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Alice nel paese delle Meraviglie Lewis Carroll Pubblicato su www.booksandbooks.

it Foto Edoardo del Gaudio Grafica copertina Mirabilia www.mirabiliaweb.net Booksandbooks fa parte del network Coonet www.coonet.it

La modella ritratta in copertina Gabriella Orefice in arte Mogu per maggiori informazioni su di lei visitate il sito web: www.mogucosplay.com

"Per tutto il pomeriggio dorato senza fretta abbiamo navigato: le nostre mani non sono abili, le nostre voci si fanno labili, mentre le braccia non sanno dare l'impulso necessario a remare. Barca crudele! Per ingannare il nostro lungo giorno sul mare le mie bambine vogliono udire la favoletta che sto per dire. E' possibile dire di no a tre bambine? Dir non lo so. La prima ordina: "State attente! E tu comincia!" dice impaziente. La seconda, con tono cortese: "Ti prego, non tenerci sospese". La terza, piccolina com', m'interrompe con tanti "perch?" D'un tratto le voci sono spente e le bimbe si fan pi attente: Alice se ne va tutta sola. Le bimbe son senza parola. Alice in una terra incredibile incontro a un'avventura impossibile. E la storia continua. Ma ormai non ho pi fantasia. "Non la sai?" mi chiedono le bimbe insistenti con occhi che mi fissano attenti. "Il resto ve lo dico pi tardi". "No" rispondono. "E' ora pi tardi." Cos nata la storia d'Alice, lentamente, in un giorno felice, in una barca sola sul mare, quando il tempo dovevo ingannare. E ora che la favola pronta torniamo mentre il sole tramonta. La favola d'Alice rimane come un sogno di cose lontane, come un dolce ricordo gentile chiuso nella memoria infantile, come l'odore di rosmarino ch' nella veste del pellegrino".

CAPITOLO 1

NELLA TANA DEL CONIGLIO Alice cominciava a essere veramente stufa di star seduta senza far nulla accanto alla sorella, sulla riva del fiume. Una o due volte aveva provato a dare un'occhiata al libro che sua sorella stava leggendo, ma non c'erano n figure n filastrocche. "Che me ne faccio d'un libro senza figure e senza filastrocche?" pensava Alice. A dire il vero non era possibile pensare molto, perch faceva cos caldo che Alice si sentiva tutta assonnata e con le idee confuse: adesso si stava chiedendo se valesse la pena di alzarsi a raccogliere fiori per fare una ghirlanda di margherite, quando ecco che improvvisamente le pass proprio davanti un Coniglio Bianco con gli occhi rosa. La cosa non sembr TROPPO strana, ad Alice. Non le parve neppure TROPPO strano che il Coniglio dicesse tra s: "Povero me, povero me! arriver troppo tardi!" Solo in un secondo tempo, quando ripens a questo fatto, Alice si rese conto che avrebbe dovuto meravigliarsene; sull'istante le sembr addirittura una cosa naturale. Per quando il Coniglio TIRO' FUORI UN OROLOGIO DAL TASCHINO DEL PANCIOTTO e, dopo avergli dato un'occhiata, affrett il passo ancora di pi, Alice balz in piedi meravigliata perch ricordava benissimo di non aver mai visto un coniglio con un taschino nel panciotto e, per di pi, con un orologio dentro questo taschino! Ormai era tutta presa dalla curiosit: lo rincorse attraverso il campo e per fortuna arriv in tempo per vederlo infilarsi in una grande tana, sotto una siepe. Un momento dopo Alice s'infilava nella tana dietro di lui: non le venne neppure in mente di chiedersi come avrebbe poi fatto a uscire da quel posto. Per un tratto la tana era diritta come una galleria, poi sprofondava all'improvviso, ma cos all'improvviso, che Alice non fece neppure in tempo a pensare che era meglio fermarsi, perch si trov subito a sprofondare lungo quella specie di pozzo veramente profondo. O il pozzo era molto profondo oppure Alice cadeva lentamente: il fatto certo che lei, prima d'arrivare in fondo, ebbe tutto il tempo di guardarsi intorno e di chiedersi che cosa le stesse capitando. In un primo tempo cerc di guardare in basso per vedere dove stava andando a finire. Ma c'era troppo buio e non si vedeva niente. Allora guard le pareti del pozzo e si accorse che erano piene di credenze e di scaffali. Da ogni parte si vedevano carte geografiche e quadri appesi ai chiodi. Alice prese a volo un barattolo da una credenza: sull'etichetta c'era scritto "MARMELLATA D'ARANCE". Per fu molto delusa quando si accorse che il barattolo era vuoto. Non voleva buttarlo via, perch aveva paura che, cadendo, potesse ammazzare qualcuno. Allora lo pos sopra un'altra credenza, mentre le passava davanti. "Bene!" pensava intanto Alice. "Dopo una caduta come questa, un capitombolo lungo le scale mi sembrer uno scherzo! A casa troveranno che sono proprio coraggiosa! Anzi sono sicura che non avrei paura nemmeno se dovessi cadere dal tetto di casa!" (Questo, molto probabilmente, era vero.) E cadeva, cadeva, cadeva. Ma non finiva mai di sprofondare? "Chiss quanti chilometri di caduta ho fatto finora" disse ad alta voce. "Ormai devo esser vicina al centro della terra. Vediamo: sarebbero pi di seimila chilometri di profondit, mi sembra..." (Alice aveva imparato parecchie cose come queste a scuola, e anche se non era certamente la migliore occasione per fare sfoggio della sua erudizione, dato che non c'era nessuno ad ascoltarla, era per un buon esercizio ripetere quelle cose). "S, dev'essere proprio la distanza giusta. Per vorrei sapere il grado di

latitudine e di longitudine che ho raggiunto". (Alice non aveva la pi piccola idea di che cosa fosse la Latitudine e tanto meno la Longitudine: per le piaceva dire queste due parole). Poi cominci a pensare ancora: "Chiss se attraverser TUTTA la terra. Sarebbe divertente capitare fra la gente che cammina a testa in gi! Mi pare che si chiamino gli Antipati..." (Questa volta era abbastanza contenta che non ci fosse nessuno ad ascoltarla, perch la parola non le sembrava proprio quella giusta). "Bisogner che chieda a qualcuno il nome del paese, si capisce. Per favore, signora, questa la Nuova Zelanda oppure l'Australia?" (Cerc d'inchinarsi con gentilezza, mentre parlava... pensate un po': inchinarsi educatamente mentre si cade attraverso l'aria! Ci riuscireste voi?) "Chiss che bambina ignorante penser che io sono! No, meglio non domandare; forse lo trover scritto in qualche posto". E cadeva, cadeva, cadeva. Non c'era niente da fare. Perci Alice ricominci a parlare. "Credo che Dina sentir molto la mia mancanza, stasera". (Dina era la gatta) "Spero che non dimentichino di darle il suo piattino di latte, quando sar l'ora della merenda. Dina cara, vorrei che tu fossi qui con me ! Non ci sono topi per aria, lo so, ma potresti acchiappare un pipistrello: somiglia molto a un topo, no? Chiss se i gatti mangiano i pipistrelli". A questo punto Alice cominci a sentir sonno e continu a parlare fra s, come in dormiveglia: "I gatti mangiano i pipistrelli? I gatti mangiano i pipistrelli?" ripeteva. E a volte diceva: "I pipistrelli mangiano i gatti?" Infatti, poich non era in grado di rispondere a nessuna delle domande, non dava molto peso alla maniera in cui se le poneva. Alla fine si accorse che si stava addormentando. A un certo punto cominci a sognare di trovarsi a passeggio con la sua Dina, a braccetto, e di domandare alla gatta con molta seriet: "E adesso, Dina, dimmi proprio la verit: l'hai mai mangiato un pipistrello?" D'un tratto BUM! BUM! - arriv proprio al fondo e si trov sopra un mucchio di foglie secche. Aveva finito di cadere. Alice non s'era fatta niente e un attimo dopo era gi in piedi. Guard in alto, ma era tutto buio sulla sua testa. Davanti a lei c'era un altro lungo corridoio, in fondo al quale fece appena in tempo a vedere il Coniglio Bianco, che stava svoltando l'angolo. Non c'era un minuto da perdere. Alice si mise a correre come il vento e arriv in tempo per sentirlo dire, mentre voltava l'angolo: "Per i miei occhi, per i miei baffi, s' fatto tremendamente tardi!" Ormai Alice gli molto vicina, ma quando anche lei gir l'angolo, il Coniglio non si vedeva pi. Alice si trov in una sala bassa e lunga, illuminata da una fila di lampade che pendevano dal soffitto. Intorno alle pareti si vedevano parecchie porte, ma erano tutte chiuse. Fece un giro completo, cercando inutilmente d'aprirle, e poi si diresse tutta afflitta verso il centro della sala. Si chiedeva come avrebbe potuto fare per uscire da quel posto. A un tratto vide un tavolino a tre gambe, tutto di vetro, sul quale non c'era altro che una piccolissima chiave d'oro. Alice pens subito che quella fosse la chiave di una delle porte. Invece non era cos: o la chiave era troppo piccola, oppure le serrature erano troppo grandi; la cosa certa era che nessuna porta si apriva. Prov a fare il giro della stanza un'altra volta e a un tratto si trov davanti a una tendina che prima non aveva visto; dietro c'era una porticina alta quasi trenta centimetri. Prov a far entrare la piccola chiave d'oro nella serratura e fu proprio contenta di vedere che si adattava benissimo. Alice allora apr la porticina: essa dava su un piccolo corridoio, non pi grande della tana d'un topo. S'inginocchi e, in fondo al corridoio, vide il pi bel giardino che si possa immaginare. Allora le venne voglia di uscire da quella stanza oscura e passeggiare fra

quelle aiuole fiorite, fra quelle fresche fontane. Ma attraverso quel buco non poteva passare nemmeno la sua testa. "E anche se ci passasse la testa", pensava la povera Alice "a che mi servirebbe senza le spalle? Dovrei essere capace di ritirarmi come un telescopio! Forse ci riuscirei, se sapessi da dove cominciare". Infatti, come voi sapete, le erano ormai successe tante cose straordinarie che Alice cominciava sul serio a credere che per lei non ci fossero cose impossibili. Ora per era inutile restare ad aspettare davanti a quella porticina; perci Alice torn verso la tavola di vetro con la speranza di trovarci un'altra chiave o almeno un libro che insegnasse il modo d'accorciare la gente alla maniera dei telescopi. Invece trov una bottiglietta (Alice era certa che prima non c'era) con sopra un cartello che diceva "BEVIMI" in caratteri di stampa grandi e belli. "Bevimi": era facile a dirsi. Ma la saggia piccola Alice non ebbe fretta. "Prima" disse "guarder bene se c' scritto sopra "veleno"". Infatti aveva letto un mucchio di racconti dove c'erano bambini bruciati o mangiati da bestie selvagge o che erano rimasti vittime di cose altrettanto spiacevoli, proprio perch non avevano voluto obbedire ai consigli delle persone grandi. Per esempio, i grandi dicono che un attizzatoio arroventato brucia le mani se uno lo tiene troppo a lungo; che se vi tagliate MOLTO profondamente un dito con un coltello, il dito di solito sanguina; che se bevete il contenuto d'una bottiglia sulla quale scritto "veleno", quasi certamente vi capita, prima o poi, di sentirvi male. Ad ogni modo, su quella bottiglia NON c'era scritto "veleno", perci Alice si azzard ad assaggiarla e la trov molto buona. Il sapore e l'odore avevano qualcosa che ricordava la torta di ciliege, la crema, l'ananasso, il tacchino arrosto, il croccante e i crostini caldi imburrati. Naturalmente la bevve tutta. "Che strana sensazione!" disse Alice. "Sembra che mi stia accorciando, come un telescopio". Era proprio cos. Adesso Alice era alta non pi di venti centimetri. Il suo volto s'illumin al pensiero che quella era proprio la statura che ci voleva per passare dalla porticina e arrivare in quel magnifico giardino. Per aspett ancora un po' per vedere se continuava ad accorciarsi: si sentiva un po nervosa, a questo proposito. "Speriamo che la smetta" si diceva. "Se continuo cos, finir col consumarmi tutta come una candela. E allora che aspetto avrei?" Cerc d'immaginare che aspetto ha la fiamma di una candela quando si spenta, ma a dire il vero non le sembrava di aver mai visto una cosa di questo genere. Dopo un po', visto che non succedeva pi niente, decise di andare subito nel giardino. Ma che sfortuna! Quando si trov dinanzi alla porta, si accorse che aveva dimenticato la chiave d'oro. Allora ritorn verso il tavolo, ma si accorse che non arrivava pi a prenderla. Vedeva benissimo la chiave attraverso il vetro e fece molti tentativi per arrampicarsi lungo una gamba del tavolo, ma scivolava sempre. Dopo aver provato diverse volte si sent cos stanca che si mise a sedere per terra e cominci a piangere. "Ma perch piango? Non serve proprio a niente!" disse fra s Alice. E dopo un po', con un tono deciso, aggiunse: "Ti consiglio di smetterla immediatamente". Di solito Alice si dava degli ottimi consigli, per poi li seguiva raramente. Qualche volta arrivava perfino a sgridare se stessa, cos severamente da farsi venire le lacrime agli occhi. Un giorno tent addirittura di tirarsi gli orecchi perch aveva provato a imbrogliare sui punti durante una partita a palla tra lei e lei stessa. Infatti questa strana bambina pretendeva a volte d'essere due persone.

"Ma ora" pensava la povera Alice "non mi servirebbe a niente fingere d'essere due persone. Di me rimasto tanto poco, che basta appena a fare una sola persona che si rispetti!" D'un tratto si accorse di una scatoletta di vetro che era sotto il tavolo. L'apr e ci trov un pasticcino sul quale era scritto con lettere di crema: "MANGIAMI" "Va bene" si disse Alice. " Lo manger e, se mi far crescere, vuol dire che riuscir a pigliar la chiave; se invece mi render ancora pi piccola, passer sotto la porta. In qualunque modo entrer nel giardino e non m'importa di quello che succeder dopo". Addent un boccone e si chiese ansiosa: "Come divento, come divento?" Si teneva la mano sulla testa per sentire se la sua statura cresceva, ma rest molto sorpresa quando si accorse che era sempre la stessa. Come tutti sanno, non succede mai niente di strano quando si mangia un pasticcino. Alice per s'era ormai abituata a vedere solo cose straordinarie: adesso che andava tutto nella maniera normale, se ne sentiva veramente delusa. Intanto continu a mangiare e poco dopo il pasticcino era finito.

CAPITOLO 2

UN LAGO DI LACRIME "Stranissimo, molto stranissimo" grid Alice (era tanto meravigliata che in quel momento dimentic perfino la grammatica). "Adesso mi sto allungando come il pi lungo telescopio che sia mai esistito! Addio, piedi!" Infatti, quando guard in gi, i suoi piedi le sembrarono sparire dalla vista, tanto si allontanavano da lei! "Oh, poveri piedi miei! Chi vi metter adesso le calze e le scarpe? Io non ci riuscir, ne sono certa. Sar troppo lontana per potermi curare di voi. Vi dovrete adattare come potrete... Per devo pensare anche a loro", disse Alice tra s "altrimenti non vorranno andare dove voglio io! Vediamo un po': gli regaler un paio di scarpe nuove tutti gli anni, a Natale". Cos si mise a pensare in che modo avrebbe potuto dar loro le scarpe. "Le spedir per posta" pens. "Sar buffo davvero mandare dei regali ai propri piedi! Immaginatevi l'indirizzo: All'Illustrissimo Piede Destro di Alice, Tappeto Davanti al Caminetto (presso il Parafuoco) (CON LE ESPRESSIONI DELL'AFFETTO DI ALICE). Povera me, che cose stupide sto dicendo!" In quel momento la sua testa urt contro il soffitto. Aveva raggiunto ormai una statura di quasi tre metri e forse anche di pi. Prese la chiave d'oro e si precipit verso la porta del giardino. Povera Alice! Questa volta non poteva far altro che buttarsi per terra e dare un'occhiata al giardino: non c'era speranza di poter attraversare la porta. Allora si mise a sedere e ricominci a piangere. "Ti dovresti vergognare di te stessa!" disse Alice. "Una bambina grande come te" (adesso aveva proprio ragione di dirlo) "che piange in questo modo! Smettila subito, te lo ordino!" Per non smetteva lo stesso e versava lacrime su lacrime, finch intorno a lei si form un vero laghetto che arrivava fino a met della sala ed era profondo quasi dodici centimetri. Dopo un po' Alice sent un rumore di passi molto leggeri e non troppo distanti. Si asciug gli occhi in fretta e vide arrivare il Coniglio Bianco, tutto elegante, con un paio di guanti bianchi in una mano e un grosso ventaglio nell'altra. Camminava in fretta e diceva fra s: "La Duchessa! La Duchessa! Come sar arrabbiata perch l'ho fatta aspettare!" In quel momento Alice si sentiva cos disperata che era pronta a chiedere l'aiuto di chiunque. Perci, quando il Coniglio le pass vicino, prov a dire timidamente, a bassa voce: "per piacere, signore..." Ma alle sue parole il Coniglio ebbe un sussulto, lasci cadere i guanti e il ventaglio e fugg a tutta velocit, perdendosi nel buio. Alice raccolse i guanti e il ventaglio e, poich nella stanza faceva un gran caldo, cominci a sventolarsi. Intanto diceva fra s: "Dio mio, quante cose strane succedono oggi. Invece ieri tutto andava liscio. Che sia stata scambiata, stanotte? Vediamo un po': quando mi sono alzata, stamattina, ero sempre la stessa? A ripensarci mi sembra di ricordare che mi sentivo un po' diversa... Ma se non sono la stessa, allora devo chiedermi: chi sono? Ecco, QUESTO il grande problema!" Alice cominci a pensare a tutte le bambine della sua et che conosceva, per vedere se poteva essere stata scambiata con una di loro. "Sono certa di non essere Ada" disse. "Lei ha tutti i capelli ricci e lunghi mentre io di riccioli non ne ho affatto. Sono anche certa di non essere Mabel, perch io so tante cose e lei... s, insomma, lei ne sa veramente poche! E poi, LEI lei e io sono IO, e... povera me, che confusione! Vediamo se so ancora tutte le cose che sapevo prima: quattro per sette... No, basta! Non arriver mai a venti, in questo modo! Per la tavola

pitagorica non ha molta importanza. Proviamo la geografia: Londra la capitale di Parigi, Parigi la capitale di Roma e Roma... no, no, tutto sbagliato! Sono sicura che non cos! Vuol dire che sono stata scambiata con Mabel! Vediamo se ricordo quella poesia che dice: "Il piccolo Coccodrillo"". Incroci le mani sul grembo, come se stesse ripetendo la lezione, e cominci la poesia. La sua voce era strana, profonda: le parole le venivano in un modo completamente diverso dal solito: "Il piccolo coccodrillo che se ne va tutto arzillo con la sua coda bagnata sporca la scala dorata. E con le unghie e coi denti afferra i pesci imprudenti: prima stringe le mascelle e poi ride a crepapelle". "Non sono queste le parole giuste, ne sono proprio sicura" disse Alice. Allora i suoi occhi si riempirono un'altra volta di lacrime. "Devo proprio essere Mabel. Bisogner che vada ad abitare nella sua casa e cos non avr pi i giocattoli. E chiss quante lezioni sar costretta a imparare! No, ho deciso: se sono Mabel, rester qui per sempre. E' inutile che mettano la testa in questo buco e dicano: "Torna su, tesoro!" Io guarder in alto e chieder: "Chi sono? Ditemi prima chi sono: se mi piacer d'essere quella che voi dite, verr su. Altrimenti rester quaggi ad aspettare di essere diventata un altra..." Per", grid Alice scoppiando in lacrime improvvisamente, "finiranno davvero per mettere la testa in questo buco? Sono veramente stufa di stare qui tutta sola!" Mentre diceva cos, si guard le mani e rest assai meravigliata nel vedere che, mentre parlava, senza accorgersene, s'era infilato uno dei guanti bianchi del Coniglio. "Come ho fatto a infilarmelo?" si chiese. "Si vede che sono diventata di nuovo piccola". Si alz e si diresse verso il tavolo per misurarsi e rendersi conto dell'accaduto. Cos si accorse che la sua statura era adesso ridotta a quasi mezzo metro e continuava a diminuire a vista d'occhio. Si rese subito conto che la causa di tutto era il ventaglio che teneva nella mano e lo lasci cadere in fretta, appena in tempo per evitare di sparire completamente. "Me la sono cavata per poco!" disse Alice, ancora tutta spaventata per quell'improvviso cambiamento, e contenta di esistere ancora. "E ora andiamo nel giardino!" In tutta fretta s'avvi verso la porta; ma era veramente una disdetta! La porta appariva chiusa di nuovo e la chiave d'oro era ancora sul tavolo di vetro, come prima. "Andiamo peggio di prima!" pens la povera bambina. "Non sono mai stata piccola come adesso, mai! Sono troppo sfortunata, ecco!" Aveva appena finito di parlare quando le scivol un piede e, splash!, in un attimo si trov immersa nell'acqua salata fino al mento. Il suo primo pensiero fu che, chiss come, doveva esser caduta in mare. "In questo caso, posso tornare indietro in ferrovia" pens. (Alice era stata al mare una volta sola e s'era convinta che, su qualsiasi spiaggia si vada, vi si trovano immancabilmente dei bambini che scavano la sabbia con le palette di legno, una fila di villette e, dietro di queste, la stazione ferroviaria.) Presto dovette accorgersi, per, che era caduta nel laghetto di lacrime che lei stessa aveva versato quand'era alta tre metri. "Vorrei non aver pianto tanto!" disse Alice, mentre nuotava per raggiungere la riva. "Sarebbe terribile se dovessi annegare nelle mie stesse lacrime! Questa s che sarebbe una cosa strana. Del resto, tutto quello che mi succede oggi molto strano".

Proprio allora sent qualcuno che si dibatteva l vicino e gli and incontro a nuoto per vedere di cosa si trattava: in un primo tempo l'animale che nuotava accanto a lei le sembr un tricheco o un ippopotamo; ma poi si ricord di essere molto piccola e allora si rese conto che si trattava di un Topo che, appunto come lei, era scivolato nello stagno. "Mi conviene rivolgere la parola a questo Topo?" si domand Alice. "Quaggi tutto cos straordinario che non sarei affatto meravigliata se il Topo dovesse parlare. In ogni modo, sempre bene provare". E cominci: "Senti, o Topo: sai dirmi la via per uscire da questo lago? Sono stanca di nuotare qua intorno! O Topo!" (Alice pensava che fosse questa la maniera pi adatta per parlare a un topo. Non aveva mai fatto una cosa del genere prima d'allora, ma ricordava di aver letto nella grammatica di latino di suo fratello: il topo - del topo - al topo - il topo - o topo!). Il Topo la guard incuriosito e Alice ebbe l'impressione che ammiccasse con uno dei suoi occhietti. Per il Topo non disse nulla. "Forse non capisce la lingua" pens Alice. "Che sia un topo francese venuto qui al seguito di Guglielmo il Conquistatore?" (Alice aveva una profonda conoscenza della storia, per non riusciva a rendersi conto esattamente di quanto tempo prima si fosse verificato un avvenimento). Allora prov a dire: "O est ma chatte?" Infatti questa era la prima frase del suo libro di francese. A sentirla il topo fece un balzo fuori dall'acqua e cominci a tremare per lo spavento. "Oh, scusami tanto!" esclam Alice in tutta fretta e pentita, perch temeva molto di aver ferito i sentimenti del povero animale. "Avevo proprio dimenticato che i gatti non debbono piacerti". "Non mi piacciono i gatti!" grid con voce stridula e piena di emozione il Topo. "A te piacerebbero i gatti, se fossi al mio posto?". "Beh, forse no" disse Alice con voce conciliante. "Per non arrabbiarti per questo. Ecco, vorrei farti conoscere la mia Dina. Scommetto che, se la vedessi, cominceresti ad avere pi simpatia per i gatti. E' cos cara, piccola e graziosa..." Adesso Alice parlava quasi fra s, mentre nuotava pigramente. "Se ne sta a fare le fusa accanto al fuoco, si lecca le zampette, si lava il muso! E' una cosa tutta morbida, graziosa... ed veramente svelta ad acchiappare i topi!... Oh, scusa!" esclam di nuovo Alice, perch questa volta il Topo aveva rizzato tutti i peli e si vedeva chiaramente che era rimasto offeso. "Non parleremo pi di questo, se preferisci cos!" "Non parleremo!" grid il topo che tremava dai baffi alla punta della coda. "Come se fosse possibile che IO discorressi anche una volta sola di un argomento di questo genere! La nostra famiglia ha sempre ODIATO i gatti: sono disgustosi, meschini, volgari! Non voglio sentirne neppure pronunciare il nome!" "Neppure io" disse Alice e cerc in tutta fretta di cambiare argomento di conversazione. "Ti piacciono... ti piacciono... i... i... cani?" Siccome il Topo non rispondeva, Alice continu sicura di s: "Ce n' uno, vicino a casa nostra, tanto piccolo e carino che mi piacerebbe proprio fartelo vedere! Sai, un terrier che ha sempre gli occhi lucidi e un pelo lungo, bruno, ricciuto! Corre sempre a riprendere le cose che uno gli getta! Poi si mette a sedere e aspetta la sua cena. Insomma, sa fare tante cose che io non ne ricordo neppure la met. E sai, di un contadino: lui dice che molto utile e non lo venderebbe neppure per cento sterline! Dice che ammazza tutti i topi e... oh povera me!" esclam Alice addolorata. "Ci sono cascata di nuovo. Ti ho offeso?" Ma il topo ormai s'era allontanato a nuoto, pi svelto che poteva, tanto che l'acqua era agitata come se ci fosse una tempesta. Alice lo chiamava dolcemente: "Topolino, topolino caro, ritorna, ti prego: non parler pi

n di gatti n di cani, se tu non vuoi". A queste parole il Topo si volt e cominci a nuotare lentamente verso di lei; aveva il muso pallido ("di rabbia" pens Alice) e con voce bassa e tremante disse: "Andiamo a riva e ti racconter la mia storia. Allora capirai perch odio i gatti e i cani". Ormai era giunto il momento di uscire dal laghetto, che cominciava a popolarsi di uccelli e di animali d'ogni genere, caduti l dentro. C'era un'Anatra, un Dodo, un Pappagallo, un Aquilotto e diverse altre strane creature. Alice si mise alla testa della comitiva e tutti insieme nuotarono verso la riva.

CAPITOLO 3

LA CORSA CONFUSA E UN RACCONTO CON LA CODA Era davvero una strana compagnia quella che si raccolse sulla riva: uccelli con le penne inzuppate, animali con i peli appiccicati, grondavano tutti acqua e parevano tristi e sconsolati . Il primo problema da risolvere era, a parere di tutti, di trovare il modo d'asciugarsi. Tennero sull'argomento una specie di consiglio e dopo pochi minuti Alice parlava gi con un tono naturale e familiare a tutti quegli animali, come se li avesse sempre conosciuti. Ebbe perfino una lunga discussione col Pappagallo, il quale appariva infuriato e seguitava a ripetere: "Io sono pi vecchio di lei e conosco il mondo meglio di lei". Su questo punto, per, Alice non era disposta a cedere senza almeno sapere che et avesse il Pappagallo. Ma siccome la bestia si rifiutava assolutamente di dirla, la discussione venne troncata. Alla fine il Topo, che sembrava una persona autorevole, chiam tutti a raccolta e disse: "Sedetevi e ascoltatemi! Presto sarete tutti asciutti, perch adesso penser IO a seccarvi!" Tutti si sedettero in circolo intorno al Topo: Alice teneva gli occhi fissi e attenti su di lui perch sentiva che si sarebbe presa un bel raffreddore se non si fosse asciugata subito. "Ehm!" cominci il Topo dandosi una certa importanza. "Siete tutti pronti? Questo il tono pi asciutto che conosca. Silenzio tutti, prego. Guglielmo il Conquistatore, la cui causa era favorita dal Papa in persona, sottomise rapidamente gli inglesi, i quali mancavano di capi e si erano ormai abituati alle usurpazioni e alle conquiste. A loro volta, Edvino e Morear, i conti di Mercia e Nortumbria..." "Uh!" disse il Pappagallo con un brivido. "Scusi", disse il Topo aggrottando le sopracciglia, ma molto educatamente, "che cosa ha detto?" "Io niente" si affrett a rispondere il Pappagallo. "Mi era sembrato" disse il Topo "che lei avesse parlato. Allora continuo. Come vi dicevo, signori, Edvino e Morcar, i conti di Mercia e di Nortumbria, si dichiararono favorevoli a lui; anche Stigand, il patriottico arcivescovo di Canterbury, trov ci consigliabile..." "Trov che cosa?" domand l'Anatra. "Trov ci" rispose il Topo, piuttosto seccato. "Immagino che il signore sappia che cosa significa "ci"". "So benissimo che cosa significa "ci", quando si riferisce a una cosa" disse l'Anatra. "Per esempio, io posso trovare un ranocchio oppure un verme. Ma adesso il problema di sapere che cosa trov l'arcivescovo, mi pare". Il Topo fece finta di non aver sentito la domanda e si affrett a continuare: "Trov, ripeto, che era consigliabile andare con Edgardo Atheling a incontrare Guglielmo per offrirgli la corona. Ma se la condotta di Guglielmo fu dapprima moderata, l'insolenza dei Normanni... Come ti senti adesso, cara?" domand rivolto ad Alice. "Bagnata come prima" rispose malinconica Alice. "Sembra che questa storia non mi secchi affatto". "In tal caso", disse solennemente il Dodo, alzandosi in piedi, "propongo che la seduta si aggiorni per l'immediata adozione di pi drastici provvedimenti..." "Parla chiaro!" disse l'Aquilotto. "Non ho capito neanche la met di tutte queste parole difficili e sono sicuro che non le capisci nemmeno tu!" L'Aquilotto abbass la testa per nascondere un sorriso malizioso; fra gli altri uccelli ci fu addirittura qualcuno che sghignazz apertamente.

"Quello che volevo dire" continu il Dodo " che la cosa migliore per asciugarsi sarebbe una "corsa confusa"". "Che cos' una "corsa confusa"?" domand Alice; in realt non aveva molta voglia di saperlo, ma dato che il Dodo aveva fatto una pausa, come se pensasse che qualcuno dovesse a questo punto chiedere spiegazioni, s'era fatta avanti. D'altra parte non c'era nessun altro che avesse accennato a parlare. "Ecco", disse il Dodo "la maniera migliore per spiegare che cos' una "corsa confusa" di farla". (Vi ripeter tutto quello che fece il Dodo perch so che potrebbe piacere anche a voi, in uno di questi giorni d'inverno, di provare la "corsa confusa"). Prima di tutto il Dodo tracci i limiti di un campo quasi circolare ("non importa se non un cerchio preciso" disse). Poi tutta la compagnia fu disposta in fila lungo la linea. Nessuno grid: "Uno, due, tre, via!" Ognuno cominciava a correre quando gli pareva e smetteva quando ne aveva voglia. Perci non fu facile capire quando la corsa fosse finita. In ogni caso, dopo che ebbero corso per quasi mezz'ora, quando ormai tutti erano perfettamente asciutti, il Dodo improvvisamente grid: "La corsa finita!" Tutti s'affollarono intorno a lui col fiato grosso e gli chiedevano: "Allora, chi ha vinto?" Per poter rispondere a questa domanda, il Dodo dovette riflettere a lungo. Perci se ne stette seduto per molto tempo e teneva il dito premuto sulla fronte, nell'atteggiamento in cui di solito vediamo ritratto Shakespeare. Intanto tutti gli altri aspettavano in silenzio. Alla fine il Dodo alz il capo e disse: "OGNUNO ha vinto e tutti meritano un premio". "Ma i premi chi li d?" chiesero gli altri in coro. "LEI, naturalmente" rispose il Dodo indicando Alice. Allora l'intera comitiva si affoll intorno ad Alice gridando con una grande confusione: "I premi, i premi!" Alice non sapeva cosa fare. Disperata si mise la mano in tasca, tir fuori una scatola di confetti (per fortuna l'acqua salata non c'era entrata) e li distribu come premi. Ce n'erano abbastanza per fare uno a testa. "Ma anche lei deve avere il premio" fece notare il Topo. "Naturalmente" rispose il Dodo con aria pensosa. Poi si rivolse ad Alice: "Che altro hai in tasca?" "Solo il ditale" rispose triste Alice. "Dammelo" disse il Dodo. Ancora una volta si affollarono tutti intorno ad Alice mentre il Dodo le consegnava solennemente il ditale con queste parole: "A nome di tutti noi, ti prego di voler accettare questo elegante ditale". Tutti applaudirono, quando il Dodo fin il suo discorso. Alice pens che era tutto assurdo, ma siccome gli altri apparivano compunti per la solennit dell'occasione, trattenne il riso. Anzi, fece un inchino e, non riuscendo a trovare niente da dire, prese il ditale con aria solenne. Poi tutti cominciarono a mangiare i confetti e questo fatto provoc un po' di rumore e di confusione. Gli uccelli grandi si lamentavano perch i confetti erano cos piccoli che non ne avevano neppure sentito il sapore; gli uccelli piccoli, invece, soffocavano e bisognava batterli forte sulla schiena. A ogni modo, tutto fin per il meglio e la comitiva si mise di nuovo a sedere in circolo e tutti pregarono il Topo di raccontare ancora qualche storia. "Hai promesso di raccontarmi la tua storia, ti ricordi?" disse Alice. "Devi spiegarmi perch odi i C. e i G." aggiunse in un sussurro, per paura di offenderlo di nuovo.

"La mia non una di quelle storie senza capo n coda: lunga e triste" disse il Topo con un sospiro, volgendosi verso Alice. "Lo so che la coda lunga" disse Alice, la quale non aveva capito bene. "Ma perch poi triste?" E continu a porsi questa domanda, mentre il Topo parlava. Cos non cap quasi niente del suo racconto, di cui le rimasero impresse soltanto alcune parole: "Furia disse a un topolino che trov nello stanzino: "Sei chiamato in tribunale per aver agito male Presto! E non ti rifiutare, che non ho nulla da fare''. Disse il topo: ''Mio signore! non avr nessun valore, un processo celebrato senza Giudice e Giurato". "Bene, il Giudice son io'' disse il cane. E far io anche il teste e il Giurato. Cos tutto sistemato. Giustamente a morte, tu sarai condannato". "Ma tu non mi segui!" disse a un tratto il Topo ad Alice, con tono di rimprovero. "A che pensi?" "Ti chiedo scusa" rispose Alice umilmente. "Mi ero un po' distratta". "Lo noto!" grid il Topo, arrabbiato. "Un nodo?" disse Alice. Credeva che il Topo si fosse fatto un nodo alla coda e desiderava rendersi utile. "T'aiuto io a scioglierlo!" "Non permetter una cosa simile!" disse il Topo, alzandosi per andar via. "Mi stai insultando, con tutte le cose stupide che dici". "Non volevo far questo" disse implorante la povera Alice. "Per tu ti offendi per niente, lo sai!" Il Topo rispose con un brontolio. "Per favore, ritorna. Finisci la tua storia!" grid Alice verso di lui. Ma il Topo si limit a scuotere la testa e affrett il passo. "Se n' andato, che peccato!" sospir il Pappagallo non appena il Topo fu scomparso. Allora un vecchio Granchio approfitt dell'occasione per dire alla figlia: "Questo ti serva di lezione, mia cara: impara a non perdere la calma". "Ma smettila, mamma" rispose con voce spazientita il piccolo granchio. "Tu faresti perdere la pazienza perfino a un'ostrica!" "Se almeno avessi qui la mia Dina" disse ad alta voce Alice, senza rivolgersi a nessuno in particolare. "Ci riporterebbe subito il Topo indietro. Credetemi". "E chi questa Dina, se posso permettermi la domanda?" chiese il Pappagallo. "E' la mia gatta" s'affrett a rispondere Alice, tutta contenta di poter parlare della sua beniamina. "Dovreste vedere com' brava ad acchiappare i topi! Non potete nemmeno immaginarvelo! E come sa dare la caccia agli uccelli! Fa appena in tempo a vedere un uccellino che gi se l' mangiato". Queste parole, come c'era da aspettarsi, diffusero un certo disagio nella comitiva. Alcuni uccelli si affrettarono a sparire immediatamente. Una vecchia Gazza si avvolse, piena di sussiego, nelle sue ali nere e disse: "Sar meglio che me ne vada a casa: l'aria della sera non fa bene alla mia povera gola". Una Canarina si mise a chiamare con voce tremante i suoi piccoli: "Su, miei cari, a casa, a casa. Lo sapete che a quest'ora dovreste essere gi a letto da

un pezzo". A uno a uno se ne andarono tutti, coi pretesti pi strani, e alla fine Alice si ritrov sola, ancora una volta sola. "Era meglio se non nominavo Dina!" diceva malinconicamente fra s. "Sembra veramente che qui nessuno la veda di buon occhio: eppure la gattina pi cara del mondo! Oh mia cara Dina! Chiss se ti rivedr ancora". A questo punto la povera Alice ricominci a piangere, perch si sentiva sola e sconsolata. Dopo un po' ud di nuovo un rumore di passi lontani e alz gli occhi ansiosi perch sperava che il Topo avesse cambiato idea e tornasse per finire il suo racconto.

CAPITOLO 4

UN COMPITO PER IL CONIGLIO Era il Coniglio Bianco, che tornava indietro affannato e scrutava con attenzione il pavimento, come se avesse perso qualcosa. Alice lo sent borbottare: "La Duchessa! La Duchessa! Povere zampe mie! Povera pelliccia mia e baffi miei! Mi far decapitare, com' vero che le donnole sono donnole! Ma dove posso averli perduti?". Alice cap subito che egli cercava il ventaglio e i guanti bianchi di pelle di capretto. Perci molto educatamente si mise anche lei a cercarli, ma non riusc a vederli in nessun posto... Sembrava che, dopo la sua nuotata nello stagno, tutto fosse cambiato. La grande sala, il tavolino di vetro e la porticina erano svaniti. Il Coniglio non tard molto ad accorgersi di Alice, la quale continuava a cercare i guanti. Non appena la vide, le disse con voce aspra: "Allora, Marianna, che FAI qui? Corri subito a casa e portami un paio di guanti e un ventaglio! Svelta!". Alice rest cos intimidita che corse subito nella direzione indicata dal Coniglio e non tent neppure di spiegare l'equivoco. "Mi ha scambiata per la sua cameriera" diceva mentre correva. "Come rester sorpreso quando sapr chi sono! Ma meglio che il ventaglio e i guanti glieli porti. Naturalmente, se li trover". Intanto era arrivata di fronte a una casetta bianca, sulla cui porta luccicava una targhetta d ottone che portava un nome: "CONIGLIO B.". Entr senza bussare e si precipit per le scale. Aveva paura d'incontrare la vera Marianna, che l'avrebbe senz'altro scacciata di casa e non le avrebbe dato il tempo di cercare il ventaglio e i guanti. "E' ridicolo fare la cameriera di un Coniglio!" si diceva Alice. "Speriamo che anche Dina un giorno o l'altro non pretenda che mi metta al suo servizio!" Cos cominci a fantasticare sulle cose che sarebbero successe. "Signorina Alice! Venga qui subito e si prepari per la passeggiata!" "Vengo, signorina istitutrice! Un momento solo! Devo far la guardia a questa tana di topi finch Dina non torna. Guai se il topo scappa!" "Non credo, per", concluse Alice "che permetterebbero a Dina di restare in casa se si mettesse a dare ordini alla gente". Intanto era arrivata in una graziosa cameretta dove c'era un tavolo accanto alla finestra (come lei aveva sperato) e su di esso vide un ventaglio e due o tre paia di piccoli guanti bianchi di capretto. Alice immediatamente li raccolse e stava gi per uscire dalla stanza, quando i suoi occhi caddero sullo specchio, accanto al quale si trovava una bottiglietta. Questa volta non c'era nessuna etichetta con su scritto "BEVIMI"; ma Alice la stapp lo stesso e la port alle labbra. "Senza dubbio mi succeder QUALCOSA d'interessante", diceva tra s "come ogni volta che mangio e bevo qualcosa. Vediamo che cosa mi far questa bottiglia. Io spero che mi faccia crescere. Sono stufa di essere sempre cos piccola". Fu proprio cos. Prima di quanto lei stessa credesse, quando non aveva ancora bevuto mezza bottiglietta, si trov con la testa sotto il soffitto. Allora pieg il collo in tutta fretta per non farsi male. Intanto pos la bottiglietta. "Basta cos..." disse "spero di non crescere di pi... ma intanto... alta come sono adesso non potr neppure pi uscire dalla porta... Se non avessi

bevuto tanto!" Ormai era troppo tardi! Alice continuava a crescere, a crescere. Si sdrai sul pavimento, ma un attimo dopo la stanza non bastava pi a contenerla. Allora prov a distendersi: appoggi un gomito alla porta e pieg l'altro braccio sulla testa. Ma cresceva ancora. Non le restava che mettere un braccio fuori dalla finestra e ficcare un piede nella cappa del camino. "Adesso non posso fare nient'altro, qualsiasi cosa succeda" sospirava. "Che SUCCEDERA' di me?". Per fortuna la bottiglietta magica aveva finito di fare il suo effetto. Alice smise di crescere, ma questo non poteva esserle molto di conforto. Non c' da meravigliarsi se Alice si sentiva molto sfortunata. A stare alle apparenze, infatti, che possibilit c'era, per lei, di uscire da quella stanza? "Come stavo bene a casa mia!" pensava la povera bambina. "L non si diventava a ogni momento grandi o piccoli. E neanche ci sono topi o conigli che vengono a darvi ordini, come se fosse una cosa naturale. Non avrei dovuto seguire il Coniglio nella tana... Eppure... eppure... in fondo questo genere di vita abbastanza curioso. Vorrei sapere che cosa potr succedermi ancora! Quando leggevo le storie delle fate pensavo che cose di questo genere non potessero accadere mai e adesso invece mi ci trovo proprio in mezzo! Bisognerebbe scriverla, la mia storia! Bisognerebbe proprio! Quando crescer la scriver io... ma... io sono cresciuta", aggiunse con voce lamentosa "e QUI non c proprio spazio per crescere ancora!" "Ma allora", continu Alice "non diventer MAI pi vecchia di come sono adesso? Da un certo punto di vista non male, non diventare vecchi... S, ma avrei sempre da studiare le lezioni! QUESTO non mi piace proprio!" "Stupida d'una stupida!" disse subito dopo. "Come faresti a studiare le lezioni qui? C' appena spazio per TE e vorresti che ci fosse posto per i libri?" Continuava cos, sostenendo una volta una parte e una volta l'altra parte del dialogo, in una animata discussione con se stessa, quando sent una voce di fuori che chiamava. "Marianna! Marianna!" diceva la voce "portami i guanti subito". Un istante dopo si ud sulle scale un rumore di passi leggeri. Alice cap che il Coniglio saliva per cercarla e rabbrivid, dimenticando che era mille volte pi grande del Coniglio e quindi non aveva nessuna ragione per temerlo. Per la paura, fece tremare tutta la casa. Intanto il Coniglio arriv fino alla porta e cerc di aprirla. Per la porta si apriva dal di dentro e il gomito di Alice, che vi poggiava contro, imped che il tentativo del Coniglio riuscisse. Alice sent la bestiola che diceva: "Ora prover dalla finestra!". "QUESTO poi no!" pens Alice. Rest in attesa, finch le sembr di udire il Coniglio muoversi sotto la finestra: allora agit il braccio nell'aria, come se cercasse d'afferrare qualcosa. Non afferr nulla, invece. Sent solo un grido, una caduta e, un attimo dopo, un rumore di vetri rotti. Alice pens che il Coniglio fosse caduto su una serra. Un istante dopo le giunse una voce infuriata: era quella del Coniglio. "Pat! Pat! Dove sei?" Un'altra voce, che Alice non aveva mai sentito prima, rispose: "Sono qui! Sto cogliendo le mele, Eccellenza". "Sta cogliendo le mele, lui!" disse il Coniglio con una voce arrabbiata. "Vieni qui! Tirami fuori da QUI!" (Si ud un nuovo rumore di vetri infranti). "Adesso, Pat, dimmi: che c' a quella finestra?" "Un braccio, un braccio, Eccellenza" (Pronunci solo "Cellenza"). "Un braccio... stupido! Dove mai s' visto un braccio cos grosso? Occupa tutta la finestra!" "Lo so, Eccellenza, ma proprio un braccio".

"Va bene, allora. Comunque quello non il suo posto: toglilo di l, vai". Segu un profondo silenzio, interrotto ogni tanto da un bisbiglio che veniva ora dall'uno e ora dall'altro dei due interlocutori. Dicevano press'a poco: "Non ne ho voglia, Eccellenza. Non ne ho voglia". E l'altro: "Vigliacco, fa' quello che ti dico". Finalmente Alice allarg la mano e l'agit di nuovo in aria. Questa volta furono DUE piccoli gridi e anche il rumore dei vetri rotti fu maggiore. "Quante serre debbono avere!" pens Alice. "Vorrei sapere che faranno adesso. Vorrei proprio che riuscissero a tirarmi fuori, fosse pure dalla finestra! Non starei qui un istante di pi, lo giuro!" Per qualche tempo non si sent niente. Poi, d'un tratto, fu possibile avvertire il rumore delle ruote di un carretto e il suono confuso di diverse voci. Alice riusc appena a distinguere qualche frase: "Dov' l'altra scala?" "Ma io dovevo portarne solo una". "L'altra ce l'ha Bill". "Bill, portala qui, stupido!" "Ecco, mettetele qui, all'angolo" "No, legale prima". "Non arrivano neppure alla met..." "Vedrai che bastano, non fare il piantagrane..." "Bill, prendi la corda!" "Regger, il tetto?" "Attento alle tegole! Si muovono". "Cade, cade!" "Attenti alle teste!" (Un gran tonfo). "Chi stato?" "Bill, credo". "Chi si cala gi per il camino?" "No, io no! Vacci TU!" "Ma io non ne ho voglia!" "Bill deve andarci!" "Bill, il padrone dice che devi calarti gi per il camino!" "Ah, Bill dovr venire gi per il camino! A quanto pare, buttano tutto sulle spalle di quel poveretto! Non vorrei essere nei suoi panni davvero. La cappa stretta, per un calcio posso ancora tirarlo" disse Alice. Abbass il pi possibile la gamba infilata nel camino e aspett fin quando sent un animaletto (non cap di che specie fosse) che scendeva per la cappa strisciando e urtando contro le pareti. "Questo Bill" si disse Alice, e dette un calcio secco. Poi rimase in attesa di quello che sarebbe successo. La prima cosa che ud fu un coro di esclamazioni confuse: "Ecco Bill!" "Guarda, Bill!" Poi distinse la voce del Coniglio: "Pigliatelo, laggi vicino alla siepe!" Ci fu un gran silenzio, poi un'altra confusione di voci... "Alzagli la testa!" "Un cognac, presto!" "Non lo soffocate!" "Com' andata? Che successo?" "Parla!". Allora Alice ud una vocina flebile e stridula. ("Questo Bill" pens Alice). "Grazie, grazie... Non saprei... Basta, grazie, ora sto meglio... Sono troppo sconvolto per spiegare... So solo che qualcosa come un burattino a molla mi si gettato contro e mi ha scaraventato fuori del camino come un razzo". "Poveretto! Davvero?" fecero eco gli altri. "Non ci resta che bruciare la casa" propose la voce del Coniglio. Disperata, Alice grid allora con tutto il suo fiato: "Se lo fate, vi far prendere da Dina!" Segu un silenzio mortale. "Che faranno adesso?" si chiedeva Alice. "Se avessero un po' di buon senso, scoperchierebbero la casa". Dopo un minuto o due la confusione delle voci ricominci. Alice ud il Coniglio che diceva: "Per cominciare baster una carriola". "Una carriola di CHE?" pensava Alice. Ma non ebbe molto tempo per domandarselo. Subito una pioggia di sassolini picchi contro la finestra: alcuni la colpirono sul viso. "Bisogna che la smettano" si disse. E grid: "Sar meglio per voi che la smettiate!" Il grido

provoc un nuovo pesante silenzio per un po' di tempo. Intanto Alice si accorse con sorpresa che, una volta caduti sul pavimento, i sassolini si erano trasformati in paste. Allora le venne un'idea luminosa: "Se mangio una di queste paste, ci sar certamente un nuovo cambiamento nella mia statura, e siccome non possibile che diventi ancora pi grande, evidente che dovr diventare pi piccola". Ingoi una pasta e fu felice di vedere che rimpiccioliva a vista d'occhio. Non appena fu tanto piccola da poter passare per la porta, usc di corsa dalla casa. Davanti alla casa c'era un assembramento di animaletti e di uccelli, tutti in agitazione. Al centro c'era Bill, una povera Lucertola. Due Porcellini d'India lo sostenevano e gli facevano sorseggiare qualcosa da una bottiglietta. Non appena Alice comparve sulla soglia, tutti fecero un balzo verso di lei. Alice, pi rapida del vento, corse via e si trov ben presto in salvo nel folto di un bosco. Adesso Alice errava per il bosco. "La prima cosa da fare" si diceva " di riacquistare la mia vera statura. Poi devo ritrovare la via che porta a quel meraviglioso giardino. Questo il piano migliore". Senza dubbio questo era un piano eccellente, semplice e davvero ben congegnato. C'era solo una difficolt: che Alice non aveva la pi piccola idea di come realizzarlo. Scrutava ansiosa tra gli alberi, in cerca di chiss che cosa, quando un guaito le fece volgere di scatto la testa verso l'alto. Un enorme cucciolo la fissava coi suoi grandi occhi rotondi e cercava di toccarla con una zampa che teneva alzata. "Poveretto!" disse Alice, gentile. Tent con molta fatica di fischiare, per farlo stare tranquillo, per, per tutto il tempo che rimase accanto al cucciolo, fu terrorizzata dal pensiero che il cagnolino avesse fame. Allora avrebbe potuto mangiarla, magari mentre lei era intenta ad accarezzarlo. Alice raccolse un ramo, senza quasi rendersi conto di quello che stava facendo, e lo porse al cucciolo. Il cagnolino a questo punto fece un balzo da terra, mugolando festosamente, e si precipit sul ramoscello con tale furia da far credere che volesse dilaniarlo. Alice, per mettersi al sicuro, si nascose dietro un grosso cardo. Quando si affacci dall'altro lato, il cucciolo tent un nuovo balzo verso il ramoscello e, nella furia di afferrarlo, cadde con la testa tra le zampe posteriori. Alice pensava che giocare col cucciolo era per lei pericoloso come giocare con un cavallo da tiro e temeva da un momento all'altro di essere calpestata da quelle grosse zampe. Perci continu a tenersi ben nascosta dietro il cardo. Il cucciolo, intanto, aveva stretto attorno a quel ramoscello un vero e proprio assedio. Era un assedio senza regole, fatto di corse precipitose e brevi verso l'oggetto del suo interesse, di allontanamenti rapidi e improvvisi e di altrettanto improvvisi e rapidi ritorni. Il cucciolo accompagnava questi movimenti con un guaire roco ed affannato. Infine, esausto, si acquatt un po' lontano: aveva la lingua penzoloni, gli occhi socchiusi e sbuffava. Era il momento propizio per la fuga. Alice prese subito il volo e corse, corse a perdifiato, finch il latrare del cucciolo non si perse in lontananza. "Per, che bel cucciolo! " disse Alice, appoggiandosi senza fiato a un ramoscello e facendosi vento con una delle foglie. "Quanti bei giochi avrei potuto insegnargli, se fossi stata soltanto un po' pi grande! Povera me! Adesso devo crescere di nuovo! Come far? Credo che dovr mangiare o bere qualcosa, ma cosa? Questo il problema". Senza dubbio il problema grave era questo: cosa mangiare? Alice guard intorno tra i fiori e i fili d'erba, ma non riusc a scorgere niente che, in quelle circostanze, potesse essere mangiato o bevuto. Alla fine vide un grosso fungo, alto quasi quanto lei. Alice vi guard

sotto, di dietro, da tutti i lati e le sembr che fosse arrivato il momento di guardare anche sopra. Si alz in punta di piedi, spi oltre l'orlo del fungo e i suoi occhi incontrarono quelli di un grosso bruco azzurro che se ne stava seduto a braccia conserte, nel centro del "cappello". Fumava tranquillo in una lunga pipa e si capiva che non era molto disposto ad occuparsi n di lei n di altro.

CAPITOLO 5

I CONSIGLI DEL BRUCO Per qualche istante il Bruco e Alice si guardarono in silenzio. Infine il Bruco si lev di bocca la pipa e, con voce languida e assonnata, chiese: "E tu chi sei?" Questa non era certamente la maniera pi incoraggiante per iniziare una conversazione. Alice rispose con voce timida: "Io... io non lo so, per il momento, signore... al massimo potrei dire chi ero quando mi sono alzata stamattina, ma da allora ci sono stati parecchi cambiamenti". "Che vuoi dire?" disse il Bruco, severo. "Spiegati!" "Mi dispiace, signore, ma non posso spiegarmi", disse Alice "perch io non sono pi io; capisce?" "No" disse il Bruco. "Mi spiace di non sapermi esprimere pi chiaramente", riprese Alice con molta gentilezza "ma non ci capisco niente neppure io. Aver cambiato di statura tante volte in un sol giorno una cosa che confonde parecchio, mi creda". "Non mi pare" disse il Bruco. "Forse perch lei non ha ancora fatto la prova" disse Alice. "Ma quando si dovr trasformare in crisalide - e le capiter un giorno o l'altro -, e poi da crisalide in farfalla, vedr che si sentir un po' confuso anche lei". "Non tanto" disse il Bruco. "Be', i nostri modi di vedere sono un po' diversi. IO lo troverei molto strano". "Tu, forse" disse il Bruco con un tono di aperto disprezzo. "E chi sei TU?" La domanda li port di nuovo all'inizio della conversazione. Alice ormai cominciava ad essere irritata col Bruco per il suo modo asciutto di parlare. Perci a questa domanda rispose in tono anche pi asciutto: "Penso che prima dovrebbe essere LEI a dirmi chi ". "Perch?" disse il Bruco. Cos sorse un altro problema imbarazzante. E poich Alice non era in grado di risolvere subito questo problema e il Bruco era in uno stato di GRANDE nervosismo, gli volse le spalle e si mosse per andarsene. "Torna qui!" le grid il Bruco. "Devo dirti una cosa importante!" Era indubbiamente un invito allettante. Alice si volt e torn indietro. Il Bruco finalmente parl. "Sta' calma!" disse. "Tutto qui?" rispose Alice, cercando di nascondere il suo dispetto. "No" disse il Bruco. "In fondo, posso anche aspettare" disse Alice. Non aveva altro da fare e poi quell'essere un po' indisponente avrebbe potuto dirle, forse, qualcosa di veramente interessante. Per qualche istante il Bruco continu a fumare con aria solenne e senza dire una parola. Alla fine allarg le braccia, si tolse di nuovo la pipa di bocca e chiese: "Cos credi di essere cambiata, eh?" "Credo che sia proprio cos, signore" disse Alice. "Non riesco pi a ricordarmi le cose che sapevo... e non riesco neppure a conservare la stessa statura per dieci minuti di seguito". "Che cosa non riesci a ricordare?" disse il Bruco. "Tante cose. Per esempio, ho provato a recitare "Il piccolo Coccodrillo", ma m' venuto tutto diverso!" rispose la povera Alice con aria avvilita. "Prova a ripetere "Sei vecchio, Pap Guglielmo"" disse il Bruco.

Alice, tenendosi una mano nell'altra, cominci: "Perch, pap Guglielmo", disse il figlio "t'ostini a camminare a testa in gi? La tua chioma gi bianca come un giglio, queste cose non le devi fare pi". Pap Guglielmo disse: "In giovent temevo di farmi male al cervello. Ma ora che il cervello non l'ho pi, lo faccio, lo rifaccio, ed pi bello". Disse il figlio: "Ho gi detto che sei vecchio e tra l'altro ti sei fatto pi grasso. Vieni a vederti davanti allo specchio: Quando fai le capriole sei uno spasso". Il vecchio saggio disse: "In giovent mi mantenevo sempre agile e snello. Usavo questo unguento. Lo vuoi tu? Dammi una lira e diverrai pi bello". Il figlio disse: "Sei vecchio e sdentato, puoi mangiare soltanto la pappina. Perch invece sei tanto esagerato e a pranzo preferisci una gallina?" Rispose il vecchio: "Come un avvocato discussi sempre con la mogliettina. E nel parlare mi sono allenato a masticar da sera a mattina". "Sei vecchio", disse il figlio "non negare: stanco il tuo braccio, il tuo occhio non brilla. Come mai sei capace di portare in equilibrio sul naso un'anguilla?" Disse il padre: "Ho risposto a tre domande e continui a dir cose senza sale. La tua scemenza sembra tanto grande che ti farei volare per le scale". "Non va" disse il Bruco. "Forse non proprio tutto" rispose timida Alice. "Qualche parola non m' venuta giusta". "Era tutto sbagliato, dal principio alla fine" disse il Bruco con tono convinto. Segu un lungo silenzio, anche pi penoso. Il primo a parlare fu di nuovo il Bruco. "Di che statura vorresti essere?" domand. "Della statura non m'importa" rispose in fretta Alice. "Ma non piacevole cambiarla troppo spesso, lo sa". "Non lo so" disse il Bruco. Alice non rispose. Prima d'ora non era mai stata contraddetta tante volte di seguito. Stava per perdere la calma sul serio. "Come sei ora, sei contenta?" domand il Bruco. "Veramente vorrei essere UN PO' pi grande. Se possibile, naturalmente" disse Alice. "Sette centimetri e mezzo troppo poco davvero". "E' un'ottima statura!" disse il Bruco arrabbiato. Mentre parlava si erse in tutta la sua statura (era alto esattamente sette centimetri e mezzo). "Ma io non ci sono abituata!" disse con voce lamentosa la povera bambina. E pensava: "Questi animali dovrebbero essere meno suscettibili!" "Ti ci abituerai, col tempo" disse il Bruco. Si rimise in bocca la pipa e riprese a fumare tranquillo.

Alice questa volta attese con pazienza che il superbo animale si decidesse a parlare. Dopo un po' il Bruco si tolse di nuovo la pipa di bocca, sbadigli due o tre volte di seguito e si stir tutto. Poi scese dal fungo e, mentre se ne andava strisciando tra l'erba, disse soltanto: "Un lato ti far pi alta. L'altro pi piccina". "Un lato di che COSA? L'altro lato di che COSA?" pens Alice. "Del fungo" le rispose il Bruco, come se Alice avesse parlato ad alta voce. Un attimo dopo il Bruco non c'era pi. Alice si volt pensosa verso il fungo. Stette per un pezzo a domandarsi quali potessero essere i due lati, dato che il fungo era rotondo. Si trattava di una questione veramente difficile. Alice allarg le braccia intorno al cappello del fungo e ne stacc con le mani alcuni pezzi, da varie parti. "Quale sar quello buono?" si domandava perplessa mentre dava un morso, per fare una prova, al pezzo che teneva nella mano destra. D'un tratto sent un forte colpo sotto il mento; infatti il mento aveva urtato contro i piedi! Spaventata per l'improvviso cambiamento, ma pensando che non c'era un attimo da perdere, dato che continuava rapidamente a rimpicciolire, Alice s'affrett a mordere l'altro pezzo. Il mento era ormai tanto attaccato ai piedi che, per aprire la bocca soltanto un po', Alice dovette fare uno sforzo doloroso. Per vi riusc e inghiott il pezzo di fungo che teneva nella mano sinistra. "Finalmente, la mia testa libera!" disse Alice contenta. Ma la sua felicit si mut subito in apprensione quando si accorse che non riusciva pi a vedere dove fossero finite le sue spalle. Guardando in gi vide soltanto un collo lunghissimo: esso sembrava levarsi come un alto fusto sopra un mare di foglie verdi, che parevano perdersi lontano. "Che cos' tutto quel verde laggi?" si domand Alice. "Dove sono le mie spalle? E le mie mani? Perch non le vedo?" Cerc di muovere le mani, ma non sent altro che un lieve fruscio tra le verdi foglie lontane. Allora cap che sarebbe stato inutile tentare di portare le mani alla testa e cerc almeno di abbassare la testa fino alle mani. Fu molto contenta quando vide che il suo collo si snodava in tutte le direzioni, come un serpente. Era appena riuscita a curvare il suo lungo collo a zig-zag e gi si preparava a tuffarlo fra tutte quelle foglie (erano le cime degli alberi sotto i quali aveva camminato prima) quando un fischio acuto la fece fermare all'improvviso. Un grosso piccione le vol sul viso e urt violentemente con le ali sulle guance di Alice. "Serpente!" sibil il Piccione. "Io non sono un serpente!" disse Alice, indignata. "Vattene via". "Serpente, s, serpente!" ripet il Piccione. Ma era gi meno convinto. Poi, con una specie di singhiozzo, aggiunse: "Eppure ho cercato con ogni mezzo di evitarti, ma niente pu fermarti, niente!" "Non riesco a capire quello che dici!" rispose Alice. "Ho tentato tra le radici degli alberi, ho tentato sugli argini, ho tentato tra le siepi", prosegu il Piccione, senza prestarle attenzione, "ma niente! Voi serpenti! Nessuno pu fermarvi, nessuno!" Alice si sentiva sempre pi a disagio: avrebbe voluto rispondere, ma poi pens giustamente che era davvero inutile parlare, se prima il Piccione non avesse finito. "Come se covare le uova non fosse abbastanza faticoso!" disse il Piccione. "Niente, notte e giorno devo stare con gli occhi aperti per guardarmi dai serpenti! Neppure un po' di sonno ho potuto fare in queste ultime tre settimane! Neanche un po' di sonno!" "Mi dispiace tanto che tu abbia tante preoccupazioni" disse Alice, che adesso cominciava a capire qualcosa.

"Quando ho trovato l'albero pi alto del bosco", continu il Piccione concitato, alzando la voce, "e gi credevo d'essere al sicuro, ecco che mi capita un serpente dal cielo! Serpente, sei! Serpente!" "Ma NON sono un serpente, ti dico" rispose Alice. "Io sono... sono..." "E allora, COSA sei?" chiese il Piccione. "Io vedo solo che sei qualcosa che mi vuole ingannare". "Io... io sono una bambina" disse Alice, sebbene un po' ne dubitasse, perch ricordava tutti i cambiamenti attraverso i quali era passata. "Che storiella divertente!" ribatt sarcastico il Piccione. Era evidente che la sua voce aveva un tono di disprezzo. "Nella mia vita ne ho viste di bambine, ma NESSUNA con un collo lungo come il tuo! No, non ti credo! Sei un serpente, non negare. Vorrei vedere se hai anche il coraggio di dire che non hai mai assaggiato un uovo". "S, di uova ne ho ASSAGGIATE" rispose Alice, che era una bambina sincera. "Ma anche le bambine mangiano le uova, non solo i serpenti. Non lo sai?" "Non ci credo" disse il Piccione. "Per se le mangiassero anche loro, potrei dire soltanto che le bambine sono una specie di serpenti. Non potrei dire altro, sul serio!" Alice rest in silenzio, per un paio di minuti, perch l'idea di essere un serpente pareva, anche a una bambina come lei, troppo sconvolgente. Quel silenzio dette al Piccione l'occasione per aggiungere: "Io so che tu stai cercando uova; di QUESTO sono sicuro. E allora che m'importa se tu sei una bambina o un serpente?" "E' per ME che avrebbe un grande valore!" disse subito Alice. "E poi io non sto cercando uova, come dici tu. Se anche fosse cos non cercherei certo le tue: non mi piacciono crude". "Vattene, allora!" disse il Piccione. E borbottando torn ad accovacciarsi nel suo nido. A questo punto Alice cerc di chinarsi tra le foglie, quanto pi poteva, ma il suo collo continuava a impigliarsi in mezzo ai rami e ad ogni momento doveva districarlo. Alla fine ricord che, tra le mani, aveva ancora alcuni pezzi del fungo. Allora cerc di mordere un po' dell'uno e un po' dell'altro. Cos a volte crescendo e a volte rimpicciolendo, fin col tornare alla statura di sempre. Alice aveva abbandonato da tanto tempo la sua statura giusta, che in principio non ci si ritrov e le parve una cosa strana. Per dopo poco tempo si sent di nuovo a suo agio e cominci a parlare, come sempre, con se stessa . "Ecco, met del mio piano realizzato. Come sono stati angosciosi tutti questi miei mutamenti! Non potevo mai essere sicura di quello che sarei diventata un minuto dopo! In ogni caso, ora che ho di nuovo la mia statura, non devo far altro che ritrovare il giardino... Per vorrei sapere come far". Stava ancora parlando quando si trov in una radura, al cui centro c'era una casetta non pi alta di un metro. "Chiunque ci viva", pens Alice "si spaventerebbe, se andassi a trovarlo alta cos!" Allora ricominci a mordicchiare il pezzo di fungo che aveva nella mano destra e quando si trov a essere alta non pi di una ventina centimetri, si avvicin alla casa.

CAPITOLO 6

PORCELLINO E PEPE Alice rest qualche minuto a guardare la casa e non sapeva che fare. A un tratto arriv di corsa, dal bosco, un cameriere in livrea. Alice cap che quello era un cameriere perch aveva la livrea, dato che a giudicarlo dalla faccia lo si sarebbe detto un pesce. Il cameriere raggiunse la porta e buss forte con le nocche. Venne ad aprire un altro cameriere in livrea: aveva una faccia rotonda e gli occhi sporgenti come quelli di un ranocchio. Alice not che i camerieri avevano tutti e due una bella parrucca bianca e a riccioli. Ebbe una grande curiosit di sapere quello che stava succedendo e si avvicin ancora un po' per ascoltare. Il Cameriere-Pesce tolse di sotto il braccio un'enorme lettera, grande quasi come lui, e la porse al Cameriere-Ranocchio dicendo con tono solenne: "Per la Duchessa. E' un invito da parte della Regina a giocare a palla". Il Cameriere-Ranocchio ripet con lo stesso tono solenne, ma cambiando un po' l'ordine delle parole: "Dalla Regina. Un invito per la Duchessa a giocare a palla". Poi s'inchinarono tutti e due profondamente, tanto che i ricci delle parrucche si impigliarono gli uni negli altri. A questo punto Alice cominci a ridere tanto, che dovette scappare nel bosco per paura che i due la vedessero. Quando torn fuori, il Cameriere-Pesce se n'era gi andato e l'altro sedeva per terra, accanto alla porta, e guardava in aria con lo sguardo rimbambito. Alice si avvicin timidamente alla porta e buss. "Non serve a niente bussare", le disse allora il Ranocchio "per due ragioni: prima di tutto io sono al di fuori della porta, come te; in secondo luogo, dentro stanno facendo un tale baccano che non possono sentire in nessun modo". Era vero. Da dentro la casa veniva un rumore assordante, uno strillare continuo, uno starnutire e, di tanto in tanto, un fracasso violento come se un piatto o una pentola di coccio andassero in pezzi. "E allora", disse Alice "come devo fare per entrare?" "Il fatto che tu bussi alla porta avrebbe un significato" continu il Cameriere senza badare a quello che diceva Alice "se fra noi due ci fosse la porta. Per esempio, se tu fossi dentro, potresti bussare e io ti farei uscire. Hai capito?" Mentre parlava, il cameriere continuava a guardare per aria. Questa era mancanza di educazione, pensava Alice. "Ma forse non ne pu fare a meno", pens poi a perch ha gli occhi troppo in cima alla testa... Per potrebbe almeno rispondere alle domande!" "Come devo fare per entrare?" ripet forte. "Mi toccher di stare a sedere qui fino a domani..." rispose il Ranocchio. In quel momento la porta si spalanc e vol fuori un grande piatto che sfior la testa del Cameriere all'altezza del naso e and a rompersi contro un albero nel bosco vicino. ".. o forse fino a dopodomani" continu il Ranocchio impassibile, come se niente fosse successo. "Come devo fare per entrare?" domand Alice ancora una volta, con un tono pesante. "Ma DEVI proprio entrare?" domand il Ranocchio. "Questa la prima questione da risolvere".

Era giusto. Per ad Alice non piaceva sentirselo dire in quel modo. "Il modo di ragionare degli animali terribile" disse tra s. "Ci sarebbe da diventar pazzi!" Il Ranocchio pens che fosse venuto il momento di ripetere la sua lamentela, cambiando per qualche parola: "Mi toccher restarmene seduto qui per giorni e giorni". "Ma io che cosa devo fare?" domand Alice. "Fa' quello che ti pare" rispose il Ranocchio. E cominci a fischiettare. "E' inutile che continui a parlare con lui " disse Alice disperata. "E' completamente pazzo, poveretto!" Perci si fece coraggio, spinse la porta ed entr. La porta dava direttamente su una grande cucina piena di fumo in ogni angolo. La Duchessa stava in mezzo alla stanza, seduta sopra uno sgabello a tre gambe e cullava un bambino. La cuoca era curva sul fornello e rimestava una grande pentola dalla quale arrivava un odore di zuppa. "Ci dev'essere troppo pepe in quella zuppa!" disse Alice fra gli starnuti. Infatti c'era troppo pepe nell'aria. Anche la Duchessa di tanto in tanto starnutiva. Il bambino, poi, starnutiva e strillava senza un attimo d'interruzione. C'erano solo due persone che non starnutivano, nella stanza: la cuoca e un grosso gatto, che era sdraiato sul focolare e sogghignava spalancando la bocca da un orecchio all'altro. "Per favore" disse Alice timidamente, perch non era molto sicura che fosse buona educazione parlare per prima. "Mi vuol dire perch il gatto sogghigna in quel modo?" "E' un gatto persiano" disse la Duchessa: "ecco perch. Porcellino!" Quest'ultima parola fu pronunciata con tale violenza che Alice ebbe un sussulto. Presto per si accorse che la parola era rivolta al bimbo e non a lei. Allora si fece coraggio e continu: "Non sapevo che i gatti persiani sogghignassero; anzi non sapevo affatto che i gatti POTESSERO sogghignare". "Tutti possono farlo" disse la Duchessa. "E i pi lo fanno". "Non ne conosco neppure uno che lo faccia" disse Alice molto rispettosamente, contenta di aver intavolato una conversazione. "Non devi sapere molte cose, tu" disse la Duchessa. "Questo il fatto". Il tono di questa risposta non piacque ad Alice, la quale pens di cambiare argomento. Mentre tentava di trovare qualcosa di cui parlare, la cuoca tolse dal fuoco la pentola della zuppa e d'un tratto cominci a scaraventare contro la Duchessa e il bimbo tutto quello che le veniva a portata di mano: prima volarono le molle, poi arrivarono le padelle, i vassoi e i piatti. La Duchessa sembrava non badarci neppure. Non ci faceva caso nemmeno quando veniva colpita. Il bambino da parte sua strillava tanto anche prima, che era impossibile dire se i colpi che riceveva gli facessero male o no. "Ehi, ehi, fate un po' d'attenzione!" gridava Alice, saltando di qua e di l terrorizzata. "Povero naso!" strill quando una delle pentole sfior il naso del bambino e per poco non glielo port via. "Se ognuno si facesse i fatti suoi il mondo camminerebbe molto pi svelto!" brontol la Duchessa con voce roca. "Ma una cosa del genere non sarebbe affatto utile" disse Alice, molto soddisfatta che le si presentasse l'occasione di mostrare quel che sapeva. "Pensi che fatica si farebbe coi giorni e le notti! Infatti la terra impiega ventiquattr'ore per girare intorno al suo asse". "A proposito di asce" interruppe la Duchessa. "Tagliatele la testa!" Alice dette uno sguardo preoccupato alla cuoca per vedere se avesse intenzione di eseguire l'ordine; ma la cuoca era

affaccendata a rimestare la zuppa e sembrava non aver neppure udito. Allora Alice si azzard a riprendere il discorso: "Ventiquattr'ore, mi sembra; o sono dodici? Io..." "Non mi seccare!" disse la Duchessa. "Non ho mai potuto sopportare i calcoli". Si chin verso il bambino e ricominci a cullarlo cantandogli una strana ninna-nanna. Alla fine di ogni verso, per, scuoteva il bambino violentemente. La strana ninna-nanna diceva: "Se il vostro bambino troppo birichino, con la voce sgridatelo, con le mani picchiatelo". CORO (al quale si uniscono la cuoca e il piccino) Uh! Uh! Uh! Al momento di cantare la seconda strofa della canzone, la Duchessa cominci a scuotere il bimbo da ogni parte e con tanta violenza che il poveretto strillava come un ossesso, cos che Alice pot udire a malapena le parole: "Poich il mio bambino faceva il birichino, l'ho dovuto punire e l'ho messo a dormire". CORO Uh! Uh! Uh! "Prendi! Cullalo un po' tu, se vuoi!" disse a questo punto la Duchessa ad Alice e le lanci a volo il bambino. Poi aggiunse: "Io devo prepararmi per la partita a palla con la Regina", e usc in fretta dalla stanza. La cuoca le lanci dietro una padella, ma sbagli il colpo. Alice teneva il bambino a fatica, perch il piccolo aveva una forma stranissima e agitava braccia e gambe in tutte le direzioni. "E' proprio come una stella di mare" pens Alice. Il piccolo sbuffava come una locomotiva, si piegava, si alzava, si muoveva con tanta furia che, per alcuni minuti, fu gi molto se Alice riusc a trattenerlo tra le braccia. Alla fine Alice scopr che il modo migliore per cullarlo consisteva nel piegarlo come un nodo per impedirgli di sgusciare dalle braccia. Bisognava tenerlo contemporaneamente per l'orecchio destro e il piede sinistro. Fatto questo, lo port fuori all'aria aperta. "Se non porto via questo bambino", pensava Alice "lo uccideranno senz'altro, e in poco tempo. Non sarebbe un delitto lasciarlo in quella casa?" Pronunci ad alta voce queste ultime parole e il bimbo grugn, come se volesse rispondere. "Non grugnire", disse Alice "non questo il modo pi educato per esprimersi". Il bambino grugn di nuovo e allora Alice lo guard per vedere come gli riuscisse di fare dei versi cos strani. Non c'era nessun dubbio: quel naso era un po' troppo all'ins. Le parve quasi pi un grugno, che un vero e proprio naso. E anche gli occhi erano un po' troppo piccoli per essere quelli di un bambino. In sostanza, l'aspetto generale non piacque troppo ad Alice. "Forse stava solo singhiozzando" pens. Allora gli guard di nuovo gli occhi, per vedere se c'erano lacrime. No, non c'erano lacrime. "Se adesso ti metti a trasformarti in un porcellino, caro mio!" disse Alice, seria, "non voglio avere pi niente a che fare con te, t'ho avvertito!" Il piccolo singhiozz di nuovo (oppure grugn, non era proprio possibile stabilirlo). Cos per qualche istante rimasero in silenzio tutti e due. Alice cominci a pensare: "Che me ne far, di questa creatura, quando sar a casa?" Allora il neonato dette in un nuovo grugnito, ma cos forte che Alice gli lanci uno sguardo spaventato. Adesso non era pi possibile sbagliarsi. Il neonato era un Porcellino, un Porcellino vero. Alice pens che sarebbe stato assurdo continuare a portarsi in braccio questa bestiola e la mise a terra. Allora il Porcellino trotterell con sicurezza verso il bosco e Alice si sent tranquilla. "Se fosse stato un bambino", si disse "col tempo si sarebbe fatto un orribile

ragazzo. Invece credo che diventer un magnifico maiale". E cominci allora a pensare agli altri bambini che conosceva per vedere se sarebbero riusciti degli ottimi maiali. Stava appunto dicendo tra s: "Basterebbe sapere qual la maniera..." quando vide il Gatto persiano accovacciato su un ramo, poche iarde pi avanti. Allora si interruppe. L'unica cosa che il Gatto fece, quando vide Alice, fu un sogghigno. Ad Alice, in un primo tempo, sembr che lui fosse ben disposto. Solo pi tardi not le unghie molto lunghe e i denti numerosi. Allora pens che fosse prudente trattarlo con rispetto. "Gattino persiano" cominci timidamente, perch non sapeva ancora come il Gatto avrebbe accolto quel nome. Il gatto rispose aprendo la bocca e facendo un sogghigno ancora pi grande. "Bene, compiaciuto..." pens Alice. E prosegu: "Vorresti dirmi che strada devo prendere, per favore?" "Dipende, in buona parte, da dove vuoi andare" rispose saggiamente il Gatto. "Dove, non mi importa molto" disse Alice. "Allora qualsiasi strada va bene" disse il Gatto. "... purch arrivi in QUALCHE POSTO" aggiunse Alice per spiegarsi meglio. "Per questo puoi stare tranquilla" disse il Gatto. "Basta che non ti stanchi di camminare". Ad Alice sembr che tutto questo fosse abbastanza vero e perci pass a un'altra domanda: "Chi abita da queste parti?" "Da QUELLA parte" disse il Gatto, e fece un cenno con la zampa destra, "abita il Cappellaio. Dall'ALTRA" e fece segno con la zampa sinistra "abita la Lepre Marzolina. Puoi far visita a chi vuoi; sono matti tutti e due". "Ma io non ho nessuna intenzione di andare fra i matti!" rispose Alice un po' risentita. "Ah, non ne puoi fare a meno!" disse il Gatto. "Qui siamo tutti matti. Io sono matto. E anche tu sei matta". "Come fai a dire che io sono matta?" domand Alice. "Devi esserlo" le rispose il Gatto. "Altrimenti non saresti arrivata fin qui". Ad Alice la risposta non sembr per nulla convincente; tuttavia riprese: "E tu, come fai a dire di essere matto?" "Intanto possiamo dire che i cani non sono matti" rispose il Gatto con aria sentenziosa. "Sei d'accordo?" "S, mi pare". "Bene", prosegu il Gatto "tu sai che i cani, quando sono arrabbiati, brontolano. Quando invece sono contenti muovono la coda. Io, invece, quando sono contento brontolo; e quando sono arrabbiato muovo la coda. Perci sono matto". "Ma io quello non lo chiamo brontolare" rispose Alice. "Per me significa far le fusa". "Chiamalo come ti pare" disse il Gatto. "Vai a giocare a palla dalla Regina, oggi?" "Mi piacerebbe molto" disse Alice. "Ma finora non mi ha invitata nessuno". "Ci rivedremo l" disse il Gatto. E spar. Questo fatto non meravigli Alice per niente. Ormai aveva visto tante stranezze che, quasi, ci aveva fatto l'abitudine. Stava ancora guardando il luogo in cui, un istante prima, si trovava il Gatto, quando esso riapparve all'improvviso. "A proposito, che successo al bimbo?" disse il Gatto. "Mi ero dimenticato di chiedertelo". "Si trasformato in un maiale" rispose tranquillamente Alice. Sembrava che per lei fosse naturale vedere i gatti comparire e scomparire a quel modo.

"Lo sapevo che sarebbe finita cos" disse il Gatto. E spar di nuovo. Alice aspett un po' per essere certa che la sua scomparsa fosse definitiva. Quando vide che il Gatto non riappariva, s'incammin verso il luogo dove abitava la Lepre Marzolina. E diceva: "Di cappellai ne ho gi conosciuti parecchi. Adesso preferisco conoscere la Lepre Marzolina. Oltre tutto, siccome maggio, non sar ancora completamente matta. Perlomeno non sar matta come in marzo". Mentre diceva tali parole guard in alto e vide ancora il Gatto seduto sul ramo d'un albero. "Hai detto maiale o caviale?" le chiese il Gatto. "Ho detto maiale" rispose Alice. "E adesso spero che non continuerai ad apparire e sparire cos all'improvviso; se no mi fai girare la testa". "Va bene" disse il Gatto. E questa volta spar lentamente, a poco a poco, cominciando dalla punta della coda, per finire col suo sogghigno, che rimase nell'aria anche dopo che il resto del corpo era gi svanito. "Perbacco! Avevo visto spesso dei gatti senza sogghigno" pens Alice. "Ma non avevo mai visto sogghigni senza gatto. E' la cosa pi strana che mi sia capitata finora". Non fu necessario camminare molto, per arrivare in vista della casa della Lepre Marzolina. Alice pensava che la casa fosse quella, perch i camini avevano la forma di lunghi orecchi e il tetto era tutto ricoperto di pelo. Dato che si trattava di una casa abbastanza grande, Alice pens che, prima d'avvicinarsi, avrebbe fatto bene a dare un morso al pezzo di fungo che teneva ancora nella mano sinistra. Solo dopo essere cresciuta di un mezzo metro, ricominci ad avanzare verso la casa, ma sempre esitando: "E se fosse pazza furiosa?" si diceva. "Forse era meglio se andavo a far visita al Cappellaio".

CAPITOLO 7

UN TE' DA PAZZI Davanti alla casa, sotto un albero pieno di foglie, c'era una tavola apparecchiata per il t. Accanto a essa stavano seduti la Lepre Marzolina e il Cappellaio. In mezzo a loro due si trovava un Ghiro, che dormiva a pi non posso. La Lepre e il Cappellaio, mentre parlavano, tenevano le braccia poggiate sulla testa del Ghiro. "Non molto comodo per il Ghiro" pens Alice. "Per dorme e pu darsi che non ci faccia caso". La tavola era assai grande, ma i tre strani commensali si erano ammassati tutti in un angolo. "Non c' posto! Non c' posto!" gridarono subito ad Alice, quando la videro arrivare. "E' PIENO, di posto!" rispose Alice indignata. Poi, quasi per dispetto, si sedette su una bella poltrona vuota all'altra estremit della tavola. "Vuoi un po' di vino?" disse allora con un tono quasi incoraggiante la Lepre Marzolina. "Non vedo vino" osserv Alice. Infatti aveva guardato sulla tavola e non aveva visto altro che t. "Non ce n', infatti" disse la Lepre. "Allora non stato gentile da parte tua offrirmelo" disse Alice arrabbiata. "Non stato gentile neppure da parte tua sederti senza essere stata invitata" rispose pronta la Lepre Marzolina. "Non sapevo che fosse la VOSTRA tavola" disse Alice. "E' apparecchiata per pi di tre persone!" "I tuoi capelli avrebbero bisogno di una sforbiciata" disse il Cappellaio dopo aver osservato Alice per un pezzo e con molta curiosit. Erano le sue prime parole. "Non si fanno appunti alle persone" disse Alice severa. "E' cattiva educazione." A sentir questo il Cappellaio spalanc gli occhi. Era meravigliato, ma le sole parole che disse furono: "Perch un Corvo assomiglia a uno scrittoio?" "Ecco, ora ci sar da divertirsi!" pens Alice. "Sono contenta che mi facciano gli indovinelli". E aggiunse forte: "Credo di saperlo..." "Vuoi dire che credi di poter trovare la risposta?" domand la Lepre Marzolina. "Proprio cos" rispose pronta Alice. "Allora dimmi subito quello che credi " riprese la Lepre. "Come volete" rispose in fretta Alice. "Vi dico quello che credo... perch io quello che credo dico... la stessa cosa". "Non per niente la stessa cosa!" esclam il Cappellaio. "Vorresti forse sostenere che la frase "vedo quello che mangio" ha lo stesso significato di "mangio quello che vedo"?" "O vorresti sostenere" prosegu la Lepre Marzolina "che la frase "mi piace quello che prendo" ha lo stesso significato di "prendo quello che mi piace"?" "E vorresti forse sostenere" concluse il Ghiro (il quale sembrava che parlasse dormendo) "che la frase "respiro quando dormo" ha lo stesso significato di "dormo quando respiro"?" "Per te la stessa cosa!" disse il Cappellaio. E a questo punto la conversazione fin e tutti restarono in silenzio per un minuto, mentre Alice si sforzava di ricordare pi cose che fosse possibile dei corvi e degli scrittoi. Ma non erano molte. Il primo a rompere il silenzio fu il Cappellaio. "Che giorno del mese oggi?" domand rivolto ad Alice. Aveva tirato fuori dal taschino l'orologio e lo guardava inquieto, scuotendolo di tanto in tanto e portandoselo all'orecchio.

Alice esit per un attimo e poi rispose: "Il quattro". "E' indietro di due giorni!" sospir il Cappellaio. E guardando di traverso la Lepre Marzolina aggiunse: "Te l'avevo detto che il burro non buono per aggiustare gli orologi!" "Ma era burro del MIGLIORE!" rispose la Lepre con tono di scusa. "S, s, ma devono esserci scivolate dentro anche delle briciole" borbott il Cappellaio. "Non avresti dovuto spalmare il burro sull'orologio col coltello del pane". La Lepre Marzolina prese l'orologio e l'osserv avvilita. Poi lo infil nella sua tazza di t, lo trasse fuori di nuovo, torn a guardarlo, ma non seppe far altro che tornare alla prima osservazione. E ripet: "Eppure era burro del MIGLIORE". Alice aveva seguito tutta la scena ed era molto incuriosita. "Che strano orologio!" esclam. "Segna i giorni del mese e non le ore!" "E perch dovrebbe segnarle?" borbott il Cappellaio. "Il TUO orologio, per caso, segna gli anni?" "Naturalmente no!" rispose pronta Alice. "Se fosse cos, resterebbe immobile nella stessa posizione per un mucchio di tempo!" "Proprio come fa IL MIO!" disse il Cappellaio. Alice era molto imbarazzata. Il discorso del Cappellaio era tutto privo di senso, anche se le sue parole sembravano abbastanza chiare. "Non capisco bene" disse col tono pi gentile possibile. "Ecco, il Ghiro s' addormentato un'altra volta" disse il Cappellaio. E gli vers un po' di t bollente sul naso. Il Ghiro scosse la testa seccato e, senza neppure aprire gli occhi, disse: "Naturalmente, naturalmente; proprio quello che stavo per dire". "Hai risolto il mio indovinello?" domand allora il Cappellaio, rivolgendosi di nuovo ad Alice. "No, ci rinuncio" rispose Alice. "Qual la risposta?" "Non ne ho la pi piccola idea" disse il Cappellaio. "E io neppure" ribad la Lepre Marzolina. Alice ebbe un sospiro di sconforto: "Mi pare che dovreste spendere meglio il vostro tempo, invece di starvene a proporre indovinelli che non hanno risposta". "Se tu conoscessi il Tempo come me", rispose il Cappellaio "non parleresti di perdere LUI. E' LUI che cos". "Non capisco" disse Alice. "Naturale che non capisci!" disse il Cappellaio, scuotendo la testa con aria sprezzante. "Scommetto che non hai mai parlato col Tempo!" "Non mi pare", rispose Alice prudentemente. "Ma so che quando studio musica debbo batterlo". "Ora capisco!" disse il Cappellaio. "Ma lo sai, almeno, che lui non sopporta di essere battuto? Se tu riuscissi a restare in buon accordo con lui, ti farebbe con l'orologio tutto quello che desideri tu. Per esempio: supponi che siano le nove del mattino, l'ora in cui devi cominciare le lezioni. Ecco, basterebbe che tu mormorassi una parolina al Tempo e in un attimo sarebbero gi le dodici e mezzo, l'ora del pranzo!" ("Magari fosse l'ora del pranzo!" mormor tra s la Lepre Marzolina). "Sarebbe bello davvero" disse Alice, assorta. "Per se fosse cos... potrei non aver fame..." "Al principio forse no" disse il Cappellaio. "Per potresti fermare l'orologio sulle dodici e mezzo finch ti piace".

"Fate cos voi?" domand Alice. Il Cappellaio scosse la testa tristemente. "No, io no purtroppo" sospir. "Abbiamo litigato lo scorso marzo, proprio prima che lei diventasse matta" (e indic la Lepre col suo cucchiaino). "Fu al concerto della Regina di Cuori. Io dovevo cantare: Zitto, zitto, pipistrello, corri avvolto in un mantello! Conosci questa canzone?" "L'ho sentita, mi pare" rispose Alice. "Non ancora finita" riprese il Cappellaio. "Continua cos: Zitto, zitto, lungo il mondo vola e gira in girotondo". In quell'istante il Ghiro si scosse e, sempre dormendo, cominci a cantare: "Zitto, zitto, pipistrello". E continu a cantare, continu tanto che la Lepre e il Cappellaio dovettero dargli un pizzicotto per farlo tacere. "Insomma, avevo appena finito la prima strofa", riprese il Cappellaio "quando la Regina salt in piedi e si mise a urlare: "Sta assassinando il Tempo! Tagliategli la testa, la testa!"" "Ma com' crudele!" esclam Alice. "Da allora", concluse il Cappellaio con voce smorzata "il Tempo non vuol fare pi niente di ci che gli chiedo. Cos per me sono sempre le sei del pomeriggio". A questo punto Alice si rese conto di tutto chiaramente: "E' per questo che avete apparecchiato per il t?" domand. "Appunto per questo" rispose il Cappellaio con un sospiro. "E' sempre l'ora del t e non abbiamo neppure un po' di tempo per lavare le posate". "Allora vi spostate in giro per il tavolo, via via che lo sporcate" disse Alice. "Esattamente" rispose il Cappellaio, "appena le posate sono state usate". "E quando dovete ricominciare il giro?" prov a chiedere Alice. "Meglio cambiar discorso" interruppe la Lepre sbadigliando. "Sono stufa di sentir parlar di questo. Propongo che la signorina ci racconti una storia". "Mi dispiace, non ne conosco nessuna" disse Alice con voce allarmata a tale proposta. "Allora ce ne racconter una il Ghiro!" gridarono insieme la Lepre e il Cappellaio. Poi cominciarono a pizzicarlo da tutte le parti: "Sveglia, Ghiro!" gridavano. Il Ghiro apr gli occhi con aria pigra: "Non dormivo" disse con voce roca e debole. "Ho sentito tutto quello che avete detto". "Raccontaci una storia!" disse la Lepre Marzolina. "S, per favore, raccontala!" supplic Alice. "Raccontala subito, altrimenti ti riaddormenti prima di finirla" aggiunse il Cappellaio. "C'erano una volta tre sorelline", cominci il Ghiro in tutta fretta "che si chiamavano Elsi , Tilli e Luisa, e vivevano in fondo a un pozzo..." . "E che cosa mangiavano?" domand Alice, la quale era sempre molto interessata a questo problema. "Mangiavano melassa" rispose il Ghiro, dopo aver esitato un po'. "Ma non potevano!" esclam pronta Alice, sforzandosi per d'essere gentile. "Si sarebbero ammalate". "Infatti lo erano" disse il Ghiro. "Erano MOLTO ammalate".

Alice prov allora a immaginare come le tre sorelline potessero vivere in un modo tanto insolito. Per non riusciva a immaginarselo e fin per confondersi. Alla fine dovette domandare di nuovo: "Ma perch abitavano in fondo a un pozzo?" "Prendi un altro po' di t" disse ad Alice la Lepre Marzolina, con un tono molto premuroso. "Non ne ho ancora avuto" rispose lei offesa. "Perci non posso prenderne un altro po'". "Vorrai dire che non puoi prenderne DI MENO" disse il Cappellaio. "Ma prenderne PIU' di niente molto facile". "Nessuno ha chiesto la TUA opinione" rispose Alice. "Chi adesso che fa appunti alle persone?" disse il Cappellaio, con aria di trionfo. Alice non seppe come rispondere e pens che avrebbe fatto meglio a versarsi del t e a prendere un po' di pane e burro. Poi si rivolse al Ghiro e ripet la sua domanda: "Perch abitavano in fondo a un pozzo?" Prima di rispondere, il Ghiro lasci passare ancora qualche secondo per pensarci su, poi disse: "Era un pozzo di melassa". "Ma se non ne esistono!" osserv Alice arrabbiata. Allora il Cappellaio e la Lepre le fecero "Ssst! Ssst!" e il Ghiro disse con aria seccata: "Se non sai essere civile sar meglio che la storia te la finisci da sola!" "No, ti prego, continua" disse Alice. "Non voglio pi interromperti. Ammettiamo che ne esista UNO". "Altro che uno!" esclam il Ghiro indignato. Poi continu: "Queste tre sorelline... impararono a tirar fuori..." "Che cosa?" disse Alice, che aveva gi dimenticato la promessa. "La melassa" disse il Ghiro. E questa volta non ebbe esitazioni. "Vorrei una tazza pulita" interruppe il Cappellaio. "Spostiamoci tutti di un posto". Non appena ebbe finito di parlare, egli si spost e il Ghiro lo segu. La Lepre Marzolina fece altrettanto portandosi al posto del Ghiro e Alice a malincuore prese il posto della Lepre Marzolina. Il solo ad avvantaggiarsi del cambiamento fu il Cappellaio. Alice invece si trov molto peggio, soprattutto perch la Lepre Marzolina aveva rovesciato molto latte nel suo piatto. Alice non desiderava offendere di nuovo il Ghiro e perci riprese molto cautamente: "Non ho capito bene. Da dove tiravano fuori la melassa?" "Se da un pozzo d'acqua si tira fuori l'acqua", disse il Cappellaio " chiaro che da un pozzo di melassa si tira fuori la melassa eh, stupida?" "Ma erano DENTRO al pozzo!" disse Alice rivolta al Ghiro e facendo finta di non aver udito l'insulto del Cappellaio. "Certo che c'erano, e ci stavano bene" disse il Ghiro. Questa risposta confuse tanto la povera Alice, che lasci il Ghiro continuare il suo racconto senza altre interruzioni da parte sua. "Imparavano a tirar fuori", continu il Ghiro, sbadigliando e stropicciandosi gli occhi, perch aveva molto sonno, "e tiravano fuori cose d'ogni genere... tutte cose che cominciano per M..." "Perch quelle che cominciano per M...?" domand Alice. "E perch no?" disse la Lepre. Alice rest zitta. Intanto il Ghiro aveva chiuso gli occhi e s'era addormentato. Allora il Cappellaio gli dette un pizzicotto e il Ghiro, con un grido di dolore, riprese: "...tutte le cose che cominciano per M, come mano, misura, mela, memoria, moltissimo... per esempio noi spesso diciamo: "molto moltissimo"... avete mai visto tirar fuori da un pozzo qualcosa come "molta

moltissimo"?" "Veramente, adesso che me lo chiedi, non ricordo... " disse Alice, che era sempre pi confusa. "Allora non dovresti mai parlare" disse il Cappellaio. Una tale scortesia andava oltre ogni misura. Alice non poteva pi sopportarla, perci si alz indignata e fece per andarsene. Il Ghiro ne approfitt subito per addormentarsi e nessuno degli altri due mostr di far caso alla sua partenza, sebbene Alice si voltasse indietro un paio di volte, sperando che la richiamassero. L'ultima volta che si volt vide che stavano tentando di ficcare il Ghiro dentro la teiera. "Non torner pi in QUESTO POSTO, in nessun modo!" disse Alice tra s, avviandosi verso il bosco. "E' stato il t pi idiota al quale abbia mai preso parte nella mia vita". Aveva appena finito di parlare, quando not un albero nel cui tronco si trovava una porticina. "Com strano!" pens. "Ma oggi tutto strano. Forse meglio che entri subito". Ed entr. Ancora una volta si trov nella grande sala, accanto al tavolino di vetro che conosceva cos bene. "Questa volta sapr come regolarmi!" disse. Prese la piccola chiave d'oro, apr la porticina del giardino, dette un morso al suo pezzo di fungo (ne aveva conservato un po' in tasca) e divenne alta una trentina di centimetri. Finalmente pot entrare nel piccolo corridoio che conosciamo. Poi... si trov finalmente nel bellissimo giardino, tra le aiuole dai molti colori e le fresche fontane.

CAPITOLO 8

LA PARTITA A PALLA DELLA REGINA Vicino all'entrata del giardino c'era una grande aiuola di rose. Vi fiorivano magnifiche rose bianche, ma tre giardinieri si affannavano tutto intorno a dipingerle di rosso. Alice pens che la cosa era molto strana e si avvicin per vedere meglio. Non appena si fu avvicinata, sent uno dei giardinieri che diceva: "Sta' attento, Cinque! Non mi schizzare addosso la vernice!". "Non colpa mia" rispose Cinque seccato. "E' Sette che mi ha urtato il gomito". Sette, che aveva sentito, lo guard e disse: "E bravo Cinque! Dai sempre la colpa agli altri!". "TU faresti meglio a star zitto!" rispose Cinque. "Proprio ieri ho sentito che la Regina ha detto che ti far decapitare!" "Perch?" domand quello che aveva parlato per primo. "E' un affare che non TI riguarda, Due!" disse Sette. "Invece un SUO affare!" disse Cinque. "Adesso glielo dico io... perch hai portato alla cuoca i bulbi di tulipano, invece delle cipolle". Sette butt via il pennello e stava gi dicendo: "Di tutte le cose ingiuste..." quando gli cadde lo sguardo su di Alice, la quale li stava osservando. Si ferm di colpo e gli altri alzarono lo sguardo. Poi s'inchinarono tutti sin quasi a terra. "Per favore, volete spiegarmi" disse Alice con la voce un po' timida "perch state dipingendo quelle rose?" Cinque e Sette guardarono Due in silenzio. Due disse piano: "Vedete, signorina, il fatto che, in questo posto, avrebbe dovuto esserci un'aiuola di rose rosse. Invece noi, per sbaglio, abbiamo piantato delle rose bianche. Se la Regina dovesse scoprirlo, farebbe tagliare la testa a tutti. Per questo, come vedete, stiamo facendo il possibile per mettere le cose a posto prima che arrivi..." In quell'istante Cinque, che continuava a guardare preoccupato al di l del recinto del giardino, url: "La Regina, la Regina! ". I tre giardinieri in un baleno si buttarono allora con la faccia a terra. Poco dopo si ud un rumore di passi e Alice si volt perch voleva vedere la Regina. Per primi comparvero dieci soldati, armati di bastoni. Erano tutti simili ai tre giardinieri: avevano i corpi piatti e oblunghi, con le mani e i piedi ai quattro angoli. Dietro venivano dieci cortigiani vestiti a festa e adorni di diamanti. Anch'essi camminavano a due a due, come i soldati. Dopo di loro venivano dieci principini. Erano ornati di cuori e saltellavano tenendosi per mano a due a due. Seguivano gli ospiti, per lo pi Re e Regine. Tra di loro Alice scorse anche il Coniglio Bianco, il quale parlava svelto e nervoso e si capiva che era inquieto perch, a ogni cosa che gli dicevano, sorrideva distratto. Non si accorse neppure di Alice. Poi venne avanti il Fante di Cuori, che portava la corona del Re su un cuscino di velluto cremisi. Infine, in coda alla lunga processione, avanzarono IL RE E LA REGINA Dl CUORI. Alice rimase incerta per un po', chiedendosi se doveva buttarsi con la faccia a terra, come i tre giardinieri. Per ricordava che non aveva mai sentito parlare di una simile abitudine di fronte ai cortei reali; "d'altronde, a che cosa servirebbe un corteo", pens "se la gente deve buttarsi a pancia a terra e non pu vedere niente?" Perci rimase in piedi e aspett.

Non appena il corteo arriv davanti ad Alice, si ferm e tutti la guardarono. La Regina chiese con voce severa: "Chi quella?". Il Fante di Cuori, in segno di risposta, s'inchin e sorrise. "Idiota!" disse la Regina, scuotendo impaziente la testa; e rivolta ad Alice: "Come ti chiami, bambina?" "Mi chiamo Alice, agli ordini di Vostra Maest" disse Alice con molto garbo. E intanto pensava: "In fondo non si tratta che di un mazzo di carte. Perch dovrei averne paura?". "E QUESTI chi sono?" disse la Regina, indicando i tre giardinieri che erano ancora prostrati vicino all'aiuola di rose. Perch, vedete, fin quando quei tre continuavano a starsene con la faccia a terra, la Regina non avrebbe mai potuto sapere se erano giardinieri, soldati, cortigiani o magari i suoi figli. Il loro dorso era identico a quello di tutto il mazzo. "Come faccio a saperlo IO?" disse Alice, sorpresa per il suo stesso coraggio. "Non una cosa che MI riguarda". A queste parole il volto della Regina divent rosso per la rabbia. Dopo aver rivolto ad Alice uno sguardo feroce, essa url: "Tagliatele la testa! Via...". "E' una parola!" disse Alice, con voce alta e sicura. La Regina rimase muta. Il Re pos la mano sul braccio della consorte e disse timidamente: "Rifletti, mia cara: solo una bambina!". La Regina, furiosa, volt le spalle al marito. Poi disse al Fante: "Voltali". Il Fante esegu l'ordine e volt un piede. "Alzatevi!" tuon allora la Regina con la voce stridula e infuriata. I tre giardinieri balzarono in piedi e cominciarono a inchinarsi al Re, alla Regina, ai principini e a tutti gli invitati. "Finitela!" url la Regina. "Mi fate girare la testa. Che cosa facevate, qui?". "Agli ordini di Vostra Maest, noi stavamo..." disse Due molto umilmente e mettendo un ginocchio a terra mentre parlava. "Vedo! " esclam la Regina, che intanto aveva esaminato attentamente le rose. "Tagliate loro la testa!" Il corteo riprese il suo cammino e restarono indietro soltanto tre soldati incaricati di giustiziare gli infelici giardinieri. Ma questi corsero a rifugiarsi accanto ad Alice. "Non riusciranno a decapitarvi" disse Alice. E li mise in un grosso vaso di fiori che stava l vicino. I tre soldati cercarono i giardinieri per un minuto o due, guardandosi intorno, poi se ne andarono tranquilli appresso agli altri. "Avete tagliato quelle teste?" domand loro la Regina. "Sono state tagliate, Vostra Maest!" risposero in coro i tre soldati. "Bene!" grid la Regina. "Sai giocare a palla?" I soldati rimasero in silenzio. Tutti guardarono Alice, perch la domanda era rivolta evidentemente a lei. "S" rispose Alice. "Vieni qui, allora!" rugg la Regina. E cos anche Alice si un al corteo, curiosa di vedere che cosa stava per accadere. "Che bella giornata!" disse accanto a lei una voce timida e sottile. Al suo fianco stava il Coniglio Bianco, che la scrutava con molta attenzione. "E' vero!" rispose Alice. "Ma dov' la Duchessa?" "Ssst! ssst!" bisbigli allora il Coniglio, guardandosi sospettoso alle spalle. Poi si alz in punta di piedi, avvicin la bocca

all'orecchio di Alice e le sussurr: " E' stata condannata a morte". " Perch?" disse Alice. "Hai detto: "Che peccato"?" domand il Coniglio. "No, non l'ho detto" disse Alice. "Non credo che sia poi un gran peccato. Ho detto: "Perch"?" "Ha tirato le orecchie alla Regina... " disse il Coniglio. Ma Alice scoppi a ridere. "Oh, ssst!" mormor Coniglio, con tono spaventato. "La Regina potrebbe sentirti! La Duchessa era arrivata tardi e la Regina le aveva detto..." "Ai vostri posti!" grid a questo punto la Regina con voce di tuono. Tutti si misero a correre in ogni direzione, tanto che si urtavano l'un con l'altro. Per dopo un paio di minuti tutti furono a posto e il gioco cominci. Alice pensava che non aveva mai visto un campo da gioco cos curioso in tutta la sua vita. Era tutto pieno di solchi e di zolle. I porcospini, vivi, facevano da palle. I fenicotteri da mazze, con cui bisognava colpire la palla per farla entrare in porta. Le porte, poi, erano i soldati, che dovevano restare piegati ad arco, tenendo contemporaneamente le mani e i piedi a terra. Per Alice la difficolt maggiore fu di abituarsi a maneggiare un fenicottero vivo come mazza. In ogni modo riusc ad aggiustarsi in qualche modo quell'uccello sotto il braccio, lasciando che le zampe andassero per conto loro. Per ogni volta che tentava di mettere il collo dell'animale nella posizione giusta per dare un colpo al porcospino, l'uccello si voltava a guardarla con un'aria cos buffa, che Alice non poteva trattenersi dal ridere. E quando, dopo avergli rimesso gi la testa, si preparava a un nuovo tiro, s'accorgeva che il porcospino, stanco d'aspettare, se n'era andato per i fatti suoi dopo essersi srotolato tutto. In pi c'era sempre una zolla o un solco che impediva il tiro ad Alice, sia nell'una che nell'altra direzione. A loro volta i soldati, piegati ad arco, si rimettevano dritti e andavano da un punto all'altro del campo. Cos Alice fu costretta a concludere che per lei il gioco era troppo difficile. Tutti i giocatori ormai giocavano senza rispettare i loro posti, a ogni istante avvenivano litigi o battaglie per appropriarsi di qualche palla-porcospino. Ben presto anche la Regina fu presa dalla furia del gioco: pestava i piedi e non faceva che gridare continuamente: "Tagliategli la testa!" oppure "Tagliatele la testa!". Alice era piuttosto preoccupata: a dire la verit non aveva ancora avuto questioni con la Regina, ma sapeva benissimo che questo poteva succedere da un momento all'altro. "E allora", pensava "che sar di me? E' una fissazione questa di voler tagliare le teste a ogni costo! C' da meravigliarsi che non siano ancora tutti morti!" Era disperata. Si guard intorno per cercare una via d'uscita, un posto dal quale potesse svignarsela senza essere vista. Allora si accorse che qualcosa di strano compariva all'improvviso, come sospeso a mezz'aria. Dapprima ne rest molto impressionata, ma dopo un po' riusc a scorgere nella visione un sogghigno, e disse fra s "E' il Gatto persiano: ora finalmente potr parlare con qualcuno!" "Come va?" domand il Gatto, non appena apparve di lui quel tanto di bocca che bastava per parlare. Alice aspett che comparissero anche gli occhi e poi scosse il capo. "E' inutile parlare" si diceva. "Aspetter che compaiano le orecchie, o almeno una". Un attimo dopo infatti era gi comparsa tutta la testa. Alice abbandon il suo fenicottero e cominci a raccontare al Gatto com'era andata la partita a palla. Era contenta che ci fosse finalmente qualcuno ad ascoltarla. Il Gatto evidentemente pensava che fosse gi abbastanza quello che era visibile di lui, perch il resto del corpo non apparve pi.

"Credo anche che imbroglino" cominci a dire Alice con voce lamentosa. "E litigano cos aspramente tra di loro, che non riescono neanche a sentirsi l'uno con l'altro... sembra che nessuno abbia un compito di squadra e anche se l'avessero nessuno ci bada... e poi non hai idea di come uno si confonda a giocare con tutte queste cose vive. Per esempio, sto per infilare una porta e fare un punto ed ecco che all'improvviso la porta se ne va all'altro lato del campo... Per dirtene una, poco fa stavo per fare goal nella porta della Regina quando il mio porcospino scappato via proprio nel momento in cui stavo per segnare!" "Ti piace la Regina?" le chiese il Gatto a bassa voce. "Per niente!" rispose pronta Alice. "E' cos..." Non fin la frase perch s'accorse d'avere alle spalle la Regina, "... cos brava, cos brava" aggiunse "che sar gi molto non fare troppa brutta figura nella partita". La Regina sorrise e pass oltre. "Con chi STAI parlando?" chiese poi il Re avvicinandosi ad Alice e guardando con molta curiosit la testa del Gatto. "E' un mio amico... il Gatto persiano", disse Alice. "Permettete che ve lo presenti?" "Ha uno sguardo che non mi piace per nulla" disse il Re. "Comunque, se proprio vuole, pu baciarmi la mano". "Preferisco di no" rispose il Gatto. "Non essere insolente!" disse il Re. "E non guardarmi cos!" Intanto, mentre parlava, si era messo dietro ad Alice. "Un gatto pu guardare un Re" disse Alice. "L'ho letto in qualche posto, ma non ricordo dove". "Mandatelo via!" grid il Re, indignato. Poi chiam la Regina, che in quel momento passava di l, e grid: "Mia cara, vuoi farmi il favore di mandare via quel Gatto?" La Regina, che aveva un unico modo di risolvere le difficolt, di qualsiasi genere, grid: "Tagliategli la testa!". E non degn il consorte neppure di uno sguardo. "Corro io stesso a cercare il boia" disse subito il Re. E vol via. Alice pens di guardare un po' il gioco, dato che la voce irata della Regina giungeva da lontano. Aveva gi sentito condannare a morte tre giocatori per essersi assentati e la cosa la impensieriva molto. La partita era diventa cos confusa, che non era pi possibile sapere quale fosse il proprio posto. Alice si mise perci alla ricerca del suo porcospino. Il suo porcospino aveva ingaggiato battaglia con un altro porcospino. Questo sembr ad Alice una magnifica occasione per colpirli e segnare due punti in una volta. Ma c'era una difficolt: il suo fenicottero se n'era andato dalla parte opposta del campo e di qui tentava inutilmente di volarsene su un albero. Quando Alice, dopo aver catturato il fenicottero, torn sui suoi passi, s'accorse che la battaglia tra i due porcospini era finita: essi non c'erano pi. "Pazienza!" pens Alice. "E poi se ne sono andate via anche le porte". Cos dicendo si mise sotto il braccio l'uccello, perch non scappasse di nuovo, e torn a conversare col suo amico. Mentre si dirigeva verso il posto dove aveva lasciato il Gatto persiano, si accorse che una grande folla si era raccolta intorno a lui. Era sorto un litigio clamoroso tra il boia, il Re e la Regina, e tutti e tre gridavano insieme a perdifiato. Gli altri intanto stavano a guardare in silenzio e sembravano tutti a disagio.

Quando apparve Alice, i tre contendenti la chiamarono in causa perch risolvesse la questione. Ognuno le ripet i suoi argomenti. Ma siccome continuavano a parlare in coro, ad Alice riusc molto difficile capire quel che dicevano. Il boia diceva che non si poteva tagliare una testa se questa non era attaccata a un corpo. Diceva anche che una cosa simile non l'aveva mai fatta e non voleva cominciare a farla alla sua et. Il Re argomentava che ogni cosa con una testa pu essere, com' chiaro, decapitata. Il resto erano tutte sciocchezze. La Regina argomentava che, se non si fosse fatto qualcosa subito, avrebbe fatto decapitare tutti. (Questo argomento era, come tutti possono constatare, non solo il pi convincente, ma anche tale da suscitare nell'intera comitiva le pi vive preoccupazioni). In tutta questa confusione, Alice non trov niente di meglio che rispondere: "Il Gatto appartiene alla Duchessa; meglio chiedere a LEI". "E' in prigione " disse la Regina; si rivolse al boia e ordin: "Conducila qui". Il boia part come un fulmine. Nello stesso momento la testa del Gatto cominci a scomparire. Quando il boia torn con la Duchessa, la testa era completamente svanita nell'aria. Allora il Re e il boia, non riuscendo a rendersi conto di una cos strana scomparsa, continuarono a correre in su e in gi per il campo alla ricerca di quel Gatto sfacciato. Gli altri invece ripresero a giocare.

CAPITOLO 9

STORIA DELLA FINTA TARTARUGA "Non puoi immaginare che piacere mi fa rivederti, mia cara e vecchia amica!" disse la Duchessa ad Alice prendendola sotto braccio e incamminandosi con lei. Alice fu molto contenta di vederla cos di buon umore e pens che era forse colpa del pepe se l'aveva trovata tanto bisbetica quando era stata nella sua cucina. "Quando IO SARO' Duchessa", si diceva (tuttavia non ne era molto convinta) "nella mia cucina non ci sar neanche un granello di pepe. Del resto la zuppa ottima anche senza pepe. Anzi credo che sia proprio il pepe a rendere la gente cos irascibile" aggiunse molto compiaciuta d'aver trovato una nuova regola di vita. "L'aceto inacidisce, la camomilla rende amari... e...e... lo zucchero d'orzo e le cose dello stesso tipo rendono i bambini amabili e gentili. I grandi dovrebbero saperlo: non starebbero pi a lesinarci i dolci". Seguendo il corso di questi pensieri, Alice aveva quasi dimenticata la Duchessa. Perci ebbe un sussulto quando la Duchessa fece sentire la sua voce accanto a lei. "Stai pensando a qualcosa, cara?" le domand. "Ecco perch ti sei dimenticata di parlare. Non posso dirti adesso quale sia la morale di tutto ci, ma tra un minuto me ne ricorder". "Forse non c' " si arrischi a osservare Alice. "Eh, no, cara!" disse la Duchessa. "Tutte le cose hanno una morale: basta saperla trovare". A questo punto si avvicin ancor di pi ad Alice, la quale per non aveva piacere di starle cos vicina. Primo, perch la Duchessa era MOLTO brutta, e, secondo, perch aveva proprio l'altezza esatta per ficcarle il mento contro la spalla: ed era un mento terribilmente appuntito. Tuttavia Alice non volle mostrarsi sgarbata e sopport la vicinanza con pazienza. "Sembra che il gioco vada un po' meglio adesso" disse tanto per dire qualcosa. "Proprio cos" disse la Duchessa. "E la morale di questo ... oh, l'amore, l'amore a far girare il mondo". "Qualcuno ha detto", rispose Alice "che il mondo avrebbe girato molto meglio se ognuno avesse pensato soltanto agli affari suoi". "Ma la stessa cosa" disse la Duchessa, conficcando il suo mento appuntito nella spalla di Alice. "E la morale questa: preoccupati del significato e le parole si metteranno a posto da s". "E' una mania voler trovare la morale in tutte le cose!" pens Alice. Dopo una pausa, la Duchessa riprese: "Scommetto che ti stai chiedendo perch non passo il braccio attorno alla tua vita. Ma una ragione c'. Ho paura del tuo fenicottero. Posso provare?" "Potrebbe beccare" rispose prudentemente Alice, che non sembrava molto ansiosa di fare quella prova. "Giustissimo" disse la Duchessa. "I fenicotteri e la mostarda pizzicano. E la morale questa: "Gli uccelli della stessa specie vanno a stormi"".

"La mostarda non un uccello" osserv Alice. E la duchessa rispose: "Tu hai sempre un modo molto chiaro di esporre le cose!" "Credo sia un minerale" disse Alice. "Certo" disse la Duchessa. Essa sembrava pronta a confermare tutto quello che diceva Alice. "Qui vicino c' una grande miniera di mostarda. E questa la morale: "Pi ne avrai tu e meno ne avr io"!" "Oh, io lo so!" esclam Alice, che non aveva udito le ultime osservazioni della Duchessa. "E' un vegetale. Non sembra, ma un vegetale". "Sono quasi d'accordo con te" disse la Duchessa. "E la morale questa: "Sii quello che vuoi sembrare di essere". Oppure, per dirlo pi semplicemente: "Non immaginare mai n d'essere diversa da quello che pu sembrare agli altri che tu sia o possa essere stata o potresti diventare; n diversa da quella che avresti dovuto essere per apparire agli altri diversa"". "Forse capirei meglio" disse Alice molto educatamente a se lo avessi davanti scritto. Cos a voce, mi dispiace, non riesco a star dietro alle parole". "Questo non niente! Se tu sapessi quali cose potrei dire, se ne avessi voglia!" rispose la Duchessa compiaciuta. "Prego, non si affatichi troppo a dire qualcosa di cos lungo!" replic Alice. "Oh, non parlarmi di fatica!" disse la Duchessa. "Ti regalo con piacere tutto quello che ho detto finora". "E' un regalo molto a buon mercato" pens Alice. "Meno male che quando compio gli anni non mi fanno regali come questo!" Tuttavia non os esprimere il suo pensiero ad alta voce. "Stai ancora pensando?" le chiese la Duchessa, dandole un altro colpo col suo mento a punta. "Ne avr pure il diritto!" rispose Alice seccamente. Ormai cominciava ad arrabbiarsi. "Ne hai lo stesso diritto che hanno i porci di volare!" esclam la Duchessa. "E la morale..." A questo punto, con grande sorpresa di Alice, la voce della Duchessa si spense, proprio mentre pronunciava la sua parola preferita: "morale". Il braccio infilato sotto quello di Alice cominci a tremare. Alice allora alz gli occhi e vide che davanti a loro c'era la Regina, con le braccia conserte e le ciglia aggrottate. "Spira aria di temporale" pens Alice. "Bella giornata, Maest!" cominci a dire la Duchessa con voce fioca e spaurita. "Ti avviso finch sei in tempo" tuon per tutta risposta la Regina, che intanto batteva furiosa il piede per terra. "Una delle due, o tu o la tua testa, deve sparire di qui all'istante. Scegli!" La Duchessa non esit un istante nella scelta. Un attimo dopo era scomparsa. "Continuiamo la partita" disse la Regina ad Alice. Alice era troppo spaventata per poter dire una sola parola. Perci la segu lentamente, a capo chino. Gli altri invitati, intanto, avevano approfittato dell'assenza della Regina per sdraiarsi all'ombra e riposare. Ma non appena la videro tornare, si affrettarono a riprendere il gioco, spaventati. Un attimo di ritardo avrebbe potuto costar loro la testa. Per tutto il tempo che dur la partita, la Regina non smise mai di litigare coi giocatori e di gridare di tanto in tanto: "Tagliategli la testa!" oppure: "Tagliatele la testa!" Tutti quelli che la Regina condannava a morte venivano consegnati ai soldati, i quali perci dovevano smettere di fare da porte. Dopo mezz'ora non ci furono pi n porte n soldati. E tutti i giocatori, tranne il Re, la Regina e Alice, erano condannati alla pena capitale.

Allora la Regina smise di giocare e, quasi senza fiato, si rivolse ad Alice: "Non hai ancora visto la Finta Tartaruga?" "No" disse Alice. "E non so neppure che cosa sia". "E' quella che si usa per fare la Finta Zuppa di Tartaruga" spieg la Regina ad Alice. "Non ne ho mai vista una. E non ne ho mai sentito parlare" ripet Alice. "Vieni con me" disse la Regina. "Ti far raccontare la sua storia". Mentre camminavano, Alice sent il Re che diceva a tutti gli invitati: "Andate! Andate! Siete tutti graziati!" "Questa una buona idea!" pens Alice, che si sentiva molto afflitta al pensiero di tutte quelle esecuzioni. Dopo aver camminato un po' arrivarono dove c'era un Grifone sdraiato a dormire sotto il sole. (...) "Sveglia, pelandrone!" gli disse la Regina. "Accompagna la signorina dalla Finta Tartaruga e falle raccontare la sua storia. Io vado ad assistere alle esecuzioni che ho ordinato". Abbandon Alice sola col Grifone e and via. Ad Alice, l'aspetto della bestia non piaceva molto. Ma poi pens che in fondo poteva essere pi tranquilla se andava via con quell'animale, che se restava accanto a una simile Regina. Quindi aspett che succedesse qualche cosa. Il Grifone si mise a sedere, si strofin gli occhi e aspett che la Regina fosse sparita completamente. Allora si mise a ridere. "Che commedia!" disse un po' parlando a se stesso, un po' rivolto ad Alice. "QUALE commedia?" chiese Alice. "La SUA" chiar il Grifone. "E' tutta una sua fantasticheria. Non ho visto giustiziare mai nessuno. Vieni!" "Qui tutti mi dicono: "Vieni!" " sospir Alice. E mentre lo seguiva aggiunse: "Non ho mai ricevuto tanti ordini in vita mia". Dopo aver fatto un pezzo di strada, videro da lontano la Finta Tartaruga che se ne stava triste e desolata su una roccia. Non appena le furono pi vicini, Alice la sent singhiozzare come se avesse il cuore spezzato. Allora prov per lei una grande compassione. "Che dispiaceri ha?" domand al Grifone. Il Grifone rispose press'a poco con le stesse parole di prima: "E' tutta una fantasticheria! Non ha nessun dispiacere. Vieni!" Cos si avvicinarono alla Finta Tartaruga, la quale li guard coi suoi grandi occhi pieni di lacrime, ma non disse una parola. "Qui c' una signorina" disse il Grifone "che vorrebbe conoscere la tua storia". "Gliela dir" rispose la Finta Tartaruga. Aveva una voce stanca ma profonda. "Sedetevi tutt'e due. Ma non dite niente finch non avr finito". Alice e il Grifone si sedettero e, per qualche minuto, nessuno parl. Alice pensava: "Come far a finire, se prima non comincia?" Ma continu ad aspettare in silenzio. "Una volta" disse infine la Finta Tartaruga con un profondo sospiro "io ero una tartaruga vera". Queste parole furono seguite da un lunghissimo silenzio, rotto soltanto dal rumore che faceva il Grifone, ogni tanto, raschiandosi la gola. La Finta Tartaruga, da parte sua, singhiozzava di continuo e rumorosamente. Alice stava per alzarsi e dire: "Grazie, signora, per l'interessante racconto". Ma poi non lo fece perch pens che DOVEVA esserci un seguito e rimase seduta senza parlare. "Quando eravamo piccoli", continu finalmente la Finta Tartaruga, con pi calma, ma singhiozzando ancora di tanto in tanto, "ci misero in un collegio in fondo al mare. La maestra era una vecchia Tartaruga e noi la chiamavamo Testuggine..." "Perch la chiamavate cos?" domand Alice.

"La chiamavamo Testuggine perch era la maestra, disse irritata la Finta Tartaruga. "Che cos'hai nella testa?" "Dovresti vergognarti di fare domande cos stupide!" aggiunse il Grifone. E tutti e due gli animali restarono a guardare Alice in silenzio. Alice avrebbe voluto sprofondare sotto terra. Alla fine il Grifone disse alla Finta Tartaruga: "Fai presto, vecchia! Non vorrai metterci tutto il giorno!" La Tartaruga riprese: "S, eravamo dunque in un collegio in fondo al mare, anche se tu non ci credi..." "Non ho detto che non ci credo!" protest Alice. "S, che l'hai detto!" sostenne la Finta Tartaruga. "Zitta!" intim il Grifone ad Alice, prima che lei potesse rispondere. La Finta Tartaruga continu: "Ricevemmo la migliore educazione... infatti andavamo a scuola tutti i giorni..." "Anch'io andavo a scuola tutti i giorni" disse Alice. "Non dovresti vantarti tanto, di questo". "Era una scuola coi corsi speciali?" domand la Tartaruga con voce ansiosa. "S" disse Alice. "Studiavo francese e musica!" "E studiavi bucato?" domand la Finta Tartaruga. "No" rispose Alice meravigliata. "Allora la tua scuola non era una delle migliori!" disse la Finta Tartaruga con un tono molto soddisfatto. "Nella NOSTRA mettevano in fondo alla pagella: francese, musica e BUCATO: corsi speciali". "A che cosa serviva il bucato, se vivevate in fondo al mare?" domand Alice. "Non l'ho mai saputo" disse con un sospiro la Finta Tartaruga. "Ho frequentato solo i corsi normali". "Cos'hai studiato?" domand Alice. "Prima di tutto le locali e le consolanti, naturalmente" rispose la Finta Tartaruga. "Poi le quattro operazioni: Ambizione, Sostazione, Mortificazione e Derisione". "Non ho mai sentito parlare di Sostazione: che cos'?" s'azzard a chiedere Alice. Il Grifone batt le zampe. Appariva enormemente sorpreso: "Come, non hai mai sentito parlare di Sostazione?" le chiese. "Saprai, spero, che cosa significa Affrettare. " "S" rispose Alice un po' dubbiosa. "Vuol dire... spingere qualcosa... spingere qualcuno... a fare pi presto". "E allora", concluse il Grifone "se non sai che cosa significa Sostazione, vuol dire proprio che sei una sciocca!" Alice non si sent certamente invogliata a fare altre domande. Per si volse alla Finta Tartaruga e le chiese: "Che altro studiavate?" "Studiavamo anche la Scoria" rispose la Finta Tartaruga, contando le materie sulla punta delle squame. "Scoria antica e moderna e Mareografia. Poi c'era il Disdegno... la professoressa di Disdegno era una vecchia anguilla, che di solito veniva soltanto una volta alla settimana. Ci insegnava Disdegno, frittura su tela e pesce affresco". "Che cosa?" domand Alice. "Non te lo posso spiegare. A parlare di pesce affresco mi sento tutta intirizzita " disse la Finta Tartaruga. "E il Grifone non lo sa perch non l'ha mai studiato". "Non ne ho avuto il tempo " disse il Grifone. "Io ho fatto gli studi classici. Il mio maestro era un vecchio granchio, ERA".

"Non ho mai preso lezioni da lui" disse con un sospiro la Finta Tartaruga. "Insegnava Greto e Catino, vero?" "Proprio cos, proprio cos" disse il Grifone. E questa volta fu lui a sospirare. Poi tutt'e due nascosero la faccia tra le zampe. "Quante ore di scuola al giorno facevate?" domand allora Alice, per cambiare discorso."Dieci ore il primo giorno", spieg la Finta Tartaruga "nove il secondo, e cos via". "Che strano orario!" esclam Alice. "Ma per questo che si chiama scuola!" osserv stupito il Grifone. "Infatti se tu sostituisci una "a" a "uo", invece di scuola ottieni scala. E perci ogni giorno si scala un ora". Questa era una cosa del tutto nuova per Alice, la quale stette a pensarci su, prima di azzardare un'altra domanda. "E allora ogni undici giorni facevate vacanza?" "Certamente" disse la Finta Tartaruga. "E che cosa facevate il dodicesimo?" insist Alice. "Basta, non parliamo pi della scuola!" disse il Grifone con tono deciso. "Parliamo invece dei giochi adesso".

CAPITOLO 10

LA QUADRIGLIA DELLE ARAGOSTE La Finta Tartaruga trasse un profondo sospiro e si pass sugli occhi il dorso d'una squama. Poi dette un'occhiata ad Alice e stava per parlare, quando a un tratto i singhiozzi le troncarono la voce. "Sembra che abbia un osso nella gola" disse il Grifone. E si mise a scuoterla e a batterla sulla schiena. Finalmente la Finta Tartaruga riacquist la voce e, mentre le lacrime le scorrevano lungo le guance, continu: "Tu non devi aver vissuto per molto tempo in fondo al mare..." ("No davvero" disse Alice). "E forse non sei mai stata presentata a un'Aragosta..." (Alice stava per dire: "Una volta ne ho assaggiata una..." ma si trattenne in tempo e disse, invece: "No, mai"). "... e cos non puoi aver nemmeno idea di quanto sia meravigliosa una Quadriglia di Aragoste!" "No, certo" disse Alice. "Che ballo ?" "In primo luogo", spieg il Grifone "ci si dispone in una lunga fila sulla spiaggia..." "Due file!" grid la Finta Tartaruga. "Foche, tartarughe, e via di seguito. Poi, quando sono state spazzate via dalla sabbia le meduse..." "QUESTO di solito porta via qualche tempo" interruppe il Grifone. " ... si fanno due passi in avanti..." "Ognuno ha per dama un'Aragosta!" grid il Grifone. "Naturalmente", disse la Finta Tartaruga. "Si fanno due passi in avanti, ci si inchina alla dama..." "... si scambiano le Aragoste e si fa un passo indietro, sempre in fila" continu il Grifone. "Poi", prosegu la Finta Tartaruga "si lanciano le..." "... le Aragoste!" grid il Grifone, spiccando un gran salto in aria. "... in mare, il pi lontano possibile!..." "... e si corre a riprenderle a nuoto" strill il Grifone. "... si fa una capriola nell'acqua!" grid la Finta Tartaruga, saltellando come se fosse impazzita. "... si scambiano di nuovo le Aragoste!" url il Grifone. "E si ritorna sulla riva. E questa... la prima figura", disse la Finta Tartaruga, abbassando improvvisamente il tono della voce. Poi i due animali, che avevano saltato come matti fino a quel momento, tornarono di colpo a sedere tranquilli e malinconici, guardando muti la povera Alice. "Dev'essere davvero un bel ballo!" disse timidamente Alice. "Vuoi vederne una prova?" le domand la Finta Tartaruga. "Mi piacerebbe molto" rispose Alice. " Proviamo la prima figura! " disse la Finta Tartaruga al Grifone. "Possiamo fare anche senza Aragoste. Chi canta?" "Oh, canta TU" disse il Grifone. "Io ho dimenticato le parole!" A questo punto i due animali cominciarono a ballare compunti intorno ad Alice e di tanto in tanto le pestavano i piedi, dato che le si stringevano troppo vicino. Agitando le zampe anteriori per battere il tempo, la Finta Tartaruga, con voce strascicata e malinconica, cantava: "Grida il Merluzzo alla Lumaca: ''Presto!

Non vedi l'Aragosta? Ha il piede lesto. Ahi, sulla coda c' un Porco di mare! Ma a che ora hai intenzione d'arrivare? Vuoi o non vuoi? Vuoi venire al ballo? Vuoi o non vuoi? Vuoi venire al ballo? E' un sogno che non puoi immaginare stare con le Aragoste in mezzo al mare. La Lumaca risponde: "No, non posso. Troppo lontano. A correre mi sposso". Non pu, non vuole. Non pu unirsi al ballo. Non pu, non vuole. Non pu unirsi al ballo. "Che importa se lontano?" la conforta il Merluzzo. "Su, avanti, non importa. Dall'altra parte troverai la riva e sulla terra ballerai giuliva. Vuoi o non vuoi? Non vuoi venire al ballo? Vuoi o non vuoi? Non vuoi venire al ballo?" "Vi ringrazio di cuore, veramente un bel ballo" disse Alice, contenta che fosse finito. "E mi piace moltissimo anche quella strana canzone sul Merluzzo". "A proposito di Merluzzi" disse la Finta Tartaruga. "Immagino che tu li conosca, vero?" "S", rispose Alice "spesso li ho visti a pran..." e non fin la parola. "Non so dove sia Pran" disse la Finta Tartaruga. "Ma se ne hai visti molti, saprai come sono fatti". "Certo!" rispose Alice pensierosa. "Hanno la coda in bocca... e sono tutti ricoperti di maionese!" "Riguardo alla maionese, ti sbagli" disse la Finta Tartaruga. "Il mare se la porterebbe subito via. Ma la coda in bocca l'hanno veramente, e la ragione ..." A questo punto la Finta Tartaruga sbadigli, socchiuse gli occhi, e rivolta al Grifone, disse: "Per favore, raccontale tu la ragione". "La ragione " spieg il Grifone "che vollero ballare con le Aragoste e furono buttati in mare. Siccome andarono a cadere molto lontano, si presero la coda in bocca e non poterono lasciarla pi. Ecco tutto". "Grazie", disse Alice " molto interessante. Non avevo mai saputo tante cose sui Merluzzi". "Te ne posso raccontare molte anche sui Naselli, se ti fa piacere" propose il Grifone. "Sai perch si chiamano Naselli?" "Non ci ho mai pensato" confess Alice. "Perch?" "Perch sono nipoti dei nasi! " spieg il Grifone tutto soddisfatto. Alice rest sbalordita: "Nipoti dei nasi!" ripet con aria pensosa. "Certo, dei nasi!" conferm il Grifone. "E il tuo, del resto, credi forse che sia un naso?" Alice, incrociando gli occhi, tent di scrutare il suo nasino. Era pensierosa e stette a riflettere un attimo prima di domandare: "E che cos', per favore, se non un naso?" "Guardalo bene: non un naso, un Nasello" spieg con voce spazientita il Grifone. "Qualunque Gamberetto, o Sogliola, o Anguilla lo saprebbe. E almeno, ricordatelo!" "Se il mio naso un Nasello", disse Alice, che stava ancora riflettendo su quella stupefacente rivelazione del Grifone, "se un Nasello, vuol dire che devo stare attenta ai Polipi. C' anche una canzone, che raccomanda ai Naselli di guardarsi dai Polipi". "Bisogna stare in loro compagnia" singhiozz la Finta Tartaruga.

"Bisogna! Nessun pesce prudente dovrebbe andare in giro senza essere accompagnato da un polipo". "Davvero?" domand Alice con grande sorpresa. "Certo" conferm la Finta Tartaruga. "Se un Nasello venisse a dirmi che sta per mettersi in viaggio, gli direi... " "A proposito di viaggi", intervenne il Grifone rivolgendosi ad Alice "raccontaci qualcuna delle tue avventure!" "Potrei raccontarvele... a cominciare da stamattina" disse Alice impacciata. "E' inutile cominciare da ieri, perch ieri ero un'altra". "Un'altra? Spiegati!" disse la Finta Tartaruga. "No, no! Prima le avventure" esclam impaziente il Grifone. "Le spiegazioni sono sempre troppo lunghe". Alice cominci allora a raccontare le sue avventure dal momento in cui aveva visto per la prima volta il Coniglio Bianco. Ben presto per si sent a disagio. Infatti i due animali le si erano fatti cos vicini da una parte e dall'altra, con gli occhi e la bocca spalancati, che ci volle molto coraggio per continuare il racconto. I due ascoltatori mantennero tuttavia un silenzio perfetto, fin quando Alice giunse al punto in cui aveva cantato al Bruco "Perch, pap Guglielmo", e le parole le erano venute tutte diverse. La Finta Tartaruga trasse un profondo sospiro e disse: "Molto strano!" "Pi strano di quanto potrebbe sembrare!" aggiunse il Grifone. "E' venuto tutto diverso!" ripeteva pensosa la Finta Tartaruga. "Mi piacerebbe sentirti ripetere qualche altra cosa. Dille di cominciare". Queste ultime parole erano dirette al Grifone, forse perch la Finta Tartaruga pensava che avesse autorit su Alice. "Alzati e recita la poesia del poltrone" ordin il Grifone. "Qui tutti gli animali danno ordini e fanno ripetere le lezioni!" pens Alice. "E' peggio che stare a scuola!" In ogni modo si alz e cominci a recitare la poesia. Fece molta attenzione, ma fu inutile. La povera Alice aveva la testa cos piena di Merluzzi e di Aragoste, che non capiva pi nemmeno quello che diceva. Ecco la poesia che ne venne fuori: "Io sono l'Aragosta e vi dichiaro che il mio destino veramente amaro. Da questo lato sono troppo cotta, voltatemi o mi troverete scotta. Cos dicendo muove i piedi e il naso, purtroppo nessuno ci fa caso. L'aragosta cos: se il mare in secca ha l'aria di chi vien dalla Mecca. Sparla dei pescicani ed contenta. Ma se il mare s'ingrossa, allora attenta! Il pescecane ritorna veloce e l'aragosta ha perso la voce". "Ma tutta diversa da quella che recitavo da bambino!" disse il Grifone. "Io non l'ho mai sentita" disse a sua volta la Finta Tartaruga. "Ma mi sembra una filastrocca senza senso". Alice non parlava. Seduta con la testa fra le mani, si chiedeva se le cose sarebbero mai tornate come una volta. "Spiegamela" disse la Finta Tartaruga.

"Non pu spiegartela" intervenne acidamente il Grifone. "Recita la seconda strofa, adesso". "E i piedi?" insistette la Finta Tartaruga. "Come faceva a muoverli insieme col naso?" "E' la prima figura del ballo " disse Alice. Ormai era tutta confusa per le cose che erano successe in lei e intorno a lei. Non desiderava altro che cambiare argomento. "Recita la seconda strofa" ripet il Grifone, impaziente. "Ti aiuto a cominciare: "Passando nel giardino"..." Alice non os disobbedire. Ma ormai era certa che non sarebbe stata capace di dire neppure un verso come andava detto. Tuttavia cominci con voce tremante: "Passando nel giardino, vidi con aria assorta, il Gufo e la Pantera, divorare una torta... "E' inutile che ci reciti questa roba, se non ce la spieghi! E' la poesia pi sciocca che abbia mai sentita!" l'interruppe annoiata la Finta Tartaruga. "S, meglio che tu la smetta" disse il Grifone. Alice obbed e fu contenta di farlo. "Vogliamo provare un'altra figura della Quadriglia delle Aragoste?" propose il Grifone. "Oppure vuoi che la Finta Tartaruga ci canti una canzone?" domand ad Alice. "S, s, una canzone, per piacere! Se la Finta Tartaruga vuole!" rispose Alice con tanta fretta che per poco il Grifone non si offese. "Ehm! Tutti i gusti sono gusti" comment il Grifone con aria risentita. "Avanti, vecchia: se vuoi, canta la "Canzone della Zuppa"". La Finta Tartaruga gemette in un sorriso come sempre, e con voce soffocata dai singhiozzi cominci: "Zuppa mia cara, zuppa tanto buona, che nella tazza aspetti una padrona: Chi non si ferma a sentire il tuo odore? Chi non ama sentire il tuo sapore? Zuppa mia cara, zuppa della sera, zuppa mia cara, zuppa della sera, zu-uppa della se-era zu-uppa della se-era mia caa-ra zuppa, mia caa-ra zuppa mia cara. I pesci e gli altri piatti prelibati al tuo confronto non li ho mai gustati. Zuppa mia cara, zuppa mia diletta, fra tutti i cibi sei la prediletta. Chi non darebbe ogni cosa per te? Chi non darebbe ogni cosa per te? Mia caa-ra zu-uppa mia caa-ra zu-uppa zu-uppa della see-ra, zu-uppa mia caa-ra zu-uppa". "Di nuovo il ritornello!" url il Grifone. La Finta Tartaruga stava per obbedire quando da lontano si ud un grido: "Il processo incomincia!" "Vieni!" grid il Grifone, prendendo Alice per una mano. E cominci a correre senza aspettare che la Finta Tartaruga finisse la canzone. "Che processo ?" domand Alice correndo. Il Grifone, sempre correndo, rispose soltanto: "Vieni!" E intanto correva sempre pi veloce, mentre sempre pi debolmente portata dal vento leggero, arrivava fino a loro la voce tremante della Finta Tartaruga: "Zu-uppa della see-ra, caa-ra, mia caa-ra zu-uppa".

CAPITOLO 11

CHI HA RUBATO LE TORTE? Arrivarono quando il Re e la Regina di Cuori erano gi seduti sul trono. Intorno a loro c'era una folla enorme che mormorava. Erano bestie e uccelli d'ogni tipo, mescolati a un numero imprecisato di personaggi usciti da un mazzo di carte. Davanti stava il Fante, incatenato. Al suo fianco c'erano due guardie. Il Coniglio Bianco stava accanto al Re e teneva una trombetta nella destra e un rotolo di pergamena nella sinistra. Al centro dell'Aula del Tribunale si vedeva un tavolo, sul quale c'era un grande vassoio pieno di torte che sembravano davvero squisite. Ad Alice venne l'acquolina in bocca. "Spero che finiscano presto il processo e servano subito i rinfreschi" pens. Ma non pareva che ci fossero molte probabilit che la sua speranza si avverasse. Perci Alice cominci a guardarsi in giro per passare il tempo. Prima d'allora Alice non era mai stata nell'Aula di un Tribunale, ma aveva letto molti libri e si accorse con piacere che sapeva il nome di quasi tutte le cose che vedeva. "Quello il giudice", disse "perch ha una grande parrucca". Naturalmente il giudice era il Re. Siccome sulla parrucca aveva messo anche la corona, sembrava trovarsi a disagio. Questo, a dire la verit, non si addiceva molto a un Sovrano. "Quello il banco dei giurati", pensava Alice "e quelle dodici creature" (era costretta a dire "creature" perch alcuni erano quadrupedi e altri uccelli) "credo siano proprio i giurati". Cos, orgogliosa di conoscere questa parola, la ripet due o tre volte. Infatti Alice era convinta (e non aveva torto) che fossero molto poche le bambine della sua et capaci di conoscere il significato di una parola tanto difficile. Se per invece di giurati li avesse chiamati "membri della giuria" sarebbe stato lo stesso. I dodici giurati erano tutti intenti a scrivere su certe loro lavagnette. "Che fanno?" mormor Alice al Grifone. "Non dovrebbero avere nulla da scrivere, perch il processo non ancora cominciato". "Scrivono il loro nome" rispose il Grifone in un bisbiglio. "Hanno paura di dimenticarselo prima che il processo sia finito". "Che stupidi!" disse forte Alice. Era indignata, ma si mise a tacere di colpo, perch il Coniglio Bianco aveva gridato: "Silenzio nell'Aula!" Il Re s'era messo gli occhiali e scrutava attentamente tra la folla, per scoprire chi avesse parlato. Intanto Alice si accorse benissimo, forse anche meglio che se avesse sbirciato alle loro spalle, che tutti i giurati stavano scrivendo "stupidi" sulle lavagnette. Anzi si accorse anche che uno dei giurati, non sapendo come si scrive "stupidi", aveva dovuto chiedere spiegazioni al vicino. "Prima che il processo cominci, quelle lavagnette saranno piene di scarabocchi!" pens Alice. Uno dei giurati aveva un gessetto che strideva. Naturalmente Alice NON riusciva a sopportarlo e perci si nascose dietro il giurato e, non appena le capit l'occasione, gli rub il gessetto. Lo fece con tanta rapidit che il povero piccolo giurato (si trattava di Bill, la Lucertola) non riusc a rendersi conto di dove fosse finito il suo gessetto. Perci dopo

essersi girato da tutte le parti per ritrovarlo, fu costretto a scrivere con un dito per tutta la durata del processo. Ma non gli serv molto, perch un dito non ha mai scritto su una lavagnetta. "Araldo, leggi l'accusa!" disse in quel momento il Re. A queste parole il Coniglio Bianco diede tre squilli di tromba, svolse il rotolo di pergamena e lesse: "La Regina di Cuori prepar le tartine in un giorno d'estate: ma il Furfante di Cuori, che rub le tartine, ora se l' mangiate". "Emettete il verdetto" disse il Re alla giuria. "Non ancora, non ancora!" interruppe in tutta fretta il Coniglio. "Manca ancora molto per arrivare al verdetto!" "Chiama il primo testimone" disse il Re. Il Coniglio Bianco dette tre squilli di tromba e chiam: "Primo testimone!" Il primo testimone era il Cappellaio. Egli si present tenendo una tazza da t in una mano e un crostino imburrato nell'altra. "Chiedo scusa a Vostra Maest" cominci "se mi presento con queste cose in mano, ma quando sono stato mandato a chiamare non avevo ancora finito di bere il mio t". "Avresti dovuto finire" rispose il Re. "Quando hai cominciato?" Il Cappellaio diede un'occhiata alla Lepre Marzolina che lo aveva seguito nell'Aula a braccetto col Ghiro e disse: Il quattordici marzo, MI PARE". "Il quindici" corresse la Lepre Marzolina. "Il sedici" precis il Ghiro. "Prendete nota " disse il Re, rivolto alla giuria. I giurati si affrettarono a scrivere sulle lavagnette tutt'e tre le date, fecero la somma e ridussero il totale in scellini e "pence". "Togliti il cappello!" ordin il Re al Cappellaio. "Non mio" confess il Cappellaio. "RUBATO! " esclam il Re, rivolto alla giuria. I giurati presero subito nota. "Li tengo per venderli" spieg il Cappellaio a sua giustificazione. "Non ho cappelli miei. Sono un cappellaio". A queste parole la Regina si mise gli occhiali e cominci a fissare severa il Cappellaio, che divenne pallido e preoccupato. "Fai la tua deposizione" ammon il Re. "E non essere nervoso, altrimenti ti faccio decapitare immediatamente". Evidentemente questa minaccia non serv a incoraggiare il testimone. Egli cominci a spostarsi tutto, una volta su un piede e una volta sull'altro, e guardava spaventato la Regina. Nella confusione addent la tazza invece del crostino imburrato. Proprio in quel momento Alice cominci a provare una strana sensazione e non si sent a suo agio se non quando riusc a spiegarsene la ragione: cominciava a crescere di nuovo. In un primo tempo pens di abbandonare subito l'Aula. Poi invece decise di restare dov'era finch ci fosse stato abbastanza spazio. "Per favore, non spingermi cos" le disse il Ghiro, che le stava accanto. "Non riesco neppure a respirare". "Che ci posso fare?" rispose Alice con tono dimesso. "Sto crescendo".

"Non hai diritto di crescere QUI" disse il Ghiro. "Non fare lo stupido" rispose Alice con pi coraggio. "Tu credi di non crescere mai?" "S, ma io cresco poco alla volta" disse il Ghiro. " Non in quel modo ridicolo". E, dette queste parole, si alz indignato e and dall'altro lato dell'Aula. Intanto la Regina non aveva ancora finito di fissare il Cappellaio e, mentre il Ghiro attraversava l'Aula, ordin a uno dei guardiani: "Portami la lista dei cantori dell'ultimo concerto!" L'ordine sconvolse enormemente il Cappellaio. Cominci a tremare tanto forte che le scarpe gli sfuggirono dai piedi. "Fai la tua deposizione!" ripet il Re, infuriato. "Altrimenti ti far decapitare, anche se tu non vuoi". "Sono un poveretto, Maest" cominci a dire con voce tremante il Cappellaio. "Avevo appena cominciato a bere il t... circa una settimana fa... e le fette di pane imburrato diventavano sempre pi sottili... e il tremolio del t..." "Il tremolio di CHE?" domand il Re. "Il tremolio cominci col t" tent di spiegare il Cappellaio. "Vorrai dire che comincia col T!" disse aspramente il Re. "Lo so, non sono un asino. Continua!" "Sono un poveretto..." riprese il Cappellaio "... subito dopo molte cose si misero a tremare... ma la Lepre Marzolina disse..." "Non l'ho detto!" interruppe in tutta fretta la Lepre Marzolina. "L'hai detto!" ripet il Cappellaio. "Nego!" disse la Lepre. "Lo nega" disse il Re. "Lascia perdere!" "Ad ogni modo... il Ghiro disse..." continu il Cappellaio, guardando il Ghiro con ansia per vedere se anche lui avrebbe negato. Ma il Ghiro non neg niente, perch dormiva profondamente. "Allora", continu con sollievo il Cappellaio "preparai una fetta di pane col burro..." "Ma che aveva detto il Ghiro?" domand uno dei giurati. "Questo non lo ricordo" disse il Cappellaio. "DEVI ricordartelo" disse il Re. "Altrimenti ti far decapitare. " Allora il disgraziato Cappellaio lasci cadere la tazza e il pane, si mise in ginocchio e implor: "Sono un poveretto, Maest!" "Sei proprio un povero inetto" corresse il Re. A questo punto uno dei Porcellini d'India applaud, ma fu subito tacitato dalle guardie. (Poich "tacitato" una parola difficile, vi spiegher come fecero: c'era un grande sacco, che si chiudeva da un lato con dei lacci. Il Porcellino d'India fu ficcato l dentro, a testa in gi. Poi le guardie si sedettero tutte sul sacco). "Sono contenta di averlo visto fare" pens Alice. "Avevo letto spesso nei resoconti dei processi, sui giornali: "Vi fu qualche tentativo d'applauso, immediatamente tacitato dalle guardie", ma finora non avevo mai capito che cosa significasse". "Se non sai altro sulla questione", disse il Re "scendi dalla pedana dei testimoni!" "Non posso scendere pi di cos" disse il Cappellaio. "Sono gi sul pavimento". "Allora puoi sederti" rispose il Re. A questo punto l'altro Porcellino d'India, che si trovava nell'Aula, applaud. Ma anche lui fu tacitato. "Ormai non ci sono pi Porcellini d'India!" pens Alice. "Adesso si andr avanti meglio". "Piuttosto vorrei finire il mio t" disse il Cappellaio, volgendo lo sguardo pieno di speranza

verso la Regina, che stava scorrendo la lista dei cantori. "Puoi andare" disse il Re. E il Cappellaio abbandon subito l'Aula e non pens neppure a rimettersi le scarpe. "... e tagliategli la testa" aggiunse la Regina, a uno dei guardiani. Ma il Cappellaio era gi scomparso quando il guardiano che l'inseguiva arriv alla porta. "Chiama il secondo testimone!" disse il Re. Il secondo testimone era la cuoca della Duchessa. In mano teneva la scatola del pepe. Alice indovin chi era prima ancora di vederla, per il fatto che tutti i presenti avevano cominciato a starnutire. "Fai la tua deposizione" ordin il Re. "No" rispose la cuoca. Il Re dette uno sguardo preoccupato al Coniglio Bianco, che gli disse a bassa voce: "Vostra Maest deve interrogare questo testimone". "Bene, se devo farlo, lo far" disse malinconico il Re. Incroci le braccia sul petto, corrug le sopracciglia fino a nascondere gli occhi e, con voce profonda, domand: "Di che cosa sono fatte le torte?" "Soprattutto di pepe" rispose la cuoca. "Di melassa" mormor una voce assonnata dietro di lei. "Prendete quel Ghiro!" url allora la Regina. "Decapitatelo! Buttatelo fuori dall'Aula! Sopprimetelo! Pizzicatelo! Strappategli i baffi!" Per qualche minuto nell'Aula ci fu lo scompiglio. Infine il Ghiro fu allontanato ma, quando l'ordine fu ristabilito, la cuoca era scomparsa. "Niente di male!" disse il Re con aria sollevata. Poi si volse al Coniglio e gli ordin: "Chiama l'altro testimone!" E sottovoce disse alla Regina: "Per favore, cara, dovresti interrogare tu l'altro testimone. Io ho mal di testa!" Alice guardava il Coniglio Bianco, che scorreva attento la lista, curiosa di sapere chi sarebbe stato il nuovo testimone e che cosa avrebbe detto. "... Perch FINORA i testimoni non hanno detto niente di fondato" pensava. Immaginate perci quale fu la sua meraviglia quando il Coniglio Bianco, con la voce stridula, chiam: "Alice!"

CAPITOLO 12

LA TESTIMONIANZA DI ALICE "Eccomi!" grid Alice. Era tanto emozionata che, per un attimo, dimentic di essere molto cresciuta in poco tempo e balz in piedi con tanta furia che l'orlo del suo vestito rovesci tutta la giuria. Dal banco dove si trovavano, i giurati caddero tra la folla e vi rimasero infilati a gambe all'aria. Era un quadro molto buffo e Alice ricord che qualcosa di simile le era capitato con una vaschetta di pesci rossi, da lei rovesciata la settimana prima. "VI CHIEDO scusa!" esclam Alice con aria afflitta. Poi cominci a tirarli su in tutta fretta, perch aveva davanti l'esempio dei pesciolini rossi e credeva che, se non avesse rimesso i giurati al loro posto al pi presto, sarebbero morti asfissiati. "Il processo non pu continuare" disse il Re con tono solenne "finch tutti i giurati non sono tornati al loro posto. TUTTI", aggiunse guardando Alice severamente. A queste parole Alice dette ancora un'occhiata al banco dei giurati e si accorse che nella fretta aveva messo la Lucertola a testa in gi. La povera bestiolina agitava tristemente la coda, dato che non poteva fare altro. Allora Alice l'afferr e la raddrizz. Ma intanto pensava: "Non era affatto importante. Il processo avrebbe avuto lo stesso svolgimento, in qualunque modo fosse messa la Lucertola". Non appena i giurati si furono rimessi dallo spavento di quella caduta ed ebbero di nuovo in consegna gessetti e lavagnette, cominciarono a scrivere con grande diligenza una relazione sul loro capitombolo. Tutti lo fecero, tranne la Lucertola, che sembrava enormemente occupata a guardare a bocca aperta il soffitto della sala. "Che cosa sai su quest'affare?" domand il Re ad Alice. "Niente" disse Alice. "PROPRIO niente?" insistette il Re. "Proprio niente" conferm Alice. "Questo molto importante" disse il Re rivolto alla giuria. I giurati stavano gi per scriverlo sulle loro lavagnette, quando il Coniglio Bianco intervenne: "Vostra Maest vuol certamente dire che questo non importante" sugger con tono rispettoso ma aggrottando le sopracciglia e facendo continue smorfie al Re, mentre parlava. " Naturale, naturale... non importante, volevo dire" corresse il Re in fretta. E continu a ripetere sottovoce: "Importante... non importante... non importante... importante", come per vedere quale delle due espressioni suonasse meglio. Alcuni giurati scrissero cos "importante", altri "non importante". Alice vedeva, perch era abbastanza vicina per sbirciare sulle lavagnette. "Che importanza pu avere?" si chiese. In quel momento il Re, che intanto era stato occupato a segnare qualcosa su un taccuino, grid: "Silenzio!" e lesse quello che aveva scritto: "Articolo quarantadue: "Tutte le persone alte pi di un miglio devono lasciare l'aula"". Tutti guardarono Alice.

"NON SONO alta un miglio" disse Alice. "Lo sei" asser il Re. "Quasi due, anzi" corresse la Regina. "Come volete. Io non me ne andr in ogni caso" disse Alice. "Ma questa non una vera legge. L'avete inventata voi adesso". "E' l'articolo pi vecchio del codice!" disse il Re. "Allora dovrebbe essere il numero uno!" rispose Alice. Il Re impallid per la rabbia e chiuse in tutta fretta il suo taccuino. "Pronunciate il verdetto!" disse alla Giuria, con una voce profonda che tremava per la rabbia. "Ci sono altre prove da discutere, se piace a Vostra Maest" intervenne il Coniglio Bianco, balzando in piedi. "E' stato trovato questo foglio proprio adesso". "Che dice?" domand la Regina. "Non l'ho ancora aperto" rispose il Coniglio Bianco. "Ma sembra che sia una lettera dell'imputato a... a qualcuno. " "Dev'essere proprio cos" disse il Re. "A meno che non si tratti di una lettera scritta a nessuno: ma una cosa simile, evidente, sarebbe del tutto anormale". "A chi indirizzata?" domand uno dei membri della giuria. "E' senza indirizzo" rispose il Coniglio Bianco. "La busta bianca". Mentre parlava l'apr e aggiunse: "Non esattamente una lettera: sono dei versi". "La calligrafia quella dell'imputato?" domand un altro membro della giuria. "No" dichiar il Coniglio Bianco. "E questa la cosa pi strana". Tutti i giurati apparvero imbarazzati. "Avr imitato la calligrafia di qualcun altro" disse il Re. Allora i giurati apparvero rinfrancati. "Agli ordini di Vostra Maest" disse il Fante. "Io non ho scritto quella lettera e nessuno pu provare che I'abbia fatto. E poi non c' nessuna firma in fondo". "Se non l'hai firmata", disse il Re "il tuo delitto ancora pi grave. Vuol dire che avevi in mente qualche misfatto, altrimenti avresti firmato col tuo nome e cognome, come fanno le persone oneste". A queste parole ci fu, in aula, un applauso generale. E veramente, era questa la prima cosa sensata che il Re avesse detto quel giorno. "E questo PROVA la sua colpa" disse la Regina. "Questo non prova proprio niente!" esclam Alice che era furiosa. "Non sapete neppure di che cosa si tratta!" "Leggete quei versi!" ordin il Re. Il Coniglio Bianco inforc gli occhiali e disse: "Agli ordini di Vostra Maest: da quale punto debbo iniziare?" "Inizia dall'inizio!" ordin solennemente il Re. "E vai avanti fino alla fine; poi fermati". Questi sono i versi che il Coniglio Bianco lesse tra il pi assoluto silenzio: "Mi dissero che andava lui da lei ma da lui non mi vollero portare. Quando lei mi incontr disse: "Chi sei?" ma s'accorse che non posso nuotare.

Mi mand a dire di non ritornare (noi sappiamo qual la verit): se lei s'incaricasse dell'affare non so proprio che cosa t'accadr. A lei ne detti una, e loro due a lui, e tu ne desti oltre tre a noi. Ma ora dalle mani sue son tornate tutte quante a me. Se io o lei dovessimo trovarci insieme in questo affare, a ogni costo necessario, ma senza impegnarci, chiamar lui per rimetter tutto a posto. Confesso che una volta ero convinto (prima che lei avesse questo attacco) che tu stesso ti fossi troppo spinto tra me e lei, per metterci nel sacco. Per non dirgli che lei sa gi tutto, perch questo deve essere un segreto. Un segreto tra noi, senza costrutto, inventato da un tipo un po' faceto". "Questo il pi importante capo d'accusa che sia stato esaminato finora" disse il Re, fregandosi le mani. "Pertanto la giuria..." "Se qualcuno mi sa dire che cosa significa", disse Alice, (negli ultimi minuti era cresciuta tanto che non aveva pi la minima paura a interrompere il Re) "gli dar sei pence. Per conto mio, ho l'impressione che in quella poesia non ci sia un briciolo di senso". Tutti i giurati si affrettarono a scrivere sulle loro lavagnette: "ESSA non crede che ci sia un briciolo di senso". Nessuno per si prov a spiegare la poesia. "Se non ha alcun senso", disse il Re "ci risparmia parecchi fastidi, perch cos non siamo costretti a cercarne uno. Tuttavia... tuttavia non so..." aggiunse sbirciando con un occhio il foglio con la poesia, dopo averlo poggiato su un ginocchio, "... dopo tutto mi sembra che un significato ci sia... "ma s'accorse che non posso nuotare"... Tu non puoi nuotare, vero?" continu rivolto al Fante. Il Fante scosse tristemente la testa e domand: "Vi sembra che possa farlo?" (No. Certamente egli non poteva nuotare, perch era fatto di solo cartoncino). "Finora, dunque, va tutto bene" disse il Re. Poi continu a borbottare i versi tra s: ""Noi sappiamo qual la verit"... questo senz'altro per la giuria... "A lei ne detti una, e loro due"... questa la sorte che ha riservato alle torte..." "Per subito dopo dice anche che "dalle mani sue sono tornate tutte quante a me"", disse Alice. "Infatti, eccole!" disse il Re, trionfante. E indic le torte sul vassoio. "Niente di pi chiaro. E poi... "prima che lei avesse questo attacco"... Hai mai avuto attacchi tu, mia cara?" soggiunse rivolto alla Regina. "Mai!" rispose la Regina infuriata e tir un calamaio addosso alla Lucertola. (Lo sfortunato piccolo Bill aveva smesso di scrivere col dito sulla lavagnetta, perch si era accorto che non restava nessun segno. Adesso per ricominci a scrivere in fretta e furia, servendosi dell'inchiostro che gli colava lungo il viso). "Se non hai avuto attacchi, la poesia non attacca" aggiunse allora il Re. Pos sull'assemblea uno sguardo trionfante, ma nell'Aula si fece un silenzio mortale. "E' un gioco di parole!" spieg il Re, in tono offeso. Allora l'assemblea scoppi in una risata fragorosa. "La giuria emetta il verdetto!" url il Re per la ventesima volta o quasi. "No, no!" grid a sua volta la Regina. "La sentenza prima... il verdetto dopo!" "Stupida pazza!" disse forte Alice. "Che cretina! Vuole prima la sentenza!" "Zitta!" disse la Regina. E divent paonazza. "Neanche per sogno!" ribatt Alice.

"Tagliatele la testa!" url allora la Regina con tutto il fiato che aveva in gola. Ma nessuno si mosse. "A chi credi di far paura?" disse Alice (ormai aveva raggiunto la sua statura normale), "Dopo tutto, non siete che un mazzo di carte!" Non aveva ancora finito di parlare, quando tutto il mazzo di carte si sollev in aria e cominci a volteggiarle intorno minaccioso. Alice ebbe un piccolo grido, un po' per la rabbia e un po' per la paura. Cerc di difendersi, di cacciarle via e... si risvegli sulla riva del fiume: aveva il capo posato sul grembo della sorella, la quale era intenta a toglierle dal viso le foglie secche cadute proprio allora da un albero. "Svegliati, Alice" disse la sorella. "Che sonno lungo hai fatto!" "Oh, che strano sogno ho fatto!" mormor Alice. E raccont alla sorella le strane Avventure che avete appena finito di leggere. Quando poi Alice giunse alla fine della sua storia, la sorella la baci dicendo: "E' stato davvero uno strano sogno. Ma adesso corri a far merenda. E' tardi". Alice si alz e si mise a correre pi che poteva. Ma intanto pensava ancora al suo sogno meraviglioso. La sorella rimase l, seduta, a guardare il sole che tramontava. Poi appoggi la testa sulla mano e pens alla piccola Alice e alle sue meravigliose Avventure. Allora anche lei si abbandon a un sogno, che adesso vi racconto. Sogn la piccola Alice: le sue manine stringevano le ginocchia della sorella e i grandi occhi splendenti erano fissi nei suoi. Ud ancora il suono festoso della sua piccola voce, rivide il movimento della testa che gettava all'indietro i capelli ribelli, ostinati a voler sempre ricadere sugli occhi. Mentre era intenta ad ascoltare la voce della sorellina, tutto intorno a lei si popol delle strane creature del sogno di Alice. L'erba folta si incurvava con un fruscio sotto il passo frettoloso del Coniglio Bianco... Il Topo spaventato nuotava in cerca di una via di scampo nello stagno vicino... si sentiva il tintinnio delle tazze da t della Lepre Marzolina e dei suoi amici durante il loro pranzo senza fine.. la voce acuta della Regina ordinava l'esecuzione dei suoi poveri invitati... il Porcellino starnutiva sulle ginocchia della strana Duchessa, mentre i piatti e le pentole volavano per aria... e ancora si ud nella quiete della sera il grido del Grifone, lo stridere del gessetto di Bill, gli applausi dei "tacitati" Porcellini d'India, confusi ai lontani singhiozzi dell'infelice Finta Tartaruga. Rest cos seduta, con gli occhi chiusi, e quasi credeva anche lei di trovarsi nel Paese delle Meraviglie. Eppure sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realt senza fantasia delle persone grandi. L'erba si sarebbe incurvata solo sotto il vento... lo spavento del Topo nello stagno si sarebbe mutato nel fruscio sordo delle canne... il tintinnio delle tazze della Lepre Marzolina nel rumore delle campanelle di un gregge vicino... gli strilli rauchi e fieri della Regina nella voce di un esile pastorello... gli starnuti del bimbo, il grido del Grifone, e tutte le altre strane voci del sogno, si sarebbero mutate, ne era sicura, nel clamore del cortile di una fattoria, mentre il muggito lontano degli armenti si sarebbe sostituito a poco a poco ai disperati singhiozzi della Finta Tartaruga. Alla fine tent d'immaginare la sua sorellina nel tempo in cui sarebbe diventata donna: avrebbe conservato, attraverso gli anni pi maturi, il cuore semplice e affettuoso di adesso? Chiss se un giorno avrebbe raccolto intorno a s altre bambine per far s che i loro occhi brillassero come stelle al racconto del suo (ormai tanto lontano) viaggio nel Paese delle Meraviglie. Chiss se avrebbe saputo partecipare, ancora con lo stesso cuore, ai loro piccoli dispiaceri e alle loro semplici gioie, nel ricordo della sua vita di bambina e dei suoi felici giorni d'estate.Lei era certa che Alice ne sarebbe stata capace.

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