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SPIGOLATURE SUL GIURAMENTO DEI MAGISTRATI

ORDINARI
di SANDRO DE NARDI
(professore associato di Ordinamento giudiziario presso la
Scuola di Giurisprudenza
dell’Università degli Studi di Padova)

 
 
“Se il giudice pronuncerà una sentenza senza tener conto del giuramento prestato,
egli, giudicando illecitamente, se lo avrà fatto con dolo, attenda la punizione di Dio;
se lo avrà fatto per ignoranza sarà colpevole di aver violato il giuramento prestato”
(COSTITUZIONE DELL’IMPERATORE GIUSTINIANO)
 
“in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio”
(GIUSEPPE PREZZOLINI)
 
 
SOMMARIO: 1. Premessa – 2. L’art. 9 dell’Ordinamento <<Grandi>> (r.d. n. 12/1941) – 3.
L’art. 4 della legge n. 478/1946: una disposizione normativa (teoricamente) transitoria – 4. Il
dibattito sviluppatosi in seno all’Assemblea costituente sul giuramento (in generale, e su quello dei
magistrati in particolare) – 5. L’art. 54, secondo comma, della Costituzione e l’omessa revisione
della formula di giuramento da parte del legislatore repubblicano – 5.1. La formula giuratoria ex art.
4 della legge n. 478/1946: costituzionalmente illegittima o (soltanto) costituzionalmente scorretta? –
5.2 Il rito del giuramento secondo la prassi sviluppatasi in epoca repubblicana – 6. Il colpo di scena:
l’abrogazione dell’art. 4 della legge n. 478/1946 – 7. Conclusioni (provvisorie).
 
 
1. Premessa.
Nel mondo del diritto per giuramento “deve intendersi l’impegno, assunto in forma espressa e
solenne mediante il richiamo a valori etici largamente diffusi e condivisi nella comunità, secondo un
rituale ed una formula prestabiliti, di seguire per il futuro un comportamento ispirato a fedeltà e
lealtà rispetto ai doveri di ordine generale od anche particolare” [così, condivisibilmente, P.
GROSSI, voce Giuramento (diritto costituzionale), in Enc. dir., vol. XIX, Milano, 1970, 144 e ss.].
Ebbene, un istituto dell’ordinamento giudiziario che, a torto (perlomeno a parere di chi scrive), è
stato sempre trascurato tanto dal legislatore repubblicano quanto dalla maggior parte degli studiosi
della materia [se si eccettua un significativo contributo allo stesso dedicato, di cui si darà conto
infra], concerne proprio il giuramento che i magistrati ordinari professionali (o “di carriera” che dir
si voglia) sono stati obbligati a pronunciare il primo giorno di immissione in possesso e di presa di
effettivo servizio:
- vuoi come “uditori giudiziari” [sino a quando è rimasta in vigore la normativa di cui agli artt.
121 e ss. del r.d. n. 12/1941];
- vuoi - da qualche anno - come “magistrati ordinari” in tirocinio [secondo la ben poco felice
terminologia vigente, che è stata introdotta - per i vincitori di concorso - dalla legge n. 111/2007];
- vuoi infine come consiglieri di Cassazione nominati dal C.S.M. <<per meriti insigni>> ex art.
106, terzo comma, della Carta fondamentale.
Sull’istituto in questione - ed in particolar modo sulla formula giuratoria vera e propria - appare
dunque più che mai opportuno soffermarsi a riflettere un pochino, anche perché trattasi di un
adempimento - per giunta giuridicamente necessitato - che solo in apparenza è di marginale
importanza: essendo al contrario foriero di implicazioni, pure di natura costituzionale.
 
2. L’art. 9 dell’Ordinamento <<Grandi>> (r.d. n. 12/1941).
Il dato normativo dal quale sembra utile muovere per sviluppare qui di seguito alcune brevi e
sintetiche considerazioni in materia di giuramento richiesto agli esponenti professionali dell’Ordine
giudiziario [si precisa che in questa sede non ci si occuperà infatti di quelli “onorari”] risale al
regime fascista, e precisamente al regio decreto n. 12/1941 (c.d. decreto - o Ordinamento -
<<Grandi>>, dal nome dell’allora Ministro Guardasigilli, DINO GRANDI), il cui art. 9 dettava le
regole da osservare per l’appunto in materia di <<Giuramento>>; nel dettaglio, il citato precetto
sanciva testualmente che:
_ “I magistrati prestano giuramento col rito prescritto dal regolamento e con la formula seguente:
<<Giuro di essere fedele al Re Imperatore, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello
Stato e di adempiere coscienziosamente i miei doveri di magistrato>>” (primo comma);
_ “Il giuramento viene prestato entrando a far parte dell’ordine giudiziario e non deve essere
rinnovato. (…)” (secondo comma).
Ebbene, nella <<Relazione del Ministro Guardasigilli al testo dell’ “Ordinamento giudiziario”>>
- che è stata presentata “Alla Maestà del Re Imperatore” nell’udienza del 30 gennaio 1941 (e
pubblicata nella Gazzetta ufficiale del Regno d’Italia n. 28 bis del 4 febbraio 1941) - si precisava
testualmente che “Era necessario modificare la formula del giuramento dei magistrati, per renderla
meglio aderente all’assunzione di qualsiasi funzione attinente alla giustizia, tanto da parte dei
magistrati, quanto da parte di coloro che esercitano funzioni giurisdizionali a titolo onorario” [ivi,
pag. IV ].
Come si vede, la disposizione normativa in questione, imponeva ai nuovi esponenti dell’Ordine
giudiziario (si badi: prima ancora di ottenere il conferimento vero e proprio delle funzioni) di
pronunciare una formula che, tutto sommato, era in linea con l’assetto costituzionale di quel
momento: nella misura in cui imponeva loro di giurare fedeltà all’allora “Re Imperatore”, di
osservare sia la Carta costituzionale (flessibile) che in quel tempo era formalmente in vigore (i.e. lo
Statuto albertino) sia le leggi dello Stato, di adempiere con coscienza i “doveri” di magistrato.
Quanto al rituale che bisognava seguire durante la solenne cerimonia in cui doveva essere
prestato il giuramento, il medesimo articolo si limitava invece a fare rinvio ad un “regolamento”:
che andava individuato nel r.d. 14 dicembre 1865, n. 2641 [recante il “Regolamento generale
giudiziario per l’esecuzione del codice di procedura civile, di quello di procedura penale e della
legge sull’ordinamento giudiziario”] che in quel frangente era, in effetti, ancora in vigore; per la
precisione, gli artt. 37 e ss. della fonte normativa appena citata si occupavano proprio “Del
giuramento e dell’ingresso in funzioni” (non solo) dei magistrati ordinari, imponendo l’osservanza
di minuziosi dettami pure volti a differenziarne il rito, a seconda del grado e del ruolo ricoperto da
chi doveva prestarlo; in particolare, tra le altre, figuravano norme puntuali:
- sull’organo di fronte al quale la formula di giuramento doveva essere pronunciata [basti qui
ricordare, a mero titolo esemplificativo (peraltro assai significativo …), che i capi delle Corti erano
tenuti a renderla nelle mani del Ministro della giustizia];
- sull’aula del palazzo di giustizia da utilizzare all’uopo;
- sulla documentazione da produrre - previamente - per poter essere ammessi al giuramento;
- sulle toghe da indossare per la solenne occasione;
- sull’apposita requisitoria che doveva essere letta dal “ministero pubblico”;
- sulle modalità da seguire per leggere la formula del giuramento;
- sul verbale da redigere.
Non solo.
Difatti, il succitato art. 4, secondo comma, del r.d. n. 12/1941 segnava altresì una netta
inversione di tendenza rispetto al passato, eliminando il prescritto obbligo di rendere giuramento in
occasione di ogni successivo passaggio di qualifica e/o di funzione: e a tal riguardo, nella già
richiamata <<Relazione del Ministro Guardasigilli al testo dell’“Ordinamento giudiziario”>>
[sempre a pag. IV] si precisava testualmente che “L’importanza e la solennità del giuramento
importano altresì, come conseguenza, che esso non debba essere prestato che una sola volta dal
magistrato, e cioè nel momento in cui entra a far parte dell’Ordine giudiziario”.
Tuttavia, in virtù dei ben noti avvenimenti storici ed istituzionali che si verificarono negli anni
immediatamente successivi all’entrata in vigore del r.d. n. 12/1941, (anche) il precetto in questione
ebbe vita breve.
 
3. L’art. 4 della legge n. 478/1946: una disposizione normativa (teoricamente) transitoria.
A distanza di pochissimi anni dall’approvazione dell’Ordinamento <<Grandi>>, l’istituto del
giuramento magistratuale costituì oggetto di ben due interventi normativi: che si sono succeduti
nell’arco temporale di qualche mese, sull’onda dell’esito del referendum istituzionale che si svolse
il 2 giugno 1946.
In particolare, con l’art. 9 del decreto legislativo presidenziale 19 giugno 1946, n. 1 - recante
<<Nuove formule per l’emanazione dei decreti ed altre disposizioni conseguenti alla mutata forma
istituzionale dello Stato>> - venne disposto che fino a quando non fossero state introdotte nuove
formule di giuramento “in dipendenza della mutata forma istituzionale dello Stato” si sarebbero
dovute applicare - “ove occorra prestare o rinnovare il giuramento” - le vecchie formule già in uso,
eliminando però in esse “ogni accenno alla forma monarchica dello Stato”; oltre a ciò il medesimo
precetto specificava che “gli obblighi derivanti dal giuramento prestato, ai sensi delle vigenti
disposizioni, dai dipendenti civili e militari dello Stato e dalle persone incaricate di pubbliche
funzioni, s’intendono assunti verso lo Stato”.
Sennonché, dopo qualche mese il Governo - illo tempore presieduto da ALCIDE DE GASPERI -
ritenne doveroso presentare all’Assemblea costituente un disegno di legge sull’argomento - il n. 1 -
che venne espressamente qualificato come “urgente” e che, nel merito, mirava proprio ad introdurre
<<Nuove formule di giuramento>> [così recitava infatti la relativa rubrica legis: il testo è
rinvenibile nell’apposita sezione del sito internet della Camera dei deputati, all’indirizzo
www.camera.it]: nello specifico, l’abbinata Relazione di accompagnamento precisava che se la
tempestiva approvazione dell’art. 9 del d. lgs. pres. n. 1/1946 era stata “determinata dalla necessità
di adottare subito una soluzione di carattere provvisorio, per i casi molto frequenti in cui la
prestazione del giuramento” non poteva essere rinviata, tuttavia tale situazione si era “rivelata
all’atto pratico non soddisfacente, inquantoché non sempre è agevole modificare le formule
preesistenti, nel senso indicato dal citato articolo. Né basta talvolta eliminare il riferimento alla
monarchia, giacché sopravvivono in molte formule altri riferimenti che neppure possono essere
mantenuti, essendo inconciliabili con gli ordinamenti democratici dello Stato. D’altra parte, le
formule di giuramento, dovendo essere rigorosamente predeterminate, non possono evidentemente
essere variate in base agli elastici criteri interpretativi che l’Amministrazione può seguire al
riguardo”.
Conseguentemente il predetto disegno di legge venne rapidamente discusso, emendato ed
approvato nel testo di cui alla legge 23 dicembre 1946, n. 478, avente ad oggetto la mera
<<Modificazione delle formule di giuramento>>: e grazie a tale provvedimento normativo furono
espressamente ri-disciplinate le formule di giuramento sia per gli appartenenti alle Forze Armate
dello Stato (cfr. art. 2), sia per i dipendenti civili dello Stato e per i dipendenti degli Enti locali (cfr.
art. 3), sia per i magistrati dell’Ordine giudiziario ed amministrativo, per gli avvocati e procuratori
dello Stato, nonché per i notai (cfr. art. 4), sia per le persone estranee all’Amministrazione dello
Stato investite occasionalmente di pubbliche funzioni (cfr. art. 5), sia per i sindaci dei Comuni ed i
presidenti delle deputazioni provinciali (cfr. art. 6), sia infine per coloro ai quali fosse stata concessa
la cittadinanza italiana (cfr. art. 8).
A tal proposito va però sottolineato sin da subito che tutte le nuove formule immesse
nell’ordinamento mediante gli articoli testé ricordati erano destinate a trovare applicazione “fino a
quando non venga diversamente stabilito in dipendenza della nuova Costituzione dello Stato”: così,
infatti, disponeva testualmente l’art. 1 della legge in questione. In definitiva, i Padri costituenti
avevano voluto precisare che, molto probabilmente, il futuro legislatore repubblicano avrebbe
dovuto (ri)occuparsi a breve della materia, onde adeguare – in tutto o in parte – le espressioni rituali
che loro andavano introducendo ai principi e ai precetti della nuova Carta fondamentale: che, com’è
noto, nel dicembre del 1946 era sì in piena fase di elaborazione - oltre tutto da parte del medesimo
organo - ma ancora ben di là da venire; non a caso, già nella citata Relazione governativa al disegno
di legge si sottolineava a chiare lettere che, sino a quando non fosse stata approvata la nuova
Costituzione la disciplina della materia non poteva che avere carattere provvisorio “inquantoché le
formule di giuramento sono strettamente collegate alla struttura politico-amministrativa dello Stato,
sia per quanto riguarda il contenuto di esse, sia per quel che concerne la loro differenziazione
rispetto alle diverse categorie di persone tenute al giuramento”.
Ciò premesso, ai fini che più interessano in questa sede appare doveroso concentrare
precipuamente l’attenzione, nel prosieguo, sul precetto recato dall’art. 4 della l. n. 478/1946, grazie
al quale è stata per l’appunto sancita la nuova formula del giuramento richiesto ai magistrati
dell’Ordine giudiziario, stabilendola come segue: <<Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana
ed al suo Capo, di osservare lealmente le leggi dello Stato e di adempiere con coscienza i doveri
inerenti al mio ufficio>>.
Come si vede, con tale espressione il legislatore della transizione si era limitato ad effettuare
alcuni (significativi) ritocchi, perlopiù legati all’esito referendario: ma per il resto aveva optato per
ricalcare sostanzialmente la formula che vigeva in epoca monarchica.
 
4. Il dibattito sviluppatosi in seno all’Assemblea costituente sul giuramento (in generale, e su
quello dei magistrati in particolare).
Fra il 1946 ed il 1947 i Padri costituenti si occuparono nuovamente dell’istituto in questione
durante i lavori di elaborazione della nostra Carta fondamentale: tanto in seno all’apposita
Commissione referente [i.e. la <<Commissione per la Costituzione>> (altrimenti nota come
<<Commissione dei 75>>), a sua volta coadiuvata dalla prima sottocommissione, che era
competente per materia], quanto in seno all’Assemblea plenaria; segnatamente, dalla lettura dei
resoconti sommari relativi alle sedute in cui si dibatté l’argomento [tutti pubblicati e facilmente
consultabili on line al già citato indirizzo internet www.camera.it], emerge a chiare lettere che,
nell’ambito di quel consesso, furono manifestate opinioni alquanto differenziate, sia sul tema del
giuramento in generale, che su quello dei magistrati in particolare.
In estrema sintesi, possiamo qui limitarci a ricordare che:
- c’era chi affermava che - eccettuato (forse) il caso del Capo dello Stato - si dovesse lasciare al
legislatore ordinario il compito di stabilire quali speciali categorie di persone esercenti pubbliche
funzioni avrebbero dovuto prestare giuramento; ma c’era pure chi, al contrario, riteneva che la
Costituzione dovesse espressamente elencare - con indicazione da ritenere tassativa - chi sarebbe
stato obbligato a prestare giuramento: senza lasciare margini di discrezionalità, in proposito, al
futuro Parlamento;
- c’era chi si dichiarava favorevole ad inserire nella prima parte della Carta fondamentale un
precetto di carattere generale in materia di giuramento, a patto però che nella seconda parte della
Costituzione fossero introdotte delle norme ad hoc, volte a sancire l’obbligo di espletare il
giuramento per coloro che sarebbero stati chiamati a rivestire certe cariche (come i parlamentari, i
membri del Governo, ecc.);
- infine, con peculiare riferimento al giuramento degli esponenti dell’Ordine giudiziario, c’era
chi si riteneva fermamente convinto del fatto che i magistrati dovessero essere obbligati a giurare:
vuoi per dettato costituzionale, vuoi in virtù di una decisione politica da demandare al futuro
legislatore repubblicano; di segno opposto era invece l’opinione di chi osservava che né la
Costituzione, ma nemmeno la legge, avrebbero dovuto annoverare i magistrati nella categoria delle
persone costrette
a giurare.
Tale radicale diversità di opinioni non impedì ai Costituenti di raggiungere un punto di
mediazione:
- sia in sede di Commissione, all’interno della quale si accordarono sulla formulazione della
seguente ipotesi normativa: <<Il Capo dello Stato, i membri del Governo, i Presidenti delle
Deputazioni regionali, i magistrati, le forze armate e quelle assimilate, prima di assumere le loro
funzioni prestano giuramento di fedeltà alla Costituzione ed alle leggi della Repubblica>> [questo
era infatti il testo definitivo dell’art. 51 del Progetto di Costituzione elaborato ed approvato dalla
<<Commissione dei 75>> che venne presentato alla presidenza dell’Assemblea il 31 gennaio 1947:
è leggibile, tra l’altro, in V. FALZONE – F. PALERMO – F. COSENTINO (a cura di), la
Costituzione della Repubblica italiana illustrata con i lavori preparatori, Milano, 1976, 471 e ss.,
476];
- sia in sede di Assemblea plenaria, all’interno della quale decisero invece di rimettere al
legislatore ordinario il compito di valutare di volta in volta l’opportunità o meno di richiedere a
talune categorie di persone la prestazione del giuramento, fatta eccezione per alcune cariche in
relazione alle quali ritennero invece opportuno sancirne l’obbligo già a livello costituzionale [cfr.
l’art. 91 Cost. per il Presidente della Repubblica; l’art. 93 Cost. per il Presidente del Consiglio dei
ministri e per i ministri].
 
5. L’art. 54, secondo comma, della Costituzione e l’omessa revisione della formula di giuramento
da parte del legislatore repubblicano.
Com’è noto, l’art. 54 Cost., nella versione che è stata definitivamente approvata dall’Assemblea
costituente - e che è in vigore dal 1° gennaio 1948 - sancisce testualmente che <<Tutti i cittadini
hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi>> (primo
comma) e che <<I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con
disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge>> (secondo comma) [per
ampi riferimenti bibliografici concernenti la disposizione costituzionale in questione sia concesso
rinviare a S. DE NARDI, La libertà di espressione dei magistrati, Napoli, 2008, 56 e ss.].
Ciò premesso, se focalizziamo l’interesse sull’ultima parte del secondo comma dell’art. 54 Cost.
(i.e. sulla espressione <<prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge>>) dobbiamo constatare
che, per dettato costituzionale, incombeva effettivamente sul legislatore repubblicano la
responsabilità politica di valutare se (anche) gli esponenti dell’Ordine giudiziario dovevano
(continuare a) giurare oppure no: tuttavia, in caso di decisione positiva nell’an, il Parlamento
avrebbe dovuto giocoforza preoccuparsi del quomodo. Ebbene, anche a quest’ultimo proposito, si
deve però rilevare che le Camere, pur avendo implicitamente optato per il mantenimento
dell’obbligo di giuramento da parte dei neo magistrati, hanno omesso di intervenire sulla formula
applicabile: lasciando sopravvivere a lungo [i.e. per decenni e decenni ] quella che (teoricamente)
era stata introdotta in via provvisoria.
Stante la denunciata inerzia del legislatore, va da sé che (la maggior parte di) coloro che sono
entrati a far parte dell’Ordine giudiziario come magistrati della Repubblica italiana sono stati
costretti – volenti o nolenti – a recitare solennemente una formula in relazione alla quale, come
avremo modo di esplicitare subito, sono stati addirittura prospettati veri e propri dubbi di legittimità
costituzionale.
 
5.1. La formula giuratoria ex art. 4 della legge n. 478/1946: costituzionalmente illegittima o
(soltanto) costituzionalmente scorretta?
A suo tempo in dottrina è stato autorevolmente sostenuto che la formula giuratoria recata dall’art.
4 della legge n. 478/1946 “già ad uno sguardo fugace” risultava palesemente viziata [cfr. G.
FERRARI, Il giuramento nella tematica della responsabilità dei magistrati, in Dir. e soc., 1985, 403
e ss., spec. 405 e ss.]; nel dettaglio, l’espressione rituale in parola è stata ritenuta contra
Constitutionem sia per eccesso che per difetto:
- per eccesso perché imponeva al magistrato di essere fedele non solo alla Repubblica ma anche
“al suo Capo”: il che, francamente, suscitava delle perplessità in quanto i magistrati italiani, per
Costituzione, non sono affatto “soggetti” al Presidente della Repubblica, neppure nella sua veste di
Presidente del Consiglio superiore della magistratura;
- per difetto perché non comprendeva l’impegno di osservare la Costituzione, oltre, e prima
ancora, che “le leggi dello Stato”: il tutto, a differenza di quanto espressamente richiesto, ad
esempio, al Capo dello Stato, al Presidente del Consiglio dei ministri, ai ministri, ai sottosegretari,
ai giudici costituzionali ecc.
Ma non basta.
In effetti, la restante parte della formula in discorso richiedeva agli esponenti dell’Ordine
giudiziario una non meglio precisata osservanza “leale” delle (sole?) leggi dello Stato: che in sé e
per sé è un’espressione piuttosto ambigua ed equivoca, essendo noto che nel nostro ordinamento il
magistrato è soggetto “alla Costituzione innanzi tutto” [così Corte cost., sent. 5 novembre 1996, n.
385, in Giur. cost., 1996, 3554; d’altra parte, a tale proposito è forse il caso di sottolineare che in
dottrina - cfr. G. ZAGREBELSKY, Manuale di diritto costituzionale. I. Il sistema delle fonti del
diritto, Torino, 1988, 105 - si è osservato che “dove la struttura della norma costituzionale è
sufficientemente completa per poter valere come regola di casi concreti, essa deve essere utilizzata
direttamente da tutti i soggetti dell’ordinamento giuridico, siano essi i giudici, la pubblica
amministrazione, i privati. La Costituzione è insomma fonte diretta di posizioni soggettive per i
soggetti dell’ordinamento, in tutti i tipi di rapporto in cui essi possono entrare”]; oltre a ciò non si
dovrebbe nemmeno trascurare la circostanza per cui se i giudici ordinari hanno un dubbio di
legittimità costituzionale non sono affatto costretti ad essere “leali” alla legge, ma debbono
viceversa provvedere a sollevare la relativa questione innanzi ai giudici di Palazzo della Consulta
(naturalmente, ove ricorrano i prescritti presupposti): proprio a loro, infatti, è “affidata, nella
massima parte dei casi, la chiave di casa della Corte Costituzionale, per aprir la porta o per
chiuderla secondo il loro discernimento” [così P. CALAMANDREI, Prefazione a G. BASCHIERI,
L. BIANCHI D’ESPINOSA, C. GIANNATTASIO, La Costituzione italiana. Commento analitico,
Firenze, 1949, X]. Per di più, è altresì noto che, in base al consolidato orientamento della
giurisprudenza dei giudici costituzionali, (pure) il giudice ordinario è addirittura tenuto a
disapplicare (rectius: a non
applicare) le leggi italiane che siano in contrasto con la normativa dell’Unione europea (a patto
che quest’ultima soddisfi determinati requisiti).
In soldoni, alla luce di quanto sinteticamente precede (e per tacer d’altro …), è incontrovertibile
che la formula giuratoria in esame non era completamente in armonia né con la lettera né con lo
spirito della nuova Carta fondamentale: e qualora non si ritenga di aderire alla suesposta tesi che
l’ha bollata come costituzionalmente illegittima, sicuramente non si può non convenire sulla
circostanza che la stessa era - all’evidenza - costituzionalmente scorretta (e pertanto da revisionare
alla svelta).
 
5.2. Il rito del giuramento secondo la prassi sviluppatasi in epoca repubblicana.
Giunti a questo punto, appare doveroso dar conto del rito che, nel nostro Paese, è stato
concretamente osservato in materia di giuramento magistratuale dal 1948 in poi; a tal proposito va
detto che - perlomeno alla luce di quanto ha potuto concretamente appurare chi scrive, pure
visionando alcuni verbali ed interloquendo con alcuni dei protagonisti - è andata sviluppandosi una
prassi ben precisa: che, in parte e sia pure mutatis mutandis, è tuttora paradossalmente figlia della
procedura a suo tempo introdotta con gli artt. 37 e ss. del già citato r.d. n. 2641/1865; ed è nei
termini che seguono.
Anzitutto, in relazione al momento in cui viene obbligatoriamente richiesta l’effettiva
prestazione del giuramento, si deve constatare che ciò si verifica in occasione della prescritta
cerimonia volta a consacrare la prima, formale, <<immissione in possesso>> del nuovo esponente
dell’Ordine giudiziario (in conformità, dunque, al già citato art. 9, secondo comma, r.d. n. 12/1941):
in altri termini, il momento del giuramento viene di fatto abbinato a quello dell’ingresso in
magistratura, il quale ultimo si concretizza - ed anzi è formalmente subordinato - alla lettura della
prescritta formula da parte del magistrato ordinario; si è insomma affermato in subiecta materia un
rito che potremmo definire congiunto.
In secondo luogo, quanto all’organo di fronte al quale il giuramento viene prestato, va detto che
la cerimonia si svolge (solitamente) dinanzi ad un collegio giudicante del tribunale presso il quale il
neo magistrato ordinario è chiamato ad iniziare il prescritto periodo di tirocinio (in tale evenienza,
pertanto, l’organo in questione è composto da tre giudici di cui uno funge da Presidente); in ogni
caso è ritenuta obbligatoria la presenza al rito del pubblico ministero unitamente all’assistenza del
cancelliere che ha il compito di redigere il relativo processo verbale (recante la narrazione per
iscritto delle dichiarazioni, operazioni e fatti giuridici avvenuti in sua presenza). Naturalmente, se
quanto si è detto vale per gli esponenti dell’Ordine giudiziario vincitori di pubblico concorso (ex
art. 106, primo comma, Cost.), per ciò che concerne i consiglieri di cassazione nominati dal C.S.M.
<<per meriti insigni>> (ex art. 106, terzo comma, Cost.) la cerimonia in questione si svolge dinanzi
ad una sezione della Corte di cassazione - che è dunque composta da cinque giudici, di cui uno
funge da Presidente -, con l’intervento del Procuratore generale e sempre con l’assistenza del
cancelliere.
In terzo luogo, quanto alla sequenza cronologica che viene concretamente osservata durante il
rito congiunto, si verifica in buona sostanza quanto segue:
1) il novello esponente dell’Ordine giudiziario viene annunziato ed entra nell’aula, chiedendo poi
di essere immesso in possesso come magistrato ordinario;
2) il Presidente del collegio giudicante dà quindi lettura del provvedimento ministeriale con cui il
richiedente è stato nominato magistrato ordinario;
3) il pubblico ministero si esprime in senso favorevole all’accoglimento dell’istanza;
4) il Presidente, dopo aver identificato il collega (neo magistrato), lo invita espressamente a
prestare il giuramento prescritto;
5) viene quindi pronunciata da parte dell’istante - “a chiara voce” e “stando in piedi” - la formula
di rito;
6) una volta reso il giuramento, il Presidente dichiara il collega formalmente immesso nel
possesso delle sue funzioni di Magistrato ordinario in tirocinio presso quel Tribunale, oppure di
consigliere della Corte suprema di cassazione;
7) conclusivamente viene data lettura del relativo verbale, alla quale fa seguito la sottoscrizione
dello stesso (oltre che da parte del giurante, pure da parte del Pubblico ministero, del Presidente e
del cancelliere).
Da ultimo, merita di essere rammentato che la versione originale di ciascun <<Verbale di
giuramento e di immissione in possesso>> viene conservata, a seconda dei casi, presso la segreteria
del Tribunale o della Corte di cassazione davanti ai quali la cerimonia si è svolta, e la stessa viene
poi (ri)prodotta, in copia autentica, in più esemplari, posto che: uno viene inviato alla Corte
d’appello nel cui distretto si trova il tribunale davanti al quale il giuramento è stato prestato (difatti,
presso ogni Corte d’appello viene aperto un fascicolo per ciascun nuovo magistrato del distretto);
uno viene inviato al Consiglio Superiore della Magistratura, onde consentirne l’inserimento nel
fascicolo personale del magistrato interessato (con conseguente digitalizzazione pure in formato
elettronico, che ne facilita l’eventuale consultazione on line); uno viene inviato al Ministero della
giustizia; uno viene inviato alla competente Ragioneria territoriale dello Stato; uno viene infine
consegnato al neo magistrato ordinario.
 
6. Il colpo di scena: l’abrogazione dell’art. 4 della legge n. 478/1946.
Pochi anni fa, con uno di quei provvedimenti che sono noti come <<taglia-leggi>>, il Governo
ed il Parlamento hanno ritenuto opportuno abrogare, sic et simpliciter, il precetto che contemplava
la formula giuratoria di cui si è detto: tuttavia, tale decisione politica non è stata priva di (curiosi)
ripensamenti.
In effetti, in un primo momento l’intera legge n. 478/1946 è stata abrogata tramite l’art. 24 del
decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008 recante <<Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico,
la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione
tributaria>> [che è stato poi convertito - con modificazioni - dal Parlamento nella legge 6 agosto
2008, n. 133]: visto e considerato che l’Allegato <<A>> a tale atto normativo d’urgenza la
contemplava espressamente tra quei provvedimenti la cui efficacia sarebbe cessata a decorrere dal
centottantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore del decreto [cfr. Gazz. uff. Rep. it.,
n. 152/L del 25 giugno 2008 - supplemento ordinario alla Gazz. uff. Rep. it., serie generale, n. 147
del 25 giugno 2008 - alla voce n. 962, pag. 136].
In un secondo momento, a distanza di pochi mesi (e comunque poco prima che si verificasse
l’abrogazione), è sopraggiunto il decreto legge n. 200 del 22 dicembre 2008 recante <<Misure
urgenti in materia di semplificazione normativa>> [a sua volta convertito - con modificazioni - nella
legge 18 febbraio 2009, n. 9]: il cui art. 3 ha modificato il succitato Allegato <<A>>, sopprimendo
dall’elenco pure la legge n. 478/1946 [cfr. Gazz. uff. Rep. it., n. 282/L del 22 dicembre 2008 -
supplemento ordinario alla Gazz. uff. Rep. it., serie generale, n. 298 del 22 dicembre 2008 -
Allegato n. 2, voce n. 899, pag. 1020].
Dulcis in fundo, quasi due anni dopo è stato emanato il decreto legislativo n. 212 del 13
dicembre 2010 recante <<Abrogazione di disposizioni legislative statali, a norma dell’articolo 14,
comma 14 – quater, della legge 28 novembre 2005, n. 246>>, il cui art. 1 sancisce testualmente che
“A decorrere dal 16 dicembre 2010, le disposizioni legislative elencate nell’allegato al presente
decreto sono o restano abrogate” (sic!): e nel relativo Allegato figura pure la legge n. 478/1946 della
quale ne vengono abrogate tutte le disposizioni tranne l’art. 5 che concerne il giuramento delle
“persone estranee all’Amministrazione dello Stato” [il testo ufficiale del d.lgs. n. 212/2010 è
pubblicato nella Gazz. uff. Rep. it., serie generale, 15 dicembre 2010 (e la legge n. 478/1946
compare nell’Allegato 1, annesso al decreto, alla voce n. 69658, pag. 1605): trattasi, per la
precisione, del supplemento ordinario n. 276/L alla Gazz. uff. Rep. it., - serie generale - n. 292 del
15 dicembre 2010, il cui Allegato, per quanto si è faticosamente potuto appurare, non risulta abbia
costituito oggetto né di “Avvisi di rettifica” né di modifiche sulla specifica voce da parte di
successive fonti normative di pari rango (il che trova conferma pure consultando il <<Portale della
legge vigente>> di cui alla banca dati on line denominata <<Normattiva>>, all’indirizzo
www.normattiva.it)].
 
7. Conclusioni (provvisorie).
Alla luce di quanto precede va da sé che, dal punto di vista teorico, a partire 16 dicembre 2010 la
formula che sino ad allora veniva pronunciata dai neo magistrati durante la cerimonia di
giuramento, non è più ufficialmente utilizzabile: dal punto di vista fattuale, però, pare che le cose
non stiano proprio in questi termini. Risulta infatti a chi scrive che anche pochi mesi orsono, in
occasione della immissione in possesso di alcuni magistrati ordinari in tirocinio, in un Tribunale del
Belpaese sia stato richiesto di pronunciare ancora la vecchia formala di origine pre-repubblicana
[perlomeno ciò emerge dai relativi verbali]: il che sorprende ove si consideri tra l’altro che, sempre
in teoria, iura novit curia … Comunque sia, ciò che più conta rilevare è la circostanza che,
attualmente, per i nuovi magistrati permane sì l’obbligo di prestare giuramento ex art. 9 r.d. n.
12/1941, ma senza che vi sia ancora una formula ad hoc ad essi esclusivamente riservata che si
addìca in toto al peculiare “mestiere” del giudice e del pubblico ministero. Il che rappresenta né più
né meno che l’ennesima esemplificazione concreta di quella sciatteria che, troppo spesso,
contraddistingue l’operato del legislatore ordinario: della quale, per la verità, chiunque abbia un
minimo di conoscenza dell’ordinamento giudiziario italiano non si stupisce più di tanto. In effetti,
tale abdicazione del Parlamento non è che una delle tante (troppe) omissioni di cui lo stesso si è
reso purtroppo responsabile in subiecta materia, oltre tutto (pure) in violazione di quanto gli
imponeva (e gli impone tuttora …) la VII^ disposizione transitoria e finale della Carta
fondamentale: che nel fare temporaneamente salva l’osservanza dell’ordinamento giudiziario
vigente al 1° gennaio 1948, auspicava però expressis verbis che le Camere approvassero “la nuova
legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione”; quest’ultima, ove la si
intenda come legge (davvero) organica, non è mai stata approvata in epoca repubblicana [per
molteplici ragioni alle quali non è possibile far cenno in questa sede non può essere definita tale -
perlomeno a parere di chi scrive - nemmeno la riforma di cui alla legge delega n. 150/2005 e ai
conseguenti decreti legislativi]: e a tal proposito, già qualche decennio fa, si era autorevolmente (ed
amaramente) osservato che “pur con tutto il rispetto per il lavoro dei costituenti … quando essi, il 5
dicembre 1947, ebbero l’infelice idea di dettare una disposizione tanto dilatoria, misero un’autentica
mina, inconscia certo, sul cammino della Costituzione, sul futuro dell’ordinamento giudiziario.
Stabilire che fino al nascere indefinito di una nuova legge continueranno ad avere vigore le norme
precedenti, significa, se non incoraggiare, avallare, la tendenza al ritardo, tarlo nazionale, specie
in coloro che, non avendo la capacità e la forza di incidere, si adeguano troppo facilmente” [in
questi condivisibili termini G. CONSO, in AA.VV., Per un nuovo ordinamento giudiziario. Attuare
la Costituzione repubblicana, Milano, 1982, 17].