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DURATA DEL PROCEDIMENTO DI MEDIAZIONE

E TERMINE RAGIONEVOLE DEL PROCESSO


di Roberto Martino

Sommario: 1. Premessa. 2. Durata del procedimento. 3. Procedura di mediazione e ter-


mine ragionevole del processo.

1. Premessa

La nuova legge quadro in tema di mediazione determina il periodo di durata mas-


sima della procedura, con particolare riguardo, da un lato, allapplicabilit a detto
procedimento della sospensione feriale dei termini (l. 7.10.1969, n. 742) e, dallaltro,
alla computabilit della durata della procedura ai fini dellequa riparazione per vio-
lazione del termine ragionevole del processo previsto dallart. 6, 1, CEDU1 (art.
2 l. 24.03.2001, n. 89).
Lart. 6 d. lgs. 4.03.2010, n. 28 stabilisce, in primo luogo, che il procedimento di
mediazione ha una durata non superiore a quattro mesi; dispone, inoltre, che il pe-
riodo di tempo sopra indicato decorre dalla data di deposito della domanda di con-
ciliazione, ovvero dalla scadenza di quello fissato dal giudice per il deposito della
stessa; prevede, infine, che il termine di durata legale del procedimento non sog-
getto a sospensione feriale anche nei casi in cui il giudice dispone il rinvio della
causa ai sensi del quarto o del quinto periodo del comma 1 dellart. 52.
A sua volta, lart. 7 d. lgs. 28/2010 statuisce che il periodo di cui allart. 6 e il
periodo del rinvio disposto dal giudice ai sensi dellart. 5, comma 1, non si compu-
tano ai fini di cui allart. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89.
Le norme sopra richiamate hanno, in parte, matrice comunitaria3. Mi pare, tuttavia,
che la ratio della disciplina in esame sia, essenzialmente, quella di legittimare a livello

1
Convenzione per la salvaguardia dei diritti delluomo e delle libert fondamentali, ratificata in Italia con la
l. 4.08.1955, n. 848.
2
Ai sensi dellart. 5, 1 co., d. lgs. 28/2010, quando la mediazione obbligatoria, il giudice, ove rilevi che la
procedura sia gi iniziata ma non si sia ancora conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine
di quattro mesi previsto dallart. 6; allo stesso modo provvede quando la mediazione non sia stata esperita, asse-
gnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione dellistanza di conciliazione.
3
La Direttiva 2008/52/CE (in G.U.U.E. 24.05.2008, n. L 136) si limita a rilevare che in virt del diritto na-
50 Parte I Commenti

costituzionale la previsione della obbligatoriet del tentativo di conciliazione, quale


condizione di procedibilit della domanda giudiziale. In particolare, la previsione di un
termine ragionevolmente breve4 per la mediazione obbligatoria risponde allesigenza
costituzionalmente garantita (art. 24 cost.) di non comprimere eccessivamente,
anche dal punto di vista temporale, il diritto alla tutela giurisdizionale. Secondo un
consolidato orientamento della Corte costituzionale, la legge pu, infatti, subordinare
lesercizio del diritto di azione a controlli o condizioni che fungano da filtro per
laccesso alla giustizia, purch non vengano imposti oneri o modalit tali da rendere
impossibile o estremamente difficile lesercizio del diritto di azione o lo svolgimento
dellattivit processuale5. Scopo delle norme in esame , altres, quello di regolare
espressamente i due profili problematici a cui si gi accennato: da un lato, lapplica-
bilit al procedimento di mediazione della sospensione feriale dei termini (l. 742/1969);
dallaltro, la computabilit della durata della procedura ai fini dellequa riparazione per
violazione del termine ragionevole del processo (art. 2 l. 89/2001).
Procedendo con ordine opportuno esaminare, innanzitutto, la disciplina della
durata del procedimento, come delineata dallart. 6 d. lgs. 28/2010.

2. Durata del procedimento

Come si accennato, ai sensi dellart. 6 d. lgs. 28/2010 la durata legale della me-
diazione stabilita in quattro mesi.
Nel disciplinarne la decorrenza, la disposizione sembra far riferimento ai casi in
cui la conciliazione obbligatoria, distinguendo essenzialmente tra due ipotesi: il
caso in cui il tentativo obbligatorio di conciliazione sia stato effettuato ante causam
ed il caso in cui tale tentativo non sia stato effettuato.

zionale, lorgano giurisdizionale dovrebbe avere la possibilit di fissare un termine al processo di mediazione:
v. il considerando n. 13 della citata direttiva. Il legislatore italiano ha ritenuto che un termine massimo per la
mediazione dovesse esserci, e tuttavia la sua fissazione non potesse essere rimessa al giudice, di volta in volta,
ma dovesse essere fissata, una volta per tutte, dalla legge (in quattro mesi, appunto: v. art. 6 d. lgs. 28/2010).
Al riguardo, la legge delega aveva disposto di prevedere che il procedimento di conciliazione non possa
avere una durata eccedente i quattro mesi (art. 60, 3 co., lett. q, l. 18.06.2009, n. 69).
4
Nel senso che il termine di quattro mesi risulti non eccessivo ma ragionevole, cfr. Minelli, Commento
allart. 6, in Bove (a cura di), La mediazione per la composizione delle controversie civili e commerciali,
Padova, 2011, 207 ss., spec. 208 s.; Cuomo Ulloa, Lo schema di decreto legislativo in materia di mediazio-
ne e conciliazione, in Contr., 2010, 210, n. 10.
In senso parzialmente diverso, cfr. Csm, Parere allo schema di decreto legislativo Attuazione dellart. 60
della legge 18 giugno 2009, n. 69 in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie
civili e commerciali (delibera 4.02.2010), sub art. 6, in www.csm.it: non appare realistico prevedere un
termine unico e fisso per tutti i procedimenti di mediazione, a prescindere dalla loro complessit e dagli ap-
profondimenti che essi impongono. Sul punto, cfr. anche Dittrich, Il procedimento di mediazione nel d. lgs.
n. 28 del 4 marzo 2010, 5, in www.judicium.it.
5
Corte cost. 4.03.1992, n. 82, in Foro it., 1992, 1023 ss., con riferimento al tentativo obbligatorio di conciliazio-
ne previsto dallart. 5 l. 11.05.1990, n. 108 relativo alle controversie in tema di licenziamento illegittimo; suc-
cessivamente, Corte cost. 13.07.2000, n. 276, in Giust. civ., 2000, 2499; da ultimo, Corte cost. 18.02.2009, n. 51.
Nel medesimo senso, in dottrina, cfr. per tutti Trisorio Liuzzi, La conciliazione obbligatoria e larbitrato
nelle controversie di lavoro privato, in Riv. dir. proc., 2001, 971; Santagada, La conciliazione delle contro-
versie civili, Bari, 2008, 271 ss.
Durata del procedimento di mediazione e termine ragionevole del processo 51

Nella prima ipotesi, il periodo non superiore a quattro mesi inizia a decorrere
dalla data di deposito della domanda di mediazione.
Al riguardo, lart. 4 d. lgs. 28/2010 nulla dice circa le modalit di presentazione
della domanda; anche se, poi, lart. 7, 4 co., d.m. 18.10.2010, n. 180 dispone che i
regolamenti degli organismi a cui spetta determinare le predette modalit non
possano prevedere che laccesso alla mediazione avvenga esclusivamente attraverso
modalit telematiche.
Appare, quindi, evidente che il termine deposito non pu essere interpretato in
senso stretto, e cio soltanto quale consegna brevi manu della domanda presso la segre-
teria dellorganismo di conciliazione adito. Qualora i singoli regolamenti dei vari orga-
nismi prevedano che listanza di conciliazione possa essere inviata anche a mezzo
raccomandata a.r., ovvero a mezzo fax o infine congiuntamente alluna od allaltro
per posta elettronica (certificata), dovr farsi riferimento alla data in cui listanza di
conciliazione giunge a destinazione (ad es., data di ricezione della raccomandata, del
fax o delle-mail), da intendersi quale data di deposito ai sensi del citato art. 4.
Nel caso in cui la conciliazione non sia stata effettuata prima del giudizio, il ter-
mine in esame inizia a decorrere dalla scadenza di quello (quindici giorni) assegnato
dal giudice alle parti per la presentazione della domanda di mediazione, ai sensi
dellart. 5, 1 co., d. lgs. 28/20106.
Il periodo di durata massima della procedura (art. 6, 1 co.) si applica anche alle
altre ipotesi di conciliazione previste dalla legge quadro, fondate sulla concorde vo-
lont delle parti: la mediazione sollecitata dal giudice (art. 5, 2 co., d. lgs. 28/2010)
e la mediazione concordata con clausola (art. 5, 5 co., d. lgs. 28/2010).
Si rilevato che la norma ragionevolmente dovrebbe riferirsi anche a queste due
ipotesi, in quanto esse, seppur non menzionate espressamente dallart. 6, sono assog-
gettate al medesimo meccanismo previsto dallart. 5, 1 co. per il caso in cui non sia
stato esperito ante causam il tentativo obbligatorio: differimento delludienza con
contestuale fissazione da parte del giudice di un termine di quindici giorni per pro-
porre la domanda di mediazione7.
A ben vedere, per, il periodo di durata legale espressamente richiamato sia per
luno che per laltro tipo di mediazione: in entrambi i casi, infatti, il giudice fissa la
successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui allarticolo 6 (v. art. 5, 2 e
5 co.). Nessun dubbio, quindi, in ordine allapplicabilit del predetto termine anche
alle ipotesi in esame.
Piuttosto, la vera questione se, nei casi per ultimo considerati, il termine di du-
rata della procedura sia o meno soggetto a sospensione feriale.
Lart. 6, 2 co., d. lgs. 28/2010 dispone, infatti, che il termine previsto dal 1 co.
non soggetto a sospensione feriale8 anche nei casi in cui il giudice dispone il rinvio
della causa ai sensi del quarto o del quinto periodo del comma 1 dellarticolo 5.

6
Ci in concreto significa che il dies a quo coincide con il quindicesimo giorno che, quindi, non va compu-
tato nel termine: i quattro mesi inizieranno dal sedicesimo giorno compreso.
7
Cos, Minelli, Commento allart. 6, cit., 207.
8
Come noto, lart. 1 l. 7.10.1969, n. 742 dispone che i termini processuali relativi alle giurisdizioni ordina-
rie ed a quelle amministrative sono sospesi di diritto dal 1 agosto al 15 settembre e riprendono a decorrere
52 Parte I Commenti

La disposizione rappresenta, in primo luogo, sufficiente indizio per affermare che


il periodo di quattro mesi previsto per la procedura di mediazione ha natura di termi-
ne processuale. Diversamente, non ci sarebbe stata ragione alcuna per disporre
espressamente linapplicabilit della sospensione feriale. Difatti, lart. 1 l. 7.10.1969,
n. 742 circoscrive lambito di applicazione della disposta sospensione nel periodo 1
agosto 15 settembre ai soli termini processuali.
In prima approssimazione, possono reputarsi tali quei termini che attengono al
processo. Conseguentemente, sembra corretto ritenere che abbiano siffatta natura
non soltanto i termini c.d. endoprocessuali, ma anche quelli che producono co-
munque i loro effetti sul processo, quali ad esempio i termini (perentori) previsti per
lesercizio di determinate azioni giudiziarie, il cui decorso determina lestinzione del
potere di adire il giudice (si pensi ad esempio al termine di impugnazione delle deli-
bere condominiali; ovvero, al termine per la proposizione dellazione di disconosci-
mento della paternit; ecc.).
In quanto condizione di procedibilit, il termine di durata legale della mediazione
produce certamente i suoi effetti sul processo, limitando (sia pure temporaneamente)
il potere di azione delle parti, ed ha pertanto natura processuale: se il tentativo di
conciliazione proposto prima, il giudizio non pu iniziare se non decorsi i quattro
mesi; se, poi, il processo viene ugualmente instaurato, si determina una temporanea
impossibilit per il giudice di trattare la causa con conseguente rinvio della medesi-
ma ad una udienza successiva alla scadenza del predetto termine. Tale incidenza sul
processo pu essere riscontrata non soltanto nei casi in cui la conciliazione obbli-
gatoria (art. 5, 1 co.), ma anche nei casi di mediazione sollecitata (art. 5, 2 co.) e di
mediazione concordata con clausola (art. 5, 5 co.), ai quali pure si applica, come gi
rilevato, il predetto termine.
Ci posto, nessun dubbio pu sussistere sul fatto che la norma in esame introduce
una vera e propria deroga al regime della sospensione dei termini nel periodo feriale.
Il fatto che la deroga stando almeno alla lettera della legge sembra riguardare i
soli casi in cui la conciliazione obbligatoria: sia quando il tentativo sia stato effet-
tuato ante causam ed il termine non sia ancora spirato (sia stata, o meno, proposta la
domanda giudiziale dopo listanza di mediazione e prima dello spirare del termine);
sia quando il tentativo non sia stato effettuato ed il giudice abbia assegnato un termi-
ne per il deposito dellistanza.
Stante la sua natura derogatoria, la disposizione in esame ha carattere ecceziona-
le; pertanto nella specie consentita soltanto linterpretazione estensiva, non anche
quella analogica9. Da qui il problema se la deroga (inapplicabilit della sospensione

dalla fine del periodo di sospensione; se il decorso ha inizio durante il periodo di sospensione linizio stesso
differito alla fine di detto periodo.
Il meccanismo messo a punto dalla norma in esame comporta, in definitiva, che, agli effetti del computo dei
termini processuali, indifferente tutto il periodo 1 agosto 15 settembre, o il minor lasso temporale se il de-
corso del termine ha inizio durante tale periodo: in sostanza, il termine che ha inizio durante la sospensione fe-
riale, come pure la parte residua del termine che ha gi avuto inizio prima della stessa, si computano dal giorno
immediatamente successivo allo spirare del periodo di sospensione e cio dal 16 settembre (e non dal 17 settem-
bre: Cass., sez. un., 4.04.1995, n. 3668, in Giur. it., 1995, I, 1, 1402; da ultimo, Cass. 6.04.2006, n. 8102).
9
Analoga conclusione proprio in considerazione del carattere eccezionale della disposizione viene affer-
Durata del procedimento di mediazione e termine ragionevole del processo 53

feriale) possa essere estesa fino a ricomprendere anche il termine di durata legale
previsto in caso di mediazione sollecitata (art. 5, 2 co.) e di mediazione concordata
con clausola (art. 5, 5 co.).
Al riguardo, possibile osservare quanto segue. vero che, da un lato, il termine
identico; e, dallaltro, identico anche il meccanismo di differimento delludienza
ed quindi identica lincidenza sul processo del termine medesimo. Tuttavia, nelle
due ipotesi da ultimo considerate, lincidenza sul processo discende da una libera
scelta delle parti; mentre nel caso di obbligatoriet della conciliazione limprocedi-
bilit una conseguenza imposta alle parti medesime, che non la scelgono ma la
subiscono, e ad esse non si pu anche imporre di tollerare il periodo di sospensione
feriale quale ulteriore dilazione rispetto alla possibilit di agire in giudizio. Questa
sembra essere la vera ragione dellesclusione della sospensione feriale per i casi in
cui la conciliazione obbligatoria, espressamente contemplati dallart. 6, 2 co. Non
mi pare, infatti, che la ratio della deroga possa essere rinvenuta nella circostanza che
nella procedura di mediazione non prevista lobbligatoriet della difesa tecnica10,
mentre la legge n. 742 del 1969 disciplinando ex novo lintera materia della sospen-
sione dei termini nel periodo feriale, gi regolata dalla l. 14.7.1965, n. 818 perse-
gue (come il suo diretto antecedente normativo) lo scopo di garantire un periodo di
ferie agli avvocati. A tacer daltro, pacifico che la sospensione feriale dei termini
trovi applicazione anche nei processi e procedimenti di giurisdizione volontaria11,
nei quali appunto qualora non abbiano carattere contenzioso la difesa tecnica
facoltativa e non obbligatoria12 (come nella procedura di mediazione).
Se quanto rilevato corretto, mi pare che linapplicabilit del regime di sospen-
sione feriale al termine di durata della procedura di mediazione prevista espressa-

mata con riguardo alle deroghe introdotte dallart. 3 l. 742/1969, che individua per relationem i processi ri-
spetto ai quali non opera la sospensione dei termini, attraverso il rinvio allart. 92 ord. giud. (che consente lo
svolgimento di determinati processi durante il periodo di ferie dei magistrati), aggiungendo a questi esplici-
tamente le controversie di lavoro e previdenziali: sul punto cfr., per tutti, Picardi, Martino, Termini. I) Di-
ritto processuale civile, in Enciclopedia giuridica, vol. XXXI, Roma, 1994, 14, ed ivi riferimenti giurispru-
denziali; Martino, Termine nel processo civile, in Il Diritto Enciclopedia giuridica del Sole 24 ore, vol. 15,
Milano, 2007, 583 ss., spec. 591 ss.
10
La mancata previsione dellobbligatoriet della difesa tecnica stata particolarmente criticata da molte
componenti dellavvocatura che hanno evidenziato il rischio che la parte pi debole al tavolo negoziale, in
mancanza di opportuna assistenza da parte di un legale, possa subire limposizione di un accordo vessatorio o
iniquo o che, comunque, si discosta significativamente dalle posizioni giuridiche delle parti; sicch lobbliga-
toriet della difesa tecnica pur potendo rappresentare, per i suoi costi, un ostacolo al raggiungimento di un
accordo rapido, soprattutto nelle controversie di minor valore economico svolgerebbe la essenziale funzione
di garantire il rispetto del fondamentale principio di uguaglianza tra le parti anche nella procedura di mediazio-
ne, pur sempre finalizzata alla composizione di una lite: cfr., al riguardo, Santi, Commento allart. 8, in Bove
(a cura di), La mediazione per la composizione delle controversie civili e commerciali, Padova, 2011, 213 ss.,
spec. 227 s., il quale rileva che gli organismi di conciliazione istituiti presso gli ordini forensi si stanno orien-
tando verso previsioni regolamentari che impongono la difesa tecnica per le procedure dagli stessi amministra-
te, quanto meno per la parte proponente che libera di scegliersi lente presso il quale proporre la domanda.
11
Sul punto, mi sia consentito rinviare a Picardi, Martino, Termini, cit., 14, ed ivi ulteriori riferimenti
giurisprudenziali.
12
Per una disamina dellorientamento giurisprudenziale prevalente, secondo cui la difesa tecnica obbliga-
toria nei soli procedimenti camerali che vertono su diritti soggettivi ed abbiano, quindi, carattere contenzioso,
cfr., da ultimo, Picardi (a cura di), Codice di procedura civile, 5 ed., Milano, 2010, vol. II, 3672.
54 Parte I Commenti

mente dallart. 6, 2 co., d. lgs. 28/2010 per i casi in cui la conciliazione obbligato-
ria (v. art. 5, 1 co., d. lgs. 28/2010) non possa essere interpretata in maniera
estensiva fino a ricomprendervi anche i casi di conciliazione sollecitata (art. 5, 2 co.,
d. lgs. 28/2010) e di conciliazione prevista da apposita clausola di mediazione (art.
5, 5 co., d. lgs. 28/2010).
Resta, infine, da esaminare la questione relativa alla natura del termine in esame.
Secondo i primi commentatori, si tratta di termine non perentorio13. In effetti, gi
nella relazione illustrativa al decreto legislativo si puntualizza la natura non perento-
ria del termine, sia perch la perentoriet qualificazione che si addice ai termini
processuali, quale non quello in esame sia perch le conseguenze dello spirare
del termine sono gi indicate nella ripresa delliter processuale.
Si visto, per, che il termine in esame pu essere qualificato come processua-
le. Piuttosto, al fine di affermarne la natura non perentoria, bens ordinatoria, appa-
re decisiva la circostanza che lart. 6 d. lgs. 28/2010 non preveda nulla al riguardo:
n qualificando espressamente come perentorio il termine di durata; n ricollegando-
vi sanzione alcuna di decadenza o comunque di sopravvenuta inefficacia14.

13
Dalfino, Dalla conciliazione societaria alla mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie
civili e commerciali, 4, in www.judicium.it; Fanelli, in Sassani Santagada (a cura di), Mediazione e
conciliazione nel nuovo processo civile, Roma, 2010, 25; Armone, Mediazione e processo nelle controversie
civili e commerciali: risoluzione negoziale delle liti e tutela giudiziale dei diritti, La mediazione civile: il
procedimento, la competenza, la proposta, in Soc., 2010, 628 s.; Minelli, Commento allart. 6, cit., 209 s.
14
Sul punto, mi sia consentito rinviare, anche per gli opportuni riferimenti di dottrina e giurisprudenza, a
Martino, Termine nel processo civile, cit., 584 s.; Picardi, Martino, Termini, cit., 4 s., 8.
In maniera sintetica e riassuntiva si pu rilevare che perentorio il termine stabilito a pena di decadenza (arg.
dallart. 154 c.p.c.) ed dichiarato tale espressamente dalla legge o dal giudice nei casi consentiti dalla legge
(art. 152 c.p.c.). Tipici esempi sono il termine per lintegrazione del contraddittorio (art. 102 c.p.c.) ed i ter-
mini per le impugnazioni (art. 326 c.p.c.). Lesplicita dichiarazione normativa pu anche mancare. La peren-
toriet di un termine pu discendere dallo scopo e della funzione che esso chiamato a svolgere o dagli effet-
ti che la legge ricollega al suo inutile decorso. In applicazione di tali principi, vengono, ad es., considerati
perentori il termine di opposizione a decreto ingiuntivo e il termine per lintegrazione del contraddittorio in
sede di impugnazione.
Il nostro ordinamento positivo mostra di voler ricondurre linosservanza del termine perentorio nello schema
dellinefficacia (e non dellinvalidit) dellatto cronologicamente anteriore. Ad es., linutile decorso del ter-
mine per linizio del giudizio di merito determina la totale inefficacia del provvedimento cautelare (non anti-
cipatorio) concesso ante causam (artt. 669 octies e novies c.p.c.). peraltro la legge a determinare, volta per
volta, lampiezza di tale inefficacia: cos, linosservanza del termine per impugnare la sentenza comporta
leliminazione del potere di impugnare, ma non incide sugli altri effetti della sentenza.
Salvi i casi in cui venga assegnato proprio per sanare un vizio dellatto a quo (nei quali il suo inutile decorso
determina la definitiva invalidit di questultimo atto), linosservanza del termine perentorio comporta, dun-
que, linefficacia sopravvenuta dellatto a quo, il quale di norma perfetto ed efficace.
In ordine, poi, allatto ad quem, linutile decorso del termine perentorio ne determina linvalidit. Il nostro
ordinamento positivo sembra voler ricondurre tale invalidit ad un fenomeno di decadenza, come si evince
anche dallart. 154 c.p.c. In effetti, la sopravvenuta inefficacia dellatto a quo determina la perdita del pote-
re di compiere latto successivo e, pertanto, la nullit dello stesso atto, per difetto di legittimazione del suo
autore.
Come si evince anche dallart. 153 c.p.c. (i termini perentori non possono essere abbreviati o prorogati,
nemmeno sullaccordo delle parti), si tratta di nullit rilevabile dufficio, che non pu essere sanata per ac-
quiescenza delle parti. N sembra possibile la rinnovazione dellatto nullo (art. 162, 1 co., c.p.c.), appunto
per la sopravvenuta carenza di potere. A ben vedere, si tratta di una forma di nullit riconducibile alla catego-
ria dellinammissibilit. Unico rimedio sembra quello della rimessione in termini.
Durata del procedimento di mediazione e termine ragionevole del processo 55

Conseguentemente, nulla osta a che la procedura di mediazione possa durare pi


dei quattro mesi previsti dalla legge e concludersi con una conciliazione pienamente
efficace per le parti.
Dal carattere ordinatorio del termine in esame non discende, peraltro, che la sua
inosservanza resti priva di conseguenze: non si tratter, tuttavia, di inefficacia so-
pravvenuta dellatto a quo e della conseguente invalidit dellatto ad quem, come
avviene in caso di inosservanza del termine perentorio15; piuttosto, le conseguenze
dellinosservanza del termine ordinatorio saranno quelle di diverso tipo previste
di volta in volta dalla legge16.

Alla luce dei dati normativi sopra evidenziati appare corretto qualificare il termine perentorio come fatto
giuridico strutturalmente autonomo (integrato dal semplice decorso di un determinato periodo di tempo) che
determina la caduta di alcune posizioni giuridiche scaturite da un atto cronologicamente anteriore (e tra que-
ste, sempre e comunque, il potere di compiere latto successivo), con conseguente inammissibilit dellatto ad
quem, per sopravvenuta e definitiva carenza di potere (decadenza).
15
Vedi nota precedente.
16
Sulla natura e sulle conseguenze dellinosservanza dei termini ordinatori mi sia ancora consentito rinviare,
anche per gli opportuni riferimenti di dottrina e giurisprudenza, a Martino, Termine nel processo civile, cit.,
585 s.; Picardi, Martino, Termini, cit., 5 s., 8 s.
In maniera sintetica e riassuntiva si pu, al riguardo, rilevare quanto segue. Anche in forza di quanto disposto
dallart. 152, 2 co., c.p.c., la categoria dei termini ordinatori stata concepita come una figura di risulta,
capace di raccogliere tutti i termini diversi da quelli perentori e dilatori.
, peraltro, controverso se ad essa appartengano anche i vari termini che il nostro ordinamento pone a carico
del giudice (ad es., i termini previsti dallart. 275, 1, 3 e 4 co., c.p.c.; art. 415, 2 co., c.p.c.; art. 669, 4 co.,
c.p.c.). Come si vedr, sotto il profilo strutturale non corre alcuna differenza tra i termini assegnati al giudice
(e ai suoi ausiliari) e gli altri termini ordinatori assegnati alle parti. Daltra parte, a prescindere dalla soluzio-
ne data alla questione in esame, si ritiene concordemente che linutile decorso dei termini de quibus non inci-
da sulla validit ed efficacia dei provvedimenti giudiziali, salvi eventuali riflessi di carattere disciplinare o
conseguenze di tipo diverso (ad es., equa riparazione per la violazione dellart. 6 Cedu).
Quanto alle conseguenze dellinosservanza dei termini ordinatori (assegnati alle parti), un primo orientamen-
to afferma che, in base a quanto disposto dallart. 154 c.p.c., detta inosservanza non determina linvalidit
dellatto compiuto dopo la sua scadenza; o non impedisce, comunque, la fissazione di un nuovo termine.
Un secondo indirizzo, in mancanza di una sanzione diretta e generale da ricollegare allinosservanza dei ter-
mini ordinatori, riconduce alla decadenza le conseguenze di tale inosservanza. I termini suindicati potrebbero
essere prorogati soltanto prima della scadenza. Il loro decorso, senza presentazione di una istanza di proroga
(ovvero dopo che la proroga sia stata gi concessa), determinerebbe gli stessi effetti preclusivi della scadenza
dei termini perentori.
Questultimo indirizzo urta contro la chiara distinzione legislativa fra termini stabiliti a pena di decadenza
(perentori) e termini che tali non sono (artt. 152 e 154 c.p.c.). Questa obiezione non pu essere superata rile-
vando che le disposizioni suindicate farebbero riferimento alla decadenza ex lege, mentre nel caso di termini
ordinatori la decadenza si realizzerebbe a seguito di una valutazione discrezionale del giudice con efficacia ex
tunc. In tal modo, infatti, si finirebbe per assegnare al giudice un generale potere restitutorio che stante la
diversit tra proroga e rimessione in termini certamente non pu inferirsi dal conferimento della facolt di
prorogare, entro determinati limiti, il termine ordinatorio. Daltra parte, il fatto che un termine pu essere
fissato dal giudice a pena di decadenza solo se la legge lo prevede espressamente (art. 154 c.p.c.) risponde alla
necessit che le conseguenze della violazione del termine siano conosciute dalle parti prima della sua scaden-
za e non pu dunque essere riferito ad una decadenza ipso iure da contrapporre ad una ope iudicis.
Linosservanza del termine ordinatorio non incide, quindi, sullefficacia dellatto cronologicamente anteriore
o successivo. Il decorso del termine de quo integra, piuttosto, un fatto giuridico strutturalmente autonomo al
quale la legge ricollega conseguenze diverse, determinate caso per caso. Ci non toglie che il decorso del
termine ordinatorio possa in alcuni casi impedire il valido compimento dellatto ad quem, precisamente quan-
do si sia venuta a creare, nel frattempo, una situazione processuale incompatibile con il valido compimento
dellatto stesso. Ad es., la scadenza del termine (ordinatorio) assegnato dal giudice per la notifica dellatto di
56 Parte I Commenti

Con riguardo al termine in esame, una prima conseguenza prevista dalla legge
insita nellessere il tentativo di conciliazione nelle controversie in cui obbligatorio
condizione di procedibilit: lo spirare del termine determina, quindi, la ripresa
delliter processuale. Inoltre, il rispetto dei tempi della procedura sembra poter rap-
presentare uno dei parametri alla stregua dei quali il responsabile della tenuta del re-
gistro degli organismi deve effettuare il controllo previsto dallart. 10 d.m. 180/2010:
mi sembra, infatti, che la reiterata violazione degli obblighi del mediatore prevista
quale motivo di sospensione o cancellazione dal registro (art. 10, 1 co., d.m. 180/2010)
ben possa ravvisarsi nel ricorrente superamento del termine di durata, beninteso quan-
do tale superamento non sia dovuto ad una scelta delle parti ma a comportamenti od
omissioni dellorganismo (ad es., quando il primo incontro venga fissato ad una data
successiva alla scadenza del predetto termine).

3. Procedura di mediazione e termine ragionevole del processo

Come accennato in premessa, lart. 7 d. lgs. 28/2010 statuisce che il periodo di


cui allart. 6 e il periodo del rinvio disposto dal giudice ai sensi dellart. 5, comma 1,
non si computano ai fini di cui allart. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89.
Questultima disposizione come noto prevede il diritto degli utenti della
giustizia ad ottenere unequa riparazione dei danni, anche non patrimoniali, subiti in
conseguenza della violazione del termine ragionevole del processo previsto dallart.
6, 1, CEDU. Al fine di accertare la predetta violazione, da un lato va calcolata la
durata complessiva del singolo processo; dallaltro lato, quella che avrebbe dovuto
essere la sua durata ragionevole; il danno riferibile al periodo eccedente va risarcito
da parte dello Stato17.
In prima approssimazione, lart. 7 d. lgs. 28/2010 afferma il principio della non
computabilit del periodo di durata della mediazione ai fini dellequa riparazione ex
art. 2 l. 89/2001. Tale principio ha sollevato parecchie perplessit con riferimento alla
mediazione obbligatoria, imposta dalla legge quale condizione di procedibilit della
domanda giudiziale18. In effetti, come si giustamente rilevato, se la mediazione

riassunzione a coloro che debbono costituirsi per proseguire il processo (art. 303 c.p.c.) non impedisce la
concessione di ulteriore termine per la notifica, a meno che non sia decorso il diverso termine (perentorio) di
tre mesi dallinterruzione (art. 305 c.p.c.).
17
Per un primo orientamento sulle numerose questioni relative allequa riparazione per violazione del termi-
ne ragionevole del processo, cfr.: Tarzia, Sul procedimento di equa riparazione per violazione del termine
ragionevole del processo, in Giur. it., 2001, 2430; Martino, Sul diritto allequa riparazione in caso di viola-
zione del termine ragionevole del processo, in Riv. dir. proc., 2001, 1068; Didone, Equa riparazione e ragio-
nevole durata del giusto processo, Milano, 2002; Chiarloni (a cura di), Misure acceleratorie e riparatorie
contro lirragionevole durata dei processi, Torino, 2003; Giorgetti, Lequa riparazione per la durata irra-
gionevole del processo, Bergamo, 2003; Romano, Cannavale, Cardona, Albini, Josanna, Fasciglione,
Lequa riparazione nei pi recenti orientamenti della Corte di Cassazione e della Corte Europea, Milano,
2005; Asprella, Il punto su equa riparazione del danno da irragionevole durata del processo, in Giur. mer.,
2005, 1859; Consolo, La improcrastinabile radicale riforma della Legge Pinto, la nuova mediazione ex d.
lgs. n. 28 del 2010 e lesigenza del dialogo con il Consiglio dEuropa sul rapporto fra Repubblica Italiana e
art. 6 Cedu, in Corriere giur., 2010, 425.
18
Per una panoramica sulle critiche suscitate dalla disposizione in parola, cfr. Consolo, La improcrastinabi-
Durata del procedimento di mediazione e termine ragionevole del processo 57

condizione di procedibilit della domanda giudiziale, larco temporale necessario per


il suo espletamento deve obbligatoriamente rientrare nel calcolo imposto dalla legge
in tema di equa riparazione, costituendo il procedimento per la conciliazione un pas-
saggio indispensabile per lottenimento della pronuncia giurisdizionale sulla doman-
da proposta19. Del resto, per gli stessi motivi, la migliore dottrina in tema di equa
riparazione ha a suo tempo evidenziato che, quando la domanda giudiziale deve esse-
re preceduta dal tentativo obbligatorio di conciliazione (come era previsto nelle con-
troversie di lavoro) ovvero si verta, comunque, in ipotesi di giurisdizione condizio-
nata al compimento di determinate attivit, nel computo della durata del processo
bisogna inserire anche il tempo occorrente per lo svolgimento di tali attivit20.
Sul punto, tuttavia, bisogna prendere realisticamente atto che la legge quadro sulla
mediazione si adeguata ad un principio giurisprudenziale che si , via via, affermato
in questi ultimi anni, con riferimento ai casi in cui la domanda giudiziale debba esse-
re necessariamente preceduta dallespletamento di una fase amministrativa21. Ove
la fase amministrativa, che precede il giudizio, sia regolata da uno specifico termine
di durata, oggetto esso stesso di una valutazione di adeguatezza da parte del legislato-
re e comunque ragionevole, la fase medesima non rileva ai fini della violazione del
termine ragionevole del processo.22
Il riportato orientamento giurisprudenziale riceve oggi significativa conferma
proprio dallart. 7 d. lgs. 28/2010, sia pur con riferimento ad una ipotesi di condizio-
namento della giurisdizione che non pu essere del tutto assimilata ad una fase di
tipo amministrativo.
Se cos , la soluzione prospettata dalla disposizione in esame per le procedure di
mediazione direttamente regolate dalla legge quadro deve valere alla luce del prin-
cipio di parit di trattamento anche per i procedimenti di conciliazione stragiudi-
ziale che non sono riconducibili alla medesima legge23.

le radicale riforma della Legge Pinto, cit., 431; Fanelli, in Sassani, Santagada (a cura di), Mediazione
e conciliazione nel nuovo processo civile, Roma, 2010, 26 ss.; Dittrich, Il procedimento di mediazione nel
d. lgs. n. 28 del 4 marzo 2010, 5, in www.judicium.it; Monteleone, La mediazione forzata, n. 1, in www.
judicium.it; Zucconi Galli Fonseca, La nuova mediazione nella prospettiva europea, in Riv. trim. dir. proc.
civ., 2010, 666; Canale, Il decreto legislativo in materia di mediazione, in Riv. dir. proc., 2010, 621.
19
Cos, Csm, Parere, cit., sub art. 7, il quale precisa che quanto appena rilevato sopra nel testo risulta di piena
evidenza quando il giudice, accertato il mancato espletamento del tentativo di conciliazione, tenuto a rinvia-
re la causa ad altra data per consentirne lespletamento, ma vale anche quando la procedura di mediazione sia
stata espletata prima del giudizio, non potendosi giungere a conclusioni diverse, atteso che in entrambi i casi
la mediazione si pone come condizione di procedibilit della domanda giudiziale.
20
Cfr. Dalmotto, Diritto allequa riparazione per leccessiva durata del processo, in Chiarloni (a cura
di), Misure acceleratorie e riparatorie contro lirragionevole durata dei processi, Torino, 2002, 67 ss., spec.
138 s.; Olivieri, La ragionevole durata del processo di cognizione (qualche considerazione sullart. 111,
2 comma cost.), in Foro it., 2000, V, 254.
21
Si pensi, ad esempio, al procedimento amministrativo previsto dallart. 443 c.p.c. quale condizione di
procedibilit del giudizio pensionistico.
22
Cass. 18.02.2004, n. 3143; Cass. 17.03.2004, n. 5386 entrambe con riferimento a giudizi pensionistici.
Cfr., pure, con riguardo a procedimenti amministrativi di altro tipo, ma pur sempre necessari per lesercizio
dellazione giurisdizionale, Cass. 9.11.2007, n. 23385; Cass. 28.04.2006, n. 9853; Cass. 21.04.2006, n. 9411.
23
Per una rassegna delle diverse ipotesi di conciliazione stragiudiziale (facoltative o obbligatorie) variamen-
te previste dal nostro ordinamento si rinvia a Minelli, Commento allart. 5, in Bove (a cura di), La media-
zione per la composizione delle controversie civili e commerciali, Padova, 2011, 139 ss.
58 Parte I Commenti

Ci detto, la disposizione in esame pone, comunque, qualche, ulteriore problema


interpretativo.
Ai sensi del richiamato art. 7, nel calcolare la durata complessiva del singolo
processo non bisogna prendere in considerazione: a) il periodo di cui allart. 6 (quat-
tro mesi); b) il periodo del rinvio disposto dal giudice ai sensi dellart. 5, 1 co. (rin-
vio delludienza ad una data successiva alla scadenza del termine ex art. 6, quando la
conciliazione obbligatoria e si rilevi nel corso del processo limprocedibilit dello
stesso perch la mediazione non stata esperita, ovvero stata iniziata ma non si
ancora conclusa).
Un primo problema interpretativo concerne lindividuazione del corretto signifi-
cato dellinciso di cui alla lett. b).
Si d per scontato che in caso di improcedibilit della domanda giudiziale ecce-
pita nel corso del processo e di rinvio delludienza a data successiva alla scadenza del
termine previsto dallart. 6 ai fini dellequa riparazione per violazione del termine
ragionevole, dal computo andrebbe escluso un periodo di quattro mesi (durata lega-
le), nonch i quindici giorni che il giudice assegna alle parti per proporre la domanda
di mediazione (se la procedura non ancora iniziata)24.
Mi pare, al contrario, che la lettera della norma sia chiara nel far riferimento al
periodo del rinvio disposto dal giudice: ci significa che dal computo va esclusa
non la durata legale (quattro mesi) ma lintero lasso temporale del rinvio. Ad esem-
pio, se il giudice fissa una nuova udienza ex art. 5, 1 co., a distanza di otto mesi, dal
computo ai fini dellequa riparazione va escluso lintero periodo (otto mesi), e non
quattro mesi (durata legale) pi quindici giorni (eventuale termine per il deposito
dellistanza di conciliazione).
inutile aggiungere che la disposizione appare incongrua: non si capisce infatti
per quale motivo, se il giudice nel disporre il rinvio se la prende comoda andando ben
al di l del periodo di durata legale della mediazione, debba essere esclusa dal com-
puto anche la parte eccedente il termine legale di quattro mesi, trattandosi di ritardo
riconducibile al comportamento dellorgano giurisdizionale.
Quanto, poi, allinciso di cui alla lett. a), esso si applica innanzitutto nel caso in cui
il tentativo obbligatorio di conciliazione venga iniziato prima del processo. Il riferi-
mento al periodo di cui allart. 6 induce a ritenere che dal computo della comples-
siva durata del processo vanno detratti comunque quattro mesi (che rappresentano
appunto il predetto periodo), anche se, in ipotesi, il tentativo si sia concluso negati-
vamente dopo la scadenza del termine e il processo sia stato iniziato successivamente.
Non pu ignorarsi il diverso trattamento riservato alle parti in questultima ipote-
si (mediazione iniziata e conclusa negativamente ante causam) rispetto a quello ad
esse riservato nelle precedenti ipotesi (improcedibilit della domanda giudiziale ec-
cepita nel corso del processo, ai sensi dellart. 5, 1 co.). Sorge, allora, un legittimo
dubbio di incostituzionalit della disposizione in esame, per violazione del fonda-
mentale principio di uguaglianza (art. 3 cost.). Nei casi di mediazione obbligatoria
non sembra possibile differenziare il computo della durata del processo ai fini

24
Cos, Minelli, Commento allart. 7, in Bove (a cura di), La mediazione per la composizione delle contro-
versie civili e commerciali, Padova, 2011, 211.
Durata del procedimento di mediazione e termine ragionevole del processo 59

dellequa riparazione a seconda della circostanza, del tutto estrinseca e casuale, che
il tentativo di conciliazione sia stato effettuato e si sia (negativamente) concluso ante
causam, oppure no. Delle due luna: o si interviene con uninterpretazione adegua-
trice, escludendo dal computo il solo periodo di durata legale (quattro mesi) anche
nel caso previsto dallart. 5, 1 co., d. lgs. 28/2010; oppure, non c altra via che la
declaratoria di incostituzionalit, in parte qua, dellart. 7, d. lgs. 28/2010.
Una soluzione analoga a quella di cui alla lett. a) dovrebbe applicarsi anche in
caso di mediazione delegata (o sollecitata) ex art. 5, 2 co., d. lgs. 28/2010 e di me-
diazione concordata con clausola ex art. 5, 5 co., d. lgs. 28/2010: in entrambi i casi
il giudice differisce ludienza ad una data successiva alla scadenza del periodo pre-
visto dallart. 6, con contestuale assegnazione del termine (quindici giorni) per il
deposito della domanda di mediazione. Non sembra, infatti, che in queste due ultime
ipotesi la non computabilit ai fini dellequa riparazione possa riguardare lintero
periodo di rinvio, se pi lungo (ad es., sei mesi) rispetto al termine di durata legale
(quattro mesi). Linciso richiamato sub lett. b) fa, infatti, esclusivo riferimento
allipotesi di improcedibilit ai sensi dellart. 5, 1 co., (conciliazione obbligatoria)
e, dunque, non pu ricomprendere i casi sopra richiamati; n appare ragionevole
estendere la portata della disposizione che, come si visto, conduce a risultati iniqui
per le parti, determinando una ingiustificata esenzione di responsabilit per lo Stato.