si ha convergenza in ordine allo specifico fatto materiale oggetto del narrato. (La Corte ha precisato che non si ha riscontro reciproco se l'una dichiarazione indichi l'imputato come compartecipe di un fatto omicidiario, attribuendogli un determinato ruolo esecutivo, e l'altra dichiarazione lo menzioni invece come compartecipe esecutivo in occasione di un precedente tentativo d'omicidio in danno della stessa vittima, a meno che non si dimostri che il tentativo prima e l'omicidio consumato poi siano stati compiuti, nel medesimo contesto organizzativo e cronologico, dallo stesso gruppo) - ma non che ci sia totale sovrapponibilit fra le diverse chiamate, che anzi,

di per s potrebbe persino dare adito a sospetti di accordi e collusioni fra i chiamanti;
in questi termini Cass. sez. V, 15 giugno 2000, n. 9001, Madonna, CED Cass. n. 217729 secondo cui I riscontri esterni della chiamata in correit possono essere ricavati anche da una pluralit di chiamate convergenti; il requisito della convergenza tuttavia non va inteso come piena sovrapponibilit delle diverse chiamate (che sarebbe, oltretutto, sospetta), ma come concordanza dei nuclei essenziali delle dichiarazioni, in relazione al "thema decidendum", dovendo piuttosto il giudice verificare che tale consonanza non sia frutto di condizionamenti, collusioni e reciproche influenze; v. pure Cass. sez. I, 20 febbraio 1996, n. 3070, Emnanuello, CED Cass. n. 204294, secondo cui L'esigenza che le plurime dichiarazioni accusatorie di cui all'art. 192 comma terzo cod. proc. pen., per costituire riscontro l'una dell'altra, siano convergenti, non pu implicare la necessit di una loro totale e perfetta sovrapponibilit (la quale, anzi, a ben vedere, potrebbe essa stessa costituire motivo, talvolta, di sospetto), dovendosi al contrario ritenere necessaria solo la concordanza sugli elementi essenziali del "thema probandum", fermo restando il potere-dovere del giudice di esaminare criticamente gli eventuali elementi di discrasia, onde verificare se gli stessi siano o meno da considerare rivelatori di intese fraudolente o, quanto meno, di suggestioni o condizionamenti di qualsivoglia natura, suscettibili di inficiare il valore della suddetta concordanza.

32

. Negli stessi termini, Cass. sez. II, 17 dicembre 1999, Calscibetta, CED Cass., n. 215558 e Cass. sez. II, 30 aprile 1999, Castaldi, CED Cass. n. 213845;

24

Il riscontro che proviene da altra dichiarazione potrebbe, inoltre, non riguardare lintero fatto delittuoso ma solo un suo frammento; secondo Cass. sez. I, 10 ottobre 2007, n.
40237, Cacisi, CED Cass. n. 237867 Le dichiarazioni accusatorie rese dal coindagato o coimputato nel medesimo reato o da persona indagata o imputata in un procedimento connesso o collegato ai sensi dell'art. 371, comma secondo, lett. b), cod.proc.pen. sono idonee a fornirsi reciproco riscontro qualora siano attendibili e, anche in relazione a distinti frammenti dell'attivit criminosa, colleghino l'indagato o l'imputato al fatto.

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Laltro aspetto su cui la giurisprudenza si particolarmente soffermata quello della necessit dei riscontri cd individualizzanti; c bisogno, infatti, che il riscontro esterno oltre che finalizzato a consentire il vaglio generale dellattendibilit della dichiarazione fornisca elementi che confermino la partecipazione al reato di ogni singolo soggetto.
In questi termini Cass. sez. II, 22 marzo 1996, Arena, n. 10469, CED Cass. n. 206489 secondo cui Ai fini della valutazione della prova in ordine al giudizio di responsabilit, le dichiarazioni rese dal coimputato o da persona imputata in un procedimento connesso, abbiano esse natura accusatoria nei confronti del giudicabile ovvero siano a lui favorevoli, necessitano di riscontri di conferma della loro attendibilit - come richiesto dal terzo comma dell'art. 192 cod. proc. pen. - non solo sul dato oggettivo della sussistenza del fatto con le modalit ipotizzate dall'accusa, ma anche sulla persona cui esse si riferiscono.

Il riscontro individualizzante pu consistere in un qualunque elemento di prova che provenendo da una fonte diversa dal dichiarante si concentri sulla posizione processuale dellaccusato; cos Cass. sez. V, 24 giugno 2004, n. 36451, Vullo, CED Cass. n.
230240. secondo cui Ai fini della valutazione della chiamata di correo, nel giudizio sul merito dell'imputazione, costituisce riscontro individualizzante un qualunque elemento di prova che provenga da fonte diversa, che riguardi la sfera personale dell'accusato e che sia riconducibile al fatto da provare, o perch direttamente lo rappresenta o perch ne fornisce conferma, in via indiretta, attraverso un procedimento logico-deduttivo. Ove nel caso concreto gli elementi di riscontro corrispondano a tale nozione, la loro valenza confermativa costituisce oggetto di una valutazione in fatto, che sfugge al sindacato di legittimit, sempre che il giudice dia conto con motivazione congrua e completa del proprio apprezzamento. (Nella specie la Corte ha ritenuto insindacabile la valutazione di adeguatezza, quale riscontro dell'accusa concernente un omicidio riconducibile ad una determinata organizzazione, della comprovata appartenenza dell'imputato al relativo "gruppo di fuoco", sul presupposto che le fonti ulteriori rappresentavano tale "gruppo" come formazione composta da pochissime persone e stabilmente utilizzata per le azioni omicidiarie di interesse del clan). 25

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La giurisprudenza ha anche chiarito che pu essere utilizzata non solo una una dichiarazione in cui il soggetto riferisce nelle quali egli stesso ha avuto un ruolo ma anche quanto racconta di cose da non lui direttamente conosciute ma apprese da terzi (cd chiamata de relato). In tal caso, per, necessario un vaglio molto pi penetrante e rigoroso che deve riguardare non solo la credibilit del dichiarante ma anche di colui che ha fornito la notizia; in questo Cass. sez. un. 30 ottobre 2003, n. 45276, Andreotti, CED Cass. n. 226090 secondo
cui La chiamata in reit fondata su dichiarazioni "de relato", per poter assurgere al rango di prova pienamente valida a carico del chiamato ed essere posta a fondamento di una pronuncia di condanna, necessita del positivo apprezzamento in ordine alla intrinseca attendibilit non solo del chiamante, ma anche delle persone che hanno fornito le notizie, oltre che dei riscontri esterni alla chiamata stessa, i quali devono avere carattere individualizzante, cio riferirsi ad ulteriori, specifiche circostanze, strettamente e concretamente ricolleganti in modo diretto il chiamato al fatto di cui deve rispondere, essendo necessario, per la natura indiretta dell'accusa, un pi rigoroso e approfondito controllo del contenuto narrativo della stessa e della sua efficacia dimostrativa.

La Cassazione ha anche evidenziato i casi nei quali non sia applicabile alla dichiarazione de relato la possibilit di sentire il teste di riferimento; in particolare: quando il soggetto le cui dichiarazioni si riferiscono sia un imputato nello stesso procedimento; in questo senso Cass. sez. VI, 15 ottobre 2008, n. 1085, CED Cass.
n. 243186 secondo cui In tema di testimonianza indiretta, il disposto dell'art. 195, comma settimo, cod. proc. pen., secondo il quale non pu essere utilizzata la dichiarazione di chi si rifiuta o non in grado di indicare la persona o la fonte da cui ha appreso la notizia dei fatti oggetto dell'esame, deve essere interpretata nel senso che l'inutilizzabilit si ricollega alla volont, diretta o indiretta, della fonte primaria di non consentire la verifica di quella secondaria. Ne consegue che il predetto divieto non opera allorch il soggetto dichiarante abbia precisamente indicato la sua fonte immediata e quest'ultima non possa essere oggetto di ulteriore verifica perch imputata nello stesso processo.

quando le stesse provengono da un patrimonio cognitivo comune a tutti gli

appartenenti ad un sodalizio; cos Cass. sez. I, 26 gennaio 2006, n, 11097, CED Cass. n.
233648 secondo cui In tema di dichiarazioni provenienti da collaboratore di giustizia che abbia militato all'interno di un'associazione mafiosa, occorre tenere distinte le informazioni che lo stesso sia in grado di rendere 26

in quanto riconducibili ad un patrimonio cognitivo comune a tutti gli associati di quel determinato sodalizio dalle ordinarie dichiarazioni "de relato", che non sono utilizzabili se non attraverso la particolare procedura prevista dall'art. 195 cod.proc.pen., in quanto l'impossibilit di esperire, nel primo caso, l'anzidetta procedura rende le stesse propalazioni meno affidabili e, come tali, inidonee di per s a giustificare un'affermazione di colpevolezza; nondimeno, le stesse possono assumere rilievo probatorio a condizione che siano supportate da validi elementi di verifica in ordine al fatto che la notizia riferita costituisca, davvero, oggetto di patrimonio conoscitivo comune, derivante da un flusso circolare di informazioni attinenti a fatti di interesse comune per gli associati, in aggiunta ai normali riscontri richiesti per le propalazioni dei collaboratori di giustizia.

quando provengono da un esponente di vertice del sodalizio che ha appreso le circostanze riferite in relazione proprio al suo ruolo; cos, Cass. sez. V. 8 ottobre
2009, n. 4977, CED Cass. n. 245579 secondo cui Sono direttamente utilizzabili le dichiarazioni rese da collaboratore di giustizia su circostanze apprese in relazione al ruolo di vertice del sodalizio criminoso di appartenenza e derivanti da patrimonio conoscitivo costituito da un flusso circolare di informazioni relative a fatti di interesse comune degli associati, in quanto non assimilabili n a dichiarazioni "de relato", utilizzabili solo attraverso la particolare procedura di cui all'art. 195 cod. proc. pen., n alle cosiddette "voci correnti nel pubblico" delle quali la legge prevede l'inutilizzabilit.

**** Lart. 273 comma 1 bis c.p.p., introdotto sempre dalla legge n. 63/01, ha stabilito che nella valutazione dei gravi indizi di colpevolezza si applicano le disposizioni degli artt. 192, commi 3 e 4, 197 comma 7, 203 e 271, comma 1 Per la parte che qui interessa, la norma introduce il principio secondo cui il giudice nelladottare una misura cautelare personale potr considerare avente carattere indiziario ex art. 273 c.p.p. le dichiarazioni rese da persone imputate del medesimo reato, di procedimento connesso ex art. 12 c.p.p. o di procedimento collegato ex art. 371 c.p.p. soltanto se le medesime siano accompagnate da altri elementi di prova che ne confermano lattendibilit.

Con lintervento normativo di fatto si voluto porre fine ad una interminabile querelle giurisprudenziale relativa, in particolare, al valore della chiamata di correo e se essa da sola potesse giustificare lemissione di unordinanza cautelare o se, invece,

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fossero indispensabili i riscontri richiesti dallart. 192 c.p.p., atteso che nella fase cautelare si discute di gravi indizi e non di prove certe di colpevolezza. Se la dottrina dominante (33) era orientata nel senso dellapplicazione dei principi di cui allart. 192 c.p.p., la posizione della giurisprudenza era apparsa oscillante; accanto a posizioni minoritarie che si allineavano alle tesi dottrinarie ( 34), quella maggioritaria, confermata anche dalle sezioni unite ( 35), aveva espressamente

escluso che nella valutazione della chiamata di correo si dovesse far ricorso ai commi 3 e 4 dellart. 192 c.p.p.. Secondo le sezioni unite, per, non era da considerarsi sufficiente la mera chiamata di correo considerata attendibile intrinsecamente, ritenendosi, comunque, necessaria che questa fosse corredata da riscontri esterni o quanto meno da un principio di riscontro di tale natura, idoneo a confortarne la portata accusatoria. Lentrata in vigore della disposizione non ha sopito il dibattito che si spostato dalla necessit di individuare i riscontri alla tipologia degli stessi; ci si chiesti, in particolare, se anche nella fase cautelare fossero necessari i riscontri cd individualizzanti. Nella giurisprudenza si sono immediatamente tre filoni giurisprudenziali. Secondo un primo, la novella legislativa non rendeva indispensabili i riscontri individualizzanti, risultando sufficienti quelli estrinseci e cio sul fatto; in questo senso,
Cass. sez. V, 11 maggio 2004, n. 33903, CED Cass. n. 229552 secondo cui In tema di misure cautelari personali, e con riferimento alla condizione costituita dall'esistenza di gravi indizi di colpevolezza, deve ritenersi che l'inserimento del comma primo bis nel corpo dell'art. 273 cod. proc. pen. abbia avuto il solo effetto di render chiaro che, nel caso di dichiarazioni rese da soggetti ricompresi nell'ambito dell'art. 210 cod. proc. pen. (imputati dello stesso reato ovvero di reati connessi o interprobatoriamente collegati), la loro valutazione, diversamente da quanto affermato in passato da taluni arresti giurisprudenziali, dev'essere effettuata "unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano

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. A titolo puramente esemplificativo Lorusso, Brevi considerazioni sullapplicabilit dellart. 192 commi 3 e 4 c.p.p. nella valutazione dei <gravi indizi di colpevolezza> ex art. 273 c.p.p., in Cass. pen., 1995, 2950. 34 . In questi termini Cass. sez. III, 24 aprile 1993, Cancemi, in Cass. pen., 1993, 2316. 35 . Cass. sez. un., 21 aprile 1995, Costantino, in Giust. Pen.,1996, III, 321 con nota di Puleio, Gravi indizi di colpevolezza in materia di misure cautelari e dichiarazioni accusatorie del coimputato. La posizione giurisprudenziale risulta indirettamente confermata da C. Cost., 25 luglio 1996, n. 314, in Cass. pen., 1997, 328.

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l'attendibilit", senza che per ci comporti la necessit che tali elementi siano costituiti da riscontri "individualizzanti", cio specificamente riferibili alla posizione del soggetto destinatario della misura cautelare (36).

Secondo un orientamento opposto, invece, erano da considerarsi necessari i riscontri individualizzanti, che tenendo conto del contesto incidentale in cui si ponevano, consentissero una prognosi di elevata probabilit di colpevolezza del soggetto sottoposto a misura; in questo senso Cass. sez. VI, 3 dicembre 2004, n. 1894, CED Cass. n. 230763
secondo cui Al fine della valutazione dei gravi indizi necessari per l'adozione di misure cautelari personali, il combinato disposto del comma primo bis dell'art. 273 e dei commi terzo e quarto dell'art. 192 cod. proc. pen. impone che le dichiarazioni accusatorie del correo (o della persona perseguita per reati connessi o collegati) siano verificate attraverso riscontri esterni che attengano alla persona accusata in specifica relazione al fatto che le viene attribuito, e che assumano dunque portata individualizzante (37).

Infine, tra le due tesi era emersa anche una intermedia che aveva descritto il riscontro necessario come parzialmente individualizzante; cos Cass. sez. fer. 21 agosto 2002, n.
31986, CED Cass. n. 222736 secondo cui In tema di valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, richiesti per l'adozione di misure cautelari personali, la disposizione dell'art. 273 comma 1-bis cod. proc. pen. (introdotta dall'art. 11 della legge 1 marzo 2001, n. 63), che rinvia ai criteri di valutazione della prova di cui all'art. 192 commi 3 e 4 cod. proc. pen., impone che le dichiarazioni accusatorie del chiamante in correit siano sottoposte oltre che all'esame circa la credibilit intrinseca del dichiarante e la oggettiva attendibilit di ogni singola dichiarazione, ad una verifica attraverso riscontri che, in quanto collocati nell'ambito di un giudizio limitato all'apprezzamento dei presupposti indispensabili per la cautela personale e quindi non diretto all'affermazione della responsabilit penale come nel caso del giudizio di cognizione, possono assumere il connotato della parziale individualizzazione, in maniera che consentano di collocare la condotta dell'accusato nello specifico fatto dell'imputazione provvisoriamente elevata. (38).

Il contrasto dovrebbe sopirsi con lintervento delle le Sezioni unite che hanno optato per la tesi pi garantista, secondo cui sono indispensabili i riscontri cd individualizzanti; Cass. sez. Un. 30 maggio 2006, Spennato, n. 36267, CED Cass. n. 234598,
secondo cui In tema di valutazione della chiamata in reit o correit in sede cautelare, le dichiarazioni accusatorie rese dal coindagato o coimputato nel medesimo reato o da persona indagata o imputata in un procedimento connesso o collegato, integrano i gravi indizi di colpevolezza di cui all'art. 273, comma primo, cod. proc. pen. - in virt dell'estensione applicativa dell'art. 192, commi terzo e quarto, ad opera dell'art. 273, comma primo bis, cod. proc. pen., introdotto
36

. Negli stessi termini, ex plurimis, Cass. sez. I, 24 aprile 2003, n. 29403, CED Cass. n. 226191; Cass. sez. II, 16 ottobre 2003, n. 43419, CED Cass. n. 228423 37 . In termini, ex plurimis, Cass. sez. I, 5 maggio 2005, n. 19867, Cass. pen. 2006, 1491; Cass. sez. I, 26 febbraio 2003, n. 14426, CED Cass. 223804 38 . Alle stesse conclusioni Cass. sez. VI, 21 luglio 2001, n. 34534, CED Cass. n. 220175; Cass. sez. VI; 2 ottobre 2001, n. 43721, CED Cass. n. 220449

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dall'art. 11 L. n. 63 del 2001 - soltanto se esse, oltre ad essere intrinsecamente attendibili, risultino corroborate da riscontri estrinseci individualizzanti, tali cio da assumere idoneit dimostrativa in ordine all'attribuzione del fatto-reato al soggetto destinatario di esse, ferma restando la diversit dell'oggetto della delibazione cautelare, preordinata a un giudizio prognostico in termini di ragionevole e alta probabilit di colpevolezza del chiamato, rispetto a quella di merito, orientata invece all'acquisizione della certezza processuale in ordine alla colpevolezza dell'imputato.

IL VERBALE ILLUSTRATIVO DEI CONTENUTI DELLA COLLABORAZIONE

Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione regolato nellart. 16 quater della l. n. 82 del 1991, norma introdotta dallart. 14 della l. 13 febbraio 2001, n. 45, nata in funzione di individuare un sistema che potesse ridurre al minimo il rischio di inaffidabilit delle dichiarazioni rese dai collaboratori (39). Lobiettivo pi o meno esplicitamente perseguito era quello di evitare che i pentiti di mafia potesse egli scegliere, in relazione a sue valutazioni di opportunit, il momento in cui raccontare i fatti a propria conoscenza (le cd dichiarazioni a rate). Per tale motivo nella disposizione vengono indicate scansioni temporali e cautele formali che devono caratterizzare lacquisizione delle dichiarazioni del propalante, e previste conseguenze sanzionatorie per le inosservanze delle forme e dei tempi, tali da incidere sui benefici di cui potrebbe godere il propalante e sul valore processuale delle dichiarazioni. Senonch la tecnica legislativa utilizzata nella scrittura della norma, non particolarmente accurata, ha ingenerato numerosi problemi ermeneutici che hanno reso indispensabile, almeno su di uno specifico aspetto, un intervento dirimente delle sezioni Unite, comunque ritenuto non del tutto soddisfacente. ****
39

. In termini analoghi, A RDITA, nuova legge sui collaboratori e sui testimoni di giustizia, in Cass. pen. 2001, p. 1708.

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Listituto del verbale illustrativo trova un suo antesignano in altro analogo previsto nellart. 2 del decreto interministeriale dei Ministri dellInterno e della Giustizia del 24 novembre 1994 n. 687. In quel caso era denominato verbale delle dichiarazioni preliminari alla collaborazione, se reso da un collaboratore di giustizia o verbale di informazione ai fini delle indagini se reso da soggetto estraneo alla criminalit organizzata, cio da un cd testimone di giustizia. In esso, da rendersi con le forme e le modalit previste dal codice di rito penale per gli atti del p.m., il propalante doveva riferire le informazioni a sua conoscenza ed esporre, sia pure sommariamente i dati utili alla ricostruzione dei fatti di maggiore gravit ed allarme sociale di cui era a conoscenza e quelli utili allindividuazione ed alla cattura dei loro autori. Il verbale avrebbe dovuto essere allegato alla proposta di ammissione al programma di protezione e finire, quindi, agli atti della Commissione ministeriale, prevista dallart. 10 della l. n. 82 del 1991, in funzione di adottare i programmi medesimi. Listituto fu oggetto di un conflitto di attribuzione sollevato dalla Procura della Repubblica di Napoli allesito del quale la Corte Costituzionale, con sentenza 8 settembre 1995, n. 420, dichiar che non spettava ai ministri emittenti il potere di imporre, con atto regolamentare, ladozione di tale provvedimento, anche nei casi in cui il Procuratore della Repubblica ritenesse che tale redazione potesse recare pregiudizio per le indagini ( 40). Dopo lintervento della Consulta, gli uffici inquirenti in maggioranza optarono per non redigere il verbale in questione, che si trasform, quindi, in uno strumento desueto.

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40

C. Cost., 8 settembre 1995, n. 420, in Cass. pen. 1995, p. 3273.

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Listituto riproposto nel 2001 in via legislativa abbastanza diverso dal predente; ad esso viene dedicata una disposizione ad hoc che ha lobiettivo di regolamentarlo in modo tendenzialmente completo, in funzione dei suoi diversi aspetti Lincipit della disposizione indica con chiarezza le ragioni e finalit per le quali deve essere redatto; indispensabile perch al collaboratore possano essere concesse le speciali misure di protezione ed i benefic i sia di natura sanzionatoria che penitenziari. Nello stesso primo comma viene individuato il tempo entro il quale deve essere stilato: 180 giorni dalla manifestazione della volont di collaborare. Siccome il mancato rispetto del termine sanzionato anche dal punto di vista processuale, importante individuare il dies a quo. Secondo la dottrina, il termine comincia a decorrere dal momento in cui il collaboratore dichiari in un atto processualmente utilizzabile la sua volont di iniziare il percorso collaborativo (41); non certo necessaria una formale dichiarazione, potendo la volont essere manifestata anche con facta concludentia, purch essa emerga in modo inequivoco, non risultando sufficiente, ad esempio, una semplice ammissione di responsabilit, magari accompagnata ad un vago riferimento allesistenza ed alloperativit di una organizzazione delinquenziale ( 42). La giurisprudenza, invece, sul punto non si espresso in modo molto chiaro; collega, infatti, il dies a quo alla redazione del verbale illustrativo, rischiando di confondere le idee sia perch il verbale in questione strutturalmente un adempimento necessario per formalizzare la gi manifestata volont di collaborare sia perch il verbale pu essere redatto anche in un momento successivo allinizio della collaborazione, purch entro 180 dalla manifestazione di volont; in questo senso Cass. sez. I, 13 novembre
2002, n. 41028, CED Cass. n. 222712 secondo cui Il momento del tempo dal quale comincia a decorrere il termine di centottanta giorni entro cui, a norma dell'art. 16-quater, comma 1, d.l. 15 gennaio 1991 n. 8, convertito nella

41

. Cos, LAUDATI, La collaborazione con la giustizia ed il verbale illustrativo dei contenuti. Un oggetto misterioso introdotto dalla legge 45/2001, in dir. e giust. 2003, 10, 34. 42 . In questi termini, FUMO, Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, tra velleit di riforma e resistenze del sistema, in Cass. pen. 2003, p. 2914

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legge 15 marzo 1991 n. 82, introdotto dall'art. 14 della legge 13 febbraio 2001 n. 45, la persona che abbia manifestato la volont di collaborare deve rendere note al Procuratore della Repubblica tutte le notizie di cui in possesso, rappresentato dalla avvenuta redazione del verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione..

Per quanto attiene al contenuto del verbale, la disposizione in esame dissemina in pi commi lindicazione di quali dati debbano necessariamente essere inseriti nellatto. Nel comma 1 si stabilisce che il collaboratore deve riferire al procuratore della Repubblica tutte le notizie in suo possesso, che siano utili alla ricostruzione dei fatti su cui interrogato e tutti gli altri fatti di maggiore gravit ed allarme sociale di cui a conoscenza. Deve, inoltre, fornire notizie utilizzabili per la individuazione e la cattura degli autori dei reati di cui ha parlato e le informazioni necessarie perch possa procedersi alla individuazione, al sequestro e alla confisca dei beni dei quali dispone egli stesso o, dispongono direttamente o indirettamente, altri appartenenti ai gruppi criminali. Della completezza delle informazioni il propalante deve anche dare una sorta di attestazione che serve anche a richiamare lattenzione sullimportanza dellatto posto in essere; secondo quanto previsto dal comma 4, deve, infatti, dichiarare evidentemente, pur nel silenzio della norma, in conclusione del verbale illustrativo di non essere in possesso di notizie ed informazioni processualmente utilizzabili su altri fatti o situazioni, anche non connessi o collegati a quelli riferiti, di particolare gravit o comunque tali da evidenziare la pericolosit sociale di singoli soggetti o di gruppi criminali. Nel verbale illustrativo il propalante deve anche dichiarare cos come espressamente imposto dal comma 5 intrattenuti. Con una norma (il comma 6) la cui utilit scarsamente comprensibile e che potrebbe considerarsi nientaltro che una pedante precisazione ( 43), si stabilisce, infine, che le notizie e le informazioni da riferirsi sono quelle processualmente
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i colloqui investigativi eventualmente

. Circa la possibilit di far leva sul comma in esame per sostenere che le notizie e le informazioni conosciute dal collaboratore, ma non riportate nel verbale illustrativo, debbano considerarsi inutilizzabili si v., sia pure criticamente, SCAGLIONE, Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia: aspetti problematici in Foro It. 2003, II, c. 290

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utilizzabili che, a norma dellart. 194 c.p.p., possono formare oggetto di testimonianza; da esse sono escluse le informazioni assunte da voci correnti o da situazioni ad esse assimilabili, concetto questultimo di difficile comprensione che potrebbe essere letto come riferito a tutte quelle conoscenze riconducibili a fonti non precise e, quindi, incontrollate ed incontrollabili, ovvero prive di specificit e di determinatezza (44).

Il punto centrale comprendere quali fatti debbano essere raccontati dal collaboratore; si tratta di un problema non teorico, atteso che lomissione comporta conseguenze pregiudizievoli per il propalante (in questo senso espressamente comma 7) e per il processo. Dalla lettura congiunta, soprattutto dei commi 1 e 4, la dottrina giunta a ritenere che nel verbale illustrativo il collaboratore debba dire tutto quanto a sua conoscenza e ci indipendentemente dalle domande formulategli dal p.m., con un limite che si pu ricavare dal riferimento testuale ai fatti di maggiore gravit ed allarme sociale. Questi ultimi sarebbero i cosiddetti fatti indimenticabili, quelli cio che per la l ro o rilevanza non possono sfuggire al propalante e che, quindi, debbono necessariamente essere riferiti. Per tale ragione in dottrina si proposta una sorta di tripartizione fra le dichiarazioni dei collaboratori; in particolare: 1) le dichiarazioni intrinsecamente attendibili e complete aventi ad oggetto fatti indimenticabili, delle quali sarebbe consentita lutilizzazione entro i rigidi confini del verbale illustrativo e la valutazione piena del dato probatorio in esse contenuto, ovviamente ex art. 192 c.p.p.; 2) le dichiarazioni aventi ad oggetti fatti dimenticabili rese dopo la redazione del verbale illustrativo e sottoposte allordinario modello di valutazione di questi elementi probatori; 3) le dichiarazioni relative a fatti indimenticabili rese oltre il termine semestrale, utilizzabili solo contra se, salvi i casi di irripetibilit sopravvenuta (45).

44 45

. In questo senso GIORDANO, Il verbale illustrativo a garanzia del rapporto, in Guida al dir. 2001, 11, 57. . Cos RUGGIERO, Le dichiarazioni del <collaborante>tra utilizzabilit e valutazione in Giust. pen. 2003, III, c. 85.

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Senonch il concetto di fatto indimenticabile resta particolarmente sfuggente; esso, infatti, pu essere inteso in senso oggettivo (cio tale quello che secondo luomo medio non potr dimenticarsi) o soggettivo, tenendo conto della psicologia, del livello culturale e del vissuto del pentito; in questo senso ci che potrebbe essere rilevante ed indimenticabile per un gregario non necessariamente lo sar per uno dei vertici del sodalizio (46). Dal canto suo l giurisprudenza sembra avere completamente eliminato in radice il a problema; in un unico caso in cui se ne occupata, ha ritenuto che ai fini dellutilizzabilit delle dichiarazioni non avesse rilievo alcuno il carattere indimenticabile o meno del fatto riferito; cos Cass. sez. II, 26 giugno 2003, La Mantia, n.
30451, in Cass. pen. 2004, 4148 secondo cui Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia oltre il termine di centottanta giorni previsto per la redazione del verbale illustrativo non possono essere utilizzate ai fini dellemissione del provvedimento cautelare, nonostante la pretesa indimenticabilit del fatto narrato dal collaboratore(47)

Sembra, per, fuori discussione che i fatti da raccontare nel verbale non si cristallizzino in via definitiva, nel senso che anche dopo lo spirare del termine di 180 giorni il collaboratore possa sempre precisarli e/o specificarli e/o meglio circostanziarli; in questo senso, Cass. sez. I, 8 marzo 2007, n. 13697, CED Cass. n. 236263 secondo
cui La disposizione prevista dall'art. 16, comma quarto, D.L. n. 8 del 1991, come modificato dalla legge n. 45 del 2001, che sanciscono l'inutilizzabilit delle dichiarazioni rese dal collaborante decorsi i centottanta giorni dalla manifestazione della volont di collaborare, non si applica a quelle dichiarazioni rese come precisazione ed integrazione, che siano state sollecitate dagli organi inquirenti a chiarimento ulteriore degli episodi gi riferiti nei termini di legge, purch non conducano ad individuare episodi criminosi nuovi e diversi o ulteriori soggetti responsabili degli episodi gi denunciati.

Quanto, invece, ai criteri ed alle modalit con cui deve essere redatto il verbale, la norma vi ci dedica tutto il suo comma 3. Il capoverso stabilisce in primo luogo le regole sulla documentazione e la conservazione dellatto.

46 47

. Cos FUMO, Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione, cit., p. 2921 . La sentenza annotata da P. M AGGIO, Ancora incertezze giurisprudenziali sulle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia oltre il termine semestrale di redazione del verbale illustrativo.

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Esso andr redatto secondo le modalit previste dallart. 141 bis c.p.p. (e quindi necessaria la riproduzione fonografica o audiovisiva integrale accompagnata dalla verbalizzazione in forma riassuntiva) in funzione di garantire il massimo della genuinit delle propalazioni. Latto dovr poi essere inserito in un apposito fascicolo tenuto dal Procuratore della Repubblica, al quale le dichiarazioni stesse sono state rese. Si elimina uno degli aspetti pi problematici della precedente normativa e cio la necessit di invio alla Commissione Centrale; il verbale dovr essere conservato in un fascicolo, presumibilmente un mod. cd 45 (cio un fascicolo atti relativi), che dovrebbe essere quello in cui confluiscono anche tutti gli atti amministrativi riguardanti la protezione del collaboratore. In considerazione del complesso contenuto del verbale de quo, riguardante una pluralit di fatti criminosi e, quindi, della sua possibile utilizzazione in diversi procedimenti si aggiunge, poi, che stralci dello stesso verbale siano inseriti nel fascicolo contenente gli atti compiuti nella fase delle indagini preliminari, disposizione questultima che mira a consentire la verifica da parte di giudice e delle parti private del rispetto nelladempimento del verbale illustrativo delle forme e dei termini imposti. E proprio la previsione dellinserimento degli stralci nel fascicolo processuale che dimostra che latto di cui si discute oltre ad essere un momento indispensabile della procedura amministrativa relativa allammissione del collaboratore allo speciale programma di protezione altres considerato dal legislatore un vero e proprio atto di indagine. La norma non dice specificamente che il verbale debba essere redatto dal pubblico ministero e che non sia attivit delegabile alla polizia giudiziaria ma, a parte le valutazioni di opportunit, il riferimento contenuto al primo comma al Procuratore della Repubblica come il soggetto a cui il collaboratore rende le dichiarazioni, fanno propendere per la tesi che lattivit debba essere posta in essere personalmente dal p.m..
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Nulla pure viene specificato su come e quando debba essere redatto il verbale illustrativo; il legislatore, in questo senso opportunamente, non ha voluto eccessivamente vincolare gli operatori, lasciando ad essi un margine di scelta nel necessario rispetto delle indicazioni gi esplicitate. Cos il verbale potr essere autonomo rispetto agli interrogatori del collaboratore ed in questo caso potr essere redatto subito dopo linizio della collaborazione o alla fine dei centottanta giorni e dovr necessariamente avere un contenuto sintetico ma nello stesso tempo abbastanza completo da consentire di verificare in esso tutti gli elementi dei singolo fatto. Non assolutamente detto (anzi sembrerebbe scontato il contrario, attesa la molteplicit delle notizie normalmente dichiarate dai pentiti) che il verbale venga redatto in unica occasione, ben potendo essere distinto in pi momenti. Non per da escludere e lesperienza pratica di alcuni uffici giudiziari milita in tal senso - che contestualmente possano essere redatti sia il verbale di interrogatorio che quello illustrativo, per cui allinterno del medesimo atto siano contenuti tutte le indicazioni previste dallart. 16 quater ( ad es. in materia di colloqui investigativi e disponibilit dei beni) nonch gli avvisi di cui allart. 64 c.p.p.. Tale opzione, infatti, appare opportuna perch ha lindubbio vantaggio di evitare duplicazioni di dichiarazioni e di rendere il verbale illustrativo il pi completo possibile, escludendo che si creino contenziosi sul rispetto dei termini rispetto ai fatti riferiti.

La norma non prevede nemmeno in termini espliciti se anche i testimoni di giustizia debbano redigere il verbale illustrativo. A favore della tesi positiva sembrerebbe militare il contenuto del comma 2 dellart. 16 quater in esame quando stabilisce che le informazioni di cui al comma 1 relative allindividuazione del denaro, dei beni e delle altre utilit non sono richieste quando la volont di collaborare stata manifestata dai testimoni di giustizia.

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Per la tesi opposta, per, oltre alla mancanza di unindicazione ad hoc vi anche un argomento di carattere sistematico; siccome il riconoscimento del ruolo di testimone di giustizia, a differenza del collaboratore, non legato alla commissione di specifiche ipotesi di reato ma solo al rischio per la propria incolumit, si potrebbe giungere alla paradossale conclusione di ritenere che qualunque testimone anche quello presente ad un semplice furto dovrebbe essere richiesto di sottoscrivere un verbale illustrativo; in tal modo si introdurrebbe surrettiziamente una nuova regola generalizzata di documentazione delle dichiarazioni dei testi, in deroga ai principi del c.p.p., ed una pericolosa sanzione di inutilizzabilit incongruente rispetto alla figura del teste qualsiasi. La Cassazione ormai pacificamente giunta alla conclusione di ritenere inapplicabile alla figura del testimone di giustizia il verbale illustrativo; in questo senso Cass. sez. II, 21
novembre 2002, n. 46966, CED Cass. n. 231184, secondo cui Non applicabile ai "testimoni di giustizia" la nuova disciplina prevista dall'art. 16 quater del d.l. 15 gennaio 1991, n. 8 (convertito nella legge 15 marzo 1981, n. 82), come modificata dall'art. 14 della legge 13 febbraio 2001, n. 45, prevista per i collaboratori di giustizia, che stabilisce a pena di inutilizzabilit, precisi limiti temporali (180 giorni) per la raccolta delle dichiarazioni eteroaccusatorie. (Fattispecie in cui la Corte ha evidenziato la netta distinzione esistente tra le figure del "collaboratore di giustizia" e quella del "testimone di giustizia", in base alla complessiva normativa di riferimento prevista per i secondi, in modo esplicito, nel capo II bis del d.l. 15 gennaio 1991, n. 8, nonch dalla specifica previsione di cui all'art. 16 bis , comma 1 l.c.). (48).

Senza dubbio, nella disposizione, la parte che ha ingenerato perplessit e dubbi interpretativi maggiori il comma 9 che, in chiusura, individua la sanzione per le dichiarazioni rese oltre il termine di 180 giorni. In una disposizione gi scritta male, questo comma, se possibile, quello scritto peggio; esso, infatti, cos statuisce: le dichiarazioni di cui ai commi 1 e 4 rese al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria oltre il termine previsto dallo stesso comma 1 non possono essere valutate ai fini della prova dei fatti in essa affermati contro le persone diverse dal dichiarante, salvo i casi di irripetibilit

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. Negli stessi termini pi di recente Cass. sez. VI, 22 gennaio 2008, n. 27040, CED Cass. n. 241006

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La norma ha anche ingenerato sospetti di incostituzionalit. Si detto, infatti, che essa contrasta con il principio di obbligatoriet dellazione penale (art. 112 Cost.) nella parte in cui impedisce al p.m. di esercitare lazione penale, in relazione ai fatti dichiarati dal propalante oltre il termine e con il principio di ragionevolezza, per la sua drasticit ed astrattezza, impedendo lacquisizione di informazioni che potrebbero essere state soltanto dimenticate dal collaboratore (49). I possibili profili di incostituzionalit della norma, pur non essendo mai stati vagliati dalla Consulta, sono stati in pi occasioni presi in considerazione anche dalla Cassazione, che si rifatta proprio al parametro costituzionale dellart. 112 per giustificare interpretazioni meno rigoriste ( 50). In realt, i dubbi di incostituzionalit appaiono infondati perch, come stato evidenziato da altra parte della dottrina, a seguire tale orientamento si rischierebbe di dover tacciare di incostituzionalit tutte quelle previsioni che consentano di selezionare il materiale utilizzabile ai fini del procedimento; del resto la Consulta non ha mai accolto questioni di legittimit dei divieti probatori fondate su un presunto contrasto con lart. 112 Cost. chiarendo che non vi pu essere lesione del principio di obbligatoriet dellazione penale in ogni regola di esclusione della prova stabilita dal legislatore( 51). Della norma sono vari i punti su cui incentrare una breve riflessione. Un primo riguarda la tipologia di dichiarazioni che possono essere attinte dalla sanzione processuale; nella disposizione, infatti, si fa riferimento non genericamente alle dichiarazioni del collaboratore ma a quelle rese al p.m. o alla polizia giudiziaria. Ne deriva che nessuna sanzione potr applicarsi quando le dichiarazioni oltre il termine semestrale siano state rese al giudice, ad esempio, nel corso del dibattimento;
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. Cos, FUMO, Il verbale illustrativo dei contenuti della collaborazione,cit., 2918. . Allart. 112 Cost. fa riferimento, ad esempio, nella motivazione Cass. sez. I, 20 settembre 2006, n. 35710, Cass. pen. 2008, 1479 con nota di RUGGIERO, Dichiarazioni spontanee e dichiarazioni sollecitate rese dai collaboratori di giustizia. Alla disposizione costituzionale fanno pure riferimento le Sezioni Unite come appresso si dir 51 . Cos, RUGGIERO, Dichiarazioni spontanee e dichiarazioni sollecitate rese dai collaboratori di giustizia, cit. p. 1488. A sostegno dellaffermazione ricorda come la corte costituzionale con sentenza 7 maggio 1992, n. 222, ha dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimit costituzionale dellart. 407, comma 3, c.p.p., con riguardo alla pretesa violazione dellart. 112 Cost, ritenendo, quindi, che linutilizzabilit degli atti compiuti dopo il decorso del termine massimo di durata delle indagini non pregiudica lobbligatoriet dellazione penale.

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cos Cass. sez. VI, 22 gennaio 2008, n. 27040, CED Cass. n. 241007 secondo cui La sanzione di inutilizzabilit che, ai sensi dell'art. 16-quater, comma nono, D.L. 15 gennaio 1991, n. 8, convertito nella L. 15 marzo 1991, n. 82, come modificata dall'art. 14 L. 13 febbraio 2001, n. 45, colpisce le dichiarazioni del collaboratore di giustizia rese oltre il termine di centottanta giorni, previsto per la redazione del verbale informativo dei contenuti della collaborazione, trova applicazione solo con riferimento alle dichiarazioni rese fuori del contraddittorio e non a quelle rese nel corso del dibattimento. (52).

Secondo la giurisprudenza, inoltre, la previsione del termine di 180 giorni e la conseguente sanzione prevista non precludono al p.m. di effettuare indagini e di contestare autonomamente al collaboratore di giustizia elementi probatori emersi aliunde e di compiere accertamenti in ordine agli stessi ed alla loro attribuibilit soggettiva; cos Cass. sez. I, 20 settembre 2006, n. 35170, cit. secondo cui Le dichiarazioni rese da un
collaboratore di giustizia oltre il termine di centottanta giorni dall'inizio della collaborazione sono inutilizzabili e inidonee, sotto l'aspetto probatorio, non solo nella fase dibattimentale di valutazione della prova ai fini della deliberazione di colpevolezza dell'imputato, ma anche nel contesto procedimentale delle indagini preliminari e, ancor pi, nell'ambito del procedimento cautelare, anche se la loro inutilizzabilit non spiega alcun effetto sul potere-dovere del P.M., in quanto titolare dell'azione penale, il cui esercizio obbligatorio in presenza di una "notitia criminis", di compiere accertamenti in ordine al loro contenuto

In base a tale principio, la Cassazione ha ritenuto utilizzabili le dichiarazioni rese da un collaboratore oltre i 180 giorni, in quanto essere erano state riferite a seguito di specifica contestazione del p.m.. Sebbene si tratti di ununica pronuncia, quindi inidonea a consolidare un principio di diritto, la distinzione proposta tra dichiarazioni spontanee, non utilizzabili se rese oltre il termine, e dichiarazioni sollecitate, utilizzabili anche se rese oltre il termine di legge, appare discutibile e difficilmente giustificabile alla luce della lettera della norma ( 53).

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. Negli stessi termini Cass. sez. V, 6 novembre 2007, n. 463328, CED Cass. n. 237979; Cass. sez. I, 13 giugno 2007, n. 35368, CED Cass. n. 237616; Cass. sez. V, 13 marzo 2002, n. 18061, CED Cass. n. 221912; nella giurisprudenza di merito si segnalano Ass. Palemo 28 gennaio 2003 e Trib. Palermo 20 gennaio 2003, in Foro It. 2003, II, c. 288 con nota di SCAGLIONE, Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia: aspetti problematici. 53 . In senso critico rispetto alla conclusione, RUGGIERO, Dichiarazioni spontanee e dichiarazioni sollecitate, cit, p. 1486, secondo cui, per, sarebbe legittima una distinzione di tipo diverso tra dichiarazioni spontaneamente rese dal collaboratore e quelle rese a seguito di contestazione; mentre con riferimento alle prime il collaboratore sarebbe tenuto a riferire entro il termine di 180 giorni solo i fatti di maggiore allarme sociale, con riferimento alle seconde egli sarebbe tenuto nel termine a riferire tutto ci che a sua conoscenza.

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Ma il problema certamente pi significativo riguarda la tipologia di sanzione processuale ed soprattutto il suo ambito di applicabilit. Dottrina e giurisprudenza concordano sia nellincasellarla nel genus inutilizzabilit, sia nel ritenere tale patologia come non assoluta ma relativa, in quanto, in base alla chiara lettera della legge, essa non opera contro il dichiarante e nei casi di sopravvenuta irripetibilit. Secondo gran parte della dottrina, inoltre, il riferimento testuale prova dei fatti in essa affermati contro le persone diverse dal dichiarante renderebbe pienamente utilizzabile una dichiarazioni di un pentito, anche fuori termine, a favore di un imputato. Il dubbio principale si incentra sullestensione dellinutilizzabilit ed in particolare se le dichiarazioni rese oltre il termine perdano ogni valore nella fase delle indagini preliminari e/o nel dibattimento. Secondo una prima posizione, siccome il comma 9 dellart. 16 quater pi volte citato si riferisce espressamente alla prova dei fatti affermati, linutilizzabilit opera solo in funzione dibattimentale e, quindi, non con riferimento alla fase delle indagini preliminari. Le dichiarazioni dei collaboratori ben potrebbero essere poste a fondamento, quindi, di un provvedimento cautelare; in questo senso Cass. sez. IV, 15 novembre 2007, n. 83, CED
Cass. n. 23571 secondo cui Ai fini dell'applicazione di una misura cautelare personale possono essere utilizzate le dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia dopo il termine di centottanta giorni dalla manifestazione della volont di collaborare, giacch l'inutilizzabilit delle dichiarazioni tardive riguarda esclusivamente il giudizio di merito e non anche la fase cautelare. (54).

Secondo lopposto orientamento, per, l inutilizzabilit non pu essere circoscritta al solo giudizio ma opera anche nel contesto procedimentale, trattandosi di regola di esclusione probatoria delle dichiarazioni rese contra alios; cos Cass. sez. I, 21 dicembre
2005, n. 7258, CED Cass. n. 234079 secondo cui In tema di misure cautelari reali (nella specie un provvedimento
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. In termini anche Cass. sez. I, 15 dicembre 2005, n. 5241, CED Cass. n. 234078 e Cass. sez. V, 23 settembre 2003, n. 38638, CED Cass. n. 226213.

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di sequestro preventivo), le dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia oltre il termine di centottanta giorni (previsto dall'art. 16 quater, comma primo, D.L. 15 gennaio 1991 n. 8, conv. con modif. in L. 15 marzo 1991 n. 82, introdotto dall'art. 14 L. 13 febbraio 2001 n. 45), decorrente dall'inizio della collaborazione, sono inutilizzabili non solo nella fase dibattimentale di valutazione della prova ai fini della deliberazione della colpevolezza dell'imputato, ma anche in quella delle indagini preliminari e, in particolare, nell'ambito del procedimento cautelare. (55)

Sulla questione sono intervenute le Sezioni Unite che non si sono, in verit, limitate a dirimere il contrasto ma hanno operato una pi vasta ricognizione interpretativa della norma, individuando una sorta di statuto generale delle dichiarazioni rese dai pentiti oltre il termine. In primo luogo, la Suprema Nomifilichia penale individua la tipologia sanzionatoria stabilendo che la sanzione prevista per le dichiarazioni tardive non pu essere qualificata come inutilizzabilit patologica ma come relativa e soggettivamente orientata, nel senso che riguarda soltanto alcuni destinatari e soltanto alcune fasi del procedimento; tale opzione sarebbe costituzionalmente imposta, perch una opzione in termini di inutilizzabilit assoluta contrasterebbe con il principio di obbligatoriet dellazione penale tutelato dallart. 112 Cost; la inutilizzabilit, inoltre, sarebbe normativamente delimitata sul piano oggettivo sotto tre profili; perch deve trattarsi di dichiarazioni rese oltre il termine di 180 giorni dalla manifestazione della volont di collaborare con la giustizia, non deve trattarsi di dichiarazioni irripetibili ed, infine, perch la valutazione preclusa deve essere finalizzata alla prova dei fatti in essa affermata; sul piano soggettivo, infine, la limitazione allutilizzabilit si manifesta sotto due profili; riguarda le sole dichiarazioni rese al p.m. o alla polizia giudiziaria, con la conseguenza quindi che quelle rese oltre il termine al giudice, in sede di interrogatorio di garanzia a seguito di provvedimento cautelare, in sede di incidente probatorio, di udienza preliminare, di giudizio abbreviato e di
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. Negli stessi termini Cass. sez. I, 20 settembre 2006, n. 35170 cit.

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dibattimento sono perfettamente utilizzabili; il limite soggettivo costituito dal fatto che la prova deve valere contro le persone diverse dal dichiarante. Le sezioni Unite aggiungono, altres, che nel momento in cui la norma ha utilizzato il termine prova ha evidentemente pensato alla prospettiva del dibattimento e non certo alle indagini preliminari, dove di prove non si discute. Ne deriva di conseguenza lopzione a favore della tesi secondo cui linutilizzabilit riguarda il solo dibattimento e non la fase delle indagini. Ma la Corte si spinge ben oltre, aggiungendo che se linutilizzabilit nella sola prospettiva del dibattimento, le dichiarazioni dei collaboratori rese fuori termine possono ben essere pienamente valide per ludienza preliminare e per il giudizio abbreviato
Cos Cass. sez. un. 25 settembre 2008, n. 1149, CED Cass. n. 221882 secondo cui Le dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia oltre il termine di centottanta giorni dalla manifestazione della volont di collaborare sono utilizzabili nella fase delle indagini preliminari, in particolare ai fini della emissione delle misure cautelari personali e reali, oltre che nell'udienza preliminare e nel giudizio abbreviato.

Le conseguenze sul piano pratico della decisione sono evidenti; la sanzione prevista dallultimo comma dellart. 16 quater citato viene ridotta ad ambiti decisamente marginali ( 56). Se, infatti, linutilizzabilit si applica al dibattimento e riguarda le sole dichiarazioni rese al p.m. ed alla p.g. (con salvezza, quindi, di quelle che nel processo il pentito potrebbe rendere, anche se esse fossero meramente ripetitive di quelle gi rese in indagini, fuori termine) lunico spazio nel quale essa resta applicabile quello dellutilizzo del verbale per contestazioni ex art. 503 e 503 c.p.p. Con una scelta ermeneutica cos radicale, dalla Corte forse ci si sarebbe potuto attendere un qualche bilanciamento circa la necessit, quantomeno, di una

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. In termini molto critici verso la sentenza apparsa la dottrina; in questo senso RUGGIERO, I discutibili confini dellinutilizzabilit delle dichiarazioni tardive dei collaboratori di giustizia, in Cass. pen. 2009, 2287 e ROMANO, Dichiarazioni dei collaboratori di giustizia rese oltre i 180 giorni dallinizio della collaborazione, in Dir. pen e proc. 2009, 1403

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valutazione in termini di maggiore cautela delle dichiarazioni rese oltre il termine di 180 giorni; invece sullargomento nemmeno un passaggio. Di questa esigenza sembra, per, essersi fatto portatrice la giurisprudenza successiva che, pur ribadendo il principio dellutilizzabilit delle dichiarazioni tardive, ritiene indispensabile da parte del giudice di merito un esame critico mirato sulle ragioni della intempestivit della dichiarazione, implicitamente ritenendo che le propalazioni fuori termine, se non caratterizzate da una presunzione di inattendibilit, debbano essere considerate quantomeno sospette; cos Cass. sez. I, 13 gennaio 2009, n. 7454, CED Cass. n. 242845 secondo cui L'utilizzazione, ai fini dell'emissione di misure cautelari personali, delle dichiarazioni accusatorie di un pentito che si esternino con carattere di novit oltre il centottantesimo giorno dall'inizio della collaborazione e siano ritenute dal giudice meritevoli di apprezzamento nell'ambito del quadro indiziario di riferimento, richiede adeguata motivazione la quale dia conto del legittimo sospetto che la propalazione, in conseguenza della sua intempestivit, sia nata per ragioni strumentali e possa quindi non essere veritiera. (57).

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La sentenza pubblicata anche in Cass. pen. 2009, p. 4753, con nota di RUGGIERO, Dichiarazioni tardive dei collaboratori di giustizia e surplus motivazionale del giudice: un inedito rapporto

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