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L’Istinto Del Branco

(Quel ramo si spezza)

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Copyright Year: © 2007 Vito Giammetta ISBN 978-1-84799-162-1

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L’Istinto Del Branco
(Quel ramo si spezza)

Pensieri impolverati sorvolano il lontano passato di un


provato ventenne. La sua religione si è smarrita, ma un’aureola
misteriosa lo trattiene ancora in vita. Bussa con cadenza le
nocche sul suo cranio. Vorrebbe capire.
– Era senz'altro bella quella pioggia che da bambini ci
bagnava senza intaccare la nostra ingenua serenità. Non era per
nulla importante sapere da dove proveniva, perché continuasse
e continuava a cadere ed entrava nelle scarpe e inzuppava i
vestiti, entrava negli occhi, ma non limitava per niente la nostra
libertà; era un altro gradevole gioco. Stregua identica, per i
leoni che giocano liberi nella propria savana; un mondo senza
dogane spettava alle nostre piccole necessità! – E’ infuriato per
una realtà divenuta, ogni giorno, più cruda ed insensata.
Manuel osserva pensieroso il revolver, calibro 22 che gingilla
tra le mani; quasi un giocattolo. Nel tamburo vi sono ancora gli
otto colpi che vi aveva reinserito il mese precedente.

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– Se devo possedere un’arma, deve essere pronta per
l’uso, in qualsiasi istante. – Mormora tra se, richiudendone il
tamburo, delicatamente.
Grazie alle considerazioni gratuite, di qualcuno, s'era convinto
che detenere una pistola scarica, fosse molto peggio che non
averla per niente. S’era reso conto personalmente dell’esattezza
di tali valutazioni e anche della superficialità del senso tuttavia
ogni errore gli sarebbe servito da lezione. Poco importava
subire conseguenze. Sembrava non avesse più senso costruire
sicurezza. Privo di desideri e speranze, da oltre un anno, faceva
assegnamento nella fatalità; assecondava, senza opporsi, tutto
ciò che la quotidianità gli proponeva.
Quella tentazione di toccarla, osservarla, giocarci, diveniva
metodicamente incontenibile. Ogni qualvolta, avvertiva con
gusto, in modo chiaro, la potenza di quello strumento di morte;
il solo possesso gli forniva una profonda soddisfazione e gli
palesava una sua meta raggiunta.
La piccola arma si trascina, ben impresse, alcune immagini di
situazioni difficili da dimenticare; gli riaffiorano ogni qualvolta
se la ritrova sotto lo sguardo. Sono sequenze focalizzate in
pochi decimi di secondo e si susseguono, l’una all'altra,
accavallandosi in un ostinato tentativo di rimozione, ma tutte
riemergono ed ognuna riappare, sempre, con la sua storia
perfettamente integra e tenace, emergendo fino alla totale
sopraffazione del tempo reale e rinarra i propri giorni d’eventi
e ripropone un’identica tensione stressante.
L’errore! Un omicidio gli aveva devastato la spensieratezza.
Sfoglia spesso le date; vorrebbe inquadrare ciò che gli resta.
Da un paio d’anni pareva un animale in fuga e fin dai
primi mesi del ‘71 si sentiva braccato da fantomatici
persecutori, ma ancor prima, era lui il cacciatore.
– Guarda un po’ come tira quel rimba! –
Andrea rimase muto. Forse, era assorto o intimidito dalla guida

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di Manuel, divenuta spericolata nel batter di ciglia e si reggeva
a fatica, con entrambe le mani, serrate ad istanti, cercando
buoni appigli sulla moto, per non sbilanciarlo in frenata.
Era una bella giornata di sole e quasi non sembrava febbraio.
Avevano appena incrociato, con lo sguardo, un ragazzo che gli
doveva qualcosa ed ora lo stavano inseguendo già da Piazza
XXIV Maggio. Avevano attraversato le Colonne di San
Lorenzo, il Largo Carrobbio e si erano infilati in Via Nerino.
– Non può beffarci! Quella moto non frena! –
Il Montesa di Manuel era meno potente ma molto più leggero
e maneggevole del Kawasaki 500 che stavano rincorrendo. Le
viuzze del centro si diramavano irregolarmente, senza semafori
e con molte incognite; fu chiaro che non dovevano perderlo di
vista. Sbucarono in Corso Magenta, poi in Piazzale Cadorna.
Andrea contribuiva a dargli il via libera ad ogni intersezione,
ma non riuscivano a raggiungerlo perché Pietro non rallentava
neanche ai semafori rossi. Saliva sul marciapiede per
guadagnare la fila delle auto incolonnate e s’insinuava, di
prepotenza, nel traffico dei crocevia. In Foro Buonaparte, due
motociclisti della Polizia si misero alle loro calcagna. Manuel
non si faceva distanziare. Pietro imboccò per Via Monte di
Pietà, anche lui era penalizzato dal passeggero; lei aveva
capelli lunghi, appena riccioluti, rossicci e parve abbastanza
carina e volgeva lo sguardo con aria agitata e poi aggiornava il
suo pilota, ma per entrambi i segugi, era una ragazza
sconosciuta. Nessuno dei quattro indossava il casco; si riteneva
superfluo negli spostamenti cittadini. Il casco si usava con il
maltempo e per le lunghe escursioni e sia Andrea sia Manuel
presentivano che in quel frangente, il fastidioso copricapo
sarebbe stato balsamico. Non aveva mai spremuto il motore del
suo fuoristrada in quel modo. Faticava a mantener bassa la
ruota anteriore, poiché le repentine accelerazioni tendevano a
far impennare la moto e lo stesso non si conteneva. Manuel, fin

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troppo concentrato, stava tirandole il collo senza neanche
considerare il suo passeggero. Via Turati, Piazza della
Repubblica, Via Victor Pisani; erano trascorsi pochi minuti e
mezza città, alle loro spalle, era stata macinata senza un
briciolo di buonsenso. In Piazzale Loreto gli era ormai addosso
ma Pietro, ancora una volta, ignorò tutti i semafori del
perimetro e tagliando il lento traffico trasversale, affrontò in
piega la grossa rotatoria, senza alcun meditare; il Viale Monza
poteva dargli un vantaggio definitivo. Infatti, dopo trecento
metri, il Montesa era già a palla, ma lo stesso non volle
desistere; nel lungo viale c’erano molti semafori da superare
prima che il rivale potesse raggiungere l’autostrada.
Sorpassavano le auto sul filo del marciapiede dello
spartitraffico e le pedivelle spesso scintillavano sul granito del
bordo. Pietro continuò la sua fuga nello stesso modo, ma fu
bloccato, irrimediabilmente, da una delle auto in transito ad un
incrocio. Non riuscì a scansarla e ne sfondò una portiera;
l’impatto fu violento. Entrambi i fuggiaschi furono catapultati
oltre il crocevia volando sopra l’auto e la ragazza finì
spiaccicata contro un lampione. Alcuni passanti, più che
spaventati, già si protendevano verso di lei. Dieci metri più
avanti, la moto aveva terminato la sua corsa, strisciando
sull’asfalto; ora, sembrava piegata in due. Altri frammenti
erano sparsi in mezzo alla strada. S’intravide Pietro, mentre
ancora rotolava rapidamente, quasi volesse sfuggire all’inerzia
della sua stessa moto. Pareva non avesse patito nulla.
I due sul Montesa proseguirono lenti oltre il sinistro, ma di lui
non scorsero traccia. Consapevoli di essere inseguiti a loro
volta, si allontanarono dall’incidente, prendendo vie traverse.
Confabulavano ipotesi su chi poteva essere la malcapitata; era
rimasta accasciata, inerte, sul ciglio del viale ma sospettando
che quella Kawasaki fosse rubata, contennero dubbi e interessi.
La resa dei conti restava aperta!

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Il TG della sera parlò della loro incauta scorrazzata e diffuse le
generalità della ragazza dai capelli rossi: una studentessa,
appena maggiorenne, della zona navigli. Era morta sul colpo!
La moto risultò rubata. Il cronista, fornendo altri vaghi dettagli,
s’inventò che il proprietario della moto si sarebbe accanito
nell’inseguimento del ladro.
Manuel, da oltre tre anni, frequentava stabilmente il
Parco Solari; muovendosi in moto si univa agli amici
prontamente. Gli aveva affibbiato l’epiteto Mucchio Selvaggio
e l'insieme di tutti gli avventori vi s’identificava degnamente; il
branco aveva un nome! Scoprì, un anno dopo, nel 70,
l’esistenza di una piccola rivista di musica rock con lo stesso
titolo, ma non articolava di loro. Si rese conto che la sua
trovata non fosse per nulla originale, tuttavia immaginò che il
termine fosse propagato dalla loro sommersa notorietà.
Succedeva di peggio, poiché con quell’appellativo, gli estranei
all’ambiente attribuivano al Solari anche le scorribande d’altri
motociclisti. L’identità era confusa, ma il fatto poteva offrire
pari vantaggi: erano temuti.
Si autodefiniva, ironicamente e per spavalderia, anche lui un
"randa". Il termine randa sembrava essere il diminutivo di
randagio ma nel loro gergo, esprimeva un concetto più
appropriato che identificava coloro che non seguivano la
dottrina di gruppo; questi, per abitudine, si coordinavano con
assoluta indipendenza e rimanevano, in circostanze, privi di
scrupoli e di senso morale, verso chiunque, amici compresi.
In quel periodo era ancora un temerario indomito, uno spirito
gagliardo, da tutti considerato un simbolo, per la sua abilità di
pilota. Si raccontavano le sue fughe alla Polizia, in sella alla
moto da cross che pur priva d'immatricolazione, l’adoperava di
consueto, per circolare in città. Personalizzata anche nei colori,
la sua moto era troppo bella perché rimanesse nascosta,
abbandonata inerte, nel precluso buio del box. Il solo sfoggiarla

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gli conferiva un’enorme soddisfazione ma anche le prestazioni
erano esuberanti. Andava fiero della sua passione.
La sua dedizione lo aveva spinto a smontarla completamente,
verificarne l'usura, e poi rimontarla con minuziosa devozione.
Geloso del suo operato, aveva eseguito l'attività, con insolita
riservatezza, nella sua mansarda, al quinto piano di un edificio
di Viale Gian Galeazzo. Tutte le parti erano state fatte
riverniciare o cromare seguendo i canoni della sua fede e della
sorprendente fantasia.
Fece clamore anche l'uscita d’esordio.
Per portarla in strada, v’era salito in sella, a motore spento ed
era sceso sulle strette rampe di scale dei cinque piani
dell'edificio, in sur-place, senza farsi scoprire dai suoi
suscettibili vicini d’appartamento. Fu, mentre usciva dal
portone, spingendola a mano, che il portiere lo notò; con tono
irritato, gli confermò che nel cortiletto condominiale, non fosse
consentita l'introduzione né di moto né di biciclette. Manuel
s’era scusato prontamente senza replicare.
Munito di licenza, aveva subito iniziato a correre in
vere gare di fuoristrada. Il Ktm 125, immatricolato e prediletto,
gli serviva per disputare il Campionato Regionale Regolarità,
ma per conseguire buoni risultati, non bastava una moto
perfetta; anche in questo sport, era necessario ottemperare in un
costante allenamento specifico ed abituare i polmoni, le gambe,
le braccia, la testa. L'allenamento più idoneo a dominare quel
propulsore, gli derivava dalla frequentazione di piste da
motocross a circuito chiuso. Tale disciplina era notevolmente
più aggressiva e provante anche per la moto. Per tali
allenamenti ora aveva due muletti che usava alternativamente e
con maggiore assiduità, sicuramente per contenere l'usura della
prima moto. L’oggetto sacro, curato e amato ancor meglio che
una dolce amante, il Ktm, era dedicato, quasi esclusivamente,
agli appuntamenti agonistici del campionato.

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Uno dei muletti era lo Zundapp 125 che aveva riportato in
strada dalla mansarda. Con lui, quel giorno, a dargli manforte,
era intervenuto l’amico Andrea, l’abile vedetta del suo gruppo.
Andrea, come Fernando, non perdeva buon’occasione, poiché
amava fare il reporter della comitiva. Colorava i suoi racconti
in maniera avvincente, esaltando caratteristiche di fatti che a
Manuel sembravano privi di rilevanza. Andrea era un coetaneo,
bonaccione, incurante delle mode, sempre sorridente, simpatico
a tutti e amico di tutti; si aggregava facilmente a chiunque gli
fornisse l'opportunità di partecipare, da vicino, alle decantate
scorribande. Amava le moto, ma non ne possedeva una. Alla
fine non si scostava da Manuel quasi fosse il suo fido scudiero.
Il nuovo maquillage del suo prestigioso fuoristrada aveva
destato l'attenzione di tutti gli habitué del Parco Solari, tanto
che un pomeriggio, Federico volle sfidarlo su un tratto stradale
di 300 metri. Baldanzoso, in sella al nuovo modello del 71,
appena sfornato dalla Ktm, già sbalordiva gli amici, sfoggiando
lunghe impennate. Si scommetteva spavaldamente la sua nuova
moto. Inizialmente, Manuel era rimasto incredulo, ma quella
proposta gli era parsa ironica ed intrigante. Con controllo e
responsabilità provò a dissuaderlo; si atteggiò, come non aveva
mai fatto, dichiarando la differente esperienza che si poneva fra
loro nel gestire quei potenti fuoristrada. Federico consapevole
invece della superiorità del nuovo Ktm, a tutti nota, non rispose
alla provocazione, ma ripeté che era realmente disposto a
giocarsi la moto nuova alla pari dello Zundapp, che pur
impreziosito, rimaneva più vecchio di quasi due anni.
Manuel, in ogni caso, non l’avrebbe scambiata e parve divertito
da quella risolutezza. Continuando a tenergli testa, poggiò il
manubrio del suo Zundapp al palo di un lampione adiacente,
sfilò uno straccetto da sotto la sella e cominciò a lustrare le già
lucide parti del Ktm di Federico a sottintendere che fosse già
un suo trofeo; sorrideva e si elogiava per l'ottima, già

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ipotizzata, conquista. Ciò non dissuase l'antagonista che più
indispettito, rilanciò la sua battuta, insinuando che Manuel
temesse di perdere la scommessa.
Questa volta colpì nel segno.
– Ok, amico! – Affermò Manuel, quasi indignato. – Mi
hai convinto! Andiamo in fondo alla Via Bergognone che è
sempre abbandonata. Dimmi se sei d’accordo? –
– Va bene, Via Bergognone. – Rispose Federico.
Si mostrò soddisfatto. Misurarsi era ciò che voleva: la moto di
Manuel effigiava un trofeo di rilievo. Con aria furbastra non
riuscì a trattenere l'accenno di un sorriso beffardo.
Federico era un marpione, abituato a non concedere nulla, ma
Manuel non era da meno. Non c’era feeling tra i due compagni,
anzi non si erano mai neanche avvicinati in convenevoli eppure
s’incontravano tutti i giorni.
Una posta alta per entrambi. Manuel sapeva che anche
Federico era già maggiorenne; avrebbe realmente potuto
firmare il trapasso della moto.
I loro comuni amici li seguirono e qualcuno si prodigò di
avvisarne altri, trainandosi appresso numerosi ragazzini che in
quel momento scorrazzavano nei dintorni con le loro biciclette.
Volevano tutti assistere all'evento, poiché da qualche giorno,
erano già espresse quotazioni e scommesse sulle attitudini dei
due inconsapevoli protagonisti ed il confronto doveva dare una
risposta definitiva alle divergenti opinioni, divenute già oggetto
di discussioni accorate.
Era fuori dubbio che tale disputa, fosse sorta per volere del
Mucchio Selvaggio che sempre inappagante, tramava e
rimescolava eventi, frutto dell’ingenuità di ognuno.
Il posto, poco distante, fu raggiunto rapidamente.
In quel frangente, la preoccupazione di Manuel si basava su
due cose: la maggiore escursione della leva del cambio dello
Zundapp che avrebbe richiesto maggiore precisione di

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azionamento e la reale differenza di prestazioni che poteva
esistere tra il modello in suo possesso ed il nuovo Ktm con cui
doveva misurarsi. Il differente peso dei due piloti giocava a suo
favore; Federico, seppure snello, era dieci centimetri più alto
quindi più pesante, almeno dieci chili.
Categorico non fare impennare la moto! Nel breve tragitto,
ogni errore non sarebbe stato più recuperato.
Il tratto di strada, chiuso, generalmente inanimato, si andava
riempiendo di rombanti motociclette e di giovani che
ordinatamente si disponevano su ambo i lati, lasciando libero
un largo spazio centrale. Quattro ragazzi, seguendo un
cerimoniale consolidato, s'erano appostati all'incrocio con Via
Tortona per segnalare o bloccare eventuali auto in transito.
C'erano lo starter ed il finish line già posizionati e pronti, con
braccia e mani in evidenza, per svolgere le loro funzioni di
segnalatori ed imparziali giudici di gara.
I documenti, delle rispettive moto, furono consegnati a Ronny,
amico di entrambi.
– Andata, ritorno e finale oppure 300 metri secchi? –
– Andata, ritorno e finale – Rispose Federico.
I segnalatori comunicarono “il via libera”.
La sfida poteva celebrarsi.
Ogni frastuono era cessato. Gli improvvisati spettatori avevano
interrotto il loro vociferare, ponendo l'attenzione sui due
antagonisti di circostanza. C’erano almeno duecento tifosi.
I due accesero i motori e già davano rapide accelerate che
sfioravano i 10.000 giri per ripulirne la carburazione.
Lo starter, Ivan, attirando l’attenzione verso di se con un batter
di mani scandito dalla sua poderosa voce, fece subito partire il
countdown da 30 secondi.
– Meno venti. – Urlò dopo dieci secondi.
L'azione sull'acceleratore cominciava a fissare un allegro
regime di rotazione, intorno ai 5.000 giri. Quelle moto erano

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sprovviste di tachimetri, ma entrambi avevano buon orecchio
per il loro monocilindrico.
– Meno dieci. –
Fu inserita la prima marcia ed i motori, portati a 7.000 giri;
producevano uno zanzarìo uniforme. Si chinarono nello stesso
tempo, spostando il loro peso verso il serbatoio per evitare
l'impennata. Il piede sinistro era già in posizione, per
l'inserimento della seconda marcia. Pronti a lasciare la frizione.
– Meno cinque, quattro, tre, due, uno. Goooo! – Il conto
sembrava mimato.
Lo starter aveva scandito i secondi con le dita della mano, ben
esposta verso i due concorrenti.
Partirono entrambi benissimo, rimanendo quasi affiancati fino
alla quinta marcia. Inserendo la sesta, Federico si chinò sul
manubrio, per ridurre la resistenza all'aria, ma Manuel
guadagnava già mezza moto che sul finish line diventava netto
vantaggio. Oltrepassò per primo la Via Voghera che segnava il
limite dei 300 metri.
Federico aveva perso il primo round tuttavia era ancora
convinto di poter vincere; forse aveva commesso un errore.
Non si capacitava del risultato perché, come lui, tutti gli amici
del parco erano già rimasti impressionati dalle prestazioni del
suo nuovo acquisto. N’era soddisfatto ed orgoglioso.
Cominciò ad esaminare la moto. Tese leggermente la catena,
usando gli attrezzi in dotazione. Modificò la pressione delle
gomme, ricorrendo all'aiuto di Valentino che abitava in Via
Savona, poco distante; gli fornì pompa e manometro.
Con ottima coordinazione, controllò anche il filtro dell'aria.
Non c'era impazienza. L'unico nevrotico, visibilmente agitato,
era Federico. La sua aria spavalda era già calata.
Dopo una quindicina di minuti, si trovò nuovamente pronto.
Si allinearono, quasi subito, sull'immaginaria linea di partenza,
a qualche metro dal muro della ferrovia che chiudeva la strada

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dietro di loro. L'incitamento degli amici, divenuto più forte,
deconcentrava i due piloti.
Alle loro spalle, distanti venti metri, due treni in movimento
sembravano grosse sagome mute.
– Forza Fede! Fagli mangiare la polvere! –
– Manuel, ...Manuel, ...Manuel, ...Manuel, ... –
I supporters avevano raggiunto, di nuovo, le loro postazioni.
Lo starter tornò ad alzare le braccia, richiamando tutti alla
calma. Come un regista del suono, la tifoseria lo seguì,
sfumando l'incitamento fino al totale silenzio.
Riaccesero i motori e si diede seguito alla seconda prova.
Per Federico non ci fu nulla da fare; identico risultato, identico
distacco. Era finita.
Manuel, ancora in moto, chiuse gli occhi per un attimo e tirò un
lungo sospiro, scaricando la sua tensione.
Ronny consegnò entrambi i documenti a Manuel.
Federico, nonostante tutto, per la consegna della moto, gli
chiese di recarsi sotto la propria abitazione.
– Sarò davanti al tuo portone, con Marco, esattamente
tra dieci minuti. – Confermò Manuel, un po' sorpreso.
Lo spettacolo era terminato e tutti abbandonarono la strada alla
volta del Parco Solari; era quasi ora di cena, ma il desiderio di
mantenere vivo l’avvenimento, li trattenne ancora insieme,
sparpagliati in gruppetti, per altri dieci minuti. Manuel dubitava
della correttezza di Federico, ma ciò non lo preoccupava
perché pur defilandosi, l'evento non mutava; aveva vinto un
notevole confronto!
Attese inutilmente almeno mezz'ora. Citofonò, ma rispose la
madre; spontanea e sicuramente ignara, assicurò che Federico
non era ancora rientrato. Andarono via senza attendere oltre.
Piantonare il portone sarebbe stata un’inutile perdita di tempo.
Vi fecero ritorno dopo cena. Arrivarono a piedi. Marco e
Manuel scesero nel gran garage, a pagamento, prossimo

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all'abitazione di Federico. Passando davanti alla guardiola,
salutarono disinvoltamente, con un gesto di mano, il guardiano
di turno che sembrava sigillato all'interno di quel discreto
ufficio, fatto di vetro e massiccio legno. L’uomo aveva alzato
gli occhi, per un istante, troncando la lettura del suo giornale.
Si diressero, decisi, verso l'area di parcheggio, destinata alle
moto. La loro attenzione fu attirata da tre modelli giapponesi.
Non riuscirono a resistere alla fregola di salirvi in sella.
Nuovissime, un’Honda 750 Four, una 500 Four, una Kawasaki
500, risaltavano in quella variegata concentrazione di mezzi a
due ruote. Individuarono facilmente il Ktm che stavano
cercando; era chiuso con una pesante catena ed un robusto
lucchetto Yale, a barilotto, con archetto da 14 mm:
indistruttibile! Ma loro, nascosta sotto il lungo e leggero
soprabito di Marco, indossato per l'occasione, custodivano una
smisurata trancia da carpentiere, pagata ben ventisettemila lire.
Senza indugi, tranciarono la catena. Misero in moto il Ktm e
con Manuel alla guida, svanirono a fil di gas, percorrendo vie
secondarie, in direzione opposta alle loro rispettive abitazioni.
La moto finì nella cantina di Marco, in un edificio di Piazza
Miani, dove fu smontata completamente.
Rimase, definitivamente, bottino dello stesso Marco.
Capitava spesso di assistere a scommesse di questo tipo; si
scommettevano moto rubate. A volte succedeva solo per
antagonismo. Qualcuno scommetteva soldi, per abitudine ma a
Manuel non era mai successo di confrontarsi con un elemento
della sua stessa comitiva ed una simile posta: la propria moto.
Per consuetudine, ovvia, si esigeva il saldo delle scommesse,
immediatamente; sempre!
In quest'occasione, sicuramente aveva superato se stesso;
nessuno si aspettava la sua vittoria! Lo stesso Manuel si ritenne
molto soddisfatto del suo impegno. Nella mansarda, quando lo
Zundapp era ancora smontato, aveva messo in pratica un'idea

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non ancora sperimentata; volle limare il pistone in
corrispondenza della luce di scarico e dei due travasi laterali,
facendo tre svasature profonde circa un millimetro. Così, era
riuscito ad incrementarne la potenza, sensibilmente; ovviando
le solite fresature, irreversibili, eseguite di norma nella canna
cromata del cilindro. Così facendo, se il risultato non fosse
stato concreto, sostituendo quel pistone, con pochi soldi, il
motore sarebbe ritornato come in origine.
Lo Zundapp gli fu sequestrato dopo un paio di settimane, da
due agenti in moto della Polizia Stradale.
Quel sabato pomeriggio, viaggiavano in gruppo sulla
provinciale Vigevanese; erano di ritorno dal Ticino di Motta
Visconti. In sella, dietro Manuel, c'era Andrea; troppo pesanti
perché tentasse una fuga inoltre la lunga strada era priva di
scappatoie laterali. Fu subito chiaro che fosse impossibile
sfuggire alle due nuove Guzzi Falcone 500. Quelle moto erano
lente in ripresa, ma raggiungevano velocità più elevate.
Volle fare il bravo ragazzo. I due poliziotti si erano già
affiancati alla comitiva agitando entrambi la solita paletta.
Intimarono a tutti di fermarsi sul margine.
Dopo aver accertato le irregolarità, Manuel, privo di targa e di
documenti conformi alla circolazione, attese la conferma via
radio; i poliziotti dovevano scortarlo fino al deposito del
distretto di Abbiategrasso. Tutti già intuivano il guaio che lo
attendeva. Avvenne uno scambio di passeggeri. Mateus lo
seguì con la propria moto, per garantirgli l’eventuale passaggio
di ritorno a Milano.
Non ci furono Santi a proteggerlo. Il verbale fu redatto con
pesante sanzione pecuniaria; per riavere la moto, sarebbe
dovuto ritornare con i documenti d’immatricolazione.
Era legato a quella moto, leggera e potente e stentava a credere
nell’accaduto; ancora non riusciva a capacitarsi del fatto che il
suo brillante propulsore fosse finito nelle grinfie delle autorità

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di una spenta cittadina di provincia.
Abbandonata alle intemperie, spregiudicatamente, in quel sito
desolato, era destinata ad arrugginire come un ferrovecchio.
Nella loro rimessa aveva notato auto e moto che sicuramente vi
stazionavano da anni. Si sentiva molto amareggiato.
Il mattino successivo, in moto di buon’ora, i due amici fecero
ritorno ad Abbiategrasso. Vi giunsero che erano già le nove,
ma la placida cittadina appariva ancora assopita. La costruzione
militare, poco distante dal centro storico, lontana da bar e
negozi, sembrava quasi periferica. Lasciò Mateus vicino
all’ingresso della caserma. Con la sua consueta disinvoltura e
piede leggero, ne varcò il portone spalancato. La guardia era
assente. Aveva già raccolto la medesima impressione, durante
l’accesso obbligato del giorno precedente. All’interno
dell’edificio regnava una pace insolita; non si udivano né passi
né conversazioni. Sembrava destituita, ma era ben conscio del
contrario. Infilò il casco in testa e si spinse nel deposito della
polizia. Il pesante cancello interno era chiuso, ma il più piccolo
era rimasto aperto, per consentire il passaggio del personale.
Nel vasto cortile, tra le poche auto, moto e ciclomotori rivestiti
di vecchia polvere ed escrementi di colombi, riconobbe
facilmente il suo Zundapp; era rimasto nello stesso punto, dove
l'aveva parcheggiato il sabato. Privo di cavalletto, era ancora
poggiato al muro interno di quel secolare edificio.
Varcando il cancello, aveva alzato lo sguardo verso le finestre e
gli era parso che nessuno si fosse accorto della sua intrusione.
Trapelava un’attività molto ridotta, di persone curve sulla
scrivania, ma a quel punto, non si sarebbe più fermato. Senza
indugiare, posò le mani sul manubrio e con passo tranquillo,
mosse la moto, silenziosamente, fin oltre il portone; appena fu
fuori, n’accese il motore, con un secco colpo di pedivella e
partì rapido verso la statale. Mateus lo seguì a ruota.
Attraversando i pochi incroci, continuava a voltarsi e a

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guardarsi attorno, con il timore d’intercettare altre pattuglie; fin
qui gli era parso troppo facile. Per maggiore cautela, superato il
primo ponte, imboccarono il secondo, a destra, per proseguire
nella stradina parallela, sul lato opposto del naviglio.
Ormai, per i poliziotti, non c’era più storia.
Il corso d’acqua in quel tratto è privo d’altri ponti e scorre
lungo la Statale Vigevanese per diversi chilometri.
Nessuno del Solari nutriva dubbi; a modo loro, Manuel era un
grande! La sorpresa, di ritrovarlo in sella alla propria bella
moto, rallegrò gli amici e la stessa prodezza animò il parco di
nuovo entusiasmo.
Il giorno successivo, ebbe la sfrontatezza di ritornare ancora in
quel luogo. Questa volta, forzato dalla madre che in buona
fede, andò a rivendicare la restituzione della moto; voleva
concordare il pagamento del verbale emesso. Dopo mezz'ora
d’attesa, la conciliante signora Salvo, da sola, fu invitata ad
accomodarsi in un piccolo ufficio. Il verbale redatto fu
stralciato perché si erano accorti che la moto requisita,
inspiegabilmente, mancasse dal reale inventario; non poteva
essere restituita in alcun modo. Forse si aspettavano una brusca
reazione. La madre di Manuel uscì, lo stesso, soddisfatta
poiché già traboccante di preoccupazioni, non nutriva alcun
interesse, per quella moto che ripetutamente, era stata
argomento di discussioni in famiglia. Entrambi i genitori non
tolleravano l'abuso che ne faceva abitualmente il figlio.
Se l’era scampata bella, ancora una volta, ma la storia dello
Zundapp non durerà per molto. Una settimana più tardi,
l’episodio era già stato dimenticato; aveva ripreso fiducia
nell’esporsi a quel normale uso che n’aveva fatto finora.
Era giunta Domenica. Di primo mattino, in seguito ad una
pioggia battente durata l’intera notte, abbigliato di tutto punto,
si era recato ad un allenamento, in una pista da cross costellata
di pozzanghere. Erano intervenuti diversi piloti del suo stesso

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motoclub. Senza incertezze e con la voglia di misurarsi su quel
terreno fangoso, avevano acceso una bagarre molto divertente.
Apparivano quasi irriconoscibili perché l'abbigliamento da
pioggia nascondeva i colori delle loro magliette, ma tra loro
riuscivano tutti ad identificarsi. Dopo qualche giro di pista, il
color fango ricopriva uniformemente piloti e moto.
Potersi imbrattare di melma e d’acqua sporca, senza doversi
preoccupare della solita strigliata delle madri, rendeva ognuno
più audace; lo sport stesso li giustificava.
Continuavano ad attraversare, con noncuranza, le inevitabili
pozze d'acqua, disseminate sulle traiettorie ideali; la sua moto
ne patì le conseguenze. Lo Zundapp si spense. Vedendolo in
difficoltà, uno spettatore volonteroso si offrì subito di aiutarlo.
Entrò a sua volta nel fango, mettendosi tempestivamente a
spingere moto e pilota; spinse di buona lena, sperando di farlo
ripartire. Manuel, saltato giù dalla sella, spingeva ora con forza
e dopo solo una decina di metri, erano entrambi stremati. Il
fango era pesante. Gli “RG” dei due ragazzi vi affondavano
facilmente, rimanendo incollati al terreno e risultava difficile
imporre un’azione decisiva; anche la ruota slittava. Manuel non
volle approfittare, oltremodo, dell'insolita spontaneità dello
sconosciuto, appassionato; presero fiato.
Notando, dalle poche parole scambiate, un’ottima esperienza
ed un buon feeling, con il mezzo a due ruote, chiese al giovane
di scambiarsi di ruolo; lo fece salire sulla moto. Manuel iniziò
a spingere, arpionandosi con gli stivali al suolo viscido. Spinse
con notevole decisione ed il 125, dopo qualche metro,
scoppiettando, si rimise in moto. Il ragazzo continuò a bassa
andatura, facendosi sfilare da altri piloti che sopraggiungevano
nello stesso senso di marcia, cercando di non farlo spegnere.
Era privo di casco ma abbigliato da motociclista. Non completò
mai il giro. Manuel lo vide, da lontano, infilare il cancello
d’uscita, per poi eclissarsi definitivamente.

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Tentò, con alcuni amici, di inseguirlo, ma ormai era tutto
inutile perché poco distante, fuori del bosco, iniziava il centro
abitato con le sue numerose biforcazioni.
La ricerca si prolungò, nei quartieri di Milano, per un paio di
settimane. Gli giunse voce che la moto era finita a Bergamo.
I suoi sospetti invece erano differenti.
Invano si prodigarono, per proforma, ma ormai rassegnato,
stava già provvedendo nel rimpiazzarla. Aveva acquistato una
vecchia MV Augusta 125, trovata in demolizione presso il
deposito di rottami di Via Scaldatole. Per pochi soldi, si era
trattenuto soltanto il telaio nudo ed il motore e grazie all’aiuto
di Marco, li aveva già depositati nella sua mansarda. Il luogo
provvisorio era comodo per architettare soluzioni tecniche
perché gli consentiva di alternarsi agli impegni scolastici.
Frequentava con interesse il liceo artistico.
Dopo un mese di lavoro e attenta ricerca di ricambi adeguati,
alcuni acquistati nuovi, altri forniti da Marco, trasportò le parti
nel seminterrato di Corso Ticinese, per il rapido assemblaggio.
Esordì su strada con un altro capolavoro d’estetica.
Le prestazioni del motore erano più contenute perciò si rifiutò
di misurarsi con chiunque. Era un quattro tempi, più lento in
ripresa e più pesante da guidare; per allenarsi andava bene.
La MV emanava un fascino particolare ed il rombo imponente
gli conferiva importanza. Purtroppo le prestazioni non erano
per nulla soddisfacenti. N’aveva ritoccato carburazione e
sfasatura ricavando le migliori prestazioni ma rimaneva lenta in
ripresa. Intento a provarla, arrivò a fare inversione attorno alla
rotatoria di Piazzale del Rosario; si ritrovò, di fronte, due auto
della polizia che lo stavano inseguendo, a sirene spiegate, forse
già dal garage di Viale Coni Zugna, vicino alla darsena, da cui
era uscito, partendo a tutta manetta.
Il rombo prodotto dal tromboncino di scarico, completamente
aperto, copriva il suono delle sirene. Si sentì impotente nel

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sostenere la fuga. Dopo un centinaio di metri balzò sul
marciapiede e s’inoltrò nel Parco Solari, attraversandolo con
moderazione, da un capo all'altro. Temeva che il rumore dello
scarico potesse guidare gli inseguitori. Vie e palazzi molto
familiari gli furono d'aiuto; spegnendo il motore, infilò
d’inerzia un portone che rimaneva sempre aperto nelle ore
diurne. Nascose la moto in mezzo ai furgoni, in sosta dinanzi
alle ditte del lungo cortile. Volle allontanarsi rapidamente dal
quel parcheggio. Uscendo a piedi, scorse l’auto di pattuglia che
sfilava per Via Vico, silenziosamente. L'episodio lo indusse a
prendere provvedimenti; non avrebbe certo desistito dall'uso
della sua nuova moto.
La MV, in quegli anni, era all'apice del successo nei
campionati mondiali di velocità. Giacomo Agostini n’era il
pluri iridato pilota. Doveva pur esserci una soluzione capace di
sviluppare le potenzialità di quel propulsore.
Si recò nella filiale MV, vicino Piazza Lima, in cerca di
possibili soluzioni. Domandò se esisteva un albero a camme
più spinto, citando il suo modello di motore. Il commesso lo
guardò con presunzione; infilò la mano in un contenitore di
plastica, riposto nell’enorme scaffalatura alle sue spalle e posò,
sul bancone, il piccolo albero. Manuel lo osservò, facendolo
ruotare con la punta delle dita d’entrambe le mani. Scrutò
attentamente le due camme; era ciò che cercava.
– Quanto costa? – Domandò.
– Quindicimila. –
Il nuovo cliente ne fece acquisto senza pensarci due volte. Non
chiese ragguagli. Con frenesia, si recò nel suo seminterrato; era
ansioso di provarlo. Impiegò solo un'ora per sostituirlo,
registrare il gioco valvole e rimontare il resto.
Forse sarebbe stato necessario correggere anche la
carburazione ma bisognava prima verificare come rispondesse
la moto e quindi agire di conseguenza. Il test si svolse nei

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paraggi, smanettando per vie secondarie; sembrò breve, ma non
pose alcun’attenzione alla carburazione perché le prestazioni
erano divenute sbalorditive, insospettate. Rimase stupefatto del
fatto, poiché già conosceva la complessità del quattro tempi. A
sedici anni, in seguito al furto del suo primo cinquantino, i
genitori valutarono l’acquisto di una nuova moto; s’era già
deciso a prendere la patente, per la guida di moto targate e fu
così che si ritrovò un fantastico Gilera Giubileo 98, anch’esso
quattro tempi. Già in quel periodo si capacitò di quanto fosse
difficile incrementare le prestazioni di quel tipo di motore.
Era stato il regalo del padre, per la sua promozione e per lui,
quella, era una moto da sogno! Purtroppo, anche il Gilera, già
personalizzato nella ciclistica e nei colori, dopo neanche sei
mesi, gli scomparve dal garage che lo custodiva, in Viale Coni
Zugna, sempre per opera dei soliti ignoti. Nel periodo, rimase
appiedato, per un paio di mesi ed il rapporto con gli amici
divenne complicato perché, tutti motorizzati, non sempre
passavano a prelevarlo sotto casa. A volte si recava a piedi al
Parco Solari che non era proprio a due passi. A volte vi
giungeva senza trovarvi più nessuno; il fatto pesava al
sedicenne ormai integrato nel gruppo. Il suo orgoglio gli
impediva di elemosinare passaggi e girovagava un po’ a vuoto,
nei soliti luoghi, auspicando d’incontrare qualcuno, per
condividere compagnia pur sapendo che il Mucchio, una volta
eclissato, diventava irraggiungibile, per tutta la sera, come
un’astronave incognita nello spazio infinito. Gli era stato
rubato il Gilera, ma le conseguenze si mostrarono ancor più
gravi. Lo sgomento lo amareggiò per tutto il periodo. Nello
stesso tempo, i soliti ignoti, erano penetrati nella sua mansarda,
facendo man bassa dei suoi giochi d’infanzia tra cui la
fantastica Policar, arricchita d’opzioni; la pista elettrica, una
volta montata, occupava gran parte del locale e i modellini
delle sue auto, curatissime, avevano raggiunto il top delle

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prestazioni. Giurò a se stesso che avrebbe subito reagito di
conseguenza. Dopo due mesi, con sacrificio e consapevolezza,
la madre gli acquistò un nuovo, modesto, Benelli 125, ma
ormai aveva già preso la sua decisione; si sarebbe premunito di
una moto di riserva, di qualsiasi provenienza purché l’oggetto
funzionasse da locomotore. La condizione d’appiedato doveva
essere allontanata da qualunque ipotesi futura e fu allora che
cambiò dottrina e molte abitudini del branco divennero sue;
senza remore, intraprese la sua rivalsa.
Ora, con questo MV si sentiva tornato in voga! Avrebbe potuto
accedere anche alle scommesse, con ottime probabilità di
sorprendere chiunque osasse sfidarlo ma soprattutto, con buona
tranquillità, poteva affrontare i labirinti dell’ammiccante
metropoli, incurante delle sue insidie; quelle vie erano troppo
ricolme di “Calimero e Madama”. A volte, anche la Finanza
rimaneva in agguato, seminascosta dall’ombra di un albero
oppure dietro una curva. I motociclisti erano realmente presi di
mira da tutte le forze dell’ordine. Per un nonnulla, fuori posto,
ritiravano i documenti, ponendo il veicolo in revisione oppure
sequestravano direttamente la moto se ritenevano che fosse
truccata o modificata o semplicemente rumorosa.
Manuel, pur cauto, era già caduto nella loro rete. Di recente, gli
era stato requisito addirittura il libretto di circolazione del Ktm
che doveva essere la moto più regolare del suo parco macchine;
gli funzionava perfino il clacson! Accadde in seguito alla
sostituzione delle sospensioni che si era resa necessaria, per
adeguarlo all’ultimo modello, giusto per competere alla pari
nelle gare del Campionato Regionale, perché i suoi avversari di
punta, supportati adeguatamente, disponevano di moto nuove.
Era variato l’interasse rispetto ai valori riportati sul libretto; per
soli due centimetri gli fu ritirato il documento di circolazione.
In quell’azione, pseudo legittima, avvertiva la speculazione
dello Stato; l’arbitrio di quei due vigili rimbombava come un

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insulto alle loro ed alla sua responsabilità.
Provava invidia per gli americani che ritenuti sani di mente,
invece si potevano permettere il lusso di modificare le moto a
proprio piacimento, però avevano altri problemi. Come molti
coetanei, teneva d’occhio, con interesse, le straordinarie facoltà
degli americani. Quella gran nazione si mostrava allettante e
poteva rappresentare una via di fuga, per costruirvi il suo
futuro, ma anche in quel luogo la legge non appariva uguale
per tutti; il razzismo, non solo verso i negri, era ancora ben
radicato, anche nelle strutture della giustizia.
Non potendo riportare il Ktm allo stato originale, dato che
aveva già venduto le vecchie forcelle, si recò alla revisione con
un altro Ktm taroccato. In pratica ritenne più sbrigativo
cambiare i numeri del telaio di un’altra moto piuttosto che
smontare e rimontare due volte le parti necessarie.
Il funzionario della Motorizzazione trovò la moto idonea e il
libretto gli fu restituito. Ebbe conferma che le normative erano
un autentico paradosso. La notizia fece eco nel parco. Nessuno
poteva smentire che amasse le sfide!
Era anticonformista, restio ad uniformarsi con la città di
superficie. Compagno di scuola ed amico d’idealisti ma non
fiancheggiatore dei loro movimenti, aveva acquisito la
dimensione delle grandi distanze che vigeva tra la mentalità di
ognuno e pareva che volessero cambiare il mondo; in ogni
caso, quei fermenti ingarbugliavano ciò che di coscienzioso
l’uomo si porta dentro, da secoli. Manuel considerava l’uomo
come individuo, con una propria collocazione atavica sul
territorio, accompagnato da un unico difetto: l’intelligenza
superiore. Non concepiva la necessità di prevaricare la
saggezza degli antenati e neppure il concetto di lotta se
finalizzato all’affermazione delle proprie idee, a scapito d’altri,
perché era cresciuto in un luogo dove ognuno assimilava le
regole più adatte alla propria realtà e le giuste usanze,

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spontaneamente, senza conflitti e quotidianamente, l’ognuno,
vi riusciva a costruire la propria saggezza, integrandosi appieno
nell’ambiente. Andava fiero del rispetto reciproco e della
dignità coesa dei suoi compaesani calveresi; erano puri ed
ancora soddisfatti delle loro formule e del loro essere.
I Nuovi Movimenti si mostravano come forme d’aggregazione
nate per esaltarsi, facendosi scudo di una buon’idea
rivoluzionaria. Combinavano molti più danni che risultati, alla
stessa stregua delle bande rivali di motociclisti. In molti si
chiedevano che bisogno ci fosse di manifestare con striscioni,
riportanti lo slogan: Fate L’Amore, Non Fate La Guerra; il
concetto appariva logico. L’eccessiva promozione induceva
l’uomo a diventare un inetto pecorone; solo i pazzi amano la
guerra gratuita e l’America, senza dubbio, non n’avrebbe
ricavato nessun apporto. Oppure: La Figa E’ Mia E Me La
Gestisco Io. Volevano affermare un’opinione! Il potere della
ragione aveva svilito definitivamente l’indole dell’homo habilis
e la donna si batteva per azzerare molti suoi agi; entrambi
n’avrebbero pagato le conseguenze! Gli sembrava il modo
migliore per dimostrare quanto si era tutti imbecilli, uomini e
donne, nonostante il fascismo fosse già caduto da un bel pezzo.
Snobbava quindi i movimenti che seguirono il ’68, ritenendoli,
per la maggior parte, pretestuosi perché orientati ad offuscare
la coscienza dell’uomo, appiattirne drasticamente le sue
maturate responsabilità, relegando al potere dell’autorità anche
l’istinto, innato, di salvaguardia dei propri affetti: prima, un
figlio non poteva essere sottratto al proprio genitore ed erano
già intuibili, formule meno sbrigative per sanare tali questioni.
I più motivati forzavano l’ipotetico interesse di tutti ed era
improbabile che la loro minuscola cognizione fosse idonea a
costruire civiltà, consona per la totalità di una nazione. Con
quei processi, accelerati, creavano nuove regole restrittive e
non si avvedevano che stavano attaccando le loro stesse

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prerogative. Per protagonismo, costruivano contraddizioni
quindi nuove formule di stress. Pativa l’oltraggio.
Si chiedeva dove fosse finito il senso della famiglia? Il senso
dell’indipendenza, implicito nella libertà per cui si erano
sacrificati tanti patrioti? Il senso della ragione?
Comprendeva quindi la fuga dei drogati, ma la dottrina, con le
sue ali mozzate, era rimasta a guardare, indifferente, il
proliferare delle comunità dei Figli Dei Fiori; quei nuovi
santoni si erano appropriati di giovani e minorenni, abusando
della loro dipendenza alle droghe e le famiglie ne subivano
lacerazioni irreversibili. Quei ciarlatani, privi di senso morale,
erano in molti; li avrebbe messi al rogo senza scusanti!
Le Brigate Rosse! Manuel aveva sentito parlare del gruppo
armato e della loro determinazione; scettico, vi poneva
orecchio e s’interrogava: quale stato s’illudevano d’ottenere?
Erano fuori d’epoca! Gli era ben chiaro il comune timore per il
diverso ed il loro atteggiamento non poteva attecchire. Le
numerose famiglie italiane desideravano soprattutto la serenità.
Senza togliere che chiunque avrebbe manifestato un’opinione
conturbante, indignava la gente ed era emarginato, per prassi,
dal rapporto comune, come se fosse di fede diversa oppure ateo
o di razza difforme. Il mansueto popolo della maggioranza,
ormai, non li avrebbe più ammessi in seno alla società e
neanche si sarebbe fatto soggiogare da azioni intimidatorie.
Il fermento di tutti quei movimenti frantumava la serenità di
tante persone invece desiderose solo di un buon assetto stabile.
Il Movimento, con i suoi propositi, alimentava una fede
sconsiderata, uguale alla passione che nutre il tifoso per la
propria squadra di calcio e dunque, pur nel dubbio, gli sarebbe
stato difficile scindersi; come per la dottrina che una volta
sposata, giusta o sbagliata, ferra il corso del fedele e per lui non
esisteranno più ragioni che potranno fargli cambiare idea.
Erano sue convinzioni.

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La grande città opprimeva eccessivamente le usuali e semplici
prerogative del singolo soggetto; vedeva che le persone si
creavano ostacoli con antagonismo. Tutti si mostravano in
competizione tra loro, con l’automobile, nel lavoro, nella vita,
sfoggiando falsi attributi. Aveva assodato che questa società,
emancipata, era traboccante di pregiudizi, ancor più che il suo
paesello. Dentro Milano parevano tutti arrivisti e adottavano, a
piacimento, i loro superficiali preconcetti discriminatori ma il
colore politico e la classe sociale non erano in primo luogo.
Sottile, diffuso e primo fra tutti, compariva il Meridionale.
Il Meridionale non organizzava cortei per manifestare il suo
disappunto; subiva in silenzio la propria discriminazione.
Il Terrone poteva entrare dappertutto, ma non era ben accetto;
come i negri d’America. Di conseguenza, già da ragazzino, una
marea di condizioni, concretamente più soffocanti, gravavano
nei suoi riguardi, solo per questa caratteristica.
Subiva il leggero scherno, umiliante, con misurata indifferenza.
La sua esuberanza però era trattenuta al guinzaglio come un
puledro da corsa costretto a trasportare soma e quelle
restrizioni psicologiche, quelle redini serrate, non riusciva
proprio a digerirle. Nel crescere s’era reso apatico nei confronti
del tessuto sociale e delle sue formule che non avevano nulla di
magico perché non contemplavano i suoi statici problemi e non
realizzavano le sue aspettative. Il sistema garantiva ben poco
agli incauti. D’esempio, neanche la sua accorta cautela lo aveva
risparmiato; era stato depredato di cinque moto, in tre anni!
Aveva perso lo strumento più importante per quell’età e senza
che l’istituzione vi ponesse rimedio. Una mentalità sana non
avrebbe generato tali presupposti.
Non si aspettava grazie celestiali ma un più degno rispetto.
Con ragione o torto, da allora provava a reagire, a modo suo,
ponendosi con reciproca, totale integrazione e rivalutando un
concetto, dedotto che è sopravvissuto nell’animo di tutte le

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persone: “L’uomo, fin dalla notte dei tempi, è stato un
predatore! Le formule sono cambiate, ma rimane tale e quale.
E’ quindi inutile illudersi di scoprirlo realmente ossequioso.
Forse qualcuno, a suo scapito, si salva, ma gli altri rimangono
tutti sciacalli!” A diciotto anni, n’è veramente persuaso.
Il suo atteggiamento perentorio non traeva spunti dai compagni
idealisti; neanche lo manifestava siccome sapeva già a priori di
non trovarsi solidale con loro. Erano scalmanati nel proporsi.
Annunciavano le loro idee, emancipate e sopprimevano,
ingenuamente, altri pensieri; già questo fatto gli bastava, per
mantenere le distanze, giacché il sopruso ideologico non
poteva certo significare sinonimo di libertà, ma neanche si
opponeva. Il suo dissapore prendeva forma. Cercava di
decifrarli con un’attenzione indifferente, senza farsi contagiare
e ci riusciva bene, dato che quell’ambiente non gli forniva
attrazioni. In pratica, detestava che un suo pari, stessa razza,
stessi attributi, privo di vera saggezza, potesse stimolare le
regole d’arbitrio. Ogni modello gli appariva scontato: monaci
di un convento che non tiene conto del tempo che scorre e
irrimediabilmente, ruba giorni di rigogliosa vita, a chiunque vi
si avvicini; erano loro i coercitivi.
Gli sembrava che avessero perso di vista la loro mutevole età e
considerava che ben presto, il ciclo dei fittizi si sarebbe
concluso. Si sarebbero stancati di sbandierare le loro idee a
tutto tondo perché la quotidianità, circostante, li avrebbe
assuefatti, per regola. L’agio, emanato in ogni canto, della
metropoli, era molto ambito e neanche si poteva ignorare. Una
maggiore maturità e la vita reale, n’avrebbero ridimensionato
l’illusione e l’atteggiamento, riconducendoli nel gregge in
maniera definitiva.

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Capitolo II

Aveva desiderato una pistola morbosamente, per un


motivo inconscio, a malapena sospettato. Ora che la osserva,
prova, ancora una volta, la particolare sensazione di fierezza e
soddisfazione ma rimescolate ad un profondo senso di timore.
La sua vera apprensione indugia, rimanendo racchiusa in un
pensiero con cui ormai convive. A volte emergeva con
prepotenza e risolutezza ma mai, finora, si era preso la briga di
concederle campo; adesso vuol farla finita.
Con quella pistola si allenava spesso al tiro a segno, in un
sotterraneo da lui scoperto casualmente; aveva sfondato una
parete fittizia, in un locale preso in affitto già da un anno. Nel
vecchio intonaco del muro in mattoni, vi aveva intravisto la
sagoma di una porta murata che doveva nascondere un
passaggio. Oltre quel varco, era apparso uno stanzone
completamente buio, pieno di macerie, alte, cedevoli che in
alcuni punti toccavano il soffitto e in mezzo alle macerie,
quattro puntelli di legno scuro, cadenzati tra loro, incastrati tra
il pavimento e le grosse travi sovrastanti, parevano essenziali al
sostegno del piano superiore, adagiato anch'esso su una
struttura di tavolati di legno incurvati. Il piano superiore era
rimasto disabitato, inagibile da oltre vent’anni.
L’anziano signore che occupava in precedenza il seminterrato,
svolgeva l’attività d’attrezzista meccanico, con due torni ed
una fresatrice, altrettanto vecchi ed altri attrezzi di minor
importanza. Consegnandogli le chiavi del locale, si era
concesso, pazientemente, nel raccontare storicamente la sua,

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trentennale, esperienza in quel luogo ed accennò ai muri
crollati d’alcuni appartamenti, poi rimediati abusivamente.
Manuel lo aveva ascoltato con educazione ed un’identica
pazienza. Ebbe modo di crearsi un quadro del posto e del
vicinato. Il seminterrato gli era utile, soprattutto per lavorare
agiatamente su moto e motori; anche gli amici vi ricorrevano
spesso, ritenendolo ben attrezzato.
Aveva rimosso macerie ed anticaglie nell’arco di un mese,
poche alla volta; quel soffitto era crollato durante la guerra del
45. Pian piano, prese forma un discreto locale, molto umido;
adesso, si proponeva tutto chiuso ed isolato. I lavori di
rimaneggiamento erano stati eseguiti in segreto, senza destare
l'attenzione del circondario. Per accedervi bisognava scendere
ancora cinque gradini di granito verdastro, perfettamente
conservati; ripuliti, sembrava che nessun piede vi si fosse
posato sopra. Il pavimento, quasi inesistente, fu completamente
rifatto, in cemento. Vittorio, fratello maggiore, sicuramente più
esperto in materia d’edilizia, s’era prestato volentieri
nell'impresa; lui pure, entusiasta della scoperta, aveva suggerito
le più opportune soluzioni ma in pratica, accontentava Manuel
in tutte le sue necessarie richieste. Gli sarebbe bastato un po’ di
spazio, per custodire materiali ed arnesi affinché rimanessero
fuori portata degli amici del fratellino.
Tutto il grosso scantinato fu infine tappezzato con pannelli
fonoassorbenti, leggeri ed economici: particolari fogli di
polistirolo furono appiccicati sia alle pareti sia al soffitto. Una
pesante porta d'ingresso fu occultata da un solido armadio a
quattro ante che in ogni caso, fungeva da prima porta. Il trucco
era celato nel rivestimento posteriore dell’armadio, in
compensato; divenne scorrevole sfruttando le stesse scanalature
della struttura. Tale funzione non trapelava anche perché al suo
interno, sugli appendiabiti, rimaneva costantemente appeso
almeno un camice o una tuta da lavoro.

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Il seminterrato sembrava quello di sempre; neanche gli amici
erano informati dell’esistenza di questo stanzone segreto.
Qui poteva sparare indisturbato. Una volta chiuse tutte le porte
che lo dividevano dal vecchio cortile comune e le uniche due
alte finestre che rischiaravano il primo locale, era sicuro di non
poter essere udito in misura tale da destare sospetti o
incuriosire il portinaio o il rumoroso falegname o il pulitore, il
vetraio oppure il robusto gay dirimpettaio del primo piano che
a volte, restava rinchiuso nel suo appartamento per intere
settimane, mentre al suo cospetto, si susseguivano sporadiche
visite maschili. Il portinaio, un uomo tranquillo, media statura,
magro, brizzolato, svolgeva egregiamente il suo lavoro;
indagava sulle segnalazioni d'irregolarità ma tollerando i
piccoli eccessi. Non risultava mai invadente. Era nata una
reciproca stima; reciproca anche con Vittorio.
Nel locale segreto custodiva due moto: un Montesa ed un Ktm,
di riserva, già taroccati che sembravano identici all’originale.
Il tiro a segno era stato, da sempre, un suo pallino. Oltre a
questa pistola, s’era procurato un fucile ad aria compressa.
Glielo aveva lasciato il falegname, per giocarci come
passatempo. Vigeva un buon rapporto con tutto il vicinato; a
volte, dopo pranzo, si riunivano, circa una decina, intorno
all'enorme tavolo da lavoro del falegname, per una partita di
tressette a perdere, accompagnando il gioco con un bicchiere di
buon vino rosso, offerto a turno dagli stessi frequentatori.
Erano persone davvero gioviali!
Con questo silenzioso fucile riusciva a colpire le mosche che si
posavano sull’intonaco scalcinato delle pareti ingiallite. Tirava,
a venti metri di distanza, sull’armadietto di legno adagiato al
muro d’ingresso del primo locale, sfruttando l’ampiezza in
diagonale di entrambi. In seguito ad una modifica apportata al
mirino, sottile come uno spillo, gli diventava facile perfino
centrare il foro di un tiro precedente. Con la pistola non era

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tanto semplice fare centro, quindi usava uno spazio più
conveniente e bersagli più grossi quali barattoli vuoti o vecchi
pistoni di motocicletta, che immancabilmente, nel giro di pochi
minuti, diventavano autentici colabrodo.
– Ogni mio obbligo è stato assolto! Non devo più nulla
ad alcuno. – Sussurra a se stesso.
Si sente distante da tutti, senza vincoli e finalmente libero da
qualsiasi impegno e tentazione.
Si punta l’arma alla tempia destra, con fare sicuro.
E’ deciso. …Alza il cane con lentezza. Quasi soave, ode il
tamburo che ruota, producendo un morbido scatto. La canna,
fredda e spigolosa, non gli reca fastidio.
– E’ giunto il momento! – Si mormora.
Sta meditandoci da quasi un’ora; ora vuole premere il grilletto.
L'emozione sale vorticosamente. Il suo cuore inizia a pulsare
con impeto. Mille immagini irrompono nella sua stanza e si
confondono con l’arredamento; lo distraggono. Bei momenti
scorrono rapidamente davanti ai suoi occhi. Tutta la sua storia
si fa spazio e vuol tornare a rivivere, con ostinazione.
– Oggi è il 13 agosto 1973. – Mette a fuoco la data.
Chinandosi, con i gomiti poggiati allo scrittoio, fissa il modesto
calendario, appeso di fronte, senza averne un preciso motivo.
Lo aveva consultato di frequente, per tener presente le date
importanti. Sulle righe bianche, al lato dei giorni, vi annotava
brevi appunti. S’avvede che anche quei numeri hanno scandito
il suo tempo e adesso, con il loro ordine cronologico, marcano
un archivio d’avvenimenti memorabili.
Esita ancora. L’arma gli rimane poggiata alla guancia, di piatto,
sostenuta dal palmo della mano. I suoi pensieri corrono,
cercano di entrare nell'animo delle persone che conosce; scorge
la madre, prima di tutte, poi le due affettuose sorelle. Riesce a
percepire la loro sofferenza ed il pianto, per il dispiacere
eventuale, quasi fosse una loro colpa.

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Già si dispiace a sua volta, poiché avverte che la conseguenza
della morte sia più brutta e penosa, per chi prosegue e
sopravvive al destino del defunto.
E' realmente isolato nella sua stanza.
I suoi genitori sono già partiti, in vacanza da una settimana;
avrebbe dovuto raggiungerli oggi o quanto prima.
Si guarda attorno. Esamina tutte le cose che possiede. Vede,
sulla libreria, una trentina di coppe, espressione di potenzialità
come pilota di Regolarità; la sua carriera è avviata!
S’avvede di diversi strumenti, per i suoi hobby e ancora,
esauriente, coglie il valido complesso d’elementi, costituito per
supportare il suo sport preferito: il costoso casco Arai, i leggeri
guanti, robusti, con le cuciture esterne, gli occhiali particolari,
il Barbour, i nuovi RG, le magliette traforate con il suo logo di
preparatore, l’irreperibile pettorina parasassi, i manubri per
allenarsi in casa. C’è, al suo fianco, il prezioso impianto stereo,
Marantz, invidiato dagli intenditori e la sua musica. Medita
sull’ebbrezza che gli dona il Kawasaki 900, al solo guardarlo
ed il Ktm 100, frutto esclusivo dei suoi esperimenti; la piccola
moto è un gioiellino da collezionista! Sono traguardi acquisiti
con impegno costante e molta fatica ma fin dalle prime ore di
questa mattina, sono divenuti, null'altro che meta superata.
Oggi è consapevole che potrebbe vincere qualsiasi confronto
quindi non ha più importanza misurarsi con l’esistenza o
sottoporsi al gioco d’altri che siano antagonisti o semplici
compagni di svago. Finalmente, una strana, ambita, serenità si
è affermata nel suo animo turbolento che da sempre, lo aveva
reso ansioso per mille cose.
– Benvenuta! ... Sono mesi che rincorro ed accarezzo
l'idea d'incontrarti. – S’insinua l'impressione di non essere più
appartato nel suo esclusivo complesso.
Percepisce la vicinanza di qualcuno che può comprenderlo ed
accettarlo per quello che è. Intende che la Morte sia giunta al

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suo cospetto, ma gli è ancora distante e n’avverte la titubanza
nel volersi accostare. Come se fosse timorosa d'impaurirlo o di
perderlo; gli rimane lontana.
– Smettere di pensare, di porsi problemi. – Ha in mano
la chiave giusta per aprire quella porta.
Ha coscienza, finalmente, che non è, di fatto, difficile farlo.
Preme la canna sulla tempia strizzando gli occhi e serrando i
denti, finché il buio isola i suoi pensieri.
Il sottile dolore, pungente, prodotto dalla pressione della canna,
in un momento che ritiene sublime, lo distrae ancora
dall’intento. Una goccia rossa gli è caduta sull’altra mano,
posata, con tutto il braccio, sul piano dello scrittoio.
– Che diavolo succede? – La sensazione d’umido, sulla
guancia, gli sembrava sudore.
Apre il cassetto, inconsciamente, cercando qualcosa per levare
quel fastidio. Riflessioni accantonate si ridestano e catturano
nuovamente il suo tempo.
– Smettere di seguitare a rincorrere cose irraggiungibili,
mentre la propria giovinezza scade, senza alcun conservante!
Minuto dopo minuto, ora dopo ora, giorno dopo giorno; sono
già trascorsi vent’anni! Vent’anni, inevitabilmente dispersi;
svaniti alle spalle e destinati a sbiadirsi perfino nei ricordi.
Impossibile verificare se stessi; la vita concessa non basta!
Impossibile gestire quell’orologio, avviato casualmente per
chiunque. A cosa serve sopravvivere? Tutta la gente che vedo
sopravvive! E’ ignobile trascinarsi in una scarna esistenza! –
Cerca conferma nel suo gesto estremo, rivisitando alcune
proprie convinzioni, meditate di recente; adesso gli sembrano
collimanti e razionali. Ora, sa che è più facile di quanto si
aspettasse. Gli basta una lieve pressione sul grilletto e può, con
un dito, eliminare passato, presente e futuro e tutta l’ansia delle
aspettative e tutto il suo ossessionante meccanismo.
Si rifiuta d’invecchiare. Si rifiuta di cedere il proprio

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dinamismo agli anni che seguirebbero, inesorabili. Ha scoperto
un principio di carie al molare sinistro; ritiene che il processo
sia già iniziato. Oggi si sente un vincente; ne ha però
conosciuto anche l’amaro prezzo. E’ persuaso quindi che nel
suo futuro non potranno esserci facili traguardi. Eppure non
aveva mai avvertito il timore di arrivare secondo. Primeggiare
non era mai stato un suo principale obiettivo; partecipare, nella
vita e nello sport, con le dovute facoltà, lo rendeva
sufficientemente soddisfatto. L’inettitudine della resa o di una
mezza rivincita, in cuor suo, ora, è inammissibile. Preferisce
sparire in un alone di gloria, piuttosto che morire vecchio,
decrepito e compatito.
– Il tempo incalza; ti riduce in poltiglia. E’ facile
intuirlo! …I ricordi. ...Ecco ciò che sempre sopravanza e
incombente, ti perseguita, ovunque! Non c'è rifugio idoneo e la
mente rimane il proprio peggiore nemico. –
I suoi ricordi riaffiorano, fatalmente, con esuberanza anche
quando non li vorrebbe.
I ricordi gli creano rammarico; liberi di fare.
I ricordi hanno registrato, in maniera indelebile, l'unica traccia
autentica della sua esistenza.
Il ricordo di un ragazzo vorrebbe che fosse rimosso.
– Bastardo! ...Hai attraversato il mio cammino; per caso
e per quel caso, hai sconvolto le mie abitudini e disgregato la
mia integrazione sociale. Hai ricevuto ciò che meritavi, ma io
non meritavo questa fine! – Farfuglia da solo.
Non vuole ammettere rancore, ma il rancore è forte. Forse
intende giustificarsi, per l’azione cruenta che neanche la sua
provata coscienza riesce ad incamerare con disinvoltura.
Pietro era un ragazzo di cui si fidava, per il fatto che si
conoscevano da qualche anno, anche se non condividevano il
loro tempo. In alcuni periodi, si soffermava al parco, di
frequente, ma abitudini ed ambizioni diverse, li mantenevano

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distanti; Pietro era troppo votato alla delinquenza e sempre
squattrinato, forse perché assiduo frequentatore di puttane
d’ogni razza. Per lui, non era il congeniale tipo d’amico.
Nessun’affinità li avrebbe avvicinati oltre quella conoscenza di
circostanza. Pietro gli raccontava le sue avventure che lo
ponevano a volte a Genova oppure nelle varie località della
riviera, spaziando fino a San Remo; tre mesi di carcere, a San
Vittore, lo avevano spinto verso quelle nuove località. Aveva
già sperimentato, più volte, il carcere minorile e divenuto
maggiorenne, gli spettava Piazza Filangeri; colto in flagrante,
già recidivo, era capitato tra i veterani, in una cella a tre posti.
Uno dei detenuti, un robusto galeotto fortemente aggressivo,
spalleggiato dal compagno, lo aveva spesso costretto a giacere
con lui. "Il carcere è brutto perché è pieno di detenuti".
Difficile dimenticare questa sua confidenza.
– I vermi come te non significano nulla e rimangono
peggiori della gramigna; bisogna estirparli senza nemmeno
rifletterci! – Manuel si da conferma.
Posa la pistola sullo scrittoio, vicino alla sveglia. Schiaccia il
grilletto, accompagnando il percussore con il pollice. E’ un
tiepido mattino; scorge l'ora: sono le nove e un quarto.
– C'è tempo! – Vuole assaporare l’evento con una
maggiore convinzione.
Vuole avvicinarsi a qualcosa e può rubare il tempo necessario;
assimila che nessuno gli dà fretta.
Un caldo sole filtra attraverso la tenda variopinta, creando
figure in movimento sul pavimento della sua stanza. Si trova al
quarto piano di un edificio, disabitato già da qualche giorno.
L’esodo estivo ha accomunato tutti i milanesi.
Ora lo rivede, nitidamente, in quella situazione durata pochi
secondi; neanche il momento per dirsi una parola.
Lo aveva cercato, per quindici giorni consecutivi. Ormai era
certo di doverlo incontrare. Per quindici giorni aveva battuto in

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solitudine la città, con la pistola carica, infilata fastidiosamente
sotto la patta dei pantaloni aderenti, coperta dalla maglietta che
scendeva giusto oltre la cinta dei pantaloni a vita bassa. Teneva
il giubbotto allacciato, per ovviare casuali colpi d’occhio.
Ostinato, aveva chiesto informazioni, mostrando una fotografia
ai baristi di mezza Milano.
Quella foto segnaletica l'aveva ottenuta dalla polizia scientifica,
con un espediente che poteva essere giustificato solo da grossa
motivazione; niente affatto semplice. Per accedere agli schedari
dei pregiudicati, suo malgrado, s'era dovuto fingere vittima di
un'estorsione a mano armata, inventando testimoni e scenario
ma gonfiando i fatti di un reale reato, già subito, operato
proprio dalla gang di Pietro.
Abbinato alla foto segnaletica, rilasciatagli per completare la
denuncia presso il distretto di competenza, aveva ottenuto il
domicilio che cercava, ma Pietro non viveva in quell'indirizzo,
residenza invece della famiglia Rocca che di chiare origini
pugliesi, parve ben informata delle malefatte del signorino.
Ormai maggiorenne, lo avevano rigorosamente costretto a
trovarsi un altro alloggio.
La caccia all’uomo s’era rivelata impegnativa ed emozionante.
Impossibile ritrattare la sfida fatta a se stesso; costasse quel che
costasse, doveva ritrovarlo.
Gli amici, sebbene fossero la parte fondamentale del suo tempo
libero, in quei giorni, parevano un riferimento insignificante.
Faceva capolino al punto di ritrovo, per circa mezz'ora, sempre
dopo cena e poi scompariva, facendo sospettare che rapito da
bramosie di femmine mature, una nuova fiamma gli stesse
rubando tempo e passione.
Girovagando a vuoto invece aveva sprecato il suo miglior
tempo; era sconsolato per le proprie rinunce. Cominciava
ormai a dubitare del buon esito della caccia all’uomo.
Nel tardo pomeriggio di un lunedì di fine febbraio, anno 1971,

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entrò in un bar del Giambellino. Dopo aver bevuto la solita
birra scura, osservando poster e fotografie di giocatori del
Milan che tappezzavano vistosamente tutte le pareti, si sentì
motivato a porre qualche battuta sulla buona partita che la
squadra aveva disputato il giorno precedente. Spontaneamente,
il barman di turno partì a spronbattuto; si trovò solidale sia
negli apprezzamenti sia nelle mancanze osservate, rilevando, a
sua volta, pregi e lacune emersi durante i 90 minuti di gioco.
Bastò lo scambio di poche frasi, per animare la tranquillità del
bar; ognuno tra i presenti s’intromise nell’argomento. Erano
tifosi accaniti e sostenevano le proprie diverse opinioni, ma
tutti spararono a zero sull’arbitro, colorandolo in ogni maniera.
Il barista aveva riconosciuto il ragazzo della foto mostratagli;
era un cliente abituale del bar, un tifoso del Milan.
Senza alcun pregiudizio, rivelò, con precisi dettagli, il modo
per incontrarlo, convinto di favorire entrambi i giovani.
La paziente ricerca stava dando i suoi frutti e l’umore riceveva,
finalmente, un impulso gratificante. Uscì dal bar come se
avesse fatto un tredici al totocalcio, ma sulla sua schedina
scaduta vi era annotato un fosco indirizzo.
Il giorno successivo, seguendo le indicazioni del barista, s’era
recato davanti ad un portone; era in una via secondaria, poco
distante dal bar. Presumendo di scontrarsi, da solo, contro più
delinquenti armati ed incoscienti, si sentiva tempestato da
cattivi presagi. Nel raggiro che aveva subito, n’aveva squadrato
solo tre, però si era fatto riferimento ad una significativa quarta
figura. Confidava, con buone probabilità, che ognuno doveva
avere un domicilio diverso; in fondo si trattava di ragazzi e non
potevano differire totalmente da tutti quelli che già conosceva.
Colti di sprovvista si sarebbero rintanati nelle loro paure.
Stava aspettando già da qualche minuto, forse decine di minuti.
I suoi pensieri, nitidi e vorticosi, si sovrapponevano in
successione, vagliando le possibili fregature che potessero

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insorgere in questa situazione da neofita. Si era appostato.
Restava inerte, appoggiato con la spalla sinistra al muro, ad un
metro dal portone del palazzo che gli era stato indicato come
nuovo rifugio o dimora di Pietro Rocca, diciannovenne, già
schedato per rapina ed altro.
Erano pressappoco le dieci del mattino. Aveva parcheggiato il
suo Ktm di traverso, nascosto tra due auto, una decina di metri
più indietro, con l'avantreno poggiato al marciapiede sgombro;
ritualmente pronto per un'eventuale fuga.
Nel momento che gli sbucò davanti, dal portone, fu quasi
sorpreso di trovarselo finalmente di fronte. Avevano entrambi
una corporatura atletica ed un’altezza simile: circa 1,70. Ma
incauto e per istinto, la mano destra di Manuel estrasse la
pistola in un lampo; forse temeva di essere preceduto e
avvicinandosi di un passo la puntò addosso, poggiandola poi,
con pressione, allo stomaco dell’imprecato avversario.
Pietro, colto di sorpresa, indietreggiò per riflesso, di un passo.
Imbarazzato più che impaurito; sembrava volesse giustificarsi
in qualche modo. Forse era convinto che Manuel non avrebbe
mai osato sparargli o forse temeva che, per incoscienza,
l'avrebbe fatto poiché non aveva giustificazioni da fornire.
Rapido come un fulmine, girò le spalle e infilò il portone da cui
era appena uscito. Tre lunghi passi e poi i primi gradini della
rampa di scale. Tre passi ancora; tre gradini ogni volta ed era
già in cima, proiettato verso la seconda rampa. .....Bang!
Echeggiò un colpo solo.
Entrato nel portone, irrigidito come un pezzo di legno, con
entrambe le mani avvolte sul calcio, il capo di Pietro centrato
nella linea del mirino, aveva esitato a premere il grilletto fino a
quell’ultimo istante in cui il ragazzo gli era rimasto sotto tiro.
La mira s’era rivelata freddamente implacabile ed il colpo era
andato schifosamente a segno: diritto verso l’orecchio destro.
Era una situazione fuori portata e l’esito fu troppo azzardato;

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solo un attimo per decidere.
Un attimo dopo s’era già dileguato.
Manuel non aveva deciso ne prevista questa conclusione.
Doveva soltanto farsi restituire il denaro, suo e dei suoi amici,
anche perché paradossalmente, agli occhi di tutta la comitiva,
in cinque figuravano truffati; tutti, da uno solo ed era un
marginale, vecchio compagno: un’onta!
Pochi istanti ma gli sembra di rivedere la scena in sequenze
lunghissime, interminabili. Non ha dubbi sull’esito.
Sono passati due anni e quell’attimo persiste ancora.
Quel colore rosso, immaginario, invade e ricopre ancora i
momenti che seguono questo suo ricordo.
Gli ricompariva spesso, come impresso su un poster
pubblicitario, disseminato ovunque. Lo rivedeva, stando fermo
al semaforo, nella parete a specchi dietro al bancone del bar,
sui muri della sua stanza. Più volte, si era ritrovato spaesato pur
trovandosi a due passi da casa o in strade molto familiari.
– Se non mi avesse girato le spalle, se non fosse
scappato immediatamente, forse questo tragico epilogo non
sarebbe maturato; quest'evento non ci voleva! – Solo i suoi
stessi pensieri non gli concedono tregua.
Pietro non esiste più ed era stato lui la falce. L’aveva fatta
franca, ma il delitto gli si ritorceva contro.
Vorrebbe urlare al mondo il suo rimorso, per scaricare rabbia e
tormento. Purtroppo sa che il suo urlo resterebbe soffocato.
Non potrà mai essere ascoltato. Mai, da nessuno e sarebbe
inutile perché nessuno riporterebbe in vita quel giovane;
andrebbe in carcere, invano.
Neanche le sue numerose rivincite lo ripagano; le nuove
soddisfazioni non cancellano il tormento.
Il suo credo vacilla, poiché un anarchico non è un arbitro; ha
tradito il suo concetto e sembra che non gli resti più nulla cui
aggrapparsi! Immagini d’antiche guerre gli piovono addosso e

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con esse, il dolore e la sofferenza di popolazioni oppresse da
insensate crudeltà e l'anelito disperato, di coloro che patiscono
pene d'inferno, gli entra sottopelle con un brivido che gli
attraversa il corpo. Raccoglie le voci dell'umanità e tutti gli
invocano solo il diritto alla vita.
E’ assuefatto dalla sua condizione.
"Vola alto!" Emerge tra i suoi pensieri. “Vola alto!”
Una frase, simile ad un sussurro trascendentale, prevale sul
brulichio, confuso che gli si aggroviglia nelle tempie.
– Questa era la mia guerra ed io l'ho vinta! – Reagisce
con impeto. – E' stato un grave errore l’inizio! – Ammette,
nervoso ed adirato ma solo contro la sua sorte.
S’impone contegno, per maggiore nitidezza di valutazione.
– Selezione naturale! Avviene da sempre in tutte le
forme di vita; è l'ennesima conferma che un randa stupido
abbia poche probabilità di raggiungere, indenne, la vecchiaia.
La mia responsabilità è stata solo occasionale! – Per adesso ha
piegato il tormento.
A fronte di queste considerazioni anche la sua possanza e la
sua sicurezza, nell’istante, sembrano moltiplicate; inviolabili.
La sua coscienza però non si accontenta delle apparenze ed il
rimorso è una brutta bestia; continuerà a bussare.
Era riuscito a farsi regalare quell’arma da un giovane
carabiniere cui aveva elaborato e riparato, in più occasioni, la
moto da fuoristrada: l'Hercules 125.
L’amico, carabiniere di leva, era perfettamente inserito
nell’ambiente giovanile che ricorreva in quel periodo. Fuori
della caserma, come per beffa dell'uniforme che in fondo era
costretto ad indossare, rivelava la stessa mentalità e le stesse
tendenze dei suoi coetanei; si amalgamavano, sia che fossero
facoltosi o borghesi oppure poveracci. Erano tutti sintonizzati
in un'irriducibile simbiosi ed il loro scopo fondamentale era la
trasgressione senza misure, cioè infrangere ogni regola vigente,

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per ricaricarsi, di giorno e di notte, di nuova adrenalina.
Esagerati nel vivere; non risparmiavano neppure i defunti.
Apparve, su un quotidiano, la notizia del ritrovamento di uno
scheletro, fatto rinvenire sulla scalinata di Via XX Settembre.
Il giornale menzionava l'apertura di un'inchiesta della
magistratura, per un probabile omicidio, così rivendicato dalla
mafia oppure da estremisti politici. Si trattava invece dei resti
di un defunto, prelevato nell’ossario di un cimitero periferico.
L'escursione notturna era millantata, meticolosamente, dagli
stessi protagonisti man mano che, nel pomeriggio successivo, il
mucchio di giovani ripopolava la zona prescelta del Parco
Solari. L’amico carabiniere vi aveva concorso.
La pistola l’aveva requisita, certamente, in una delle solite
retate che in quel periodo tumultuoso, effettuavano, con
metodo, in alcune zone "calde" di Milano. Gli era stata fornita
anche una scatola di colpi LR (Long Rifle), inutilizzabili al
momento perché il tamburo di questo revolver aveva gli alloggi
del proiettile strozzati. Per renderla offensiva, era stato
necessario modificarla; un gioco da ragazzi. Aveva smontato il
tamburo e con un trapano a colonna, n’aveva forato la
strozzatura che impediva l'inserimento dei micidiali proiettili. Il
numero di matricola era già stato limato in precedenza. Ora, si
ritrovava una precisissima Mondial 22, a canna rigata, da tiro a
segno; passibile d’arresto e “processo per direttissima” se te la
scovano addosso, senza porto d'armi. Eppure gli pareva un
giocattolo, quasi innocuo; piccola, facile da tener nascosta,
molto simile alle pistole che aveva ricevuto, come dono di
Natale, all'età di otto anni.
– Quanti passi ancora? – Manuel rovista nella sua
coscienza cercando un possibile spiraglio illuminante.
I suoi pensieri scorrono liberamente, volti all’insulto. Sono il
suo unico appiglio; fungono da guida oppure semplicemente da
monito, atti a restituire l'equilibrio psicologico che è divenuto

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precario a giorni alterni.
– Quante volte ancora, il tuo piede dovrà precedere e
seguire l’altro tuo piede? Quanti passi ancora prima di finire al
capo? – Non è convinto che il suo spirito sia da buttare.
Rovista ancora. Cerca un metodo, concettualmente adeguato ed
esauriente per allontanare la sua angoscia e per fugare il peso
dell’omicidio che non riesce a scrollarsi di dosso. Cerca di
capire se gli manca il coraggio di premere il grilletto o forse,
scoprire se esiste una nuova formula di pensieri, in grado di
disperdere, definitivamente, i suoi insopportabili fardelli.
– Perché questo buio assedia incessante la mia mente?
Il disagio mi opprime, assilla i miei pensieri e più il tempo
matura più esso s'infittisce; perché?
E quest'anima che non affiora. L'anima! Dov'è l'anima?
Ed un significato che non vedo, non trovo, non c'è! Quindi
perché soddisfare madre natura? Perché quest’istinto di
sopravvivenza? Il mio destino dov'è? …Rassegnarsi! ...
Forse rassegnarsi rimane l'unica medicina! ...Oppure stroncare
questo sistema di vita. Rinunciare quindi alla curiosità di
scoprire se un nuovo giorno potrebbe veramente avere in serbo
qualcosa d’adatto a me, mostrandomi nuovi, curiosi, diversi
colori e magnetiche attrazioni; magari camuffando questo tratto
di città che ben conosco, modificando ai miei occhi tutto ciò
che fino ad oggi mi è apparso scontato e continuo a vedere in
balia del tempo, senza altri riflessi, privo di suggestioni per cui
nutrire rinnovati interessi. …La fede cos'è? –
Si era ravveduto ateo, pian piano. Vorrebbe ottenere una
risposta diversa dalle sue deduzioni pur consapevole che ormai,
gli sarebbe impossibile ricredersi.
– In fondo è meglio chiudere ogni porta e sopravvivere
entro il proprio confine. In fondo è meglio non indagare troppo
e restare ad aspettare. Aspettare, coscienti, un nuovo giorno!
Ma salvaguardare una propria integrità, chiudendo gli occhi per

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sempre, è diritto di chiunque avverta tale necessità. Non
vedere, non sentire, bloccare la mente; cessare di esistere è un
proprio diritto, anche se lede le persone a noi care! –
La profonda incertezza gli faceva mancare il terreno sotto i
piedi. La sua realtà, pure, non offriva più certezze.
Era all’apice di un periodo fatto così!
Alberta aveva disdetto un loro importante appuntamento. Ora,
aveva staccato la spina e tutte le sue lacune potevano emergere,
senza freno; franche ed asfissianti. Il sottile legaccio che
fungeva da ancora, s’era rotto e come spesso accade, è bastato
quel niente a fargli cambiare rotta. Finora gli era mancato il
tempo di guardarsi attorno, soffermarsi, vedere dentro le cose
con la giusta profondità. Adesso, può farsi chiarezza con vera
calma e libera riflessione.
– Va bene! Sono un sovversivo e non ho inteso
schierarmi da nessuna parte perché ritengo inutile combattere
contro i mulini a vento! Ognuno è minuscolo di fronte al
sistema machiavellico costituito; come gli estremisti, sono
troppo distante dalla realtà! Anzi, ancor peggio, sono un
sovversivo anarchico e so che questo difetto non può essere
conciliato eppure finora, nessuno ha mai affermato che un
pensiero utopico sia un’ideologia sterile. Trovare coerenza è
come cercare un ago nel pagliaio! Coloro che potrebbero essere
in linea con i miei ideali, avranno incontrato problemi identici
perché la formula stessa non prevede sussidio. Io non amo
convincere la gente che serena, accetta le cose così come
stanno perché la mia coscienza m’impedisce di smottare la
fiducia cieca delle persone, sia in politica sia nella fede.
Che vivano soddisfatti, giacché hanno questa fortuna!
Conosco solo due vie: accettare l’intero pacchetto oppure
rifiutarlo! Io lo sto rifiutando. –
La metastasi era ben più profonda di quanto poteva intuire
perché era già stato contaminato dalle questioni della

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quotidianità; ne faceva parte. Amava gli amici, i familiari ed
ora anche i nemici poiché ne comprendeva le loro motivazioni;
amava competere con loro, chicchessia fossero! Dapprima si
limitava a partecipare, nella vita e nello sport ma da qualche
mese, tutto è cambiato; ora, consapevole di poterlo fare, si
batte per vincere. I suoi avversari diventano più tenaci e più li
scopre, maggiore diventa anche il suo accanimento. Il
meccanismo non gli garba perché pur nella dipartita, nessuno
gli concede nulla, ma si è avveduto che non gli è possibile
rimanere a guardare i soprusi che gli piovono attorno; non
riesce a subire con indifferenza e l’indifferenza di ieri, verso il
sistema che disconosce, oggi, non è più indifferenza. Si è
accorto che l’impegno diventa sempre più elevato e se il gioco
gli prende la mano, reagisce come loro; oltrepassa i limiti,
perdendo il senso della misura. Il suo revolver ha appena
messo a segno un secondo colpo.
La sveglia di fronte marca un quarto alle dieci. A quest’ora
nessuno può intercettarlo; non è mai successo. Si concede altro
tempo per rivisitare i momenti salienti dell’ultimo tratto di vita.
Il sapore dei suoi ricordi, in sostanza, non è totalmente amaro;
trova conveniente approfondire. ….
– Hai visto Manuel? –
Manuel era seduto sul sedile posteriore dell’A112 Abart del
Parilla. Non diede peso a quella voce. Discorreva con
Valentino, comodo e disinvolto, finché scorse l'assembramento
di ragazzi che nel volgere di pochi istanti, s'era avvicinato
all'auto, attorniandola. La sua visuale era già stata offuscata e
ancora tentava d’intendere che cosa stesse avvenendo. Il verde
orizzonte che gli si poneva di fronte, in un baleno, era mutato
di colori e di luce. Quell’onda cupa e minacciosa, fatta di tante
figure e facce nuove, non s’era mai vista prima d’ora; si
alternavano, sempre più accalcati, scorrendo rapidamente nel
suo campo visivo, oltre il finestrino socchiuso.

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Rimaneva tranquillo, seduto quasi di traverso, alle spalle del
primo passeggero. Per un attimo n’aveva incrociato lo sguardo;
con quella rapida occhiata, aveva interpretato l’esatto timore di
Valentino che più giovane di un paio d’anni, poteva essere
facilmente impressionabile. Mosse la mano per tranquillizzarlo,
senza scomporsi; gli diede una lieve scossa sul braccio che già
pendeva verso il freno a mano quasi volesse segnalargli lo
stesso pericolo che entrambi avvertivano.
Quella piccola auto li proteggeva, ma nel contempo sembrava
una trappola inesorabile. La sua posizione si mostrava priva
d’ogni spiraglio e tutti quei giovani, di certo non portavano
doni. Manuel sollevò il capo osservando da sinistra a destra; si
ridomandava cosa volessero, ma preferì tenersi i suoi dubbi.
Il Parilla, diciottenne, fresco patentato, indugiava, seduto
fieramente al posto di giuda. Il soprannome gli derivava dalla
moto con cui aveva fatto primo approccio; s’era trattato di un
glorioso, vecchio Parilla 125, concessogli dalla lunga passione
amatoriale del padre. Il veterano motociclista, soddisfatto delle
prestazioni e compiaciuto dello storico marchio, l'aveva
mantenuta integra nel tempo. Anche l'A112, di colore grigio
scuro metallizzato, seminuova, era un dono, più recente,
dell'anziano genitore. Il figlio era un ragazzo a posto.
– No, ancora non s'è visto! – Rispose freddamente il
Parilla che ben conosceva chi fossero.
Diventavano sempre più consistenti. Giungevano da tutte le
parti, in moto, in macchina, a piedi dalla fermata del tram.
Brandivano catene e spranghe di ferro. L'abbigliamento, tra
loro difforme, faceva pensare che fossero stati raggruppati per
caso e per solidarietà, erano quindi intervenuti in una disputa
che ad ogni modo non apparteneva a nessuno della maggior
parte. Numerosi, scesi dalle auto, indossavano giacca e
cravatta, come se fossero appena usciti dall'ufficio. Facce
pulite! Fuori luogo in quella circostanza, scomoda ed

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inconsueta per le loro abitudini e sembrava che in molti,
avessero paura di un immaginario collettivo, però l'umore che
produceva quell’imbarazzante timore, nasceva proprio dal loro
stesso ardire. Di fatto, non esisteva nessuna situazione di vera
tensione perché ancora mancavano gli attori principali, forse
gli unici attori.
Il perché cercassero Manuel tornava un quesito senza risposte.
Al fianco del Parilla, Valentino, si aggiustava sul sedile come
se non riuscisse a trovare una posizione comoda; lasciava
trapelare il suo disagio. Aveva smesso di parlare, rimanendo a
tratti col fiato sospeso soprattutto perché dal finestrino aperto
della piccola vettura, il robusto ragazzo, chinato che poneva le
domande al Parilla, gli restava ancora incollato alla faccia.
La Via Montevideo era ormai chiusa al traffico e l’A112
rimaneva, casualmente, bloccata nella moltitudine agguerrita e
compatta. Provenivano da Via Borsi, da cui prendevano il
nome. Erano più di cento, almeno centocinquanta, molto
giovani; in pochi dimostravano un'età superiore ai vent'anni.
Il Parilla aveva spesso raccontato storie su "Quelli di Via
Borsi"; un’aggregazione altrimenti sconosciuta.
Il Parilla proveniva da quel gruppo.
Vi erano due elementi molto pericolosi, descritti come veri
delinquenti, finiti più volte nel carcere di San Vittore: Mario e
la sua fida spalla Armadìo. Ma in quell'occasione, il Parilla
l’aveva notato, i due non erano tra i presenti.
In primavera s'era creata l'abitudine di riunirsi all'inizio del
parco, nel mezzo del lato ovest, sul fianco destro della Piscina
Solari; in quel punto, comodo per le numerose panchine, si
convoglia la Via Valparaiso. Tutto il lato ovest coincide con la
Via Montevideo. In caso di retate, si aprivano diversi spazi di
fuga. D'inverno invece approfittavano di un celere ritrovo: lo
Snack Bar di fronte alla piscina. Era un bar moderno ma
discreto, munito di jukebox, flipper e divertenti video game.

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Le fazioni del Parco Solari non erano mai state particolarmente
compatte o ficcanaso. Consci dei loro guai, si mantenevano alla
larga dalle questioni e tale caratteristica, in quell'occasione, si
confermò propizia perché ognuno che vi arrivava in prossimità,
rimanendo impressionato da quell’insolita, massiccia, presenza
di ragazzi sconosciuti, visibilmente malintenzionati, evitava
saggiamente di fermarsi. In ogni caso nessuno fu in grado di
indicare dov’era Manuel in quel momento. Interrogarono anche
i ragazzini che gironzolavano in bicicletta e nonostante ciò,
l’inutile presidio durò quasi un'ora; la minacciosa combriccola
di Via Borsi abbandonò il parco con un marcato disappunto.
Manuel non ebbe modo di soddisfare la sua curiosità ma
quell’indifferenza aveva beffato un pericoloso attacco alla sua
incolumità; ben sapeva che i gruppi non ragionassero.
Nei giorni seguenti avvennero altre scorribande.
Arrivavano al Solari nel tardo pomeriggio e sempre ad orari
diversi. Il drappello s'era ridotto ad una quindicina di ragazzi in
sella ad una decina di rombanti moto di diversa marca.
Percorrevano, a bassa andatura, con circospezione, tutta la Via
Montevideo, compiendo il largo giro del parco per due o tre
volte. Erano sconosciuti e non conoscevano l’obiettivo; davano
solo fastidio con il loro frastuono assordante.
La comitiva del Solari non tollerava quell’appariscente ed
irritante invasione di territorio; si trovò, unanimemente, decisa
ad affrontarli. Divenne inevitabile organizzare l'incontro di
raffronto tra Mario e Manuel.
Si mobilitarono tutti, preparando un'adeguata accoglienza.
Era un sabato di fine aprile ‘71, quasi sera. Verso le sei, come
previsto, gli intrusi arrivarono anche quel giorno, questa volta
in sella a quindici moto, tutti accompagnati da un robusto
passeggero; tra quelle figure non c’erano damerini. Si poteva
intuire che il brutto presagio del Solari fosse maturato e si
stesse per concretare ma fino a quel momento, il Mucchio

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Selvaggio non aveva ancora mostrato la sua vera faccia.
Scorgendo l'auto del Parilla, in sosta di fronte ad un discreto
gruppetto di ragazzi, si fermarono e senza indugiare, scesero
dalle moto. Sceso a sua volta dalla macchina, il Parilla salutò
tutti, amichevolmente e poi aggiunse, precedendoli, che stava
aspettando Manuel; spiegò che sarebbe arrivato a momenti.
Il Parilla nutriva una grande stima per Manuel. Era giunto fino
a lui perché attratto dalla fama del suo nome che spesso, era
pronunciato tra ragazzi, nelle comitive di mezza Milano. Si
sentiva molto fiero d’essere amico di Manuel; amico di una
leggenda. Lo paragonavano ad “Agostino o Pazzo” di cui, più
clamorosamente, diffondevano notizie numerosi reporter
napoletani e telegiornali nazionali; il motociclista beffeggiava,
con abilità e fragore, tutte le forze dell’ordine di Napoli.
Manuel viveva inconsapevole tutto questo. Avvertiva un
elevato senso di rispetto, ma stimava alla pari i suoi compagni
d'avventure. Tutti, inconsciamente, si trovano vincolati tra loro,
appagati dal loro complice rapporto.
Erano prigionieri del loro fantastico mondo.
Dal bar, Manuel aveva osservato l'arrivo della banda
visibilmente ostile ed aveva già fatto un paio di telefonate per
coordinare altri amici. Trascorse ancora qualche minuto,
sorseggiando la sua birra scura quindi uscì dal bar, diretto
verso il Parilla, distante una cinquantina di metri. Non aveva
armi con se; nelle tasche del suo giubbotto di pelle marrone
c'erano le chiavi di casa ed il portafoglio. Per l'occasione
invece dei soliti stivaletti di cuoio, calzava scarpe da
ginnastica. I classici jeans scampanati, attillati dalla cintura
fino al ginocchio ed il taglio dei capelli, lunghi e riccioluti,
similare a Bob Dylan, lo rendevano uniformato ed
insignificante; quella moda era in voga.
Aveva già attraversato la strada e percorreva il marciapiede,
disinvolto, apparentemente distratto, assorto nei suoi pensieri.

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I suoi passi non erano stati uditi neanche dal Parilla; preso
com'era dalla conversazione con i suoi vecchi e scomodi amici
di quartiere s’era già scordato dell’appuntamento.
– Ciao Parilla, ...hai visto Mateus? – Manuel si
pronunciò a voce alta attirando la sua attenzione.
– Ciao Manuel, ...questo è Mario di Via Borsi. Vuole
conoscerti. –
– Bene. Eccomi! – Rispose Manuel, freddamente.
Un'acuta attenzione si era accentrata sui due personaggi ed i
vicini sostenitori. Un gesto sbagliato avrebbe causato il
massacro, vicendevole, di quei giovani determinati pur
trovandosi estranei tra loro e totalmente indifferenti alle ragioni
di quell’ipotetica disputa.
Rimasero tutti in silenzio, per carpire le intenzioni dei due
rispettivi esponenti; erano consapevoli che qualcosa di
straordinario sarebbe presto accaduto. Anche Manuel e Mario
si concentrarono l'uno sull'altro, rimanendo in silenzio per
qualche istante. Serviva un pretesto per far scoccare la scintilla
perché prima d'ora, i due non si erano mai incontrati, neanche
per caso. Manuel era certo che da un momento all’altro,
sarebbe stata lanciata la provocazione, ma pur trovandosi in
condizione d'inferiorità, avrebbe immediatamente reagito;
esitando poteva subire una peggiore sorte.
Mario era di poco più basso, ma aveva una corporatura
notevolmente più robusta. Ventenne. Il colore bronzato della
carnagione, gli occhi scuri, i capelli neri, lisci, lunghi ed i
lineamenti del volto gli conferivano l'aspetto di una
discendenza peruviana. Invece era napoletano.
Appena in disparte, spiccava, per dimensioni, un altro ragazzo
con un vecchio sfregio che gli segnava obliquamente la
guancia destra. Aveva un bavaglio che pur pendendo dal collo,
manteneva ancora la sua sagoma tondeggiante. Il suo fisico non
era atletico, ma la mole imponente gli conferiva un aspetto

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temibile, pericoloso. Doveva trattarsi di Armadìo. Il nome
foggiato sicuramente dai suoi amici, rappresentativo, poteva
significare molte cose: dio armato, arma di un dio, armadio. Il
suo vero nome, Armando, era noto al Parilla.
Manuel, per sentito dire, poteva intuire le motivazioni che
avessero spinto tutta la comitiva di Via Borsi a queste
escursioni fuori zona, ma per essere personalmente accusato di
qualcosa, sarebbero state necessarie spregiudicatezza e
coraggio in buona misura.
Mario, privo di scrupoli, non si sarebbe smentito di fronte a
tutti i suoi amici, in netta maggioranza a confronto dello
sparuto gruppetto di sbarbatelli del Solari, però la situazione e
la fama di Manuel, in quel frangente, gli incutevano prudenza.
Dubitava di quell’ingenua realtà, apparentemente favorevole;
ormai era scaltro e prevenuto. Il suo primo arresto era avvenuto
in seguito alla rapina di un portavalori che s’era mostrata più
semplice del previsto.
Nessuno si era accorto del sopraggiungere di una grossa
compagine di giovani, tutti vestiti di nero, che si poneva ora di
fronte a loro. In cinquanta, forse di più: estremisti di destra di
un movimento studentesco. Erano arrivati a piedi, attraverso il
Parco e stavano stringendosi in semicerchio con aria sorniona e
minacciosa. Rimasero a qualche metro di distanza dai ragazzi
di Via Borsi. Quasi contemporaneamente, da Via Valparaiso,
arrivò Vito di Via Canonica con il suo altrettanto numeroso
branco; tutti in moto. Avevano l'aspetto sinistro, cattivo, di una
banda abituata agli scontri ed alla provocazione; un paio di
loro, già in prima fila, recava sul volto le cicatrici di contrasti
precedenti, mentre il compagno di sella di entrambi copriva
una mano con il giubbotto e sicuramente impugnava un pesante
tubo di ferro o peggio. Altri lasciavano intravedere, attraverso
il chiodo di pelle aperto, una robusta catena d’acciaio che
cingeva la vita a mo' di cintura.

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Si limitarono ad osservare ciò che stava accadendo e
inoltrandosi nella via, verso la piscina, sostarono occupando
buona parte della carreggiata.
Arrivò anche Mateus, da Via Solari; puntualissimo, portandosi
appresso una porzione della comitiva di Via Giambellino ed il
resto del Solari. Erano giovani dall'aspetto tranquillo, ma il
Giambellino era famoso da anni, per la sua pericolosità; solo
Quarto Oggiaro godeva della stessa nomea.
Tutti questi ragazzi, in condizioni normali, erano bravi ragazzi.
Fuori della cerchia, la loro audacia sarebbe stata insospettabile
ma, una volta aggregati, erano tutt’altra cosa. Quando capitava
l'occasione di generare o partecipare a tafferuglio, nessuno,
rassicurato dalla forte coesione, si sarebbe tirato indietro
perché perdere un'esaltante opportunità sarebbe stato
imperdonabile per ognuno.
Tutto il lato ovest del parco era gremito di moto e motociclisti.
Parola d’ordine, per tutti, era: “Restare Abbottonati”! Attirare
inutilmente l’attenzione delle forze dell’ordine sarebbe stato
devastante per il futuro di quel ritrovo. I condomini del
circondario s’erano abituati al raggruppamento di ragazzi in
moto. Molte persone si affacciavano alle loro finestre
incuriosite e divertite ma senza motivo di preoccupazione.
– Ho sentito parlare di te. – Mario ruppe il silenzio.
– La furbizia non è il mio forte. – Ribatté d'impulso.
– Qualcuno del Solari ha rubato la moto ad un mio caro
amico! – Enunciò Mario, quasi a testa bassa.
– E dunque? Che cosa t’aspetti da me? ...Per questo mi
cercavi? – Gli rispose con timbro intollerante.
Sorpreso dal tono di voce, Mario lo squadrò da testa a piedi,
con sufficienza. Entrambi s’erano convinti che in circostanze
diverse si sarebbero scazzottati.
– Sicuramente, tu puoi farmela riavere. – Continuò
senza attendere replica – La questione sarà chiusa senza altre

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rivendicazioni! – Mario stabilì le sue condizioni.
Manuel mugugnò, pensieroso, palesando una lieve smorfia con
le labbra che somigliava ad un sorriso sospettoso. Ostentava la
sua sicurezza per non concedere soddisfazione agli intrusi.
Si domandava il perché fosse stato preso di riferimento.
Quel ruolo non gli era consono e le sue mani vibravano. Decise
che sarebbe stato meglio assecondarli. Iniziare una guerra di
quartiere non mostrava attrattive; il fatto avrebbe assorbito
l’attenzione totale, distogliendo la comitiva dalle sue faccende
quotidiane. Il Solari non era di natura belligerante quindi non
n’avrebbe giovato nessuno. Cacciò le mani dalle tasche ed
iniziò, d’impulso, a stringere il mazzo di chiavi, ripetutamente,
passandolo nell’una e nell’altra mano. Rimaneva poggiato, di
schiena, al bagagliaio dell’auto, distante un paio di metri da
Mario, che poggiato invece alla sella della sua moto, aveva
gesticolato, marcando il senso delle sue stesse parole. I suoi
ventinove amici restavano raggruppati alle spalle, accanto alle
proprie moto, irrequieti ed attenti. Erano consapevoli che la
delicata situazione potesse prendere una brutta piega; non
pendeva più dalla loro parte. Mario, scalmanato com’era, non
avrebbe abbassato la cresta e forse sarebbe partito in quarta, a
sorpresa, scaricando pugni alla cieca, senza pensarci due volte.
Mario, descritto come rapinatore di banche e furgoni blindati,
abituato a fronteggiare carabinieri armati di mitra e delinquenti
di ben altra risma, sembrava ora coinvolto in una storia di
scarso interesse. Era sempre armato di pistola, anche Armadìo;
non potevano deludere le attese dei loro amici. Attorno invece
l'atmosfera s'era allentata; si udivano già pronunciare differenti
opinioni e commenti tra gli elementi dei quattro gruppi, ma
ognuno si formulava cauto e pacato. Era stato prestabilito che
le bande giunte in supporto, avrebbero fatto sola presenza, per
dissuadere e quindi evitare la zuffa.
Manuel continuò la chiacchierata con Mario, per puntualizzare

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ogni dettaglio sufficiente alla soluzione di quel problema e
calatosi nei nuovi panni, chiese dov’era avvenuto tale furto,
...come, ...quando; ...domandò se ci fosse stato un motivo di
rivalsa che potesse dare più significato all'accaduto. ...Che
moto stavano cercando e chi n’era il reale proprietario. Chiese,
infine, il perché fossero così convinti che il Solari vi fosse
implicato e perché lui stesso dovesse caricarsi di questa
responsabilità, nel rispondere, a loro, dell’azione rivendicata.
Manuel riusciva a percepire la forte ostilità che emanava quel
ragazzo; era imbottito di risentimento diretto. I veri motivi
dello scontro non potevano essere quelli palesati anzitutto
perché un simile personaggio non coltiva amicizia tra
scolaretti. Era stato chiamato in causa, ma doveva avere motivi
personali o forse era vero il contrario.
Mario dichiarò che erano stati informati da una fonte
attendibile, evitando di rivelarne l’identità.
Senza formulare alcun’ipotesi contraddittoria, scaturì la
promessa che se veramente quella moto fosse stata bottino
casuale di un frequentatore del parco, avrebbe fatto il possibile
per ottenerne la restituzione, esponendosi a buon moderatore.
Poteva essere una risoluzione plausibile.
Mario non parve entusiasta della proposta accomodante e
guardandosi attorno, si rese ben conto che non avrebbe potuto
agire a modo suo; la realtà non gli concedeva scampo.
– D’accordo! Ci rivedremo domani. –
– Mario, non scomodarti; se la moto esiste ancora, te la
riportiamo noi. – Gli rispose Manuel, con tono sereno.
In realtà non voleva rivederlo gironzolare nei paraggi del
parco, anzi non voleva rivederlo per niente, ma trattenne pure i
suoi pensieri. Era più che certo che la storia fosse una scusante;
un’invenzione! Mario aveva in serbo altri propositi personali;
l’intuito lo dava per scontato. Ormai, si erano conosciuti.
Nel frattempo, anche tutti gli altri intervenuti avevano rotto il

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ghiaccio; molti si sapevano di vista, altri realmente ed altri
nuovi volti fecero conoscenza, scambiandosi informazioni sulle
abitudini delle rispettive comitive.
Tutti quei ragazzi, designati e coerenti, apparivano divertiti da
tanta concentrazione di presenze. Erano affascinati perché si
stava proponendo un evento storico; quelle diverse tribù di
quartiere, in tutta la loro esistenza, non si erano mai
raggruppate tra loro. L’enorme raduno creava una forte
emozione, ancor meglio che di fronte al concerto di un divo
poiché tra loro, erano tutti simili sia d’età sia di mentalità;
appartenevano alla medesima generazione milanese.
Più tardi iniziarono a dissolversi e qualcuno apparve deluso del
mancato parapiglia. Ognuno riprese la sua strada.
Sembrò che dovesse finire tutto in convenevoli tanto che
Mario, dopo la mezz'oretta di ragguagli, chiese a Manuel di
fargli provare la luccicante Montesa 250 su cui s’era appena
seduto, pronto ad andarsene per suo conto.
Manuel, lì per lì, aveva acconsentito, senza pensarci in quanto,
al parco, gli capitava spesso di scambiarsi la moto, per il gusto
di collaudarne le differenze; era consuetudine tra loro, però si
trovò immediatamente pentito di quella concessione.
Non fece trapelare il ripensamento.
Mario mise in moto e partì con una lunga impennata nella Via
Valparaiso. Ritornando, eretto sulle pedivelle, dava ripetuti
colpi di gas facendo impennare la moto ogni volta. Salì il
marciapiede e scomparve nel verde alberato.
Manuel rimase con gli amici finché non giunse l’ora di cena,
ma il Montesa non fece più ritorno.
Il resto della banda di Via Borsi, appena trascorsi una decina di
minuti, si era già dileguata.
Per reazione, nei giorni seguenti, si mobilitò di nuovo l’intero
Parco Solari; un gran gioco si era avviato.
Ora, non rimaneva altro spazio per il tempo libero; era quello il

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vero oggetto del loro tempo libero: una caccia al tesoro con
premio a sorpresa.
Le diverse combriccole del parco si sguinzagliarono alla
riscossa. Inconsciamente coordinati, battevano un territorio che
già conoscevano in ogni dettaglio. Muovendosi a ventaglio,
setacciarono diversi caseggiati di riferimento e la loro rete fu
inesorabile; in due soli giorni, riuscirono a scovare il deposito
che stavano cercando.
Addentrati nella tana del lupo, recuperarono il Montesa di
Manuel, ma il loro bottino si arricchì di numerose moto. Tra
quelle c’erano due Ducati Scrambler 450, di colore giallo e
nero, nuove di trinca; appartenevano a Mario e Armadìo.
L’insieme dei fatti faceva intendere che ormai, si fosse avviata
una guerra di quartiere e forse, la prova di forza che il Solari
aveva dimostrato, poteva escludere le successive rappresaglie.
Alle nove della stessa sera, una delle moto fu scaraventata, più
volte, a buon’andatura, contro una gradinata, situata di poco
all'interno del Parco. A pilotarla, c’era Semola; lo stesso
ragazzo che l'aveva requisita. Partendo dall'asfalto, sbatteva sul
marciapiede, salendovi e poi, giunto in prossimità della bassa
scalinata, abbandonava la moto con una spinta sul manubrio,
facendosela scivolare tra le gambe e terminando la corsa , a sua
volta, con una capriola sull'erba dell’aiuola.
Fernando, più giovane, si esaltava, divertito, contagiando
d'euforia i numerosi amici presenti. Senza dubbi, era un
trattamento insolito, inferto ad uno dei maggiori simboli a due
ruote di quel periodo. Chiunque, amante della moto, nel vedere
lo sconquasso di quella Ducati, si sarebbe avvilito. Era curioso
il vederla piroettare per aria, mentre si frangeva contro i
gradini, senza l’angoscia dei danni che continuava a subire.
Lo spettacolo si protrasse finché smise di funzionare. La ruota
anteriore, divenuta sbilenca, urtava nelle forcelle, storte
anch’esse; s’erano irrigidite come barre grezze. Semola smise

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di cimentarsi; così malconcia gli era difficile riuscire a
guidarla. Volle provarci Mateus e poi Marco; finirono entrambi
a terra, sbalzati come due salami.
Lo spettacolo aveva superato il suo culmine.
La moto fu bruciata nello stesso Parco. Cosparsa di benzina,
arrostiva, orizzontale, sulla ghiaia di un camminamento,
quando il tappo del serbatoio fu sparato lontano dalla pressione
interna e le fiamme divamparono, alte, per qualche minuto
L’erba, delle aiuole circostanti, s’illuminò a giorno, mostrando
nuovamente i suoi vivaci colori. Per pochi attimi, tutte le piante
emersero dalla loro penombra, lasciandosi dietro lunghissime
ombre fluttuanti. Il rogo all’aperto non poteva passare
inosservato. Per conseguenza, molte persone si affacciarono
alle finestre dei palazzi adiacenti; il forte bagliore era penetrato
nei loro appartamenti, distogliendoli dal relax del dopocena.
Il parco, visto da lontano, sembrava in fiamme.
Quando la combustione si stava esaurendo, comparve nell’aria
il suono delle sirene; erano i pompieri. Provenivano da Via
Meda e puntavano ovviamente verso quel gran giardino. Forse
sopraggiungeva anche la Polizia. Furono solerti, ma la comitiva
stava già cambiando destinazione, lasciandosi dietro tutto il
capitolo; erano più che sicuri che i ragazzi di Via Borsi
avrebbero smesso d’infastidire.
La sera li attendeva, stimolante ed ancora tutta da vivere. Non
era stato predisposto che vi avrebbero rinunciato. La parentesi,
fuori programma, li aveva caricati ulteriormente.
Più tardi arrivò un carro attrezzi; con un braccio idraulico e
gesti di rito, due addetti caricarono rapidamente ciò che
rimaneva di tanto accanito scempio. Quel vessillo era ridotto a
scura ferraglia; irriconoscibile ma nel parco non vi restò traccia
che potesse turbare.
La seconda Ducati rimase bottino di Alex che aveva
individuato il cortile dove erano state parcheggiate. Integra e

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lucida, di rotto aveva soltanto il bloccasterzo.
Fernando e Mateus, anche separati, tracciavano senza saperlo,
una loro impronta precisa, ma marcavano un modo d’agire
abbastanza diffuso. Fernando e Semola invece, messi insieme,
erano incoscienti! I due, in un’occasione, avevano incendiato
una vecchia auto, abbandonata che serviva da rifugio ad un
barbone. Per sua fortuna vi stava dormicchiando e se n’accorse
in tempo; quell’uomo perse solamente l’alloggio. Fernando si
prodigava, come sempre, per incentivare il mutuo divertimento.
Coadiuvato dagli audaci sostenitori, studiava espedienti di
sicura presa; ogni spunto era valido e le sue bizzarrie non
deludevano mai. Giocondo e con il volto allegro, la sera
successiva, si trainò appresso la fazione che gli rimaneva più
stretta, per quartieri sconosciuti di Milano; già sapeva dove
andare a pescare il suo idoneo obiettivo della serata.
La Dune-Buggy bruciava in un vortice di fiamme. La
vetroresina della scocca rivelava così le sue caratteristiche
d’elevata infiammabilità.
Nel momento che s’udirono, lontane, le sirene dei pompieri
altro non rimaneva che il ferreo telaio ed il motore, senza
copertura, ma rivestiti di nera fuliggine fumosa. L’odore acre,
di gomma bruciata, si era diffuso rapidamente e la nebbia tetra,
già da ragguardevole distanza, pungeva fastidiosamente gli
occhi. Lo scheletro dell’auto appariva tenebroso, adagiato sui
quattro cerchioni, nudi, aureolati di fili d'acciaio.
Era buio e quella strada secondaria era deserta. I semafori
sincronizzati della circonvallazione avevano, in un istante,
ammutolito i rumori della città, mettendo in risalto una sirena,
ancora distante. Un’auto si avvicinava dal fondo della via; i
suoi fari proiettavano, in profondità, le loro lame di luce,
attraverso il denso fumo in movimento. Le vampe forti si erano
già attenuate, ma sotto l’auto qualcosa si alimentava ancora.
Forse, sarebbe esploso il serbatoio quindi i ragazzi si

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mantenevano a dovuta distanza; osservavano incantati, fermi
lungo il marciapiede, oltre l’incrocio.
I pompieri sopraggiungevano dal fondo della stessa via,
propagando armoniche fluttuanti che echeggiavano nelle
intercapedini dei palazzi di Via Muratori. Il quadro aveva un
effetto spettacolare, magnetico, ma era scaduto il tempo;
dovevano separarsi rapidamente da quello scomodo scenario.
Non è un piromane! Questo era soltanto uno degli svaghi
preferiti di Fernando, fratello minore di Mauro invece
compagno di banco di Manuel alle medie. Era fatto a modo
suo; uno dei tanti amici. A pensarci meglio, Fernando era il
maggiore ideatore di molti atti vandalici, poi attuati con
inverosimile tempestività dal resto della combriccola.
Nessuno poneva ostacoli: tra il dire e il fare? ...Niente!
Erano tutti molto affiatati tra loro; colmi d’entusiasmo, ma il
coraggio di Fernando non andava mai oltre le proposte.
Le Dune-Buggy erano le sue predilette perché divampavano
rapidamente, offrendo uno spettacolo immediato. Trovarne una
parcheggiata sul loro cammino, significava "rogo sicuro". In
fondo si trattava soltanto di un oggetto. L'idea che l’oggetto
avesse un proprietario e che per lui potesse rappresentare
qualcosa, non sfiorava nessuno, ...apparentemente.
Un masso lanciato da un ponte, sull’autostrada, ha sfondato il
tettuccio di un’auto in corsa, finendo sul cranio dell’autista:
un’altra vittima. Questo fatto di cronaca è il risultato prodotto
dai soliti teppisti, nauseati dalla monotonia e costantemente a
caccia d’emozioni, sempre più forti.
Fernando si era avvicinato a molte tragiche conseguenze, con
tanta naturalezza, quasi come se si trattasse di un passaggio
obbligatorio, da perseguire e superare, per raggiungere lo
stadio di maturità successivo, più elaborato.
Forse, gli tornava troppo banale, trascinare un grosso sasso
perché era gratuito, non faceva splash e forse, era troppo

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pesante da lanciare lontano, oltre la rete di protezione del
cavalcavia. Probabilmente, lo tratteneva ancora un briciolo di
buon senso o di panico, però pur di oltrepassare il limite
precedente, poter quindi raccontare un’altra delle sue imprese,
descrivendo, a modo suo, evoluzioni e conseguenze della
bravata, ridere e pavoneggiarsi, riunito agli amici assenti
all'evento, si disponeva con pazienza nelle code, alle casse
dell’Esselunga di Viale Papiniano; con il carrello carico,
pagava ortaggi di varia sorte, idonei allo scopo: zucche, patate,
pomodori, uova, ecc. Non badava a spese.
Si muovevano in gruppo di dieci, quindici ragazzi in età
compresa tra sedici e diciannove anni, su motociclette
curatissime, sempre tirate a specchio e tutte personalizzate con
meticolosa ricercatezza; gli accessori particolari provenivano
prevalentemente da altre moto, rubate nelle loro continue
scorrerie diurne e serali. La moto sembrava l’elemento chiave
che teneva unite le varie combriccole della grossa compagnia
di cui faceva parte anche Manuel.
Eccoli, in prima serata, tutti sincronizzati per aprire un rito
frequente; restavano pronti come se aspettassero lo start di un
arbitro. Gia presi di mira, sopraggiungevano due grossi TIR,
affiancati, in transito a velocità moderata e diretti verso il ponte
sottostante. Il cavalcavia scelto non era mai lo stesso.
Ognuno si mostrava timoroso di lanciare per primo ma un via,
preciso, frangeva qualsiasi esitazione.
Catapultarono il pomodoro d'apertura, già pronto in mano, oltre
quel parapetto, in direzione dei lenti automezzi; miravano al
parabrezza. In seguito, a caso, uno dopo l'altro, scaricarono i
loro colpi: le patate, le uova, la zucca, calcolando il tempo e la
traiettoria per colpire il vetro dell’auto in transito a 150-200
km/h sulla veloce Autostrada del Sole. La osservavano, come
polarizzati dallo stesso bersaglio, sbandare buffamente, prima
verso un lato, poi verso l’altro, ma ognuna riprendeva la sua

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corretta direzione. Nell’ultima occasione, un’auto colpita,
bloccò la sua corsa, bruscamente, rimanendo ferma, per pochi
istanti, al centro della sua corsia. Furono solo pochi attimi
perché fu tamponata violentemente ed altre ancora si
accatastarono con intenso fragore. Subito dopo, il traffico del
tratto era paralizzato, appresso alla catena di tamponamenti.
Fernando n’era uscito sempre indenne; non era mai stato
etichettato da nessuno e nessuno lo aveva mai preso di mira!
Anche a scuola e in famiglia era assistito dalla sua sfrontata
buona stella; appena fuori del branco ritornava quieto,
rispettoso, ubbidiente. Come il Dottor Jackil; passata l'indotta
euforia, diventava un classico bravo ragazzo: educato!
Soprattutto, era timoroso di scalfire la buon’opinione della
madre. Essa era orgogliosa, ciecamente ed in maniera
essenziale, solo di questo figlio; lo opprimeva d’attenzioni e
tenere apprensioni. La madre rimaneva il suo unico genitore.
Il fratello maggiore, alto, atletico, di bell’aspetto, viveva
un’esistenza sconosciuta anche a lui; sembrava non suscitasse
questioni. Le moto non lo appassionavano e si vedeva di rado;
non frequentava il Parco Solari.
Manuel non aveva mai preso parte, attivamente, in questo
sadico gioco; lo trovava imbarazzante e privo di mordente. Non
lo divertiva, ma in alcune circostanze gli era capitato di
trovarcisi coinvolto e sebbene provasse disagio, gli tornava
impossibile sottrarsi allo spettacolo, offerto dagli amici. Gli
amici erano il vero spettacolo; animati da una fervida vitalità,
riuscivano ad invogliare anche i più ottusi cascamorti.
Tra coetanei era facile sentirsi a proprio agio, in qualunque
situazione. Si limitava ad assistere, curiosamente impassibile;
osservava ogni sfumatura, rimanendo consapevole che quel
palcoscenico si stava proponendo realmente e non c’erano
porte o botteghini a proteggere la loro leggerezza.
Dopo una decina di minuti, di loro non vi restava più traccia.

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– Caro Manuel. Sei un miserabile, anche tu! – Pensieri
di sprezzante autocritica, ora, gli rifanno breccia.
Ritornano a punzecchiarlo, facendo intervallo alla sua storia,
ma li lascia lievitare; confida nell’esito risolutivo che dovrebbe
scaricare il peso d’ogni suo dubbio.
– Non riuscirai lo stesso a sopravvivere! Neanche tu!
Neanche tu che pensi d’essere diverso da tutti; più attento alle
cose che ti scorrono accanto, più scaltro, più ardito di
chiunque! Forse meno furbo ma anche per questo motivo, pur
rimanendo convinto d’essere migliore, chi sei o cosa sei e
perché ci sei, qui non lo saprai mai!
Se leggi un libro, non è per trovare modelli o soddisfare la tua
ansiosa curiosità in costante ricerca di giuste risposte; già
intuisci di non trovarle perché chiunque sia lo scrittore, è pur
sempre un uomo comune. Colui che ha scritto di fede, non è
andato nell’Aldilà a raccogliere informazioni! Riesci lo stesso
ad evadere, a sollazzarti la mente, sempre bramosa di
conoscere espedienti, capaci di rapirti e trasportarti lontano
dall’abituale. Come il solito, ti ritrovi beatamente a vagare,
assuefatto dalle situazioni coinvolgenti della lettura, ma è solo
una fuga fittizia che non occulta la realtà; ogni sogno, ogni
illusione giova e consolida la tua inerzia latente. Rimani
insoddisfatto del tuo ruolo con un nulla di fatto! Vorresti
ribellarti alla tua deriva, senza morire; distaccarti e fuggire
lontano dal meccanismo di falsa civiltà che imbriglia tutti gli
individui. Vorresti eclissarti per un sistema diverso, intravisto;
non solo per verificare se ciò che lasci sia l’unico possibile ma
anche per una definitiva sopravvivenza dignitosa. Vorresti
vaneggiare come in un film, per riscontrare se esiste veramente
un’altra realtà, sartoriale, che sia ben distante dal prodotto
evolutivo che identifica anche te stesso.
Ti sei convinto, per percezione, che qualcuno, oltre il confine
conosciuto, sopra i consueti giochi, t'insegua e alla fine ti

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presenti il suo conto, troppo salato, che non potrai eludere ne
saldare facilmente. Forse, nessuno ti cerca o peggio, forse
nessuno si è mai neanche accorto che esisti e l’illusione stessa
t’induce ad alterare ogni percezione della concretezza. – Si
rinfaccia la condotta che si ritrova. – Gli incubi ricorrenti ti
mostrano in costante fuga. Gli inseguitori falliscono sempre;
nel sogno! A che serve sognare ed illudersi? – La titubanza, del
suicidio, lo spinge verso il delirio.
La fredda autoanalisi sforna anche banali deduzioni. E’ un
libero sfogo che non vuol frenare; intende accreditarsi, con
ragione, il gesto estremo che ha in mente di compiere. Cerca,
confusamente, gli argomenti più collimanti, per assicurarsi e
convincersi che non ci sia alcuna convenienza nel costruirsi
una vita nel mondo che conosce.
Contempla i suoi genitori; dopo tanti anni di stenti, compiono
ancora notevoli sacrifici, per reggersi. Senza chimere! Vede
che ognuno compie sacrifici, solo per seguire una scia e si
consuma ed invecchia senza accorgersi! Per Manuel la vita è
inconfutabile e dovrebbe avere maggiore significato.
Valuta inoltre che dovrebbe adeguarsi, di buon grado, alle
innumerevoli incoerenze che attualmente disciplinano
l’esistenza di ognuno. Ma alla base c’è il rigetto di se stesso
perché allo stesso tempo, mira a denigrare la sua personalità,
insinuando la mancanza di numeri validi da disporre a sostegno
delle proprie qualità. Sa di possedere molta stoffa, però per la
società che lo circonda, ciò potrebbe coincidere con pessimi
requisiti. E’ convinto che non valga la pena di affrontare la
vita, senza averne prerogativa. Ancor più infossato, riemerge il
tormento; gli impedisce perfino di dormire sonni tranquilli
perché soprattutto i suoi incubi non gli concedono tregua.
Quest’ultima condizione, iniziata con la scomparsa di Pietro, si
protrae ormai da due anni.
– Continui ad alimentare la tua deriva, ignorando la tua

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autentica personalità! – Manuel sbotta drammatico.
Non trova sbocchi; batte il pugno sullo scrittoio, nervosamente,
facendo traballare la sveglia e tutto il resto.
– Tu non fai parte d’alcun progetto! Ciò che sei è frutto
del caso, o casuali circostanze. Nessun uomo fa parte di un
progetto. Il progetto non esiste! – Si conferma privo di fede.
E’ consapevole; non s'illude di aver compreso la trama
enigmatica che designa la supremazia dell’uomo sulle logiche
della vita terrestre ma ora, non teme più il peccato sancito dalla
dottrina cristiana.

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Capitolo III

Amiche e sorelle partecipavano, con normale assiduità,


a tutti gli appuntamenti pomeridiani. Tra loro, anche la ragazza
di Manuel, di Mateus, di Ronny, di Ivan. …
Come in tutte le comitive, non mancavano gli intrallazzi, fatti
di sotterfugi ed ingenui avvicendamenti.
Già nel ’71, faceva coppia fissa, da diversi mesi, con Pamela
Santos che ufficialmente, sembrava essere la sua ragazza, ma in
realtà Manuel non ricambiava le attenzioni nel modo dovuto
perché la riteneva solo una stupenda amica. L’eros occasionale
sembrava un gioco per loro; quasi un espediente tra ragazzi di
sesso opposto. Questo, per entrambi. Si ricorda bene una frase
di Pamela che gli parve non s’intonasse con l’emancipazione di
una diciassettenne: “La verginità si offre ad una persona
rappresentativa che difficilmente coinciderà con il gran
compagno esclusivo, ma resterà, lo stesso, per sempre nel
proprio cuore”. Quel pensiero concedeva spazi.
Viveva invece un intenso rapporto con sua sorella, Adriana; un
amore cieco, per entrambi. Nascosto a tutti! Adriana pareva che
fosse la ragazza di Hermann.
Forse perché il nome, inconsueto, gli ricordava Hermann
Goring, il capo fondatore della Gestapo, non gli era mai tornato
simpatico e quasi lo compativa. Magro, molto alto, occhi
azzurri, fisico scarno, forse attraente, ma lo riteneva carente di
personalità o qualsiasi altra peculiarità che potesse renderlo

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interessante; un debole che seguiva il branco, rimanendo
opaco. L’unico peso che gli attribuiva, si fondava sul fatto che
fosse stato il primo ostacolo tra lui ed Adriana.
Manuel aveva conosciuto Adriana con leggero ritardo e senza
nemmeno rendersene conto, aveva già instaurato un particolare
rapporto con la persona a lei più prossima e solo perché ciò gli
aveva consentito, inizialmente, di restare accanto ad entrambe
le sorelle; ebbe migliore facoltà di stabilire un approccio
disinvolto con Adriana, evitando di apparire come il solito
cicisbeo fuori luogo.
In realtà, si rese conto, per la prima volta, che riuscire a vincere
sui desideri del proprio cuore, fosse molto più difficile che
rinunciare in altre cose.
Infine, entrambi si amavano, s’incontravano spesso, sempre
lontani dalla comitiva, ma non riuscivano a districarsi da
quell’ambigua situazione che in ogni caso moltiplicava le loro
emozioni ed alimentava il desiderio di ritrovarsi. Adriana
temeva di ferire la sorella e in fondo, Manuel temeva la stessa
cosa. Non si seppe nulla finché Adriana, in fin di vita per
leucemia, confessò a Pamela il suo amore segreto.
Come lei stessa aveva presagito, quell’ammissione si rivelò un
vero oltraggio. Adriana aveva già i giorni contati e ciò non
impedì un loro litigio accanito.
La perdita di Adriana fu un tragico evento, per Manuel. Ancora
non si spiega il dolore lacerante che gli penetrò l’animo,
durante la sepoltura. La vide scomparire per sempre e quel
senso di malessere lo costrinse ad allontanarsi dalla cerimonia.
In precedenza era già stato ad un funerale, ma aveva avvertito
solo dispiacere, non quel dolore.
Pamela smise di frequentare la comitiva del Parco Solari.
– Se una strana sensazione, inaspettata, invadendo i tuoi
sensi, frenando il tuo sicuro proseguire, rendesse ad un tratto,
nitida, ben percepibile, la dimensione della tua impotenza verso

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la complessa e plastica tua stessa natura; che cosa faresti?
Che cosa faresti ora che ti è stata concessa la facoltà di
percepire l'ombra onnipresente della morte ed individuare la
provenienza degli intensi bagliori della vita? Finta di niente!
Questa é l’unica risposta sensata! – Manuel prova a trarre altre
conclusioni.
Non vuole nascondersi ai suoi ricordi e lo sgomento riappare.
Non si capacita di come si possa morire a diciannove anni, per
cause naturali.
– Non esiste razionalità. Non esiste religione! –
Sblocca un fermo ed il tamburo del revolver si apre da un lato.
Fa cadere gli otto colpi sul piano dello scrittoio. Ne sceglie uno
e lo ripone nuovamente nel tamburo. Prima di richiuderlo,
carica la pistola con altri due proiettili. Nel frattempo che i suoi
pensieri vagano, fa ruotare più volte il tamburo, sul palmo della
mano sinistra.
– Questo mondo non collima con me! –
Immediatamente si porta la pistola alla tempia e spara.
Non ha neanche trattenuto il respiro né socchiuso gli occhi.
Ha ignorato che il colpo potesse esplodere.
Quel ramo esile su cui si trova arrampicato ha retto ancora!
Ha riscosso un destino diverso; per ora la sua sorte è rimandata.
– Qual’è e dov'è il concetto da seguire per dare un
significato alla propria vita? – Può continuare ad accanirsi.
La comitiva del Parco Solari possedeva un’altra
caratteristica singolare; se gli altri gruppi si mostravano
prevalentemente uniformati, compatti internamente e
apparentemente più pericolosi, essa invece si componeva di
diverse fazioni, più piccole, composte ognuna da una dozzina
di ragazzi con tendenze ed abitudini diverse tra loro.
A volte accadeva che alcuni elementi, si spostassero da una
fazione all'altra perché attratti da nuovi stimoli, spesso emersi
nei racconti scambiati confidenzialmente: conversavano, senza

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remore, di ragazze, di moto, di questo e di quello, come
dappertutto. Chi più ne ha, più ne metta! Il Mucchio appariva
sfalsato e difficilmente identificabile come precisa entità. I
ragazzi, inoltre, si muovevano a briglia sciolta, per altri
interessi, riuscendo così ad intrecciare rapporti con coetanei di
mezza Milano. Da questa consuetudine, oltre alla conoscenza
diretta d’altri giovani e comitive, il Solari, tutto, riusciva ad
accaparrarsi la più importante fonte d’informazioni ispiratrici.
Ognuno ci metteva del suo, per meglio comparire.
Le novità erano raccontate, vicendevolmente, durante gli
incontri del tardo pomeriggio.
Ci s’incontrava, per esserci o per abitudine e per concordare
eventualmente un programma per la serata. A rotazione, un po’
tutti vi facevano capolino, entrando attivamente nel Mucchio.
Incontrarsi sembrava una ragione di vita perché condividere le
proprie trovate era un’opportunità incomparabile.
Al parco nessuno si sentiva estraneo, ognuno acquisiva
facilmente consapevolezza di ciò che gravitava attorno. Le
"dritte" fornite tornavano utili alla fazione interessata per
mettere a segno un suo colpo. Ma al di fuori di essa, non si
potevano nutrire certezze capaci di addossarle delle
responsabilità. Le segnalazioni erano risapute, ma le azioni
portate a segno restavano nell’ombra o si vociferavano in
stretta confidenza. Neppure tutte le semplici bravate erano
divulgate apertamente. Alcune missioni furtive, di scopo
vendicativo, non trapelavano al di fuori della stretta cerchia
d’amici che vi aveva concorso. Sporadicamente, sorgevano
anche disguidi e malumori, solo per alcuni, ma il forte
attaccamento che quella formula d’abitudini riusciva a
sprigionare, impediva alla grossa comitiva di disgregarsi.
Erano tutti motociclisti e quasi tutti praticavano il fuoristrada.
Alcuni, più tenaci, erano veri piloti, esperti di motocross o
regolarità, muniti di licenza F.M.I. e quindi affiliati ad un moto

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club. In pochi amavano le gare di velocità.
Per animare le loro serate s’inventavano espedienti, senza
ritegno, ma in prevalenza, setacciavano la città a caccia d’altre
moto, per appropriarsene. I ricambi erano indispensabili al loro
sport in costante evoluzione. Uno sport divoratore di motori,
insaziabile di ruote, sospensioni, opzioni in leghe speciali; era
sufficiente avvistare un motociclista entrare in un portone con
un modello di moto ricercata, per determinare il nuovo
impegno della serata. Banalmente, un ragazzo ed una ragazza si
posizionavano davanti al portone chiuso, dando l'impressione
di pomiciare nell’attesa di congedo. Presto o tardi, da quel
portone difficile, sarebbe entrato o uscito qualcuno che
l'avrebbe lasciato socchiuso in segno di cortesia. A quel punto
l'attesa era premiata. A volte, fortunati, trovavano la moto
all'interno del cortile, chiusa con una catena che avrebbero
tranciato facilmente con la consueta trancia da carpentiere.
Altre volte capitava di dover cercare la moto, aprendo il box
ritenuto più probabile, ricavandone deduzione dalle leggere
tracce lasciate a terra dal pneumatico. Agivano come autentici
specialisti, usando spadini costruiti di proposito.
In diverse occasioni, quando i garage situati nei sotterranei
concedevano una certa tranquillità d'azione, li aprivano e
richiudevano, in successione, con i loro passe-partout, uno ad
uno. Qualsiasi altro bene, anche di grosso valore, non suscitava
interesse e quindi, in genere, non veniva toccato.
Tra gli amici c’era un fresco ma assiduo frequentatore: Walter,
figlio di un senatore. Spesso giungeva al parco in compagnia
della bella sorella Bianca, più piccola di un anno. Erano
entrambi studenti universitari alla Bocconi; più grandi rispetto
al gruppo ma anche più inesperti. La loro ingenuità proveniva
dal grado d’integrazione molto limitato poiché ostacolato dai
genitori, protettivi, fino alla loro maggiore età.
Una sera, i due, ammiccati da una nuova avventura, si unirono

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ad un'altra fazione. Troppo incauti, furono colti in flagranza e
tratti in arresto; nessuno si era preoccupato di spalleggiarli.
La notizia apparve su un importante quotidiano, destando
sorpresa ed indignazione tra i docenti dell'università e
soprattutto tra i loro familiari che non riuscivano a spiegarsi
quale bisogno li avesse spinti a rubare. La refurtiva recuperata
consisteva in un paio di sci Salomon ed un paio di scarponi più
vecchi e scadenti di quelli che già possedevano; non n’avevano
certo necessità! Quegli oggetti dovevano rappresentare degli
eccezionali trofei, destinati alla custodia segreta della loro
soffitta. Walter diede giustificazione che la sera in cui avvenne
il suo arresto, era stata la serata più emozionante e divertente di
tutta la sua piatta vita e probabilmente, sarebbe rimasto un
evento di rilievo che avrebbe raccontato volentieri ai suoi
nipoti, qualora fosse diventato vecchio.
Fu intervistato dalla stampa; diede la stessa risposta. Non
trapelò nulla che poteva far risalire ai suoi compagni
d’avventura; era già coerente con il branco.
Chi fossero i complici, in realtà, non lo seppe neanche il resto
del Solari e in fondo, non interessava ad alcuno; poteva essere
il gruppo di Claudio oppure dei fratelli Rubini. Questi facevano
le loro scorrerie con obiettivi diversi; cercavano qualsiasi cosa
che avrebbe avuto un valore commerciale perché tra le loro
abitudini, si stava diffondendo l'uso di stupefacenti.
La bramosia di denaro li spingeva in situazioni azzardate.
La forte dipendenza, prodotta dall'uso d’eroina, faceva paura a
Manuel perciò si manteneva, con i suoi più stretti amici, a
dovuta distanza da tutti quelli che ne facevano uso o traffico.
Era rimasto impressionato osservando l'arresto di un drogato;
viaggiando in tram, una signora aveva notato che il giovane
stesse trasudando sangue dalla tasca dei jeans. Presumendo una
ferita, motivò l'attenzione d’altri passeggeri e presto, si
accorsero che in tasca, il ragazzo nascondeva un dito reciso con

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ancora infilato un prezioso anello brillantato.
La diffusione dell'eroina cominciava a far parte della realtà
quotidiana, nelle comitive di tutta Milano.
Manuel si considerava fortunato perché non fumava nemmeno.
In diverse occasioni gli era stato offerto di tirare lo spinello che
alcuni amici si passavano, uno dopo l'altro; aveva sempre
rifiutato, saltando il turno. Non era l'unico: Gianni, Mateus,
Valentino, Sogliola, Andrea, Federico, Fernando, Ivan, Marco,
Semola ed altri ancora rifiutavano tale approccio.
Un amico di Pietro, aprendosi in confidenze, lo aveva
ragguagliato sugli effetti della coca; sosteneva che non creasse
dipendenza. Con un certo entusiasmo, gli aveva spiegato che
acuiva la percezione delle insidie, ma l'effetto diventava
superlativo alla guida di un veicolo. Correndo in moto o in
macchina si sarebbero riusciti a fare numeri impensabili e con
incredibile padronanza del mezzo, tutto grazie ad una lucidità
diversa, straordinaria. Lo aveva ascoltato con attenzione.
– Quando siamo normali, il nostro buon senso ed il
comune timore del rischio, riducono il coraggio, annebbiando
le nostre reali facoltà. Dopo una striscia di coca, questo non
avviene! Ci si sente disinibiti e liberi di poter fare, finalmente,
ciò che si desidera! – Furono testuali parole.
Non ricorda nemmeno il nome di quel ragazzo, ma le sue
parole gli rimbombano ancora. Aveva aggiunto, inoltre, che
aumentasse notevolmente la libidine ma inibiva completamente
l'erezione, per questo motivo era molto diffusa tra omosessuali.
Vero o falso? Manuel aveva ascoltato incuriosito.
L’ipotesi di verificare il come sarebbe stato possibile, superare
il livello di concentrazione, che già riusciva ad ottenere nelle
sue prove speciali, gli parve stimolante ma ripudiava l'idea di
tale criterio. Pensò che la propria salute meritasse rispetto, che
gli bastasse e fosse d'avanzo la carica emotiva con cui già
abitualmente osavano affrontare le loro serate. Guardandosi

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attorno, aveva riscontrato, nei consumatori abitudinari, solo
vite devastate quindi non doveva essere possibile avere un
controllo su se stessi. Non poteva essere possibile evitare che la
dipendenza prendesse il sopravvento. Avere la mente sgombra
e poter gestire costantemente le proprie azioni, con totale
controllo, gli sembrava la più ragionevole delle garanzie.
– Sarebbe imperdonabile non rispettare la propria
incolumità psicologica; almeno quella! Non siamo e non
diventeremo mai dei drogati! – Ricorda quelle drastiche
riflessioni che gli scaturirono. – Già ci permettiamo una carica
esasperata senza additivi; né alcolici né stupefacenti!
Assecondiamo, in ogni modo e senza tregua, il nostro desiderio
smisurato che spinge ognuno a colmare il tempo libero con il
massimo d'adrenalina. Ci riusciamo ancora alla grande! –
Aveva confermato al ragazzo che non gli interessava neanche
provare. Era superfluo complicarsi la vita.
Sono passati due anni da quell’incontro ed il ragazzo sembrava
scomparso con Pietro.
– …Carmine! Il pugliese. Questo è il suo nome! –
Da allora molte cose sono cambiate in meglio, ma altre sono
peggiorate; prima non si andava mai al cinema in gruppo. Gli
torna in mente una più recente, tranquilla, domenica sera,
conclusasi, per modo di dire, in pizzeria.
Quella sera li vedeva tutti appiedati perché si era deciso di
andare alla proiezione di "Arancia Meccanica". Il film era dato
in un cinema del centro. Recarsi con le moto, fino al cinema,
sarebbe stato un gesto sciocco; i soliti ignoti le avrebbero
rubate con tranquillità.
Il tram fu il loro locomotore, sia all'andata sia al ritorno.
Dopo il cinema, era appena mezzanotte, per terminare la serata,
decisero per una birra ed una pizza.
Erano una dozzina di ragazzi, tutti ben vestiti.
Vestirsi elegantemente, almeno il sabato sera e la domenica,

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continuava ad assumere un’importanza basilare, per i giovani
ben integrati in quel groviglio d’abitudini cittadine.
Usciti dalla pizzeria "O Vesuvio" s’incamminarono verso il
Parco Solari, attraverso vie secondarie; non certo per
abbreviare il percorso. Era tardi, quasi le due di notte. Il
silenzio di quelle vie vuote e semibuie, evidenziava il loro
passaggio; camminavano, chiacchierando e scherzando, quasi
incolonnati nella carreggiata. Ad un tratto, deviando nella corta
traversa che dava verso il parco, Manuel s'accorse che coloro
che lo precedevano, prendevano il via in una corsa. Senza
indugiare, troncò il discorso con Sogliola e si mise a correre
per conseguenza; seguendoli. Vide chiaramente che i primi
della schiera presero a saltare da un tetto all'altro delle auto in
sosta, ben allineate, lungo il tratto di marciapiede romito.
Fecero, spontaneamente, tutti, la stessa cosa; lui compreso.
Quelle auto ne uscirono massacrate. Si ritrovarono sparpagliati,
ancora in corsa e col fiato in gola, ad attraversare
freneticamente il Viale Papiniano; furono costretti a scansare le
auto del veloce ma rado traffico della circonvallazione. Nel
volgere di pochi istanti, ancora affannati, già sorridevano,
riuniti sulle panchine, al centro del parco. Presero fiato e
Fernando pronunciò le sue prime battute.
– Chi non ha visto la Fiat Cinquecento con la cappottina
di tela? – Sorrideva rivolto ad una conferma.
Sicuramente qualcuno non l'aveva notata. Si erano udite, ben
chiare, le imprecazioni di disappunto, mormorate dai
malcapitati; almeno due ragazzi erano usciti da quella
cinquecento, usando le portiere.
La domanda non trovò risposta, ma scoppiarono tutti a ridere.
Era stato un espediente abbastanza ingenuo a chiudere una
serata, altrimenti senza pretese. I due capofila avevano un
nome: Fernando e Semola. I soliti protagonisti di punta.
Le pericolose frivolezze appassionavano entrambi. Quel gusto

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li accomunava, ma contagiavano anche il seguito del gruppetto
di Fernando. Le prodezze si basavano nel costruire e vivere
situazioni clamorose, episodi metropolitani impressionanti, con
il presupposto di sfiorare il tragico evento, ma ben attenti a non
pagarne le conseguenze perché la massima gratificazione si
otteneva dal successo; il resoconto positivo continuava ad
affermare la loro condizione d’irriducibili audaci.
Potevano quindi prolungare il clamore per qualche giorno,
nelle successive adunate pomeridiane, recitando ai nuovi
presenti quell'esaltante stravaganza.
– Sai che Fernando è diverso; è scriteriato! Eppure lo
condividi; sei un miserabile! Rimani vincolato pur consapevole
d’ogni aspetto, alla cultura dominante che è riuscita a generarsi
nell’ambito sociale in cui consumi la tua esistenza. – Manuel si
commenta senza risparmio; sa che non c’è altro verso.
– Cerchi l’integrazione a tutti i costi, sottolineando e
seguendone le regole. Ma il tuo ambito non rispecchia le altre
realtà! Ogni altra ipotesi di cultura non può assolutamente
essere fatta tua perché la logica di maggioranza, del tuo
ambiente, ti ha totalmente contagiato. Si è ormai impadronita
anche del tuo metodo, condizionandoti a tal punto da farti
presumere artefice delle tue azioni e delle tue aspirazioni;
persuaso, alla stessa stregua di un adepto islamico che insegue
la sua indotta verità fino al sacrificio totale!
Non sei tu l'ideatore del tuo tempo e della tua vita!
Le genti di tutti i popoli seguono e si fanno guidare dalla loro
poderosa onda, convinti che sia una libera scelta. Voltando
pagina l’esito non cambierà perché ogni cosa che tu possa fare,
non scaturisce da te. A te, come a tutti, piace essere dentro il
cuore di un’empirica società; così come appare: difettosa,
arrugginita, scalpitante. Sei quindi imbrigliato, come tutti, a
seguirne un destino che nessuno ha scritto ma ahimè, esiste;
esso è forgiato e cementato dalla comune ingenuità. La tua

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ostentazione ti porta alla deriva; condannato alla deriva, come
chiunque altro abbia accettato d’insinuarsi nei presupposti
culturali, imposti dalla grande congrega. –
L’analisi è schietta e non era tipo da confinarsi in un proprio
eremo. In fondo sa che non c’è nulla da fare. Si sente come un
accanito fumatore che vorrebbe togliersi il vizio senza
rinunciare alle sigarette.
Riterrebbe la sua vita quasi perfetta se non accadesse che di
tanto in tanto, le sue contraddizioni prendano il sopravvento e
si ritrovi poi con la mente a brandelli.
In realtà, pur eludendo l'attaccamento morboso che nutriva per
il suo Mucchio Selvaggio, gli sarebbe ancora mancato lo
sbocco per crearsi un idoneo percorso alternativo; era sguarnito
di una meta e di valide ragioni per continuare a trascinarsi
nell’esistenza che conosceva.
Era quasi certo che le sue numerose scorribande da
qualche parte avessero lasciato un segno, un indizio. Si trattava
soltanto di una sensazione; dopo aver subito il furto della sua
quinta moto, il Ktm, aveva imparato a dar retta al suo intuito.
La moto gli fu rubata proprio sotto gli occhi perché non aveva
attivato lo switch nascosto dietro al rubinetto della benzina; ne
impediva l’avvio. Il Ktm era rimasto appoggiato all’inferriata
delle scuole di Via Rossetti. Distante qualche metro, lui
attendeva l’uscita di un paio di ragazze, conosciute ad una festa
di compleanno; una degna occasione per sfoggiare il suo
gioiello. Uno sbarbatello era balzato, in corsa, sopra
quell’incontenibile tentazione che solo per un momento, gli era
rimasta così a portata di mano. Senza lucchetti, poteva
trasmettergli un unico messaggio: prendimi subito perché una
simile occasione non si ripresenterà una seconda volta.
Udì il rumore quando quel ragazzo, lontano pochi metri, si
stava avviando a tutto gas.
– Fermatelo! Fermatelo! Quella moto è mia. – Scattò a

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piedi, ma l’incitamento non fu raccolto; era già troppo tardi.
C’era anche Andrea con il suo Mini Cooper. Gli corsero
appresso in auto, ma fu del tutto inutile; già lo sapevano, però
dovevano lo stesso tentare. Manuel si sentì beffato.
Fermandosi in quel modo, aveva intuito la possibilità che
qualcuno avrebbe provato a rubarla, ma gli era parso troppo
azzardato per chiunque; in mezzo a tanta gente, osare sfidare la
sorte, sarebbe stato come prenotarsi per il reparto rianimazione.
Questa leggerezza gli era costata la perdita della moto più
importante, ma ormai si era organizzato nel far fronte a questi
eventi; aveva già pronto il duplicato con gli stessi numeri di
telaio. Denunciò lo smarrimento della targa. Con la moto erano
scomparsi tutti i suoi accorgimenti che la rendevano veramente
competitiva, forse valevano più della stessa moto.
Mentre frequentava i posti abituali, la sua attenzione si
acuiva, rimanendo costantemente iper attiva; come un radar.
Si muoveva guardingo, cercando facce nuove anche in mezzo
agli amici; pronto a reagire per sottrarsi ad un pericolo che non
avrebbe ne potuto ne voluto contrastare. Era consapevole che
qualcuno, come lui stesso aveva fatto, per semplice rivalsa di
un torto subito, ora, potesse cercarlo per vendicare l’amico
perso, o semplicemente per ostinazione, oppure per eliminare a
sua volta una pericolosa insidia.
Colpire prima d’essere colpito!
Il motto poteva essere valido per chiunque.
Manuel era rimasto scottato dall’esito spropositato raccattato
nella sua rivincita contro Pietro quindi aveva lasciato subito
decadere ogni altra rivalsa, rinunciando a rincorrere i complici
del ragazzo. Noti alla procura, ne possedeva foto ed indirizzi
però questo suo abbandono non era palese e scontato.
Purtroppo non poteva aver certezza delle sembianze dei suoi
ipotetici nemici, ma uno lo aveva già individuato: Mario. Era
certo, fin dall’inizio che Mario di Via Borsi fosse amico e

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complice di Pietro.
Queste considerazioni non gravavano eccessivamente sulle sue
decisioni, ma la solitudine che iniziava ad avvertire, nel vivere
le sue preoccupazioni sconfessate, soprattutto nei primi mesi
successivi all’infausto evento, gli logorava lentamente il
comune senso d’apertura. Il suo equilibrio, strutturatosi con
spontaneità, grazie alla razionale opera fornita dalla sua
virtuosa famiglia, ora diveniva gradualmente compromesso.
Non si trattava dei sani principi e neanche di moralità bensì
della sua coscienza che gli si rivoltava contro. Aveva già dato
un suo peso a tutti i valori, rimescolati, della società.
La sua sicurezza si mostrava minata perché prima di
quest’evento non aveva commesso errori gravi di cui si fosse
pentito. Stava ripetutamente, ogni giorno, facendo i conti con
se stesso; l’idea di sentirsi assassino lo feriva profondamente
perché detestava i delinquenti votati. Era riluttante all’idea di
appartenere a quella schiera. Non si riteneva tale; il perché solo
lui poteva dirlo.
– Con quale scrupolo e con quanta convinzione i
movimenti estremisti organizzano gli attentati? Coinvolgono
persone innocenti senza porsi problemi! Forse l’aggregazione
azzera il senso di responsabilità e toglie il grave peso dalle loro
coscienze. La coscienza appartiene all’individuo; non può
essere compromessa dal senno della collettività! –
Procede l’esame scavando nel suo sommerso. Rivisita a tratti il
percorso di vita e riporta il suo calendario al periodo successivo
la morte di Pietro. Rivede un ingenuo episodio di gruppo,
quando era già maggio inoltrato; ne rimasero divertiti. Per
defalcarsi dal suo impegno, fa scorrere anche questo souvenir.
Manuel era stato incluso in un passatempo stravagante
che prevedeva pochi autori; si trovarono combinati in cinque:
Mateus, Fernando, Semola, Andrea e lui.
Nel primo pomeriggio al parco s’erano raccolti pochi amici; gli

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fu chiesto di guidare il Mini di Andrea. Era l'unico che poteva
farlo perché munito di Foglio Rosa. Davano per scontato che
era già in grado di guidare l’auto. Andrea si fidava ciecamente.
Andrea e Fernando salirono su un autobus, forse in Via Foppa,
sul lato nord del parco. Gli fu chiesto di seguirli; con lui, sul
Mini, erano saliti Mateus e Semola.
L'autobus, fermata dopo fermata, intraprese il suo trasbordo,
allontanandosi sempre maggiormente dal luogo di ritrovo. Ad
ogni sosta, Manuel pur concentrato sulla propria guida, volgeva
un rapido sguardo, curioso, verso i due amici che sembravano
invece del tutto disinteressati alla sua padronanza; erano
propensi altrove. Pur volendo, non sarebbe riuscito a superare
l'ingombrante automezzo. Giunsero in Piazza De Angeli.
L’autobus accese l’indicatore per svoltare a destra, in direzione
di Via Novara. Manuel aveva già copiato la segnalazione
dell’autista, ma cautamente procedeva a distanza.
Sempre ben attento alla guida, s’era distratto dal seguire i
movimenti o capire le intenzioni dei suoi due compagni.
Mateus, seduto al suo fianco, manteneva un'attenzione
circospetta, sporgendosi ogni tanto dal finestrino abbassato, ma
fuori non accadeva nulla di strano e neanche ce n’era motivo.
Ancor prima che il mezzo pubblico svoltasse, Semola,
finalmente, si pronunciò, con tono quasi allarmato.
– Vai dritto, non seguire l'autobus! –
Voltò la testa e si rese conto che stessero passando ai fatti, ma
ciò che avevano architettato non era ancora ben chiaro; forse
s’erano accordati per uno scherzo e quindi non gli avevano
fornito nessun dettaglio. Aveva scorto l'amico, al suo fianco,
mentre impugnava una fionda. Spuntava a malapena a filo del
vetro abbassato, invisibile dall’esterno, già in trazione; pronta
per scagliare il colpo contro un obiettivo.
Il colpo non consisteva nel solito sassolino bensì in una
luccicante sfera d'acciaio da dieci millimetri.

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Quando l'autobus ebbe svoltato, Mateus lasciò partire la sfera,
fiondandola, con energia, verso il grosso automezzo. Il colpo
ne mandò in frantumi l'enorme vetro posteriore; fu ciò che si
vide dall'auto e comunque proseguì, alla stessa andatura, dritto
per Via Trivulzio. Manuel si chiese quale poteva essere lo
scopo di quest’azione, ma non pose domande; era certo che
avrebbe assimilato, presto e da solo, tutti i dovuti ragguagli.
Oltrepassato il primo incrocio, su indicazione di Mateus,
parcheggiò il Mini con mestiere; l’amico s’incamminò, per
primo, in tutta fretta, verso l’angolo della strada.
Mateus in fondo rimaneva più armonizzato con Fernando che
con Manuel, per un motivo di tendenze; quei due non
avrebbero mai imbrattato la loro moto di fango, tirandole il
collo in una pista da cross. Le sfoggiavano come dei veri
gioielli; gelosissimi. Guai a sedersi sulle loro selle. Guai a
toccarne l’acceleratore! Andavano in bestia come furie e per un
minimo graffio le riverniciavano. L’idolo li rendeva malati.
Mateus era noto per i suoi brevi flirt con le più belle ragazze
che s’accostavano alla comitiva. Quasi s’accodavano tra loro,
per fargli il filo; compariva spesso in compagnia di longilinee
bellezze, ma sembrava che del suo forte ascendente non glie ne
importasse nulla. Alto, snello, occhi chiari, bell’aspetto: un
vero bell’imbusto! Invece, anche lui, assuefatto dal potere degli
amici, traeva il migliore divertimento, restando nel branco. Si
dava da fare con estrosità e spesso tesseva situazioni
ammiccanti, ma aveva un suo carattere. Appariva come un
milanese smoderatamente viziato e poiché figlio unico, lo era
davvero. I genitori, persone distinte, un po’ avanti con gli anni,
cercavano di seguirlo sia nei movimenti sia nelle sue esigenze;
sembrava che non nutrissero interesse che per lui, ma ciò non
poteva bastare, giacché il tenore di vita degli amici era molto
sostenuto e bizzarro.
Manuel e Mateus avevano trascorso insieme alcuni periodi di

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vacanza e nell’ultima occasione, non n’era rimasto entusiasta
tanto che, impacciato dagli eccessi dell’amico, aveva perfino
anticipato il suo rientro. Mateus, ottuso, era restato da solo con
Vittorio e sorelle; il suo egoismo gli permise lo stesso di
godersi il resto della vacanza e l’ospitalità, per altri cinque
giorni. Era rimasto indifferente alla nuova condizione!
I tre s’intrattennero guardando vetrine; impazienti e un po’
sulle spine, controllavano ripetutamente l'orologio. Dovevano
attendere il ritorno di Fernando ed Andrea però dall'angolo di
Via Parmigianino spuntavano soltanto volti sconosciuti.
Attesero inutilmente per oltre mezz'ora.
Vinti dalla curiosità, decisero di sbirciare nella strada che li
riguardava. Notando il solerte impegno d’alcuni carabinieri, si
persuasero che era più conveniente ritornare al parco.
Ottimisti, come sempre, confidavano che i due amici fossero
già rientrati con un altro mezzo pubblico.
Passò oltre un’ora prima che Fernando ed Andrea sarebbero
arrivati nella Via Montevideo.
Seduti sulla gradinata all'interno del parco, al cospetto di un
cospicuo insieme, Fernando prese a raccontare gli eventi.
– “Tutti sdraiati a terra!” Aveva urlato prontamente nel
frenare il pesante automezzo. – Ne imitava tono ed accento.
Fernando parve subito divertente e magnetico. Andrea, in
disparte gli suggerì di alzare la voce.
– L’autista informava subito la sua sede operativa, via
radio che un attentato terroristico era in corso in Piazza De
Angeli. Comunicava che gli era stata bloccata la corsa e
richiedeva d'urgenza l'intervento delle forze dell'ordine. Le sue
parole erano inquietanti: “E’ un attentato! Mi hanno sparato
addosso! Ci sono vetri dappertutto! Forse ci sono feriti! La
corsa è bloccata! Avvisate l’esercito, la Polizia, i Carabinieri!”
Nel pullman si erano tutti azzittiti, prestando massima
attenzione alla comunicazione; volevano capire se il pericolo

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fosse a bordo oppure in strada. I passeggeri sembravano molto
impauriti e senza dissentire, afferrarono al volo l’intimazione
del conducente. – Continua il suo racconto tutto di un fiato.
– Fortunatamente l'autobus, a quell'ora, non era
affollato e i nostri due infiltrati si erano situati in piedi, vicino
all’autista, sulla prima porta, lontani dalla salita posteriore
perché, già timorosi di essere colpiti da schegge di vetro, anche
loro avevano fifa! Anche loro due si mostravano in perfetta
coerenza con la parte che stavano fungendo; i furbastri
ubbidirono al comando e si sdraiarono di buon grado. Che
sagome quei due; io li conosco bene! – Fernando modulava.
Ogni tanto faceva le sue pause ed esibiva gesti da abile attore.
La platea di giovani aveva smesso ogni altro ragionamento.
Parecchi di loro si erano accovacciati sul prato; sorridevano
senza dar peso e non fiatavano.
– L'autista, cauto, si era rannicchiato sotto il grosso
volante. Aveva appeso il berretto alla leva pronunciata del
cambio. Asciugatosi la fronte con un fazzoletto, fece capolino,
lentamente, verso il finestrino, sbirciando e facendo scorrere lo
sguardo intorno all'autobus. – Fernando seguitava il racconto,
ironico e sicuro, come se stesse leggendo un copione.
– Forse si aspettava che la situazione degenerasse e che
eventuali vittime, in qualche modo, avrebbero potuto
complicargli la vita oppure guastare la tranquilla routine
oppure rovinare lo stato di servizio. Si stava ponendo come un
vero eroe. Esponendosi non si preoccupava della sua
incolumità. Sembrava certo che il pericolo fosse in agguato,
proprio sotto il suo naso o appena fuori dell’autobus e che
stesse per insorgere una circostanza più grave. Era già preda di
uno stato febbrile. Forse immaginava gli articoli delle prime
pagine dei quotidiani oppure il clamore dei suoi colleghi,
l’elogio dei superiori. Per quel povero cristo, la situazione era
una vera patata bollente! –

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In fondo le preoccupazioni dell'autista, così descritte,
non erano insensate. In quel periodo si vivevano momenti di
particolare fermento; pericolosi disordini erano accesi e
rivendicati dai movimenti d’estremisti di destra e sinistra. Il '68
è appena dietro l’angolo; questa svolta, sebbene conseguente
ad imponenti manifestazioni, rivendicazioni, scioperi ecc. non
ha ridotto i tafferugli tra le fazioni politiche più bellicose. Non
ha fermato gli attentati! Potere Operaio già si mostrava senza
mezze misure e iniziava a mietere vittime di comodo; avviava
la sua strategia del terrore avvalendosi di potenti ordigni
esplosivi. Il clima non era sereno neanche all’interno dello
stesso gruppo. Scissioni ed incidenti erano frequenti.
Fernando era stato ispirato da quella difficile realtà; aveva
vissuto, in prima persona, attimi poco felici accaduti solo la
settimana precedente questa buffa iniziativa. Mentre si trovava
fermo sulla sua moto ad un semaforo rosso, s’era rinvenuto
avvolto da una folta schiera di manifestanti fascisti che ben
motivati, davano l'impressione di dirigersi verso un preciso
obiettivo del centro. S’incalzavano alle sue spalle!
Due robuste figure bieche, passandogli a fianco, gli si erano
appiccicate alla moto. Aveva timore che la prelevassero o che
lo riempissero di manganellate.
Con fare determinato, tenendolo bloccato per il manubrio, da
ambo i lati, s’erano appropriati del suo casco, senza fiatare,
mentre il resto dei militanti li scansava indifferente.
Indossavano camicie nere. Erano quasi tutti dotati di strane
borse a tracolla e di un fazzoletto scuro, annodato dietro la
nuca. La bandana nascondeva i volti fin sopra il naso;
probabilmente doveva proteggere le vie respiratorie dal fumo
dei candelotti lanciati dai Battaglioni Mobili dei Carabinieri o
dai Reparti Celere della Polizia.
I lacrimogeni erano inoffensivi, ma riuscivano lo stesso a
neutralizzare le sommosse.

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Aveva raccontato che era stato impressionante, osservarli
scorrere: davanti, dietro, sfilare sui fianchi, tra le auto,
silenziosi, compatti, con andatura da maratoneta; ognuno ben
motivato. Era una schiera minacciosa di 500 robusti individui;
un’ondata interminabile e quasi tutti di sesso maschile.
Attraversarono Piazza Cantore in un baleno, scomparendo in
Corso Genova, in direzione del Duomo. Erano apparsi e
svaniti, come un cavallone che si gonfia a sorpresa, su un mare
piatto; ti sommerge fino a creare l’ansia di ritrovare il respiro e
poi muore senza lasciare traccia del suo impeto.
Alla fine, immobile e sbigottito davanti al semaforo verde,
quasi non ci credeva ma il suo casco era scomparso davvero.
– L’autobus era rimasto in mezzo alla via, bloccato in
quella posizione. Trascorse quasi un quarto d'ora senza che
nulla accadesse, mentre noi passeggeri ci sorbivamo ancora
quella scomoda posizione. Infine due auto dei carabinieri
giunsero in Via Parmigianino, a sirene spiegate. Andrea, di
faccia a terra, se la rideva sotto i baffi, ma c’era poco da ridere.
Due militari salirono a bordo prudentemente. Erano protetti da
giubbotti antiproiettili e da mitra spianati ma si muovevano
guardinghi. Uno rimase sulla porta e l’altro si mise a
camminare, muovendo i passi tra una persona e l’altra, fino in
fondo, voltando il capo a destra e a manca. Accasciata e
tranquilla, in ultima fila, una signora destò la sua attenzione; si
chinò su di lei. Nessuno se n’era accorto e forse neanche lei
ma, aveva il lato sinistro del volto, tutto velato di sangue. Le
sue mani erano insanguinate; forse s’era sdraiata sui cocci di
vetro e presa dal panico non si era ancora ravveduta.
Il gendarme si attivò con tempestività, fornendo l’informazione
via radio. Ascoltò le disposizioni e poi le rivolse due domande:
“Si sente bene? Può alzarsi?” La donna annuì. L’afferrò per il
braccio, cautamente e percorse il corridoio fino alla prima
porta. Il suo aspetto si mostrava impressionante. Fuori, altri

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commilitoni l’aiutarono a scendere. Appurando, con quella
rapida ispezione, che non vi erano altri feriti, i due rimasti
riscesero entrambi, subito, senza neanche indagare. I
passeggeri tirarono un sospiro di sollievo; si sentirono
tranquillizzati. Cominciarono a sollevarsi dalla loro scomoda
posizione. Quasi tutti si rimisero a sedere sperando che si
riprendesse subito la corsa, ma non fu così.
Fuori, le due pattuglie avevano bloccato il tratto di strada.
Persone incuriosite si soffermavano ai margini dell'area che era
stata isolata con transenne e nastro. Otto gendarmi si davano da
fare con animosità, tenendo a bada i curiosi, ma si udivano
ancora altre sirene in avvicinamento.
L’autista restava chinato sul volante. Si metteva il berretto e
poi tornava a levarlo. Era nervoso, scomodo. Salì il classico
Maresciallo che doveva opportunamente compilare il suo
rapporto. Cominciò quindi a porre qualche domanda al
conducente e poi passò in rassegna, con stasi, uno ad uno, tutti
i passeggeri come se stesse cercando un volto a lui noto.
Scrutava ogni faccia con sguardo acuto. Proseguì il sopralluogo
appuntando su un suo verbale le generalità dei presenti.
Il suo atteggiamento indagatore fece balbettare qualcuno dei
viaggiatori. Quando giunse il suo turno, una signora spiegò
invece che avesse visto tutto! Ahi. Ahi. Ahi. I due intrusi
cominciarono a sudare freddo, si scambiarono una rapida
occhiata, ma non potevano sfuggire a quella morsa che ormai li
attanagliava dentro e fuori. Ebbero il sentore di essersi cacciati
nei guai. – Fernando si bloccò per un attimo sorridendo.
Gli veniva da ridere. Andrea, ben attento, non si trattenne.
– La signora asseriva che un commando di terroristi,
incappucciati, era transitato dietro l’autobus con un furgone
scuro ed era sicura che dalla porta laterale, uno di loro avesse
mirato al conducente con un fucile di precisione. Poi assicurò
che fossero scomparsi accelerando nella Via Trivulzio.

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Il Maresciallo annotò tutto, parola per parola; la sua penna
trotterellava e non si fermò un istante. Infine si congedò
dichiarando che si potesse riprendere la corsa poiché il pericolo
era cessato. Assicurò che non c’era più nulla da temere.
Un’altra signora dichiarò apertamente che per maggior
sicurezza sarebbe scesa più avanti. Nessuno scese in quella
sosta forzata. Preoccupati di apparire singolari, così fecero
anche Fernando e Andrea. Quei due malandrini sapevano tutto,
ma seppero tenere la bocca chiusa. Alla fermata successiva
l’autobus si svuotò e cambiò rotta.
La storia è finita; potete andare! – Fernando chiuse l’orazione.
Inconsciamente riteneva il suo bel mondo responsabile
del sottile malumore che gli teneva compagnia e che sovente
prendeva il sopravvento. Manuel, in quel periodo, tendeva a
chiudersi perché nessuno doveva conoscere il suo segreto. Gli
sembrava la soluzione più adatta a confondere le sue paure e
quel desiderio di solitudine si alimentava, forzando un processo
travagliato che forse non si sarebbe mai definito.
Cominciava a detestare gli amici. Era però consapevole che
nessuno in particolare esercitasse alcuna pressione sugli altri.
Ciò che si stabiliva di fare, scaturiva dal niente o scambiandosi,
in chiacchiere, idee e fortuite informazioni. Erano pericolosi
come una mina vagante! Anche per questo riteneva importante
dissociarsi. Con troppa leggerezza materializzavano le loro
bizzarrie e quell'intraprendenza attirava e plagiava nuovi
arrivati. Manuel percepiva, senza ammetterlo che le sue
stramberie fossero state plasmate da quel forte potere
amalgamante che come un germe, prendeva chiunque. Poteva
essere vero il contrario perché a sua volta si riteneva un
personaggio intraprendente, pieno d’iniziativa.
L’iniziativa e l’estrosità stimolavano il branco, spingendo
ognuno in una sorta di competizione.
Ormai avvertiva il bisogno, ogni giorno più ossessivo, di

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allontanarsi da quel nugolo d’insane passioni. Cercava, con
auto persuasione, di compiere un primo passo; il passo iniziale
di un processo di distacco da ogni vincolo con la sua fantastica
realtà. Eppure gli amici continuavano a fornirgli grandi
emozioni senza mai nulla togliere. Ribolliva dentro una
dipendenza molto forte a quelle assuefazioni. Comprendeva il
vizio del fumatore, poiché ciò che è piacevole crea dipendenza
e frequentare gli amici non costava nulla. Gli sembrava
inverosimile sottrarsi all’assidua frequentazione dell’ambiente
che gli donava ogni sorta di svago. Percepiva che non era la
sua complicità a determinare gli eventi, neanche immaginava
di poterli impedire, però ancora oggi, comprende l’inutilità
dell’estraniarsi. Quel desiderio e l’attaccamento sarebbero stati
incontrastabili; due anni fa n’era certo.
Oggi è sicuro che non cambierebbe il suo passato. Per scoprire
il domani dovrebbe, di buon grado, affrontare la sua realtà ma
affinché si potesse affermare un cambiamento di stile, gli
sarebbe inevitabile toccare il fondo.
Presto o tardi si sarebbe stancato spontaneamente, tuttavia il
concetto tornava a galla perché l'idea di vulnerabilità era
divenuta insostenibile. Era un’insidia invisibile ed opprimente;
anche di notte ne subiva la sottile pressione.
Scura e incappucciata, avvolta nel suo manto, la Morte
s’era seduta su un grosso sasso. Restava immobile, con il volto
in ombra e le ginocchia divaricate, nell’attesa d’eventi.
Teneva, sulla sua destra, distaccato dalla figura, quasi in
controluce, il lungo falcione intimidatorio che ben saldo nella
mano, si poggiava a terra, verticale, a mo’ di bandiera.
Osservava, fissa, la sua scena.
Dall’alto di una collina controllava i numerosi ragazzi che più a
valle, in una gran distesa fitta di fili d’erba alti quanto una
persona, stavano giocando una strana partita di pallone: in
moto rincorrevano la palla.

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I giovani si muovevano con destrezza in quel grande campo.
L’erba si piegava al loro passaggio, ma subito ritornava alzata,
nascondendo la traccia lasciata dal giocatore. Non si potevano
scorgere l’un con l’altro, ma riuscivano lo stesso a passarsi la
palla con precisione. I giocatori erano equamente suddivisi e
tutti risaputi tra loro. Si divertivano giocando con accanimento.
La sfera non entrava mai nelle reti. Sfiorava i pali o la traversa;
a volte le mani del portiere spuntavano dall’erba, deviandola
oltre la porta. I due portieri invece non era chiaro chi fossero.
Giocavano e si divertivano con un entusiasmo sempre più
marcato, e poi ancora più lesti s’intercettavano, rubandosi la
palla. Si rallegravano delle loro brillanti azioni e poco
importava se il risultato continuasse a rimanere invariato. Non
c’era nessuno che li applaudisse. Nessuno li incitava. Era una
partita senza spettatori, senza guardalinee, ma ognuno di loro
avvertiva la presenza di un severo giudice di gara.
Ecco finalmente l’occasione propizia.
Capita sul piede di Manuel. L’erba mantiene il pallone
sollevato; non rimbalza. Fulmineo n’approfitta. Calcia forte
verso il portiere, spiazzandolo. “Goooal!” Esclamano
all’unisono i suoi compagni. La palla però scompare oltre la
porta. E’ finita lontana attraversando la rete. Non c’è più. Il
gioco sembra concluso. Ogni giocatore, consapevole, si orienta
verso il bordo rispettivo del campo ma quel campo non ha
bordi. La sensazione di smarrimento pervade tutti. La tetra
figura, sulla vicina collina, si erge dal suo scanno dominante e
a grandi falcate si dirige minacciosa verso il marcatore.
L’ombra scura comincia ad avvolgerlo. Manuel è impietrito;
pensa che sia un incubo e vuole svegliarsi. Tenta di reagire, di
sbattere i pugni contro la parete al fianco del letto, ma il
braccio, pesante, non risponde alla sua volontà.
Quell’incubo gli è ricorrente. Ancora impressionato, riprova a
decifrarne il significato. Ciò che rivede è sempre la medesima

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interpretazione: il giocatore che determina il risultato è
destinato alla morte.
Non si spreme oltre perché non è mai stato superstizioso.
Riprende in mano il suo revolver.
– Creature allo sbaraglio nel tempo. – Si da un tono
continuando a rovistare nelle sue riflessioni.
– Siamo la sintesi di secoli di storia in evoluzione
incontrollata, ricavata dalla sorte d’innumerevoli vite, spese
senza contropartita. Eccoci arrivati allo stadio che è ciò che io
rappresento; sono la prova evidente di un colossale naufragio!
Eccomi, uno di tanti; milioni d’individui e di storie diverse,
sconosciute, ignorate, ma il tragitto è medesimo, miseramente
comune a tutte: privo di un obiettivo. ....Storie e storia, scritta e
tramandata, per millenni ma tutti questi secoli non sono valsi a
generare una mentalità esauriente, maturata ed unanime. ....Le
streghe al rogo, oggi appaiono insensate ed un domani, sarà
insensato ciò che accade oggi e la presunzione dei legislatori
continuerà ad uccidere le coscienze creando soprusi assurdi.
Paradossale, ridicolo, che la dottrina, null'altro se non un
pensiero, generi la maggiore condizione di conflitto tra
popolazioni; armonia, rimane solo un concetto e per me diventa
sempre più astratto! Questo mondo non fa per me!
Se devo vivere devo sapere il perché! Lo Spirito? Ma quale
spirito! Questi pensieri esistono perché sono ancora vivo!
Casualmente, Alberta, avrebbe potuto camuffare, da subito,
ogni mio problema esistenziale. – Dichiara una sensazione.
La frattura, del connubio con Alberta, è servita a qualcosa; da
qualche giorno, ha ben inteso quanto ogni uomo sia suscettibile
ed influenzabile nelle sue scelte di vita, per natura, proprio
come il polline in balia del vento.
Alberta, da oltre una settimana, gli aveva consegnato, in un
breve incontro, nel suo ufficio, una lettera che non aveva
contenuti, ma esprimeva benissimo i suoi sentimenti più

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profondi. Estese su quattro facciate, vi aveva letto, ripetute con
passione, fino alla copertura completa degli spazi bianchi, solo
due parole: ti amo. Manuel la custodiva ancora gelosamente.
La sua goliardia era salita alle stelle, ma era già infatuato per
conto suo e si spossava nel tentativo di mostrarlo.
In quell’occasione, avevano stabilito un appuntamento in
montagna, per trascorrere insieme lo scorso weekend e prima
di partire, Manuel le aveva telefonato per farsi spiegare meglio
come poterla raggiungere. Al telefono, aveva appreso che il
fidanzato ufficiale, con cui la ragazza avrebbe dovuto troncare,
fin dall’inizio, ogni legame affettuoso, era già sul posto, a
propria insaputa. Con lei c’erano, come ogni anno, anche i
genitori perciò aveva ritenuto opportuno evitare confronti;
Alberta aveva disdetto l’incontro, abbattendo l’umore e la
predisposizione di Manuel.
Avrebbe potuto sconvolgergli la vita e lui altrettanto.
Avevano scambiato solo poche parole e quello sgambetto gli
aveva causato un capitombolo abissale; la sua gran propensione
era stata sbaragliata in un istante.
– L’amore è un gran propulsore! – Si confessa.
Il giorno successivo, a malincuore, aveva già deciso di troncare
il loro rapporto. Non vedeva altra scelta.
E’ trascorsa una settimana tuttavia si sente ancora abbagliato
dalla sua forte luce perciò, nel frattempo, non aveva più
risposto alle sue telefonate; riconoscendone la voce s’era
limitato a salutarla, rapidamente e con scuse diverse, aveva
sempre riagganciato la cornetta. Nel pomeriggio del recente
venerdì si sono infine incontrati e Alberta, forse in buona fede,
ha avuto l’opportunità di rinfacciargli il comportamento
infantile, senza neanche tentare di chiarire la sua posizione.
Questo è stato il loro primo diverbio.
Dal canto suo, Manuel ha confessato che non riusciva più a
tollerare e neppure a gestire un rapporto ambiguo. Si è definito

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stanco d’avere una donna frazionata.
Forse quel rapporto idilliaco doveva essere salvato. Forse
valeva la pena d’impegnarsi con un piccolo sforzo.
L’ipotesi di un piede in due scarpe è un ostacolo cui non ha
voluto più tenere testa. Già nel congedarsi, provava rammarico
ma quella relazione non era più allettante!
Respinge il rimpianto e cerca d’orientarsi altrove.
13 agosto; rimira, assorto, il suo calendario. La data si
mostra risolutiva e funesta. La trepidazione non si è pacata.
Sono scoccate le undici; ha deciso di farla finita, ma ancora
non sì concede pace perché un certo dubbio, indefinibile,
nascosto da qualche parte, lo trattiene ancora.

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Capitolo IV

Si chiedeva se fosse un sogno oppure sfrontata realtà.


Il rasoio scivolava sulla sua guancia, mentre una mano gli
teneva bloccata la fronte. Non poteva essere dal barbiere
perché non rientrava nelle sue abitudini.
Tentava di scuotersi dal torpore che gli impediva qualsiasi
reazione; si accorse di avere le mani legate dietro lo schienale
della sedia su cui restava scomodamente adagiato. Gli era
capitato spesso d’avere incubi simili e per destarsi tentava di
battere il pugno contro la parete al lato del letto. Con insistenza
riusciva sempre a svegliarsi.
Presto si rese conto che non si trattava di un sogno. La persona
che lo tratteneva stava completando la rasatura, intimandogli di
non muoversi, per evitare tagli alla guancia.
– Ho finito! – Esclamò lo sconosciuto.
Lo ripulì rapidamente dalla schiuma da barba rimasta sul volto.
Poi si girò su se stesso, raccolse le sue quattro cose da terra e si
allontanò, richiudendo rapidamente la piccola porta, situata di
fronte a Manuel. Il chiavistello gli rimbombava nella testa, ad
ogni suo scatto.
Non riusciva a ricordare com’era finito in quella situazione.
Doveva trattarsi di una cantina. Poggiati al muro del piccolo
locale, due scaffali, uno per lato; custodivano numerose
bottiglie di bonarda, etichettate a mano, molto impolverate.
I suoi ultimi ricordi sembravano risalire alla sera precedente,

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trascorsa in discoteca con Andrea. Rammentava perfettamente
che si erano frequentati assiduamente, per tutta la settimana,
tanto che stava perfino imparando a suonare la chitarra. Franco
I e Franco IV, poi Patrick Samson: “Soli si muore”. Gli tornano
in mente gli accordi di quella canzone. Aveva imparato a
suonarla e cantarla seguendo il paziente insegnamento
d’Andrea. Andrea coltivava questo hobby dall'età di sette anni;
il padre, un simpatico esperto, lo aveva aiutato.
– Perché quel signore mi ha rasato? – Si chiese.
Intuiva che la sua permanenza nel posto fosse concretamente
più lunga di quanto riusciva a ricordare; si sentiva intontito.
Aveva la vaga impressione di trovarsi in un covo delle BR; gli
era balenato il pensiero perché il metodo era verosimile, ma
non poteva esser concepibile. Non si era mai mescolato ai
movimenti politici.
Il venerdì sera erano andati in discoteca con la speranza di
incontrare Pamela perché sapevano di trovarla in quel locale,
poco distante dalla Via Giangaleazzo; infatti, ben si ricorda
dell’approccio. L'incontro era stato straordinario e gradevole,
per entrambi; per quasi un anno s’erano persi di vista.
Avevano ballato insieme, ma Pamela gli era parsa in
compagnia di qualcuno; al suo tavolino sedeva un ragazzo.
Capelli lunghi, lisci; fumava nervosamente le sue Marlboro.
Corporatura snella, volto magro, naso leggermente aquilino;
ogni tanto alzava lo sguardo, ma non batteva ciglio. Ad un
certo punto della serata era scomparso, liberando il posto su
quella poltroncina d’angolo. Si ricorda bene giacché
riaccompagnando Pamela allo stesso tavolino, anche Manuel si
era accomodato al suo fianco, per consumare un Alexander.
La consumazione era inclusa nel biglietto d'ingresso e Pamela
si era prestata con insistenza nel prenotare e servire le loro
bevande, asserendo che lei fosse di casa in quel locale; le
avrebbero concesso qualsiasi priorità.

93
– Ma Andrea che fine aveva fatto? –
Troppo preso dal galante incontro, aveva perso completamente
di vista il suo fedele amico.
Lo riconobbe subito; era entrato armeggiando rumorosamente
sulla serratura della porta metallica che rendeva lo stanzino
semibuio. Accostata la porta, cercò l’interruttore della luce e
spudoratamente, si presentò.
– Sono Salvatore. Pamela è la mia donna! – Si
pronunciò spontaneo.
Fece una breve pausa per frenare le sue divagazioni.
Questa puntualizzazione lo incuriosì; Manuel intese che il
discorso che stava per ascoltare, fosse stato accuratamente
preparato e avrebbe reso plausibile ciò che gli era capitato.
– Io so perfettamente chi sei! – Affermò con tono
deciso, pressoché sprezzante.
Aveva acceso la sigaretta e si era infilato in tasca la mano con
l’accendino. Manuel si trovò a fissarlo sbigottito, confidando
nel seguito delle sue rivelazioni chiarificatrici. S’impegnava,
sprigionando tutta la sua attenzione, pur di riuscire a mettere a
fuoco quella situazione sconcertante.
L’uomo continuò il discorso con lo stesso tono. Aveva
prolungato verso di lui la mano che tratteneva la sigaretta,
quasi per additarlo. Composto, nella sua posizione dominante,
soffiò il fumo verso il pavimento.
– Conosco, per filo e per segno, tutta la tua sporca vita.
Conosco i tuoi movimenti, i tuoi amici, la tua famiglia. – Si
fermò un istante. – Tu hai un grosso debito con me e un altro
con Pamela! – A quel punto fu interrotto.
Manuel gli si sovrappose con una domanda.
– Da quanto tempo sono qui? –
– E’ il quarto giorno. – Rispose Salvatore. – Ma non sei
rimasto chiuso qui dentro. – Concluse secco, pronto a
riprendere il suo argomento, ma fu fuorviato nuovamente.

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– Andrea dov’è? – Chiese Manuel.
– Chi è Andrea? – Rispose di riflesso.
– Mi devi dire perché io mi trovo qui? Mi devi dire che
cosa volete da me? – Manuel scandì, con tono marcato e
minaccioso, parola per parola.
Aveva intuito che il suo amico era rimasto estraneo a quella
situazione. La probabilità che Salvatore stesse bluffando sulle
reali conoscenze della sua vita, lo aveva rianimato.
– Ben presto ti farò sapere. – Rispose irritato.
L’interlocutore gli voltò le spalle con gesto rapido; preferì
ritirarsi. Richiuse la porta con tre rumorose mandate sperando
che l’insidia avvertita svanisse alle sue spalle.
Manuel cominciò a prendere coscienza di se.
Ora continuava a chiedersi perché era stato rasato, quasi fosse
il condannato scelto per una morte plateale, l’offerta macabra
di un rito mefistofelico. Rimuginando che qualcosa di molto
importante sfuggiva al suo senno, nutriva qualche dubbio
anche sulla sua identità. Non era sceso da un altro pianeta e
neanche poteva essere un patriota o sovversivo. Il fascismo era
stato debellato e la guerra era finita da venticinque anni; gli
balenò che forse s’era lasciato coinvolgere in qualche attentato.
– No! Niente di tutto questo. Dovrei essere qui da
quattro giorni. Sabato, domenica, lunedì. Oggi è martedì! Il
resto dei miei anni mi è chiaro; me lo ricordo bene. – Aveva
sommato le parole di quell’uomo.
Era entrato, facendo irruzione, poco dopo il barbiere e già
sembrava un lontano ricordo.
Non era allucinato e neanche in preda ad agonie. Ben lucido, lo
aveva squadrato a sufficienza; indossava un vestito grigio,
leggero e rigato, di buona fattura. Sotto la giacca, appena
aderente, indossava una camicia bianca, attillata, con il colletto
aperto fino al secondo bottone, cintura e scarpe nere, un
bell’orologio al polso. Nessun braccialetto, nessuna catenina.

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– Un luogotenente ben inserito! …Salvatore. …Il
nuovo partner di Pamela! – Mise a fuoco il personaggio.
Avvertiva un buco allo stomaco che gli ricordava l'avvicinarsi
del mezzogiorno ed un gran mal di testa che si ripeteva spesso
nel risveglio domenicale, ma i fatti assodati depennavano
quella conveniente illusione.
Sicuramente Pamela era stata indotta a somministrargli qualche
sorta di droga, tramite il suo cocktail perché fino a quel
momento, tutti i ricordi erano perfettamente nitidi, poi saranno
accadute altre cose che si sforzava di ricordare, ma non
venivano a galla. Iniziò a guardarsi attorno cercando qualche
arnese per liberarsi ed eventualmente scappare. S'accorse che
anche i suoi piedi erano legati alle gambe della sedia. Con
piccoli passetti, attento a non perdere l'equilibrio, si avvicinò
alla porta zincata, rimanendo in ascolto per qualche minuto;
non trapelava nulla. Fuori non volava una mosca. Oltre quella
porta, gli sembrò che non ci fosse proprio nessuno; il posto
doveva essere isolato. Percepì vaghi suoni ed essenze. Ebbe la
sensazione di trovarsi nel sottosuolo di una villa, in aperta
campagna. L'assenza totale di movimento gli faceva
presupporre che anche i suoi guardiani fossero in standby.
– Perché mi trovo in questo posto? – Si ripeteva.
Cercava una risposta oppure la motivazione più plausibile.
– Pamela, d’origine sarda, è un tipo vendicativo, ma
non avrebbe osato tanto; questo è un sequestro di persona! –
Salvatore doveva appartenere a qualche losca organizzazione.
Forse era stato danneggiato involontariamente da una delle loro
scorribande serali; irrisorie nella rilevanza complessiva.
Milano, in quel periodo, era un subbuglio d’illeciti. Per loro
abitudine non tornavano mai nello stesso posto. Fatta eccezione
per la costante dell’oggetto moto, erano stati sempre ben attenti
affinché non si creassero dei modus operanti quindi eventuali
indagini, avrebbero indotto gli inquirenti ad allungare la lista

96
dei soliti ignoti di cui era già ricco l’archivio delle questure, ma
per la maggior parte, quei reati erano compiuti da
tossicodipendenti che di giorno e di notte, martellavano la città
alla rinfusa, come schegge impazzite. Tutto il Mucchio
Selvaggio era abituato a mantenere una distanza di sicurezza,
molto elevata; le probabilità di sospetto o tracce che potessero
condurre ai responsabili della dritta o agli autori delle stesse
operazioni, per certo, erano inesistenti. Si erano specializzati
nella loro caccia alla moto. Sia lui che tutti i suoi amici erano
incensurati e mai nemmeno indiziati per sbaglio. Era capitato
che le moto più usurate fossero svendute ad altri Team, nel
pavese e nel piacentino, lontani da casa. In pratica gli amici
degli amici risolvevano i loro problemi di ricambi, acquistando
una moto con modiche cifre ma anche ciò non era ripetitivo al
punto da marcare una traccia.
Ognuno aveva mantenuto un suo nascondiglio blindato, per
custodire alcune moto, che restava pressappoco segreto proprio
per evitare che la fuga d’informazioni gli procurasse la sorpresa
di ritrovarselo svuotato.
Le moto facili erano divenute rare a trovarsi tanto che la ricerca
si allargava di confine; a gruppetti le rubavano seguendo le
gare ma potevano farlo perché non vi partecipavano. La cautela
di tutti i motociclisti s’era elevata a tal punto che negli ultimi
sei mesi, tutte le comitive, come lo stesso Solari, avevano
smesso definitivamente di perderci tempo. Divenuto uno svago
troppo impegnativo, ogni stimolo, in tal senso, era scomparso;
ora si dedicavano ad altri passatempi meno adrenalinici.
Ormai, per Manuel, l’argomento era acqua passata.
Una certa consapevolezza però gli suggeriva che sarebbe
bastata un’intuizione oppure una vaga segnalazione ad attivare
una posizione di rivalsa. In ogni caso, per Salvatore e Pamela,
doveva trattarsi di una grossa motivazione; come potevano
giustificare una simile reazione? Pamela, in fondo, era una vera

97
amica, trattata sempre d’amica, con vero riguardo. Orgogliosa,
sapeva trattenere tutto l’amaro, mostrando il massimo
dell’indifferenza verso chiunque non digerisse, fino ad
ignorarlo. Non avrebbe mai manifestato del risentimento al suo
vecchio complice e compagno di molte avventure per una
colpa poco chiara e forse neanche alla sua stessa sorella,
predestinata per sorte a poche scelte.
Poteva far cadere una bottiglia al suolo e adagiandosi
sul pavimento, sarebbe sicuramente riuscito a recidere, con un
vetro, le corde che gli legavano le mani. Nei film ci riuscivano.
Poi avrebbe dovuto cercare qualcosa per rimuovere le tre
mandate della serratura a vista, avvitata dall'interno sulla
lamiera della porta. Ma fuori cosa avrebbe trovato ad
attenderlo? In teoria sembrava troppo facile. Forse era ciò che
volevano: che tentasse di scappare per massacrarlo di botte o
per esercitare su di lui una maggiore pressione psicologica.
– Ecco! Vogliono indurmi al loro volere. Io però non ho
nulla d’importante da offrire. A parte una cosa. .... –
Doveva essere trascorsa circa un'ora dal congedo di Salvatore.
Il suo stato d’allerta non era costante.
– Sono più giorni che manco di casa. Se è vero, mia
madre si sarà preoccupata e avrà fatto un diavolo a quattro.
Avrà denunciato la mia scomparsa. Avrà interpellato gli amici.
…No, non può essere; Andrea li avrebbe messi sulle tracce di
Pamela! …Forse ho capito perché è passato il barbiere.
Qualcuno avrà avvisato mia madre dell’assenza prolungata
quindi a casa sono tutti tranquilli. Mi hanno ripulito per farmi
scansare un terzo grado al mio rientro; io potrei fare a meno di
denunciarli, ma i miei genitori non sentirebbero ragioni. Ciò mi
fa pensare che ritornerò ben presto à la maison. Però se si è
preoccupato di questi dettagli, ciò mi suggerisce che non può
fare il gradasso a proprio piacimento; starà correndo anche lui
dei grossi rischi. Un vero malavitoso, in genere, è spregiudicato

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e senza mezze misure. – Doveva per forza presagire qualcosa.
In questo caso era l’unico diletto possibile.
– Perché quattro giorni? Perché così tanto? Potrebbe
essere solo un capriccio di Salvatore oppure avranno dovuto
valutare un loro programma. …Quest’embargo è stato
arrangiato da Salvatore nel momento in cui si è dileguato dal
suo posticino in discoteca. Lo avrò indispettito parecchio
oppure ha colto la palla al balzo! Ma ora qual è lo scopo reale?
Mi avranno mantenuto intontito, costantemente, per elaborare
qualcosa in tranquillità. Cos’altro avrà escogitato? Eppure a
vederlo, sembra furbo come un pitone. Alla fine è un cretino e
se quella discoteca è sua, non la farà franca! –
La sua attenzione fu carpita da rumori lontani di meccanismi in
movimento; un pesante cancello elettrico si stava aprendo
scorrendo su un binario metallico.
Udì un’auto fermarsi nel sotterraneo e poco dopo, dei passi
sicuri; si stavano avvicinando rapidamente almeno due persone
che si vociferavano procedure. Intese che si ripartissero i loro
rispettivi ruoli per trasferimento del segregato.
Entrarono. Erano due figure robuste, sconosciute ma già viste
da qualche parte. Fu liberato dai legacci e trattenuto saldamente
per le braccia. Lo indussero a salire delle scale dritte, larghe e
ripide, chiuse in cima da una porta blindata; oltre, apparve un
grande atrio, molto curato. La scala proseguiva sulla destra, ma
loro varcarono un’altra porta e si accomodarono in un salottino
dello stesso piano. Un’alta finestra, di fronte, si affacciava su
una larga balconata che continuava sui lati. Le tende, chiare,
facevano intravedere il paesaggio circostante: solo campagna e
vigneti in leggera discesa e qualche albero vicino all’edificio.
L’interno era tutto ben arredato. Sulla loro destra, lo spiraglio
di un'anta socchiusa faceva intravedere tre persone in movenze;
in fase di congedo. Tra loro, spuntava un poliziotto in piena
uniforme. Spontaneamente si rivolse ai suoi due custodi.

99
– Che posto è questo? –
Non ebbe cenno di risposta anche perché alle loro spalle, in
quel mentre, riapparve Salvatore che apprestandosi a chiudere
le due porte, si accomodò sulla poltrona di fronte ai tre.
– Possiamo fare un accordo! ...E' passato il mal di testa?
…Vuoi qualcosa da bere? ...Vai a prendere due Splugen Bock
scure ed un apribottiglie. – S’era rivolto ad uno dei gorilla.
L’atteggiamento di Salvatore sembrava più addomesticato.
Manuel era incuriosito ed ancora più ansioso ma non rispose a
nessuna delle domande. Stava prendendo piena coscienza di se.
Intanto Salvatore cercò un posacenere e sfilò di tasca sigarette
ed accendino; provò ad offrirgliene una. Arrivarono le due
bevande fredde e aprendole, Salvatore ne porse una all'ospite.
Manuel, assetato, prese a bere disinvolto, direttamente dalla
bottiglia. Quella era la sua birra preferita; un altro pretesto che
gli fece intuire le banali confidenze di Pamela: unico, vero,
tramite tra i suoi affari e quest’uomo.
Voleva porre una serie di domande, ma si trattenne, sperando
che l’interlocutore riprendesse la sua proposta d’accordo.
Salvatore posò il piccolo boccale e si accese la solita sigaretta.
– Pietro era un nostro informatore; l'abbiamo perso!
Abbiamo perso una valida pedina. La sua ramificazione nel
mondo della delinquenza ci tornava molto utile. Manuel; ti
chiami Manuel giusto? –
Manuel aveva annuito col capo.
– Stai ben attento a ciò che sto per dirti! …Non è nostro
interesse fargli giustizia! Se accetti di collaborare con noi,
ignoreremo il fatto e potrai ritornare immediatamente alla tua
vita. Poi, sarà compito nostro farti sapere cosa dovrai fare e
quale sarà il tuo tornaconto. Per te ci sarà sempre un compenso.
Dovrai renderti disponibile; ogni qualvolta ti sarà richiesto!
Riceverai una nostra segnalazione che sarà facile da capire;
questo almeno per un anno, poi si vedrà. –

100
Manuel, ansioso, tentennò qualche istante; voleva sapere per
chi o cosa dovesse collaborare. Con la sorsata di birra s’era
carburato, ma accantonò subito la sua inutile curiosità. In
effetti, pensò che il vero volto di Salvatore, l’avrebbe scoperto
strada facendo, evitando quei falsi indizi che avrebbe ricevuto.
– Non conosco il giro di Pietro e neanche sono in grado
di avvicinarmi ai loro movimenti. Cosa vi aspettate che io
faccia? Non sono un delinquente di quella pasta! –
– Non devi preoccuparti di quest’aspetto! Sappiamo
bene ciò che sei in grado di fare e non fare; sarai all’altezza dei
tuoi compiti! Ti avverto invece che ti sarà inutile tentare di fare
il furbo perché in tal caso cesserà l’accordo. – Lo delucidò
spiegazzando la sua sigaretta nel posacenere.
Manuel desiderava uscire da quell'incubo, più d’ogni altra cosa
quindi, senza troppo esitare, si trovò propenso ad accettare la
proposta di Salvatore.
– Va bene. Sapete come e dove trovarmi. Fatemi sapere
cosa vi serve! – Rispose già schierato.
Ormai aveva inteso che non avrebbe incontrato difficoltà nel
favorire le loro future pretese.
Salvatore non poté più replicare.
– Riportatelo a casa. – Risolse il suo azzardo.
I due gorilla lo riaccompagnarono nello stesso sotterraneo da
cui erano provenuti. Fu incappucciato. Lo fecero stendere nel
portabagagli di un’auto e dopo una buon’ora di tragitto, venne
lasciato libero in un altro sotterraneo, nel quartiere Gratosoglio,
di Milano. La rapidità con cui riuscì a slegare il sacco nero che
gli avvolgeva il capo, non fu sufficiente a fargli leggere la targa
della Fiat 130, scura che lo aveva trasportato in quel luogo.
– Da tempo continui a scoprirla, lentamente, giorno
dopo giorno; la morte si dichiara sempre più palese e continua,
ogni volta, irriverente, a scartare i suoi veli. Ti mostra,
sfacciatamente, quanto sia precariamente sorretto, tutto ciò che

101
per te invece è importante. Le leggi di questo dominio restano
sorde ed indifferenti a qualunque legittimo richiamo.
Intuisci il buio che assedia, incessante, la tua mente; assilla i
tuoi pensieri e più il tempo matura, più il buio s'infittisce.
E l'anima "che non muore", di cui tanto si parla, non affiora, né
si percepisce la sua presenza. Un significato che cerchi ma che
non puoi trovare, perché certamente non c’è! – E’ il solito
monologo. – La Morte preme ovunque e qualcuno o forse
nessuno potrebbe, in qualsiasi istante, manifestarla e
destabilizzare quel forte equilibrio su cui si è adagiata
l’esistenza d’ogni forma vivente che pur adattandosi e
maturando, appare invece sempre più esile ed incerta.
Grazie al grande Giove esistiamo! Ma un brutto giorno, per
caso o per norma, lui, mancherà la giusta presa ed una cometa,
bella come quella dei Re Magi, raserà tutto a zero; per caso o
per norma, è già accaduto e l’equilibrio terrestre è già stato
smottato una volta, forse tante volte. Sei impotente di fronte
allo stato di cose in cui vivi. Appurando quindi la convinzione
che nulla si può fare per mutare il tuo destino di uomo; cosa
faresti? Continueresti, sicuramente, a muovere i tuoi passi;
come un parassita ben insinuato. Come un miserabile pecorone
incapace di considerare e di restituire consapevolezza.
Rassegnarsi! ...Accettare il susseguirsi del giorno e della notte,
il sole e la pioggia, l’essere figlio e padre, in virtù di un
disegno incontrastabile. – Lo sguardo è fisso sulla lista del suo
calendario. – Rassegnarsi non è l'unica ipotesi possibile!
...Accettare, con l'oblio che questo globo si saturi di persone
fino a collassare di sofferenza; non è l’unica ipotesi possibile!
Non vi è logica nel concorrere in un gioco molto impegnativo
qual è una vita soggiogata e in generale poco divertente, la cui
meta prestabilita, in ogni caso, sarà il proprio decadimento.
La Morte ti aspetta; per legge avrà il suo sopravvento! Ogni
stimolo è vanificato in partenza. –

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Manuel, immobile davanti al datario, si suggerisce dei concetti
poco convincenti, ma sono valutazioni di comodo dato che il
vero motivo risiede nella sua coscienza scalfita.
Considera che se riuscirà a sopravvivere, al fatidico giorno in
corso, un domani, non lontano, potrebbe ragionare in altro
modo. Quest’eventualità, allo stato di fatto, non lo soddisfa
anzi lo rattrista maggiormente, poiché ha già vagliato che il
raggiro della propria volontà, equivarrebbe a soccombere
psicologicamente e sarebbe una pessima scelta.
Persevera nel raccontarsi la sua storia movimentata.
Il caldo afoso del 13 agosto non sembra sfiorarlo.

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Capitolo V

Durante la notte non aveva mai cessato di piovere. La


pioggerella cadeva sottile, facilmente sopportabile; un leggero
Kway di colore scuro, con cappuccio, li confondeva con la
notte, proteggendoli nel loro camminare misurato.
Il giorno successivo, Manuel avrebbe dovuto prendere il via
all’importante competizione, molto difficile, che si sarebbe
prolungata nei due giorni del weekend.
La Valli Bergamasche era l'unico appuntamento italiano,
valevole come prova di Campionato Europeo Regolarità.
Per accedere all’iscrizione bisognava possedere buoni requisiti.
Le operazioni preliminari si erano svolte, per prassi, durante il
venerdì quindi tutte le moto concorrenti apparivano già
allineate nel Parco Chiuso, adiacente alla postazione dei
cronometristi, secondo l'ordine di partenza.
Era presente il fior fiore di questa specialità.
Le squadre, provenienti da tutta Europa, proponevano i loro
migliori piloti; erano abbinati alle tecnologie più avanzate,
sviluppate per il mondo delle due ruote. Già solo questo
pensiero determinava il desiderio di avvicinarsi a quel recinto
che le proteggeva, per osservarle da vicino, per cercare
d’individuarne e carpire le soluzioni, adottate da quei mostri
sacri per avvantaggiarsi nella competizione. Ma Manuel non
poteva soffermarsi in quel luogo molto illuminato che, tra le
altre, custodiva anche la sua moto. Il suo obiettivo non era
casuale come il solito; aveva memorizzato il nome di un team e
la descrizione di una moto che non era stata punzonata per la

104
Valli. Tali coordinate gli erano state recapitate nella cassetta
postale della sua abitazione. Era il primo compito assegnato da
Salvatore. Ponderava che per suscitare un tale interesse,
dovesse trattarsi di una moto d’oro. Questo dato acuiva la sua
curiosità; il ricatto non gli pesava.
In sua compagnia c’erano gli amici preferiti: Andrea, Sogliola
e Marco. Due di loro avevano viaggiato nel vano del furgone
Sia Bratto sia Castiglione Della Presolana si mostravano
completamente assopite; erano le due di notte. I quattro ragazzi
si orientarono, con circospezione, verso il garage di un albergo,
poco distante dalla strada. Un terreno privo di recinzione, a
tratti erboso, circondava la costruzione; in quei giorni fungeva
da parcheggio per i furgoni dei numerosi clienti.
Si soffermarono, affiancati, rimanendo incollati alla parete
dell’autorimessa, situata dietro l’albergo.
La porta scorrevole del gran garage era chiusa dall'interno; non
c'era alcuna serratura. Osservando, attraverso la fessura di
battuta, s'intravedeva un lucchetto che agganciato a due robusti
occhielli, impediva alla porta di scorrere. Sembrava
impossibile forzare la chiusura e far rompere il lucchetto senza
causare rumore. Soltanto un temporale avrebbe potuto coprire
il rimbombo metallico della lamiera zincata. Scrutando con
attenzione, con la piccola torcia, scoprirono che l'archetto
d'acciaio, di quel lucchetto, non era inserito completamente nel
corpo d'ottone, in pratica, non era scattata la sua chiusura. Con
un cacciavite, riuscirono a sganciarlo da una delle due asole e
con cautela, allargarono lo spiraglio, fino allo spazio sufficiente
ad entrare; poi riaccostarono, lentamente, la porta. All'interno,
rimasero in assoluto silenzio; immobili nel buio, per qualche
istante, uno accanto all’altro, quasi trattenendo il respiro. La
tranquillità dell’ambiente li rassicurò; nessuno s’era accorto
della loro intrusione. Manuel, riacceso la sua torcia, osservò
l’insieme del locale; individuò la moto che stava cercando.

105
C'erano, a gruppetti, almeno una ventina di moto tra Ktm,
Hercules, Puch, Dkv, Swm, Gilera, Zundapp, Morini.
Ognuno prese una moto, scegliendola tra le più a portata di
mano e in fila indiana, si allontanarono dall'albergo, verso la
strada asfaltata, a motore spento. Continuarono in folle,
percorrendo in discesa la statale, per qualche Km. finché giunti
in prossimità del loro albergo, caricarono silenziosamente le
quattro moto sul loro vecchio Ford Transit. L’automezzo era
rimasto parcheggiato tra altri furgoni appartenenti ad un vivace
team tedesco, ospite dello stesso albergo.
Andarono direttamente a dormire. Erano quasi le tre del
mattino. Manuel impostò la sveglia alle sette.
Verso le otto, abbigliato per la gara, casco in testa e tanica in
mano, s'incontrò con le persone di riferimento del suo moto
club che già in attesa, avrebbero dovuto seguire i piloti in
competizione. Pur di non spostare il furgone da quella
congeniale posizione, s’era approfittato di un passaggio reso
propenso dai ragazzi di un altro team, compagno d’albergo.
Il movimento di grossi furgoni, variopinti di blasonate
sponsorizzazioni, e la prestigiosa moltitudine di presenze,
coloravano d’ulteriore imponenza la famosa manifestazione.
I commissari di gara avevano già occupato il posto nei punti di
verifica; si disponevano per controllare la partenza della prima
categoria: la classe A, di 50 cc.
Consegnò la sua tanica di benzina da trenta litri e ritirò la
tabella di marcia, provvisoria, contenente la lista degli orari di
passaggio e delle località preposte a Controllo Orario. Erano
previste due prove speciali ed una prova d’accelerazione nella
quale sarebbe stato rilevato anche un valore fonometrico. La
sua partenza doveva avvenire alle 8,56, mentre il rientro era
previsto per le 14,56. Un tracciato di 240 Km di mulattiere,
quasi impraticabili, da percorrere in sei ore; sarebbe stata
un'appagante soddisfazione riuscire a concludere solo il primo

106
giorno. Il secondo giorno prevedeva lo stesso itinerario ma
percorso in senso inverso.
Manuel riuscì a riportare la moto nel parco chiuso in entrambe
le giornate, girando a zero, cioè senza penalità ai controlli orari.
I tempi delle speciali determinarono la sua posizione come
ottavo classificato. Fu un risultato clamoroso perché si trattava
di una prova europea e questa era la prima volta che prendeva
parte ad una Valli Bergamasche. In molti, come lui, coglievano
il peso di quest’incontro e solo il fatto d’aver completato la
dura prova già concedeva un vanto gratificante. Quel risultato
arrivò inatteso. Ora anche il suo nome sarebbe comparso
nell'ordine d’arrivo che sarebbe stato pubblicato da tutte le
riviste che trattavano di moto.
Manuel s’avviò verso casa, in auto con il fratello, poiché già
verso le dieci, i suoi amici avevano lasciato l’albergo e subito
erano ripartiti con il loro bottino; era stremato ma soddisfatto.
Ogni tanto volgeva lo sguardo alla sua moto, reduce dei due
giorni, che lo seguiva infangata, trattenuta in piedi sul carrello
appendice. Vittorio era intervenuto a prestare assistenza ancor
prima dell’inizio della gara; si era sistemato in tenda, nei
paraggi della struttura organizzativa. Il sabato mattina, fu
proverbiale la sua bistecca alla brace, offerta a Manuel per
colazione quand’erano le sette e mezza. Consapevole che i tre
amici non avrebbero atteso l’ultimarsi della competizione,
aveva preso accordi in tal senso, per agevolare il loro rientro.
Aveva recuperato il borsone di Manuel e condiviso la tenda nel
sabato notte; il clima era mite. Ottimista come sempre, aveva
previsto un ulteriore ritardo per la premiazione. Un azzardo
esatto anche in questo caso. Ora appariva contento di aver
trascorso due intere giornate all'interno di una manifestazione
altisonante e soprattutto, era estasiato della medaglia di bronzo,
riportante l'emblema della 26° Valli Bergamasche: il simbolo
più importante che i due fratelli si fossero portato a casa. Solo i

107
premiati dal sesto all’ottavo posto avevano ricevuto la stessa
medaglia. Vittorio, come non mai, si sentiva orgoglioso di
avere un fratellino così sorprendente. Lo sollecitò con
insistenza affinché partecipasse alla prova di Campionato
Italiano che si sarebbe disputata a breve. Altri due giorni di
gara sullo stesso, tortuoso, scenario alpino.
Vittorio era più grande di sette anni ma appariva molto più
maturo. Sembrava appartenere ad un'altra epoca. Grassottello,
alto quanto lui. Disattento nell’apparire. Il suo atteggiamento,
sornione e disinteressato, lo rendeva incolume a tutto ciò che
gli accadeva attorno. Non nutriva interesse per le moto e le
tendenze in voga; per hobby, si dedicava alla caccia. Possedeva
una doppietta ed un fucile automatico di cui era veramente
fiero; spesso se ne vantava e lo mostrava, giocoforza, a tutti gli
amici che capitavano in casa. Rinnovava, puntualmente, la
licenza di caccia anche se a volte, non potendo partecipare alle
battute, saltava il momento venatorio.
In quel periodo, iniziava ad installare ascensori nel quartiere, in
costruzione, di Milano Due. Sicuramente, la sua attività non gli
concedeva né il tempo né la volontà, per movimentare le sue
serate; chiuso un cantiere, ne iniziava un altro, senza neanche
proferire soddisfazione. Era un tipo completamente diverso;
quasi un forestiero per Manuel. Quasi un’esistenza spenta,
adagiata su se stessa ma come lui, apparivano molti altri
coetanei. Apparteneva ad una generazione fuori tempo; insolita
e distante per la moderna, stimolante, vitalità di Milano in
fermento giorno e notte.
I loro tre amici erano già rientrati a Milano. Il furgone rimase
parcheggiato, la notte e tutto il lunedì, nel solito cortile del
palazzo, in Via Col Di Lana, dove vi risiedeva Antonio, altro
giovane motociclista che assiduamente, sfruttava lo stesso
furgone, per esaudire l'identica passione; era un parcheggio
riservato. Non fu toccato nulla del suo carico intrigante finché

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Manuel, nel suo via vai, trovò un altro, curioso, volantino
promozionale che sbucava dalla cassetta della sua posta; il
biglietto proponeva l'iscrizione gratuita al Campionato Italiano
a coloro che entro una data, avrebbero fatto elaborare la moto,
presso l’officina POG Motor. La data riportata corrispondeva
con il giorno successivo. Valutò l’ingenuità del messaggio. Gli
fu chiaro che fosse una coincidenza troppo insolita; prima
d’incontrare Salvatore non gli era mai capitato di ricevere
foglietti di propaganda, così coerenti con i suoi propositi.
Osservò il curioso invito, battuto a macchina e intuì dove
avrebbe dovuto consegnare la moto verde, prelevata a Bratto.
Erano, ormai, le cinque del pomeriggio; si accordò quindi con
gli amici, per il mattino successivo. Marco lo avrebbe seguito,
da solo, alla guida della propria moto regolare.
L’oggetto, della missione di Manuel, era stato un Ktm 125, non
di serie; fu scaricato dal furgone con reverenza.
Aveva una targa austriaca e già il color verde era singolare. Si
erano soffermati, irresistibilmente, a scrutarla con attenzione ed
entrambi rimasero stupefatti della cura adoperata nel costruirla.
Apparivano, ben evidenti, molte diversità, mai viste prima di
allora. Attraverso larghe fresature, sul carter destro del motore,
s'intravedeva, di color rosso mattone, un'accensione elettronica
Motoplat a rotore interno, probabilmente già munita d’anticipo
variabile; non esisteva su nessuna moto di serie. In genere, quel
carter, rimaneva sigillato ed impermeabile, per evitare il
malfunzionamento delle puntine platinate che qui non c’erano.
La bulloneria, realizzata al tornio, era sicuramente in titanio. Le
forcelle apparivano anonime con foderi grezzi di tornitura ed il
manubrio, in lega leggera, era una sorprendente novità. La
marmitta artigianale confermava un concetto: doveva trattarsi
di un muletto sperimentale! Ma quel prototipo era fuori luogo
in quel posto, poiché non era stato punzonato per la prova di
Campionato Europeo: nessun numero, nessun adesivo.

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Seguendo un tragitto cittadino che escludeva lunghi viali, si
rese subito conto dell'insolita ripresa e maneggevolezza; la
moto era, notevolmente, più performante del suo 125, anche la
frenata era potente e progressiva. Giunto in officina, mostrò il
biglietto che gli era stato recapitato. Il meccanico squadrò la
moto, da cima a fondo, incuriosito dai numerosi particolari ma
abituato alle novità, evitò di palesare la sua, particolare,
sorpresa. Prendendo in consegna il prototipo, personalmente, lo
invitò a ritornare prima di sera, per ritirarlo. Manuel, un po'
stupito, annuì senza porre domande. Ripartì subito verso il
cortile di Via Col Di Lana; era ansioso di scoprire il potenziale
delle altre moto rimaste sul furgone. Le trovò perfette e molto
curate, ma erano comuni modelli di serie. La vera sorpresa
l'ebbe, nel tardo pomeriggio, dopo il ritiro del Ktm dall'officina
POG: escludendo il lavaggio, accurato, che n’evidenziava
ulteriormente lo splendore, sembrava non fosse stata sfiorata
con un dito. La bulloneria e l'accensione apparivano intatte. Le
prestazioni, si accorse, erano rimaste identiche.
Non era abituato a muoversi con i paraocchi; un quesito
cominciava a diventare un rompicapo: quale potrebbe essere
stato il vero scopo di quest’operazione?
Due sole deduzioni gli parevano plausibili: stavano trafugando
nuove tecnologie verso produttori concorrenti? Oppure era
divenuto il tramite in un traffico di qualcosa molto più
prezioso, architettato attraverso un sistema fuorviante e quindi
idoneo a beffare un'eventuale rete di controlli? Considerando
che la Valli Bergamasche restasse un incontro internazionale,
prossimo ai confini di Stato, la seconda deduzione gli pareva
più logica. Altre ipotesi non trovavano riscontro. Ebbe la
sensazione di essere il congegno di un meccanismo che per
complessità, oltrepassava le sue attuali cognizioni. Pensò che al
momento, sarebbe stato più salutare non porsi troppe domande.
Impensabile comparire al parco con quella moto. Non sarebbe

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stato auspicabile usarla sui campi di gara; nemmeno per
allenamento. Le voci corrono rapide, nell'ambiente sportivo.
In venerazione della tecnologia che la componeva, pensò che la
soluzione migliore sarebbe stata la restituzione al produttore.
– E’ troppo rischioso rompere i canoni. – Si diede
risposta da solo.
Non poteva servirsene e già la sentiva scottare. Manuel decise,
con amarezza, di smantellarla. Era certo di poterlo fare. Gli
ritornarono le parole del meccanico, metaforiche; sussurrate al
momento del ritiro: “Non è possibile ripararla, si può soltanto
demolire”. Conosce il sano concetto, diffuso tra addetti e piloti
di categoria: “E’ sempre il manico (il pilota) a fare la
differenza”. Decise quindi di rinunciare anche all’utilizzo di
singole parti poiché non intendeva perdersi nelle incognite, ma
ben sapeva che sarebbe stato vantaggioso già il solo osservarle.
Non era trascorsa neanche una settimana; Manuel fu contattato
telefonicamente, per la restituzione del suo borsello a tracolla.
Lo aveva smarrito un sabato, curiosando tra le bancarelle della
fiera di Senigallia ed aveva già sporto denuncia, per la patente
ed il libretto degli assegni. S’incontrò quindi con due
fidanzatini; i pochi soldi non c'erano, ma oltre ai documenti, vi
trovò il biglietto da visita di una gioielleria e la copia autentica
di una ricevuta di deposito. Un breve ricalco scritto a mano ne
descriveva l’operazione: "In data odierna prendiamo in
consegna venti diamanti grezzi, di diversa caratura, per farne
valutazione". Seguiva timbro e firma. La ricevuta aveva la
medesima intestazione del biglietto da visita e la data riportava
il giorno in corso.
Un forte turbamento cominciò ad insinuarsi nei suoi pronostici.
Il quadro che intravedeva non collimava con le sue abitudini;
non aveva nulla di familiare! Pur confidando in un errore
d’interpretazione, avvinto da frenetica curiosità, volle fare un
rapido passaggio, in moto, davanti a quella gioielleria. La trovò

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facilmente; aveva un'unica vetrina, quasi d'angolo, in un
palazzo d'epoca. Sui lati, quattro finestre allineate, di cui due
oltre l'angolo, facevano intravedere l’attività di un paio di
commessi. Le finestre erano protette da robuste sbarre di ferro.
– Sicuramente, avrà un laboratorio, con ingresso dal
cortile interno. – Dedusse, mentre era già lontano.
S’erano fatte le sei e mezza quindi si avviò verso il Solari, per
incontrarsi con i soliti amici. Era un luogo di confronti, ma il
proposito del Mucchio, quella sera, gli era parso scarno quindi
dopo cena, in quattro, uscirono con il Mini di Andrea. Manuel,
aveva preso con se il fucile a piombini e sembrava che anche
questo, fosse un diversivo di scarso interesse. Fece percorrere
Via Vitruvio, in direzione Stazione Centrale; intanto si era
sdraiato sul sedile posteriore, facendosi spazio alle spalle di
Sogliola. Con la sottile canna del fucile che spuntava a
malapena dall’alto del finestrino, cominciò a mirare verso il
cielo scuro, finché passando davanti alla gioielleria, schiacciò il
grilletto; il tratto di strada cadde nel buio, ma neanche i suoi
stessi amici si resero conto di cosa fosse successo. Sorridendo,
si vantò della sua buona mira.
– Visto che mago! Ho centrato la lampadina di quel
lampione, al primo colpo. –
– Fammi provare! – Rispose Sogliola, strappandogli il
fucile di mano.
Ora andavano a zonzo per le vie di Milano ma ogni tanto, un
lampione si oscurava. Conclusero la serata in quel modo.
Non si era rivelato; i suoi presagi erano ancora un segreto
perché dubitava e temeva per un loro coinvolgimento
spontaneo. L’affare era troppo grosso per le loro abitudini, ma
senza almeno una fida spalla, non avrebbe azzardato nulla.
La chiusura estiva del liceo artistico, per lui definitiva salvo
sorprese, gli permetteva di allenarsi a piacimento ma sapeva
che in moto necessita totale concentrazione, viceversa, pur

112
rischiando di farsi male, non n’avrebbe ricavato alcun
beneficio. La prova di Campionato Italiano, ormai, era
imminente. Rientrato a casa impostò la sveglia.
A cuor sereno, di buon mattino, un paio d'ore, impiegate a
smanettare nella pista del Madunina, in sella al suo MV, gli
avevano già ripulito la mente. La moto invece reduce della
Valli, sembrava perfetta per sostenere la Prova Nazionale. Gli
bastò una verifica generale, la sostituzione della fascia elastica
ed una gomma nuova alla ruota posteriore, per sentirsi pronto
ad affrontare la nuova sfida. Era sereno perché in quel
campionato non aveva antagonisti; non conosceva gli altri
concorrenti. Rappresentava, per lui, un appuntamento fine a se
stesso; identico alla Valli Bergamasche però lo stava già
affrontando con la stessa dedizione che riversava nel prepararsi
alle gare di Campionato Regionale. Il mercoledì sera si era
recato al Motoclub Madunina dove, per consuetudine, erano
concordati gli spostamenti, le nuove iscrizioni e le prenotazioni
di pernottamento per le gare più immediate. Il presidente
Guazzoni seguiva, con vera passione, ogni prova; gli confermò
l'accoglimento dell'iscrizione alla gara di Campionato Italiano.
Conobbe il nome degli altri iscritti. Cinque ragazzi del
motoclub vi concorrevano in diverse categorie; era un'allegra
brigata che appariva già divertita dell'aggregazione ed
entusiasta di ciò che li attendeva. Alcuni sarebbero partiti il
giovedì mattina, per provare il percorso con calma ma Manuel,
impreparato, decise di raggiungerli il giorno successivo.
Nel mattino di giovedì, oltre gli attrezzi, i ricambi e la moto da
gara, caricò sul furgone anche il Montesa; gli sarebbe servito
per provare il percorso. Controllò più volte che su quel carico,
non vi mancasse nulla.
Il pomeriggio era libero; s'incontrò con Alberta, la sua nuova
ragazza. Era una femminista sfegatata, militante nel PCI eppure
molto razionale, straordinariamente simpatica; con lei s'era

113
trovato bene fin dal principio. L'aveva conosciuta ad una festa
dell'Unità, organizzata a Capriano Briosco, in Brianza, luogo di
residenza della stessa. Lei teneva, per lavoro, un piccolo
appartamento a Milano, vicino ai navigli di Porta Ticinese,
meta frequente dei loro incontri passionali. Entrambi avevano
abitudini ed impegni diversi e ciò rendeva il loro rapporto
meno confidenziale rispetto a Pamela che, per contro, come
due buoni amici vissuti, si sapevano senza remore.
– Tre settimane fa hai parlato con mia madre? – Le
chiese Manuel un po' titubante.
– Tre settimane fa? …Ti ho telefonato sabato sera verso
le otto, ma ha risposto che tu eri in montagna. Me ne ricordo
perché non ci siamo visti e la cosa mi è dispiaciuta. ...Ma
dimmi, ti ho creato problemi? – Rispose Alberta senza
nascondere la sua preoccupazione.
– No! Assolutamente. Una ragazza ha telefonato per
eludere un problema! Ha informato mia madre che non sarei
rientrato a dormire perché saremmo andati in montagna, con
amici, per qualche giorno. Chi ha telefonato si conosce con mia
madre, almeno telefonicamente. – Chiarisce Manuel.
– Raccontami di te; qualcosa ti ha rubato il sorriso.
Sento che sei con me, solo con me, ma ogni tanto scompari dal
nostro presente. Non ti vedo più scherzare; prima lo facevi!
Quale questione mi deruba delle tue graziose attenzioni? – Nel
proporsi era decisamente seria ed incuriosita.
E' così che Alberta sottolineava il suo essere spregiudicato di
femminista. Aveva già intuito, da diversi giorni che Manuel
stava battagliando con una questione seria.
– ...No, non riguarda noi due, altrimenti non proverei
ciò che sento per te; se mi dici cos'è, saremo entrambi più
sollevati. Potrei dirti cosa ne penso! – Alberta parlava
premurosa, temendo la propria invadenza.
– Questioni con amici; niente d'importante. ...Andiamo

114
a cena ai Sabbioni e poi a vedere quel film di cui mi hai
parlato. Come sai, starò via tre giorni; in Valcamonica. Non ti
chiedo di venire con me o venirmi a trovare perché so che ti
annoieresti, però di sera potremmo sentirci. – Manuel provò ad
eludere l'argomento.
– Sono sicura che con la tua spigliatezza, riuscirai a
disarcionare il tuo tormento. – Concluse Alberta, rispettando la
sua riservatezza.
Rifugge l’ipocrisia. Quella naturalezza aveva dell’incredibile.
La sua mano sfiorò il volto di Manuel come se volesse
aggiustargli i capelli; sa essere sdolcinata ma anche sprezzante
come nessuno. Al fianco di Manuel si sente a proprio agio,
protettiva. Ha ventiquattro anni; è più matura. E' ragioniera,
impiegata a Milano, presso un grosso studio di commercialisti.
Era molto sicura di se ma da almeno un mese, ha mutato il suo
atteggiamento verso le persone. Non si sente più la stessa
superdonna, promotrice di chiare idee sovversive, conclamate e
divulgate dal suo stesso movimento. Aveva partecipato, con
fierezza, in prima linea, al corteo di Via Larga, sfoggiando
striscioni spudorati con altre diecimila femministe. Ha scoperto
che oltre, c'è un insospettato e irriducibile sentimento che
accende la vita con energia impalpabile e rende plausibile
qualsiasi altra considerazione eppure era già stata fidanzata,
prima di conoscere Manuel. Forse si sentiva affascinata dalla
completa estraneità del suo mondo di cui riusciva soltanto ad
intravederne la diversità.
Manuel era certo che quel venerdì sera, prima dei giorni di
segregazione, fosse stata Pamela a tranquillizzare la madre, per
il suo mancato rientro; voleva, lo stesso, escludere altre
possibilità. Aveva la sensazione di essere tenuto sotto stretto
controllo perciò, sotto sotto, ora incubava una maggiore
diffidenza, verso chiunque.

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Capitolo VI

Andrea e Manuel salirono sul furgone, prima delle


sette. Un sole estivo lambiva i muri alti dell'edificio, ma l'aria
era ancora fresca. Il riflesso illuminava, di un colore caldo, le
pietre del largo selciato, tuttora umide di brina. La manovra,
per uscire dal cortile, sembrò più complessa del solito. I due
amici si avviarono alla volta di Breno: un borgo della
Valcamonica, ben oltre Bergamo e Brescia. Impiegarono
un'altra ora, attraverso verdi paesaggi spettacolari, tra cui un
tratto che costeggia il lato nord del Lago D'Iseo; oltrepassando
Boario Terme, la meta sarebbe stata ormai prossima.
Giunti a destinazione, si dedicò con impeto all'importante gara.
Nelle fasi d’operazioni preliminari, incontrò gli amici del
Madunina; erano sparpagliati nelle rapide code d'attesa e le
verifiche si susseguivano con ordine. S’iniziava davanti ai
tavoli dei commissari di gara, scorrendo, per la registrazione
delle presenze e della conformità della propria licenza; seguiva
la punzonatura della moto, la prova fonometrica della
marmitta, il controllo delle luci e del clacson, della targa, del
libretto e del tagliando d’assicurazione.
Nel pomeriggio, come da programma, si dedicò ad una veloce
escursione con il Montesa, per saggiare il percorso di gara; a
fare da battistrada, due instancabili piloti del suo motoclub che
già ne conoscevano le diramazioni. I sentieri s'inerpicavano
attraverso i costoni delle montagne, segnati da frecce di vernice

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rossa, pennellata su tronchi d'albero o su rocce sporgenti.
Completarono il giro a ritmo moderato; ben consci di dover
preservare le proprie energie. Le attività della giornata lo
avevano impegnato, facendo scorrere il tempo rapidamente.
Il giorno successivo, Andrea, rimasto solo, avrebbe potuto
agevolarsi con il Montesa, per gli spostamenti o per seguire i
tratti di gara a suo piacimento.
Il primo giorno di competizione gli parve meno impegnativo
della Valli, da poco sostenuta, forse perché ne usciva rafforzato
da tale esperienza, sia fisicamente che psicologicamente; riuscì
a passare, con puntualità, gli otto Controlli Orario, cadenzati
sul lungo tragitto. Consegnò la sua tabella di marcia senza
alcuna penalità.
Il secondo fu invece assai più provante perché la pioggerella
insistente, del sabato notte, aveva reso viscide, come
insaponate, alcune ripide mulattiere; fortunatamente, prima
della partenza, fu applicata la tabella B che prevedeva tempi
meno tirati. Si percepiva la preoccupazione dei concorrenti, già
nella fase d’allineamento che precedeva il loro via.
La competizione, ora, si proponeva difficile ed impegnativa,
per tutti. Era stata mobilitata la compagnia della spinta; i
volenterosi avrebbero dovuto aiutare i piloti, rimasti
impantanati nei punti cruciali del tracciato anche per non
ostacolare il corretto svolgimento della manifestazione. Si
percepiva che tra quei campioni in lizza, le nuove difficoltà
avrebbero stabilito una severa selezione.
Arrivò affannato, con soli tre minuti d’anticipo. Era l’ultimo
C.O. del terzo giro; voleva cambiarsi la maglietta di cotone che
indossava sotto il Barbour perché era inzuppata di sudore, ma
non n’aveva il tempo. Si limitò a bere, mentre il fratello
lubrificava la catena ed un ragazzo riempiva il serbatoio del
Ktm. Iniziò il suo ultimo giro; pareva non finisse mai. Ormai
stremato e sudicio di fanghiglia, raggiunse il più decisivo dei

117
Controlli Orario; l’ultimo C.O. non assegnava penalità, per
accesso in anticipo. Senza neanche verificare il suo tempo di
tabella, depositò la moto, quasi irriconoscibile, nel parco
chiuso che era già pieno per un quarto; gli parve che non vi
fossero piloti ritirati.
Man mano, altri piloti, dall'aspetto stravolto, guadagnavano
l'arrivo. Assistenti di gara e concorrenti cominciavano, intanto,
ad avvicendarsi davanti alle bacheche, per vagliare i resoconti
parziali dei cronometristi. I tempi delle speciali di Manuel
erano ottimi, ma ancora non si sapeva nulla delle penalità.
Dopo circa un'ora furono esposte le classifiche ufficiali. Scorse,
con attenzione, la discreta lista di nomi, partendo dal fondo
della categoria C, 100 cc; trovò infine, già preoccupato di non
esserci per nulla, la stringa che stava cercando: Pilota n° 108,
Manuel Salvo, MC Madunina, 3° classificato.
– Caspita! Che mostro; come ho fatto? – Sussurrò
spontaneamente.
La pacata esclamazione attirò l'attenzione d’alcuni piloti,
anch'essi accalcati in silenzio, per scrutare le graduatorie; gli
volsero lo sguardo, cercando di identificarlo. Manuel, quasi
imbarazzato, voltò le spalle e s'allontanò.
In fondo si trattava di un terzo posto; ebbe il dubbio che non
fosse lodevole di particolare attenzione.
Seguì, a breve, la premiazione che gli conferì la meritata coppa.
La targhetta, pantografata, riportava i dati della manifestazione
ed il risultato conseguito; era quindi un vero trofeo.
Era un ambito trofeo.
Il furgone li aspettava con il suo carico, buttato alla rinfusa. Gli
amici del suo motoclub, i supporter ed il fratello si erano già
avviati. Poggiò la coppa al centro del cruscotto e mentre
Andrea iniziava le manovre per il rientro, cominciò a fissarla,
ma i suoi pensieri correvano altrove.
Solo da maggiorenne ottiene la licenza di pilota FMI. Prima di

118
quel momento, i genitori gli avevano negato il consenso quindi
fin dalla sua prima moto, il cinquantino, si era cimentato solo
con amici, assimilando trucchi e segreti; si destreggiavano
nelle cave sconnesse dell’interland milanese. La Montagnetta
del Parco Lambro era abbandonata a se stessa, il Montestella
era una discarica di macerie, la cava di Assago era enorme e
sconnessa; quei luoghi idonei ed appartati erano meta di
numerosi dilettanti perché facilmente raggiungibili in moto ma
la forte passione per i motori ed il fuoristrada lo avevano
aiutato spontaneamente.
Nel suo seminterrato, era stato per sei mesi, intento a preparare
la moto con cui avrebbe partecipato alla Valli Bergamasche.
Nicolas, un amico di Via Giambellino gli aveva svenduto il
proprio Ktm 125, ormai ridotto all'osso e mezzo incidentato;
per Manuel tornava perfetto perché il suo progetto prevedeva il
totale smantellamento ed una ricostruzione estrosa, basata su
radicali modifiche.
Il nuovo motore di 99 cc era derivato da un Sachs 50 cui aveva
sostituito l'albero motore con uno nuovo, fatto fare su sue
specifiche. Un cilindro più grande, adeguatamente tornito e
incamiciato, rimpiazzava l'originale; aveva ottenuto un corsa
corta, cioè un moderato superquadro, inverosimilmente
progressivo nell'erogazione e con buona potenza a bassi regimi.
Questo dato, in gara, gli aveva concesso un risparmio notevole
d’energie perché la moto risultava più docile da guidare.
Ovviamente, tutta la ciclistica era stata curata, con meticolosità
ed alleggerita ovunque fosse possibile; incurante delle
tendenze, aveva ottimizzato telaio e sospensioni, adeguandoli
al suo peso e tipo di guida, poco aggressivo.
Un modello unico; costruito su misura. Il grip e la performance
generale che era riuscito a mettere insieme, si potevano notare
solo nei risultati finali. L'impressione che aveva già dedotto,
durante la Valli, dopo quest’altra prova, era una conferma

119
definitiva; aveva realmente fatto un buon lavoro! Ma era stata
pura passione, smania di sperimentare; realizzare e mettere in
pratica le proprie idee. Aveva in testa, un cantiere di soluzioni,
per altre modifiche tra cui un progetto da brevettare perché, già
nel realizzarlo, le tornerie avrebbero potuto copiarlo, per trarne
profitti o vantarne la paternità.
Il suo campionato però aveva priorità. Si rese conto che non
tutte le gare fossero lunghe ed impegnative. Il cambio e la
frizione di quella moto non avrebbero retto un'altra gara. Era
un buon 100 cc, esasperato ma inferiore ad un 125; quella moto
non sarebbe mai stata adeguata per primeggiare nelle veloci
speciali da quattro, cinque minuti che normalmente, venivano
affrontate con il gas a palla.
La prima finale del Regionale si sarebbe disputata il 12 agosto
ma prima delle finali, il calendario prevedeva altre due prove
importanti: Ottone, in provincia di Piacenza, con tratti rocciosi,
a volte innevati e infine Ponte Nizza nella provincia di Pavia,
articolata su ripidi saliscendi, attraverso colline argillose.
Il giorno successivo, per abitudine e stimolato dall'idea
di condividere la sua soddisfazione, si recò, entusiasta, al Parco
Solari, ma evitò di puntare il discorso sui risultati conseguiti.
Mai, come ora, s’era sentito geloso dei suoi personali traguardi;
forse, ragguagliati da Andrea, già tutti sapevano. Temeva che il
fatto avrebbe potuto innescare invidia nei trascinatori di altre
fazioni, con conseguenze che non aveva né voglia né tempo di
fronteggiare; quel clima di celebrazione lo riempiva lo stesso di
gran soddisfazione. Aveva salutato con amicizia, mostrando il
sorriso contento di chi si ritrova con piacere. Avvertiva nei
discorsi che stavano parlando del suo risultato. Valentino non
era presente. Non c’erano neanche Marco e Mateus. Sogliola si
avvicinò sorridente e gli sferrò un destro ben caricato,
simulando un pugno allo stomaco.
– Ammettilo! Tu sei ancora tutto indolenzito.–

120
Se quel pugno fosse andato a segno avrebbe avuto l’effetto
devastante di un demolitore, tant’era malridotto.
– Ma va là! E’ stata una passeggiata. – Poi aggiunse,
senza soffermarsi. – Il primo giorno! Il secondo invece mi ha
massacrato; questa mattina non riuscivo ad alzarmi dal letto.
Vieni al bar a bere una birra? – Propose Manuel.
– No, ora non posso; Valentino è appiedato e mi aspetta
già da un quarto d’ora. Ci vediamo più tardi. –
In molti lo ritenevano il più peculiare del parco. Conscio di
questa stima, eludeva i momenti caldi di coinvolgimento. La
necessità era inesistente ma come qualsiasi anarchico, degno di
rispetto, scansava il peso di quella responsabilità impropria. Il
protagonismo non era mai stato il suo forte anzi lo imbarazzava
creandogli un forte disagio morale; potersi confondere con i
suoi amici era indice d’importante lealtà.
La modestia gli era stata inculcata dal padre; gli aveva lasciato
un segno che voleva scrollarsi di dosso! Restando al suo
parere, doveva rappresentare una gran virtù, sia per l’uomo sia
per la donna. Col crescere invece si era accorto che fosse un
vero difetto e suo malgrado, difficile da gestire; non c’erano
altri modelli con sapori genuini! Gli era ben chiaro che l’arte
della presunzione aprisse ambite porte senza fatica, accordando
compiacenze inattese. Aveva assodato che solo chi sapeva
vantarsi, abilmente, d’esuberanti qualità, riusciva a guadagnare
lestamente i suoi scopi; gli altri sarebbero rimasti tale e quale.
Desiderava adeguarsi, ma detestava i presuntuosi.
Si appartò nel bar per consumare il solito bicchiere di birra
scura. Il Parilla lo aveva notato e presto lo avrebbe raggiunto,
con Ivan ed altri amici.
Non riusciva a trascurare un'altra sua realtà: sicuramente gli
sarebbe stato recapitato, quanto prima, un messaggio che lo
avrebbe indotto ad agire, controvoglia, in una prossima
missione, estranea ai suoi interessi. Prendeva atto, altresì che il

121
peso di quel ricatto, una volta inserito nei suoi programmi, era
sostenibile perché salvo sorprese, gli stava fornendo un’altra
visione delle cose ed una diversa opportunità per misurarsi in
nuove esperienze; il tutto non poteva reggere a lungo.
Aveva l’impressione che fosse passata un'eternità dal momento
della restituzione del suo borsello e l'evento risaliva a soli
cinque giorni. La prova di Campionato Italiano lo aveva
assorbito totalmente, ripulendogli la testa da tutte le magagne.
Volle ripercorrere, per eventi, la piacevole e lunga passeggiata,
trascorsa in compagnia d’Alberta, quel sabato mattina. Si erano
spaesati tra le bancarelle della Fiera di Senigallia.
La fiera settimanale era nota ad entrambi; avevano osservato i
vecchi oggetti, numerosi, curiosando di fronte all’esposizione
di diverse rivendite ambulanti, ma solo in un’occasione si era
staccato dal suo borsello: davanti ad un commerciante
d’indumenti. Alberta gli era rimasta al fianco. Tentennando,
prima di decidersi, aveva provato un capo, per acquistarlo. La
ragazza lo aveva favorito, aiutandolo con il suo parere; era una
bella casacca hippy.
– Sicuramente qualcuno mi stava pedinando e tenendo
d’occhio, chissà da quanto tempo; ha approfittato della mia
distrazione! Non ho più avuto la necessità del borsello perché
non ho acquistato null’altro e la gran busta, con la casacca, era
appesa, per i manici, alla mia spalla; mi ha dato l’impressione
di aver con me anche il borsello. In compagnia d’Alberta, ho
abbassato la guardia! Bestia! Dovrò stare più attento! – Si
ammonisce adirato. – Dovrei indagare su quest’organizzazione;
sono troppo invadenti! Ora, sanno del mio rapporto con
Alberta. Dovrò individuarne i punti deboli; se scopro il
marciume che alimenta i loro traffici, avrò anch'io un'arma per
tenerli a bada! Dovrò agire con tanta cautela, senza insospettirli
perché ben conoscono la mia pericolosità. – Era davvero
convinto di ciò che meditava.

122
Si soffermò con il Parilla e diversi amici, attorno ai tavolini;
bere un’altra birra non lo avrebbe ubriacato. Ormai era ora di
cena; poche battute ancora e tutti si congedarono.
Al rientro, non mancò di sbirciare nella cassetta della posta ma
non vi trovò sorprese. Quel lunedì era quasi trascorso senza
consegnare novità toccanti. Dopo cena fece ritorno al parco.
Il solito posto era già ben covato di presenze, ma sembrava che
non fosse stato individuato alcun programma.
Si accesero i motori; quasi tutti si mossero, ridando forma alla
rombante carovana. Si avviarono verso il Parco Lambro,
situato al lato opposto della vasta città. Giunti a Porta Venezia,
si sovrapposero al cospicuo branco di Vito di Via Canonica; le
due comitive si erano accostate al semaforo, mescolandosi tra
loro. I ragazzi si scambiarono saluti molto rapidi ed erano tutti
compiaciuti dell’incontro. La coda di moto occupava quasi
trecento metri d’asfalto; percorsero insieme Corso Buenos
Aires. I semafori rossi spezzavano la colonna in due oppure tre
segmenti. Si ripresentò l’essenza di un motoraduno domenicale
che voleva sopravvivere oltre data. Rimasero, così combinati,
fino in Piazzale Loreto; poi i due gruppi si staccarono.
I loro piani immediati non potevano coincidere.
Appena ebbero oltrepassato il ponte della ferrovia, in fondo al
Viale Porpora, Mateus si accostò al bordo della periferica
strada. Mollando la moto in custodia al suo passeggero, fece
cenno a chi seguiva, di attendere un minuto; parve che avesse
un impellente bisogno da espletare.
Sbucò da un cespuglio; era nudo! Con passo rapido riprese
l’asfalto. Nella penombra sembrò che gli avessero rubato gli
indumenti invece li tratteneva in mano, avvolti su se stessi. Li
diede al suo secondo che raccolse i vestiti sotto il braccio e già
rallegrato, dovette trasbordare su un'altra moto.
Gli erano rimasti indosso soltanto calzini e scarpe.
Il fisico slanciato ed atletico, di Mateus, pur nudo, non poteva

123
certo sfigurare in quella rumorosa parata e nemmeno sarebbe
passato inosservato. Risalito sulla moto si accodò al resto degli
amici; procedevano a bassa andatura. Nella zona di Lambrate,
il traffico era ridotto, ma un'auto frettolosa si affiancò ai
motociclisti e per farle spazio, si spostarono sulla destra. Altre
auto la seguivano cadenzate.
Mateus iniziò il suo spettacolo; si sollevò dalla sella
evidenziando l’intera nudità. Si dondolava, ad un metro del
finestrino abbassato di quell’auto, simulando una danza erotica.
Semola, da dietro, gli puntò addosso il suo faro abbagliante.
Continuò la sua danza ancora per qualche istante poi prese più
velocità e lasciò il manubrio, per salire in piedi sulla sella. La
sua moto scorreva in folle e lui a braccia levate, tentava di
planare. Tutti ridevano, compreso l'automobilista e la sua
matura compagna che cercava di distogliere lo sguardo da
quell'insolito spettacolo ma probabilmente incuriosita, vi
ritornava, scuotendo la testa, ancora incredula. Seriosa e
stupefatta, con espressione e gesti, provava a comprendere con
il compagno che cosa stava accadendo; sembrava litigassero.
Continuarono, addentrandosi nel parco; percorrevano, adagio, i
camminamenti. Il capofila giunse davanti alla Capannina ma
poco più indietro, c’era un bar con tavolini all'aperto. Mateus
non seguì gli amici; iniziò, sempre eretto sulla moto, a
compiere un giro attorno ai tavoli, dondolandosi e zigzagando
con destrezza finché il proprietario del bar, richiamato dalle
esclamazioni della clientela, accorse infuriato. Sollevava,
minaccioso, una scopa e lo rincorreva; la scena divenne molto
buffa. Mateus riuscì a prendere il largo senza farsi colpire.
L’oste gli scagliò appresso la sua scopa, invano.
Si diressero verso un chiosco rinomato per le sue fette
d’anguria e per le ottime granite. Tutto il gruppo si era
ricomposto, anche nell'atteggiamento.
L’esuberanza di Mateus aveva reso appagante e memorabile

124
quell’escursione priva di pretese.
Manuel fece rientro mezz'ora dopo la mezzanotte.
Varcato il portone, la sua curiosità si riaccese e si spinse subito
verso la cassetta delle lettere. Vi trovò il nuovo messaggio che
lo riguardava. Sperava di rinviare la scomoda sorpresa ad un
altro giorno, ma in cuor suo se l’aspettava.
Il mittente valutava gli orari di Manuel; con il suo metodo, le
disposizioni finivano in giuste mani.
La comunicazione, su carta intestata, era della medesima
gioielleria; lo invitava a ritirare i diamanti, già stimati, entro tre
giorni perché oltre, sarebbero subentrati problemi di sicurezza,
per lavori di ristrutturazione.
L’invito gli parve chiaro. In quel fitto buio cominciava ad
intravedere un barlume di luce. Dedusse inoltre che trascorsi
tre giorni, la gioielleria, priva d’allarmi, fosse predisposta per
essere defraudata dei diamanti e di chissà quanti e quali oggetti
preziosi. Solo l’idea gli faceva ribollire l’animo.
L’insieme di cose non lo rendeva entusiasta, ma quella partita
stava già regalando nuove suggestioni; non poteva negarsi e
neanche gli mancava il buon senso per tenerle testa.
Era entrato in casa, alla chetichella, al buio, per non infastidire
la madre che sicuramente attendeva il suo rientro e come un
automa assorto nella sua programmazione, chiuse la porta della
camera per isolarsi con i suoi pensieri. Si era già infilato sotto
le coperte e ancora rimuginava deduzioni; aveva intravisto una
plausibile risposta al suo rompicapo.
– La moto presa a Bratto, sicuramente, era assicurata
per un valore simbolico, molto elevato. Questi diamanti,
senz’altro, sono assicurati per il valore stimato; entrambi i furti
sono stati architettati per simulazione, in modo da imbrogliare
le assicurazioni. ...Ma i conti non tornano. –
Sbadigliando cercò altre risposte.
L'importante intuizione non gli impedì di abbandonarsi in un

125
profondo sonno ristoratore. Crollò e ci voleva: un vero
toccasana per eliminare l'indolenzimento generale, accumulato
durante i due giorni di stressante prova agonistica.
Aveva smesso di commiserarsi. La situazione impegnava tutta
la sua attenzione, distraendolo dai malumori assillanti. Manuel,
dall’inizio dell’anno, non compiva più bravate di propria
iniziativa; quel suo accanimento si era affievolito, anzi era
cessato. Ora però, così istigato, tutto iniziava a riemergere.
Chi tirava i fili era diventato il vero responsabile delle sue
nuove malefatte ed aveva un nome. Non tollerava l’obbligo
opprimente; al più presto, lo avrebbe reso inoffensivo.
Privo d’informazioni, non riusciva a classificare la minaccia
che lo teneva in pugno. Temeva che quel meccanismo potesse
diventare realmente pericoloso. Il presentimento che la sua
famiglia potesse patire ritorsioni, lo intimidiva e quella morsa
smontava ogni facoltà di reazione. Doveva reggere il gioco!
Intuiva che le cose, in un prossimo futuro, sarebbero cambiate
radicalmente. Giorno dopo giorno, maturava concetti di più
ampie vedute. S’insinuava, molto chiara, la prerogativa di poter
dominare il suo tempo, con assoluta padronanza anche del
proprio futuro. Nuove frontiere e nuovi interessi gli facevano
capolino, rimodellando il suo saturo profilo.
Una volta superato quest’ostacolo, non avrebbe più seguito le
orme che riconducevano a quella beata patria selvaggia.
Si convinceva, però non poteva chiudere ogni porta
schioccando le dita e per adesso, andarsene altrove non tornava
come scelta giusta. Non era sicuro che sfuggire alla trama fosse
corretto. Era cauto. Annaspava, poiché era conscio d’essere
ancorato al suo limbo di consacrate e comode certezze; oltre
quei confini conosciuti, vedeva solo i tabù dell’infanzia. Gli
sarebbe servita una guida, un maestro o una ricetta esatta. Non
certo il padre o la madre; forse il fratello avrebbe potuto
aiutarlo. Vittorio, purtroppo, stava vivendo un suo periodo

126
particolare; aveva ripreso a fumare, chiudendosi nei propri
pensieri. Restava rintanato in casa, per diverse ore, davanti al
televisore; forse lui aveva bisogno d’aiuto! Seduto in poltrona
il fumo ondeggiava nella controluce dello schermo facendo
notare la sua insospettabile presenza. Probabilmente non
seguiva con interesse ciò che vedeva perché quando la madre
cambiava canale, lui non proferiva parola. Saturava il tempo
libero; si accompagnava con un bicchiere di vino che gustava a
sorsi, trattenendolo costantemente nella mano sinistra poggiata
al bracciolo della poltrona.
Il padre era assente perché lavorava di notte nella fonderia OM,
in fondo alla Via Castelbarco.
L'indomani fece telefonare alla gioielleria, da Andrea.
– Buongiorno, sono Andrea Grimaldi. Dovrei far
riparare un collier di un certo valore. So che siete qualificati e
molto abili ma mi chiedevo se avreste un'assicurazione che
copra eventuali danni o furti. La mia polizza non garantisce
tutte le esposizioni. –
– Certamente. – Rispose la commessa, delucidando
meglio l'interlocutore. – L'assicurazione è l'ultima garanzia in
cui confidiamo. I nostri sistemi di sicurezza sono molto validi;
ciò esclude ogni probabilità d’effrazione e di furto.
– Mi potrebbe dire il nome della vostra compagnia?
Forse coincide con la mia. – Domandò Andrea.
La commessa si occupava personalmente della stipulazione di
polizze; diede soddisfazione senza porre ostacoli.
Emersero tre nomi di grandi compagnie assicuratrici; al
momento non sapeva che farsene ma in futuro avrebbe raccolto
maggiori elementi e forse gli sarebbero tornati utili.
Si accordò con Andrea e Marco per attuare un piano.
Nel pomeriggio, portarono il furgone di fronte ad una finestra
della gioielleria e lì lo lasciarono, parcheggiato per la notte.
La sera, prima di uscire, s’intrattenne a casa più del solito.

127
Vide che la madre s’era affaccendata in cucina nel preparare la
gavetta per il frugale pranzo di lavoro del fratello.
– Fratellone, come vedi Milano? – Chiese Manuel.
Suppose che fosse insensato porre la domanda, giacché s’erano
trasferiti da oltre dieci anni.
– Naah! – Vittorio rispose secco.
Poi si girò verso di lui, tirando un sospiro; era un po’ sorpreso.
S’infuse coraggio e soddisfò la richiesta.
– Non è possibile parlarne. …La città ti annienta; ti
ruba la vita. Beato te che puoi aprire le valvole ed uscirne
quando vuoi! E’ come una bella donna che accende un
desiderio e poi ti toglie anche l’anima. I miei desideri sono stati
soppressi! Qui non vi ho trovato nulla che valesse. I bei ricordi
sono come lame affilate e ancora pungono e lacerano la mente
per nostalgia. La nostalgia per qualcosa che è tramontato crea
sconforto: è un segno d’impotenza. Per mia fortuna, quei bei
tempi, riemergono solo a periodi, ma confrontati, questa nostra
realtà è solo una nota dolente! – Vittorio iniziò a sfogarsi.
Sorseggiava il suo vino che sicuramente lo rendeva eloquente.
– Abbiamo perso; siamo in esilio. Non c’è più rimedio.
Nessuno può capire cosa abbiamo perso. La nostra libertà qui
non ha senso. Non c’è più nulla da fare. Ciò che era non sarà
più lo stesso, ma è stata una scelta obbligata; nostro padre non
aveva alternative. Si può solo andare avanti. –
Manuel conosceva il problema.
Vittorio viveva, succube, la sua lenta agonia; lo stress della
città lo aveva ormai avvelenato. I suoi malumori affioravano
per natura diversa: la fidanzata, esigente come tutte le milanesi,
disinvolta, gli imponeva un tenore di vita che non era consono
alle sue possibilità. Non vigeva dialettica diversa nella sua
donna e nelle persone in linea con la vitalità della metropoli. I
Sanbabilini erano al vertice della trama discriminante ma anche
da più lontano, il sistema esigeva una costante attitudine per

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ogni situazione, altrimenti emarginava la persona con sottile
leggerezza. L’abito di classe, la pelliccia, il Baume & Mercier,
l’accendino ed il profumo di Cartier, i Ray Ban, le Barrows;
all’inizio sembravano requisiti primari, ma poi si andava ben
oltre, con più raffinate abitudini tuttavia si costituivano gruppi
alternativi, con altre identità specifiche.
Gli immigrati dal meridione e da altre zone, inizialmente erano
più sani e alla mano, ma quando mettevano il naso fuori di
casa, presto o tardi, l’apparato assorbiva anche loro e pur di
sostenere il ruolo preteso, in molti cadevano nel circolo della
delinquenza. Mansioni più redditizie costituivano la base della
Milano rovente: complici in rapine, in sequestri di persona,
spacciatori, protettori di prostitute.
Vittorio preferiva rinunciare anche alla sua amata compagna
pur d’evadere le tendenze di quel sistema; neanche le avrebbe
fatto intendere i veri motivi. Così stava facendo.
– Solo se sei dentro il sistema, comprendi il sistema! –
Manuel questo già lo sapeva, ma era più reattivo del fratello.
Evitò di confidarsi per non arrecargli altri fastidi.
Per eludere il suo ricattatore avrebbe potuto tagliare i ponti con
la famiglia, scegliere un lontano domicilio, trovarsi un lavoro e
soprattutto, cambiare mentalità.
In quel momento poteva scordarselo perché gli mancavano i
soldi necessari per ricominciare. Ogni considerazione aveva
una sua valenza, ma nessuna era attuabile su due piedi!
Era piuttosto sicuro di avere almeno due giorni di tempo, per
organizzare il colpo. Aveva le idee abbastanza chiare sul da
farsi. Era inoltre convinto che sarebbe stato agevolato da
qualche fattore favorevole che gli avrebbe spianato la strada.
Per evitare sorprese decise di compiere un sopralluogo nel
palazzo; in pieno giorno non avrebbe destato sospetti.
Andrea, verso le nove di mattino, s’era fatto accompagnare in
moto, da Marco, per ritirare il furgone.

129
Erano le 13,30; Manuel scese dal tram che faceva fermata
proprio di fronte alla gioielleria. Il portone del palazzo era
chiuso perché a quell'ora anche il custode si assentava per il
pranzo ma un operaio o un impiegato o un chicchessia, quanto
prima, sarebbe uscito per ritornare al proprio lavoro.
Di lì a poco, i due grossi battenti si aprirono per far passare un
furgone. N’approfittò; solerte, leggendo un opuscolo s'intrufolò
nel cortile, mentre l'operaio già s'apprestava a richiudere il
portone. Con un'aria distesa, seguendo il suo intuito, prese a
destra; salì a piedi fino al quarto piano della scala A. Cercò
d’individuare dettagli utili a scongiurare sorprese. In cima alle
scale si sporse fuori del pianerottolo; l’assenza di rumori s’era
interrotta. Aveva udito dei passi fermarsi proprio all’ingresso e
l'ascensore, fermo al terzo piano, si mise in movimento verso i
piani inferiori; il rumore dei meccanismi d’avvio, rimbombava.
Si era ben vestito per non insospettire. Con se aveva una borsa
che gli donava l'aspetto di una persona giunta in quel luogo per
precisi motivi; sembrava un venditore a porta a porta.
Riscese le scale senza fretta. Raccolse, dal pavimento del piano
rialzato, un paio di biglietti del metronotte. Prestando orecchio
cessava di respirare. Prese il varco per la strada trattenendo
l’ansia; andò via. Ancora assorto seguì il marciapiede fino alla
fermata successiva del tram che lo avrebbe riportato a casa;
non aveva fatto nulla di trasgressivo eppure sentiva una forte
pulsazione nel torace, accompagnata da un respiro sbuffante,
simile all'affanno del maratoneta fuori allenamento.
La vicenda si era già ben delineata nel suo immaginario;
rimaneva tuttavia un evento nuovo, mai vissuto prima. Prima
d'ora non si era mai avventurato, da solo, in una simile azione.
Con spirito critico si chiedeva, ora, quale poteva essere la
differenza tra il furto di una moto ed il furto di un gioiello
perché nelle sue brame avvertiva, penetrante come un fatto
nuovo, il grave peso del misfatto e la reale pericolosità che ne

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potesse conseguire; non gli era neanche capitato di soffermarsi
su tali considerazioni. Gli era ben chiaro che si trattasse di un
reato identico, ma questa non si prospettava come la solita
bravata, improvvisata dal branco insaziabile.
Comprese la sua ansia: essa nasceva dai presupposti. La
coscienza personale rendeva il tutto ben diverso dai soliti reati,
commessi per gioco d’aggregazione, seguendo un istinto.
Volle posarci una pietra sopra.
Le sue preoccupazioni svanirono completamente alla vista del
folto gruppo d’amici vociferante, allegro e spensierato, fermo
al margine del parco. Questa volta salutò frettolosamente chi
gli rivolse attenzione. Si trovò in disparte con Andrea e Marco,
per confabulare pochi istanti, ma si riunirono immediatamente
agli altri. In seguito, i due motociclisti incatenarono le moto di
fronte al bar e più tardi, verso le cinque, salirono sulla Mini
Cooper con Andrea; passarono a prendere anche il furgone,
fissandosi appuntamento nei pressi della gioielleria.
Il furgone doveva essere un elemento chiave per il buon esito
di quel loro nuovo gioco d’azzardo.
Alle 17,45, come da suo programma, riuscì a parcheggiarlo in
prossimità di una delle finestre sbarrate. Dal sedile incrociò lo
sguardo di una commessa indaffarata; si era soffermata
scendendo da una scalinata per osservare in controluce una
piccola pietra colorata.
Si disse soddisfatto perché era stato notato.
Chiuse il furgone e raggiunse la Mini rimasta in disparte.
Al parco si rimescolarono al gruppo, per distrarsi, ma non gli
fu facile sorridere delle divertenti conversazioni.
L'ambiente rassicurava i tre ragazzi; questo bastava.
Svilupparono il programma per le ore serali, ormai prossime.
Fernando si era ricordato di numerose piante di ciliegio,
intraviste in un frutteto durante un'escursione al Ticino; poteva
essere la meta della serata.

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Era sufficiente che non si andasse a zonzo. La caratteristica
dell'obiettivo era un elemento secondario. Ciò che in quel caso
seduceva realmente, sorgeva dalla mobilitazione simultanea di
quei prestigiosi e rombanti mezzi. L’agglomerato non si
componeva più dei soliti fuoristrada. Pian piano, erano
comparse favolose moto giapponesi, più potenti: Suzuki 380,
Honda 350, Honda 500, Kawasaki 500, Ducati scrambler 450,
moto trasformate in chopper; ovunque passassero, destavano
attenzione ed ognuno si sentiva protagonista come in
un'importante sfilata. Lo spirito d’aggregazione colmava
d'entusiasmo e muoversi in gruppo continuava a divertire.
Dopo cena, lo sciame si animò della consueta euforia e per
qualche minuto, il frastuono di quei motori riempì l'aria,
sommergendo i rumori della città. In pochi attimi erano
scomparsi. Quella rinata tranquillità sembrava ora inverosimile.
Il parco era tornato anonimo e spento.
Le moto si diressero verso la meta prestabilita: un frutteto nelle
campagne di Motta Visconti. Mezz’ora di piacevole tragitto.
– Eccolo! – Fernando li guidò gesticolando.
– Fermiamoci sotto la siepe! – Aggiunse.
Parcheggiarono le moto a motore spento. Affiancate in fila
obliqua, sul bordo della strada, erboso e leggermente infossato;
erano già rivolte, tutte, verso l’asfalto.
Le ciliege sembravano ottime e probabilmente, dopo una
decina di minuti, i frutti raggiungibili erano esauriti perché
alcuni ragazzi presero a risalire in sella, per gustarsi la scena e
controllare gli eventi. Un paio d’amici, spavaldamente, erano
saliti su una grossa pianta, al margine della ripa. Manuel
riconobbe Andrea che in piedi su un ramo alto, raggiungeva a
stento le ciliege più lontane. Le raccoglieva passandole al suo
compagno, fermo sullo stesso ramo. Si reggeva, aggrappato ai
ramoscelli, cercando i frutti più maturi, ma si spostavano
lentamente verso l’esterno, dove le ciliegie erano più numerose

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e succulente, senza preoccuparsi del ramo che li sorreggeva;
s’incurvava verso il basso. Erano assorti ma sotto i loro piedi,
diventava sempre più esile e flessibile.
– Quel ramo si spezza! – Bisbigliò tra se, preoccupato.
Un lieve bagliore attirò l’attenzione dei ragazzi di vedetta.
Furono loro a dare l'allarme.
– Pericolo in arrivo! – La voce di Manuel irruppe in
quella strana quiete.
Attraverso la rada siepe filtrava la luce di una lanterna che
oscillava rapidamente. Si muoveva nell'oscurità della distesa,
proiettata verso di loro. Fu un fuggi, fuggi generale; tutti,
impacciati, cominciarono a scendere o a saltar giù dalle piante.
Inciampavano nelle zolle. Non mancarono le imprecazioni e
qualcuno, nonostante il buio rendesse la situazione quasi
inscrutabile, scoppiò a ridere senza contegno.
– Fermatevi delinquenti! – Intimò il contadino.
Era ancora lontano, ma il messaggio giunse forte e chiaro.
– Fermatevi! – Urlò ancora.
Il pallido chiarore della luna contribuiva a farne intravedere la
sagoma in rapido movimento, ma le sue sembianze non erano
visibili: era ancora troppo distante, però si capiva che era
anziano. Nessuno osò accendere il motore. Tutti i ragazzi erano
pronti sul rispettivo mezzo; bloccati, ad osservare il contadino.
Troppo vile scappare di fronte ad un vecchio. In fondo erano
solo ciliege: circa trecento lire il chilo. Rifondere l'equivalente
di un paio di litri di benzina, a testa, poteva soddisfare tutti.
Il contadino smise di avvicinarsi e sollevò la sua lanterna, per
meglio rendersi conto. Solo allora si accorsero che quel
silenzio non fosse un silenzio: migliaia di grilli saturavano la
quiete della piantagione. Spirava una lieve brezza che rendeva
l'aria più fresca. Gli odori della campagna si percepivano
nitidamente. Un'atmosfera sorprendente per chi vive in città
eppure fino a quel momento, quel luogo era rimasto privo di

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qualsiasi essenza.
Partì uno sparo. Il fragore del boato interruppe la quiete
abitudinaria di quell’ora serale. Una folata di vento attraversò
le fronde di un albero della fila che delimitava strada e terreno.
Sembrò chiaro che non si potesse patteggiare.
Tutti indugiarono, apparentemente calmi.
Allargando il braccio, Manuel e Mateus fecero cenno allo
stormo di non muoversi. Rimasero con il fiato sospeso e lo
sguardo bloccato verso il lume immobile di quella lanterna.
Parti un altro sparo, più radente.
I pallini fischiarono sopra le loro teste.
– Prima che ricarichi, sgomberiamo! – Si udì
l'incitamento di Manuel, mentre con il braccio indicava il
margine della strada da seguire.
– Via! Via! Via! – Si ripetevano per darsi fretta.
Quasi all'unisono, ripartirono a tutto gas. In fila, protetti dalla
siepe, sembrava fossero ormai abbastanza lontani, quando si
udì un terzo sparo. Ivan s'era spostato verso il centro della
strada; ondeggiò con un rapido scarto. Un suo urlo di dolore,
soffocato, creò un'allarmante apprensione. Il ragazzo mantenne
la sua posizione, facendo cenno di proseguire. Arrivati al
parco, era quasi mezzanotte, sotto la luce di un lampione, si
resero conto che la rosa dei pallini roventi aveva perforato,
parzialmente, il resistente giubbotto di pelle; solo alcuni erano
penetrati sottopelle, producendo soprattutto bruciore.
Ivan era un ragazzo robusto, atletico; rifiutò di farsi
accompagnare al pronto soccorso e per evitare un terzo grado,
informò i genitori che sarebbe rimasto a dormire da Marco.
Parve plausibile perché ogni tanto, a rotazione, si organizzava
un pokerino notturno che coinvolgeva anche i familiari.
Marco avrebbe tentato di medicarlo.
– Caspita! Ha sparato tre colpi di doppietta ad altezza
d'uomo! Un vecchio demente. Noi siamo un po' fuor di testa

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ma quel rimbambito è messo molto peggio! Altro che la galera
... si meriterebbe il manicomio a vita! – Le imprecazioni di
Ivan chiusero la serata.
Al risveglio, il sole alto lo fece sobbalzare. Per Manuel,
certamente, era tardi! Con frenesia cercò d'individuare la
sveglia, per capire quanto fosse tardi: segnava le nove. Toccava
a lui e poteva farcela, se si fosse spostato in moto. Si vestì
frettolosamente e di corsa scese in box. Erano trascorsi già
venti minuti. Partì spedito verso la gioielleria. Chiuse la moto
di fronte ad un bar poco distante e si recò a piedi dinanzi al
negozio; doveva riprendere il furgone, rimastovi in sosta per
tutta la notte.
– Perfetto: ore 9,40. – Pensò Manuel.
Aveva già acceso il motore e stava manovrando.
Perse volutamente un po' di tempo per uscire dal suo
parcheggio; voleva di nuovo farsi notare. Poi si spostò in una
strada secondaria dove vi caricò, con calma, la sua moto; si
diresse al consueto parcheggio di Via Col Di Lana.
Verso sera, allo stesso orario del giorno precedente, fece
prelevare il furgone da Andrea, dovendolo parcheggiare ancora
in prossimità delle finestre della gioielleria. Ritornarono al
parco, in moto e il mattino successivo, sempre in moto, vi
giunsero per ritirarlo; nessuno poté scorgerli insieme perché sia
Andrea sia Manuel si facevano l'ultimo tratto a piedi,
rispettando l’orario ogni volta. Alternandosi e muovendosi in
moto sarebbe stato molto difficile seguire i loro spostamenti.
Nel pomeriggio, non usò alcuna circospezione. Presumendo di
essere osservato, evitò d'incrociarsi apertamente con Marco ed
Andrea; ognuno faceva lo stesso. Si riunivano al resto della
combriccola, incuranti dell'operazione imminente. La loro
tresca restava nell'ombra non per furbizia o diffidenza verso gli
amici ma per spontaneo timore, ormai diffuso da tempo, come
un'usanza tribale; se rispettato, quel timore li avrebbe sempre

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protetti da qualsiasi ripercussione.
Per escludere insidie ed affermare la certezza di poter attuare il
colpo, dovevano ancora lavorare sui dettagli; avevano l'obbligo
di prevenire le incognite perché la plausibilità del successo
doveva essere totale.
L'alone di misteriosa riservatezza, accresceva la loro tensione,
ma in fondo era ciò che avevano sempre cercato.
Nel tardo pomeriggio, prima delle sei, riportarono nuovamente
il furgone nei pressi della gioielleria. Doveva essere l'ultimo
spostamento perché durante la notte, così s’era deciso,
avrebbero messo alla prova il loro estro, attuando il più grande
colpo che si fosse escogitato nell’ambito del Solari.
Trascorsero una serata spensierata, senza incidenti di sorta; in
moto, con l'abituale entusiasmo. Ritornarono tutti al parco per
le battute di congedo.
I tre ragazzi intesero procedere con il loro piano; avevano
studiato una serie di diversivi per confondere eventuali
pedinatori. Ormai la tensione s’era affievolita. Più tardi, giunti
in Piazza Miani, Manuel e Marco deposero le loro moto nel
box, sotto casa dello stesso Marco e l'ascensore del palazzo
prese a muoversi, fermandosi al terzo piano, azionato
volutamente dal ragazzo ma i due, sfruttando l'ombra delle
balconate, s'incamminarono invece lungo la parete buia del
giardino e arrampicatosi su un basso albero, varcarono il muro
di recinzione del cortile. Dietro l'angolo, avrebbero trovato
Andrea con la sua auto.
Vi entrarono senza sbattere le portiere; non si accese neanche
la luce interna di cortesia. Rimasero in silenzio, per qualche
istante, osservando i dintorni. Continuavano ad assecondare,
come sempre, le loro abitudini psicotiche ma in questo caso
volevano escludere che Salvatore potesse aver gioco.
Non scorsero alcun movimento sospetto. Forse erano riusciti ad
eludere i loro presunti controllori. L'orologio segnava l'una; era

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troppo presto per muoversi. Dopo mezz'ora di ragguagli,
appena sussurrati, la Mini si mosse diretta verso il centro di
Milano. Compirono un largo giro intorno all’isolato della
gioielleria. Infine, sostarono l'auto in una strada trasversale alla
Via Vitruvio. Giungendovi, avevano intravisto il furgone,
fermo nel tratto di strada ancora semibuia, per il colpo di fucile
tirato al lampione; quella penombra era perfetta.
Attesero ancora; doveva passare il Metronotte.
Scesero dall’auto, quando i loro orologi segnavano le due e
dieci. Andrea rimase in macchina mentre Manuel e Marco si
diressero, decisi, verso il portone dell'edificio. La vecchia
serratura di quella prima barriera si aprì facilmente. Manuel
aveva usato uno dei suoi spadini: spezzoni di lame di seghetto
smerigliate a mo' di chiave con diversa combinazione di
dentellatura. Giunti sul pianerottolo interno, proseguirono nel
loro intento. La porta di servizio della gioielleria aveva tre
serrature ed una di esse, non sarebbe riuscito a profanarla. Lo
stesso continuarono tranquilli, poiché chiunque rientrasse non
li avrebbe scorti; l'ascensore, posto al centro delle scale
spiralate, nascondeva quasi totalmente il piano rialzato. Era
poco probabile che qualcuno s’inoltrasse dietro l’ascensore, per
incamminarsi su quelle gradinate di largo perimetro.
Riuscirono a ruotare, con facilità, le mandate delle due
serrature normali, ma la porta rimaneva ancora bloccata.
Manuel staccò, dalla fessura dei battenti, il biglietto lasciato dal
Metronotte di ronda, traccia evidente dell’adempimento del suo
lavoro; le quattro cifre riportate a matita, 02:05, evidenziavano
che avesse già ispezionato il posto, poco prima del loro arrivo.
Marco srotolò la sua borsa di tessuto nero, estraendone due
grossi cacciaviti e un grimaldello lungo appena quaranta cm;
era già infilato in due robusti tubi telescopici, adatti a
prolungarne il braccio di leva. Iniziarono quindi ad allargare la
fessura di battuta con i cacciaviti e poi presero a far leva,

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gradatamente, con il grimaldello. La pesante porta di legno
scricchiolava e sembrava resistere all'assedio. I due ragazzi
sapevano bene in quali punti far leva onde evitare bruschi
rumori sospetti. S’intrattennero sul punto di cedimento. Manuel
fece avviare il vecchio ascensore, richiamandolo al piano terra.
Il rumore secco, conclusivo della loro azione, in qualche
maniera doveva confondersi. Riuscirono ad entrare. Avevano
già speso quasi un quarto d'ora del loro tempo massimo che
non poteva eccedere oltre i quarantacinque minuti. All'interno,
per prima cosa, richiusero piano la porta con entrambe le
serrature e due delicate mandate. Marco s’era perfino
premurato di risistemare il biglietto del Metronotte. La trovata
era inutile perché chiunque si fosse avvicinato a quella porta,
anche con scarsa attenzione, avrebbe notato i segni
d’effrazione. L'ambiente, ritornò completamente buio, ma in
quei pochi istanti, la luce filtrante delle scale aveva fatto
comprendere che non fosse possibile muoversi alla cieca. La
loro, essenziale, dotazione includeva due piccole torce che
tenevano, quasi per abitudine, nella tasca del jeans; ne
puntarono il fascio di luce, simultaneamente, verso i loro stessi
piedi. Ora il piccolo laboratorio appariva adeguatamente
illuminato. Il pavimento non nascondeva insidie identificabili.
Poggiate al muro, una sull'altra, due porte nuove, blindate,
munite ancora d’imballaggi protettivi, oblique al suolo, quasi
ostruivano l’accesso all’altro locale. Con prudenza ruotarono il
pomello della massiccia porta che separava il laboratorio dal
negozio. Avevano notato, sopra il battente, i sensori di un
allarme; parzialmente smontati, penzolavano dal muro ben
visibili. Adagio, spinsero l'anta. L'assoluto silenzio rimase
inalterato. Anche le imposte interne, delle finestre che
s’affacciavano sulla strada, dovevano essere chiuse. La luce
della città non riusciva a filtrare nell'ambiente, da nessuna
finestra. Osservarono rapidamente le vetrinette che si

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susseguivano lungo le pareti di tutto il negozio; erano ben
fornite d’orologi, braccialetti, anelli, collier. Una vetrina era
dedicata esclusivamente ai Rolex ed un'altra ai Cartier. Alle
loro spalle, un raffinato bancone ellittico ospitava la cassa,
collocata sul suo lato destro. Sicuramente, in qualche cassetto,
avrebbero trovato le chiavi delle vetrine; se forzate potevano
andare in frantumi. Si mossero rapidamente, rovistando nella
cassettiera. Ne conseguì un nulla di fatto! L’elegante soppalco,
a ridosso del laboratorio, si pronunciava quasi di sopra del
bancone stesso. Frettolosamente salirono gli stretti gradini. Una
massiccia scrivania, sistemata al centro del raffinato locale, con
tre eleganti sedie, imponeva la sua importanza. Il piccolo
ambiente era arredato con gusto raffinato. Si protesero verso i
cassetti. Nel primo vi scorse tre piccole chiavi, identiche,
ognuna agganciata, tramite un anello, al rispettivo cartellino.
– VETRINE. Eccole! – sussurrò Manuel.
Marco ne prese una al volo e riscese rapidamente la piccola
rampa. Manuel invece continuò a rovistare, in fretta, i cassetti.
Nell'ultimo, in basso, vi trovò due grosse chiavi di serrature di
sicurezza, gemelle ma non identiche. Diresse il fascio di luce
sulla parete ed iniziò ad esplorarne la superficie. Non c'erano
porte mimetizzate, ma quelle due chiavi provavano la presenza
di un congegno serrato. Due grandi quadri, appesi sulla parete,
dietro la scrivania, gli suggerivano il nascondiglio della
cassaforte. Infatti, celato da uno di essi, un riquadro, satinato
scuro, spiccava in netto contrasto con le pareti del negozio,
tappezzate invece di leggeri motivi color pesca. Nascosta e
completamente affogata nel muro, con due serrature laterali ed
una combinazione centrale, poteva custodire un contenuto
particolarmente prezioso. Manuel senza esitare infilò le due
chiavi nelle fessure, ma non giravano, né a destra né a sinistra.
Provò ad invertirle. Avvertì che il meccanismo era libero su
entrambe. Si fermò un istante nel timore di sottovalutare la

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complessità di quel portello. Osservò con attenzione la forgiata
delle due chiavi e s'accorse che erano contraddistinte dai
numeri uno e due. Forse bisognava seguire una procedura. Non
poteva indugiare oltre; girò la chiave numero uno e poi la
seconda. Il riquadro scuro si sganciò automaticamente dal
muro, ruotando con lieve attrito sui suoi cardini. Sorrise; la
chiusura a combinazione non era stata né chiusa né
rimescolata. All'interno, ben impilati, trovò una decina di sottili
cofanetti. Disponeva di sacchetti di stoffa simili alla borsa
usata per gli attrezzi. N’aveva due ripiegati ed infilati uno
dentro l’altro, trattenuti nella cinta dei pantaloni. Li tirò fuori
senza separarli e v’introdusse, sbrigativo, tutto il contenuto
della cassaforte. I guanti di pelle condizionavano i suoi gesti,
ma riusciva lo stesso a muoversi con la giusta calma. Scese dal
soppalco. Marco aveva aperto tutte le vetrinette ed aveva già
ripulito la prima. Posarono i loro due sacchi, mezzi pieni, sotto
una finestra. Marco iniziò a riempirne un terzo e Manuel si
avvicinò alla finestra che s'affacciava verso il furgone; n’aprì
leggermente un'anta, per sbirciare in strada.
Andrea doveva essersi sistemato nel furgone. Infatti, s’era
nascosto nel vano di carico; ben vigile. Dopo pochi istanti
scorse lo spiraglio, lasciato socchiuso. Rispose a quel segnale,
allargando di qualche centimetro la porta laterale, scorrevole
dell’autocarro che distante due metri, dava proprio in faccia a
quella finestra della gioielleria. Rimase nuovamente in attesa,
concentrato anche verso i rumori della strada. Andrea era
abituato a coinvolgimenti azzardati, di gruppo, ma in
quest’occasione, gli gravava una gran responsabilità. Cercava,
con la sua massima attenzione, di ottemperare tutte le garanzie
insite nel suo ruolo specifico, statico solo in apparenza.
Temeva l’imprevisto.
Fuori regnava una gran pace. I rumori lontani della città si
distinguevano con facilità. Ogni tanto, un'auto o due, oppure

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tre, solitarie, attraversavano l'incrocio a buon’andatura,
incuranti del semaforo giallo intermittente. Erano quasi le tre;
bisognava affrettarsi. Sarebbe potuto ritornare il Metronotte,
magari in anticipo, per una seconda ispezione.
Manuel era ritornato nel laboratorio, per verificare se vi fosse
traccia dei diamanti che gli erano stati sottoposti come
obiettivo. Quell'ambiente era completamente diverso rispetto al
negozio. Due lunghi tavoli da lavoro occupavano quasi tutta
una parete. Un crogiuolo spento era ricolmo d’oro fuso. Scorse
strani arnesi, sparsi sullo stesso tavolo, sicuramente idonei alla
lavorazione del prezioso metallo. L'altro tavolo era molto
ordinato ed anche la sedia sembrava immacolata a confronto
della prima che mostrava bruciature in più punti, come prodotte
da mozziconi di sigarette. Due raccoglitori di plastica, riposti
sulla prima mensola, contenevano numerose buste gialle.
– DA RIPARARE. – Lesse la targhetta ivi appiccicata che
descriveva la natura del contenuto della vaschetta a sinistra.
– DA CONSEGNARE. Forse tra queste buste ci sono dei
diamanti! – Dedusse Manuel mettendosi a tastarle.
Vagliate con rapidità, le buste finivano sparse sul tavolo.
N’aprì un paio che contenevano dei pesanti braccialetti. Si
prese la briga di verificare se fossero già personalizzati da nomi
o dediche. Scartato il primo, si soffermò sul secondo; n’aveva
letto l’incisione, rimanendo incuriosito: PAMELA PER SEMPRE.
Sulla busta un nome ne identificava la proprietaria: Pamela
Bianchi. Non apparteneva alla sua amica. Lo fece scivolare
nella tasca. Si rese conto che stesse perdendo tempo. Tastò le
buste successive, eliminandole rapidamente. Sotto i suoi
polpastrelli comparvero anche dei sassolini spigolosi; aveva
trovato i diamanti.
– Salvatore Muscas. – Ne lesse l’intestazione.
Verificò il contenuto di quella busta; era il vero obiettivo della
sua missione. Al suo interno trovò una scheda tecnica ed

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un'altra bustina trasparente che rivelava, effettivamente, i venti
diamanti, senza ulteriori veli. Richiuse la busta, piegandola due
volte su se stessa e l’introdusse direttamente nella tasca
posteriore del jeans. Marco intanto aveva riempito, a metà, un
quinto sacco, con gioielli di varia natura.
Dopo aver sbirciato nuovamente attraverso il sottile spiraglio,
si decise ad aprire, lentamente, l'anta a vetri della finestra.
– Tutto ok! – Bisbigliò Andrea, in allerta sul furgone.
Senza esitare oltre, con passamano, depositarono i cinque
sacchetti, sul davanzale della finestra che messi in fila,
rimanevano trattenuti dalle sbarre. Richiuse cautamente sia la
finestra che l'anta. Nel mentre, Marco riaccese la torcia,
illuminando il suo tragitto verso l'uscita. Raccolse e riavvolse
la sua borsa con gli attrezzi. Si tolse un guanto e seguì Manuel
con passo leggero; avevano già attraversato lo stretto
laboratorio, quasi misurando i passi con le rispettive lampade,
ma si soffermarono dietro la porta del loro ingresso. Dallo
spioncino poté osservare l'esterno: sembrava tutto tranquillo.
Entrambi sapevano che non era ancora finita; oltre quella porta
avrebbero potuto trovare ogni tipo di sorpresa. Fino a quel
momento era filato tutto liscio; forse troppo. Ogni nuova
eventualità non prevedeva soluzioni. Non esisteva un vero
piano alternativo di ritirata.
– Come d'accordo! In caso di fuga, ognuno badi a se
stesso. – Ribadì Manuel.
Rimosse piano le mandate e varcò la soglia. Sul pianerottolo,
fece qualche passo lungo il muro, mantenendosi nell'ombra
della tromba dell'ascensore. Marco uscendo, con la mano dietro
la schiena, tirò la porta verso di se. Entrambi si avviarono nel
cortile, con passo sicuro, diretti verso l’uscita dell’edificio.
Senza altri indugi, uscirono sul marciapiede e proseguirono a
destra. Erano diretti, con passo rapido e silenzioso, verso la
seconda fermata del loro tram; se puntuale con gli orari della

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tabella notturna, sarebbe passato verso le tre oppure il
successivo dopo quaranta minuti. L'ora notturna metteva in
risalto ogni rumore. I passi isolati di un signore, forse un po'
brillo, rimbombavano nella via; si avvicinava sul marciapiede
opposto, ma si fermò traballante, quasi di botto, scomparve
dentro un portone.
Un tram, ancora lontano, si avvicinava alle spalle; si trattava
sicuramente del loro mezzo di trasporto.
Fecero gli ultimi cento metri di corsa, prevedendo che il tram li
avrebbe preceduti e non si sarebbe neanche fermato se la sosta
fosse stata vacante. Il tranviere si era accorto di loro; effettuò la
fermata prevista. Marco salì per primo ringraziandolo. Erano
gli unici passeggeri. L'angoscia era svanita. Quella breve corsa
aveva scaricato la tensione dell’ultima ora. La preoccupazione
di entrambi adesso si proiettava su Andrea. Di lui non si
sarebbe saputo nulla fino a tardo mattino. Scesi dal tram fecero
un altro tratto di strada a piedi.
Piazza Miani non era facilmente raggiungibile con i mezzi
pubblici, ma a loro tornava giusto così perché, per rispettare le
precauzioni stabilite, sarebbero dovuti rientrare a piedi.
Dall'esterno, fu più faticoso eludere il muro di recinzione del
suo stabile. Marco aiutò l’amico, facendogli da scaletta e al suo
turno, per issarsi sull’alto ostacolo, si aggrappò al braccio di
Manuel; al primo tentativo, scoppiarono entrambi a ridere,
soffocandone il chiasso, poiché le scarpe di Marco erano
scivolate sul vecchio intonaco ed era finito con il naso contro il
muro. Erano contenti, ma si diedero contegno. Attraverso la
rampa, ancora buia, entrarono rapidamente nel box, però Marco
ne uscì di nuovo, con maggior fretta. Si precipitò sulle scale,
correndo fino al terzo piano; entrò quindi nel suo
appartamento. Non si preoccupò, in questo caso, del sonno
della madre che pur assopita, gli si pose di fronte, sull’uscio
della cucina, come un gendarme.

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– E' questa l'ora di rientrare? Dov’eri finito? Perché non
mi hai avvisata? –
Vista l’ora, gli sembrava troppo sveglia! Aspettando il rientro
del figlio, forse, non aveva dormito per niente.
– Scusami mamma, ero in box con Manuel a riparare la
moto, non mi sono accorto dell’ora. Sono salito a prendere
qualcosa da bere. Abbiamo quasi finito. – Sfilò due birre dal
frigorifero e riprese l’uscita.
– Notte mamma. – Salutò a bassa voce, richiudendo
piano la porta.
Era salito apposta per tranquillizzarla.
Erano appena le quattro, l’oscurità della notte iniziava ad
affievolirsi. Fortunatamente, Manuel aveva informato la madre
che si sarebbe intrattenuto a casa di Marco.
Ora avrebbero potuto dormire, per almeno cinque ore, ma la
febbre che ancora li possedeva era troppo forte. Parevano
compiaciuti l’uno dell’altro e molto soddisfatti, ma erano come
adagiati su spine di rovi. Per levarsi un pensiero avrebbero
potuto anticipare Andrea. Si resero conto che in quella
condizione, le loro decisioni non potevano essere sensate. In
precedenza erano state valutate molte ipotesi ed optate
meticolose scelte; forse tutte assurde precauzioni. In quel
frangente pareva che nessuna avesse più un peso.
Concordarono che il programma andava rispettato, in ogni
dettaglio perché era stato ben studiato.
Se n’andarono a dormire, ognuno a casa propria; i problemi più
grossi si sarebbero presentati nei giorni successivi.
Il proprietario del negozio, ritrovandosi il locale
svuotato, aveva già denunciato il fatto, telefonicamente. Con
insistenza, aveva preteso che i carabinieri intervenissero
nell’immediatezza, per rilevare l’accaduto. Invitò ad osservare
tracce ed altro che sarebbe potuto tornare utile nelle indagini
eventuali. Mostrava fatture e contratti. Pretese la stesura di un

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rapporto dettagliato che coincidesse con la soddisfazione delle
clausole previste nelle polizze assicurative.
– Non si preoccupi! Ci lasci fare il nostro lavoro. – Il
carabiniere, con il suo accento sardo, parve molto risoluto.
Erano solo in due. Il secondo iniziò a controllare le finestre, per
rilevare segni d’effrazione. Notò il furgone in sosta.
– Quel furgone è vostro? Resta qui davanti tutto il
giorno? – Chiese al proprietario del negozio.
– Non è nostro e non saprei dirle altro. – Rispose.
– No! Deve essere di un giovane operaio che abita qui
attorno perché ogni mattino, verso le nove e mezza, se ne va
via e fa ritorno solo la sera. – Rispose invece una commessa.
La donna non sembrava una trovatella; non sapendo che altro
fare, seguiva attentamente lo sviluppo di quelle indagini,
rimanendo in disparte.
Il più mattiniero fu Andrea. Uscì in macchina, in Via Savona,
confondendosi nel traffico accentuato di quella fascia oraria;
mancava poco alle nove. Dopo mezz'ora era a destinazione.
Incolonnato al semaforo, passò, sbirciando, davanti alla
gioielleria; sembrava che nulla vi fosse accaduto.
Il furgone era ancora parcheggiato di fronte all'ultima finestra,
nella traversa, però intravide l'auto dei Carabinieri, in sosta
dietro al furgone. L’imprevisto gli creò un sussulto che per un
attimo, lo disorientò totalmente. Come ipnotizzato, svoltò nella
prima strada a sinistra; era disorientato, ma riuscì parcheggiare
la sua piccola auto. Annotò il nome di quella via per potervi
ritornare e si diresse al bar di fronte alla gioielleria. Doveva
infondersi coraggio. Non si sarebbe mai smentito di fronte ai
suoi amici. Si sentiva molto fiero della fiducia che gli era stata
attribuita. Consumò un semplice cappuccino. Si decise ad
uscire. Il semaforo verde smosse l'insieme di pedoni.
Nell'attraversare scelse la chiave che avrebbe aperto il furgone;
vi salì con spontaneità e lo mise in moto. Stava già per partire,

145
quando udì bussare al finestrino di destra. Dal lato del
marciapiede, era spuntato, chinato sulla portiera, il volto di un
giovane carabiniere. Pur con tanto di berretto, si parava gli
occhi dal sole con la mano, ma urtando con la visiera contro il
vetro, il copricapo quasi gli scivolò dalla testa.
Si pronunciò con aria rigorosa e distinta.
– Fornisca patente e libretto. – Il gendarme adocchiava
l’interno dell’abitacolo.
S’era sporto nel finestrino che Andrea aveva subito abbassato,
per favorire la comunicazione tra loro; in tal senso, s’era
allungato a fatica verso la manopola della portiera opposta.
Andrea consegnò i documenti; poteva trattarsi di un controllo
di routine. Nel contempo fu invitato, dallo stesso, ad aprire gli
sportelli posteriori. Il suo collega si era spostato in disparte.
Rimaneva fermo, sul lato sinistro della loro auto di pattuglia;
eretto, immobile, come solo un carabiniere sapeva porsi,
mantenendo entrambe le mani, pronte, sulla sua mitraglietta.
Una voce, confusa da rumori d’interferenze radio, fuoriusciva,
a tratti, dal loro finestrino. Sembrava non gli prestasse
attenzione ed il suo interesse era puntato su Andrea.
Senza titubanze, quasi avesse fretta d’andarsene, Andrea scese
e spalancò le due ante posteriori del Ford Transit.
Il carabiniere non salì neanche a bordo. Vide che il vano
conteneva cinque secchi di vernice per muri, raggruppati
nell’angolo sinistro, dietro al posto di guida, un altro secchio
vuoto, ancora colante, oscillava, ribaltato in posizione
orizzontale. Notò un sacchetto di plastica trasparente di stucco
in polvere, alcune spatole da stuccatore poggiate sul coperchio
di uno dei secchi, un paio di grossi pennelli imbrattati di
vernice bianca, una tuta da imbianchino, sgualcita e
punteggiata di bianco, appesa ad un gancio sulla parete sinistra
e due aste con rulli per stendere la pittura, adagiati sul pianale.
Tutto il fondo era inzaccherato di grandi chiazze secche di

146
colore bianco; parve ovvio che facesse l’imbianchino.
I due Carabinieri si guardarono in faccia, quasi delusi e fecero
capire, palesemente, che in quel furgone non vi fosse nulla di
ciò che stessero cercando. Restituirono i documenti senza
compiere altri controlli.
Andrea si avviò, ma non si diresse verso i luoghi abitudinari.
Pian piano si era rasserenato; aveva smesso di pensare alla
coppia di Carabinieri. La direzione che stava seguendo era
opposta ai luoghi consueti. Continuava ad osservare, negli
specchietti laterali, le auto che si accodavano; sembrava che
non fosse seguito. Arrivò nel cantiere di Milano Due, verso le
dieci e mezza; indossò la tuta da imbianchino, rimanendo nel
furgone stesso, ben attento a non imbrattarsi di quel nuovo
rivestimento bianco che quasi non lasciava neanche spazio per
poggiare i piedi.
Aveva parcheggiato nel terreno scavato del cantiere, antistante
diversi edifici in costruzione. Si diresse in uno dei palazzi, già
di sua conoscenza. Controllò subito ogni vano ascensore e in
uno di questi, riconobbe la voce ridondante di Vittorio;
dall’alto del grosso condotto, era in combutta con Renzo, il suo
aiutante che inabissato nella buca, sottostante di un altro piano,
gli rispondeva con pari tono. S’identificò simpaticamente.
– Ascensoreee! – La voce amplificata, echeggiava nella
tromba vuota.
Vittorio lo riconobbe subito.
– Ciao Andrea, cosa ci fai qua? – Chiese, sorpreso.
– Ciao Vittorio. Aspettami che ti raggiungo. – Salì a
piedi, per cinque piani.
– Mi hanno mandato a controllare l’avanzamento degli
stuccatori perché poi toccherà a noi. – Il senso della risposta
era stato preparato. – Ti trovo bene; ci vediamo dopo. –
– Anch’io ti trovo bene; sei solo? –
Non perse tempo in ragguagli, poiché intendeva eludere la

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curiosità del fratello di Manuel e Vittorio, sorpreso dell’insolita
presenza, non sapeva aggiungere altro.
– Si, sono solo. Devo andare altrimenti rischio di
trovarmi senza un lavoro. – Si congedò frettolosamente.
Riuscì a fugare le domande. Le stanze di quel palazzo erano già
state stuccate. Salì gli scalini di cemento fino al tetto. Alcuni
operai erano indaffarati nel seguire il gruista che ancora
depositava materiali. Era una posizione dominante; ne
approfittò per osservare i dintorni. Evitando di esporsi verso i
bordi, fece il giro di tutto il gran terrazzo. Infine si accomodò al
piano inferiore, ponendosi dietro una finestra che si affacciava
verso il furgone. Sfoderò il panino che si era portato nella sua
borsa a tracolla e restò in attesa che succedesse qualcosa. Pensò
che anche questa fosse un’inutile precauzione perché, pur
attento, non era riuscito ad intravedere nessuna persona o auto
sospetta, intenta a seguirlo. Ad ogni modo volle osservare il
piano prestabilito.
Consumò tranquillamente il suo panino.
Forse il suo ruolo, apparentemente marginale, gli aveva
risparmiato la tensione e le paure prodotte dall'evento. In realtà
la gran fiducia e stima che nutriva, per gli audaci amici, lo
rasserenava totalmente: la loro infallibilità, finora, non era mai
stata minata da alcuno.
Fece ritornò da Vittorio che ritrovò intento ad urlare verso il
suo aiutante, ancora situato nel fondo della tromba
dell'ascensore; non stavano litigando. I due, per poter
comunicare, dal locale motori alla buca, a volte erano costretti
ad alzare la voce. Chiese a Vittorio se avesse un posto sicuro
per depositarvi i suoi attrezzi, per qualche giorno.
– Certamente. – Vittorio era contento di favorirlo. – Ci
vorranno almeno altri dieci giorni, prima di completare
quest'impianto; poi passerò al palazzo a fianco. Questo locale è
dedicato esclusivamente ai relais e ai motori dell'ascensore.

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Non può entrarvi nessun altro anzi, eccoti una copia delle
chiavi. In caso d’impedimenti consegnala al mio fratellino. –
– Grazie, metterò tutto in quell'angolo. –
Andrea, chiusosi nel furgone, smistò il contenuto del quinto
secchio, travasandolo poi nei sacchi celati negli altri quattro;
era soddisfatto di come ogni cosa trovava il giusto incastro, fin
dal mattino. S’avviò verso il locale motori; con soli due viaggi,
riuscì a togliersi le castagne dal fuoco.
Si sentiva finalmente alleggerito di un grave fardello.
Dopo pranzo, sdraiato sulla comoda poltrona di casa sua, cadde
in un pesante sonno. Erano quasi le sei, quando si destò di
soprassalto; l'ansia di incontrare Manuel e Marco prese il
sopravvento. Doveva ancora recuperare la sua auto e depositare
il furgone nel solito parcheggio. Vista l’ora, corse al parco
dove, per certo, avrebbe ritrovato tutti gli amici. Si sentiva già
entusiasta di se stesso, ma era consapevole che non poteva
condividere, con nessuno, il suo stato d'animo. Notò Marco, in
mezzo altre teste. Gli si avvicinò con circospezione, cercando
di intuire il senso dei vari argomenti; parlavano del più e del
meno. Per la prima volta avvertiva timore del branco. Non era
abituato a custodire segreti e questa era sicuramente una
situazione molto delicata; doveva riuscire a gestire le sue forti
emozioni. Marco lo aveva già scorto, ma Fernando lo anticipò,
rivolgendogli attenzione.
– Ciao Andrea, scommetto che hai accompagnato tua
madre a fare la spesa. – Era un modo per darsi peso.
– Si, hai indovinato. – Rispose Andrea. – Scommetto
che è capitato anche a te. – Aggiunse divertito, mentre gli
poneva il braccio sulla spalla.
Gli regalò due leggere pacche. I due si sorrisero, consapevoli
che non fosse possibile sottrarsi alle manie delle proprie madri.
Salutò altri amici, poi rivolto a Marco, gli chiese se potesse
accompagnarlo dal meccanico, per ritirare l'auto. Come

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d’intesa, i due si allontanarono in moto e non sarebbe stato
facile seguirne il loro trasferimento. Facendo un largo giro, a
tutto gas, Marco lo accompagnò in prossimità del furgone e poi
si diresse ad attenderlo sotto casa di Antonio. Entrambi, resi
scaltri dai loro stessi raffronti, seguitavano a temere d’essere
scoperti perché non si sentivano all’altezza di questa nuova
prova intrapresa; non pareva ancor vero che vi fossero riusciti.
Il colpo attuato, era il più azzardato che avevano compiuto
finora ed erano anche certi che la Dea Bendata li avesse
assistiti. Ora, erano particolarmente fieri, d’essere amici di
Manuel. Provavano un senso di gratitudine, giacché prescelti;
avevano vissuto, in prima linea, quell'opportunità a sorpresa e
fuori del comune.
Manuel invece sembrava svanito; nessuno lo aveva più rivisto
dalla notte precedente, infatti, si era impegnato diversamente.
Nel pomeriggio, si era recato nella bottega di un ricettatore di
sua conoscenza, per mostrargli uno dei diamanti di Salvatore.
L’orafo s'era rivelato un vero esperto perché in soli pochi
minuti, gli aveva già schiarito le idee.
– Si, indubbiamente qualcosa vale. Può trarre in
inganno i comuni stimatori; è un diamante artificiale! Ne ho già
visto un altro simile ed ho perso il giusto tempo, per
analizzarlo; il processo anche in questo caso, ha rilasciato le
stesse tracce. Si può tentare di farlo passare per autentico, ma il
fatto potrebbe scatenare successive ritorsioni. Potresti provare a
venderlo, in qualche gioielleria del centro; loro trattano, di
norma, con clientela benestante, quindi sono meno diffidenti e
non credo che siano a conoscenza di questa variante. Ti dirò di
più; i collezionisti lo pagherebbero bene. –
– Tu ne conosci qualcuno? –
– Si, ma non sono io il canale adatto. Chi produce
questo diamante ha le spalle grosse. Se scotta e sono sicuro che
scotta, non posso espormi! Sono necessari intermediari fidati

150
ed i passaggi di mano, vanno a scapito del ricavo. –
– Ho afferrato tutto; grazie del consiglio. Penso che lo
restituirò a chi me l’ha dato. Ciao Giò, ci vediamo. – Si
congedò appagato.
Giovanni era amico del gay che viveva dirimpetto all’officina
di Manuel, in Corso Ticinese. Dopo pranzo, compariva spesso
nel seminterrato, per curiosare attorno alle moto e a volte
n’approfittava, per proporre affari vantaggiosi. Era sempre
gentile, alla mano, corretto; ogni sua inclinazione ad imbastire
traffici, sembrava inverosimile.
I tre ragazzi s’incontrarono, dopo cena, nel solito ritrovo.
Contenti di rivedersi, si aggiornarono sull'evoluzione dei fatti e
concordarono di guardare avanti. Decisero di non doversi più
preoccupare dell’accaduto; andava considerato come capitolo
chiuso, soprattutto perché fino a quel momento, era filato tutto
liscio come olio. Calmate le acque, avrebbero affrontato ciò
che ancora andava risolto. La trovarono una giusta decisione.
Vigeva totale fiducia reciproca.

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Capitolo VII

Duranò era un patito della velocità. Si esercitava spesso


nel circuito di Monza, con una singolare Ducati Desmo 250,
supertruccata: una monocilindrica da tredicimila giri! Al Parco,
accentrava l’attenzione, ma si pavoneggiava disinvolto; non era
presuntuoso. Sull’asfalto cittadino, guidava come un autentico
scalmanato; gli piaceva il brivido del limite! Affermava, di
seguire alla lettera una sua teoria, secondo la quale, più veloce
si attraversa un incrocio, minori diventano le probabilità di
scontrarsi con altri automezzi. Il soprannome, Duranò, era uno
scongiuro: la voce gergale, milanese, significa non sopravvive.
Manuel era salito in sella dietro di lui; per la prima volta. La
sua non era solo una teoria! Neanche all’incrocio cieco, in
controsenso, chiuse l’acceleratore. Gli bastò quella volta.
Duranò era un pazzo, ma sapeva guidare.
Intanto Fernando aveva preparato un'altra delle sue ragazzate.
Con animosità si stava adoperando in tal senso. Gli amici si
aggregarono, per seguirlo nella consueta escursione serale.
Cominciarono a passarsi profilattici che dovevano essere
riempiti d'acqua finché c'è né stesse. Sotto il getto del fontanile,
il preservativo si gonfiava fino a contenerne quasi cinque litri.
Ogni passeggero, avendo le mani libere, osservava tale
procedura e si accodava, nel via vai, presso lo zampillo, di
poco all’interno del parco.
I motociclisti erano numerosi anche quella sera. Mateus partì
per primo; si pose da battistrada, facendosi seguire in strade
appartate a volte prive d’uscita e d’illuminazione.
Ad un tratto ridusse la sua andatura, costringendo tutti a

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rallentare; Aveva scorto diverse auto imboscate, cadenzate su
un lato di una via scura. La prima della fila, aveva i finestrini
completamente abbassati; faceva caldo. Superandola, il suo
passeggero lanciò il delicato pallone, rigonfio d'acqua,
all'interno dell’abitacolo; concesse una doccia fredda alla
coppietta in intimo approccio. Spuntarono, sotto i riflettori, con
un sobbalzo, due teste ed i corpi seminudi. Un altro doccione
andò a segno, togliendo il respiro alla donna. I malcapitati
erano impacciati dai fari che sfilavano vicinissimi in lenta
successione; il gioco sembrava banale ma i ragazzi in moto
sogghignavano divertiti. L'uomo e la donna, tra l'imbarazzo e la
collera, brancolavano nel tentativo di coprirsi; era una scena
mai vista: buffa e provocante. Continuarono così, girovagando
per tutta la sera verso altre vie risapute, ancora a caccia di nidi
d'amore da stemperare finché, dopo l’ennesimo gavettone, per
reazione, si spalancò la portiera di un'auto, bloccando
rovinosamente due moto che tallonavano il primo lanciatore;
Claudio ed il suo compagno finirono a terra ma Franco
v’intoppò con il manubrio, ferendosi la mano e si resse in
equilibrio a malapena. L’uomo s’era accorto di quanto fossero
numerosi gli spettatori fermi nella via. L'auto sgusciò via dal
suo parcheggio ma cozzò nuovamente contro la moto di
Franco. Si allontanò in senso inverso, con la portiera ancora
aperta, spremendo il motore della Fiat 124 fino all’ultimo giro.
Nella manovra era passato sulla ruota della moto a terra!
I più vicini se n’erano accorti. Gli dedicarono, al volo, altri due
palloni, senza altre reazioni, poiché il branco sapeva di non
averne ragione. I ragazzi finiti al suolo, entrambi inzuppati del
loro stesso carico, sudici di terriccio fin sopra i capelli,
riportarono solo lievi abrasioni ai gomiti. I danni alle moto
invece erano notevoli ma non destavano preoccupazione.
Un altro volantino pubblicitario della POG Motor era
comparso nella cassetta delle lettere dei Salvo. Il controllo

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della posta, ormai, era un’abitudine per Manuel; ad ogni
passaggio s’imponeva il vaglio delle missive.
La luce foca delle scale ne complicava la lettura. Rinunciò al
peso del contenuto. Lo ripiegò, infilandolo nella tasca dei jeans
e giunto nell'appartamento, senza ripensamenti e nemmeno
accendere la luce, spense rapidamente ogni suo interesse; si
abbandonò in sonni tranquilli.
Era un volantino serio! Un tre ante di formato A4, stampato a
colori in ambo i lati su carta spessa, bipatinata lucida e
proponeva immagini d’edizioni precedenti di una celebrata
manifestazione motociclistica annuale. Risaltava lo slogan di
testa, in rosso vermiglio, stampato con un carattere times
roman da 18 punti: “La punta di diamante delle due ruote”.
Sullo sfondo, un'immagine d'insieme del raduno: motociclisti
stravaganti, a gruppetti, bivaccavano con chitarre e belle donne
e risaltavano, numerosi, su una distesa d’erba verde che grazie
al taglio del fotografo, sembrava sconfinata. All’interno, alcune
miniature riproducevano dettagli salienti, mentre il testo
descrittivo scorreva intorno ai riquadri; lo lesse: “POG Motor,
sponsor ufficiale, t’invita al Motoraduno di Galliate ...le
iscrizioni presso di noi ...gratis la maglietta ed il berretto.
......” Lo rilesse attentamente più volte, ma non ne ricavò nulla.
Sembrava ovvio che per eliminare ogni suo dubbio, dovesse
recarsi nuovamente a Sesto San Giovanni.
Infilò in tasca la busta con i venti diamanti; non perse tempo.
Il solito meccanico lasciò il suo lavoro e subito gli diede corda.
- Ehi! …Manuel. Come va? –
Gli andò incontro e sembrava di buon umore.
– Per adesso ancora bene e tu? –
– All right! Guai a lamentarsi. …Ti devo fare i miei
complimenti. All'Italiano sei stato davvero grande! Ti ho visto
nelle speciali. Non sembravi veloce, ma hai fatto segnare un
gran tempo. La tua guida pulita, senza sbavature, ha sorpreso

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tutti e la moto sembrava incollata al terreno. Gli altri piloti
scaricavano a terra tutta loro potenza, scavando un solco ad
ogni curva, sollevando polvere da tutte le parti, derapando con
gran controllo. Caspita! Facevano veramente spettacolo. Una
guida impressionante; da veri campioni. E poi, il n° 108. Quel
tuo motore, così silenzioso, sembrava non esprimesse niente!
Però sul pratone fettucciato, quando mi sei arrivato di fronte, in
discesa, sparato verso la curva a gomito in contro pendenza che
ti ributtava in salita, lì, mi hai strabiliato. Ti ho visto troppo
veloce. Ho sentito quel cambio passare dalla sesta alla prima,
in un attimo, senza usare frizione. La staccata al limite,
evitando il bloccaggio della ruota posteriore; ti sei agganciato
al solchetto d'appoggio, in piega dall'inizio alla fine della
curva. Ero sicuro che saresti scivolato fuori. ... In piega in una
curva in contro pendenza? Impressionante. …Si, lì mi sei
piaciuto più di chiunque altro. – Il meccanico narrava passione.
Pareva che si conoscessero da lunga data, ma forse aveva solo
intuito la situazione di Manuel.
– Ma guarda un po’! – Pensò Manuel rimasto incantato
ad ascoltarne parola, per parola. – Tra tutti quelli che ben
conosci, riscontri che non ti concede mai niente nessuno, poi
arriva uno sconosciuto che sembra il frescone di turno, ... un
meccanico; …e invece ti riempie il cuore di gloria. –
– Non sapevo che ci fossi anche tu. – Rispose Manuel,
con il proposito di dar peso alla conversazione. – Ti stavi
occupando di qualche pilota? Com'è andata? –
– Diciamo benino. Il secondo giorno è stato molto
selettivo…. – L'appassionato meccanico gli palesò le elevate
difficoltà, raccontando ciò che già sapeva.
– Abbiamo racimolato un tredicesimo posto nella 125
ed un ottavo posto nella 250. –
– Buono! – Esclamò Manuel. – Lo segui per intero il
Campionato Italiano? – Domandò.

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– Nooo! ... scherzi? Il capo da quell’orecchio non ci
sente; non scuce un soldo né per i piloti né per le gare. Anche
volendo non ci riuscirei; richiede tempo libero e denaro. –
Il giovane meccanico si guardò attorno, indicando e rendendosi
conto che aveva parecchio lavoro da portare a termine. Fece
per ritornare verso i suoi doveri ma soffermandosi, si rivolse
nuovamente verso Manuel.
– Il capo mi ha riferito che dovresti consegnarmi
qualcosa, per un nostro cliente. – Parlò sottovoce.
– Ho capito di cosa parli; per quando ti serve? –
– Penso che se ci fosse stata l’urgenza, mi avrebbero
informato; diciamo, al più presto. –
– Va bene; ci rivedremo presto. Ciao motorista. –
Manuel salutò il meccanico con il sorriso sulle labbra.
La spontaneità di quel ragazzo lo aveva risollevato da tanta
amarezza nascosta. Forse quell'amaro sapore altalenante,
sgorgava dalla sua stessa formula di sterilità e di sfiducia nella
comunicazione. L’autolesionismo impregnava e perseguitava la
sua esuberante personalità. I suoi veri pregi, nascosti, erano
incapaci di manifestarsi spontaneamente e lui, per indifferenza,
era incapace di esprimerli nel modo appropriato. Finora era
stato sempre e soltanto assecondato. Non si era mai vantato,
apertamente, come fautore di grandi imprese. Gli sembrava
quasi insensato che qualcuno potesse soppesarlo,
comprenderlo, apprezzarlo, condividerlo, discuterlo nella
maniera giusta. Il suo forte orgoglio gli impediva perfino di
raffrontarsi o rivolgersi al fratello maggiore. Non poteva
esigere solidarietà ne imporsi francamente. Forse era lui stesso
il primo a non condividersi, anteponendo il rigetto di tutto e
d’ogni sua virtù. La sensazione che il suo successo personale
fosse costruito con qualche tarlo, gli negava la facoltà di
esibirlo con risolutezza.
Spesso si rifletteva, in uno specchio metaforico, per ben

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collocare l’atteggiamento schivo e singolare, insito nella sua
personalità e non c’era niente da fare; si dava conferma!
A conti fatti, il suo metodo era coerente con la mentalità più
diffusa e non stava facendo le scarpe a nessuno; si era adeguato
e ne seguiva la scia.
Aveva costatato che ogni escalation, verso ambiti traguardi,
comportava meschini compromessi; vedeva le persone
ambiziose ricorrere a sottili, deplorevoli, espedienti e coloro
che tentennavano alla fine fallivano nel loro intento. Questa
nuova considerazione non poteva certo mutare lo stato di fatto.
I suoi veri, stimolanti, problemi lo assorbivano restituendogli
tutta la soddisfazione che la società, indifferente, gli negava.
Lui era lui, unico oppure no, doveva sfociare da qualche parte,
così com’era. Non si sarebbe mai rimodellato e neanche
disperso nei concetti di massa; la dignità e la coscienza
dell’uomo non può piegarsi, come se niente fosse, a tutti i
ricatti della vita. Gli obiettivi che stava coltivando non erano
certo una sua invenzione; scaturivano dalla complessa trama
tessuta e forgiata dagli individui della specie umana, suoi
simili, omologati dalla società.
Non si riteneva il tipo che si fa raggirare con uno specchio per
allodole; reagiva! Diversamente, il peso stesso di negazioni
insensate gli avrebbe tolto ogni speranza; lo avrebbe
disorientato. Piuttosto avrebbe rinunciato, drasticamente, di
vivere in seno alla società degli uomini. Adescato in
quell’esistenza sentiva di poter fare ben poco per sottrarsi ai
giochi della vita. Quindi, per lui, era giusto che seguitasse la
sua strada, com’era capace di fare; incanalato nel modo che
aveva appreso. Ma era dubbioso che l’esito lo soddisfacesse;
per questa ragione, già intuiva quale sarebbe stata la sua
drastica, assoluta, alternativa: l’estrema ruota di scorta.
La gara di Ottone era imminente; si sarebbe disputata la
prossima domenica, in concomitanza con il Motoraduno di

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Galliate. Pensò che sarebbe stato più opportuno consegnare,
immediatamente, i diamanti di Salvatore, per liberare la mente
da tutti quegli interrogativi cui ancora non era riuscito a dare
risposta. Però un pensiero, tra tutti, primeggiava, stuzzicante:
Cosa sarebbe potuto succedere se non li avesse restituiti?
Poteva averli persi oppure non averli presi per niente.
Le considerazioni di Giovanni sembravano ben oculate e
fornivano la risposta esatta: gli avrebbero dato la caccia fino al
raggiungimento del saldo con interessi.
L'idea, di tirarseli appresso, lo divertiva, ma forse il gioco non
valeva la candela.
Mancava ancora una settimana, un tempo abbondante per
prepararsi alla gara; ciò gli consentiva di prendersela con
calma. Avrebbe potuto, inoltre, temporeggiare ulteriormente
con il meccanico della POG.
L'indomani, domenica, sarebbe uscito con Alberta che
sicuramente, in qualche modo, distraendolo con argomenti di
tutt'altra natura, n’avrebbe rimodellato le sue attuali opinioni.
Di buon mattino, andarono al mare, per tutto il giorno. Vi
conobbero nuovi amici.
Sogliola si recava spesso a Sestri Levante. La nonna possedeva
una casa con cui lo agevolava nella facoltà di frequentare,
liberamente, quel caratteristico luogo di villeggiatura. Sogliola
non appariva come il solito turista; frequentava quei luoghi da
sempre. Il suo colorito bronzeo faceva intuire che fosse un
lucertolone ma, di fatto, amava quei posti perché gli
consentivano di svagarsi nel praticare sport acquatici. A volte
si dirigeva, con il gommone, verso immacolate insenature.
Scompariva sott'acqua ad esplorare quello straordinario mondo
sommerso e ricompariva, quando le sue bombole si erano quasi
esaurite. Lo sci acquatico lo divertiva molto. Manuel volle
provarci e dopo divertenti fallimenti, già nella mattinata, riuscì
a mantenersi in equilibrio sulla spumosa scia, ben appeso al

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potente gommone. Alberta si limitava a starsene sdraiata, in
bikini, sulla barca di un amico di Sogliola. Alcuni amici le
prestavano particolare attenzione perché il pensiero della
femminista li incuriosiva e provocava. Si divertivano,
misurandosi nelle contraddizioni; obbiettavano su tutto con
curiose esclamazioni in genovese. Alberta non era scostante;
comprendeva la loro mentalità e sembrava non prendersela:
erano simpatici ragazzi, si prestava volentieri al loro gioco. In
un altro contesto si sarebbe infuriata pur di affermare la sua
posizione. Trascorsero tutto il pomeriggio in mare aperto.
Sogliola ebbe modo di esporre alcuni suoi problemi; doveva
sostituire il motore del suo gommone. Sapeva già dove
prenderne uno adeguato, ma preferiva evitare il coinvolgimento
di Stefano che pur sembrando pratico e spigliato era troppo
giovane per aiutarlo in un’azione così delicata. Dopo cena, con
scuse banali, si distaccarono dagli amici che erano già intenti a
divertirsi, per conto loro, con i diversivi del lido. Sogliola si
munì d’alcuni arnesi, verificò che sul gommone vi fossero i
remi ed entrambi s’avventurarono nel buio intenso di quel
placido mare. Si diressero verso il porto e giunti in prossimità,
Sogliola spense il motore, facendolo poi ruotare sui suoi
cardini; lo sollevarono dall’acqua per meglio sfruttare l’inerzia
dello scafo. Il suo gommone scivolava silenzioso verso le
numerose imbarcazioni, ormeggiate un po’ ovunque; il mare
sembrava una lucida tavola e rifletteva, da quella posizione,
tutte le luci della cittadina. Aveva adocchiato, da qualche
tempo, un motore simile al suo, ma più potente; era l’ideale per
lo sci nautico. Scrutando, attraverso i riflessi, riconobbe
l’imbarcazione che stava cercando. Si avvicinarono, accorti,
aiutandosi con i remi. Manuel rimase sul gommone, sdraiato a
pancia in sotto, con le braccia protese, pronto ad aiutare
l’amico nell’issare a bordo il nuovo propulsore. Sogliola, sceso
in acqua, abituato come un pesce, fu rapidissimo a sganciarlo

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dal piccolo motoscafo; già per metodo, staccava il suo motore
dal gommone, ogni sera. In quel punto non si toccava; con il
peso sulle spalle finì, per qualche istante, con la testa
sott’acqua. Manuel l’afferrò prontamente temendo che il
motore gli scivolasse di mano.
Con la stessa cautela si allontanarono verso il mare aperto ed in
breve, raggiunsero gli amici che sembrava, non si fossero
neanche accorti della loro assenza.
Ora ci voleva una buona birra ghiacciata.
– Caspita, nessun intoppo! Abbiamo finito in un attimo;
che colpo! Non dubitavo che mi avresti aiutato. Con l’ausilio di
Stefano non mi sarei sentito sicuro. Grazie Manuel. –
– Non rompere; abbiamo movimentato la serata! –
Sogliola appariva soddisfatto di com’erano andate le cose.
Manuel si rendeva conto che l’atteggiamento del compagno
fosse superficiale e forse di convenienza; non si poneva certo
gli stessi suoi problemi. Erano semplici riflessioni perché
l’amico, senza dubbi, era un vero amico.
Come pronosticato, il lunedì sarebbe stato il giorno più
adatto per pianificare le questioni da risolvere nella settimana.
Prese mezzo foglio e con un pennarello vi scrisse tre parole:
“COMPLIMENTI, SEMBRANO VERI”. Lo infilò nella busta gialla
che conteneva i diamanti e ne fece consegna al meccanico della
POG Motor. Quel messaggio, apparentemente ingenuo, doveva
far intendere che Manuel non fosse un’entità astratta. Non
sapeva come ma sicuramente, la comune consapevolezza di
quel traffico, in futuro, avrebbe giocato a suo favore.
Si era tolto un pensiero. Si sentiva liberato di un grave fardello
ma ingenuamente aveva scagliato la sua prima pietra.
Ora, doveva dedicarsi, anima e corpo, alla quarta prova del
Campionato Regionale. Gli sarebbero bastati due quinti posti,
per trovarsi inserito nella rosa dei finalisti. La moto, quella di
sempre, totalmente di serie, era messa a punto come solo lui

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sapeva fare. I rapporti, la carburazione, la sfasatura
dell’accensione, la taratura delle sospensioni. La sua guida
dolce gli consentiva di utilizzare una pressione delle gomme
inferiore a 0,8 atmosfere, il tutto a vantaggio dell’aderenza,
essenziale sulle irte e spesso scivolose mulattiere. La sua
limitata esperienza di pilota non gli permetteva di misurarsi
con prepotenza. La sua tenacia non era pari alla resistenza
fisica, necessaria invece per reggere lo stress esasperato.
Circa centottanta, chilometro dopo chilometro, sarebbero stati
macinati da quattrocento concorrenti, percorrendo e marcando
ulteriormente canaloni fangosi e impervi tracciati d’altitudine.
L’affaticamento estremo cui erano sottoposti, Manuel riusciva
a gestirlo, meglio nelle lunghe discese, allentando la presa sul
manubrio; facendo scorrere la moto con il gas fissato su una
buon’andatura costante. Le mani restavano talmente serrate
sulle manopole che giunto ai controlli, sovente, doveva sfilarle
lateralmente; le dita, da sole, non si aprivano. In discesa
riusciva a recuperare ciò che gli altri guadagnavano in salita,
ma nelle prove speciali raccoglieva tutta la sua concentrazione
al punto da sentirsi un tutt’uno con il suo mezzo. Lo sguardo
restava proiettato al suolo fin dallo start del cronometrista e poi
oscillava rapidamente, per sette, otto metri, oltre la ruota
anteriore, ben puntato sulle asperità che lo precedevano, per
scegliere il sasso, la radice, la roccia su cui dirigersi, senza
dover chiudere l’acceleratore. Evitava, sull’ostacolo, di imporre
il suo peso alla moto, per limitare l’impatto ed escludere le
pizzicate alla gomma, i danni ai cerchi, sbandamenti e duri
colpi alla schiena.
In quasi tutte le prove speciali, riusciva a raggiungere il pilota
che lo doveva precedere di venti secondi ma che non si sarebbe
spostato dalla sua stretta traiettoria. Urlando la vocale “o”,
ripetutamente, caricato come un cannone, appiccicato a
quell’ostacolo mobile che esitava e a volte non si spostava, non

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avrebbe desistito dal suo intento, né mollato l’acceleratore;
azzardava sempre il sorpasso, deviando sulla costa del sentiero,
spingendosi in alto sulla sponda sconnessa e rientrava con
spettacolare padronanza, ma non sempre gli andava bene. Una
volta, l’impatto su una radice sporgente e un’altra, contro un
ramoscello, urtato dalla leva del freno anteriore, sulla destra del
manubrio, lo costrinsero alla rovinosa caduta. Impensabile poi
recuperare il tempo perso. In quei cinque minuti, di prova
speciale, sapeva inconsciamente di giocarsi l’esito finale di
tutta la gara. Per vincere occorreva esperienza, potenza fisica,
determinazione, maturità, una moto perfetta e la giusta dose di
fortuna ma se non si è predisposti, ugualmente non si sarebbe
arrivati a vincere, mai: un secondo posto, dovuto a pochi
decimi di distacco, non è uguale al primo posto del vincitore.
Saper guidare abilmente non era sufficiente!
Le Prove Speciali venivano fissate sempre nel secondo e terzo
giro; a volte erano due, a volte n’erano previste quattro di cui
due sviluppate su scoscesi terreni erbosi; questi erano i
“fettucciati”, improvvisati con vistoso nastro che delimitava il
tracciato da seguire. Un cronometrista posto all’inizio ed un
altro alla fine, marcavano i tempi d’ogni pilota.
La prova di Ottone era molto temuta poiché in caso di pioggia,
i ripidi sottoboschi sarebbero diventati quasi impraticabili.
A Manuel erano sempre piaciute le sfide con mordente; in quei
casi, il gusto dell’impresa e la propria soddisfazione per averla
conclusa, prevaricava l’ordine d’arrivo. Nelle belle gare, il
trofeo o la coppa assumeva un aspetto secondario.
Ad Ottone, piccolo borgo solitario in provincia di Piacenza, è
giunta la domenica. Coincidenza volle che di mattino, scure
nuvole privassero quel rigoglioso verde di far risplendere i suoi
vivaci colori. In ogni modo non pioveva. La gara si doveva
svolgere, mantenendo invariata la tabella di marcia.
Le bacheche mostravano l’ordine di partenza dei piloti;

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trecentonovantotto concorrenti avrebbero, a breve, preso il via,
tre alla volta, scanditi da ogni minuto.
L’atmosfera era simile a tutte le gare precedenti. Alle dieci
partirono i primi tre e poi, scaglionati, scomparivano tutti nei
sottoboschi della montagna che sovrasta il paese.
Al termine del primo giro si scatenò il diluvio universale,
riducendo a metà il numero dei partecipanti. Molti piloti, già al
rifornimento del quarto Controllo Orario, inzuppati d’acqua e
di fango, fino al collo, parcheggiavano la moto davanti al loro
furgone quindi ritirandosi dalla gara; apparivano stremati ancor
prima del terzo giro.
I Commissari di Gara tentarono di porre rimedio.
Pur adottando la tabella B, le moto in gara si riducevano di
numero, drasticamente ed il rumore sporadico dei motori si
udiva solo da breve distanza. Il circus attendeva il passaggio
dei rimasti, ma solo pochi, tenaci, curiosi assistevano, ormai, a
quello svolgersi e quei pochi sparpagliati, sotto un ombrello o
un efficace impermeabile, incitavano fortemente ogni pilota.
Si verificò una decimazione incredibile; a concludere l’ultimo
giro furono, in tutto, sei piloti. Tra loro figurava anche Manuel
che era riuscito a guadagnare il secondo posto nella 125, per
somma di ritardi ai controlli. C’era anche Vittorio ad assisterlo;
lo aveva spronato a tener duro. Ad ogni passaggio gli aveva
fatto rifornimento, di persona. Frettolosamente, nel frangente di
un paio di minuti, incurante dell’acqua che cadeva a dirotto,
lubrificava anche la catena di trasmissione con un pennello
inzuppato d’olio e grasso, senza concedergli neanche il tempo
di dissetarsi. Gli strappava la bottiglia di mano non appena
Manuel l’allontanava dalle labbra, per prendere fiato e Manuel
se ne ricorda bene.
– Il tempo piove! – Gli disse Vittorio, ironico.
– Ma va? – Gli aveva risposto, sorridendo.
La premiazione non si fece attendere perché nel parco chiuso

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c’erano, realmente, solo sei moto.
La gran piazza, di fronte alla chiesa, transennata, adibita a
parco chiuso che alle nove del mattino era stata gremita di
prestigiosi fuoristrada, ora, spopolata, incuteva nuovamente il
suo rispetto. Molti furgoni avevano già abbandonato quel
Borgo, smarrito sugli Appennini.
Trascorsa la mezz’ora, d’obbligo per gli eventuali reclami,
furono ritirate le poche moto e quando giunse il suo turno,
Manuel delegò Vittorio che salì sul palco per ricevere l’elogio
e la meritata coppa del fratellino pilota. Il suo volto era
compiaciuto. Si sentiva soddisfatto di fronte a quella platea di
volti familiari; gli stessi che incontrava negli appuntamenti
domenicali del Campionato Regionale: il grande circo seguiva
puntualmente il proprio calendario.
Non restava che tornarsene a casa.
– Vergognati; sei arrivato ultimo nella 125 e ti hanno
anche premiato! –
Vittorio scherzava però era convinto che se Manuel si fosse
reso conto di ciò che stava succedendo, si sarebbe impegnato
per vincere; il distacco dal primo era minimo.
In realtà aveva ragione: Manuel era arrivato secondo su due,
quindi ultimo!
– E i ritirati non li conti? La 125 è la categoria più
numerosa e più agguerrita; in due, abbiamo vinto su tutti! – Gli
rispose secco; per puntualizzare, ma poco importava.
La sua coppa testimoniava un evento ancor più rappresentativo
che un semplice buon risultato; rilevava il distacco abissale dai
suoi avversari in termini di performance generale. Quella gara
aveva messo in luce il punto debole dei numerosi piloti del
Regionale: mancavano di tenacia.
Rimaneva Ponte Nizza, da disputarsi la domenica successiva.
La sua moto andava ricontrollata da cima a fondo.
Mentre erano in viaggio aveva informato il fratello che

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la ditta per la quale lavorava Andrea, non avrebbe più svolto il
lavoro d’imbiancatura dello stabile in Milano Due. Gli chiese
se potesse portare in officina gli attrezzi ed i secchi di vernice
rimasti nel cantiere.
Forse Manuel intendeva riporli nella stanza segreta, oltre
l’armadio. Non conosceva ancora né l’esatta entità e neanche il
reale valore del bottino, ancora celato in quegli impropri
contenitori. In quel momento, aveva altro per la testa cui
dedicarsi con priorità.
Il pomeriggio del giorno dopo iniziò a smontare diversi pezzi
della sua moto e nonostante l’accurato lavaggio, quel fango
ancora avvolgeva, impastato, le parti più interne.
Gli pareva incredibile che dopo quel calvario, la moto fosse
ancora funzionante. Nel ripensarci gli sembrava inverosimile di
aver percorso, realmente, quei sentieri di rocce viscide come
sapone, affioranti, scavate dalle ruote tassellate di quattrocento
moto incontenibili, viaggiando sotto una pioggia torrenziale
che impediva quasi di respirare. Sembrava il tratto di uno dei
suoi incubi in cui il protagonista, forse lui, fuggiva sbandando e
sbattendo contro le foglie appesantite dall’acqua che
precipitava a catinelle. Annaspava e fuggiva ininterrottamente
braccato. In difficoltà e con gli occhi offuscati, continuava a
fuggire nella penombra di un sottobosco infinito; in salita, in
discesa, guadando acquitrini e ruscelli ingrossati. Gli
inseguitori sempre alle calcagna, instancabili e sempre più
prossimi, continuavano a braccarlo.
Mercoledì sera si recò al M.C. Madunina; era un appuntamento
monotono ma doveroso. Doveva inoltre ragguagliarsi sulla gara
successiva. Nessuno si sarebbe complimentato con lui perché
erano tutti antagonisti tra loro, ma, nel salutarli, si accorse di
una maggiore predisposizione nei suoi confronti; anche il
presidente gli volse attenzione, scambiando il saluto.
– Oooh! Salvo. … Benvenuto tra noi! –

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– Buonasera signor Guazzoni. – Era la prima volta che
riceveva quel tipo di saluto, però avvertiva disagio; gli
sembrava un ambiente difficile.
Giovedì, a spasso con il Mucchio Selvaggio, si sarebbe
sicuramente svagato. Era rimasto lontano dal branco, ben
quattro giorni; la frenesia d’incontrare i suoi amici cresceva,
quasi incontenibile.
In quei giorni era rimasto indaffarato, quasi tutto il tempo, in
officina. I suoi amici più armonizzati passavano a trovarlo, per
fargli compagnia. S’era dedicato al controllo generale della sua
moto. Sembrava perfettamente a punto per il nuovo confronto.
La preoccupazione più frequente, soprattutto se veniva distratto
durante il suo lavoro, constava nel fatto che gli fosse sfuggito
qualche verifica.
Alle nove e mezza, parte del gruppo era già andato via dal
parco. Trovò Andrea, Marco e pochi altri, davanti al bar; anche
loro comodi ritardatari.
Manuel chiese ad Andrea il perché, gli altri, fossero andati via
così presto e perché lui fosse rimasto.
– Fernando ha proposto un programma che non mi
piaceva per niente; a volte esagera paurosamente. Non si rende
conto di quali guai può combinare. E’ impensabile che continui
a filare tutto liscio; ogni gioco è bello quando dura poco! – Gli
rispose scuotendo la testa per avvilimento.
Non aggiunse altro. Appariva scosso ed innervosito.
Valentino e Sogliola iniziarono a salire in auto con Andrea
mentre Marco e Manuel infilarono le moto nel retrobottega del
padre di Valentino, poco distante.
– Wurstel e crauti in Piazza Santo Stefano. C’è
dell’ottima birra. Poi vedremo cosa fare. – Suggerì Marco.
Si trovarono d’accordo. Alle undici e mezza stavano rientrando
verso il parco. Il Viale Papiniano era bloccato da un insolito
traffico. Presero vie interne: Via Ariberto, Via Vico, fino in

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fondo, per sbucare oltre il carcere di San Vittore. Anche in quel
punto la circonvallazione era intasata di auto; si accodarono al
traffico. Poco più avanti avrebbero deviato in Piazzale
Aquileia. Ambulanze a sirene sciorinate cercavano di penetrare
l’intasamento. Quattro auto erano state coinvolte in un
incidente, ma stranamente, erano finite addosso al muro di
cinta di un palazzo, di fronte al carcere, come se nessuno degli
autisti si fosse accorto della curva secca che in quel punto,
coincide con l’angolo della Casa Circondariale. Il lento
scorrere gli permise di osservare l’accaduto: sdraiato a terra,
inerme, un uomo ben vestito, con colpetti di tosse rigurgitava
sangue dalla bocca; una macchia scura si allargava sulla
camicia bianca producendo una visione sconcertante.
– Quell’uomo sta morendo! – Disse Sogliola con un
groppo in gola.
Alcuni soccorritori, improvvisati, cercavano di aiutare le
persone rimaste incastrate nelle altre vetture.
L’impatto era stato violento.
Svoltarono a destra, per raggiungere l’abituale ritrovo.
– Hai visto la chiazza d’olio al centro della strada? –
Chiese Andrea, battendo la mano sul ginocchio di Marco. – E’
stato Fernando! Sono usciti con due taniche d’olio bruciato.
Poteva scegliere un posto meno pericoloso; è un imbecille!
Dopo questo fatto, …eviterò di uscire con lui e la sua
combriccola! – Ascoltando quelle dichiarazioni, i suoi tre amici
rimasero allibiti e senza parole.
– Sono d’accordo con te. Abbiamo toccato il fondo. E’
arrivato il momento di voltare pagina. – Aggiunse Manuel,
dopo un paio di minuti di silenzio.
Al parco, Fernando non c’era, ma la presenza di diversi
ragazzi, provava che erano già rientrati dalla loro missione
serale. Tutti parvero ben informati dell’accaduto, ma negarono
il loro coinvolgimento. Assicurarono che Fernando fosse già

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andato a casa. Avevano, ancor prima, attuato l’espediente in
Piazza Arcole ma con scarsa soddisfazione perché il luogo, in
quell’ora serale, era poco trafficato.
Il pomeriggio successivo correva voce che Alex e Claudio
fossero andati a denunciare il misfatto. Chi l’avrebbe bevuta?
Poco verosimile; anche loro erano impegolati in molte, losche,
vicende. I confronti si accesero a tal punto che stava per
sorgere una baruffa. Con buon senso, ognuno lasciò correre in
quanto nessuno era in grado di assumere posizioni, senza
imbattere in grossi rischi; ognuno v’era compromesso.
Quella sera il parco rimase deserto. Manuel s’era fatto prestare
l’auto dal fratello e per la prima volta, aveva invitato Alberta
ad unirsi ai suoi stretti amici: Andrea, Valentino, Sogliola,
Graziella, Marco, e Cinzia. Finirono in una discoteca, nei
pressi di Viale Monza: lo Show Club. Nel locale avrebbero
incontrato la cugina Romina in compagnia di nuovi amici.
Romina era cartomante per diletto; un dettaglio stuzzicante.
Durante la serata, la curiosità lo spinse a svagarsi
sull’argomento; Manuel le sottopose l’interpretazione di un suo
sogno. Con tono ironico le spiegò l’incubo più ricorrente.
– La Morte osserva, dall’alto di una collina, dei ragazzi
che giocano una strana partita di pallone; sono sparsi nel mezzo
di un ampio campo e l’erba è molto alta. –
Flora, l’altra cugina, rimase attratta dalle prime battute, ma per
lei era logico; non si sarebbe persa il volo di una mosca.
– Dai racconta! – Suggerì, stringendosi sul divanetto.
– In moto, rincorrono la palla con uno schema che
sembra, ogni volta, sconosciuto, ma è sempre lo stesso!
L’erba si risolleva dopo il passaggio della moto, nascondendo
la traccia del giocatore. E’ impossibile vedersi l’uno con
l’altro, ma si riesce lo stesso a passarsi la palla, senza sbagliare.
I giocatori sono numerosi e mi ricordano tutta la comitiva del
Solari però, gioca, gioca, la palla non entra mai nelle reti.

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I due portieri invece sono sconosciuti.
E’ facile identificare le voci di ognuno e la rispettiva posizione.
La partita si sviluppa con un entusiasmo sempre crescente
finché non mi capita di segnare un goal; sempre io!
A quel punto, tutti avvertono che la palla, bucando la rete, è
scomparsa lontana e non c’è alcuna possibilità di riprenderla.
La partita termina così e l’ombra della Morte si espande
risucchiando la luce, progressivamente. Si dirige verso di noi,
avvolgendo l’intero campo di tetra atmosfera. Percepisco il
terrore di tutti, compagni ed avversari; ognuno rimane incapace
di muoversi e di sottrarsi eppure già so che brama solo me.
Spiegami, secondo te, cosa vuol dire. –
Romina, ascoltandolo, s’era già preparata una spiegazione.
– Io penso che sia un monito che tu fai a te stesso. – Si
propose, risoluta.
– Spiegati meglio. – Chiese ancora.
– Molti dettagli dovrebbero avere un preciso significato
ed andrebbero analizzati con calma. Il sogno è solo tuo; tienilo
ben a mente! In pratica, segui delle regole, vivi le tue giornate,
ma in prevalenza stai rischiando costantemente qualcosa per
ottenere un risultato che in fondo, per te stesso, non è molto
rilevante e ti ostini a perseguirlo, anche se i tuoi momenti sono
già soddisfacenti così come sono, anzi appaganti. Quando
raccoglierai quel tuo successo, personale, ciò che ami svanirà.
Il giorno ti confonde, ma il sonno restituisce tutte le verità;
nessuno ci bada! Tu invece hai già intuito il tuo domani. –
Romina smise di parlare.
– Non c’è altro? Non mi è chiaro niente! Che cosa
svanirà? Mi sembra che sia ancora tutto da decifrare. –
- Non ho finito. Ascolta! –
Tutto finirà e sarai costretto ad iniziare una nuova vita, forse
peggiore. Anzi la peggiore che tu riesca ad immaginare. – Si
spiegò senza esitazione.

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Manuel era compiaciuto della perspicacia della cugina, ma
abbozzò pensieroso.
– Comunque non lasciarti influenzare perché in genere,
i sogni sono la rappresentazione inconscia del proprio presente,
non del futuro. – Aggiunse Romina, con tono rassicurante.
Ponte Nizza, ultima tappa prima delle finali; sembrava
la solita gara dell’Oltrepò Pavese. Alte colline di vigneti e
rigogliose coltivazioni erano raggiungibili attraversando
lunghissimi tratturi, ben tenuti dagli stessi coltivatori. Alcuni
tratti del percorso di gara s’inoltravano nelle foreste della
catena appenninica. Era un appuntamento, quasi annuale, che
non appariva particolarmente impegnativo; le Prove Speciali
avrebbero stabilito le graduatorie finali.
Manuel vi prese parte ritenendola una passeggiata.
Fu nella Seconda Speciale, verso la metà del terzo giro che la
moto gli fece un tiro mancino. Una lunga e serpeggiante salita,
divenuta quasi impraticabile per il fondo fangoso, rimescolato
di continuo dal passaggio dei concorrenti, costringeva i piloti
ad incolonnarsi e procedere con la prima marcia. Manuel aveva
abilmente superato altri corridori; erano intenti a salire
aiutandosi con la spinta delle gambe. Le loro ruote giravano a
vuoto sollevando argilla sul concorrente che seguiva. Sapeva
che ogni esitazione sull’acceleratore lo avrebbe indotto alla
stessa conseguenza; anche lui non sarebbe più riuscito a
riprendere il ritmo su quel viscido fondo argilloso. Percorse il
primo tratto di salita sulla mezza costa del canalone, tutto in
seconda marcia, sviolinando ripetutamente con la frizione per
non far calare il motore che soffriva il peso della marcia, del
fango e della ripida pendenza ma se tenuto al massimo dei giri,
sarebbe riuscito ad erogare la potenza sufficiente per superare
quella dura prova. Con i polsi serrati e due dita libere sulla leva
della frizione, riuscì a sostenere l’andatura per alcune centinaia
di metri, infine fu proprio la frizione ad abbandonarlo. La moto

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rimase ferma sul costone di sinistra, mentre i piloti che aveva
da poco superato, seguendo il loro stesso incanalamento, gli
ripassavano accanto. Perse un po’ di tempo armeggiando con il
cacciavite, ma la frizione era finita. Raggiunse il paese in
controsenso, quando la gara si era già conclusa. Senza
indugiare, radunò le sue cose per abbandonare il luogo.
Nel piazzale dell’arrivo, uno di quei piloti gli si avvicinò
rivolgendogli una frase insinuatrice.
– E’ stato un bene per te che ti sia ritirato altrimenti
avrei esposto reclamo, facendo controllare la cilindrata del tuo
motore. – Parole secche che non esigevano risposta.
Era Felicio, lo conosceva com’era d’obbligo conoscersi, però
non si sarebbe aspettato questa sconsiderata reazione. Manuel
non gli rispose; rimase sorpreso e senza parole. Era ben
conscio del fatto suo, ma quell’antagonista gli aveva già girato
le spalle. Gli era passato a fianco, di proposito, come se fosse
un suo obiettivo primario. Era ancora abbigliato da gara e
completamente impregnato di fango, a tratti già asciutto.
Teneva il casco in mano e ballonzolava leggermente, quasi
trascinando gli stivali, appesantiti dall’argilla; aveva l’aria di
chi fosse appena uscito da un brutto teatro. S’era incamminato
verso il suo furgone, incurante di una reazione di Manuel.
– Appena tiri fuori la testa dal sacco ti saltano tutti
addosso! …Quest’episodio non peggiora il mio risultato: ho
rotto il motore, non ho terminato la gara, quindi zero punti per
la mia classifica. – Pensò tra se. – …Caro Felicio, ti ho stupito!
Pur essendomi ritirato, ti ho sbalordito! Le tue chiacchiere non
cambiano i fatti. – Imprecava, ma erano solo pensieri.
Una sottile soddisfazione sbocciava in cuor suo perché ora
conosceva il risentimento di uno di quei piloti intravisti a
sgambettare nella salita, resi irriconoscibili dal fango; lo aveva
brillantemente superato nella Seconda Speciale! Si trattava di
un valido candidato alle finali: un suo diretto rivale.

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Quella frase gli aveva accentuato il malumore già a terra per la
rottura della frizione, avvenuta nel frangente più importante
della competizione. Finora non gli era mai successo di restare
appiedato in gara; il fatto gli produceva una bruttissima
sensazione di sgomento, unito ad un desiderio, nervoso, di
rivalsa. Diede un calcio ad un barattolo che sfiorò Felicio di
pochi centimetri, volando via per una trentina di metri. Il pilota
procedeva con lo sguardo fisso a terra; neanche se n’accorse.
I giochi erano ormai fatti. Questo ritiro andava a compensare il
fallimento che i suoi diretti avversari avevano subito nella gara
precedente; quasi certamente sarebbe stato selezionato ed
avrebbe avuto accesso, per somma di punti, alla rosa dei
finalisti. Poteva già tornarsene a casa.
E’ ancora domenica. Alle nove di sera era pronto per
uscire. Alberta aveva accettato il suo invito a sorpresa.
Andarono a degustare un buon gelato nella gelateria di Via
Torricelli, poco distante dalle rispettive abitazioni. Seduti
davanti ad un tavolino, in disparte, cominciarono a sorridere di
un signore stravagante che solo, quasi di fronte a loro,
leggendo il giornale, continuava a guardare l’orologio e poi la
strada, allungandosi con il collo, per poter meglio osservare.
Manuel gli fece il verso pescando un quotidiano, impilato in un
mobiletto alle sue spalle. Aprì il giornale, ma dopo qualche
istante cambiò espressione; era rimasto attratto da una notizia
che forse lo riguardava. Lo richiuse immediatamente,
posandolo, ripiegato, sul tavolino. Il quotidiano era vecchio di
un paio di settimane e più tardi, gli fu concesso di portarselo.
La notizia che lo aveva attratto, descriveva il furto ad una
gioielleria del centro di Milano la cui refurtiva sarebbe
ammontata a circa ottomiliardi di lire, sommati tra orologi,
gioielli e diamanti. Era convinto che la cifra fosse gonfiata, ma
certamente, sarebbe stato meglio iniziare a preoccuparsi del
contenuto di quei secchi; un simile ammontare non si lascia

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decadere e prima o poi, qualcuno avrebbe bussato alla sua
porta, pretendendo tale refurtiva.
– Sono stato un babbeo nel sottovalutare quest’aspetto
dell’operazione. – Pensò, celando disappunto.
Rimuginava che non si poteva rinunciare ad un sudato premio
collettivo. Chiusero la serata girovagando per le vie del centro
con l’auto del fratello. Parlavano approfonditamente del
rapporto uomo donna, elaborando i rispettivi punti di vista.
Alberta risultava attratta dall’inconsueta emancipazione, in
controtendenza, del suo nuovo partner; pur dimostrandosi
radicato conservatore, non poneva freni all’indipendenza
femminile, anzi era compiaciuto da quel desiderio di
responsabilità, manifestato dal sesso debole ma temeva per
loro. In fondo, a parte l’aborto, non era affare suo, poiché era
un maschio e quei pensieri, già lo sapevano, si sarebbero
disgregati al primo confronto con la realtà. Le allegre note
country dei Creedence Clrearwater Revival fecero da
sottofondo, poi Cat Stefens e Demis Russos, incisi su nastri
stereo otto, senza fine. Evitò di salire nell’appartamento della
ragazza; si congedarono davanti al portone verso mezzanotte.
Il mattino successivo, già alle otto, comprò altra pittura, presso
un colorificio fuori mano; caricò sul furgone quattro nuovi
secchi e si premurò di depositarli subito nel seminterrato.
La sua moto era rimasta infangata, a piombo sul cavalletto, al
centro del comodo spazio; anche in quello stato emanava il suo
possente fascino. Le girò attorno, lentamente, per raccogliere il
denso sentimento che l’insieme sprigionava. Doveva lavarla e
controllarla ma sentendosi tradito, si sottrasse perfino dal
toccarla. Andò a rigenerarsi nel bar più vicino, dove era sicuro
di trovarci la sua birra scura preferita.
Due persone, corpulente, stavano aspettando il suo rientro.
Statiche come sentinelle, si erano poste a qualche metro dalla
porta del seminterrato; appena ebbe inserito la chiave nella

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serratura, gli si avvicinarono.
– Sei tu Manuel? – Chiese uno di loro.
– Si, sono io. Voi chi siete? –
– Ci manda Salvatore! – Rispose uno. – Dobbiamo
parlarti di una certa cosa. – Aggiunse.
S’era già avvicinato alla porta e Manuel li fece entrare, senza
esitare. I due, anziché parlare, cominciarono a guardarsi attorno
rimanendo muti. Il primo si diresse verso il vecchio tornio; aprì
le ante del mobile, dove erano riposti gli utensili dedicati ad
esso. Dopo una rapida occhiata si allontanò senza neppure
richiuderle. Il secondo fece la stessa cosa, controllando
l’armadietto degli utensili della fresatrice. Cominciarono ad
osservare, con maggiore attenzione, la scaffalatura appesa al
muro che occupava tutta la parete più lunga, opposta alle
finestre. Diedero uno sguardo anche ai ripiani dei due banconi
da lavoro, sistemati sotto le finestre. Per terminare la loro
ispezione, rimanevano i due armadi. Manuel già si domandava
come mai li avessero lasciati per ultimi. Precedendoli, di sua
iniziativa, si decise a spalancarne tutte le ante. Entrambi
cessarono le ricerche; furono attratti dai quattro secchi di
pittura per muri che erano apparsi, ben evidenti, nell’armadio
più grosso. Ne presero subito due a testa e guadagnarono
l’uscita con passo rapido; la loro missione sembrava conclusa.
– Ehi, quella pittura non è mia! Dove la portate? –
Esclamò Manuel.
– Non preoccuparti; ti sarà ripagata! – Udì le parole del
più loquace, mentre entrambi scomparivano oltre la porta.
Manuel era quasi certo che sarebbero ritornati. Forse per
restituirli ma sarebbero stati d’altri atteggiamenti ed anche più
pretenziosi. Un tempismo fortuito! Aveva seguito il suo intuito
e rifonderci un po’ di vernice gli era valso a capire; aveva
meditato che le sue precauzioni fossero state eccessive, ora
invece si sentiva angosciato del contrario.

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– Accidenti! Sono riusciti a seguire gli spostamenti dei
quattro secchi, quindi anche il carabiniere che ha intercettato
Andrea, è coinvolto! E’ stata l’unica persona che abbia potuto
notare il carico del furgone. Vittorio ha trasferito i secchi
durante il sabato della scorsa settimana. Avranno prima
setacciato, senza risultato, anche i vari appartamenti del
cantiere. Magari saranno venuti più volte ad appostarsi,
aspettando che io entrassi nel mio locale. O forse, quel
carabiniere, ha steso un semplice rapporto che analizzato con
maggior interesse, da chi di dovere, infine li ha condotti da me,
direttamente a caccia di quei secchi intravisti sul furgone. Ad
ogni modo la frittata è fatta e questo è il seguito di cui mi
preoccupavo; nulla di nuovo! Non conviene neanche far nulla
per modificare la situazione. I secchi con la refurtiva, per ora,
sono al sicuro. Che gli eventi seguano il loro corso! Si dice che
la cacca più la mescoli e più puzza; bisognerà saper attendere
con la calma prestabilita! –
Con questi pensieri ritornò alla sua moto. Doveva ripresentarsi
perfetta per la prima finale. Il tutto non era facile.
Nel primo pomeriggio gli fece visita Giovanni, il vicino
ricettatore, curioso come sempre di sentire il resoconto della
gara domenicale. A sentirlo parlare, con giusta cognizione,
sembrava fosse un autentico patito di moto. Forse non esisteva
un reale secondo fine nelle sue manifestazioni d’interesse.
Giovanni era il tipo informato su tutto, ma non era possibile
che potesse sospettare, liberamente, di un coinvolgimento di
Manuel nel furto alla gioielleria. Manuel non si era mai
sbilanciato in confidenze, riguardanti le vicende private; pensò
che avrebbe potuto azzardarsi, nel piazzargli qualche pezzo.
– Persone conosciute mi hanno offerto della refurtiva.
Per me è troppo costosa perché la vendono in blocco. A me
basterebbe un solo pezzo. Ti anticipo che sono persone
pericolose; è inutile tentare di fare i furbi! E’ indispensabile

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che ci sia correttezza. –
– Di cosa si tratta? – Gli rispose Giovanni, incuriosito.
– Rolex nuovi, ancora con il cartellino del prezzo. Una
dozzina di Rolex di diversi modelli. –
– Sono orologi molto richiesti. M’interessa! Se è vero
che sono nuovi, posso offrire il 30% del loro valore e
sicuramente, n’esce uno gratis per te. – Manuel rimase
sorpreso.
Di fronte a quelle battute, così risolute, ebbe il sospetto che
poteva essere un trabocchetto. Cominciò a scrutare l’amico con
un filo di diffidenza. Il 30% parve un prezzo da esca, ma valutò
che Giovanni fosse in grado di rivenderli al costo di listino.
– E il pagamento? – Chiese ancora, quasi rinunciatario.
Voleva soppesarlo ulteriormente.
– In contanti, chiaramente; in queste situazioni niente
assegni! E’ sufficiente che tu mi dia il preavviso di un giorno. –
Manuel rimase ancora incredulo, per la semplicità con cui s’era
sviluppata una simile trattativa. Volle crederci.
– Proporrò ciò che mi hai detto; se non li hanno ancora
venduti, domani ti darò conferma. – Ripresero a parlare della
gara e delle prove speciali.
Dopo un quarto d’ora, Giovanni andò via; era giunto il
momento di riaprire il suo negozio.
L’indomani, Manuel gli confermò che l’affare si poteva
realizzare. Aveva, informato Marco ed Andrea ma non solo per
correttezza. Mercoledì, verso le dieci del mattino s’incontrò al
bar del parco con i due amici; aveva già preparato
personalmente un sacchetto di carta che conteneva quattordici
orologi. Vi aveva infilato anche il revolver. Il sacchetto,
arrotolato su se stesso, passò nelle mani di Marco che avrebbe
dovuto avviare personalmente la trattativa e se il prezzo,
riportato sui cartellini, fosse stato accettato, sarebbe dovuto
uscire, da quel negozio, con diciotto milioni di lire in tasca. Il

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doppio di quella cifra sarebbe stato sufficiente per acquistare
un appartamento di tre locali, in zona Ticinese.
– Stai abbottonato; è carica! Non usarla! Solo se
necessario, mostrala per intimidire. – Marco annuì, sicuro di se.
Mentre Andrea aspettava in auto, quasi di fronte alle due
vetrine, Manuel per evitare sorprese, s’era parcheggiato con la
sua moto, sullo stesso marciapiede, a dovuta distanza dal
negozio; poteva succedere di tutto! Quel presentimento era
inquietante, soprattutto per Manuel. Gli sembrava molto più
pericolosa l’attuale situazione, piuttosto che la precedente
esposizione notturna; aveva chiari sospetti che la gioielleria del
centro, fosse stata predisposta proprio per essere svaligiata.
Guardò più volte l’orologio, impaziente. Erano trascorsi solo
dieci minuti, ma gli sembrava un’eternità.
– Eccolo! – Bisbigliò tra se, con un sussulto.
Marco stava uscendo dal negozio; spigliato, entrò in macchina,
mentre Andrea aveva già avviato il motore. Svoltarono in Via
Scaldasole. Manuel si accorse che un’altra auto fosse partita,
quasi simultaneamente, svoltando nella stessa via. Mise in
moto il Ktm e partì a sua volta, a tutto gas. Si pentì di quella
trovata fuorviante; avrebbe potuto tentare lo scambio nel suo
stesso locale, ma gli era parso privo di spiragli. Li raggiunse
rapidamente ed Andrea l’aveva già scorto nello specchietto;
passandogli a fianco riuscì a comunicare con i due amici.
– C’è una Giulia che vi segue! Appena svoltate in Via
San Vincenzo, passatemi il sacchetto. – Sfilò via senza
attendere conferma. Li attese oltre l’angolo, all’incrocio tra Via
Ariberto e Via San Vincenzo. Riuscì a recuperare il sacchetto
con i soldi ed il revolver. Manuel aveva già svoltato nella via
parallela, per ritornare nella sua officina. La Giulia 1300,
un’Alfa Romeo amaranto scuro, attraversò l’incrocio alle loro
spalle ma proseguì dritta per Via Ariberto; forse s’era trattato
di un falso allarme. Marco ed Andrea si fermarono davanti alla

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gelateria di Piazzale Cantore. Rimasero in auto per un po’ e
infine si decisero ad entrare nella gelateria; ordinarono la loro
utile consumazione di circostanza.
Non tenevano argomenti; quei rapidi eventi avevano tolto ad
entrambi ogni parola. Mangiarono d’inerzia il contenuto della
solita, gustosa, gran coppa di gelato misto, restando seduti ad
un tavolino interno. Rimasero assorti nei loro pensieri, per tutto
il tempo, ma nel loro animo s’era già insinuata la contentezza
di chi aveva percepito che anche in quest’occasione, fosse
andato tutto per il verso giusto.
Nel tardo pomeriggio, in un breve incontro, sempre al bar di
fronte alla Piscina Solari, dinanzi a tre birre scure, Manuel
consegnò una busta a testa, contenente sessanta biglietti da
centomila. Prima di congedarsi, suggerì ad entrambi che
sarebbe stato meglio per tutti anticipare le vacanze perché
prevedeva che nei giorni successivi, avrebbe ricevuto notevoli
pressioni da Salvatore, finalizzate alla consegna della refurtiva.
– Probabilmente marcheranno, a vista, ognuno di noi, in
maniera serrata, per meglio orientare il colpo decisivo; si
muovono come poliziotti, non come delinquenti comuni. Forse
Pietro era realmente un loro informatore e qualcun altro del
Solari potrebbe svolgere lo stesso ruolo; sarà bene evitare di
farci notare in combutta. – Non aggiunse altro.
Salutò chiudendo il palmo d’entrambe le mani. Uscì per primo
e si allontanò in moto, anche da tutto il resto.
Sarebbe stato necessario puntualizzare altri particolari che lo
stesso andavano affrontati. Pensò di non essere tenuto a
sottovalutare i due compagni. Lasciò il parco, convinto che non
vi sarebbe più ritornato. Marco si aggregò al Parilla ed ai soliti
amici. Questi, senza porsi eccessivi problemi, avevano già
superato le contrarietà che si erano evidenziate dopo i gravi
incidenti dell’olio bruciato; non avevano mai cessato
d’incontrarsi. Invece un gruppetto più appartato parafrasava

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con Fernando; la sua verve era rimasta inalterata: teneva banco!
Lui stesso aveva già accantonato l’episodio raccapricciante e
c’erano anche Semola e Mateus ad animare il suo argomento.
Altri nuovi eventi già marchiavano il loro tempo, eludendo il
ricordo di quella piaga ormai vecchia e scaduta.
Andrea sorseggiava a fatica il suo boccale di birra, la trovava
amara, ma non vi rinunciava. Più tardi ritornò a casa, solo,
ancor fermo sulla sua decisione; ponderava che quell’ambiente
non avesse più nulla da offrirgli.
Aveva trovato il negozio di Giovanni ancora aperto; un cliente
lo teneva impegnato dietro al bancone, facendosi mostrare
svariati braccialetti d’oro. Manuel iniziò a curiosare osservando
la merce esposta nelle vetrinette interne; per certo, non reggeva
il confronto con la gioielleria di Via Vitruvio, ma conoscendo
le prerogative dell’orafo, dubitava fermamente che ciò che
fosse esposto, rappresentasse realmente la migliore mercanzia
di quella bottega.
– Ciao Giò, com’è andata questa mattina? – Recitò
– Perfetto! Non abbiamo perso tempo in discussioni.
Le tue anticipazioni sono servite a rendere tutto più semplice.
Ho da darti qualcosa che ti spetta. –
Infilò la mano nel suo borsello a tracolla, estraendone il
cofanetto con l’orologio che gli aveva promesso.
– Grazie Giò. In futuro ti terrò presente; può darsi che si
ripresenti un’occasione simile. – Gli parve ovvio.
– D’accordo. Tienimi informato. –
Si salutarono, entrambi soddisfatti.
Il Rolex era diverso da quelli consegnati, ma per tanti motivi,
ritenne che il premio fosse giusto e d’avanzo; un simbolo certo.
Aveva lasciato il parco da circa mezz’ora e già n’avvertiva la
mancanza. Ora non sapeva più dove andare però aveva in tasca
sei milioni per colmare tale lacuna.

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Capitolo VIII

Era appena rientrato, ma la madre non rispose, neanche


al suo saluto; lo informò che aveva ricevuto delle telefonate.
– Roberto, poi ha detto Sogliola; ha telefonato anche
ieri sera e la precedente. –
– Adesso me lo dici! Sogliola è il soprannome, lo
chiamiamo tutti: Sogliola, perché un paio di volte ha appiattito
la marmitta, sbattendo contro gli alberi nei veloci sottoboschi
di Tradate; uscivamo spesso in moto, durante le domeniche
dell’inverno scorso, insieme veniva anche Stefano, il fratello di
Gianni. Li conosci tutti! –
Rapidamente, compose il numero dell’amico
– Sogliola! E allora? Se non ci sono, vuol dire che non
ci sono. Potrei essere impegolato con una bionda che non mi da
tregua! –
Mentre si pronunciava scoppiò a ridere; anche Sogliola rideva
all’altro capo del filo. I due ironizzavano, sempre, banalmente.
– Ciao Roby, dunque che mi dici? Mia madre mi ha
informato, solo adesso, che mi avevi cercato. –
– Niente. Mi chiedevo che fine avessi fatto; non ti fai
più vedere ne sentire. –
– Si, hai ragione, ma dopo l’incidente vicino al carcere,
ho preferito evitare il Mucchio. –
– Va bene; lo avevamo già deciso, ma se ognuno se ne
resta a casa, nessuno se ne va più da nessuna parte.

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Organizziamo qualcosa per venerdì sera. Magari usciamo con
il gruppo di tua cugina. –
– Non so; devo sentirla! Se non sarà possibile ci
organizzeremo diversamente. … –
Andare di nuovo in discoteca non sarebbe stato il massimo ma
restarsene in casa, di venerdì sera, a guardare la TV in bianco e
nero, era una prospettiva sconfortante.
– …Mateus mi ha riferito che gli hanno offerto, in
blocco, cinque televisori a colori al prezzo di un milione e
mezzo. Io potrei prenderne uno, un altro lo prende lui, se ci stai
anche tu, mancano solo altri due acquirenti. E’ un’anteprima
straordinaria! Che ne dici? –
– Dici bene! Corre voce che la RAI dovrà trasmettere a
colori. Sentiamoci domani, può darsi che a mia madre interessi.
…Aspetta un momento! Io non ti capisco; ti sei già dimenticato
della colossale fregatura che ci ha rifilato Pietro? Dai retta a
me: lasciali perdere! – Forse Sogliola aveva ragione.
– E’ vero! Potrebbe essere un’altra fregatura. Sì,
Mateus è uno dei nostri, però anche lui può sbagliarsi. Hai
ragione: è meglio lasciar correre. Converrà ricordarlo anche a
Mateus. D’accordo, ci risentiamo domani! Ciao Roby. –
Poteva comprarselo al momento giusto, a prezzo pieno, in un
negozio fidato. Non gli era facile abituarsi alla nuova ipotesi di
poter fare acquisti fuori delle sue consuetudini. Era restio a
spendere grosse cifre e non voleva insospettire nessuno,
specialmente in famiglia.
Ogni mercoledì chiedeva un po’ di soldi, per l’iscrizione alle
gare, ora che non lo aveva fatto, era stata la madre ad offrirli.
Aveva intenzione di rifiutarli, ma nascondendo quel nuovo
imbarazzo, per non incuriosirla, li accettò, come sempre; non si
era mai verificato che potesse sentirsi a disagio. Una volta
tanto gli pesava il fatto di aver tradito la sua fiducia; la madre
lo aveva sempre privilegiato nelle concessioni e pensava che si

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sarebbe meritata maggiore considerazione.
Avvertiva un senso di colpa verso il genitore! Spuntava un
chiaro rimorso, per averle manifestato solo ciò che gli era parso
opportuno. Forse neanche il fratello poteva comprendere la sua
situazione; in cambio n’avrebbe ricavato sola umiliazione! La
sua rivalsa lo aveva spinto ben oltre le prime intenzioni; era
caduto dalla padella, nella brace. Il giro lo stava assorbendo e
senza accorgersi, si stava inserendo nel mondo dei loschi
individui, ma continuare a restarne al margine era ancor più
pericoloso che giostrarci dentro; nessuno gli copriva le spalle.
Il gioco gli era piombato tra capo e collo ed era opportuno
rifletterci. Gli ritornò spontaneo paragonarsi con Fernando: lui
raggirava la madre con disinvoltura e tante menzogne. Dedusse
che moralmente, le affinità erano inesistenti, poiché non si era
mai premurato di ingannare i propri genitori con false
giustificazioni ma lo stesso, quella realtà restava di fronte. Ora,
valutava che sarebbe stato un duro colpo, se avessero intravisto
l’aspetto sommerso che era maturato negli ultimi due anni.
In quel momento gli era impossibile porvi rimedio; non poteva
sottrarsi al ciclo di vita con cui si stava misurando.
I motociclisti erano quasi tutti della stessa pasta: si rubavano le
moto a vicenda; si era abituato a loro. I fatti correlati con la
gioielleria non appartenevano al suo mondo e non era
argomento di una sua rivalsa! Non si sentiva per nulla
vaccinato per tali espedienti. Non esistevano pendenze
personali nei confronti dei gioiellieri.
Si riteneva insoddisfatto dell’ultimo operato.
Aveva contribuito, come semplice pedina, al concretarsi di una
combutta truffaldina a danno delle assicurazioni ma era stato al
gioco e n’aveva tratto profitti. Aveva il sospetto che anche il
gioielliere vi fosse loscamente coinvolto; quest’idea lo
alleggeriva dal peso delle sue responsabilità. Gli sembrava di
prendere tutto sottogamba. Pur consapevole, rifiutava il

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concetto che la situazione sarebbe stata fuori portata; l’avrebbe
risolta! Doveva reagire in fretta al ricatto che stava subendo,
ponendovi una sua soluzione definitiva.
Ci meditava tenacemente.
Più tardi, uscì ancora con Alberta. Ebbe la sensazione di essere
seguito; notò la presenza costante di un faro di motocicletta,
negli specchietti del Mini Cooper che gli aveva concesso
ancora il fratello ma forse si trattava di quella mania di
persecuzione che lo affliggeva e che gli faceva vedere gli occhi
di un qualcuno sempre puntati su se stesso. Rientrando, per Via
Sabotino, fu fermato da un posto di blocco dei Carabinieri;
invitato a scendere, perquisirono l’auto da cima a fondo, fin
sotto i tappetini. Gli frugarono anche le tasche dei pantaloni
facendogli rovesciare le fodere. Guardarono dentro il
portafoglio. Forse cercavano droga oppure tracce di refurtiva di
piccole dimensioni; pensò ai diamanti di Salvatore e se le cose
fossero state così, sarebbe stato un indagato. Infine, chiese che
cosa stavano cercando; gli restituirono i documenti, asserendo
che si trattava di un controllo di routine! Proseguirono.
Poco distante, in Via Bligny, si fermarono davanti alla pizzeria
“La Fiorentina”, per rinfrancarsi con la speciale focaccia e
mozzarella che in quel posto era buona come da nessun’altra
parte. Mentre accostava, una moto passò via e pochi metri più
avanti, si accese, per un istante, il suo fanalino dello stop, ma
fu solo un’esitazione perché il ragazzo proseguì dritto, però
s’era voltato velocemente verso l’auto.
Manuel si convinceva maggiormente, d’essere al centro di due
mirini; la posta in ballo era veramente alta, ma poco importava
perché in rispetto dei suoi amici, non l’avrebbe ceduta di
propria iniziativa. Teneva il coltello dalla parte del manico,
anche se alla fine sarebbero passati alle maniere forti. Per ora,
aveva deciso di non farsi influenzare dagli eventi, rimanendo
indifferente alla loro pressione psicologica. Forse volevano

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indurlo a muoversi avventatamente. Condotto in questi termini,
il gioco era sostenibile e ci giostrava volentieri; quella tensione
faceva parte delle sue consuetudini.
Il giorno successivo, Andrea gli comunicò una brutta notizia:
Marco era ricoverato in ospedale a Monza.
Insieme, si recarono nel reparto rianimazione. Aveva la testa
fasciata e gli occhi gonfi come due palle da tennis. Nel vederlo,
in quelle condizioni, furono entrambi presi da totale sconforto.
Al fianco del lettino, la madre gli stringeva la mano e parlava,
asciugandosi le lacrime con la destra.
Marco era in coma. Il padre, al loro fianco, con la fronte
poggiata al gran vetro del corridoio, restava immobile, fissando
il pavimento. Si parava gli occhi con il gomito.
Entrambi erano ansiosi di sapere che cosa gli era capitato ma
evitarono di porre domande al genitore. In seguito, seppero, da
un infermiere, che aveva avuto un incidente in moto e dalla
ricostruzione dei Vigili, sembrava che un pirata della strada lo
avesse urtato, facendolo finire contro un albero.
– Per sua fortuna, aveva il casco; se no, sarebbe già
morto! – Concluse l’infermiere, allontanandosi.
Manuel pensò subito che non poteva essere una coincidenza.
– Vigliacchi! Colpiscono i miei amici. – Disse tra se. –
Andrea, quando parti per le vacanze? – Aggiunse.
– Dovevo partire oggi, seguendo il tuo consiglio, ma
penso che rimanderò di qualche giorno. Tu invece che pensi di
fare? – Parve che gli avesse letto nel pensiero.
Manuel si rese conto che il loro feeling non aveva pari con
nessuno; Mateus, Sogliola, Valentino e tutti gli altri, seguivano
il branco finché conveniva loro, ma alla prima difficoltà,
diventavano, ognuno, uccel di bosco. Tale prova, gli era già
stata fornita nella questione contro Pietro.
– Niente, per adesso. Non potrei andare da nessuna
parte perché tra qualche giorno devo disputare la prima Finale

184
del Regionale, ma m’inventerò qualcosa. Se riesci, parti alla
svelta! – Gli ribadì il consiglio del giorno precedente.
– Aspetterò qualche giorno, per vedere se Marco si
riprende. …Potrebbe servirti una mano. –
Andrea dubitava che Manuel rimanesse indifferente ad un
simile attacco. Era sicuro che l’amico possedesse metodi e
tenacia, capaci di contrastare qualsiasi avversario.
Giunto a casa, diede retta a Sogliola; si accordò con Romina,
per trascorrere insieme la serata del venerdì, ma volle cambiare
discoteca. Avrebbe portato i suoi amici nel covo di Salvatore.
Verso le dieci, nella serata del venerdì, tranne Marco,
s’incontrarono; erano gli stessi della settimana precedente.
Giunti nel locale, trovarono posti liberi a sufficienza, lontani
dalla pista da ballo. Il luogo era zeppo di giovani, già sfrenati
nella loro danza. Squadrando l’ambiente, aveva individuato
Salvatore, in un angolo, dietro il fumo della sua sigaretta; era
da solo. Le luci stroboscopiche e le lampade di vood rendevano
le presenze quasi irriconoscibili. Il volume della musica
consentiva solo un dialogo ravvicinato, a faccia a faccia.
Le donne, senza esitare, s’infilarono nella mischia di coetanei;
si dedicarono, entusiaste, ad uno shake scatenato, seguite a
ruota dai ragazzi. Nella calca, in movimento estroso, Manuel
aveva intravisto Pamela, anche lei fumatrice; portava con la
mano libera, un alto bicchiere al suo uomo, rimasto seduto
vicino al loro tavolino, anche ora, nello stesso posto del primo
incontro. Offrì il cocktail e gli rimase accanto, per qualche
minuto; il tempo di finire la sua sigaretta. Manuel non perse
tempo; cercò di intercettarla nella pista da ballo, confondendosi
tra il moto caotico di tutti quei giovani. Lei ci sbatté quasi il
naso e questa volta non rimase sorpresa di rivederlo; fu lei ad
afferrarlo per un braccio e a trascinarlo in disparte. Quasi dietro
al bancone del bar, un passaggio li condusse al primo piano.
Entrarono in un ufficio, ben arredato; un vero salotto con

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scrivania. Ben isolato acusticamente; il frastuono del dancing
vi giungeva leggero ed ovattato. Pamela si premurò di
controllare la stanza adiacente che invece parve arredata per
passatempi più intimi.
– Io non c’entro niente con ciò che ti è successo quella
sera. Mi è stato chiesto di telefonare a tua madre e sembrava
che si trattasse di uno scherzo tra signorini brilli, in vena di
forti euforie. – Pamela lo aveva anticipato.
Manuel rimase sorpreso nell’udire quelle spiegazioni gratuite.
Forse era realmente dispiaciuta oppure anche lei stava patendo
una situazione spiacevole.
– Chi è Salvatore? – Le chiese.
– Un poliziotto! Fa parte della scorta che protegge i
magistrati impegnati in processi di Mafia. –
– Che rapporto ha con la discoteca? – Chiese ancora,
approfittando dell’inattesa disponibilità.
– Uno dei due soci è suo fratello, ma forse è solo un
prestanome perché è Salvatore che si occupa della gestione. I
fornitori marciano con lui, senza intermediari. Anche gli
impresari, di compagnie di spettacolo, trattano direttamente,
sempre con lui ed il socio. Il fratello, se viene, gironzola e si
diverte, ma non coltiva interesse nella gestione degli affari. –
Manuel la bloccò con un cenno di mano.
– Ok! Non mi serve sapere altro! Non voglio
coinvolgerti oltre; nonostante tutto, non ho mai dubitato della
nostra amicizia. –
– Lasciamo stare il termine amicizia! Per me sei ancora
il bastardo che conoscevo e che ho già smesso di frequentare.
…Forse è stata anche colpa mia se, tra noi, le cose sono andate
così. Ora è nient’altro che storia vecchia! Adesso, cosa pensi di
fare? Salvatore non si espone, ma conosce poliziotti e
delinquenti che possono favorire ogni sua richiesta; riuscirebbe
a cancellarti, schioccando le dita! Io ti ho voluto avvertire

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perché ho sentito parlare di te, con sotterfugio. Non so, di
preciso, cosa tu abbia combinato ma negli ultimi giorni, il tuo
nome viene vociferato di frequente nelle conversazioni tra i due
reali soci della discoteca; sembra che tu abbia qualcosa di loro
interesse. Salvatore non vuole essere compromesso, come
poliziotto! Per questo motivo ha le mani legate; altrimenti, non
porterebbero la storia tanto per le lunghe. – Pamela si
dilungava, ansiosa e preoccupata.
Era propensa ad aiutarlo. Si sentiva chiamata in causa, poiché
la sua leggerezza di quella serata si era gonfiata a sproposito.
Forse si sentiva già responsabile di chissà quali eventi che era
riuscita solo a presagire.
– Tu invece come stai? – Chiese Manuel, per placare il
senso di colpa dell’amica.
Pamela scosse un po’ il capo, ma non gli rispose. Con la
pacatezza di quelle parole smise di agitarsi. Lo conosceva fin
troppo bene; aveva già inteso che l’amico poteva gestire i suoi
problemi, senza troppe difficoltà. Si ricordò che non fosse uno
stupido qualunque.
Manuel salutò l’amica con un tenero abbraccio. Si riunì ad
Andrea, rimasto seduto al tavolino per tutto il tempo. Il suo
bicchiere, ormai, era quasi vuoto.
– Andrea, fammi un favore! Visto che sei qui a non far
niente, porta a Romina anche il mio scontrino; è nella coda,
vicino alla cassa del bar. Voglio un Alexander! Non dirle che è
per me! – Chiese il favore, mentre gli passava il biglietto.
Andrea, già in piedi, lo squadrò stranamente.
Con un cenno del capo, Manuel gli confermò la richiesta.
Si adoperò senz’altro esitare. Era inutile porre quesiti; intuiva
che avrebbe ricevuto una lunga spiegazione plausibile. In
fondo Manuel aveva delle vere ragioni: non voleva correre
nuovi rischi. Il cocktail drogato della precedente esperienza, gli
era bastato da lezione.

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Spiegò ad Andrea un’idea sorta lì per lì ed un suo piano,
specificando di mantenersi in disparte, come uno sconosciuto,
per tutto il resto della serata. Non poteva sottovalutare i rischi
che stavano per affrontare.
Lo informò che verso l’una, sarebbe stato necessario
riaccompagnare Alberta, sostenendo una giustificazione
plausibile, la stessa che al momento giusto, Manuel avrebbe
anticipato alla sua ragazza. In ogni caso lei doveva rimanere
allo scuro di tutte le sue vicende, così pure la cugina.
Alberta gli rimase al fianco, per il resto della serata e lo aveva
già rimproverato per la sua precedente sparizione.
Un quarto d’ora prima dell’una smise nuovamente di ballare. Si
scusò, motivando l’incontro importante con un amico e si fece
notare dalla stessa compagna, orientato verso le poltroncine
d’angolo di Salvatore che in quel momento, dopo vari
avvicendamenti di personaggi strani e variegati, era rimasto
nuovamente solitario. Andò a salutarlo.
– Come va, Salvatore. – Si pronunciò rilassato.
– Guarda chi si vede! – Strepitò, fingendo di non averlo
ancora notato. – Mi ero convinto che non saresti più ritornato
da queste parti. – Salvatore si propose bendisposto.
– Errore! Le api tornano sempre dove c’è il miele. –
Salvatore non afferrò quale fosse la vera allusione e Manuel
continuò a parlare. L’uomo gli aveva creato spazio, facendolo
accomodare alla sua sinistra; erano rivolti alla pista.
– Un mio amico, tu già lo saprai, è in coma per un
incidente che gli è stato procurato. Questa scorrettezza incrina i
nostri accordi. Questo ragazzo ha contribuito, in entrambe le
occasioni, al successo delle tue richieste; non può essere
ripagato in questa maniera! Se tu non sei leale con me, io farò
altrettanto con te. Cosa mi rispondi? – Azzardò, Manuel.
– Io non so nulla di cosa è capitato al tuo amico, però
rimane il resto della refurtiva che è ancora reclamato. –

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– Non era nei patti che le libere iniziative sarebbero
diventate di tuo dominio. A Bratto, ognuno dei miei ragazzi ha
ricevuto la sua parte e in quest’altro caso, sarà lo stesso! –
– Nooo, ti sbagli! Qui c’è una posta ben diversa! Tu me
la consegni, al completo, così com’è! Io provvederò ad
un’adeguata ricompensa che ripagherà, sia te che i tuoi amici. –
– Ti ho già consegnato ciò che era previsto; il resto io
non posso sottrarlo ai miei compagni! –
Salvatore gli afferrò il polso innervosito, facendo sganciare la
chiusura del fresco braccialetto di Manuel. Il ragazzo neanche
se ne rese conto. Era caduto sulla scarpa di Salvatore,
scivolando poi sul tappeto.
– Parliamoci chiaro! Hai visto cos’è successo al tuo
compare? Se la vicenda non sarà chiusa, si verificheranno altri
incidenti. Il meccanismo è automatico. – Lo avvertì.
Quell’arroganza lo infastidiva parecchio, ma non riusciva a
preoccuparlo. Manuel non accennò alcuna reazione, poiché
aveva un suo piano da rispettare. Ritenne inutile gonfiargli la
faccia a suon di pugni e neanche provocarlo ulteriormente.
Aveva inteso la sua posizione. Chiuse il discorso mantenendo
inalterato il tono di voce.
– Ho capito. …Ho capito. Parlerò con i miei amici. – Si
mostrò intimorito.
Neppure salutò. Alzò i tacchi e gli voltò le spalle.
Scomparve tra i fumi e le mille luci che mostravano, solo a
tratti, le figure dei numerosi giovani, persi completamente nella
loro ritmica danza.
Salvatore cercò e raccolse quel consistente braccialetto.
– Guarda, guarda, il signorino; cosa portava al polso!
…“PAMELA PER SEMPRE”. – Era riuscito a leggerne l’incisione,
pantografata, sul retro della placca.
Subì un colpo al cuore; abbozzò. Lo esaminò attentamente.
Rilesse la dedica come un incantato e quasi per ripicca, se lo

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mise al polso. Tutto il bracciale appariva finemente lavorato.
Era un vero gioiello.
– Il fringuello; ho capito perché si è ripresentato in
questo posto! …L’ape è tornata dove c’è il miele. La lezione
non gli è bastata! – Salvatore farneticava per conto suo.
Aveva alzato gli occhi verso la pista da ballo, cercando la sua
donna. Pamela si divertiva con gli amici; ballava serena ed
immersa. La visione di quel sinuoso corpo che si muoveva in
armonia con la musica, confuse la sua gelosia. La bellezza
delle sue curve era messa in maggiore risalto dagli indumenti
aderenti, equilibrati, indossati con grazia e buon gusto; prima
d’ora, non ci aveva badato. Le luci contribuivano nel donarle
sembianze divine. Gli sembrò che Manuel ed il suo gruppo
d’amici, stessero guadagnando l’uscita, con un certo anticipo.
Manuel, non visto, scansando la calca, alieno, s’introdusse
nella porta che dava all’ufficio. Vi entrò cauto. Le luci erano
spente, anche nella stanza accanto. L’interno era parzialmente
illuminato dai lampioni della strada. Con passo felpato, si
avvicinò alla porta socchiusa dell’altra stanza, per origliare la
presenza di qualcuno. In quella penombra, due persone
ansimavano sopra al letto che cigolava lievemente al loro
movimento. Si era già adattato alla poca luce tanto che gli
sembrava d’essere in esposizione. Doveva nascondersi da
qualche parte. Quella sua posizione gli era scomodissima.
Pensò che la spalliera del divano potesse proteggerlo
provvisoriamente. Si rannicchiò, seduto a terra, dietro lo
schienale ondulato, posto in obliquo, quasi all’angolo della
stanza. Da un lato, una gran libreria con vetrinette occupava
quasi tutta la parete, dall’altro, adiacente, un piccolo mobile
bar, sporgente verso la poltrona, con una specchiera al centro,
poteva tradire la sua presenza, ma la prospettiva del riflesso gli
tornava favorevole. Rimase seduto sul tappeto, sperando che la
stanza dell’eros si liberasse rapidamente. Ci vollero venti

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minuti prima che quei due si decidessero ad uscirne. Vide,
nello specchio, la parte alta della porta che si spalancava e si
chinò ulteriormente sulle ginocchia, ma già udiva nuove voci
provenire dalle scale.
– Caspita! – Mugugnò, con disappunto. – …Non ha
importanza; aspetterò l’alba, se sarà necessario. –
I nuovi arrivati accesero la luce e passarono veloci, spegnendo
subito quel bagliore fastidioso.
– Come faranno ad avvicendarsi nello stesso letto? –
Pensava a cose banali, soltanto per ingannare il tempo.
– Forse, negli armadi ci sono lenzuola pulite. Sarà
meglio evitare di imitare ciò che si vede nei film; l’armadio
non è il posto giusto in cui nascondersi. Prima della chiusura,
mi dovrò infilare sotto il letto. Seguirà un’ulteriore agonia. –
Verso le tre, udì le voci d’alcune persone che con animosità si
ripartivano i loro compiti; una di loro irruppe nella stanza,
accendendo la luce. Diede delle rapide occhiate e richiuse, in
successione, le due porte. La musica era già cessata da quasi
mezz’ora. Da lì a poco, il luogo cadde nel silenzio assoluto.
– Bene; è giunta l’ora di risvegliarsi! – Si ripeté
mentalmente il suo programma.
In un quarto d’ora doveva sgomberare il campo. Per prima cosa
sbirciò fuori della finestra; molte macchine erano scomparse.
Non era possibile scorgere la sua auto, rimasta parcheggiata sul
largo spartitraffico alberato; non doveva essere distante. Scese
verso l’ingresso della discoteca, per osservare la sua via di
fuga; aveva con se la piccola torcia. Girò dietro al bancone del
bar ed iniziò a fare man bassa di tutte le bottiglie di
superalcolici. In due viaggi ne portò una dozzina al piano
superiore. Ne tolse i rispettivi tappi e rapidamente le coricò sui
divani e sul pavimento di parquet. Un paio, in cima alle scale,
le lasciò scolare sui gradini, affrettandosi per non bagnarsi le
scarpe. Fece la stessa cosa sulle poltroncine della discoteca e

191
nella postazione del DJ. Si avvicinò quindi all’uscita.
Sicuramente, aprendo quella porta, sarebbe scattato un allarme.
Non importava, anzi così doveva essere. Un’unica serratura di
sicurezza si arpionava al muro in più punti. Ruotò il pomello
togliendo tutte le mandate; la pesante anta, ora, era libera.
Rilasciò nuovamente il pomello per mantenerla chiusa.
– Calma! – Si disse. – Cosa mi dimentico? …Solo i
fiammiferi! – Si rispose. Esitò ancora, cercando di localizzare
possibili tracce residue. – …Si, solo i fiammiferi. –
Sfilò dal taschino la scatola di minerva, mantenendo la torcia
tra i denti. Pur superfluo, ripulì il pomello della serratura con il
lembo della camicia. Rientrato oltre l’atrio ed il botteghino,
lanciò l’intera scatola, accesa, sulla poltrona più vicina.
– Una promessa fatta a se stesso va mantenuta! –
Si precipitò, definitivamente, verso l’uscita. La porta si richiuse
alle sue spalle. In strada, sul marciapiede, fece i primi cento
metri da primatista e poi, con passo normale, attraversò la
strada verso lo spartitraffico. L’allarme era scattato e nessuno
lo aveva notato. Il suono irrompeva nella via. Alzò gli occhi,
scrutando velocemente le finestre dei palazzi adiacenti e
sembrò che la cosa non interessasse ancora nessuno; anche la
strada rimaneva inanimata. Riuscì a scorgere un lieve bagliore
all’interno della finestra del primo piano; il fuoco s’era già
incanalato per le scale quindi la discoteca era in fiamme.
– Missione compiuta! Pari uno. – Si disse, con rabbia.
Ancora non era soddisfatto. Aveva ben impresso le sembianze
di Marco: lui ridotto in uno stato pietoso, la madre in lacrime
ed il padre più smorto del figlio.
– Questo è solo l’inizio! –
Preso com’era dai suoi folli pensieri non s’accorse della strada;
era già dentro il portone di casa.
Si sdraiò, vestito com’era, sopra il suo letto, pretendendo di
addormentarsi. Vittorio dormiva profondamente su un letto

192
identico vicino alla finestra della stanza. Forse era già trascorsa
mezz’ora; ancora coricato in quella posizione, era incapace di
prendere sonno. Era sicuro d’aver parcheggiato il Mini nel box,
ma non riusciva a ricordarsi d’averlo fatto. Scalzo, attraversò il
corridoio, per affacciarsi alla finestra del salotto. Il Mini del
fratello non compariva tra le auto in sosta al lato della strada.
La Via Giangaleazzo a quell’ora del sabato mattino, era priva
di traffico e guardando lontano, da quella posizione dominante,
in direzione di Porta Romana, scorgeva un certo trambusto
d’automezzi con i lampeggianti accesi, combinati al suono di
sirene distanti. Un’autopompa spuntava lentamente da una via
traversa. Forse avevano già terminato il loro intervento.
D’ora in avanti si sarebbe aspettato una violenza più sfrontata.
Meditava come trovarsi preparato ad ogni evenienza. Anzi,
come fare per evitare altre evenienze.
Sul ripiano basso dell’armadio erano custodite, ordinatamente,
alcune confezioni di suoi giochi preferiti. Vi era affezionato
perciò aveva impedito alla madre di disfarsene. In una di quelle
vecchie scatole conservava una coppia di pistole da cow boy;
erano incastonate a modo negli alloggi di plastica e tuttora,
complete di cinturone e fondine. Quella confezione se la
trascinava già da dodici anni. Nessuno, in famiglia, vi badava.
Una delle due pistole però era autentica. Riusciva a distinguerla
anche al buio. Il peso era differente, ma per il resto erano quasi
identiche. Probabilmente, rinunciando alla precisione del tiro,
sarebbe riuscito a rendere offensivo anche il vero giocattolo ma
non n’aveva alcuna necessità. Si accertò semplicemente che il
revolver fosse ancora al suo posto.
Doveva prender sonno, almeno per qualche ora, altrimenti il
giorno alla soglia si sarebbe prospettato pesante oltremisura.
Dopo cena uscì con Alberta. La trovò taciturna ed
imbronciata. Si unirono agli amici della sera precedente.
Manuel si dovette scontrare con l’indignazione della sua

193
ragazza e si aggiunse anche il disappunto della cugina.
– Non puoi trascinarmi in discoteca e poi mollarmi in
quel modo, in mezzo ad amici con cui non ho familiarità. Le
tue motivazioni non ti giustificano! – Non era litigiosa.
Alberta esigeva la sua importanza.
– Si, hai ragione; ti ho già chiesto scusa. Non potevo
farmi sfuggire una tale opportunità. Si tratta di una Kawasaki
900, di soli tre mesi, in vendita ad un prezzo più che buono.
L’ho controllata: è davvero nuova! Sono occasioni da prendere
al volo; irripetibili! L’ho anche provata e ho dato una caparra
per bloccarla. In settimana concluderò l’acquisto. Tu conosci la
mia passione per le moto; non puoi sentirti trascurata per
questo. – La spiegazione sembrò accomodante.
In realtà qualcosa di vero c’era e bene o male, era riuscito a
camuffare l’evento più scomodo.
Non avrebbe mai potuto raccontarle tutta la verità. Lei non era
Pamela; non avrebbe compreso!
Nel primo pomeriggio si era premurato di raggiungere
realmente l’obiettivo che le aveva menzionato fin dalla sera in
discoteca. La moto, usata come scusa, già esisteva. A venderla
non era un privato; l’aveva adocchiata in un concessionario e
ne stava facendo acquisto. Vivevano vite ben distinte e
riservate quindi l’evento taciuto non avrebbe rivelato la trovata
dell’ultima ora, in ogni caso non voleva, assolutamente, che
Alberta diventasse complice, per imprudenza o per il semplice
fatto che venisse a conoscenza di quella losca bega.
Si sentiva appagato dal tipo di rapporto che s’era instaurato con
Alberta; differente dai precedenti. Evitava perfino di decifrarne
l’immersione politica come militante del PCI perché ottimista
nella valutazione, ciò che vedeva gli bastava. Entrambi
apparivano compiaciuti delle loro più semplici sembianze.
Contava di chiudere quella movimentata fase della sua vita e
ritornare smorto e trovatello come tre anni addietro. S’era già

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disfatto del Solari che in buona misura, era stato la molla della
sua attuale realtà. Ora captava la necessità di dover risalire da
quel fondale torbido. Sentiva che la superficie, per un suo
respiro di sollievo, era ormai a portata di mano. Bastava tener
duro e trattenere il respiro ancora per un poco.
Quei pochi amici rimasti, più razionali, erano vinti dallo stesso
desiderio. Il loro piccolo gruppo, spontaneamente orientato alla
maturità, per nausea, stava già dirottando verso luoghi comuni
e banali passatempi.
Pian piano s’insinuava la sua nuova via e se Salvatore avesse
rinunciato a perseguitarlo, sarebbero già stati liberi da qualsiasi
tipo d’insidia. In questo frangente non intravedeva scelte
decisive che sarebbe riuscito a prendere in considerazione.
Poteva solo andare avanti per quella strada.
Che cosa stessero combinando Fernando ed il Mucchio
Selvaggio, non interessava più nessuno del nuovo nucleo e quel
fantasmagorico castello di sabbia che accoglieva brillantemente
ogni disperso, per loro, era crollato nel susseguirsi di pochi
giorni. Ora, non mostrava più alcun’attrattiva.
Quasi non sembrava vero che riuscissero a farne a meno.
Manuel, grazie all’accostamento di Alberta, captava di poter
affrontare il suo futuro, serenamente perché lei era veramente
diversa dall’ambiente circostante; una ragazza di provincia,
femminista ma alla pari! Sarebbe stato imperdonabile
guastarne la sua piacevole leggerezza. Sarebbe stata una
sventura se anche lei si fosse adeguata al loro criterio. Guai a
contaminarla con delle nefandezze!
Passarono la sera con Romina e Flora, nella stessa discoteca,
prediletta dalle due cugine; vicino Viale Monza. Fu una serata
allegra. Instaurarono un nuovo affiatamento con gli amici delle
due assidue frequentatrici del dancing. Ognuno a proprio agio.
Il suo Ktm era rimasto infangato, ancora parcheggiato
al centro del seminterrato. Per ripulirlo, da tutta quell’argilla

195
indurita, ci volle l’intera mattinata; era domenica e ciò che
aveva fatto finora, poteva bastare. L’indomani n’avrebbe
sostituito i dischi della frizione.
– Marco. …Marco, sono Manuel. Cosa ti è successo? –
Gli scuoteva il braccio con riguardo.
Durante l’orario di visita gli era stato concesso un breve tempo,
per restare accanto all’amico. Marco, completamente inerme,
non reagiva alla sua voce….
Era riuscito a salutare i genitori dell’amico, svelando il suo
rammarico. La visita in ospedale fu breve; non c’era null’altro
che potessero fare. Stavano percorrendo il Viale Fulvio Testi,
già di ritorno verso casa.
– E’ inutile illudersi! – Esclamò rivolto ad Andrea. – In
ospedale, gli infermieri, sostengono che tra qualche giorno,
dovrebbe riprendersi. I loro esami non mostrano complicanze. I
medici invece sono più cauti. –
Andrea, attento come il solito, ascoltava ogni parola di Manuel.
Le sue comunicazioni, su argomenti delicati, gli suscitavano la
massima attenzione.
– Hanno colpito Marco, ora punteranno su di te, in
modo da costringermi a desistere; vogliono la refurtiva!
Possiamo decidere il modo in cui chiudere la partita. Domani
potrebbe essere troppo tardi. Tu cosa preferisci fare? –
– Io non mollo. Noi ci siamo impegnati ed è giusto che
il nostro premio non scompaia, vanificando tutto. Lo stesso
vale per Marco. Deve essere ripagato anche di ciò che sta
patendo! – Andrea, ormai, lo intendeva bene.
Standogli accanto, aveva compreso e se n’era convinto che le
sue battaglie fossero soprattutto una questione di principio.
– D’accordo! Dobbiamo escogitare qualcosa per uscirne
incolumi, per sempre. – Gli rispose Manuel.
Andrea continuava a riversare una fiducia eccessiva sulle
capacità di Manuel e rimaneva dell’opinione che alla fine, ne

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sarebbero balzati fuori brillantemente. Era altresì consapevole
che quell’ostinazione potesse costargli molto cara.
– Il malloppo l’abbiamo noi! Che vengano a prenderlo
se sono capaci! – La sua riflessione non faceva una piega.
Andrea aveva già assimilato lo stesso modo di ragionare
dell’amico, ma a questo punto, Manuel intuiva che non era
possibile restare ad aspettare indifferenti; bisognava anticiparli.
Era necessario costruire un piano azzardato, per attirare il
maggiore responsabile in una trappola risolutrice. Il come
realizzarla ancora non riusciva a concepirlo.
Si fermarono davanti ad un’edicola. I quotidiani menzionavano
dell’incendio occorso alla discoteca. Acquistarono un paio di
testate per estrapolarne informazioni utili.
– Bingo! – Sbottò Manuel disinvolto. – Salvatore
Muscas è indagato per truffa alle assicurazioni, incendio doloso
e mandante di diversi furti. –
Il giornale parlava di più misfatti, consecutivi e correlati,
accaduti in circostanze diverse tra loro che convergevano in
onerose polizze assicurative, sottoscritte dallo stesso Muscas:
amministratore delegato della discoteca distrutta dalle fiamme.
Venti diamanti, rubati in una gioielleria del centro, erano
assicurati a favore di Muscas. L’incendio della discoteca aveva
fatto scattare l’indagine della Magistratura su specifica
segnalazione di un ispettore della compagnia assicuratrice.
– Ahi, ahi, ahi! Il fatto si complica; noi siamo divenuti,
la prova da eliminare! A questo punto, non ci servirebbe più a
nulla la consegna della refurtiva; per dormire sonni tranquilli, il
signor Muscas, avrebbe bisogno di maggiori garanzie. Solo un
morto non parla! – Manuel era placido e serio.
Aveva letto solo mezzo articolo, con spontaneità e disinvoltura
ed aveva già azzardato le sue sommarie deduzioni.
Andrea, nell’udire quelle parole, fece un passo indietro,
rimanendo ancora con il suo giornale aperto; non era riuscito a

197
leggerne una parola! La tranquillità con cui Manuel s’era
espresso, lo fece scoppiare a ridere in maniera incontenibile.
Ora, era Manuel che lo squadrava con sorpresa, ma comprese il
motivo di divertimento dell’amico tanto che gli rispose, di
riflesso, con un divertito sorriso.
Non potevano eclissarsi, neanche con gli amici, neanche con
Alberta e nemmeno con i loro familiari. Questi elementi
giocavano a sfavore. Ormai non c’era più nulla che potessero
decidere; dovevano armarsi ed entrare nel vivo del conflitto.
Nel tardo pomeriggio, Manuel pensò bene di incontrarsi con
Salvatore. Fingendo la parte di sempre, si recò davanti alla
discoteca. La porta blindata mostrava evidenti segni di
fuliggine; era rimasta socchiusa. Spinse l’anta con la punta del
piede. All’interno sembrava non ci fosse nessuno, ma sentiva
dei rumori provenire dalle dispense.
– C’è nessuno? – Fece udire la sua presenza. – Non c’è
nessuno? – Ripeté con voce altisonante.
Un’eco amplificava stranamente il suo timbro. All’interno della
gran sala, vuota, le tracce evidenti, raccontavano la sequenza
d’eventi subiti dal locale, nello scorrere delle prime ore del
mattino precedente. Tutto l’arredamento era scomparso; ridotto
in poltiglia dal fuoco e dagli idranti ora ricopriva, a strati
difformi, tutto il pavimento. Così nuda, la sala sembrava
smisurata. Le colonne, in maggiore evidenza, ampliavano la
sua grandezza. I rottami d’acciaio inossidabile, del grosso
bancone del bar, erano ammucchiati dinanzi ai due passaggi,
posti in precedenza alle stesse spalle del mobile; le due porte
mancavano. S’intravedeva l’operosità d’alcune persone, in tuta
da lavoro, intende a ramazzare frantumi.
L’aria era afosa ed insalubre.
Un uomo, con la stessa divisa, s’affacciò sull’uscio della
dispensa. Si asciugò la fronte con la manica
– Che vai trovando qua dentro? – Chiese con marcato

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accento calabrese.
S’era accorto di Manuel e probabilmente indaffarato, aveva
ritardato il suo intervento.
– Sono Manuel, un amico di Salvatore; avrei bisogno di
parlare con lui. –
– Salvatore, adesso non ci sta. La nostra è un’impresa di
pulizie. A parte noi, non ci sta nessun altro. –
– Ho visto aperto e speravo d’incontrarlo. Deduco che
questa sera non sarà possibile trovarlo in discoteca. –
– Dovrebbe arrivare, per chiudere la porta del locale.
Noi tra mezz’ora leviamo mano; se hai un po’ di pazienza, lo
potrai incontrare, più tardi. – Concluse l’uomo.
– Ditegli che sono passato! Non posso aspettarlo.
Ritornerò alle sette e mezzo in punto. Sono Manuel. Buon
lavoro. – Non ebbe risposta.
Andò via lasciando socchiuso a sua volta.
Poteva attendere perché non c’era nulla d’impellente che
potesse sottrarlo al suo scopo, ma preferì mantenersi alla larga,
il più possibile, dalle losche faccende di Salvatore.
Vi ritornò puntuale.
Salvatore sembrava solo; fumava nervosamente la sua sigaretta
rimanendo in piedi al centro del locale. Intorno a lui s’era
formato un cerchio sul pavimento; evidenziava che fosse in
quel punto già da decine di minuti e chissà quante deduzioni
aveva già elaborato in quel frattempo. I mozziconi di sigarette
confermavano che quella posizione fosse stata scelta per
dialogare con Manuel. I fatti recenti gli avevano scombussolato
la vita. Sospettava di Manuel, ma non era l’unica persona con
cui sosteneva contenziosi; tra tutti era il meno temuto. Nel
vederlo entrare non proferì parola. Il ragazzo gli si avvicinò
solo di qualche passo. Si pronunciò con naturalezza.
– Questo locale era più bello prima; stai cambiando
l’arredamento? – Salvatore rimase sorpreso dell’ironia.

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In quel momento non sapeva se ridere o riempirlo di cazzotti.
Si trattenne dal reagire, continuando ad ascoltarlo incuriosito.
Manuel si mostrava impassibile e sicuro di se.
– Sono venuto a riferirti che i miei amici sono disposti a
consegnarti la merce. Vogliono comunque una ricompensa. –
Salvatore s’aspettava di tutto, tranne che una così facile resa.
Pensò che trattandosi di ragazzi, il comportamento più logico
fosse proprio l’attuale; questi erano i vecchi presupposti e
secondo lui, non poteva finire altrimenti.
– A quando la consegna? – Gli chiese secco, battendo
l’indice destro su un inconfondibile Rolex.
Manuel aveva notato che allo stesso polso brillava un
braccialetto che gli era familiare e che nell’ultimo incontro, in
discoteca, ancora non portava. Adesso, sapeva che fine avesse
fatto il suo nuovo braccialetto perso.
Carpì lievi movimenti; il signor Muscas non era solo.
Qualcuno, ben nascosto, stava pronto a spalleggiarlo.
– Marco è ancora ricoverato, deve riprendere coscienza.
Sappiamo che li ha sotterrati in un terreno, nei paraggi di un
casolare di un suo parente. Pare che il terreno sia molto grande;
anche facendo ricerche, tra i familiari, sarebbe un’impresa
trovarli. Dobbiamo attendere! In ogni caso è stata presa la
decisione senza il suo parere e se riceverà un po’ di soldi, sarà
contento; non avrà nulla da obbiettare sulla nostra soluzione. –
– Va bene. Vi concedo una tregua, ma il capitolo sarà
chiuso, quando avrò ricevuto tutta la merce! –
– Nessun problema! …Salutami Pamì. – Girò i tacchi
dirigendosi verso l’aria salubre della strada.
Quel ragazzino era pungente ma simpatico; gli sarebbe piaciuto
averlo per amico. Un mozzicone raggiungeva, rotolando, la
base della porta. Dal canto suo, considerando la sua posizione
d’inquisito, riteneva più conveniente far calmare le acque.
Salvatore non aveva motivo di dubitare di Manuel; finora s’era

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mosso bene ed era stato puntuale nei suoi impegni. Lo teneva
in pugno e si chiedeva cosa potesse avere di pericoloso quel
galletto, tanto chiacchierato nelle comitive di motociclisti di
tutta Milano. Li definiva scervellati, perditempo, buoni a nulla.
Manuel aveva improvvisato ed il suo scopo era stato raggiunto.
Con gran soddisfazione, raccontò ad Andrea ciò che era
maturato in quei pochi minuti, tranquillizzandolo.
– Non avevo dubbi! – Gli rispose, battendo il cinque
sulla mano di Manuel.
Aveva spuntato il tempo necessario per dedicarsi serenamente
alla moto ed agli allenamenti. Nel frattempo, sarebbe riuscito
ad organizzare anche l’offensiva nei confronti di Salvatore.
– Forse è superfluo che io telo dica; dovrai tenere
d’occhio Marco. Gli dovrai far visita ogni volta che ti sarà
possibile; appena si riprende, scade la tregua! Saremo di nuovo
in pericolo! – Era un monito.
Andrea era libero di muoversi. Avrebbe svolto spontaneamente
quel compito, senza secondi fini. Pur di porre il suo contributo,
gli avrebbe dedicato tutto il tempo, rinunciando alle vacanze.
Erano rimasti in due a porsi contro chissà cosa, ma nutriva
piena fiducia in se stesso e nei compagni. La riscossa si era
avviata e pian piano, si stava delineando. Percepiva che la sua
collaborazione potesse cambiare l’esito della loro operazione.
Smaniava quindi di rendersi utile e sostenendo che l’unione fa
la forza, ora avrebbe accettato, con piacere, qualsiasi
imposizione. La forte motivazione gli rendeva gradevole anche
quel noioso dovere.

201
Capitolo IX

La sequenza degli ultimi eventi, lo avevano distolto dai


preparativi. Quel risultato agguantato con dedizione, passione e
sacrifici, maturato dopo anni, non poteva essere vanificato per
trascuratezza. Doveva applicarsi, per poter disputare la Prima
Finale del suo campionato. Negli ultimi giorni aveva
accantonato del tutto tale interessamento; ormai era un finalista
e sarebbe stato da stupidi mandare tutto all’aria.
Mancavano ancora due settimane all’ambito appuntamento e
gli bisognava la giusta preparazione, fisica e morale ed anche la
moto doveva fornirgli totale garanzia. Trascorse il lunedì
appresso al suo bolide, già fremente di provarla e di smanettare
sui lunghi e scoscesi sentieri di montagna.
Il martedì, con il fresco delle prime ore, abbigliato da crossista,
uscì con Sogliola. Possedevano entrambi lo stesso modello di
moto. Si recarono quindi nelle campagne di Assago; era stata
improvvisata una pista da motocross, sfruttando le incavature
di una cava. Pose interesse alla performance generale. N’aveva
perfezionato le prestazioni modificando la sagoma della camera
di scoppio; da “berretto di prete” era divenuta “a berretto di
fante”. Il motore parve più pronto nell’erogazione.
Si scambiarono le rispettive moto, per aver conferma dell’esito
reale dei quei numerosi ritocchi. Sui rettilinei non c’era molta
differenza, ma nel tracciato misto, il suo Ktm, gli consentiva di
mantenere una marcia più alta. Il motore sprigionava i suoi

202
cavalli, progressivamente, al tocco dell’acceleratore. Bastò
qualche giro di pista; Sogliola ne rimase sbigottito. Sarebbe
stato meno faticoso affrontare passaggi impervi e tratti fangosi.
Lo scambio evidenziò che le sue forcelle erano poco efficienti.
Pensò di risolvere il difetto con un olio specifico, più adeguato
alle temperature elevate della stagione in corso.
Dopo un paio d’ore, accaldati da quel sole cocente di fine
luglio, sudati fradici, rientrarono appagati; il nuovo tracciato li
aveva stremati a sufficienza.
Andrea s’era recato, costantemente, presso il ricoverato.
Mercoledì andarono insieme a trovarlo; Marco non c’era! Con
animosità, tra sorpresa e inquietudine, cercarono le dovute
risposte; lo avevano spostato in un’altra stanza, più grande, per
terapie diverse. Era ancora nello stesso stato. Manuel tentò
ancora di stimolarlo con frasi pungenti. Poi gli raccontò che
aveva appena acquistato una nuova moto, dalle prestazioni
esorbitanti; la più prestigiosa che esistesse.
Marco rimase indifferente anche quel giorno.
La sera, dopo mezz’ora consumata al motoclub, fu inevitabile,
che uscissero tutti in moto. Alberta e Manuel compirono il loro
exploit; per la prima volta, salirono insieme su una moto. Non
era abituata a girovagare su grosse motociclette, ma si reggeva
comoda e salda. Era divertita dalle accelerazioni mozzafiato e
restava fiduciosa, a cavalcioni, con la naturalezza che si
conviene agli esperti pur trattandosi di una delle moto più
potenti, prodotte in serie. Al paese brianzolo, per spostarsi,
usava un ciclomotore. Era entusiasta; si trattava dell’esordio
del nuovo Kawa 900 del suo boy friend: l’abile motociclista.
S’era abituata subito, da sola, trovando gli appigli giusti, per
tenersi salda senza sbilanciare il guidatore. Alberta si mostrava
teneramente affezionata. Non aveva timore della guida del suo
compagno o di colpi di testa e già si preoccupava che in sua
assenza, potesse accadergli qualcosa di spiacevole.

203
Manuel era indaffarato in quei giorni e non si
concedeva tregua; aveva colmato ogni buco della giornata ed
era riuscito ad organizzare il tempo per assecondare ogni suo
impegno. Nel primo pomeriggio s’incontrarono nuovamente;
lui, le aveva fatto visita sul posto di lavoro. Avevano trascorso
insieme quasi tutta la notte e già si ritrovava accanto a lei,
nell’ufficio, dove Alberta passava la maggior parte della sua
giornata. Ora si raccontavano cose ed idee mai confrontate con
altri, in continuazione. Entrambi, stavano scoperchiando il loro
mondo parallelo. Nel congedarsi, lei, gli consegnò una lettera,
pregandolo di leggerla a casa, con molta calma; spiegò che il
contenuto fosse lungo, contorto e parecchio profondo.
Si erano accordati per trascorrere insieme il fine settimana; la
dolce femminista lo aveva invitato nella sua casa di montagna.
Manuel avrebbe conosciuto anche i suoi genitori.
Come promesso, spaparanzato sul divano del salotto di casa,
compiaciuto, aveva assimilato il contenuto della lettera, parola
per parola. Il concetto gli era chiaro: lei lo amava.
Il caldo, delle giornate d’inizio agosto, rendeva difficile
l’allenamento, scostando ogni suo stimolo. Controvoglia e da
solo, caricava il Montesa sul furgone, per recarsi sui vecchi
percorsi di gara; li selezionava tra i più impegnativi. A giorni
alterni, si avventurava per le mulattiere dei monti, sovrastanti
Varese. La zona era vasta, impervia e scarsamente frequentata;
se si fosse fermato, per qualsiasi intoppo, sarebbe rimasto
sperso in quel intrecciarsi di sentieri selvatici e rocciosi di cui
non si conosceva né inizio né fine. Ci sarebbero volute chissà
quali ricerche, sguinzagliate sul territorio, per diversi giorni,
prima che qualcuno lo ritrovasse; anche gli amici esperti
avrebbero incontrato notevoli difficoltà. Con la sua moto
riusciva a macinare quaranta chilometri in un’ora, seguendo
criteri sempre diversi. Alcuni sentieri, veloci, gli consentivano
il massimo della velocità e correre, libero, in mezzo a quella

204
natura dimenticata, era la maggiore soddisfazione che potesse
attingere dalla vita. Volare sulle rocce e le sassaiole in discesa,
con la padronanza acquisita, gli forniva gran soddisfazione ed
era costretto ad estraniarsi da qualsiasi problema, poiché la
concentrazione richiesta, era completa e null’altro riusciva a
penetrarla. In quell’evasione, si dimenticava di tutto e di tutti al
punto che al rientro doveva rifarsi ogni conto. Uscire da soli
era da incoscienti, ma lo aveva già fatto in precedenza; evitava
azzardi inutili. In alcuni passaggi, rischiosi, era più cauto, ma il
pericolo restava in agguato, ovunque; gli capitò di imbroccare
una curva che già in passato aveva percorso a tutto mordente.
Le sponde, serpeggianti, del veloce viottolo che la precedeva,
fungevano d’appoggio, quindi era facile buttarsi in piega, sul
bordo delle coste ed oltre, scaricando potenza e mantenendo
un’audace speditezza con il gas sempre aperto. Dietro quella
curva cieca, una barriera di ferro, chiusa, ostruiva il passaggio.
La vide troppo tardi!
La sua forte velocità non gli consentiva di bloccare il Montesa
ed evitare l’impatto. Non si rese neanche conto di come avesse
fatto: era riuscito a passare indenne, scivolando con la moto,
sotto la sbarra. Il manubrio s’era arpionato allo sterrato
frenando l’inerzia della moto e lui era finito, infilato di piedi, in
un cespuglio del pendio. In quel momento non fece altro che
risalire sul suo poderoso mezzo e proseguire come se niente
fosse successo. Giunto a casa, non riuscì a fare a meno di
ripensare all’episodio; era impresso in memoria come un
monito alla sua incoscienza. S’era sorpreso della sua stessa
prontezza e ponderava che volendo simulare, di proposito,
quella manovra, non ci sarebbe riuscito. Era stato fortunato.
S’era dedicato agli allenamenti a capofitto, venerdì, domenica e
martedì; ora doveva desistere altrimenti non avrebbe recuperato
le forze, necessarie per affrontare la prova.
Non aveva perso di vista neanche gli amici e le altre faccende.

205
Solo Alberta era stata mantenuta in disparte; quel rapporto
stupendo s’era incrinato di botto. Nel weekend non si erano
visti perché il loro appuntamento era andato in fumo.
Dall’ultimo giovedì non l’aveva più incontrata.
Al Moto Club correva voce che il Brallo non sarebbe
stata una gara divertente perché il percorso era particolarmente
tortuoso, lento da percorrere. S’inerpicava fino ad altitudini
elevate. Gli alti prati e parte del bosco più a valle, rimanevano
innevati, a volte, fino ad aprile inoltrato.
Manuel non conosceva ancora quegli scenari. Il mercoledì sera,
volle documentarsi e trovò corda con un altro finalista, socio
dello stesso club; Mayer aveva partecipato anche alla prova
dell’Italiano. Il socio gli anticipò ciò che probabilmente
avrebbero trovato in gara.
– Sembra tutto facile! Le difficoltà non si riscontrano
nel giro d’allenamento. I problemi insorgono in gara, verso il
secondo giro, durante il passaggio dei primi cento concorrenti e
peggiora, man mano che la carovana di moto ripulisce e
rimodella l’intero percorso. – Rimasero insieme, per quasi
mezz’ora. – E’ capitato, due anni fa, che a causa d’elevati
ritardi, comuni a tutti, accumulati già nei primi due giri, i
commissari di gara furono indotti ad abolire l’ultimo giro
perché i piloti rimasti in gara, stavano finendo fuori tempo
massimo. Chiusero la gara al penultimo controllo. I ritirati del
quarto giro rientrarono nella classifica. – Mayer era vivace.
L’amico trovava piacevole descrivere la sua esperienza in quei
luoghi anomali; s’intrattenne volentieri con Manuel.
Si guadavano alcuni bassi corsi d’acqua. Con il passare
delle moto, i sedimenti fangosi, trascinati dalle ruote, finivano
nei ripidi passaggi successivi, rendendo il fondo sempre più
scivoloso. Erano brevi tratti, rocciosi, ma senza rincorsa non si
riusciva a salire. In quei punti si raggruppavano i piloti in
difficoltà. La compagnia della spinta risolveva il problema,

206
trainandoli e spingendoli fin sopra, uno ad uno e si perdeva
molto tempo, con conseguenti ritardi al Controllo Orario
successivo. A parte quei pochi punti cruciali, il resto dei
quaranta chilometri era scorrevole. In quella situazione, i tempi
delle Prove Speciali erano diventati irrisori. Manuel, all’inizio
del quarto giro, aveva accumulato circa tre minuti di ritardo
rispetto alla sua Tabella di Marcia; un minuto ad ogni giro, nel
controllo tirato. Il secondo controllo, più blando, gli consentiva
di fare rifornimento, senza nuova penalità. Rientrava in tabella,
azzerando il ritardo, ma la penalità del primo C.O. compariva,
sommata alle precedenti. Nei rifornimenti, il funzionario del
club lo aveva informato che gli altri piloti della sua categoria,
segnavano ritardi, anche superiori ai cinque minuti al giro; chi
più chi meno, al controllo tirato, accumulava punti di penalità.
Sembrava fosse il capofila incontrastabile dei finalisti della
classe 125. I tempi registrati suggerivano che il suo indiretto
inseguitore, aveva totalizzato un netto svantaggio, impossibile
da colmare, poiché la gara, ormai, volgeva al termine.
Distanziato di circa dieci minuti, intuiva che il suo caparbio
allenamento stava dando i frutti tanto attesi; non avvertiva
l’affaticamento delle ultime due gare. Riuscì a mantenere il suo
ritmo, rimettendoci un altro minuto di ritardo nell’ultimo
intertempo. Ancora mezz’ora, quasi tutta in discesa ed avrebbe
raccolto il suo primo, vero, successo del Regionale. Non si era
mai distratto, quasi contava i sassi e le rocce che si
susseguivano davanti alla sua ruota.
Ancora venti chilometri, ma a mezza costa di un ripido pendio
in discesa, la curva secca che aveva già affrontato per tre volte,
lo costringeva ad una brusca scalata di marce. In quel punto si
ritrovò in folle: non s’innestava più nessuna marcia. Pensò che
si fosse sganciata la catena. La catena non prendeva trazione
perché il pignone mancava; s’era staccato dal motore. Guardò
l’orologio, scostando il polsino della maglietta. Rimase calmo.

207
– Ho dieci minuti di tempo per ritrovarlo.–
La maglietta riportava i colori del Madunina; pensò che fosse
un privilegio da non deludere. Era stato iscritto nella squadra
per un trofeo di club.
In quel punto c’erano diversi spettatori. Vedendolo fermo,
intento a rovistare nel terreno, un paio, gli chiesero subito cosa
stava cercando e si misero a setacciare, insieme, l’erba della
costa. In molti, si mobilitarono nella caccia al pignone. Trovò,
quasi immediatamente, sia la rondella, sia il grosso dado di
bloccaggio ma il pignone, più pesante, era svanito, chissà dove.
Guardava ripetutamente l’orologio e s’allontanava nella
discesa. Erano già trascorsi dodici minuti ed altre moto
transitavano, solitarie. Si rassegnò al ritiro. Risalì il tratto di
pendenza e s’inginocchiò, demoralizzato, ai piedi dell’albero
che sosteneva la sua moto. Aveva ancora il casco in testa.
Sbatteva piano il capo contro l’albero e piuttosto che imprecare
gli veniva da piangere. Sentiva il bisogno di sfogarsi in quel
modo perché quella sorte non poteva essere rivendicata in
nessun altro modo.
– E’ questo che stavi cercando? –
Si voltò immediatamente verso quella voce. Il ragazzino aveva
trovato il pezzo mancante. Incastrò il pignone con un sasso
nella sua sede conica. Il dado, di filettatura sinistra, si sarebbe
serrato, meglio, durante l’accelerazione. A tale scopo, partì con
bruschi colpi di frizione, tenendo, per un attimo, i freni tirati.
Forse non sarebbe riuscito ad arrivare primo, ma doveva, in
ogni caso, dare il meglio. La breve sosta, comunque, lo aveva
rigenerato fisicamente. L’ansia del primato prese il
sopravvento e per qualche minuto si sentì rapito dall’andatura;
guidando come un forsennato, un eccessivo sbandamento lo
indusse alla ragione. Il suo self control primeggiava alla grande
e sentiva più forza nelle braccia e nei polsi e nelle gambe.
Nelle curve, il suo stivale, sporgente verso la corda di quei

208
veloci semicerchi, aderiva con peso al terreno, come un’ancora,
impedendo alla moto di scivolare e sfuggire alla sua traiettoria,
opponendosi, anche con polso, all’energia cinetica, per averne
ragione. Ciò che restava da percorrere, a quel punto, per lui era
tutta prova speciale; ogni secondo che sarebbe riuscito a
rosicchiare, poteva migliorare la sua graduatoria finale.
Sorpassò con facilità alcuni piloti, cadenzati lungo il sentiero
che procedevano ormai senza alcuna fretta.
Bloccò la moto davanti al baldacchino dell’ultimo C.O.; era
prassi e lui era cotto. Sbirciò l’ora ed i secondi, sul grosso
orologio appeso al lato del parasole di quel baldacchino;
confrontò l’orario riportato sulla sua tabella: questa volta non
era in anticipo. Aveva accumulato un ritardo di quasi dieci
minuti. S’era azzerato il vantaggio, racimolato nelle quattro ore
di gara. Consegnò la tabella ai commissari; era un po’
sconsolato e molto indolenzito. Spinse la moto con il corpo,
reggendosi su di essa, verso il parco chiuso; trovò posto tra le
numerose, già giunte al loro traguardo. Almeno la metà, dello
schieramento, era ancora vuota.
I cronometristi delle prove speciali avevano terminato da circa
un’ora, ma per esporre le classifiche, avrebbero dovuto
sommare i ritardi d’ogni pilota; sarebbero trascorse altre due
ore prima della graduatoria d’arrivo e per molti concorrenti, la
gara non era ancora finita.
Man mano che i fogli finivano appiccicati nella solita bacheca
improvvisata, la calca di piloti, curiosi come lui, si avvicendava
per scoprire il risultato attinente. Aveva tentato, in due
occasioni, di penetrarne la compattezza e in entrambe, dalla
prima fila, gli era giunta voce di quale graduatoria si trattava; la
125, la più numerosa, rimase per ultima. Nel frattempo aveva
caricato la moto sul furgone, aveva indossato l’abbigliamento
tradizionale, s’era rifocillato, soffocando stanchezza e tensione.
Il suo stato emotivo era provato, quasi all’esasperazione.

209
L’adrenalina che ambiva con i suoi vecchi amici, era diventata
corrosiva. Gli eventi capitati, negli ultimi giorni, gli stavano
condizionando la suscettibilità; anche nelle sue delicate
situazioni private, dove la calma e la ponderatezza giocavano
tutto. Si stava misurando contro entità astratte ed i suoi
fantasmi parevano in combutta, per ostacolarlo. Uno ad uno, li
avrebbe contrastati con sicurezza, ma tutti assieme, nel suo
senno inesperto, causavano una confusione devastante. In ogni
caso, se tenuto lucido, con forza di volontà, sarebbe stato
ancora razionale ed incisivo; pronto, per escogitare le sue
adeguate strategie di rivalsa.
Manuel Salvo fu primo nella 125 per 54 secondi. Questo, era il
reale distacco inferto al secondo classificato; aveva vinto anche
sulla sua malasorte.
Prima di allora non si era mai accanito in quel modo. Prima
delle ultime due gare si divertiva, senza alcuna necessità di
predominare. Quel nuovo desiderio di rivalsa, ora, inglobava
ogni processo di vita e rendeva tutto più complicato; s’era
imbattuto, inspiegabilmente, in un itinerario disseminato di
barriere misteriose, prima inesistenti. Considerando le gare, la
sua moto era la stessa, sempre perfetta e curatissima; forse, la
maggiore esperienza cominciava a spremerne le potenzialità,
fin oltre il limite.
I piloti ufficiali avevano moto particolari, di proprietà dei
rispettivi team; sicuramente godevano d’altre prerogative. I
racing team disponevano di ricambi speciali, sperimentati
appositamente per fare la differenza; inoltre i costruttori
privilegiavano i team monomarca, fornendo, in anteprima,
sofisticate tecnologie da perfezionare in prova e nelle gare. Il
suo club non poteva sopperire quest’esigenza; la sua storia ed il
presidente stesso legavano il Madunina ad un marchio
prestigioso, iridato, ma ormai in declino. Aveva già provato,
l’anno precedente, i nuovi modelli Guazzoni, destinati al

210
fuoristrada. Aveva disputato Al Ciocco, in Toscana, la Dodici
Ore a coppie, affiancato a Torsani, conseguendo un discreto
successo. Le prestazioni di quei motori erano eccellenti e
rappresentativi ma le tecnologie adottate, gli avevano procurato
notevoli problemi d’affidabilità che il produttore ancora non
aveva risolto; alcune vibrazioni producevano crepe nella
marmitta che in quell’occasione, riuscirono ad arrangiare
durante la sosta del Controllo Orario più blando, grazie al
prodigo Vittorio e al tempo recuperato nel parziale precedente,
ma esistevano altri problemi, meno ordinari, su cui un pilota
determinato non transige.
Cominciava ad assimilare un’altra nuova realtà che in quel
momento, gli risuonava come fautrice di un prossimo
impedimento. Intuiva che la sua moto non era più adeguata;
non sapeva come fronteggiare le ipotetiche anomalie,
imprevedibili, insite nelle prossime due finali.
In futuro, forse sarebbe entrato in un team di punta, ma le due
finali erano imminenti; la frizione bruciata nell’ultima gara e
questo mancato ritiro, dovuto al miracolo di un ragazzino,
confermavano i limiti reali della sua moto di serie.
Si stava fasciando la tasta prima di farsi male. Avvertiva di
possedere tutte le carte in regola, per competere con il fior fiore
dei piloti italiani della sua categoria, i migliori, nelle rispettive
regioni, selezionati dal Trentino alla Sicilia, per contendersi il
primato di quel campionato. Ora che godeva di un vantaggio
atletico, raggiunto dopo anni di pratica, in risalto per la prima
volta, riteneva inaccettabile un suo ritiro, per rottura del mezzo.
Aveva perso fiducia nella sua moto. Aveva perso fiducia nel
meccanico: lui stesso. Gli sembrava troppo banale iscriversi,
intuendo a priori un esito negativo.
Le caratteristiche della gara, appena disputata, avevano
coinciso, in positivo, con il suo inconveniente. Gli era stato
possibile recuperare, qualcuno di quei quindici minuti di sosta

211
forzata, perché il secondo C.O. permetteva di recuperare: vi si
giungeva in anticipo. Nei giri precedenti, bisognava attendere
lo scoccare dell’ora, segnata in Tabella di Marcia; passare in
anticipo, anche di pochi secondi, avrebbe fatto marcare un
doppio tempo di penalità. Per sua fortuna, i piloti della stessa
categoria avevano sommato un maggiore ritardo. Aveva finito
la corsa per il rotto della cuffia, imponendo un’andatura da
forsennato e rischiando fuori misura ad ogni curva dell’ultimo
tratto, buttandosi alla cieca nelle insidiose mulattiere in
discesa; quella forte motivazione l’aveva sorretto pur
stressandolo all’osso, ma non era logico. Presagiva che nella
successiva, gli sarebbe capitato ancora un inconveniente.
Le coincidenze negative gli gravavano addosso. Non riusciva a
sostenere l’insieme di quei presupposti.
Aveva scoperto anche la sua determinatezza e n’era rimasto
intimidito; non desiderava più rivivere quell’angoscia
esasperante in cui era caduto; prima lo sconforto totale e poi,
come in apnea, assatanato per quasi mezz’ora. La fortuna lo
aveva assistito, lasciandolo incolume.
S’era abituato ad eludere, con meticoloso studio, ogni
prospettiva sfavorevole; come avrebbe potuto competere, ora
che conosceva questi nuovi limiti incontrastabili? Catapultarsi
in una competizione, d’assoluta importanza, confidando nella
sorte, lo rendeva monco a priori.
La coscienza accumula ben oltre la ragione e conserva ogni
umore; le sue speranze stavano evaporando ed emergeva la
somma d’inconvenienti che nel frangere di due settimane già
colmavano il vaso. Si ricorda del suo incubo ricorrente che
aveva rivelato a Romina e poi riconsidera il suo successo
improvviso e riconta i fatti che tutt’attorno, si gonfiano
d’incidenti strani, mai capitati; quel disegno sembra che si stia
mettendo in pratica. Il sogno si congiunge alla sua realtà. Non
vuole lasciarsi sopraffare dalle sue stesse stime; s’impone di

212
non dargli peso.
– Questo mondo gira strano: ti celebra e ti offusca,
indifferente. …C’è un artefice? …Chi è l’artefice? Sono, ogni
giorno, in un campo minato; ne uscirò per conto mio! Ma se
morissi, raccoglierebbero solo mosche e farei un favore a tanta
gente. – A cosa alludeva non era ben chiaro.
S’era recato a Brallo in compagnia di Andrea, ma l’assistenza
l’aveva fornita direttamente il suo Moto Club. Andrea era un
pesce fuori dell’acqua su quel terreno. Vittorio aveva sempre
contribuito a spronarlo, con la giusta confidenza di fratello
maggiore: solo lui poteva farlo.
Stavano ritornando a casa.
Doveva sentirsi fiero di quel successo; aveva vinto la Prima
Finale! Andrea aveva ascoltato cosa gli era successo sul finire
della gara e lo riteneva, a maggior ragione, sia l’accaduto sia la
vittoria, un fatto spropositato, degno di un vero campione.
Manuel invece si sentiva sconfortato dalla serie d’eventi. Forse,
nello stato d’animo, era inclusa l’interruzione del rapporto con
Alberta, chiuso definitivamente appena due giorni prima; le
condizioni di Marco contribuivano nel suo malessere ed anche
l’onnipresenza di Salvatore e di Pietro, di cui non s’era certo
dimenticato. Dulcis in fundo, il suo incubo funesto peggiorava
meramente quel momento cruciale.
Giunsero sotto casa verso le dieci e mezza. In casa non c’era
nessuno ad attenderlo, poiché erano gia partiti per le vacanze;
la famiglia al completo lo attendeva a Rimini. Era rimasto
giusto per disputare quella finale; le successive, erano previste
a settembre ed ottobre, in Toscana e Lazio.
Poche auto, in fila lungo il viale, lasciavano molti spazi liberi
ma inadeguati all’ingombro necessario per le operazioni di
scarico. Cercando un parcheggio, prossimo alla rampa dei box,
Manuel notò, nello specchietto, una jeep che sopraggiungeva
lentamente e gli passò a fianco, per svoltare subito a destra,

213
all’incrocio di fronte. Accostò il furgone, fermandosi in
seconda fila, quasi in corrispondenza del suo passo carraio.
S’apprestò nel predisporre lo sgombro della sua attrezzatura da
gara; aveva aperto il portellone laterale. Lo scivolo di legno,
utile per agevolare la discesa della moto, era già posizionato,
dietro, poggiato al pianale. In quel mentre, fu distratto dal
rumore tirato del motore di un’auto che sopraggiungeva nel
viale. La Via Giangaleazzo e tutta Milano, da qualche giorno,
era silenziosa e poco trafficata. Con immediatezza ne carpì le
intenzioni; ormai, era prevenuto su tutto. Lanciò un urlo
all’amico, esposto verso la strada. Andrea, anche lui
perspicace, tentò di ripararsi in qualche modo; reagì con uno
scatto fulmineo. La jeep piombò a velocità sostenuta sulla
fiancata del furgone. Dopo l’impatto vide Andrea che rotolava
sull’asfalto, davanti all’automezzo.
Manuel intese reagire senza neanche pensarci.
Si mosse, interpretando la situazione come se l’avesse già
sognata la notte precedente; aprì d’impulso il portaoggetti, sul
cruscotto e afferrando la sua arma già con la mano destra, roteò
attorno alla portiera spalancata e si ritrovò in perfetta posizione
di tiro. La 22 era puntata, senza correzioni, verso la vettura in
fuga. Stavano forzando il semaforo, ma dovettero frenare
perché un’auto in corsa attraversava l’incrocio. Fece in tempo a
colpire una gomma degli assalitori. La jeep cominciò a
sbandare ondeggiando nella doppia corsia. Terminò la sua fuga
strisciando sull’asfalto, ribaltata su un lato, oltre l’incrocio;
mentre ancora scivolava e lo stridio delle lamiere turbava
fragorosamente la quiete del quartiere, Manuel iniziò a correre
verso quel delinquente. L’auto aveva terminato la sua corsa;
ancora una ventina di metri e l’avrebbe raggiunta. Due figure
stavano uscendo frettolosamente dall’alto, attraverso il vetro
aperto dello sportello di destra. Balzati a terra, si misero a
correre. Avevano solo dieci metri di vantaggio e capì che non li

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avrebbe raggiunti. Ne puntò uno nel suo mirino, tenendo
l’arma con entrambe le mani; restò fermo a gambe divaricate
quasi al centro della strada. La schiena, di quel ragazzo in
ritirata, era ben centrata; era certo che a quella distanza lo
avrebbe atterrato. Esitò per un attimo e subito abbassò
lievemente la mira. Fece partire il suo colpo. Il giovane si
accasciò a terra, ruzzolando per inerzia ma poi, aiutato
dall’amico, riprese la sua fuga, sgambettando. Poteva bastare;
già temeva le sue stesse ritorsioni. Non gli importava sapere
chi fossero. A quel punto, non diede loro più retta; era
preoccupato da guai peggiori cui si stava esponendo. Era nel
suo quartiere e qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo. Se fosse
stato intercettato da una Gazzella della Polizia lo avrebbero
arrestato su due piedi ma tra le sue considerazioni, la
preoccupazione, rivolta al suo compagno di viaggio, prevalse
freneticamente. Con ansia voltò lo sguardo verso il furgone,
sporgente, fermo nella penombra di quell’ora. S’incamminò,
con lo sguardo puntato, rifiutandosi di correre perché voleva
rimandarne l’esito intuibile o forse, per prepararsi a far fronte
all’eventuale brutta sorpresa.
Andrea era stato abbastanza rapido nel proiettarsi in avanti.
L’urto alla gamba sinistra, gli aveva prodotto soltanto una forte
contusione. Riusciva a camminare e non aveva nulla di rotto; si
era spostato, accovacciandosi sul ciglio del marciapiede. Aveva
potuto godersi, quasi serenamente, tutta la scena e ancora lo
seguiva con lo sguardo. Manuel muoveva i passi, rimanendo
largo nella carreggiata, con la guardata alta, volta a cercare
l’amico che invece dolorante, rimase ancora seduto sul basso
gradino, poiché in quel modo la sua gamba pativa di meno.
Spostarono il furgone in Via Col di Lana, parallela alla loro,
senza scaricarlo; l’avevano parcheggiato in cortile, nel solito
posto riservato ma richiuso il portone, vi risalirono a bordo.
– Dobbiamo aspettare almeno mezz’ora; ben presto

215
arriveranno ambulanze, Polizia e carro attrezzi. –
– Ho visto che hai fatto due centri; hai una bella mira! –
Replicò Andrea.
– Ti sbagli; il primo tiro era diretto alla ruota posteriore
invece ho notato che la carcassa afflosciata era davanti. Meglio
così: il colpo è stato più efficace. – Parafrasavano a bassa voce.
– Salvatore s’è rimangiato la parola. – Aggiunse.
– Marco! Forse si è ripreso tra ieri ed oggi! – Dedusse
Andrea, ma subito dopo, si mostrò poco convinto.
Ciò che avevano patito, assomigliava all’incidente di Marco.
Rimasero dell’opinione che quell’attacco, volto ad uccidere,
era lo stesso ingiustificato. Meditavano che il mandante non
fosse Salvatore; ipotizzarono che qualcuno, dello stesso giro,
tirasse i fili a sua insaputa.
– Ci stavano aspettando! Magari è tutta sera che
gironzolano attorno alla tua macchina e a casa mia. – Suggerì
Manuel. – Ho riconosciuto le sembianze di uno dei due nella
jeep; quello rimasto incolume, m’è sembrato Mario di Via
Borsi. Forse Salvatore non c’entra! Non dimentichiamoci che
traffica diamanti artificiali che in ogni caso non sono suoi;
proverranno da un’organizzazione più losca. Salvatore, in
questo momento, non si potrebbe esporre per due motivi: è
indiziato per truffa alle assicurazioni ed altri reati, inoltre fa
parte delle Forze di Polizia. Non gli converrebbe disonorarsi in
questo modo. Marco non è in grado di denunciarlo ma tu, se
messo alle strette, potresti farlo. Sa che io non potrei farlo
perché ancora mi tiene in pugno con un ricatto. Potrebbe anche
aver bluffato nei miei confronti; forse non sa niente su di me.
In tal caso, correrei meno rischi di lui nel costituirmi. Nel ruolo
di mandante, d’entrambi i furti, lui sarebbe un ricettatore! Il
ricettatore, mi sembra che non goda di condizionale perché la
pena minima prevista, per il reato, è di due anni. Chi compie un
furto, in genere, se è colto con le mani nel sacco, è già fuori

216
dopo una settimana, ma se si costituisce e non risulta recidivo,
realmente, non sconta nessuna pena perché beneficia della
condizionale. – Aveva scorto lo sguardo incuriosito di Andrea.
– Sono solo presupposti. E’ stato Pietro a passarmi
queste informazioni. – Eluse la perplessità dell’amico.
– La pressione che stiamo subendo, secondo me, va
oltre le intenzioni di Salvatore! Se è questa la giusta deduzione,
i nostri problemi sono realmente più complicati. Spero quindi
di sbagliarmi. – Continuò a ragionare. – Ma se invece è stato
Salvatore a commissionare, sia l’aggressione a Marco, sia
quest’ultima, vuol significare che ha deciso di eliminare i
testimoni che potrebbero comprometterlo. In tal caso sta
simulando degli incidenti. Ciò è plausibile; un malavitoso
incallito non avrebbe né scrupolo né esitazione e non saremmo
giunti neanche fino a questo punto. Chiunque sia, non vuole
solo la refurtiva; ci vuole tutti morti! Accidentalmente! Prima
di chiudere il cerchio, vorrà impadronirsi del malloppo. Fin’ora
l’abbiamo spuntata, ma non dobbiamo attendere che per noi
diventi troppo tardi. Per prima cosa bisognerà accertarsi delle
condizioni di Marco. Salvatore posso incastrarlo senza correre
rischi e senza che neanche se n’accorga; per me, lui, non è più
un problema. Poi, se questa persecuzione continua, potremmo
valutare il da farsi. A volte, una buona lezione è più efficace
che cento trovate inferte a caso. – Manuel chiuse il suo
ragionamento.
Andrea non aveva né suggerimenti né congetture da sottoporre;
rimase in silenzio. Fu sorpreso del fatto che Manuel tenesse già
in serbo una soluzione definitiva, per rendere inoffensivo quel
personaggio insidioso, ambiguo e privo di senso morale.
Pensava che un delinquente si potesse rispettare, ma Salvatore
era indegno del suo ruolo nella Polizia.
Aveva le idee chiare sul proposito e per certi versi era più
lucido di Manuel, poiché poteva ragionare al di fuori del

217
marasma che attanagliava l’amico. Considerava la vicenda
dall’inizio, cioè dalla prepotenza subita già la prima sera in
quella discoteca. Gli mancava la dimestichezza e forse la
capacità di reagire in prima persona ma Andrea, pian piano, si
mostrava più intransigente d’entrambi i suoi compagni.
– Non perdiamo altro tempo. Nella piazza c’è un
telefono; avvisa i tuoi che resti a mangiare una pizza con me.
Andiamo a Monza! – Propose Manuel.
Salirono sul Mini. Andrea non doveva avvisare nessuno perché
come Manuel, era rimasto da solo, ponendo ai genitori la
motivazione delle gravi condizioni dell’amico ricoverato.
Entrarono in ospedale, dal pronto soccorso e riuscirono a
commuovere l’infermiere di turno che concesse loro una
rapidissima visita.
Marco appariva ancora nelle stesse condizioni. Tentò di
svegliarlo, scuotendogli il braccio e sussurrando il suo nome
all’orecchio; fu invano. Temevano per lui conseguenze
peggiori. Nessuno dei due si volle esprimere.
Andrea tornò a casa per dormire, pensando che la madre
avrebbe potuto telefonargli dal luogo di vacanza.

218
Capitolo X

Manuel era sceso di gran fretta, alle sette, come caduto


dal letto; voleva garantirsi la prima cernita, per un recapito
tempestivo della sua missiva. Imbucata la lettera, raddolcì la
premura. Tentò di assaporare l’insolita atmosfera mattutina;
oltre che per i suoi impegni sportivi, nel periodo estivo non si
alzava mai così presto. Le lunghe serate lo impedivano.
Sapeva che quel lunedì, fosse da contemplare con intensità.
Il sole, già caldo e le vie semideserte gli facevano intravedere i
fantastici luoghi di villeggiatura, invasi dalla stessa gente che
prima gremiva la città. Vorrebbe trovarsi in uno di quei luoghi
splendidi, spaparanzato, sotto un ombrellone, per godersi la
brezza di mare. Trovarsi a sorseggiare la sua birra ghiacciata,
restando immerso nel palcoscenico di sabbia, tra lo spettacolo
di ragazze in bikini e di variegati bagnanti intenti a compiere il
loro rito annuale. Oggi sarebbe dovuto partire, anche lui, per
l’affollato mare di Rimini. S’era accordato con la madre che li
avrebbe raggiunti, ma le sue accreditate intenzioni escludono
che sia mantenuto l’accordo.
Prima di coricarsi aveva ritagliato due articoli che riguardavano
rispettivamente la gioielleria e la discoteca e con un biglietto, li
aveva infilati nella busta indirizzata al Comando dei
Carabinieri. Il biglietto, anonimo, additava la persona indagata:
“IL MANDANTE DEI REATI INDOSSA UNO DEI GIOIELLI RUBATI”.
Per comporre la frase aveva usato una dima alfabetica di
plastica. Alludeva al braccialetto con dedica che gli era caduto
in discoteca. Quell’oggetto aveva confuso l’interpretazione di

219
Salvatore. Troppo ingelosito della sua Pamela, lo sfoggiava
disinvolto. Per Salvatore rappresentava un dono precedente che
Manuel avrebbe ricevuto dalla stessa ragazza che è l’attuale sua
compagna. Risentito com’era non se ne sarebbe liberato se non
dopo un’occasione, propizia, di confronto con Pamela. Anzi
forse non se ne sarebbe mai privato perché, emblematico, era il
trofeo della sua supremazia sull’ex rivale irritante.
Era certo che quell’oggetto rubato avrebbe incastrato Salvatore.
Prima di ritornare a casa pensò di sbarazzarsi dei due
quotidiani tagliuzzati e della stessa dima ma non lo fece.
Era meticoloso in maniera paranoica.
Nei ricordi di Manuel non c’è più seguito perché il suo
futuro andrebbe ancora vissuto. E’ iniziato così il 13 agosto!
– Questa soluzione è stata adottata solo poche ore fa.
Passerà qualche giorno, prima che la macchina della legge
circoscriva la vicenda. Ciò è tutto; altro non mi sento di fare.
Dopo che sarò morto troveranno anche i secchi con la refurtiva.
Vittorio è ingenuamente onesto; non accetterà quella manna. Il
cerchio sarà chiuso definitivamente. Ogni cosa dovrebbe
tornare al proprio posto. – Ha rivisitato la sua vita.
Sul suo calendario, a parte le due future finali di campionato,
non esistono nuove date contrassegnate. In tre ore, nulla è
cambiato. Vorrebbe riempire la riga del 13 agosto con l’evento
del giorno, ma non sa come riassumerlo. Vorrebbe, ma in ogni
caso non ritiene importante dover fissare, su carta, la sua
principale anomalia: morire ateo.
Nel raccontarsi, daccapo, la sua storia, aveva tirato oltre
mezzogiorno e si era confermato certo dei suoi propositi.
Riprese in mano il revolver, rimasto vicino alla sveglia e questa
volta, più sereno e un po’ dispiaciuto, si rivolse nuovamente la
canna verso la tempia.
– Per te, Pietro, chiunque tu sia, ti concedo la pariglia!
…Calma; mi dimentico ancora una cosa. …Si, c’è una cosa

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importante che devo fare; assolutamente! E’ necessario che dia
un ultimo saluto a mia madre, a mio fratello, alle mie sorelle, a
mio padre. Da sabato non ci siamo più sentiti. Mia madre avrà
telefonato, ieri sera. Non trovandomi, si sarà preoccupata; se la
informo che non parto per Rimini, si godrà le vacanze, in santa
pace, fino alla conclusione. Voglio sentire la loro voce; questa
è ultima occasione! –
Si diresse verso il telefono, senza neanche posare la pistola.
Prima ancora che sganciasse la cornetta, iniziò a squillare e non
era la madre; all’altro capo del filo c’era Andrea.
La sua voce gli sembrava trasparente all’udito, come se fosse
inconsistente, perché non intendeva dargli retta, ma udendolo
elettrizzato, prestò maggiore attenzione alle sue parole.
– …Dice che ha reagito; si è ripreso per qualche istante
e che sembrava agitato. Per non fargli strappare aghi e tubi,
l’hanno sedato. – Andrea parlava entusiasta.
Il padre di Marco lo aveva appena ragguagliato.
– Ciao, Andrea; che cosa farfugli? Ripeti tutto perché
non ho capito un accidenti di niente. – Era indispettito.
Pareva intontito per un brusco risveglio.
– Aspettami; dieci minuti. Ti raggiungo! – Andrea
chiuse il telefono, senza aspettare conferma.
– Oh caspita; arriva Andrea! Devo ancora telefonare a
mia madre. A quest’ora non sarà in albergo; la dovranno
cercare nel ristorante e forse sulla spiaggia del lido. Non faccio
più in tempo! – Era ancora inebriato dal suo intento.
Sembrava proprio ubriaco! Pensò di nascondere l’arma, ma si
rese conto che con Andrea non fosse necessario. Cercò di
valutare e riordinare il suo ambiente, per ridarsi un contegno di
normalità ma l’agitazione lo tradiva. Udì il suono del citofono;
quei pochi minuti erano volati. S’avviò per le scale senza
neanche rispondere.
Al fianco di Andrea, in auto verso Monza, riuscì a prendere le

221
sembianze di sempre. Raggiunsero l’ospedale.
– Abbiamo sistemato Salvatore! Ora, serve il tuo aiuto.
Marco, sono Manuel; svegliati! – Lo spronava.
Marco si scosse per un attimo. Il breve sussulto lo spaventò e
non riuscendo ad interpretarlo, pensò di desistere.
Un altro ragazzo, collegato a macchinari di controllo, immobile
su un lettino in disparte, riuscì a sbottare, con voce fievole e
intimorita; era rivolto a Manuel.
– Tu sei salvo; vattene! Tu sei salvo; vattene! – Furono
le sue prime parole, pronunciate dopo oltre due anni di
separazione dal mondo che deambula.
La voce scosse l’attenzione dell’infermiere di turno che lasciò
le altre faccende ed accorse, per controllare il suo stato: teneva
gli occhi socchiusi, scuoteva il capo e farfugliava delle cose.
Manuel gli si avvicinò, incuriosito e fu grande la sua sorpresa
nel riconoscere il volto di quel ragazzo; era Pietro Rocca! Era
vivo ed ora, anche vegeto.
– Miseriaccia! Il furfante stazionava sotto i miei occhi e
non l’ho notato! – Borbottò, trattenendo la sua emozione.
Fu seccato della sua stessa negligenza. Per cautela uscì dalla
stanza. Manuel rimase allibito, ma era contento; ora, il suo
dramma poteva prendere un’altra piega.
I due amici non si allontanarono dall’ospedale. Pranzarono in
una trattoria dei paraggi. Manuel avvertiva nuove inquietudini,
ma quella scoperta lo aveva rianimato interamente.
Poteva incorrere in un nuovo problema; subire la denuncia di
Pietro, qualora si fosse ripreso completamente.
Tentato omicidio! Gli risuonava come un grave reato.
Questa evenienza gli sembrava meno incombente che saperlo
morto; rispetto al resto dei suoi guai, l’ipotesi non lo turbava,
quasi fosse acqua di rose. Si sarebbe difeso.
Ritornarono a piantonare la stanza di Marco perché cessato
l’effetto dei sedativi, anche lui si sarebbe svegliato.

222
– Pietro! Cosa ti è capitato? – Chiese Andrea.
Si era portato al fianco del lettino; lo stava consultando, per
convalidare una loro speranza.
– Sono caduto per le scale. Devo aver preso una bella
botta. – Gli rispose.
Si aggiustò il cuscino con le spalle, ripiegando, nell’istante, il
lenzuolo sul petto. Era sereno e sembrava che stesse parlando
del giorno precedente.
– Ti sbagli! – Valutò, in un attimo, ciò che stava per
dirgli. – Ti hanno sparato! …Chi è stato? –
– Sono scivolato per le scale! – Marcò, seccato. – Non
ricordo altro. Tu invece chi sei? –
– Ti ho visto al Solari, sono Andrea. Sono venuto a
vedere un amico e ti ho riconosciuto. Adesso devo andare, ma
ripasserò a trovarti, più tardi. – Si allontanò.
A suo giudizio, l’evento sembrava rimosso e volle evitare di
commettere stupidaggini compromettenti.
Il personale ospedaliero doveva aver informato la Polizia del
risveglio di Pietro. Sarebbero intervenuti, seguendo una loro
prassi, per ricostruire quel tentato omicidio, provando a forzare
i ricordi e le dichiarazioni del ragazzo. Forse, i medici, in
primo acchito, lo avrebbero impedito.
L’anticamera, in quel posto noioso ed asettico, si prolungò per
un paio d’ore, interminabili. L’orario di visita era terminato e i
due amici si allontanavano, di frequente, verso la toilette, per
confondere l’attenzione del personale ospedaliero.
L’effetto dei sedativi cominciava a svanire. Marco, pur
dormendo, si muoveva e si accomodava con consapevolezza.
Altre persone si avvicendavano, sbirciando all’interno della sua
stanza. Tra loro, bisognava identificare un aggressore. Manuel
aveva il revolver nel borsello a tracolla; ormai era chiaro che
anche loro due fossero dei bersagli e fin tanto che la questione
non cambiava piega, gli pareva assennato non separarsene.

223
Tre carabinieri fecero irruzione nella stanza, vociferando
disinvolti; erano incuranti del riposo dei ricoverati. Si divisero i
ruoli. Uno di loro si affiancò a Pietro; rimase a fissarlo per
qualche istante ma anche il ragazzo fissava il carabiniere con lo
sguardo ingenuo ed ansioso di chi cade dalle nuvole. Il
gendarme tirò fuori taccuino e penna e si accomodò vicino,
accostando una sedia al letto del paziente. Mentre il secondo
piantonava la stanza con una mitraglietta a tracolla, l’ultimo,
pure armato, riscese la scalinata da cui era appena spuntato.
L’infermiere, premuroso di far cosa utile e doverosa, riportò
spontaneamente la prima frase esplicata da Pietro ed il
carabiniere s’apprestò ad annotare: “ Tu sei salvo, vattene”.
Non gli sembrò una rivelazione importante.
– Tutto qui? – Chiese stupito il gendarme.
– Si; lo ha ripetuto due volte! – Gli confermò.
Non poteva intuire in alcun modo che l’additato era Manuel
Salvo, entità sconosciuta nel loro ambiente, e che in quel
momento, sedeva su una panca, posta di fronte al suo collega,
rimanendo preoccupato solo degli affari suoi.
I due amici non gradivano quella situazione. Si sentivano come
sulle spine di un roseto appena potato, però la presenza di
quelle guardie, da un canto, li rasserenava; Marco, finché fosse
rimasto accanto a Pietro, non avrebbe corso altri rischi.
Decisero di andarsene. Avevano bisogno di alleggerire il loro
stato d’animo. Fuori non erano certo al sicuro, ma avevano la
facoltà di muoversi su un terreno aperto, a propria discrezione;
potevano cautelarsi e difendersi dall’unico nemico identificato
che li stava perseguitando.
Marco fu dimesso pochi giorni dopo; partì in vacanza
con i genitori. Pietro ritrovò i suoi familiari che avvisati del
risveglio, furono lieti di accoglierlo in casa. Manuel ed Andrea
raggiunsero i rispettivi luoghi di villeggiatura e probabilmente,
pure Salvatore era già partito per altri lidi, giacché non si erano

224
più verificati nuovi attentati.
– Per ogni italiano che ami il territorio della sua patria,
il Ferragosto è sacrosanto! – Disse rivolto a Vittorio. – Caro
fratellone, senza di te, sono riuscito, finalmente, a vincere una
gara. – Era contento di rivedere quel volto sornione.
Si era appena tolto il casco. Manuel, zaino in spalla, aveva
colto di sorpresa il fratello.
Si salutarono con calore. La nuova moto attirò l’attenzione; era
una tentazione anche per il modesto cacciatore. Vittorio si
complimentò con lui.
– Bravo fratellino! Poi mi spieghi come hai fatto a
vincere una finale, senza di me e come hai fatto a ritrovarti
seduto su quel bolide a due ruote. –
Era contento di riabbracciare tutta la sua famiglia, come mai
accaduto prima. Sembrava che fosse rientrato da un lungo e
tortuoso viaggio e in realtà, così era; aveva abbandonato la sua
zona di guerra. Era in licenza premio. Qui si sentiva più al
sicuro che a casa come se si fosse, di soppiatto, risvegliato da
uno dei suoi lunghi incubi opprimenti.
Mentre pranzavano, nel ristorante del piccolo albergo, gli parlò
della gara e dell’incidente in cui Marco era incappato. Omise i
presupposti ed altri dettagli.
La sua vacanza durò una decina di giorni.
Al suo rientro, Milano, s’era già rimodellata, ma quel
traffico fastidioso gli appariva come un’abitudine di cui non si
sarebbe potuto più fare a meno. Evitò di contattare alcuno, per
godersi ancora un po’ di pace. Amici e nemici si sarebbero
presto fatti vivi, spontaneamente, nel momento che ritenessero
più opportuno. Ad ogni modo, non voleva manifestarsi a chi
nutriva ostilità indefessa.
Nella seconda settimana d’agosto, Manuel s’era accorto di
quanto si era impoverita la sua estesa metropoli: il caos delle
ore di punta non c’era, i pedoni non c’erano, i negozi non

225
c’erano, gli amici neanche. Tutto era svanito! Aveva percepito,
per l’intero periodo, l’assenza di quell’esasperante trambusto
come per iettatura. Sembrava tutta sua quell’enorme città e non
sapeva che farsene, così priva di suggestioni.
Ancora non era pronto per le questioni lasciate in sospeso.
Il discreto traffico, rinato in quelle vie, ora spadroneggiava con
lui, sotto l’afa di fine agosto. Fece un giro, verso il Parco
Solari, per godersi l’insalubre inquinamento, sia acustico sia
degli scarichi poiché ridonavano tanto fascino a quei vividi
quartieri. Passando, con il casco in testa, in sella alla nuova
moto, nessuno lo avrebbe riconosciuto. Notò che nulla era
cambiato; erano ancora tutti lì. Gli parve d’essersi allontanato
giusto il periodo di un weekend agonistico. D’acqua n’era
scorsa sotto i ponti ma il tempo, in quell’angolo di mondo,
s’era fermato. Gli sembrò palese che per crescere e maturare,
fosse necessario cambiarsi d’abito, in continuazione.
Sono trascorse solo due settimane e tutto già gli sembra
inverosimile; stava per porre fine ai suoi giorni! Aveva
trascorso più di tre ore, ragionandoci sopra. Anche quel grave
peso s’era dissolto da solo; Pietro, grazie a chissà quale Santo,
gode d’ottima salute. Non esiste rimorso in grado di
soggiogarlo nella stessa misura. I suoi incubi hanno smesso di
perseguitarlo e da qualche giorno, dorme sonni tranquilli. C’è
un solo quesito cui vorrebbe dare risposta; si domanda che fine
abbia fatto Salvatore. Forse è stato arrestato o forse è scappato
all’estero. Non ha alcun’intenzione di indagare, tanto anche lui,
se è ancora in circolazione, alla fine, si rifarà vivo. Sarà uno
scontro che solo al momento giusto, dovrà decidere se eludere
o contrastare ma è già preparato alle ipotesi peggiori. Le
vacanze gli hanno tolto l’accanimento anche verso il suo
campionato. Ha ben presente che la seconda finale è imminente
e prima ancora, ha intenzione di partecipare ad una “Dodici
ore in notturna”, a coppie che si svolge nella Franciacorta; un

226
territorio esteso e del tutto sconosciuto, se non fosse per la
notorietà dei suoi vigneti. Manuel non aveva mai disputato una
gara al buio; l’idea era allettante. Dovendosi basare, sulla sola
illuminazione del suo faro, non riusciva neanche ad
immaginare, quali nuove difficoltà potevano insorgere in quei
difficili percorsi, in tale situazione.
Nel centro del locale segreto, oltre il seminterrato,
ancora intatta, parcheggiata su un largo cartone, per proteggerla
dall’umidità eventuale del pavimento, troneggiava il prototipo
che la POG Motor gli aveva reso. La moto non era stata più
toccata, poiché dovendola smantellare, si era sempre trattenuto
dal dedicarle il suo tempo. Era giunto il momento di valutare il
da farsi e possibilmente sfruttare quella manna caduta quasi dal
cielo. Smontò le forcelle per studiarne i pompanti. Si rese conto
che erano simili a quelli prodotti in serie; le misure
coincidevano. Gli steli interni delle pompe a doppio effetto
erano in materiale più leggero rispetto ai suoi; doveva trattarsi
d’ergal, usato in aviazione perché era leggero come l’alluminio
ma molto più resistente all’usura ed alla rottura.
Con piccole modifiche, fatte fare da un abile tornitore, riuscì
nella sostituzione. Avrebbe potuto fare tutto da solo, con il suo
tornio, ma la scarsa perizia gli impediva di cimentarsi in
lavorazioni di precisione. In quel caso aveva a che fare con
pezzi unici e già stava commettendo il primo sacrilegio.
Il motore, derivato di serie, poteva essere camuffato apponendo
due comuni carter laterali. Iniziò a studiare i volumi della
marmitta ad espansione ed il silenziatore. In quel campo era
molto ferrato e certamente avrebbe ottenuto qualcosa che desse
maggiori soddisfazioni. Gli ammortizzatori posteriori parevano
dei Marzocchi a gas di nuova generazione a lunga escursione,
facilmente reperibili ed il forcellone oscillante, su cui erano
montati, era leggermente ricurvo ed appiattito ai lati. Cercò di
comprenderlo per sfruttarne le funzioni.

227
Smontò la sua moto ed il prototipo, attentamente. Trascorse
l’intera settimana, come un eremita, appresso ad entrambe ed
infine, riuscì nel suo intento.
Ottenne un risultato finale che identificava, per chiunque, il suo
Ktm di sempre. Le sue piccole modifiche lo avevano reso
ancor più potente del prototipo. Gli sembrò una moto esagerata
per le sue potenzialità; n’era intimorito.
Era già stato minacciato di ricorso nella gara di Ponte Nizza.
Infrangere il regolamento della Federazione è antisportivo, ma
era risaputo che non ci fossero limitazioni nelle migliorie
eccetto che superare la cilindrata di categoria. A conti fatti, in
quella moto, non c’era niente d’irregolare rispetto alle
conformità disciplinate. Per scaramanzia, aveva verificato, con
il micrometro, le dimensioni del pistone e poi la sua corsa. Il
nuovo motore collimava, ma il suo timore era diverso e forse
non valeva la pena di esporsi a quel vago rischio.
Un prototipo è come una firma. Far scoprire il suo lato oscuro
gli avrebbe tolto ogni soddisfazione. Neanche la convinzione
che il fine giustificasse il mezzo, gli sembrava tanto plausibile.
Al Moto Club aveva preso accordi per la Dodici Ore.
Stennini stava cercando il compagno con cui far coppia; fecero
comunella. Entrambi proposero, entusiasti, di partecipare con
la propria moto. Alla fine, per buona norma, scelsero la moto
più nuova. Manuel fece portare nel seminterrato il Ktm 175 di
Stennini per adibirlo al tipo di gara che li attendeva.
Lavorarono entrambi sull’impianto elettrico per renderlo più
efficace. Provarono inizialmente lampadine particolari e non
soddisfatti, aggiunsero due proiettori supplementari ai lati del
faro. La moto di Stennini era nuova perciò non necessitava
d’altri accorgimenti. Non restava che attendere il sabato
mattina per lo spostamento nelle valli Bresciane.
La gara apparve, da subito, ben nutrita di concorrenti.
Era una manifestazione fine a se stessa; un incontro nazionale

228
che poteva coinvolgere anche i migliori piloti del Campionato
Italiano ed Europeo quindi, per la maggior parte, intuivano di
avere poche chance di successo in graduatoria d’arrivo, lo
stesso valeva per Stennini e Manuel ma correre in notturna era
l’opzione che fuorviava qualsiasi congettura di risultato finale.
Altri piloti del Madunina erano intervenuti per destreggiarsi
nella singolarità di questa prova.
Ad assisterli c’erano Vittorio ed Andrea. C’era anche Marco
che in genere trovava noioso la lungaggine di quelle
competizioni. C’erano i genitori del suo nuovo partner; si
conoscevano discretamente, giacché seguivano e spronavano il
figlio in tutte le gare, con dedizione e sostegno economico. Il
padre di Stennini era un motociclista concreto, appassionato;
anticipava le sue esigenze perfino rimpiazzando la moto, ogni
anno, con un’altra nuova, auspicando di fargli conseguire i
migliori risultati. Stennini non brillava particolarmente, anche
se appariva promettente ed entusiasta ad ogni competizione.
Manuel provava un po’ d’invidia verso il compagno di club.
Contrariamente a ciò che anche altri piloti si ritrovavano,
gratuitamente, beneficiando dell’appoggio dei genitori, lui per
contro, subiva pressioni e consigli atti a dissuaderlo da quello
sport pericoloso; entrambi i suoi si mostravano avversi.
Qualche ragione i genitori l’avevano, poiché era tornato a casa,
almeno in due occasioni, abbastanza malridotto, con strascichi
penosi che lo avevano reso zoppicante per settimane. Le cadute
subite s’erano avvicendate, più sporadiche negli ultimi due
anni, ma anche le meno evidenti, la madre le aveva sempre
intuite, costringendolo a saggi controlli medici.
Ormai, quella situazione forse volgeva al termine, però era
ancora indeciso. Gli restavano solo due possibilità cui presto
avrebbe dovuto dare una scelta. Se avesse optato per proseguire
gli studi, l’impegno universitario gli avrebbe negato il tempo
per gli allenamenti; sarebbe diventato il bravo ragazzo, opaco e

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contenuto, che ogni genitore si augura ma se invece avesse
deciso di andare a lavorare o meglio, di non far niente perché
con ciò che si ritrovava nel suo retrobottega, gli sarebbe bastato
un finto lavoro, avrebbe potuto applicarsi con gran dedizione al
suo sport preferito, confidando quanto prima in un sicuro
ingaggio. Disponeva di un po’ di tempo per pensarci. La scelta
sembrava inequivocabile già da subito. In ogni caso non poteva
fare i conti senza l’oste; la gang di Salvatore, ormai
sguinzagliata, si sarebbe fatta viva per batter cassa.
L’atmosfera, il sapore, erano gli stessi delle due
importanti competizioni cui aveva preso parte due mesi prima.
I grossi team occupavano enormi spazi con i loro furgoni. Era
presente anche il settore “Ricerca e Sviluppo” della Marzocchi
che offriva gratuitamente il supporto tecnico a coloro che già
adottavano un suo prodotto; proponeva la revisione, a cielo
aperto, delle sospensioni o almeno così sembrava.
Le hostess non mancavano, carine e longilinee, sempre in
prima fila e soprattutto, abbigliate con minigonne mozzafiato,
non potevano passare inosservate. Calamitavano ogni sguardo,
ma il Team Farioli attirava maggiore curiosità; mostrava in
anteprima, davanti al suo tendone, un paio di moto che
sarebbero state esposte alla fiera del Ciclo & Motociclo di
Milano. Si trattava già dei nuovi modelli 125 e 250, in
produzione per il 1974; fantastiche!
Partenza del primo pilota alle dieci di sera. Conclusione del
secondo pilota alle dieci del mattino successivo. C’era tempo.
Rimase a girovagare con gli amici, soffermandosi di fronte alle
cose che lo sorprendevano. Alcuni di loro non si divertivano in
quel curiosare, ma non c’era null’atro da fare.
Premurosi, per ovviare inconvenienti dovuti a procedure
incognite che di norma insorgono sempre all’ultimo minuto,
avevano completato le operazioni preliminari appena giunti sul
luogo, nella tarda mattinata. Ora, perdevano tempo nell’attesa

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dell’ora di cena. Non s’erano neanche premuniti di una seconda
moto, utile per eventuali spostamenti d’emergenza.
Camminavano distesi. Questa nuova esperienza non richiedeva
accortezze paradossali e neppure il loro massimo impegno; la
gara non faceva parte di nessun campionato ma pur di divertirsi
chissà cosa avrebbero combinato.
Due ore a testa, alternativamente, concedevano ad entrambi la
facoltà di rilassarsi ed eventualmente preoccuparsi di come
risolvere anomalie della moto mentre il compagno s’apprestava
a completare il suo giro che non sembrava essere penalizzante.
Ciò che si stava prospettando era una bella competizione basata
sull’esito delle prove speciali. Il pubblico era numeroso. Le
domande che molte persone gli avevano rivolto, riguardavano
proprio le speciali: volevano sapere, soprattutto, dove fossero
ubicate. La moltitudine si convogliava nei punti salienti, per
assistere all’incontro spettacolare dei migliori protagonisti del
fuoristrada italiano.
I team ufficiali, dell’Esercito Italiano, non si notavano tra le
presenze del paddock, ma restava confermata la loro
partecipazione. Era la prima competizione in calendario dopo
la pausa estiva; aveva invogliato ogni corridore di quella
specialità quindi tra i candidati in lizza, si annoveravano anche
i piloti delle Fiamme Oro e delle Fiamme Gialle. I migliori
campioni di questa disciplina spesso provenivano proprio dal
servizio di leva.
Sbirciavano ripetutamente l’orologio e man mano che l’ora
d’avvio s’approssimava, Salvo e Stennini si sentivano, ancor
più, due pesci fuor dell’acqua; quasi intimoriti perfino di
partecipare. Quell’impressione di sentirsi minuscoli di fronte
all’enorme eco che aveva già mobilitato gente d’ogni età,
accorsa da tutta la regione per assistere ai suoi beniamini,
demoralizzava la presenza dei due del Madunina; pareva che
fossero degli intrusi. Manuel a cena s’era mantenuto leggero:

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bistecchina, insalata ed un salutare bicchiere di vino tipico.
Sarebbe toccato a lui il primo turno.
Aveva indossato il suo abbigliamento, ricontrollando più volte
ciò che per esperienza gli poteva servire. Percepiva che il
socio, nelle speciali, lo avrebbe penalizzato. Era quindi già
prevenuto ma aveva intenzione di dare lo stesso il meglio che
era capace. Forse, Stennini pensava la stessa cosa.
Il furgone con gli attrezzi e le taniche di rifornimento sarebbero
stati spostati in seguito, dopo la sua partenza.
Ormai era buio. I primi a partire, i piloti della classe 50, erano
già raggruppati, in ordine progressivo, sullo spiazzo che
precedeva la bandierina bianca del Controllo Orario.
Considerò solo allora che non avessero provato il percorso; ora
si rendeva conto che quella cognizione sarebbe stata d’aiuto al
suo morale. Ormai erano dentro e bisognava solo passarci
attraverso. Si convinse che poco importava finire in mezzo alla
mischia o tra gli ultimi oppure tra i ritirati.
L’anno precedente anzi soli tre mesi prima, non si poneva
questi problemi; era esaltante percorrere quei sentieri impervi
all’andatura naturale ed il fatto di riuscire a superare l’ostacolo,
senza arenarsi, lo gratificava appieno. Un nuovo sentimento
s’era impossessato della sua passione; non gli bastava il solo
partecipare, per sentirsi soddisfatto. Ora bramava il suo
risultato! Doveva mietere il risultato che gli spettava, che era
stato in grado di meritarsi. Viceversa n’avrebbe sofferto; già
s’era verificato.
“Pamela oppure Adriana?” Se l’era chiesto più volte, ma non
c’era mai stata una risposta contraddittoria. Infine, nessuna
delle due ragazze era rimasta al suo fianco ed il rimpianto non
era cambiato; era ancora dispiaciuto per aver perso Adriana, in
maniera definitiva, perché era stata lei la donna capace di
catturare il sentimento. Poteva essere discutibile quel modo di
pensare; qualche dubbio e qualche rimorso gli faceva

232
compagnia, ma cercava dignità nelle sue risposte: “Le mezze
cose sono sempre delle scelte di comodo e diventano meschine
se nel momento in cui si ha la certezza di meritarsi l’intero
premio, con pieno diritto, ci si sottrae a quell’impegno preso
con se stesso. O tutto o niente!” Era un concetto meditato.
La tensione che anticipava la partenza era elevata.
Era già partito! Ogni altro pensiero era svanito; ormai vago.
La moto era simile alla sua; sembrava leggermente più pesante,
ma il tiro del motore compensava la differenza. Il serbatoio,
leggermente più panciuto, gli avrebbe creato disagio nelle
prove speciali fettucciate perché nelle curve repentine, era
abituato a slittare con tutto il peso verso l’avantreno, per
appesantirlo ed assicurarsi il massimo d’aderenza della ruota
anteriore. Era basilare che ne tenesse conto altrimenti sarebbe
finito a terra senza neanche capacitarsi. L’illuminazione dei
proiettori supplementari era eccellente e la guida sembrava
quasi più facile che di giorno perché le asperità risaltavano
maggiormente. Iniziava a provarci gusto; quella situazione, mai
vissuta, era veramente entusiasmante. Si chiedeva se gli altri
piloti riuscissero a guidare con la stessa disinvoltura. Arrivò al
primo C.O. con sei minuti d’anticipo. Pose la moto sul
cavalletto centrale e si tolse i guanti.
Il padre di Stennini si prodigò per rabboccare il serbatoio, ma il
pilota lo impedì, perché partendo con il pieno, sicuramente
avrebbe raggiunto il secondo C.O. con lo stesso carburante ed
un minor peso. L’uomo, paffuto e gioviale, teneva d’occhio il
cronometro appeso al collo; si muoveva con la calma del
veterano. Gli offrì qualcosa da bere, facendolo accomodare, ma
per cautela, bisognava lubrificare la catena. Lo stesso Stennini
senior volle prestarsi in tale operazione. Scambiarono poche
parole su difficoltà ipotetiche.
Era di nuovo pronto per ripartire; doveva attendere lo scoccare
del suo orario e solo nei successivi cinquantanove secondi

233
poteva attuare la registrazione del suo passaggio.
Altri due concorrenti gli si erano affiancati; gli stessi con cui
aveva iniziato. Erano degli smanettoni oppure conoscevano
molto bene il percorso perché li aveva lasciati andare e non era
più riuscito a raggiungerli; li aveva omessi del tutto. Li lasciò
passare nuovamente; la prima Prova Speciale sarebbe stata
dopo il prossimo controllo, durante il secondo giro. Era
inevitabile che si partisse distanziati perché a turno, ognuno
doveva riporre la tabella vidimata nel portaoggetti o nella tasca
del Barbour. Al C.O. successivo, arrivò più tirato; aveva solo
tre minuti di tempo per rabboccare il serbatoio, lubrificare la
catena, bere qualcosa, ma c’era Vittorio ed anche Stennini
junior: veri esperti. Il buio della notte era impercettibile perché
le numerose luci del paddock rendevano l’atmosfera simile ad
una fiera di prodotti tipici. Riuscì a trangugiare un paio di
spicchi d’arancio. Nuovamente, si ritrovò affiancato agli stessi
compagni di viaggio; anche loro puntualissimi. Questa volta
consegnò la tabella per primo. Non sarebbe cambiato nulla ma
quel timore, ormai spontaneo, lo aveva reso scaltro; doveva
impedire di trovarseli davanti nella Prova Speciale anche se, in
questo caso, dubitava che qualcuno potesse ostacolare la sua
speditezza poiché pensava che fossero più veloci di lui.
Un gran prato, in leggera pendenza, era illuminato a giorno. Il
nastro che delimitava il tracciato da seguire, oscillava al vento,
producendo riflessi visibili già in lontananza. La gente,
numerosa, s’era accalcata a mezza costa ed altri avevano scelto
postazioni disparate; era il pratone della Prova Speciale e quel
pubblico, a quell’ora notturna, non era lì per lui.
Erano trascorsi circa dieci minuti dall’inizio di questo secondo
giro e non era stato ancora raggiunto dai due diretti rivali.
Si trovò davanti al cronometrista che gli fece cenno di fermarsi,
mostrando il cronometro. Si fermò, si guardò attorno e lo fece
pazientare, poiché prima di raggiungere questa postazione,

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aveva notato il pilota che lo precedeva, mentre si proiettava nel
tracciato cronometrato; dedusse che aveva un’andatura meno
spedita quindi volle prendere maggiore distanza. Gli unici
concorrenti che era riuscito a valutare non erano ancora giunti
alla postazione. Il dato restava insignificante perché al di fuori
delle Prove Speciali non c’era esigenza d’impegnarsi; entrambi
i Controlli Orario concedevano un certo respiro.
Meno cinque, quattro, tre, due, uno. Il cronometrista aveva
chiuso il pugno abbassando il braccio, ma tanto c’era la
fotocellula a marcare il tempo reale. Esitò ancora un attimo
perché quella moto non era la sua abituale, poi partì a razzo.
Aveva assunto la posizione ideale che gli consentiva di
oscillare, il più rapido possibile, lungo la sella, in sintonia con
l’ingresso e l’uscita delle curve perché in accelerazione, quel
motore, faceva slittare la ruota posteriore. Non voleva fare
acrobazie con correzioni spettacolari di contro sterzo. La sua
posizione sulla sella doveva garantire la migliore aderenza al
suolo per guadagnare metri o solo centimetri. Non era la sua
moto e ciò rendeva tutto più impegnativo.
Quei sei minuti cronometrati gli avevano reso i polsi doloranti
come in una gara di cross ma non aveva commesso errori; già
questo gli bastava.
Al terzo C.O. si ritrovò nuovamente in compagnia dei soliti due
piloti ma in netto anticipo rispetto all’orario. Stennini senior
era un simpaticone, pieno di salute e buon umore; gli aveva
offerto un bicchiere di rosso! Ragazze e ragazzi si aggiravano
curiosi, soffermandosi a fotografare piloti e moto; con suo
disappunto fu immortalato con il bicchiere intrigante, ancora
colmo. Si spinse per primo verso la linea bianca e attese
dinanzi ai Commissari affinché il grosso orologio digitale
avesse scoccato l’esatto secondo. In gran fretta e ben attento a
non perderla, aveva spiegazzato la sua tabella, infilandola in
una grossa tasca; questa volta ripartì più spedito. In quel turno

235
importante voleva evitare che nella Speciale in Linea, lontana
pochi chilometri, capitassero situazioni d’intralcio reciproco.
Ora, poteva concedersi il lusso di forzare l’andatura, poiché
allo stop successivo, il suo partner gli avrebbe dato il cambio,
concedendogli due ore d’autentico relax.
La Speciale in Linea era articolata su un percorso di mulattiera
rocciosa, scavata e sconnessa ma priva d’insidie; buona parte in
salita ma con un prolungato tratto conclusivo in discesa,
leggermente serpeggiante. Bisognava tenere il gas sempre
aperto in seconda e terza marcia e nella veloce china, evitare di
pressare il freno. Far scorrere la moto in discesa, rapido e
lineare, era il suo pregio prevalente; era straconvinto che in
quell’ultimo tratto, avrebbe recuperato una decina di secondi
anche sul più abile dei concorrenti. Grazie alla sua potente
illuminazione, leggeva il terreno con estrema facilità. Riuscì a
dominare i cavalli del 175 e mantenersi, lo stesso, leggero ed
elastico; quel bicchiere di rosso lo aveva gasato oltremodo.
Nella lunga discesa fu come volare e non ebbe inconvenienti!
Il suo compare era già pronto all’arrivo, trepidante di misurarsi.
Gli lasciò subito la moto e non si premurò di fornire ragguagli;
Stennini non era un trovatello.
Mentre abbandonava il campo, vide sopraggiungere i due coevi
antagonisti; anche loro, prima uno poi l’altro, lo cercarono con
lo sguardo. Erano giunti poco distaccati tra loro, ma non erano
riusciti a prendere l’uomo in fuga. Pensò che si fossero
congiunti in questa gara senza coltivare pretese, alla sua stessa
stregua, però i loro partners avrebbero potuto fare la differenza.
Faceva inutili supposizioni, giacché numerosi piloti erano in
gara nella stessa categoria; alcuni lo avevano già preceduto altri
seguivano, cadenzati da ogni minuto, a tre per volta.
In qualunque modo, quelle dodici ore anomale, si risolvevano,
per conto suo, si sentiva già appagato della nuova esperienza.
Qui, intendeva misurarsi con le sue innovate capacità e neppure

236
eventuali rivali del suo campionato potevano intimorirlo perché
stava correndo in una categoria differente. Quell’atmosfera
notturna era stupenda, il calore del pubblico era magnifico e
poco importava se la maggioranza dei piloti fosse ritenuta
qualche gradino più in alto della sua accoppiata.
Forse poteva ancora migliorarsi. Desiderava confrontare con
intento la sua maturità e se il compagno gli avesse riconsegnato
la moto ancora efficiente, quelle successive quattro ore le
avrebbe disputate con maggiore mordente, sfruttando tale
opportunità, per scoprire la vera distanza degli idoli.
Le due moto del suo turno erano già ripartite. Stennini concluse
il primo giro con quindici secondi di ritardo però era ancora in
orario di Tabella di Marcia.
– Entra, non ti fermare! Entra, entra, entra! – Ripeté con
insistenza il Tecnico del Madunina.
Spense il motore di fronte ai Commissari di Gara e sembrò che
volesse ritirarsi. Aveva forato la gomma posteriore!
Non era consentito sostituire tutta la ruota; il mozzo era stato
punzonato in fase preliminare.
Il Tecnico del Madunina, che in realtà era il direttore sportivo
del Club, lo trattenne in disparte, oltre il baldacchino del C.O..
Aveva già verificato il resoconto sulla sua tabella: il tempo era
stato rispettato. Marco ed altri ragazzi si erano già avvicinati,
per fargli rifornimento. La moto, dritta sul cavalletto centrale,
al margine della strada, divenne mira di tutte le attenzioni. Un
enorme imbuto fu infilato sul serbatoio. Andrea, conscio della
sua scarsa esperienza, si mantenne in disparte per non
intralciare; era intimidito da tutta quell’agitazione ben
coordinata. Il Tecnico si era affiancato con il suo cronometro,
informandoli, ad ogni minuto, del tempo perso. Manuel, con
gesti precisi, sganciò la ruota; era aiutato da Vittorio che
contribuiva dal lato opposto e mentre sfoderava il pneumatico
con tre buone leve da gommista, Stennini si teneva pronto con

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la nuova camera d’aria, la pompa ed il manometro. Riuscirono
a completare le operazioni in soli quattro minuti. Era uno
specialista, ma fu agevolato dalla temperatura della gomma che
calda, era divenuta morbida e malleabile.
Secondo le sue previsioni, il gioco restava aperto; poteva
entrare in orario anche al C.O. successivo, meno tirato ma
doveva essere lineare al massimo. Consigliò Stennini di non
strafare perché poteva farcela. Manuel rimase irrequieto. Carpì
un passaggio ad un motociclista del club fino all’altro
controllo; la contrada che lo ospitava non era distante e la
strada asfaltata gli permise di giungervi rapidamente. Attese,
insieme al padre, contando gli ultimi minuti. Lo scorse da
lontano; riconobbe i tre fari. Stava giungendo, ma l’orario era
già scoccato; entro i cinquantanove secondi, doveva superare la
bandierina e la riga bianca che segnalavano l’importante
postazione di verifica. Lo incitarono animosamente a braccia
levate. Stennini comprese al volo; evitò d’indugiare
sull’esattezza del tempo. Bloccò ruota e motore fermandosi
dinanzi al tavolino dei funzionari. Fece giusto registrare il suo
passaggio e ripartì subito. Nel primo giro era stato sfortunato
ma ora, non gli serviva più nulla e all’arrivo si riconfermò
senza penalità; aveva completato degnamente il suo turno.
Manuel riprese il testimone aprendo la quinta ora della lunga
staffetta. Isolato, attraverso quei boschi e quelle vallate ancora
buie, su un cammino che ormai conosceva, di tanto in tanto, i
pensieri lo riportavano alla sua lontana realtà; Salvatore non
era il tipo che potesse demordere. La preoccupazione premeva
perché l’illusione che la questione si fosse chiusa non
concordava con la realtà. Meditò con puntiglio che fosse
basilare eliminare quella grana, giacché riusciva a penetrare la
sua concentrazione durante una gara; non era mai successo
prima d’ora! Il suo subconscio non aveva eluso il problema
quindi quel pericolo doveva sussistere integralmente eppure

238
tollerava Salvatore. Dal suo canto era un dilemma difficile da
superare perché includeva i sentimenti della sua migliore amica
e non poteva trascurarli. Non voleva essere responsabile di una
nuova sofferenza sentimentale di Pamela. Forse non era
neppure l’uomo adatto per lei, ma l’arbitrio di un amico non ci
azzeccava lo stesso. Non sapeva come rispondere al fuoco
nemico ovvero come indurlo all’innocuità senza colpirlo. Era
troppo semplicistico eliminarlo a colpi di pistola e sfuggire con
una moto irriconoscibile ed un casco in testa. Manuel aveva
scoperto che i diamanti erano artificiali e comunicarlo, nero su
bianco, era stato un vero errore, ma nessuno dei tre amici
intendeva compromettersi; guastargli la reputazione, con una
denuncia ufficiale, non avrebbe fermato la rappresaglia. Non si
faceva illusioni però se quell’uomo avesse desistito, sarebbe
stata la scelta migliore, per tutti. Pur di proteggersi, i tre
interessati, avevano riorganizzato la loro vita, adottando molta
cautela e nuove abitudini; la situazione sembrava acquietata ma
poteva evolversi ancora drasticamente.
Terminò il suo turno e in seguito, tutto filò liscio. Stennini ebbe
l’onore di chiudere le dodici ore e quando intraprese il suo
ultimo giro fu gratificato da un incitamento particolare. Riportò
la sua moto, ancora integra, nella postazione d’arrivo con
l’acclamazione di tutto il gruppo; se l’era meritata. Manuel
aveva temuto per altri inconvenienti; mostrò la sua
soddisfazione al compagno. Altri piloti del club erano riusciti a
concludere la gara, senza intoppi rilevanti.
Non confidava in un successo, però era ansioso di verificare i
suoi tempi cronometrati, uno ad uno e confrontarli per stabilire,
personalmente, il suo livello nella rinomata mischia.
– Controlla cosa ha fatto Salvo! – Udì il suo nome.
Manuel si stava accostando ai primi resoconti dei cronometristi
e tra i nomi vociferati, era scaturito il suo o di un omonimo. Un
funzionario spuntava, di tanto in tanto, con dei fogli, attraendo

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ogni volta l’attenzione di quei piloti accalcati nella vicinanza.
La somma dei tempi era stampata su moduli bianchi, ben
visibili anche da lontano; li appiccicava ad un pannello di
compensato che fungeva da bacheca. Occorreva avvicinarsi
alla struttura organizzativa per vagliarli perché invece che sul
solito cavalletto, il largo pannello era inchiodato direttamente
al muro scalcinato.
– Ha cambiato moto; la 175 non è ancora esposta. –
– Chi sono quei due? – Si chiese. – Sono interessati alle
mie Prove Speciali! – Fugò subito il suo stupore. – Io sto
facendo la stessa cosa. Non ci conosciamo fisicamente, ma i
nomi dei primi compaiono spesso sulla bocca di tutti. – La sua,
non era vana presunzione. – Sono considerato un pilota di
riferimento; spero di non deluderli. – Ripiegò verso il bar.
Il resoconto della sua categoria non era ancora pronto. Vi
sarebbe ritornato più tardi però ora, sperava in un buon esito; il
Tecnico del Club lo aveva informato che la 175 era meno
agguerrita della 125 e della 250.
La coppia si ritenne soddisfatta del risultato finale.
In una delle sue Prove Speciali, la prima in linea col tracciato,
Manuel aveva ottenuto il miglior tempo della categoria. Aveva
piegato tutti i presenti della 175 e non solo! Un dato
memorabile unicamente per gli addetti ai lavori. Già nel primo
giro, non cronometrato, aveva intuito che in quel tratto sarebbe
stato più veloce d’ogni altro pilota. Forse il vino rosso lo aveva
reso incosciente. Purtroppo non era riuscito a ripetersi nelle
successive; con lo scorrere delle ore, il suo smalto s’era
sbiadito. La stanchezza di una nottata insonne era un peso
nuovo per le sue abitudini. Alle prime luci dell’alba, s’era
affievolita la sua lucidità e ridotto il grado di concentrazione di
quel tanto da bastare agli avversari per far di meglio.
Il terzo posto era ben rappresentativo in mezzo a tanti nomi
titolati. Stennini junior s’incaricò di ritirare la coppa. Sul palco,

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si scontrò con una graziosa valletta che gli consegnò il trofeo
con una stretta di mano ed un guancia a guancia di funzione.
Subito dopo, alzò le braccia al cielo, entusiasta, mostrando quel
premio inaspettato. Appresso agli applausi degli amici e dei
soci del Madunina s’unì anche la platea, con un’ovazione
singolare; era riuscito a rompere il ghiaccio. Il seguito degli
appassionati, fino a quel momento, non si era espresso con
giusto calore, forse per contegno. Continuarono ad acclamare i
loro beniamini, esultando di volta in volta, con autentico tifo,
finché i premiati, cinque per ogni categoria, si esaurirono.
Manuel si sentiva appagato della sua ottima Prova Speciale e
contento perché non si erano verificati altri inconvenienti.
Salutò Stennini, lodandolo per aver tenuto duro e gli lasciò la
coppa in ricordo dell’evento. Sostennero che quella gara,
sorprendente, sarebbe stata da ripetere l’anno successivo. Era
l’unica Dodici Ore che si svolgeva in notturna e proprio quel
fascino li aveva catturati, infatti nelle ultime quattro ore, con la
luce del giorno, ad entrambi pareva tutt’altro che la stessa gara.
Vittorio e Manuel giunsero a casa verso l’imbrunire. La cena
era già pronta. Quella sera, il padre fece loro compagnia.
Apprese il risultato della gara e dell’inconveniente ma sembrò
quello di sempre. Già controllava ripetutamente l’orologio; era
di turno e doveva recarsi al suo lavoro. Ciò che i suoi ragazzi
gli avevano raccontato, tra un bicchiere ed un boccone, lui
l’aveva interpretato come il coronamento di due giornate di
svago che in ogni caso aveva indotto, fratelli e collaboratori, in
uno spreco, spropositato, di denaro; questo era un dato certo.
Era facile farsi i conti e forse aveva ragione perché realmente,
n’avevano ricavato un bel fico secco.
– Sono certo che quando avrete trovato la donna giusta,
metterete la testa a posto, tutt’e due! – Sentenziò il signor
Giuseppe, tra il serio e l’ironico.
Non attese la replica; s’era già alzato per andarsene. Era

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consapevole che qualsiasi consiglio sarebbe stato disatteso;
anche lui si sentiva troppo distante da quella realtà cittadina
che s’era già impadronita dei due maschi. Le figlie femmine
non coltivavano bizzarrie; loro studiavano con buoni risultati e
aiutavano la madre nelle faccende domestiche. Era certo che
avessero la testa a posto; proprio com’era suo desiderio.
– Non si vive di solo pane! – Gli mormorò Vittorio.
Il padre lo sapeva bene. Uscì da casa, controllando nuovamente
il suo orologio. Non volle aprire più bocca. Scomparve con il
tenue rumore del battente.
Il capo famiglia, un uomo all’antica, involontariamente gli
aveva trasmesso vecchi valori che sicuramente cozzavano con
la moderna realtà. Il genitore era stato un contadino. Un
signore intransigente e tutto di un pezzo! Un vero cacciatore e
infine partigiano; s’era abituato a provvedere ai propri bisogni
senza l’ausilio della collettività. Un uomo addestrato dagli
eventi ad assumersi le proprie responsabilità. Nato nel 1914,
aveva attraversato, indenne, la seconda guerra mondiale con
lontane reminescenze della prima.
I racconti del padre avevano marcato notevolmente il suo
carattere e Manuel si ritrovava catapultato in un ambiente
smisurato; era giunto a Milano all’età di nove anni, subendo un
impatto che lo aveva reso mediocre. Prima di allora era stato il
primo della classe, il più veloce nella staffetta, capitano della
sua giovane squadra di calcio. Strappato ai suoi amici e ad un
luogo che pur fatto di miseria e piccole cose, per lui, era
sconfinato quanto privo di limitazioni e pericoli.
A Gravina di Calvera si avventurava, volentieri, per sentieri,
verso il fiume o verso il bosco, in bicicletta, ma dopo qualche
bivio, insicuro di se, rinunciava all’esplorazione. Le proprietà
terriere del padre gli sembravano interminabili. L’antico casato
da cui discendeva era un vanto di famiglia; nella discendenza, i
vari appezzamenti erano stati più volte frammentati e ripartiti

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tra legittimi eredi che si barcamenavano come lui. Il padre
sembrava sconfortato dell’inesorabile mutamento, determinato
dal progresso, incalzante.
Lentamente, in quei tempi, seguendo l’epoca, si rimodellavano
risorse e tradizioni; tutti fugavano la campagna e solo tenaci
proprietari continuavano a coltivarla.
Nei periodi freddi, il padre andava a caccia per necessità e a
volte, si assentava per diversi giorni, dedito agli appostamenti
ed era gran festa, vederlo ritornare con la sua selvaggina. Una
volta riuscì a prendere un lupo; lo aveva seguito per ore sulla
neve del Pollino. A volte gli capitava un cinghiale, in altre
occasioni, lepri o volatili.
L’ultimo anno erano usciti insieme, per raccogliere porcini ed
asparagi; era la prima volta che capitava. Camminando per ore,
nei verdi e scoscesi sottoboschi, n’avevano ricolmi tre panari.
L’umido mattino era saturo di profumi di muschio, menta
selvatica, ginestre. Osservava la rugiada, la bassa foschia, i
raggi di sole che penetravano il fitto fogliame delle querce e
dei castagni, Un giorno, verso il ritorno, rimase incredulo,
attraversando la lunga striscia di strada deserta che ondulata,
irrompeva e scompariva nell’immenso bosco di Magrizzi; un
rapido acquazzone non era riuscito a raffreddarne l’asfalto
bollente. L’acqua si asciugava rapidamente e n’era scaturita
una densa coltre di vapore, alta almeno venti centimetri; lo
strato uniforme e biancastro risaltava al sole riapparso,
camuffando totalmente l’aspetto originario della strada. Lo
spettacolo fu breve e pur ritrovandosi con scarpe e pantaloni
inzuppati, quegli incontaminati sottoboschi gli trasmettevano
un fascino incomparabile. Poterli attraversare sembrava, ogni
qualvolta, inverosimile; se avesse incontrato Alice oppure un
folletto, non si sarebbe sorpreso.
Il genitore non rinunciava mai al suo fucile. Un bel giorno gli
fece sparare qualche cartuccia, puntando una pianta carica di

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pere. Un’altra domenica, si dedicarono al tiro al bersaglio,
facendogli centrare rami secchi lanciati in aria. La spalla gli
doleva per il forte rinculo della doppietta, anche il mento era
livido ma Manuel, pur piccolo, non intese desistere da quella
sporadica opportunità. Il fratello maggiore, all’epoca, amava
altri passatempi e quel fare gli sembrava scontato.
Il padre aveva già il sentore che quei giorni, quella vita rurale,
sarebbero presto tramontati.
Amareggiato dagli stenti prolungati del dopoguerra e infine
rassegnato, volle vendere fattoria e terreni. Non si trattava di
carestia; il granaio era pieno e le botti pure.
Non si muoveva un soldo.
Incapace di trovare una formula vincente, verso i primi anni
sessanta, s’era deciso ad emigrare. Vi riuscì.
Ridotto in fabbrica, a lavorare anche nei turni di notte, ora
sembrava un pover’uomo e il suo orgoglio piegato lo rendeva
sofferente; in casa era diventato taciturno e facilmente
irascibile. Un padre assente; un maestro mancato.
La madre si prodigava per dare ulteriore sostegno; un’azienda
di ceramica assorbiva nove ore del suo tempo sottraendola,
quotidianamente, al nucleo familiare. Gravoso per il padre
assimilare queste nuove realtà.
Si era interrotto definitivamente un costume; non esisteva più
nulla che potesse tramandare o lasciare ai suoi figli in memoria
di una lunga tradizione. Le buone ricette della nonna erano
cadute in disuso. Quel ramo era seccato.
Il bel folclore paesano, dopo la guerra, si era sbiadito perfino
nei suoi ricordi, ma questo poco importava.
Manuel ascoltava con interesse i racconti della madre che
piuttosto soddisfatta, non nutriva nostalgie.
L’abile cacciatore ora non cacciava più né con archi e frecce,
trappole, battute organizzate e neanche con fucili automatici. Il
suo ruolo era definitivamente tramontato.

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Il suo ruolo non era più necessario!
La sua epoca non sarebbe più ritornata.
I confort della metropoli non lo ripagavano eppure si era subito
rassegnato, scomparendo nella matassa delle nuove logiche.
I messaggi del padre, a lungo andare, intaccavano la passione
di Manuel. Fortunatamente, Vittorio rimaneva della stessa
propensione e faceva intuire che lo avrebbe ancora aiutato e
condiviso, almeno nello sport.
Il sorriso era ritornato su entrambi i volti. Il fratello
maggiore, nonostante la nottata insonne, appariva più disteso e
a tratti entusiasta. Quel lembo di luce che entrava in casa, quasi
ogni fine settimana, disperdeva il suo sottile malessere e lo
rendeva contento. In tante occasioni precedenti, l’impegno del
fratellino aveva dato vani esiti. Inconsapevole, rincorreva quei
piccoli, grandi successi, da diverso tempo, ma solo nell’ultimo
semestre li aveva raggiunti con attitudine ripetitiva e non si
trattava di sola fortuna.
Vittorio aveva in mente di andarsene da Milano; sarebbe
ritornato volentieri alle origini. I suoni armoniosi della natura
erano ben altra cosa, rispetto alla consueta colonna sonora del
trambusto cittadino. Fino all’età di sedici anni era vissuto nelle
campagne del padre, tra vigne e distese di grano; già lo aiutava.
I campi coltivati coloravano i suoi orizzonti e d’estate le cicale
gli facevano buona compagnia; con l’intento di studiare restava
sdraiato sul prato, all’ombra di una quercia e s’addormentava
spesso finché il sole, girando, ritornava a picchiare. Giunto a
Milano non era stato capace di continuare gli studi.
Sicuramente, al paese non vi avrebbe più trovato le cose di un
tempo, però con la sua maggiore esperienza, pensava di
riuscire a guadagnarsi da vivere.
Si faceva capire, ma non ne parlava, né con la madre e neanche
con Manuel; temeva di non essere approvato.
Manuel ricorda bene che dodici anni prima, il padre non

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portava orologio; il suo tempo era marcato dalle stagioni.
L’orologio da taschino spesso restava fermo per diversi giorni
perché si dimenticava di caricargli la corda; bastava il
rumoroso pendolo di casa a scandire le ore della famiglia. Ora,
il signor Giuseppe, non ne poteva più fare a meno; sembrava il
suo diretto controllore. Nessuno poteva più farne a meno.
I tre maschi avevano assodato che il tempo, in questa città, non
aspetta; obbliga chiunque a correre anche quando non
vorrebbe. I minuti, i secondi, i decimi di secondo ed anche i
millesimi sono infine decisivi, se si vuol far parte del gioco con
un proprio peso.
Il padre non avrebbe più invertito la sua rotta; con l’età che
avanzava anche il suo dinamismo si disperdeva, giorno dopo
giorno. Raggiunto il periodo della pensione, forse si sarebbe
deciso ad abbandonare definitivamente l’emblematico caos.
Manuel aveva altri motivi per fugare i costumi cittadini.
Già considerava che sarebbe arrivato anche il suo turno e
percepiva che non sarebbe scampato alla regola; dopo un
fidanzamento, un matrimonio, sarebbe giunta una prole: magari
un bimbo e una bimba che presumeva, fossero il numero ideale
per una famiglia moderna. Non avrebbe assecondato l’idea di
far crescere i suoi figli tra le insidie, così diffuse, di questa
città; il suo futuro doveva essere altrove!
Si chiedeva cosa succedesse realmente nelle città del mondo
occidentale. Le informazioni fornivano, dovunque, un quadro
preoccupante e famosi scrittori e registi ne traevano spunto per
costruire i loro racconti; il film, Arancia Meccanica, non era
una farsa, giacché rispecchiava una realtà tanto comune nelle
grandi città europee.
Una nuova ragazza avrebbe già potuto condizionarlo nelle sue
scelte; se n’era accorto! Per non correre il rischio di un
ulteriore contagio, doveva evadere dalla città. Se avesse
interrotto gli studi, il servizio di leva che aveva già rinviato

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l’anno precedente, lo attendeva senza scusanti ma un anno
nell’esercito sarebbe servito solo a rimandare il suo problema.
Marco sarebbe presto partito, anche Andrea era di leva, poiché
non intendeva rinviarlo. I due amici, avevano già pronta la
scappatoia per sfuggire alle rappresaglie del comune nemico;
bisognava tener duro per un mesetto. Manuel invece preferiva
affrontare il suo problema; andava risolto globalmente pur
subendone l’esito. Poteva attendere gli aggressori al varco,
senza muovere un dito, poiché rimasto solo, in prima persona,
non temeva più nulla e più nessuno.
Gli era chiaro, finalmente, che Salvatore non avesse alcun
diritto di pretendere neanche ciò che gli aveva imposto con
quel suo ricatto psicologico infondato: “Pietro era un nostro
informatore, l'abbiamo perso”. Le condizioni, per tacere
anziché denunciare la morte di Pietro, non erano mai esistite!
Salvatore non aveva dichiarato che fosse morto; doveva sapere,
fin dall’inizio, che Pietro era ancora vivo. S’era accanito contro
il ragazzo che Pamela, la “Sua Donna”, spesso gli canzonava.
S’era divertito, per ripicca, traendone, nel frattempo, i bei
profitti del suo traffico, approfittando dell’ingenuità delle
confidenze di Pamela. Una partita di diamanti artificiali poteva
essere nascosta nel serbatoio del Ktm di Bratto, anche in
notevole quantità; sparsi sul fondo, trasparenti, nessuno li
avrebbe notati e probabilmente, Pietro doveva essere il
trovatello di turno che lo avrebbe agevolato in quella e chissà
quante altre situazioni, con un contentino per premio e per
giunta, senza incorrere in fregature perché Pietro non è mai
stato furbo, anzi in realtà era un allocco, circondato da pochi
amici identici a lui. Erano invogliati dal giro grosso.
Salvatore, anche senza averne ragione, era già stato soddisfatto
nelle richieste pattuite. La sua ingordigia lo avrebbe spinto su
un terreno impervio; proprio per quel motivo c’era già entrato
con entrambi i piedi e sembrava che non avesse ben afferrato

247
da dove gli fosse piovuto il primo piattino della discoteca in
fiamme. Quello, era stato solo un avvertimento.
Manuel si stava creando un quadro della situazione, molto
chiaro che quasi non lasciava dubbi; era pronto a tenergli testa.
Le truffe a danno delle assicurazioni erano senz’altro di sua
iniziativa, poiché un’organizzazione internazionale che riesce a
diffondere diamanti di quella fattura, non rischia di mandare
tutto all’aria con stratagemmi compromettenti. Forse, l’uomo
da abbattere era soltanto lui: un luogotenente.
Salvatore stava già facendo i conti con i suoi fornitori per
essersi messo in troppa luce. Forse, anche per questo, doveva
sentirsi parecchio infuriato e quando una persona perde le
staffe, inizia a non ragionare, agisce d’impulso, combina errori.
Arriva poi, inevitabilmente, la sua fine e involontariamente si
trascina appresso anche coloro che gli gravitano attorno; poteva
essere considerato, dalla sua stessa cricca, alla stregua di una
mina vagante. Queste considerazioni non rimuovevano i
pericoli immediati, incombenti sui tre amici.
Manuel non se la sentiva di abbandonare il campo, prima che
Marco ed Andrea si fossero eclissati da questa situazione. Era
sicuro che la refurtiva non sarebbe stata scovata perché solo lui
sapeva dove fosse nascosta e per ora, nessuno di loro tre poteva
utilizzarla. La notizia che poneva Salvatore come primo
indagato, aveva riacceso l’interesse d’inquirenti ed
investigatori, sia verso il sospettato sia verso ricettatori e
trafficanti di quel tipo di mercanzia; sarebbe stato prudente
stargli alla larga, il più possibile! Ma anche Salvatore doveva
usare la stessa logica, per uscirne pulito perché se, per colpa
sua, le indagini si fossero spostate sui tre ragazzi, reali autori
dei due ultimi furti, gli sarebbe decaduta qualsiasi garanzia di
farla franca; sarebbe emersa tutta la storia.
L’identificazione di Mario di Via Borsi, suscitava un allarme
più grosso e l’aveva intuito, dopo l’attentato ad Andrea. Era

248
certo del riconoscimento di quella sagoma in fuga; si trattava,
senz’ombra di dubbio, di Mario! Le sembianze del personaggio
gli erano rimaste ben impresse, fin dal primo incontro al parco.
L’ipotesi che Salvatore avrebbe assoldato un delinquente, ben
inserito nelle comitive, per liberarsi degli unici testimoni in
grado d’incastrarlo, lo inquietava diversamente.
Era chiaro che la loro eventuale tragica fine, dovesse apparire
come incidente, per eludere collegamenti ed ulteriori indagini!
La fortuna, adesso, andava aiutata perché se in entrambi i casi
erano riusciti a salvarsi, alla prossima occasione avrebbero
potuto subire una sorte diversa. Il timore di Manuel escludeva
ritorsioni sui propri familiari; doveva preoccuparsi degli
incidenti in cui potevano incappare in prima persona. Gli venne
in mente che a Bratto vi fosse anche Sogliola ma forse, era
passato inosservato perché in ogni caso, era rimasto allo scuro
di tutto e lontano dall’attuale faccenda.
Manuel non aveva più le idee confuse. Le manie suicide, che lo
avevano perseguitato, per almeno due anni, erano svanite con
la recente partenza per Rimini, ma le vacanze non c’entravano
con la sua guarigione; nel momento che aveva appreso della
buona salute di Pietro, non avvertiva alcun bisogno di espiare
quella colpa. Con l’inattesa rivelazione, si erano dissolte tutte
le sue angosce e si era ripulita la mente di quelle oscure visioni.
La prospettiva delle cose era cambiata soprattutto perché
considerandosi un sopravvissuto, ora gli sembra irrisorio
schivare il timore di ritrovarsi nuovamente affiancato a quella
macabra figura incappucciata. Da venti giorni non rivive più gli
stessi incubi; sono svaniti gli spettri da cui si defilava. I suoi
sonni rilassati gli fanno apparire tranquille anche le torbide
giornate che gli si prospettano.
Per non ricadere nella stessa angoscia, dovrà rendere
inoffensivo Salvatore, senza torcergli un capello! Questo è un
proposito ambizioso: una nuova sfida fatta con se stesso.

249
La nottata insonne, della Dodici Ore e l’affaticamento,
lo avevano indotto in un lungo sonno profondo; al risveglio udì
il rumore di piatti e posate ma nell’aria, c’era anche il buon
profumo d’appetitose pietanze. La sveglia segnava l’una. Non
fece in tempo a saltare giù dal letto che si scontrò con la sorella
minore; lo stava per avvisare di sbrigarsi perché la tavola era
già apparecchiata. Aggiunse altre informazioni.
– Ha telefonato Mateus, poi Marco e poco fa anche
Andrea. Andrea aveva già telefonato verso le dieci. Vittorio
sapeva che ti saresti riposato, per tutta la mattinata; mi ha detto
di non svegliarti! – Lorena, temeva un battibecco.
– Si, grazie. Chissà cosa vorranno? Poi li richiamo. –
Più tardi, apprese della morte di Sogliola; era stato ritrovato,
annegato, in un’insenatura, nei pressi di Portofino, dove era
solito fare immersioni. Sostenevano che fosse stato un
incidente! Il corpo era stato rinvenuto dagli stessi amici di
villeggiatura che inquietati dalla nonna, avevano setacciato i
suoi luoghi abituali. L’accaduto risaliva al giorno precedente.
Manuel calciò contro il muro, adirato. Inizialmente insultava
proprio Sogliola che in quel modo, gli aveva teso il tiro
mancino peggiore che un amico potesse operargli, ma presto si
rese conto che non poteva trattarsi di fatalità; doveva esserci lo
zampino di Salvatore. Non poteva essere altrimenti: Salvatore
era riuscito a mettere a segno quell’omicidio.
– Va tutto bene? – Chiese la sorella.
– Sì, anzi no! E’ morto Sogliola; un incidente al mare. –
Forse, Manuel avrebbe dovuto abbassare la cresta, già da
tempo, ma la strategia del terrore non attecchiva sulla loro
coesione. Ormai, era troppo tardi per retrocedere; non potevano
cancellare gli eventi. Si decise a reagire drasticamente.
– Ora la pagherai cara; brutto bastardo! In maniera
definitiva. – Gli sfuggi, spontanea, la frase.
Già rimuginava una resa dei conti. La povera sorella rimase

250
impressionata e confusa; quelle dichiarazioni ridondavano
forti, per la sua serena indole.
Gli amici più stretti si riunirono per discutere sul da farsi;
Mateus, Gianni, Ivan, Valentino, Federico, sapevano il fatto.
– E’ marcio dalla testa ai piedi! Useremo esplosivo al
plastico e li ridurremo tutti in poltiglia! – Marco si propose
senza mezze misure.
I tre, evitarono di coinvolgere ognuno. Mateus, conosciuto il
loro piano e motivato a dismisura, si assunse un compito
specifico per supportare l’impegno di rivalsa.
I tre ragazzi si accordarono per esaminare, a turno, i movimenti
di Salvatore. Si appostarono, già verso le nove della stessa sera,
nei pressi della discoteca; rimasero insieme anche il martedì.
L’affluenza della clientela non era numerosa come nel fatidico
fine settimana del mese di luglio; meno giovanile però
comprovava che il locale era tornato in piena efficienza. In
seguito, Marco e Andrea si tennero compagnia finché ebbero
certezza di poter identificare il loro antagonista di riferimento,
cioè colui che aveva commissionato i loro rispettivi attentati;
solo ora, realizzavano che fossero scampati alla morte, per puro
miracolo. Si alternarono, comparandosi; dovevano seguirne le
mosse, ovunque si spostasse ed identificare i suoi commilitoni.
Scoprirono che era un abitudinario; arrivava ogni sera alle
dieci, da solo o con amici ed andava via dopo mezzanotte in
compagnia di Pamela. Fino al giovedì si fermava a dormire in
un appartamento in Via Sabotino, poco distante dalla discoteca.
La sua giornata iniziava presto, sempre ad orari ed in modo
diverso. In due occasioni, avevano perso le sue tracce, nei
meandri del Palazzo di Giustizia, poiché molte aree erano
riservate alla polizia ed ai Magistrati. Un accesso era
piantonato, stabilmente, da due carabinieri che controllavano,
di routine, il via vai delle persone ma molti, in borghese come
lui, erano dei poliziotti; il saluto dei commilitoni li combinava.

251
La loro formula di copertura reciproca escludeva che fossero
adocchiati e Marco, sempre in sella alla Suzuki 380, alternava
il colore del casco e si scambiava il giubbotto con Andrea. Il
bagagliaio del Mini conteneva altri look alternativi. Tra loro, si
mantenevano distanti e guardinghi. L’esperienza di segugi
mancava nel loro repertorio, ma bastò poco più di una
settimana e conobbero le poche varianti alle abitudini del loro
uomo; individuarono anche le persone in combutta con lui.
Andrea e Marco contavano i giorni di scadenza per la visita
medica, segnata sulla cartolina di precetto. Volontariamente ed
a malincuore, avevano provveduto al taglio dei capelli,
prevenendo la spregiudicata rasatura, praticata, altrimenti, dal
tosatore del distretto militare; ora davano l’impressione di
appartenere ad una congrega di missionari. Erano imbarazzati
da quelle nuove sembianze e cercavano, addirittura, di schivare
gli sguardi dei loro coetanei. Comparvero, una sola volta, al
Solari: erano pecore diverse! Gli amici capelloni, da principio,
stentarono nel saluto e parvero dubbiosi che si trattasse proprio
di loro; gli affiatati compagni di mille vicende.
Nei giorni successivi, il Mucchio Selvaggio sembrava
dissolto nel nulla. Il solito ritrovo, nelle ore serali, rimaneva
spopolato; così era stato deciso. Il Quartier Generale si era
spostato in Via Giambellino; era chiaro che stessero tramando
qualcosa in combutta con la bellicosa comitiva di quella zona.
Mateus intese aiutare gli amici, però aveva appreso della
presenza di una talpa che ben intrufolata, carpiva informazioni
a scapito dell’integrità del gruppo. Intuiva che costui avrebbe
minato l’esito della clamorosa impresa di rivalsa che si
proponevano di attuare; evitò quindi di confidare, anche a
Fernando, le vere intenzioni, intinte in questo nuovo fermento.
Ufficialmente, la morte di Sogliola imponeva che il parco non
fosse più un luogo sicuro; per qualche giorno dovevano
ritrovarsi fuori zona, per non incorrere in retate della Polizia o

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nuovi incidenti, azzardati dagli stessi aguzzini.
Tutti i ragazzi seguitarono ad incontrarsi; avevano ricevuto
disposizioni per predisporsi ad una serata avvincente e in tal
senso, ognuno si era premunito di un grosso tappo di sughero,
ma nessuno immaginava a cosa dovesse servirgli. L’idea non
richiedeva convincimenti; quel concetto di base trainava, da
solo e come sempre, il loro interesse. D'altronde le sorprese di
Fernando, Mateus, Semola, promosse ad oltranza, riscuotevano
molto interesse ma questa volta era Manuel a tirare i fili.
Giunse il fine settimana. Il branco, numeroso di nuova
fratellanza, si mise in moto entusiasta. Per molti di quei giovani
una tal mobilitazione era una vera novità; irresistibile!
Uscirono dalla città, con moderazione ma giunti sull’autostrada
Milano-Genova, si spinsero a buon’andatura, sorpassandosi e
rientrando nella fila; quel moto raid era simile ad una
manifestazione sportiva pur avendo un gran privilegio: l’ampia
amicizia ed un feeling indiscutibile.
Ogni centauro, pur di evitare l’emarginazione, negli ultimi
mesi si era adeguato al tenore del branco e come Manuel,
anche il più restio s’era munito di una potente motocicletta.
Il corteo rimase compatto fino allo svincolo di Tortona. I più
smaliziati iniziarono a spalancare l’acceleratore per godersi il
tracciato serpentino del tratto Serravalle-Bolzaneto. Affiancate
ed incolonnate, quattro o cinque moto, giapponesi, in piega a
150 Km/h, erano le vere padroni delle due corsie; sembravano
ciclisti in lizza per il Giro d’Italia. Ogni tanto, un’auto più lenta
deformava il loro flusso. Ognuno si era dotato di uno zainetto,
per contenere una tanica di plastica da cinque litri, piena di
benzina; sarebbe servita per rabboccare il serbatoio all’uscita
Bolzaneto, alle porte di Genova. Se si fossero fermati in un
distributore, così numerosi, sarebbero rimasti bloccati a lungo,
nell’avvicendarsi alle poche pompe; il sabato sera era prezioso!
Rientrati a Milano, oltre la mezzanotte, compirono, in senso

253
antiorario, il giro completo della circonvallazione esterna. Il
traffico s’era diradato ed il vialone, a due corsie separate,
riusciva a contenere il loro grande fluire, con naturalezza.
Sfilavano, prolungati, corteggiati da pigli bloccati; la seducente
metropoli, del sabato notte, si rimpinguava anche del loro
fascino insolito e dirompente.
La sera successiva, entusiasti, vollero ripetere l’exploit.
Imboccarono la stessa autostrada, ma si fermarono subito
nell’area di servizio Cantalupo che precedeva di qualche
chilometro, il casello autostradale; le insegne erano già spente.
Vi trovarono altri motociclisti di loro conoscenza ed ora, la
vasta area del parcheggio era al completo. Vito di Via
Canonica, concertato e ben disposto, sapeva invece che non
sarebbero andati a spasso sulla Serravalle; più smaliziati,
avevano già sperimentato la loro destrezza in quelle veloci
curve perciò, per loro, il programma non si sarebbe mostrato
allentante. Manuel lo aveva coinvolto. Fu diffuso un nuovo
itinerario ed un preciso obiettivo; emerse, vociferato
distintamente, il nome del loro amico defunto. L’incitamento,
sussurrato in un passa voce collettivo, tra amici vecchi e nuovi,
divenne consistente, pari all’esortazione rivendicativa di un
popolo oppresso. Scaturì il loro grido di guerra: “Dobbiamo
vendicare Sogliola”!
– Un poliziotto, bastardo, ha ucciso un nostro amico!
Non deve farla franca! Questa sera gli faremo la festa! – La
voce altisonante e corposa, di Vito, si pose in risalto.
Aveva messo in chiaro la missione del suo gruppo e non era
necessaria altra spiegazione perché i poliziotti erano visti come
vero fumo negli occhi, pungente e indigesto.
Mateus fece la stessa cosa con i ragazzi del Solari.
– Infiltrato tra noi c’è un codardo; sembra un amico, ma
ci ha tradito gravemente e può farlo ancora! Fate attenzione;
sembra un fratello ma va emarginato! –

254
Neanche i ragazzi del Giambellino ebbero esitazione; in molti
conoscevano Sogliola, comunque, bastava un giusto motivo di
ripicca, per orientarli in un totale coinvolgimento.
La frotta di moto si mosse in direzione di Genova.
Ognuno, avvinto dai nuovi stimoli, seguiva a ruota gli amici,
divenuti moderati. Non c’era vera angoscia perché ogni motivo
era fugato dalla loro forte compattezza, ma lo stesso, erano tutti
vaccinati a questi colpi di testa. Giunsero rapidamente a
Groppello Cairoli; abbandonarono l’autostrada seguendo
Manuel per poi dirigersi verso Pavia ma a quel punto, in fondo
alla coda, un motociclista s’era attardato, staccandosi dal
branco. Il ragazzo non andò appresso alle altre moto, sullo
svincolo; proseguì dritto in autostrada. Manuel non poteva
avvedersene, però aveva intuito giusto: tra i suoi amici c’era
una talpa. Federico si era accorto di quell’accelerazione
repentina ed era sicuro d’averlo riconosciuto; non poteva che
trattarsi del traditore! Informò rapidamente due altri compagni
e fece inversione di marcia, evitando di varcare il casello
d’uscita. Fu rapido ma quel motociclista sembrava già svanito
nello scuro orizzonte; era certo di non essersi sbagliato. Stava
già spingendo, la sua Honda 750 Four, fin oltre i 200 Km/h,
consapevole di non badare ad altre uscite, fino a Casei Gerola;
presumeva che l’avrebbe raggiunto. L’Honda 500 che lo
precedeva, gli era rimasta affiancata, accodata con lui, per
alcuni chilometri, perciò aveva già accertato che si trattava di
un amico stretto: Alex Rubini; ne conosceva le abitudini ed era
dispiaciuto che fosse caduto nella morsa dell’eroina. In ogni
caso, doveva fermarlo perché avrebbe potuto precederli e
compromettere l’operazione in corso. Federico avvertiva il
fardello di questa nuova responsabilità e già temeva per
eventuali e drastiche conseguenze, che vedeva incombenti sui
suoi amici, ancora ignari del fatto.
Marco ed Andrea erano rimasti a Milano; giravano, con

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il furgone, senza premura, intralciando il rado traffico fremente
del dopocena domenicale. Perdevano tempo; assorti e distesi,
seguivano strade casuali ragionando del più e del meno.
Dovevano consegnare la commissione d’alcuni scatoloni. Si
recarono presso la discoteca con un certo anticipo: verso le
dieci e mezza. Questa volta, non si trattava del solito
appostamento ed in sosta, oltre lo spartitraffico, restarono in
paziente attesa affinché le lancette dell’orologio raggiungessero
la loro ora X; lo avevano deciso con Manuel, con proposito.
Avevano esaurito le loro barzellette e per ingannare l’attesa,
proferivano sulle donne che con buon’assiduità, varcavano
l’uscio del locale; erano accompagnate da un partner o da
amici, più composti rispetto il sabato. Vestiti attillati, gonne
corte o minigonne, tacchi a spillo; era una vera passerella di
dame e damerini! L’affluenza nella discoteca, più composta,
era lo stesso consistente. Verso le undici, Salvatore ne sarebbe
uscito con due fide ombre.
Nello stesso tempo, Manuel era giunto in prossimità di
Pavia. I gruppi di motociclisti deviarono nuovamente verso
sud. Stavano percorrendo la Strada Statale 35 in direzione di
Casteggio e superarono, disciplinati, anche quella cittadina. Il
serpentone di luci, ora, si era allungato parecchio perché la
strada curvilinea, in leggera salita, impediva di restare
compatti. Per raggrupparsi si fermarono ad un alto bivio, verso
Salice Terme, sfruttando il largo spiazzo della fermata
d’autobus di linea. L’insegna del bar era già spenta, ma in
compenso, i lampioni illuminavano una fontana che faceva
sgorgare acqua di fonte dall’odore strano, sulfureo. Manuel
aveva controllato il suo orologio: era presto anche per loro
quindi si concessero una breve sosta. La strada che poi
avrebbero imboccato li ributtava a valle, verso il rientro.
Manuel, ben avveduto, aveva già visitato quei posti e valutando
qualche intoppo, aveva stimato un certo anticipo sull’orario;

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teneva conto che a Milano, fosse in atto l’altra fase del suo
piano risolutivo, forse la più rischiosa.
Durante i preparativi, Marco si era mostrato il più determinato
del terzetto assicurando che poteva risolvere la questione da
solo o con Andrea; la morte di Sogliola lo aveva reso furibondo
anche per l’incidente che aveva patito. La sua irritazione era
tale che aveva indotto i tre amici ad acquistare due ordigni
esplosivi in grado di disintegrare la discoteca e la dimora, con
lo stesso burattinaio all'interno. Invece Manuel, ben lucido, con
spirito dissuasivo, aveva suggerito il vaglio di una sua logica
più coerente e d’effetto: “Un uomo morto non si rode il
fegato!” La sottigliezza era prevalsa in maniera persuasiva, per
ambedue i compagni.
Riteneva di gran peso il coinvolgimento avventato del Mucchio
Selvaggio, perché voleva che si rendessero conto delle loro
spropositate potenzialità. Sconcertare la quiete era il diletto di
Fernando e corteggio; era sempre Fernando il primo artefice
dei roghi alle auto! Ora, con quest’azione, potevano capire fin
dove s’erano spinti e con quale potere, distruttivo, stavano
scherzando; anche loro erano responsabili del gioco, fin
dall’inizio e se il piano fosse andato in porto, avrebbero potuto
trattenere rimorsi nelle loro coscienze slavate, subire
mortificazioni, persecuzioni ed angosce poiché la stampa ed i
telegiornali, n’avrebbero parlato con insistenza. L’attentato ad
un poliziotto, induceva ad indagini pressanti e qualche paesano
avrebbe additato l’appariscente scia di moto che si aggirava in
quei paraggi: un fatto anomalo per la zona fuori mano!
Di certo, se l’affrancavano e con il timore di cadere in fallo,
potevano ravvedersi della loro prolungata condotta.
Manuel sembrava già redento. S’era reso conto di agire come i
Movimenti che detestava; fossilizzarsi su un principio
personale o una rivalsa, gli equivaleva a rinchiudersi in una
prigione esclusiva e poiché la libertà non detiene vincoli, al

257
fine di godersi il proprio tempo, il tutto non aveva più senso! In
pochi mesi aveva vinto sul bisogno di riscatto personale che era
tipico del Donchisciotte. Più riflessivo, evitava di porsi tosto, in
prima linea. Stava imparando a prevenire i propri guai e voleva
scongiurare il ripetersi del suo tormento e degli incubi con cui
aveva già convissuto negli ultimi due anni; era esausto di
sfuggire ai suoi fantomatici avventori. La lezione gli bastava.
La sua penitenza era finita però ora, giocavano col fuoco! Era
in un vespaio; temeva che qualcosa, a Milano, sarebbe andato
storto e che l’intento di salvare i due testimoni rimasti, avesse
rapidi sviluppi negativi.
Federico aveva percorso il tratto d’autostrada a tutto
gas; fu al casello di Casei Gerola che riuscì ad intravedere la
singola luce rossa del fanalino di una moto. Mentre pagava il
pedaggio, cercò di seguirlo con gli occhi perché le strade del
crocevia prendevano diverse direzioni.
Fu rapido nel liberarsi del casellante.
– Tenga il resto. Mi apra la sbarra! –
Un secondo incrocio frenò la sua fretta; cercò d’orientarsi.
Distante qualche chilometro, in fondo ad un lungo viale che
portava a Voghera, gli ricomparve il fanalino rosso. Si buttò,
più deciso, all’inseguimento di Alex. La moto che rincorreva,
pur meno potente, era più leggera e Federico faticava
nell’avvicinarsi; quella strada s’era ristretta e non era più
rettilinea. Alex doveva ben conoscere quel tragitto perché
abbordava le curve con sicurezza; a volte, attraversava gli
incroci senza neanche rallentare. La sua corsa era contro il
tempo e non s’era ancora avveduto d’essere inseguito.
Una forte inquietudine pressava Alex, in quella galoppata
accanita e riguardava la protezione della fonte che gli garantiva
provviste di droga in cambio di servigi; n’era dipendente! Per
certo, non s’impensieriva della salute di Salvatore e neanche
del partito con cui si era schierato. Ormai, gli mancavano pochi

258
chilometri per raggiungere la gran villa isolata del suo favorito.
Il fascio di luce, di un’auto, illuminò l’asfalto di un piccolo
incrocio; fu costretto a rallentare. Stava già ripartendo.
Federico, poco distante, rallentò a sua volta, ma gli finì contro
di proposito. Bastò il contatto ed entrambi strisciarono oltre la
traversa appartata; rapidi, si risollevarono da terra. La zona
restò inanimata e solo il buio, calmo, di quelle vaste campagne,
poteva catturare la loro scena in bilico.
Federico aveva raggiunto il suo scopo; doveva solo impedirgli
di proseguire. La situazione fu chiara! Erano amici, non erano
in guerra con nessuno, ma Federico lo conosceva bene ed
intuiva che potesse fiancheggiare qualsiasi sponda lo ripagasse.
Alex si sarebbe dovuto rinsavire e capire, a quel punto,
d’essersi schierato con un delinquente, reale ed ostile che era
stato il promotore della morte di un loro fratello. Doveva
considerare che altri compagni avessero già un piede nella
fossa; anime della stessa comitiva con cui avevano condiviso il
loro tempo migliore, per giorni, mesi, anni. Amici veri.
– Resta fermo! Se non mi lasci andare, sparo. – Alex gli
puntò contro la sua piccola pistola automatica.
– Lo sapevo che ci avresti provato. Avanti! Spara
cretino! Ti consideravo un vero amico ma ora, stai superando
ogni limite. – Federico gli era di fronte, a pochi metri.
I fari delle moto, riversate sulla strada, illuminavano solo
parzialmente le spalle di entrambi. Federico non apparve
intimorito dalla minaccia. Si avvicinò di un passo.
– Abbassa quella pistola. Potrebbe partire un colpo e se
mi colpisci, i nostri stessi amici ti massacreranno di botte. –
– No, se gli racconto che sei tu l’informatore. – Alex
fornì una risposta scontata.
Federico sorrise, bendisposto, volto a convincerlo.
– Scordatelo! … Il tuo ragionamento non si regge
perché hanno già capito chi sei realmente. Non ti resta che

259
scomparire, finché sei in tempo. Io ti lascerò andare verso casa,
anzi torniamo insieme, fino a Milano; come se nulla fosse
accaduto. Nessuno ti ha preso di mira. Poi, m’inventerò
qualcosa che accontenterà anche Mateus. Lo sanno tutti che tu
hai dei problemi e devi sostenerti in qualche modo. Non sei
l’unico! Capiranno! – S’era avvicinato di un altro passo.
Alex girò il capo, per un istante, verso la propria moto e l’altro
n’approfittò; si scagliò, a testa bassa, contro l’amico. La pistola
volò per aria ed entrambi finirono di nuovo al suolo. Federico
era rimasto impigliato nella moto di Alex che già in piedi, si
avvalse del piccolo vantaggio, per scaricargli una serie di calci
nel fianco. Federico riuscì a reagire afferrandogli il piede con
collera e l’avversario cadde nuovamente, ma aveva notato
dov’era finita la sua pistola; anche Federico l’aveva scorta.
Intuì la malasorte e pur dolorante, reagì con prepotenza al suo
impedimento. La leva della frizione s’era impigliata nella
cintura, alle sue spalle e gli impediva di alzarsi. Si sollevò con
forza e anche il manubrio gli ruotò appresso. Fu libero giusto in
tempo per bloccare il braccio armato del rivale. Echeggiò lo
stesso uno sparo. L’asfalto, bagnato di benzina, prese fuoco e
immediatamente anche la moto di Alex. Questa volta, Federico
non si trattenne e senz’altra compassione, gli sferrò una
gomitata sotto il mento che lo fece stramazzare a terra.
Raccolse l’arma e sollevò la sua Honda, ma gli mancò il fegato
di abbandonare quel ragazzo; così vicino alle vampe che già
avvolgevano l’altra moto, sarebbe arrostito anche lui. Si
premurò di allontanarlo, adagiandolo sull’erba del margine
opposto. Presto sarebbe rinvenuto e si sarebbe allontanato da
solo. Raccolse gli zaini di entrambi e ripartì verso sud. Aveva
intravisto, nell’alta distesa, oltre il profilo delle vicine colline, i
fari della lunga colonna di moto con cui intendeva riunirsi.
Marco ed Andrea, annoiati e stanchi di quel ruolo che
mal reggevano già da una settimana, si decisero a scendere dal

260
furgone. Avevano mimetizzato il loro nuovo taglio con un
berretto da fattorino. Scaricarono un cartone a testa, diretti
all’ingresso della discoteca; dovevano consegnare quattro
pacchi. Il contenuto era integro e pesante. Avevano le bolle di
consegna: si trattava d’alcool denaturato. Spiegarono che
fossero già passati nella mattinata di sabato e poi nel primo
pomeriggio ma il locale l’avevano trovato chiuso.
– Se ci firma la bolla, li lasciamo qui! Altri due pacchi
sono sul furgone. – Parlò Marco.
Il buttafuori osservò i due colli ed il loro contenuto, poi il
documento: l’ordine l’aveva fatto il signor Muscas in persona.
– Il signor Muscas? Quale dei due? –
Scorse le loro facce allocche ed infastidite; gli parve che se ne
volessero andare. Li fece entrare. Una seconda persona li
accompagnò fino alla porta della dispensa. Entrambi posarono i
cartoni al lato della porta; uscirono subito, per completare la
consegna. Il secondo viaggio non fu seguito da nessuno.
Andrea uscì di nuovo, avvisando il gorilla, sull’ingresso che il
collega si stava intrattenendo per farsi firmare la bolla.
Marco, all’interno, aveva raggiunto l’ufficio al piano superiore.
Quella porta era chiusa, ma udì che più persone stavano
discorrendo dei loro affari.
Con se aveva un taglierino. Aprì lo scatolone da un lato
estraendone uno dei sei grossi flaconi di plastica; panciuto,
conteneva cinque litri d’alcool. Ne versò un bel po’ sul cartone
e lo ripose all’interno, senza tappo.
Di botto iniziò ad affrettarsi nei suoi gesti.
Copiò una scena già vista: accese una sigaretta con un buon
tiro e la incastrò, nel modo appropriato, nella scatola di
fiammiferi minerva. Il frastuono ovattato della discoteca
copriva le sue azioni e trattenne perfino la tosse. Poggiò quei
fiammiferi sopra al cartone, imbevuto d’alcool. Scese le scale,
rapidamente e facendosi spazio tra i giovani, sgusciò lungo il

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bancone del bar; con dovuta premura, guadagnò subito l’uscita.
Si allontanarono di gran carriera. Temeva che qualcuno potesse
notare quell’ordigno, prima del tempo, ma se lo scatolone, in
cima alle scale, avesse preso fuoco, i flaconi si sarebbero
squagliati e tutto il liquido in fiamme si sarebbe riversato verso
gli altri scatoloni, riposti alla base della scala.
Forse, non sarebbero più riusciti a spegnere l’incendio.
In ogni caso, la clientela sarebbe evacuata, per tempo, con
facilità, lasciandosi le fiamme alle spalle.
Doveva essere solo un’altra lezione, più palese.
L’espediente si mostrava banale e con o senza incendio,
l’azione era di notevole effetto; un chiaro messaggio per chi si
trovasse chiuso in quell’ufficio.
Sapevano che Salvatore fosse già andato via.
Le vette dell’Appennino gli si ergevano di fronte;
s’intravedevano, a malapena, rischiarate dal plenilunio. Per
Federico era tutta salita incognita e in dieci minuti avrebbe
raggiunto quella linea luminosa che aveva scorto da lontano.
Doveva essergli sembrata una facile impresa, ma iniziò a
dubitarne perché appena superato la bassa collina, quelle
inconfondibili luci erano svanite. Continuò lo stesso nella
medesima direzione, confidando che presto sarebbero riapparse
nel suo orizzonte; forse, i numerosi fari erano nascosti da un
boschetto o da un’altra collina. Era certo che quella fosse la
direzione più probabile ed ormai, poco importava; in fondo,
l’unica minaccia era stata impedita. Sarebbe potuto tornare
indietro, già soddisfatto del suo impegno. Continuò a bassa
andatura, ben attento alla strada e continuando a cercare quei
noti bagliori intravisti; scorse, in mezzo alla via, ancora
distanti, due robusti giovani che si riparavano gli occhi con il
palmo della mano. Illuminati dal proiettore, gli si posero di
fronte, rimanendo al centro della strada; giunto ad una decina
di metri, gli fecero cenno di fermarsi e riacquistò fiducia,

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poiché avevano le mani libere ed uno zainetto in spalla. Aveva
ritrovato il folto gruppo. Prima che si pronunciasse gli fecero
spegnere il motore. Riemersero i grilli con la quiete di quelle
grandi campagne e quel silenzio gli fece presumere che s’era
perso il capitolo saliente. La vicenda invece era in corso e si
stava ancora evolvendo.
I due ragazzi gli suggerirono di posare la moto sul bordo, in
fila alle altre e risalire a piedi, per duecento metri. Loro
rimasero indietro a piantonare la strada.
Federico era giunto sulla scena giusto in tempo per partecipare
o godersi lo spettacolo finale.
– E’ ora! – Udì un segnale sottovoce.
Manuel s’era rivolto a Mateus. Era fermo, in quel punto, da un
quarto d’ora; si accertava, vigile, che fossero adempite le poche
disposizioni, già messe a punto con Fernando, Vito e Nicolas
nella loro sosta precedente. L’obiettivo gli stava di fronte,
distante una trentina di metri, seminascosto ed infossato, oltre
il basso collettore e la lunga fila d’alberi che costeggiava la
strada. Vi erano giunti percorrendo l’ultimo chilometro a
motore spento, silenziosi, sfruttando discesa e luna piena.
Intanto, ogni ragazzo si era schierato al suo posto.
Era più che convinto che per fermare quel delinquente non ci
fossero alternative. Gli stava rispondendo con una precisa
strategia ma non fatale; in teoria, non doveva perire. Dovevano
infondergli un forte panico, per evitare altre ritorsioni.
Mateus, rimasto accanto, lanciò un breve fischio acuto.
Trecento ragazzi avevano già circondato, copiosamente, tre lati
della villa, rimanendo fuori della recinzione di ferro battuto. Al
segnale, scaricarono, all’unisono, una folata di sassi sulle
finestre, alcune ancora illuminate. Un paio di persone fecero
capolino sulle balconate ma furono costrette a rientrare perché
altri colpi stavano piombando sulle pareti e sui vetri. Già si
strofinavano gli occhi, irritati dal bruciore: gli spruzzi di

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benzina avevano raggiunto anche i loro abiti. Videro,
chiaramente, la pioggia di taniche rimbalzare sul pavimento del
balcone e dentro la finestra frantumata; erano tappate con
turaccioli di damigiana e quasi tutte, si aprivano con l’impatto
al suolo, lasciando fuoriuscire il loro contenuto infiammabile.
La benzina si allargava sotto i loro piedi, fin dentro il salone.
Quelle lattine erano comode da maneggiare; grazie alla
maniglia, i ragazzi riuscivano a scagliarle fin sopra al tetto.
Salvatore era in casa e si prodigò, con confusione impetuosa,
nel chiamare rinforzi e pompieri ed ebbe timore che il telefono
non funzionasse; s’era impappinato.
Al terzo tentativo, riuscì a comunicare con i pompieri.
In pochi istanti, i ragazzi s’erano liberati delle loro scorte e
ormai, la villa era cosparsa di benzina, dal tetto alle aiuole.
Ognuno, appena lanciata la sua tanica, doveva ritornare alla
moto ed avviarsi per la discesa, in folle; anche i ritardatari
riuscirono ad allontanarsi rapidamente.
La luminosità interna impediva la visibilità della recinzione.
Salvatore non sapeva più come interpretare gli eventi; era al
telefono con i pompieri, ma non c’erano fiamme e non riusciva
a scrutare il buio. Spense le luci del salone ed i suoi gorilla gli
assicurarono che il rapido assedio era già cessato. Intendeva
abbandonare la casa di corsa. Posò la cornetta sul tavolo
lasciando la centralinista in linea e s’affacciò sul retro; vide
poche figure già lontane. Quelle sagome stavano realmente
liberando il terreno. Cacciò dalla tasca le chiavi dell’auto, ma
pensò che potesse trattarsi di un altro avvertimento e magari,
tentando la fuga gli avrebbero sparato. Forse, sarebbe stato
meglio evitare la cattiva propaganda che ne sarebbe conseguita.
Corse dall’altro lato, rimanendo dietro gli infissi dell’invetriata
centrale; ora, camminava sui cocci di vetro. L’assembramento
sembrava dissolto, ma l’odore di benzina era penetrante e
fastidioso. Erano trascorsi un paio di minuti e parve che il

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mondo intero stesse per crollargli addosso. Considerava d’aver
gestito egregiamente i suoi traffici. Nessuno gli aveva
formulato questioni e neanche riteneva d’averne causate. Non
se n’era proprio reso conto che sull’ultimo punto si sbagliava
eppure quel braccialetto gli pesava, sul polso. Probabilmente,
considerava solo le losche relazioni, intrattenute con le
importanti organizzazioni. Di Manuel e delle sue trattative non
gli era mai importato un fico secco poiché neanche esisteva sul
suo scacchiere; una pedina fuori del gioco, dovuta ad un banale
incontro. Manuel era destinato a subire un incidente di routine,
già commissionato tempo addietro; per ultimo perché forse, ci
avrebbe guadagnato e con o senza refurtiva, sia il ragazzo sia
gli amici, non erano mai stati inquadrati come un’entità da
soppesare. Erano intralci ordinari, da usare per comodo e levare
di torno qualora potessero comprometterlo. Manuel si era
condannato da solo, divulgando il traffico di quei diamanti e
questa regola, consolidata, ora, ne controllava il suo destino; la
macchina s’era avviata ed il killer, al soldo, seguiva il suo
copione. Salvatore aveva trascurato un importante dettaglio:
Manuel era un ingenuo utopista che restava molto unito agli
amici ed il Mucchio pure.
S’affacciò fuori, impugnando la sua pistola d’ordinanza. Intimò
ai suoi quattro scagnozzi di sparare a quelle sagome in fuga.
Partirono tre colpi in successione. Il buio esibì lunghe fiamme
che uscivano dalle canne; li bloccò, spaventato, temendo che
divampasse l’incendio. Pistole e mitra, con la loro potenza di
fuoco, erano inadeguati; l’avevano inteso da soli! I loro sguardi
s’incrociarono, volti alla soluzione, ma già si sentivano inermi.
I ritardatari avevano già evacuato e ancora non aveva inteso
che fosse troppo tardi per qualsiasi azzardo; era troppo tardi per
potersi difendere ed era troppo tardi anche per fuggire. Dentro
e fuori casa, millecinquecento litri di benzina stavano
rilasciando pericolosi vapori che nauseavano, affannando la

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respirazione e la loro tosse lo confermava.
Da ognuno dei tre lati della villa, partì una molotov e tutto
divampò in un lampo!
I lanciatori, Nicolas, Vito ed Ivan, s’erano incaricati del colpo
finale; in tre, per non fallire. Si erano appostati dietro il tronco
di tre alberi, prossimi alla recinzione, esitando il tempo
necessario affinché non s’innestasse un pericoloso fuggi, fuggi
generale; assuefatti dall’oscurità, avevano osservato i loro,
numerosi, compagni che disciplinati, come militari, si erano già
avviati, scivolando silenziosamente sulla strada in pendenza.
Manuel e Federico erano rimasti ad attenderli, sull’asfalto.
I cinque, saliti sulle moto, diedero un ultimo sguardo alla loro
opera. Manuel non vi aveva ancora badato, ma in quella villa
c’era già stato: tra i riflessi, riconobbe gli alberi del giardino e
le campagne in leggera discesa. Illuminati dagli alti bagliori,
s’apprestarono a raggiungere la testa del gruppo; più avanti
avrebbero dovuto abbandonare lo stretto tragitto, per evitare
d’incrociare le ingombranti autopompe e chissà che altro.
Il Mucchio Selvaggio era stato impeccabile, ancora una
volta. Manuel, per conto suo, non poteva disprezzarlo; era,
realmente, la cosa più folle e fantastica che gli fosse capitata.
Tutto l’edificio era bruciato, anche Salvatore fu avvolto
dalle fiamme ed i giornali riportarono che si era salvato; forse
riuscirono a spegnerlo i suoi amici e magari anche le sue
ambizioni si erano spente nell’attentato.
La provvidenza dei pompieri graziò Salvatore ed i suoi gregari.
Li avevano trovati in fin di vita, gravemente ustionati, immersi
nella gran vasca della sauna; il locale era una specie di bunker,
situato al centro di un’ala della villa. Una sauna caratteristica e
giacché priva di finestre, era l’unico ambiente stagno che il
fuoco aveva risparmiato.
Salvatore, convalescente, apprese che anche la discoteca aveva
subito una fine analoga. L’assicurazione non intese risarcire i

266
danni, poiché le testimonianze evidenziarono la natura dolosa
dell’incendio. Il suo socio vi aveva rinunciato definitivamente.
Calmate le acque, Manuel tentò di dipanargli ogni
dubbio; approfittò del lungo periodo di ricovero, per fargli
pervenire un biglietto anonimo. L’infermo era piantonato,
giorno e notte, da un poliziotto ma un infermiere, ben pagato,
lo informò, con riservatezza, che una ragazza si era presentata
per fargli visita, fuori orario; le era stato negato l’accesso e
s’era premurata di far recapitare una lettera al signor Muscas. Il
malcapitato, ormai libero delle bende sul volto, rigirò più volte
la busta; era sigillata e non riportava né mittente né
destinatario. Decise di aprirla; riuscì a leggere, di persona, il
breve testo perché era scritto a macchina. Due sole righe:
UN TESTIMONE VIVO NON MI INQUIETA!
–––––––––––––– PAMELA PER SEMPRE ––––––––––––––
Salvatore nascose il plico. Meditò parecchio, mentre le sue
estese cicatrici, ancora si rimarginavano; il tempo non gli
mancava ed infine, il messaggio gli parve chiaro, in ogni senso.
Nel parco era rinata la calma di un tempo. L’avventura
di quella notte era stata soppiantata, come un sogno che si
dissolve al risveglio. Il ritrovo si colmava d’altri eventi e di
nuove leve. Manuel non s’era più visto, neppure al motoclub;
aveva rinunciato al suo campionato e si era tesserato con un
altro club. Di lui non restava una facile traccia.
Le vecchie glorie avevano abbandonato il campo e quel ciclo di
vita s’era esaurito; anche loro avevano toccato il fondo.
La combriccola si rimodellava, con auto e Vespe Primavera e
chiunque vi si aggregasse, ne sentiva parlare, con un alone di
mistero, cosiffatto, da sembrare una leggenda metropolitana,
quasi che il Mucchio Selvaggio non fosse mai esistito.
Un giorno incontrò Ivan; era stato esonerato dal
servizio di leva. Ivan si era beccato la fucilata del vecchio
contadino ed i pallini, rimasti sottopelle, avevano falsato il suo
stato di salute. I medici, dell’ospedale militare di Baggio,

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osservando le radiografie, non riuscirono a comprendere la sua
anomalia. La diagnosi menzionava corpi estranei nei polmoni;
preferirono lasciarlo a casa.
Apprese che Duranò era vivo per miracolo e faceva pena, solo
al guardarlo; era ridotto su una sedia a rotelle. L’impavido
motociclista aveva perso la sfida contro la sorte; la sua teoria
era fallita eppure a sentirlo, non nutriva alcun rimpianto. Col
tempo sarebbe guarito, dentro e fuori.
Alberta gli ricomparve; si salutarono come comuni amici.
Dopo brevi convenevoli si erano esauriti anche i loro
argomenti e come comuni amici, si congedarono. Nei loro
animi c’era rammarico perché non esistevano vere mancanze,
invece mancava il coraggio di chiarirsi. Alberta, prima di
allontanarsi, lo informò che forse, era in cinta. Manuel pensò
che fosse un pretesto ed evitò di approfondire l’argomento.
– Fammi sapere. – Le rispose, senza scomporsi.
Alberta parve delusa. Non si fece più sentire.
Marco fu smistato a Trapani, per il CAR ed Andrea finì a
Pordenone, e poi entrambi nella fanteria però scaduto l’anno di
leva, i tre si sarebbero ricongiunti, per decidere del loro futuro.
Mario di Via Borsi sembrava dissolto con la vicenda.
Manuel aveva smesso di ragionarci! Aveva inteso che
le cattedrali del potere custodissero le proprie prerogative per
principio, determinando costumi e rivalse; allo stato attuale, la
vera libertà non poteva accedervi ma atteso che per poter
vivere, bisogna prima nascere, non volle rassegnarsi. Poteva
essere un’illusione di cui sentiva gran bisogno e ciò gli
infondeva ottimismo; il suo spirito doveva crescere, fino al
punto di contare qualcosa e forse, alla fine, l’urlo d’avversità,
rivolto ad un sistema che sopprime individualità e coscienza,
non sarebbe rimasto sordo. Una buona dose di scetticismo gli
teneva compagnia, ma intese ascoltare la coscienza; il suo
pensiero era ancora indomito.

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Con l’anno nuovo, intraprese il nuovo campionato e
proseguì senza intoppi, giacché sulla sua licenza, aveva
registrato uno pseudonimo che gli consentiva anonimato. Lo
stesso, evitò di porsi in luce, sottraendosi a risultati clamorosi e
qualora dovesse disputare gare importanti, faceva in maniera di
non apparire in evidenza. Di frequente, il direttore del club
ritirava il suo premio. Stava sorgendo un altro mito e già
valutava nuove ritorsioni, però questo prezzo, ora, non gli
gravava, giacché poteva stabilire come impostare e disfare il
suo tempo ed il rischio di finire nel mirino del suo modesto
cecchino, identificato, dipendeva dalle sue attente abitudini.
– Guarda bene quel pilota! Non ti ricorda qualcuno? –
– Chi? Tony Guerra? …Si, mi ricorda Salvo. –
– Secondo me, quello è il gemello di Salvo! –
– Ma cosa dici? Non sono nemmeno parenti! Salvo è
più basso e sta facendo la naia. Tonino è di stoffa diversa! Lo
conosco bene; lo sto seguendo, con attenzione, fin dall’inizio
del campionato e non perde un colpo. E’ un altro stile; ...il
giorno e la notte. Non capisci niente; vai a giocare a carte! –

Fine.

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Sintesi

Scorribande in moto, compiute al margine dei tafferugli


politici dei primi anni 70, in bilico sul mondo malavitoso, sono
vissute da uno studente anarchico con problemi esistenziali.
Manuel. E’ straziato dal peso di un omicidio. La fede lo
opprime. La famiglia è distante dai suoi problemi.
Tra le lacune, insite nella grossa metropoli lombarda, moderna
e superficiale, spicca la forza d’integrazione che con le sue
regole non sente né leggi né ragioni. Le ingenue scorribande si
gonfiano e non raccontano una semplice storia, poiché la
coscienza non è idea comune.
É un forestiero ed ha sfidato il sistema! Ormai leggenda,
subisce un rapimento. Si misura contro entità astratte che poi
riesce ad individuare, però ha ben inteso che uccidere non è
buona soluzione quindi deve vincere soprattutto contro
l’istinto; cercare un giusto metro. Nessuno può aiutarlo. Solo il
campionato gli regala risultati appaganti. La moto è un culto.
Un poliziotto, impegolato in loschi traffici, conosce il suo
segreto. Lo ricatta e lo tormenta. Manuel insorge ai suoi incubi.
Il quadro di quel periodo si ripropone autentico in ogni
sfumatura rilasciando atmosfere, fermenti e sapori persi.

Autore: Vito Gamt (Vito Giammetta)


Altre pubblicazioni: L’infedele Scettico

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